LUIGI SPERANZA, "GRICE ITALO: DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z P PE

 

Luigi Speranza -- Grice e Peano: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – il deutero-esperanto di Grice --  formalisti ed informalisti – modernisti e neotradizionalisti – la riforma della lingua d’Italia -- la scuola di Spinetta di Cuneo -- filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Spinetta di Cuneo). Filosofo italiano. Spinetta di Cuneo, Piemonte. Peano citato da Croce nella “Logica, o della sicenza del concetto”. L’unico italiano citato da nome da Croce nella Logica. La polemica Croce e il logicismo. Croce, Peano, e la lingua universal – Per che la lingua d’Italia non e formale per Croce. Grice: “My type of philosopher; he quotes from Breal, Mueller – I wish I could!” Spinetta di Cuneo, Piemonte. Grice: “As I reduce “the” to “every,” I am of course following Peano, who predates Russell!” -- important Italian philosopher. Linceo. P. Fa la sua comparsa una delle proposte di lingua internazionale inventata d’italiani che conosce più risonanza, il latino sine flexione di Peano, presentato nella Revue de Mathématique -- La Revue de Mathématique è creata dallo stesso P. Egli, assieme a molti altri filosofi, vi pubblica  propri studi e ricerche sulla logica e sulla storia della matematica. Il suo creatore non è in realtà un linguista o un esperto di lettere - sebbene partecipa più volte a dei congressi dove vienneno discussi problemi, oltre che di matematica, anche di filosofia, didattica e linguistica - ma, come per altri filosofi, i suoi interessi principali sono la matematica e la geometria. Dopo frequentare il liceo classico a Torino, s’iscrive al corso di laurea di matematica e nello stesso anno in cui consegue la laurea comincia ad insegnare presso Torino alla cattedre di algebra, geometria analitica, e calcolo infinitesimale. Le sue scoperte in ambito scientifico gli valgeno importanti riconoscimenti, la partecipazione a numerose accademie, come quella dei Lincei, e gli permetteno di mantenere frequenti contatti con i massimi esponenti del  campo della ricerca matematica. Proprio per questo, egli intrattenne numerosi carteggi con gli altri filosofi, ed è perciò incentivato all'apprendimento delle lingue straniere. Nonostante la lingua latina avesse smesso d’essere la lingua internazionale delle scienze, P., che crede ancora fortemente nella sua internazionalità pubblica i suoi studi sui concetti primitivi di zero, numero e successore, intitolati “Arithmetices Principia”, proprio in latino – Grice: “Whereas the only Latin Whitehead and Russell had allowed them to play with PRINCIPIA in the title one – Moore was worse with his Principia ethica! -- . P. si dedica similmente alla stesura di una imponente enciclopedia di concetti e teorie matematiche, il FORMOLARIO, di cui furono stampate cinque edizioni, la prima delle quali in francese e l'ultima proprio nella lingua internazionale da lui  elaborata, il Latino sine flexione. Le informazioni biografiche sono tratte da treccani.it/enciclopedia Dizionario Biografico, cur. Roero.  Eco, La ricerca della lingua perfetta in Italia, Roma-Bari, Laterza. P., Vocabulario de latino Internationale comparato cum anglo, franco (o gallo), germano, italo, russo, Greaco et sanscrito, Torino, Cooperativa. L'esigenza di creare una lingua internazionale deve essere nata in P. proprio in risposta alla necessità di comunicare in maniera precisa e veloce con quanti più studiosi e colleghi di ogni nazione. Ma l’evento che da il via alla composizione pratica di questa lingua è probabilmente la pubblicazione, avvenuta qualche anno prima e curata da Couturat, di frammenti inediti di Leibniz, nei quali il filosofo tedesco discute intorno all'istituzione di una lingua universale. La scelta, ricadde sul latino, sul quale egli opera una minuziosa opera di semplificazione, su esempio anche della lingua immaginata prima da Leibniz, che prevede una drastica regolarizzazione e semplificazione della grammatica, con una sola declinazione e una sola coniugazione, l'abolizione dei generi e del numero, l'identificazione d’aggettivo e avverbio, la riduzione dei verbi a copula + aggettivo (“... is shaggy” – Grice), e come rivela nelle parole di apertura del vocabulario de latino inter-nationale, quando dice «In scriptio precedente "De latino sine flexione", me explica idea de Leibniz, que declinatione et conjugazione non es  necessario. L'uso della lingua inventata allora, evidentemente a posteriori, è indirizzata alla comunità scientifica - la quale si suppone avesse già delle discrete basi della lingua antica. Così P. ne parla in un altro articolo. La differenza fra questa nuova applicazione e le precedenti è che mentre in matematica le idee sono precise, e le uguaglianze esatte, qui invece le idee o parole su cui si opera sono un po’elastiche, e l’uguaglianze sono solo approssimate. Quindi sostituendo l'uno all'altro membro dell'eguaglianza, spesso si trascura il COLORE (implicatura, Farbung) della frase. Ma ciò è un vantaggio nel linguaggio  scientifico – formale: Grice: formalists ad informalists --, che tende al massimo di semplicità. Vedasi l'articolo Il latino quale lingua ausiliare internazionale di P., wikisource.org/wiki/Il_latino-quale_lingua_ausiliare_internazionale. Sulla base di studi compiuti su altre lingue moderne, P. decide d’eliminare una buona parte del lessico latino dal vocabolario della sua lingua, così come avevano già fatto altre lingue romanze 9000 nomen, 1700 adjectivo, et 2500 verbo Latino es mortuo in Franco. Ergo lingua moderno ignora numero enorme de voce de latino classico.  P, Vocabulario de latino Internationale comparato cum Anglo, Franco, Germano, Hispano, Italo, Russo, Graeco et Sanscrito. I casi nel latino sine flexione si esprimono solamente mediante l'uso di preposizioni, così com'è al giorno d'oggi per le lingue romanze, e non solo. In particolare si indica. Il genitivo con la preposizione DE. Il dativo con AD. L’ablativo con AB, ex, ecc. L’accusativo si desume dalla sintassi, secondo l'ordine SVO (nominativo-verbo- accusativo – PARIDE AMA ELENA) o secondo la costruzione qui (accusativo)-nominativo-verbo. Il nominativo non prevede l'uso di preposizioni. I nomi si desumono talvolta dal nominativo, talvolta dal genitivo, applicando le seguenti regole. Mantenendo la forma del nominativo (per esempio nel caso di parole di terza declinazione come il lat. MATER > «mater», o il lat. NOMEN > «nomen»); dal nominativo mutando le desinenze -US, -UM, -U, -ES (per esempio il latino classico LUPUS, BELLUM, CORNU, DIES) in «-o, -o, -o, -e» (in latino sine flexione «lupO, bellO, cornO, diE»). Dal genitivo, cambiando la desinenza -i in -o e -is in -e (es. lat. URBS > Lat. s.fl. «urbe»). La conseguenza di questo tipo di semplificazione è la ri-unione di tutte le parole sotto un unico caso, l'ablativo. I pronomi personali sono: me, te, is (ea, id), nos, vos, iis (eae, eos). I pronomi dimostrativi sono isto e illo. Il pronome relativo è ‘que.’ I pronomi indefiniti sono: omni, ullo, nullo, alio, multo,  e pauco (cf. Grice on Altham pleonetetic – Geach). Come sostene Leibniz, la categoria del genere non ha senso in una lingua razionale, poiché i referenti inanimati di per sé non hanno genere. P. decide di indicare il genere, per i soli referenti animati, con le parole «mas» e «femina» (ad esempio al posto di lat. MATER EST BONA P. preferisce le forme indeclinabili «mater est femina bono. Ma poiché nell'idea di 'madre' è già contenuta l'idea del femminile, è sufficiente «mater est bono. Cf. Bachelor is bona – Grice/Strawson, In defense of a dogma. Il femminile si mantiene  poi nel caso dei pronomi personali «is, ea, id» (es. «ea est bono»). Come per il genere, anche il numero non è marcato morfologicamente. Per indicare il singolare e plurale è sufficiente apporre «uno» e «plure» (ad esempio la frase latina UNUM OS HABEMUS ET DUAS AURES [it. 'abbiamo una bocca e due orecchie'] in Latino sine flexione diviene «habemus uno uno ore et plure duo aure», che semplificato - visto che nell'idea di 'due' è già  contenuta quella di 'plurimo' - appare «habemus uno ore et duo aure». Ai verbi devono essere omesse le desinenze di persona, modo e quasi sempre del tempo. La forma del verbo deve essere scelta dalla sua forma all'imperativo (del tipo lat. EGO CURRO > Lat. s. fl.  «me curre»). Per comporre la forma dell'infinito è sufficiente aggiungere il suffisso -re alle forme dell'imperativo (del tipo «curre» > «currere») e allo stesso modo si formano anche le forme del passivo (es. sul verbo latino AMARE si ha la forma indeclinabile ama, il cui infinito e passivo sono “amare.” Così al presente attivo si ha «me AMA te – PARIDE AMA ELENA» e al presente PASSIVO «me AMARE te; ELENA AMARE PARIDE. Vi sono alcuni casi particolari. Solo nel caso dei verbi es, pote, vol, e fi, le forme INFINITE sono «esse, posse, volle, e fieri». I verbi deponenti vengono trasformati in attivi per limitare le irregolarità. Per esprimere i tempi si aggiungono locuzioni come «heri, jam, in passato, nunc, cras, in futuro, vol,  debe», ecc. Esempi:  lat. EGO SCRIBO > «me (nunc) scribe»; lat. VOS LEGITIS > «vos lege»; lat. NOS AUDIVERAMUS > «nos IN PASSATO aude». Per indicare la funzione del verbo (modo) si usano le particelle si, ut, quod, ecc. e alcune perifrasi.  Esempi:  lat. LAUDANDO > «dum lauda»; lat. LAUDATO > «qui aliquo lauda»; lat. LAUDATURO > «qui lauda IN FUTURO». P. spiega anche come si compone il vocabolario o LESSICO del Latino sine flexione. Ogni nome e verbo deve essere invariabile. Devono essere presenti anche i vocaboli internazionali - scientitici - come «dyne, metro» ecc. I vocaboli possono essere scelti non solo dal latino classico ma anche da quello che egli identifica come latino popolare, ovvero diremmo oggi le lingue romanze o i volgari, qualora questo esista in almeno due di questi (come ad esempio caballus. La derivazione e la composizione dei vocaboli devono essere ridotte al modo seguente. I diminutivi si ottengono preponendo la parola «parvo» [it. 'piccolo/minuto']. I sostantivi astratti derivati da aggettivi sono sostituiti dagli aggettivi. Così il lat. ALTITUDO > «alto», il lat. BONITAS > «bono.Gl’aggettivi che derivano da sostantivi sono sostituiti dal sostantivo al genitivo. Così il lat. AUREO > «DE oro», il lat. ROMANO > «DE Roma. I sostantivi astratti derivati da verbi sono sostituiti dai verbi. Così il lat. VIVERE EST COGITATIO > «vive es cogita»; e. i sostantivi che esprimono colui che fa l'azione sono sostituiti da perifrasi. Così il lat. LAUDATORE > «qui lauda», allo stesso modo degli aggettivi derivanti da verbi, così il lat. ERRABUNDO > «qui saepe erra». Gl’avverbi derivati d’aggettivi valgono tanto come aggettivi quanto come avverbi.  Così il lat. BREVI > «brevi», it. 'brevemente/breve.’ Per esprimere opposizione è sufficiente apporre il prefisso ne- (su analogia con le forme latine SCIO/NESCIO, FASTUM/NEFASTUM, ecc. Così il lat. DIFFICILE > «ne-facile», ABNORMALE > «ne-normale». In alcuni casi è possibile utilizzare  anche la preposizione «ab» Le informazioni sono tratte dalla trascrizione del saggio di P., De latino sine flexione. Lingua auxiliare internationale,gutenberg. Nonostante il latino sine flexione sia stato pensato come lingue di comunicazione scritta, l'autore dà anche qualche informazione sulla sua pronuncia, che è simile a quella dell'italiano,  ma non in tutti i casi: c  k t  t  th ph  f  ch  X  h  h  rh qu  ku  P. sul finire del suo saggio asserisce che l'adozione di una lingua storico naturale come lingua internazionale è improponibile per via dei suoi risvolti politici. Così si spiega la sceltadel latino, lingua antica e ormai lingua di nessuno stato particolare e, se vogliamo, perfetta  proprio perché senza esercito. A sostegno della sua tesi riporta gli studi di altri filosofi che nel tempo hanno avanzato proposte simili alle sue, tra i quali compaiono i lavori di Lullo, Kircher, Dalgarno, Wilkins, Leibniz e decisamente più recenti, quelli di ROSA (si veda), Zamenhof, Schleyer, Couturat e Leau (Histoire de la langue  universelle). P. da mostra di conoscere la storia delle proposte di lingua universale anche nel suo saggio  Il latino quale lingua ausiliare internazionale, Atti della Reale Accademia delle Scienze di Torino, dove elenca le tipologie di proposte che sono state avanzate per risolvere il problema della confusione linguistica, quasi babelica, e in particolare si sofferma sulle due principali correnti dei suoi tempi: chi propone una semplificazione del latino e chi propone la creazione di una lingua internazionale a partire dal lessico internazionale. Ma poiché le parole facenti parte del lessico internazionale sono quasi tutte di origine latina – cf. Hare: dictor/dictum, Grice, implicatura, Strawson: prae-positio, Austin, per-forma --, P. ritiene più sensato ricorrere alla prima tipologia proposta, quella a cui in effetti è da ricondursi  anche il progetto del latino sine flexione.Vedasi P.wikisource.org/wiki/11 latino-quale lingua ausiliare_ internazionale. A differenza del deutero-esperanto di Grice, non usato ma da Grice, il latino sine flexione è utilizzato anche da altri filosofi come VACCA (si veda), in Sphoera es solo corpore, qui nos pote vide ut circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI (si veda), in Mensura de circulo iuxta Leonardo[VINCI (vedasi) Pisano, e PANEBIANCO (vedasi) che discute proprio della lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale es signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini). Vedasi ALBANI, BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi) è anche un grande appassionato di Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista". Quest'ultimo, come si evince anche dal titolo della sua opera, vede nella lingua internazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti internazionali, e in particolare al capitalismo spietato. Inter-linguista, quale que es suo opinione politico aut religioso es certo precursore de novo systema sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis facile, commune ad illos non pote es actuale systema de "homo homini lupus", sed es systema sociale in que toto homines fi socio. Per ben adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di PANEBIANCO (si veda) deve seguire gli stessi principi di quella di P. Es evidente que essendo id sine grammatica, id es de maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi impossibile ad fac ambiguitate, excepto ad praeposito [“As when the conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of bringining in a conversational implicature”]. Etiam es multo plus rapido compone et scribe in isto lingua que in proprio lingua nationale. Si capisce allora che egli auspica che il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non solo internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i popoli. Nonostante sia stata utilizzata in più occasioni e sia tra le lingue ausiliarie internazionali italiane che conosceno più fortuna, la lingua di P. non raggiunse mai la fama e la diffusione d'uso che in vari momenti raggiunsero altre LAI, come ad esempio l'esperanto – se non, tra i griciani, il deutero-esperanto.  Ad ogni modo, rimane indubbia la qualità del progetto di P.: un filosofo che vede nella parola un'unità semplice e combinabile, indeclinabile, capace di esprimere il mondo in maniera esatta, così come fanno i numeri. Sua è infatti la citazione, parecchie equazioni logiche sono nello stesso tempo equazioni etimologiche. wikisource.org/wiki/il_latino_quale_lingua_ausiliare_internazionale, la lingua di P. si limita a giustapporre, a comporre i suoi elementi invariabili secondo un ordine logico, eliminando gl’imbarazzi della grammatica latina classica. P. divenne presidente dell’Accademia internazionale di lingua universale, e la ri-nomina Academia pro Interlingua. L'accademia nasce sotto la presidenza di Kirchhoff con il nome d’accademia internazionale di VOLAPÜK. I suoi membri potevano utilizzare la lingua a loro più congeniale e intorno ad essa orbitarono esponenti dei più prestigiosi progetti di lingue ausiliarie internazionali. L'accademia pubblica la proposta di una nuova lingua universale di base latina con il nome, appunto, d’inter-lingua, sotto la quale si cela il latino sine flexione del suo presidente, con qualche leggera modifica (come ad esempio l'uso della desinenza -s per indicare  il plurale). P.’s postulates, also called P, axioms, a list of assumptions from which the integers can be defined from some initial integer, equality, and successorship, and usually seen as defining progressions. The P. postulates for arithmetic are produced by P. He takes the set N of integers with a first term 1 and an equality relation between them, and assumed these nine axioms: 1 belongs to N; N has more than one member; equality is reflexive, symmetric, and associative, and closed over N; the successor of any integer in N also belongs to N, and is unique; and a principle of mathematical induction applying across the members of N, in that if 1 belongs to some subset M of N and so does the successor of any of its members, then in fact M % N. In some ways P.’s formulation was not clear. He had no explicit rules of inference, nor any guarantee of the legitimacy of inductive definitions which Dedekind established shortly before him. Further, the four properties attached to equality were seen to belong to the underlying “logic” rather than to arithmetic itself; they are now detached. It was realized by P. himself that the postulates specified progressions rather than integers e.g., 1, ½, ¼, 1 /8,..., would satisfy them, with suitable interpretations of the properties. But his work was significant in the axiomatization of arithmetic; still deeper foundations would lead with Russell and others to a major role for general set theory in the foundations of mathematics. In addition, with Veblen, Skolem, and others, this insight led in the early twentieth century to “non-standard” models of the postulates being developed in set theory and mathematical analysis; one could go beyond the ‘...’ in the sequence above and admit “further” objects, to produce valuable alternative models of the postulates. These procedures were of great significance also to model theory, in highlighting the property of the non-categoricity of an axiom system. A notable case was the “non-standard analysis” of Robinson, where infinitesimals were defined as arithmetical inverses of transfinite numbers without incurring the usual perils of rigor associated with them. Fu l'ideatore del latino sine flexione, una lingua ausiliaria internazionale derivata dalla semplificazione del latino classico. Nacque in una modesta fattoria chiamata "Tetto Galant" presso la frazione di Spinetta di Cuneo. Fu il secondogenito di Bartolomeo P. e Rosa Cavallo; sette anni prima era nato il fratello maggiore Michele e successivamente nacquero Francesco, Bartolomeo e la sorella Rosa. Dopo un inizio estremamente difficile (doveva ogni mattina fare svariati chilometri prima di raggiungere la scuola), la famiglia si trasferì a Cuneo. Il fratello della madre, Giuseppe Michele Cavallo, accortosi delle sue notevoli capacità intellettive, lo invitò a raggiungerlo a Torino, dove continuò i suoi studi presso il Liceo classico Cavour. Assistente di Angelo Genocchi all'Torino, divenne professore di calcolo infinitesimale presso lo stesso ateneo a partire dal 1890.  Vittima della sua stessa eccentricità, che lo portava ad insegnare logica in un corso di calcolo infinitesimale, fu più volte allontanato dall'insegnamento a dispetto della sua fama internazionale, perché "più di una volta, perduto dietro ai suoi calcoli, [..] dimenticò di presentarsi alle sessioni di esame".  Ricordi del grande matematico (e non solo della vita familiare) sono raccontati con grazia e ammirazione nel romanzo biografico Una giovinezza inventata della pronipote Lalla Romano, scrittrice e poetessa. Aderì alla massoneria, iniziato nella loggia Alighieri di Torino guidata dal socialista  Lerda.  Morì nella sua casa di campagna a Cavoretto, presso Torino, per un attacco di cuore che lo colse nella notte.  Il matematico piemontese fu capostipite di una scuola di matematici italiani, tra i quali possiamo annoverare Vailati, Castellano, Burali-Forti, Padoa, Vacca, Pieri e Boggio. Peano precisa la definizione del limite superiore e fornì il primo esempio di una curva che riempie una superficie -- la cosiddetta "curva di Peano", uno dei primi esempi di frattale -- mettendo così in evidenza come la definizione di curva allora vigente non fosse conforme a quanto intuitivamente si intende per curva.  Da questo lavoro partì la revisione del concetto di curva, che fu ridefinito da Jordan (curva secondo Jordan).  Fu anche uno dei padri del calcolo vettoriale insieme a Levi-Civita. Dimostra importanti proprietà delle equazioni differenziali ordinarie e idea un metodo di integrazione per successive approssimazioni.  Sviluppa il Formulario mathematico, scritto dapprima in francese e nelle ultime versioni in interlingua, come chiama il suo latino sine flexione, contenente oltre 4000 tra teoremi e formule, per la maggior parte dimostrate. Da un eccezionale contributo alla logica delle classi, elaborando un simbolismo di grande chiarezza e semplicità. Da una definizione assiomatica dei numeri naturali, i famosi assiomi di P. che vennero poi ripresi da Russell e Whitehead nei loro Principia Mathematica per sviluppare la teoria dei tipi.  I contributi di Peano sulla logica furono osservati con molta attenzione da Russell, mentre i contributi di aritmetica e di teoria dei numeri furono osservati con molta attenzione da Vailati, il quale sintetizzava in Italia il passaggio tra l'esame delle questioni fondamentali e l'applicazione di metodiche di analisi del linguaggio scientifico, tipica degli studi logici e matematici, e anche specifica gli interessi di storia della scienza, allargando la prospettiva anche agli studi sociali. Per questo P. ha dei contatti molto stretti con il mondo degli studiosi di logica e di filosofia del linguaggio nonché gli studiosi di scienze sociali empiriche (Cfr. Rinzivillo, P., Vailati. Contributi invisibili in Rinzivillo, Una Epistemologia senza storia” (Roma Nuova Cultura). Ha ampi riconoscimenti negli ambienti filosofici più aperti alle esigenze e alle implicazioni critiche della nuova logica formale. E affascinato dall'ideale leibniziano della lingua universale e sviluppa il "latino sine flexione", lingua con la quale cercò di tenere i suoi interventi ai congressi internazionali di Londra e Toronto. Tale lingua e concepita per semplificazione della grammatica ed eliminazione delle forme irregolari, applicandola a un numero di vocaboli "minimo comune denominatore" tra quelli principalmente di origine latina rimasti in uso nell’italiano. Uno dei grandi meriti della sua opera sta nella ricerca della chiarezza e della semplicità. Contributo fondamentale che gli si riconosce è la definizione di notazioni matematiche entrate nell'uso corrente, come, per esempio, il simbolo di appartenenza (“x A”) e il quantificatore esistenziale "".  Tutta l'opera di P. verte sulla ricerca della semplificazione, dello sviluppo di una notazione sintetica, base del progetto del Formulario, fino alla definizione del latino sine flexione. La ricerca del rigore e della semplicità lo portano P. ad acquistare una macchina per la stampa, allo scopo di comporre e verificare di persona i tipi per la “Rivista di Matematica” da lui diretta e per le altre pubblicazioni. Raccolge una serie di note per le tipografie relative alla stampa di testi di matematica, uno per tutti il suo consiglio di stampare le formule su righe isolate, cosa che ora viene data per scontata, ma che non lo era ai suoi tempi. Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia Ufficiale della Corona Commendatore della corona L'asteroide  P. è stato battezzato così in suo onore.  Il dipartimento di Matematica di Torino è a lui dedicato. Molti licei in Italia portano il suo nome, come ad esempio a Roma, Cuneo, Tortona, Monterotondo, Cinisello Balsamo o Marsico Nuovo, così come la scuola di Tetto Canale, vicina alla sua città natale. Saggi: “Aritmetica”; “Algebra” (Torino, Paravia,); “Forma matematica” (Torino, Bocca); “Calcolo differenziale”; “Calcolo integrale” (Torino: Bocca); “Analisi infinitesimale” (Candeletti); “Calcolo infinitesimale e geometria” (Torino: Bocca), “Logica della geometria” (Torino: Bocca)”; “Principio dell’arimmetica” (Torino, Paravia); “Giochi di aritmetica e problemi interessanti” (Paravia, Torino). Provai una grande ammirazione per lui quando lo incontrai per la prima volta al Congresso di Filosofia, che e dominato dall'esattezza della sua mente. Russell. Amico, Storie della scuola italiana. Dalle origini (Zanichelli, Bologna); Celebrazione, Luciano e Roero Torino); “Storia di un matematico” (Boringhieri).  L. Romano, “Una giovinezza inventata” (Torino, Einaudi); Racconta episodi del rapporto con il prozio Giuseppe.  Assiomi di P., Glottoteta, Lingua artificiale, Matematica, Latino sine flexion, Cassina Calcolatori ternari M. Gramegna  Treccani Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. E P. stregò Russell. The third kind of term, things, are only the entities indicated by proper names, but they have no additional relation with other terms. This leads Russell to consider the sole denoting concept which presupposes uniqueness -- "the.” Russell admits the great importance of this term, recognizes the merit of P.'s notation, and attributes to P. the capacity to make possible genuine mathematical definitions defining terms which are not concepts, the meaning of a word with its indication-reference and the meaning of a denoting concept with its denotation. P. does something more than provide the standard notation. The pre-eminence of a description over other forms of denotation is definitive. The notation for a description is inspired in the Peanesque symbolism (i.e. "laeb"). Membership to a class is replaced by a propositional function (i.e. (l£)(<I>X)). A propositional function is explained as a certain denoting function of <l>x, which, if <1>£ is true for one and only one value ofx, denotes that value, but in any other case denotes (P).p. Perhaps most interestingly for us is the insistence on the indefinability of "the" – P.'s inverted iota is already used -- together with the notion of denotation. The article, as published, adds the expression of the main definition in terms of propositional functions together with the previous manuscript definition in P.'s terms of existence and uniqueness, albeit if not in symbolic form. The two essential definitions are Principia, * 14.01.02: . \jI(IX)(epX) • =.(3b) : epx •=~ .x=b : \jib E ! ( 7 X ) ( e p X ) • = . ( 3 b ) : 4 > x . =• . x = b. This expresses the conditions of existence and uniqueness essentially with P.’s resources, i.e., in terms of quantification and identity, although adding propositional functions. P. has different vresources to eliminate the definite article – his inverted iota -- from a proposition. P. actually recommends this line in cases where the required conditions of existence and uniqueness are doubtful, precisely through a sort of definition in use. The descriptor is by no means indefinable in his system.  Russell:  "I read Schrader on Relations and found his methods hopeless, but P. gave just what I wanted (Letter to Jourdain, in Grattan-Guinness). If, as Russell maintains in Principia, following P., that a definition is to be always nominal, the definienda is only an abbreviation. Russell formulates his principle to preserve the admissible part of Bradley’s analysis -- (his methodological and analytical resourses -- and almost the entire Moore, in so far as they were compatible with the requirements of Peano's logic. Some of the mostti mportant ideas and symbolic devices that made Russell's theory of descriptions possible are already present in essays Peano that Russell knows well. We may proceed by a detailed comparison between the relevant parts of Russells theory -- including manuscripts now published-and some of Frege and, . . ht as well as a discussion of numerous possible obJectlons that P.’s mSig s, . . fl db could be posed to the main claim. Even if Russell was not actually influenced by those insights, the parallelisma are close enough to be worth analyzig, especially in the case of P., whose writings are not very well known.  (r) can be clearly found in Frege and Peano, that (2) was almost admitted by Frege and was admitted explicitly-including the symbolic expression by P.. THE SYMBOLIC ELIMINATION OF "THE" IN P.. The source in P. of the symbols relevant to Russell's theory of descriptions have been noted and sometimes explained (see, .for instance, 1988a and 199Ia, Chap. 3). I will confine myself to recalling that they were the letter iota (i) for the unit class, and the same letter inverted (1), or denied ("fa), for the only member of thiS class, i. e., the definite article of ordinary language. P.'s ideas evolved in three stages towards greater precision in the treatment of a description. This last P. starts from the definition in terms of the unit class. He then adds a series of possible definitions (the ones allowing an alternative logic al order), one of which offers this equivalence. P. introduces his fundamental d~fimt~on ~f the u:l1t class as the class such that all of its members are identical. In P.’s symbols, tx =ye (y =x). Likewise, P. defines indirectly the.unique member of such a class: x = "fa • = • a = tx. However, concerning the definability of the definite article, P. adds the crucial idea that any proposition containing “the” can be reduced to. the for,? ta eb, and thiS, again, to the inclusion of the referr~d .um~ class in the oth~r class (a ~ b), which already supposes the elimination of the symbol t: Thus, P. says, we can avoid an identity whose first member contams thiS symbol. Here we find the assertion that the only individual belonging to a unit II As an anonymous referee pointed out to me, one ~aj~rdifferenc~between P. and Russell's treatment of classes in the context of descnption theolJ' is that, while, for Peano, a description combines a class abstract with the inverse of the umt class operator, for Russell the free use of class abstracts is not available due to the discovery of paradoxes. P. does not explicitly state that the mentioned expression would be meaningless, but rather "nous ne donnons pas de signification a ce symbole si la classe a est nulle, ou si elle contient plusieurs individus.” But this is equivalent in practice, given that if we do not meet the two mentioned conditions, the symbol cannot be used at all. There are, however, other ways of eliminating the same symbols according to P.. One which is very similar and depends on the same hypothesis: laE b. = : a = tx. :Jx • Xc b(ibid).   class (a) such that it belongs to another class (b) is equal to the existence of exactly one element such that this element is a member of that class (b). In other words: "the only member of a belongs to b" is to be the same as "there is at least one x such that (i) the unit class a is equal to the class constituted by x, and (ii) x belongs to b" (or "the class of x such that a is the class constituted by x, and that x belongs to b, is not an empty class"). This seems to be equivalent to Russell's definition. P., of course, speaks in terms of classes instead of a propositional function, i. e., in terms of the property or the predicate, which define a class – P. often read the membership symbol as "is" -- which expresses the same idea in a way where any reference to the letter iota has been eliminated. We can read now "the only member of a belongs to b" as the same as "there is at least one x such that (i) the unit class a is equal to all the y such that y =x, and (ii) x belongs to b" (or "the class of x such that they constitute the class ofy, and that they constitute the class a, and that in addition they belong to the class b, is not an empty class"). Thus, the full elimination underlies the definition, although P., in lacking a specifically explicit philosophical goals, shows no interest in making this point. Peano is totally aware of the importance of this device as a way to reduce the definite article to more primitive logical concepts, i.e. to eliminate it, as a result of which the symbol would cease to be primitive. That is why P. adds that the above definitions "expriment la P[proposition] 1a Eb sous une autre forme, OU ne figure plus Ie signe 1; puisque toute P contenant le signe 1a est reductible a la forme 1aEb,OU bestuneCIs, on pourra eliminer Ie signe 1 dans toute P.” Therefore, the general belief according to which the symbol "1" was necessarily primitive and indefinable for P. is wrong. By pointing out that in the "hypothesis" preceding the quoted definition it is clearly stated that the class "a" is defined as the unit class in terms of the existence and identity of all of their members (i.e. uniqueness): Before making more explicit the parallelism with Russell's theory, let us consider possible objections against this rather strong claim. All of these objections are either misconceptions or simply have no force with regard to P.’s main claim. This is why"a"is equal to the expression ''tx'' (in the second member). The objection could still be maintained by insisting that since"a" can be read as "the unit class", P. did not really achieve the elimination of the idea he was trying to define and eliminate, as it is shown through the occurrence of these words in some of the readings proposed above. However, as I will explain below, the hypothesis preceding the definition only states the meaning of the symbols which are used in the second member. Thus, "a" is stated as "an existing unit class", which has to be (1) It is true that the symbol "1" has disappeared, but in the definiens we still can see the symbol of the unit class, which would refer somehow to the idea that is symbolized by ''tx'', so the descriptor has not been really eliminated. The answer is very simple: for P. there were at least two forms ofdefining this symbol with no need for using the letter iota (in any of its forms). However, the actual substitution would lead us to rather complicated expressions,14 and given P.'s usual way of working (which can be First, by directly replacing tx by its value: y 3(y = x), as defined above. Making the replacement explicit, we have: 14 Starting from this idea, we can interpret the definition as stating that "la Eb" is only an abbreviation for the definiens and dispensing with the conditions stating exist- ence and uniqueness in the hypothesis, which have been incorporated to their new place. Thus, the new hypothesis would contain only the statement of"a" and"b" as being classes, and the final entire definition could be something like the following: la Eb • =:3x 3{a =y 3(y =x) • X Eb}, a, bECls.::J :. ME b. =:3XE([{3aE[w, zEa. ::Jw•z' w= z]} ={ye(y= x)}] •XEb), a E Cis. 3a: x, yEa. ~x.y.X = y: bE CIs •~ : ... (Ibid.) understood in this way: " 'a' stands for a non-empty class su~h that all of its members are identical." Therefore, we can replace "a", wherever it occurs, by its meaning, given that this interpretation works as only a purely nominal definition, i.e. a convenient abbreviation.  characterized as the constant search for shorter and more convenient formulas), it is quite understandable that he preferred to avoid it. In fact, the operation is by no means necessary, for the symbolic expression above was already enough to obtain the full elimination of the descriptor. We must not forget that the important thing is not the intu- itive and superficial similarity between the symbols "la" and ''tx'', caused simply by the appearance of the letter iota in both cases, or the intuitive meaning of the words "the unit class", but the conditions under which these expressions have been introduced in the system, which were completely clear and explicit in the first definition.IS "k e K" as "k is a class"; see also the hypothesis from above for another example). But this by no means involves confusion with i~clusion,as. it is shown by the fact that P. soon added four defimte properties precisely distinguishing both notions, which made it po~siblefor.hi~~.~ for Russell himself, to preserve the useful and convenient readmg is (2) The supposed elimination is a failure, for (i) it depends upon Peano's confusion of class membership and class inclusion, so that (ii) a singleton class (la) and its sole member (lX) are not clearly distinct notions; it follows that (iii) "a" is both a class and, according to the interpretation of the definition, an individual (iv), as is shown by joining the hypothesis preceding the definition and the definition itself This multiple objection is very interesting because it can be taken as proceed- ing from the received view on P., according to which his logic not only falls s~ort ofstrict logical standards, but also contains some import- ant confuSions here and there. However, the four points can easily be s~own t? be mistaken. (Incidentally, I think this could have been recog- mzed With pleasure by Russell himself, who always thought of P. and his school as being strangely free oflogical confusions and mistakes.) . Fir~t, it ~n hard~y be said that P. confused membership and mcluslOn, given that it was he himselfwho introduced the distinction through his symbol "e" (previously to, and therefore independently of, Frege). If the objection means (which is rather unlikely) that P. would admit the symbol for membership as taking place between two classes, it is true that this was the case when he used it to indicate the meaning of some symbols, but only through the reading "is" (e.g. full clarity that"1" (T) makes sense only before individuals, and ''t'' before classes, no matter which particular symbols we use for these notions. Thus, ''ta'', like "tx", both have to. be read as "the class consti- tuted by ...", and" la" as "the only member of a". Therefore, although P., to my knowledge, never used "lX" (probably because he always which could be read as " 'a and b being classes, "the only member of a belongs to b" is to be the same as "there is at least one x such that (i) 'there is at least one a such that for eve~,': and z belonging to a,.w = z' is equal to 't~ey such that y =. x', and (ii) x belongs to b,where both the letter Iota and the words the unit class" have disappeared from the definiens. aeCis.3a:x,yea.-::Jx,y. x=y:beCIs•~:. . l a e b . = : 3 x 3(a = t x . x e b), 15 There is a well-known similar example in the apparent vicious circle of Frege's famous definition ofnumber. the reply to objection (1). There are other, minor objections as well. Second, "la" does notstand for the singleton class. P. stated with thought in terms of classes), had he done so its meaning, of course, would have been exactly the same as "la", with no confusion at all. Third, "a" stands for a class because it is so stated in the hypothesis, although it can represent an individual when preceded by the descriptor, and together with it, i.e. when both constitute a new symb.ol as a w.hol~. Here P.'s habit could perhaps be better understood by mterpretmg it in terms of propositional functions, and then by seeing" la" as being somewhat similar to <!>x, no matter what reasons ofconvenience led him to prefer symbols generally used for classes ("a" instead of"x"). There is little doubt that this makes a difference with Russell. It could even be said that while, for Peano, the inverted iota is the symbol for an operator on classes, which leads us to a new term when it flanks a term, for Russell it was only a part of an "incomplete symbol". I am not sure about P.'s answer to this, but at any rate for him the descriptor could be eliminated only in conjunction with the rest of the full express- ion "la e b", so that the most relevant point of similarity again can be found in P.. Last, there is no problem when we join the original hypothesis and the definition: as I have pointed out in the interpretation contained in the last part of (3) If, as it seems, "a" is affected by the quantifier in the hypothesis, then it is a variable which occurs both free and bound in the formula (if it is a constant, no quantifier is needed). I am not sure about the possible reply by P. himself Perhaps he did not always distinguish with present standards o f clarity between the several senses o f "existence" (or related differences) involved in his various uses of quantifiers,r6 but in principle there is no p'roblem when a variable appears both bound and free in the same expression, although in different occurrences. At any rate, I cannot see how this could affect my main claim; the important thing here is to recognize the fundamental similarities between the elim- ination of the descriptor in P. and Russell. However, in the several readings I proposed I hope to have clarified a little the role of ".3" in P. . (5) P. could hardly have thought that he was capable of eliminat- ing the descriptor, for he continued to use the symbol and his whole system depended on it as a primitive idea.IS The only additional reply is that only reasons ofconvenience can explain the retaining ofa symbol in a system in cases where the symbol can be defined, i.e. eliminated. (After all, Russell- himself continued to use the descriptor after its elimination by means of his theory of descriptions.) But, as we have seen, there is no doubt P. thought that the descriptor could easily be eliminated from propositions. (4) Russell rejected definitions under hypothesis, therefore he would have rejected the Peanian definition of the descriptor. Of course, we must admit that Russell (like Frege) rejected this kind ofdefinition, but this took place especially in the context of the unrestricted variable of Principia.I ? Besides, he himself used this kind of definition for a long period once he mastered P.'s system. It was because he interpreted these definitions as P. did, i.e. merely as -a device for fixing the meaning of the letters used in the relevant symbolic expressions. Thus, when for instance one reads, after whatever symbolic definition, things like" 'x' being ..." or" 'y' being ...", this would really be a definition under hypothesis, but, of course, only because the meaning of the sym- bols used always has to be determined somehow. Anyway, there is no point in continuing the discussion ofthis objection, given that it is hard- ly relevant to my main claim. Even if P.'s original elimination of the descriptor does not work because of its taking place in the framework of a merely conditional definition, the force of his original insight could well have influenced Russell; at any rate, it is worth knowing in itself (6) The reduction mentioned, even if it really took place, was by no means followed by the philosophical framework which made Russell's theory of descriptions one of the most important logical successes of the century. Thus, P. did not realize the importance of the elimination. This last point can hardly be denied, but P.'s goals were very different from Russell's, so I think that to point out a "lack" like this makeslittle sense from a historical point ofview. 16 I would like to recall here that it was P. himselfwho discovered the distinction between bound and free variables (which he respectively called "apparent" and "real"), and probably-and independently of Frege-also the existential and universal quantification (see my I988a and I99Ia for a detailed account of both achievements). Quine wrote that "1" was a primitive and indefin- able idea in P. However, now that we have exchanged several letters concerning an earlier version ofthis article, I must say he has changed his mind. His letter to me ofII October 1990 contains the following passage: "I am happy to get straight on P. on descriptions. I checked your reference and I fully agree. P. deserves all the credit for it that has been heaped on Russell (except perhaps for Russell's elaboration of the philosophical lesson of contextual definition)". As for the sense in which the philosophical consequences of the elimination of the descriptor were not very important for P., I have faced the problem in my reply to an objection. And also in previous stages, through the (finally unsuccessful) attempt at a substitutional theory based upon propositions, with no classes and no propositional functions. . For according to him the descriptor cannot be defined in isolation, but only in the context of the class (a) from which it is the only member (la), and also in the context of the clas~ from which that class is a member, at least to the extent that the class a is included in the class b, although this supposes no confusion between membership and inclusion; see the second point of my reply to objection (2) above. I think this is just the right interpretation ofthe whole expression"1a Eb". In any case, I cannot help being convinced that none of these objec- tions seems to have any force against my main claim: that the elimin- ation of the descriptor was present in P. with essentially the same symbolic resources as in Russell. This is equivalent to the first two claims at the beginning of this paper: P. clearly stated the conditions of existence and uniqueness as providing the true significance of the descriptor; and (2) he had enough symbolic techniques for dispensing with it, including those required for constructinga definition in use. We have a few relevant passages, but the clearest one occurs. There we can read that" Ta" is meaningless if the conditions of existence and uniqueness are not ful- filled. Thus, even the third claim was made by P.. Perhaps under certain different interpretations of P.'s devices it could be shown that his elimination of the descriptor was not exactly equivalent (in the tech- nical sense) to Russell's. Yet even if so, I think that from the historical viewpoint, which means to do justice both to P. and Russell, it is important to know that P. had these resources at his disposal,' and that they may have influenced Russell. However, we can see the heritage from P. in a clearer way if we compare the definition with the version for classes in the same letter: . The parallelism is therefore complete, but before finishing this paper I want to insist on my main claims by resorting now to one of Russell's manuscripts, "On Fundamentals. First, we find there a definition stated in terms similar to P.'s, and with almost exactly the same symbolic resources: Finally, I am not accusing Russell of plagiarism. I only affirm that some ofthe ideas and devices which are important for the eliminative definition of the descriptor were already present in Frege and P., including the conceptual and symbolic resources, and that these works are ones that Russell had studied in detail before his own theory was formulated. Second, the later improvement of this definition is precisely in the sense of making clearer that, although the method of the propositional function was preferable to the one of class membership, the symbolic expression of the conditions of existence and uniqueness is preserved. Even the idea -- also coming from P. -- according to which we cannot define the expression “la" alone, but always in the context of a class (which in Russell became the form of a propositional function), appears here. Benacerraf, and Putnam, Philosophy of Mathematics  (Cambridge). The first appearance of Russell's definition, under the form which was adopted as final, took place, not in "On Denoting", but in a letter to Jourdain: According to that, all other influences must be regarded as secondary. Concerning Meinong's influence, for Russell the principle of subsistence disappears as a consequence of the eliminative construction of the definite article, which was a result of the new semantic monism. Russell's later attitude to Meinong as a "main enemy" was only a comfortable recourse (v. however, Griffin). As for Bacher, Russell himself admitted some influence from his nominalism.  In fact, Bacher describes mathematical objects as "mere symbols" and he advises Russell to follow this line of work in a letter (only two months before Russell's key idea): "the 'class as one' is merely a symbol or name which we choose at pleasure" (quoted by Lackey [Russell). Finally, for MacColl it is necessary to mention his essay where he spoke of "symbolic universes", which include things like round squares, and also spoke of "symbolic existence". Russell pub- lished his essay as a direct response to this author, and there we can see some conclusions from the unpublished manuscripts, although still by solving peculiar cases in a Fregean context. I agree with Grattan-Guinness that MacColl was an important part of the context of Russell's ideas on denoting (personal communication), but I have no room here to devote to the matter. There is, however, a previous occurrence of this definition in the,manuscript "On 'JI(lX)(<I>x)•=•(:3b):<j>x.=x.X =b:'JIb. (Grattan-Guinness  Substitution"  written with only slight symbolic differences. I am indebted to Landini for the historical point. 'JI(t'u)•=:(:3b):xEU.=x.X =b:'JIb. Peano, G., as. Opere Scelte, ed. U. Cassina, Roma: Cremonese, Studii di logica matematica". Repr. Logique mathematique. Repr. Analisi della teoria dei vettori, repr. Formules de logique mathematique. CONGRESSO INTERNAZIONALE DI FILOSOFIA   BOLOGNA. Una questione grammatica RAZIONALE, speculativa, filosofica – morfo-sintattica, semantica, prammatica. STftBILIMEMro iJOLICiKMNCO EMILIHMO BOLOarifì. Discorso. UNA QUESTIONE DI GRAMMATICA RAZIONALE. Leibniz, nel suo saggio “de grammatica rationali” pone  le basi di un nuovo campo di studi, che solo in questi ultimi tempi comincia ad essere coltivato. Il compianto VAILATI (si veda), rapito or sono due anni da immatura morte alla filosofìa, presenta al Congresso della Società Italiana pel progresso delle scienza, tenutosi a Firenze e pubblica un saggio, La grammatica dell’algebra, ove studia a che cosa corrispondano gl’elementi grammaticali – sintattica, semantica e prammatica – in una formula – logica o algebrica. P. tratta del valore logico – semantico -- delle categorie “grammaticali” – sintattica, semantica, prammatica.   La grammatica latina di DONATO (la prima, essecutata in eta volgare) classifica le espressioni in categorie o, meglio, parti del discorso, -- le otto parti dell’orazione -- chiamate I nome sostantivo, nome aggettivo,  pronome, verbo, avverbio, preposizione, intergezione, etc. Il loro numero è generalmente nove. Alcuni grammatici posteriori al Donato ne hanno meno. La grammatica  greca di Dioniso ne hanno dieci, compreso l’ articolo – soppresso nella lingua latina, ma represso nella lingua italiana e nella lingua francese. Questo numero  dieci è fìsso nella grammatica francese ispirata da DONATO. I italiani sono  più variabili, o volatili – la prima grammatica del volgare e di un filosofo che parla una forma molto primitiva del toscano! Peano si propone di esaminare se questa classificazione – di DONATO, basato nel VARRONE, o nella grammatica volgare del toscano – “grammatica sine authore – sia meramente formale o REALE, cioè se l’essere una espressione nome  sostantivo, nome aggettivo (Grice da un solo essempio, “shaggy”) o verbo, o avverbio (“non), o preposizione, o congiunzione (“e,” “o”, “se”) è una proprietà dell’ente che l’espressione indica, ovvero solo meramente della forma dell’espressione   La questione presenta un interesse di attualità, ora che  molti si occupano di lingue inter-nazionali, più o meno artificiali. Il Volapiik, in grande voga or sono venti anni,  termina ogni nome aggettivo colla desinenza indo-europea, aria, o indo-germanica “-ico”  del tipo latino “prosaico,” “publico,” “classico,” ed ellenistico “logico,” “geometrico,” “conico,” ecc. Questa idea, sotto forme diverse,  e adottata da alcuni filosofi di interlingue più recenti. Il Deutero-Esperanto di H. P. Grice, nelle varie forme, fa terminare ogni nome sostantivo in “-o” e ogni nome aggettivo in “-a.” (L’essempio di Grice: “shaggy-a”. Quindi i filosofi di queste lingue ritengono che la classificazione delle parti del discorso – parti dell’orazione -- e non meramente formale, ma reale.  Un esempio rischiarerà la differenza fra proprietà reale  e proprietà formale – use and mention – Grice, la parola ‘MOTHER’ used as a paper-wright. Le proposizioni, L’uomo è animale razionale,” “ “Uomo” consta di quattro lettere” esprimono rispettivamente una proprietà reale o materiale ed una formale di “uomo”. Si suol anche dire che la prima esprime  una *proprietà* dell 'ente uomo (linguaggio oggeto) e la seconda una proprietà  dell’espressione ‘uomo’ (meta-linguaggio).   Si tratta di vedere se la proposizione:  “uomo è sostantivo”  e del tipo formale o reale.  Un criterio che spesso permette di distinguere una proprietà reale da una formale o meramente verbale – o espressiva -- è la versione della proposizione in altra lingua, come nel francese. Cosi se al posto di uomo metto l’equivalente francese ‘homme’, la proprietà reale  rimane vera – French men are rational --,  la formale non è più verificata, perche “homme” consta di cinque lettere, non quattro, come nella lingua italiana. Questo criterio non  basta sempre. Per es. se sostituisco l’italiano “uomo” con, allora, il latino “homo,” tanto la proprietà reale  quanto la proprieta formale risultano verificate. La versione della  proposizione nelle lingue europee, non permette di riconoscere  chiaramente se sostantivo sia una proprietà meramente formale dell’espressione o reale del topico che si tratta, perchè la grammatiche della lingua italiana (‘sine autore’) adotta la nomenclatura della grammatica latina di DONATO che si  adatta loro abbastanza bene, perchè una lingua neo-latina come l’italiano o il francese sono tutte parenti prossime del latino.  Esse non sono che varie fisionomie di una stessa lingua. Qualche differenza già si intravvede. II latino “homo” è  certamente un nome sostantivo perché ha tutta la declinazione:  nominativo: homo, familiaris o genitivo: hominis, dativo: homini, causativo hominem, ablativo homini, locativo homine, vocativo, homine, etc. Invece l’inglese “man” è dato  nei vocabolari o come un sostantivo, = I. uomo, o come  un *verbo* attivo, nel senso di equipaggiare una nave, di  provvedere di soldati un forte, etc. La differenza si fa più evidente, confrontando lingue di  origine differente. La distinzione fra la proprietà reale e la proprieta formale si incontra pure in matematica o arimmetica (Austin, Frege). Il segno “=” indica  sempre l’eguaglianza fra i valori dei due membri (Clark Kent = Superman). Ma “Clark Kent e meno da Superman, x<y, o mai da Superman (x>y) e un assurdo. Da x~y,  segue che ogni proprietà *reale* di a: è pure una proprietà  reale di y. Le proprietà formali possono essere diverse. Delle  due proposizioni:   */, è frazione minore di 1.  s / 3 è frazione irreduttibile,   la prima esprime una proprietà reale, la seconda una formale di s / 3 . Essendo */ 3 = */, sostituendo alla prima forma la seconda, la prima proposizione rimane vera, la seconda  falsa. Bréal, nell’ Essai de  sémantique (Paris), dice: Il y a des langues qui ne distinguent pas les categories. La stessa osservazione è ripetuta più volte da Mùller. In “The science  of Thought, London, egli spiega che le dieci categorie del LIZIO – I SUBSTANTIA OvGlu, II QVALITAS stoGÓv, III QVANTITAS tcoióv, IV RELATIO xyóg ti, V tcov. •xot £, VI xbìó9'CU ì VII tytup sroiffr,  VIII nàd'ft IX X tv -- dopo essersi fuse, decomposte e trasformate, diedero luogo  alle dieci parti dell’orazione delle grammatica di DIONISO e DONATO (per la lingua latina).  Mùller osserva che il LIZIO trasse le dieci  categorie, non dalle grammatica greca di DIONISO (ancora da scriversi), ma dalla *lingua* greca. E che se il rettore del LIZIO (questo Aristottele)i, invece che un provinciale che adotta il greco volgare parlato a Stagira, fosse stato (o parlato) semita o cinese, avrebbe latto una differente classificazione in categorie. Ma possiamo osservare il carattere formale delle categorie *grammaticali* -- d’espressione --, nella lingua italiana nostra *senza* ricorrere a una lingua non europee.  Considero ad esempio la proposizione di Fedro [1, fij. Sic est locutus “leo,” ego primam tollo, nominor *quia* “leo” – Huxley: Rightly is a pig named ‘pig’. Qui, “ego = leo.” (Io sono un leone – tu sei la crema del mio caffe). Ma “leo” (o crema) è nome sostantivo secondo le grammatica senza autore – italiana --, ego è pronome, dunque:   pronome = sostantivo, cioò ogni pronome è un sostantivo ed ogni sostantivo può  essere rappresentato da un pronome – “questo,” “quello” – Bradley, thisness, thatness, Merton/Magdalen, Oxford.  La differenza fra nome sostantivo e pro-nome (cioe, quello che sta PRO nomine -- non e pertanto  reale; ma meramente formale o dell’espressione, e precisamente *morfologica* -- o lessica – la forma, morphe – morfologia morfo-sintassi. I pro-nomi nella lingua latina hanno una declinazione differente dalle cinque  dei nomi sostantivi *propriamente detti*, quindi conviene, come osserva l’autore della grammatica senza autore, di farne una categoria a parte.  L’identità fra pro-nome e nome sostantivo è indicata dalla  stessa espressione grammaticale – da Dioniso a Donato – “pro-nome,” che significa letteralmente: che *e  le veci* di un nome o nome sostantivo, ma che si deve intendere che ha il valore di un sostantivo.  Il valore di un pronome cambia con il contesto del discorso o della profferenza (the context of utterance, citato da Grice, tratto da FIRTH e GARDINER --, secondo la persona che parla – il proferente -- ed a cui si parla – il recipiente. Ma ciò non modifica l’eguaglianza fra pro-nome e nome sosntantivo. Anche in algebra le lettere “x” ed g hanno un valore *variabile* (non costante) colla questione. Ma se in una questione risulta x = 2,  segue che x è un intero, pari e primo al pari di 2, cosi si da “ego leo” segue che “ego” ha la proprietà di essere un  nome sostantivo, al pari di “leo” -- supposto che la proprietà di essere un nome sostantivo è reale. Anche l’*avverbio*, qua e là, ha un valore dipendente dalla persona che parla --- o del ‘profferente,’ come dicevano i dialettici delle scole. Pure l’avverbio “là” non si mette in una classe a parte, ma si mettono nella stessa classe degl’avverbi, con “bene,” “liberciliter” etc., che hanno un valore *costante* e non sensitivo al cotesto. E se ne fa una classe sola perchè tutti indeclinabili. Chi scrive in una lingua europea, come l’italiano, o il francese, può fare a meno di  risolvere il problema se il “pro-nome”  -- come Grice’s “I,” or “Someone” -- è un nome sostantivo.  La lingua dei Romani, come dice Varrone,  si ha sviluppata per secoli prima che ad  essa si applicasse la nomenclatura grammaticale – a Roma, i grammatici erano i schiavi. Chi  scrive in Deutero-Esperanto, sotto una delle sue varie forme, deve  cominciare a risolvere questo problema per sapere se ai  pronomi deve dare o no la caratteristica “-o.” E mentre  la maggioranza dei filosofi non considera il pro-nome quale nome sostantivo,  una minoranza, con a capo LEMAIRE lo considera *logicamente* -- o concettualmente, o in termini della grammatica filosofica o grammatica razionale o grammatica speculativa -- come un nome sostantivo e dà  loro la desinenza “-o.” Passo ora alla relazione fra il nome sostantivo (“leo”) ed il nome aggettivo (“shaggy”) – AD-IECTVM. Il  Larousse dà le definizioni seguenti. Un “nom substantif” e un “mot qui *dèsigne* une personue, ou une chose.” Un “nom adjectif” e un “mot qui seri à *qualifier* une personnem ou une chose.  Considero i due giudizi: Pietro è buono. Paolo e bravo. Pietro è poeta.  Paolo e filosofo. Essi hanno la stessa costruzione; “buono” (o “bravo”) e “poeta” (o “vago”) servono egualmente a, per usare la terminologia naif del Larousse, *designare* ma anche *qualificare* la persona Pietro (o Paolo). Cf. Grice on Pegasus pegasusises. Sono amendue nomi di classi di enti. Ma “buono” (o “bravo”) è nome *aggettivo*, “poeta” è nome *sostantivo*. Dunque:   aggettivo = sostantivo. ( fv ad -'iv ’ à. La differenza fondamentale fra il nome sostantivo e il nome aggettivo è  che, in generale, l’aggettivo è accompagnato da – si aggiunge a -- un sostantivo, con cui concorda in numero – singulare, duale, plurale --, genere – maschio, epiceno, femina --,  e caso – retto o monimativo, o obliquo: genitivo, o familiare, accusativo o causativo, dativo, ablativo, locativo. Quindi la  necessità di un capitolo della grammatica (non razionale) che spiega queste flessioni nell’italiano del nome aggettivo nel grado positivo, e quelle dei comparativi (comparativo e superlativo), etc. Ma questa differenza evidentemente appartiene alla morfologia della lingua latina e della lingua italiana o la lingua francese. L’aggettivo può benissimo restar solo come in:  veruni dico, audaces fortuna juvat, miscuit utile  dulci. Cosi nella lingua italiana, “dico il vero” [dico vervm] = “dico cosa vera,” “dico la verità, onde risulta: “il vero” = “cosa vera” = “la verità”.   La concordanza nella lingua latina vive ancora nella linua italiana, limitata  al genere e numero. Il caso è morto – eccetto nelle forme pronominali, “ti amo”; ed è del tutto scomparso in una lingua agglutinativa come la lingua inglese. Quindi per esempio, nell’Enciclopedia  Britannica, nell’articolo sulla grammatica, leggiamo che la distinzione fra nome sostantivo ed nome aggettivo non è applicabile nella lingua inglese (Che idiota ha scritto questo articolo?). Questa distinzione fra nome sostantivo e nome aggetivo sta nella veste. Spogliata la parola – o l’espressione, come dice H. P. Grice -- della veste della concordanza latina, non c’è più criterio per  distinguere il nome sostantivo dal nome aggettivo. Dal fatto che nella lingua latina “bonus” concorda col  soggetto – essempio: Cesare --, chiamno “bonus” i schiavi grammatici nome aggettivo. La grammatica di DONATO, che è la prima grammatica importante,  è dell’era *volgare*. Varrone non necessita grammatica! Si commette un anacronismo e si scambia la causa coll’effetto quando, prima, si  definisce il nome aggettivo (“bonus”) e poi si enuncia la regola della sua  concordanza col nome sostantivo (“dictator bonus”). Come si parla la lingua latina per secoli, prima che nascessero i grammatici, cosi si può continuare a parlare in una lingua moderna come la lingua italiana o la lingua francese, lasciando ai schiavi grammatici la stupida cura di decidere se la differenza fra il nome sostantivo (“dictator”) e il nome aggettivo (“buono”) e meramente formale o reale. Ma chi scrive in una delle forme di Deutero-Esperanto è  costretto a dire dopo ogni parola: questo è un nome sostantivo, questo e un nome aggettivo e questo è un verbo. Ciò ha  senso nella forma latina, che e lingua che H. P. Grice chiama NATURALE, a questa, il Deutero-Esperanto, lingua artificiale,  o, come prefire H. P. Grice, ‘inventata’ -- avendo soppressa la forma latina, la distinzione non è più  possibile.   In conseguenza, i seguaci del Deutero-Esperanto, discutendo  di una cosa non esistente come se esistes, arrivano a  risultati fra loro contradditori. Per esempio, in un sistema  si ha l’eguaglianza:   Pietro è buono-aggettivo  = Pietro è buono-sostantivo. In altro sistema – il Deutero-Esperanto di Grice -- solo la prima forma è  lecita. Ivi, “buono-sostantivo” significa “bontà” e si riferisce a quello che Grice chiama ‘SECOND-order predicate calculus.”  Parimenti l’articolo che ossessiona Strawson è messo dalla maggioranza dei deutero-esperantisti fra i nomi aggettivi. Ma Lemaire osservando che l’articolo “il” deriva da un antico pronome demonstrativo nella lingua latina (“ille”), che è, per Lemaire, un  sostantivo, pone l’articolo definito fra i nomi sostantivi! (“Il presente re di Francia e calvo”).  Poche parole sul carattere formale del verbo. La proposizione latina, Ars longa, vita brevis, corrisponde all’Italiano, l’arte è lunga, la vita è breve. Nella lingua italiana, vi è il verbo “essere” – la copula -- che in latino non sta detto.   Il latino “brevis” corrisponde all'ialiano “è breve”. Ma  “è breve” è il PREDICATO TOTALE della proposizione o orazione, e quindi è un  verbo. Dunque, si conclude, anche la forma latina abbreviata “brevis” è un verbo. Ma questo  è un aggettivo, dunque l’aggettivo — verbo / i u C ttj. Alcuni filosofi della lingua dicono che, in vita brevis, il verbo, la copula,  è sottinteso – sous-entendue – IMPLICATED, implicito --, e che la frase o l’orazione è elittica e entimematica. Ciò significa che l’ “est” non sta DETTO (ma impiegato, implicato) ed è cosa evidente. Non bisogna intendere però che la parola “est” sia stata sottintesa (sous-entendue, empiegate, implicata) o soppressa, non espressa, ma so-pressa;  cioè, che essa parola “est” – o IZZING, come prefirisce Grice -- sia l’abbreviazione di una frase ipotetica più antica contenente l’ “est.” Man mano noi risaliamo nella storia, troviamo la mancanza (soppressione, implicatura, impliciture) della copula “est” sempre più frequente.   La incontriamo in greco ed è ancora frequente in russo.  Altri esempi da Max Muller – da non confendere con Max Miller, il comediante giudeo-inglese cockney --  nix alba = nix albet;  sarculum acutum = sarculum caedit. Quindi la forma originale della proposizione e soggetto (-aggettivo; l’ausiliario “essere” è posteriore. Pare che il suo significato primitivo dell’IZZING di Grice fosse di respirare. Dice Muller. An auxiliary verb is the shadow of a verb, which originally means ‘to grow,’ (become), to dwell, to turn, to breathe. L’identità nome aggettivo = verbo può parere una novità al pubblico moderno, benché nota ai filosofi della lingua. E evidente ai scolari del LIZIO,  chi affermano che “antropos,” “uomo,” è “onoma”, nome, mentre “levxóv” è “rhema,” verbo. Se nome sostantivo = nome aggettivo ed nome aggettivo =  verbo, segue che sostantivo — verbo. Eccone alcuni esempi  diretti. Nel greco tivò'Qanog ùv&Qcòxcp òca jióviov, homo homini deus, e nel pessimista latino, homo homini lupus,  il “deus” e “lupus” valgono come “si comporta come un amico (deus)”  e “si comporta come un nemico (lupus)”, e perciò sono verbi. VACCA (si veda) che visita gran parte  della Cina coll’occhiodel filosofo, mi  cita la frase cinese che risulta dalta triplice ripetizione del  simbolo di uomo, letteralmente tradotta diventa: uomo,  uomo, uomo» e significa: l’uomo tratta umanamente l’umanità. Nulla impedisce di dire che il primo simbolo  è un nominativo, il secondo un verbo, il terzo un accusativo, ma nessun segno indica questa proprietà. Cosi nella scrittura che noi deducemmo dagl’arabi  (non dai romani), “222,” possiamo dire che il primo ‘2’ rappresenta centinaia,  il secondo, decine, e il terzo unità, e cosi enunciamo varie  proprietà delle varie figure “2,” *non* del numero 2.  Le parole soggetto e predicato di una proposizione,  sono termini relativi alla proposizione. Si potrebbe studiare  se le parole ‘sostantivo’ ed ‘aggettivo’ possano avere  valore relativo. Ma mi basta l’aver provato che non hanno valore assoluto, e che una definizione di sostantivo è *impossibile* -- cf. Grice on ‘Fido is shaggy,’ – “It is impossible to expect the philosopher to provide meaning-specifications for all parts of speech, so I will restrict myself to the ‘predicate,’ “shaggy.””. Vedasi sullo stesso soggetto il saggio su «Discussione de  Academia prò Interlingua. Nome compiuto: Giuseppe Peano. Peano. Keywords: implicatura, l’operatore iota. Refs.: Luigi Speranza, “Peano e Grice sull’articolo definito,” -- Luigi Speranza, “Peano e Grice sull’operatore ‘iota’, Deutero-Esperanto, l’errore di Quine, il carattere non primitive dell’operatore iota. --  H. P. Grice, “Definite descriptions in Peano and in the vernacular,” Luigi Speranza, "Grice e Peano: semantica filosofica," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Peano.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pecoraro: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del conflitto – la scuola di Salerno -- filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Salerno). Filosofo italian. Salerno, Campania. Grice: “He must be the only philosopher who philosophised about ecstasis!” Grice: “Many don’t consider him an Italian philosopher seeing that he got his maximal degree without (not within) Italy!” – Filosofo e storico della filosofia italiano. Dopo studi giuridici presso la Facoltà di Scienze Politiche, si laurea in Filosofia presso l´Università di Salerno con una tesi sulla filosofia di Cioran. Collabora con il Corriere della Sera, Il Messaggero, Il Giornale di Napoli come cronista di nera e di giudiziaria. Si avvicina ad alcuni artisti contemporanei che gravitano intorno all´Accademia di belle arti di Brera organizzando due Mostre a Ravello e dedicandosi al coordinamento editoriale dei rispettivi cataloghi. Tra i partecipanti:Paladino, Pisani, Galliani, Knap, Montorsi, Melioli, Battaglia. Un'esperienza che è importante in seguito, quando i tratti metafisici e di rivolta dell´opera d´arte contemporanea verranno riscoperti in chiave nichilista.  Fonda "Quadranti" dedicato a Marotta dell´Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli.  È possibile dividere il percorso di studi e del suo pensiero in due momenti distinti.  Il primo, attivismo filosofico, comprende tutte le attività e le iniziative tese a vivacizzare e svecchiare il dibattito critico e filosofico; la divulgazione di temi e autori poco studiati --  tecnoscienza, Nichilismo, Filosofia del suicidio, Metafisica e Teatro, Vattimo, Esposito, Agamben. Contatto con Vattimo, Esposito, Givone, Volpi, Mattei, Ferraris. Studia nichilismo, suicidio e filosofia negative, politica e morale.  Una filosofia disperata e negativa, assolutamente slegata da prospettive etico-politiche. Si tratta di una filosofia fondata sul nichilismo e su una tradizione di filosofi maledetti. I voyeuristic "esteticamente salvificano di un datato phatos esistenzialista, del “tutto è vano” risultato ultimo della sua analisi filosofica del suicidio, della psicanalisi e dei lacci concettuali e storici tra nichilismo, nullae negazione.  Il risultato è una filosofia anti-fondazionale, che poggia le sue radici in una inter-soggettività pessimista e malincolica, che nega qualsiasi etica, sociale e politica estremizzando così l´accusa contro l´umano e tutte le sue costruzioni sociali, storiche e morali.  In questo orizzonte di assenza di senso, decadenza e corruzione metafisica, l´unica, eventuale, maniera di ribellarsi e resistere si concretizza, paradossalmente, nell´appello alla responsabilità e all´azione di un noi (Freud ego et nos) tragico-nichilista --  Ricerca un orizzonte di senso diverso e più profondo che lo porta, però, alla perdita quasi totale dei suoi precedenti fili conduttori.  Interessi, letture, pubblicazioni, ricerche si frammentano e perdono in intensità e chiarezza. Decisive, in questa fase, sono le questioni etico-politiche, la critica dell´umanismo sociale contemporaneo e l´impegno filosofico. In primo luogo devono essere segnalati, per l´importanza che rivestono, i due Seminari tenuti presso l´Istituto per gli studi Filosofici di Napoli dedicato al “Bio-potere" e la Bio-politica" Riformula il concetto di bio-potere usando come chiave interpretativa il "Bios" di Esposito. La bio-politica discute e mette alla prova la sua lettura radicalmente sistematica”della volontà di potenza, avvento dell´oltre-uomo e ultrapassamento del nichilismo. Oltre a questi due temi, il rigetto del relativimo, lo studio delle relazioni tra massa e potere; l´affermazione di una visione essenzialista dell´umano, la riscoperta della psicanalisi, del movimento Modernista. Elabora di un percorso teorico che, fondandosi sulla necessità di pensare il presente e non il future di una filosofia dell’attuale  e sulla convinzione che le categorie filosofiche sono obsolete e dannose per spiegare e trasformare il mondo, si concentra in due diversi ambiti di ricerca in una complessa e non risolta tensione tra aspirazioni pluriversalistiche e l´impegno filosofico nella realtà e nella cultura. Il primo etico-morale si occupa delle condizioni di possibilità di forme dell’inter-soggettivo nell´epoca dei "diritti di tutte le cose del mondo" e della reazione alla crisi di fondamenti, delineando quindi le basi di una filosofia del dovere di stampo post-illuminista.  Il secondo opolitico-sociale– attraverso la critica del politicamente corretto e della retorica democratica, la de-costruzione del concetto di democrazia attraverso la ripresa dell´idea di servitù volontaria, la lotta contro il fascismo tende a ripensare il concetto di democrazia e la pratica democratica" nei sistemi di potere e, più specificamente, si dedica all´esame delle possibilità di una trasformazione radicale del pensiero filosofico e di una concezione del “politico” in senso non tecnicista e non "sinistroide-reazionario". Saggi: “I voyeuristi” (Salerno, Sapere); “Metafisica e poesia” (Roma); “Cosa resta della Filosofia?”; “Dal sacro al Profano”; “Dall´Arcaico al Frammento” “Bio-potere, Bio-politica”. Nome compiuto: Rossano Pecoraro. Pecoraro. Keywords: fascismo, voyeuristic. Leopardi, I voyeuristi, conflitto e mediazione, voir, voyant/voyeur. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pecoraro” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pecori: la ragione conversazionale – filosofia italiana – filosofi italiani dall’A alla Z – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Firenze, Toscana. P. is a  canon (canonico) and author. While his exact place of birth is not specified in the search results, his major works focus on Tuscan history, suggesting a strong connection to that region. He is a significant figure in the historical study of the Italian city of San Gimignano. Other Publications His most prominent other publication is a detailed historical work: Storia della terra di San Gimignano: This extensive history of the town and surrounding area of San Gimignano is published in Florence by the Tipografia Galileiana. It covers the city's history from its origins to the modern era, with a focus on its fortress and castle. This work is considered an important source for historians studying medieval Italian cities.  P. is also mentioned in connection with a genealogical work, possibly as a subject or collaborator:  Memorie genealogico-storiche della famiglia P. di Firenze: This work, which focuses on the genealogical history of the Pecori family of Florence, was collected by Passerini.  His work delle istituzione della rettorica is less detailed in the provided snippets, but these other publications establish his primary focus as an Italian historian and local chronicler of the Tuscany region. Luigi P. DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI DI RETTORICA II presente libro è posto sotto la salvaguardi* ilella lealtà dei Tipografi c degli Editori Italiani. DELLE ISTITUZIONI DI RETTORICA PROPOSTO LUIGI P. 3 f FIRENZE COI TIPI DI 11. CELLIfil E C. AI GIOVINETTI STUDIOSI. Già da qualche tempo è nata tra gl’uomini di lettere una lodevole gara di promuovere in ogni maniera di studj l'istruzion vostra, o giovinetti, coll'age- volarvene la via mercè di ben ordinate opere elementari, di dotti e succosi commenti, d’accurate edizioni di classici ; nel che spendono con indefessa sollecitudine ed ottimo intendimento l'ingegno e l'opera. Ma frattanto nelle scuole nostre lamentasi il difetto d'un libro di precetti rettorie! accomodato all'età vostra ed alla pre- sente condizione dei tempi , e d' indole tutta italiana. SÌ è cercato, é vero, ora di raffazzonare la Rettorica dell'inglese Blair, ora d'ampliarne g d'arricchirne il compendio con dotte e sagacissime aggiunte, ora di racconciarne altre, ed altre farne di nuovo; ma tut- tavia tra i libri di rettorica più comunemente conosciuti non se ne riscontra in generale dai savj istitutori vo- stri alcuno abbastanza soddisfacente , sia perchè non interamente adatto per le scuole d'Italia, sia perchè riesca troppo vacuo , sia Analmente perchè troppo ele- vato per gli studj elementari dell'arte. Per queste e simili altre ragioni ancor io che da parecchi anni fo rettorica nelle scuole del mio Comune, Al GIOVINETTI STUDIOSI non trovandomi abbastanza soddisfatto de' trattati rct- torici in uso, me ne doleva e per l'onor nostro e pei discenti; e alla fine conoscendo che i discorsi soli a nulla approdano, mi posi in animo di provvedere a tal difetto come meglio poteva e sapeva. Sentiva ben io che a far cosa che pregio avesse , mi mancavano per avventura le forze; ma attingendo lena dal buon vo- lere, mi sobbarcai ' animosamente alla prova ; se fui troppo ardito nel tentarla non so; tuttavia mercè di Dio venni a capo di queste istituzioni elementari di ret- torica ch'io pur v'offro, o Giovinetti. Il dirvi quali esse siano panni superfluo; perocché, oltre all' impegnarmi in una prolissa prefazione , che voi probabilmente non leggereste, se studiandole vi riescono profittevoli , sarà certo argomento della loro bontà ; se no, per quanto parole io vi spendessi attorno, non mi verrebbe fatto di persuadervi in cent' anni ch'elle sono un gran che. Vera cosa è però che se que- sto mio lavoro avesse pregio pari all' amore ond' io lo conduceva , potrei star sicuro del fatto mio ; ma chi non sa ti Che molle volle al fallo il dir vien meno? a (Dante , Inf. Canio IV). Contuttociò se mi richiedete perché dunque io ve l'offra , vi risponderò schiettamente e senza lustre d'equivoca modestia, che se per coscienza e per fattone speri- mento non mi paresse nulla nulla accomodato all'utile vostro, non mi ci arrischierei gran fatto; oltre che ini solletica una certa lusinga che non sia per riuscirvi discaro, riguardando al fine ch'io m'ebbi di far cosa Al GIOVINETTI STUDIOSI 7 tutta italiana ; di che spero mi saprete buon grado ; se poi , avvegnaché in siffatte cose il voluisse sai est non vale , non avesse al concetto ben corrisposto l'ese- cuzione , mio danno ; chè voi a giusta ragione getterete via il libro, e le tarme faranno il resto. Qual ordine io abbia dato a queste mie istituzioni ret loriche voi lo vedete dall' /ridice ; solo voglio avver- tirvi che nel trattare dei componimenti in prosa inco- minciai dai più brevi e più facili, perchè mi parve più conforme all'età vostra il farvi ascendere a mano ti mano dalle cose umili alle più elevale. Nei compo- nimenti poetici poi tenni la via opposta, perchè i varj generi di poesia comprendendo talora più specie di com- ponimeati di natura più o meno umile o elevata, par- verni giovare all'ordine e alla chiarezza esporre prima le leggi di quelli di grado più nobile , e quindi scen- dere a quelli di grado inferiore , le leggi dei quali non sono d'ordinario che una modiGcazione delle prime; e perchè mi do a credere che dobbiate essere abbastanza addestrati nella ragione del comporre, percorsa che abbiate l'ardua via dei precelti che a' più gravi com- ponimenti in prosa appartengono. Debbo però confessarvi ancora eh' io non vi dirò cose nuove, dato pure che si potesse dopo quanto si è scritto da Aristotele a noi in fatto di lettere ; ma 'solo mi sono studiato di raccogliere dai sommi scrit- tori dell'arte il fiore delle loro dottrine; e queste io poneva per lo più a fondamento dei precetti , perchè mi avvisava che confortando questi coll'autorità di chi me- ritamente è in voce di maestro , riuscir dovessero vie- più apprezzati ed efficaci. E notate che i fonti , donde ordinariamente ho attimo, sono latini o italiani, che g AI GIOVINETTI STUDIOSI è tutt'uno, perchè a vero dire la ricchezza di casa non mi faceva venir voglia di quella di fuori ; e se in ciò ho il torto per il vezzo che corre, pazienza ! a me basta aver dalla mia Cicerone il quale soleva dire : « Quum essel egregium non quaerere externa, domesticis esse contentos (1) ». Finalmente perchè più de'precetti valgono gli esem- pj , ed io non ne sono stato avaro con voi ; anzi ho cercato di esemplificare quando mi era consentito dalla natura dell'insegnamento , con bellezze tolte dai classici si latini che italiani , perchè mi pareva che ciò, oltre al tenervi anche per questo lato sempre più esercitati nello studio delle due lingue, vi aprisse il campo a'confronli , potesse accrescere e perfezionare il vostro gusto , e a un tempo inspirarvi più facilmente l'amore per quei sommi esemplari latini, su'quali si formarono i nostri grand' italiani. Accogliete adunque con benevolo animo , o Giovi- netti, se altro non potete, almeno ii buon desiderio che fu di giovarvi nel modo che seppi migliore, e se non riscontrerete in questo mio lavoro altro merito che un po'di diligenza nel raccorre ed ordinare quanto da altri si disse intorno all'arte del dire , io vi assicuro che ne sono appieno soddisfatto ; e tanto è vero ch'io qui vo'far mìe lo stesse parole di Quintiliano : a Sicut a ipse piurium in unum confero inventa , ubicwnque iti- li genio non erti focus, curae testìmonium promeruisse a contentus.... (2) d. Vivete felici. (I) Ofiat. ad {frullini. (ì) Insti!. , L. Ili, c. 1. PROEMIO. 1. Promuovere , mediante lo splendore del bello , il culto del vero e del buono a perfezionamento religioso , morale e civile , è il fine delle lettere ; quindi nobile e venerando n' ò il ministero. 2. A bene e lodevolmente riuscirvi, riebiedesi ingegno sveglialo , fantasìa vivace e giudizio retto. Arroge robusta e facile memoria, della quale si sa che i Greci con profondo avvedimento dissero esser Dea Mnemosine , madre che fu delle Muse , le quali a tutto il regno delle ottime arti pre- siedevano. Riebiedesi inoltre quell'ingenito sentimento del bello, che suole appellarsi Gusto, ondo i pregi e i difetti si sentono e si scorgono nelle opere dell'arte. Dall'eccellenza e congiunzione poi di tutte queste doti nasco quello che chiamasi Genio nel suo più ampio e vero significato; po- tenza creatrice che da e vita e affetti e parole ai versi, ai marmi, ai dipìnti; scintilla divina ed anima dell'arte. 3. Questi boi doni di natura però richiedono al loro pieno sviluppo, incremento e perfezione , il magistero dell'arte, la quale non senza ragione fu detto essere più cerla che la stessa natura (1); imperocché col lume dei precetti mostra !a via sicura che guida più speditamente al conseguimento del fine , e può in certo modo rassomigliarsi a sperlo cava- liere, che frenando generoso cavallo ne regola l'impeto senza allentarne il corso. 4. E dovendo il cultore delle lettere farsi sacerdote del buono e del vero, gli è d'uopo informare la mente ed il cuore alle pure e sublimi dolcezze del bello, addestrare l' intelletto nelle morali e logiche discipline , essere non mez- zanamente versato nella storia, ricco di soda e molliplice doltriua , attento ed instancabile nello studio della natura e dui grandi esemplari greci , latini e nostrani. Così , e non altrimenti formasi quello squisito e sicuro giudizio che di ogni egregia scrittura fu detto principium et fona ( Orazio, A. P. v. 109). 5. Dato un cenno delle doti naturali che si ricercano in chi desidera di dedicarsi con lode allo studio delle lettere, e detto come quelle si perfezionino per arte . per ottimi studj e por diuturno esercizio , a noi che ci proponiamo sol- tanto di dare un corso elementare d'Istituzioni Reftoriche , non resta che dar mano alla esposizione dei precetti , chè il trattare distesamente di quelle appartiene a più sublime ammaestramento. (li Rhel. ad Berta., Detta Elocuzione. La Rellorica è l'arie del boti diro. E poiché il discorso non è che la manifesta zio ne del pensiero , ne conseguila che il ben pensare è il fondamento del ben parlare. Principali clementi ne sono il vero e ciò che al vero s'assomiglia , l'or- dine, la proporzione e il decoro per le idee; la proprietà e l'eleganza per la espressione di queste. 2. Lode di ben parlante s'avrà pertanto colui che alla verità, squisitezza e ordinata disposizione delle materie, congiungerà con bell'arte convenienza di stile e d'elocuzione. 3. E poiché la lingua è di tutto questo principale stru- mento , incominceremo dal dire delle doti d'una colla fa- vella, che sono: Purità, Proprietà, Chiarezza, Forza ed Armonia. g. A. Della Purità. 4. La Purità consiste nell'adoperare non tanto le voci e !e frasi schiette e natio della lingua , quanto ancora quei collegamenti , costrutti c trapassi che, al diro del Giordani , sono la parte viva dell' idioma , e strettamente propria della nazione. Molto poi rileva il serbare e parlando e scrivendo questa purità; perocché chi la offende, toglie, al dire di Cicerone (1), gran parte d'ornatezza al discorso, e accatta » sé il tristo biasimo d'ignoranza o di negligenza della più. cara delle cose di casa, qual'è la lingua. |1) De Orai-. Si vizia pni in purità della favtìlla ora coi barbarismi e neologismi , inirodiiceado cioè vocaboli e modi d'impronta forestiera senza bisogno; ora cogli arcaismi, usando locu- zioni latino o greche già morte , o nostrali già ranco e ca- scanti per troppa elà , e riprovate dall'uso; ora cogl'ùtfo- tismi , adoperando goffe maniere raccolte dal fango plebeo; finalmente co' solecismi , sgrammaticando. 6. Non per questo si divieta l'usar nuovo voci por nuove idee, massime per l'avanzarsi che fanno le scienze e le arti, chiarito elio ve ne sia veramente il difello, purché facciasi con avvedimento e sobrietà , e non con quella scapigliata licenza , onde per disonesta mania di forestierume si va da buon tempo imbrattando di francesismi e peggio , il candore del bel nostro idioma , si che lo scamparne è proprio un miracolo. È lecito altresì riporre incorso alcune voci d'an- tico conio , ornai disusate comecché di buona lega ; vuoisi in ciò peraltro non comune perizia della lingua , giudizio nella scelta , e parsimonia nell'uso; perocché se il far rivi- vere certe voci può renderci più ricchi , il non saperlo fare con arte, ci rende oscuri e fastidiosamente affettati ; diretti che non seppero del lutto sempre scansare il Cesari e il Botta , ed erano elettissimi ingegni. Anche il retto uso di certi idiotismi, che formano l'atticismo della lingua, aggiunge grazia, venusta ed efficacia alle scritture, massime popo- lari , come vedesi tra gli altri , nel Gozzi e nel Giusti. Il peccar poi per modi errati e per costrutti, cui i buoni gram- matici riprovano, è tal bruttura che non v'è ragione che valga a scemarne la vergogna. 7. Se vorrai dall'abuso delle innovazioni guardarti, e do- vrai da buono italiano volerlo, allienli agli scritti del 300 e del 500, che ti forniranno tal ricchezza di lìngua da non desiderare più oltre, studiandovi sopra con quel savio di- scernimento che potrai apprendere nel Trattato sugli Scrit- tori del Trecento del Perticari. L'attenta osservazione sulla lingua viva del popolo, e per noi è il toscano , ti porrli sulla buona via per l'uso degl'idiotismi, avvertendo di spargerli colla mano e non col sacco , e soprattutto che non discon- vengano col tuo subbiotlo ; di che pur si biasima il Davaniati, quasi abbia nella sua celebre traduzione scemato ta- lora co'fìoreotinismi la dignilà delle Storie di Tacito. La pe- rizia poi dell'arte grammaticale ti salverà dal resto. 8. Se a tutto questo porrai ben menle, i tuoi scritti an- drai! lodati per limpida purità ; nò ti curare so altri, perchè t'ingegni di scrivere in buon toscano , si riderà di te chia- . mandoti purista, perchè sappi che sei in buona compagnia, avvegnaché lo stesso Tullio negava, nou che altro, il nome di uomo a chi avesse in pubblico meno che Ialinamente parlalo [De Orai., Lib. Ili, e. 14). §. 2. Della Proprietà. 9. La Proprietà , dote suprema della Elocuzione , nasce dalla corrispondenza esatta della parola coll'idea. Tale poi n'è la virtù, che colui che parla o scrive con proprietà sembra , al dire del Gasa , che mostri- le cose non colle parole, ma con esso il dito. 40. Essa dipende, secondo il Colombo, da tre cose, dalla scelta delle parole , dalla loro convenevole unione e dal loro opportuno collocamento (1). E qui primieramente giova notare col Niccolini, che i vocaboli propri esprimono interamente le idee , delle quali sono immagini ; che i meno propri le esprimono a metà; gl'impropri, non solo non le rappresentano , ma altresì le deformano (2). Sarà giudiziosa pertanto la scelta delle parole , ove queste esprimano vera- mente nè più nè meno dell'idea che vuoisi significare. Eccone un bel riscontro nella seguente terzina di Dante: o Come d'un stizzo verde, ch'arso sia o Dall'ini de'capi che dall'altro geme , a E cigola per vento che va via ». ( Inf.). (4 ] Della doti d'una colta favella. Le*. IV. (2) Intorno alla Proprietà, Voi. IH, pag.197; Eàìz. ài Le Mounier. In luogo di stizzo pongasi ramo , e l'idea non sarà intera: invece che cigola, dicasi fa remore, e l'idea non solo non è più quella, ma è deformata. 11. Principale sorgente della improprietà è a comune voce de' relori l'uso dei cosi delti Sinonimi , cioè di vocaboli aventi in apparenza un medesimo significalo. É stato lu- minosamente dimostrato non darsi a rigore fiiologico veri Sinonimi in una lingua, i quali altrimenti , come dice ii Niccolini , farebbero duo lingue in una. I Greci , e tra i Latini Varrone , Tullio e Quintiliano notarono ancb'essi di- stinte differenze tra vocabolo e vocabolo, e le Sinonimia non essere che gradazioni d'una medesima tinta. Si vide pertanto, merefc dell'osservazione sull'elimologia e sull'uso comune delle parole lenute per Sinonimi , sibbene rassomi- gliarsi queste per un' idea comune , ma differire tra loro per un'idea accessoria lotta propria di ciascuna di esse , o al- meno differirne per ragione di grado, per esser le une più nobili o poetiche delle altre , come sarebbero ora e adesso , veglio e vecchio , ed altro siffatte. 12. Manifesta poi è la differenza in cavallo, destriero >■ poledro, invanirà ed ambizione, in timore e paura , in lasciare. e abbandonare , in perdere e smarrire, in inventare e scoprire, e in altre mille, come chiaro ti mostra il Grassi nel suo Sag- gio de' Sinonimi , e più eslesamente nel suo Dizionario il Tommaseo. Imperocché cavallo ti rappresenta la specie, de- striero t'indica l'uso, poledro l'età. Essendo l'ambizione, cu- pidigia d'onori, la vanità boria più o meno ridicola di titoli , ben potrai dire che Cesare e Napoleone furono ambiziosi. Vani non mai. Il timore è un'apprensione dell'animo non di rado ragionevole; la paura per lo pifi è viltà; però ben dirai di soldato che fugge che egli ha paura della morte, e niun timor dell'infamia. Si lascia una cosa per un certo tempo, o per inavvertenza ;s'abbandona per sempre e deliberatamente; laonde Virgilio lascia per un po' Dante appresso alla porta di Dite, ma questi teme lo abbandoni [ Inf. C. Vili ). Sì perde ciò che non vi ha che poca o ninna speranza di riavere ; si spera, le cose smarrite di ritrovare. Il Poeta avea smarrito ■ nella selva la diritta via , e solo per la paura che ascia dalla vista della lupa perdè la speranza dell'altezza (ivi, C. I). Final- mente s'inventa cosa che prima non era in quel tal modo fog- giata, si scuopre ciò che era soliamo nascoso; quindi Flavio d'Amalfi inventò la bussola, e di questa Colombo s'ajutò a scoprire l'America. F. bastino questi pochi esempj a tenerci in guardia contro ai pretesi Sinonimi (1), per l'amore che dobbiamo a vero lt. indissimo per la proprietà. ■13. Ad aggiungere intera questa bella dote della favella viene oltre la scelta delle parole raccomandata la loro con- venevole unione e il loro opportuno collocamento. Richiedesi adunque che le idee siano nella debita corrispondenza tra loro , perchè ben vi consuonino le parole che le rappresen- tano ; la qual coerenza il Colombo non appieno riscontra in quel verso del Petrarca ( San. II , P. I) : o Com'uom che a nuocer luogo e tempo aspetta o. notando che il luogo non si aspetta, si sceglie. Più mani- festa poi si pare la disconvenienza dicendo : tracannare il cibo , trangugiare il vino, perocché sebbene ambedue le voci esprimano propriamente l'ingordigia o nel bere o nel man- giare, tuttavia l'una conviensi solo al cibo, l'altra alla be- vanda. Finalmente essendo anche la giacitura delle parole uno de'lratli della fisonomia propria di ciascuna lingua , e ad essa dobbiamo guardare , se non vogliamo offenderne la proprietà ; e sebbene la lingua nostra sia tra le moderne una delle pi ii libere nei collocamento delle parole , tuttavia ha pur essa certi limili , cui non è dato valicare impune- mente. Di che viene , forse non a torlo , appuntalo lo stesso Boccaccio , che dando talora alle parole una trasposizione troppo libera, a mo'de'Lalini cui studiavasi d'imitare, tolse alla lingua 'quel non so che di verecondo e d'ingenuo che tanto piace negli altri scrittori di quell'aurea eia. Regola ge- nerale pertanto si è che le parole si dispongano a un di- H) Potòrio peraltro dirsi ver.imenle Sinonimi abbadia e badia , cornei/so e consentimene, reso e renduto, vista e veduto, concesso e conceduto, e j ochi altri simili. presso secondo l'ordino naturale delle idee , e che nel collo- care gli aggellivi, gli avvorbj e le altre parti del discorso . póngasi mente soprattutto alla maggiore o minore importanza di ciò che hassi ad esprimere (1). E di tutte queste doli della proprietà avrai egregi esemplari nei trecentisti, la cui grazia ed efficacia nasce appunto dalla proprietà delle voci e dalla semplicità dei modi in che sono ancora singolarissimi da tutti. S. 3. Dfilla Chiarezza. 14. Aristotele dirittamente chiamò grande virtù del di- scorso la Chiarezza ; prima la diceva Quintiliano , e noi la diremo altresì necessaria; perocché sarebbe stoltezza, par- lare altrui e non curare di farsi intendere; onde Tullio in- segnava : Primum ut pure et latine loqttnmur; deinde utplane et dilucide (2). Ora essendo principale effetto della Chiarezza che i concelti traspariscano nelle parole, dirò col Poeta, come festuca in vetro, ella ha pur questo pregio in sò che, siccome i! sole penetra all'occhio ancora di chi non vi mira , così essa fa piano ed agevole il discorso eziandio a chi non v'attende (3). Aggiungi che lo rende anche piacevole, essendo la evidenza nelle scritture uno de'più cari attributi della bellezza. 15. E sebbene molto alla Chiarezza conferiscano, come abbiam detto , la purità e la proprietà , nulladimeno a con- seguire intera questa si rilevante virlù della Elocuzione , fa d'uopo stare attenti altresì alle seguenti regole: I. Studiare convenientemente il nostro subìetto a fine di acquistarne chiare le idee e bene ordinarle nella mente , perocché d'ordinario chi chiaro intende , chiaro ragiona. II. Pensar mollo e scriver poco, e soprattutto senza pre- cipitazione, chè limpido scorre il ruscelletto, torbido il torrente. (1) Colombo, op. cil. Lez. IV. (2) De Orai. , Lib. IH , c. 32. 13] Qoim., 7nsl. Lib. Vili , c. 2. Schivare del pari e la siringala parsimonia delle pa- role e la lussureggiante ridondanza, chè spesso quella genera oscurità , questa confusione. IV. Osservare diligentemente !e attinenze grammaticali delle parole per la loro retta giacilura, ponendo mente a ben collocare gli aggettivi o gli avverbj si che ne apparisca senza ambiguità la relazione, al che, come nota il Giordani , non bene attese l'Arici ove disse : « Onde il versar dei bruti e Sacrilego fu il sangue e disonesto s; sembrando a prima giunta sacrilego riferibile a sangue (1). V. Guardarsi dagl'iperbati troppo ardili e dalle costruzioni troppo contorte, quale forse potrebbe sembrar questa dell'Al- fieri : a Ma il sospettar, natura ■ Passi in chi regna , sempre. ( Polin. , AH. IV, bc. I ). VI Disporre l'agente in guisa che col paziente non si confonda; perocché sei Latini , per la varia desinenza dei loro casi , parlavano chiaro dicendo : Antonìum vieti Augu- sta* noi non possiam dire col Petrarca : E quel che ancise Esisto ovvero: Vincitore Alessandro l'ira vinse, riuscendo ambiguo quali siano i soggetti delle due proposizioni , se non si sapesse dalla storia essere Agamennone l'ucciso , Alessandro il vinto. VII. Adoperare aggiustatamente i pronomi personali e relativi, scansarne la frequenza e distintamente disporli; circa al'qual uso non fu si esatlo l'Alighieri in questo suo verso ebe però riesce ambiguo : Lo qual trasse Fotin dalla via dritta (Inf, C. XI), dove Io quale è usato in luogo di cui al quarto caso. Vili. Finalmente studiarsi di ben collocare, e dove pro- prio dàn luce, quegl'incisi ed aggiunti che voglionsi alle pro- ti] Giorni., T. II , pag. m. La Pastorizia dell'Arici. posizioni inframetlere , acciocché anzi che d'ajuto , non ser- vano d'impaccio al lettore; il che non bene avvertì il Boc- caccio quando nella vita di Dante (P. II, c. 3}, scrisse: « E come che egli di avere questo libretto fatto negli anni « più maturi si vergognasse molto ». Qui è incerto se negli anni più maturi scrivesse quel libretto , oppure se ne ver- gognasse; la qual' incertezza cessa, posto che sia quell'ag- giunto dopo si vergognasse' 'molto , a cui si riferisce. Tali sono le principali regole che dai relori s'assegnano per chi ama ne' suoi componimenti quella chiarezza che forma il pregio più caro delle più lodate scritture. fi. 4. Della Forra. 16. A dare maggior rilievo alla purità , proprietà e chia- rezza della Elocuzione, giova assaissimo quella virtù che le aggiunge vivezza ed efficacia , e che chiamasi Forza. Nasce questa dalla maniera risoluta e scolpita onde comunichiamo altrui i nostri concetti ; quindi ogni ridondanza di parole, che rallenti il corso delle idee, nuoce alla Forza , perocché, siccome ben nota Quintiliano , obstal quod non arfjuvat. 17. Debbonsi pertanto tenere sgombre le sentenze dagli aggiunti ed epiteti vani e insignificanti, schivare le ripeti- zioni inutili, non stemperare i concetti tra inopportune pe- rifrasi , e non dire più di quel che fa d'uopo. Rimossa per tal modo la superfluità che sgagliarda, pongasi studio a ciò che dà forza ; e primieramente mirisi alla più stretta unione delle idee tra loro; rendansi spiccati i pensieri mercè di vocaboli propri e significativi, quanto meglio si può; si adoperino opportunamente le ellissi, gl'idiotismi, i modi vivi e recisi della lingua parlata; si rappresentino destra- mente particolareggiate le cose, e ingegnosamente si collo- chino le parole dov'hanno con maggior vibratezza a risal- tare , disponendole, per quanto lo comporta la natura della lingua , secondo l'ordine delie ideo e i gradi della respetliva lor forza, e chiudendo il periodo col verbo, coll'avverbio. 0 coli'oggi'ttivo , quale di questi più capace si scorga a rin- vigorir la sentenza. Eccone gli esempj:  « Ambo le mani per dolor mi morsi i>. [ DlNIB ). ([ Ma se piii tarda , avrà da pianger sempre ». ( Petrarca ). « Che furo all'osso , corno d'un can , forti b. (Dante). 18. Se non che accanto alla Forza del discorso è un vi- zio che a'men cauti può sembrar quella, ed è lo Sforzo. Questo non è che una faticosa ostentazione di quella virtù, mercè d'ampollose e forzato espressioni, corno si palesa in questi ed altri simigliaci modi: avviarsi con risonanti passi - l'urlante possa decorrenti - tremar l'acciaro al fianco ec. Dal che nasce effetto contrario, perocché mentre è proprio della forza di scuotere e sorprendere, lo sforzo non produce che freddezza e disgusto. Cerchisi adunque la forza nella natu- ralezza del concetto semplicemente espresso , non nel rim- bombo d'altisonanti parole ; e non si dimentichi che grande operatrice della Forza è la brevità , come ci dimostrano principalmente Tacito c l'Alighieri. g. 6, Dell'Armonia. 19. Le parole son segni d'idee e suoni a un tempo, quindi atte a produrre eziandio una certa armonia. Elleno sono ro- buste, languide, lente, scorrevoli, soavi , strepitanti o mu- tole, secondo il loro accento tonico, la natura eia propor- zione delle vocali e delle consonanti che le compongono. Per questa si grande varietà di suoni , non avvi genere di ar- monia della quale la nostra favella non sia capace ; e poiché le parole ove le consonanti prevalgono alle vocali , riescono all'orecchio gravi e maestose , ed al contrario riescono tenui e soavi quelle che han più vocali, così dall'accorto accop- piamento delle une collo altre, risulta quella grata conso- nanza che aggiunge grazia e piacevolezza al discorso. 20. E quanto quest'armonia rilevi, apprendiamolo da Tullio. Nulla avvi, ei dice, che abbia si stretta attinenza coll'auimo nostro , quanto il suono e la voce, laonde le sentenze per nobili che sieno , ove duramente s'esprimano, of- fendono le orecchie, quorum judicium est super bissimum (1); e qui , come in sul vestibolo , trovando intoppo , secondochè notava Quintiliano, non scendono all'anima. Por la qual cosa noi sappiamo essere stali dell'armonia studiosissimi e Iso- crate, e Demostene, e Cicerone e Livio tra gli antichi, e tra i nostri il Casa, il Firenzuola, il Castiglione, il Giordani ed altri non pocbi. 24. L'armonia suole dai relori distinguersi in generale e in particolare. Dicesi generale quella che sempre nel di- scorso richiedesi , e che consiste in quella consoniinza nu- merosa , facile e piana che in tutto quanto il componimento variamente si spande. Essa si ottiene alternando alle parole tenui le gravi , alle fluido Te lente, olle languide le robuste, alle brevi le lunghe, talché si conlemperino a vicenda i suoni dolci ed aspri; mescolando ai brevi i lunghi periodi, bene intrecciati tra loro e con giusta cadenza conchiusi. È poi da fuggirsi quello che diccsi latinamente iato, il quale nasce dall'incontro di troppe vocali, e particolarmente simili, come scntesi in questa proposizione del Passavanti : giammai non avea avuta alcuna avversità; e in pari modo quella cacofonia o bisticcio, clic s'ode per la successione di piìi sillabe somi- glianti, o di piti parole di egual desinenza , come nel verso dei Petrarca : Dì me medesmo meco mi vergogno, e in questo periodetto del Cavalca : sempre confortavate a perseveranza et a costanza, per isperanza delVelerna salute. Finalmente, debbesi schivare la frequenza dei monosillabi, e il seguito di più parole aspre e di dillicil pronunzia , rendendo quelli trop- po stentato il periodo, questo duro e sgradevole, come sen- lesi in questi due versi dello stesso soavissimo Petrarca: o Nè sì fa ben per uom quel che il ciel niega. - a E suoi terrier di for , come dentearsi ». 22. In generale, l'armonia dev'essere adattata ai compo- nimenti , cioè maestosa nei gravi, riposata nei mezzani, fa- » (1) De Orai., et Bruivi de st. Ora!,  cile negli umili. È da guardarsi poi che per troppo amoro di essa non cadasi nello sdolcinato e nel lezioso, chè nulla avvi di più sazievole d'un periodare a cantilena, dove soverchio appaja l'artifizio, come taluna volta intervenne allo Speroni, scrittore peraltro valorosissimo, che in una delle sue Ora- zioni, così comincia un suo periodo: a Noi Padovani, gene- « miniente siamo allegrissimi, non solamente per noi mede- « simi, per l'onor nostro particolare ec. », e cosi via via , per buon tratto, come nota il Colombo (loc. cit. , Lez. III). Spontanea e notevole adunque apparisca in tutto quanto il discorso l'armonia , vuoi per la scelta e collocazione delle parole , vuoi per la struttura de'periodi, in guisa che l'orec- chio, che di cotal dote e giudice supremo, se n'appaghi. In- tanto educalo alla richiesta armonia, leggendo a voce alta e ben modulala le opere dei migliori, perchè ti sìa guida sicura ne'tooi scritti, che in egual modo ti andrai pure leggendo. 23. L'armonia particolare poi , detta propriamente imita- tiva, consiste nell'esprimerc con modi speciali il suono, il moto e quasi non dissi la natura delle cose. Questa però amano per proprio diritto i poeti , siccome quelli che a vieme- glio dilettare mirano piti studiosamente alla imitazione ; tut- tavia nè i prosatori la sdegnano, ove la opportunità la ri- chieda; quindi secondo la regola dell'arte, la variano col variar degli affetti , facendola vivace nella gioja, lugubre nel dolore, concitata nell'ira, soave nella calma, scorrevole e piana nelle dolci affezioni dell'anima, spezzala e fremente nella tempesta di gagliarde passioni. Ecco come Cicerone ci fa squisitamente sentire la serenità d'un animo lieto. > Etsi a nomini nihil est magis oplandum, quam prospera , aequa- « bilis , perpetuaque fortuna , secundo vitae , sine ulla of- « fensione , cursu; tamen si mihi tranquilla et pacata omnia * fuissent, incredibili quadam et paeue divina, qua nunc ve- « stro beneficio fruor, laetitiae voluplate caruissem » (Ad Quir. post reditum). Frequentissimi poi, com'èda credersi, ne sono gli esempj ne'poeti, e fra i mille che ne porge Virgilio, sceglieremo questo , ove descrive con suoni dolci e scorrevoli la giocon- dità degli Elisi ;  <r Devenerc locos laetos , et amoena vireta a Forlunatorum nomorum , sedesque beatas. « Largior bic campos aether et lumine vestii « Purpureo; solemque suuui, sua sidera norunt ». iAm., L. vi). Nè men bello è questo di Dante , ove con suoni forti e ga- gliardi descrive il rovinio di furiosissimo uragano: a Non altrimenti fatto che d'un vento a Impetuoso per gli avversi ardori , a Che fier la selva , e senz'alcun rallento o Li rami schianta, abbatte e porta fori: a Dinanzi polveroso va superbo, a E fa fuggir le fiere ed i pastori ». [Inf.,C. IX !• 24. Quell'armonia poi che più sottilmente imita il suono , il moto e cert'allre particolarità delle cose, non sembra con- venga alia prosa quanto alla poesia; onde in questa se ne incontrano in buon dato bellissimi esempj. Eccone alcuni ove s'imita per parole gravi il moto lento, per tenui il rapido: a llii inler sese magna vi brachia tollunt ». (Georg-, L. IV j. « Ella sen va notando lenta lenta ». < Inf. , C. XVII ). « Yade, age, nate, voca Zcphyros , et labere pennis ». lAen., L. IV). « Lieve, lieve per l'aere labendo ». [Pahini , Il Heisog.). Altri che dipingono luoghi tetri con parole lunghe e cupe, o luminosi con vivaci e gaje : a Et caligantem nigra formidine lucum ». [Georg., L. IV). « Oscura, profonderà e nebulosa ». { laf., C. IV ).  « Ducerei apricis io collibus uva colorem ». ( Bel., IX). « Ed "una melodia dolce córreva « Per l'aer luminoso d. (Pura-, C- XXVII ). Odasi negli esempj seguènti il suono che imita lo scalpitare di cavallo correlile, lo strepilo d'un cocchio e il clangor della tromba : « Quadrupedante putrem sonilu quatit ungula campum ». ( Atn., L. Vili). a Gli scommessi cocchi « Forte assordanti con stridente ferro n. (Pah., Il Mail.). « At tuba terribilem sonitum procul aere canoro « Increpuit ». (Aen., L. IX ). Il i-umor cupo di corpo che cade, quanto bene imitavasi dai Latini con un monosillabo finale, altrettanto suole dagl'Ita- liani imitarsi col verso tronco : 0 Procumbit bumi bos. o Praeruptus aquae mons ». a Calossi gorgogliando e s'affondò ». E l'Alfieri dipinse con tal forma di verso quella sospensione dell'animo che nasce per cosa che ne colpisca : « Stupida , immola , spettatrice sta ». (Prfin., A. V, so. 11). dove tu sentì la felice imitazione del virgiliano arrectisque auribus adsiant ( Aen. , L. I }. 25. All'armonia imitativa finalmente serve altresì la figura delta dai retori Onomatopea, per la quale si formano o si adoperano vocaboli somiglianti nel suono alla cosa , come bombarda, schioppo , squillo , fischio e simili. Eccone esempj : « Di molte noto fan dolce tintinno ». ( farad. , C. XIV ). « Quest'inno si gorgoglian nella strozza ». {Inf., C. VII). « Aita , aita « Parea dicesse , e dall'arcate volte « A lei l'impietosita eco rispose ». (Pah., li Meisog.). Qui odi proprio il guaire della cagnolina e il risponder dell'eco. Avverti però che cosi fatti artific] riescono lodevoli, quando non troppo studiati, nè troppo frequenti ricorrono, essendo non ultimo dei segreti dell'arte quello dell'opportu- nità e della parsimonia. Capitolo II. - Del linguaggio figurato. \. Distinguesi il linguaggio in proprio e in figurato. Di- cesi proprio, quando manifestiamo propriamente e semplice- mente idee e concetti; figurato, se questi e quelle signifi- chiamo in modi che dall'ordinario si scostano. L'Alighieri nell'esempio che qui appresso poniamo, favella propriamente nel primo concetto, Gguratamenle nel secondo : a Tu lascerai ogni cosa diletta <r Più caramente ; e questo è quello strale « Che l'arco dell'esilio pria saetta o. (ftr.,'C. XVII). 2. 11 linguaggio figurato dovette precedere il proprio ; im- perocché gli uomini sul principio a significar le cose ebbero a valersi dei vocaboli tolti da oggetti che avessero con quelle alcuna somiglianza o attinenza , e per esempio chiamarono dente il ferro dell'aratro , capo il primo della tribù , e cosi va DigitizGd 0/ Google DI RETTOniCA 25 discorrendo. In seguito dirozzandosi ed ampliandosi la lingua , quel dir figuralo che s'usò per bisogno , servi a dare orna- mento e vivezza ai discorso, in quella guisa, come ben noia Cicerone , che le vesti usate per necessità contro i rigori delle stagioni, furono appresso di fregio c di distinzione. Vera cosa è però, che alcuno voci originalmente improprie diven- nero in forza dell'uso, che n'è l'arbitro e il signore , siccome proprie nel linguaggio comune , quali sono capo dì casa , oc- chio dì vite, letto di fiume ed altre siffatte. 3. L'immaginazione , la passione , l'uso e lo stesso amore dell'eleganza, generalmente influiscono sul parlar figurato; quindi avviene che questo si naturalmente congiungasi col proprio che talora neppure ce ne accorgiamo. Ma poiché il proprio seco porla chiarezza e precisione , il figuralo orna- mento ed efficacia , devesi con arie questo e quello contem- pcrare in guisa che a vicenda si giovino , a fine di rendere il discorso lucido quanlo animato, e secondo la natura di questo, far che l'uno all'altro lodevolmente prevalga. 4. Dopo accennalo l'origine e la natura del linguaggio figurato, diremo degli elementi che lo compongono, dei Tra- slati cioè e delle Figure. Aut. 1. - DOl Trattimi. 5. [ Traslati, delti ancora con greco vocabolo Tropi, sono trasferì meri li di parole da cosa a cosa. I principali sono la Metafora, la Metonimia, la Sineddoche, l'Iperbole, la Peri- frasi, l'Ironia, l'Allegoria e l'Enigma. Essi aggiungono tale efficacia e leggiadria al discorso, che Tullio li chiamava come altrettante slelle che bellamente l'adornano e rischiarano (1). E poiché la Metafora è fra i Traslali la prima per l'uso e per l'eccellenza, incominceremo da questa. 5. 1. Della Metafora. 6. La Metafora viene da S. Agostino definita: De re pro- pria ad rem non propriam verbi alicuius usurpata translatio. HI De Orai.  Fondamento di essa è la somiglianza, e tulli i maestri dell'arte la riguardano con Cicerone non altrimenti che una breve similitudine. Difallo la Metafora, fiume d'eloquenza, non è che il compendio di questa comparazione : eloquenza che scorre copiosa a! pari d'un fiume. 7. Questo trasporta mento di vocabolo da significato pro- prio ad improprio si fa o trasferendo il vocabolo da cosa animata ad inanimata, come: Ridono or per le piagge erbette e fiori ( Petr. 1; e viceversa , come : Io non piangeva: sì den- tro impietrai ( Dan. ); ovvero da cosa animata ad altra pure animata , per es. : Brulo con Cassio ncll' Inferno latra ( Dan.); e per converso , tal è : Tornan d'argento i ruscelletti e i fiumi (Alam.)- 8. Si noverano dai relori altri due Traslali , che possono piuttosto riguardarsi siccome due diverse specie di Metafore di molto ardila natura , e quindi solo dai poeti , ed eziandio con misura , adoperali; tali sono la Metalessi c la Catacresi, che talora vengono l'una coll'altra scambiale. La Metalessi, o Transunzione , della dai Latini Participatio , consiste ap- punto nel fare una cosa partecipe delle qualità d'un'altra , come leggesi in Dante luogo d'ogni luce muto, aura morta, dove, il sol tace ec. La Catacresi era detta dai Latini Abusio, perchè ella è difattì un tal quale abuso o improprietà di vo- cabolo , cui può solo scusare o il difetto del proprio , o me- glio l'intento di dare maggiore evidenza e forza ai concetto; tuttavia s'ode frequente nel popolo che dice sottile malizia, mente grossa , e via discorrendo; ma meglio ancora si sente negli esempj CDe ne porgono Virgilio e Dante, per tacere di altri : « Hunc ego si potui tantum sperare dolorem ». U«n.,L, IV). a Parlare e lagrimar vedrai insieme ». (Inf., C. XXXIII). 9. E poiché Aristotele meritamente esalta la Metafora , come principale ornamento della elocuzione, e regina delle figure chiamala il Perlicari , è prezzo dell'opera il dire dei pregi onde per essa abbellasi il discorso , e mostrare a un tempo i difetti che male adoperandola. Io deturpano. Primiera mento giova alia lingua , perocché la Meta- fora l'arricchisce di parole e di frasi , servendo essa non solo a bene e brevemente esprimere certe idee che meglio non potrebbonsi, come ne chiarisce il comune uso, allorché dice: co//o del piede 0 del vaso, dente della ruota 0 della sega, ingegni della chiave, uscir dei gangheri, fare d'ogni erba un fascio ec. ; ma eziandio a colorire e lumeggiare delle idee intellettuali e morali i più leggieri rilievi , ed altresì le più sfuggevoli sfumature; al che certo non basterebbero i soli vocaboli propri. Vedasi se con questi polrebbonsi esprimere 1 diversi modi della mente e dell'animo, con pari brevità e chiarezza, che colle metafore concepire, riflettere , .discor- rere con profondità , con acutezza ec. ; cuor tenero , puro , ardente, freddo, inflessibile ce. Vedasi se senza l'ajuto della Metafora, avrebbe potuto il poeta spiegare lo stalo d'una mente dubbiosa che brama d'esser chiarita , con più. d'evi- denza che colla terzina seguente : a Ma io veggi'or la tua mente ristretta a Di pensiero in pensier dentro ad un nodo, a Del qual con gran disio solver s'aspetta 0. (Par., C. VII). E non solamente giova a rendere più copiosa la elocuzione , ma serve altresì a scolpire talmente le idee , che ce le pone come dinanzi agli occhi, e come dice il Perticar! , quasi den- tro dell'animo ce le conficca (4). Siane argomento l'esempio di Dante , ov'accenna al mistero della SS. Trinila : « 0 Trina Luce , che in unica stella « Scintillando a lor vista si gli appaga » ec. ( Par. , C. XXXI ). U. fnoltre la Metafora e, come nota Aristotele, fonte inesauribile di maraviglioso diletto; perocché agii uomini, (1; Leit.al Marnimi, Race, di Leti. Precettive, di P.Fanfani, Edi- zione Barbèra. al dire di Tullio > piace d'esser tratti dalla mente ad altro da quello che suona il vocabolo , o volentieri contemplano a un tempo due cose che hanno tra loro qualche analogìa che risvegli idee gioconde, o qualche somiglianza non prima avvertila , come fiore dell'età , aurora della vita per gioven- tù: ovvero odore di santità , parole di buon sapore, febbre d'ambizione ec. E grandissimo diletto porgono altresì quelle Metafore che tolte pur da cose piacevoli, le si associano a ciò che vogliamo significare, come rosea guancia, splendida, gloria, ridente campagna e simili; non che quelle che offrono l'intelligibile in forma sensibile, come scorgesi nell'esempio del Poeta qui sopra addotto, e in quest'altro che tra'suoi mille trascelgo, ov'insegna non essere che ignoranza o errore ogni altra scienza che non viene da Dio : o Lume non è , se non vien dal sereno a Che non sì turba mai , anzi è tenèbra , a Od ombra della carne , o suo veleno d. (Por., C. IX). 12. Finalmente oltre che all'eleganza , serve anche al de- coro, modestamente velandosi per la Metafora ciò che non può dirsi aperto senza offendere il pudore e la convenienza. La vereconda poesia e la sacra eloquenza se ne giovano all'uopo con molto bel garbo, siccome quando questa parla di tassa Babilonese, di gìgli maculati, di talami offesi, quella dice col Petrarca : a Ricordati che fece il peccar nostro « Prender Dio per scamparne « Umana carne al tuo verginal chiostro ». ( Canz.a Maria). Serve non meno per la sua brevità ed evidenza , non di rado alla forza ed efficacia, come sentesi in questa del Poeta: « Che se le mie parole esser den seme a Che frutti infamia ai traditor ch'i'rodo s. ( hf., C. XXXIII). Dlgilizedby GoOgk di rettowca 29 13. Che se le Metafore bene adoperate aggiungono al discorso nobiltà e splendore , ove non s'usino con senno e con arte, lo guastano, ed anzi che luce vi spargono fumo. Ciò incontra principalmente , quando la Metafora manca del suo proprio fondamento che, come sopra si disse, è la somi- glianza, o almeno n'è troppo remota; nel primo caso cll'è falsa, nel secondo è oscura. Non sapendo io scorgere ana- logia tra spada e inebriare, riescemi falso il dire che la spada della vittoria inebriò la terra; oscure si parranno per av- ventura queste Metafore di conio modernissimo : processi dell'intelligenza e del cuore, discendere dalla sfera ideale, elasticità di genio ec. , ed altre cotali, fatte calare dallo nu- vole del trascendentalismo. 1 1. Viziosa dipoi si fa la Metafora , 1 se di troppo in- grandisce le cose piccole , come chiamando col Marini tesori dell'or/ente le lacrime di bella donna ; 2.° se attenua più del dovere le grandi , come colui che chiamò le nevi bianchi gì- gli delle Alpi, e meglio che non in si balzana Metafora, ap- parisce ove per imitare questa bellissima del Poliziano : E le biade ondeggiar , come fa il mare , si dicesse : E tremolare il mar , come le biade ; 3." Se per isconcia bassezza discon- viene alla dignità del discorso, come in quel verso appun- tato da Orazio : a Jupiter kiòernas cana nive conspuit alpcs. . Del qual difetto non parve a taluno esente il delicato l'e- ira rea , ove cantò: Alle Italiche doglie fiero impiastro». E più d'una volta pare vi peccasse l'Alighieri , non piacendo al Tasso ch'egli chiamasse il sole lucerna del mondo, nò il Casa lo loda ove a Beatrice fa dire : a L'alto fato di Dio sarebbe rotto « Se Lete si passasse, e tal vivanda a Fosse gustata , seni" alcuno scotto a Di pentimento ». [Purg., C. XXX). sembrando al primo sentirvi puzza d'olio , di taverna al secondo. E se può per il luogo scusarsi la metafora: aver brama di tal tigna [ inf. , C. XV } , non pare cosi dell'altra : I iT lascia pur grattar dov'è (a rogna [Par., C. XVII) , essendo queste, come dice il Cosfa , immagini sconvenevoli e ple- bee: tanto quell'austero ingegno disdegnò talora per l'idea fino il decoro della parola. 15. Nè già sono di buon conio quelle metafore che stanno con qualche repugnanza tra lóro. Nè qui citerò quelle strane di cbi voleva che i fuochi sudassero a preparar metalli, odi chi pretendeva d'avvelenar l'oblio coli' inchiostro , o che l'i'n- chiostro illustrasse la porpora, con altre siffatte del secento ; ma solo dirò che lo stesso Orazio venne censurato per questo verso: 9 Urit enim fulgore suo qui praegravat artes ». (Ep. I, L. li, v. 13) dove non ben tra loro concordano le metafore d'abbruciare e d'aggravare; che neanche il Petrarca la ove dice che se Amore o Morie non gliel impediscono, farà tal lavoro che n'andrà fino a Roma la fama , vien lodato per tali metafore insieme repugnanti : « Se Amore o Morie non da qualche stroppio « Alla tela novella ch'ora ordisco, « Io farò forse un mio lavor sì doppio « Che infino a Roma n'udirai lo scoppio ». [San. VII, P. III). 16. Indire accattano biasimo al loro autore quelle me- tafore , le quali si confondono col semplice , come se chia- merai stelle gli occhi di bella donna, o fulmine di guerra un capitano , e poco di poi aggiungerai che quelle guar- dano , che questo trionfò sul carro di gloria : in tal guisa ecco guasta tutta la bellezza di quei traslali (1). Dalla qunl (1) Una cos'i falla stranezza riscontro nel scguenle Epigramma d'un secentista : « Deh I Colia alì'om&ra giace I « Venga chi veder vuole n Giacere all'ombra il sole ».  3f confusione del semplice col figuralo forse non seppe ben guardarsi il Tasso medesimo , ove parlando di Silvia da un Salirò legala colle slesse sue chiome ad un albero, dice: a Già di nodi sì bei non era degno a Così ruvido tronco: or che vantaggio « Hanno i servi d'amor , se lor comune a È con le piante il prezioso laccio? » (Am., AH. DI, se. I). E di più ; non solo biasimevoli , ma ancora ridicole diven- gono, allora che si pretende di trarne conseguenze, come se metafore non fossero , ma espressioni di rigorosa pro- prietà , attribuendo all'oggetto metaforico le qualità e gli effetti slessi del proprio , come nel famoso finale del sonetto del Marini per S. Maria Maddalena : « Se il crine è un Iago , e son due soli i lumi, a Non vide mai maggior prodigio il cielo a Bagnar co'soli e rasciugar co fiumi s. Ma per non dire di simili mattezzc, che pur frequenti riscon- tratisi in certe prose e versi del XVII secolo, accennerò solo che di tal difetto trovansi tracce e nel Petrarca, e, benché rarissime, nello slesso Ariosto, il quale contando d'una lettera ricevuta del suo Ruggiero da Bradamanle, dice : a Le lacrime vietar che su vi sparse a Che con sospiri ardenti ella non l'arse ». (Ori. Fur., C. XXX). Che se tali vizj si hanno ancora nei grandi autori, tanto più noi dobbiamo star sull'avviso per non cadere in mela- foro che vuoi per repugnanza , vuoi per confusione col sem- plice, stiano fra loro male d'accordo. 17. Sono ancora da schivarsi , per quanto si può , quelle metafore che a temperarne la durezza o l'ardire han biso- gno del quasi, dirò coni ed altri tali raddolcimenti , come usò Dante:  « Ma passava m la selva tuttavia , a La selva, dico, di spiriti spessi ». thf.,C. IV). . Ove però non si possa fare di meno non si dimentichi , secondo il precetto di Tullio , di rammorbidire con alcuno di quei modi il traslato: siane questo un esempio: « trarre le ragioni dalle viscere , come suol airsi, dell'argomento ». 18. Non però basta che le metafore vadano immuni da tutti questi difetti, perchè veramente dilettino; fa d'uopo altresì che siano adattate al componimento , e soprattuilo conformi al gusto della nazione. E primieramente distin- guendosi L'elocuzione prosaica dalla poetica in gran parte per le metafore , ne segue dover queste pur differire tra loro ; onde mentre la poesia le ama ardite e rigogliose, ben più rimesso le ama la prosa , sebbene ne' generi più elevati talvolta usurpi ancora quelle quasi poetiche. Inoltre anche la poesia non le ammette tutte indistintamente ; perocché la lirica le desidera splendide e vivaci , l'epica lé richiede magnifiche , gravi la tragica , castigate la pastorale; quindi avviene che certe metafore, che mal convengono ad un ge- nere di poesia , riescono dicevolissime ad un altro , e a mo' d'esempio , se la metafora impiastro dispiace nel Pe- trarca lirico, appar bella nel Rosa ■ satirico , ove dice: o A chi la povertà filt'ha nell'ossa i Refrigerante impiastro è la speranza ». (Sai. II). Tanto importa aver l'occhio a' luoghi, come assennatamente diceva il Davanzali. 19. In secondo luogo devesi por monto che le metafore siano accomodate all'indole della lingua e al gusto della nazione. Ogni clima ed ogni terreno ha i fiori e i fruiti suoi propri , che tratti solt'altro cielo non sempre fan buona prova; così certe metafore e certi modi di dire che sono pieni di naturalezza , di garbo e d'efficacia in una lingua e appresso un popolo , in altra riescono o strani , o ridicoli , o  freddi. La poesia biblica imprime un non so che di grandioso e spiccato nelle sue immagini mercè di certe metafore ar- ditissime , le quali per noi sonerebbero sconce ed ingraie, come per es., inebriato sagittas meas sanguine (/s,, C. XXI) ; Domimo excitatus est, tamquam polena crapulatus a vino {Sai. LXXVII) ; Anima mea liquefitela est [Cani., C. V). An- che tra i Latini se ne riscontrano parecchie, le quali troppo fedelmente tradotte per noi riuscirebbero difformi , come : hebescere acKffl auctoritatis ; campos talis aere secabant ; Cererem corruptam undis; gravem stomachum Pelidae; a te- nero lingue, ed altre mille (1). Peggio poi adoperano coloro che per malvezzo d'imitazione tolgono immagini e metafore dallo opere di oltremonle e d'oltremare , come già fecero gli Ossianeschr, che dall'Ossian volgarizzato dal Cesarotti tol- sero , quali ghiotte squisitezze, questi ed altri simili modi : Figlio del canto, figli dell'acciaro, gran signor de'brandi, ro- tola la morte, urlano i torrenti ec. Siffatte metafore son belle ove nacquero; per noi riescono ampollose e ridevoli (2), e per di più guastano la lìsonomia della lingua e della let- teratura italiana. 20. Finalmente è da notarsi che, sebbene le Metafore siano giuste , convenienti ed appropriate , richiedono ancora opportunità e parsimonia, perchè non sappiano d'affettazione e d'inutile sfoggio. Cicerone diceva: « verecunda debel esse « translatio, ut deducta esse in alienimi locum , non ir- « ruisse videatur (3) ». E tale è appunto, quando appari- sce naturale ed opportuna, cioè richiesta dalla chiarezza, dal decoro , dall'eleganza. Al Muratori sapeva d'ostenta- zione il vano uso che il Pallavicini fa delle metafore in que- lli La descrizione dal corpo umano che leggesi ne] Timeo di Pla- tone, e della divina da Longino; eppure vi sono Melafore che per la delicatezza della nostra lingua sembrerebbero strane, quali sono : Ca- tullo il capo , (Simo il ' cu ll o T'arpioni le vertebre , Sondalo -del le vene il cuore , ed altro cotali. - V, ComrcEiIt, Delia losc. RtSquema , Gior- nata HI, Disc. % (2) Costa, Eloc, P. I. (3) De Orai., Lib. Ili, c. 4). 3  sta sentenza: « La corteccia del viaggio fu il visitai' la a duchessa , ma la midolla fu il trattar col papa (1) ». Al- trettanto diremo del Bartoli, ove dice : « Chiamò a consulla i pensieri nella camera della mente ». Siccome la troppa luce abbaglia ed offende , cosi le troppe Metafore offuscano il di- scorso e lo rendono sazievole ; di qui la ragione del precetto di non affastellarle o incrocicchiarle di soverchio, come no- tasi aver fatto alcuna volta Orazio stesso e il Petrarca , seb- bene ambedue di finissimo gusto. L'abuso delle metafore , poi fu strabocchevole nel secento , tanto che il Rosa so ne burlava in quel celebre verso della Sat. II: « Le Metafore il sole han consumato » ; nò il settecento seppe fuggirlo abbastanza , come apparisce negli stessi Filicaja, Guidi, Frugoni (per non dire degli Arcadi), i quali pure si mostrarono dimentichi del salutare nenimis, comecché meglio castigali. A fine di serbare pertanto ancora in questo quell'aurea sobrietà che rende s\ cara la elocuzio- ne, studiati quanto sai e puoi, di congiungere alla casta semplicità del trecento la nobile splendidezza del cinque- cento , se non vuoi per troppo amore di eleganza , che a te pure sia detto come a colui che dipingendo un'Elena aveala sfarzosamente vestita : Non sapesti farla bella , l'hai falla ricca { Fifa d'Apelle }. 21. E qui mi scusi Poinore per le buone lettere italiane, se più che non si suole, mi sono traltenuto intorno alla Me- tafora. È certo che dal retto uso di questa in grandissima parte dipende la buona elocuzione : e difatto le stranezze secentistiche null'allro sono per Io più che abusate meta- fore; e quel parlar vaporoso, e come diceva il Giusti, tutto frasi aeree, che in cerle prose e versi dell'età nostra s'in- contrano, non è che un miscuglio di nebulose metafore, che nella caligine^avvolgono idee e concelti. Pertanto il mostrare pio. ampiamente ai giovani la natura e l'uso della metafora , acciocché meglio ne distinguano la bellezza , e fuggendo i [*) Slor. del Cene, di Tr. , G. Ut.  delirj passali e le fantasticherie presenti , sappiano con di- scernimento e buon gusto ad esempio de'grandì scrittori adoperarla, parventi far loro utilissima cosa, perchè tengo per verissimo ciò ch'allri disse , che chi sa ben usare le Me- tafore, sa ancora essere buon poeta e buon oratore (11. g. 2. Della Metonimia, dell' Antonomasia o dell'Epiteto. 22. I Greci chiamarono Metonimia , e i Latini Denominalo quel traslato onde nominatisi le cose per qualche loro stretta affinità o attinenza; quindi se fondamento della Metafora si vide essere la somiglianza , quello della Metonimia è la relazione. Colai mutamento di nome poi allarga o ristringe il significato delle cose. Essa si fa 1.° nominando la causa invece dell'elio, come: ma negli orecchi mi percosse un duolo ( Dan. ) , e viceverso ; lai' è : Dopo lunga tenzon ver- ranno al sangue (Dan.); 2° ponendo il contenente per il contenuto, come: S' Affrica pianse', Italia non ne rise (Petr.); o questo per quello, per cs. : Vident simul arma jacerc , Vina simul ( Virus.); 3.° nominando il possessore per la cosa pos- seduta: Jam proximus ardet Ucalegon (Vinc); o il p7 - o(e(- tore per la cosa protetta, come: Ed ha falli suoi dèi non Giove e Palla, ma Venere e Bacco (Por. ); o il Fiume per la nazione, per es. : Piacemi almen eh' e' miei sospir sien quali Spera '1 Tevere e l'Arno (Petti.); o il tempo per gli uomini in esso vissuti , come : Il trecento diceva , il quattro- cento sgl-ommalicava , il cinquecento chiacchierava, il secento delirava , il settecento balbettava (Alf. ); i.° nominando il segno per la cosa significata, per cs. : La reverenza delle somme chiavi (Dan. ) ; o l'autore per l'opera, come: Non è il suo studio nò in Matteo nò in Marco (Amos.) ; ovvero la materia ond'ò falla la cosa, o Io stromento che serve alla azione, tali sono: Et moestum illacrimat templis ebur, aera- que sudan t (Virg,): Ed in sua vita Fece col senno assai e colla spada (Dan.); finalmente nominando l'astratto per il concreto, come: Sì eh" io fui sesto fra cotanto senno (Dan.). [4] leti. Prec. Molto somigliante alla Metonimia e di pari effetto è Y Antonomasia , detta dai Latini Pronominatio , che consiste nell'adoperare il nome appellativo o patrio , invece del pro- prio , come quando dicesi V Apostolo per S. Paolo , il Filosofo per Aristotele, il Poeta per Dante, il Venosino per Orazio. S'usa talvolta chiamare col nome di quei che fu sommo in qualche arte o scienza , chi in quelle pur si distinse , come VApelte o il Sofocle italiano per Raffaello e l'Alfieri, il Plinio francese per Buffon ; altrettanto dicasi delle virtii e dei vizj, chiamando Curj e Fabrìzj gli ottimi cittadini, Mecenati i pro- iettori delle lettere e delle arti , e via discorrendo; e molto leggiadramente se ne valse il Foscolo Ih dove accennando ai Poemetti del Panni, dice: a E tu [ Talia ) gli ornavi del tuo riso i canti a Che il Lombardo pungean Sardanapalo ». 2i. Molto affine a queste due forme di traslati e quella dell' Epiteto , esprimendosi per questo non solo le qualità delle cose , ma altresì ora la causa, come: Cura ambiziosa, voglia avaro; ora l'effetto, quale sarebbe: Cupidigia cieca, bianca paura ■, ora il modo , per es. : Vegliate o dotte carte ; ora finalmente le circosfanjae , come: Dure, illustri porte , purpurei tiranni ec. Aggiungi che l'epiteto spesso esprime un concetto storico o morale, come: Veterna Roma, la feroce Numanzia , V infida Cartagine, la paziente Sparta, la molle Capua , lWoja Napoli , la bellicosa Germania ec. Spesso ancora esprime l'eccellenza delle cose , designandole per qualche particolar luogo o persona; tali sono gli epiteti: Ibe- riche lane, Tirio ostro, Ircana tigre , Indica gemma, ,4ra&o incenso, Cipria nave, scultura Michelangiolesca, grazia Raffaellesca e via discorrendo. 25. Qui però giova notare che la poesia ne suole esser più larga che non la prosa , siccome quella che ama di me- glio lumeggiare e immagini e concetti collo splendore degli epiteli. Se non che eziandio in poesia fa di mestieri usarli con senno e misura, come adoperarono i Greci e i Latini, dai quali i nostri pure appreser quest'arte, che consiste primieromente nella opportunità, perchè non pajano oziosi; nella giustezza, perche non riescano oscuri; e soprattutto nella sobrietà, perchè colla loro ridondanza ingombrando le sentenze, non rendano freddo e pesante il discorso. Senza le quali condizioni meglio giova all'efficacia la semplicità degli antichi, che il lussureggiar de'moderni, come sentesi negli esempj che qui poniamo a riscontro : Dahie, hf., C IX. « 0 voi che avete gl'intelletti sani , « Mirate la dottrina che s'asconde « Sotto il velame degli versi strani ». Frugoni , Epist. al Bajardi. « Ben sordo alle sue note il volgo ignaro a Rado intese, o non mai qual sieda, e dentro « I sacri ornati carmi alto s'avvolga « Saper che ad arte agli occhi suoi si vela ». Boccaccio , Giorn. VII. « Ogni stella era già delle parti d'oriente fuggita , se « uon quella sola la quale noi chiamiamo Lucifero, che an- « cor luceva nella biancheggiante aurora. Autore secentista riportato dal Ranalli. h Non ancora i solleciti galli destata avevano la sonnac- « chiosa aurora, nè l'innamorata stella df Venere paventava « di essere de'suoi amorosi furti accusata dai risplendenti « raggi del rinascente giorno ». g. 4. Della Sineddoche. 26. Altra forma del traslato è la Sineddoche che differisce dalla Metafora e dalla Metonimia, in quanto che quelle hanno per principal fondamento la somiglianza e la relazione, que- sta ha il più e il meno , consistendo Dell'osar vocaboli di si- gnificazione particolare in senso generale, e viceversa, come- nominando il tutto per la parie, 0 questa per quello; cosi  adoperò il Petrarca freddo anno per verno , e Dante ove dice : Risposi lui con vergognosa fronte, invece di volto; ovvero ponendo il genere per la specie, o la specie per il genere, come appresso Virgilio : Quadrupedemque citum ferrata calce fatigat , o dove invece d'ogni vento ei dice : £oco foeta furen- tibus austrt's; o finalmente usando il plurale per il singolare c viceversa , come Cicerone ove dice : Stultos Curios , Fa- bios , Camillos, nosmetipsos eie. : o il Petrarca : Ma se il la- ttilo e il Greco Parlaìi di me dopo la morte, è uh vento. 27. E qui è da avvertire che si la Metonimia come la Si- neddoche sono molto comuni al poeta, e l'oratore se ne vale anch'egli , ma piii riserbatamente. Inoltre ben c'insegna il Costa, che esse addivengono viziose, quando l'immagine della cosa da cui toglìesi la parola non ben s'associa alle idee che voglionsi in altri risvegliare. Notisi quanto destra- mente Virgilio dipinge una nave veieggiante per alto mare , della quale da lungi non scorgesi che il gonfiar delle vele e lo spumeggiar delle onde, allorché dice: « Vela dabant loeti, et Spumas salis aere ruebant (1) ». E d'egual tempra sembra a me il verso del nostro Poeta : « Secando se ne va l'antica prora ». i ktf. , C. vili ). ' Cambisi vela e prora, e tosto sparirà il perfetto accordo che vi ha tra le idee e l'immagine che ivi si rappresenta. g. 4. Della Iperbole. 28. I Greci chiamarono Iperbole quella forma di trnslato che consisto nel dare olle cose un' immagine Iragrandc co» colori tolti da ciò che ha in sò del maraviglioso e dello straor- dinario , onde può dirsi ancora una Metafora esagerata. Di- fatto ella è naturale al pari della slessa Metafora , e si ode (1) Eloc, P. r.  i» bocca del popolo in mille suoi modi proverbiali , che son tutti evidenza e vivacità , come : In un baleno, volar come il vento, come il pensiero, toccar il cielo con un dito, dello fatto , andar co pie di piombo , a passi di formica , esser lutt'occhi e tutl'orecchi ec. 29. L'Iperbole, d'ordinario nasce dalla immaginazione o dalla passione vivamente riscaldate , le quali amano di di- pingere le cose non quali sono, ma quali in quel concila- mento loro appariscono, Non per questo essa distrugge la verità , ma come noia il Salvini (1) , è simile alle statue co- lossali . che nella loro smisuratezza hanno misura, e nel trapassare che fanno la proporzione, la conservano, non sfigurando, ma solo ingrandendo le forme. Il perchè può stabilirsi per canone dell'arte nostra, esser l'Iperbole una fantastica esagerazione del vero, entro i confini d'una certa proporzione. I secentisti (salvo sempre i bei nomi d'un Ga- lileo, d'un Bartoli, d'un Segncri e d'altri valentuomini che pure in quell'età furono delle lettere nostre sostegno e splen- dore) per quello slesso famelico che rendevali nelle Melafoijj audacissimi, travalicavano pure i giusti limiti dell'Iperbole, e colla smania di poggiare per questa via al maraviglioso ed al sublime, cadevano nell'ampolloso e nel ridicolo, fino a dire che il Campidoglio sudò sotto boschi di palme, che il mondo s'accecò ne'lampi degli eroi , che un Mongibello ardente di sospiri asciugò il mondo in ogni parte ove fu pianto per la morie del Bembo, ed altre tali e si strambe mattezze. 30. Iperboli sì sperticate originavano da una soverchia amplificazione del traslato. Difatto i sospiri, a mo'd'esempio, hanno un alcun che di simile al vento e al fuoco; ma se gì' in- grandisci fino a dar loro l'azione vera di questi , posi sul falso e cadi nel ridicolo. Nella Iperbole adunque allienti ad una giusta proporzione; rammenta che lavori su d'un traslalo ; che scherzi, quasi non dissi, coll'inverisitnile : però va'eauto , non spingerti più del dovere per non dar nel freddo o nell'ammanierato ; usala con sobrietà , e dove pro- prio si richiede, cioè quando veramente l'immaginazione e (*) Lez. I al Son. L'alto Fattore 6C.  la passione gagliardamente concitate, la fan parer giusta e naturale. Nelle descrizioni , per esempio, di cose che forte eccitano la fantasia, come battaglie, tempeste, terremoti, possono adoperarsi iperboli alquanto spesso e vive ; nel tu- multo di grandi affetti , il cui linguaggio è naturalmente iperbolico, ben si convengono quelle ardile e veementi. Cosi l'esperienza e l'esempio de' sommi scrittori apertamente c'in- segnano. Iperbole descrittiva. « . . . . Horrificis tonat Aetna ruinis, « Interdumque atram prorumpit ad aethera nubem, « Turbine fumai) tem piceo et candente favilla e Attollitque globos flammarum , et sidera lambii n. {Am., L. III). Iperbole passionata, t Poco sofferse me colai Beatrice, « E cominciò , raggiandomi d'un riso « Tal, che nel fuoco faria l'uom felice ». I Par., C. VII). 5. 6. Della Perifrasi. 3). La Perifrasi, o circonlocuzione è una più ampia me- tonimia , la quale con un giro di parole descrive la cosa senza nominarla, dipingendola pe'caralteri suoi proprj ; il perchè vi si richiede somma precisione a fine di cessare ogni ambiguità. Il Petrarca che descrive l'Italia con un'esat- tezza senza pari, ove dice : II bel paese Che Appennin parte, il mar circonda e l'alpe , non mi sembra abbastanza felice nella seguente perifrasi : Poi vidi quella che mal vide Troja. Qui la mente erra tra Elena e Pentesilea, che questa mal vide Troja , perchè vi mori , quella perche fu cagione dell'eslermi- nio dell'infelice città. Oltre di ciò vi si ama la brevità , chè le troppo stemperate nuocono alla forza del discorso , avver- tendo col Colombo che coi vocaboli propri e'si paga, come dire , in oro, e in un attimo si dà mollo; colle molte parole significanti una sola idea , sì dà lo stesso in men buona moneta , e ci si mette più ài tempo. Mentre Dante usa il nome proprio , dicendo : Facean sonar lo nome di Maria , odasi quanto per significar con perifrasi Io stesso nome riesce lan- guido il Boccaccio : « Lei nomò del nome di Colei che in sè « contenne la redenzione del misero perdimento , che addi- « venne dell'ardilo gusto della prima madre ». Finalmente oltr'esser brevi e precise, vogliono le Perifrasi esser anche opportune , chè ove appariscano esser fatte a sfoggio d'inge- gno, sanno d'affettazione; nè piacciono se , anzi che nobili- tare l'idea, la sfregiano. Tale a me sembra quella cbe Dante fa del Paradiso : . * « Che lecito ti fìa l'andare al chiostro a Nel quale è Cristo abate del Collegio ». ( Purg. C. XXVIÌI). 32. La ben locala Perifrasi poi aggiunge al discorso e splendore e decoro. Giova difatto a serbar reverenza alle cose, come fa Dante, che invece del Nome Santissimo di Dio, si vale a significarlo di bellissime circonlocuzioni , quali tra le altre sodo: « Colui lo cui saver tutto trascende ». « Mi volsi a Quei che volenlier perdona ec. (1) ». Per essa si rattempera l'acerbezza delle cose in sè spiacevoli, come in Livio si legge che C. Vibio esortasse i compagni a bere il veleno, guardandosi dal dire che ne morrebbero, ma significando Io stesso con questa ingegnosa Perifrasi : « Ea polio corpus ab cruciatu , animum a contumelìis, ocu- <t ìos et aures a videndis audiendisque omnibus acerbis in- k dignisque, quae manent victos, vindicabtt » {Hist. L. XXVI). Serve altresì a mantenere il decoro e il pudore in cose cui disconverrebbe esprimere coi vocaboli propri; onde Virgilio (1) V. Teooomia Danlesca , ove si registrano 72 modi a significare Dio e suoi attributi. Appendice alla Letture di Famiglia , V. II , N." * , p. 42. Firenze, Tip. Galileiana.  parlando dello Arpie dice : foedissima ventris proluvie* , e Dante con assai di verecondia lutto esprime, dicendo: « Ou^ 1 ' è l'anima antica a Di Mirra scellerata , che divenne a Al padre, fuor del drillo amore, amica ». [M/I, C. XXX). Giova finalmente a dare maestà alle cose, come fa Virgilio là ove canta di Fabio: « Tu Maximus ille es « Unoa qui nobis cunclando reslituis rem ». [Acn., L. VI ). non che a dipingere con piii vivi colori le immagini , come vedesi nei seguenti esempi : Mezzodì d'Eslatc ( Vino., Geor., L. IV ). « ,Iam rapidus (orrens sitientcs Sirius Indos o Ardebat coelo , et medium Sol igneus orbem « Hauserat; arebanl herbae, et cava (lumina siccis « Faucibus ad limum radii tepefacta coquebant ». Sera d'EstMQ {Inf. , C. XXIV ). e Quando il villan che al poggio si riposa, a Nel tempo che Colui che 'I mondo schiara, « La faccia sua a noi lien meno ascosa, a Come la .mosca cede alla zanzara , « Vede lucciole giù per la vallea, « Forse cola dove vendemmia ed ara ». 33. Assai frequente è presso i poeti questo traslato che tanta vaghezza accresce alla elocuzione; più raro e più ri- stretto s'incontra presso gli oratori, avvegnaché di siffatta maniera ornamenti meglio si convengano alla splendida poesia , che non alla severa oratoria. È da avvertire però , che n'è grandemente schiva la poesia del cuore, perchè, Digitizcdby Google 1)1 BETTOBiCA 43 corno noia il Tasso , l'affetto per la parte della elocuzione . richiede proprietà e null'altro [Leti. Poet.). g. 6. Dell'Ironia e del Sarcasmo. 3i. Se per le due forme di traslafo ora discorse allargasi il concetto, per Y Ironia, per V Allegoria e per l'Enigma di cui siamo per trattare , si vela ad arte e si restringe. E di- ialto, incominciando dall'Ironia , questa consiste nel valersi di parole di lode che vuoi dal tono della voce, vuoi dal con- leslo , rivelano un finissimo biasimo sotto di quelle coperto. Quando vi si usa invece del mal nome il buono , chiamasi ancora Antifrasi, com'è nel saluto Tereuziano al servo che aveva fatto mala guardia del figliuolo: Salve , bone vir, cu- rasle proiW; e nell'Ariosto, ove Polinesta al comparire di vecchio barbogio esclama: Ve' che galante giovine! ed altri modi siffatti che odonsi tutlodt nella bocca del popolo. Di tal natura sono eziandio le seguenti : Giunone a Venero (Vmg. , Ann., L. IV). « Egregia™ vero laudem , et spolia ampia refertis , « Tuque, puerque luus: magnum et memorabile nomen, « Una dolo Divam si foemina vieta duoruui est ». A Firenze ( Dante , Purg. , C. V ). « Or ti fa lieta, chè tu hai ben onde: « Tu ricca, tu con pace, tu con senno, o S'io dico ver, l'effetto noi nasconde ». 3o. L'Ironia poi, nel suo piti ampio significato, appar- tiene, com'altri disse, alle ragioni del ridicolo; ma chi l'ado- pera , se mostra sulle labbra il sorriso , ha l'ira de'generosì nel cuore, null'altro proponendosi che' di riprendere con essa il vizio, e scuoterne i viziosi, o se altro non può, segnare almeno le codarde brutture d'ogni maniera, col marchio d'un disdegnoso dispregio. Socrate ne fu maestro, adoperandola condita d'arguto e fino lepore contro i Sofisti; e Tullio la chiama genits perelegans , et cum gravitale salsum (Oiut. .  L. II, c. 67). Vuoisi però che l'Ironia sia breve, perchè Torte colpisca; non maligna , non petulante, e soprattutto non 'frequente ; ma onesta, dignitosa, urbana e ben cal- zante. Grandmarle adunque abbisognò al Parioi , perchè si .bellamente conducesse it suo mìrabil poema delle Parti del Giorno, ove dice il Giusti, una fina e tremenda Ironia pas- seggia da un capo all'altro. Guai a chi volesse con ìmpari forze imitare l'esempio ! Vedasi ora, come Cicerone adoperò contro di- Godio l'Ironia, e con quanto sottile acrimonia l'usò Dante contro i Capetiogi ( Purg. , C. XX ). « Sedstulli sumus, qui Drusum, qui Africa QUO) , Poro- si pejum, rtosmelipsos cum P. Clodio conterrò audeamus. * Tolerabilia illa fuerunt: Clodii mortem aequo animo ferre a nemo potest. Luget senatus , moeret equester ordo ; tota n civitas confecta senio est; squalent municipia ; afflictan- « tur coloniae: agri denique ipsi tam beneGcum, tam sin- a gularem, tam mansuetum civem desiderant » (Pro Milone). « Lì cominciò con forza e con menzogna « La sua rapina ; e poscia per ammenda a Ponti e Normandia preso e Guascogna. « Carlo venne in Italia, e per ammenda « Vittima fe'di Corradino, e poi a Ripinse al ciel Tommaso , per ammenda ». Lo stesso Poeta coll'esempio c'insegna che non nelle parole soltanto , ma ancora in certi atti della persona , coi quali quelle sì accompagnano, s'acchiude un'acerba Ironia, come: « Vegna il cavalier sovrano , « Che recherà la tasca coi tre becchi ; « Quindi storse la bocca , e di fuor trasse " « La lingua , c'ome bue che '1 naso lecchi d. {h{., C. XVII]. . 36. Quando a beffarde parole si rende più beffarda ri- sposta , l'Ironia diviene Sarcasmo. Ad Argante che avea chiamato Tancredi forte uccisore di donne, questi risponde:  a Vieni in disparte pur tu che omicida a Sei de'giganli solo e degli eroi: < L'uccisor delle femmine li sfida ». E sa pure d'amaro Sarcasmo quel verso , ove Dante punge l'avarizia di M. Crasso , toccando dell'oro colatogli nella go- la, dopo che gli fu recisa la testa » : « 0 Crasso , « Dicci , chè '1 sai , dì che sapore 6 l'oro ». iPurg., C. XX). §. 7. Dell'Allegoria e dell'Enigma; 37. V Allegoria h un sottil velo sotto del quale si na- sconde un senso diverso da quello che mostrano le parale; tjuindi essa altro non è che una continuata Metafora. L'usano poeti ed oratori , ora per prudenti riguardi , ora per legge di decoro , ora per semplice ornamento ; perchè né lutto può dirsi sempre ed aperto, e perchè talvolta grato riesce il. ve- dere una cosa attraverso d'un'altra. L'Allegoria dicesi pura , ove ai vocaboli traslati non se ne frammischino de'propri, altrimenti dicesi mista; e poiché è della stessa natura della Metafora, segue di questa le medesime leggi, richiedendo del pari somiglianza , convenienza e misura ; nè può, come dice Quintiliano, muovere da una tempesta per andare a finire in un incendio ( Lib. Vili , c. 6 ). Ecco esempj d'Alle- goria pura. Orazio giustamente riguardoso , rappresentando la repubblica sotto la figura di nave malconcia dalla tem- pesta , volle esortarla a quietarsi dalle civili discordie: « O Navis , referent in mare te novi « Fluctus. O quid agis? fortiler occupa a Porlum etc. » (Od. XIV, L. I). Il Perticar!, parlando della lingua italiana, graziosamente adorna il suo concetto con questa leggiadra Allegoria. « Cosi  it al modo do'saggi coltivatori (gli eccellenti Italiani) fecero « più bella e magnifica quesla pianta , levandole d'intorno a molte vane frasche e dannose , recidendone i rami già « fatti secchi e da fuoco, e innestandovi alcuni altri tolti « dai tronchi greci e latini , i quali subito vi si appresero , « e tanto felicemente si fecero a! tutto simili al tronco Ìta- li liano, che più non parvero rami adottivi , ma naturali (1 ; ». A 'quali esempj altri due n'aggiungeremo d'Allegoria mi- sta. Cicerone nell'Orazione contro Pisone cosi dice: « Nequo « taai fui timidus , ut qui in maxìmis lurbiuibus ac flucti- « bus reipublicae navem gubernassern , salvamque in porlu « coilocassem, frontis tuae nubeculam, aul collegae tui con- « taminolum spiritum per horres cere m. Alios ego vidi ven- ti tos; alias perspexi animo proccllas; aliis impendcntibus « tempesta tibus non cessi ». li Dante così incomincia la Cantica del Purgatorio : « Per correr miglior acqua alza le vele « Ornai la navicella del mio ingegno, « Che lascia dietro a sè mar si crudele ». 38, Finalmente VEnigma e un'Allegoria più oscura, nella quale, come ben nota il Ranalli (2), vogliamo meglio esseri; indovinati che intesi ; e cita ad esempio il famoso Veltro di Dante. Si riferiscono all'F.nigma quei colali componimenti che sotto un velo più o meno denso nascondono d'ordinario una semplice idea-, tali sono gl'Indovinelli, ì Logogrifi ec. , che per verità poco approdano all'onor delle lettere. ' Art. 11. - Dello Figuro. 39. Abbiamo parlato dei Traslati: resta ora a dire delk; Figure, cui i Greci chiamavano schemi, quasigestus orationis, come Tullio spiegava. li poiché il gesto aggiunge anima alla parola, cosi il parlar figurato accresce efficacia ai pensieri. . ii) Degli .scrittori del trecento, Lib. II, c. XI. (i; Principi di Bolle Leti., ?. I , c. 2. M REI TOBI C A 47 vivezza alle immagini e calore agli affetti. Se non che come il gesto vuol esser naturale, conveniente e sobrio, tale pur esser deve l'uso delle figure ; perocché se l'uno e l'altro rendono col difetto languido il discorso , coli'eccesso lo de- formano. Le figure pertanto sono quelle varie forme di locu- zione, che sebbene dettale in certi casi dalla slessa natura , tuttavia si scostano dall'uso comune ed ordinario del dire. Ve ne sono alcune che semplicemente consistono o nell'ag- giunger parole , o nel sopprimerne alcune , o nella loro col- locazione', e queste nascono o da un movimento dell'animo, o da un certo amor d'eleganza. Tali sono il Pleonasmo, \'El- lissi, il Polisindeto, l'Asindeto, la Sinonimia, la Zeugma, VApozeugma, V Isocolon, i Parifìnienti , i Pariconsonanti , e la Paronomasia. Altre sono vere e proprie figure , delle quali la naturai sorgente sono l'immaginazione e la passione, e non di rado l'una e l'altra insieme, e queste sono: La Com- parazione o Similitudine, l'Esempio, V Antitesi e Parallelo, la Ripetizione, la Gradazione e la Congerie, il Dialogismo o Sermocinazione , {'Interrogazione e Soggiungimento , la Comu- nicazione, la Correzione, la Dubitazione, la Sospensione, la Reticenza, la Prolepsi o Preoccupazione , la Concessione, la Preterizione, la Preghiera, l' Imprecazione , l'Esclamazioni- ed Epifonema, V Enfasi, V Impossibile, Vfpotiposi, la Proso- popea, l'Apostrofe, la Visione, l'Accumulazione. Parleremo ora in due distinte Sezioni paratamente di tutte queste va- rie forme delle figure. Sezione I. g. I, Del Pleonasmo e dell'Ellissi. 40. II Pleonasmo è sovrabbondanza di parole, che ben usato da vezzo al discorso , e porta seco un esprimer piii al vivo. È comune il dire: L'ho veduto con quest'occhi, t'ho udito con quest'orecchi ; e chi cosi parla, intende di dar forza al concetto, nò male si appone. Ero pei Latini d'efficacia e ve- nusta il dire , come fa Virgilio : Sic ore loquutus; voccm his  auribus fiatai etc. , com'è per noi: Qual io mista; tu tene fai beffe tu ec. Fuggansi però quei pleonasmi dove il di più è veramente ozioso , come in. questo del Boccaccio : Muover le palpebre degli occhi. il. V Ellissi ai contrario è figura d'abbreviamento, con- sistendo nel tacere alcuna parola o per impeto di passione, come in quel luogo ove Niso esclama: Me, me, odsum qui feci, ov'è taciuto occidite {Aen. , L. IX ); o per consiglio di verecondia , come io Dante ; a Non v'era giunto ancor Sardanapalo « A mostrar ciò che in camera si puote ». ( Par , C. XV ). ove si sottintende commettere; o finalmente per isquisitezza d'artifizio, come appresso lo stesso: « E come quei che con lena all'annata « Uscilo fuor del pelago alla riva, u Si volge all'acqua perigliosa , e guata ». {/»/:, c. i ).. Non dice che cosa et guati, e non dicendolo quante idee non risveglia in chi legge ? ( Colombo , Lez. II ). Il Pleonasmo, siccome prossimo al vizio, non è si fre- quente iie'buoni scrittori; rada è ancora l'Ellissi come figura reltorica , chè come grammaticale e usilalissima , come ad ogni tratto e leggendo, e più ancora parlando, s'incontra. §. 2. Del Polislndelo e dell'Asindeto. 42. Chiamasi grecamente Polisindeto o Asindeto la ripe- tizione o soppressione delle copulative. La prima suol farsi quando vogliamo porre sotto gli occhi altrui con rapida suc- cessione gli oggetti.; la seconda , quando vogliamo fermare l'altrui attenzione sopra ciascuno di essi. Sono esempi del Polisindeto e questo di Virgilio: di rettomca 49 » RuU oceano nox .« lnvolvens umbra magna lerramque, polumque, * Jlyrmidonumque dolos. (Ann., L. II). V. questo del Casa: « I posteri udiranno le opere vostre, 'i a tutte ad una ad una le sapranno, e. com'io spero, le ap- « proveranno tutte, .siccome diritte e pure e ciliare e grandi « e meravigliose » [Graz, a Carlo V). Sono esempj dell'Asin- deto e il famoso veni, vidi, vici di Cesare , e il verso in cui Virgilio descrive Polifemo : a Monslrum horrendum , informe , « ingens , cui lumen adempiimi n (Aen. . L. Ili ) , e questa sentenza del Guicciardini: « Grandissima è, come ognun sa, « in tutte le azioni umane la potesti) della fortuna : ma ine- « stimabile , immensa , infinita ne' fatti d'arme e (Star. d'Ita- lia ., L. Il ). g. 3. Della Sinonimia e della Zeugma ed Apozcugiaa. 43. Queste tre figure sono molto nelle delizie degli ora- tori , siccome quelle die aggiungono spirilo e veemenza al discorso. La Sinonimia difatti consiste nell'unire più parole quasi. dello slesso significato, in modo peraltro sempre cre- scente , come a meglio ribadire il chiodo, li notissima quella di Cicerone contro Caldina : Abiti, excessit, evasit, erupit. Aggiungo l'esempio che ne porge il Segncri : a Sempre teme, sempre palpita, sempre trema (Pred. XXX, n. 10). E Al- berto Lollio in lode dell'Eloquenza : <t Senza l'ajuto di que- ir sia nobilissima facoltà non è arie alcuna che possa com- « piutamentc il suo ufficio eseguire , anzi sono tutte mutole, a senza lingua, senza voce e senza spirito ». 44. La Zeugma si forma coll'apporre a più sentenze un solo verbo, come il Casa nell'Orazione alla Repubblica di Ve- nezia : « Temo uon le mie laudi sieno da molli reputale lu- ti singhe , e la mia verità bugia, e la mia gratitudine in- o ganno ». L'uose mi; ma al contrario si fa distinguendo più sentenze con opporre a ciascuna di esse un verbo partico- lare, quando con un solo e comune potevano conchiudersi;  cosi adopera Cicerone ove dice di Pompeo: a Ut ejus sempei- « voluntalibus non modo cìves assenserint, socii ottempera- li verini, hostes obedierint, sed etiam venti tem pesta lesque « obsecundarint » {Pro lega Manilio,). §. 4. Dell'Isocolon , dei Parifìnienti , dei Poricon sonami o dello Paronomasia. 45. A certe squisitezze- d'elocuzione, che i retori riscontra- rono di bella efficacia nei grandi oratori , assegnarono un luogo tra le figure d'ornamento, e chiamarono fsocolon quella che dà a'membretti d'un periodo quasi un'egual misura e termine con una certa armonica uniformila ; il perchè assai giova al numero dell'orazione, salvo che nè troppo spesso ricorra , nè v'appaja ricercatezza. Così il Casa nell'Orazione in lode di Venezia: « Ch'io conosca adunque le magnanime « virtù della vostra patria, mi dee ciascuno attribuire a « ventura; e che io' Io approvi, a bontà; e ch'io presuma « di poterle acconciamento narrare altrui, ad onoro; e « che in ciò fare mi affatichi , a gratitudine ». 46. Chiamarono poi Parifìnienti quella figuro , ove ciascun membretto delia sentenza, termina con parola dì medesimo caso, tempo e persona , come vedesi in questa di Cicerone : a Ad hanc amenliam natura peperit, volunlas exercuit, for- ti tuna servavit » ( In Catil.); e parimente in questo del Casa: « Anzi è il dimorare appo voi a ciascuno chi ch'egli sia per « la vostra possanza sicuro , e per la vostra dovizia comodo, « e per la vostra mansuetudine dilettevole » (Orazione a Carlo V). Dissero Pariconsonanti quella ove ciascun mem- bretto chiudesi con parola che termina con egual suono. Ecco- ne un esempio tolto dalla Filippica IY di Cicerone: « Hac vir- " tute majores vostri primum universam Italiani devicerunt, « deinde Chartogincm excùkrunt, potenlissimos reges , bel- ìi licosissimas gentes in dilionem hujus imperii redegerunt ». 47. La Paronomasia, detta ancora Alliterasione , consìste- nell'usar parole di suono simile, o solo differente per alcuna vocale, com'è in quel verso del Tasso: « Rapido disserra a La porta, e porta inaspettata guerra » [C.ervs. , C. XX): DI RETTORIE A 51 e parimente ove Cicerone dice: a En, cur magisler ejus ex oratore arator factus sìfc » {Filipp. III). Avverti però d'es- ser molto sobrio nell'uso dì queste figure, e specialmente le due ultime schivale quanto più. sai, perchè i Pariconso- nanti per noi sanno troppo di ritmo poetico, e la Parono- masia è un giuoco di parole da usarsi soltanto ov'è luogo di facezie. Da quest'ultima difatti par che nasca ciò che chiamasi Bisticcìo, che quanto in certe cose da scherzo suol riuscire brioso, purché con sobrietà e naturalezza introdotto, altrettanto riuscirebbe in coso gravi biasimevole. Sono tol- lerabili in Ennio e in Dante, perchè devesi aver riguardo^ all'età in cui scrissero, i seguenti: « 0 Titc tute Tali, libi lanla lyranne tulisli d. (Esmo — ). « Io credo ch'ei credclLe ch'io credesse ». [ Inf., C. Xlll ). Di molta vaghezza poi riesce, perchè usato a tempo e a luogo, questo del Lippi : « Ben tu puzzi di pazzo , che è un pezzo , « Disse Pìuton , bcsliaccia , per bisticcio ». IMaimanMe. Canlarc Vi). S EZIO. ve II. g. 1. Della Comparazione o Similitudine. 48. La Comparazione o Similitudine si fa paragonando una cosa ad un'altra a fine di meglio chiarirla o adornarla (I). Ora per l'analogia che questa ha colla Metafora , ne segue (1) « . . .. .c queslo fa per ornare il dello suo , o per renderlo più - approvato, o per darlo ad intendere meglio, e per farlo sì aperto <■ rome ae in presenzia e dinanzi agli occhi dcll'udilore sì il facesse ». F. Gcidotti, Fiore di Retiorica , Tr. II, %. M. le medesime leggi , la prima delle quali è la somiglianza; non sì però che le cose paragonate debbano strettamente insieme convenire nella loro esteriore apparenza , bastando che convengano negli effetti che nell'altrui mente d'ordina- rio producono (1). Tal' è questa di Dante, ove i termini dcllii comparazione sono ben mollo diversi ; or Chè l'uso de'mortali è come fronda t In ramo, che sen va ed altra viene ». I Par., C. XXVI). 49. Conviene però che le comparazioni non si tolgano da oggetti che siano o troppo remoti, o consimili, o usati soverchiamente; perocché i primi per la debole e mal nota attinenza spargono ombra piuttosto che luce; i secondi rap- presentando quasi la slessa cosa , non giovano nè alla chia- rezza ne al diletto; gli ultimi rendono fredda e poco gra- devole la comparazione , perchè da troppi usata , è ornai divenula logora, come quella del leone, della tigre, del torrente ec. Se non che ove questi stessi oggetti si sappiano rappresentare con una cert'ario di novità , possono anch'essi formare tuttavia materia a piacevoli similitudini. Tal'è la seguente ove Dante dipinge la postura dell'ombra di Sordello : o Ella non ci diceva alcuna cosa ; ' Ma lasciavane gir solo guardando « A guisa di leon , quando si posa ». [ Purg,, C. VI ]. E qui noterò di passala che , siccome lo scorgere le attinenze delle cose sotto aspetti non prima osservati è proprio del genio , questo appunlosi manifesta nella novità delle com- parazioni; quindi Omero e Dante ancora in queste si mo- di ■ E non fa bisogno che la similitudine che sì pone, sia per « ogni cosa simiglinole alla ro;a a che si assomiglia ; ma solamente a (erta cosa, cioè a quella che fa prò ni dicitore che la pone ». F. Goi- toTTi, loc. cit.  strano sommi e quasi sempre originali ; perocché se il Gl'eco studiò da gran maestro ìa natura , l'Italiano talvolta la sor- prese, quasi direi, ne'suoi slessi misteri. Colui pertanto che sa accortamente spigolare in così fatto campo, può tuttavia irar bella materia a similitudini splendide e nuove. òO. Finalmente la comparazione , olire ad essere oppor- tuna , perchè non comparisca oziosa , dev'essere adattata al subbìelto, tendendoa viepiù magnificarlo, se nobile; a viepiù, ingentilirlo, se leggiadro; a farlo più spaventoso, se lerri- bile. Quasi ogni genere di componimento se ne adorna e in prosa e in verso; solo è da avvertire che , poiché il soffer- marsi a riscontrare i varj punti di rassomiglianza fra due oggetti è proprio delia mente quand'è in calma, però le lunghe e formali comparazioni disdicono, ove la passione predomina ; laonde viene appuntalo il Metaslasio d'aver tal- volta posto in bocca a persone da gagliardi affetti concitato tali comparazioni, leggiadrissime in se stesse, ma 1\ dove sono, inverisimili. Dilani la poesia drammatica , e in gene- rale la passionata, sta contenta a queste semplici similitudini: Come fblgor ratti; or più che tigre mi s'avventa adirata; guai uom conscio a sè stesso in core , ed altre simiglianti, com'è da vedersi nell'Alfieri. Ora porremo esempj di com- parazione formale, a Ut saepe homines aegri morbo gravi « cura aeslu feerique jaclanlur, si aquam gelidam bibcrint, « primo relevari videntur; deinde multo gravius, vchemen- « liusque afflictanlur; sic hic morbus , qui est in republica , « relevalus islius poena, vehementius vivis reliquis ingra- « vescet » (Cic. , In Calilinam. ). * Quale i fioretti dal notturno gelo a Chinali e chiusi, poiché 'I sol gl'imbianca, o Si drizzan tulli aperti in loro stelo, « Tal mi fec'io di mia virtute stanca ». [ Iaf., C. 11)- Si  g. 2. Dell* Esempio. 51. Questa figura ha qualche affinila colla similitudine,, perocché io sostanza s'adduce in esempio il detto o il fatto di persona autorevole, applicandolo al caso nostro, a fine di trarne argomento a noi favorevole, per l'analogia che vi riscontriamo. Gli oratori, massime i sacri , se ne valgono assai , come di figura di grande convincimento; nò i poeti se ne mostrano schivi , dove faccia loro buon giuoco. Tra ì primi vedete quanto destramente se ne vale Cicerone contro Catilina : « Etenim si sureimi viri et clarissimi cives Sa- li lumini , et Gracchoruin , et Flacci , et superiorum corn- ei più riunì sanguine non modo se non contaminarunt , sed « eliam honestarunt ; vercndum certe mihi non crat, ne a quid hoc parricida civium interfecto, invidiae .mihi in po- li sieritatem redundaret t; e tra i secondi Dante: t Deh ! or ini di' quanto tesoro volle e Nostro Signore in prima da San Pietro « Che ponesse le chiavi in sua balia? . « Certo non chiese se non : Vienimi dietro, e Ne Pier, nè gli altri chiesero a Mattia a Oro o argento , quando fu sortito « Nel luogo che perde l'anima ria ». [Inf., C. XIX). g. 3. Dell'Antitesi e del Parallelo. 52. Come la comparazione e l'esempio si formano pei simili , cosi pei conlrarj l'Antitesi, consistendo nel contrap- porre o parole a parole, come: privatus illis census erat brevis , commune magnum [ Or. Od. 15, L. II ) ; ovvero con- cetti a concetti, come Cicerone : « An vero vir aniplissimus e P. Scipio, poutifex maximus, Tib. Gracchum, mediocriler « labefaclanlem stalum reipublicae privatus inlerfecit : Ca- ci lilinam vero, orberei terrae caede atque iucendis vastare a cupicntem , nos consules perferemus? e; o finalmente immagini a immagini, come nell'Alighieri: a Li precedeva al benedetto vaso « Trescando alzato , l'umile Salmista , a E più e men che re era in quel caso. a Di conlra effigiala, ad una vista « D'un gran palazzo, Nicol ammirava a Si come donna dispettosa e trista ». [Purg., C. X). 53. Questa figura , rendendo piii nettamente spiccale per ii loro contrapposto le idee, aggiunge forza e vivezza al discorso; vuole però esser breve, rada, calzante e na- turale , altrimenti ristucca e sa di ricercato, come ogni altra cosa ove l'arte s'appalesa. Gli ottimi scrittori ne trassero buon effetto, perchè appunto ne furono parchi, e perche più che nel contrapposto delle parole, ne riposero la bellezza in quello delle immagini e dei concelti ; arie , come già fu detto (1), difficilissima, e per cui solo può meritare l'ag- giunto che le fu dato di bellissima Ira gli ornamenti della eloquenza (2). Ma quelle antitesi di parole , dove apparisce più d'ingegno che di giudizio, meritano, come dice il Co- lombo, d'esser mentovale a solo fine di screditarle; chè i giovani han bisogno di chi li distorni dalle cose la cui ap- pariscenza può avere forza di sedurli (3) ; e a porre in mala voce questa figura molto valse l'abuso che se ne fece da quei secentisti, che idolatri del Pelrarca, non seppero le vere bellezze, ma si i di felli , e massime questi, imitarne. Dopoché' dalla penna di quest'amabile poeta caddero le an- titesi: 0 viva morte, o dilettoso male. Rime aspre e fosche far soavi e chiare , ed altre colali ; fu creduta l'antitesi no- bile palestra dell'ingegno, e versi e prose ne ridondarono, si che talora avevano sembianza del caos ovidiano , dove (1) Giusti. Vita del Parini. (2; S. Asostino. (3,i Lez. cit. Frigida pugnabant calidis, humeniia siccis , « Mollia cum duris, sine pendere habentia pondus ». ( Jfe/., L, 1). I retori chiamano Parallelo quella figura che consiste nel porre in bilancia due cose diverse per rilevarne la diffe- renza. Assaissimo se ne giovano gli oralori e gli storici , e ce- lebre è quello che i! Machiavelli pone per proemio al Lib. Ili delle Istorie: a Le inimicizie che furono nel principio in Roma « intra il popolo e i nobili , dispulando, quelle di Firenze n combattendo si diflinivano. Quelle di Roma con una legge, « quelle di Firenze con l'esilio e con la morte di molti cit- « tadini si terminavano. Quelle di Roma sempre la virtù « militare accrebbero, quelle di Firenze al tutto la spensero. « Quelle di Roma da una ugualità di cittadini in una disu- « guaglianza grandissima quella città condussero: quelle n di Firenze da una disuguaglianza a una mirabile ugualità « l'hanno ridotta n. 55. Correndo grande affinità Ira V Antitesi e il ParaRelo, hanno comuni tra loro alcune regole, cioè che le parole si corrispondano in certo modo tra loro , come se dirai : l gio- vani amano il linguaggio dell'immaginazione, non soggiun- gere : L'età senile preferisce quello della ragione ; ovvero : La ricchezza è oggetto d'invidia; i poveri di compassione, dovendo contrapporre vecchi a giovani, povertà a ricchezza. Richiedcsi puro una certa corrispondenza ne'membretti che stanno in contrapposto, si veramente che nasca naturale e senza troppo artifizio. Eccone un bell'esempio tolto dall'Orazione che M.Rinaldo degli Albizzi , capo de'fuorusciti Fiorentini, disse al duca di Milano per indurlo a prender l'armi in fa- vore di quelli: « Tu movevi adunque le armi nelle passate « guerre contro a tutta una città ; ora contro ad una mi- « nima parte di essa le muovi : venivi per torre lo Stato a « molli cittadini e buoni ; ora vieni per tórlo a pochi e iri- « "sii : venivi per tórre la liberta ad^una città, ora vieni « per rendergliene » (Machiavelli. Star. Fior.). Digitizcd by Google m nEiToniCA S7 8 i. Della r.ipetlztona. 56. Quesla figura , opportuna metile usata , aggiunge assai forza al discorso , perocché la stessa voce ripetuta più volte è, come dice il Colombo, quasi colpo replicato di mar* tello che ficca più addentro il chiodo. Ora si fa raddoppiando di seguito la slessa parola, a viemeglio affermare e confor- tare, e cosi chiamasi ancora Conduplicazione; e tali sono: Nos , nos , dico aperte , consitles desumus ( Cic. }. Non son colui , non son colui che credi ( Dante ). Dunque cke è ? perchè, perchè ristai? (id). Ora si fa ripetendo la stessa parola al principio d'ogni membretto del periodo, come: o Nihiine te nocturnum praesidium palati! , nihil urbis (r vigiliae, nihil timor populi , nihil consensus honorum cr omnium , nihil hic niunifìcenlissimus habendi senatus a locus, nihil horum ora, vultusque moverunt? a (ClC. in Catti. }. 57. Alla ripetizione assomigliasi in parto ciò che dicesi lìipigliamento , che consiste nel ripigliare al principio d'un membretlo della sentenza la stessa parola onde termina il precedente, come in quest'esempio di Dante: a Luce inlellellual piena d'amore , a Amor dì vero ben pien di letizia , b Letizia che trascende ogni dolzore e. (farad., C. XXX). g. 5, Della Gradazione e della Congerie. 58. La Gradazione , detta dai Greci climas (scala), sale o scende, com'è l'occorrenza; dove convien che salga, fa d'uopo che delle cose che tu nomini , la seconda sia mag- giore della prima, la terza della seconda , e cosi delle altre, in modo che l'ultima sta maggiore di tutte. S'adopera al contra rio, se non conviene che scenda. E questa una figura di molta forza , e se ne valgono volentieri gli oratori. Siano d'esempio quella notissima di Cicerone : a Facinus est vincirc » civem romanum; scelus verberare; prope parricidium lie- ti care , quid dicam incrucem tollero? » (In Verrcm.). Bella è pur questa che usò Calilina presso Sallustio, nell'arringa ai soldati , presso ad attaccar la battaglia : i Quapropter vos <i moneo uti forti alque parato animo silis, et quum prae- a lium inibitis, memincritis vos divilias, decus , glorìam , a praeterea liberlatem alque patriam in dexlris portare ». 59. Molto somigliante a questa figura è quella detta di Congerie, che è quell'accumulati che fa l'oratore, special- mente in sul chiuder dell'orazione , di più. cose insieme in modo sempre crescente, a fine di destar più vivo in altrui l'amore o l'odio per qualche cosa o persona. Alberto Lollio per farci meglio amare la lingua nostra molto opportuna- mente se ne valse dicendo: o Essendo adunque la lingua « toscana la piii bella , la più nobile , la più ornata , la più. « usata , la meglio intesa e la più perfetta di tutte le altre a che vivono , e vedendo voi qualmente non solo tutte le « accademie d'Italia, ma eziandio tutti gli uomini di scienza n e d'ingegno e di giudizio eccellenti, di lei onoratamente « parlando e scrivendo, per tale la conoscono; ed avendo e io già manifestamente mostrato in quanto grande errore « incorrono tutti quelli che abbandonando lei che è nostra « propria c naturai favella, colle straniere espongono i loro a pensieri: volgetevi, volgetevi allegramente con acceso « desio al bello e prezioso acquisto ». g. 6. Del Dialogismo, o Surmocìnaziooc. 60. Il Dialogismo è quella figura, onde s'introduce altri a parlare tra loro o con noi , e perchè meglio che altrove , riesce gradilo ne' componimenti familiari, non di rado s'in- contra nelle Epistole e nelle Novelle. Eccone duo graziosi csempj , d'Orazio l'uno, del Eocaccio l'altro. DigitizGd 0/ Google DI BETrQBICÀ 59 a Caluber Vescere , Sodes. Hospes. Jam satis est. Cataber. Al tu quantum vis lolle. Hospes. Benigne. Calaber. Non invisa feres pueris munuscula parvis. Hospes. Tarn teneor dono , quam si dimitlar onuslus. Calaber. Utlibct; haec porcis hodio comedendn relinquis; » (Ep. VII, Lib. 1 1. a 0, disse Calandrino, cotesto è buon paese; ma dimmi: n che si fa de'capponi, che cuocon coloro? Rispose Maso : Mangiansegli i llaschi tutti. Disse allora Calandrino : Fo- « stivi tu mai? a cui Maso rispose: Di' tu s'io vi fu'mai? n Sì vi sono stalo cosi una volta come mille. Disse allora » Calandrino : E quante miglia ci ha ? Maso rispose: llacce- a ne più di millanta o (.Voi;. Ili, Gior. 8). §. 7. Delta In [err opzione e del Soggiuneimenlo. Gì. Chiaro s'intende non essere la Interrogazione una lìgura rellorica , quando non serve che a dimandar per sa- pere , come quando Farinata interroga Dante : Chi far li maggior lui? ma sibbeno ella e tale, e bellissima ed usiiata presso oratori e poeti, quando si adopera a dar anima, veemenza e concitazione al discorso. In parecchi casi ricorre naturalmente e con molta efficacia questa figura; 1." Quan- do l'oratore certo della verità di ciò che dice , vuole altri convincerne per via di domanda, quasi, sicuro che chi ascolta debba assentirvi ; cosi Cicerone contro Caldina : « Quam multos fuisse putatis , qui , quae ego deferrem , « non crederent? quam multos , qui propler stullitiam non « putarent? quam multos qui etiam defenderent? quam '< multos, qui propler improbitatem faverent? » 2." Quan- do mira a stringer l'avversario sì che non trovi, o assai difficilmente , scampo a difesa ; cosi lo slesso Tullio contro Tuberone : « Quid cnim tuus ilio , Tubero , dislrictus In a acie Pharsalica gladius agebat? cujus lalus mucro ilio « petebat? quis scnsus erat armorum tuorum? quae tua DigitizGd bjr Google 60 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI « mens, oculi , ardor animi? quid cupiebas? quid opta- li bas? » 3." Quando s'adopera a mo' di rimprovero.o d'ec- citamento, corno Venere a Giove: « Hic pietatis bonos? Sic nos in sceptra reponis? » {Acn., Lib. 1). e Virgilio a D'ante : « Dunque che è ? perchè , perchè ristai ? « Perche tanta villa nel cor alleile? « Perchè ardire e franchezza non hai? n ihf., C. 11). i.° Quando finalmente sgorga dall'anima da'più gagliardi affetti commossa. Odasi con quanta veemenza scoppia la in- dignazione del Console contro Caiilìna in queste interroga- zioni : « Quousque tandem abulere, Catilina, patientia no- « stra ? quamdiu nos eliam furor iste tuus eludei? quem « ad fìnem sese effraenala jactabit audacia? » Sentasi l'affannosa ansietà d'un padre nelle seguenti : « Di subilo drizzato , gridò : come a Dicesti egli ebbe? non viv'egli ancora? « Non fere gli occhi suoi lo dolce lome? » il„f.,C. X). Sentasene in ultimo la disperazione. a Ahi ! dura terra 1 perchè non t'apristi? » llnf.. C. XXX11I]. 62. Talvolta alla Interrogazione si fa succedere la rispo- sta , la quale dicevasi dai Latini Sttbjectio, che vale Soggiun- gimento. Un tal modo ha molla forza a convincere; ond'è mollo in uso specialmente presso gli oratori e i poeti didasca- lici. Eccone gli eseuipj: « Quid tandem ìmpedit te? mosne « majorum? at persaepe eliam privati in hac republica per- ii niciosos cives morte muliarunt: an leges, quae de eivium ti  « romanorum supplicio rogatae sunt? at nunquam in hac k urbe ii , qui a Bepublica defecerunt , civium jura lenue- « runt: an invidi am posterìtatis limes? praeclaram vero 'c populo romano rcfers gratiam ce. » (In Catil.). « E che , dira lalun , muovi tu pure « Sull'orme de' romantici ? su quelle « Del gran Torquato io movo. Il suo poema « Guardò l'opinion de'padri nostri . a E fu maraviglioso : ornar le carie « Rivinti di fole antiche? a te noi vieta « Lo ragion , pur che tu l'uso ne faccia a Che si fa delle fole. Allegorie « D'alti pensier sien elle d f Cosi*, Serm. IV). S. 8. Della Comunicaitone. 63. Quando l'oratore è intimamente e a buona ragione persuaso , che il detto o fatto suo sia secondo giustizia e verità , suole appellarsi al giudizio di quelli stessi a cui parla, chiedendo loro consiglio o approvazione, e questo artifizio oratorio dicesi Comunicazione. Bella e vivace figura, ma gran senno ci vuol nell'usarla, acciocché non partorisco effetto contrario a quello ricercato. Ecco come l'usa destra- mente Cicerone. « Sed quid ego argumentor? quid plura « dispulo? te, Q. Petilli , appello, optimum et forlissimum « cìvem ; le, M. Calo, testor, quos milii divina quaedain •i sors dedit judices d (Pro Mil. ). E Dante pur l'usa, la ove Beatrice lo punge rimproverandolo. a Di', di', se questo è vero: a tanta accusa a Tua confession conviene esser congiunto ». \Purg. C. XXXI].  g, 9. Della Correzione. 64. La Correzione consiste nel far mostra di disdirci , per quindi soggiungere di piti , e fare con tal artifizio più scolpilo nell'animo altrui la sentenza. Cosi l'adoperò Cice- rone contro la impudenza di Catilina : « Hic lamen vivit: « vivit? immovero in Senalum venit «. E Dante: « E non mi si partia dinanzi al volto, a Ami impediva tanto il mio cammino ». I taf. c. I ). §. 10. Della Dubitazione. 65. Tra gli artificj oratori evv ' P ur questo , di mostrarsi incerti e perplessi intorno a ciò che è da dire o da lacere, non meno che per ciò che sia da fare: la qual figura chia- masi Dubitazione. Perchè din apparisca spontanea, l'obbielto che ci tiene intra due, dev'esser veramente di rilievo, e por ogni Iato arduo c scabroso , altrimenti diventa una puerilità. Cicerone, de! quale come d'Omero, può dirsi tal molitur inepte , mollo a proposito l'usa nella Verrina VII. « Quid agam, judices? quo accusationìs meae rationem e conferam ? quo me vertam ? ad omnes enim meos impe- ti tus , quasi murus quidam , boni nomen imperatoris op- ti ponilur ». 66. E non è solo un artificio oratorio; ma talora ell'ò altresì figura di passione, e vcemenlissima; c prende forma e linguaggio di disperato dolore dond'ella nasce. Odasi in queste parole di C. Gracco: a Quo me miscr conferam? « quo me vertam? in Capiloliumne ? at fralris sanguine « redundat. An domum ? malremne ut miseraci lamcnlan- « lemque vìdeam et abjcclam ? » Parole che strapparono, a testimonio di Tullio, le lacrime agli slessi nemici del Tri- buno (I). E nota ò pur quella pietosissima che fa Didone in mezzo alle smanie del crudele abbandono. (I) De ora!., L. Ili, Cap. 5i. Digitizcd by Google DI BETTORlCA 6.1 a En, quid ago? rursus ne procos irrisa priores « Experiar? Nomadumque petam connubia supplex, « Quos ego sim toties jam dedignata maritos? n Iliacas igìlur classes, atque ultima Teucrum « lussa sequar ? . . . . » « Quid lum?sola fuga nautas comilabor ovanlcs? « An, Tyriis omnique marni stipata meorum « Inferar? et, quos Sidonìa vix urbe revelli, « Rursus agam pelago, et ventis dare vela jubebo?» {Aea,, l, VI). g. U. Della Sospensione. 67. Molto somigliante alla dubitazione è questa figura per la quale il dicitore presso a contar cosa per se mara- vigliosa ed incredibile, a meglio procacciarsi attenzione e fede, mostrasi alquanto incerto se parlar debba o lacere. Cos\ Enea presso a dire clic dalla tomba di Polidoro usci- rono gemiti e parole, s'interrompo esclamando: « (Eloquax, an sileam?) gemitus lacrimabilis imo « Auditor tumulo, et vox reddita fertur ad auros ». {Aen,, L. 111). E il Monti nella Basvilliana : « Perocché dal costoro empio furore « A gittar strascinato (ahi I parlo o taccio?) ti De'ribaldi il capestro al mio signore, « Di man mi cadde l'esecrato laccio s. [ Can. I ). 68. La figura di Sospensione poi giova anche più , quando e adoperato a toner per alcun tempo sospesi gli animi de- gli uditori; accennando loro cosa di molto rilievo, e indu- giando a manifestarla, perchè più vivamente sorprenda. Gli oratori e t poeti, specialmente drammatici, se ne servono con molta efficacia. Ne torremo da quest'ultimi l'esempio, che è quello dell'Alfieri, quando Filippo scaltramente s'in- finge d'accusar Carlo innanzi ad Isabella del reato di fellonia. a . . Delitto n Cotal s'aggiungo a'suoi delitti tanti « Tale , appo cui tult'allro è nulla ; la!e « Ch'ogni mio dir vien manco. Oltraggio ei fammi, a Che par non ha; tal, che da un figlio il padre « Mai non l'allende; lai, che agli occhi mici « Già non più figlio il fa Ma che? tu slessa « Pria di saperlo fremi?... Odilo, e fremi a Ben altramente poi ». [Alt. Il, Su. 2) §. 13. Odia Relicenza. 69. La Reticenza più. che sospensione, è troncamento di discorso , e si fa quando vogliamo che gli uditori imma- ginino più di quello che noi diremmo a parole. Ove tal ligura nasca proprio dall'animo commosso da qualche grave cagione, e non se ne abusi, è di mirabile effetto. Chi può dire che cosa mai minacci a'venti Nettuno in quel suo celebre « Quos ego.... Se4 motos praestat componerc fluctus » (Aen. , L. I). É beue lo imitò il Tasso nella minaccia d'Ismeno a'dcmonj : « Che sì, che sì... Volea più. dir, ma intanto a Conobbe ch'eseguito era l'incanto ». I Ger., C. Vili). lìellissima poi ■mi sembra la reticenza che Dante usa con- tro a'due Frali Gaudenti , che furono nel 4266 potestà di Firenze : « Io cominciai: 0 frati, i vostri mali... <• Ma più non dissi n. llaf., C. XX111).  §. (3. Della Pfeoc cu pallone. 70. La Preoccupazione, detta dai Greci Prolepsis, consiste nel prevenire le obiezioni che altri per avventura potesse opporre a' nostri argomenti , ed è, quasi non dissi, un por- tar le armi fin dentro alle trincee del nemico; se non che molta destrezza si richiede, perocché- quanto ha forza a convincere adoperata con senno , altrettanto perde di valore , se non imbrocca diritto , potendo esser ritorta contro a chi l'usa. Di questa figura, la quale è assai familiare agli ora- tori , i veri maestri souo i dialettici ■, i relori non possono mostrarne che la forma , la quale può riscontrarsi negli esempj che appresso. Il primo è del Segneri che l'usa con- tro quei che si rifiutano di perdonare a'nemici. « Odo, ei a dice, già la scusa che voi mi voleto addurre. Dite che , « se non vi fate voi la giustizia di vostra mano, ne va di o sotto la vostra reputazione... Sì? grande opposizione, a grandissima, non lo niego. .. Ma donde inferite voi così « gran discapito della vostra reputazione? perchè le leggi « del mondo gridan cosi? ma se noi ritroviamo che persone « anche nobili più di noi han praticato questa legge me- li desima del perdono, senza che quindi rimanga conlami- a nata la loro chiarezza , anche in faccia allo stesso mondo, « ci sdegneremo di pralicarla anche noi ? e che ? chiamerete e voi dunque infami i Basilj, infami i Nazianzeni , infami a gli Alauagj , infami i Grisoslomi , perchè ci lasciarono b esempj sì memorabili di perdono? d (Qìiares. , Pred. Ili, 5). L'altro è del Tasso , quando l'oratore Alete così parla a Goffredo : o Tu che ardilo fin qui ti sei condutto, a Onde speri nutrir cavalli e fanti? « Dirai : l'armata in mar cura ne prende, a Dai venti adunque il viver tuo dipende?... ( Ger. , CU). fi  g. li. Della Concessione. 71. Alla figura precedente si rassomiglia in parte la Concessione, perocché se con quella togliamo di mono all'av- versario le armi che uniche gli restavano contro di noi , con questa simulando di spontaneamente concedergli alcuna cosa , quasi l'obblighiamo a rilasciare a noi quanto deside- riamo, a meglio strappargli di pugno la vittoria , come fa Tullio nel seguente esempio: <r Tribuo Graecis literas; do n multarum artium disciplinam ; non adimo sermonis le- ti porem , ingeniorum acumen , dicendi copiam ; denique « ctiam si qua sibi alia sumunt, non repugno; lestim'onio- « rum religionem et fìdem nunquam ista natio coluit » (Pro Fiacco). E benché tal figura sembri più da oratori che da poeti, pure nè anche a questi disdice, come vedesi in Virgilio, ove Didone nota: « Veruni anceps pugnae fuerat fortuna. Fuisset. « Quem metui moritura ? . . . . (Jm., !.. IV). li nell'Alfieri, ove D. Garzia così parla a Cosimo: « Ucciderai Salvia ti , a Forse non reo: nemici altri verranno: « Fian spenti? ed altri insorgeranno. - 11 brando « Del dilCdar, la insaz'Sabil punta a Ritorce al fin contro chi l'elsa impugna » {A". I. BC I). g. 15. Della Prelatizi □ni'. 72. Usasi la figura di Preterizione, quando dicesi di vo- ler tacere quello che appunto intendesi maggiormente di dire ; il qual ornamento del discorso assai giova sia per viemeglio velare l'accusa o il rimprovero contro l'avversario, sia per ragion di decoro o d'artificioso riguardo, a In « tal guisa, dice F. Guidoni, si viene meglio a mettere in n suspizione l'uditore, e dargli le cose ad intendere (ad- ir tamenle, che specificare le cose alla distesa » (Op. cit., Tr. I, §. 16 ). - Se ne incontrano esempj presso gli oratori ed i poeti. Così Tullio : a Nam ilia nimis antiqua praetereo, quod Q. Servilius Ahala Sp. Melium novis rebus studcntcm marni sua occidit » (In Catil.). E parimente il Casa: <r Io « voglio tacere la compassionevole storia di quella dolente a e mendica Reina di Napoli, che egli ha, secondo i suoi « difensori dicono, in cortese, ma sterile e perpetuo car- « cere tenuta ». Come pure presso Virgilio e l'Alfieri: a Quid repetam exustas Erycino in littore classes? ii Quid lempestalum regem, ventosque sonantes o Acolia exeilos? aut actam nubibus Irim? » {Atn., L. X;. « Clit Ah ! non più ; taci ; a Una madre l'ascolta « Pil. È ver, perdona; a Io non dirò , corn'ei di sangue il piano n Rigasse , orribilmente strascinato. . . a Pilade accorse;... invan; ... fra le sue braccia a Spirò l'amico d. (Or., Att. IV, se. H ). g. 16. Della Preghiera. 73. La Preghiera, ovvero Ossecrazione, si fa allorché o confidando nella bontà della causa , o spinti da vivissimo desiderio , o dalle angustie di mali gravissimi che si soffro- no , o che almeno si temono, imploriamo la clemenza, la liberalità o commiserazione altrui , per quanto v'ha di più caro e di più venerando in cielo e in terra. Cosi Cicerone per il re Dejotaro: « Hoc nos primum metu, C. Caesar, « per fidem, et constantiam, et clementiam tuam libera, « ne residere in te ullam partem iracundiae suspicemur.  a Per dexteram te islam rogo, quam regi Dejotaro hospes a hospiti porrexisli: islam, inquam, dexteram non tam in ti bellis et in praeliis, quam in promissis et in fido fìrmio- « rem o. E Didone appresso Virgilio , cosi pietosamente scongiura Enea a non abbandonarla : « Mene fugis? Per ego has lacrimas,dextramque tuam te, o (Quando aliud mihi jam miserae nihil ipsa reliqui) « Per connubio nostra, per inceplos hymenaeos, a Si bone quid do le memi, fuil aul libi quidquam ' a Dulce meum, miserere domus labentis, et islam , <i Oro (si quid adliuc precibus locus) exue meatem ». iAci., L. IV}. Devotissima poi è la preghiera di S. Bernardo alla Vergine per Dante : o Ed io che mai per mio veder non arsi n Più ch'io fo per lo suo, tutti i miei prieghi a Ti porgo , e prego che non siano scarsi , o Perchè tu ogni nube gli disleghi « Di sua morialilà co'prieghi tuoi , « Si che il sommo piacer gli si dispieghi. a Ancor li prego, Regina, che puoi i> Ciò che tu vuoi, che tu conservi saui, h Dopo tanto veder gli affetti suoi. n Vinca tua guardia i movimenti umani; o Vedi Beatrice con quanti beali a Per li miei prieghi li chiudon le mani ». (Par., C. XXXIII). 8- 47. Della Imprecazione. 74. Quando l'animo e gagliardamente concitato da ira, da odio , da brama di terribile vendetta , naturalmente pro- rompe in parole di tristo augurio contro cui vorrebbesi ar- mato e cielo e terra. Di qui la figura detta d' Imprecazione, l'uso della quale può solo scusarsi o per la veemenza della passione, o per il profondo sentimento d'una nobile indi- gnazione per fatto atroce ed abominando. Gli stessi Profeti, tra'quali il mitissimo David, non di rado l'adoperarono con- tro l'empia ingratitudine degli uomini. Riuscir!) pertanto op- portuna, grave e veemente, se suggerita da forte ed alta passione , o da generoso movimento dell'anima, ed espressa in modo ardente sì, ma sempre dignitoso. Nè rari sono gli esempj; e ^ Eccone uno del Segneri, il quale infiammato di santissimo zelo contro chi nega il perdono, prorompe in si terribile imprecazione : « Pera il miserabile, pera chi nega a a Cristo una domanda si giusta : e questo Sangue che lo n dovea salvare, e questo il condanni. Non trovi pietà, non n impetri misericordia. Cada egli: prevalgano i suoi nemi- « ci . . . si estermini la sua casa: si dissipi la sua roba : si « disperda il suo nome » (Pred. Ili, sul fine). E appresso Virgilio, dopo aver Didonc imprecato ad Enea e guerra e sterminio dc'suoi , e morte immatura, e privazion di sepol- cro, soggiunge : c Esodare aliquis noslris ex ossibus ultor, « Qui face Dardanios, ferroque sequare colonos. a Nunc, olim , quocumque dabunt se tempore vires , n Li torà litoribus contraria, fluctibus undas « Imprecor, arma armis; pugnent ipsique nepotcs ». {Aen., !.. IV). Notissima è poi quella nuova e terribile di Dante contro ai Pisani. « Ahi! Pisa, vituperio delle genti « Del pel paese là dove il sì suona ; « Poiché i vicini a te punir son lenti ,. a Movasi la Capraia e la Gorgona, « E faccian siepe ad Arno in su la foce, « S\ ch'egli anuieglii in te ogni persona ». Utif. C. XXXII!). 75. Appo i poeti vale ancora come forinola di giura- mento. Tal'è l'imprecazione che Didone fa contro sè stessa: Sed roihi vel lellus oplem prius ima dehiscat, n Vel pater omnipotensod'gat me fulmine adumbras, « Palientes umbras Èrebi, noclemque profundam, « Ante, pudor, quam te violo, aut tua jura resolvo ». [Ann., L. IV). Così Dante fÌDlamente l'usa con Frale Alberigo : « Perch'io a lui: Se vuoi ch'io ti sovvegna, a Dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo, a Al fondo della ghiaccia ir mi convegna ». [In/-., G. XXXIII). §. 18. Della Esclamazione e dell 'E pi fonema. 76. L' Esclamazione e l'accento dell'anima commossa o da dolore, o da paura , o da maraviglia o da ira, e s'accom- pagna d'ordinario con una dì quelle particelle aspirafive dette dai grammalici interjezioni. Essa vuol esser breve, opportuna e non frequente, perchè non riesca inefficace e stanchevole. Molti ne sono gli esempj per entro agli autori, e basterà citarne alcuni. Piena di dolore è quella, ond'Enea parlando d'Ettore apparsogli tutto lacero e sformato , esclama : i Hai mihi! qualis erat ! quantum mulatus ab ilio e Hectore etc a. (Aen., L. II). Paurosa è questa di Dante : o Omè! vedete l'altro che digrigna o. Itof., c. XXJtl. Esprime maraviglia , ove il Poeta esclama : <t 0 dignitosa coscienza e netta, a Come t'è picciol fallo amaro morso! » (fttrff., C. IH). DI RETT0H1CA 1\ Finalmente accenna ira, quando prorompe dicendo: a Ahi Pistoia, Pistoia! che non stanzi q D'incenerarli, si che più non duri, a Poi che in mal far lo seme tuo avanzi? s (Par., C. XXV). 77. L'oratore o il poeta , terminalo che ha la esposizione di cose d assai grave momento, suole talvolta conchiudere con una semenza enfatica per far meglio rilevare delle cose narrate o la grandezza, o l'atrocità, o la maraviglia; la qual sentenza chiamasi Epifoncma , figura molto simile alla Esclamazione, se non che è molto più veemente, e da usarsi solo nelle cose veramente gravi e rilevanti. Così Vir- gilio, esposte le ragioni onde Enea tanto sofferse prima di por piede in Italia, conchiude : a Tanlae molis erat Romanam condere gentem ! » ( Am. , L. I j, E parimente Melibeo presso lo stesso poeta, contate le sue disgrazie, esclama : n En quo discordia cives « Produxit miseros 1 en queis consevimus agrost d (Bcl.,I). E Dante commosso alla vista dei tormenti de'dannali : a 0 vendetta di Dio , quanto lu dei a Esser temuta da ciascun che legge a Ciò che fu manifesto agii occhi miei! » (/»/., C. XIV ). S- 19. Dell'Enfasi. 78. V Enfasi molto s'assomiglia ail'epifomena, consistendo essa pure in un parlar sentenzioso; se non che più s'accosta al sublime per la vibratezza e concisione ; il porche molto in brevi parole esprimendo, scuote gagliardamente l'anima, si scolpisce nella memoria, ed investe il pensiero e la imma- ginazione. Tal ò l'esempio che leggcsi nell'Autore ad Eren- nio (Lib. IV): <t Noli, Saturnino, nimium populi reverentia a frelus esse : inulti jacent Gracchi ». E Danto ne porge au bell'esempio, ove indignato allo vista degl'iracondi esclama : a Quanti si tengono or lassù gran regi, a Che qui staranno come porci in brago, ii Di sò lasciando orribili dispregi ! o {Inf., c. vni ). g. SO. Dell'Impossìbile. 79. Usano talvolta i poeti, più di rado anche gli oratori, a meglio accertare alcuna cosa , una specie dì giuramento che consiste nel dare per possibili fenomeni per sò slessi impossibili, anzi che sia il contrario di ciò che affermano: però tal figura dicesi d'Impossibile. Cicerone l'usa dicendo : « Trias undaeet flammae in graliam redeant, quam cum An- ■ tonioRespublica » (Phil. Hi). E Virgilio cosi /adire aTitiro: a Ante leves ergo pascentur in aelhero cervi , a Et frela destiluent nudos in littore pisces . . . ., « Quam nostro illius labatur pectore vultus b. (Ed. I). E il Petrarca: <r Lasso, le nevi fien tepide e nigre, « E '1 mar senz'onda, e per l'alpe ogni pesce: t Prima ch'io trovi in ciò pace nè tregua n. ..... ( San, 37 ). $. 21. Della Ipoliposi. 80. Assai dilettevole e leggiadra riesce quella figura detta dai Greci Ipotìposi, che consiste nella descrizione di cose o di persone si al vivo pennelleggiate, che al dire di Quintiliano, cerni potius Videatur, quam audiri. » (Lib. IX, 2). Infatti non par di vederlo Farinata noi brevi traiti onde lo dipinse il Poeta? * Non mutò aspetto, « Non mosse collo, nè piegò sua costa ». (Inf., C. X). SI beli' arte, donde deriva tanta evidenza , e nella quale fu- rono sommi i classici d'ogni nazione, è opera di felice fanta- sia e di buon gusto, mercè di cui con elementi tolti dall'im- menso campo della natura, seppero quelli creare immagini di cose e di persone vere e parlanti , dando loro colore, ri- lievo e movenza con parole proprie ed elette, con epiteti si- gnificativi, e con altri bei tratti di pennellate maestre. 81. E perchè la Ipoliposi descrive luoghi, tempi, fatti e persone, viene distinta in varie specie, le quali sono : I To- pografia t II Cronografia, III Prammatografia , IV Prosopo- grafia, V Etopeja, ed altre di minor conto. Eccone di ciasche- duna gli esempj : I. Topografia, o descrizione di luogo. a Gerusalem sovra due colli è posta « D'impari altezza, e vòlti fronte a fronte: a Va per lo mezzo suo valle interposta, a Che lei distingue e l'un dall'altro monte: a Fuor da tre lati ha malagevol costa: a Per l'altro vassi, e non par che si monte ; a Ma d'altissime mura è più difesa « La parte piana e incontra Borea stesa d. { Geriti. , C. Ili J. II— III. Cronografia e Prammatografia, o descrizione di tempo e di fatto. a In quella parte de! giovinett'anno, « Che il Sole i crin sotto l'Aquario tempra , « E già le notti ai mezzodì sen vanno: Quando la brina io sulla terra assempra « L'imagi ti e. di sua sorella bianca, « Ma poco dura alla sua penna tempra; a Lo villanello , a cui la roba manca, a Si leva e guarda , e vede la campagna « Biancheggiar tutta, ond'ei si batte l'anca; « Ritorna a casa, e qua e Ih si lagna, « Comc'l tapin che non sa che si faccia ; « Poi riede e la speranza ringavagna, « Veggendo il mondo aver cangiato faccia a In poco d'ora, e prende suo vincastro, a E fuor le pecorelle a pascer caccia ». ( hf. , C. XXIV). IV. Prosapografìa , o descrizhn di persona. a Fu questo nostro poeta dì mediocre statura; e poiché a alla matura eia fu pervenuto, andò alquanto curvetto; a ed era il suo andare grave e mansueto; di onestissimi a panni sempre vestito in quello abito che era alla sua ma- a turita convenevole. 11 suo volto fu lungo, e '1 naso aquili- a no, e gli occhi anzi grossi che piccioli, e lo mascelle gran- a di, e dal labbro disotto era quello di sopra avanzato. Il a colore era bruno; e i capelli e la barba, spessi, neri e cre- « spi; e sempre nella faccia malinconico e pensoso » [BOC- CACCIO, Vita di Dante). V. Etoppja , o descrizione del costume. « L. Catilina nobili genere nalus , fuìt magna vi et animi « et corporis , sed ingenio malo , pravoque. Iluic ab adole- « scenlia bella intestina , caedes , rapinae , discordia civilis i grata fuere , ibique juvcntulem suam exercuit. ... Ani- a mus audax, subdolus , varius , cujuslibet rei simulator ac a dissimulalor, alieni appctens, sui profusus, ardens in cu- a piditatibus, satis loquentiae, sapientiao parum. Vastus a animus immoderala, incredibiìia, nimis alta sempercupie- o bai » (Sàllust., Bel. Catti.). DI 11E1T0RICA 75 g. 22. Della Personificazione. 82. La Personificazione , delta dai Greci Prosopopea, con- siste nei dare azione , sentimento e discorso a cose inani- mate, o ad enti astratti e fantastici, come so persone fos- sero vive e reali. Balla immaginazione , che naturalmente ama di trasfondere in tutte le cose il soffio della vita, nasce sì leggiadra figura. Ella è comunissima a' poeti, come di loro diritto; ma non di rado se ne arrogano l'uso anche gli oratori , siccome quella che al diro di Quintiliano, rende l'orazione non solo svariata, ma eziandio concitala e vivace. 83. A ben usare di (juesta figura giova la distinzione che giudiziosamente ne fa il Blair (Lcz. XVI). La Prosopopea , ei dice , ha tre gradi: il primo ed infimo consiste ncH'attri- buire a cose inanimate alcuna proprietà di ciò che è ani- mato ; laonde può quasi riguardarsi come una semplice metafora ; quindi , e in verso e in prosa può indistintamente adoperarsi, come sitiunl herbae, prata rident etc. Del secondo grado possono dirsi quelle maniero di discorso, nello quali vediamo cose inanimate, o enti di ragione operare come chi veramente ha vita ; ed una tale personificazione s'addice ad ogni genere di componimento , purché non ricorra con troppa frequenza e ricercatezza; e di tal natura sono le seguenti: q Aliquando gladius ad occidendum hominem ab ipsis por- ci rigitur legibus » (Cu», prò Mii). « L'erbetta verde e i fior di color mille a Pregan pur che '1 bel piè le prema e tocchi ». ( Petrarca j. Il 3." grado finalmente è quello ov'esseri inanimali o ideali operano e parlano, nè più. no meno d'esseri vivi e ragio- nevoli. Qui veramente si pare la virtù, animatrice della im- maginazione ; perocché se ne' primi due gradi dà prova d'un certo ardimento dando vita a cose che non l'hanno, in que- sto terzo più audacemente s'innalza, e nel suo fervido entu- siasmo non solo dà vita e discorso alle cose inanimate, ma Deziandio crea vivi fantasmi, e sotto sensibili Torme dà loro atto e persona. Questa specie di personificazione pertanto, sebbene se ne adorna talvolta altresì l'oratoria sublime, pure è più specialmente propria della poesia, di cui forma in gran parte l'ornamento e la vita. Giova ora recarne alcuni esempj , e il primo lo toglieremo dall'oratore. Tullio fa che la patria cosi parli a Catiliua: « Nullum jam tot aunos a facinus extitil , nisi per te : nullum flagilium sine te. « Tibi uni mullorum neces , libi vexatio, direptioque so- li ciorum impunita fuit ac libera. ... Superiora ilio , quam- « quam ferenda non fuerunt , tamen , ut potui , tuli : nunc a vero me totam esso in metu propter te unum , quidquid « increpuerit , Calilinam linieri : nullum videri contra me « consiliuru iniri posse, quod a tuo scelere abhorreat, non « est ferendum. Quamobrem discede , atque hunc mihi ti- lt morem eripe: si Ycrus , ne opprima r , sin falsus, ut lan- •( dem aliquando limerò desinam » fin Caf il. ). Venendo a' poeti, Lucano così dipingo Roma che offre si innanzi a Cesare per rattenerlo in sul Rubicone: a Ut venlum est parvi Rubiconis ad undas, « Ingens visa duci palriae trepidanti^ imago « Clara per obscuram vulln moeslissima noctem, » Turrigero cunos effundens vertice criocs , « Caesarie lacera , nudisque adslare lacerlis , e Et gemìtu permixla loqui : quo (euditis ultra? a Quo fertis mea signa , viri? si jure venilis, k Si cives , hucusque licet ». (Phan., Lib. I). E il Petrarca : « Italia, che suoi guai non par che senta, a Vecchia oziosa e lenta , « Dormirà sempre, e non fia chi la svegli? « Le man l'avess'io avvolte entro a'capegli ». ( Cnns.lll, P. III). L'Apostrofe ha mollo stretta analogia colla prosopo- pea; anzi tal fiala non ha luogo che per questa; imperoc- ché non solo consiste nel rivolgere il discorso a persone estinte o lontane , ma ancora a cose inanimate; o ad enti ideali, a cui l'immaginazione nell'impeto degli affetti attri- buisce , come a persone, senso ed intendimento. Quando l'animo è commosso da qualche violenta passione, nè pos- siamo disacerbarla altrimenti , siamo naturalmente tratti a ■ disfogarci, parlando a' lontani, agli estinti, a ciò che ne circonda , o che ha qualche attinenza con ciò che ci agita prò lbnd«im ente. Vero e però che talvolta anco narrando o descrivendo, ci rivolgiamo a persona lontana , come se fosso presente , e questo si fa o per esornazione , o per rianimare il discorso, come quando Virgilio tacendo la rassegna delle schiere di Turno, dice: a Nec tu carminibus noslris indictus abibis, a Oebalc etc. ». [Aen., L. VII ). Ma l'Apostrofe passionala, perchè sia naturale dev'esser dettata , anzi quasi spinta sul labbro da un affetto, vivo e gagliardo , altrimenti riesce fredda e mendicata ; perocché senza una forte passione non si scusa quel rivolgerci che facciamo a chi uon può per distanza , per morie o per na- tura propria udirci , e che pure chiamiamo a parte dell'af- fetto che ci scuote l'anima , per averne o conforto , o ajuto o vendetta. Dal che conseguila: 1." doversi l'apostrofe ado- perare , quando proprio la passione c'infiamma; Scusarla opportunamente , con parsimonia e con brevità. Cosi que- st'animata figura prenderà il linguaggio suo proprio, schi- verà l'andar per le lunghe, e dietro a minuzie, e sorpren- dendo e commovendo l'uditore , renderà veemente ed ellìcace il discorso. I 8b'. Siano di conferma alle regole gli esempi dei sommi. Tullio indignato per la empietà di Clodio , così esclama : « Vos enim jam , Albani tumuli , atque luci, vos, inquam, « imploro atquo obteslor, vosque, Albanorum obrutoe arae, « sacrorum populi romani sociae et aequales , quas ille « praeceps amenlia caesis, prostra tìsque sa nclissimis lucis, a subslructìonum insanis molibus oppresserat » (Pro MiL). Cosi Enea sopraffatto dallo tempesta , o disperando salute, esclama : « ,...0 terque , quolcrque beali, a Queis ante ora palrum , Trojae sub moenibus altis, « Contigli oppetere! o Danauro fortissime gentis^ « Tydide, mene Iliacis occumbere campis « lion potuisse? tuaque animam banc effundere dexlra? » [Aen-, L. I]. E l'Alighieri commosso da nobile sdegno pei vìzj della sua patria, prorompe in questa generosa apostrofe: « La gente nuova e i subiti guadagni n Orgoglio e dismisura han generata , a Fiorenza , in le si che tu già ten piagni ». {Inf., C XVI). §. Si. Della Visione. 8fi. La fifone, delta dai Latini Descriptio, consiste nel descrivere cosa passala o futura, come se la vedessimo allora allora cogli occhi proprj. E qui pure si vuole che l'imma- ginazione sia commossa da qualche grave passione, perchè quasi da essa lanciali in mezzo alla scena, ne diveniamo spettatori e narratori a un lempo. Ancora questa figura trat- teggiata con vivi colori , e usata a proposilo , sorprende e commuove gli uditori. Cicerone e Dante ce ne forniranno gli esempj : « Videor cnim tnihi hanc urbem videre, Iucem « orbis terrarum , atque arcem omnium genlium, subito a uno incendio concidenlem : cerno animo sepullos in pa- DI AliTTOItlCA 79 a tria miseros, alque insepultos acervos civium : versatur « mihi ante oeulos adspeclus Cethegi , el furor, in vostra « caede bacchanlis » (In Gatil.). « Veggio in Alagna entrar Io fiordaliso, « E nel Vicario suo Cristo esser catto. « Veggiolo un'altra volta esser deriso ; « Veggio rinnovellar l'aceto e 'I fele , « E tra'nuovi ladroni essere anciso. « Veggio il nuovo Pilato sì crudele, « Che ciò noi sazia , ma , senza decreto , « Porta ne! tempio le cupide vele ». (Purg., C. XX). S- 2-'j. DoirAccum unzione. 87. Avviene talvolta che una splendida immaginazione, o un trasporto d'infiammata passione, aggiunga una sopra l'altra piìi figure ; al che si da nome d'Accumulazione. Ave- vaia già accennata Longino (1), come sommamente efficace a commuovere; se non che, come ben nota il Colombo (2), che ne riporta ad esempio l'enfatico esordio della Predica XXXIII del P. Segneri, un linguaggio dove lo une alle altre figure si succedono, s'intrecciano, si mescolano, si che ne formano un cumulo, deve solo tenersi dall'oratore, quando atroci e compassionevoli casi spingano al colmo il suo entusiasmo , e lo traggano quasi fuori di sè. Ove sì gravi cagioni non siano, darebbe prova più di vaneggiamento che d'arte. Noi staremo contenti a due esempj meglio imitabili , il primo de' quali dettato dalla passione ce lo porgo Tullio in una delle Verrine: « Quem absentem non modo sino crimine, « et sine teste, veruni oliam sine accusatore damnasti? « quem hominem ? Dii immorlales 1 non dicam amicum <i tuum, quod apud homincs carissimum est, non hospitem, a quod sanctissimum est; nihii aliud in eo, quod reprehendi H) Mei Sublime; Lvi. XX. (Sj Op. cit. , Lei. IL  u possit involilo ; nihil quod homo frugalissimus , atque i iutegerrimus, le hominem plenum stupri , flagilii, sceleris o domum suam ìnvilavit n. 11 secondo credo le Grazie stesse lo dettassero alla innamorata fantasia del Petrarca ; tanto le piii care figure vi gareggiano per adornarlo di ve- nustà e di delicatezza : o Da'be'rami scendea a ( Dolce nella memoria ) « Una pioggia di fior sopra 'l suo grembo; a Ed ella si sedea a Umile in tanta gloria , a Coverta già dell'amoroso nembo. a (inai fior cadea sul lembo, « Qual sulle trecce bionde « Ch'oro forbito e perle « Erau quel di a vederle; « Qual si posava iu terra, e qual su l'onde; « Qual con un vago errore a Girando, parca dir: Qui regna Amore ». (Con. XI, P. I). 8i. Abbiamo Cinqui dichiarato cogli avvertimenti e cogli esempj che si seppero migliori , la natura, i pregi , i difetti o l'uso dei traslati e delle figure che sogliono avere gran- dissima e splendidissima parte nella Elocuzione, secondochò vi campeggiano l'immaginazione e l'affetto. Male però si apporrebbe chi credesse riposta la vera bellezza del discorso unicamente nell'uso a dovizia delle figure. E'parrebbe di- menticare avere i Greci dipinte nude le Grazie , ministre di Venere. La schietta semplicità è il più caro ornamento del dire, e i buoni trecentisti ne sono una prova. La par- simonia e l'opportunità del linguaggio figurato , cui natura detti , e l'arte senza che appaja , diriga , sono il gran se- greto dell'arte , essendo verissimo ciò che soggiunge Quinti- liano : a Ego illud de flguris adjiciam breviter, sicut ornant  « orationem opportune posilae, ita ineptissimas esse, ciim a immodice petunlur » (Lib. X , c. 1 ), 89. Inoltre alle avvertenze particolari già date intorno all'uso di ciascuna figura , giova altre aggiungerne di gene- rale applicazione. E primieramente nell'uso de'Traslali e delle Figure, bisogna distinguere il verso dalla prosa, do- vendo in questa esserne più parchi e più sobrii che non in quello; perocché certe arditezze che piacciono ne'poeli, di- sconvengono interamente ne'prosatori. Non basta : anche le diverse specie della poesia e della prosa richiedono un par- lar figurato diverso , dovendosi nelle umili adoperare tropi e figure rimesse e temperate, nelle più nobili quelle ma- gnifiche e grandiose , avvertendo pur tuttavia di tenersi ne'giusti limiti del prosatore per non invadere i doniinj del poeta (1), memori del precello del citalo Autore delle Isti- tuzioni : a Non per omnia poetas esse oratori sequendos , « non liberiate verborum , non liceutia ngurarum » { L. X , c. 1 ). 90. In secondo luogo dovesi procurare di comprendere bene l'indole e l'importanza del nostro argomento, perchè tale essendo da riempirci di sè e la niente ed il cuore , agiti e muova l'immaginazione e l'affetto , donde poi scatu- riscono tutte quelle acconce figure che . sembrano proprio venute da sè nel discorso ; chè quando si mentisce la pas- sione , anche lo figure riescono fredde ed insipide. 91. Finalmente, sebbene derivino queste da legittima sor- gente, dobbiamo tuttavia guardarci dal troppo , naturai ne- mico del bello. Perocché quel voler dir tutto e sempre in modo diverso dall'ordinario , e sia quanto si vuole splen- dido , allontana dalla semplicità , toglie la grazia della va- rietà , sa d'affettazione e scuopre l'arte. Non dimentichiamo in ultimo che le figure non debbono apprendersi dai libri de'retori , ma solo dalla natura che u'è la vera e principale !1| « Talunile ragioni della poesia e della prosa confondono; quindi ■ è invalsa a'noslri tempi una prosa la quale somiglia alla poesia , ed • una poesia che somiglia alla prosa ». Niccouni , Delle Transizioni in Poesia, T. Ili, pag. 8S2. Ed, Le Monnier. maestra. I precetti di quelli giovano a ben regolare.gli slanci dell'immaginazione e dell'anello, ma non poLranno giammai fare le veci di questa. Capitolo Ili. - Della Eleganza. 1. Polendosi distinguere l'Elocuzione in piana , nitida ed elegante, gioverà dir brevemente delle prime duo, per quindi meglio intendere la natura di questa che dicesi elegante. Si da pertanto il nome di piana a quella elocuzione, hi quale procede semplice e dimessa , solo intesa alla chiarezza mercè di vocaboli puri e proprj , e della loro più naturale collocazione. Ama però di adornarsi qua e la di eerte meta- fore e figure temperate che servono a dar luce e vivezza alle materie, ed è paga d'un'armonia andante ed eguale. È da guardarsi però che non cada nel languido e nel secco; vizio che riuscirebbe nocevolissimo anche a scritture di non comune dottrina. 2. D'un grado alquanto più elevalo è quella Elocuzione che chiamasi nitida, quasiché modestamente risplenda di bella perspicuità, non solo per la purezza e precisione delle parole, ma ancora per un certo gusto nella scelta e nella graziosa disposizione delle medesime. S'ammirano in essa i modi schietti ed ornati d'una colla favella , sparsivi con sobrietà e naturalezza. Ammetto tropi e figure tanto quanto possono conferire alla grazia e all'efficacia. Inclina piìi alla brevità che all'amplificazione , e chiude i suoi periodi con isvariata , ma sempre naturale cadenza. Una tale elocuzione , che può, come ben noia il Blair, coll'industria e colla di- ligente attenzione all'arie di scrivere, ottenersi anche da chi non ha grande slancio di fantasia e d'ingegno, procaccia però non tenue lode al suo autore. 3. S'onora poi del nome d'Elegante quella elocuzione la quale scevra di difetto, per quanto è dato ad opera umana , ^a bellamente ornata di tulli i prcgj più splendidi e cari.  U Eleganza pertanto è quel non so che di grazioso c piacente che. si ammira nel discorso , ove si trovano in bell'armonia accordate tutte le doti d'una colta favella; dove il parlar proprio ottimamente si accoppia e s'attempera col figuralo; dove finalmente risplendono semplicità, delicatezza, vernati e grazia. 4. E poiché dicesi appunto Eleganza dallo scegliere {eligere) il più bel fiore del dire nel dar forma ai concetti della men- te, e vita alle immagini della fantasia, è prezzo dell'opera trattar distintamente dei pregj che la compongono. 5. E primieramente ricerca por la purezza o proprietà de'vocaboli ciò che v'ha dì piii schietto, di più espressivo e calzante , e s'abbella di quelle squisitezze della lingua che ne formano , per dir cosi , l'atticismo (1). Serba in tutte le sue parti la convenienza, sia delle parole sia delle forme , dando a queste e a quelle nobiltà e splendore coll'usarle op- portunamente, e col leggiadramente disporle. Le voci cuoio <■ spago sono certo volgari , eppure divengon nobili sotto la penna di Danto , quando dice: h Vedi Guido Bonatti . vedi Asdente, . « Che avere inteso al cuoio ed allo spago « Ora vorrebbe , ma tardi si pente ». [ fnf., C, XX). (1) Ecco alcuno di queste squisitezze (ratte da' buoni trecentisti. - Sprovvedutamente gli venne dato nel laccio. - Tener silenzio. - Quello grazie che scope maggiori, dei beneficio fatto gli rese. - Usava una cortesìa che mai la maggiore. - Usare a chiesa. - Far ragione. - Ac- conciarsi dell'anima. - Com'uomini furiosi si dettero ira' Greci, - Mi venne fatto di. - Venire a mano degli avversarj. - Veduta la mala parata. - Far buona prova. - Fare il viso dell'arme. - Aggiustar fede ad al- cuno. - Mandare per alcuno o per alcuna cosa. - Stare a posta d'alcuno. - Mi gode l'animo , non mi soffio il cuore di vedere ec. - Di gran cuore. - Andare per la maggiore. - Averne in buon dato. - Crederò di essere un gran fatto, ed altre mille; chò opera infinita sarebbe volerne regi- strare anche una millesima parte. Possa pero questo centellino far venir voglia a'giovani di berne largamente alle sorgenti. Tanto è vero che non v'ha d'uopo, come ben noia Io Za- nolti [Ar. Poet. , Rag. Il), che lo scrittore usi per l'ele- ganza tutte le parole sceltissime, quasi che non possa dir cosa naturalmente, e cosi appunto come sì direbbe senza studio; che anzi è proprio dell'eleganza stessa il fare che divengano nobili eziandio le parole plebee, sapule adoperare con convenienza e con garbo ; chè al dire di Cicerone , !e parole son sempre abbastanza adorne , ove appariscano spontanee. 6. Gran parte dell'eleganza poi consiste nell'ottima scelta do'vocaboli e de'inodi semplici e figurali, e nel loro opportuno collegamento, si che gii uni agli altri prevalgano, secondo che più o meno domina l'immaginazione e l'affetto. Dante mostra tutta la calma dell'animo suo , quando si fa a nar- rare che : Aìel mezzo del cammin di nostra vita - Si ritrovò per una selva oscura, - Chè la diritta via era smarrita. Odile naturalezza e semplicità ! Al contrario, eccovi l'accento dell'ira in questi versi, ove quasi ogni voce è un traslato: « Faccian le beslie Rosolane strame « Di lor medesmo , e non tocchin la pianta , « S'alcuna sorgo ancor nel lor letame ». ( Inf. , c. XV ). 7. Nasce altresì l'eleganza dal significare immagini e con- cetti comuni in modo non comune e peregrino , senza però scostarsi dalla natura della lingua. Elegantissimo per esem- pio è Virgilio, ove per dipingere la voga de'rematorì, dice: * Infindunt paritcr sulcos , totumque dehiscit « Convulsum remis, rostrisque tridenlibus aequor ». {Aen., L. V). E altrove per dire che era mezzanotte si vale di questa locuzione : « Iamque fere mediani coeli nox numida metani « Cornigera! », [Am., ivi). Parimente piena d'eleganza è l'immagine che Dante ci di- pinge dell'aurora nascente : « L'alba vinceva l'óra matutina, « Che fuggia innanzi , sì che di lontano o Conobbi il tremolar della marina ». £ [ Pvrg. C. I ). E in simil modo quando dice , per significare non è morto: a Questi non vide mai l'ultima sera »; ( Pwnff. , e i ). ovvero, quando per dire invecchiando, usa tal'espressione : « Già discendendo l'arco de'mìei anni ». (Purg., C. XIII). E di siffatti esempj d'eleganza ne troverai a -dovizia per entro a'classici sì antichi che moderni. 8. Dole somma dell'Eleganza poi è la semplicità, la quale consiste in quella fluida e naturale spontaneità di dettalo, ove non apparisce ombra d'artifizio. Vi s'incontrano certa- mente traslali e figure, ma con tanta sobrietà e naturalez- za , che pajono più presto fiori nàtivi da se che trapiantati. Prende pure forza ed evidenza dal retto uso dell' iperbato e dell'ellissi grammaticale , e tutto con un fare disinvolto e con una certa sprezzalura che lanto piace, perchè vela meglio la mano dell'arte. Ama finalmente un andamento libero di periodo e di numero , in guisa che paia , al dire di Tullio, essere opera di chi ha più a cuore le cose che le parole Se amerai la bella semplicità , eleggiti a maestri di questa tra i Latini Cesare, tra' nostri il Cavalca, il Passavanli e gli altri di quell'età, che fu detta dell'oro non pei lussi e per le pompe, come dice il Perlicari (2), ma per la molta ingenuità e per l'arte pochissima. (1) Okàt. ad Brùtum. [2) Degli Scrii!, del Trec, L. lì, C. X. I St. Un altro attributo dell'Eleganza è altresì la Delica- tezza che sia in gran parte nello scansare tulio ciò che ad uomo di fino discernimento e di senso squisito può sembrare degno di biasimo e spiacevole; e tale riesce principalmente ogn' immagine ed ogni concetto che offende la convenienza e il decoro. Cosi parve a molli sconvenevole l'immagine di quella sossa e scapigliata fante dipinta dall'Alighieri nel C. XVIII dell'Inferno , e sgrazialo giudicò il Colombo il se- guente modo del Segneri : « Questo è trattare il Xome divino, rome se fosse uno straccio da lavandaia n. 10. La Eleganza richiede eziandio la Venustà ( Venus pei Latini ) , la quale altro non è che la bellezza considerata in quanto ella piace , e che in sostanza deriva dal perfetto accordo o armonia delle parti , dal cui aggregato risulta un indefinibile diletto. A me pare di riscontrare tutto queslo nell'immagine d'un angelo così dipinta dall'Alighieri: « A noi venia la creatura bella « Bianco- vestita , e nella faccia quale « Par tremolando matulina stella ». ll'urg., c. XII). 11. Tutte queste doli insieme congiunte formano ciò che appellasi Grazia , senza della quale non si dà eleganza com- piuta. Questa soavissima prerogativa , onde la elocuzione dolcemente alletta e rapisce, menlre pur si sente ovunque si trova, non può spiegarsi a parole. Solo può dirsi che dove non è semplicità , candore , delicatezza , venustà e garbo , ivi non e grazia. Essa ò un felice dono della natura, che per arte non si acquista , e solo può ricever da questa al pia al piii qualche ajuto. Da chi mai apprese Raffaello quella ineffabile grazia che spira dai sembianti dello sue Vergini ? e chi mai seppe in questa raggiungerlo? Tuttavia ogni buon artefice si studia di seguirlo più da presso che può, e ne ha lode; e noi pure ne ritrarrem vantaggio, se ci fa- remo a studiare nei classici quella delicatezza di concelti ed amabilità d'immagini, ove lutto sembra natura no'suoi modi semplici e varj ; di che tanti nobilissimi esempj spesso ci porgono. Tra questi scelgo la graziosa immagine che il poeta ci dipinge nelle terzine seguenti : « E Ih m'apparve « Una donna soletta che si già <• Cantando , ed iscegliendo fior da fiore , a Ond'era pinta tutta la sua via. « Deh , bella donna , ch'a'raggi d'amore a Ti scaldi, s'i'vo'credere a'sembianli, « Che soglion esser lestimon del cuore , o degnati voglia di trarreti avanti. a Come si volge , con le piante strette « A terra ed intra se , donna che balli , e E piede innanzi piede appeua mette; a Volsesi in su' vermigli ed in su'gialli a Fioretti verso me , non altrimenti « Che vergine che gli occhi onesti avvalli ». [Purg., G. XXVIII J. 12. Se dunque l'Eleganza consiste nella leggiadria dei modi e nella limpidezza delle espressioni , senz 1 artifizio e senza mistura di rozzo e di plebeo ; se riunisce in sè i fiori della elocuzione semplice e delia figurata, senza eccesso e senza difetto, trascegliendo i più vaghi e i più confacenti, e dai tesori della immaginazione eleggendo per adornarsene le gemme più lucenti e più schiette; se ricerca l'accordo de' colori al pari che quello de' suoni , e fa che dalla varietà di questi e di quelli risulti un'unita armoniosa e dilettevole; se finalmente vuol essere adorna di semplicità , di delica- tezza , di venustà e di grazia , non potrà giammai ritro- varsi in quella elocuzione tutta fiori e frasche, tutta lisci e smorfie , la quale per quel suo volere ad ogni costo parer bella ed elegante, riuscirà precisamente tutto il contrario; e per la smania appunto di molto piacere, si renderà spia- cevolissima. Ciò notino bene i giovinetti, c si tengano per avvisati. Abbiamo fin qui discorso della Elocuzione, conside- randola sotto il doppio aspello di semplice e di figurata; abbiamo dimostrato colla scorta di sommi maestri , che i suoi pregj più cari stanno nell'usare parole schiette e pro- prie, da tutti intese, e dai migliori scritte e parlate, schi- vando del pari [e qui valga l'autorità del Niccolini [1)), e l'audacia de' novatori e la gretta affettazione de' pedanti; nel dare alle immagini ed ai concelti il loro vero e conve- niente colore; finalmente nell'accoppiare con discernimento e sobrietà il figuralo col proprio , la forza e l'armonia , la .semplicità e l'eleganza , seguendo con bell'arte la natura , e apprendendo dai padri della nostra divina favella le caste bellezze che le diedero quei' del trecento , e la copia e la gentilezza che le aggiunsero quei del cinquecento. Ab- biamo adunque a mo'de'pittori ammannite le tinte; resta ora a dire del come distenderle ; e perchè comprendon essi e concetto e disegno ed esecuzione col vocabolo STILE, e noi di questo ragioneremo conformemente al proposito nostro. 2. E innanzi tratto convien notare che la parola Stile non trovasi appo i retori adoperata in un solo e fermo si- gnificato. Tolta ad imprestito dall' istrumento onde gli anti- chi scrivevano su tavolette incerate, valse sul primo a significare per metonimia generalmente scrittura , come tuttora usasi pennello per pittura, scarpello per iscultura , c vìa discorrendo. E in questo senso da Tullio veniva a ragione riguardato Io Stile « optìmus et praestantissimiis <li- « cenili effector et magister a {De Orat-LA); chè non v'ha dubbio essere l'esercizio dello scrivere di mirabile ajuto a scriver bene. E vero altresì che si usò ancora a designare la varia forma del dire , onde trovasi : Stylus eoncinnus , rudis, negligens eie.; ma quando dagli antichi retori si di- fi ) Intorno alla proprietà in fallo di lingua. Voi. Ili , pag. 198, Erti, dì I>e Mormier, stingucva lo siile in grave, veemente, o sublime, in medio o temperato, in umile o semplice, miravasi alla grandezza o lenuità de' pensieri e della loro espressione a un tempo; (joando poi dai moderni si distinse io secco, piano, nitido, elegante e florido, non solo si fece del pensiero e dello sua espressione una sola medesima cosa , ma s'ebbe in vista più della sostanza l'estrinseca forma. 3. Non cosi però la pensarono altri egregj maestri, presso de' quali riscontrasi che certo e'ponevano differenza tra Stile ed Elocuzione. Il Flaminio, dando precetti sull'arie di scri- vere, dico che siccome le materie sono diverse, cqsl richie- dono siile e locuzione diversa (i). E il Tasso, dopo avere in un luogo dichiarato che per istile non intende l'elocu- zione semplicemente, ma quel carattere che dall'elocuzione e dai concetti risulta (2), in un allro dice più aperto che lo siile nasce principalmente dai concetti; e per ultimo il Monti insegnava che non nelle parole esso consiste, ma si nel movimento del pensiero per mezzo di quelle (3); le quali sentenze mi sembrano comprese nella filosofica definizione che il Gioberti da dello siile, chiamandolo l'elemento spiri- tuale della parola (4). 4. Posta in sodo per tali autorità la differenza che pur v'è tra siile ed elocuzione , siccome è tra l'intelligibile, che è il pensiero, e il sensibile che n'è la forma, può dirsi nell'arte nostra esser lo stile l'impronta de'nostri concetti mercè dell'elocuzione da cui prende forma e rilievo. 5- Ma nella stessa guisa che la parola rivela il pensiero, così il pensiero rivela l'uomo; laonde fuvvi chi assai acuta- mente disse che lo stile è l'uomo ( Buffon). Nè ciò era già sfuggito agli antichi , dappoiché appresso Tullio si legge : •< Tantum autem efficilur sensu quodam ac ralione dicendi, a ut quasi mores oratoris eflìngat oratio > (Ofiat. L.II). E Varrone ne accerta che « apud veteres et genera dicendi fi) Leti, a Luigi Calino; Race. cit. pag. 8. (gj Lea. Sonet. car. 179. (3J / Poeti del l tee,; p au s. Ut, 5, S. [41 hitrod. olio Stati, della Fitos.; Voi. I, pag. 333. Ìli)  o characteres vocantur » ( De re rust. L. IH , c. 2 ). Anche nei lessici si nota che carattere vale altresì maniera di scrivere e di parlare, come pei Lalini Stylus. Dalle quali testimonianze apparisce considerarsi lo stile eziandio come l'espressione del carattere proprio dello scrittore. 6. Essendo pertanto lo stile come il riflesso dell'uomo interiore, lo che dicesi carattere, ne segue dovere tra que- sto e quello sussistere una certa rassomiglianza (1). Ed in- vero pongasi attenzione al carattere degl'insigni scrittori, tramandatoci dalla storia, e lo stile delle loro opere in verso o in prosa, e si vedrà esser l'uno immagine dell'altro. H carattere dolce e dignitoso di Virgilio, e quello auslerissimo dell'Alighieri si riflettono al vivo nello stile dell'Eneide, e della Divina Commedia. Tale rassomiglianza riscontrava il Giordani ancora tra lo stile e il carattere del Botta (2i. E la ragione si è, perchè l'uomo o parli o scriva, dovrb sempre manifestare sè stesso; ed anche nel parlar doppio rivelerà il suo carattere doppio. 7. Ora poiché ciascuno ha il suo carattere proprio, ne segue debba ogni scrittore avere uno stile suo proprio, dove a differenza di quelli chiamati da Orazio servum pecus , pensi colla propria mente, non coll'altrui, avvertendo bene a proposito il Perticati che a chi vuole copiare in sè un altro innanzi che dipingere sè stesso, le parole non sono più. somiglianti all'animo proprio (3). Difalti chi ha scritto o detto ciò che ha pensato da sè , o nell'anima propria sen- tito, mostra sempre una cerl'aria originale, che tanto più (1) « ... Alla Bn fino ognuno imprime nelle sue sciilturo il carat- « [eie della sua immaginazione, del suo ingegno c del suo intelletto », rLAUPMSDi, lotterò sulta proposta del Monti). E il Sai-ione avea già detto: « Gli stili pertanto saranno variali come i tempera mentii i secoli, « le professioni, gli sludj » ( Saggio «rifarla storica, C. VI , §. t). E il I'ohnaciabi più chiaramente soggiunge : «Lo siile dipende princìpal- - mente dalla maniera di sentire e di pensare degli nomini, la quale è u varia secondo lo diverse nature ce • ( Dell'uso delle trasposizioni e delle parole composte nella poesia italiana ). (Sj Leti, al Gritlenzonl, Haccc.il., pag,t30, (3: Senti, ilei Trec. , L. », c. IX. _■; .1 i :l'"J L 1 .- Ci  vi campeggia, quanto piti libera si slancia la mente nello regioni del pensiero e della immaginazione. 8. Se non che, siccome usando domesticamente e a lungo con alcuno, vien fatto di contemperare col carattere di quello il proprio, senza che ne perdiamo la fisonomia, cosi l'assiduo studio dei grandi autori giova a perfezionare lo siile, come usò Dante con Virgilio, dal quale apprese l'arte di dar grandezza alle idee , convenienza e sobrietà al dise- gno , verità e colore poetico alle immagini, onde potò con ragione chiamarlo maestro a Del bello stile che gli ha fallo onore ». Aggiungi che le circostanze di tempo, di luogo, di stato odi educazione, come influiscono sul carattere dello scrittore , cosi sullo stile. Il carattere de' trecentisti schietto ma ruvido pe'tcmpi , rifleltesi a maraviglia ne' loro scrini ; altrettanto dicasi del forbito ed elegante dei cinquecentisti , del tronfio ed esageralo dei secentisti. Immaginoso e il carattere degli orientali, e simile n'è lo siile che chiamasi biblico. Dicasi lo slesso del carattere delle moderne nazioni , che ben si impronta nello stile de' loro grandi autori. Nò forse questa ('■ l'ultima ragione , perche in Italia non ben provarono le imitazioni delle letterature straniere, dove sforzandosi il carattere proprio nazionale si dovette necessariamente ca- dere nel falso. 9. Non è men vero finalmente che il più delle volle il carattere degli uomini prende un atteggiamento conforme alle occasioni senza smentire sè stesso ; e lo stile eziandio s'accomoda, serbando sempre l'indole propria, alla natura dell'argomento , capace di desiare nell'animo dello scrittore sensi ed affolli ora tenui , ora sublimi , come riscontrasi in Dante, del quale quanto ò affettuoso lo stile nel dipingere la pietà dèdite cognati [Inferno ,C.V), allretlanlo è terribile nel pcn nel leggi are la tragica morte del Ghcrardesca { In- ferno). Di qui in arie il precetto di conformare !o stile alla malcria, passando dal tenue al grave, dal piano al concitato, secondo la ragione delle cose che vanno nel discorso svolgendosi. Tonio è vero che l'arie è, e dev'esser sempre , la fida interprete della Datura. 10. Stando periamo Io siile nella invenzione, ordine e convenienza de' pensieri, ed essendone l'elocuzione la ve- ste , la quale può essere più o meno nitida , più o meno elegante, secondo che si abbclla di parole schiene, proprie, gemili , leggiadre ed armoniose , per l'analogia che abbiamo riscontrato sussistere Ira lo stile e il carattere, riuscirà più consentaneo alla sua natura, se ne trarremo da questo la divisione. Ora poiché avvi pur questo di comune , che seb- bene infinita sia la varietà de'caratleri, e come già notava Cicerone, infinita sia parimente quella degli siili, tuttavia nella loro stessa infinita varietà se ne riscontrano alcuni , i quali per de'traltì loro propri più spiccatamente rilevano; il perchè prendendo di ciascheduno le note più distinte ed appariscenti , come si usa nel distinguere i caratteri , cos'i distingueremo gli stili, cioè in nobile, severo, facile, gajo , melanconico e scherzevole. Di questi parleremo distintamente ; dipoi diremo de'duc generi nei quali lo siile principalmente si svolge, e che sono il diffuso e il conciso; finalmente delle sue precipue doli , cioè della Perspicuità e del Decoro. $. t. Della Siilo Notilo. 11. Lo Stile Nobile grandeggia con accomodata varietà in tutto il discorso per elevatezza di sentimenti , per gravità di concelli, per magnificenza d'immagini. Se a tutto questo aggiungi copia e semplicità, avrai ciò che chiamasi grandilo- quenza. A lato di questa virtù però sta la gonfiezza , secon- dochè n'avvisa Orazio: Professus grandia turget (A. P. v. 917); e ciò per la sconcezza di pensieri falsi e d'immagini ampol- lose, non che per la smania d'amplificare olire il dovere il nostro subietlo , valicando i limili del buon senso e della ragione. È chiaro pertanto che allo siile nobile si conviene altresì nobile argomento (1). dì • Grave è della quella favello , la cui materia è di gran fallo, « et ha in sé ornate parole e belle sentenze n [Rellor. di F. Guidotto, Tnrt. I). ni RETT0R1CA . 93 12. Eleganza di dettato, ornatezza di traslati, sobrio uso delle figure più splendide, piena e sostenuta armonia è la veste propria dello stile nobile. Ciò che ne guasta la bellezza è ogni soverchio , sia no! linguaggio figuralo , sia nella pompa di fiori troppo vivaci, sia finalmente nell'uso dì vocaboli o troppo vieti o troppo poetici ; perocché nulla avvi di più spiacevole della ostentazione d'un lussureggiatile ornamento. La Eneide, le Orazioni di Cicerone, le Storie di Livio, la Gerusalemme Liherala , le Orazioni del Casa eie Storie del Guicciardini porgono bellissimi esempj di siile nobile. 13. Talvolta avviene che lo stilo nobile s'innalzi al grado piii elevato, e allora prende un distinto carattere che chia- masi Sublime, del quale qui toccherò so! quanto giova al mio proposilo. li. L'essenza del Sublime è l'infinito (1); quindi i'idea di Dio , d'eternità , di mistero, siccome infinita e supcriore all'umano intelletto, ò essenzialmente sublime; laonde av- viene che lutto ciò che ha in sè dell'infinito , partecipa del sublime. Tale sì è la vista dell'Oceano che appar senza li- mili , quella del firmamento stellalo privo di luna ; la cima d'una montagna che ira le nubi s'asconde ; una paurosa voragine , il cui fondo si perde nel bujo, ed altresì un cenno, una parola , il silenzio medesimo , siccome cose che tengono dell'indeterminato , possono esser sublimi (2). Tarquìuio che in risposla al messo del figlio tronca i più alti papaveri; gli [Spartani che a Serse chiedente loro la resa delle armi ri- spondono : Vieni per esse; il silenzio d'Ajace nel Canio ilei Morti in Omero [Odis. , L. SI ) , così bene imitato nel VI del- l'Eneide, quando Didone sdegna di pur guardare Enea, sono terribilmente sublìmi. 15. Sorgente grandissima di sublime è pure la straordi- naria violenza d'una forza sterminatrice (3), come lo schianto del fulmine , il mugghio della tempesta , il fracasso del tur- li) Gioberti. De! Serio. (2) KtccoLim: Dei Subì, di Michel. T. Ili , ed. oil. (lì) Blair. L"z. IV. bine, il rovinio del terremoto, l'eruttar del Vesuvio, In scontro di due eserciti tra il fumo ravvolti delle tonanti ar- tiglierie. Arroge a ciò la forza morale che si appalesa : 1 nella elevatezza del concetto , come la risposta di Scevola a Por- sena : « Et facere et pati forila, romanum est »; e il Vir- giliano : « Imperium sine fine dedì »; c l'Oraziano: « Et cuncta terrarum subacta <t Praeler atrocem animum Cotonis ». ( I-ìb. Il , Od. I), 2." nell'enfatica vigoria del sentimento , come ii> Livio : « Annibal peto pacem ; in Dante : Qual i'fui vivo, tal son mor- to ( !nf. , C. XIV ) ; e infinitamente più il biblico : Ego sum qui sum; 3.° nella stupenda energia dell'azione ; quindi su- blime è Leonida coi trecento alle Termopili, Orazio al ponte, Muzio all'ara, Farinata al Congresso d'Empoli, Pier Cap- poni in atto di stracciare i capitoli di Carlo Vili. Tutto que- sto inchiudo un non so che di tragrande e d'austero che leva l'uomo sovra di se (1). 16. Consistendo pertanto il sublime essenzialmente nel concetto , la naturale sua dote è la semplicità. Quanti han parlato del Sublime da Longino a noi, tutti hanno a gran ragione ammiralo il mosaico fìat lux, et facto, est lux; su- blimissimo concetto, che nella sua somma semplicità esprime l'onnipotenza di Dio, che con una sola parola crea il più stu- pendo spettacolo dell'universo , la luce. L'idea del sublime sempre s'associa a tutto ciò che trae da tenui cause effetti grandiosi; quindi lutto ciò che vi s'interpone, rallentando la forza del concetto, ne distrugge il sublime. Lo slesso Fiat lux, ove s'accompagnasse alla descrizione del primo lampo che tremolando si stese a coprir la faccia delle cose , dipinte in quell'istante di nuovi e maravigliosi colori , non più sublime, ma solo polrebbesi dir bello. Siane d'esempio l'energico quanto semplice: Quid times? Caesarem vehis , U) Lokgiho. Del Sublime, Sez. VII. - Gtob. Del Bello. - tftccc.L- Le! Sublime di Michetangiolo. stemperalo com'è in ben 10 versi da Lucano (1), nei quali non solo si perde il sublime, ma diventa, al dire del Mura- tori , una rodomontata; tanto è vero che breve intervallo parte il ridicolo dal sublime, a lato del quale sia il tumido e l'ampolloso, per la ragione che gli estremi d'una virtù ra- sentano il vizio che ne simula le sembianze. Finalmente il sublime non s'insegna ; esso sgorga dall'anima vigorosamente temprata a ciò che avvi di più grandioso nel santuario della religione e del cuore, perchè solo inspiratici ne sono fede e virtù. 17. Essendo poi proprio del sublime scuoter l'anima colla maestà dell'infinito e del terribile, non dilettarlo collo splendore del bello, alla semplicità del concetto ama con- giunta altresì quella delle parole. Richiede pertanto una espressione breve, viva e spiccata, sì che nell'anima si scol- pisca, e la fantasia più che non è scritto, vi legga. Omero, Dante e principalmente la Bibbia ce ne forniscono esempj e locuzioni. E poiché, come insegna il Niccolini, gran danno recherebbe all'Eterno che Michelangiolo dipingeva nella Si- slina , lo splendido colorito di Tiziano , cosi guasterebbe il sublime ogni fiore che pretendesse dì abbellirlo ; invano poi si cercherebbe, dove s'affogasse in mezzo alle metafore, alle iperboli ed alle sfolgoranti parole , a somiglianza di colui del quale Orazio si rideva dicendo : « Projicit ampullas et sesquipedalia verba ». ( a. P., v. 97). (41 « Speme minas, inquii, pelagi , venloque furenti ■ Trade sinura: Italiani si coelo auctore ree li sa s , Me pete. Sala libi caussa haeo est jiisla timoris , " Veclorcm Don nosse tnum , qiiem numida n iniqua m « Destiluunt , de quo male lune fortuna mereiai', - Cura post vota verni. Modias perrumpa procellas, « Tutela secure mea. Coeli isie , frelique, ■ Non puppis nostrae labor osi. Hanc Caesare pressare • A fluetu defendet ouus...Quid tanla strago paretur b Ignorasi quaerìt pelagi , noelique tumulili * Quid praestet fortuna mini «. E qui giudico non male a proposilo riportare alcuni esempj di sublime , (ralli da classici autori, e per primo il famoso cenno di Giove, che descrivesi nella Iliade, L. I, v. 642. a Disse , a E accennò i neri sopraccigli : al sire « Saturnio i crini ambrosii s'agitarono « Sulla testa immortale, e dalle vette « A'fondamenti n'ondeggiò l'Olimpo ». ( Trarf. del Foscolo (1) ). I seguenti ne sono imitazioni più. o meno felici : « Annuit, et totum nutu tremefecit Olympum ». ( Aen., L. X, v. H5J. a Cuncla supercilio moventis ». (Or.Od., I , L. Iti ). « Se il capo accenni , trema l'universo ». ( Alf. Saul., A. Iti, s. 4). Sublime ò pure Virgilio , dove descrive lo sforzo de'giganti , e la facilita onde Giove ne atterra le opere: a Ter sunt conati imponcre Pelio Ossam « Scilicet, atque Ossae frondosum imponere Olympum: a Ter Pater extructos disjecit fulmine monles ». (Georg.). E Dante nella terribile scritta della porta d'Inferno: « Ed io eterno duro : « Lasciate ogni speranza, voi che entrate ». ( Inf. , C, IH ). (1) V. Consideraz ; OGÌ chi Foscolo sul Conno di Giove. DI RET CORICA 97 Non sarà inutile aggiungere a questi un esempio di falso sublime, tolto dai versi dei Cesarotti iti lode di Bonaparte: « . . . . Alla meonia tromba ■ n Le labra accosto, e d'inluonar m'attento " Napoleon : di tanto nome ai suono « Scoppia Ja tromba , e va spezzala al suolo ». § 2. Dello Siile severo. 19. Meno grandioso del nobile è' Io Stile severo. Il suo autore , mirando piii alla forza che alla eleganza , ama i ro- busti pensieri robustamente espressi. Pago della grandezza delle cose , poco si cura degli ornamenti , ove non siano quelli che Quintiliano chiamava sacri e virili. Vedetelo in Tacilo, in Danle, in Machiavelli, in Michelangelo , ingegni di tempra uguale , che o trattino la penna o lo scarpello , si mostrano sempre e del pari scultori maravigliasi. Pro- fondo ne' concetti, grave ne'sentimenti lo scrittore severo parla d'ordinario alla ragione. Pieno la mente del suo su- bietto, ne lo presenta quasi in rilievo, scolpendolo a tratti ruvidi anzi che no, ma sempre spiccali ed energici: quindi invano cerchi in lui lunghe digressioni e seguito d'idee ac- cessorie, schivo com'è d'ogni minutezza, sia che narri, sia che descriva, sia che ragioni. 20. L'elocuzione dello Stile severo piti che splendida, è vigorosa; quindi sue doti principali sono: decoro e pro- prietà di vocaboli , nel che appunto consiste la gravita e il segreto della evidenza; collocazione di parole ordinala più alla forza che al numero ; uso di metafore e di figure che meglio si confanno alla efficacia ed alla brevità. Finalmente preferisce le parole gravi e robuste alle tenui e deboli , non meno che i periodi brevi a' lunghi; tuttavia il tutto contempera in giusta proporzione , onde nasce quell'armo- nia sua propria che è la sostenuta senza durezza. 21. Secondochè scema di forza, d'ornatezza e d'armonia, la elocuzione dello siile severo prende il nome d'arida, secca ed aspra ; sgradevole maniera, e appena tollerabile, cpjando siavi sodezza d'argomento e di dottrina ; e appunto solo per questo vive la Scienza Nuova del Vico che , al dire del Monti , ò come la montagna di Golconda , irta di scogli e gravida di diamanti (1); tuttavia quanto pochi ne sono i lettori ! 22- Allo Stile severo solo convengonsi subbielti gravi c d'importanza , che coi tenui mal saprebbesi adoperare , senza offendere la natura delle cose. Ben acconcio pertanto sarà alla trattazione di materie filosofiche , sloriche e mo- rali , e procaccerà lode non volgare al suo autore, se questi sapra alla profondità e squisitezza della dottrina maestre- volmente congiungerlo eoa dignità, senza sforzo e senz'ari- dezza. Ci sono maestri di Stile severo nelle loro storie Tacito e Machiavello , nel suo poema Lucrezio , nelle sue tragedie l'Alfieri. S 3. Dello Siile facile. 93. Facile dicesi quel carattere che nulla avendo in se d'aspro e di duro , si mostra soave , e di leggieri a tutto pieghevole con modi franchi e disinvolti ; e tale è lo siile che ha nome di facile. Nulla avendo di ruvido o di contorto, procedo semplice e piano , e a tulle materie ottimamente s'accomoda , traendo da esse secondo la loro nalura e con- cetti e immagini e sentimenti. Esso pertanto è il riverbero ora della mente, ora della fantasia, ora del cuore, secon- dochè l'una o l'altra campeggia delle tre. facoltà; quindi componesi di pensieri o generosi , o gentili, o ingenui; s'ab- bella d'immagini o splendide , o graziose, o modeste; s'espan- de finalmente in sentimenti o gravi, o festivi, o affettuosi, e singolarmente sinceri, mirando in tulio questo alla con- venienza di ciò che forma il suo argomento. 2i. Lo Stile facile pertanto volentieri si congiunge a quella elocuzione che dicesi piana o nitida, e che dai retori fu detta ancora mezzana o temperata, la quale appunto sta tra il grado elevato e l'umile, e senza esser ne l'uno uè l'altro partecipa d'ambedue. Difalli dal primo toglie quegli (I) Della necessità delVFAoiwnza, Io (rodili Iona. ornamenti piii rimessi clic danno al discorso vita, splendi- dezza od amenità ; dal secondo la ingenuità e la grazia dell'atticismo ; e da tale congiungimento nasce quella dizione della da Tullio ornata , dipinta e poli la , che non solo di- letta , ma «ine satietale deleclat ( De ()rat. , Lib. Ili, c. 26, 27). 2-j. Dal che conseguila esser dote specialissima dello stile facile una certa semplicità di concelti e di forme, che è come la tinta generale del quadro. Essa, come ben noia il Blair ( Lcz. XIX ) , può andar congiunta col più alto or- namento; e in conferma cila qual perfettissime esemplare Omero. Una tale semplicità che forma senza dubbio la vera eccellenza d'ogni componimento, e che sebbene siavi l'arte più fina , tuttavia appare natura , sembra consistere nel ben cogliere le pure bellezze naturali , e nel ritraile con facile e sottil magistero, tanto che, come diceva Orazio: « Sibi quivis « Sperei idem, surlel multimi, fruslraque laboret ». [A. P. v.ìiO,. È da avvenirsi per ultimo che questa si lodala semplicità, che 6 da considerarsi coni 'una luminosa orma del genio, ò tal virtù che se la natura non ne pone prima il fonda- mento , non può colla sola arte raggiungersi: con questa bensì può perfezionarsi, semprechè se no nasconda la ma- no ; che finalmente ella e tal dote, che senza di essa non si dà nò vera grandezza , nè vera bellezza ; chè nulla di più contrario a questi pregi avvi dell'artificioso e dell'affettato. -Belli esemplari di Siile facile sono principalmente Cicerone nelle Epistole , e Ovidio nelle Metamorfosi Ira i Latini ; tra'nostri il Cavalca, il Passavanli , l'Ariosto, il Redi e il Mclastasio , per tacer d'altri valentissimi. . §. V. Dolio Siile g»jo c del melanconico. 26. Uom di carattere gajo e d'ordinario compagnevole , e volentieri usa con sollazzevoli brigale, novellando spiri tosamento e con grazia, in cgual modo lo siilo apparisce  50/0, quando componevi di eoncetii e d'immagini geniali ed amene , ulte a ricreare lo spirito con qualche ulile e dilet- tevole novità, e s'abbandona a quegli affetti nei quali l'ani- ma s'espande nel conversare onesto e lieto; quindi ben s'adatta alle novelle , ai dialoghi , alle lettere e ad altri com- ponimenti di feslevol natura. La sua elocuzione vuol esser limpida, e vaga di metafore e figure graziose, ama pro- verbi e idiotismi vivaci e spiritosi , modi semplici e fami- liari , e un'armonia briosa e andante. Catullo ed Orazio in alcuni loro carmi , ed in alcune novelle il Boccaccio e il Firenzuola , e in molti tratti i comici si latini che toscani no forniscono piacevoli esempj. 27. Al contrario , siccome il carattere melanconico ama la solitudine, e rifuggo da ciò che è festa e riso, cosi Io stilo che può da quello denominarsi, s' intesse d'immagini pietose e di teneri sentimenti , e aggirandosi tra i cipressi dei sepolcri ripete il gemito della sventura, a fine d'ecci- tare ne' cuori sensi di pietà, e trasfondervi ancora la miste- riosa voluttà della mestizia. Sì veste poi d'un'elocuzione grave nelle parole, nei traslati e nelle figure, ed ama in generale un'armonia lenta e pietosa, a suoni rotti e brevi. Se lo Stile gajo è naturalmente ciarliero, il melanconico a rincontro è di poche parole, chè loquace è la gioja , taci- turno il dolore. Esso conviene ad ogni componimento al quale possa ripetersi : « Non fa per te Io star fra gente allegra ». [Pelr., C. XI, P. It). Ne incontrerai nobili esempj in Tibullo, nel Petrarca, nel Foscolo e nel Leopardi. §. ti. Dello Siile scherzevole. 23. Proprio del carattere scherzevole è di muovere pia- cevolmente a riso le brigate con motti e con facezie , e tanto più quanto lo scherzo apparisce spontaneo e scoccato all'im- provviso e con aria disinvolta. Lo Stile scherzevole del pari DI RETIOBICA 101 rallegra con graziose piacevolezze , e con sali ora giocosi, ora un tantino pungenti , sparsi con destrezza e con garbo, e soprattutto con naturalezza. L'arte di far ridere è piii dillìcile che non si crede; e se la natura non ci pone sul labbro la parola giocosa , se vi trapela nulla nulla lo studio, accade tutto il contrario; e se altri ride, ride di colui che voleva far ridere. È vano i! dire che l'elocuzione vuol essere facile e spontanea , condita di modi popolareschi c giocosi, e d'uti'annonia scorrevole e gaja. Uu così fatto stile ben s'adatta a lettere d'amici, a novelle , a capitoli , a tulto ciò che mira ad alleviare col riso l'uggia de' figliuoli d'Adamo. Orazio in alcune salire ed epistole, in alcune novelle il Boccaccio , e generalmente i nostri poeti giocosi ne danno spiritosissimi esempj. g. 6. Dello Stile diffuso e conciso. 29. Dalla diversa estensione che chi parla" o scrive dà a'suoi pensieri, è 'nata appo i relori la distinzione dello siile in diffuso e in conciso. E poiché , generalmente parlan- do, l'uno dall'altro differisce nella forma del periodo entro la quale sta compresa la sentenza , mi sembra opportuno dir prima che cosa e il periodo. 30. Quel giro pieno e perfello.di sentimenti e di parole, nel quale appagati si riposano la mente e l'orecchio, dicesi comunemente Periodo. Aristotele lo distingueva in semplice e in composto; semplice, quando non ha per entro alcuna posala, come: « Assai manifestamente comprcndesi quello « esser vero che sogliono i savj dire , che sola la miseria « è senza invidia, nelle cose presenti » (Bocc. , G. IV, Inlr. ); composto, se non è tutto d'una tirata, ma procede con riposi; lai è questo del Guicciardini: ' Io finalmente vi a conforto, re cristianissimo, all'accordo; non perchè per « sè stesso sia utile e laudabile; ma perchè appartiene a « principi savj, nelle deliberazioni difficili e moleste, ap- « provare per facile e desiderabile quella che sin necessa- « ria, o che sia manco di tutte le altre ripiena di difEcultk  » e di pericolo » (Parlala del d'Oranges a Carlo Vili, Sfona d'Italia, Lib. II). 31. Questa maniera di periodi composli , le cui parti sono appiccale insieme colle congiunzioni , ma però indi- pendenti l'una dall'altra , e che potrebbero adoperarsi da sò sole, ciascuna contenendo una perfetta sentenza, molto s'addico alle narrazioni, al parlar didascalico, o dovunque si ridiede maggiore semplicità. D'un'allra maniera e d'un tono più solenne c maestoso, e di cui servonsi volentieri gli oratori , specialmente negli esordj , e dovunque ricercasi più. magnifica eloquenza , sono quei periodi parimente com- posti , le cui parli diconsi membri, incisi ed incidenti. 32. 1 memon sono quelle proposizioni principali che co- stituiscono il principio e il termine del periodo, e si collegano fra loro merce dei nessi o particelle correlative siccome.. . cos'i , sebbene. . . tuttavia , non solo. . . ma ancora, come che. . . non perciò , prima. .. che , ed altre simigliami. Inciti poi di- consi le proposizioni subalterne, le quali talvolta ne con- tengono altre minori legato per relativi , e quesle si chia- mano Incidenti. Cosiffatti periodi riescono talmente disposti e concatenali , che in virtù delle parlicelle sospensive o cor- relative, non può aversi il senso perfettamente din tornato e scolpilo fino al termine del periodo. Tutto ciò ben si riscon- tra nell'Esordio di Cicerone , Pro Archia. « Si quid est in u me Ingerii! , judices , quod sentio quam sit exiguum ; a aul si qua excrcilatio dicendi, in qua me non inficior a mediocriler esse versalum ; oul si hujusce rei raiio aliqua « ab oplimarum artium studiis ac disciplina profecta , a qua or ego nullum confiteor aelalis meae lem pus abhoi ruisse : a earora rerum omnium voi in primis hic A. Lìcinius fruclum a a me ripetere prope suo jure debet j>. Qui i membri sono due; il 1.° da si quid eie. , fino ad abh irrw'sse , il 2." da earum rerum eie, fino alla fine. Gl'incisi poi del primo membro son Ire : 1." Sì quid est in me ingemi; 2." aut siqua exercitalio dicendi; 3.° aut sì hujusce rei ratio etc. Final- mente gV incidenti contenuti in ciascuno degli incisi sono : Quod sentio quam sit exiguum; in qua me non inficior medio- criter esse versatum ; a quo ego nullum confiteor aetatis meae tempii s abliorrìtìsse. Per ciò che riguarda poi l'estensione del periodo , mi piace di riportare il precetto di Tallio che n'avvisa : « nec circuitus ipse verborum sit aut brevior quam àures t expectent , aut longìor quam vires, aut anima patialur o ( De Orai. , L. IH ). Quindi soggiunge non dovere il periodo composto aver meno di due membri , ne più di quattro : che se talvolta havvene di maggior numero , non può chiamarsi periodo, ma diceria periodica. Tal' è quella sua dell'esordio per l'orazione ad Quirites post reditum : a Quod precatus a Jave Optìmo maxima eie. ». Osserveremo in ultimo che a fine di spargere per entro all'orazione la varietà congiunta all'armonia , e dì togliere a un lempo il fastidio d'un anda- mento troppo monotono e grave, ò necessario alternare i periodi composti ai semplici, non che i composti della prima maniera con quelli della seconda , guardando altresì d'ado- perare questi ultimi, dove !a gravita della materia vera- mente il richieda. 3i. Sebbene lo siile diffuso e conciso stia più propria- mente Dei concetti e nei sentimenti , ben potendosi , come nota il Blair ( Lez. XVIII } , dettare a periodetti staccati , ed esser tuttavia estremamente diffusi, quando vi sia vacuità di pensieri , come talora riscontrasi in Seneca , e forse più ancora in certi moderni scrittori imbrattati di forestierume; con tuttociò suole appellarsi stile diffuso quello ove il pen- siero grandeggia largo e maestoso in periodi per Io più com- posti , e che si aprono e si chiudono con armonia piena e sonoro ; conciso poi quello , ove il concetto più ordinaria- mente vien ristretto in un periodo semplice, o al più bi- membre con poco o nulla d'incisi. 35. Lo scrittore diffuso pertanto espone i suoi concelti con copia e magnificenza ; li presenta sotto varj aspetti , vuoi per antecedenti , vuoi per conseguenti, da loro tutto il rilievo di che sono capaci , mercè dei chiari-scuri e delie mezze-tinte; finalmente gì' invigorisce e gli abbella coll'or- natezza di convenienti figure, coll'eleganza delle parole e colla leggiadria delle frasi. 36. Lo scrittore conciso a rincontro chiude i suoi pen- sieri in un giro quanto più può ristretto. Schivo d'ogni ridondauza – H. P. Grice: over-informative, otiose, Albritton, Tapper--  , trasceglie tra i concetti i soli opportuni , tra le parole le meglio espressive, ed ama, come il Buonarroti, gli scorci ardili. Pensa più che non scrive , e scrivendo mira piti che all'eleganza alla proprietà ; negli stessi ornamenti più che altro ricerca la forza , e nella brevità dei periodi la energia. Il Davanzali , gran maestro di siffatto stile , diceva che esso afferra il punto e picca (1). Vedasi per cagione di esempio lo stesso concetto espresso diffusamente da Cicero- ne, concisamente da Cornelio: « Sani bellicas laudes solent quidam estenuare verbis, « easque delrahere ducibus , communicare cum militìbus , « ne propriae sint imperatorum. Et certe in armis militum « virlus , locorum opportunitas , auxilia sociorum , classes, « commeatus , multum juvant. Maximam vero partem quasi o suo jure fortuna sibi vindicat; et quidquid est prospere « gestum , id pene omuo ducit suum ». ( Pi o M. Marcello). e Itaque jure suo nonnulla ab imperatore miles , plu- « rima vero fortuna vindicat, seque hic plus valuisse, « quam ducis prudentinm vere potest praedicare ». i Vili Thrasybuli . N.° 4j. 37. Quantunque lo stile diffuso e conciso dipenda essen- zialmente dall'indole dello scrittore , laonde vediamo incli- nare al diffuso il carattere nobile , facile ed espansivo , quello severo e passionalo al conciso , tuttavia l'arte sug- gerisce esser meglio attenersi quanto più sa al diffuso colui che parla dalla cattedra sacra o accademica , nell'aula par- lamentaria o forense, affinchè sia da tulli meglio e spedita- mente inleso. Lo- stile conciso poi può molto lodevolmente adattarsi alla espressione degli affetti che amano natural- mente brevità e forza , non meno che agli scritti destinati alla stampa , sui quali il lettore ha campo di adoperare la debita attenzione per intender tutto e bene. È vero peral- (1 ) V. Pi voi , Della Vita e delle Opere di Bern. Davamati , p. lini , rdiz. Le Monnier. DI B. ETTO RICA 405 tro che la natura dello scrittore sempre apparirà , come vedesi in Livio , in Tacilo, nel Guicciardini , nel Machiavelli ed in ogni altro valoroso scriltore. 38. Ambedue questi generi di stile riescono common- devoli , si veramente che vengano con misura adoperati. Ma allorché la copia del dire trabocchi in ridondanza , e ì pen- sieri troppo amplificati galleggino in un mar di parole , o si ripetano troppo sott'altra veste, essendo la sinonimia delle cose men tollerabile che queila dei vocaboli; allorché al di- fetto de'sentimenli e dello immagini vuol sopperirsi coll'am- pollosilìi de' lussureggianti ornamenti e col rimbombo dei lunghi e sonori periodi , lo stile diviene prolisso, e per con- seguenza vario , slombato e stucchevole , quale appunto era quello che gli. antichi sfatavano col nome di Asiatico, dove par di dir molto e pur si dice pochissimo (1). 39. Lo scoglio, ove non di rado va od urtare lo stile con- ciso , è l'oscurità. È oramai antico dettalo: cumbrevis esse laboro , cscurus fio ( Oiuz. , A. P. v. 25 ) ; e anche Cicerone l'aveva dello : coìicisaa sententiae, interdum etiam non satis apertae (In Brut.). Perocché per la smania di dir mollo in poco, talora vien fatto d'esprimere il concetto o non intero o per isbieco, o di tralasciare certe idee intermedie, che col- legando i pensieri lumeggiano il discorso. Olire a ciò v'è rischio dì cadere nell'aspro, nello smilzo, nello spezzato ed epigrammatico, e render lo stile, come dice il Gozzi , mi- nuzzalo e pestato, e trito in polvere, tanto che il lettore nou pare che legga , ma che singhiozzi {%). 40. Ad evitare pertanto la fastidiosa lungaggine del pri- mo genere , e la importuna oscurità del secondo ; gioverà , H) Il Barloli accennando al dire profuso, scriveva : « Avete osser- n vale le prime lellern dei privilegi scrini in pergamena? Quanti traiti ■ di penna , quante cifre , quanti scherzi in arabesco concorrono a for- « maria 7 e poi in fine ella non è più che un' A , o un B , una lettera « come le altre che semplicemente si formano. Questa è la immagino • vera dello siile Asiano. In un mondo di parole non vi dice più di ■ quello che altri vi direbbe in un solo perìodo ». ;2) Ltlt. al Pasquali, Race. seguendo sempre la natura propria, sfuggire nel diffuso ogni superfluità, nel conciso ogni soverchia stringatezza; atte- nersi in quello al largo e al magnifico , in questo al serralo e ai sobrio senza difetto ; non cercare finalmente nè brevilà nè abbondanza per sistema , ma accomodarsi , per quanto è dato, alle materie, a' luoghi e alle persone. Tali ne sono i confini, quos ultra cilraque neqtal consistere rectum. 41. Non sarà fuor di proposito notare che una risposta breve , recisa e senlenziosa suo! chiamarsi laconica, cioè a mo' degli Spartani che a Filippo che li minacciava di guerra , l'isposero : « Gli Spartani a Filippo. Dionigi a Corinto ». Tale può dirsi il modo onde presso l'Alfieri Antigone risponde a Creonte: a Creonte. Scegliesti? « Antigone. Ilo scelto. « Creonte. Eoion ? « Antigone. Morie. m Creonte. L'avrai: . . » (Antigone, Ali. IV, se. 1). 42. Il discorso, nel quale risplendc la Perspicuità, è simile a limpida acqua a traverso la quale vedonsi le pie- (ruzze e le minutissime arene del fondo. Essa nasce prin- cipalmente dall'ordine, dalla chiarezza dei pensiero e della elocuzione. Della chiarezza che ricercasi nelle parole, di- cemmo quanto ci sembrò opportuno al §. 3 , C. I ; di quella che vuoisi nel pensiero , poco è a dire; perocché se non lo concepisci chiaro, non c'è arie che valga per chiaramente significarlo. Al più, al più possiamo dare qualche avverti- mento. E primieramente non porre la penna sulla carta , senza aver prima buon corredo di dottrina soda e ben digesla; sceglili , come dice il Venosino , materia da'tuoi omeri; meditala profondamente e in ogni sua parte; stu- diane ogni attinenza e relazione; insomma fa' d'averla come schierala tutta dinanzi alla mente. Le parole poi ven- gon da sè , e te lo dice anche Orazio : Verbaque provìsam 1)1 RETIORICA 107 rem non invita tequentur , sempreche (ben s'intende) sappiasi, a dovere la lingua. Cos'i la chiarezza de' pensieri , rifletten- dosi nella espressione senz'opacità d'ambiguo e d'incerto, darà al discorso quella vivida luco che e gran parie della Perspicuità. 13. Questa poi risplendo intera per la retta disposizione delle parti che debbono concorrere allo svolgimento della materia che trattasi ; la quale disposizione e ciò che chia- masi ordine. Questa virtù, senza di cui non può nel discorso essere che confusione ed oscurità, ben si consegue da co- lui, il quale mercè il diligente studio raccomandato di sopra, ha chiara e distinta l' idea del suo argomenlo, sia in gene- rale , sia in ciascuna sua parte ed attinenza. Imperocché l'intelletto per tal modo facilmente scorgendo qual disegno meglio convengo alla trattazione delle materie, qual'csspr debba la connessione e l'armonia delle parli , le dispone e coordina in guisa che tutto quanto il discorso riesce all'al- trui comprensiva facile e chiaro. ii. Devesi pertanto in primo luogo far si che le linee principali del componimento si corrispondano tra loro in modo che il principio guardi il fine, il fine penda dal prin- cipio , e il mezzo si conformi e all'uno e all'altro ; seconda- riamente che le parti subalterne siano tra loro talmente disposte e collegato , che le prime servano a dar luce e forza alle seconde , queste alle terze , e così di seguito , in quello forma che gli anelli d'uno ealena succedonsi e strin- gonsi insieme; finalmente che non s'intralcino tra loro le cause e gli effetti , gli antecedenti e i conseguenti , le cir- costanze di fatto , di persona , di luogo e di tempo , saltando senza nesso logico dall'una cosa all'altra , e ritornando su'propri passi con vane ripetizioni e andirivieni. Non per questo s'escludono già le opportune digressioni , anzi ven- gono in ispccial modo raccomandale, perchè la connessione e conformila delle parli non vale uniformiti), la quale reu- dendo appunto la trattazione dell'argomento monotona e sazievole , devesi con acconcia varietà destramente schivare. 45. Assaissimo poi conferisce alla perspicuità la scelta assennata delle circostanze, guardandosi dal poco come dai troppo, perchè se le moltissime (ronde fan danno alla pianta, le pochissime la rendono brulla. Nè meno le giova il serbare l'unita delle sentenze , tenendo sempre d'occhio al soggetto principale delle medesime; al che non bene mirò it 'Davan- zali in questa proposizione: « Lo stigì» il diavolo a spogliare a i conventi : dicendoli pieni di rabbie, di lussurie, d'igno- « ranza, d'ambizione e di scandali , e scopriensi l'un l'altro, « e davali in commende a uomini di conto ». Qui stigò si riferisce al diavolo, dicendoli ad Arrigo Vili d'Inghilterra, scopriensi a conventi , davali di nuovo ad Arrigo (1). Vuoisi inoltre notare che non di rado serve ancoro alla perspicuità il disporre le sentenze e le immagini in guisa che crescano sempre di forza, facendo precedere le men forti ed animale alle più gagliardo e vivaci , quasiché la luce maggiore di queste faccia anche quelle meglio rispondere ; e ciò pure vedesi spesso dai grandi scrittori molto efficacemente ado- peralo. 46. Dalle quali cose conseguila doversi con ogni studio allendere alla chiarezza delle parole e delle idee , e al retto ordine delle materie saviamente distribuite, e all'armonia del tutto colle sue parli maestrevolmente collegate, se amia- mo d'adornare i nostri scrini di quella perspicuità, la quale sola può, per dirla col Stentini [A. P. , Lib. 1) salvarli dalla polvere e dalle Inrme; perocché ripelerò col Corticelli: t Non « basta a un dipintore, che nel suo quadro ciascuna figura « sia bella e ben falla , so poi le figuro non son ben dispo- « ste , e non hanno fra sè proporzione c convenienza » [Della Tose. Eloq., Gior. 1, Dis. VII). g S. Del Dot-oro. 47. Dicevano i Latini: caput artis est decere; il perchè appellavano decor quel bello che nasce dalla convenienza delle cose in fatto e in dello. Ed anco i pittori chiamano decoro quella ragione che ne guida l'intelletto e la mano, a fine di non peccare contro la verosimiglianza , sia nel H) V. Vita del Umana., pag. ilvi , ediz. eli. di itETronicx 409 rappresentare il subbielto per sè slesso, sia respetlivamenie al luogo , al tempo e al costume. Dote necessaria dello stile pertanto è altresì il Decoro, nel serbare il quale sta appunto il sommo pregio dell'arte. 48. Nulla avvi , dice Tullio , di più difficile nella vita , non meno che nel discorso , che conoscere distintamente ciò che convenga e ciò ohe no (\) ; eppure da tal conoscenza dipende la vera lode dello scrittore , dicendoci anche Orazio: a Dcscriptos servare vices, operumque colores « Cur ego si nequeo , ignoroquo, poeta salulor? » [A. P., 86). Certo ella e opera piti dell'ingegno che non dell'arte ; tut- tavia questa può all'ingegno esser d'ajuto, agevolandogli a tal conoscenza le vie. 49. Ogni argomento ha le convenienze. sue proprie ed i suoi propri colori , vuoi rispetto alla sua natura , vuoi ri- spetto al suo fine. Nell'imprenderne la trattazione adunque., innanzi tratto fa d'uopo considerare generalmente la natura di esso; vedere sotto qual aspetto torni meglio rappresen- tarlo : distinguere a qua! genere di prosa o di verso più presto si adatti; aver l'occhio altresì allo persone per le quali si tratta , alle circostanze ed alle occasioni, tra le quali e per le quali si tratta. In particolare poi devesi por mente alla varietà delle parti ondo componesi il tutto , e secondo che dominala ragione, la fantasia o il sentimento , o che si narri , si descriva , si dimostri o si commuova , adattare pensieri , immagini ed affetti a ciascuna dì queste parli , passando dal magnifico all'umile, dal concitato al tempe- rato, dall'aspro al tenue, e via discorrendo. E tale, se mal non avviso, ò il descriplas servare vices d'Orazio. 30. A rilrar poi fedelmente i colori del nostro tema gio- verà pure far uso di un'elocuzione conveniente alla natura di esso, al modo onde ci siamo proposti di svolgerlo, alle persone, a' tempi e a' luoghi, opportunamente svariandola (1J De Orai., Uh. I, C. E!). MO secondo la natura delle cose, in quella guisa che il pittore stende con belle gradazioni i colori d'ogni più minuta parte del quadro, sempre in armonia con quella che n'è la tinta generale. Finalmente conviene che anche il 'numero dei pe- riodi ora distesi , ora brevi , ora lenti , ora scorrevoli, ora spezzati, ora pieni , si accordi con giusta consonanza alla na- tura del componimento, ed alla molteplice varietà delle sue parli. 51. A questi sommi capi io credo possa ridursi tutta l'opera dell'arte intorno al decoro, senza del quale non solo non si dà vera bellezza, ma anzi, come n'avvisa il Perti- car! {op. cil. L. Il, e. 8) , ogni piti piccola macchia, comecché tenue contro questa virlii guasta ogni più perfetto compo- nimento. Essendo adunque il decoro cosa di tanto rilievo, ne polendo Tarlo soccorrere che assai incompletamente, giudico possa esserne più sicuro maestro l'esempio dei sommi, l'assiduo studio dei quali grandemente io raccomando a cui non manca ingegno e brama di bella lode, ripetendo col Vida : « Quid deceat, quid non, tibi nostri oslendere possunt e. (A. p. L. li. V. (si) i AHTi I. - Della Ini! (aziono. 1 . I,' imitazione (ì riposta nel ben ritrarre la natura con- formemenle al vero, al buono e al bello che sono il fine su- premo dell'arte; laonde il Poeta disse che questa quanto puote,$egue la natura, come il maestro fa il discente (fnf. C. XIJ ; e Quintiliano avea già detto che il più dell' arte consiste nella imitazione. Dìfalto quegli artefici, cui l'universale giu- dizio tiene per sommi, poggiarono alla perfezione dell'arte quanto più dappresso si fecero alla natura, ritraendone con verità e leggiadria le inesauribili bellezze. Tal' è la imita- zione classica che differisce da quella che copia senza scelta ed alla rinfusa qualsivoglia esemplare offre la natura. La imitazione può dirsi di tre sorte. La prima, più elevato, e per conseguenza nobilissima, è quella a cui pre- siedo il genio guidalo dal guslo. .Essa è l'arie nel suo più ampio significato, in quanto che e solo inlesa a farsi fida seguace e interprete della natura ; quindi a questa è volto il suo studio; da questa prende il bello, il vario, il semplice, il sublime, e con vivi e veri colori le sue immagini penncl- Jeggia. Di qui quella impronta originale che suggella le opere dei grandi autori, dallo studio dei quali deve apprendersi l'arto di ben seguir la natura, come ci mostrò l'Alighieri collo scegliersi a maestro Virgilio; perocché tale studio lungi dal tarpare l'ingegno, anzi l'avviva e rafforza, cosicché segna luminoso le proprio orme ancora quando preme lo altrui; e a chiarircene basta l'esempio dello stesso nostro Poeta, per tacermi di altri. 3. La seconda maniera d 1 imitazione è d'un grado meno elevato, ma di pregio non comune pur essa. Se Omero e Dante , ingegni più poderosi di quanti mai onorarono la umana sapienza, si mostrarono si originali nel ritrar la na- tura, che ne furono sempre riveriti come primi pittori, gli altri egregi che se li tolsero a maestri dell'arte di ben imitare, ci mostrarono coli' esempio qual debba essere l'imitazione degli ottimi modelli. E primieramente anche questa richiede non tenue dote d'ingegno e di gusto; consiste poi non già netl'usurpare gii altrui pensieri, ma nel saper cogliere, come dice Dionigi d'Alicarnasso (1), con gli slessi artifìcj una di- versa vena di bello; nell'osservare di quelli in generale il disegno e il modo onde dare alle materie il conveniente sviluppo, ordine e forma; nello studiarne l'uso e il magi- stero degli accessorj a fine di ben congiungere la unita colla varietà ; nel far si che senza dipartirsi gran fatto dalla na- tura propria, si prenda dai migliori un cerio che di buon sapore e di buon colore, con lai dissimulala imitazione che neppure si paja; finalmente nel porsi in bella gara con essi nella verità dello stile, nella dipintura delle immagini e do- gli affetti, nell'eleganza e venuslà delle forme, nella grazia (t) Ari. licllor.  e nel nitore dell'espressione, nella convenienza e soavità dell'armonia. In somma questa seconda maniera d' imitazione sta nel trarre, a mo' d' ingegnosa ape, il succo de'fìori più leggiadri nel ricco giardino de' Classici, e fattolo nostra so- stanza travasarlo ne' nostri pensieri: concludendo col Gozzi « che T imitare non è un legame, quando si sa fare; che esso « non è altro, che a poco a poco andar dietro alle orme « d'uno o di piti che li guidino per un sentiero che non « sai; ma come tu sei giunto ad un certo segno, se avrai « buon intelletto e forza, puoi prendere un volo; e lasciarti « indietro quegli stessi che tu averai imitato » [Difesa di Dante, Dio/, il). 4. La terza maniera poi, che è l'infima , può fino a un certo termine procacciar lode, quando nell' imitare un illu- stre scrittore, ancora che se ne seguano molto dappresso le orine, tutiavia si usa una certa nobile franchezza, non già copiandone, ma sì ritraendone le vere bellezze con un fare largo e alla libera , chè prova è pur questa di non volgare ingegno. Tale non è però quella gretta imitazione che muove timida sulle pedate altrui; che se mai se ne scosta un tanti- no, fatti pochi passi e incerti vi ritorna sopra; che copiando alla rinfusa bellezze e difetti , quelle guasta , questi ingrandi- sce. Siffatta è l'imkazion di coloro , cui Orazio stimatizzò col marchio di servii pecorume; i quali poiché decipit exemplar viiiis imitabile , scambiano per manco d'ingegno i veri pregi con quelle mende, qws aut incuria fudit, aut fiumana parum cavitnatura ( On. , A. P. v. 352 ) , e credono se non di vin- cere , almeno di emulare il loro autore , se di queste sup- poste bellezze, quanto più sanno esagerate, le loro cose infarciscono. Quel valersi poi alla peggio delle ricchezze altrui , a vero dire , non è a chiamarsi imitazione , ma ra- pina, e chi non se ne fa coscienza, ricordi la cornacchia della favola , la quale furtivi* coloribus, fece di sè non poco rider la gente, 5. Dalla imitazione, quale che sia, nascono quelle ebe in arte diconsi scuole. Quando alcuno autore tiene per al- tezza d'ingegno il campo o nella prosa o nel verso, molti sia per ammirazione, sia per vaghezza di lode, studiansi  di calcarne la medesima via. Se le forze valgono loro al cimento , noa è ciò senza gloria ; rimangono in breve ora nella oscurità quelli cui falliva nell'ardua prova la Iena. E qui mi tacerò di Dante, perocché al pari di Hichelangiolo nella scultura , non ebbe veri e propri imitatori ; quindi mentre fu ed è maestro e duce di lutti, non formò una scuola speciale, chè l'arditezza del poderoso suo volo dovette sgomentar gli altri dal seguirlo sì allo. Non cosi il Petrarca, - tenero e gentil maestro d'amore, la cui scuola fiorì anche troppo; e se egli ebbe egregi imitatori, archimandrita dei quali fu il Bembo, tanti più n'ebbe che di loro svenevolezze fecero assai tempo echeggiare il Parnaso italiano, con poca lor gloria , e con minor prò della patria e dell'arte. Ebbe imitatori anco il Boccaccio , ma senza le costui grazie riu- scendo anzi che no pesanti, ben presto fastidirono. Il Mari- ni, uomo d'ingegno immaginoso, sdegnando lo grettezze de' Petrarchisti, osò spingersi a libero volo; ma abbando- nandosi troppo alla sbrigliata fantasia, diede nel falso e nell'esagerato, e capo divenne di quella scuola che rese proverbiale il secento. A fine di far in Italia rifiorire il buon gusto, s'instiluiva in Boma l'Arcadia, riponendovi^ in onore il Petrarca ; e non le mancaron talora bei nomi che la illustrarono; tuttavia per lo più traboccò nelle con- suete leziosaggini di poeti in amore camuffati da pastori della decrepita mitologìa ; le nenie dei quali non erano che sbiadile imitazioni, tutl'arte a mera lusinga degli orecchi (1). Sorgeva il Frugoni, fecondo e vivace intelletto, e nuova e splendida orma segnava all'italica poesia; ed ecco dietro a lui ben lunga tratta d'imitatori , i quali non dolati del pari di poetica virtù, al pomposo ed al lussureggiante onde il maestro talora copriva il vuoto del pensiero, prodighi d'am- polle e di parole aggiunsero frasche ed orpello. Alla scuola frugoniana succedeva Vossianesca. 1 poemi d'Ossian, bardo caledonio, raccolti da Macpherson , siccome e' spacciava, 01 a Quest'Accademia è adesso degna d'ogni ìorte, e lasciale le paslorellerie . nome.il «arenile chiamava, ajuia e promuove ogni piti nobile disciplina ■ F anfani , Lettere Prece!!., noia a pag.  tra i montanari scozzesi , aveva» levalo lai fama, che pa- . revano minori al confronto quelli d'Omero, e quasi non tlissi la stessa Bibbia. Il Cesarotti, ingegno vasto e polente quant'altri mai dell'età sua , e che al dire del Botta , poteva essere il restauro delle nostre lettere, e quasi ne fu la ro- vina , dopo fattosi campione de' yal/iviz-zanli , prumossc in Italia il gusto della poesia ossiauesca colla sua celebre tra- duzione d'Ossian in versi splendidissimi. I nostri verseg- giatori abbagliati dalla novità di quelle fantasticherie d'im- pronta caledonia, ne imitarono a gara le strane immagini, i foschi ed esagerati colori, e le forzate ed ampollose espres- sioni ; in guisa che per poco l'italica poesia non più forma alcuna serbava di se medesima (1). Breve vita però s'ebbero gli ossia neschi , ai quali succedettero i romantici, della cui scuola altrove diremo. 6. Delincati i caratteri della imitazione ne' diversi suoi gradi, e tracciatene le regole, vedulo come in ogni grado di essa può conseguirsi lode più o meno splendida e dura- tura, e come la gretta maniera di quegl'imilalori, la cui immagine riscontrasi al vivo dipinta nelle pecorelle del Poe- ta (2), non tanlo è loro di biasimo, quanto ancora ne resta non di rado oscurala la gloria della patria letteratura, è prezzo dell'opera dare altresì qualche cenno degli autori che debbonsi scegliere a maestri. Nè si tema , giova ripe- terlo, che la savia imitazione de' sommi ritenga il libero volo della mente; che anzi, come ben noia il Colombo, essa ajula a volo piti allo, o almen più sicuro, essendoché il porsi a gara con quelli eccita l'ingegno e raffina il gusto (Op. ciL, Lez. III). 7. Serbare l'indole propria e quella delle patrie lettere, è gloria d'ogni buono scrittore : a tal fine perLaiiLo gioverà U) Dotta. Star, filai. , Lio. L, 4783-1789. - Cantù , Stor. Univ. , Ep. XVII, C. 20- (2) a E ciò the fa la prima, e l'altre fanno, « Addossandosi a lei s'ella s'arresta, a Semplici e (juete, e lo 'mperenà non sanno ». [Purg. C. 111). DI RE T TORI G A 4 1 5 scegliersi i migliori Ira'grandi che meglio consuonano colla nostra natura, e da quelle nazioni il gusto delle quali più presto si confa a quello della nostra. E poiché debbono es- sere gli ottimi, non saranno in gran numero, chè e'son rari dovunque. Si preferiscano quelli , al dire del Gozzi , che, come gran corpi, hanno « salde ossa, polpe solide, tr molto sangue, nervi potenti, muscoli gagliardi, tutte forti <( e proporzionate membra ; i tisicuzzi e i tristanzuoli , con « un poco di bel colore sulla pelle , non ci lusinghino. . . . a Quelli si abbiano d\ e notte tra mano, e si squadernino " e si svolgano ; ma si prenda ad imitarne uno soprattuiti , •( non per metterci per sempre in ceppi , ma per volar poi « da per noi animosamente , dopo buona scuola ; perocché « chi sempre imita è pecora ; chi non ha imitato mai , cer- « vel balzano (1) ». 8. Scelto l'autore che più ne talenta , e studiatolo con lungo e grande amore , si vada pure raccogliendo dagli altri quell'oro che vi risplende , sempre anteponendo quelli che sono in voce di maestri , massime in quel genere di prosa o di verso , a cui vogliamo più specialmente porre l'ingegno. Fondamento allo studio della bella imitazione, e mezzo onde abituare la mente alle cose grandi ed ai grandi pensieri, sono Omero e Dante. Dipoi il poeta apprenda l'elevatezza in Pindaro , la grazia in Anacreonte , la nobiltà in Sofocle e in Euripide , l'eleganza in Terenzio , in Virgilio e in Orazio, la delicatezza nel Petrarca , la vivacità del colorito nell'Ariosto e la purezza del disegno nel Tasso, la forza, la splendi- dezza e la gravità nell'Alfieri , nel Parini , nel Foscolo e nel Leopardi. Il prosatore sludj la breviloquenza in Demostene, in Tucidide e in Sallustio; la maestà e l'abbondanza in Platone, in Plutarco, in Cicerone, in Livio, nel Boccaccio e nel Guicciardini; la vibratezza e l'energia in Tacito e nel Davanzali ; la naturalezza e il candore in Cesare, nel Cavalca o nel Passavanti; la precisione e la facilità nel (4) Un. dei Goni a Race. Galilei e nel Redi. E di questi esemplari greci, latini ed ita- liani dirò a'giovani studiosi ciò che Orazio diceva a'Pisoni: a Noclurna versale manu , versate diurna o. (A.P , v. SG9 -J. 9. Lo studio comparativo declassici fora altresì loro ma- nifesto come e quanto Virgilio e Orazio imitassero Omero, Pindaro , Anacreonle , Teocrito e Callimaco , come non sde- gnassero , massime il primo , di razzolar l'oro in Ennio. Ri- scontreranno in Dante e nel Petrarca il loro studio sui poeti di Mantova e di Venosa ; nell'Ariosto e nel Tasso , per nulla dire del fiore , della vivezza e della grazia che tolsero dalla divina Commedia e dal Canzoniere , scorgeranno nel dise- gno , nel colorito . negli episodj, nel linguaggio degli affetti e nella verità delle descrizioni, la felice imitazione della Iliade e della Eneide. Ecco con quali autori dovranno i gio- vani vaghi di bella lode , entrare in nobile gara ; e se baste- ranno loro le forze dell'ingegno, potranno emularli * e quasi non dissi talora anco vincerli, come del Bojardo fece l'Ariosto. \0. E poiché tutte le regole da Aristotele fino a noi det- tate non formeranno mai un lodalo scrittore , se non vi si aggiunga l'esercizio, in quella guisa che tutte le teorie di qualsivoglia arte non danno senza la pratica neppure un artefice mediocre , viene raccomandato in principal modo l'esercizio del comporre. Incominciate pertanto dal prendere ad imitare un'immagine o una breve descrizione dell'autore da voi scelto , ingegnandovi dì dare o all'una o all'altra ve- rità ed eleganza quanto sapete maggiori. Non v'incresca quella inferiorità in cui vi troverete sul primo in faccia al vostro esemplare; niuno divien maestro in un attimo. Ri- tentate piii e piti volte la prova: saepe stylum verlas , di- ceva Orazio, cancellale, correggete, rifate; e se non per anco raggiungete l'eccellenza di quello , vi sarà dato però di andargli più e piò dappresso ; e ciò vi conforti a bene spe- rare. In egual modo fatevi ad imitare ora una più estesa descrizione, ora una narrazione , e di mano in mano salile a componimenti più lunghi o di maggior lena. Cosi pari a ge- nerosi poledri, di buon cibo pasciuti e maestrevolmente ad- destrali, vi slancerete a libero corso, e riporterete anche voi non igDobili palme. H. A fine di dar maggior luce a'precetti , gioverà porre a riscontro alcuni esempj d'imitazione tratti dai classici: n Qualìs speluuca subito commota columba <t Cui domus , et dulces latebroso in pumice nidi , a Fertur in arva volans, plausumque exterrita pennis ■ Dat tecto ingenlem ; mox aere lapsa quieto « Radit iter liquidum, celeres neque commovel alas ». ( Aeri. , L. V). « Quali colombe dal desio chiamate « Con l'ali aperte e ferme , al dolce nido a Volan per l'aer dal voler portate ec. ». ( ln{. , C. V). ■j Pone me pigris ubi nulla campìs « Arbor aestiva recreatur aura ». (On., Od. «2, L. I ). a Potnmi ove il sole uccide i fiori e l'erba , « 0 dove vince lui '1 ghiaccio e la neve ec. ». [ Pbtbabca , Soq. 95, P. I ). « Purpureus veluti quum flos succisus aratro « Languescit moriens , lassove papavera collo « Demisere caput , pluvia quum forte gravantur «. [ Aen. , L. IX )• « Come purpureo fior languendo muore « Che il vomere al passar tagliando lassa , « 0 come carco di soperchio umore - a II papaver nell'orlo il capo abbassa ec. d. [ OH.Fur., C.XVIII]-  <t Magno curarum flucluat aeslu », \Acn., L. Vili). « Che il no e il s\ nel capo mi tenzona ». ( Inf., G. Vili ). « Nè sì nè no nel cor mi sona intero ». ( Peiu., Son.tlG, P. I). « In gran tempesta di pensieri ondeggia-». ( Gems. Lib., C. X). « Iliaci cineres, et Damma extrema meo rum a Tester , in occasu veslro nec tela , nec ullas « Vilavisse vices Danànm : et, si fata fuissent « Ut cadcrem , meruisse manu. . . . ». [Ann., L. 11). « Voi chiamo in testimonio , o del mio caro « Signor sangue ben sparso e nobili ossa, « Clie a!!or non fui della mio vita avaro, « Nè schivai ferro , nè schivai percossa. « E se piaciuto pur fosse !a sopra « Ch'io vi perissi, il meritai coll'opra ». { Gtr. ùb., C. Vili). Non la finirei si tosto , so volessi riportare di tali csempj anche solo i migliori ; tuttavia mi si consenta d'aggiunger quello della celebre comparazione omerica del cavallo colle sue non meno celebri imitazioni. « Come destriero che di largo cibo a Ne' presepi pasciuto, ed a lavarsi « Del fiume avvezzo alla bell'onda , alfine , « Rotti i legami, per l'aperto corre, o Stampando con sonante ugna il terreno; « Scherzan sul dosso i crini , alta s'estolle DI ItETTOTttC.V ■ « La superba cervice, ed esultando « Pi sua bellezza , ai noli paschi ei vola « Ove amor d'erbe o di puledre il tira ». [Iliud., C. VI, Trad. del Monti). « Et Liim sicut erjuus , qui de praesepibus aclus n Vi n eia suis magnis animis abrupit, el inde « Feri se se campi per cacrula , laelaque prata a Celso pectore, saepe jubam quassat simul altam, « Spiritus ex anima calìda spumas agii albas ». ( Eknjo, Pram. VI ). ■< Qualis ubi abruptis fugit praesepia vinclis « Tandem liber eqous , campoque potìlus aperto , « Aut ille in pastus , armentaque tendil equanim, " Aut. assuelus aquae perfundi flumine noto « Emical , arreclisque fremii cervicìbus , alte « Luxurians, luduntquc jubae per colla , per armos ». \Am.,L. XI.) a Come destrier , che dalle regie stalle « Ove all'uso dell'armo si riserba , « Fugge e libero allin per largo calle « Va tra gli armenti al fiume usato , o all'erba. « Scherzai) sul collo i crini e sulle spalle , ■ a Si scuote la cervice alla e superba; a Suonano i piè nel corso , e par che avvampi « DÌ sonori ni triti empiendo i campi ». ( Gcrus. Lib., C. IX). « Deslrier che all'armi usato a Fuggi da chiuso albergo , « Scorre la selva e il prato , a Agita il crin sul tergo , e E fa co'suoi nitriti a La valle risonar,  a Ed ogni suon che ascolta « Crede che sia la voce « Del cavalier feroce « Che l'anima a pugnar ». [Mbt*3t., Ales. : , Alt. II, se. 10]. Aut. 11. - Dell* Traduilooe. ti. Essendo la Traduzione uno de' principali esercizj che addestra alla imitazione, ed una piti stretta imitazione ella stessa , parmi opportuno esporne qui la natura e le regole. 13. « La Traduzione consiste nel trasportare un'opera « da un'altra favella con fedeltà, mantenendo i lineamenti, « i colori, le movenze e lo spirito dell'originale » (1). Ella è una copia dell'altrui dipintura, della quale non basta ri- portare la composizione e il disegno, se non vi si riproducono le stesse finezze dell'arte, si che quasi non sappia distin- guersi dall'originale la copia. ii. Il tradurre da una lingua ad un'altra un'opera di amena letteratura, e specialmente poetica, è appunto, come pareva al Gargallo, quasi una lotta tra'due scrittori; laonde il Pallavicino richiedeva nel traduttore non minore ingegno che nell'autore. E primieramente vuoisi tra essi una certa conformità di carattere, acciocché più facilmente riscontran- dosi ambedue nel modo di concepire le cose e di sentire gli alletti, siavi quella somiglianza di stile, che tanto a ragione ricercasi. Difatti il Leopardi voleva ehe il traduttore rappre- sentasse tutto il carattere dell'autor suo; lo che non può farsi altrimenti che dando, per quanto è possibile, a'suoi concelti la impronta medesima che seppe dar loro l'autore. Non basta , soggiungeva il Giordani , che il traduttore ci riferisca nudamente le sentenze, le quali in tal modo non sono che un'eco; vogliamo eriandio tutto quello che d'indole e d'arte sua propria in significarle e disporle adoperò l'autore mede- (1) Montanti. SuWorte del tradurre. Trallalo aggiunlo al Blair.  1 2) simo. ÀI che gioverà assaissimo avere altresì sufficiente con- tezza de'tempi, de'costumi, della religione, delle opinioni, dell'eia e della condizione di esso autore, siccome cose che più o meno influiscono, tutle sull'opera di luf. 15. In secondo luogo è necessaria una profonda cogni- zione della lingua propria e-di quella del lesto; e poiché ogn' idioma ha un' indole sua particolare, e per conseguen- za alcune proprietà del lutto inalienabili, sta'al precetto oraziano: Nec verbum verbo curabis recidere fidus Jnterpres. [A.P.v. 135); precello in tutto conforme all'esempio già datone da Tullio nella sua traduzione delle due Orazioni di Demo- stene ed Eschine, intorno alle (inali dice egli slesso : Non ver- bum prò verbo necesse habuì redclere, sed genus omnium verbo- rum, vimque servavi [De opt. gen. Orai.) Inteso pertanto che avrai il concetto, non li fare schiavo della parola, ma rendilo in quel modo che nella tua favella vi corrisponde e per evi- denza e per forza. Non cambiare il figuralo del lesto col proprio; e quando ancora t'incontri in metafora o in locu- zione che volta letteralmente non suoni con pari eleganza e proprietà, e tu cerca nell'idioma luo vocaboli e forme figu- rate che non la cedano a quelle per vivezza e splendore. Gioverà altresì alla forza e all'evidenza serbare talvolta la giacitura delle parole e l'armonia del costrutto, per quanto la natura della lingua il consente, della quale iraducendo serberai sempre schietta la fisonomia. Ricorda finalmente, massime nelle traduzioni poetiche, quella verissima sentenza: che una grande fedeltà divenla una grande infedeltà (1). Te ne sia testimonio nelle sue traduzioni il Salvini. 16. Inoltre fa di mestieri por mente al genere discrittura che imprendesi a tradurre, non che alle diverse parli che la compongono , a fine di dare e al tutto e alle parti il con- veniente colore. Al che forse non sempre mirò l'Alfieri nella traduzione dell'Eneide, dove senti più presto il tono della tragedia che non quello dell'epopea; e il Montanari nota che se il Caro va talvolta innanzi a Virgilio nel linguaggio pas- (1) Delllle, Pcoem.alla Traduzione delle Georgiche. sionato, molto indietro gli resta dove richiedesi l'eroico. Oltre a tutto questo v'ha d'uopo di molto discernimento e finissimo gusto a ben distinguere le vere bellezze originali per riprodurle con pari venusta e grazia 1 7. Finalmente perche più s'accosterà alla perfezione quel volgarizzamento, che piti fedelmente ritraendo la fisonomia dell'originale, farà meno desiderar questo, e indurrà quasi a credere che l'autore non avrebbe fatto altrimenti, se r.ella lingua del traduttore scriveva, dovrà conservare eziandio quelle speciali qualità, fossero anche difetti, le quali spiccano nel testo, perchè concorrono esse pure a rendere viepiù simigliarne la copia. Dipintore valente riporta nel ritratto anche i nèi dell'originale, e per tal via consegue che si riconosca tra mille. Si loderà l'ingegnoso ripiego d'Apelle nel ritrar di profilo l'effigie del re Antigono, per nasconderne i! difetto dell'occhio; ma questo può ad altri sembrare corti- gianeria. 18. lì sotto tale aspetto appunto va meno lodato l'Alfieri nella traduzione del Catilinario e del Giugurtino, perchè oltre alla forza ed alla compressa maniera che vi scorse, c che non di rado ben riprodusse , non vi fece trasparire quell'eleganza che un certo colore d'antichità per gli stessi arcaismi si studiosamente Sallustio ricercava ; tanto è stretto l'obbligo del traduttore di conservare anche i minutissimi li- neamenti del testo. Lodalissimo a rincontro va il Davanzati per il suo stupendo volgarizzamento, dove, checché no paja al Monti, che per alcuni fiorentinismi, non tanti però quan- t' altri si avvisa, dice tramutate in commedia le tragedie di Tacito, o e la forza e la postura delle semenze e que'lra- « getti di lingua, e que' rapidi tratti direi di pennello, a ma- li raviglia ritrae, sì che quantunque in altra favella, tu senti « di leggere Tacito, e vedi e odi non ali ri che lui » tanto ei seppe gareggiare con esso, dice il Tommaseo, in quella forza del dire, che dimostra chiaro una forza corrispondente (1] Moktas , loc. oli. _ . 1 1 ! : l'"J i: ; C d'animo e d'intelletto (1). Senza le quali doti ogni traduzione so non riuscirà fredda e melensa, sarà certamente sbiadita, e somigliante alle stampo d'egregio dipinture, dove si ri- scontrerà precisione di disegno, esattezza di linee, fedeltà di movenze, ma non mai il rilievo e la vivezza del colorito. 19. Che poi l'esercizio del volgarizzare sia stato in ogni tempo riguardato siccome utilissimo alla imitazione declas- sici, non credo possa mettersi in dubbio dopo l'esempio di Cicerone, assiduo traduttore de'Greci, ed a cui potrei ag- giungere molli altri, Ira' quali citerò solo il Caro, >1 Ba- gnoli e l'Alfieri; i primi due traduttori di Virgilio, per for- marsi uno stile conveniente alla maestà ed eleganza del- l'epopea, il terzo di Sallustio, per appararvi la robustezza e la breviloquenza della tragedia. 20. E qui basterà della traduzione; se non che a comodo dei giovani citerò i nomi de'più eccellenti traduttori , ri- mandando all'opera citata del Montanari chi desiderasse do' buoni volgarizzatori più cslesu notizie. Peri trecentisti pertanto vanno per la maggiore le traduzioni delle Vite dei Santi Padri che abhiamo del Cavalca , del Catilinario e del Giugurtino di Fra Bartolommeo da S. Concordio, della Citta di Dio di S. Agostino , attribuita a Fra Iacopo Passavanti e delle Decade di Tito Livio d'incerto. Del XVI secolo vengono celebrati i volgarizzamenti dell'Eneide di Virgilio e della Rettorica d'Aristotele per il Caro, delle Storie di Tacito per il Davanzali , di quelle di Tito Livio per Iacopo Nardi , di Seneca, Trattato de'Benefizj per Benedetto Varchi, de'Com- menlarj di Giulio Cesare per il Baldelii. Del secolo seguente si loda la versione di Tito Lucrezio Caro per Alessandro Marchetti, e quella delle Vite de* pittori antichi per Carlo Boberto Dati. Tra i moderni poi che colsero nobili palme nel (Il Dteion. Estetico. - Il Leopardi soggiungo: a II Davanzali, pa- « drooe assolalo di quella onnipotenle lingua Aorenlina, ci lia dalu hi » nervosissima e originalissima traduzione di Tacilo, la quale come pi fi '■ l'uomo considera, più dispera d' imitai e ». Disborso promesso alla tra- duzione della Titìinomarhta di Esiodo. Voi. Ili, Edi/. Le Uon. campo de'volgarizzatori, si segnalarono i! Pompei colle vile di Plutarco , il Cesarotti colle Orazioni di Demostene , il Monti coli' Iliade d'Omero e colle Satire di Persio, il Fo- scolo con alcuni canti dell' Iliade , il Pindemonte coli* Odis- sea, il Borghi con Pindaro, Felice Bellotti coi tre Tragici Greci , il Costa e Giovanni Marchetti con Anacreonte, Giu- seppe Arcangeli con Callimaco, Tirteo ed altri Greci , l'Arici colla Georgica , Dionigi Slrocchì con Callimaco, colla Buccolica e la Georgica , Tommaso Gargallo con Orazio e Giovenale, l'infaticabile Cesari coll'Epislole di Cicerone e con Terenzio, e per ultimo il Maflei colle nobili sue traduzioni di Schiller, di Gesner, di Moore, di Byron e di Milton. Esposto quanto ne sembrò necessario intorno alla Elocuzione ed allo Stile, acciocché educato il gusto alle squisitezze delle varie forme del dire, sappiasi adattare bello e convenevole abito ai pensieri della mente ed alle immagini della fantasia, seguono gli ammaestramenti che intorno alla INVENZIONE vengono dettati dai relori. L'Invenzione b il ritrovamento della materia idonea .il nostro subbieito; laonde generalmente comprende lutti i componimenti si in prosa che in verso, i quali possono di- stinguersi in componimenti di genere Umile , Mezzano ed Elevato. Incominceremo da quelli in prosa di genere untile, ac- ciocché andandosi dal più facile al meno, rendasi ai giovani in sulle prime mosse più piana la via, per la quale c'in- camminiamo. Capitolo L - Dei Componimenti in prosa , di genere umile. §. 1. Della Favola. \. La Favola, o Apologo che dirsi voglia, trovasi da tempo antichissimo in uso presso gli Orientali. Da questi forse l'ebbero i Greci , i quali si la ingentilirono , che la noia raccolta delle Favole Esopiane ha servito di modello in ogni eia, e presso ogni nazione. La Favola pertanto può" defi- nirsi: un breve e vìvo racconto d'un'azione che fingesi fatta da enli animati o inanimati , acconcia a (rame una 126 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI conseguenza che per la somiglianza renda altrui sensibile, e però chiara e spiccata , un"aslratta verità morale. 1. L'intera natura fornisce al favolista gli attori del pic- colo dramma , essendoché v'introduce a dire o a fare, come se fossero persone, animali, alberi o che altro mai. Questi finti escmpj , ment re dilettano per la novità , sono molto va- levoli a persuadere d'una verità la mente di chi per età o per condizione è meno atto a dedurre da generali principi pratiche conseguenze. Una favolelta capaciterà d'una buona massima i fanciulli più. che un lungo sermone; e' per ta- cermi reverente delle Parabole del Divino Maestro alle turbe della Giudea , solo dirò che la storia ci mostra che meglio d'una faconda dicerta valsero per quei d'imera e per la plebe romana gli Apologhi di Slesicoro e di Menenio Agrip- pa ; tanto è vero che plebrja ingeniti magis exemplis, quam ratione capiuntur (1). 3. A ben condurre la favola pertanto, conviene: 1." Ser- bare l'indole degli animali e la natura delle altre coso che vi s'introducono, per non offendere la verisimiglianza ; 2." Porre in chiara analogia l'azione dipinta colla massima finale, acciocché sia tosto e facilmente appresa; 3." Che il racconto sia breve, in dettato semplice, sparso di nitore e di grazia, acciocché l'ammaestramento riesca più efficace, mercè del diletto. Se poi in verso o in prosa poco rileva, benché in arte preferiscasi il verso. 4. Dopo le Favole d'Esopo, che i Latini ebbero si ele- gantemenle tradotte da Fedro, e che noi pure per varj del buon secolo avemmo volgarizzate con dovizia di voci e di modi elettissimi, ogni nazione ebbe le sue; l'Italia però, come nel resto, precedette le altre, e nel Novellino, bel fioretto del trecento, si contano alcune favolette vaghis- sime per semplicità e candore. Leggiadri ssi me sono quelle che il Firenzuola intrecciò ne'suoi Discorsi degli Animali, e per tacer d'altri prosatori di Favole , nominerò per ultimo il Gozzi , che per festività e per grazia non ha tra' moderni chi lo*pareggi. (1) Mìccio, Saturnali, Lib. VII , C. 4.  a. Servir!) per esempio il citalo Apologo del poeto Slesi- coro a' suoi concittadini, oliò quello dello Stomaco e delle Membra addotto da Menenio, è abbastanza noto nella storia romana. Del Cavallo. <r Stesicoro, avendo gl'Imenei eletto por generale dcll'escr- « cito Fai ari lor capitano , e disegnando dargli una guardia « per la sua persona , dopo dette le altro cose soggiunse (i questa favola. Slavasi prima il cavallo solo a godersi la ■( prateria : venne un cervo a turbargli il suo pascolo; della gì quale ingiuria volendosi vendicar contro al cervo, do- ■< mandò l'uomo, se potesse insieme con lui darnegli ca- ' stigo : SI bene (rispose l'uomo) quando tu pigliassi il <i freno in bocca, ed io li salissi sopra con una lancia in « mano. E consentendo il cavallo a questo; e montandogli « l'uomo addosso , il cavallo invece di vendicarsi divenne k servo dell'uomo. Ora guardale ancor voi, che volendovi ci vendicar de' vostri nemici, non v'avvenga come al eavallo. ■( Voi vi siete già messo il freno, poiché avete dato l'ini- « peno a un capitano. Se gli darete ora la guardia , e la- « scereLc che vi cavalchi , sarete già falli servi di Falari » [Caro , lìettorica d'Aristotile]. §. 3. Dell,-, Lettera. 6. La Lettera, secondochè bene la definisce Cicerone, est mutuus ab&entium sermo , che ò "quanto dire un conversar ]»er iscritto con chi ci è lontano. E poiché colui che conver- sando parla con urbanità, con naturalezza e convenienle- niente a'tempi ed alle persone , si ha per costumalo , e con piacere s'ascolta, e tali vogliono esser le lettere per meri- tare Jode tli belle. La familiarità n'è il principal condimento; e questo si consegue scrivendo come si parla , alla disin- volta , senza studio e come detta il cuore; perocché, conio insegna il Flaminio, lo scriver familiare ha da esser tutl'uno  col parlare (11 ; e per questa ragione appunto le furono dette familiari. Ma poiché in un modo traUiam cogli amici, in un altro con chi è da più di noi , o da meno , così le let- tere prendono un ben distinto caraltere, perocché scrivendo a'cari nostri, parla l'affetto di padre, di figlio o d'amico, con dolce dignità , con amorevole rispetto , con confidente dimestichezza ; scrivendo ai dappiù lo penna va più ratte- nula per sentimento di modestia e di reverenza; ai da meno , si procede con un certo riserbo misto a gravità ; co- sicché in questo apparisce non di rado un po'd'arte , in quelle di parenti e d'amici , senlesi più facilmente la schietta natura, il perchè riscontriamo in generale anche negli ec- cellenti scrittori essere Ira le loro lettere migliori quelle in cui piii s'espande il cuore. 7. II line della lettera può essere d'informare alcuno, d'interrogarlo, di consultarlo , di pregarlo, di ringraziarlo, di esortarlo o riprenderlo, di raccomandargli persona, di scu- sarsi , di congratularsi ó condolersi seco , ed altri infiniti atti- nenti alle varie contingenze della vita; quindi quello di dare opportuna risposta a ciascheduna di siffatte lettere; laonde in generale dividonsi in missine e responsive; in particolare di- consi d'avviso o di ragguaglio , di domanda, di consulta o di preghiera, di ringraziamento, d'esortazione , di riprensione, di raccomandazione , di scusa, di congratulazione, di con- doglianza, d'augurio, d'invito, di negoy ec. In tutte, come in ogni altro eomponimenlo , richiedesi principio, mezzo e fine; cioè parole come d'esordio a conciliarci l'altrui grazia e benevolenza , esposizione dell'argomento con fatti , motivi e ragioni , opportuna conchiusìone, ove d'ordinario primeg- gia l'affetto di tenerezza , d'amicizia , di devozione , di con- fidenza , di giubbilo o di mesiizia. In tutte, massimamente nelle lettere di ragguaglio e di negozj , richiedesi per prin- cipale qualità la chiarezza , studiandoci di dare alle nostre idee nesso ed ordine; perocché se chi parla confuso, oltre al non farsi intendere , esponesi alle beffe , quanto più deve cercare di spiegarsi chiaramente chi scrive a persona lontana, |1) Liti. a\ Cimbì. ìlacc. per non essere franteso con danno proprio o d'altrui, e senza pronto riparo per la non pronta spiegazione ? Arroge che per i più la lettera è specchio e misura dell'anima e dell'ingegno dello scrivente. 8. È vano il dire che lo stile epistolare vuole concetti semplici , naturali e conformi alla condizione ed età si dello scrivente che della persona a cui si scrive ; richiede soprat- tutto schiettezza di sentimenti , e venuti proprio dal cuore, chè nulla avvi di più nauseante dell'affettazione in una let- tera , e che dia più sfavorevole idea del suo autore. Richiede del pari elocuzione facile , piana e disinvòlta , e principal- mente senz'ombra di ricercatezza ; anzi nelle lettere di più confidenza non stara male un po'di quella negligenziuola , che celando l'arte meglio rivela la natura; conciosstachè , come scrive un moderno , ciò che proprio innamora , sia una certa sprezzatura elegante , ed un fare alla mano e casalingo. 9. Difficile, per non chiamarla impossibile, e forse inutile opera è il darò particolari precetti per ciascuna specie di lettere, variando all'infinito le occasioni per le quali scri- viamo e a cui ben dobbiamo por mento; cosicché migliori maestri del cuore e del buon senso non sapremmo additare per compor buone lettere , nè per dettarle con eleganza mi- gliori esemplari di quelle di Cicerone tra' Latini , tra'nostri di quelle del Caro, de'due Tassi, dePiledi , del Bonfadìo , del Perticari , del Giordani , e specialmente del feslivissimo Gozzi, del quale ci piace di riportarne ima ad esempio, dando però la precedenza ad una di quelle di Tullio che ne fu a tutti gli altri guida e maestro. « Jlf. T. Cicero Papirio Paclo S. D. <t Heri veni in Cumanum : cras ad te fortasse : sed , « quum certum sciam , faciam te paulo ante cerliorem ; a elsi M. Ceparius , quum mihi in silva Gallinaria obviam a venisset , quaesissemque quid ageres , dixit te ih letto « esse, quod ex pedibus laborares. Tuli sciticet moleste, !< ut debili ; sed tamen constitui ad te venire, ut et viderem «te, et viserem, et coenarem etiam. Non enim arbitror 9  « coquum eliam le arlhrilicum babere. Expecta igitur , ti hospitem cum minime edacem , tum inimìcum coenis « sumpluosis. Vale ». (Ex Lib. IX, Ep. XXIII). « Ad Anton. Federigo Seghezzi. a Voi siete costà pieni di dogi , di procuratóri , -di ma- li schere e di giuochi. Qui il nostro spasso è godere un poco « di fresco in sulla sera, che con questi bollori non è- poco « utile : e credo che in Venezia non avrete tanta consolazione. « Fra la mia pigrizia nello scrivere e la poca voglia che « ha lo Storli di pagare , basterà che quel libro si cominci « a stampare nella valle di Giosaffà. Non aspettate più quei "« denari ch'io vi dissi, perchè il iìltajuolo ci domanda in- « dugio fino a S. Martino , essendo stalo disertato dalla gra- « gnuola. Datemi qualche notizia del fatto vostro , e quanto n sia avanti la raccolta di rime piacevoli che fate pel Co- li mino di Padova. I Gozzi riveriscono la signora Daria , c « voi e il fanciulletlo. Amatemi e scrivetemi. Addio. « Di Vicinale, addi 8 Luglio 1714 ». S- 3. Del Dialogo. 10. Siccome talvolta avviene che per lettere si trattino altresì argomenti riguardanti scienze o pubblici negozi , onde elevandosi da! genere umile al mezzano, non più let- tere familiari , ma scientifiche e politiche sogliono dirsi ; cosi il dialogo servendo alla trattazione ora di cose tenui, ora di gravi , trovasi appartenere quando al genere umile, quando al mezzano. Qui dunque convien parlar del dialogo di piti dimessa natura. . . H . II dialogo, che s'aggira sopra comuni e modesti argo- menti , rappresenta una conversazione di due o più interlo- cutori che s'intertengouo ragionando insieme su cose riguar- danti per lo più la vita ordinaria e la loro propria condizione. E poiché gl'interlocutori sogliono essere o i genitori e i loro figliuoli , o il maestro e i suoi discepoli , ovvero due o più L'.tj l :>.'"J Lv amici, o alcuni del popolo , può riguardarsi una scena, come dicesi , di famiglia , o popolare. 12. Sotto tal forma dialogica è, e dev'esser sempre, un fine morule ed istruttivo. Introdottosi con quella naturalezza che si sa maggiore il discorso , ciascuno parli secondo il pro- prio carattere , età e condizione , e si svolga il toma propo- sto, non in aria cattedratica, ma, come suol dirsi, alla casalinga, rallegrando ìa trattazione delle cose coll'amenilii e col brio del conversare festevole. Lo scrittore pertanto , siccome fìnge di nascondersi , si nasconda davvero , e l'arte sua sia quella di non mostrar l'arte , dipingendo al naturale i suoi interlocutori , s\ che questi o non altri , sembri di ascoltar realmente. Siano adunque semplici i concetti , fami- liari le immagini , vivo e disinvolto il dialogo , facile e popo- lare la elocuzione. I dialoghetti di Pietro Thouar per fanciulli ne possono essere un imitabile modello. Capitolo II. - Dei Componimenti in Prosa di genere mezzano. &. * . Del Dialogo. 1. Imprendendo a dire de 1 componimenti in prosa di ge- nere mezzano, incominceremo da quelli di formo dialogica, quasi seguitando la trattazione del paragrafo precedente. Ivi dichiarammo appartenere il dialogo al genere umile ed al mezzano : del primo dicemmo quanto parvo fosse necessa- rio; ora tratlerem del secondo. 2. Il Dialogo, che per la natura delle cose gravi che vi si trattano , ha qui luogo conveniente , è anch'esso una con- versazione che fingesi il più delle volle tenuta tra uomini autorevoli per eia , per grado e per sapienza, i quali stanno ragionando insieme o di scienze , o di lettere , o d'arti , o di qualsivoglia altro rilevante argomento. Una tal forma , sic- come adattalissima al genere didascalico , fu già adoperata da Socrate co'suoi discepoli, onde diecsi ancora Socratica. Il Dialogo pertanto ove i personaggi che non di rado lo sostengono , e !e dottrine che vi si svolgono, s'elevano sull'or- dinario, è di natura nobile ; quindi richiede dignità di cose e di parole conveniente al carattere degl'interlocutori , non senza però quella gioconda urbanità che con tanto diletto tra'ben costumati si usa. 3. 11 Dialogo di tal natura può in due modi condursi , o introducendo gl'interlocutori com'in iscena a favellare, o riferendone quale istorico le proposte e risposte. Nel primo modo l'autore non apparisce ; nel secondo ci è sempre di- nanzi ; quello è drammatico, questo uarratìvo ; quello per avventura più piacevole e spedito, questo piil grave, ma ritardato dall'» disse , eì rispose; finalmente il primo dipinge una scena che quasi coll'udìrla si vede ; il secondo la narra, come se l'autore ne fosse stato testimonio d'udita. Del primo modo si valse ne'suoi Dialoghi Platone , Tullio del secondo, l'esempio dc'quali chiarisce abbastanza essere tutti e due adatti e belli. 4. li Dialogo pertanto riesce utile e dilettevole; utile, perchè proposta qualsivoglia questione sopra un punto di scieuza , di morale , di critica letteraria o artistica , riceve pieno il suo sviluppo, mercè le opportune obiezioni e solu- zioni che fannosi a vicenda gl'interlocutori ; di qualità che veggonsi in bella e naturai forma schierati gli argomenti prò e conlra della trattala controversia ; riesce dilettevole, perchè mentre pasce l'intelletto di succosa istruzione, reca all'animo un dolce sollievo , infiorando eziandio lo più. astruse e più aride questioni colla festività d'un'urbana conversazione. 5. La legge del verisimile poi vuole che si tratteggino fedelmente i caratteri de'personaggi ; quella dell'onesto , che trionfi maisempre il vero , il buono , il bello ; quella, del di- letto , che il Dialogo proceda svarialo secondo la natura dell'argomento e degl'interlocutori, facile e disinvolto, sparso opportunamente d'immagini gaje, di sali e di bei motti po- polareschi , e dettato con nitidezza , con venustà e con garbo. N'avrai elegantissimi esempj , oltre agli stupendi Dialoghi già citati di Platone e di Tullio , in quelli dello spi- ritoso Luciano Ira gli antichi, e Ira'moderni nostri nel Pan- DI RETTOUICA 133 dolfini , nel Machiavelli , nel Gelli , nel Castiglione , nel Ga- lilei , nel Tasso , nel Gozzi , nel Monti e net Leopardi. Eccone ad esempio un tratto di quello del Pandolfini. Nipoti. « E quelle altre due spese, cioè le necessarie e « le volontarie, con che ragione abbiamo noi a seguire? Agnolo, a Le spese necessarie quanto più tosto si può. Figliuoli. « Non pensate voi prima qual modo sia il mi- <i gliore? Agnolo, << Cerio sì; nò credete che in cosa alcuna a me « paja da correre a furia , ma fare tutte le cose pensata- li mente; perocché quello che è necessario a fare , mi piace « subilo averlo fatto, non fosse per allro , che per avermi « scarico di quel pensiero ; e però fo le spese necessarie « presto ; le volontarie con modo buono e utile. Figi, e Vip. « Qual' è ? Agnolo. « Indugio parecchi termini ; indugio quanto « posso. Figliuoli. « E perchè-? Agnolo. « Per bene. Figliuoli. « Desideriamo saperlo, perchè crediamo buona « cagione vi muova. Agnolo. « Dicovelo: per vedere se quella voglia ces- « sasse in quel mezzo, e, non cessando, pure ho spazio » di meglio pensare in che modo spenda meno, e meglio <• mi soddisfaccia. Nipoti. « Uendiamvi grazie. Ci avete insegnato schi- « fare molte spese , le quali , come giovani , non ce ne sa- li pevamo raffrenare, e però a' vecchi dobbiamo credere e « rendere riverenza, domandare noi giovani, e volerò dai a vecchi consiglio » {Trattato del Governo della Famiglia). g. 3. Del Ragionamcnlo. 6. Chiamasi nell'arte nostra liagionamento o Discorso quella scrittura , ove l'autore imprende a mettere in chiara luce o in sodo una sua dotlrino o teoria ; e poiché suo pre- cipuo fine è l'istruzione altrui , gli è d'uopo di grande per- spicuità nell'ordine delle idee e degli argomenti ; lo che potra procacciarsi col ineditare a lungo il suo tema , e collo svolgerlo ponderatamente e con calma. Si leggerà quindi non solo con vantaggio, ma ancora con diletto, se vi si dirà sol quanto basta e non più , e se alla dottrina ed opportuna erudizione si congiungera stile lucido e temperalo non che elocuzione pura od elegante qua e là rifiorita di quelle figure semplici e caste che detta un'immaginazione guidata dalla ragione. Il Discorso prende nomo ancora di Dissertazione se vi si dilucida qualche oscuro passo d'autore , o vi s'illustra qualche punto di scienza razionale , fisica , slorica , archeo- logica ec. ; se poi vi si sostiene qualche opinione controversa, o vi si combatte l'altrui, chiamasi Polemica, in quella, ol- tre alle doli sopra esposle , ricliiedesi ampio corredo, d'eru- dizione, e sana critica ; in questa eziandio molta urbanità, perchè non divenga, a cornuti vituperio, seme di gare puerili e peggio. I discorsi del Machiavelli su Livio, i Ra- gionamenti dello Zanetti sull'Arte Poetica, le dissertazioni del Borgbini sull'origine di Firenze ne sono bellissimi mo- delli ; se tale ò poi per la lingua , non è certo per la urba- nità l'Apologia del Caro, la quale cito, perchè se no fugga la vergogna, come appunto mostravasi ebbro l'ilota al fan- ciullo spartano. g. 3. Del Discorso Accademico. 7. E l'Accademia un illustre consesso di doni , raccol- tisi a fine di conferire colle proprie investigazioni all'incre- mento delle scienze , leltcre edarti. Nelle solenni adunanze Accademiche pertanto suol farsi lettura di ragionamenti e dissertazioni , di lezioni , d'elogi e d'orazioni. É chiaro che in ciascuno di questi componimenti l'accademico deve pro- porsi di giovare alla scienza o all'arte , o almeno col dipin- gerne la nobiltà e l'eccellenza, d'inspirarne sempre più vivo nei cultori l'amore. 8. Dei ragionamenti dicemmo ; solo aggiungerò che de- stinandoli a pubblica lettura, l'autore s'attenga ad una giu- sta brevità , e si studii di dar loro un abito nuH'afTalto pom- poso, ma schiettamente adorno , qual si conviene a chi si fa DI RETTORIE! 135 innanzi a gente culta e civile. Della lezione accademica poi dirò che modestamente proposto all'altrui grave senno il tema , si svolga con eletta serie d'argomenti e di dottrina, con lucido ordine, con sobrietà e senza pretensione, tenendo sempre il tono persuasivo , mai il declamatorio , e tanto oieno il dittatorio. Materia di siffatte lezioni è d'ordinario o l'espo- sizione di qualche scoperta scientifica o letteraria , propria' o d'altrui , o l'esame critico d'opere, o l'illustrazione di qualche passo d'autor olassico , dal iato storico, ermeneutico, filo- logico ec. 9. L'Elogio, che dicesi anche Memoria, e un'onorevole ricordazione della vita e delle opere di cospicui accademici o d'altri valentuomini , chè il far ciò è debito verso di essi ed utile altrui. Dettone intorno alla vita civile e letteraria sol quanto basta in sua lode, mostrisi con critica assen- nata l'eccellenza delle opere, e quanto l'autore ben meri- tasse per queste della scienza, delle lettere e della patria; se ne pongano in chiara luce i pregi, ma non se ne nascondano ì difetti, cosi s'aggiungerà fede alla lode, e si gioverà all'arte, a cui nulla più nuoce quanto il dissimulare le mende dei grandi, le quali possono per l'esempio troppo adescare i mediocri. 1 0. L' Orazione finalmente ha qualche cosa di più elevato. S'apre d'ordinario con essa l'adunanza, mostrando o ram- mentando lo scopo della medesima; si usa in occasione d'innalzare pubblici monumenti, di distribuir premj ono- rari, 0 d'altro grande e straordinario avvenimento, sempre però dentro alla cerchia accademica. Potrà l'orazione com- parire alquanto pili adorna degli altri componimenti sopra notali, ma non già meno feconda di succosa dottrina e d'utili pensieri , istruendo intorno al magistero delle arti , destando coll'escmpio della gloria altrui fiamme d'emula virtù e spargendo copia di civile sapienza. Se ti farai a leg- gere le belle prose del Giordani, del Niccolini e dell'Arcan- geli, vi troverai eccellenti modelli di lezioni, d'elogi e d'orazioni accademiche, i quali mostrandoli quanto senno e dottrina seppero i loro autori congiungere alla semplicità ed alla grazia d'uno stile facile e d'una elocuzione eleganlissima, faranno che tu non vorrai imitare quelle prolisse e camuffate dicerie accademiche di un Icmpo, gii» di sopo- rifera memoria per la loro sonora vacuità. g. 4. Della Lezione Cattedratica. H. La Cattedra è luogo di grave insegnamento, e chi vi siede ha l'obbligo di diffondere negli animi adolescenti la luce della scienza e l'amore per questa; di qui la ne- cessita di soda e non comune dottrina e di nobile eloquio. Le lezioni pertanto del professore sogliono comprendere la sposizione piti o meno eslesa della sua scienza, e formano un tutto connesso e coordinato allo sviluppo del largo suo tema. Il discorso proemiale suol dirsi prolusione; dove toc- calo della utilità , necessità ed eccellenza della propria disciplina, dichiara l'ordine coi quale divisa procedere nel corso delle sue lezioni, affinchè, accennala la meta, resti cosi segnata la via a più agevolmente conseguirla. Nelle lezioni poi scomparte con savia economia il cibo del suo ammaestramento si che i giovani intelletti non n'escano giammai aggravali pel troppo, o non ben satolli pel poco; e soprattutto guarda che il cibo sia sano; perocché se mal nutrisce il non digesto, e non abbastanza lo scarso , il mal- sano avvelena. 12. 11 professore poi che sa di parlare ad amici, anzi a figliuoli , spoglio affatto dell'austero sopracciglio della bur- banza , ragiona con essi con dignitosa gravità, mista [ad amorevole benevolenza. Si guarda dalì'avvolger la scienza tra le fosche caligini d'un'aslrusa metafisica, e per quanto quella il comporta, la rivela alle menti splendida e chiara. Sa che a renderla amabile molto giova un bell'abito , ed ei l'adorna non mica con lisci e frastagli , ma qua! s'addice a nobile donna, colla grazia della semplicità e colla venustà di pura, propria e forbita elocuzione. Ammorbidisce talvolta certe ruvidezze e aridità inseparabili dalla scienza con ac- comodate immagini tolte dai tesori della natura, della sto- ria e della erudizione ; cosi istruisce e diletta i suoi cari discenti , che coll'amore alla scienza ed a lui ne ricambiano le cure, Sene volete cscmpj , il Monti, il Foscolo, il Parini e il Colombo, per tacer d'altri, ce ne forniscono nel loro genere in buon dato e pregevolissimi. g. 6. Del Trattalo. 13. Il Trattato è pure diretto alla istruzione, e può con esso in qualsivoglia materia ammaestrarsi. Il pregio prin- cipale del trattato pertanto non è, ne può esser altro che la verità della dottrina che vi si spiega; il secondo n' è la distribuzione delle parli, che bene tra loro armonizzando ingenerano ordine e chiarezza; l'ultimo n'ò la perspicuità del dettato. 14. Quale che sia la materia , morale , metafisica, fìsica, razionale, letteraria , artistica, economica, o qua l'ai Ira mai, fa d'uopo stabilirne saldi ed inconcussi i principj, e non torcere giammai dalla gran triade dell'umana sapienza, del vero cioè, del buono e del bello. Data giusta e compiuta definizione del nostro subbietlo, se ne dispongano le pani secondo lo divisioni e suddivisioni, che dalla definizione e dalla natura di esso deriveranno , di forma che le prime servano sempre di luce, di nesso e di passaggio alle se- conde, e cosi va discorrendo fino alla fine. Siane l'elocu- zione pura, nitida e facile, e soprattutto chiara per bella proprietà e giacitura di parole. Pongasi mente eziandio alla qualità delle materie di cui fannosi i trattati, e delle per- sone per cui fannosi. Nei trattati di cose gravi e pei dotti, sia grande e profonda dottrina in stile e dettalo nobile e dignitoso ; in quelli scolastici sia idonea e ben ordinala sa- pienza sposta iu modo breve , terso e piacevole; finalmente in quelli per il popolo, siano utili verità senz'astrattezze, e dichiarate nel suo schietto e natio linguaggio. Perfetto mo- dello n'è Cicerone negli Vffisj; imitabile è nelle sue Istitu- zioni Quintiliano; bello è il Trattalo d'Agricoltura di Pici- Crescenzio, volgarizzamento del buon secolo, leggiadrissimo per dettato quello del Passavanli sulla Vera Penitenza; stupendi quelli di Galileo sulla sua scienza , elegante quello del Pallavicini sullo Stile, aurei quelli del Costa  (Ili NT AM sulla Elocuzione e del Perticar! su' Trecentisti , per passar- mi d'altri non meno degni di studio c d'imitazione. §. C. Della Novella e del Racconto. 15. Finquì abbiasi parlato dei componimenti in prosa nei quali , essendo per la maggior parte di genere didasca- lico, prevale l'utile al diletto; resta ora a dire di quelli dove il diletto prevale all'utile, conciossiachè nelle opere letterarie questi due elementi debbano necessariamente combinarsi , quantunque in grado diverso secondo il line , se non vogliamo che l'utile scemi d'efficacia per manco dì diletto , e che questo senza di quello non si riduca a un vano suono di ciance. 1G. Incominceremo dalla Novella, siccome quella che può dirsi uno dei primi giojelli della nostra letteratura, e alla quale va debitrice della sua piti splendida gloria la prosa italiana. È la Novella un breve racconto piii o meno fan- tastico, dove narrando qualche lieto o pietoso avvenimento, o riferendo qualche astuzia, scherzo, pronta ed arguta ri- sposta, si cerca d'ammaestrar dilettando. Può la Novella slare da se spicciolala , come vediamo nel Firenzuola , e possono più novelle collegarsi tra loro , di forma che tutte cospirando ad un fine unico , facciano un grande e intero componimento (1), come riscontrasi nel Decamerone. Ora è l'autore che narra, come usò Franco Sacchetti; più d'ordi- nario vengono dal novelliere introdotte sollazzevoli persone, che novellando Ira loro piacevolmente inlertengonsi ; cosi il Boccaccio, il Firenzuola ed altri. 47. Il subbietlo della novella può o interamente trarsi dalla propria fantasia, ovvero da renli avvenimenti e fatte- relli curiosi , i quali se di fresca data , riusciranno ancora più piacevoli. Breve anzi che no, o almeno sempre propor- zionala al subbietto vuol esser la narrazione; nè ammette lunghe digressioni , nò soverchia complicazione d'intreccio, essendo uno de'bei pregi della novella l'esser per chi l'ascolta il, IUsali.i. Ammaeslrameatì , lib. Ili, r.. 2, K>. facile a ritenersi. Volentieri però si adorna di pittoresche descrizioni e di movimento drammatico, e sopra t Latto ama, col tenere alcun tempo intra due l'alimi espilazione, di produrrò grata sorpresa con impensato scioglimento. Il fine morale poi vi sia sempre , e più eflicace riuscirà , se l'au- tore non lo dichiara aperto, ma fa che lo traveda il letto- re . ossia che gli dipinga la pura voluttà di chi ben oprando a lieto fin si riduce , o la mala fortuna a cui d'ordinario fan capitare le umane follie; perocché sembra non molto s'addi- ca al novelliere l'affibbiarsi palese la giornea di moralista,. 18. Convenendo alla novella ogni argomento, dal più mesto al piii burlevole, si appropria altresì ogni stile ed ogni, colore. Gli svariatissimi subbie Iti delle suo novelle dieder agio al Boccaccio, « come ben osserva il Sismondì, « di mostrar tutte le ricchezze dello siile più nobile e « più grazioso Le novelle che sono variate con arte « infinita, in quanto al subbietto e al modo di trattar- li lo, dalle più commoventi e più tenere fino alle più « facete, e sventuratamente fino allo più licenziose, sono o splendido e certo testimonio del suo mirabile ingegno e o della sua eccellenza nello scrivere. .. Qui è comico, qua « tragico: ora è popolare e familiare a! tutto: ora s'innalza « alla più sublime eloquenza: narra, ragiona, descrive, e a il suo stile è sempre vario, sempre vivo, sempre natura- ti le a (1). Queste giudiziose parole, mentre suonano lode al celebre Certaldese, contengono in pari tempo le principali regole per ben dettare novelle. E Stringe proprio l'anima, che tante gemme siano non di rado avvolte nel fango schifoso della oscenità, tanto che- il razzolarvi dentro sia pei ben costumali giovinetti perniciosissimo. Se ne guardino adun- que per quanto sia loro a cuore il pudore, il cui danno, come santamente diceva l'illustro Itosminr, non e compen- sato da una montagna d'eleganze; e ben potranno in egual modo nelle Novelle di quest'autore, scelte a bella posta per essi, apprendere e la fedeltà de 'caratteri , e la freschezza 11}. Ved. Op. di Qioo. Boccaccio. Edii. di Flr. per P. Pantani, Le Mounier , 1857 , p. vi. 4 40 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI delle dipinture, e la varietà dello siile , e la leggiadra ame- nità del colorito; doli inseparabili dalla pregiala novella, che di tutte il Boccaccio è pur sempre maestro. I novellieri cinquecentisti, tra'quali per ogni conto va primo il Firen- zuola , se giunsero a ben imitarne le grazie, lo vinsero per avventura nella licenza. Con questi adunque va'eauto del pari , e meglio ti approderà la lettura delle novelle che ab- biamo del Cesari, del Colombo e del piacevolissimo Gozzi. 19. Molto affine alla Novella è il Racconto, il quale con- siste nel riferire un breve fatto o detto che può essere al- trui d'ammacsiramento o d'ammirazione. Pie differisce poi non solo nella sua natura più modesta, ma eziandio nella sostanza, essendoché la novella s'aggira più ordinariamente su cosa finta, o se su vera, molto la rifiorisce e l'avviva co'modi suoi l'immaginazione dell'autore; mentre il racconto non è che la schietta narrazione d'un fallo vero, o almeno per tale ricevuto. Appo gli antichi però n'era comune il nome, secondochò riscontrasi nel Libro detto delle Cento Novelle, in quelle di Giovanni Fiorentino o di Franco Sac- chetti, dove i fatti coniali sono per lo più di ragione sto- rica. Questi autori poi ci porgono bei modelli della sempli- cità e del candore, onde vogliono esser condotti questi brevi componimenti. Siane esempio questo del Sacchetti. a Dante Alighieri, sentendo un asinajo cantare il libro a suo, e dire: Arri, il percosse, dicendo: Cotesto non vi a miss'ìo; e lo rimanente, come dice la Novella ». « Andandosi un dì il dello Dante per suo diporto in a alcuna parie per la città di Firenze, e portando la gor- a giero e la bracciajuola, come allora si facea per usanza, a scontrò un asinajo, il quale aveva certe some di spazza- o tura innanzi; il quale asinajo andava drieto agli asini, a cantando il libro di Dante , e quando avea cantato un a pezzo , toccava l'asino e diceva : Arri. Scontrandosi Dante a in costui, con la bracciajuola li diede una grande balac- a chiala sullo spalle, dicendo: Cotesto arri non vi miss' io. a Colui non sapea nè chi fosse Dante, nè per quello che « gli desse; se non che tocca gli asini forte, e pur: Arri. « Quando fu un poco dilungato, si volge a Dante, cavan-  a doli la lingua, e facendoli con la mano la fica, dicendo: « Togli. Dante veduto costui , dice: Io non ti darei una dello a mie per cento delle tue ». '§. 7. Del Romanzo. 20. Fu detto esser le lettere l'espressione del secolo: e veramente nel trecento si pajono colla ruvida semplicità di quel tempo; eleganti e cortigianesche nello splendido cin- quecento; tumide o sdolcinate nell'eli» seguente tronfia e molle. 11 seco! nostro ambisce al vanto della popolarità, e le lettere anch'esse danno la preferenza sull'epopea alla poesia del Romanzo, siccome il più atto a ritrarre le più svariate scene della vita civile, e ad aggirarsi in mezzo del popolo. Del Romanzo adunque che sembra a'nostri di tenere il campo nell'amena letteratura, è proposito nostro ora trattare. 21. Il Romanzo è un'estesa narrazione d'avvenimenti o del tutto immaginati, o misti più o meno di reale, a fine d'istruire e di commuovere dilettando colla leggiadra e viva dipintura degli uomini c delle cose, quali poterono essere, o veramente furono. Un tal genere di componimento si co- nobbe Ira'Greci sul dechinare della loro letteratura, e n'è saggio, per non dire d'altri minori, il Dafne e Cloe di Longo Sofista. Ne'rozzi tempi dell'era nostra sì favoleggiò in verso e in prosa dei Cavalieri della Tavola Rotonda, e dei Pala- dini di Carlo Magno, dai Trovatori Provenzali in quella lin- gua mista di gallica e di romano, la quale si disse romanza, donde venne al racconto, e dì poi piii specialmente a quello in prosa, il nome di Romanzo. In tal modo le narrazioni più o meno favolose furono in seguito appellate general- mente romanzi. 22. Ora polendo in certa guisa riguardarsi il romanzo siccome un poema in prosa, vuol esser condotto a un bel circa con quelle stesse regole che governano il vero poema; quindi richiede unità d'azioue, si che il subbie Ilo principale sopra d'ogni a|lro grandeggi, ne mai si perda interamente di vista; orditura naturale nel suo intreccio, altrettanta nel ■suo progresso, verisimile, nel suo sviluppo; dipintura d'azio- ni grandi per pietà o per maraviglia; verità e varietà nei caratteri sempre eguali a sè stessi; proprietà di costume, collegamento delle parti accessorie o episodiche col fatto principale; movimento d'affetto, ricchezza d'immagini, splendidezza e convenienza di dettato. Accoppia peraltro il serio al ridicolo, studiandosi di dare un ritratto piti com- piuto della vita umana quindi suo gran teatro è la na- tura, e le sue scene sono le città, le campagne, i dorati palagi , le casupole e le piazze, il sacro silenzio del chiostro, lo strepito feroce dc'eampi di guerra, la calma serena di limpido lago, il fremito d'un mar tempestoso e la terribile maestà delle alpine giogaje. Finalmente la sua forma ora è narrativa, ora drammatica, or descrittiva; laonde lo stile ora è nobile e disinvolto, ora vivo e popolare, ora florido e pittoresco, sempre poi nitido ed evidente (2). 23. I primi romanzi pertanto furono cavallereschi ed erotici come fra gli al tri i lìealìdi Francia, e il Fihcopo del Boccaccio; dipoi vi si trattò di lettere e d'educazione, e furono chiamati filosofici, come il Candido di Voltaire; letterarj , come i Viaggi d'Anacarsi di Barthèlemy, educativi, come il Telemaco di SI. Fénélon: fuwi il satirico, qu'al è il ì). Chisciotte dello Spa- gnolo Michele Cervantes, il quale col ridicolo frustò e corresse l'esagerazione dello spirito cavalleresco, e la romanzomauia de'suoi tempi. Finalmente si divise in ideale e storico. L'ideale o fantastico che dir si voglia, è un racconto d'av- venimenti iateramente immaginati dalla fantasia dell'autore, come il Paolo e Virginia di Bernardino di Saint-Pierre. Storico dicesi f|uelio che riferisce fatti, la cui sostanza è tratia dalla Storia, cornei Promessi Sposi dell' illustre Man- zoni. E qui cade in acconcio dire due parole sul Romanzo Storico , del quale molto si è parlato prò e contro , e non so se debbamì dir con Orazio: Adhuc sub judice lisest»(A. P. v. 78). (Il Gioberti, Primato, pag. iOi. (21 Lo stesso Giobei li osserva che i romanzi di forma epistolare sono meno perfetti , perché non possono per ordinario dipingere la situazione dei parlanti , quasi allori sequestrati dalla scena; e il dialogo cade facilmente nel languido e nel fastidioso. Taluni sì mostrano avversi a questo nuovo genere di componimento , tra'quali lo stesso Manzoni che , mentre i suoi Promessi Sposi sono per giusto lilolo delizia e gloria dell' Italia, si è fatto incontro al Romanzo storico , e coll'arme d'una stretta dialettica gli ha contrastalo a palmo a palmo il terreno. Le opposizioni pertanto che si mettono in campo contro il romanzo storico possono ridursi principalmente a due: 1.* sulla invenzione ; 2. 1 siili' ordimento. Esaminiamo adunque gli argomenti contrarj , e colla scorta di valentuo- mini di lettere [1) studiamoci di dare a questi una risposta quanto sapremo più soddisfacente. 25. Dicesi essere il romanzo storico una narrazione di ciò che è nelle storie , e di ciò che è solo portato della im- maginativa dell'autore; l'uno coll'altro non di rado mischiarsi eziandio io un solo medesimo fatto; esser dunque un com- ponimento Ìbrido, dove trovansi alla rinfusa commiste facla atque infecta; quindi avvenire che ove le cose inventale, siano in modo dipinte, che non differiscano dalle vere che per la incomunicabile qualità'di esser tali , qual regola avrà il lettore per ben distinguere i! vero dal falso ? E questa incertezza non distruggerà quella illusione che è pure sforzo e premio dell'arte., nell'atto stesso che quella illusione prc- ducesi, essendo repugnanza tra il concetto e l'esecuzione? Ed ecco che non aggiungendosi il fine del diletto , quello pure ci sfugge della istruzione (2). 26. Cerio assai poderosi appariscono questi argomenti contro un tal genere di componimento. Ma primieramente chi scrive romanzi e chi li legge, proponesi forse d'inscgmii'e e d'apprendere in essi la Storia propriamente della? Cosif- (1) Parlando del Romanzo storico , mi fan giovalo di quanlo no (lìce il Niccolini nel suo Discorso | Vedi Voi. Ili, p. 273 , ed. ci!.) , o di ciò che il Gotti nella sua lelleia al Ghinozzi , e Adolfo llartoli nel suo Dialogo sul medesimo argomento. V. Appendice alle Letture di Fa- miglia , Voi. It , p. 436 ; Voi. Ili , p. 6 ; lip. Galileiana, D.ipo di ciò , mi credo scusalo dalle frequenti citazioni. (2) Manzoni , Del Romanzo Storico. fatta stranezza , nè io nò altri crede. Ciascun sa non essere il romando che opera piti o meno di faniasia, e che il ro- manziere non vuole, uè (leve altro proporsi che penuelleg- giarc con colori tolti fedelmente dalla storia certi tempi ed avvenimenti, e trarre mercè della illusione della verisimi- glianza il lettore in mezzo a que'lempi e a quegli avveni- menti per is traimelo con suo diletto; nè può nè deve il let- tore pretendere di più, 11 dir poi che la meschianza del vero e del falso, del reale c del fantastico, è madre della confu- sione c morie del diletto , è principio che mal s'accorda coi canoni dell'amena letteratura, alla quale se logliele l'onni- potente soccorso della fantasia, vi muore tisica fra le mani. Non si dimentichi giammai che l'arie imita e non copia; e l'imitazione non sia nel solo vero, ma nel connubio di que- sto col verisimile, non consistendo il fine speciale del poeta nel formare una storia semplicemente vera, ma nel vestirla verità di quelle forme che la rendono dilettevole. Vedetelo nell'Epopea, nella Tragedia, nella Pittura; tutte pili o meno han loro fondamento nella storia e nella tradizione ; l'imma- ginazione v'aggiunge il rcslo, e tale mischiane del fanta- stico col reale lungi dal trarre in inganno il lettore , e dal distruggerne la illusione, mirabilmente l'istruisce e dilella. La tradizione dava ad Enea il vanto d'aver fondalo una co- lonia trojana nel Lazio, e l'epico vi descrive i viaggi e le fatiche sostenute dall'eroe con lutti quegli avvenimenti che la sua splendida fantasia crear seppe al vero simigliatiti. La Storia riferisce che Virginio uccise di coltello la figliuola . per ritorla alle oscene voglie di Appio , e il tragico dipinge il terribile fatto con tutte quelle circostanze che se non fu- rono , poterono essere. Conia la Storia il passaggio dell'Adda fatto col suo esercito da Giovanni delle Bande Nere, e il pittore ce lo pone solt'occhio con tutto quell'apparato, mo- vimento, ardor militare che l'immaginazione gli detta di più conforme al vero. Ora potrà dirsi che Virgilio, l'Alfieri e il Bezzuoli per la meschianza del vero col falso, tradirono l'arte nè istruendo, nè dilettando ? Mainò, perocché, come dice il Solviui, tulli andarono a un medesimo fine d'imitare il vero , e perfezionare la natura coll'arle (1) ; nè può esser diverso U fine del romanziere , i! quale non differisce dal poeta e dal pittore che nella forma o nei mezzi che adope- ra ; togliete difatto il verso all'Iliade e all'Odissea, e non avrete che due romanzi. Dunque allorquando la storia ci fa sapere che nel secolo XVII vi erano certi signori feuda- larj , i quali nell'orgoglio della loro prepotenza ogni libito faceansi lecito impunemente , e il romanziere ce li concre- tizza in quel D. Rodrigo che tutti a maraviglia li rappre- senta , non ne trarremo istruzione pari al diletto grandis- simo ? Il romanzo storico pertanto non è ohe un'ampliaziono della storia ; questa non ci dà contezza che d' una parte minima delle cose che diconsi realtà storiche, dalle quali necessariamente rampolla una serie infinita di sloriche pos- sibilità , che nella mente di chi cerca il vero, compiono la storica narrazione , alla quale danno non di rado la vita e il colore che dall'altra parLe le mancano. Il romanziere per- tanto, sempreebe la sua fantasia venga nelle sue creazioni guidata dalla ragione per entro i domìnj della storia , inne- sta !e cose possibili alle reali , fattosi interprete della storia medesima. La sola cosa che si richiede da esso , dice il ci- talo periodico romano , si è di essere illusi con destrezza ; 10 che vale che , se ama d'inventare , inventi però fatti che non si sappia positivamente che non avvenissero. Data per vera , come certo fu , !a peste di Milano , quante madri de- solate non avran cercalo di meglio comporre sul carro fe- rale la esanime spoglia delle loro care creaturine? Ed ecco che tutte ve le rappresenta il Manzoni in quella suo del Capi- tolo XXXIV sì pietosamente descritta. Il perchè , ove le cose inventate che il romanziere intreccia a quelle di ragione H) Lettere al Montanti , Race, cil., p. 22. - a II Poeta non dovrà n mai sostituire il friso al vero , ina potrà bau congiungore il probabile n colla verilà; anzi simboleggia mio, idoleggiando, lanlasticmdo lo ve- li rità, le verrà, diremmo quasi, veslendo di carne e di polpa , e sot- 11 loponendo agli sguardi più ottusi e grossolani, che non le vedi abbai o ■ altrimenti nella esilissima loro astraiione ». Ciò. Cattai., T. Vili ; Ser. Ili, N." 183. Il Cristo , ossia tota Nuova Epopea. storica sembrino necessariamente concomitanti il fallo ge- nerale, giovano grandemente a spargere su questo una più viva e limpida luce che piacevolmente rischiara. 27. Ter ciò che riguarda l'ordimento del romanzo storico, quelli che gli fanno mal viso, van dicendo esserne la inven- zione libera e senza legge. È questo pure un falso supposto. Quello scrittore che si propone di dipingere un tempo qua- lunque , si è già prescritto i suoi limiti : guai se li valica ; è tosto riconosciuto per falso , perchè inverisimile, e il libro si geLta via con dispreizo o con beffe. Il buon romanziere adunque ritrae dalla storia le tinte onde colorire il suo qua- dro , e fa che le opere , i pensieri , le opinioni , le parole , i costumi , le tendenze de'suoi personaggi siano a'ioro tempi quanto sa meglio conformi ; perocché sa che sarebbe assai ridicolo vestir Bonaparte coll'armatura del Barbarossa, egual- mente che far parlar quest'eroe siccome quello, dovendo i fatti e i personaggi del romanzo storico , come leggiadra- mente dice il Nìccolini , esser fiori i quali non possono na- scere che sotto quel cielo e in quella determinata stagione ; e lo stesso Gualtiero Scott, che ben doveva intendersene, diceva avere il Romanzo e la Storia comune l'origine ; scopo del primo essere il mantenere, per quanto lice, l'apparenza del vero , e ciò col verisimile che su questo si fonda. Dun- que esso ha le sue leggi impreteribili nella storia, onde viene meritamente appellato storico. 28. Finalmente lo pongono altri in mala voce per quel ricordare prolisso d'ogni piti frivola cosa ; per quel descri- vere per filo e per segno case, giardini, piazze, tempj , armi , vesti , masserizie e che so io , tanto da disgradare in minuzie un inventario notarieseo; per quello siilo che tal- volta per farsi popolare, cade nel gaglioffo e nel plebeo, o che per inalzarsi divien turgido e nebuluso ; e più ancora per quella pazza mania che ha una certa scuola di colorir tutto in nero , e di evocare con compiacenza quasi direi sa- tanica , nomi di uomini e memorie di delitti atrocissimi. Ma questi veramente sono difetti non già del romanzo, ma s\ del romanziere. Che se in dettato elegante, florido e in bell'armonia svarialo conformemente alle materie, vi si narrerìi qualche grande storico avvenimento , adornandolo dei fiori più vaghi dell'immaginazione e del sentimento, deco- randolo di vere e pittoresche descrizioni di persone, dì fatti e di luoghi, con a guida costante la storica verisimiglianza, e soprattutto drammatizzandolo a viva scuola di moralità religiosa , civile e domestica , io tengo per fermo che possa il romanzo storico esercitare in tutte le classi della civil so- cietà una non volgare nè tenue parte educatrice. 29. Padre di questa nuova e fecondissima letteratura , come la chiama l'illustre Niccolini , fu Gualtiero Scott , in- gegno portentoso dell'Inghilterra. Ebbe in Italia imitatori degni di lui , e basti per tutti lo stupendo Manzoni. Per opera di altro insigne inglese , il Cardinal Wiseman , il Romanzo storico ha d'un nuovo fregio arricchito la letteratura sacra, e l'egregio modello della sua Fabiola produrrà , io spero , quando che sia il suo Manzoni al Romanzo religioso ita- liano (1). Capitolo HI. - Dei componimenti in prosa di genere elevato. Sezione I. ~ Storia g. 1. Origine e progressi della Storia. \. La Storia può dirsi nata nel seno della religione. Gli uomini naturalmente avidi di tramandare ai futuri la me- moria d'insigni avvenimenti , la raccomandarono sul primo a un gruppo di pietre, a un'informe colonna , ai simboli , cui i sacerdoti dipoi consacravano nei riti e nei geroglifici dei tempj. La poesia , che sacra cosa pur era , traeva in- spirazione dalle tradizioni, e queste conservava perenni. Finalmente la scrittura rese stabili questo stesse tradizioni |l) Si è dimostrato che l'abate Giulio Cesare Parolari dì Venezia liivàe prima del Wiseman il Romanzo rei ìrìoso all'Italia, colla sua Allotti , o Nteue Cristiane. DigitizGd &/ Google 1 48 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI patriarcali e monumentali , e Mosè fa storico divino. L'Egit- to , la Grecia, Roma ebbero anch'esse ne'loro sacerdoti e pontefici gli scrittori de' loro fasti ed annali. 2. La Storia lascio le sacre ombre del tempio, forse per opera di Cadmo Milesio, certo di Erodoto nella Grecia, e e di Q. Fabio Pittore in Roma. Non per questo ella riteneva tuttavia della sua infanzia , ed ammise prodigiose tradizioni e racconti favolosi più. atti ad appagare la fantasia che la ragione , comparendo però nella sua stessa rozzezza piena di maschio vigore, e con impronta originale. AI maraviglioso sostimi ben tosto il vero, ina nudamente registralo, e solo di ciò che più gagliardamente colpiva la immaginazione. Cre- sciuta ia civiltà de' popoli , essa pure ne seguiva l'impulso, e avvoltasi qual nobile matrona in isplendide vestimenla, di severità s'alleggiava e di grandezza. Se non che fatta dipoi mula per terrore, o adulatrice per viltà , videsi dalla bar- barie astretta a ricoverarsi per entro ai religiosi silenzi del chiostro , dove tornala all'aulica semplicità andava in ru- vide spoglie accozzando alla meglio ciò che poteva , non bastandole in quel fino bujo la vista a ben disccrnerc il vero dal falso. Allo spuntare de' primi raggi della nuova civiltà tornò a respirare acre più libero , e nelle cronache civili serbò quell'aria religiosa e quella ingenua bonarietà che dai chiostri ritrasse. Ma non guari andò che memore dell'an- tica sua splendidezza , se ne mostrò assai vaga, e quasi l'aggiunse. Finalmente strettasi in saldo vincolo d'amistà colla critica, indaga con questa il vero nell'ordine di tempo e di luogo , scorge nella serie degli umani avvenimenti le eterne leggi della Provvidenza, e adorna di matronale decoro librando sopra equa lance uomini e cose , stampa indelebile nota di gloria o d'infamia in fronte ai re ed alle nazioni. • g. 2. Ufficio e doti della Sloiia. 3. La Storia è l'esposizione vera degli umani avveni- menti a fine d'istruire i popoli sulla scienza della vita ci- vile, e di migliorarli presentando loro come in uno specchio la bellezza della viriti e la turpitudine del vizio mercè il racconto delle buone e delle ree azioni. Primo ed essen- ziale ufficio della storia adunque è d'essere con tulli e sempre nobilmente veridica ed onesta ; sublime sacerdozio di civiltà , che rettamente esercitato fa che la storia sia come il supremo tribunale dell'opinione , e divenga , al dire di Tullio, il testimonio tempi, la luco della verità, la vita della memoria, la maestra della vita, l'annunciatrice dell'an- tichità ( De Orat. , Lib. II, c. 9 ). Imperocché la storia regi- stra nelle eterne "sue pagine le origini , i progressi e le permutazioni dei regni , le virtii e i vizj , la sapienza e gli errori degli uomini e delle nazioni , seguendo lo svolgimento dell'umano intelletto conformemente alla civiltà; quindi e la luce del passato che si riverbera nell'avvenire. 4. La verità è il nerbo , anzi l'anima stessa della Storia. Per quanto sa e può, deve adunque lo storico esser ban- ditore del vero , in quanto servir può d'ammaestramento ai popoli. Guai se per negligenza o per malizia, comecches- sia l'adombra o lo tradisce ! è a sè stesso d'infamia , e di danno inestimabile ai posteri. Per ben adempire pertanto le parti di storico fa di mestieri, come di gè diceva Sallu- stio, quod a spe, metu, partibus reipublicae animus liber sii. Perocché ove lo scrittore sia allettato da speranza di premj, di favori o d'onorificenze, o blandirà, o dissimulerà; ove da timore venga rattenuto , dirà il vero , seppur lo dirà , ma mozzo o innacquato; peggio poi , ove sia mosso da spi- rito di parte ; perocché preoccupalo l'animo suo da amore o da odio, giudicherà uomini e cose tutt'a rovescio, tra- sformerà il male in bene , il vizio in viriti ed e converso, secondo la passione , e non dicendo , com'è suo debito . tutto quanto è , e com'è il vero , mentirà ai posteri , tramandando loro col marchio dell'infamia il nome di chi fu degno del- l'aureola della gloria e viceversa ; e pervertendo le idee di giustizia e di moralità, diverrà pernicioso al vivere civile. 5. Perchè la Storia addivenga sicuro testimonio dei tempi, deve lo scrittore raccogliere e disporre gli avvenimenti de- gni di memoria con giudizioso ordine cronologico; descriver l'indole delle diverse età ; rappresentare i suoi personaggi quali veramente furono , per il carattere , per i costumi , per la educazione e per la cultura ; dei popoli riferire la religione, le leggi, le istituzioni, !a natura, i pregiudizj, la civiltà , finalmente i vizj e le virtii pubbliche e private. 6'. Perchè poi sia ili fatto la luce della verità , non basta che lo scrittore si studii d'essere imparziale , se altresì non accerta meglio che sa e può le cose che narra , o per testi- moni degni di fede , o per autentici documenti, ed in ispe- ziallà col trascegliere sagacemente , . e dirittamente com- prendere e questi e quelli. 11 filo della critica sostenuto da un ingegno penetrativo , accurato e paziente , potrà ben guidarlo per mezzo agl'intricati laberinti delle umane azio- ni , e delle testimonianze orali e scritte non di rado oppo- ste e conlradiltorie , a ben discernere fra tanto falso quel po'di vero che rilucer deve ad ammaestramento delle età avvenire. 7. Perchè finalmente la Storia sia la maestra della vita, deve lo scrittore, massime nelle cose piii memorabili, rap- presentare I consigli che precedettero i fatti, significare se retti o no que'consigli gli paiono alla stregua del giusto e dell'onesto; delie opere non solo dichiarare ciò che fu fatto o detto, ma eziandio il come ; degli avvenimenti esporre le cause e gli effetti , e delle persone illustri per gesta gloriose delincare a brevi tratti il carattere e la vita. Deve oltre a ciò con ogni studio conoscer l'uomo ne' suoi vizj , nelle sue virtù, nelle sue passioni e ne' suoi errori, e distinguere i tempi , i luoghi e le circostanze, a fine di giudicare dei fatti narrati con dirittura d'animo e d'intelletto, perchè vera- mente la Storia delti salutari ammaestramenti di civile sapienza. 8. Alle raccolte materie devo lo storico dar ordine e forma. Scòrto il nesso che insieme fra loro collega gli avve- nimenti , gli è d'uopo questi seguire nella loro successione, come auelii di lunga catena ; dividere' per distinte epoche dalla natura e grandezza degli eventi tracciate il suo la- voro , e innestarvi con bell'artifizio le parti episodiche per quanto v'hanno d'attinenza , schivando le lunghe e non ben connesse digressioni, facendoci Tullio sapere che: nihil Digitized by Google di hettomca 151 est in historia , pura et illustri brevitate dulcìm (In Brut.). Così studiandosi di dare maggior possibile unità alla mate- ria , fare dall'ordine stesso scaturir la chiarezza (1). 9. La forma poi richiede principalmente gravila e deco- ro; quella le cose, questo le parole risguarda. Nella scelta dei fatti che sono degni d'esser ricordali e idonei ad utilmente istruire , non che dì quelli che sebbene meno rilevanti, pure son tali che spargono luce sui primi e li rinlìancano, consiste la storica gravità , a cui naturalmente si accompagna uno stile nobile e dignitoso (2) : quindi vi disconviene tutto ciò che sa di concettoso e d'arguto. Si serberà poi tutto il deco- ro, ove si adoperi nitida ed elegante elocuzione, la quale fa- cilmente si pieghi insieme collo stile alla varia natura delle materie, assumendo da queste ora il carattere narrativo, ora il descrittivo , ora l'oratorio , ora il veemente. Il troppo basso, il ricercato, il lezioso assai scemano il decoro, men- tre ben vi sì addice la facile spontaneità congiunta a un certo grado d'ornatezza , e talora anco d'animata vivacità, essendoché lo storico è l'immagine del savio ed amorevole vecchio, che narrando agl'intenti nipoti gli avvenimenti della sua prima età, de' quali fu testimone e gran parte egli stesso , in rammemorarli si sente talora infiammato di giove- nile caldezza. 10. Gli ornamenti che assaissimo valgono ad accrescere coll'uliiilà il diletto, sono i caratteri e le pitture storiche, sembrando per tal modo quasi di vedere co' propri occhi uo- mini e cose. La descrizione de' caratteri storici pertanto con- siste nel penuelleggiare con traiti vivi e decisi le qualità morali , e talvolta anche le fìsiche delle persone. Il pregio delle pitture storiche è riposto nella giudiziosa scelta delle particolari circostanze dei fatti , e nel tratteggiarle con bella (1j Vedi per lutto quello il dotto Saggio sopra Varie slorica di G. F. Nahone , Torini) , 1773. (2i Non sono perù da rigettarsi certo minute noliiìn o aneddoti, die bastano talvolta a far meglio conoscere le cose fi le pKrsone. Vi fu chi disse con assai d'acutezza e^cie gli aneddoti le spie segrete della Storia. Ove peraltro credasi che l'inserire tali r.ose per enlio alla nar- razione possa nuocere alla storica gravità, pongansi in nota. evidenza. Tutto ciò dà al racconto, anima e calore. Sia de- gno però di special nota quello che vuoisi cosi descrivere ; perocché non solo riuscirebbe fastidioso, ma anche ridicolo, il ritrarre a ogni piò sospinto ogni volgar persona o cosa. Di questa difficil'arte sono principali maestri Sallustio, Tacito e Livio fra i latini, fra'nostri il Giambullari, il Machiavelli e il Guicciardini. Ne siano d'esempio il carattere di Siila di- pìnto da Crispo, e la morie di messer Corso Donali descritta dal Machiavelli. a Sulla gentis patriciae nobilis fuil, familia proptì jam a exliueta majorum ignavia: litcris graecis alque latinis a juxta alque doctissume erudilus: animo ingenti: cupidus o voluplalum, sed gloriae cupidior: otio luxurioso esse: » tamen ab negoliis nunquam voluplas remorala , nisi « quod de uxore potuit honeslius consuli: facundus , cal- li lidus , et amicilia facilis: ad simulanda negotia altitudo « ingenii incredibilis: multa rum rerum ac maxumae pecu- « niae largilor » {Ilei. Ing.). « Erano le sue case, c le vie dintorno a quelle, slate « sbarrate da lui , e dipoi di uomini suoi partigiani affor- « lineate, i quali in modo le difendevano, che il popolo a ancora che lusso in gran numero, no» poteva vincerle. « La zuffa pertanto fu grande con morte e ferite d'ogni « parie. E vedendo il popolo di non potere dai luoghi a aperti superarlo, occupò le case che erano alle sue pro- li pinque, e quelle rotte, per luoghi inaspettati gli entrò « in casa. Messer Corso perlanlo veggendosi dai nemici a circondato, ne confidando piii negli ajuti di Uguccione, « deliberò, poiché egli era disperato della vittoria, vedere n se poteva trovare rimedio alla salute-, e fatla tesla egli a e Gherardo Bordoni , con molli altri de'suoi più forti e a fidati amici, fecero impeto contro ai nemici, e quelli « apersero in maniera , che poterono combattendo passar- ci gli , e della cilla per la porta alla Croce si uscirono. Fu- a rono nondimeno da molli perseguitati, e Gherardo in sul- •< l'Affrico da Boccaccio Cavicciul'ti fu morto. Messer Corso a ancora fu a Rovezzano da alcuni cavalli Caldani, sol- « dati della Signoria, sopraggiunto e preso. Ma nel venire e verso Firenze , per non vedere in viso i suoi nemici vit- ti toriosi, ed essere straziato da quelli , si lasciò da cavallo e cadere., ed essendo in (erra, fu da uno di quelli che Io a menavano, scannalo; il corpo de! quale fu dai monaci a di S. Salvi ricollo, e senza alcuno onore sepolto. Onesto <• fine ebbe M esser Corso, dal quale la patria e la parte e de'Neri molli beni e molli mali riconobbe; e se egli e avesse- avuto l'animo più qgielo sarebbe più felice la « memoria sua d (Stor. Fior., lib. Il, an. 1308). 14. Un altro gradevole ed utile abbellimento usavano gli antichi , che non va molto a sangue agli odierni , voglio dire le descrizioni e le parlale. La descrizione è una più estesa e ragguagliala dipintura d'un qualche grande e stre- pitoso avvenimento, come di battaglie, di tumulti, di lem- peste , di terremoti , di pestilenze , di pubbliche feste e spellaceli. Qui grand'arte richiedesi di disegno e di colo- rito , sia per la scella e disposizione dc'parlicolari , sia per la viva ed animala loro espressione,; tanto clic venga a rappresentarsi un quadro distinto nelle parti, e armoniz- zante pel tulio. A ciò tanlo conferisce una giusta sobrietà, quanto nuoce una minuziosa profusione di cose e di parole. Le parlale o concioni che dir si vogliono, sono quelle arringhe poste dallo storico in bocca d'alcun personaggio, a mo' degli epici e de' tragici. Il Blair ed altri riprendono tal uso, come contrario alla veracità storica, essendoché per esso formosi un colai misto di reale e d'immaginato; il perchò preferiscono il metodo di quei che in persona pro- pria espongono per sommi capi la sostanza degli altrui pub- blici discorsi. Così adoperò il Machiavelli riportando quello da Farinata tenuto nel congresso di Empoli. « A questa sì « crudele sentenza (di disfare Firenze) data contro ad una « si nobile citlà non fu cittadino nò amico , eccetto che o Messer Farinata degli liberti, che si opponesse; il quale a apertamente e senz'alcun rispetto la difese, dicendo non « avere con tanta fatica corsi tanti pericoli, se non per « potere nella sua patria abitare , e che non ora allora n per non volere quello che già aveva cerco , nè per rifiu- ti tare quello che dalla fortuna gli era sialo dato, anzi per a esser non minor nimico di coloro che disegnassero altri- a menli, che si fusse sloto ai Guelfi ; e se di loro alcuno « temeva della sua patria, la rovinasse, perchè sperava « con quella virtù che ne aveva cacciati i Guelfi difen- t derla » (Stor. Fior., lib. II, an. 1260). 12. E per fermo un tal metodo non è mica biasimevo- le, e per avventura maggior fede accatta allo storico; ma non per questo io reputo men bello il primo modo, non solo perchè adoperalo dagli storici antichi e dai migliori nostri recentissimi mantenuto, ma ancora perchè riesce dì grande istruzione e diletto, senza reale offesa del vero. E difallo ove lo storico faccia parlare i suoi personaggi proprio come per il loro carattere, per le loro opinioni , e per la natura delle cose è verisimile abbiano parlato, come può re- starne adombrato il vero? Guai alla storia, se tali possibilità non assumessero sembianza di realtà; ed a questo credo mirasse il Manzoni, quando scriveva: anco del verosimile la storia si può qualche volta servire {Op. di Ales. Manzoni, Milano, p. 487). Giova poi all'istruzione, perchè lo storico, senza che paja, porge ammaestramenti e consigli di sa- pienza civile , facendoli ancora più autorevoli, corno usciti di bocca ad uomini di slorica nominanza. Aggiunge final- mente diletto, perchè apre allo scrittore uno svariatissimo campo , ove far bella mostra di eloquenza politica, militare e popolana, e perchè da con tal forma drammatica un più vivace movimento alla storia, il guajo sta soltanto e vera- mente nell'abuso che di descrizioni o di parlale si faccia. 13. Troppo in lungo mi trarrebbe l'addurre esempj delle une e delle altre, incontrandosene delle maravigliose in Tucidide , in Senofonte , in T. Livio , in Cesare , in Sal- lustio e in Tacito tra gli anlichi; e tra i moderni nel Ma- chiavelli, nel Guicciardini e ne! Botta. Bastimi tra le mille citare le descrizioni della pestilenza d'Atene presso Tuci- dide , dei Romani alle Forche Caudine nel lib. IX di T. Livio , e del passaggio del gran S. Bernardo per Napo- leone nel lib. XX del Botta (1); per Io parlate, vedi in il) Storia d'Italia , da! 1739 ni mi. 1f>0 Sallustio quelle di Calilina ai congiurati , num. 20 ; ai sol- dati, num. 78; nel Machiavelli quella d'uno de'signori al Duca d'Atene, nel lib. II delle Storie, anno 1341. 14. Essendo la Storia un quadro più o meno esteso della vita civile, deve di questa porgere una fedele immagine nella svariatissima serie de'suoi elementi. Ora mercè il tan- to avanzarsi della civiltà, riebiedesi a buon dritto dagli scrittori di storie più assai che non. potevasi dagli antichi. Agevolate le vie immensamente più che per quelli non erano, per acquistare esalta cognizione de'luoghi, delle cose e delle persone; ampliata da validissimi soccorsi di acco- modate discipline la critica a viemeglio disecrnere e giudica- re, corre obbligo allo storico di essere ben versato non solo in geografia ed in cronologia, chiamate sapientemente dalVico i due occhi della Storia, ma eziandìo nelle religioni, nelle leggi, nei costumi , nelle scienze morali , politiche ed economiche. Guardisi però dall'ostenlare un tanto corredo; sia corno il sangue che non visto scorre nelle vene e da vita. Oltre a ciò non apparisca di narrare per filosofarvi su, ma le sue osservazioni siano brevi e come spontaneamente dettate dalle cose già esposte. Sa troppo di sentenzioso a mo'd'esem- pio , quella massima , pur troppo vera , di Tacito : Proprium humani ingenti est odisse quem laeseris (1) , mentre questa nou men vera di Sallustio par delta quasi non volendo: « Terrebat eum natura mortaltum , avida imperii et praeceps a ad eccplendam animi cupidinem » (2). lì parimente quest'ai- ira del Machiavelli: « Queste esecuzioni alia plebe soddt- « sfacevano , perchè sua natura è rallegrarsi del male » (3). -13. Peggio poi adopera chi ad ogni tratto sospende il racconto per innestarvi a diritto o a torto le sue filosofiche meditazioni , valendosi della Storia quasi di pretesto a scio- rinar sue sentenze; lo che trae al declamatorio e al falso. Non conviene allo storico scambiare ufficio, arrogandosi quello della filosofia della Storia; ciascuno deve stare ne'pro- (1] VilaAgrieohe. (8) Bell. Jugurt., a. 6 (3) Star., prj termini, lenendo in ciò per guida il Machiavelli che tra'no- stri fu il primo a far buon uso della filosofia nella SLoria, ed avvertendo per ultimo che a lo stringer mollo in poco, « e in quelle considerazioni che per tal guisa si fanno, « esser parco ad un tempo e profondo , non è, dice il Nic- <i colini, impresa da tutti » (1). 16. A conseguir lode non peritura di valente storico gioverà oltre lo studio costante e profondo del cuore umano, apprendere il segreto dell'arte dall'eloquente Tucidide, dal- l'acuto Machiavelli , dal grandioso Guicciardini e dal grave Parula ; sccondochè a questo o a quello meglio inchina la na- tura dell'animo proprio. Laonde attenendosi giudiziosamente al magistero d'alcuno di questi grandi esemplari, e a un tempo opportunamente valendosi dell'ampio tesoro della scienza moderna, verrà fatto di corrispondere al vanto di che l'eia nostra s'onora , di proseguire cioè d'ardenlissimo amore gli studj storici, onde forma quasi il suo speciale carattere. §. 3. Delle varie specie della Sloria. 47. Occupa per merito e per difficoltà il primo luogo la Storia Universale, che comprende tutto quanto il tempo e lo spazio finqiu misurato dalla vita del genere umano; opera immensa da quasi sgomentare il più poderoso ingegno. Due sono i melodi per essa, V Etnografico e il Sincronia tico: col primo si procede per popoli o nazioni ; col secondo si narra di lutti insieme per ordine cronologico. In quello si par- ranno per avventura più distinte le parli, in questo meglio armonizzale; nell'uno e nell'altra poi deve guidarne con- tinuo il filo che sta in mano della Provvidenza Divina. Essa 6 un vastissimo quadro dove i falli particolari appariscono a gran tratti di mezzo alle masse delle tinte generali. Tra le molte Storie Universali che ban grido nell'Europa, ba- sterà al nostro scopo citare il Discorso del Bossuet, sulla (J) Prose, Voi. Ili, p. a82, edlz. clt. « Disconviene del pari che le Storie siano nudi registri o Irallali di politica a [ Napions, Storia Universale , cui tutto quanto informa una grand' idea religiosa, come pure quella recentissima di Cesare Cantù, celebre opera italiana. 18. Ne segue la Storia Particolare, e questa dislinguesi in Antica e Moderna , in Nazionale, Provinciale e Municipale. La caduta dell'Impero Romano suole assegnarsi siccome termine di divisione tra la Storia antica e la moderna. La Nazionale comprende i fatti di tutta una nazione , come ia Storia d'Italia del Guicciardini: se comprende quei d'una sola provincia, come la Fiorentina del Machiavelli, la Ve- neziana del Parula ec. può dirsi Provinciale; Municipale poi, se registra le memorie d'un solo municipio , come quella di Verona di Scipione Maffei. Può inoltre ristringersi a un certo determinato tempo, come quella di Firenze del Nardi dal 1187 al 1552 , e quella dal Segni dal 1">27 al 1555; ovvero a un certo tale avvenimento , come Iti Sallustìana della Guerra Giugurtina, e quella del Porzio della Congiura de' Ra- mni ili Napoli. Prende eziandio un nome speciale dalle mate- rie che tratta. Dicesi Storia Sacra, se de'fatii stupendi ragiona del popolo di Dio; Ecclesiastica, se spone le glorie della Chiesa di Crìslo; Scientifica, Letteraria, Artistica ec, se tratta delle origini e progressi delle Scienze, delle Arti ec. 19. Di più dimessa natura sono 1." gli Annali, ove sono descritte le cose avvenute anno por anno, 2.° le Cronache che narrano alla buona ciò che di più notevole avviene quasi di per di; 3." i Commentar] o Memorie, dove lo scrit- tore per utile proprio o per altrui ricorda fatti dì qualche rilievo, de'quali fu egli stesso autore o testimonio; i.° le Vite, ossia racconto de'coslumi, sludj ed azioni di uomini per qualsivoglia titolo famosi; 5." le Genealogie, ossia la de- scrizione di famiglie per lo più illustri; 6." gli Aneddoti, ov- vero falli o detti curiosi, raccolti per proprio ed altrui passatempo. 20. Ai precetti in generale superiormente esposti per la ^Storia nel suo "più nobile significato, gioverà qui aggiun- gere brevi osservazioni per le minori sue specie. E primieramente parlando delle Storie Municipali, sic- come quelle che servir debbono di sussidio alla compiuta 1,Storia nazionale, vogliono essere una dipintura genuina e fedele della natura, dei costumi, delle istituzioni e prero- gative del popolo che costituiva il municipio. Chiunque pertanto a si nell'opera s'accinge , ritolga dalla polvere degli archi vj pubblici le molle notizie, e forse preziosissime, che vi giacciono sepolte, e inspiri in esse una vita novella. "S'at- tenga , finché lo consente un'equa ed assennata critica , alle antiche c costanti tradizioni (1). Trascclga giudizioso i fatti, e gli esamini scevro da ogni preoccupazione, o nulla lasci di ciò che può render più intero la immagine de'tempi e delle persone. Sia accurato quanto veridico, e ad uno stile facile e piano cougiunga purità e grazia di dettato. Darà bel compimento all'opera, se vi aggiungerà ricca copia di do- cumenti, di statuti d'iscrizioni ec. 21. Venendo ora agli Annali che, sebbene per l'esempio datocene da Tacilo di poco o nulla differirebbero per gra- vila ed elevatezza dalla Storia propriamente delta, tutta- via sogliono considerarsi di grado alquanto inferiore, e il loro pregio- principale si è un rigoroso ordine cronologico, una chiara e precisa narrazione dei falli degni di nota e ben accertati, ed una facile e nitida esposizione che riveli a un tempo la verità e la schieltezza dell'annalista; il qua- le renderà ancora più utile l'opera sua, se qua e là vi sparge, senza parere, rapide sentenze e giudizj , quali sa deltare una critica sana ed imparziale. Ne abbiamo un no- bile esempio negli Annali dell'illustre Muratori. 22. D'ordine ancor meno elevato di questi tengo risi le Cronache, comecché di quella di Dino Compagni possa dirsi come degli Annali di Tacito, cioè che per poco non va alla pari con quella che strettamente chiamasi Sloria. Sì distin- guono pcrtanlo col nome di cronache quei racconti, dove lo scrittore apparisce quasi interamente inteso a serbar me- moria dei falli giornalieri , vuoi pubblici vuoi privati , senza (1) b Talvolta il fondamento di certe tradizioni è storia veridica a adornala di circostanze favolose da chi si compiacque d'inlesser fregi a al vero ; se poi sono interamente false, si può da esse ricavare il co- " slume dell'età a cui appartengono ». (Napkike, Op. eit.J. porli a troppo severa disamina. Ben si scorge che lasciasi guidar dal buon senso, e così come li narrerebbe a voce, li scrive. Questa semplicità che tanto si fa ammirare nei cronisti antichi, vuol esserne tuttavia il più coro condi- mento. Ma la cronaca ora forse tiensi per vieta , dappoiché in sua vece sottenlrò il Giornalismo, nel quale non di rado si desidera colla schiettezza de' modi l'altra ancora più rara delle cose. Laonde se vuoi essere lodato scrittore (li effemeridi, congiungi alla buona coscienza ed all'esempio degli antichi cronisti per le cose la elegante venusta che risplende nell' Osservatore del Gozzi per la forma, e le tue scritture, va'certo, non saran quelle d'un giorno. 23. A quanto abbiam detto per gli /Infiali e per la Cro- naca poco più è da aggiungere pei Commentar j , perocché non ne differiscono questi che per la estensione di tempo e di fatti, standosi conlento lo scrittore o a dare esatto e minuto ragguaglio d'un qualche grave speciale avvenimento, di cui fu parte o spettatore , o a registrare la memoria di persone o di cose che all'età sua abbiau levato alcun grido; del resto vi si richiede egualmente ordine, sempli- cità e schiettezza. Subliniissimo esemplare sono i Commen- tari di Cesare, i quali Cicerone non rifinava mai d'ammirare per la ingenuità, venustà e grazia [1); e dove si può ap- prendere ancora l'altro bell'artificio di nasconder sè stesso, usando la terza persona parlando di sè: imitabil modestia d'uomo s\ grande! 24. Benché lo scriver vite sia men grave ufficio del comporre istorie, tuttavia può riuscir non meno utile - , pe- rocché può il biografo meglio dello storico porgere in- tera la dipintura di quegli uomini che per virtù religio- se, politiche, civili e militari, e per altezza d'ingegno stamparono orme gloriose nel cammin della vita. Ov'egli s'ingegni dì descrivere fedelmente il carattere, l'educazione, gli studj, le azioni si pubbliche che private dell'illustre cittadino, e di delinearlo qual veramente apparve sacer- dote, magistrato, guerriero, sapiente, e quale si fu tra le (JJ De CI Orai. Brutta. domestiche mura, ben meriterà delia storia e delia patria: della storia , perchè ne compie l'opera , riferendo quei par- ticolari che pur giova sapere, e che per la gravita ed indole sua essa è costretta a passare sotto silenzio; della patria, perchè offerendole più vivo il ritratto di quei che s'illu- strarono colle opere, può il loro esempio riuscirle fecondis- simo ad incremento di gloria. 25. Ove il biografo narri di uomo che nel suo secolo grandeggiò, ecco aprirglisi amplissimo campo per descrivere storicamente que'lempi . secondochè poterono su lui influi- re, ed egli a rincontro so vr' essi ; e qui l'opera sua s'eleva quasi alla storica dignità : se non che quale che siasi il suo subbietlo, sì studii d'esser fedele espositore dei pregi e dei difetti del medesimo , nè soverchia affezione gli faccia giam- mai smarrire la verità , non dimenticando che scrive una vita, non un elogio ; c che i difetti degli uomini grandi non sono ai posteri meno profittevoli delle loro virtù ! Accertati i fatti e , dove j' uopo il richieda , confortati con documenti , ti disponga con ordine di tempo : e detti breve in forma chia- ra , nitida ed elegante. Più dei precetti varrà lo studio dei grandi esemplari che di vile lasciarono Plutarco tra 'Greci, Cornelio Nipote e Tacito tra'Latinij e tra' nostri il Boccaccio, il Segni, il Nardi, il Vasari , e ultimamente bell'esempio ne diedero pure il Balbo nella vita di Dante, il Giusti in quella del Parìni, il Vannucci e l'Arcangeli iu quelle elegantissime di alcuni elassici Latini. 26. La letteratura sacra si adorna anch'essa di questo nobile ed utilissimo genere di componimenti. V Agiografia, o descrizione delle vite dei santi risale ai primi tempi del Cristianesimo. Schiva di sua natura d'ogni vana pompa ed ornamento, vuol esser nella forma tutta candore, semplicità ed unzione. Null'aUro proponendosi l'agiografo che d'allet- tare a virtù il lettore colì'esempio sublime dell'eroe cristia- no, attinge la eloquenza dalle cose stesse schiettamente narrate, non dalla .squisitezza dell'arte. Richiedesi però sobrietà nella scelta dei fatti , ordine nella loro distribuzio- ne, religiosa gravità nello stile, dignitosa naturalezza nel dettato, e principalmente vivo amoro ad ogni religiosa virtù, DI RETTOHICA 161 per formarsi intero nell'animo il concello della santità , e adeguatamente sigili fica rio, essendo certissimo che un santo siirh sempre il miglior biografo d'un aliro santo. Eccel- lenti modelli ne porsero tra gl'infiniti scrittori ecclesiastici latini principalmente S. Atanasio, S. Girolamo, S. Grego- rio Magno, e il Venerabil Beda ; tra gl'italiani il Cavalca nelle vite dei Santi Padri, gli autori dei Fioretti e della Leggenda di S. Francesco , e tra i più moderni il Barloli e il Cesari. §7. A cui prendesse vaghezza di narrar sè slesso ai posteri, innanzi tratto abbia fondata coscienza che questi avrebbero di lui parlalo senza che ne parlasse egli stesso; di poi nell'anli vedere l'altrui giudizio , guardisi dall'amor proprio , pessimo dei cortigiani , e conti quale fu e che fece, e non quale vorrebbe parere ; oltre a ciò schivi quelle mi- nuzie di sè , che senza renderne più compiuto il ritrailo, anzi che istruzione e diletto , recano ai lettori tedio e sian- chezza. V Autobiografia finalmente vuol essere genuina, attraente, curiosa, e scritta con bella semplicità, brevità e grazia. Ne avrai bellissimi esempj nelle autobiografìe pub- blicale dal Barbèra nel 1857, nella Vita Nuova di Dante, in quella di Vittorio Alfieri , nelle Mie Prigioni di Silvio Pel- lico, e particolarmente in quella di Benvenuto Cellini, imi- tabile in gran parte e per ischìettezza e per brio. Non credo inopportuno notare per ultimo che i filologi chiamano Vita quella dislesamente scritta; Mot/rafia, il com- pendio o sunto (1); Necrologia quel breve e pietoso racconto che del costume , de'principali pregi ed azioni si fa di qual- che onorevole persona che scende nel sepolcro meritamente compianta. 28. Dice il Banalli : « Come le Storie descrivono le città '( e gli slati , e nelle Vite abbiamo la descrizione degli no- ci mini, cosi vollesi anco fare descrizioni di famiglie, che « ancor esse rampollando dalle slorie hanno lollo il parti- ci colar titolo di Genealogie ». Consistono queste nel dare lino dallo stipite la serie ordinata degli uomini d'un 1 illustre M) V. Ugolini, Parole e Modi errati ec. casata obel'un dopol'allrosi succedettero , notando il modo di lai successione , e dando di ciascheduno esalti cenni bio- grafici ; utile lavoro di che può la sloria assaissimo giovarsi, ove non si blandisca la boria signorile, e dove il solo vero dissepollo dagli archivj animosamente si dica. È vano qui ripetere che a illustre maleria si conviene abito illustre; solo si raccomanda ordine e brevità. Celebri sono i lavori di tal sorta che ci han dato delle Famiglie illustri italiane il Lilla, e delle Fiorentine il Passerini, con lode degli au- tori grandissima. 29. Poche parole spenderemo intorno agli Aneddoti, in- fima specie della Storia. Consistono essi in raccolto di fatti curiosi e di arguzie spiritose d'uomini per lo più di storica celebrila , dove spesso il diletto può esser maggiore della istruzione. Vogliono quindi esser narrali con bel garbo, con facilità e con vivezza. Alcuni piacevoli esempi se Qe riscon- trano tra i nostri novellieri antichi. 30. Quale che sia la specie di storico componimento che lo scrittore si elegge , ove desideri di ben provvedere non che alla Sloria , a sè stesso , abbia il coraggio di potersi col Poeta ripetere : « E s'io al vero son timido amico , « Temo di perder vita tra coloro « Che questo tempo chiameranno antico ». (Par , C. XVII). Della 1 se ri sfon e. 1. La Iscrizione è una breve istoria di persone odi cose. L'origine può dirsene antica quanto la scrittura , ed ogni nazione vanta le sue. Somma n'è l'importanza, e spesso , un'Iscrizione a caso scoperta aggiunse luce e certezza alla DI RETTOfllCA 163 Storia, o ne tolse l'errore che, fosso caso o arte, eravisi intruso. L'Iscrizione, per la sua pubblicità e per la longe- vità che trae dal marmo o dal bronzo ov'è scolpila, assu- me un carattere autentico ; di qui la sacra necessità che sìa vera. 2. L'Iscrizione dividesi in monumentale , sepolcrale ed onorano. La prima, cosi delta perchè a'monumenli s'appo- ne, chiamasi sacra, se fatti o opere sacre ricorda; civile. se civiche. Propria de' sepolcri b la seconda , e dicesi ancora Epitaffio. La terza si legge impressa negli archi, statue, co- lonne , e su qual'altra opera vien destinata ad eternare per- sonaggi illustri e gloriosi avvenimenti , ad argomento di pubblica onoranza. 3. Prima ed essenzial dote delle Iscrizioni o Epigrafi, come oggi pure si dicono , è la veracità. I posteri han dritto a non essere ingannati intorno a ciò che con tanta pompa e con perpetue cifre loro si tramanda. Stia lungi adunque l'iperbole e l'adulazione dall'epigrafe, e massime dalla se- polcrale. Il cimitero è sacro alle ceneri di chi è in luogo di verità ; ci pensi chi scrive per quello. 4. Inestimabil pregio dell'Iscrizione chiama il Ranalli la brevità , e dice benissimo , perocché la breve Iscrizione e facilmente si legge , e meglio eccita in noi sensi di pietà e d'ammirazione. Arrogo a ciò che essa è un ricordo , e que- sto bea si ritiene solo quando in poche parole si chiude. In ultimo non esca di mente che il nome dei grandi e delle grandi cose bastano a sò : è sublime elogio il solo ricordarle; e specialmente negli epitaffi, fa'di dire in pochi tratti e spiccali il sommo di quel che fu e di quel che fece il tuo defunto , e vi parli soprattutto l'affetto. 5. Le parli dell'Epigrafia , secondo l'illustre Orioli, sono: La narrazione e la clausula , e non di rado un ante/isso che lieo luogo d'esordio. Vera sempre , e nelle sepolcrali anco pietosa , vuol esser la narrazione , morale la clausula. Tal- volta all'antefisso si sostituisce una specie di formula , co- me : D. 0. M. ( Deo Optimo Maximo ) per le Iscrizioni sacre ; Ad perp. rei mem. per le altre monumentali ; per gli Epi- taffi l'altra invocatori^ : A ^ () [ Alpha, Chrìslus, Omega),  o il D. M. S. (Biis Manibus Sacrum), usalo dai Gentili, e perciò non punto a noi dicevole. 6. Scopo della Epigrafia e , dice il Silvestri , di accen- nare, non già di descrivere le cose; quindi vuoisi evidenza e dignità , dì forma che quelle vcggansi di primo intuito nel loro aspetto e il più degno e il più alto a farne cara e ono- revole la memoria. Nell'epigrafe pertanto si dee parlare a tulli , ma non col linguaggio di tutti ; donde la grande dif- ficoltà di serbare colla chiarezza il decoro; il perchè vi si richiedono voci proprie e nobili , da tulli inlese ed a niuno spiacenti vuoi per troppo violo squallore , vuoi per troppo audace novità; rare le metafore e con senno introdotte, rarissime le perifrasi ; locuzioni e coslrutti per brevità vigo- rosi, e splendidi di maestosa semplicità; formule e modi che rendano meno frequenti certe voci accessorie , senza le quali il discorso italiano non sta , collocandole si che l'occhio e l'orecchio non ne siano offesi o aggravali; accorgimento grandissimo in disporre le parole in guisa che servano alla melodia, e nulla tolgano alla chiarezza, usando di rado, e solo con bel garbo l'iperbato; finalmente una singolare struttura del periodo, che ben d'ordinario è uno solo che tutta l'epigrafe comprende , ove le parti compariscano tra loro dislinle e lumeggiate a vicenda le une dalle altre , e dove sentasi quel numero lutto suo proprio , cosi rotto e spezzalo che opportunamente ne obbliga , sospendendoci ad ogni membro, e quasi a ogn'inciso, a meglio percepire e fermare nella memoria i concelti del monumento , e che meglio serve per avvenlura alla espressìon dell'anello. Il metodo ortografico poi vuol essere il comune , non vergen- do , dice l'Orioli , buona e filosofica ragione di variarlo. Quindi è che a ben riuscire nella epigrafia ricercasi prin- cipalmente somma perizia della lingua e non comune squi- sitezza di gusto. Che se taluno , come Io stesso Orioli nota, credesse che , perchè tali componimenti sono brevi e sem- plici , fosse facile farne de'buoni, s'ingannerebbe d'assai, perchè, siccomo appunlo l'epigrafe vuol essere semplice e breve , non soffre vizj , e perchè non essendo d'ogni ma- niera di bellezze capace , è più dillicile il dargliene [ Vedi DigitizGd by Google Silvestri , Disc. Sulle Iscriz. del Muzzi; ed Orioli , Discorsi SulFEpigr. Italiana, Bologna, 1826). 7. Fu questione tra i letterati, se meglio era preferire nelle iscrizioni la lingua Ialina all'italiana , siccome di que- sta più precisa e maestosa. Per le sacre e monumentali più solenni, starei per la latina, perchè appar più veneranda, e da'dolti d'ogni nazione c comunemente inlesa ; per le altre ed in ispeziaìtà per gli epitaffi vorrei l'italiana, es- sendo dal fallo ornai deciso che la lingua di Danle è pur capace di brevità e di grandezza. Se ami piii estese notizie intorno all'Epigrafìa , consulta per la latina le opere dottis- sime del Morcellì c dello Schiassi ; per l'italiana , gli scrini del Muzzi, del Silvestri e il ciialo discorso dell'Orioli. Esempj bellissimi di Epigrafi latine porge , oltre i notati Morcelli c Schiassi , lo slesso Silvestri ; d'italiane il Muzzi che n'e sa- lutato padre e maestro, il Contrucci e l'elegantissimo Gior- dani. Da ciascuno di questi tre epigrafisti ne torremo una ad esempio , notando che la terza va corredala d' Antefisso , di Narrazione e di Clausula. CANOVA STATUARIO DOPO LI GRECI ESEMPLARI INCOMPARABILE GLORIA DI ITALIA MARAVIGLIA DELL’EUROPA USCITO DELLA VITA MORTALE ZABRINSKl DEVOTO A TASTA VIRTÙ E TANTO NOME 0 M. ERESSE Mumi- DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI IL ANTONIO CESARI VERONESE COGLI SCRITTI E COLI-' ESEMPIO MANTENNE GLORIOSAMENTE LA FEDE DI CRISTO E LA LINGUA D'ITALIA. MDCCCXXX. Giordani. HI. IL TRIONFO MARATONIO TURBANDO I SONNI A TEMISTOCLE RISCOSSE DAGLI 07.1 IL GIOVINETTO LA GLORIA DELL'ARDITO LIGURE ACCESE DI EMULO ARDORE AMERICO VESPUCCI A COMPIERE IL DI5CUOPHIMENTO DI QUELL'EMISFERO CHE DA LUI TOLSE IL NOME. RARI I GRANDI ESEMPJ RARISSIMO CHI Li SEGUA E SORPASSI. Co UT MICCI. SOratoria. tur I. Della Eloquenza In generale. ). L'Eloquenza , dice il Foscolo , e la facoltà che dà co- lorito, disegno e spirilo alla poesia, all'oratoria, alla sto- ria (1); quindi può in generale riguardarsi siccome l'ani- ma della parola, onde efficacemenie in altri trasfondiamo tulio ciò che gagliardamente pensiamo e sentiamo entro di noi stessi; ed una tale efficacia è ciò che appellasi per- suasione , la quale vuol esser ricercala da chiunque o parli o scriva, sia oratore, sia storico, sia poeta, sia filosofo; quindi nel fallo persuasore ed eloquente suona lo 'slesso. (1) Ln. d' Eioq. Della morale Letteraria , lez. I.  1 2. Il gran Tullio pose di questa, come d'ogni altra no- bile disciplina, per principal fondamento ia sapienza, senza di che non più. eloquenza ei la chiama , s\ veramente una vacua profusione di voci (4). Aristotele poi voleva che l'ar- tifìcio del dire sì deducesse a guisa di rivo, dalla morale e dalla civile dottrina. 11 midollo adunque della vera elo- quenza in generale è la solidità delle cose. 3. Che se il sapere è la hase della eloquenza , questa aggiunge efficacia al sapere adornandolo, e così a vicenda si procacciano ambedue pieno il trionfo sull'animo umano; che anzi lo stesso Tullio afferma: « Sapientiam sine elo- « quentia parttm prodesse ; eloquentiam vero sine sapientia « nimium obesse plerumque , prudesse nunquam » ($). Ed ecco perche nei miti greci Calliope, musa dell'Eloquenza, vien delta regina tra le sue sorelle ; perchè fu chiamata voce divina la eloquenza di Piltagora ; e la lingua dì Pla- tone degna di Giove , volendo con tutto questo significare l'unione della sapienza e della splendida parola, il perchè non è da maravigliarsi se non dico gli oratori ei poeti, ma gli storici , i filosofi , ! fisici c gli stessi matematici furono elo- quenlissimi nella Grecia , dove da ognuno si reputava l'elo- quenza di tutte cose regina. Difallo Tucidide meritò per la robustezza del dire che le sue storie servissero d'esempio al gran Demostene, il quale dicesi che per ben otto volte le trascrivesse; Aristotele fu da Cicerone appellato fiume aureo ed immenso; soavissimo Ttjofraslo, Ippocrale emulo di Plaione ; e sappiamo che lo stesso matematico Speusippo teneva nella sua scuola il gruppo delle Grazie. 4. La Eloquenza in particolare poi, delta propriamente Oratoria, viene da Tullio definita : e Sapientia copiose loqueiis, « ad motus animorum, vul<jique sensus accomodata » (3) , la quale uel suo magistero è, come la descrisse il Monti , l'arte (1) Orai, ad Dr., et de parlinone Orai. (8) De hveato.ne , Lib. I. Anche F. Guidoiio dice : ■ La bolla fa- <t velia in fé ha tanto d'utilìlade, fe colui che sa ben favellale, ha in " sè senno e giustizia ». Fior di Reltor. Piologo. (3) Do Portinone Oratoria. di dar persona a! pensiero e colore alla voce ; l'arte d'insi- gnorirsi rlel cnare e di forzare !a volnnth , arie nobilissima e potentissima (1). Vediamone ora la storia. .hit 11. Origene c progressi dell'Oratoria. ì. Sebbene quel l'arringa re al popolo , che s'usa tra i go- verni liberi, della per questo eloquenza popolare , avesse già nel fóro d'Aleni» risonato, dove acquistarono grido di valorosi dicitori c PisisLrato , e prima di lui Solone, e poco appresso Temistocle, e sopra ad ognialtro si fosse per robusta eloquenza segnalato Pericle , dello però Olimpio , quasi al pari di Giove tonasse , sì che per ben quarant'anni resse ar- bitro i destini della sua patria ; e dopo di lui ali ri oratori pur fiorissero , i quali al dir di Cicerone , « granrfes erant « verbis , crebri ssntealiis . compressione rerum breves, et ob « eam ipsam causam interdum suboscuri » (De ci. orat. n. 9); tuttavia l'arte oratoria propriamenle detta ebbe cuna, a teslimonianza dello stesso Aristotele e d'altri greci scrit- tori , in Sicilia. Cacciati da Siracusa i tiranni, e istituitosi il reggimento a comune, si tennero dai capi del popolo pubbliche arringhe ; e Corace e Tisia, accuratamente stu- diando la natura del cuore umano, no trassero le princi- pali regole della eloquenza , e la ridussero ad arte. Disce- polo di quest'ultimo fu Lisia , giudicato dallo stesso Cice- rone oratore quasi perfetto , il quale recatosi in Atene destò di sè grande maraviglia per la nobiltà e grazia del dire, come già prima di lui eravi slato ammiralo Tìsia. 2. In tal modo istituitasi in quesla città l'arie siracu- sana, vi capilo pure dalla Sicilia il celebre Gorgia Leon- lino, splendido ingegno, che per ismodata vaghezza di novità e d'artificio , alla sobria e robusta eloquenza di Lisia sostituì la propria , tutla lisci e smancerie reltoriche, ridondante d'anlilesi, d'arguzie e d'ampollosità , che, come dice il Foscolo, blandì i vizj e l'ignoranza de! popolo, am- MJ Della decessila dell' Eloquenza. Introduzione al corso di queslo studio. . DI R ETTORI C A 1(Ì9 roaliandogli l'intelletto colla pompa delie figure, chiuden- dogli il cuore alla voce degli affetti e dei vero , lusingan- dogli i sensi coll'azione teatrale e colla pompa dc'periodi aculeati e sonanti (1 1. Questo luccio mie ed armonioso non- nulla inebbrìò. come suole avvenire , talmente gli Atenie- si , che tenevano per di solenne quello in cui era dato loro d'ascoltare il siciliano oralnrc, e la costui scuola ben presto fiorì ; ma fu quella dei Sofisti , genia superba quanto vana, che proponevasi arrogantibus sane verbis d'insegnare quemadmodum causa ìnferior (ila enim loquebantur) dicendo fieri svperior passet (2). Socrate ne ruppe il prestigio, e colle armi terribili della sua logica gli ammutolì e disperse. 3. Ma la eloquenza avea ornai gettalo le sue radici , e parecchi non ignobili oratori già conlavansi in Atene, e basti per ludi Isocrate, il quale benché talora risenta dei difetti di Gorgia suo maestro, tuttavia Cicerone ne loda la soavità, e paragona la scuola isocratica al cavallo troja- no, feconda di oratori, come questo di guerrieri (3). Ma quegli per cui l'arie del dire pervenne a tal grado di eccel- lenza che mai la maggiore , fu il gran Demostene, disce- polo che fu d'Iseo, valente pur esso. Fornito di ferrea vo- lontà valse a correggere gli stessi difetti che nella pronun- zia e nella persona t.enea da natura , del resto prodiga seco de'inigliori suoi doni; perocché dotato di straordinario ingegno e d'un'anima veemente, mostrò che l'eloquenza po- teva sul suo labbro ciò che voleva: nè avvi elogio che superi quello che ne faceva il grande oratore romano, appellando- lo: piane quidem perfectum (4). Alla for/.a dello armi di Filip- po egli oppose quella della parola, e se per la prepotenza della fortuna non valse a salvare la liberta della Grecia , potò animosamente differirne l'ora fatale. Le sue Filippiche colle quali smascherava le astute insidie dell'ambizioso Ma- cedone , sono il più. sublime monumento di quella fulmi- ni Dell' origine e detrufllr.io tlet&i UUemlwa. (2: Cic. De CI. Orator. 9. (3) 1(1. , De Orai. Lib. II. (i) Id,, De CI. Orator. uea eloquenza che sgorga da un gran cuore infiammalo per santissima causa. Sdegnoso d'ogni le acciaio si slancia impetuoso in mezzo all'argomento , e s\ lo svolge colla potenza d'una logica dritta quanto stringente, che (rionfa dell' intelletto , e quindi coll'accorto maneggio degli anelli sicuramente la volontà padroneggia. Egli colla forza dell'in- gegno riunir seppe la maschia energia di Pericle e la ro 7 busta brevità di Tucidide , a quanto di grande appreso aveva nella scuola di Platone , e a qnanlo di belìo avea riscontrato nell'arie d'Isocrale. Grande fu puro nelle cause civili, e lale soprattutto si mostrò in quolla celebralissìma della Corona, colla quale porse occasione ad Eschine suo emulo di giunger fino a noi per quella orazione onde tentò di coulraslare a Demostene stesso la corona civica statagli già dal sonalo ateniese decretata. Cosi la greca eloquenza, che per il gran cittadino ed oratore si allo poggiò, dopo di lui ammutolì , e non ne rimase che il simulacro nelle garrule scuole dei retori, tra'quali primeggiò Demetrio Va- lereo , che a testimonio di Cicerone , delectabat Athenienses magìs quarti inflammabat. ì. Quale fu Roma nella sua libertà ruvida e austera , (ale esser dovette la eloquenza dei succinti Cetegi e degl'in- tonsi Catoni. Rammorbiditasi per le grazie della Grecia do- ma la scabra natura dei Romani , l'arte del dire cominciò ad aversi in pregio , tanto che C. Gracco teneva dietro a sè un flaulisla per la intonazion della voce ; uè guari andò che i giovani vaghi dì onori, gareggiarono nello studio della eloquenza, siccome quella che dirittamente guidava a 'primi seggi della repubblica. Marc'Antonio , avo del Triumviro , e L. Crasso, due degl' interlocutori nel dialogo sull'Oratore, furono da Tullio celebrati come i più eloquenti tra i Romani ; e quando egli slesso montò per la prima volta sui rostri, tenevano gloriosamente il campo Colla ed Ortensio. Cicerone doveva tutti superare, nò esser dipoi superalo da alcuno. Del primo ei si studiò d'imitar l'eleganza, del secondo la elevatezza; ma l'ordine, la forza e la veemenza non potè apprendere che da Demostene e da sò stesso. Nobile, gran- de, maestoso quanto la sua Roma incede il grand'Arpinale, e temperando insieme la copia di Platone e la soavità d'Iso- crate , ila alle sue orazioni un'armonia piena ed incantevole. Insinuatosi dolcemente negli animi , a suo talento li rapisce c governa , e trae giudici , popolo e senato dove e com'egli vuole. Qual fosse poi la concitazione dell'indignato suo animo in faccia alla iniquità ed alla tirannide, il dicono le Verrine, le Catilinarie e le fatali Filippiche. Tullio, del quale Quintiliano con gran senno diceva: llle se proferisse sciai, cui Cicero valile placebit , fu principe della eloquenza romana, la quale spirò con esso , e iu Roma i declamatori, siccome i relori in Grecia , la composero tra inutili nenie entro al sepolcro. 5. Ma se col cadere della libertà politica cadeva la elo- quenza de'roslri, un'altra ne sorgeva piena d'i ni mortai giovinezza da quella libertà a cui Cristo ci ha affrancati , giusta l'espression dell'Apostolo { Ad Calai. , C. IV, n. 31 ). l.'Uomo-Dio la in sii luì va allorquando alla sua Chiesa in- giungeva di bandire alle genti la Buona Xovellu; perchè fu detta eloquenza sacra ed evangelica. Quella dei tempi apo- stolici è di miracol divino, e conviene venerarla silenziosi. Diremo di quella dei santi Padri che ne furono i veri c sapienli educatori. Nel secolo IV apparve tra i Greci grande e copiosa in S. Atanasio, limpida e maestosa in S. Basilio, magnifica e adorna ne'due Gregorj di Nazianzo e di Nissa ; e nell'età seguente si mostrò degna della sua origine in S. Giovanni patriarca di Costantinopoli , che per l'aurea copia del dire si appellò Crisostomo o Boccadoro, e perla elevatezza, forza e soavità può senza fallo denominarsi il Demostene sacro. Nel secolo III tra i Latini si sollevò a bella eleganza , e a succosa robustezza ne'due apologisti Minuzio l'elice e Tertulliano, e a splendida abbondanza in S. Ci- priano. Nel seguente acquistò forza c rapidità per S. Ilario, grazia e vivacità per S. Ambrogio, grandezza e tulliana vcnusià per S. Girolamo, facilità ed unzione per S. Agostino , e soprattutto risplendetle di magnificenza , di robustezza odi sostenuta armonia in S. Leone il grande, che merita- mente s'appella il Cicerone della Chiesa. Per la qual cosa il Perticar! parlando dell'eloquenza che i santi Padri inspiratisi nell'ardita e altissima elocuzione defili antichi profeti, adoperarono nelle omelie e nelle grandi concioni , non du- bita d'appellarla florida, alta e quasi direbbesi equestre (1). Vero è però che i tempi di gusto non castigato ne' quali vissero i santi Padri, lasciarono nelle costoro opere qua c la alcune vestigia; ma ripeterò coll'illustre Arrigoni: * Mi « fa mole tutto volte che sento alcuno , che per qualche « frase un po'lurgida in S. Cipriano, per qualche metafora « troppo forte di Tertulliano , per qualche antitesi un « po' troppo sottile di S. Agostino, e. aggiungo io, per un « po'di turgidezza e di ricercata armonia in S. Leone, tac- « eia come scorretla l'eloquenza tutta de'Padri (2) ». li qui dirò: voi che fate gli schifiltosi aristarchi coi sermoni dei santi Padri , non scorgete poi alcun neo nello orazioni dei classici, vostri e nostri maestri? perchè non dovrà porgli uni egualmente che per gli altri valere la risposta che so vorrete danni con Orazio : « Verum ubi plura nitenl in Carmine, non ego paucis « Offendar maculis? (A.P., v. 354 ). 6. Ma la notte barbarica si stese di poi su tutta l'Euro- pa, e tenebre secolari ricopersero ogni scienza ed arte. 11 nuovo giorno dopo lungo crepuscolo alfine risplendetle nell'aureo trecenlo, e parve che tutto risorgesse alla vita. Poesia, storia, eloquenza profana, per opera specialmente dell'Alighieri, del Petrarca, del Villani e del Boccaccio, ricomparvero o Rinnovellate di novella fronda » [Purg,) La cattedra cristiana però per venerazione verso l'antica lingua dei Padri, avea tradizionalmente continuato a riso- ti) Sugli Scrittori dal tracexlo, Llb. II. C. P. (2) Dtsscrlasinne j U [f a Sacra Eloquenza. DI HETTORICA nare d'un Ialino ornai rozzo e corrotto, uso sebbene un colai poco ringentilito pel restauralo studio declassici, pure non interamente dismesso cbe sul terminare del XV seco- lo (1). Vera cosa è però che per parlare ad italiani della sola sacra eloquenza italiana, il B. Fra Giordano da Rivallo aveva dopo il 1300 incomincialo a predicare in volgar lin- gua, e le sue Prediche, olire alla cara leggiadria del dei- lato, che al dire del Pertica ri , è gemile, polito e gagliar- do (2), danno chiaro argomento del nobile ingegno dell'au- tore, da merilar giustamente che il Segneri ne facesse, siceom'è fama , non lenue studio. Quale del resto in generale si fosse la sacra eloquenza, Dante cel dice: a Ora si va con molli e con iscede « A predicare, e pur cbe ben si rida, « Gonfia il cappuccio e piìi non si richiede ». (Pur., C. XXIX). iNè essa gran fallo progredì nel secolo XV, abbenchè fioris- sero in buon dato sacri oratori leuuti anco da'dolli per e!o- quenlissimi -, tuttavia - lo storico della noslra letteratura apertamente dice non essere le loro orazioni che aridi trat- tati di scolastica o di morale teologia , piene di citazioni di autori sacri e profani, ove vergiamo accoppiati insieme S. Agostino con Virgilio, e il Crisostomo con Giovenale (3); per il che egli n'attribuisce la fama e l'efficacia alle doli esteriori, e massime in alcuni al santìssimo esempio onde accompagnavano la Divina Parola, siccome fu di S. Bernar- dino da Siena, e de'suoi allievi Alberlo da Sarziano, Ro- berto da Lecce, Gabriello Barletta ed altri. 7. Ed eziandio l'età seguente, in cui l'eloquenza civile si levò a nobile altezza mercè gli storici Panila, Machiavelli e Guicciardini, e gli oratori Bartolommeo Cavalcanti, il Gui- duccioni e iì Casa, non mollo vide avanzarsi la sacra, se Hi Tib*b. Star, della iHler. Hai., Lib. Ili, c. i. |2' ScriU. del Trerenlo, Lib. Il, c. VI. (3) Op. cit. Lib. HI, e. IV, n. 8. Digiiizcd &/ Google 174 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI vero e ciò che diceva ne il Bembo: * Che deggio andarvi a « fare (alle prediche), se allro non si ascolla che il Dollor « sellile garrire conlro il Dottore angelico, finché non viene « in campo Aristotele che termina la questione propo- li sia? » (I). E così e , quando per far vana pompa d'umano sapere si lascia da parie il Vangelo. Eppure di attenersi a questo aveane dato nell'ullimo scorcio del passalo secolo l'esempio U Savonarola, la cui eloquenza,, sebbene alquanto scompigliata e inelegante, tuttavia era naturale, vivace ed immaginosa, e v'era la rara arte di muover gli affetti, onde sembra talora non che parli, ma che tuoni, che fulmini, che scuota (2). Anzi nella prima meta dello stesso secolo XVI avealo pur dato il celebre Egidio da Viterbo , poi cardinale, cui il Sadoloto e io stesso Bembo appellavano chiarissimo lume del loro tempo; e Paolo Cortese, splendido ornamento di questa mia terra natale, ne lodava al sommo la soavità, la forza e l'eleganza del ragionare {3 ; nè altri fu in quel- l'eia che veramente meritasse qualche lode , quantunque levassero di sè grandissimo grido e il Musso e il Fiamma e il Panigarola. nei quali qualche traccia già si scorge di quel pessimo , usto che segnalò l'età seguente. 8. E pe- io megliore passandoci di coloro che dal per- gamo cr'^.iano facevano indegna e ridicola mostra di strane ed ardi e immagini, di concelli iperbolici, di spiritose ar- guzie e d'altre puerilità , parleremo del P. Paolo Segncri, che della sacra eloquenza meritamente può dirsi illustre restau- ratore e principe. Questo celebre gesuita , nato in Nettuno, terra della Campagna di Roma, vide la mala via che da lunga pezza tenevasi nell'evangelizzare i popoli, e si studiò di ripararvi. Allo studio assiduo e profondo della Bibbia e de'SS. Padri volle congiungere quello non meno accurato degli esemplari greci e latini, e massime di Cicerone, beffandosi del pregiudizio già invalso con grave danno dell'apostolica scienza, onde tenevasi per disconvenevole a cristiano ora- ti) Gatti , Saggio dell' Eioq. S-jcra. (2) Idem, Op. cit. (3; Tiba». , Voi. VII, Lib. III. C. VI, N. 8. :; tore lo studio dì scrittori gentili. Pieno il cuore e la monte della grandezza della religione , e delle squisitezze dell'arie classica, diede alla eloquenza cristiana quel nerbo, quella maestà , quell'unzione e quel colorito che mai , 0 solo ne' Pa- dri avea posseduto. Destro nello svolgere por ogni lato il suo tema, e nel rinlìanearlo coi più validi ed acconci argo- menti per espugnar l'intelletto, quanto accorto nel magi- stero dopiti gagliardi affolli per muovere la volontà , strin- ge, incalza, assale per ogni lato, finché non crede certo il suo Irionfo. Magnifico nello siile per nobiltà di concetti e splendidezza d'immagini, l'adorna d'elocuzione chiara, spon- lanca, naturale, e l'alleggia, come dice il Giordani, quasi amico schiettamente parlante a'suoi lettori; né il Perlicari dubitò di dire che il Segneri con facondia smisurata non 1 raccoglie acque che piovano, ma sgorga interi fiumi da « una spalancata sorgente; né con piti veemenza si può « inondare, scuotere, aggirare, rapire ». Conlultociò ebbe anch'esso i suoi difetii , e non a torto si appunta di qual- che paralogismo, 0 non ben posata proposiziono, talora di non temperato zelo che lo trasporta in immagini o Talse o esagerate, 0 in enfasi declamatoria, e parimente di sover- chia copia d'erudizione (e Torse neppure avvedeasene , tanta ne possedeva) mista di sacro, di profano ose vuoi, anche di mitologico; finalmente di qualche metafora e concettiizzo del tempo. Ma olire che, come scriveva il Roberti a Lodo- vico Preli, e il Tiraboschi pure l'accenna, egli non giudicò conveniente una total riforma tutta in un fiato (I), chi non sa essere cosa impossibile respirare un'aria ammorbata, e non risentirne in qualche modo i malefici influssi? Ciò nono- slante il Segneri tiensi a ragione per maestro della sacra eloquenza italiana, il cui studio congiunto ai perfeziona- menti della scienza apostolica e dell'arte del bello, addol- tivi dai tempi, riuscirà, io penso, sommamente profiilevole alla sposizione della divina parola; perocché tengo col Per- licari che sia gran danno del pulpito, che del Segneri si M) Fon>Ar.uni , E.icmjii di bella scrivere in prosa, nelle noie. Tilub. Op. di. Voi. Vii, Vb. \U. S- H. 17C faccia studio così raro e leggiero; e che la religione perda uno de'modi più validi, onde si regnano i cuori, perdendo una tanta eloquenza (4). 9. Tra i pochi che ebbero il senno e la virtù d'imitare il Sogneri , contro il dominante malvezzo, Tu il P. Francesco Maria Casini , ed ebbe lode d'egregio per robustezza , per nobiltà e per grazia , benché talora partii egli pure qualche tenue tributo al suo secolo. E mollo valse l'esempio; peroc- ché dipoi l'eloquenza sacra risonò su' pergami d'Italia con assai di forza , di dignità e d'eleganza ; c tra quelli che me- ritamente ebbero grido di valorosi , si distinsero il P. Giacco, il Tornielli', il ltossi , il Venini, il Roberti, il Canovai ed in ispezial modo il Cesari. Si riprende , è vero , nel Tor- nielli , un certo sfoggio di descrizioni , e un'armonia un po'lroppo ricercata , la quale pur si nota nel Rossi ; nel Ve- nini vorrebbesi talvolta più energia d'affetti , meno lisci e meno attillatura nel Roberti , più castigatezza di lingua nel Canovai, meno affettazione delle forme trecentistiche nel ; Cesari; con tutlociò tulli più o meno aggiunsero novello decoro alla sacra eloquenza , e le loro orazioni possono riu- scire di non lieve utilità agli studiosi di questa santissima arte , avvertendo però sempre che a Di lei madre è la Bib- bia , e il Vaiu/el padre » { Gozzi , Serm. ). Art. III. - Della Oratoria in generale. 1. L'Oratoria in generale è l'arte d'indurre in altri il convincimento e la persuasione, dimostrando e commoveudo colla potenza della parola. Il convincimento e vóllo princi- palmente all'intelletto, e a ciò richiedesi forza di dialetti- ca; la persuasione è diretta alla volontà, e questa padroneg- giasi colla savia trattazion degli affetti. L'ima cosa è monca senza dell'altra, e debbono tulle e due andar del pari congiunte; il perchè Cicerone diceva due essere le prin- cipali doti dell'oratore: una subtìliter (ììsputmuii , ad docen- dum; altera graviter agendì, ad animos audientium per- ii) FOBSAClAtll , toc. eli. movendos (1). Se l'eloquenza adunque sia in una eletta copia di vasti e forti pensieri che , come dice il Giordani , nelle altrui menti si dilatino, e meltan radici e germoglino; se sta in -una forza di raziocinio non repugnabile, e in un ardore impetuoso e non resistibile d'affetti (2), solo il buon senso ed un cuore bene dalla nalura temprato, educatosi quello alle scuole de'fitosofì, questo agli esempi del bello e del buono, potranno formare l'eccellente oratore ; onde si disse che l'arie può solo far l'uomo facondo, la nalura coll'arte ben può farlo eloquente. 2. E seguendo noi la dottrina degli antichi , i quali in- segnavano cinque essere le precipue parli dell'oratoria, la Invenzione, la Disposizione, la Elocuzione, la Memoria e l'Anione parleremo di ciascuna di quesle in altrettanti titoli distinti. Titolo ì. - Della Invenzione. 3. È cerlamente principale ufficio dell'oratore escogitare tulio ciò che di vero o dì verisimile può rendere il suo di- scorso probabile , attingendo con ogni diligenza ed accurata meditazione dai filosofi e dalla natura del proprio argomento lo prove cui repula migliori; e questo è ciò che dicesi In- venzione (1). A soccorrere pertanto in questa difficil parte l'ingegno, i sofisti ritrovarono mollo sottilmente alcuni ar- tifìci oralorj che si dissero Topici o luoghi comuni; i quali solevano aut ex stia siimi re, aut assumi foris ; quindi dislin- guevansi in intrinseci ed estrinseci. I primi erano la Defini- zione, l'Etimologia, l'Enumerazione, il Cenere e la Specie, le Cause e gli Effetti, la Somiglianza e Dissomiglianza e le Circostanze. I secondi riducevansi da Cicerone al Testimonio che dividesi in divino ed umano. Il divino era pei Gentili ciò che formava la loro divinazione, cioè gli oracof», gu oti- gurj, i libri sibillini ec, per noi sono certamente le Sacre HI De dar. Oralor. (2) Leti, al Capponi , Race. cit. , p. H. 13) Cic. , De Inoentione ; Lib. II, c. 7. \7& Scritture; l'umano sono le storie, le leggi, gli statuti, i do- cumenti, il giuramento, il deposto testimoniale ec. 4. Queste norme, alle quali chi troppo strettamente si attenesse, ridurrebbe l'oratoria ad un freddo meccanismo, e la orazione ad una vuota cicalala, rinchiudendosi da sè slesso in un campo angustissimo, non vedo perchè non pos- sano all'oratore riuscire profittevoli, purché con senno e con destrezza adoperate, quando se ne fecero maestri quei sommi che furono Ansimele, Cicerone e Quintiliano. È certù che all'oratore fa di mestieri amplificare il suo subbietlo, tra per accattarsi fede, tra per commuovere gli animi (1); perocché ciò non conseguo, dicendo brevemente e come di passaggio le cose, ma diffusamente rappresentandole, perchè l'uditore ben le comprenda, se ne convinca e ne resti nel debito modo commosso. Di qui la necessiti! dell'am- plificazione oratoria. A questa sono di certo sussidio gli ar- gomenli che non di rado si attingono dai fonti reiterici; laonde non reputo vana cosa il parlare alquanto di questi. ìi. Noverasi per primo la Definizione , la quale consiste nello spiegare o descrivere una cosa per le sue proprietà, a fine di trarne argomento opportuno al nostro assunto. Ci- cerone definita la gloria : « illvslris ac pervagata multorum ■i et mag-norwn vel in suos cives , vel in patriam , vel in omne K genus hommum fama meritorum » (Pro M. Marcello), ne conclude non aver Cesare peranco alla sua gloria appien soddisfallo , se prima non meglio provvede alta salvezza della repubblica. 6. Dalla Etimologia o derivazione della parola si suol talvolta trarre prova di ragione ; se non che fa d'uopo in ciò andare molto a rilento, sia per non dar ombra di ri- cercatezza, sia per non cadere in fallacia; chè l'etimologia non è sempre di sicuro argomento. Volendosi pertanto lodare la gentilezza e l'onesta delle antiche corti , potrebbesi dir con Dante che la cortesia trae origine dalle corti, tanto che valse cortesìa, quanlo dire uso di corte. li parimente parlando della giustìzia, potrebbesi non senza fondamento [<) Cic. De PartiKou. Orai, C. XV. di rkttomca 479 argomentile che ella sta nel diritto {jits stat) serbato saldo in chicchessia. 7. Molto beila e stringente amplificazione sogliono i va- lenti oratori trarre dalla enumerazione dello parti le quali il tutto compongono. Cicerone ce ne offre un nobile esem- pio nell'Orazione prò lege Manilio, dove svolgendo ad una ad una le doti d'un ottimo comandante, quali sono scien- za militare, virtù, autorità c fortuna, dimostra tutte ri- trovarsi in Pompeo, e no conclude doversi adunque eleg- gere a capitano della guerra Mitridatica lo stesso Pompeo. 8. Altro fonte d'amplificazione è il passaggio dal genere alla specie, ed e converso. Siccome le qualità del genere convengono logicamente anche alla specie, e quelle della specie b\V individuo , ne conseguila che la lode o il biasimo che si attribuisce al genere o alla specie, competesi ben d'ordinario alle singole cose o persone che sono in quello o in questa comprese. Cicerone movendo dalla specie con queste parole: « Sit igitur sanctum apnd vos humanissi- « mos homines hoc poetae nomen , quod nulla unquam « barbaries violavit. Saxa et soliludines voci respondeot: « besliae saepe immanes cantu flcctunlur alque consistimi: a nos instiluti rebus optimis non poetarmi] voce movea- « mar? », conclude a favore d'Archia doversi dal popolo romauo onorare in esso il poela decorandolo della cittadi- nanza (Orat., prò Archia). Qui però giova avvertire che per ismania d'amplificare, non troppo si spazii pel genere, quasi dimenticando la specie , con discapito di questa e con tedio di chi ascolla; che si usi grande accorgimento nella conclusione, perchè non involga fallacia , come chi lodando la Poesia qual nobilissima arte, pretendesse conchiuderne esser pur nobilissimi un Cherilo, unMevio , o qual altro di tal conio. 9. Largo campo all'amplificazione porgono eziandio le cause e gli effetti, che molto sono nelle umane cose da con- siderarsi. E poiché per la si rettissima attinenza loro si può dall' indole degli effetti quella argomentar dello cause , e vi- ceversa, l'oratore ne trarrà bel costrutto di valide prove, «love sappia, non sofisticando, e questo e quelli con sano e sottile discernimento rintracciare, liceo come il Salvini dimostra dagli effetti l'eccellenza dell'Amicizia : « Non ci « ha cosa che più alletti e attragga gli umani intendimenti, « quanto la considerazione della natura dell'amicizia. Ella n fa essere la generazion nostra placida e compagnevole; « e non a guisa delle altre greggi, stolida e vile, ma sa- « via, civile ed onorata. Mille beneGcj da quella a noi ne a vengono, mille soddisfazioni, mille conienti ; ella è fonte a d'ogni nostro comodo, d'ogni nostro vanlaggio, d'ogni no- li stro bene; nelle prosperila ci accompagna ; nelle infelicità a non ci abbandona; partecipe de' nostri beni e de' nostri a mali, fa quegli essere maggiori e più cari, questi minori a e più lievi a sostenere » (Tom. 1, Diss. 20). 10. Dalla Somigliamo e Dissomiglianza si trae parimente copia di gagliardi argomenti, giovando esse a porre in più chiara luce la conformiti) o difformità che intercede tra la cosa che trattasi ed altre che trascelgonsi al paragone. Ve- dasi quanto opportunamente Tullio sì vale della somiglianza : a Quis nostrum tam animo agresti ac duro fuit, ut Roscii « morte nuper non co m movere l ur ? qui cum esset senex a mortuus, tamen propter excellentem artem ac venustatem, « videbatur omnino mori non debuisse. Ergo ille corporis « motu tantum amorem sibi conciliarat a nobis omnibus: « nos animorum incredibiles molus, celerilatemque inge- « niorum negligemus? » (Orat. Pro Archia Poeta). Dalla dissomiglianza poi balza per la legge dei contrapposti più spiccala la ragione della lode o del biasimo. Appare mani- festo nell'esempio dello stesso Cicerone: a Nara caelerae a arles neque temporum sunt, neque aelalum omnium, <r neque locorum. Haec studia lilerarum ndolescenliam alunt, a seneclulem obleclant, secundas res ornanl, adversis per- a fugium et solalìum praebenl, delectant domi, non im- a pediunt foris, pernoelant nobiscum , peregrinantur , rusti- t cantur n (Orat. Pro Archia). E a tal classe possono pure riferirsi que'modi d'argomentare che diconsi a minori ad majiis, come: « Hajorcs nostri saepe, mercaioribus ac navt- a culaloribus injuriosius tractatis, bella gesserunt: vos tot « civium romauorum millibus uno nunlioatque uno tempore necatis, quo tandem animo esse debclìs ? » (Orat. Pro Lege Man. ). Ovvero a majori ad mimts , del quale un breve ma chiaro esempio ce l'offre Terenzio, ove dice: « Quem feret, sìparentem non fert suum? » Quindi ancora quel- l'altro modo che dicesi de'contrarj, che sono ciò che in pit- tura i chiaroscuri. Vuoisi lodar la pace 7 le si contrappongano gli orrori della guerra. Ci giova esaltare gli ameni ozj della campagna? si dipingano !e nnje e i tumulti della citta. Amasi di mostrare la tristizia de'tempi presenti? si tratteggino al vivo le severe viriti di quell'eia che si disse sobria e pudica. Da siffatti contrasti ridonda al discorso luce e vi- vezza, come apparisce nei grandi autori. Vedasi quanto efficacemente Tullio argomenta pei repugnanti a favor di Milone: « Quem igitur cum omnium gralia noluit, hunc « voluit cum aliquorum querela: quem jure, quem loco, n quem tempore, quem impune non estausus, hunc inju- « ria, iniquo loco, alieno tempore, periculo capitis non ■< dubitavit occidere? s. H. Finalmente l'oratore suole magnificare a gran prò della sua causa ciò che no forma il subbietto, schierandone in istretlo ordine dinanzi agli uditori gli aggiunti e le cir- costanze, affinchè da ciò che precedette, accompagnò e seguì il fatto, si chiariscano sulla natura del fatto medesimo. La Miloniana n'è un esempio quasi continuo. Allorché l'oratore vuol persuadere a'giudici essere slato Clodio l'insidiatore,'; incomincia dall'esporre gli antecedenti, dicendo: « llle erat, « ut odissel primum defensorem salutis meae, deinde « vexatorem furoris , domitorem armorum suorum. . . Palam e agere coepit, et aperte dicere, occidendum Milonem ». Quindi novera ad una ad una le circostanze di tempo , di luogo, di persona, di mezzi ec: e finalmente moslra i conseguenti, dipingendo a vivi colori il ritorno di Milone a Roma con ne! volto la sicurezza dell'animo, a testimo- nio di sua innocenza, concludendo: « Magna vis est con- fi scientiae, judices, et magna in ulramque parlem, ut « neque timeant , qui nihil commiserint, et poenam sem- « per ante oculos versari pulent, qui peccarint ». Le cir- costanze poi le quali sogliono essere relative o all'agen- ti igife ed bjr  te, o al luogo dell'azione, o ai cooperatori, o al numero delle volle, o al fine, o al modo, o al tempo in cui venne l'azione compiuta, si leggono comprese nel seguente esa- metro: « Quia, quid, ubi, per quos, quoties,cur, quomodo, quando ». 12. I luoghi topici altresì, che si dissero estrinseci, for- niscono, a chi sa ben usarli , larga sorgente di -prove, e tanto più valide, quanto maggiore è l'autorità donde si traggono. Irrepugnabili pertauto sono gli argomenti di testimonio di- vino attinti dai libri rivelati; poderosi quelli di testimonio umano o desunti dalle scritture di coloro che sono univer- salmente tenuti per sommi in divinità e in filosofia, o tratti da carie d'indubitata autenticità; autorevoli quelli che ne somministrano le leggi, gli slatini e le storie, che lengonsi ornai per fededegne; gravi sarebbero eziandio le prove de' de- posti giurali, se l'umana malizia non osasse talora per la esecranda sete dell'oro, o per abominevole empietà profanare la sanlilà del giuramento per gli stessi Gentili inviolabile; onde- il Tragico nostro non senza ragione esclamava: o A giurar prcsli i menlilor son sempre ». Da tutto ciò pertanto si fa manifesto, come maneggiando sagacemente i fonti intrinseci ed estrinseci degli argomenti, può l'oratore valersene siccome d'armi di offesa e di difesa; ma guardisi dai crearsi delle regole dell'arte altrettante pastoje, tra le quali resii compressa la molla eccitatrice della vera e grande eloquenza. Non dimentichi che questi luoghi suggeriti da'retori, appunto perchè comuni, possono com- parir troppo logori, se l'arte non ben lì nasconde, o non dà loro una cerl'aria di novità. Lo che gli verrà falto, se saprà valersene come di guida nello studio del suo argo- mento, tanto che ne senta ripiena la mente ed infiammato il cuore, essendo vero l'antico assioma che dice: Pechts est quod disertos (aeil et vis mentis ». Siccome la forza d'un esercito in battaglia non sta nel solo numero de'soldali, ma nel sagace ordinamento delle schiere; nè il bello archi tettonico d'un edificio consiste giìi nell'ornatezza delle parti, ma sì nella loro simmetrìa; così la potenza d'un discorso oratorio non è riposta soltanto nella sodezza de'rilrovali argomenti, nella verità delle immagini e nella energìa del sentimento, ma sibbcne nella ordinata distribuzione delle parti, donde nasce appunto la chiarez- za, il vigore, la durevole ed efficace persuasione. Per la qual cosa ritrovalo che avrà l'oratore ciò che gli gioverà dire intorno al suo tema , gli è d'uopo dare convenevole or- dine alle parli che formar debbono il suo discorso; lo che chiamasi DISPOSIZIONE, dice Ryle – non H. P. Grice! E poiché la nalurà c'insegna , e l'arte ne ha perciò fatto precetto , che chiunque vuole persuadere altri di una cosa , incomincia dal cattivarsene comecchessia l'animo ; quindi espone l'obbietto suo, lo svolge nelle sue circostanze , lo conforta con ragioni , all'uopo ne rimuove le opposizioni, finalmente conchiude o pregando, o promettendo, o esor- tando, o minacciando, secondo che giudica piti opportuno; così le parti del discorso oratorio sono: 1.' Esordio; ì.' Pro- posizione; 3.' Narrazione; 4.' Dimostrazione; Perorazione; le quali tutte gli antichi comprendevano, a fine di giovarne la memoria , nel seguente esametro : « Exorsus , seco , narro , firmo , refello , peroro »'. ■ 15. Nella stessa guisa cho di tulle le ritrovate cose deb- bonsi le piti convenevoli al nostro assunto Irascegliere , ri- gettando le meno salde , le meno proprie , le meno oppor- tune; così non sempre fa di mestieri ordire l'orazione nè con tutte quelle parti, nè precisamente con quell'ordine che sopra indicammo. Sta al savio oratore il discernere quando e dove richiedasi la narrazione, quando la confuta- zione, quando lo stesso esordio , e via discorrendo. Nel comporre il suo discorso abbia sempre volta la mente agli udi- tori , e se vuol questi a sè benevoli , sia ei primo di sè stesso rigido censore , correggendo o repudiando tutto che spiace- rebbegli in altri. Sludii soprattutto la opportunità delle cose da dirsi , acciocché, secondo il precetto oraziano, esponga quelle che deve , a proposito , altre ad altro tempo differi- sca, altre tralasci [A.P., v. 42), essendoché derivi prin- cipalmente dall'ordine l'efficacia e la venusta d'ogni com- ponimento. Premesse queste brevi avvertenze in generale, tratteremo ad una ad una delle varie parli dell'Orazione. Dell'Esordio ti della Proposizione. \ 6. L' Esordio, detto dai Greci Proemio, è la introduzione del discorso, o come lo definiva Tullio: Aditus ad causata. - Siccome buon citarista suole con grato preludio apparec- chiare favorevolmente gli animi alle sue melodie (1); così prestante oratore esordisce con accomodale parole la sua orazione , a fine di procacciare alla sua causa uditori do- cili , benevoli ed aiterai. 17. Gli antichi chiamarono principium quell'esordio , nel quale l'oratore per via breve e spedila entra nel suo subbiel- to, come d'ordinario usava Demostene; esempio imitabile da chi a ragione si affida nella giustizia della propria causa. Di- cevasi poi insinuatio quell'esordio, col quale l'oratore studia- vasi con bello e dignitoso artificio volgere gli animi a favore di sè e della sua causa; e questo principalmente giova, quando si tema negli uditori una qualche sinistra preoccupazione. Egregio maestro n'ò Tullio , come si vede Ira gli altri nel- l'esordio- dell'orazione per la Legge Agraria contro di Rullo. Egli console popolare doveva contro il tribuno del popolo oppugnar quella legge che il popolo lusingava. Il punto era assai scabroso per l'oratore. Innanzi tratto adunque protesta sè esser di lutto debitore al popolo ; non mirare che al mag- gior bene di esso ; non avversare egli tal legge, anzi lodarne i Gracchi ; averla sul primo vagheggiata ei pure, ma esa- li) Qointil. , inU,, L. IV, c 4. minatala piii a fondo averla riscontrala non veramente al popolo vanlaggiosa ; che ne odano pertanto le ragioni : se giuste , rigettino la legge; se no , ei primo stara col popolo per quella. - L'oratore parlò , e la legge fu a pieni voli ri- gettata dal popolo ! Questi esordj , che diconsi ancora tem- perati , sono altresì i piii comuni. 18. Talvolta avviene che l'oratore concitato da qualche rilevante e straordinaria cagione , incomincia improvviso con viva ed infiammata enfasi, sia per atterrire, sia per incoraggiare , sia per trasfondere in altri la gioja ond'è ri- colmo egli stesso. Siffalli esordj chiamansi veementi ed ex abrupto , i quali però vogliono essere brevi e adoperali solo da chi sentesi sicuro di sè , e quando la gravità della ma- teria o delle circostanze veramente lo esiga ; chè sarebbe fuor di proposilo per cosa di picciol momento levarsi a dire si allo. Cosi adoperò Cicerone, quando ei console mentre slava consultando il senato intorno alla minacciata repub- blica, vide entrar nella curia Io stesso Gaiilina. A tanta audacia e i padri e lo stesso console allibivano ; ma succe- duta in questo allo sgomento rapida una vampa di nobile indignazione , avventandosi colla veemenza del fulmine sul comune nemico , proruppe in quel notissimo; Quousque tan- dem abutere, Caldina, palientia nostra eie. Esempj di esordj di tal maniera ci lasciò anche il Segneri nelle Prediche del Giudizio, della Passione e del Paradiso. 19. Tullio insegna dovere l'esordio essere all'orazione talmente congiunto , che paja membro attaccato a tutto il corpo (1), e come dice altrove: Penitus ex ea causa, quae tum agatur, ejfloruisse.. - Potrà pertanto ricavarsi dalle circostanze o del subbielto, o della persona, o del luogo, o del tempo, o anche dello stesso oratore; ovvero da qual- che fatto o dello storico , come non di rado usa il Segneri. Ma, come nota il Corticclli , « il più artificioso si è quello prò- « posto da Ermogcne ( PelClnvens. , L. I, c. 1 ) che lo chia- « ma proemio dell'opinione. Consiste in questo , che l'oratore « conosca la disposizione degli uditori per rispetto alla ma- li) De Orai., L, 11, C. 80.  u teria , della quale si traila , e secondo quella (!* s'insinui a a parlare o lietamente, o mestamente, o cen altro movi- ti mento di passione, conforme alla presente contingenza » (1). In somma ciò che veramente rileva si è che l'esordio abbia stretta attinenza col subbietlo ; il perchè fa d'uopo diligen- temente pensar' prima a ciò che è da dirsi , per quindi trarre argomento d'esordio ; e benché Cicerone avesse già avuto in costume di tenerne apparecchiati alcuni per ogni caso, riconosciutone per le avvertenze di Attico l'errore, stette dipoi col fatto saldo al precetto di far che l'esordio sbocci veramente dall'argomento. Difalti non avvi soggetto che, rigorosamente parlando , non abbia un colore lutto suo proprio; queslo deve naturalmente riverberare nell'esordio: dunque l'appiccare alla meglio un proemio comune a qual- sivoglia discorso è contro ogni regola di ragione. Anche l'ar- chitetto che sa bene dell'arte sua , fa che la facciala indi- chi a prima giunta la natura dell'edilìzio (2). 20. E continuando nel paragone dirò che siccome dalla facciala sogliono d'ordinario i risgtiardanli giudicare del- l'edilìzio , cosi spesse volte avviene dell'orazione, e perchè l'uditore è naturalmente più attento , e perchè formasi più favorevole concetto dell'oratore che fino dalle mosse appaga il cuore e la mente. Devesi adunque nell'esordio usaro no- biltà e limpidezza di siile, leggiadria d'immagini e aggiu- statezza di concetti; bella, elegante e fiorita la elocuzione; sostenuta con grazia e con soavità l'armonia; e ciò che prin- cipalmente rileva, lutto sia conveniente alle circostanze ed alla natura dell'argomento. Agli esordj di ragion tempera- ta, i quali secondo Cicerone vogliono essere verecunda, non elatis incensa verbìs, sed acuta sententiis , ben si adattano le figure splendide e vivaci; le ardenti e gagliarde a quelli veementi , abbenchò qui pure non siavi miglior maestro Mi DtlVEloq. Tose, Giov. Viti, DIs. ì. (2) ■ ...Il dicitore faccia il sua proemio bene e breve e di poche ■ parole ; e che il faccia ch'aro e aperto, ... e che il faccia Dio , che « si accordi col fatto che vuole dire. » F. fìuidotlo. Fior di Rettor. Tr. 1 , g. 13. J Digitizcd t>y Google di retorica <87 del cuore. Finalmente conchiuderò con Cicerone: « Oportet « ut aedìbus ac templis vestitala et aditus , sic causò prin- cipia proportione rerum praeponere [De Orat., Lib. II, §. 79). Cosi l'esordio congiungendo dignità, verecondia, convenien- za, proporzione ad un non so che dì nuovo e di elegante, senza che l'arte per grande che siavi , null'affatto apparisca, renderà gli uditori docili e benevoli; ne richiamerà poi in- tera l'attenzione la proposta del tema , colla quale d'ordi- nario chiudesi l'esordio. 21. La Proposizione pertanto è la sposizione dell'assunto. Questa sia breve , chiara e distinta. Oltre a ciò comparisca naturale alla mente dell'uditore; perocché se sa d'artifizio, ei tosto teme di sorpresa, ponesi in guardia, e cosi addi- viene più restìo alla persuasione. Ecciterà più viva l'atten- zione, ov'abbia eziandio bell'apparenza di novità , guardan- dosi però di non cadere, per amore di questa, nello strano e nel paradossaslico; difetto secentistico, cui lo slesso Se- gneri non tulle le volte seppe schivare. La proposizione, il cut oggetto è di fissare il punto della questione, o è d'un solo membro, o di due, o di tre, i quali si chiamano i punti dell'orazione. Ove la materia da trattarsi possa bene in un solo punto comprendersi, gioverà attenersi, secondo Cicero- ne (1), alla proposizione semplice, siccome quella che celando i punti degli argomenti, meno ancora ne discuopre l'artifi- cio. Quando poi l'argomento lo consenta, siccome una sa- via divisione assai approda e a chi parla e a chi ascolta, potrà bene adoperarsi sull'esempio degli antichi e de'mo- derni. Al contrario perchè riuscirebbe di confusione un numero maggiore di punti , savio è il precello di chi a soli tre li ristringe. Sia la proposizione semplice, duplice o triplice, deve sempre comprendere intera la questione; i punti debbono essere l'uno dall'altro dislinfi ; progressivi tra loro; espressi in proprie e semplici parole. Eccone al- cuni esempj a conferma de'precetti. (0 De Orat., Lib. Il , e. 4t. Proposizione Semplice. « Non è mai utile quello che non è onesto » (1). Proposaime Duplice. o Nelle occasioni prossime di peccare enlriamo soli, ed entriamo già vinti o (2). Proposizione Triplice. « Primum mibi videtur de genere belli; deinde de ma- il gniludine ; tum de imperatore deligendo esse dicen- <r dum d (3). g. 2. Della Narrazioni*. 22. Poiché il savio e prestante oratore ha saputo con- ciliarsi l'altrui benevolenza ed attenzione con accomodato esordio e coll'opportuna proposta del suo tema, scende nel campo delle prove, mercè delle quali si studia d'insinuar negli animi il convincimento che gli deve agevolar la via alla persuasione (ine precipuo ed unico della eloquenza ora- toria. Non di rado avviene, e massime nelle orazioni giu- diziali, che l'oratore trattar deve per prima arme di prova la narrativa de' fa Iti , donde l'esito finale della sua causa in grandissima parte dipende. Per questo i maestri asse- gnarono alla narrazione il primo luogo nella parie dimo- strativa. 23. La narrazione è la storia dei fatti relativi all'argo- mento, quali veramente, o verisi mi I mente avvennero. Essa, secondo Tullio, vuol essere breve, chiara, probabile (*). M) Segnem, Predico sulla falsa politica. (2; Sacro Oratore cilato dal Corticelli. 13} Oc, Pro Lege Manilio. De Inventine, Sarà breve, se s'incomincia, non a gemino ovo, come scherzevolmente dice Orazio (1), ma donde veramente si dee; se si conta ciò cbe è necessario a sapersi, e si tra- lascia ciò ohe, se non nuoce, neppur giova; e se pari- niente si resta, quando si deve; ove si descrivano i fatti secondo l'ordine dei tempi e dei luoghi , ove sì lumeggino con tutte quelle circostanze atte a sparger luce sovr'essi , e non s'ingombrino d' inutili frasche e d'intralciato digres- sioni; probabile, quando la spedizione delie cose sia con- forme al vero , tanto che se in quel modo non avvennero realmente , tuttavia potevano o dovevano essere cosi av- venute; quando si ponga ben mente a serbare la dignità e il carattere delle persone, e la natura delle cose, e si cerchi di seguir più dappresso che si può, la fama e l'opi- nion dei savj. 24. E poiché siamo sulla narrazione, piacerai d'avver- tire qui col Fornaciari (2) coso opportunissinia ai discenti. Narra lo storico, narra l'oratore; ma v'fe divario tra loro. 11 cronista , come pur vedemmo a suo luogo, riferisce sec- camente i fatti; l'autore di commentar] largheggia di più, nè è schivo di fiori; lo storico propriamente detto ama piti o meno di grandeggiare ia dipinture, in descrizio- ni, in arringhe, in filosofiche digressioni; ciascun altro narra secondo che vuole istruire o dilettare ; lutti poi se- condo la nota legge del decoro. E l'oratore altresì ha nella narrazione un'arte tutta sua propria ; imperocché presenta il fatto nell'aspetto che giova al suo fine; trasceglie e ri- leva quelle circostanze che meglio gli approdano; anche in narrando volge talvolta la parola direttamente agli udi- tori ed a'giudici; desta la maraviglia e la curiosità, e poi a non pensato fine riesce ; ora colloqui di persone intro- duce, e muove doglianze, sdegni, letizie, cupidità, e insi- nua frattanto la persuasione , gettando i semi di quegli affetti che intende di eccitarvi a suo tempo ; nè raro è che chiuda con apostrofi, o con epifonemi la narrazione. (1) Art. Poe*, v. 147. (S] Es. di bel. str. inprota. - Narrazioni, noia (. 2!i. Inoltro la brevità che richiedesi nella narrazione oratoria non consiste nelle poche parole, ma nel giudizio- samente schivare la superfluità delle cose. Ciò chiaro appa- risce dall'esempio che in prova n'adduce Bartolommeo Ca- valcanti nella sua Retlorica. « Io andni a cercarlo in corte; « domandai di lui; risposemi un servitore ch'egli era altro- o ve ; parliimi di quivi e tornai in piazza n. La narrazione è breve nella forma, lunga nella sostanza. Certi particolari, certe digressioncelle, certe circostanze o artificiosamente ve- late, o pcnnellcggiate con vivezza di colori, danno alla nar- razione verità, forza ed evidenza : tutto sta nella scelta , per la quale richiedesi gusto e discernimento, e questo e quello s'invigoriscono e si perfezionano collo studio dei sommi esemplari. Leggete Tacito, Livio, e principalmente Cicerone fra i Latini , fra i nostri in sfrigolar modo il Boc- caccio e il Segneri; congiungete alla lettura lungo e fre- quente esercizio, e riuscirete assai felicemente nelle vostre narrazioni. 26. Ove la natura dell'argomento non richieda la nar- razione per prova principale, spesso avviene che l'oratore debba or qua or la nel corso della sua orazione qualche fatto narrare sia per prova secondaria, sia per istruzione, sia per vie meglio eccitare gli affetti a cui mira, sia final- mente per solo diletto. Una tal narrazione , fatta non troppo di sovente, ma sibbene con opportunità, e giusta le regole superiormente assegnate, riesce di grande e bell'ornamento, al quale un altro pur se n'aggiunge, ed è la descrizione o ipotiposi di persona, di cosa, di tempo o di luogo. Questa sorta d'amplificazione assai giova, perchè ponendo quasi sot t'occhio le cose, e molto valevole a vivamente commuo- vere ; se non che vuoisi ancora in questo grandissima so- brietà, adoperando l'ingegno descrittivo solo quando il richieda l' importanza della cosa, e l'effetto finale dell'ora- zione, disconvenendo alla dignità oratoria ì'inlertenersi ad ogni piè sospinto a dipinger minutamente turbini, rovine, pestilenze, battaglie e che so io; imperocché descrivere non è persuadere, e il giudizio della causa, dirò con Dio- nigi d'Alìcarnasso, non pende dal ben descrivere una lem- pesta ; onde queste non sono talvolta clic vane pompe e prodigalità dell' ingegno (fieffor., p. 452, ed. cit.). 27. Ben d'ordinario alla narrazione viene soslituiia la spiegazione o definizione oratoria del soggetto, o una ben distinta sposizione dello stato della controversia. Molto rileva al successo della causa il por bene fino' dalle mosse la questione; [>er la qual cosa fa d'uopo studiarla a fondo ed in ciascuna sua parte, e premerne, come suol dirsi, il succo a fine di giitar salde le fondamenta. Questa importantis- sima parte dev'esser del pari breve, chiara , spiccata ed espressa in parole semplici e proprie per cessare ogni falsa intelligenza ed anfibologia. $. 3 Dulia Dhuosl t'aziono. 28. Esposto che ha l'oratore per via di narrazione o di spiegazione quanto repula opportuno al proprio assunto, gli corre strettissimo obbligo a ben convincerne gli uditori, di provare la verità di quanto afferma o nega, con argomenti sodi, probabili e concludenti , nel che consiste appunto ciò che chiamasi Dimostrazione. A tal uopo adunque richiedesi principalmente ampia suppellettile di non comune dottrina, lucid'ordine d'idee, giudizio logico, grande sagacità e sot- tile accorgimento. E poiché l'oratore devo provare ora la verità e giustizia del proprio asserto , ora la falsila ed in- giustizia dell'altrui, la dimostrazione dislinguesi in Confer- mazione ed in Confutazione. 29. La confermazione , secondo Tullio, e quella che dà all'orazìon nostra fede, autorità e fermezza (1). Essa è tutta quanta riposta nell'ordine e validità delle prove , le quali tanto più avranno efficacia di convincere, quanto più ap- pariranno onesLe, vere, legillime, spontanee, tratte dalle stesse viscere dell'argomento e dai fonti d'una sana filo- sofia, oltre a quelle opportunamente desunte dai luoghi reltorici superiormente notati. L'ordine in cui vogliono gli argomenti esser disposti, non può ricevere regola certa, se (1) De Invsn. L, k I. non dalla prudenza dell'oratore; imperocché ora gioverà se- guire il precetto di Tullio , che stima doversi collocare i più. poderosi nel princìpio e nel fine, i men forti nel mezzo , essendoché le impressioni prime e le ultime scolpendosi più addentro negli animi, meglio ne accertano la vittoria; ora converrà attenersi all'avviso di coloro che reputano mi- glior disposizione essere quella, ove le prove vanno fino alla fine crescendo di forza e di valore , perocché anelan- do , direbbe il Pari ni , con colpi ognor più gagliardi l'altrui volontà, questa alfine cede alla forza irresistibile d'un'elo- quenza die più e più da ogni parie stringe ed incalza. Ed in questo, ben nota il Corlicelli, « è mirabile il P. Se- a gneri , il quale distribuisce si acconciamente le sue « prove, che non solamente cresce l'orazione, ma acquista a sempre forza maggiore , » come il torcolo che quanto più cammina, più strigne. per valermi delle espressioni dello stesso grand'oratore. Oltre a ciò talvolta gioverà inco- minciare da generali proposizioni , per indi destramente di- scendere ai particolari; tal'altra varrà meglio il contrario. In somma la natura dell'argomento, la qualità e le dispo- sizioni degli uditori, la condizione dei tempi, dei luoghi e dell'oratore medesimo, pUranno meglio d'ogni precetto ad- ditare la via più sicura nella disposizione degli argomenti^ 30. La confutazione, che in sostanza altro non è come nota Cicerone, che un vie meglio confermare la nostra sen- tenza , oppugnando l'altrui, consiste appunto nel chiarire con dimostrazioni dialettiche la falsità degli altrui argo- menti o nel disvelare il sofisma 'delle addotte obiezioni ; e se tanto non si può, nell' indebolirne almeno le prove, mo- strandole nè salde, uè legittime abbastanza , e meno delle nostre probabili ; indirettamente poi, dissimulandole col si- lenzio, quasi le ragioni dell'avversario poco o nulla meri- tino di risposta. Per questa confutazione indiretta però, fa di mestieri che l'oratore sia ben sicuro delle proprie ragio- ni , e apparisca patente la debolezza delle altrui. Gagliarda sopra tutto è la ritorsione, onde si rivolgono contro l'av- versario i suoi stessi argomenti , quasi strappandogli di mano le armi per ritorcergliele contro. Fa bel giuoco altresì DI nr.TTOiiiCA ^93 nella confutazione una spiritosa inattesa domanda, un molto arguto, con bel garbo lanciato in mezzo alla (juestione, es- sendo pur vero che o Ridiculum acri u Fortius et melius magnas plerumque secai res » [1 ) ; se non che devesi ciò usare dove convenga, a proposilo e assai raramente. 31. La confutazione dalla quale, com'è manifesto, dipen- de il più delle volte il trionfo (iella causa , e di grandissimo momento, e forse è la parte più scabrosa dell'orazione. Vi si richiede pertanto somma acutezza di giudizio, non ordi- naria destrezza , piena cognizione della causa, e diritto ar- gomentare, per assalir con vantaggio, prevedere a tempo i colpi dell'avversario, stringerlo sì, che più schermo non abbia, oltre a non porgere mai scoperto alle offese il fianco. Al discernimento poi dell'oratore sia la scelta del luogo, dirò cosi, del combattimento-, perocché ora gioverà ribattere sul bel principio le opposizioni , come fa Cicerone nella Milo- niana ; ora provar prima la nostra proposizione, per ribat- ter l'altrui, come lo slesso Tullio fa nell'orazione per la legge Manilia ; finalmente, ove cada in acconcio, eziandio qua e là per l'orazione medesima. Più dei precetti qui pure varranno gli esempi che no diedero nelle loro orazioni l'Oratore romano c il P. Segueri. 32. Resta a dire della espressione degli argomenti dello due parti della Dimostrazione. I retori tolsero dai dia- lettici le forme □ maniere di argomentare, le quali si di- cono: Sillogismo, Entimema, Dilemma, Sort'te, Induzione ed Esempio. Il Sillogismo si compone di Ire proposizioni , la prima generale, la seconda particolare, la terza illativa. Esempio di sillogismo logico : 1." Nihil est quod ralione et numero moveri possil sine Consilio ; ID Or**., Sai. X, L. I.  2. " Constans ordo siderum neque naturate, neque for- lunam significai ; 3. " Ergo dividiate moventur. L'oratore ben di rado si vale di questa maniera secca e recisa; ma la dilata, la spiega e la illustra con addurre le prove delle sue premesse; laonde cambia il sillogismo in Epickerema. Tale sarebbe il testé addotto esempio, espresso come loggesi in Cicerone: « 1. Piihil est quod ratione et numero moveri possit sine « Consilio, in quo nibil est temerarium, nihil vanum , ni- « liil forluilum ». a II. Orilo aulem siderum, et omni aeternitale conslanti3, « ncque naturam significai ; est enim piena rationis : neque « forlunam, quae amica varietati constantiam respuit e : « III. Sequitur ergo, ut ipsa sua sponle, suo sensu, ac « diviuilale moveaniur ». {De Nat. Deorum, Lib. II). V Entimema è lo stesso sillogismo con di meno la propo- sizione generale che si tace, perchè facile a sottintendersi, come : a 1. Animi atque ingenii celeres quidam motus, qui el « ad exeogitandum acuii, et ad explicandum ornandum- « que sint uberes, sunt naturae dona»; « 2. Ergo inseri quidem et donari ab arie non pos- « sunt » [Oc. de Orat. I, I). Il Dilemma consta di due proposizioni opposte, ciascuna delle quali è sempre al nostro assunto favorevole. Tal è il seguente di Cicerone : i Confìteor eos (gli uccisori di Cesa- li re), nisi libcralores populi romani, conservaloresque rei- « publicae sint, plus quam sicarios , plus quam homicidas, « plus etiam quam parricidas esse: siquidem est alrocius « palriae parentem , quam suum occidere. Tu homo sa- « piens , et considerale, quid dicis? Si parricidae , cur fi honoris causa a te sunt, et in hoc ordine, et apud po- «■ pulutn romanum, semper appellali ? cur M. Brutus, le « referente legibus est solutus ?.... cur provinciae Cassio et « Bruto dalae? cur quaestorcs additi ?..... atque haec a acla per te; non igitur homicidae; sequilur ul liberato- li res tuo judicio sint [Phii. II).  Il Sartie è una catena di più proposizioni tra loro con- nesse in guisa che l'ima dall'altra dipende; a questo può in cotal modo rassomigliarsi la progressione oratoria, qoal'è a rao' d'esempio la seguente :« Neque vero se populo solum, « sed etiam senatui Iradidit; neque senatui modo, sed etiam a publicis praesidiis et armis; neque his tantum, veruni o etiam ejus potestali, cui senalus tolam rempuhlicam . a omnem Italiae pubem, cuncla populi romani arma com- a miserai « (1). L' Induzione b l'enumerazione di più cose certe e indu- bitate , per quindi inferire dalla certezza di ciascheduna una massima certa del pari e indubitata. Ne tolgo da Ci- cerone l'esempio : « Domus ea quae ratione regitur, omni- o bus instruclior est rebus et apparaiior, quam ea quae « temere et nullo Consilio adminisiratur; exercitus is, cui « praeposilus est sapiens et callidus imperalor , omnibus « partibus commodius regitur, quam is, qui slultitia et te- « meritate alicujus administralur. Eadem navigii ratio est, « nam navis optime cursum conficil ea, quae smentissimo « gubernatore utilur. Ergomelius accuranlur, quae Consilio « geruntur , quam quae sine Consilio administrantur » [2). L'Esempio argomenta da un particolare ad altro pari- mente particolare , come : a Ilomerum Colophonii civem esse a dicunt suum, Chii suum vindicant, Salamini] repelunt, a Smyrnaei vero suum esse confimi ant.... Ergo illi alienunij a quia poeta fuit , post mortem etiam expetunt: nos hunc o vivum, qui et volunlale et legibus noster est, repudia- ci bimus ? a (3}. 33. Ogni argomentazione oratoria può per via d'analisi ridursi sempre ad alcune forme, dialettiche, le quali sono al discorso ciò che al corpo umano i nervi e le ossa, d'onde all' uno e all'altro la saldezza e la forza. Ma poiché la bel- lezza al corpo deriva dalla polpa e da! sangue che per le vene scorrendo traspare nel vivo incarnalo , cosi all'ora- zione viene mirabil leggiadria dalla copia e dalla freschezza (1) Oh*t , Pio MiIbtw. <2j De Invcnt., Lib. I. (3] Orat., prò Architi,  El.lv 11 ESTÀ Iti delle tinte che a larga mano l'eloquenza vi spande, mercè di quell'artificio che noi chiamiamo Esumazione. E qui ba- sti delle forme dialettiche, di cui non abbiamo dato che cenni, essendo ufficio delle logiche discipline guidare l'in- telletto per tutte le vie del diritto ragionare, e a queste noi rimandiamo gli studiosi che alla nobiltà del dire amano, come debbono, di congiungere la giustezza dell'argomenta- re , risi Tinnendomi ad avvenirli con Tullio che: line re nulla vis verbi est (1). Riprendiamo adunque il filo dei pre- celti che all'arte nostra convengono, e trattiamo alquanto della Esornazione. 34. Al filosofo basta di convincere; non così all'oratore: quindi l'argomentazione filosofica è d'ordinario nuda e con- cisa ; adorna e distesa e per lo più l'oratoria, per il che dal preco Zenone venne quella paragonata alla mano chiusa, questa all'aperta. L'esornazione , che dai Latini dicevasi an- che Fxpositio, consiste pertanto nell'esleiidere ed amplifi- care ciascuna proposizione del nostro argomento con tutte quelle prove e aggiunti che meglio valgono a dar loro ri- lievo , forza ed efficacia. Siccome il pittore traccia le linee del quadro, e poi sotto l' impasto dei colori all'occhio altrui le nasconde, così l'oratore forma nella sua mente il sillo- gismo, e quindi lo distende, lo colora, lo abbella si che la struttura dialettica di quello quasi sparisce. Difalto le tre parti del sillogismo si racchiudono più o meno distesamente e ordinalamenle nelle precipue parli della esornazione, le quali dai retori vengono denominate Proposizione, Confer- mazione, Complessione. Colla prima, che rappresenta la pre- messa generale logica, si espone ciò che vuoisi dimostrare : colla seconda , che in sostanza è la premessa particolare, si rafferma e si stabilisce col ragionamento, coll'aulorilà , cogli esempi, la proposizione; coll'ultima che può dirsi la illazione , si raccolgono le parli dell'argomentazione a fine di conchiudere con brevità e con forza il discorso. E sic- come nò anco il filosofo ragiona sempre sillogizzando nelle forme e uell'ordine logico, anche meno si lega a tali regole (4) Orai ad M. Brutum.  l'oratore, tanto all'uno e all'altro sta a cuore la varietà del dire, facendo ambedue, come torna lor meglio, scaturire ta- lora la proposizione dà dimostrarsi dalle ragioni e prove che le si premettono. 35. L' Esornazione poi entra, com'è chiaro, in tutto il discorso, ma particolarmente in quelle parli che meglio deb- bono scolpirsi nella mente degli uditori ; quindi su queste l'oratore insiste presentando la stessa proposizione sotto più aspetti , e dichirandola e con figure e con immagini e con ogni maniera d'amplificazione che crede più valida. Uno fra i tanti esempj che porge Cicerone, basterà a ciò compro- vare. Ecco iì suo sillogismo: a È da giudicarsi insidiatore « colui a prò del quale torna la morte dell'ucciso; ma la « morte di Milone era grandemente utile a Clodio ; dunque' a Clodio fu l' insidiatore ». Ora vedasi come l'oratore adorna ed amplifica la sua proposizione: « Quonam iaitur pacto a prohari potest, insidias Miloni fecisse Clodium ? Salis est « quidem, in ilia tam audaci , tam nefaria bellua , docere « magnam ei causam, magnam spem in Milonis morte pro- li posilam, magnas utilitales fuisse. Itaque illud Cassiauum a cui borio fuerit, in his personis valeat ; etsi boni nullo « emolumento impelluntur in fraudem, improbi saepe par- ti vo. Atqui, Milone interfeelo, Clodius bnc assequehalnr , a non modo, ut praetor esset, non eo consule , quo sceleris « nihil facere posset : sed eliam ut his consulibus praetor i esset , quibus si non adjuvantibus, at connivenlibus certe , « sperasset se posse rempublicam eludere in illis suis cogi- n tatis furoribus etc. Ergo etc. » (1). 36. Finalmente consistendo l'esornazione nell'amplificare cogli splendidi colori dell'eloquenza gli argomenti dialettici d'ogni specie, e pregio dell'opera avvertire, che questi non si stemperino entro a un mar di parole, acciocché non per- dano di loro efficacia ; che si usi veramente l'amplificazione per rilevare e porre nella più chiara luce lo cose sia per la loro grandezza, sia per il loro contrario, tanto però quanto lo meritano e non più; che essa in fine si adoperi (1j Orai. Pro Milone. come vuol Cicerone, in guisa che divenendo una più grave affermazione del nostra assunto , viemeglio fede procacci all'oratore, attragga gli animi degli uditori, e meglio li di- sponga alla persuasione. §. 4. Della Perorazione. 37. È molto il ben cominciare; mollo più l'esporre chia- ramente lo stalo della questione , nitidamente spiegarla , con validi argomenti stabilirla; ma se tulio ciò basta al convincimenlo , non basta al vero e pieno Irionfo dell'ora- zione: questo è riposto nella grande e diffìcil'arle di muover gli affetti, donde la persuasione, pregio e fine principalis- simo della eloquenza ; per la qual cosa lo stesso Quintiliano diceva : <t Non enim solum oratoris est (lacere , sed plus elo- « quentia circa movendum valet » (1). 38. Qucsla parte di si gran rilievo periamo fu della Perorazione, quasi dir si volesse il sommo dell'arie (2). Essa consiste nell'accorta trattazione degli affetti ; e comecché l'oratore cerchi per questa via d'insinuarsi negli animi de- gli uditori dovunque meglio gli torna, anzi quando gli viene dallo stesso argomento suggerito; nulladimeno la Perora- zione veramente grandeugia in lulta la sua potenza dopo la parte dimoslrativa , acciocché la volontà si pieghi a seguir quello cui approvò già l' intelletto. E poiché due sono le cose che, secondo Tullio, rendono ammirabile l'eloquenza, il costume cioè, e Y affetto , in quo uno, siccome egli dice, re- gnai oratio (3) , dello sol quanto basta del primo , ci sludie- remo di dire quanto giova e si può del secondo. 39. Ripetiamo qui pure : Caput artis est decere. E il de- coro che qui si ricerca si è quello di adattare il discorso alle persone e aìempi. Devesi adunque dall'oratore por mente alla diversa condizione degli uditori , e secondo il costume di questi adattare cose e parole. Mi /«il». , L. IV, c. 5. (2) Peroro, verbo composto da oro e dalla prep. per, che dai La- lini si apponeva ad esprimere perfezione, compimento ee. .31 Orai, ad Brutui». DigitizGd by Google DI HETIOHICA 199 Ai grandi pertanto , il cui costume io generale è l'ambi- zione e l'alterezza , l'oratore parlerà della gloria d'illustri imprese, e dell'almo splendore della virtù , serbando diguilà. nella lode e nel biasimo , senza blandizie del pari che senza Ai dotti, che per costumo sono avidi di fama e di scien- za , parlerà con nobile modestia, sponendo con gravila di argomenti e con dovizia dì dottrina le cose , in dettato suc- coso e corretto. Ai plebei, il cui carattere è grossolano, superstizioso, facile ad ogn' impressione, parlerà istruendoli per via d'im- magini e d esempj C0H amorevolezza e con semplicità , e so- prattutto quasi nel loro proprio linguaggio. Coi vecchi, iì costume de'quali è lento, guardingo, ti- mido , recessivo , tenace negli slessi pregiudizj, si mostrerà l'oratore debitamente rispettoso, prudente ne' consigli , so- brio nelle figure, parco di parole; e mostrando di non voler far da mueslro a chi può insegnare a lui , si studierà di de- stramente condurli al suo fine, inspirando in essi b giuste speranze o giusti timori. Coi giovani, il costume de'quali è immaginoso , ardente, cupido di novità, passionato, l'oratore userà splendide im- magini , e generosi sentimenti , eccitandoli alla emulazione delle lodevoli opere, colla speranza d'onore c di gloria , e ri- traendoli dai pericoli della lusinghevole eia col candore d'una pacala dolcezza. Colle donne, finalmente, il cui costume e la pietà, il sentimento , la leggerezza , userà il linguaggio del cuore e della fantasia , chiaro e forbito , e colle vivaci dipinture del bello e colla gentilezza dei modi , spiegherà loro il buono e l'onesto, e le vie di s' abilmente conseguirlo. Olire a ciò a ben serbare il costume in generale fa d'uopo di profonda ed eslesa cognizione del cuore umano , la quale si acquisla soltanto nel gran libro della esperienza ; gioverà tuttavia non poco lo studio delle morali discipline, siccome insegna a tal proposito il Venosino : a Rem tibi Socraticae poterunt oslendere chartae » (1). 40. Tracciatele vie che meglio guidano al cuore, dicia- mo delle armi, sole valevoli ad espugnarlo; e queste sono gli affetti, nella cui trattazione si pare quanto può l'elo- quenza. L'affetto, o passione che voglia dirsi, è quel movi- mento, o come dicevano i Latini, quella perturbazione dell'animo, che investendo tutto quanto l'uomo ne signo- reggia il pensiero e l'opera. Ogni affetto s'ingenera dal pia- cere o dal dolore. Nascono da quello Vamore, la speranza, la gioia, la maraviglia; da questo Vodio, il timore, la (ri- stezza, Vinvidia; in generale rie deriva ogni aspirazione dell'anima verso tulio ciò che l'appaga, ed ogni repugnanza verso tutto ciò che l'attrista; e a questa e a quella essa d'ordinario vien traila più che dal giudizio, dal senlimenlo; donde l'errore che non di rado la delude nelle sue brame, e la devia dal giusto e dal retto. Ma lutto questo piti co- piosamente si altinga ai fonti dell'Elica che di suo proprio diritto ne tratta alla dislesa. 41. Si sa che vana opera farebbe chi presumesse di dettare regole certe a ciò che naluralmenle all'arte repu- gna , quali appunto in sommo grado sono gli affetti. Con- tullociò se non vani riescono certi generali principj in logica e in poesia a chi buon senso e felice ingegno da natura sorlt, nò meno saranno da reputarsi inutili certe generali avvertenze alle ad agevolare la trattazione degli affetti me- desimi per chi nacque con un cuore capace di gagliarda- mente sentirli; in caso diverso sappiamo benissimo che a nulla gioveranno, come appunto mille dialettiche e mille poetiche non faranno mai un buon pensatore nè un buon poela , se prima la natura non ve ne ha posto i semi. 42. Perchè adunque l'oratore infonda, per dirla con Dio- nigi d'Alicarnasso, come nel corpo l'anima, nelle cose l'af- fetto (2;, fa di mestieri che primo lo senta profondamente (i] Ari. Poe!., v. 3i0. it) Art. Rettor. dentro se stesso; e ciò gli avverrà, se Tarassi o considerar rettamente por ogni verso il suo suhbietlo , e così scorgen- done tutta quanta la giustìzia o la iniquità, la bellezza o la turpitudine, l'utile o il danno, la nobiltà o l'abiezione, e va dicendo, si ecciteranno nell'animo suo movimenli d'entu- siasmo per tutto ciò che è retto e glorioso, d'indignazione pel suo contrario, e il cuore per tal modo agitato gli porrà sulle labbra il suo ardente linguaggio. 43. Ora quelle stesse cagioni per le quali si sonte viva- mente commosso egli medesimo, ponga altrui dinanzi agli occhi, e negli animi desterà a un dipresso simili movimenti. L'amore è il primo degli umani affetti. Tutto ciò ebe piace, che lusinga , che impromctle felicità, eccita l'amore , e vie- più vivo ed ardente, quanto più rari, più splendidi c più perfetti ne appariscono i pregi di bellezza , di grazia e di bontà. Dipingere adunque con animati colori siffatte doli , esaltarne l'eccellenza, magnificarne i beni o già conseguili o che se ne sperano, sono mezzi ben otti a risvegliare in altri l'amore e gli affetti a questo affini, voglio dire, l'ami- cizia, la gratitudine e la benevolenza. Vedeto come Virgi- lio dipinge la sua Didone, a fine di scusare nel suo eroe quell'amore che fu per ritrarlo dal cammin della gloria. Essa bellissima , tenera , generosa , ospitale; quasi direi che Amore cosi la delincò nel cuore del poeta, e questi la colori colla magia de'suoi versi. 4i. VOdio e l'affetto contrario; quindi si eccita cogli argo- menti contrari a quelli , onde muovesi l'amore. Il rappresen- tare pertanto al vivo la sozza immagine del vizio orgoglioso, iniquo ed abbietto; i mali già sofferti, o che pur si soffrono o che si temono, è mezzo attissimo ad accendere contro l'autore di questi giusto odio ed abominio profondo. I.e tinte del quadro però siano forti e gagliarde, ma non troppo cariche si che non tolgano fede al vero. Bellissimo è il celebre esempio che ne porge Tacilo nella Vita d'Agricola, dove Galgaco eccita i suoi all'odio de' Romani , cosi dipingendoli: « Raplores orbis, o postquain cuncta vastantibus defuere terrae, et mare scru- a tanlur : si locuples hoslis est, avari: si pauper, ambitiosi: « quos nonOriens, non Occidens satiaverit: soli omnium, o opes atque inopiam pari affeclu concupiscunt. Auferre,  i( trucidare, raperà falsis nominibus imperium: alque ubi e solitudinem faciunt, paeem appcllant. Liberos euique ac a propiuquos suos natura carissimos esse voluit: hi per e delectus alibi sorviluli aufcmnlur. Conjuges, sororesque « et si hostilem libidinem effugiant, nomine amicorum alque « hospiLum polluuniur. Bona, fnrlunasque in Iributum « egerunt; in annonam, frumenlum. Corpora ipsa ac manus, o silvis ac paludibus emunicndis, verbera intcr ac contu- a melias, conlerunt. Nola sorviluli mancipia semel veneunt, « alque ullroa dominis alunlur. Brilannia sorvitulem suam e quotidie emit, quoLÌdie pascil o. 45. La Pietà, soave affetto d'ogn'anima gentile, sì desia in noi allo spettacolo della sventura, e se altro non pos- siamo, spargiam per essa una lacrima a conforto dell'infe- lice; e tanto più, se questi è innocente, debole, ridotlo io basso stato, vittima dell'umana ingiustizia, e meritevole di sorte migliore. Si ponga pictosamenle sotto gli ocelli al- trui la grandezza dell' inforiunio sotto cui geme il misero, se ne mostri lo squallore e l'avvilimento, se ne additino! modi di sollevarlo, o almeno si muova per esso l'altrui com- miserazione, che è pure un sollievo in mezzo al peso de'ma- li. Quanta pietà inspira presso Tacilo Agrippina quando dopo la morte di Germanico se ne ritorna a Roma : « Agrippi- e na, quamquam defessa luctu, et torpore aegro, omnium n tamen quae ultionem morarenlur iniolerans, ascendit a classem curi) cineribus Germanici, et liberis, miseranli- « bus cunctis, quod feminn nobilitate princeps, pnlcher- a rimo modo matrimonio intcr venerantcs, gralantesque a aspici solila, lune ferales relìquias sinu ferret, incerta o ullionis, anxia sui, et infelici foccundilate forluoae « tolics obnoxia» {Ann. 1. II). Per la via della pietà s'ecci- tano ancora sensi di mansuetudine e di clemenza verso chi peccò per malizia, e pentito iì proprio fallo confessa, o verso chi fu trailo al delitto da sconsigliatezza, da igno- ranza, o da fatali circostanze. Vedasi con quanl'arte Tul- lio piega a clemenza per H. Marcello l'animo di Cesare. 46. Vira è breve furore, a cui ne sospinge sentita tristizia, e ne infiamma l'anima d'ardeniissima brama di vendetta. Ad aizzarla in altri giova dipingere al "vivo e conci latamente l'ingiùria sofferta e il mal talento di chi l'arrecava. Vedasi con quant'arte Abner presso l'Alfieri si studia malignamene di ridestare l'ingiusta ira di Saul contro David [AL II, se. 1). - Più nobile, e quindi più convenevole all'oratore, è la Indignazione che nasce all'aspetto dell'altrui malvagità ed impudenza, ed c virtù generosa e d'animo grande, ed altresì necessaria a difesa della inerme ragione, della quale perciò S. Tommaso chiamò satellite lo sdegno, e il Tasso cantò: " Sdegno guerrier della region feroce » [1). Dipingete adu nque con animose parole l'arroganza e la sfron- tatezza congiunto alla malizia ed alla viltà, e sdegnosi come Tullio alla visla di Catilina in Sonalo, e corno Danio dinanzi all'Argenti (2), trasfonderete il vostro magnanimo affetto in quanti han cuore retto ed elevalo. 47. V Allegrezza desiosi iti noi per gioconda novella di lieto evento, o per cessazione d'alcun male, o per inaspet- tato conseguimento di una qualche felicità. La ecciteremo adunque del pari in altri, se rappresenteremo loro con vera espansione di animo il fausto avvenimento, e la grandezza dei beni conseguili; e tanto più , se al grande desiderio di essi non era congiunta che poca o ninna speranza. Vede- telo in Tullio come da ogni parola espande nei padri l'al- legrezza sua, per la partita o fuga di Catilina (31. La tristezza all'opposto discende nell'anima, e di grave accoramento la stringe, al duro annunzio di pubbliche o private sciagure, di rovine e di morti. La vìva dipintura , espressa a (ratti brevi e risentiti, dell'infortunio che ne colpi, ricolmerà per tanto di grave costernazione gli animi altrui, e l'ora- tore li volgerà a sua posta per le vie del retto e dell'one- sto, e ad ogni bell'opera di umanità e di religione. Chi può ridire i salutari effetti clic dovette a'suoi tempi ritrarre il (1; Gers. Lib. C. XVI si, 34. {% Taf., C. Vili. (3) Calili"., II. Esor.  Segneri dalla sua bella predica pel dì delle Ceneri sulla morte? 48. II Coraggio nasce dal senlimento del proprio valore, della propria dignità, del proprio dovere; l'accende la fiam- ma della emulazione, la speranza di gloria e di beni cui l'immaginazione dipinge facili a conseguirsi; l'addoppia tal- volta la slessa grandezza del pericolo fino a convertirlo in audacia. Con questi ed altri simili argomenti Galgaco infonde ne' suoi questo vita! sentimento, spesso cagione a non spe- rala salvezza. « Sublala spe veniae, tandem stimile ani- « mum, tato quibus salus , quam qitibus gloria carissima i( est. Briganles. femina duce, exurere coloniam, expugnare a castra: ac nisi felicitas in secordium vertisset, exuere « jugum potuere . Àn eamdem Romanis in bello virtulem, a quam in pace lascivia») adesse creditis? nostris illi disces- « sionibus ac discordiis clari, vitia hoslium in gloriam « exercitus sui vertunt. .. Omnia victoriae incitamenta prò « nobis sunt: nullae Romauos conjuges accendunt: nulli « parentes fugam exprobraluri sunt: aut nulla plerisque o patria, aut alia est Ne terreat vauas aspeclus: et auri <i fulgor atquc argenti , quodneque legit, neque vulnerai. . . « Hic dux, hic exercitus: ibi tributa etmetalla, et ceterae « servientium poenae: quas in aeternum proferre, aut stalim « ulcisci , in hoc campo est. Proiude iiuri in aciem et majo- * res veslros , et posteros cogitale (1). 49. Il Timore ci preoccupa all'idea di un male futuro, e se il pericolo veramente sovrasta, o la immaginazione Io ingrandisce e lo ravvicina, il timore può spesso divenir paura, affetto che turba e sgagliarda l'animo, stringe il cuore e intorpidisce lutla la persona. Ora animai che più teme e il piit aito alla fuga; quindi quanto saprem meglio inspirar timore, dipingendo minaccioso e grave di tristis- simi mali il pericolo, tanto più lo schiveranno gli «omini, sia colla fuga, sia col coraggio, e quando l'uopo lo richieda, eziandio con quel timore che per poco non è paura. Talvolta magnificando l'eccellenza, la grandezza, il potere che eia- fi) Tacito , Vita di Agric. fi. Zi. DI ItETTORICA 205 scuuo in altri riconosce ed onora, giova ad infondere quel timore di reverenza e di religione, che nu rende ossequenti verso chi n'è degno, e ciò che più. monta, devoti a Dio. Quanto bene Orazio inspira timore nella sua Gala tea , per- chè non s'affidi all'instabile oceano (V. Ode XXI, L. III). Ma oh! come veramente ricolmano d'un santo timore le imma- gini enfatiche dei Profeti che cantano l'onnipotenza e la terribile giustizia dell'Elenio. La qual'enfasi ben imitò l'Al- fieri, dove il sacerdote Achimelch tenta di risvegliare in Saul un salutare timore (V. At. IV se. 4). 50. La Maraviglia nasce in noi alla visla del grande, del raro e dello straordinario , laonde quasi rimanga per essa l'anima assorta , ne restiamo stupefatti ed attoniti. Ove torni bene eccitare in altri un simile affetto, si tratteg- gino ai vivo alti di magnanimità e d'eroismo , o si sorprenda l'immaginazione con grandiose novità , o si scuota la mente con verità nascoste e sublimi. Così Livio descrive l'ammira- bile intrepidezza di Orazio Coclite , nel Lib. II , c. 10 delle sue storie ; cosi Dante dipinge la stupenda visione del carro trionfale de! Grifone misterioso tra il celestiale corteggio nel C. XXIX del Purgatorio; cosi finalmente il Segneri rappre- senta la vision de' Bea li. « Veggendo Dio (ei dice) , non vi a pensate di vedere veruno di questi oggetti che vedete fuori k di Lui. Questi sono creali , ed' Egli increato; questi mate- a riali . ed Egli semplicissimo; questi dipendenti, ed Egli <i assoluto; questi limitati, ed Egli infinito; questi cadu- « chi , ed Egli immortale ; questi difettosi , ed Egli perielio, « E pure tutto ciò che vedete fuori di Luì , immaginatevi <t che voi tosto vedrele, vedendo Lui. Lui vedrete come a solo opera in tutte le creature senza stanchezza, anzi « come tulle in Luì sono per eminenza , nessuna per pro- le prietà.... Vedrete in Lui le perfezioni di tulte le cose , « non vedrele in Lui l'essere di veruna , e però in Lui non a vedrete verun difetlo. In Lui vedrele candore , ma non a tinto di macchia ; in Lui belili , ma non soggetta a scoto- li rimento ; in Lui potenza , ma non ombreggiata da emolo; a in Lui sapere , ma non dipendente da magistero; in Lui « bontà, ma non sottoposta a passione; in Lui sostanza,  « ma non mescolata con accidenti; in Lui vita, ma non do- « minata da morie. Che pi ti ? Vedrete Din (oh voi mille volte « beali!) vedrete Dio » (Pred. X, sul Paradiso, N." 40). 54, Tali sono i principali affetti de'quali suo! esser po- tente eccitatrice quella eloquenza che meritò dagli anti- chi il titolo di flexanima , àtque omnium regina rerum (De Orai. , L. Il, c. 44). Ma la principal regola per la loro trattazione sta nel sentirli veramente e profonda ni ente. Summit, diceva Quintiliano, circa movendas affeclus in hoc posila est, ut movmmur ip&i ( fast. , L. VII, c. 26 ). Convien poi che la loro espressione sia quale la natura detta all'uo- mo passionalo , sul cui labbro odi dogliose parole , so egli e a (Hit lo , festevoli se allegro, veementi se corrucciato; e pa- rimente vi riscontrerai figure ora pietose, ora gagliarde, ora gaje, or aspre, sccoiidoche l'anima gli trabocca d'amore o d'ira, di gioja o di tristezza. E tu di leggieri ne imiterai il linguaggio, se da simili affetti bai veramente il cuore commosso, perchè « ....format natura prius nos inlus ad omnem « Fortunarum habiuim ». (Ob.A.P., v. 199 e *Sgi}« e in lai guisa teco si commoverà l'uditore , essendo naturai legge che a Ut ridentibus arrident , ita flenlibus adsunt a Humani vullus ». (Oa. A.P., v. 404 }. Soprattutto è da guardarsi però che non vi si scorgano fiori d'arte , non lisci , non raffinatezze , vuoi di parole , vuoi di concetti , bastando talvolta a desiare maggior pietà un'im- magine semplice e breve, ma vera, qual'è questa compas- sionevole della morte dell'Argivo Antere presso Virgilio : « Stemi tur infelix alieno vulnere , coelumque « Adspicit , et dulces moriens reminiscilur Argos a. ( Am., L. X). DMbad tiy Google DI RETfORICA 207 Finalmente il linguaggio dell'affetto , essendo in generale animato ed ardente , è parco di parole , vago d'ellissi e di brevi periodi, e (Tu n'armoni a spesso rolla e concitata. Ap- parirà poi maggiorili e nte vera la passione , quando non sia spìnta olire i giusti e naturali suoi limiti ; imperocché, come nota il Blair , i moli fervidi essendo troppo violenti , non possono esser durevoli. - li qui basti intorno agli affetti , de'quali il solo e miglior maestro è il cuore , e certo nè Aristolele insegnò a Virgilio il pietoso lomento della madre d'Eurialo (Aen. , L. IX, c. 484 ), ne Brunello Latini inse- gnò all'Alighieri la terribile scena del Conto Ugolino ( In- ferno , C. XXXIII ]. 32. Se molt'arle richiedesi all'oratore a ben incominciare il suo discorso , non meno certamente gliene fa d'uopo a ben concluderlo; imperocché da ciò in gran parte dipende il buon esilo della sua causa. Siano pertanto dalla esposi- zione delle cose e dalla forza degli argomenti appieno con- vinti della sua ragiono gli uditori ; ne siano del pari com- mossi gli animi per l'ardore e per la veemenza del senti- mento ; tuttavia non ne trionferà pienamente l'orazione , se non li siringe e li preme con una ben adattata conchiu- sione. Questa può farsi o continuatamente per perorazione, o per epìlogo. Se l'oratore , dalla cui prudenza solo dipende la scelta , giudica quella più opportuna , rìserba per il fine la mozione di quell'affetto che tiene per più gagliardo ed ef- ficace , ed assale con questo gli animi degli uditori, riem- piendoli di piela, di terrore, di maraviglia, di costernazio- ne , siccome meglio gli approda ; se poi o per lo circostanze, o per la natura della causa alla quale più del sentimento giovi il retto giudizio degli uditori, stimi meglio rivolgersi ancora alla ragione, rianderà per sommi capi l'assunto e gli argomenti principali del suo discorso , nel che appunto con- siste l'epilogo. In quesla enumerazione pertanto, in cui si raccoglie in poco ciò che distesamente fu dello , si richiede chiarezza, brevità, ornala eleganza ed armonia, acciocché meglio nella mente si raffermi il convincimento, e l'animo ben disposto rimanga mercè la dolcezza delle ultime impres- sioni. Ove poi breve sia l'orazione , o semplice nella testura  delle sue parli, si può di siffatto epilogo fare di meno , e tornerà meglio concbiudere con parole o sentenziose , o con- fidenti , o laudative , secondo l'opportunità , sempre digni- tosamente e con grazia. Titolo HI, - Delia elocuzione Oratoria. 53. Della Elocuzione in generalo assai fu detto a suo luogo; qui dunque basterà poche cose notare che special- mente riguardano il discorso oratorio. il l'oratore o apostolo dell'eterna verità, o maestro di civile sapienza, o assertore della giustizia - , solenni ulDcj, che mostrano con qual dignità comparir debba la parola sul labbro di chi gli assumo. Questa adunque, secondo Ci- cerone, vuol esser grave insieme ed ornala , ed ai sensi ed alle menti degli uomini convenevole ()}. Grave nelle sen- tenze, nelle immagini e quindi nelle parole, nelle metafore e nel periodo, perche tale per fermo s'addice a chi parla e a chi ascolla, del pari che alle materie e a' luoghi ; ornata dì quella maestosa semplicilà che ben si marita al sobrio uso di nobili figure di parole, illustri, eleganti e per dirla con Tullio, prope poetarum [2), perchè il diletto apre alla persuasione il cuore eziandio de' più. schivi; adattata alle persone mercè della chiarezza, delia grazia, del serbalo co- stume, perchè si parla per altri ammaestrare con efficacia, e perchè tal' è la legge indeclinabile del decoro. 54. Oltre a ciò deve l'elocuzione oratoria riuscire gra- dita per varietà ed armonia; imperocché la stessa grandi- loquenza incresce per la pesatilo e monoioua gravità ; laonde il Retore d' Alicarnasso ne avvertiva che: a l'allettar dap- a perlullo gli ascoltatori, lo sceglierei più canori ed eletti o vocaboli, il voler tutti i periodi conchiudere in leggiadra « armonia , e con pompose figure abbellir la dizione , non a è sempre il meglio » (3). 11 segrelo dell'arte qui pure con- ni De Orai., L \, c. ti (8. Ibi. e. SS. [3) Dionigi d'Auc. Della polenta dei dire di Ilemostem; c.17,ed. Cit. sisle nella savia distribuzione degli ornamenti ; e l'oratore che . ben apprese quest'arto, non dà mostra di voler piacere per essi, ma si gli usa, come se nel discorso gli cadessero spontanei, quasi unicamente sollecito delle cose e non delle parole. E benché sembri, come insegna Cicerone, che, mas- sime nel linguaggio degli anelli, sia da adoperarsi una certa maniera di dire più viva e più splendida, tuttavia andrebbe lungi dal vero chi si avvisasse doversi attingere da altre fonti che dal cuore, di cui la semplicità è appunto la sola vera e genuina espressione; e tanto è vero che il Tasso di- ceva : « I soverchi lumi ed ornamenti di stile non solo adom- a brano, ma impediscono e smorzano l'affètto» (i). S5. Finalmente quiinto all'armonia, dirò che se non vale un bel concetto ove di bella dizione non si adorni, neppur si rende appieno efficace ove non si accompagni ancora col- l'ornamenlo convenevole del numero. L'armonia in generale, che può riguardarsi come il tono de' colori in un quadro, fa d'uopo sia grandiosa ed austera, piegando secondo l'op- portuniià ora al piano, ora al forte, ora al paletico, ora al concitalo e veemente. [I periodo pertanto formisi pieno e rotondo, e chiuda in bella e adattata cadenza; prevalga il lungo al breve, ma con grata varietà si alternino fra loro. É da guardarsi però che per amore soverchio dell'ar- monia non si cada nel lezioso, dando al perìodo un numero poetico, come vedemmo aver fatto lo Speroni, e riscontria- mo eziandio nel Panigaroin e nel Tondelli troppo vaghi, il primo degli endecasilhibi, il secondo dei settenari, con danno non lieve della sacra Eloquenza. 06. Concludiamo: grandiosità, gravità, magnificenza dan- no robustezza all'oratoria elocuzione; chiarezza, eleganza e colorilo proprio dellu cose, la fanno risplendere per gra- zia e dignità; armonia svariala secondo l'immagine e l 'af- follo le aggiunge decoro ed eflieacia; le quali doli di bella elocuzione si studierà di accompagnare convenientemente alla copia ed alla elevatezza delle materie chiunque aspira alla lode d'egregio oratore, lenendo nella mente scolpito  Art. Poet, questo avvertimento di Tullio: a !s enim est eloquens, qui « et humilia subtiliter , et magna graviter, et mediocria tem- k perule palesi dicere » (i). Titolo IV. — Della if smorto. 57. La Memoria , questa tesoriera e custode di tutte cose , o da noi inventate o da altri apprese, è dote dell'ora- tore essenzialissima, tanio che Tullio non dubitò chiamarla quasi fondamento dell'oratoria. Che gli vale difatti l'aver dedalo perfetta la sua orazione, se poi non può recitarla qual'è dinanzi a cui deve? qual pena è, non dirò per l'ora- tore, che ciò ben s'iniende, ma per lo slesso uditore, quel titubare incerto ch'ei fa per manco di memoria? e se ciò nuoce al diletto , quanto più non sarà alla persuasione dan- noso? Ma a rincontro a questa e a quello immensamente Conferisce un dire franco e spedito per memoria facile e fe- dele; imperocché cosi l'oratore da ad ogni concetto e ad ogni parola quel gesto che appunto lor si conviene di forma che sembra parli non per isludio, ma come dettano spon- tanei la mente ed il cuore. 58. Eppure questa facoltà, da cui cotanto dipende il buon successo di un'orazione, oh ! quanto di leggieri ne tradisce I E ben avventuralo può dirsi quell'oratore cui non sia giammai fallila la memoria , quando sappiamo che allo stesso Demoslene , per non dire dei Bourdaloue e dei Massillon , si mostrò infedele dinanzi a Filippo. E ciò che " mollo ancora rileva si è che a queslo special dono della natura può l'arie ben poco soccorrere; e se cosa avvi che valga a renderla alquanto più pronta e più sicura è l'assi- duo esercizio, massimamente fino dai teneri anni incomin- ciato. Questo è l'unico precetto che davvero possa tornare utile ai giovinetti. Quanto alla memoria artificiale, così detta per ceni artifici, che a sussidio di essa vengono proposti, non reputo del mio proposito tener discorso, siccome quelli U) C.K., Ad Brutum. |2j Id, De opt, flen. Orai. che poco o nulla approdano ; tanto mono poi erodo debito mio l'interlenermt sui luoghi , immagini, caratteristiche, ed altre simili forme del Sistema mnemonico, basato sul princi- pio psicologico dell'associazione delle idee, perchè i suoi de- cantati prodigj sono anch'oggi tenuti a un dipresso in quel conto in che già toneali Bacone, di cose cioè da prestigia- tori. Titolo V. - Dell'Aitane. , ■ 59. Se Tullio chiamò la Memoria quasi fondamento del- l'eloquenza , disse l'Azione esserne il lume fi); i mediocri oratori vincer talvolta per questa i sommi ; di che fu prova tra noi lo slesso Segneri che di doti esteriori sfornito vide sovente radi gli uditori, che si affollavano intorno a'meno valenti, perchè lui in quest'arte vincevano (2;. Ed invero per beo tre volte addimandalo Demostene che cosa fosse più necessario all'oratore, e per ben tre volte rispose: razione. Se questa adunque tanto rileva, vediamo in che so- prattutto è riposta , e diamone in breve esposizione i prin- cipali precetti. 60. L'azione consiste nell'aggradevole governo della voce e della persona conformemente alle parole ; quindi sono sue parli Pronunzia e Gesto. Dal tono della voce o della sua in- flessione dipende la pronunzia. E primieramente si desidera nell'oratore voce limpida, piena, armoniosa, pieghevole, ac- ciocché ben riesca a colorire il discorso. Precipua dote della pronunzia si è la chiarezza, a conseguir la quale giova in singoiar modo il profferire intere le parole, non Sminuz- zandole , non appannandole, fuggendo del pari la precipi- tazione c la stentatezza. E so in lutto devesi l'affettazione schivare, ben si deve nella pronunzia, serbando quella fa- cilita e schiettezza naturale che tanto giova e piace; e ciò sia detto per noi Toscani ; per quelli il cui accento natio suona scuro, stretto e smozzicato, sarà cosa di sommo H) De opt. gen. Orat. (2| Tihab., Slot.. della Utter. Hai. Voi. Vili, Lih. Ili, g, 11. vantaggio il dar opera d'avvicinarsi quanto più sanno all'ac- cento toscano chiaro, scorrevole ed aperto. Oltre a ciò per riuscire quanto basta chiari a tutti, è bene intonare lìmi dal principio il discorso tra l'alio e il basso, evitando a tulio potere lo sforzo ; e diriger la voce in modo da farsi intendere distintamente da quegli uditori che più distanti ci appariscono: così il tono della voce si alzerà naturalmente a quel grado di forza che meglio richiedesi. 61. La grazia e la [orza del recitare poi dipende perla massima parte dalla inflessione della voce, onde si colorisce colle pause, colle enfasi, co" toni alti e bassi tutta quanta la orazione. Conviene pertanto sostenere fino alla fine il periodo, con tempera odo al sentimento la voce, e modulandola a giusta cadenza . senza cantilena non meno che senza languore, e soprattutto schivando il modo declamatorio. Fa d'uopo inol- tre giudiziosamente distribuire le pause a fine di ben di- stinguere i sentimenti , smorzando a tempo e rilevando la voce; quindi adoperare quel snono pieno e gagliardo , che chiamasi enfasi, in quei traili dell'orazione cui vogliamo me- glio scolpiti nell'animo degli uditori e che spirilo aggiun- gono ed efficacia alle parole. Finalmente assaissimo rileva ■prendere ora il tono pulelico, ora il grave, ora il placido, ora il veemente, secondo l'indole degli affetti; nel che avrai per maestra la natura. Guardati però dell'esagerare 1 affetto medesimo, e nel fervore della passione non dimen- ticare quanto di dignità devi a to slesso, al luogo ed alle persone. «2. L'altra parte dell'azione è il Gesto, che 6 quel mo- vimento del volto e della persona, che alle parole alle quali si accompagna, aggiunge vivacità ed evidenza. Quale debba essere lo sguardo e il volto è inutile a dirsi, chè specchio come sono dell'anima, da per sè stessi si atteggiano secondo gl'interni movimenti di questa. Quanto alla persona discon- viene ogni movenza men grave e il leatrico gesticolare. Unii maniera composta , naturale, e senza studio aggraziata pia- ce e sul pulpito, e sulla tribuna e nel fóro; e quando ancora ne infiamma gagliardo affetto , l'oratore serbando mai sempre nobile maestà e decoro, mostri al di fuori il predominio che pur serba dì sè dentro sè si esso, quantun- que c negli occhi e nel volto e negli alti del corpo e delle mani tutta apparisca la veemenza di quello: perocché gli affetti che elevali sempre esser debbono in pubblico dicitore, hao pure dignitosa e gravo la loro espressione. 63. Poco per avventura sembrerà il già detto in cosa di tanto rilievo; ma penso che luitavia bastar possa a cui natura fu liberale altresì de'suoi doni esteriori, ove a que- sti esso aggiunga attenta e giudiziosa osservazione sui mi- gliori dell'arie, lungo e provalo esercizio sia per ben tem- prare la voce, sia per moderar bene ti gesto, come sappiamo che con grande sforzo fece, e non invano, Demostene; final- mente ov'abbia piena coscienza de! suo solenne ministero. Aut. IV, - Dell'Oratoria In particolare. 1. Ci siamo finqu\ studiali, per quanto ne valevano le forze, di esporre con quella brevità che ci parve piti con- sentanea ad un libro elementare, i prìncipi dell'Oratoria in generale ; ora ci proponiamo di dichiararne in pari modo l'applicazione all'Oratoria in particolare. E poiché l'elo- quenza ora è volta a lode , ora a biasimo; ora a persuadere o a dissuadere; ora ad accusare o a difendere , gli antichi distinguevano l'oratoria in dimostrativa , in deliberativa e in giudiziale. Ma noi intendendo di seguir più dappresso le islituzioni della moderna civiltà; per le quali l'eloquenza sostiene ora le ragioni religiose , ora le civili , laonde il Pul- pito j la Tribuna e il Tòro sono i suoi tre grandi teatri, crediamo piii conforme alla sua presente applicazione il divi- derla in Sacra ed in Civile, e suddivider quesla io Par- lamentaria e in Forense. ■ jff :.) joy Titolo l. — Dell'Eloquenza Sacra. V .fiVrf-V 2. Il fine della Eloquenza Sacra è di persuadere i cri- stiani alla Tuga del peccalo ed alla pratica delle evangeli- che virtù. Essa è dunque di genere Deliberativo. Quando poi imprende a celebrare le gesta gloriose dei Celesti, è di genere Dimostrativo; so ad istruire soltanto, è di genere Didascalico. 3 II fondamento della Eloquenza Sacra è necessaria- mente il Vangelo; le guide sicure i SS. Padri ; i fonti della inspirazione la fede e il cuore; quindi le sono inseparabili compagne verità, magnificenza e semplicità, per le quali si procaccia ossequio, inspira venerazione e si rende a tutti comune. Perchè poi la verità s'insinui profondamente nel- l'animo, e lo muova e a sè lo attragga, e ne forzi la volontà a seguirla, l'Eloquenza Sacra si vale anch'essa degli argo- menti che l'arte umana le fornisce nella filosofia e nella reltorica, mercè di cui dà nervo ed ornamento al suo ra- gionare. Ma siccome severa matrona, se ama le gemme tanto quanto le accrescono maestà e splendore, si guarda da ogni soperchio, e disdegna i lisci e le gale; così la Socra Eloquenza, se alla santità e sodezza delle dottrine vuol congiunte nobiltà e leggiadria di forme, perchè come riflet- teva il Segneri, non può mai capirsi che la ruggine giovi alle armi, rifiuta a un tempo per la sua slessa origine, uso e fine santissimi, ogni eccessivo abbigliamento e lusin- gherà , perchè , corno dice S. Paolo, lutto ciò che titilla le orecchie ritrae dalla verità. Laonde coneluderò col Rollin; « Conciones, ubi verluntur gravissima rerum aeternarum « momenta , quae aut puerilibus senlenliolis lasciviant, « auicasuris, si leviter excutiautur, flosculis niteant, sunt <i velut aes soriana, aut cymbalum tinniens a (1). 4. Dallo quali cose conseguila dovere primieramente l'oralor sacro mirare all'importantissimo fine del suo augu- sto ministero, tenendo come dette a sè stesso le parole in- dirizzale al Profeta: « Ecce constilui te hodie super gentes « et super regna , ut eveìlas , et destruas , et disper- a dns. et dissipes , el aedijices , et pìantes » (Gerem. C. Il) ; quasi a lui sia commesso di sradicare dal cuore umano i rei semi del vizio , ed erigervi un tempio alla virtù. Al qua! fine prenda egli pure il libro grande, il Vangelo, e delti styh hominìs, come fu imposto ad Isaia (C. Vili, 1), (1) Praef. od QuiniUioaum. bellamente accoppiando sanlilà di dottrina a semplicità d'esposizione per l'unico e vero bene di tulio quanlo il po- polo di Cristo. Si proponga quindi, siccome il Segneri, di provare ogni volta una verila , non solamente cristiana , ma pratica, e di provarla davvero (i), e da esso pure apprenda ad attenere a sè e ad altri la promessa, prima col non esser troppo vago d'assunti teologici e speculativi, per la sma- nia di mostrarsi ben versalo in divinila; ina col conformare i propri lemi a quelli del Vangelo; di poi col valersi dei testi limpidi e genuini della Scritturi» e de'sanli Padri, e coll'astenersi da quelle ragioni più vivaci che sode, più va- ghe che sussistenti, ricordando il precetto di Cristo: Vias Dei invertiate doces (S. Lue., C. XX, 21); inoltre col parco uso di svariata erudizione; coli 'a do pera re ad esempio d'un Crisostomo un'elocuzione purgala ed elegante, perchè il parlar nitido a nessuno antico oratore scemò credenza ; in ultimo col portare sul pergamo digniiosa gravila, affettuoso calore, conlìdenza sincera. Pie quesie leggi fo io; ma a sè le prescrisse il Segneri (V. Pref cit). e da esso quasi tutte le ho tolte, non solo per l'auiorilà di chi le dettava , ma principalmente per la loro profonda sapienza, onde penso possano dì grande milita riuscire e alla religione e all'arte. 5. Delineale colla guida di colanlo maestro le orme sulle quali può sicuramente incamminarsi il Sacro Oratore, trat- liamo specialmente della Predica e delle sue parli. g. I. Della Predica. G. L'Orazione sacra d'ordinario s'aggira sovra un lema morale. Qui o si dimosira la turpezza d'un vizio per inna- morare della virtù opposta , o si pone sotl'occhio la bellezza d'una virtù per richiamare dal vizio contrario. Ciò a cui principalmente mirar deve l'eraior sacro sì è d'accon- ciare ì lemi delie sue prediche meglio che sa e può, ai lempi ed alle persone , prendendo a comballere in ispezialtà quei vizj che vi predominano, e a riaccendere ne'cuori la sacra (1j Segneri, Prefai. al Quaresimale. favilla di quello virili clic piti v'illanguidiscono; chè dove la piaga più incrudisce , v'ha d'uopo di rimedj pronti , ga- gliardi e ripetuti. Ne ni Tuie riescono gran fatto profittevoli quei lenii die troppo sulle generali si tengono, elle qu=i.ito all'eHeiio assomigliar si possono a certi farmachi che colla pretensione di lui Lo guarire, lasciano il tempo che trovano. 7. Nè meno vani e inopportuni sono da dirsi quei temi di metafisica c dì teologia speculativa , da'quali il Segneri , come vedemmo, si fe'leg!;e di astenersi , perchè conlrarj al fine propostosi d'inculcare pratiche verità, siccome meglio addieesi all'apostolico ufficio. Colui perla nlo che siffatti lenii s'elegge, va senz avvedersene ben lungi dal segno; imperocché per ehi mai propone coleste tesi scientifiche? pei dolli ? ma oltre che questi sono i meno , o le ammettono e non hanno bisogno di prove; o non le ammettono, ed è ben dolce lusinga il pretendere che per una predica , dove tulio il vantaggio è di chi parla , si spoglino deila loro opi- nione. Forse le propone per gì' indotti che d'ordinario sono i più? ma sarebbe pure il dabben uomo se credesse in manco d'u n'ora addottrinare grossi intelletti intorno a cose su cui egli , com'altri , sudavit et atsit; dunque la scella di tali ar- gomenti muove o da storio giudizio o da vanagloria di scio- rinare rara suppellettile di sottili dottrine, e in tal modo sentirsi dar lode di gran teologo da chi meno lo intese. Ep- pure S. Gregorio Magno, da quel gran maestro che era, diceva: Infìrmìs meiitibus non thbetit alta praedicari; uè i santi Padri adoperavano altrimenti. 8. Il sacro Oratore deve per fermo essere più che mez- zanamente versalo in divinila e in filosofia , ma deve altresì conoscere la grand'arte d'usarne sobriamente ed a propo- sito; a rincalzo delle sue dimostrazioni, non a vana osten- tazione , guardandosi dal convertire la cattedra apostolica in accademica. Se non che essendo pure verissimo che chi ben crede ben opera , non sarà fuor di proposilo , quando i tempi veramente lo richiedano , il cercare di raccendere nei popoli la fede, dimostrandone con nobile semplicità di solide ragioni il fondamenlo, la santità e la bellezza, ac- ciocché scendendo spesso e opportunamente alla pratica , tolga argomento d'insistere sulla necessità del costume in armonia colla fede. 9. Non pertanto da ciò s'inferisca essere utile cosa la trattazione di lenii contro la incredulità e l'eresia. Che anzi l'oratore che parla a uditorio caliolico può e deve crederne in generale pura e retta la fede; perocché questo per lo più. si compone di dotti, di semidotti e d'illetterati. Quanto ai primi , è ornai dimostrato che la vera sapienza va unita a religione salda e sincera. Il guajo e ne'secondi; tra'quali v'ha chi pretende al folle .vanto di Spìrito forte, o chi per lo meno tentenna. Ma oltreché costoro non usano a predica , ove non ve li tragga curiosità per oratore di nomea , nella presunzione di saper lutto, si tengon certi del fatto loro; dileggiano Scritture e santi Padri ; solo ammettono la pura ragione, e ove anche questa un po'lroppo li stringa, scivo- lano per la scappatoja del sofisma : ora costoro per le loro preoccupazioni naturalmente caparbj si lasceranno persua- dere in poco più di mezz'ora da un semplice discorso , e sia qual volete? Per miracolo della Grazia divina lo concedo; per arte umana no. Fra gl'illetterati poi ne troverete forse uno su mille , di fede un po'dubbia ; sicché nè questi abbi- sognano di polemiche, nè sono in grado di capirle; oltre a ciò vi è ancora del pericolo, non forse qualche leggiera nu- voletta s'alzi ad appannare la serenità della loro fede , tanto che v'ha tra' precelti della sacra Eloquenza questo pruden- tissimo del Card. Valerio: fncredulorum argumenta ne com- memorent , ne forte simplicium mentìbus scrupulum ìnjiciant. ( Lib. Il , c. 45 }. Ed in vero il precetto resta altresì confor- tato dall'esempio del Segneri e d'altri sommi , i quali non mai trattarono di proposilo cotesti lemi conlro gl'increduli; e alcuni credettero d'assai il sorprender questi per isbieco e di passaggio , e qua e là con bella e nascosa arte attac- carli, chè talvolta contro l'orgoglioso Filisteo vai meglio delle poderose armi di Saul la fionda di David. 40. Non per questo dovrà il sacro Oratore restarsene muto in faccia agli errori correnti , e lasciare che la zizania dell'uomo perverso cresca nel campo del Signore a danno del buon frumento. È anzi stringente debito suo accorrere, ad esempio de'santi Padri, a' pericoli della scallrila sedu- zione, e far accorti i fedeli del veleno e della mala semen- za , purché sii errori correnii siano o ne'tuoqhì e ricompi* in cui predica. E in simigliami casi fa d'uopo non solo di grande dottrina, ma ancora di non minore prudenza per non Inciprignire la piaga ; inoltro o necessario adattarsi alla capacita dcj piti , e guadagnarsene gli animi rolla semplicità e coU'aflc.lo Quoll'inveiro eia tanta acerbità ed acrimonia; quei lanciare vilipendi e sarcasmi , oltre che disconviene alla buona creanza, e tanlo più a chi bandisce la lepge dell'amore, scema fèlle alla verità , essendo que'modi per lo piti propri di chi ha il Iorio , e l'errore che volevasi combattere , se ne avvantaggia; e tarilo e vero che S. Francesco di Sales dice- va, andargli più a sangue la predica che mostra amore, che quella che s'arma di sdegno, fosse anche per gli Ugonotti [1). 11. Assegnalo il campo entro cui deve e può spaziare la Predica per aggiunger direttamente il line, veniamo alle sue parli. Vuole il Segneri che lino dalla prima parola si serva alla causa con una foggia uon mai dissimile di tessuto, lasciando pure a chi vuole sfogar l' ingegno in proemj disparatissimi, in principi di dire cosi pomposi, che vincano di beltà le pe- rorazioni {$). Se nulla vale l'autorità di sì gran maestro, è chiaro dover l'esordio esser congiuntissimo al tema, e adorno di quella nobile modestia che lanlo l'altrui benevolenza concilia. Giova eziandio un cerio giro ingegnoso che dando aria di novità all'esordio, piacevolmente s'attira l'atten- zione , si veramente che troppo non sappia d'arte. Proceda poi con bella c nobile maestria, splendido per elevatezza di cancelli e d'immagini, e adorno di elocuzione elegante, magnifica c soave. Che se chi ascolla ben s' impromette d'oratore che pacatamente e con grazia incomincia , non. però interamente s'appaga di chi questo fa con troppo lusso d'arte, e con isfoggio di vocaboli sonori. L'aurea semplicilà periamo h la grand'arte di piacere a tulli e sempre. (ti Leti. Spiri!., L. I. (2, Pref Fatta al chiudersi dell'esordio la proposizione dell'as- sumo facile e chiara , ossia dì partizione tripla , ossia di dupla, siccome molti qual più adattata al pergamo prefe- riscono, ossia semplice, come più spesso adoperava il Se- gncri , sempre conformemente alla natura dell'argomento, si dia mano alla dimostrazione , confermando con prove di ragione e di fatto l'assunto, e ribattendo le asserzioni con- trarie, chiarendone la falsità ed il sofisma. E ciò che prin- cipalmente rileva si 6 di por rnenle alla unita del discorso collo svolgere e dichiarare nelle precipue sue parli l'argo- mento, e coll'insislere a lumeggiare tutto quanl'è il vero, ed a conquidere fino ne' più reconditi recessi del cuore umano Terrore, smascherandolo senza tema e senza lusinga in tutta la sua proteiforme natura. 13. Il sacro Oratore, forte nell'evangelico principio che Verbum Dei non est alligatum , faccia sue le ammonizioni dell'Apostolo a Timoteo: Argue, obsecra, increpa in orniti patientia et doctrina (1), e congiungendo soda sapienza a zelo sincero ed illuminato, si mostri non timido amico della verità che bandisce, e di null'allro sollecito che dell'eterna salute de'fìglìuoli di Cristo. Quindi non si smarrisca in vane digressioni o in episodj che nulla rilevano, perocché disviano l'attenzione , raffreddano il cuore, e nuocono all'effetto , o almeno lo ritardano. Oltre a ciò non stia sulle generali, ma delinealo il vizio o la virtù scenda alla pratica, e per la figura che i retori chiamano individuazione , percorra le diverse fasi e condizioni della vita umana; applichi a cia- scuna di esse spicciolatamente le cose già deLte , e vada, come avverte il Fornaciari (2) , a trovare per dir cosi in- dividualmente gli uditori , i quali credendosi quasi come chiamati per nome, vedendo descritto se a sè, sentendosi frugati nei segreti della coscienza non bau luogo a tergi- versare , sicchò trovansi stretti dalia forza della verità e della evidenza a confessare a sè stessi che mala via ten- gono; ed è questo il primo passo nella salutar via del bene. Hi II. ad Tim. C. IV, 8. (2) Es. di Sello scrivere in prosa , pag. 30G noia.  Tal è il gran magistero della parie dimostrativa del Padre Segneri, onde assale, preme, incalza, stringe e conquide l'intelletto:, e si fa strada al cuore. 14. E poiché l'arme più poderosa del sacro Oratore esser dee la Scrittura , qui torna in acconcio spendere al- cuna parola sul modo di ben maneggiarla. Il Libro divino è il principio dell'autorità, la sorgente del vero, il car- dine della eloquenza de! pulpito , e a dir tutto in breve, esso è la voce di Dio. Ma la voce di Dio spezza i cedri e scuole il deserto ()); ciò avverta l'oratore, e l'usi a spez- zare la durezza dei cuori, e a scuotere le anime dal soffio del vizio inaridite; non già a infiorarne la predica a vano solletico delle orecchie. L'usi, come già i santi Padri, non a lusso, ma a prova ineluttabile del vero, a infondere un alito divino nella sua parola. L'usi eziandio opportuna- mente , quando la gravità del concetto la richiede a rin- calzo; quando vuol ridurre l'argomento al grado d'irrepu- gnabile certezza; quando giovi a dare al discorso peso ed unzione. Oltre a ciò le allusioni scritturali vengano facili e spontanee, non trattevi a forza nò ricercate, e soprat- tutto , o si usi per via di citazione o d'esempj, si faccia maisempre nella sua maestosa semplicità, e nel senso unicamente cattolico , e chiaramente spiegandola ove ab- bisogni. Così adoperando , renderà grave ed autorevole l'orazione, magnifico e veemente il suo dire, e l'augusta verità, meglio scolendo i cuori, vi resterà efficacemente scolpila. . - E-Ì8. All'autorità divina quella succedo dei Padri della Chiesa. Siccome depositar] delle tradizioni del cristianesimo, e sicuri interpreti dello spirilo di questo, porgono essi alla sacra Eloquenza lume , forza e sostegno. A questi limpi- dissimi fonti pertanto fa di mestieri che si disseti a lungo il predicatore , a fine d'acquistare la precisione e la ener- gia delle parole conveniente a'misteri che tratta, mercè di quella sicurezza di principi, di quella nettezza d'inse- gnamento e di quella fermezza di espressione, di cui essi 11) Salmo XSVHI. sono siali i regolatori e i modelli (1). Svolga adunque quanto più sa i venerabili esemplari di questi grandi dot- tori , e in ispecial modo del magnifico Crisostomo , del grande Agostino, del soave Bernardo, non che di S. Tom- maso di Villanuova , cui il Card. Maury chiama miniera feconda di ricchi tesori. 16. Può talvolta esser di qualche peso all'argomento che vuoisi dimostrare, l'addurre qualche sentenza d'autore pro- fano , b il riferire esempj di storie parimente profane , pur- ché non facciasi por inulile pompa e a sfoggio d'erudizione. Lo slesso S. Basilio provò in un trattalo essere per l'ora- tore utile e legittima la lettura e l'uso di libri pagani, per- ciocché è la slessa ragione che di per sè senza lume dal- l'alto , rendo testimonianza ed omaggio alla verila. Solo se ne raccomanda la opportunità e la parsimonia, cui non interamente valse a serbare lo stesso Segneri , forse indul- gendo in ciò all'uso che in quella eia stranamente correva. 17. Di rado, diceva il Gozzi, le sacre orazioni fanno effetto, e ciò avviene, perchè l'eloquenza d'oggidì 'viene alla lingua dal cervello e non dal cuore. Io non so se dir si possa lo slesso a'giorni nostri ; solo io so col citato au- tore , che il grande apparecchio degli argomenti e il fiore del parlare melte in sospetto, non tocca; fa maraviglia, non muove; e so altresì che poco è fallo , se non si vìnce il cuore , e che questo solo può vincersi da quella eloquenza che sgorga viva e copiosa dall'anima ; laonde tutia l'arte di muover gli affetti è riposta in questa breve formula di Cicerone: Ardeal , si vult incendere. Arda adunque l'oratore di purissimo zelo per le auguste verilà che bandisce; arda di sublime carila per il ben verace dei popoli ; arda di san- tissima fiamma per la gloria di Dio e della sua Chiesa; e nei tesori d'una fede sincera e d'una ferma speranza nei doni della grazia divina , ritroverà il fuoco di quella elo- quenza , che dolcemente commovendo o irresistibilmente sfolgorando , gli animi attrae , gli scuote , li penetra , gl'in- lìamma e a sua posta li padroneggia. E bastino queste ge- li) Micar, sur VEloq. de la Chaire nerali avvertenze intorno alta sacra perorazione , che assai per !a inozion degli affetti fu detto a suo luogo. 18. A rendere sempre più persuasiva la predica giova assaissimo quel calore patetico che tutta quanta la governa, e che dicesi unzione. Questa nasce dal cuore dell'oratore per profondo convincimento e religiosa pietà, c fa che la parola di lui , o dimostri , o riprenda , o esorli , scenda sempre soave all'anima degli uditori , e vi s'insinui , e li commova sino alle lacrime di compunzione verace. Questo bel trionfo della eloquenza cristiana non già si conseguo per grandezza di concetti o per leggiadria d'immagini, ma per quell'ar- dente carità che dall'anima dell'oratore si diffonde nelle sue parole, e pietosamente nc'eunri trapassa di chi ascolta. Chi questa eloquenza di senti munto possiede (e nasce da zelo e si nutre del succo d'ascetiche letture ) tiene amho le chiavi di tulli i cuori, e soavemente gli attrae, come ne fan fede e l'universale attenzione e commovimento, e dipoi quella salutare (ristez/.a onde ciascuno dalla predica si parte, e che forma il più vero e il più solenne elogio dell'oratore (1). Com'è chiaro , la unzione va ben distinta dalla mozion de- gli alfetli, ed è un certo quid calore che un'eloquenza af- feltuosa e soave stendo su tulio i! discorso, ora amorosa- menlo stringendo cogli argonienli , ora con patetiche im- magini commovendo, ora con sentimenti compungendo naturali e pietosi. Siffatti oratori si valgono mirabilmente ancora delia parafrasi d'alcuno de'salmi più affettuosi, onde spesso spunla la lacrima sul ciglio più inaridito. E qui m'è d'uouo avverine che troppo lungi andrebbe dal vero chi confondesse questa prerogativa con quella sensibilità super- ficiale che s'arresta all'accento delle pai ole. Questo non è che un suon della voce, il quale giunge solo all'orecchio , ma non mai al fondo penelra del cuore. « Non simitlacra, ti diceva il gran Tullio, incitamento, doloris , sed luctus ve- « rus, atgue lamenta vera et spirantia » (2). lìffelli intera- (1) Diceva S. Giioliimo a Nepoziano : n Dlconlc le in Ecclesia, non - clamor popoli , sed gemilus suscitentur ; laciimae audilorum laude; (!) Riportalo di] Madst, op. ci!., p. Ti. mente contrarj a quelli della vera unzione produconsi dalla simulala sia nei concelli e nelle parole con ombra di ricer- catezza , sia nella voce e nel gesto studiosamente di lene- rezza alleggiali. 19. La gravila e l'importanza delle materie che tratta il sacro oratore , la sua slessa dignità , la santità del luogo ove parla, e la reverenza ad ogni uditorio dovuta, dicono aperto qual esser debba lo stile e la elocuzione della Elo- quenza del pulpito. Di qui s'annunzia la parola di Dio, la quale ha in sè maestà e grandezza , non meno che candore e semplicità , e tale deve risonare sul labbro del suo ban- ditore. Nobile lo siile per gravilà di pensieri, per conve- nienza d'immagini , per verità di sentimenti , e soprattutto illuslre per naturale ingenuità , s'accompagni ad elocuzione nitida, elegante, facile ed armoniosa, e ciò che assai rileva, sempre al subbiello ed agli udilori adattata. 20. Posti tali principj , vediamo in quali opposti- scogli vada non di rado a urlare la navicella dell'ingegno d'ine- sperto oratore. V'ha chi crede disconvenire ogni arte ed ogni fregio alla eloquenza del pulpito; doversi predicare Cristo e queslo Crocifisso; semplice essere il Vangelo; la verità non abbisognare d'artificj; solo essere utile a lutti parlare col linguaggio a lutti comune. Al tri all'opposito crede riposta ogni bellezza di quella nel mostrarla ben attillala e linda che mai di piti. Ma ne femmina rozza e sciatta, nè fan- ciulla cascame di vezzi e di lisci daranno mai l'idea di no- bile regina. E taf è l'Eloquenza, e in ispecial modo la sacra. Fuggasi adunque da chi ha senno quella maniera di predicar grossolana e scomposta, volgare nc'concetii, gretta nelle immagini e negli afTelli, bassa e scorretta nella lingua, nel tono de' periodi sgarbata e fastidiosa, che citazioni a cita- zioni affastella, che grida, che si agita , che spaventa , ma non fa fruito. Eppur sappiamo che ben altrimenti adope- rarono i SS. Padri , e lo slesso Segneri ci avvisa che egli studiavasi di accordare alla gravita della materia lo siile e la lingua , guardandosi dal violarla quale Italiano ingiurioso con voci che non godano (vedi scrupolo d'allora!) credito di sincere presso la Crusca (1). £<] Pref. di. Nè meno è nocevole alla vera eloquenza l'altro scon- cio , Innlo difficile a schivarsi, quanto e più abbagliante e lusinghiero- Nulla più nuoce al convincimento e all'affetto che i soverchi ornamenti cui ad ogni tratto il fiorito oratore ti pone dinanzi , quasi , dice il Muratori , più aliagli a cuore dì pòrti in moslra la ricca vena del suo ingegno , che di spiegarti la verità (1). Tieni per Termo che ciò che tende a solleticare l'orecchio, non tocca il cuore, e seppure qualche volta lo tocca, non è che una breve oscillazione che cessa in un col suono che la produsse. « Se senli, dice molto a « proposito l'Arrigo ni , che è tulio inlento solo a cogliere « il più bel fiore dell'idioma gentil, sonante e puro, che « tulio il sermone va a finire in a urelle leggieri che spi- ci rano, in augellelli che volano di fronda in fronda, in « rigagnoli che serpeggiano con dolce mormorio, in selve « fronzute, al tulio in piccole miniature leggermente sfa- ti male, gaje, ridenti, ne proverai sdegno, perchè abusi cosi n Tangusio ministero che la Religione gli commetteva » [4), e porche por somieri sparsi di gigli e di rose non si rimena il peccatore a coscienza. 22. Concludiamo: Sia splendido lo siile e ornata la lo- cuzione, ma quanto il decoro il consente; vi siano i fiori dc'relori , ma quanto si addice alla digitila d'apostolo del vero; vi siano le grazie delle forme, ma solo per rendere più gustoso il vital nutrimento del gregge del Signore, se non vuoisi clic troppo s'avveri la grave sentenza del Poeta: « Si che le pecorelle , che non sanno , « Tornan dal pasco pasciule di vento, a E non le scusa non veder lor danno * (3). g 2. Del Panegirico. 23. Le orazioni laudative , onde nello solenni adunanze delle Panèyire per le feste quinquennali d'Atene, celebra- li; Muratori , Delta Pgrf. Poes., L, UT, c. 17. (2] Della Sacra Elnq. Di.sscrl. p. 17. [3j Purorf. vansi numi, eroi c città, secondo che attesta Dionigi d'Ali- carnasso (1 ) , furono però dette Panegiriche. Ci resta presso Tucidide la memoria di quella che Pericle recitò dinanzi alia Grecia in lode degli eroi morti nella guerra Pelopon- nesiaca ; celebre è il Panegirico d'Isocrate per Elena, sul quale adoperò la lima per ben dieci anni. Esempio di esor- nazion panegirica ci lasciò Cicerone nella orazione per In legge Manilla dove celebra le grandi viriti di Pompeo; a quale ultimo lampo della Eloquenza latina vieu riguardato il Panegirico di Piinio a Trajano. 24. Era riserbalo alla Eloquenza cristiana il sollevare il Panegirico al di sopra delle meschine ambizioni umane, perchè non appannato dai vapori dell'adulazione , puro ri- splendesse nella celebrazione di maraviglie vere ed elerne. 1 Padri della Chiesa . e basti qui citare il Crisostomo e il gran Leone, nelle loro Omelie giunsero non di rado al sublime, esaltando le eroiche gesta dei gloriosi Atleti di Cristo , e cèsi resero sacra l'orazione Panegirica della quale furono a un tempo e maestri ed esemplari. 2o. Il fine adunque del Panegirico ora è la esaltazione della gloria della Religione ne'suoi augusti misteri e nelle virtù de'suoi santi , a edificazione dei fedeli , per mezzo della più nobile eloquenza. 26. Il panegirista pertanto o si proponga di celebrare i porlenti dell'Amore Divino e le ineffabili prerogative della Vergine , o di magnificare le inclite gesta dei Santi , ecciti negli animi l'ammirazione, la gratitudine e l'amore, e v'in- spiri per le belle virtù dei beati colla devozione il vivo desiderio d'imitarli, inculcando con S. Agostino questo grand'avviso : imitari non pigeat quoti celebrare delectat; perocché, com'andava ripetendo Bourdaloue : « La regola n pid sicura per lodare i Santi è di proporci la loro san- « tità come modello della nostra n (2). 27. Se de'venerandi misteri , o de'più gran fatti della nostra Redenzione deve il panegirista nella sua orazione li) Art. Bell,, ci. {2; Madht W trattare , esposto che avrà con iscienza teologica , e con quella semplicità e chiarezza che può meglio , sol quanto basta alla necessaria intelligenza dell'argomento, volga ogni studio a trarne copia di morale edificazione , sollevando la mente degli uditori ai portenti della religione, infiamman- done i cuori di teneri e devoti affetti , ed incitandoli a corrisponder fedeli agli amorosi disegni della Sapienza di- vina che nei misteri sublimemente grandeggia. '■■ ><> 28. Ove imprenda le lodi a intessere d'un Santo , pri- mieramente tra ìe gesta e virtii di esso , ricerchi quale sulle altre è più eminente, e questa sia come il pernio del- l'encomio, e il centro a cui si appuntano tutte le altre sue viriti. Se poi non rimangono del Santo che poche ed incerte notizie, nè sufficienti a porgerne un carattere proprio e distinto, tragga argomento di lode dal genere della vita o della morte, magnificando ad esempio de'santi Padri, i pregi della verginità , se trattasi d'una vergine , le dol- cezze della solitudine, se d'un cenobita, i prodigj della costanza , se d'un martire, e va discorrendo. Se final- mente s'incontra in caratteri simili a più Santi, ne rilevi dalle circostanze della età , della condizione e dei tempi quanto basta a renderli tra loro meglio spiccali, chè infini- tamente molliplice è lo copia dei doni celesti. Così forma- tosi pieno il concetto del suo eroe , formuli la proposizione che tutlo e lui solo comprenda, e che lo presenti, per quanto è dato , sotto un aspetto novello. Non di rado a questa si prepone un testo scritturale che l'accenna , e quando non forzata n'è l'applicazione, la rende più grave ed autorevole. 29. Che se ncll'orazion panegirica si desidera a buon dritto distinta per lineamenti propri l'immagine dell'eroe, anche l'esordio vuol esser proprio e distinto , acciocché ben si colleghi col resto; e tale sarà, ove si tragga veramente dal subbietto, e miri sempre per diretto o per obliquo alla proposizione cui intendiamo di stabilire. Rechiamoci a mente che abito che a tutti s'adatta, non torna bene ad alcuno. 30. Ed eccoci alla parte dimostrativa, donde trae il nome il genere di siffatta eloquenza , e che dal Salvini vorreb- DI RETTORICA '•lì! besi detta più acconciamente esornativa {\}. Qui il pane- girista pone in chiarissima luce per via di narrazioni e di descrizioni le gesta e le virtù del Santo , e le bellezze al vivo ritraendone , e lumeggiandolo di tutto il loro splen- dore , apro gli animi alla maraviglia. E poiché se ingiuriosa fu mai sempre ai magnanimi l'adulazione, è cerio che im- mensamente più ingiuriosa ai santi riuscirà quella lode esa- gerala , che uno zelo malavveduto talvolta loro comparte; per la qual cosa il pruderne oratore religiosamente se ne guardi, riflettendo che le virtù degli amici di Dio , essendo a chi le mira cogli occhi della fede, sempre grandi per se stesse , non han bisogno di frangia , e che massime nel fatto nostro , solo è bello ciò che solo è vero , e che nulla più scema credenza quanto la sforzala iperbole. Nè credo che meno sgradita riesca agli uomini pii ed assennali quell'al- tro sconcio per avventura assai comune, cioè di adombra- re , dirò così , le virtù degli altri santi, per far viemeglio spiccare quella del proprio elogiato (2). Rammenti l'oratore che i Celesti ornai « Sciolti di tutte qualitadi umane » s'affissano nell'eterno Vero; e riserbinsi, se si vuoto, tali piacenterie a'mondani. Ove poi veramente la virtù del no- stro eroe sia per sè slessa in sommo grado eminente, con- viene che nel confronto si proceda sempre con ogni studio di riserbo e di venerazione. 31. E continuando ancora a dire della parte narrativa, toccherò de'miracoli , i quali siccome quelli che sono di gio- ii | Prose Tus., I , 334. (2] Sul qual proposilo diceva il Roberti: « Anche ai di nostri noi <r Panegirici dei nostri santi veri, i quali ricusano l'adulazione, si af- « fasciano, si animonlicchiano , si rigonfiano, si esagerano in cumuli « amplissimi tante virtù, taoli eroismi, tante profezie, tanli prodigi, v che alla fine del Panegirico ogni P. Concionatore vuole che il santo • del suo Ordine, specialmenle se è fondatore , sia il primo santo del ■ Paradiso, né trova seggio così allo da porvelo a sedere». 228 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI ria a Dio, di testimonio de'veri suoi santi, d'incremento alla devozione dei fedeli, formano e sono parte di legit- timo encomio. SÌ scelgano pertanto quei più luminosi ed autentici sia per suprema sanzione della Chiesa , sia per iintica e costante tradizione; si riferiscano con opportunità e parsimonia, e massimo con semplicità, principaì dote del vero. 32. Ma soprattutto è da insistere nel vivamente rappre- sentare quelle virtù delle quali si vuole inculcare !a imita- zione , prendendone argomento da quanto fece, disse ed amò l'eroe cristiano , e facendo in mezzo alle morali riflessioni sempre comparire la sua immagine adorna di splendida luce. E qui sarà bello il dipingere i gaudj dell'anima che a Dio si rimarita, la speranza dei premj eterni, la copia de'cele- sti favorì , la costanza nel dispregiare i beni mondani , la sagacia nel conoscerne le false lusinghe , le pie industrie nel domare le passioni , e finalmente di questi gloriosi atleti ri- trarre a vivi colori le dure battaglie e i nobili trionfi , per innamorarne i fedeli, o almeno per destare in essi una santa e profittevole emulazione. Se non che qui pure è un limite; imperocché se il panegirico non è unicamente insliluito a sfoggio di fiorita eloquenza , neppure è diretto a mera istru- zione ascetica, e se disgusta ove olezzano i troppi fiori, noppur piace , ove s'incontri soverchia aridezza. Sia adun- que il panegirico una corona di gemme da porsi sul capo ai santi , e un monile di preziose viriti da renderne avido il cuor de' cristiani. 33. Goncludesi pertanto che ben si conviene all'orazion panegirica quel carattere di dire spleadido e pomposo , che di grandiosi concetti , di peregrine immagini e di eletta fa- vella si adorna. Qui ben vale un certo slancio di fantasia , ed un pennelleggiare quasi poetico; laonde il chiaro Muratori diceva che se gli oratori vorranno far mostra d'ingegno, potranno riserbare questo loro talento ne'panegirici , ove senza fallo è conceduta maggior liberta. Se non che poco ap- presso soggiunge: <r Ila tuttavia questo magnifico ornamento « de' panegirici da esser virile, chiaro e nobile, e non già « spirare un'effe min inala leggerezza di colori giovenili , o un'affettata oscurità d'espressioni (i) ». Àuree parole eh <ì non vorrebbonsi mai dimenticate , massime dai giovani ora- tori , ai quali meglio sorridendo l' immaginazione , colgono a piene mani di questa i fiori , poco dei frutti della ragione curandosi; e tolga Dio che talvolta l'elogio del santo non tolgasi qual mezzo per accattarsi una frivola Inde , come se un bel panegirico meglio che una bella predica decidesse del merito oratorio. Ma qui basii , perche non paja il pre- cetto convertirsi in censura. g. 3. Dell Oraziori funebre. 34. Diconsi Orazioni Funebri quegli encnmj ohe si reci- tano nei solenni funerali o anniversarj d'illustri defunti a debita lode delle loro gesta e virtù , e a conforto e ad ec- citamento dei superstiti. Antichissimo n'è l'uso; ed i Greci ed i Romani onoravano i parentali dei grandi cittadini con sacrifizi ed orazioni laudative ; e Dionigi d'Alicarnasso nella sua Arte Reltorica ne dà savj ed estesi precelti (2). Era ben giusto che ancora nella cristiana civillà coloro che posero l'animo e l'ingegno in opero proficue alla religione ed alla patria , avessero parole di Inde e di compianto , dopo che il sacerdote avea pregalo loro l'eterno riposo, e per primi si citano ì Padri S. Ambrogio e S. Gregorio di Nazianzo , avendo quegli onorato delPorazion funebre l'imperator Teo- dosio, questi le umili virtù di Gorgonia sua sorella. 35. E poiché la morte dell'uom virtuoso è sempre una calamità, deve l'nrazione fino dalle mosse atteggiarsi di mestizia, e far sacro il dolore dell'anima che si dipinge a ciascuno nel volto. L'oratore poi ricordi senza raffinato artifizio di volgare adulazione, ma sì con candore e vcrtlà, le azioni e le prerogative del defunto , lumeggiando in ispecial modo quelle che più strettamente si attenevano alla sua condizione , grado e dignità , e che gli meritarono (t) Della Pcr.f. Poesia l'alimi ammirazione, i nal ali , l'educazione , gli sludj , io ricchezze , lo doli dell'animo e del corpo , i prcmj e gli onori conseguili , il genere stesso della morie , aprono larghissimo campo all'encomio, essendoché tornagli sempre a lode o il retto uso che far seppe in vita de'doni onde gli fu largo il cielo , o la costanza colla quale vinse il di- fello di quelli ; in ultimo anche la morie o incontrala per il pubblico bene, o sostenuta con rassegnazione cristiana dà a! quadro il suo più nobile compimento. 3G. E perchè l'orazione laudativa non riesca a un vano suono di parole , cerchi l'oralore di spargere a tempo e luogo in mezzo alle lodi di chi fu, savie e morali riflessioni a prò di chi rimase ; e ciò con destrezza e brcviia ; che anzi ove alla virtù dell'elogialo fosse in qualche caso man- cata alquanto ìa lena , ne prenda occasione a meglio chia- rirci di nostra fiacchezza, quando troviamo dei punii oscuri là dove tanta luce appariva. La ingenua confes- sione che mostra l'uomo qual fu, e non quale nella melile si foggia, falla con delicatezza d'arie, è un omaggio al vero, rende vieppiù degne di fede lo cose encomiale, e fa che l'orazione riesca profittevole a chi l'ascolta. Può in. ultimo temperarsi il commi dolore col pensiero che 1 J illu- si ro defunto non tulio mori , che la sloria ne ha già registrato nelle sue pagine il nome ; e , ciò che meglio rileva , che io spirilo immortalo il vero premio già coglie delle sue virtù dov' è silenzio e tenebre la gloria che passò. 37. In tal genere d'elogi richiedesi gravila di concetti e moltissimo affetto, elocuzione animala ed elegante senza ricercatezza ; temperali eji ornamenti e quali si addicono al lullo; finalmente un'armonia patetica e religiosa, che accompagnata ad un'azione composta e ad uu tono dì voce mesto e sostenuto, spremerà più d'una lacrima, con degno tributo alla memoria del virtuoso ed illustre cittadino. Delle Omelie, delle Lezioni Scritturali e Galee hi slip, he, 38. Quella parlo d'Eloquenza sacra che mira quasi uni- camente alla istruzione , e che può dirsi didascalica , com- prende le Omelie o Sermoni, le Lezioni Scritturali e le Ca- techistiche. 39. I sermoni coi quali nell'antica Chiesa i santi Padri parlavano al Clero e al popolo degli augusti misteri della Religione, e dichiaravano le divine verità del Vangelo, si dissero Omelie. Queste che dir si possono ancora Istruzioni Pastorali, sogliono conservare la loro ingenua semplicità primitiva , congiungendo a forme facili e piane gran fondo d'evangelica dottrina e caldissimo affetto. I) line dell'Ome- lia è di sempre più accrescere nel cuore dei fedeli la de- vozione e la reverenza verso le cose della Religione, dichia- randone la grandezza e la santità , e d' infondervi ognor più vivo Io spirilo del Vangelo , decifrando i grandi principi temporali ed eterni che vi si acchiudono a specchio e guida della vita cristiana. Per la qual cosa vi si richiede dovizia di scienza evangelica , assennata applicazione delle imma- gini e figure bibliche , profonda cognizione dei teologi e degli apologisti , lungi però da ogni scolastica aridità e sottigliezza. Arroge a ciò quello stile caldo e persuasivo de'santi Padri , che animato da fede viva e da zelo sin- cero comunica alle parole quella efficacia ed unzione che eccitano nei cuori una santa pietà ed una salutar compun- zione. Sebbene l'Omelia non serbi il rigoroso ordine delle parti d'una formale orazione, tuttavia stabilita la propo- sizione, conserva l'unità dell'assunto, commentando a con- ferma di esso il testo evangelico , e lumeggiando quelle ve- rità che scaturiscono direttamente da questo. 40. Le Lezioni Scritturali consistono nella interpreta- zione dei Libri Sacri, specialmente per il lato storico, li- turgico e profetico, ad istruzione non meno che a' edifi- cazione del popolo. E poiché la Sacra Scrittura, libro di- vino , è in un colla tradizione la regola della fede , de'co- stumi e della religione, colui che imprende ad ammaestrare intorno ad essa dalla cattedra i fedeli, deve con quella chiarezza ette solo può alla comune intelligenza adattarsi , dimostrare per quali sapientissime vie la Divina Provvi- denza regge e governa il inondo, dilucidando i falli, i riti e le profezie dell'Antico Testamento in attinenza col Nuovo, ravvicinando i simboli e le ligure alla loro reale manifesta- zione nel Tipo Divino, e nell'esplicamenlo della Religione cristiana, e percorrendo la lunga serie dei tempi proseguire il fine della Creazione e della Redenzione rispetto alla finale perfezione dell'uomo, È chiaro da ciò qual ampio corredo di scienza biblica, storica e morale richiedesi nel Lettore delle Sacre Scritture; e ciò che principalmente al caso nostro rileva , è necessario che nell'uso di tanta eru- dizione sia parchissimo , ben diversa essendo la lezione cat- tedratica dell'aula accademica da quella della Chiesa. Quanto là possono riuscir belle e convenevoli le illustrazioni apolo- getiche ed ermeneutiche, altrettanto qui divengono fredde e inopportune ; ma posta in sodo con brevi , chiare e con- cludenti ragioni una massima scritturale, fa d'uopo confor- tarla senza più coi fatti e colle autorità della Chiesa e dei santi Padri, e dedurne a vantaggio altrui le necessarie morali conseguenze. A rendere a se e ad altri piii giocondo ed agevole il cammino , gioverà spargerlo di qualche fiore d'erudizione profana , e d'una certa vivezza di colorito nel descrivere e narrare, congiungendo alla faciliti) l'eleganza. 44. Lezioni Catechistiche , o Istruzioni Parrocchiali sano quei discorsi che il Parroco volge dall'altare nei di festivi al suo popolo, e che diconsi ancora Spiegazioni del Vangelo. E poiché la Chiesa Cattolica nelle sue auguste cerimonie e feste dell'anno ricorda ai fedeli i grandi misteri e le eterneve- rilà che ne debbono tener viva la fede e infiammare la carità, la voce del Parroco vi si unisce, ora mostrando la sanliih dei misteri . ora spiegando le Parabole Evangeliche, a fine di viemeglio imprimere e rassodare nella mente e nel cuore de'popoli i principj religiosi e morali. Dovendo adunque lo zelante pastore istruire il suo gregge intorno a ciò che fc necessario a sapersi per la vita elcrna , proporgli a nome di Gesù Cristo premj o gaslighi immortali , secondo che tengasi la via della virlù o del vizio; avvisarlo finalmente dei retativi doveri che ne stringono verso Dio e verso gli uomini, fa di mestieri di grande chiarezza e semplicità, adattandosi unicamente a! grado d'intelligenza dc'paroc- cbiani. In somma sia la voce del padre e dell'amico che parla al cuore del figliuolo , e la forza dell'affetto sopperi- sca all'altezza della dottrina, memore che il divino Maestro e gli Apostoli parlavano alle turbe non in sublimitate ser- monis (1) , e che tuttavia confusero l'orgoglio della mon- dana sapienza. 42. Porremo termine a questi cenni sulla Sacra Elo- quenza col citare alcuni di quelli che ne furono salutati maestri e duci , e le cui orazioni nel genere loro possono fornirei utilissimi esemplari. I Francesi a buon dritto si gloriano dei loro grandi oratori quali furono Bourdaloue, Massillon , Bossuel , Flechier , De la Rue e per ultimo il P. Lacordaire. I loro Quaresimali studiati con senno e col fine d'adornarne, sol quanto si conviene, la Eloquenza sa- cra italiana , possono riuscire di non tenue profitto. Del P. Segnerì e degli altri che ne fecero fiorire la bella scuola in Italia, non ripeterò quanto a suo luogo fu detto per l' Eloquenza sacra in generale. Solo credo di dover qui notare che nelle Orazioni Panegiriche vanno distinti il Se- gnerì , il Pellegrini , e il Canovai , per le Funebri il Bos- suet, il Flechier, il Valsecchi , il Giordani, il Contrucci e il P. Ventura; nelle Omelie il Turchi ; nelle Lezioni Scrittu- rali il Niccolai, il Cesari, il Granelli e Io Zucconi, e nelle Ca- techistiche Michele Piano. E qui basti; chè troppo in lungo mi trarrebbe il novero di quelli che in sì santa opera poser l'ingegno, se io volessi tutti riferire i nomi di quei che vi si distinsero. Titolo li. - Doli Eloquenza Parlamtmtaria. 43. V Eloquenza Parlamentaria ha luogo suo proprio in quelle adunanze politiche , dove il Senato o i rappresen- ti) I ad Cori», c. II , i. tanti della nazione consultano intorno alla cosa pubblica. La parola dell'oratore pertanto è diretta a persuadere il nobile consesso, perchè deliberi prò o co atra sulla proposta, della quale si prendo consiglio. Tal'eloquenza adunque è di genere Deliberativo. 44. Oltre alle regole già. esposte intorno alla oratoria in generale, ha la parlamentaria i suoi precelti particolari. É primieramente trae la vera sua forza dalla solidità del ragionamento. Qui convincere vale quasi persuadere , e gli uomini di senno speculativo e pratico non si convin- cono declamando, ma ragionando. L'onesto poi sia indecli- nabilmente il pernio su cui s'aggiri ogni dimostrazione di pubblico bene (1 ) ; perocché tutto ciò che non si conforma alle eterne leggi del giusto , non sarà , nò può esser mai veramente utile , e tanto meno glorioso; quindi un consi- glio non interamente onesto offende la dignità della nazione, la probità de'suoi rappresentanti , e disonora chi lo dà e propugna. Qual uomo di virtù vorrebbe il luogo di Temi- stocle che consigliava cosa soltanto utile, e non piuttosto quello di Aristide che rigettava il consiglio , perchè onesto non era? lì se non ogni popolo sempre applaude, come l'Ateniese , ad Aristide , e segue i Temistocli , la coscienza del genere umano, cui pur volevano abolire, se avessero potuto, i despoti di Roma imperiale (2) , starà pur sempre per Aristide. 45. Perchè le parole dell'oratore suonino eziandio gravi ed autorevoli , fa di mestieri che alla eloquenza et congiun- ga fama d'integerrimo, e sia in lui ciò che richiedeva Sallustio , Q7iimus in considendo liber. Quando l'onesto e probo cittadino persuade o dissuade , è di prova egli stesso al suo assunto ; e l'adunanza è mossa a seguirne il consi- glio non tanto per le ragioni, quanto per l'autorità dell'ora- li Gherone diceva : n In deliberativo aulem Aristoteli placet linei» « esse utilitalem , nobis et hoocstalcm , et utili tatem <•. De Inveì. Mei., Lib. II. (2) Conscienlia generis humani [impera tores) abolere arbitrabaniur. Tue, Ann. D) lore. La sua parola poi prorompa da un animo libero e franco da lusinghe non meno che da timori , e sia la sua divisa: Amicus Pialo, sed magis amica veritas. Cos\ tenendo in cima de'suoi pensieri unicamente il vero bene della nazione, ascenda animoso la tribuna non senza speranza di gloria. 46. Se non che alle elette qualità dell'animo uopo è si congiungano quelle deli' intelletto: scienza somma delle leggi, istituzioni e costumanze patrie , profonda cognizione della storia, non comune perizia delle discipline morali, econo- miche e diplomatiche, sperienza del cuore umano, e sa- gace perspicacia nel giudicare delle cose, de' tempi e delle persone. Oltre a ciò deve l'oratore conoscere a fondo in ispecial modo la materia che imprende a trattare : laonde prima ha da esaminare per ogni suo lato la questione, ponderarne i principj , misurarne le conseguenze, rilevarne le ragioni , antivederne le objczioni , in una parola deve padroneggiare il subbictto. E qui calza a capello la sentenza di Tullio: a Diccndi enim virlus , nisi ei qui dici t , ea de « quibus dicit , percepla sint, exstare non potest o (1). 47. La tribuna poi se richiede lata e profonda medita- zione intorno alle cose , non così intorno alle parole. Un'ar- ringa studiosamente preparata può riuscire per lo meno inutile, per il diverso corso che può, sènza aspettarselo, prendere la discussione. Basterà raccogliere nella mente alcuni periodi d'introduzione, e quindi gioverà seguire l'ordine delie idee e degli argomenti , secondocbè procederà la quistionc. In tal modo la spontaneità delle parole darà maggior forza e calore alle cose. Ove peraltro l'oratore s'ac- cinga a fare all'adunanza la. proposta di cosa rilevante e da discutersi , potrà , aprendosi da se stesso il campo , quasi interamente apparecchiare la sua diceria (2); nel rimanente poi la via più spedila e sicura è lo studio pieno ed accu- rato della materia. Il riandare spesso poi nella mente le cose da dirsi per farsele veramente sue e presenti , gioverà MI Do Orat., Uh. I, C. 41. i2) V. Bum, P. Il, Lez. Iti. assaissimo , massimo ciò praticando ad esempio di Demo- stene , per luoghi di clamoroso frastuono. 48. « Entrale in materia , insegna il Cormenin , con a semplicità, non affettando falsa modestia, nè ostentando u superbo disdegno. Siate netto , variato , attraente nel- a l'esporre, e nell'ordine dei fatti quello si scorga de'vo- u stri argomenti. Guardatevi dalle lunghe digressioni; non « cercate di dir lutto , ma di dir bene , con chiarezza , con k precisione e con forza. Padroneggiale le vostre passioni « per governare le altrui; e tende sempre dinanzi al pen- tì siero che da'voslri consigli dipende la felicità o la rovina, « la gloria o l'avvilimento della vostra nazione n (f). 19. Chiara distribuzione di parli , stretto nesso di argo- menti ed esalto ordine di fatti , ecconc il metodo profitte- vole sì a chi parla che a chi ascolla ; profondo convinci- mento del proprio assunto e passione veracemente sentita, ecco i fondamenti della eloquenza persuasiva , rapida e calda, per il nolo aforismo : vivae voces ab imo pectore; uno stile nobile, opportuna mente o secondo le leggi del decoro , adorno di vive e gagliarde figure , svariato nella struttura de' periodi, di elocuzione piana, franca e senza ricercatezza elegante , congiuntamente ad un'azione facile e dignitosa , ecco i pregi che rendono compiuta questa elo- quenza non di rado si prepolente nella vita delle nazioni. Le arringhe di Demostene agli Ateniesi , e di Cicerone a! Senato e al Popolo sono i sommi esemplari di questa nobi- lissima arte. L'Inghilterra e la Francia a ragione vantano ^non pochi oratori pubblici di splendida rinomanza, e l'Italia, massime per la forma, vanta i suoi nel Bembo, nel Gui- diccioni , nel Nardi, nel Cavalcanti, e principalmente nel Casa per la sua stupenda orazione delta nel senato vene- ziano per la lega contro Carlo V, la quale sembra al Forna- ciai piena di dcmoslenica eloquenza. (1) Siili); sulla Eloq. Partam., del sig. Cormehin , Firenze Dell Eloquenza Forenu. 50. Eloquenza Forense dicesi quella che si usa nel fóro dinanzi ai giudici a difesa o ad accusa , e però gli antichi la chiamarono di genere giudiziale, siccome quella che nei giudizi delle cause civili e criminali ha per fine speciale la giustizia e 1' equità. Per questa pure vengono dai relori as- segnate alcune regole particolari. 51. a 11 fine, dice il Blair, onde si arringa nel fóro e nelle « pubbliche adunanze politiche, comunemente e diverso. In « queste il grande oggetto è la persuasione, in quello il -( convincimento. L'ufficio dell'avvocato non ò il persuadere « a' giudici quello che è buono e vantaggioso , ma il dimo- « strare quel che è vero e giusto; e per conseguenza non al « cuore, ma all'intelletto soltanto, o almeno principalmente, « la sua eloquenza e diretta » (1). Quindi a ragione osserva esserne assai più ristretto il campo, dovendo per lo più con- tenersi entro la cerchia delle leggi e degli statuti, dove non solo non può aver luogo l' immaginazione o l'affetto, ma po- trebbe eziandio riuscire pregiudicevole, adombrando per avventura i giudici , non forse l'oratore cercasse di sopraf- farne l'animo colle destrezze dell'arte, non potendo colia so- dezza delle ragioni vincerne l'intelletto. Non per questo resta affatto preclusa all'oratore forense la via del cuore; perocché ov'egli abbia con valide ragioni di diritto e con prove non dubbie di fatto, poste in sodo la giustizia e la verità della sua causa, non vedo come nuocer gli debba ima conclusione gagliarda e commotiva, a fine dì renderne l'esito più certo e più completo. 52. E per questo lato una troppo stretta imitazione delle orazioni giudiziali di Demostene e di Tullio, sarebbe non dirò inopportuna, ma pressoché ridicola. Quanto profit- tevole ne riuscirà sempre lo studio nella finezza degli esordj. nel porre saldamente la questione, nella deslerilà delle nar- razioni, nella compatta maniera dell'argomentarej nell'aggi li- ti) slatezza del dire, altretlanto ma! atto esemplare sarebbero nella parte commotiva ; tanto diverse da quelle degli anti- chi sono le forme de' moderni giudizj. Si sa che nei tribunali d'Alene e di Roma sedevano numerosi i giudici, e dicesi che contro Socrate votassero 280, e che 51 fossero nella celebre causa di Milone ; laonde quelle potevano dirsi vere adu- nanze, e ben vi si addiceva quell'eloquenza animata che per la via del sentimento si studia d'insignorirsi dei cuori per trarli a sensi di compassione e di mitezza. Ora ben ristretto è il numero dei giudici; quindi a grave rischio porrebbesi di esser beffato colui che colla pompa della eloquenza in- fiammata di Tullio si sforzasse di eccitarne le passioni a prò della sua causa. 53. Nel fóro pertanto ora richiedesi quell'eloquenza che principalmente mira al convincimento, e le doti che meglio distinguono l'avvocato sono : profonda ed estesa cognizione dello leggi, acutezza di discernimento e soprattutto probità, essendo verissima l'osservazione di Quintiliano che per questa non sludium advocali videatur afferre , sed pene testis fìdem[\). Deve inoltre studiare per ogni suo Iato la questio- ne, esaminare con somma diligenza i fatti e i documenti , ed accuratamente ricercare nel lesto della legge, e ne'suoi interpreti il saldo fondamento delle proprie ragioni. Arroge a ciò quel conversare paziente che Cicerone adoprava coi suoi clienti, e che come grandemente proficuo, raccomanda eziandio agli altri. Son uso , ei dice , star col cliente a quat- tr'occhi, perchè m'informi di tutto per filo e per segno; io sostengo le ragioni dell'avversario , perchè egli sostenga le proprie come sa meglio, chè ciascuno in causa propria è sempre eloquente; andatosene, peso pacatamente le ragioni prò e contro, e fo da avvocalo, da contradittorc e da giu- dice. Quindi conclude : cum rem penitus, causamque cognovi, statim decurrit animo , quae sii causa ambigui (2). 54. Investigalo che ha l'oratore forense con questi ed altri simili modi lo sialo della questione, vuoi di diritto, -irjWthfi .■■m:>'.-v, U-?L.'.:->ii c'J.-nnH» eft9!WÌOS?B!W (1] Llb.IV, C. I. &) De Orai., Lib. II, C, 2i. di rettorica' 239 vuoi di fallo, o come gli amichi dicevano : siine, quid sìt: an factum sii, an jure, quo nomine, e conseguentemente sta- bilito nell'animo ciò che 6 da dire, resla che si occupi della forma. E primamente fa di mestieri di fino accorgimento nell'esordio, per disporre fino dalle mosse gli animi dei giu- dici a docilità e benevolenza, giovando a ciò quel colore di nobile modestia che nasce da animo ingenuo e da sicurezza della propria causa; rimuovere con bella destrezza ogni sfavorevole preoccupazione; mostrarsi sommamente fidenti non solo nella sapienza e dottrina dei giudici, ma ancora nella loro integrità e giustizia. Di siffatti esordj è Cicerone un perfetto esemplare. 55. Fermato l'assunto, e posto lo stato della questione, è ufficio dell'oratore informare i giudici di tutto ciò che risguarda il diritto o il fatto. E qui ò da avvertire che la narrazione deve avere verisimiglianza, chiarezza e brevità. Molto rileva questa parte dell'orazione, da cui ben d'ordi- nario dipende l'esito delia causa ; per lo che molto senno richiedesi nella scelta delle circostanze a fine di distinguere le superflue dalle opportune, ancora che minori elle sieno, sopprimere le pregiudiciali , o non potendolo, attenuarle con sottile velatura, senza offesa del vero, tutte disporli; con distinto ordine, perchè offrano la immagine del fatto chiara e scolpita , e tale nell'animo dei giudici rimanga. Guai se in tutto ciò trasparisce un'ombra anco leggiera di inverosimiglianza ; questo sarebbe il tarlo che trarrebbe tutto l'edifizio a certa rovina. Finalmeate la parsimonia delle parole, oltre a produr chiarezza, giova a tener viva senza tedio l'altrui attenzione. Le narrazioni tulliane sono per ogni lato degne di studio e d'imitazione; tra le quali stupenda è quella della Miloniana. 56. Dopo di che l'Oratore suol venire alle prove. Ed ecco il campo ove gli conviene trattare le armi della sua scien- za; qui , come Cicerone parlando di Cotta diceva : a haeret a in causa semper; et quid judici probandum sii , cum o acutissime vìdit , omissis celeris argumenlis , in eo men- « lem, orationemque defigit » (4); e a tal fine svolgendo ;i. De Q.-ju, lib HI, e 10. per ogni lato la questione, allega e leggi, e decisioni, e de- creti, e islrumenti, e patti, e convenzioni, c la buona e mala feile delle parti, e quanto insomma gli approda, finché con- fermando, spiegando, confutando, strìngendo, non s'avvisa d'aver ogni dubbio dilegualo dall'animo dei giudici, ed avervi indotto un saldo e ragionevole convincimento. 57. E poiché le cause giudici ali altre sano civili i altre criminali; in quelle si difende o. si oppugna un diritto, in queste si accusa o si difende alcuno d'un fallo , i retori hanno indicato per !e linee perle altre alcuni fonti parti- colari d'argomenti. Quanto alle cause civili, ben sanno i giureconsulti che il diritto si fonda o sulle leggi e sugli statu- ti, o sulle consuetudini, sulle prescrizioni, o sui privilegi ce.: laonde quando ne prendono le difese , ne mostrano per que- sic vie l'esistenza e l'autenticità : se lo combattono , negano l'una e l'altra con prove contrarie. E questo sei sanno i giu- risti senza che i retori ne siano loro i maestri. Piii opportuni riusciranno per avventura i costoro insegnamenti intorno alla cause criminali. L'accusatore pertanto deve, secondo che a ragione essi dicono , provare l'accusato essere vera- mente reo dell'appostogli delitto, traendone le prove o da ciò che dicesi corpo del delitto , quali per l'omicida sono le armi o le vesti intinte di sangue; per il ladro le coso deru- bate o gli arnesi del mestiero; o dal deposto dei tcstimonj , o dalla confessione del reo. In difetto di tali prove, possono sopperirvi quello d'indizio o di congettura, onde lo stato della causa dicesi congetturale; le quali pure Iraggonsi da- gli antecedenti , dai conseguenti e dalle circostanze; final- mente dimostrando niun altro aver avuto sì farle mo- tivo al malelkia, niun altro sì grande e si opportuna la occasione. Piacenti qui riportare l'esempio di causa congettu- rale , siccomu ritrovasi nella Kellorica ad Erennio: t Aj'i.r  in Silva , poslquam rcscivil iptae fccisset per irisaniam , " gladio ùteubit. t lysses inlerveuit , ocasum coiispicatur , » c carpare telum erneutum educit. Tcucer intervenit , cwn d fralrem occisum , et ìnimicum fratn's cum gladio cruento '• viitet, capiti* arecssit » [V,. Dopo provato il fatto, deve (1) Ub. 11. Digiiiiad 0/ Cooglt DI RETT0H1CA 241 l'accusatore rilevare la natura e gravila del delitto , e qual pena la legge prescrive, 58. Il difensore a rincontro rimoverh dal suo cliente l'accusa , dimostrando essere tale il delitto che troppo si op- poneva alla sua ìndole ed alle sue note abitudini ; che per consumarlo gli mancavano affatto le forze ; che in lui man- cava la causa impellente ; finalmente ( c questo è decisivo ) che egli all'ora del commesso delitto trovavasi aìtrove. Quando non possa negare il fatto, o porlo almeno in dubbio, si sludii d'attenuarlo nelle sue circostanze, attribuendolo, ove si tratti d'omicidio, o al caso, o a un tratto d'imprudenza o d'ira ; o meglio ancora a ciò che chiamasi incolpata tutela , come fe' Tullio per Milone; in ogni caso indebolendole prove, o col mostrare troppo arrischiate le congetture, o deboli o con- tradittorie, e perciò false le deposizioni testimoniali. Dalle quali cose si fa manifesto quanto sia sacro l'ufficio dell'avvo- cato, dipendendo da esso le sostanze, l'onore, la libertà e la vita dei cittadini. Del resto guardisi , secondo l'avviso di Quintiliano, per quanto sa e può, dall'accettare cause aper- tamene ingiuste ovvero odiose; e strettovi dall'ufficio, si studii di porre in accordo la voce della umanità con quella della giustizia, perchè non paja che l'arie sua sia di schermo ai tristi ed ai ribaldi a danno degli onesti e dei dabbene. 59. All'ampio corredo della scienza legale , all'acutezza dell'ingegno, al caldo amore por il giusto, per il vero e per l'onesto congiunga l'oratore forense la splendidezza delle forme, e da queste le altre egregie sue doti riceveranno tutta la loro forza , vivacità e rilievo. L'eloquenza del foro suole , e forse non a torto e non senza suo danno, appun- tarsi di verbosità; questa adunque fa di mestieri a lui l'uomo fuggire, e a ciò gioverà sommamente l'accurato studio dei grandi oralori, storici e poeti; l'assiduo e diligente eserci- zio del comporre negli anni del tirocinio; e principalmente farsi una legge di non dire più di quello che la causa ri- chiede. Si studii pertanto la proprietà e la precisione, gran parte della chiarezza; s'adoperi uno siile placido e tempe- rato, e talvolta condito d'opportuna erudizione a rattempe- rare l'aridità delle materie, e ove ben torni , anche di qual- che piacevolezza a esilararne la serietà. L'elocuzione sia fa- cile e piana , e anch'essa sobriamente abbellita dei fiori più. modesti della immaginazione. Nè anco disconviene all'ora- tore forense un certo grado di calore nell'arringare , e per- chè è argomento della convinzione della sua causa , e per- chè nell'arringo scese campione della giustizia e della verità, acciocché non gl'intervenga come a quel M. Callidio che freddo freddo sponeva una sua accusa, di sentirsi ripetere con Tullio: « Ari tu, M. Callìdi, nisi fingeres, sic ageres? E qui basti dei componimenti in prosa. Origino e progressi dalla Poesia. La Poesia fu presso gli antichi popoli tenuta maisem- pre in voce di cosa celeste , e saeri furono delti i poeti. L'inno alla divinità, la canzono alla patria ed a'suoi eroi, l'epicedio agli estinti furono i primi slanci dell'anima sulle ali dell'immaginazione e del sentimento, e cosi nacque la Poesia. Quindi non cerimonia religiosa , non festa o sven- tura pubblica senza il canto del poeta ; e questi dicevasi caro al nume , e invaso del suo sacro furore , ed egli slesso rapito da incognita forza lo credeva , e andava ripetendo : « Est Deus in nobis; agitante calescimus ilio ». 2. E Dio veramente era ne'poeti Ebrei, che per raggio divino vedevano le cose avvenire , ed impirati quelle canta- vano , ond' ebbero nome di veggenti e di vati. Mosè, legislatore e duce, da magnifica idea del sublime di Dio, e ne dipinge la onnipolenza nell'enfatico Cantemus (4). David, re e Salmi- sta sposa alle note dell'arpa il canlo della magnificenza , della pietà, dell'ira d'Iehova, e del suo santo entusiasmo l'anima ti riempie. Geremia, di slirpe sacerdotale, piange sulle rovine della patria, e quel pianto ti spreme lacrime generose dal ciglio. Ezeccbiello, sangue di sacerdoti pur esso, ti rapisce nell'infinito per le sue stupende visioni, e ti ricolma di H) Exod, C. XV. maraviglia terribile e sacra. Isaia della casa di David, ap- pellato da Dio stesso Profeta grande (Ecdes. C. XLVHI, 25), non ha pari in grandiosità e in robustezza. Ma il canto profetico desìi Ebrei taceva sulle sponde de'fiumi Babilo- nesi; pendevano dai salci le arpe, perchè lungi dal tempio e dalla patria, non doveva nella terra straniera risonare che il pianto [Sai). Così la Poesia, la vera figlia di Dio , stette appo gli Ebrei tra il vestibolo e l'altare. 3. Appresso i Gentili per quella alterazione del vero, la quale sì spesso riscontrasi nei principj delle loro teogonie, esageratasi l'idea d'inspirazione divina, i loro primi poeti furono tielli prole di numi, e si venerarono come figliuole di Giove le Muso. L'egizio Ermete, l'indiano Manu , il trace Orfeo, il teba.no Annone, i greci Lino e Museo furono sa- cerdoti e poeti: o tenuti come d'origino celeste facilmente furono capi e dirozzato™ di nazioni, e nei loro versi le leggi, nei loro inni la religione conipendiavasi. Iu versi pure si rendevano i pretesi oracoli sibillini; coi versi s'eccitava il coraggio guerriero e si consacrava il trionfo o la morte degli eroi; coi versi dei poeti gnomici infine vilae monstrata via est [Or. A. P. v. 41(4). Vennero le età piti civili, e la Poesia si alzò per Omero e per Pindaro allo splendore della gran- dezza nazionale. Ma poiché per Anacreonle ritrasse le vo- luttà d'una raffinala mollezza, di vergine pudibonda apparve putta sfacciata. Così a grado a grado venne meno per essa la venerazione de'popoli, e fu in nome della filosofia da Platone sbandeggiala. E come nella Grecia, così nel Lazio. Sulle prime grave ed austera per Ennio, di poi nobile e maestosa per Virgilio, e pei tempi schiva, quanta più. sa; por Orazio passa con continua vicenda dal tempio alla su- burra , e dalla suburra alla reggia, finché diviene quale fu in ultimo nella Grecia. 4. Tuttavia sì rigenerò col Vangelo, e gì Itati da se i fiori e i lisci, rientrò nel tempio, e colla fede nel cuore sciolse la voce all'inno sacro. Dipoi, sorta una nuova civil- tà, ne assimilò l'elemento cavalleresco, clic bandiva l'onore della religione e della donna, e dell'una e dell'altra cantò nell'entusiasmo della fede e dell'amore. Quindi educata dal portentoso ingegno dell'Alighieri seco levossi a tal volo che non mai il maggiore; e pei tre regni della vita futura s'in- nalzò lino al trono inaccessibile di Dio. Ma non andò guari che smarrite le orme di tanto maestro, e ristabilitosi il regno delle arti antiche, si riadornò della greca splendidezza, e comecché si studiasse ancora di nascondere sotto velo pudico un amore ridivenuto terreno, tuttavia ne traspariva la cambiata indole. Accolta nei palagi signorili si compo- neva ora allo scherzo, ora all'adulazione, e se con Torquato rientrava nel tempio, col cuore era pur sempre alla corte. Fuvvi tempo che vaga di stranezze e di follie, parve in delirio, quando quasi vergognandosene, tentò di sollevarsi a virile grandezza , ma non era che una abbagliante appa- renza. Finalmente per buona ventura alcuni eletti ingegni luit' inlesi a far rifiorire la vera poesia, si studiarono di ri- temprarla alla scuola del gran padre Alighieri, onde novel- lamente rinvigorita riprese a cantare di Dio e della Patria, e in tal guisa cercò di ridestare amore per sè e per l'an- tico maestro. Se non che talora avida di novità svolazza per regioni non sue; e per un cerio tal vezzo d'imitazione ama di aggirarsi avvolta in aerea caligine, tra le ombro dei sepolcri, trattar pugnali, veleni ed altre tristizie e ma- linconie, e in un baleno passare dal gemilo alla maledizione. Ma la luce che brilla ogni di piìi viva dalla fronte dell'Ali- ghieri, alla perfine le persuaderà che nel cielo d'Italia esso è pur l'astro « Che mena dritto altrui per ogni calle » C i). c per esso ritornala quandoebessia degna della sua origine, ridiverrà qual'era , maestra e duce dei popoli e delle nazioni. g. 9. Natura della Poesia. 5. La Poesia è l'arte d'esprimere in versi tulio ciò che l'anima senlee crea, a fine di megliorar l'uomo commoven- dolo e dilettandolo. Gli elementi ne sono, come ben nota il Foscolo, le immagini, la passione e lo stile (1). La imitazione, madre delle arti belle, n'è la regola suprema, e la bella natura n'è il tipo; se non che il gusto deve guidare l'occhio e la mano nello scegliere e nel penne! leggiare ; perocché avvi tal vero che è morte della poesia. La passione poi dà spirito e vita alle immagini della fanlasia, e la parola le incarna e le colorisce. 7. Fu detto che i poeti nascono, ed è cosi veramente; ma non per questo deve inferirsene che la natura faccia lutto per essi, sì che nulla resti da fare all'arte. Difatto quella facilita d'intelletto, quella prontezza di memoria, quella vivacità di fantasia, quella squisitezza di sentimento, che costituiscono l'ingegno poetico, e quell'aura quasi di- rei divina, che investe il cuore e la menle del poeta, nascono senza fallo con esso; ma se l'arte non può dar tali doli, le invigorisce però e le perfeziona , e secondando la natura ne agevola l'uso, e le dirige a meta piùcerla. Per la qual cosa anche Cicerone dopo aver detto: a Poetam a bonum neminem sine inflammatione anìmorum exsistere pos- m se, et sine quodam afflato quasi furoris » (De Orat. L. Il), soggiungeva: « At cum ad naluram eximiam et Ulustrem « acccsserit ratio quaedam , conformatioquc doctrinae , e tum illud nescio quid praeclarum ac singulara exsistit ». « (Pro Areh. Poe.) ». E poi, come ben nota lo Zanotti, che sono mai le regole dettate da Aristotele sino a noi sulla Poetica, se non ciò che è stalo osservato alla natura con- forme? cosicché trovatele quali erano nel fondo della natura medesima, i maestri le significarono altrui, e ne fecero un'arte, a cui chi non obbedisce, non obbedisce alla natura. Dunque l'arte non è, come vorrebbesi far cre- dere, una tiranna, nè i suoi precetti le si temute pastoje, H ) Discorso sull'Origine e ufficio della Letteratura. l2i <■ È chiaro, dice lo stesso Zanolli, che qui vuoisi intendere dei ■ precelti generali, e non di quelli particolari che non hanno per ra- « gione l'uso, il quale variando , fa che questi pur varino b. Sull'Art. Poet. Ragion. ma sono redini che salvano dai precipizj, e menano per più sicuro cammino, eia storia della Poesia d'ogni età e d'ogni nazione cene rende testimonianza. Diasi, che è ben ragione, alla natura il primato; ma non si ricusino i consi- gli dell'arie, perocché, siccome ben nota un moderno valente critico, conosciamo nella a letteratura italiana lodali scrit- « lori di versi e di prose che riuscirono tali colì'arle, e con « ricca vena ; ma con ricca vena e con arte scarsa nes- « suno ». In somma persuadiamoci della verità di quel gran ca- none cui stabiliva il Venosino , or fa venti secoli , ripetuto quale oracolo da quanti furono sapienti nell'arie , e che mi giova di qui porre a suggello: « Natura fieret laudabile carmen , an arte , « Quaesitum est; ego nec studium sine divite vena, « Nec rude quid prosit video ingenium : alterius sic a Altera poscit opem res , et conjurat amice ». Mrt. P. v. 408). 8. Lo stesso Orazio insegna: h Aut prodesse volunt, aut delectare poelae , « Aut simul et jucunda et idonea dicere vitae ». [Ivi, v. 333j. e conclude. « Omne tulit punctum qui miscuit utile dulci, a Lectores delectando , pariterque monendo ». [JM, v. 313). Sul che primieramente è da nolare che non intero consegue il fine della poesìa colui che canta solo perchè altri dilet- tisi : l'utile vuoisi temperato al ditello, e l'ufficio del poeta allora soltanto può dirsi compiuto. Si vide essere stata la poesia ministra di religione e di civiltà , e i popoli venerarla come cosa divina ; il richiamarla adunque a'suoi principj è opera di civile sapienza , e mezzo certissimo, perchè venga riposta nell'antica onoranza. Ecco perchè doveva Orazio chiamare ciance canore que'versi che vuoti erano di concetti , e il Foscolo dire : « Odio il verso che suona e che non crea ». Ora che dovrem dire di chi prostituisce al favore e all'oro la Poesia , o la vitupera in cantar laide e scouce cose, onde il pudore arrossendo rifugge? tristo abuso d'ingegno e la- crimevole violazione di santissima cosa ! Intera lode adun- que conseguirà il dettatore di versi, quando leggiadri per abito gentile e per soave armonia, li congiungerà a dicevole dottrina, seguendo meglio che sa l'insegnamento dell'illustre Muratori: * dovere la Poesia com'arte imitatrice dilettare, <r com'arte subordinata alla mora! filosofia, istruire (1) n. 9. A raggiungere pertanto il duplice fine dell'arte sono, come scriveva Bernardo Tasso al Davila , necessarie al poeta tre parti principali, invenzione, disposizione, ed elocuzio- ne (2). Laonde prima di tutto gli è d'uopo sceglier con senno argomento a'suoi versi alto allo scopo , ai tempi ed al pro- prio ingegno ; lavorarvi sopra con tutte le forze dell' intel- letto e della fantasia per discoprire le parti più elette della materia; disporne in bello e lucido ordine le parli mede- sime ben tra loro proporzionate e corrispondenti ; quindi svolgerle ed csornarlc con copia di concetti, d'immagini e di sentimenti , secondochè spontanei dettano e la mente e il cuore , ognora mirando per diretto o per obliquo a in- gentilire gli uomini inspirando loro l'amore d'ogni leggiadra virtù , e ritraendo!! da lutto ciò che men nobili e men pii li rende. Spargerà quindi dolce diletto nell'anima, se renderà piìi belle le immagini sue colle grazie vereconde del linguag- gio poetico e colla ben temprata armonia del verso, di forma che il vero si piacevolmente condito , allettando, come dice Torquato, anco i più schivi, oe li renda altresì persuasi. 40. E poiché gran parte del diletto deriva appunto dal linguaggio poetico, non sari» fuor di proposito il dirne al- di Balla Perf. Poesia. Race, di Leu. di. p, )8i. cuoa parola. I Greci si ebbero una elocuzione per la prosa, un'altra per la poesia, onde Tullio parlando de'loro poeti diceva: alia prope lingua locuti videntur. I Latini ne segui- rono l'esempio, e i sommi poeti italiani lo imitarono, seb- bene ora altro s'insegni e si faccia da certi moderni Ari- stoteli e Maroni ; perocché tutti erano persuasi che l'arte, l'ufficio e il fine del poeta dipartendosi da quelli del pro- satore, doveasene anco il linguaggio dipartire. Per la qual cosa fa d'uopo che il poeta sia veramente signore della sua favella , perchè sappia conoscerne tutte le proprietà , distin- guerne le più elette bellezze , convenientemente adoperarle, e sceverare con senno le voci e le forme poetiche dalle pro- saiche. GÌU a suo luogo mostrammo come la retta forma- zione e l'uso della metafora , fonte d'evidenza e di splen- dore, conferiscono ad aggiungere un carattere d'eleganza tutta propria della poesia. Conviene inoltre leggiadramente adornare un tal linguaggio delle squisitezze declassici greci', latini ed italiani , e convenevolmente adoperare la metoni- mia , la sineddoche, l'iperbole, la perifrasi e quale altro ornamento fornisce l'elocuzion figurata; nobilitare con forme nuove e gentili i concetti e le immagini trite o comuni , e troppo per se stesse umili; spargervi opportunamente e senza sazietà epiteti pittoreschi e significativi , e finalmente all'armonia generale aggiungere a tempo e luogo eziandio quella particolare cui dicemmo di espressione. H. Importa poi assaissimo por mente al genere di poesia che trattiamo , a fine di dare a ciascuno il suo proprio co- lore, conciossiachè la poesia lirica ammetta arditezza di traslati e di figure ; l'epica voglia elocuzione magnifica ed illustre : la tragica richieda severità , e via discorrendo ; quindi conviene studiosamente guardarsi dal confondere l'un genere coll'altro , adoperando a mo' d'esempio nella poesia drammatica metafore e locuzioni solo dicevoli alla lirica , e viceversa ; lo che in pittura direbbesi stonare. Finalmente chi aspira ad esser salutalo poeta dell'età sua e delle future , non riponga l'arte nel miniare concettuzzi e vocaboli , ma si nello scolpire sensi ed immagini, e fa- cendosi succo e sangue della sostanza poetica dei grandi maestri che furono i Greci, i Latini, l'Alighieri, e pochi altri della bella scuola, sentirà pur esso nell'anima lena bastante « Forti cose a pensar , mettere in versi- ». \Purg.). g. 3. Delle Transizioni. 12. Tra i principali artifizj onde la poesia acquista quel- l'ardore ed impelo suo proprio , e che dalla prosa si la di- slingue , è, come insegna l'illustre Kiccolini fi), l'accorto uso de' trapassi , o com'ora dicesi, delle transizioni. Con- sistono queste in ceni modi nuovi, varj e inaspettati onde si collegano i. periodi e le sentenze , scostandosi da quel- l'ordine logico che tiene là prosa nella connessione de'suoi antecedenti coi conseguenti. Il difetto di siffatte transizioni rende languida e fredda la poesia, e facilmente le dà sem- bianza di prosa. Se non che difficile assai n'è l'artificio, dovendo il trapasso farsi con naturale disinvoltura, e richie- dendo facile il- ligamento, chè ove sia troppo ingegnoso, e non nasconda ben l'arte , addiviene una sconcia deformità. Di queste finezze poetiche sono egregi maestri i classici antichi , e più di tutti la vera inspirazione del genio. 13. 11 sopraccitato autore insegna inoltre potersi in due maniere continuare in poesia il discorso , e formarsene le connessioni, colla progressione cioè e colla egressione. La prima si fa mercè dell'amplificazione, dell'antitesi e talvolta della ritrattazione ; la seconda ricorre alle esclamazioni , alle apostrofi , alle similitudini , alle visioni e ad altre sif- fatte ligure ; quella e comune anche alla prosa , e in poesia l'uso vuol esserne più sobrio; non cosi dell'altra. Quale ne sia l'effetto vedasi ne'seguenfi esempj , dove sditesi l'una e l'altra maniera : . « Esoriare aliquis noslris ex ossibus ullor, « Qui face Dardanios ferroque sequare colonos. 11 J Delle Transizioni in poesia, lezione eo. - Ediz. cil. v. Ili, i>. 221.  a Nane, olim , quocumque dabunt se tempore vires, « Litora liloribus contraria, flucLiuus undas « Imprecor , arma armis, pugneut ipsique nepoles ». iAen., Lib. IV). e La casa di che nacque il vostro fleto , « Per lo giusto disdegno che v'ha morii , a li posto fine al vostro viver lieto, « Era onorata essa e i suoi consorti. « 0 Buondelmonte , quanto mal fuggisti « Le nozze sue per gli alimi conforti! « Molli sarebber lieti, che soh tristi, « Se Dio t'avesse conceduto ad Ema « La prima volta che a città venisti ». I Farad. , C. XVI ). $. 4. Del Melrtr. M. Grandissima parte poi del diletto che viene dalla poesia, nasce dal verso; laonde il Metastasio dubitava che senza questo fossevi poesia , e Goethe voleva che si trat- tasse in versi tutto ciò che e poetico; e veramente e i Greci e i Latini, e bene spesso anche gl'Italiani scrissero in versi non che altro , le stesse commedie. 11 Sannazzaro introdusse nella sua Arcadia la prosa poetica, esempio, per quanto io mi sappia, restato lunga pezza senza imitatori. I Francesi, tra'quali il primo tu Fénéìon, l'usarono e l'usa- no, e bene sta per quei che hanno lingua meglio alla prosa disposta; ma a quei popoli a cui dedit ore rotando Musa loqui , grandemente disdice spogliare del verso la poesia, ■della quale è il più amabile fregio; e ciò non tornerebbe loro a lode, ma sarebbe indizio di smarrito sentimento poe- tico. Volere o no, la poesia è un canto , e il canto vuole ordinata misura. La rima è ornai la prerogativa del verso moderno , e ne chiami pure il Gravina grossolana , e come dovuta a' tempi di rozza barbarie, la invenzione (1); ed Hi Ragion Poet., Lib. U. eco puerile ed inetto la dimmi il Gargallo, benché la ri- spelli, siccome consacrata dall'uso (1) ; tuttavia meglio ne giudica, a parer mio , il Niccolini , dicendo; « esser quella « che pone in armonia le parti d'un componimento , accre- <t sce valore al suono , dà colore alle parole , e ridestando « una sensazione passata e creando il desiderio d'una nuo- « va, si rivolge ad un tempo e alla memoria e alla spe- li ranza (2) ». E se mal non avviso , verranno non pochi nella sentenza dell'illustre poeta. Se non che la rima è d'ornamento al verso, quando vi cade facile e spontanea; è deformità , se sbalestra e non imbrocca bene il segno, e vi apparisce arie o sforzo. Ella deve obbedire qual docil destriero , c obbediente l'avrai mercè d'un lungo esercizio; se poi questo non li vale , e quella li si serberà tuttavìa ritrosa e schiva , e tu rinunzia a far versi , invita Minerva, nec auspice Musa. <5. V'è, dirai, il verso sciolto che francato dal fastidioso freno della rima, lascia libero il volo agli slanci della fan- tasia. È verissimo: ma donde avviene che versi sciolti ne abbiamo assai, pochi de'bellissimi? diffìcile più che non ere- desi è tal sorta di versi , perchè sostenuti senza gonfiezza e naturali senza bassezza non meritino al loro aulore qualcuna di quelle sante frustate che il Barelli accocca ai Versi- scrollai. Ove tu lì appigli pertanto agli sciolti, ricordali che richiedono un'artificiosa e delicata struttura negli accenti, nelle pose, ne'ligamenti e nelle spezzature, s\ che ne resulti un'armo- nia svariala, or grave, or tenue, sempre accomodala al periodo, all'espressione ed all'orecchio; tutte cose facili a dirsi, ad ottenersi poi hoc opus, hic labor est. Di grande soccorso però ti sarà la lettura diligente ed accurata degli sciolti del Parini e del Foscolo , e delle traduzioni epiche , per le quali il verso sciolio è preferibile al rimato, del Caro, del Monti, dì Andrea Malici e d'alcun altro che va per la maggiore. U] Proem. alla Tradux. £ Oro zio.  g. S. Dei Classici e dei Romantici. 16. Dopo accennato quanto parve opportuno intorno alla natura, fine e mezzi della poesia, gioverà quasi a comple- mento della generale trattazione del subietto dire alcuna cosa intorno al Romanticismo che al vanto ambisce dì scuola novella in poesia (1). S'arrogano il nome di Romantici coloro i quali poetando sdegnano ogni regola d'arte ed ogni auto- rità d'esempio, proclamando il principio della ragione come l'unica norma in letteratura; che smaniami pel medio evo fanno loro delizia il melanconico, il tetro, lo strano, l'orri- bile, il deforme; che ora seguendo della Bibbia ardimenti e locuzioni, affettano il sublime; ora tutt' intesi in minuzie strisciano al suolo ; che sdegnosi d'ogni più. lieve allusione mitologica, ammettono poi i Genj, le streghe, i vampiri ed altri simili enti immaginari; che schiavi di ciò che essi chiamano materialismo dell'arte, si avvolgono in metafisiche astrattezze ed in immagini sfuggevoli ed aeree che, al dire dell'Arcangeli, non tramandano che luce fosforica, senza calore; arroge confusione di lutti gli stili come di tutti i metri; elocuzione ingioiellata di metafore tumide o false, lardellata di forestierumi, mista di poetico e di prosaico, di nobile e di plebeo , perchè, e'dicono, così meglio imitasi la natura. - Si usa al contrario di dar nome di Classici a coloro che schiavi delle leggi aristoteliche , e idolatri d'ogni autorità, si fau coscienza di dar passo fuori delle orme de'loro maestri; che condannano come nè allo nè dicevole all'arte ogni altro soprannaturale che non sia mito greco; che guardano , se pur la guardano, la natura a traverso del prisma degli antichi, sicché per essi ella diviene un libro chiuso a sette sigilli; le cose cento volte cantate ricantano, lutto foggiando, usi , costumi ed affetti alla greca o alla latina, e guardandosi dal dir cosa con parola che non sia petrarchesca o boccaccevole. Tali suppergiù sono i Roman- di V. La lettera del Monti a Carlo Tedaldi Fores , Race. cit. di P. Fanfxm. V. La lettera del Costa alla Signora degli Anioni. delle Istituzioni elementari tiri e i Classici, i quali esagerando i loro principi, quelli colla licenza, questi colla servilità nuocono, per la ragion degli oppositi , del pari all'arie. 47. Ma incominciamo dal togliere il prestigio de'nomi. Classico un tempo valeva ottimo; romantico non so,chè non è vocabolo nostro; ora è chiaro che classico qui vale per antifrasi pedante; che romantico arieggia a nona/ore, e il vocabolo ci venne insiem coli' idea d'oltremoute; dunque se vogliamo chiamare pane il pane, convien dare alla scuola de'così detti classici l'appellativo di pedantesca, alla quale Dio conceda leggiera la terra e riposo sempiterno; all'altra quello di settentrionale; e sia lode e gloria all'Italia e a chi spasima per quella. Ma diciamo un po': le scuole antica e moderna non salutano esse per corifei Omero e Dante? Ebbene; Omero dipinse la natura fisica e morale quale ve- dea.sela dinanzi , o poco discosto, e Dante non ne fu dipin- tore meno fedele; Omero tratteggiò il bello, il grandioso, il terribile, il sublime co'loro propri colori, e Dante non li ritrasse altrimenti; Omero descrisse la Grecia ne' suoi eroi, ritraendo dell'eia sua costumi, vizj e virtù, e Dante nel descriver fondo a tutto l'universo, vi delineò più particolar- mente l'Italia de'suoi tempi, colla sua religione, colla sua storia, co'suoì vizj e colle sue discordie; in somma l'uno e l'altro commosse col verisimile più spesso che col vero, e rispettarono ambeduo le leggi del decoro, vuoi nel disegna- re, vuoi nel colorire le loro stupende epopee. Se dunque non tennero essi una via diversa, non sarà più classico l'uno dell'altro, e i romantici han torto a fare della loro scuola Dante e non Omero, co nei ossia chè non siano ambedue meno classici che romantici. Per la qual cosa se scrittore roman- tico vale a significare, come dice il Gioberti, artefice di concelli confusi, vaghi, sfumati, di guazzabugli, di tenebre e di simile dottrina, indegna di noi Italiani (1), uè l'Alighieri nò altri della sua scuola consentiranno di esser posti nel novero de'romantici; ma ove per romanticismo s'intenda l'arte di scrivere opere che ritraendo passioni, credenze ed (1| V. I. Pag. «. Edlz. Bruì, I8Ì3. usi convenienti all'età dell'autore, riescano utili e dilette- voli, furono romantici, conclude il Nìccolini, gli scrittori della Grecki e del Lazio, non meno che i tre padri della nostra letteratura (1); quindi mi sembra che in questi ter- mini la questione non sia che di nome. 18. Che il poeta settentrionale, inspirandosi sotto d'un cielo cui il sole appena saluta d'un languido raggio , dipinga di foschi colori le sue melanconiche immagini , bene sta ; ritrae la natura che ha dinanzi , e nella quale la sua fan- tasia si specchia; ma non così può dirsi di chi inebriandosi nell'immenso sorriso d'un cielo cui allieta e Dolce color d'orientai zaffiro » , ( Purg., C. I ). corre coli' immaginazione a cercar le cupe sue tinte tra le nubi caledonie e tra le aurore boreali. Sbandile le gaje Driadi e Napee , qual prò per la poesia l'aver loro sostituito le luride streghe e gli schifosi vampiri? L'errore sta nel presumere di tenere in piè l'Olimpo d'Omero , ornai scas- sinato per sempre ; ma ove la mitologia , siccome in se rac- chiude verità fisiche e morali , si adoperi ad esempio di Dante con sobrietà e con senno per allusioni allegoriche, per simboli di umane passioni , per ingentilire idee volgari, per dar persona alle astratte , per illeggiadrire con un lin- guaggio poetico ornai noto ciò che ò naturalmente schivo di poesia, sarà sempre fonte perenne d'immagini gentili al poeta e di bello ideale alle arti , senza che ne rimanga of- feso il costume , il buon senso e il buon gusto d'una na- zione. Schiller e Tiyron , i più gran poeti dell'età moderna , e splendidissima gloria del Romanticismo, rimpiangevano, quegli la espulsione degli Dèi della Grecia dal regno delle Muse , in un'ode che era una delle sue predilette (2) ; questi l'abbandono dei grandi maestri che noi teniamo per clas- sici, e scriveva: e Siamo lutti, Moorc, Scott, Soulhey , (I) SuU'Imilaz. delFArte Dramm. , Voi. Ili, Ediz isti, p. 815. &) V. L' Odo : Gli Dèi della Grecfr.  e Campbell e io in una via falsa.... sono sbalordito e mor- ii lificato dall'immensa distanza che in materia di senti- li mento , di sapere , di effetto e anco di fantasia , di pas- ce sione e d'invenzione, corre fra Pope e noialtri del basso a impero.... Tutto era Orazio allora , tutto è Claudiano og- a gidl ; e se dovessi ricominciare la carriera , m'impron- ti lerei d'un altro stampo » (1). * E questo sia suggel ch'ogn'uomo sganni ». [/«/., c. XIX ). Capitolo [. - Della Poetia Lirica. 1. La Poesia Lirica, cosi denominata perchè soleva can- tarsi al suon della lira , nacque dal sentimento religioso e patrio, e decorava i riti sacerdotali e le feste cittadine; laonde la poesia propriamente lirica , vien definita quella che canta con entusiasmo di Dio e della patria. 2. Il canto lirico, che sonò tra i popoli il primo, fu dunque sacro ed eroico; dipoi si cantò in forma lirica di virtù , d'amore e di sventure , perchè la Lirica suole distin- guersi in Sacra, Eroica, Morale, Melica o Erotica ed Ele- giaca; delle quali specie parleremo ad una ad una distin- tamente. Ibi. I. - Della Lirica Sacra* 3. Primo per età e per eccellenza è nella poesia lirica l'Inno. Questo canta le lodi di Dio e de'Santi suoi , amplis- simo campo di maraviglia e d'affetti d'ogni maniera , e per |1) Lei. di varia Lelleral. ài Pier Ales. Paravia , Torino , 1856 ; ISei. I, p. H2. - Credendo bene di non esporre in un trattalo elemen- tare eho i principi certo esagerali i quali dalla due Scuole ai professano in arie, non reputo opportuno d'entrare in discorso sull'intendimento dei Romantici, il quale viene luminosamente dimostrato nelle Memorie che di Giuseppe Sfontani scriveva l'egregio Vannucci. questo appunto lirico di somma ragione , essendoché l'entu- siasmo che n'è l'anima e il nerbo , si desta al maraviglioso e al passionato , e di qui sgorgando con impeto il canto dal cuore del poeta, scuote vivamente l'immaginazione e l'ani- mo di quei che l'ascoltano, e della sacra fiamma parteci- pano dell'inspirato cantore. 4. Dove più viva è la fede, anche l'inno più s'eleva al sublime. Ciò si fa manifesto nei Cantici e Salmi degli Ebrei e negl'Inni della Chiesa , e massime in quelli che vanno sotto il nome di S. Ambrogio (1) , di Fortunato, d’AQUINO (vedasi), di S. Gregorio Magno (4) , di F. lacopone da Todi (5) , e di Paolo Diacono (6). Ebbero inni sacri ancora i Greci , de'quali non restano che frammenti, quali sono gli Orfici ; rimangono però quelli di Cleante a Giove , di Saffo a Venere , e parecchi di Callimaco. I Latini sul primo non ebbero di poesia sacra che i carmi Saliari di Numa; dipoi l'Inno a Diana di Catullo e gli altri che fan parte della Lirica Oraziana , tra'quali il Secolare ad Apollo e a Diana. Se gl'inni della Grecia e del Lazio vincono per la splendidezza della forma quelli della Chiesa , questi L vanno di lungo tratto loro innanzi per quella misteriosa pietà che nasce da fede profonda e sincera. Quanto lustro avrebbe aggiunto alia poesia italiana la lirica sacra abba- stanza lo mostrano e Dante nel C. XXXIII del Paradiso , e il Petrarca nell'unica sua Canzone alla Vergine , se fosse stata, come doveasi, coltivala. Ma sebbene abbiamo poesie sacre e di F. lacopone , e di Feo Belcari , e di Lorenzo dei Medici, e del Benivieni , e del Liguori e d'altri, tuttavia 11) Jesu «Adempier Omnium e eli altri per il S. Natale; quelli del- l'Ascensione e della Pentente ; Iste Confessor; /«su, corona yirginum; quelli della Sacra , ed allri moltissimi. [2] Ave Maris Stella ec, e gli altri della Vergine ; Ventila regi* prodewtt , e gli allri della Passione. (3) Pange lingua gloriosi , e gli altri del Corpus Domini. (I Creator alme siderttp», ed altri molli. [5! Siabat Maler dolorosa. (6) Quelli per l'Uffizio di S. Gio. Batista. sono ben lungi dalla lirica propriamente della , e tanto e vero che vanno coniente del lilolo di Laudi o di Canzonelle spirituali, dove incontri più presto il devoto che il poela. Toccarono l'arpa sacra anche il Poliziano, il Menzini , il Lemene, il Mazza ed il Tornielli , ed alcuni assai lodati concerni ne trassero. Il Me tastaste loccolla anche più soa- vemente , e al sublime della religione uni le grazie greche. II Manzoni tentò con felice ardimento d'innalzare alla lirica maestà l'Inno sacro, e con ali invigorite dallo studio dei grandi poeti e della Bibbia , e principalmente da una fede viva e intemerata , spiegò sicuro il volo ; e se gli si rim- provera qualche difetto d'oscurità che per avventura rende meu popolari i suoi Inni , niuno per fermo può negargli li- rico slancio. Ebbe imitatori , tra'quali primeggia il Borghi più semplice, ma forse meno originale. 5. L'Inno sacro può essere encomiastico , eucaristico, o supplicatorio , secondo che si loda , si ringrazia o si prega. Richiede poi di sua natura immagini grandiose , profondis- simo affetto, veneranda maestà e semplicità nc'eoncetti , e principalmente l'entusiasmo della fede ; di qui quel calore e quella rapidità che formano il carattere lirico. La forma poi sia nobile, quanlo casta e semplice, dignitosa l'armo- nia , e il metro sempre conveniente al soggetto , e per quanto si può, adattabile al canto popolare , acciocché l'Inno sacro suoni ancora sulle bocche del popolo ad incre- mento di religione e di pietà. Art. II, - Della Lirica Eroi». 6. La Lirica eroica scioglie il fervido canto o a eccila- menlo di opere magnanime , o a lode degli eroi che col senno o colla mano la patria illustrarono. Questa, che pur fu detta poesia slorica e face illuminatrice dell'antichità, si desia al suono di fatti massimi e straordinarj; ed elementi principali ne sono entusiasmo nazionale e cuor che s'in- fiamma a lullo ciò che ha sembianza dì grande, donde na- sce quel fremito di tempestosi affetti . ai quali i! poeta quasi schivo d'ogni legge , pare si abbandoni. Vuoisi qui però col IH Mamiani avvertire « che cotesto rapimento di fantasia , co- ti testa , a parlar con Orazio , amabilis insania, è specie « difficilissima di poesia , e procede sempre con gran pe- « ricolo di dar nel tronfio , nello esagerato e nello sma- « nioso » [1], 7. Le imprese guerriere , gli atti di civile e militare virtù , gli uomini di maraviglioso ardimento, sedendo gagliarda- mente l'animo del poeta , eccitano a volo sublime la sua immaginazione, e si scolpiscono per la immortalità nel suo canto. Quanti grandi nomi di cose e di persone vissero nella memoria de' popoli, che senza il canto di Pindaro e d'Orazio giacerebbero ignoti ! Tal'è la materia , tale l'uf- ficio della lirica eroica. 8. Tirteo d'Alene , fallino d'Efeso e Alceo di Lesbo tem- prarono la lira a canti eroici e guerreschi , nei quali fremo tutto l'ardore dello battaglie (2). Ma sovra gli altri, com'aqui- la , vola Pindaro immenso , inimitabile. Ei tolse a soggetto delle sue odi i vincitori dei giuochi Olimpici. Pitii, Cernei ed limici, donde quelle han nome. Poeta d'immaginazione ar- dente si slancia ad arditissimi voli , senza che mai gli fal- lisca la lena , cosicché ti rapisce e ti sorprende a un tempo. Amplifica le lodi del suo eroe con quelle della patria e degli avi di lui; lo che per difetto di notizie precise di questi e di quella fa che talora ci appaja alquanto oscuro; ma qui appunto ci è gran maestro della difficil'arte dei trapassi e voli lirici. Solo a Pindaro è secondo Orazio, il quale nelle sue sei odi eroiche (3), se non emulò il tebano poeta nel- l'arditezza dei voli , gli andò mollo dappresso nella gran- diosità e pienezza delle immagini , dei concetti e dei modi. Apersero il campo della lirica eroica italiana l'Alighieri e il Petrarca, quegli colla canzone: 0 patria degna di trionfai fama, questi colle sue aWItalia e a Cola di Rienzo. Tentò percuotere le corde pindariche il Chiabrcra celebrando le (t) Poesia. L'Autore a'Lpliori, pag. x, ediz. Le Monnier , 18S7,  De' primi due , vedi le stupende traduzioni dell'Arcangeli; di Pindaro quella bellissima del Borghi. - ;3j V. Lil>. I , Oif.8, 6, 12; Llb. Pf, Oi. 2, i, 15.  Vittorie delle Galere toscane sui Turchi, aìcuai Principi ita- liani , e il Giuoco del pallone ; ma talora lo incolse la disgra- zia d'Icaro sii* vaticinata dal Venosino. Maestosa, e qual- che volta forse troppo rellorica , è !a musa del Filicaja, quando canta delle vittorie dei Cristiani sui Turchi; imma- ginosa m;i tumida quella del Frugoni. E per tacermi d'al- tri , solo dirò che la musa dove veramente spira tutta l'an- tica grandezza , è quella del Leopardi nei celebri canti a\V Italia , ad Angelo Mai, e per il Monumento di Dante in Firenze. II bell'esempio dì queslo poela che si educò sui Greci, sui Latini e su' padri nostri , fu ben seguilo da Gio- vanni Marchetti nelle sue odi per morte di Ennio Quirino Vi- sconti, del Perticari e del Figlio di Napoleone. Altri pure lo seguano cantando Ì tanti eroi della patria nostra, molli de' quali : « Illacrimabiles a tlrgentur , ignotique longa « Nocte , careni quia vale sacro ». (Ov., Od. 9, Llb. IV). akt. ni. - nell» Lirica Morale. 9. L'Ode morate bea diversa dalla impetuosa ode eroica o pindarica, che cosi pure si chiama, procede con tempe- rata regolarità , congiunta sempre a nobiltà e decoro. Essa canta le virtù domestiche e civili, l'amicizia, la pieia e la ret- titudine, dalle quali attinge quelle immagini onde si abbella, ora grandiose, ora gentili , ora commoventi , or gravi , a fine d'ispirare di quelle virtù col diletto l'amore. Sebbene sia schiva delle arditezze dell'ode eroica , tuttavia ama un certo calore onde s'esalta all'aspetto della virtù, e di ge- nerosa ira s'accende in faccia" al vizio, sia pure quella io luridi cenci , e questo in abito gemmato. Si compiace essa pure dei trapassi e delle brevi digressioni , e se detta precelli di civile sapienza, non sillogizza da loico, né sot- tilizza da metafisico, e tanto meno cammina sulle orme Dlgriizod by Cucigli; dell'oratore , perchè non vuol sentirsi giustamente ripetere col Costa: <( Del Filicaja le canzoni io lascio , « E leggo Tullio n { A, P. , Serm. II). 10. Orazio è sommo maestro dell'ode morale, sia per l'orditura e per il ben regolato slancio poetico, sia per la verità delle immagini, e per la nobiltà de'sentimenti; sia finalmente per il decoro dello stile e per la evidenza della elocuzione. Il Petrarca nella canzone: , a Una donna più bella assai che 'i sole » diede l'esempio della lirica morale , e dietro a lui corsero parecchi. Il Testi nelle sue odi morali segui con molla sua lode Orazio, al quale ancor più dappresso andò il Fantoni o Labindo. Ma quegli che in tal genere recò nuovo lustro all' Italia fu il Pariui , nelle cui odi , servendomi delle espres- sioni del Giusti, è un cerio « piglio alto, schietto, auste- « ro , maschio anco nella dolcezza , che ti scuole e lì « esalta. ... Le ritrovi lutto splendide di varia bellezza; « gravi di senno e di dignità ; ricche di sentenze, d'imma- t gini, d'afTello, e di tulli gl'impeli e di tutte le nobili aspì- « razioni d'un animo caldo del vero e del bello poetico » (1). V'iucontri finalmente i veri e precipui caratteri che aver deve la lirica morale, quando sgorga dal cuore, e non è già un reverbero degli altrui pensieri. Forse vi si desidera talvolta maggioro speditezza nel verso e nella costruzione, e più velata l'arte, ma quesli nèì rendono più vivo lo splen- dore delle sue molle bellezze. Egregia lode raccolse nelle sue odi morali anche il Marchetti. Airi IV. - Dell» l.iricu Melica o Erotica, ed F.lcgiac*- 1 1 . La Poesia lirica , dice il Foscolo [2), come fu prima a nascere, cos\ pare che ancora sia stata la prima a dege- (<) Vita del Parini, p»g. mi, ed. cit. (2) Considerazioni sulla Poesia lirica. nerare. E veramente cangiò natura , quando alla religione , alla patria ed alla virtù volle sostituito ciò che alletta al piacere de'sensì. Scrittori di poetiche e poeti, segue lo stesso ;iulore, la confusero coWamorosa, trascurando l'essenza, e solo badando alla forma esteriore; e sembra che il Tassoni fosse il primo a distinguer questa dalla lirica propriamente delta , dandole il nome di Melica dalla melodia del canto, e che più dislìntamenle appellasi Erotica, perchè d'ordina- rio sua materia è l'amore. Per siffatte considerazioni per- tanto Eliceva il Giordani aver noi maggior penuria di poesie liriche che altri non crede (1); e prima di lui aveva notato il Foscolo che appena un mediocre volume avremmo ritratto di poesie veramente liriche dall'infinita copia che vantiamo da Dante sino all'Alfieri. Dopo di che non fa maraviglia se il Costa esclama, parlando di Pindaro: « Nell'alto tempio della Fama appeso o Sta il costui serto ancora. Itali ingegni , a Ergete i vanni al glorioso acquisto ». [Art. Post., Sor. II]. 12. Distinta adunque la vera Lirica dalla Erotica , dirò che questa comprende varie specie , e le principali sono VOde, la Canzone Petrarchesca , V Elegia, Y Anacreontica , la Romanza e la Ballata. g. 4. Dell'Ode. ^3. L'Ode, che in greco significa canto, rilenendone il nome vuole altresì essere adorna di venusta ed eleganza greca. L'amore n'e l'anima , e la leggiadria delle immagini, la soavità dei sentimenti , ora lieti, ora pietosi , secondochè gioisce o piange il cuore , ed una passionata armonia che tutta la governa , formano il carattere e il pregio dell'ode che canta i dolci sdegni, le dolci paci e le amabili repulse. Vera vuol esser la passione, perchè da questa e non dall'arte appariscano dettale quelle metafore , quelle iper- (1) i-H. a Gino Capponi, Race. cit. DI RF.TTORICA 263 boli , quelle ardile figure e quei rapidi passaggi che appar- tengono alla elocuzione erotica. Ama finalmente una gra- ziosa facililà e dolcezza di metro, preferendo le brevi strofe alie lunghe, e alireitanlo dicasi dei versi. 14. Sull'orme di Saffo e degli altri poeti greci Orazio trattò l'Ode erotica con brio, vivacità ed eleganza somma. Ne composero assai anche i poeti italiani , tra'quali il Chia- brera, il Frugoni, il Mctastasio, il Monti, il Foscolo e il Fantoni; i quali io suggerisco per maestri della forma, che della sostanza non può nò deve esser maestro che il cuore. §. 2. Della Canzone Petra rcLesca. 15. Non pertanto più assai dell'Ode piacque ai poeti no- stri la Canzone Petrarchesca, cos\ delta non perchè ne fosse inventore il Petrarca, che prima di luì avevaala usata, fra gli altri , il Guinicelli , Cino da Pistoia e Dante , ma perchè ne fu il perfeziona lore. Il gentil cantore di Laura adunque, a ... . Quel dolce di Calliope labro a Che Amore in Grecia nudo e nudo iti Roma « D'un velo candidissimo adornando « Rendea nel grembo a Venere celeste » (1) narrò con pianto soave la passione universale del cuore , c la pennelleggiò in tante e sì svariate guise, e tutte te- nere, e tutte amabili, che fu sempre la delizia di quanti ebbero in Italia intelletto d'amore. La fantasia gli delineava le più delicate immagini, il cuore gli dettava i piti teneri sensi d'una dolce melanconia, e le Grazio gli porgevano i più. vaghi e leggiadri colori. Adornano eziandio la sua can- zone nobiltà e verecondia di sentenze, naturali digressioni, vere dipinture , grata e sostenuta armonio. E si fatti pregi della canzone petrarchesca congiuntamente alla esteriore struttura ne divennero le leggi ; perocché si compone di stanze di proporzionata lunghezza, in versi endecasillabi e (1) Carme, dei Sepolcri settenari piii o meno alternali, e tulli rimati con quell'or- dine stesso nella prima stanza fissalo. La chiude poi una più breve stanza con rima più libera, che dicesi commiato. 16. É vano il ricordare la mimila quanto non felice schiera degl' imitatori del Petrarca, da' quali debbonsi però sceverare il Bembo, l'Ariosto, il Casa, il Tasso, Giusto de' Conti e pochi altri. La struttura dell'ode siccome fu conservala dal Petrarca eziandio per le canzoni d'altro ge- nere, così venne da altri poeti usala nelle canzoni eroiche morali. Se non che taluni, come il Guidi, usarono la Can- zone libera, ponendo a lor talento la rima o lasciandola, nè facendosi loppe della prima stanza per le altre. La canzone ledala o libera sembra modernamente non tanto seguita ; e in quei molli metri de* quali è capace la lingua nostra, si preferisce l'ode, quale che sia il nome, onde per va- ghezza di novità piace talora di appellarla. Credo però che per gli argomenti di grave natura la forma deila Canzone Leopardiana possa molto conferire alla sostenutezza dello Stile. jj. 3. Delta Elegia. 17. La Elegia, ben nota ai Greci, come rilevasi da al- cuni frammenti ancora superstiti , e dalla certa notizia con- servataci da Orazio intorno ai Treni o poesie lugubri di Pindaro, era il canto del dolore, e si meritò l'appellativo di flebile. Ma se piango tra i sepolcri, non sdegna pure di cantare i lunghi affanni e le brevi gioje degli amami. Più dimessa dell'ode , procede però con dignitoso decoro, e scen- dendo teneramente al cuore, ama di eccitarvi affetti gen- tili e pietosi-, quindi fa d'uopo che il suo canto nasca da dolore o da amore veracemente sentito. L'arte non può dare che fiori di stufa; la natura li produce olezzanti e sparsi delle lacrime che vi stillò l'aurora. Talvolta fu inlesa can- tare altresì le lodi degli eroi , onde il Menzini dice che unisce insieme « Col verde mirto il trionfale alloro ». {Ari. Poel. L. Iti). Tali possono riguardarsi le Eroidi, o Epistole Eroiche, di cui ci porse bell'esempio Ovidio, e tra'nostri il Mamiani ; nei quali componimenti inlroduconsi eroi o eroine che disa- cerbano per lettere il loro dolore, e dipingono la propria sventura iu teneri versi, ove la dignità è pari all'affetto grandissimo. Del resto io penso che ove al sospiro dell'amo- re e del dolore si sostituisca il tono della grandezza o delia gloria, anzi che Elegia debbasi dire Canto Eroico, chè la forma non ne fa mica variar la sostanza. Ma checché aitri ne pensi, dirò che Tibullo, per tacermi degli altri Elegiaci latini, per la verità dell'affetto e per la gentilezza de'mo- di, ne è egregio modello. Molle canzoni del Petrarca, giusta ì'osservazione del Foscolo, sono vere elegie; ed elegie che poco o nulla differiscono da quelle di Ovidio e di Proper- zio, sono gli Amori del Savioli, adorni di fluidità, ma so- praccarichi dì allusioni mitologiche. Il metro più. comune- mente scelto dagli Elegiaci Italiani è la terza rima, come vedesi nell'Ariosto, nell'Alamanni, nel Menzini ed in Salo- mon Fiorentino. g. i. Dell'Anacreontica. 18. Da Anacreonte, feslivissimo poeta greco, trae il nome di Anacreontica quella breve ode o canzonetta, ove cantasi di soggetti teneri e delicati. Un fonte, un'ape, un fiore ne fornisce materia, ma più specialmente Amore e Bacco. Delicatezza di concetti, brio e semplicità d' immagi- ni, grazia e facilità di rime in versi brevi, e greca elegan- za di voci, sono i colori che debbono dipingere questo vago fiorellino, si che sembri colto dalle stesse Grazie nel più aprico giardino della natura. Chi da vivace e festivo inge- gno sentesi eccitalo a tal genere di poesia, ajuti il naturale estro^ollo studio di Anacreonte (1), e di Orazio tra gli antichi, del Chiabrera, del Rolli, del Mctastasip, del Vitto- relli e del Marchetti tra i- moderni, benché in alcuni di (1) Ne abbiamo buone Iraduzioni del Cosla e di Giovanni Mar- chetti. questi autori vadano sotto il nome di odi o di qua! altro, ma che pure son vere e proprie Anacreontiche. Tal'è la Canzonetta che prendiamo per esempio dal Cbiabrera, e della quale il Salvini non rifinava d'ammirare la grazia, e il Cesari diceva essere un vero riso di poesia celeste. <i Se bel rio, se bell'aurelta t Tra l'erbetla « Sul mnltin mormorando erra ; o Se di fiori un praticello <• Si fa bello, » Noi diciam : ride la terra. « Quando avvien che un zeflìrello a Per diletto a Bagni il piè nell'onde chiare, « Si che l'acqua in sull'arena « Scherzi appena , « Noi diciam che ride il mare. « Se giammai tra fior vermigli, a Se Ira gigli « Veste l'alba un aureo velo, « E su rote di zaffiro « Move in giro; « Noi diciam che ride il cielo. « Ben è ver : quando è giocondo a Itide il mondo, a Hide il ciel quand'è gioioso : a Tten è ver: ma non san poi a Come voi « Fare un riso grazioso ». g. 5. Della Ballata , della Romanza e del Madrigale. 49. Diremo brevemente di queste specie minori della Lirica. La Ballata, così delta, perchè si cantava ballando, fu molto in uso presso i nostri antichi poeti, e d'ordinario conteneva un gentile e affettuoso pensiero d'amorfi. La Ro- manza di nome tutto moderno, è pure un'imitazione di quelle degli antichi Trovatori Provenzali , ed essa ancora parla d'amore o di pietose storie d'amanti, o di qual altro deli- cato affetto dell'animo. Se breve e di versi scorrevoli vo- leva esser la prima , perchè accompagnavasi alla danza , breve , tenera ed armoniosa vuol esser pur la seconda , perchè s'accompagna alla musica. Ciò che rende e l'ima e l'altra specialmenfe graziosa , è la ingenuità e la delicatezza del sentimento. Tal' è tra' moderni la Romanza del Grossi intitolata La Itoniineìla. 20. Il Madrigale poi ben nolo anche agli antichi, è il più breve de' componimenti lirici , e bene si adatta a sub- bietti umili e più specialmente amorosi. Deve in picciol nu- mero di versi . che sogliono per lo più essere endecasillabi alternali con settenarj liberamente rimati tra loro , com- prendere un pensiero che nuovo, gentile o spiritoso ne renda la chiusa vivace ed amena. Grazioso è questo del Petrarca : « Nova angelella sovra l'ale accorta « Scese dal cielo in su la fresca riva o La ond'io passava sol per mio destino. « Poi che senza compagna e senza scorta « Mi vide, un laccio che di seta ordiva, « Tese fra l'erba ond' è verde il cammino. « Allor fui preso; e non mi spiacque poi; « SI dolce lume usc'ia degli occhi suoi ». Vaghi per semplicità ed eleganza greca sono quelli del Lemcne, tra'quali scelgo il seguente: « Offesa verginella « Piangendo il suo destino , ■ . o Tutta dolente e bella « Fu cangiala da Giove in augellino « Che canta dolcemente e spiega il volo- a In verde colle ud'i con suo diletto  « Cantar un giorno Amor quell'augelletto, « £ del canto invaghilo, « Con miracol gentil prese di Giove b Ad emular le prove. * Onde poich'ebbe udito « Quel musico usignuol che s\ soave « Canta, gorgheggia e trilla, « Cangiollo in verginella ; e questa è Lilla ». §. 6. Del Ditirambo. 21. Sebbene niuno ornai più si curi di poesia ditiram- bica , dappoiché più non vuol sapersi di Bacco , tuttavia per non tacere che i nostri antichi solevano talvolta ecci- tarsi Tra le tazze al canto, dirò alcuna cosa di quella loro ebbrifestante poesia ; che se non è strettamente erotica , vi ha pure una qualche attinenza, mescolandosi non di rado al brio de'bicchieri lo scherzo dell'amore. 11 Ditirambo adunque era un canto in lode del Dio del vino, per conseguenza un inno sacro, donde derivò, come a suo luogo diremo , quel canto illustre che è la Tragedia. I poeti a fine di meglio imitare il furore brioso del nume, dovettero si nella forma che nei pensieri essere sbrigliati a sembianza di ebbri, e coniare parole a capriccio, e unirne duo o tre in una sola (I). Ripieni dello spirito bacchico, si abbandonavano ai voli della fantasia , e sembravano d'in- solito estro infiammali. Anacreonle , per nou dire di Pin- daro i cui ditirambi furono preda del tempo , ci lasciò vi- vacissime odi dilirambiche ; una ne abbiamo d'Orazio (2), che si tiene tra le sue migliori ; il Chiabrera in questa spe- cie di Odi tiene il primato tra i poeti italiani , e finalmente il Redi nel suo Bacco in Toscana diede tal esempio dì Poe- fi) V. Bihdi, Comm. a Oras,, Od. II, L. IV. Di parole composle poi dà l'esempio lo stesso Orazio nella voce : Satyrorvm capripedum ; e il Redi pure chiamò: 7 Satiri capribarli cornipede famiglia. Anche il Chiabrera usa erooso , serpentoso , oricrinito ec. 12) Oli. metto ditirambico che può dirsi l'unico di sì fatto genere; tal è il fuoco , la vivacità , l'arditezza e il brio che con istu- pendo artifizio lutto quanto l'adornano , e che sono i pregi essenziali della Poesia ditirambica. Ma basti di questa , a cui non molto sorridono i tempi. Capitolo IL - Delia Poesia Epica. i. L'Epopea è un poema narrativo di fatti illustri e ve- risimile a fine di dilettare colla maraviglia e di commuovere colla pietà , e si distingue in Sacra, in Eroica ed in Roman- zesca. Aut. I. - Della Epica Saera. 2- L'Epica Sacra imprende a narrare in verso le opere maravigltose dì Dio e le gesta dei Santi, e abbraccia l'Inno e il Poema. g. 1. Dell'Inno Epico. 3. L' fatto Epico, a differenza del lirico, incede con una cer- ta regolarità, essendoché entra a mo'd'esordio , con un'apo- strofe o invocazione a cui è diretto , ed eziandio con una grave sentenza; dipoi scende alla narrazione, magnificando con lodi le gesta gloriose del Nume o del Santo che n'è il subbietto; infino chiude con sensi di esaltazione o di pre- ghiera. Comecché qui richieda più temperalo entusiasmo che non nel lirico , tuttavia fa or qua or là sentire un'aura d'enfasi religiosa, che rende drammatica la narrazione, e l'anima commuove a pia reverenza, non senza aggiungervi un certo non so che di lirico che rapisce , ed eccita a un tempo la maraviglia. 4. Esempio sublimissimo dell'inno epico 6 il Cantemus Domino di Mose (4), dove coi più vivi colori dipinge nar- rando il prodigio da Dio operalo per il Popolo Israelitico nel (J) Ex. C. XV. passaggio dell'Eritreo. Enfatico n'è l'esordio, magnifica la dipintura del sommerso esercito Egiziano, sublimi gli slanci lirici che qua e la vi s'incontrano , e la chiusa nella sua schietta semplicità ti riempie di maraviglia e di terrore. Con questo non sostengono di lunga mano il paragone nep- pure i bellissimi inni epici di Omero, di Bacchilide e di Callimaco (1), che tuttavia ne sono ottimi modelli; classico n'è pure quello che il Montanari propone ad esempio, e che leggesi nel Libro Vili dell'Eneide dal v. 285 al 302 (2), non che l'altro che nel C. XI del Paradiso , Dante scioglie in lodo di S. Francesco. Ne) secolo XVI il Vida ed altri non volgari poeti scrissero in eleganti esametri latini di tal sorta inni, la cui lettura può all'Innodia nostra di non lieve utilità riuscire. D'inni epici italiani ci lasciarono egregi esemplari e Torquato Tasso (3) , e il Chiabrera (4), e il Leo- pardi (5) , e il Mamiani. 5. Siccome riscontriamo avere i Greci e i Latini scello per l'inno epico l'esametro per la sua maestosa gravila , cosi , quantunque l'esempio di Dante dimostri potersi adat- tare all'inno epico italiano anco la terza rima, tuttavia viene comunemente giudicato più idoneo il verso sciolto , tra perchè può con assai di dignità sostenersi , tra perchè è capace di lutti i poetici colori, non che di tutte le più svariale armonie. g 8. Del Poema Sacro. 6. Il Poema epico sacro narra anch'esso, ma con mag- giore ampiezza ed ordine di parti qualche gran fatto di religione. Nell'orditura , nell'azione principale, negli epi- sodj , ne'caratleri e nello sviluppo segue le leggi della [11 Vedine le belle Traduzioni di Dionigi Stronchi e di Giuseppe Arcangeli. (8; Aggiunta al Blair , C. IV. Dell'Inno. Dì qui pure ho (olio alcuni principj del co. Autore. (3) Le Lacrime di Maria , il M. Otieelo , la Disperazione di Giuda ec. [4] La Disfida di Golia, il Leone di David, il Dt lutto ec. V. Poemetti. (5j Canio ai Patriarchi. (6) All'Are. Raffaele, alle Sanie Gcllruie , Agnese , Cecilia ec. epopea in generale , delle quali qui appresso tradiamo. Il fine poi del poema sacro essendo quello dì scolpire mercè del diletto più profonda negli animi la idea della onnipo- tenza , della giustizia e dell'amore di Dio, o della grandezza de'suoi santi , celebrandone con altissimo canto le mirabili opere, fa di mestieri che il poeta si sollevi sull'ali della fede all'altezza conseguibile del subbiello , e ne tragga quel maraviglioso che formar deve il carattere. generale del suo lavoro. Dee fare che il verisimile scaturisca per esso dal vero teologico, storico e tradizionale, e che le sue imma- gini o allegoriche o fantastiche, si accordino colla natura della credenza religiosa , dalla trascuranza del qua! canone deriva quella difformità che si riscontra in qualche poema sacro per la mischianza del teologico col mitologico, come a cagion d'esempio in quello De Partu Virgim's del Sannaz- zaro. 1 caratteri, sia che simboleggino la virtù, sia che il vizio, non trascorrano giammai oltre i limiti del decoro, e gli affetti siano grandi , dignitosi e schivi d'ogni volgare bassezza. II poema sì nelle parti che nel tutto miri ad in- spirare negli animi sensi di maraviglia , d'amore e di reli- giosa pietà. Lo siile in generale grandeggi per magnificenza e nobiltà ; sostenuto ed elegante il dettalo ; grave l'armonia cui può l'italiano certamente raggiungere mercè dell'ottava rima, o, benché più difficilmente, anche. col verso sciolto magistralmente temperato. 7. L' Epopea sacra offre di sè il più sublime modello ne! libro di Giobbe, nel quale avvi chi riscontra strettis- sima rassomiglianza col Poema Dantesco. Giobbe e Dante i protagonisti ; nella prima parte quinci e quindi farinosi sen- tire le dolenti noie ; nella seconda sembra del pari risorga la metta poesia; nell'ultima si ascendo co'due poeti alla gloria di Colui che tutto muove. Il poema dell'uno e dell'al- tro è ripieno di dispute sugli umani errori , sulla vera e falsa felicità , sulla giustizia divina , sulla Provvidenza , sulle maraviglie della creazione, e via discorrendo (1). Ma (4) Leti, di «berlo Giordani ad Evasio Leone sui Traduttori del Libro di Giobbe. checché ciò sia, è certo che il libro di Giobbe è una vera Epopea Sacra, Tale è appo i Greci la Teogonia o genealo- gia degli Dei , di Esiodo d'Ascra. Se anche i Romani non ebbero poema epico sacro , la loro letteratura però risorta con bella splendidezza nel secolo XVI , sì adornò eziandio di questo nobile fregio per l'opera di due poeti Italiani , ai quali la religione cristiana porse argomento ben degno della maestà del latino idioma. E' furono Iacopo Sannazzaro di Napoli e Girolamo Vida Cremonese, i quali ambedue in versi degnissimi dell'aureo secolo d'Augusto cantarono il primo in Ire libri il Parto della Vergine, il secondo in sei la Cristiade; i quali poemi furono a buon drillo grande- mente celebrati, e massime quello del Vida, da cui lo slesso Torqualo imilò il Concilio infernale e la parlata di Lucifero nel Caulo IV della sua Gerusalemme (1). Va lodalo I) « Prolinus acciri diros ad regia fralres ■ Limina, concilium horrendum , et geous o * Imperai. I ■ igilur dedil vi- buccina ■ Ouo subito intonali eeecta domili alla cav « Undiquo opaca , iug°ns, anlra ialonuerc p « A'rjue procul gravida tremefucta osi corpi e Coalia oo ruil ad portas gens onjnis » Horgooas hi, S;>hy«ga-que ob'roeno corpi ■ Cenlautosque bydrasquai ini igniv«ma-qu< o Cenlum alti Srjrlla? , se foed.fteas Harpyia « lit ijnae molta horniaea mmulacra horreot - ot Tartarei procrea, con'.o %cm Olla sereno , • v : - otim bue superi raecum loclemenlia o Aelbere duictlu* flagranti fulmine «dogli . ■ Peimeiuit, np- « - i ii ot-nio , quibi < Sit cerlatum od'is, Do • Illa astrls polltur « Nobis senta silu loca i a Reddtdll .... a 11 11: : supnrae aspirare Chnsdadof, Ub. 1 , v 133 i per naturalezza d' immagini e di sentimenti , e per isqui- sitezza di lingua anche il poema Ialino De Ptiero Jesu del gesuita Tommaso Ceva milanese, morto nel 1737 (V. Murai., della Perf. Poet.). Poemi epici sacri sono pure e il celebre Paradiso Perduto dell'inglese Milton, e la sublime Messiade del tedesco Klopstock: del primo, e di parte del secondo poema ha testé arricchito le lettere italiane colla sua stu- penda versione Andrea Maffei. Finalmente decorarono la letteratura italiana anche di questo genere di poesia e Torquato Tasso colle Sette Giornate, e Luigi Tansillo colle Lacrime di S. Pietro, e colle loro Messiadì il Ghelfucci, il Gaudenzi , il Manni , il Gaioni , l'Agnelli , il Bertolotli non senza lode della Epopea sacra Italiana (I). Aut. II. - nell'Epico Eroica. 8. L' Epopea Eroica narra con altissimo verso un'azione grande ed illustre, condotta a termine da un eroe, a fine di eccitare colla maraviglia e col diletto gli animi umani ad ogni egregia virtù. 9. Le parti essenziali dell'Epopea sono il Subbietlo , la Favola, il Costume, gli Affetti e lo Stile. Diremo di ciasche- duna paratamente. §. I. Del Subbietlo. 10. Il Snbbietto della Epopea eroica esser deve un'azio- ne grande, storica e d'importante rilievo. E primieramente intorno all'azione mollo si è disputalo se debba essere una in sè stessa, o, come dice il Tasso, una di molti che cojì- corrano insieme ad un fine (2V La tmila d'azione e senza fallo non solo per sè efficacissima a desiar maggiore il mo- vimento dell'animo, ma è necessaria eziandio a eoncenlrare (1) Il Lodigiano Cesare Pczzani pubblicava noi <RS5uti nuovo Pos- ola , Il Crtsto, in XXII canli in oli* va irai : ne ha parlalo la Giri!» Cattolica, N.° 18W84, 111 Serie. V»!. Vili, pa?. 257-403. (2) Leu. a Luca Scalabrino , Race. di. pag. «13. iu sè piii viva l'attenzione dei lettori , dal che specialmente dipende il conseguimento del fine. E che sia vero, soggiunge il citato autore , la ragione con cui Aristotele prova l'unità, è tolta dal fine ; cfaè il fine dee esser uno , e le cose deb- bono tendere ad un fine. Se non che l'uni là dell'epopea deve esser più mista della tragica, testimonio l'Iliade, es- sendoché l'adunanza di molti in uno è un principio solo, sebben composto e non semplice (1). E certo Achille ed Agamennone, Goffredo e Rinaldo cospirano ad un fine, nè l'esser due distrugge l'unità dell'azione ; dunque può que- sta esser una di molti in uno. 11. Richiedesi in secondo luogo che l'azione sia grande, cioè conveniente alla maestà dell'epopea, per la nobiltà del principio, per la natura de'mezzi , e per l'altezza del fine; perocché solo da ciò che dal volgar modo si scevera, suole la maraviglia desiarsi , carattere essenziale del poema eroico. 12. Più vera e più reale sarà poi la maraviglia, ove l'azione venga tratta dalla Storia, o anche da una costante tradizione; imperocché si ammira veramente ciò che di grande si sa , o si crede avvenuto , laddove in un'azione fantastica non si potrà ammirare che la felice immagina- zion del poeta. Oltre a ciò l'azione storica porta seco la verisimiglianza, principili dote dell'epopea, essendoché, come ben noia il Tasso , un'azione illustre e degna di poema non può non esser registrata nelle storie scritte o tradizionali de'popoli. Tali sono per Omero la guerra Trojana , per Virgilio la venuta d'Enea in Italia, per Torquato la prima Crociata. 13. Deve finalmente avere in sè rilevante importanza, cioè dev'essere strettamente congiunta alla gloria, alle cre- denze, alle tradizioni ed agli stessi interessi della nazione, acciocché muova direttamente ed efficacemente il cuore dei lettori; chè , come profondamente osserva il Ranalli, poe- sia non sentita manca del più vital nutrimento (2). A tal - . H) Leti. cit. |3j Ammaeslr. L. IV , C. II , fi. 6. uopo adunque converrà scegliere l'argomento da tempi eroici, o prossimi a questi, perchè la lunga età circonda di reverenza le cose , e più facilmente dischiude i fonti del maraviglioso ; ma non si che quelli siano di natura affatto difformi da'nostri per credente, per istituzioni, per usi e per costumi , perchè non molto varrebbero ad ispi- rare il poeta , e molto meno ad attrar vivamente i lettori, come di leggieri riscontrasi, nonostante l'eleganza delle forme e alcuni tratti di bello assoluto, nel Cadmo del Ba- gnoli. Non cosi per Omero, per Virgilio e per Torquato, i quali cantarono tempi che in sè contenevano il fondo di quella civiltà gentilesca o cristiana , la quale dipoi non ne differiva che per maggiore raffinatezza ; laonde e la Gre- cia, e Roma o la intera cristianità parteciparono dell'en- tusiasmo del poeta che celebrava con altissimo canto i loro più splendidi fasli militari , civili e religiosi. E in bea angusto cerchio si chiude altresì quell'epico che sceglie dalla storia d'età non molto a lui distante il subbietto, tra perchè la mano del tempo non ancora vi sparse so- pra quella tinta che tanto conferisce a far comparire viepiù eroici uomini e cose , e perchè restano d' assai tarpate le ali alla poetica fantasia , come notarono già i critici intorno a Lucano per la Guerra Farsalica, ed a Voltaire per la Enriade. Laonde conchiuderò coll'autore- vole quanto sapiente ammaestramento del Tasso, doversi l'epica attenere alle storie de' « tempi nè molto moderni, « nè molto remoti, come quelli che non recano la spiace- « volezza di costumi diversi , nè della licenza di fingere « ci privano >;. li. Non però basta che l'azione sia una, grande, storica ed importante; deve altresì mirare ad un fine non meno nobile. Sta allo storico il narrare per altrui istruzione ; all'epico , se vuole che vana non torni l'opera sua , conviene studiarsi d'allettare, mercè della poetica narrazione, gli animi alle attrattive d'una grand' idea che in sè porti i germi d'un real bene sociale e religioso, come insegna lo stesso Ranalli {loc. cit.). Omero a fine di stringere i Greci in nodi di santa concordia, donde la vera nazionale grandezza, e di rassodarla colle civili virtù, prima si studiò colla viva dipintura della Iliade di persuaderli di questa gran verità , che « Quidquid delirant reges , plectuntur Acuivi o ; e colle immagini leggiadre dell'Odissea : a Rursus quid virlus, et quid sapientia possit « Utile proposuit nobis esemplar Ulyssem » (1). Virgilio vedendo ogni dì piti declinare per vizj politici e civili i suoi « Romanos rerum dominos , gentemque togatam i , (Aen., L. I, v. 886). ne cantò la divina origine e l' impero senza fine assegnato loro da Giove, acciocché riconoscendo i loro alti destini, alla cote si ritemprassero delle antiche virtù militari e civili. Faceasi sempre più formidabile alla cristianità la potenza Ollomanna; e il Tasso ricorda ai principi ed ai popoli cristiani le stupende opere e i trionfi de' Crociati , acciocché richiamino l'antico valore in difesa della civiltà del Van- gelo contro la barbarie del Corano. Laonde la grand' idea de' tre poeti informa e governa da cima a fondo le loro epopee, e si scolpisce in Achille, in Enea ed in Goffredo, tipo questi dell'eroismo cristiano , quelli dei gentilesco. g. ?. Della Favola. 15. Scelto il subbietto, conviene ordirlo nelle sue parti , che sono la Pro/osi , V intreccio e la Catastrofe , la quale orditura chiamasi Favola. 16. La Protasi comprende la proposizione del subbietto, V invocazione d'ajulo soprannaturale, chè ben ve n'ha [*} Oux,, Epis, I! , L. T. d'uopo Dell'Epopea, cui Dante definì l'altissima canto, e qual- che volta la Dedica a illustre signore. Omero con sublime semplicità riunì invocazione e proposta nel solo primo verso. a L' ira , o Dea , canta del Pelide Achille ». llliad. L. L, Trad. de] Foscolo). Nella Eneide è il poeta che canta l'armi e l'eroe Trojano , e quindi si volge a pregar d'ajuto la Musa : esempio dai migliori poscia imitato, siccome quello che modestamente parea prometter poco per poi attener mollo , a differenza di quelli che rimbombando lontano mille miglia , ci tentano ad esclamar con Orazio : a Quid dignum tanto feret hic promissor hiatu? » (A. P. v. I3S). E di tale ampollosità venne difatti appuntato Lucano che incomincia : « Bella per Emathios plusquam civilia campos , « Iusque dalum sceleri canimus ». (Phars., L. L). Nè forse a torto , benché in parie ne lo scusi il genere diverso della poesia, vien ripreso l'Ariosto di quel suo in- cominciare lutto a un fiato (1) : « Le donne, i cavalier , l'armi, gli amori, « Le cortesie , le audaci imprese io canto ». (Or. Fur. C. I.). 17. Grande dovendo esser l'azione, ne conseguita che esser pur deve di grandi e mirabili accidenti composta. Ed invero lo scopo a cui mira ogni narrazione epica si è di signoreggiare ora sulla mente colla nobiltà de' pensieri , [i) Menimi, Ari. PoeU, ora sulla fantasia colla vivezza delle immagini, ora sul cuore colla energia degli affetti , dalle quali cose insieme congiunte ed ordinate nasce la maraviglia e la pietà , e conseguentemente il diletto. A ciò conseguire la fantasia del poeta Don solo amplifica e rabbellisce quegli accidenti cui somministra la Storia, ma altri ne crea ora pietosi, ed ora terribili , e con taTarle ve l'innesta, che gli animi son vólti con alterna vicenda e alla speranza e al timore , e alla pietà e alla maraviglia , ondeggiante tuttavia sull'evento finale ; lo che chiamasi intreccio. Perchè questo veramente attragga e commuova , conviene soprattutto che sia verisi- mile ; che l'uno avvenimento scaturisca dall'altro natural- mente , e proporzìonalaniente alla sua causa , e che si succedano cou importanza sempre crescente, apparec- chiando a grado a grado lo scioglimento dell'azion princi- pale. Arroge a ciò che tutte queste parli siano nella loro varietà strettamente congiunte col subbietto del poema , come altrettante rama d'un solo albero , tanto che a Varia sia la materia, un l'argomento, (Menz. loc. cit.}- 18. E acciocché l'azione sia, contesser deve . una, fa d'uopo che sia ancora continuata non solo per il collega- mento dei molti varj avvenimenti della favola , ma ancora per il rapido e quasi non interrotto succedersi dei mede- simi, al che molto conferisce quello slanciarsi, giusta il precello oraziano, in medias res non secus oc notas {A. P., v. 448), come fa Omero che cantando il decenne assedio di Troja « Non gemino bcllum Trojanum ordilur ab ovo s : [Ibi. v. IH). ma trasporta di balzo il lettore nel campo greco sotto l'as- sediata citta ; spone la causa della grand' ira d'Achille che riuscir doveva si funesta agli Achei , e nel termine di 47 giorni l'azione dell' Iliade si compie. Nel corso del poema poi si fa cenno per via di brevi e naturali digressioni e del ratto di Elena, e de' duri casi d'Aulide, e di quanto avvenne prima della fatale ira del Pelide. Parimenle Virgilio fa più continuata l'azione , incominciandola dalla tempesta che sbalza Enea alle coste dell'Affrica , conducendola fino alla morte di Turno; il qual tempo suol computarsi poco più oltre d'un anno, mentre ne inchiude circa a sei dall'in- cendio di Troja, ponendo in bocca dello stesso eroe la nar- razione dei casi gravi e pietosi che precedettero. Ancora il Tasso ristrinse a tre o quattro mesi la sua azione, che dal Concilio di Clermont alla presa di Gerusalemme com- prendeva cinque anni incirca (1095-4100). Un altro van- taggio ha in sè quest'artifizio , che facendo ai principali eroi narrare quei fatti de' quali essi furon gran parte, ed aggiungono fede ai medesimi , ed acquistano calore dram- matico , ed eccitano più viva l'attenzione e la pietà (1). i9. Dissi nascere la continuità dell'azione dal quasi non interrotto succedersi dei fatti; imperocché l'epico ama di frammettervi a quando a quando la narrazione d'alcuni avvenimenti che non hanno un legame diretto coli'azìon principale. Queste digressioni vengono dai retori chiamate Episodj, i quali e servono come di sollievo alla mente, e aggiungono ornamento , e recando varietà grandemente dilettano. Differiscono dagli altri avvenimenti in quanto che quelli compongono la favola , gli episodj l'abbelliscono; senza di quelli non può l'azione al suo termine condursi , ben si può senza di questi; quelli sono le colonne, gli archi e le altre parti architettoniche dell'edilizio , questi ne sono i bassirilievi e le statue. Di fatti togliete dall' Eneide la Storia di Niso e d'Eurialo, dalla Geruselemme la pietosa avventura d'Olindo e di Sofronia, voi ne staccate due vaghi giojelli , ma l'azione nonostante si compie egual- mente in ambedue i poemi. Le regole poi dell'episodio sono: 1." Che nasca dalle cose precedenti, e quasi dalla favola stessa occasionato o suggerito; 2." Che serva in cerio modo all'intreccio, non già necessariamente, ma accidentalmente; W Vedi anche BmmìU, op. eli. L. IV, C II, N.° 25. Che sia bello per purezza di disegno e per eleganza di colorito , rammentando che vi è quasi non per altro che per abbellimento; e i sommi epici ce lo mostrano, comparendo ne'loro episodj squisitamente adorni. 20. Nè è da passarsi sotto silenzio che talvolta al veri- simile , bene spesso al maraviglioso , doti essenziali dell'epo- pea, conferisce l'intromettere nel poema l'opera di enti soprannaturali ; lo che dicesi macchina. Fu sempre comune credenza che alcune forme, o nature, o intelligenze, o forze comunque si nominino, superiori allo nostre, tra le cose degli uomini si avvolgano, e per un certo comune vincolo con loro si leghino; ciò posto per indubitato, la interposi- zione delle nature superiori non toglie, come nota lo Za- notti (4), ma anzi accresce il verisimile a certi fatti che tengono del prodigioso. È certo poi che questa congiunzione o intreccio del mondo corporeo e dello spirituale, oltre ad essere larghissima sorgente di poesia, è ancora fonte ine- sauribile della maraviglia , la quale nasce o da caso inat- teso, o contrario alla espellanone , o di sua natura straor- dinario ; al che di leggieri comprendesi quanto giovar possa il retto uso del soprannaturale , che noi possiamo ben trarre dalla scienza cho ci dà la fede intorno agii angeli ed ai demonj. Omero, e massime Virgilio, benché questi dettasse in tempi di raffinatissimo scetticismo , trassero gran parte del maraviglioso dall'Olimpo de' loro diti falsi e bugiardi ; lo trasse dulia Religione nostra e dalle popolari credenze il Tasso, e non ne sdegnò l'esempio lo stesso Voltaire. Inoltro un sobrio uso di esseri allegorici o astratti , come i Genj , la Fama, la Discordia, il Silenzio ec, può riuscire, come riscootriamo in Virgilio e nell'Ariosto , di piacevole abbelli- mento, dando però loro fisonomia ed atto qual si richiede dalla natura di essi. Ma dove si attribuisca loro più di quello che ad esseri astraiti può convenire, formerebbero, come nota il Blair, la peggior macchina del poema, troppo al verisimile ripugnando che operino a lungo , come se proprio fossero persone , enti di pura astrazion della mente , e per (1) Dell'Art. Post., Bagionam. tali considerati Ono dalla loro prima comparsa nel poema da ogni discreto lettore (1). , 21- Ora resta a dire della Catastrofe o scioglimento della favola. Siccome essa risveglia fino dalle mosse l'altrui espet- tazione , fa d'uopo che vi corrisponda pienamente. E in primo luogo vuol essere alquanto innanzi in certo modo apparecchiata; secondariamente dev'essere naturale effetto d'un'azione grande e finale, ove concorrano prodigi di senno, di coraggio, di valore, d'eroismo; in ultimo che sia di iieto fine per l'eroe celebrato, chè suggello di vera grandezza suole reputarsi dagli uomini la felicita del successo (2); tanto che si scorga trionfante il principio che persuase all'epico canto il poeta. §. 3. Del Costumo. 22. Essendo il poema eroico il racconto d'un'azione eroi- ca, se ne inferisce facilmente dover questa esser condotta dal principio al termine dii personaggi che tengano più o meno dell'eroico; quindi la naturai distribuzione d'eroi principali e secondarj. Essendo poi che ogni grande azione suppone necessariamente un capo che la dirige co! senno e col consiglio, tra gli eroi principali uno se ne distingue prìncipalissimo , il quale però chiamasi Protagonista, che b quanto dire primo attore. Delineare per tanto il carattere o costume di questo e degli altri personaggi del poema ella è importantissima cosa. E incominciando dall'eroe che a tutti gli altri sovrasta , siccome quegli che naturalmente richia- ma sovra di sè gli occhi di lutti , e che più vivi eccitar deve nel lettore i sentimenti dell'amore , della reverenza e della maraviglia, conviene che si mostri fornito di tutto le virtù d'animo e di corpo che il vero eroe costituiscono. Risplendano in esso adunque in grado non comune e pru- denza e pietà e fermezza e valore e magnanimità ; alle doti morali aggiunga Te intellettive , nobile facondia , idonea (1) V. Rasalli, op. cit. , llb. IV, C. ti, N°. (4. [Si Id , loc. cii.  dottrina ed esatta cognizione degli uomini e delle cose; venga finalmente lodato per vigoria di membra, per egregie forme della persona e dell'aspetto, non che per illustre li- gnaggio. Nè Achille ed Enea sono soltanto prodi e animosi, ma eziandio magnanimi , leggiadri e di sangue divino; nè Goffredo è meo principe di gran cuore , che capitano di valore e di senno. Non è però, come ben nota lo Zanotti, che l'eroe non possa cader talvolta in qualche colpa, o per impeto di violenta passione, o per umana imperfezione; solo conviene che ciò sia di rado, e per potenza di circo- stanze superiori alla sua stessa virtù , e presto accortosi del fallo, facilissimamente se ne ritragga , vincendo se slesso: così, conclude il citato autore: a essendo l'eroe soggetto « allo passioni, e sentendone gl'impeti, piacerà il vedere « com'egli le vinca ; e piaceranno i suoi pericoli , i suoi « timori e i suoi travagli , che egli però non avrebbe , se a non gli sentisse b (1). 23. Dato lutto il convcnevol rilievo al primo eroe, gli altri a lui solo secondi debbono anch'essi grandeggiare per nobiltà ed altezza di carattere , e per opere guerresche o di consiglio. È chiaro però dover ciascuno andar distinto per fìsonomia propria , lumeggiandosi con tinte più gagliarde di chi la forza, di chi l'ardimento, di chi il valore, di chi la destrezza , di chi la facondia e va discorrendo , non senza alquanto partecipare eziandio delle altre virtù, quantunque appariscan men forti incontro all'ardore delle passioni, mas- simamente dell'amore e . dell' ira. Gli eroi secondarj poi deb- bono anch'essi tali mostrarsi per mirabili opere di coraggio e di valore, di forma però che al paragon de'primarj di minor luce risplendano. Difalti in Omero riscontransi Aga- mennone e Diomede minori d'Achille, maggiori però di Stenelo e di Sarpedonte; in Virgilio Ascanio e Pallante ec- clissati da Enea , ma essi ecclissano Acale e Lauso ; nel Tasso Rinaldo e Tancredi la cedono a Goffredo , ad essi poi. Dudone e Boemondo. Cosi del resto. E queste gradazioni di tinte, con bell'arte distribuite nel quadro, e accrescono (1) Dell Arte Posi., Ragion.  28U la verisimiglianza , e recano per la varietà diletto, e fanno spiccar meglio la figura principale. 2i. E poiché le opere e gli eroi più sono degni di epo- pea , quanto maggiori furono i pericoli corsi e superati , cosi più somma apparirà la virtù , e per conseguenza la gloria del primo eroe e degli altri, se staranno loro a fronte campioni quasi di non minor prodezza ed ardimento. Di qui l'artifizio de'sommi epici di pennelleggiare gli eroi con- trari co - n t' nte cne talvolta più risentite si pajonodi quelle onde gli altri vedonsi coloriti. L'Ettore Omerico è di tal grandezza che per poco ti sembra it primo eroe dell'Iliade, ma viene a tenzone con Achille , e giace spento sul campo; il Turno Virgiliano getta talora si vivida luce, che fa per- der di vista lo stesso Enea ; ma alfine scontratosi coll'eroe Trojano ne rimane ucciso ; nel Tasso è Solimano il [errore dei cristiani , ma cade sotto la spada di Rinaldo: così di- casi di Patroclo a fronte con Ettore , di Pallante con Turno, d'Argante con Tancredi. S5_ Finalmente devesi nel costume di qualsivoglia per- sonaggio serbare il decoro, il quale consiste primieramente nel dare a ciascuno quel carattere che la storia o la fama ne porge ; in secondo luogo , se il carattere è ideale , nel fare che ben convenga ai tempi , all'età , alla condizione , alla patria dell'eroe , ■ Colchus , an Assyrius , Thebis nulritus, an Argis ». (On., A. P. v. mj. Finalmente consiste nel conservare l'eguaglianza del carat- tere , cosicché Achille dal principio al fine sia iracundus, inexorabilis , acer ; arda d'amor forsennato Didone fino sul rogo ; qua! visse , lai muoja Argante , e sia magnanimo e pio Goffredo da Tortosa fin là dove : « II gran sepolcro adora , e scioglie il volo » ; ( tìerus. essendo fondalo sullo leggi del verosimile il canone Ora- ziano: o servetur tidimum n « Qualis ab incepto processerit, et sibi constet ». {4, P. v. m}. §. 4. Degli affeili. 26. Dovendo l'Epopea commuovere gli animi mercè dei varj affetti che possono in esso aver luogo, giova dare an- che di questi alcun cenno. È certo per le leggi del decoro che alla poesia eroica non può convenire se non ciò. che è di eroica natura : laonde anche gli affetti debbono essera alti e virili , e desìi non meno da forti cagioni. Sara per- tanto affettuosa la favola , allorquando per la dipintura di scene ora terribili, ora pietose, ora sublimi, ora crudeli, riempirà il cuore d'orrore, di compassione, di maraviglia, di sdegno , e d'ogni altra commozione forte e veemente, in guisa che il letfore pianga al pianlo degl'infelici, e s'in- fiammi dell'ira de'generosi. Ed in vero cbi non raccapric- cia all'eccidio di Troja ? Chi non piange colla misera Bi- done ? chi stringer non si sente di maraviglia e di terrore all'acerbo fato di Laocoonte? chi non freme alla immanità di Mezenzio ? Oltre a ciò degno dell'altissimo canto è l'amore di figlio come in Enea; di amico, come in Niso ed in Eurialo, degnissimo quello di patria e di marito, come in Ettore. Non cosi l'amore comune , se non quanto esser può scintilla, cui gran fiamma secondi; e in ogni caso riuscirà più conveniente all'eroica dignilii l'accennarlo appena, come Omero fa di quello d'Achille e di Briseide, o tragicamente terminarlo, come usò Virgilio. Per la qual cosa viene ri- preso il Tasso d'avere forse di soverchio tratlenulo il suo canto intorno a questa passione; imperocché gli affetti del- l'epopea debbono ritrarre gli animi da ciò che è fiacco e lezioso , e ritemprarli a sensi generosi e gagliardi. È vano il dire che qui disconviene il rìso; nè vien lodato Virgilio per averlo una sola volta destato nel tristo caso di Menete (1). (0 Aen., LIb. V, v. 173. - V. Basalli e ZikoTti , op. cit. Digitizcd bjr Google di hettorica 288 5. 5. Dello Stile. 27. Si pregia sommamente in un poema eroico la no- biltà del (ine, la regolarità del disegno , l'ordine e la pro- porzione delle parti , la verità e varietà dei caratteri , la felice trattazione degli affetti ; ma tutte queste belle prero- gative non bastano ad improntar l'opera del suggello del- l'immortalila , se non aggiunge loro splendidezza e leggia- dria il magistero dello stile e della elocuzione. E poiché abbiam veduto quale sia la natura del poema eroico , da ciò facilmente s' inferisce che nobile e dignitoso esser pure ne debba lo stile , opportunamente contemperato al vario carattere delle sue parli, magnifico e dilettevole cioè nelle narrazioni , pittoresco e immaginoso nelle descrizioni, pate- tico, veemente e concitalo nelle grandi passioni, in una parola convenevole sempre alle materie. Inoltre s'unisca , per quanto n'è dato, all'abbondanza la brevità, la vivacità alla robustezza , sempre e poi sempre il decoro , schivando quelle che il Perticari chiamava puerili bellezze E poi- ché non di rado incontra che , mirando all'epica maestà, si cada nell'affettato e nel tumido, raccomandiamo nelle immagini e nei concelti soprattutto la schietta semplicità, dote bellissima d'ogni poesia. Splendida e grandiosa poi per ogni bel fiore di metafora e d'altri traslati , e per pa- role . leggiadre , alte, piene, elette, sonanti vuol essere la elocuzione, schiva del pari dell'arditezza lìrica e della bas- sezza pedestre. Arroge una scella assennala e prudente degli aggiunti ed epiteti, un vestire di vive immagini l'astratto , e mercè della favella propriamente poetica un significare le idee si che sembrino sempre pennelleggiate, e talvolta anco scolpile. Finalmente vi si richiede un'ar- monia svariata , limpida e grave e per il verso pieno e melodioso, e per la ottava fluida e adorna di quella mae- stosa semplicità , onde a buon dritto vien riguardata come il metro più. convenevole e proprio dell'Epopea Italiana. W Scrittori del Tree., Lib. 11, c. U. Poeti Eroici. 28. Principe della poesia Eroica fu in ogni tempo e presso ogni nazione celebrato Omero, creduto pia comune- mente dì Smirne, nato circa 900 anni avanti Gesù Cristo. Canio nell'Iliade la guerra Trojana, e Dell'Odiami viaggi d'Ulisse, i quali due poemi per la originalità e per la sa- pienza gli meritarono a buon dritto il titolo di divino -. Apollonio da Rodi , nato verso l'anno 250 avanti Gesù Cri- sto, cantò nella sua Argonautica la spedizione de'Greci nella Colchide per il vello d'oro. 29. Padre del Poema Eroico Latino fu dagli antichi salutato Ennio che celebrò ne'suoi Annali le più gloriose gesta de'Romani. I pochi versi che ci rimangono de'suoi poemi, dove sappiamo che pur attinse Marone, ben ci chiariscono quanto esaltamente lo descrivesse Ovidio là ove cantò: , a Ennius ingenio maximus , arte rudis » [1). Virgilio, la cui fama durerà quanto il mondo lontana, nei versi della sua Eneide espresse , come dice il Giordani , tutta la maestà romana con la più squisita eleganza gre- ca. - Gli sta appresso tra i Latini Lucano, il quale nella sua Farsaglia , ha nobiltà di sentimenti e grandiosità di concetti, benché infelice nella scelta del tema, e alquanto tumido nello siile. - Stazio scrisse il poema della Teòat'de, ossia il fratricidio d'Eteocle e Polinice, tristo argomento! Poeta d'immaginazione seguì troppo i difetti di Lucano. - Canlò epicamente la seconda Guerra Ptmica Silio Italico ; ma nella favola riuscì come il cantore della Farsaglia, più storico che poeta ; nello stile arieggia a Virgilio. - Lo stesso subbietto trattò il Petrarca nel suo Poema dell'Affrica , che quantunque gli meritasse gli onori del Campidoglio, ora è j noto solo agli storici della letteratura. (1) IViil., ELI, Lib. II. DI RETT0R1CA 287 30. Primo a tentare il canto eroico italiano fu il Boccac- cio. Ei volle alla corona di novelliere aggiunger anco l'epico alloro, cantando nella Teseide, la guerra di Teseo contro le Amazzoni-, e per avventura sarebbevi riuscito, se i pregi che adornano quel poema di venusta d' immagini, di forbi- tezza di dettato, e massime delle sue belle ottave, spende- vali attorno ad un soggetto migliore. - Nel secolo XVI il Trissino, nutrito di tutte squisitezze greche e Ialine, tentò il poema eroico nazionale, cantando V Italia liberata dai Goti per Belisario, studiandosi d'avvicinarsi nell'invenzione ad Omero; ma le leggi di severa temperanza impostea sèstes- so, e il languore del suo verso sciolto resero assai freddo il poema , onde accollo con poco plauso , cadde in brev'ora. quasi dimenticato, dopo spesivi ben veo l'anni. - Quegli che veramente fece dono all'Italia del Poema Eroico fu Torquato Tasso colla Gerusalemme Liberata, delizia d'ogni anima gen- tile, illustre gloria della nazione, oggetto di maraviglia e d'invidia agli stranieri. - Di genere eroico son pure le ele- gantissime Stanze che Angiolo Poliziano componeva per la giostra di Giuliano do'Medici ; breve saggio di nobilissima poesia che sebbene opera incompleta, piacque allo stesso Tor- quato che non poco vi apprese, c che ancora si studia e si sludiera, finché l'amore del bello animerà i petti italiani. -Merita certamente uno deprimi luoghi Ira gli eroici il Poema della Croce racquietata, ossia la spedizione di Eraclio contro Cosroe, del Bracciolini, che fiori nel secolo XVII, e accanto gli siede il Graziani suo contemporaneo che cantò il Conquisto di Granala per Ferdinando ed Isabella re di Spa- gna, contro i Mori; se non che non pochi difetti di stile esageralo secondo il mal vezzo dell'eia sua , scemano d'as- sai il pregio di non poche pellegrine bellezze che pur vi ri- splendono. E qui, passandomi di parecchi altri poeti epici italiani, solo dirò che ebbero Colombo ed Amerigo i loro cantori ; quegli, per tacermi di altri, nel Costa, questi nella Rosellini, e l'ebbero in Tommaso Grossi i Lombardi alla prima Crociata: e conchiudendo noterò che il Poema Omerico ebbe ai tempi nostri un'eco, cui non ben risposo per troppa dif- formità l'eia nostra, nel Teseo della Bandellinì, c nel Cadmo  di Pietro Bagnoli, quantunque nell'uno e nell'altro si riscon- trino molti bei tratti di squisita invenzione e di stile. 3t. Il Portogallo e la Francia vantano pure il loro poe- ma eroico, questa nella Enriade di Valtaire, quello nella Lusiade di Camòens, ambedue ricchi di pregi poetici, non però senza gravi difelli, massimo per la natura del sub- bielto nel francese, per l'abuso della mitologia nel Portoghese, senza di che questi sarebbe a pochi secondo. S. 7. Dei Poemetti e delle Novelle. 32. Gemili rampolli del poema eroico sono i Poemetti e le Novelle Poetiche, dove in pio. breve tela dipingonsi illu- stri o pietose istorie. Questi componimenti hanno, benché in forma assai più ristretta, le stesse regole .dell'eroico ; se non che richiedono uno stile men nobile e maestoso, ma ricco di venusta e d'affetto. Tale si è il Poemetto tutto spi- rante greca leggiadria che scrisse Catullo sulle Noxse di Teti e di Pelea. Ne abbiamo esempj anco in italiano; e per tacer- mi dei poemetti sbiadili del Chiabrera in versi sciolti, solo citerò le Cantiche di Vincenzo Monti e di Giovanni Marchetti in elegantissime terzine, e 1 ' lUkgonda di Tommaso Grossi, e la Pia de'Tolomei di Bartolommeo Sestini; novelle ambe- due leggiadrissime in ottave piene di facilità e di grazia. ,iht. III. Dell'Epica Romance»». 33. Comune al Romanzo ebbe l'origine l'Epopea roman- zesca , colla sola differenza che quello era in prosa , questa in versi, come riscontrasi dagli antichi romanzi provenzali, o poemi romanzeschi che voglionsi dire, noli col nome di Giranlo di Rossiglione, e Gìoffredo figlio di Dovone (1). Quindi le avventure cavalleresche dei Paladini di Carlo Magno , secondo che conlavasi dal supposto Tarpino Arcivescovo di Reims, e quelle degli eroi della Tavola Rotonda d'Arturo (*) G. G»lvìji, Suda Poesia Provenzale, C. XLVl. Digitizcd by Google di rettorica 289 re d'Inghilterra, porsero, come notava il Tasso, soggetto di poetare a infiniti romanzatoli (1). 3i. Sebbene il Poema romanzesco ami, come l'eroico, di cantaro azioni illustri d'eroi a fine di destare dilettosa ma- raviglia, e scelga esso pure grande il subbiello, tuttavia ne differisce nella regolarità, ammettendo maggiore intreccio e libertk d'episodj, innestando armi ed amori, cortesìe e audaci imprese, come della la fantasia, purché ne nasca varietà e diletto, scendendo, come il romanzo, dal tempio e dalia reggia alla piazza ed alla taverna, e movendo con pari facilita gli affetti più nobili del canto eroico, e il riso e lo scherzo della commedia-, quindi a' caratteri nobili mesco- la gl'ignobili e i volgari, né trasceglie dalla natura il solo bello, ma benché piti di rado, anche il suo contrario, e tutto dipinge con colori vaghi e vivaci, sempre però alle svariate materie adattati; laonde in se con leggiadra arte contempero l'andamento epico colla festività comica, tanto che il lettore trapassa con alterna vicenda dall'ammirazione alla ilarità. Non pertanto essendo il poema romanzesco esso pure un'imitazione, non può andare sciolto dalle leggi del verisimile; se non che le allarga assai liberamente, salvandole col mezzo delle arti magiche e d'altri volgari pregiudizi, mirando appunto al nascoso fine di combatterli colla più efficace quanto meno sospetta arme del ridicolo. 35. Per le quali cose mi sembra il poema romanzesco potersi col Montanari deGnire: a Una imitazione di una o « più azioni illustri, miranti ad un solo fine, e fatta nar- « rando diversi e svariati casi, ora con elevatezza eroica, « ora anche con comica piacevolezza, a fine di muovere gli « animi a maraviglia colla novità e colla varietà; e più •< che col l'eccellenza de'caratteri, colla verità, de'medesi- « mi (2) ». A conferma dì quanto sopra esponemmo , pren- diamo dal Foscolo alcune avvertenze cui egli dettava intorno alle forme particolari della poesia romanzesca, a La narra- « zionc, ei dice, è di natura complessa: storia si annoda (1) Disc, t, Del Poema Eroico. (2,i Aggiunta ai Blair, P. Ili, C. X.  « a sforin , ed il filo del soggetto principale e sempre iu- « tcrroito da episodj, introdotti per tenere gli uditori in k sospeso, e invitarli a riunirsi ne' giorni vegnenti per « ascoltare la fine. ... I varj modi che l'uomo usa narrando , « lutti trovano luogo nella poesia romanzesca, valendosi di « certo tramandate invenzioni; la religione vi predomina, « benché il poeta ammassi le assurdità più solenni; e le ti riflessioni suggeritegli dalle cose già dette, o da quelle a da dirsi, gli aprono la strada o a ripigliare la narrazione « interrotta, o a tórre dall'udienza commiato [\] ». 36. Notate colla scorta dei maestri dell'arte le principali differenze che intercedono tra il poema eroico c il roman- zesco, differenze che dimostrano la incongruenza del con- fronto che far si volle tra l'Ariosto e il Tasso, concluderò collo Zanolti, non dovere il poeta romanzesco mai piegare alle bassezze, se non quanto ciò non disdica all'argomento principale che egli ha preso a trattare; nel resto doversi attenere alle regole generali dell'epopea, nel formare la fa- vola verisimile , maravigliosa e affettuosa . senza di che non polrh giammai porger diletto, fine precipuo di tal genere di poesia (2). 37. Sul principio del secolo XV fu da alcuni oscuri poeti riposta in voga la poesia romanzesca, e comecché disadorna nello siile e nel versò, tuttavia piaceva per le avventure, per gl'incantamenti e per le azioni miracolose. Fioriva in quel tempo in Firenze Luigi Pulci, il quale rial- zò la scaduta poesia romanzesca, componendo per piacevole interteni mento di Madonna Lucrezia de'Medici , madre che fu di Lorenzo il Magnifico, il suo celebre Stergante Maggiore. togliendo anch'esso per tema le imprese favolose di Orlando e degli altri antichi paladini. Egli si attenne, dice il Foscolo (loc. ci t.), all'orditura originale dei cantastorie; e se chi venne dopo rabbellì quei racconti per modo che appena possono essere riconosciuti, egli è certo che in veruno altro poema si trovano cosi genuini e incorrotti come per entro il Mor- ti} Sui Poemi narrativi e romanzeschi italiani. (8) Ari. Poti., Rag. IV. Oigiisod byCoogle di rettorica 291 gante. Inoltre si loda nel Pulci la fluidità del verso, e la vaghezza e purità dèlta lingua. - Poc'apprcsso comparve l'Orlando Innamoralo di Matteo Maria Boiardo, il quale puro trasse materia al suo canto dai Paladini di Carlo Magno, ma rabbellendo talmente la sua tela con sì ricca e nuova im- maginazione, clic destò la maraviglia de'suoi tempi. Se non che la morte gl'impedl di trarlo a termino e a pulimento; lo che diede occasiono a Francesco Berni di rifare l'Orlan- do Innamorato, e d' illeggiadrirlo colla gajezza delle descri- zioni , colla festività dell'elegante suo stile, e colla naturale scorrevolezza del verso, come oggi appunto si legge, chè ben raro è quello originale del Boiardo. - Quegli peraltro che oscurò la gloria dei poeti romanzeschi e prima e poi fu Lodovico Ariosto, il quale riprendendo le fila del Boiardo continuò il Poema col titolo d'Orlando Furioso. E qui io non so se più' debbasene lodare la ricchissima vena o la splen- didezza dello siile. Solo dirò che al suo poema fu dato a buon diritto il titolo di divino , e che egli tiene il seggio sovrano e quasi non dissi, per sempre tra i poeti roman- zeschi. -Bernardo Tasso, padre del gran Torquato , scrisse anch'egli VAmadigi di Cauta, tratto da un romanzo Spagnuo- lo; poema tentilo in gran conto dai letterati di quel secolo, abbondando e di belle sentenze e di vaghe comparazioni, e riscontrandovisi nobile arie di verseggiare. Ed egli stesso rendendo ragione della preferenza che dava al poema ro- manzesco, così scriveva al Giraldi: « Non è dubbio alcuno a che il fine e l'eccellenza del poeta deve esser nel giova- « re e nel dilettare: ma come, per la imperfezione degli « animi nostri, molto più la dilettazione che l'utile si suol ci desiderare; e senza dubbio alcuno assai più diletta « questa nuova maniera di scriver de' romanzi, che quell'an- « tica non farebbe, forse è meglio, ad imitazione di que- o sti scrivendo, dilettare, che di quelli, i lettori saziare « e fastidire (1) Parole savissime, e che per certo cose toma mollo bene a proposilo il ripetere anch'oggi. - E qui mi lacerò di altri poemi di minor conio, per trattare al- ti) Lelt. al Giratili, Race. quanto de'Poemi Eroicomici, che dir si possono derivati dai Romanzeschi. 38. li Poema Eroicomico è come una contraffa ttura dell'eroico a fine di meglio rilevare il ridicolo del tema a più scherzevole diletto. 11 poeta di fatti sceglie a sub- bietlo un'azione volgare e degna di riso; ma intuona il canto come da senno , e pare che tratti l'azione come eroica , e quali eroi i suoi personaggi ; se non che tra- sparisce bentosto la fìoa ironia a traverso della grandezza epica che studiasi di dare a troppo umile ed abbietto argomento. Oltre a ciò le descrizioni falle sul serio d'av- venimenti e battaglie da lilliputli, le situazioni comiche de'suoi principali personaggi, certe arguzie e lepidezze che qua e là vi sparge, e l'intrecciare con gioconda sorpresa lo stile eroico al faceto, coti mille altre piacevolezze di con- cetto e dì lingua, tutto mostra che il poeta scherza; e noi ridiamo al suo grazioso artifizio. 30. Egli è certo che ancora il poema eroicomico richiede, come l'eroico, intreccio, costume ed affetti; ma se da que- sti là nasce la maraviglia, qui deve scaturirne il ridicolo; e questo , siccome è il principal carattere di tal genere di poesia, cosi dev'essere piacevole , gajo e soprattutto spon- taneo, schivando del pari la ricercatezza e la scurrilità. Siffatti componimenti richiedono più arte che non si crede, e sono da tentarsi solo da chi sorti da natura ingegno ame- no e festivo. E perchè , dice il proverbio , ogni bel giuoco dura poco, anche il poema eroicomico non vuol esser di lunga durata, acciocché il riso non si converta in fastidio. Lo stile, siccome è detto, dev'esser misto del nobile e del gajo; e le grazie dell'atticismo toscano ne infieriranno la elocuzione, che nitida ed elegante unir si deve alla scorre- volezza del verso ed alla spontaneità della rima. 40. Primo esempio della poesia eroicomica è la Batra- comiomachia attribuita ad Omero, dove epicamente si canta certa guerra di ranocchi e di topi, che dovette essere una satirica allegoria. Piacque al Tassoni, egregio poeta che fiori sull'ultimo scorcio del secolo XVf f prenderne l'idea per il suo celebre poema della Secchia rapita, che com'Elena pei Greci, fu pei Bolognesi cagione di guerra nel 1249 contro i Modauesi, nella cui citlìi lultor si conserva nella torre della la Chir- laudino.. I! poema è pieno di sali elelli e delicati , d'imma- gini lepide e grazioso, e condilo d'attica eleganza, tanto che nella poesia eroicomica tiene senza fallo il primo seggio. Sta a lato al Tassoni il Bracciolini col suo poema Lo scherno degli Gei. Il costoro esempio , e il plauso onde quo' loro poemi vennero accolli, invogliarono molli altri a seguirne le orme; e nel secolo XVII si videro sorgere parecchi poemi eroicomici, ira' quali mi ristringerò a citare il Malmantile racquistato di Lorenzo Lippi, ove sovrabbondano vivaci mo- di proverbiali e idiotismi fiorentini sparsivi con molto lepore e garbo, e la Presa di Samminiato d'Ippolito Neri, ove si lodano tratti di felice fantasia e di festivo ingegno. Capitolo III. - Della Poesia Drammatica. 1. La poesia Drammatica, a differenza della lirica e del- l'epica, nelle quali si mostra quasi sempre il poeta, o canti o narri mirabili cose, consiste nel rappresentare con grande imitazione del vero un avvenimento acconcio a commuovere, ad istruire e a dilettare, introducendo a fare e a dire quei medesimi personaggi che veramente in quello ebbero parte, o che almeno si finge, come se l'avvenimento cadesse pro- prio allora in essi sotto i nostri occhi, discomparendo al tutto la persona del poeta. Quindi Dramma in generale significa 2. La Drammatica pertanto, essendo, come ben insegna il Bindi, uno specchio dei varj casi della vita, e potendo questi essere o lieti o tristi, e cadere in persone illustri, o volgari, partesi in più rami, due de'quali sono principa- lissirni e opposti, la Tragedia e la Commedia (t). (0 Tratt, sul Teatro comico di' Latini, premeiso al Commtnlo alle Comm. di Tertn., T. I, p. Vili, Prato. velia Tragedia. 3. La Tragedia è la rappresentanza, o imitazione d'un avvenimento illustre ed infausto, atto a destare pietà e terrore. 4. La tragedia che or grave s'aggira tra le aule de'grandi e ne ritrae l'alte sventure, ebbe ben diversa origine. Essa in principio non era che un ditirambo o un inno a fiacca, laonde nota il Gravina che la immagine della tragedia, come rosa entro il guscio, s'ascondeva dentro la poesia ditiram- bica (1}, e perchè il cantore che vinceva la prova nel cele- brare le lodi del nume, riportava in premio un capro che pure era sacro al Dio, il carme fu detto Tragedia che si- gnificava canto del capro. Originò dunque dalle feste Bac- chiche dai Greci appellale Dionisie. Per Tespi d'Icaria nel- l'Attica, il quale fioriva circa il 536 avanti Gesù Cristo, tolse forma drammatica, avendo il poeta mescolato al coro attori che dipinti di mosto la faccia, gesticolando narravano le imprese di Bacco o d'altri eroi, su d'un teatro mobile. Un mezzo secolo appresso Eschilo d'Atene le diede quel re- golare andamento che poi s'ebbo la vera Tragedia greca; rese stabile il palco, ed inventò il sirma ed il coturno per divisa degli attori tragici ; laonde fu meritamente salutato padre di quella. Ad Eschilo succedettero Sofocle ed Euripide, dai qualità tragedia fu levala a si grande altezza, che dopo costoro non so se mai l'aggiungesse maggiore. 5. Il fine morale della Tragedia si è d'educare, mercè della compassione e del terrore, il popolo a civiltà nobile e gagliarda, svolgendo negli animi i germi d'ogni generoso sentimento a prò della sventura , e d'odio per la iniquità, ammaestrandolo della volubilità delle umane grandezze , sia a temperarne l'orgoglio , sia ad infondergli costanza ; in somma purgandone lo sregolamento delle passioni vuoisi così inspirare in esso rettitudine e magnanimità. E poiché la Drammatica più d'ogni altro genere di poesia , è un'imi- t<ij Della Tragedia, Libro Uno, fr i. tazione più reale e più viva , comparendo in essa il fatto come vero e presente, solo al poeta drammatico è dato commuovere ed infiammare gli animi per ciò che si ode non meno che per ciò che si vede ; quindi merita sovra di ogni altro il titolo di poeta civile. Se non che guai s'egli sbusa della sua nobilissima arte, perocché se d'un gran bene egli può esser cagione, può essere altresì incentivo ad un male inestimabilmente più grande. Non si dimentichi adunque giammai dal drammatico che il teatro esser deve scuola di civiltà, non di ferocia e di corruttela. 6. AI pari che nell'epopea sono da considerarsi nella tra- gedia il Subbielto , la Favola, il Costume, gli Affetti e lo Stile. §. i. Del Subbielto. 7. Il Subbielto , o argomento della tragedia deve , come nell'epopea , esser grande ed illustre , ed oltre a ciò pietoso e terribile. E perchè meglio commuove ed attrae un av- venimento reale e sentilo , gioverà attingerlo da fonti sto- riche o tradizionali , nè si smisuratamente discosto per reli- gione e per usi ; quindi potrà ricercarsi nei tempi della greca e romana grandezza , o in quella de'popolì delia moderna civiltà , e forse più utilmente ancora tra i fasti biblici e na- zionali. Grande poi , e come diceva l'Alfieri , tragediabile è da dirsi il subbielto , quando il fatto quasi uscendo dalla cerchia della reggia o del palazzo signorile, seco si trasse grandi e pubbliche conseguenze. Nè si scambi il terribile coll'atroce e collo schifoso , siccome pare che da una certa scuola talvolta si faccia. Melpomene rappresenti sulla scena ì truci effetti dell'odio , della vendetta , della gelosia , del- l'ambizione nel cuore de'grandi , e tratti pure contro il de- bole oppresso il pugnale ed il veleno; ma non già vi esponga passioni vilmente crudeli e fuor di natura , nè la faccia da boia colla mannaia sempre in alto; chè in tal guisa ecciterà non il terrore , ma il raccapriccio , e a poco a poco abituando il popolo a tutti gli orrori , anzi che purgar le passioni , com'è suo scopo, le renderà furiose e sanguinarie. Non sì dimentichi di grazia dai drammatici quello che con gran senno cantava delle antiche Romane il Farmi : « Quindi perversa l'indole « E fatto il cor più fiero , « Dal finto duol , già sazie « Corser sfrenate al vero » (1). g. 2. Della Favola. 8. La Femia che , come dice il Gravina , è lo spirilo della tragedia, n'è altresì la parte più ardua. Scello giu- diziosamente il subbielto , vuole anche più giudiziosamente essere svolto nella Favola, che n'è l'orditura , il disegno ge- nerale. I caratteri essenziali della Favola pertanto sono unità e verisimiglianza. 9. Quella unita drammatica che l'Alfieri chiama prìnci- palissitna e sola vera, perchè posta nel cuore dell'uomo, consiste nel rappresentare un'azione sola, siccome quella che è necessaria all'unita di sentimento (2) , il quale altrimenti , come ben nota lo Zanotti , distraendosi in più parti si smi- nuirebbe. Quantunque però voglia l'azione esser una , non dee tuttavia esser semplice , ma composta di molte che ne formino uoa sola. Ora la grand'arte del tragico sta appunto nel connettere le azioni subalterne alla principale, ìn guisa che sì raccolgano quasi in un solo concetto , e un solo pro- fondo affetto risveglino ; perocché , siccome avverte il Nic- colini , quando un'opera contiene più d'un avvenimento principale , non possiamo provare che impressioni deboli , incoerenti , e nello spirilo nascer deve più confusione che diletto , perchè in nessuna cosa più potè riposarsi , e da nessuna fu signoreggialo ; e Io stesso Goéthe notò che la tragedia non può essere una lanterna magica : non le basta (1) Ode XVII a Silvia, sul vestire alla Ghigliottina. (2) Parere sulle sue Tragedie, sceneggiatura. Di bettobica 297 la successione , 'ma vuole la connessione ; tanto è fondamen- tale il canone Oraziano: a Denique sit quodvis simplex dumtaxat, et unum » (1). 10. Alla unità d'azione vanno eziandio congiunte le altre due di tempo e di luogo, per le quali si vuole intendere che l'azìoue comprenda nn solo giorno o poco più, e che si man- tenga la scena più che si può dove quella ebbe ìncomin- ciamento. Queste tre unità diconsi Aristoteliche, perchè si pretendono prescritte dallo Stagirita come canoni imprete- ribili. La prima unita non è più legge d'Aristotele che di natura, come crediamo aver con valide autorità dimostrato; delle altre due v'è controversia fra gl'interpreti del filosofo, e il Niccolìni osserva che dell'unità di luogo non fa parola; che quanto a quella di tempo , narra un fatto , non pre- scrive una legge. Checché sia di ciò , soggiunge : « Bandite « dal teatro queste convenzioni dell'arte, e l'imitazione « drammatica non sarà più nè separata nè distinta dalla « maniera di essere positiva delle cose nel corso ordinario e della vita » (3). Tutto vuoisi intendere con discrezione ; quindi la superstiziosa osservanza delle due unità da un lato, e il licenzioso disprezzo delle medesime dall'altro, sono esagerazioni del pari all'arte dannose, derivate egual- mente dal confondere il vero col verisimile , essenzial fon- damento della imitazione. Per la qual cosa lungi dalla so- verchia restrizione che di leggieri trae allo smilzo, non meno che dalla sbrigliata licenza che spesso ingenera noia e lan- guore, si mantenga la illusione drammatica più che si può conformemente alle leggi della veri si migli anza , e s'otterrà l'effetto scenico , e per conseguenza il fine d'eccitare in altrui gagliardo e durevole il sentimento; perocché, dirò con lo Za- netti : « Io non veggo perchè l'azione dovesse essere meno a compassionevole , men bella , quando seguisse in due o giorni o in tre , e anche più ; e , cosi portando la varietà H) Dell'imitazione nell'Arte Drammatica, Edli. cit., Voi. Ili, p.206. (t) DelVimitasùme nell'Arte Drammatica. k degli accidenti, passasse da un luogo ad uu altro. E qui credo opportuno notare che lo Zanotli parla di giorni e non di mesi o d'anni , e quindi dicendo da un luogo ad un altro, non vorrà certo intendere di luoghi distanti tra loro mille miglia. A fine di tenersi adunque nei giusti li- mili , gioverà por mente prima alla scelta del subbielto, dipoi a quella del punto donde muover dee l'azione , affin- chè tutta la serie degli avvenimenti si comprenda in giusto spazio di tempo e di luogo, siccome vediamo nei sommi tragici greci, francesi ed italiani. H. Che so la unità d'azione tanto importa all'effetto del dramma, slrellamento essenziale altresì n'è la verisimi- glianza , principal fonte della illusione e del diletto. Egli è certo che l'aziono drammatica ò una imitazione de'successi reali, onde avviene, come dice il Gravina (2) , che gli ottimi poeti, scolpendo il vero sopra i personaggi antichi, fuori della loro intenzione colpiscono nelle cose presenti, perchè il vero non invecchia nè muore , ed ò il medesimo in tutte le stagioni. La verisimiglianza drammatica pertanto consi- ste nel far si che possa credersi , quell'avvenimento che pi- gliasi a rappresentare essere veramente una volta acca- duto (3). A ciò vale grandemente la giudiziosa connessione delle parti, la succession dei fatti logicamente collegata colle cause e cogli effetti; il serbare gli usi e le credenze dei tempi e dei luoghi , donde è tratto il subbietto; dare ai per- sonaggi affetti , idee ed azioni secondo il loro tempo e la loro nazione. Ove in alcuna di tulle queste cose trasparisca alcun che d'incoerenza , di raffinamento, di strano o di esa- gerato, si rompe l'incauto dell'illusione, e in luogo della pietà e del terrore si eccila o la noia o il riso. 42. Insegnano i retori doversi al verisimile accoppiare eziandio il maraviglioso, per il più sicuro effetto del dram- ma. I tragici greci lo trassero di leggieri dal soprannalu- rale, e l'Alfieri pure ne lo trasse per il Saul; ma in ciò MI Art pm., Ragion. II. (8) Della Trag., fi. II. (3j Z&NOTTI , op. cìt. PVtad &* Google di rettorica 299 bisogna andare a rilente , e per la reverenza alla nostra religione, e per la sì cambiata natura de' tempi; tuttavia in subbielli biblici e sacri non disconverrà, io credo, alle leggi del verisimile attingere, a ma' dell'Astigiano , dai fonti del soprannaturale il maravigli oso , chè non e spenta affatto nel popolo la fede. Del resto si cerchi il maraviglioso o nel dipingere qualche grande e straordinaria virtù, che pure ha potenza di destare negli animi salutar maraviglia, o nel rappresentare qualche sublime ed eroica azione per un fine non meno grande e sauto ; o finalmente come rileva lo Za- notti [loc. cil.) nell'intrecciare « molli accidenti in guisa ic che quando da quelle cause onde parrebbe che dovesse <t uscire un effetto , con bella maniera se ne fa uscire lutto « il contrario. Come nell'Edipo, dove le ricerche che il re « prende a fare delì'assassiuo di Lajo, pare che debban « condurlo ad una somma felicità , e son pur desse che a lo traggono in un'estrema miseria ». 13. Ora dicasi delle parti che costituiscono la sparli tura della favola, le quali dislinguonsi in scene ed atti. Chiamansi scene quei mutamenti che avvengono dal comparire in sul palco , o dal ritirarsene che fa uno o più personaggi , senza interrompimento detrazione. Atti diconsi quei compartimenti in cui per certe pause viene distribuita la favola. A bene e verisimilmenlo condurre le scene fa di mestieri che ciascuna di esse sia , come diceva l'Alfieri , motivala (1) ; cioè che la comparsa d'ogni personaggio abbia in so una giusta e pro- babile ragione, lauto che paja condotto dalla cosa stessa, non dal poeta ; che il ritirarsene sia pur naturale , dopo detto e fatto nè più , nè meno di ciò che doveva. Conviene inoltre, siccome saviamente n'avverte Io Zanolti , che le scene si attacchino luna all'altra per modo che le persone che son nell'una , non mai partano tutte ad un tempo , sicché resti vacuo il palco , ma sempre alcuna ne rimanga, la quale entri nella scena che segue , e così fino alla fine di ciascun atto. Fa d'uopo in ultimo porre c collegare le scene di forma che vi si riscontri la necessaria congruenza, il j Parere sulla su* tragedie , loc. r.ii. acciocché per manco dì vcrisimiglianza non se ne distrugga l'effetto; e a un tempo schivare la frequenza dei soliloqui . di che venne appuntalo lo stesso tragico nostro , il quale benché a drillo se ne difendesse, pure riconobbe in qual- che parte il difetto (1). 14. Lo spartimenlo della favola in cinque alti non è legge assoluta , essendovi ancora tragedie greche , le quali ne contano più o meno , come V Antigone che ne ha sette, e il Fiiottete che ne ha tre , ambedue di Sofocle ; e lo stesso precetto oraziano fS] viene giudiziosamente spiegalo dal Me- tastasio per un avvertimento ai drammatici d'accomodarsi alla consuetudine oramai stabilita nel teatro romano. Altret- tanto però credo debbasi dire per noi , potendosi oramai tener per legge un uso pressoché costante e universale , ove peraltro la natura e l'intreccio del dramma tale vera- mente non sìa che richieda d'esser diversamente spartito ; essendoché cotal regola assolula in arte, come riflette il Nic- colini , non altrimenti che il letto di Proclisie, sforzerebbe a stendere o a raccorciare i corpi più. belli , per assogget- tarli ad una tirannica misura (3). Del resto chiara vi appa- risca la necessità , non il comodo del poeta. 15. Nei cinque atti pertanto conliensi tutto il disegno delta favola , il quale formasi della protasì , dell 'epiteli o nodo , e della catastrofe. Fino dalla prima scena dell'alto 1 , che è come il prologo degli antichi , incomincio la protasi o esposizion del subbietto. Nel II si dispongono a grado a grado le fila dell'intreccio; nel III si avviluppa ragionevol- mente il nodo ; nel IV si preparano con occulta arte le vie alla catastrofe o scioglimento ; nel V si corre allo sviluppo finale della catastrofe slessa. Non v'è, nò può stabilirsi legge intorno ai riposi che distinguono gli alti ; dipende inte- ramente dal subbietto e dall'ingegno del poeta il collocarli (1) Parere sulle sue tragedie, loc. cit. (2) « Neve minor , nen sit quieto prodnclior actu a Fabula qiiae posci vult, et spedata reponi » (Ari. Pool., v. «*), l3) Della Trag. greca , T. I , P. LXVlll , ed!». oiL  e a tempo e a luogo , avvertendo tuttavia di tener sempre desta l'altrui curiositi), e d'accrescerla ed infiammarla ognor più ; tenendola fino alla fine sospesa mercè di nuovi e ina- spettati accidenti. ;Il j ■.':}.;!, i-jinil . 16. La tragedia, siccome poema natum rebus agendis , ottiene la sua principale efficacia dall'azione , la quale vuol essere una e continuata, e avente, come dice Aristotele, principio, mezzo e fine. I Greci, la cui tragedia pacatamente procede con grande armonia nel totale e con debita pro- porzione nelle parti , cercarono di congiungere la varietà alia semplicità dell'azione, intrecciando le azioni subalterne ed episodiche con sì sottil* magistero, che il concello arti- stico ne risultava intero e spiccato. L'Alfieri si studiò d'imi- tarli , e spesso vi riuscì. L'azione principale pertanto, infor- mando tutto quanto il dramma con calore sempre crescente, invigorita ed incalzata altresì dalle azioni subalterne, at- tragga per se slessa gli animi , e gli volga con alterna vi- cenda ora al timore , ora alla speranza , ora all'odio, finché al suo scioglimento non li ricolmi di pietà e di terrore. H quale intento finale meglio raggiungerà il poeta con quella semplicità che si loda nei Greci , che non colla moltiplicità degli accidenti , o peggio ancora colle situazioni singolari, strane e ricercate , chè quella concentra l'attenzione , que- ste la disperdono e il sentimento illanguidiscono. 17. Lo scioglimento della tragedia è d'ordinario pietoso e terribile. 11 ferro o il veleno sogliono essere i ferali stro- menti della catastrofe , nella quale appunto si pare tutto l' ingegno e tutta l'arte del poeta. Siccome non si viene al sangue che per lungo e concentrato odio , o per bruta! sete di vendetta , o per febbre di cieca e grande passione , o per disperalo consiglio , così fa d'uopo che ciò si apparec- chi nel corso dell'azione a grado a grado sì che apparisca naturalmente da questa scaturir la catastrofe ; nè monta che quasi in ombra la traveda lo spettatore, basta che giungagli inatteso il modo dello sviluppo , e se si può, vinca eziandio la sua aspettazione. Tra i mezzi atli a ciò, etnea-- cissimo è quello detto dagli antichi Agnizione, e si adope- ra , allorché si scuopre esser la persona di condizione e di grado ben diverso da quello che appariva; dal che facil- mente nascono accidenti quali non mai s'aspettavano (i). Se non che a rendere naturale , verisimile e dirò ancora tragica l'agnizione , lungi dall'adoperare quelli cui l'Alfieri chiamava mezzucci, come biglietti, croci, roghi, capelli, spade ec, (2) , fa d'uopo derivarla da segni certi del corpo e meglio ancora , come nota lo Za notti (loc. cit.) , dall'argo- meniamone , che è quando comunicando insieme molte per- sona , e scoprendosi a poco a poco quello che ognun sa, giungono per mezzo a mille ansietà e timori , che tanto piacciono nella tragedia, ad un inaspettato riconoscimento, che in modo meraviglioso e non preveduto affretta e com- pie la catastrofe , come nell'Edipo di Sofocle , nella Merope e nell'Oreste d'Alfieri. 18. Finalmente a render tutta intera la favola quanto fa d'uopo attraente, maravigìiosa e veramente tragica, si offrano agli occhi dello spettatore , il più che si pub, i fatti più rilevanti del dramma: o almeno facondo narratore, e non uno degli ultimi dei personaggi , gli esponga sì che sembri meglio vederli che udirli; e ciò vale principalmente per la catastrofe; del che ben a ragione compiacisi il Tra- gico noslro , il quale dice non aver egli , ove si polea senza punto offendere il verisimile o la teatrale decenza, mai fatto narrare ciò che potea presentarsi agli occhi , e che operato in palco dai soli personaggi importanti , dovea ben altra- mente commuovere gli spettatori (3), memore dell'oraziano avvertimento : * Segni us irritant animos demissa per aurem a Quam quac sunt oculis subiecta Meli bus ». (Ari. Paci., v. 480 J. Vera cosa è però che sonovi tali atrocità che non compas- sione ma ribrezzo , non terrore ma raccapriccio possono H) Zanotii, loc. Cjt. (2, Parere sulle sue Treg. , Lmenxi me. (3j Parere ec, loc. cit, Digiiizad By Googl DI RETTORICA 303 solo inspirare , e queste voglionsi dalla scena interamente proscritte, non consentendo il decoro, nè Io stesso fine della tragedia, che è di far grande e non feroce il cuore umano, che Medea trucidi alla vista del popolo i suoi- figliuoli , nè che Edipo si svelga gli occhi di fronte , con altre siffatte mostruosità, non rare sciaguratamente in cer- ti drammi di conio moderno. E qui basterà della favola , solo avvertendo in ultimo , che riuscirà non solo più gra- to , ma ancora più morale , se trionferà sull' iniquità la virtù, se non per il fatto materiale, non consentendolo spesso il subietlo , almeno per lo psicologico, bastando talora l' idea dell'infamia, o il rimorso a vendicare il delitto, che sebben fortunato, è pur sempre infelice. g. 3. Del Costume. 19. Parte rilevantissima della tragedia e il costume . L'azione drammatica si sviluppa e si compie da personaggi i quali aver debbono il costume loro proprio , e questo vuol esser coordinato all'effetto generalo della Tragedia , essendoché il carattere d'un uomo è , come dice Io Schle- gel , la vera cagione della sua condotta. I personaggi poi altri sono principali , altri secondar; ; questi concorrono in modo più o meno diretto al compimento dell'aziono; quelli ne sono i primi e veri autori ; e colui che tra questi pre- vale diecsi Protagonista , quantunque , come ben nota il Ranalli , talvolta avviene che niuno tra i principali perso- naggi talmente sovrasta , che più l'uno che l'altro dir ve- ramente si possa protagonista , ancora che da esso prenda 'il nome la tragedia, come l' Ippolito d'Euripide, e il Fi- lippo d'Alfieri , che potevano in cgual modo intitolarsi la Fedra e il D. Carlo, come trattando gli slessi soggetti ado- perarono Bacine e Schiller , laonde il vero protagonista ad- diviene il fatto stesso (4). 20. E primieramente fa d'uopo che i personaggi prin- cipali siano illustri , tale pure esser dovendo l'azione ; ed (1) àmmatslrammli or., Lib. IV, c. I» , g. 30. eziandio i secondari' conviene siano distinti , benché di grado inferiore , a fine di non. recare offesa alla tragica dignità , per amor della quale l'Alfieri gli escluse dalla sua tragedia, -a rischio altresì di renderla troppo nuda e talora alquanto ammanierala. Nè interamente empio, nè di somma e perfetta virtù richiedesi da Aristotele il protagonista, o se vuoi meglio , quegli che destinato è alla final peripezia; perocché se empio, non ne commuovo la sventura, se som- mamente virtuoso, sarebbe a questa superiore, e non si infelice da destare piota, o troppa indignazione ecciterebbe la vista di persona cotanto valorosa e immeritamenle ap- pressa (4); vuoisi adunque di mezzana virtù, di forma che tutto senta il peso della sua sciagura, e se ne dolga, senza però troppo meritarla (2). La quale avvertenza in generale giova a rendere veramente tragediabili i caratteri, essendoché da questi nascer dee la pietà , come dalla cata- strofe il terrore , affetti finali della tragedia. 21. Gli altri personaggi siano in diverso grado e sempre mezzanamente pur essi , alcuni buoni , alcuni malvagi, ac- ciocché ne derivi varietà , contrasto e movimento di pas- sioni , concorrendo ciascuno secondo il proprio costume a rendere pietosa e terribile a un tempo l'azione. Dei perso- naggi secondarj , quali sono confidenti , ancelle , capitani di guardie , messaggi e simili , il cui uso bene è sia parco as- sai , e veramente dalla favola richiesto, poco o nulla è da dirsi, mostrandosi d'ordinario buoni co' buoni e viceversa, o apparendo appena sulla scena da non spiegar carattere ; ciò che importa si ò , che parlino ed operino anch'essi con- venientemente alla nobiltà della tragedia. 11 poeta pertanto , per non offendere il costume , e dipingerlo coi colori veri e propri della natura, deve attentamente svolgere i dotti vo- lumi de'Glosofi morali e dei sommi tragici, e soprattutto studiar l'uomo nell'uomo , discendendo, come dice il Nicco- lini , negli abissi'della sua coscienza per trarne in luce, per [1) Tulio questo però non ò da prendersi si strettamente, che non abbia le sue eccezioni , massime trattandosi d'eroi cristiani. (2) Zanotti quanto è dato , i misteri , ciò che pensa la mente , ciò che eseguisce il volere, e fa dell'uomo la gloria, la vergogna, il destino [i). 22. Aristotele, o dirò meglio , lo legge del verosimile, vuole nel costume convenevolezza ed eguaglianza. Di que- sta si disse quanto basta parlando dell'Epopea al n.° 24. Della convenevolezza pure si parlò; ma perchè altro si è il descrivere , come d'ordinario fa l'epico , le cesia degli eroi, altro il rappresentare , come fa il tragico , persone parlanti ed operanti sulla scena , è prezzo dell'opera aggiungere alcun che. La convenienza de! costume è quando si attri- buisce alla persona quello che le si addice appunto per l'età , per il sesso , per la nascita . per la condizione . per la patria , per l'indole , per la passione , e perfino per il grado più o meno violento di questa. Fa di mestieri pertanto che cia- scun personaggio o parli , o operi , o anche accenni , espri- ma sè stesso nò altri che sè stesso , in quel modo e in quel grado ond'è mosso da amore, da odio, da tristezza o da ira; ossia che vigoreggi iti lui giovenile fierezza o canuto consiglio; o che sia re, sacerdote o guerriero; sia infine d'Asia, di Grecia o di Roma dell'antica età, ov- vero di Francia, di Spagna o d'Italia della moderna; il quaì ultimo pregio chiaro riscontri nell'Astigiano, nei tragici francesi non sempre. Grandemente disconviene altresì attri- buire ai personaggi del dramma affetti , idee ed azioni che nel tempo in cui vissero non potevano aver luogo. Finalmente fa d'uopo serbare in tutti la tragica dignità, cosicché l'amante sia tenero, ma non svenevole, il tiranno sia crudele , ma non volgare , l'oppresso sia grande , ma non stoico , nè troppo piangoloso, la donna come figlia, come sposa, come ma- dre , sia sensibile e affettuosa , non mai , come dice l'Alfieri, donnicciuola; in somma dirò col Poeta: . a Ogni viltà convien che qui sia morta u ; tnf. , C. Ili ]. Hi Sulla Trag. greca , T. I , P. I.XXXVI , ed. ci(. L i J ll_L'"J ì.'.'  g. 4. Degli Affetti. 23. Passando ora a dir degli affetti della Tragedia, è fa- cile dal sin qui detto inferire che ogni grande azione dram- matica è l'effetto d'una passione alla e veemente. Fuvvi un tempo che non si conosceva altra passione per la tragedia che l'amore, o almeno, quasi non se ne potesse far senza, vi s'intrecciava per via d'episodj, V'erano anche prima dell'Alfieri alcune tragedie donde cotale affetto vedessi esclu- so ; ma quegli che veramente mostrò col fatto che pote- vano farsi beile tragedie anche senz'amori fu desso, e in- segnò a un tempo che se l'amore s'introduce sulle scene, dev'essere per far vedere fin dove quella passione terribile in chi la conosce per prova, possa estendere i suoi funesti effetti (1J. Bene sta adunque che l'amore, quando è intrin- seco al subbielto, eolri nella tragedia, ma sia però degno del coturno, educando non a mollezza, sibbene a magna- nima virtù. 24. Le altre passioni proprie della tragedia sono l'am- bizione, la liberta, la vendetta, la gelosia, il furore ed al- tre di tal fatta, spesso trista cagione d'orribili e sanguinosi delitti. Nel tratteggiare adunque coleste funeste passioni nella loro crudele ferocia, nel contrappor loro teneri ed in- nocenti affetti di spose, di madri, di figli, d'amici, nel su- blime contrasto infine d'una truce e profonda malizia con una leale e generosa bonlà, debbono naluralmente nascere situazioni e accidenti varj e pietosi da eccitare negli animi degli speltalori ansietà, speranza, timore, indignazione, odio, amore, maraviglia; i quali affetti preparano la via ai due supremi e (inali deila tragedia , la pietà e il terrore. E dove la favola sia intessula con bell'arie e con senno in guisa che quelle commozioni svariatamente si destino e cre- scano di scena in scena, la tragedia sarà, quale dev'essere, appassionata e commovente. Se non che il grande e diffi- cile magistero di commuovere è tale che non si apprende [1) Risposta alla leti, del Calsabigi, p. lxxii. Ed. d'Italia. se non dal cuore, nè industria di retore, dice il Niccoliui, condurrà inai i drammatici alia sacra ed arcana origine del pianto; ebe anzi questo al palesarsi dell'arte s'inaridi- sce sul ciglio ; e solo l'affetto che sgorga spontaneo dall'ani- ma ba forza di scuoter l'altrui, e di desiarvi a sua voglia o la pietà o l' ira ; nè qui può mai abbastanza ripetersi la verissima sentenza d' Orazio : a Si vis me Aere, dolendum est « Primum ipsi tibi ; lune tua me infortunia laedent, « Teiephe, vel Peleu ». àt. Poe. v. 102. 25. Resta a dir dello stile conveniente alla tragedia. Es- sendo questo uu componimento poetico distinto dal lirico e dall'epico , ne conseguita che pur distinto richiede Io stile. La splendida arditezza della lirica, e la solenne maestà dell'epopea non ben si confanno alia tragedia, che desti- nata più a fare ebe a dire, e nella quale il poeta come non deve vedersi, cosi, quasi direi, neppur sentirsi, deve ac- costarsi al favellare comune ; e poiché introduce persone illustri e da grandi passioni commosse, richiede uno stile «obile, sentenzioso, energico ne' concelti , vivo uelle imma- gini, caldo e concitalo nei sentimenti, breve nella espres- sione, che è necessariamente a dialogo, non essendo in so- stanza anche il soliloquio che un dialogo che la persona fa con se stessa. E il dialogo della tragedia dev'essere grave, rapido , secondo la natura delle cose e degli affetti che vi si svolgono. Nulla avvi in esso di piti ingrato delle parlate prolisse di personaggi che pretendono di farla da sapuli , sillogizzando in tono declamatorio intorno a scienze politiche e morali, come ex cathedra; nelle quali parlate non piti l'attore , ma si scorge il poeta , e poeta accademico. Oltre a ciò vi si debbono studiosamente schivare le raffinatezze dei concelli, la turgidezza delle immagini ampollose, gli erotici piagnistei in frasario arcadico, ed altre simili quisquillile sconvenevoli di troppo alla severa nobiltà dalla tragedia. In somma il dialogo vuol esser vero, animato, incalzante , come di chi sente nell'anima il fremilo d'aite e gagliarde passioni. 26. Nè meno fa di mestieri che il colorito armonizzi col tinto e con ogni sua parte, dovendo la elocuzione in gene- rale essere dignitosa e forbita senz'affettazione, e risplen- dere per proprietà, forza ed efficacia. E propria della tra- gedia si dirli quella che andrà adorna di parole, di meta- fore e di modi nobili , vivi e calzanti , schiva di quelli troppo splendidi e arditi della lirica , non meno che di quelli trop- po umili e volgari della commedia ; riuscirà quindi forte ed efficace, se lo scrittore guarderà al giudizioso collocamento delle parole, e al retto uso di quel linguaggio figuralo cui detta la vera passione; se si studicra di essere conciso e vibrato senza slento e ricercatezza ; se finalmente saprà astenersi dalie frequenti e stemperale perifrasi , dalle pa- role inutili e dagli epiteli oziosi. 27. Aggiungerà in ultimo a lutti gli altri pregi grandis- sima bellezza l'armonia, la quale esser deve grave e so- stenuta, e non cantabile, come nella poesia lirica ed epica; ed in vero i Greci ed i Latini adoperavano nel dialogo sce- nico il verso giambico, ben differente dai metri lirici e dall'eroico; e gl'Italiani saggiamente elessero per la trage- dia il variabilissimo sciolto endecasillabo, che al giambico in gran parte assomigliasi, accostandosi molto l'uno e l'al- tro al discorso familiare. L'armonia tragica adunque, scrì- veva l'Alfieri (e l'autorità sua io tengo qui per assai) aver dee la nobiltà e grandiloquenza dell'epica, senz'averne il canto continuato; e avere di tempo in tempo de' fiori lìrici, ma con giudizio sparsi e sempre disposti con giacitura di- versa (t). Laonde per dare allo stile della tragedia, anche per il lato dell'armonia, quella nobil fierezza che gli si ad- dice, gioverà nel verso una lai quale severità, per certe spezzaiuree svariata trasposizione di accenti; lo che men- tre scansa la soverchia scorrevolezza e melodia, riuscirà fi] Risp. al Calsabigi , Ed. et li  non poco profittevole alla recitazione e all'effetto. E il poeta potrà e dovrà giudicarne, recitando ei primo a se stesso, non come autore, ma sibbene come attore, i versi della sua tragedia. 5. 6. Poeti Tragiri. 28. Nata e mirabilmente perfezionatasi nella Grecia la tragedia per opera d' Eschilo, d'Euripide e massime di Sofocle, che le diedero splendore d'immagini, ardimento di pensieri, concitamene di affetti, ìmpeto di stile, non la vediamo, nè possiamo dirne con sicurezza il perchè, così bella di gloria in Roma. Forse piii favorevole potremmo far- ne il giudizio, se il tempo non c'invidiava le tragedie di L. Vario c di C. Asinio Pollione, si lodate da Orazio e da Virgilio, non che quelle di Ovidio, Ci restano solo le tra- gedie che vanno sotto il nome di Seneca , ed è questione fra i dotti se debbano veramente tutte 0 in parte attri- buirsi al retore M. Anneo, o a L. Anneo suo figliuolo me- glio nolo qual filosofo morale, 0 ad altri ancora. Checché ne sia, vi si riscontra spesso lo scolastico e l'ammanierato, di rado la verità della passione, e il fuoco e l'ardimento tragico. 29. Risorti gli studj in Italia , e specialmente delle opere dei Greci , si tentò sull'esempio di questi grandi maestri la tragedia; e il Trissino compose la Soiìofisba, alla quale tennero dietro la Canace dello Speroni, l'Oreste e la lìo~ smunda del Rucellai , la Tullia del Martelli , 1' Edipo del- l'Anguillara , il Torrismondo del Tasso , la Giocasta e il Tieste del Dolce ec; ma troppo superstiziosi verso i loro modelli , non ne diedero che una sbiadita immagine , che d' italiano aveva appena la forma esteriore in miserissimi versi. Già la Francia nel secolo XVII andava altera di Corneille e di Racine sommi tragici , ammiratori e disce- poli dei Greci, e l'Inghilterra giganteggiava dì già col suo terribile Shakespeare , quando il nostro buon Gravina pres- so al secolo XVIII scriveva tragedie di stampa greca che pur erano una miseria. Cresceva la gloria del teatro fran-  cese per Crebillon , e meglio ancora per Voltaire, e l'Italia appena vantava una tragedia degna di cotal nome nella Merope del Maffei; e comecché- dappoi l'abate Conti scri- vesse il G. Bruto, il Cesare e il Dritso , il Lazzarini l'Ulisse, Gian Pietro Zanolti la Didone e il Corioìano, i! Varano il Giovanni da Giscala e il Demetrio, il Granelli il Dione, il Sedecia e il Manasse, il Bettinelli il Serse e Luigi Scevola l' Erode , tuttavia il teatro tragico italiano giaceva in assai basso stato dinanzi a quello di altre nazioni. Final- mente una mano poderosa e salda lo sollevò lutto ad un tratto a tal sublime altezza che non più ebbe che invidiare altrui , ma si da essere invidiato ; e tanto operò a gloria dell'Italia lo stupendo Vittorio Alfieri , di Aslì, dandole una tragedia , siccome dice egli slesso a di 5 atti, pieni , quanto o il soggetto dà, del solo soggetto, dialogizzata dai soli « personaggi attori , e non consullori o spettatori; una Ira- o gedia d'un solo filo ordita , rapida per quanto si può ser- ci vendo alle passioni , che tutte più o meno vogliono pur e dilungarsi, semplice per quanto uso d'arte il comporti; « tetra e feroce , per quanto la natura lo soffre , calda « quant'era in luì. ...» (I). Nuovi fregi accrebbero dipoi all'italiana Melpomene il Monti co\V Aristodemo, col C. Gracco e con Galeotto Manfredi , il Pindemonte coW Arminio , il Duca di Venlignano colla Medea , il Foscolo col Tieste, coWAjace e colla lìicciarda , il Benedetti col Telenono e col Drusa ed altre lodate tragedie e il Pellico colla Francesca; il Niccolini poi le aggiunse la piit nobile gemma splendida di luce immor- tale. Tal'è la bella scuola che dai Greci , veri e grandi maestri della tragica poesia, derivò ad ornamento e gloria della Francia e dell'Italia. 30. Gli Alemanni si tolsero a maestro della tragedia l'immenso Shakespeare , padre del lealro inglese. Questo straordinario ingegno fe'm ara vigliare la sua nazione che lo salutò àttimo . colla originalità de'suoi drammi , colla terri- bile energia de'suoi caratteri , colla sublime dipintura delle umane passioni, se non che schivo d'ogn'arte, alla mae- (4) Risposili al Calsabigì, p. il, odili, cit.  sta tragica intrecciò volgari bassezze , al grandioso il fan- tastico, alte orrende atrocità stravaganze ridicole , alla na- tia semplicità il gonfio e il concettoso; "niun limite di tempo, niuno di luogo ; principi e volgo i suoi attori ; sola sua re- gola il gran d'effetto drammatico. Imitatori della tragedia Shakesperiana furono Dryden , Lee , Otwai , Thomson , Byron ed altri suoi connazionali ; tra gli Alemanni Wer- ner, Goethe e principalmente Schiller , i quali se ammor- bidirono la grossolana ruvidezza del maestro, non ne schi- varono le nauseanti atrocità. La tragedia romantica signoreg- giò anche troppo fastosamente eziandio sulle scene francesi dove, dirò col Niccoli ni , con pazzi e scellerati argomenti , con stile ditirambico e convulsioni in tutto , si fece oltrag- gio al buon gusto , e quel che è peggio , si va abituando il popolo a tutti gli orrori (1). Finalmente furono anche in Italia i seguaci della nuova tragedia, i quali d'assai la tem- perarono a viemeglio adattarla al gusto della nazione; ma come pianta esotica non molto bene perora attecchì nel suolo d'Alfieri (2). aut. il, - Della Commedia. 31. Come la Tragedia originò dalle feste Dionisio, così vuoisi la Commedia; perocché essendo nei bacchici inni misto il serio col faceto , quello formò l'elemento particolare della prima , questo della seconda. Solevasi appo i Greci concorrere al premio drammatico con una Tetralogia , con- sistente in tre tragedie o Trilogia , e un dramma satirico, a onore di Bacco. Si vuole che Sofocle fosse il primo ad esporre una tragedia per volta; laonde se ne sequestrò il dramma satirico , che dovette dappoi formare un compo- nimento a parte , unicamente destinalo a sollazzare con sali e con arguzie la rozza plebe dei villaggi { tuv nu^uv ) , donde gli venne per avventura il nome di Commedia, quasi canto vìllesco , della quale però si vuole inventore il Sici- (1) Sullo Trog Greca , Ediz. e loc. oir. |2ì Vedan=i il Corife di Carmagnola e l'Adelchi d'Alessandro Man- zoni, e il Teatro Tragico di Carlo Mariìiico da Ceva. 312 ' DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI liano Epicarmo che primo v' introdusse attori , dialogo ed azione propriamente drammatica (1). 32. Ed invero sembra dare qualche sostegno a queste congetture degli eruditi , quella che si disse Commedia an- tica de'Greci , la quale non fu che una Satira in forma drammatica , ove non sine multa laude (2) si pungeva, a fino di correggerlo, il vizio pubblico e privato. Come però tra- passasse in brev'ora od ogni invereconda scurrilità ed in- solenza contro le cose e le persone più venerande , cel mostrano le Commedie di Aristofane che uon arrossi di esporre alle risa degli Ateniesi Socrate stesso. A tanta sver- gognata licenza s'interpose l'autorità della legge; ma Tu invano: si tacque il nome dei cittadini fatti segno ai mot- teggi , rilraendoli del resto cosi al naturale , che come prima il popolo ne rise. Tale fu la commedia da alcuni chiamala dimezzo , ma che veramente non fu che il trapasso dall'an- tica alla nuova. La commedia nuova pertanto , principe della quale dìcesi l'ateniese Menandro, fu a un dipresso quale l'abbiamo al presente , gastigatrice dei vizj popolari, rappresentati con vivacità e gajezza , condita di sali e di tutte amabili piacevolezze, e soprattutto non disgiunta da decenza di caratteri e di costumi. 33. Tale dai Greci la ereditarono i Romani per opera di Plauto e di Terenzio , i quali camminando sulle orme di Epicarmo e di Menandro divennero modelli il primo di forza e verità comica , il secondo d'attica urbanità ed eleganza. Al risorgere delle buone arti nel XVI secolo , anche la com- media rifiorì, esemplando la forma della plautina e della tereiiztaoa nel rappresentare amorazzi di giovani, astuzie di femmine, gherminelle di servi , come chiaro riscontrasi nelle commedie del Machiavelli , dell'Ariosto , del Firenzuola , del Getti, del Varchi, del Cocchi, del Lasca e degli altri co- mici fiorentini, che vorremmo poter commendare egual- mente per purità di costume e di facezie, come gli ammi- riamo per grazia, vivacità e squisitezza di stile e di lin- di Tirab., Sfar, della Lettor, v. I , p. Il , c. II, g. 13. (2] Ob*t., Ar. Poet. v. 28t. glia , di che sono veri ed egregi maestri. Anche il padre delia Commedia francese, il celebre Molière ingagliardì !e ali dei suo nobile ingegno colio studio di Plauto , di Teren- zio e dei comici italiani , e con franco ed animoso pennello dipinse gli uomini quali vedeasegli attorno , e fu, com'è sempre, la maraviglia ed il vanto della sua nazione. Nè guari andò che in egual modo colia potenza dell' ingegno avvalo- rata da simili studj diede all'Italia la vera commedia l'in- comparabile Goldoni. A lui succedettero non senza gloria il Gozzi, iì Giraud ed il Nota , ed ora sembra che non senza lode ne premano le orme il Gherardi del Testa e Paolo Ferrari. 34. Benché d'indole del tutto diversa sia il teatro comi- co spagnuolo , tuttavia merita se ne porga un cenno per la sua prodigiosa abbondanza, essendo di oltre duemila dram- mi arricchito solo dalla inesauribile vena di Calderon e di Lopez de Vega , per lacere d'altri minori. Dicemmo pensata- mente d'indole tutta diversa, perocché quei drammi sono mostruósamente irregolari , non dirò soltanto per difetto d'osservanza delle tre unita , passandosi di Spagna in Italia e quindi in Affrica , e non di rado comprendendosi in un solo dramma la intera vita di un uomo, ma si per la strana accozzaglia dell'eroico col buffonesco, del terribile col ridi- colo , e peggio ancora del religioso col mitologico. Non di rado però si adornano di sorprendenti situazioni, di carat- teri superbamente pennelleggiati e di slanci di splendida immaginazione. Vantano originalità ed effetto drammatico eziandio le commedie dei teatri inglese e tedesco, ornamento precipuo do' quali sono Dryden e Kolzebue; se non che ai molti pregi comici va non dì rado congiunta , e principal- mente nel primo, quella invereconda licenza che reca ol- traggio al pudore ed alla moralità. E a questa scuola si ascrissero per avventura Victor Hugo ed altri, pei quali non so quanto siasi avvantaggiato il teatro francese per l'arte e per il costume ; eppure sulle scene italiane , per nostro danno e vergogna , si sono non dirò tollerate, ma anche applaudite le opere drammatiche di cotali scrittori , tradotte poi come , vel dica Iddio. - Per molli argomenti  E LE .MI". NT A HI or sembra aver l'Italia meglio a cuore il suo decoro , e abbiam veduto che già non le mancano ingegni che lodate prove tutlora porgono nella bell'arte di che si ragiona. 35. Dalo un cenno dell'origine e dei progressi della com- media , spieghiamone la natura e il fine. La Commedia è una viva rappresentazione della vita domestica nelle sue ordinarie vicende e sconvenevolezze, non che ne' suoi vizj ed errori , ritraendo per mezzo d'avvenimenli ideali il ridi- colo delle debolezze , follie e brutture umane , affinchè altri se ne guardi , altri se ne corregga , per le beffe che le ac- compagnano ; laonde chi disse della commedia ridendo casti- gai mores , n'espresse a maraviglia il mezzo e il fine. 36. Come nella tragedia, cosi nella commedia ricercasi il subbietto , la favola , il costume , gli affetti e lo stile. Delle quali cose trattando , diremo solo quanto alla commedia in particolare si riferisce, rimettendoci nel resto a quanto fu già avvertito su ciò parlando della tragedia. g. t- Del Subbietto. 37. Essendo la commedia un'immagine della vita pri- vata , il subbietto o l'argomento che dir si voglia , conviene sia tolto di mezzo al viver comune. Non basta ; essendo diretta al riso ed alla correzion del costume , deve rappre- sentare non solo quelle sconcezze comuni che sono di lutti i luoghi e di tulle le età , ma ancora quelle goffaggini e follie che più specialmente appartengono al proprio tempoe paese; quindi se la tragedia ama soggetti di storia e di lontana età , la commedia al contrario ama meglio ritrarre in fan- tastici avvenimenti ciò che in generale vede e ode intorno a sè di strano e di sconvenevole ; laonde sono materia propria del socco le galanterie ed i capricci del mondo mu- liebre e le leziosaggini de'suoi adoratori , le smanie e le gelosie degli amanti , le sordidezze e g'agliouerie degli avari , i tranelli e le astuzie dei servi , le eleganti frivolezze della gente di moda , le giunterie degl'ipocriti e dei bugiardi , con altre tali laidezze ed infamie camuffale in guisa da parer DI RETTORICA ai5 virtù. Frattanto il popolo, che riconosce come in uno spec- chio l'immagine delle comuni sconcezze, ne ride, e quel riso o corregge chi e tinto della mala pece , o preserva chi n'è mondo. S- 2. Della Favola. 38. Parte precipua della commedia è , come della trage- dia , la Favola, che consiste, come a suo luogo fu detto, nell'orditura e disegno generale onde si prepara , s' intreccia e si svolge l'argomento; e perchè l'orditura è pure in atti che sogliono essere nè più di cinque nè meno di due , e in scene delle quali a ragione si biasimano le oziose e le vuole, perciò valgono qui le stesse regole che per la tragedia. 39. Siccome la commedia o si avviluppa per varj e cu- riosi accidenti intorno ad un segreto raggiro per conseguire un fino qualunque a traverso a difficolta e contrasti ; o im- prende a tratteggiare un carattere speciale , come l'avaro , il bugiardo e via discorrendo; cosi nel primo modo chia- masi d'intrigo , nel secondo di carattere, sebbene, come nota opportunamente il Dindi, questa distinzione non è cosi assoluta » che i viluppi e i caratteri possano star se- « parati , perocché ogni buona commedia , se vuole aver a soggetto e movimento, debbe giovarsi d'ambedue i mezzi, « e solo le sarà concesso di porre o l'uno o l'altro in prima a vista , e pigliar nome da quello che più trionfa » (1). 40. Quanto a disegno poi , è qui pure essenziale che l'azione vi si tratteggi una e verisimile, e in modo che pia- cevolmente tenga sospeso ed incerto del fine lo spettatore. Saravvi pertanto unita d'azione, quando gli accidenti si succederanno l'un dopo l'altro , o s'intrecceranno in guisa che mirino al fine che si è proposto l'autore. « Non però, a come avverte lo Zanotli (2) , debbono gli accidenti succe- « dersi l'uno all'altro con tanta fretta , nè così stringersi (t) Cenni pre limino ri jii/ Teatro vomirò de' Latini, [ii emessi al Comm. a Teren., p. x\ , ed. cil. 12; Art Poel., Ragionano.  « Ira loro che non lascino luogo agli episodj , vale a dire « a certi accidenti che si frappongono , e non nascono ve- « ramente dalle cose precedenti , ma pur servono o a « condur l'azione al suo fine , o ad accrescerne il ridicolo ». Conviene ancora che le parli episodiche nè siano troppe, nè troppo sconnesse dall'azion principale , .acciocché non nuocano alla unita, e conseguentemente all'effetto principale, distraendo l'attenzione. Finalmente sia nella commedia di Carattere, sia in quella d'intreccio, fa di mestieri che la favola conchiuda o si disgroppi con naturalezza e verisimi- ghanza ; e ancora pare più consentaneo all'indole della com- media , ritrovata a rallegrare l'animo umano , che abbia altresì prospero e lieto fine , non mai però contro alle leggi del retto e dell'onesto, che non consentono al vizio l' im- punità neppur sulla scena. 41. Riuscirà poi assai gradevole lo scioglimento della commedia, quando giunga inaspettato, o diverso mollo da quello che parea dovesse essere; o quando si ottenga per la via dell'agnizione , come si disse trattando della trage- dia , purché si paja naturale e dalle stesse circostanze facil- menle condotta ; e lo Zanotlì mollo saviamente osserva, ohe rade volte o non mai trovasi che l'agnizione si stenda per un lungo tratto della commedia, com'è nell'Andria , ove l'agnizion di Pasibula non comincia a farsi che nell'ultimo, e con molla fretta si compie : lo che vedesi in altri sommi comici pure adoperato. Nè bello è il valersi , come fa il Federici, troppo frequen lem ente dell'agnizione, perocché, oltre al non dar ciò grande argomento di feconda inventiva nel poeta, scema facilmente negli spettatori la maraviglia. $ 3. Del Costumo. 42. Anche della commedia è dote essenzialissima il co- stume; laonde a quanto sopra esponemmo parlando della tragedia , qui aggiungeremo che a ben serbarlo nella com- media , giova ricordare esser questa un quadro della vita domestica , quale più o meno giornalmente ci si svolge sotto degli occhi. E poiché nel vivere familiare è naturai cosa vedere in reciproche attinenze nobili e popolani d'ogni condi- zione ed eia , anche la commedia ama di porre sulla scena d'ogni maniera personaggi , rilraendone al vivo i caratteri, quali glieli offre ne'varj suoi tipi la umana famiglia , con- tentandosi solo di caricare alquanto le tinte su quelli cui mira a fare più spiccatamente segno al ridicolo ed all'altrui ammaestramento , salvo che dove i costumi fossero per loro stessi tanto ridicoli , che per far ridere non avesser bisogno d'aggiunta. Dissi alquanto , perchè se dipingendo i caratteri quali comunemente sono, troppo sbiadili riescono, esage- randoli soverchiamente, coìlo scemare la verosimiglianza, rompono l'illusione, ed all'effetto comico nuocon del pari. 43. Siccome la tragedia vuol esser grave e severa , la commedia vivace e briosa , e tali conseguentemente esser ne debbono in generale i caratteri ; perocché se Ih si ha da piangere, qua si vuol ridere, e come in tragedia il socco, così in commedia disconviene il coturno. Le sono pertanto personnggi propri il cosi detto caratterista per le parli del ridicolo; il padre e la madre nobile, Vamoroso e l'amorosa per il grave e l'affettuoso ; il brillante, ¥ ingenuo, la servetta ed al tri cotali per il brioso ed il festivo. Se non che, come giudiziosamente nota il Ranalli , nò il caratterista dee riu- scire buffone , nè il brillante affettato , nè il padre nobile gravoso, nè la servetta pettegola (1). Che se richiedesi per dritta condizione che i caratteri siano convenienti e verosi- mili , vuoisi non meno che siano coerenti ; e l'avaro , il bu- giardo, il maldicente, l'ipocrita, il vanaglorioso e che so io, tali in fatti ed in parole vengano fino da ultimo penne! leggi ati, senza mai smentire sè slessi. Alla fedcl dipintura dei ca- ratteri mollo gioverà lo studio accurato e profondo di Plauto, di Terenzio, di Molière .e del Goldoni; infinitamente poi di più l'assidua e diligente osservazione degli uomini nelle loro passioni , tendenze usi e pregiudizi i incominciando dalle sale dei grandi e giù giù fino alla casupola del pigionale ed alla bettola plebea. (1) Principi! di Beile LaiL, I S- *. Degli Affetti. 44. L'affetto che più . d'ordinario nella commedia cam- peggia , ò l'amore , il quale se qui ha da folleggiare colle sue smanie , gelosie ed altre leziosaggini , guardisi però che non trascorra a licenza con danno infinito dell'onesto costume. Si avvicenda ancora colla gioja il dolore , colla gajezza l'afflizione fino ad eccitare sensi di pietà , benché sempre conformemente alla natura gioconda della commedia , e a fine di condurre ira questi ed altri simili affetti a più vivo rallegramento gli spettatori. Ma l'affetto cui più dirit- tamente mira a destare in altrui la commedia è senza fallo il riso. Questo nasce facilmente da una certa festività comica che risiede o nelle parole o nelle cose , e della quale pos- siamo dare non già precelti , ma solo alcun cenno , essen- doché n'è maestra sol la natura. E primieramente condi- scono d'urbana festività la commedia quelle che chiamansi facezie , e che consistono in certi delti brevi ed arguti mollo acconci a muovere il l iso , purché improvvisamente cadano opportuni e senza ricercatezza , chè niente avvi , dice lo Zanotti (loc. cit. ), che più guasti le facezie che lo studio, ove apparisca. Conviene però ben guardarsi da quelle che offendono la religione e il buon costume, che coi santi non si scherza , e mal si ride a scapilo del pudore. Nè molto sì apprezzano quelle facezie che consistono in parola dette a sproposito, o stranamente alterate, che se una volta o due fan ridere , a lungo andare , stuccano ; sono poi degne di grandissimo biasimo quelle che han troppo dello scurrile e del buffonesco , le quali se piacciono al volgo degli spellaio- ri, alle persone costumale fami' ira. Di tali pecche non vanno esenti i comici del cinquecento, benché nel rimanente ab- bondino di giocondità e di lepore per aleutissime facezie, delle quali possono servire d'esempio , seppur vale l'esempio, ove benigna non arrida natura. Solo concluderò avvertendo col sopraccitato autore, che la giocondità delle facezie par che nasca generalmente da un ingegnoso ed improvviso accop- piamento dì due cose disparale tra loro e disconvenienti. La festività poi che risiede nelle cose nasce e da inci- denti curiosi, e da cerle burle o beffe che destramente fannosi ad alcuno della brigata senza grave incomodo o molestia, facendo Aristotele saviamente consistere il ridicolo in un difetto o in una sconcezza che non rechi a chi l'ha dolore o distruzione. Comica pertanto, dice lo Zanotti, è <r cer- « tamenle quella burla che consiste in un inganno inaspet- « tato , perocché colui che è ingannato si maraviglia di a esserlo , e quei che il veggono, godono dell'inganno e ma- li raviglia di lui, e talvolta si maravigliano eglino stessi, « veggendo la burla riuscire a quel fine cui nè essi pure a aspettavano. E certo la burla tanto sarà più gioconda , a quanto avrà più del maraviglioso a {1). Di che bellissimi esempj riscontransi ne'comici latini e nei padri della com- media francese ed italiana , lo studio dei quali varrà per mille precetti. g. 5. Dello Siile. 16. Procaccerà finalmente bella fama al suo poeta quella commedia che alla opportuna scelta del subbietlo , alla re- golare orditura della favola , alla fedele rappresentazione de'caralleri , ed al vivo colorir degli affetti congiungerà stile e dizion convenevoli. Lo stile comico pertanto conviene che sia semplice, naturale, g;>jo e disinvolto, si che paja il parlar domestico ed improvviso; che soprattutto sia acco- modato all'età , all'indole diversa , alla condizione e fortuna degl'interlocutori , che questo è tal pregio dal quale in gran parte il verisimile dipende della commedia. È vano il dire che la forma è a dialogo , il quale vuol esser pieno di movi- mento e d'azione, franco e spoulaneo , senz'ombra d'affet- tazione e di studio. Richiede tutta la grazia e l'atticismo della lingua , ammettendo a tempo e luogo e i modi pro- verbiali e gl'idiotismi e i motti e i sali più eletti che usa la nostra plebe in Toscana; e ne avrai degli elettissimi in buon dato, massime nella fiorentina e ne'suoi comici antichi, il (1) Ari. Poe!., (oc. CU.  cui studio li mostrerà meglio che non i precetti , quanta è la proprietà , il brio e la svariata ricchezza di questa cara fa- vella toscana da ingemmarne la commedia italiana, a decoro e vantaggio inestimabile del teatro e della lingua nazionale. 47. Mnllo già si contese intorno al imetro conveniente alla commedia, altri volendola in verso, altri in prosa. E in vero ella è componimento che di poetico non mancale che la forma, e questa pur s'ebbe presso i Greci ed i La- tini per quel loro verso giambico la cui infinita varietà dava lai' impronta al dettato che scambiavasì colla prosa più familiare. L'Ariosto e il Occhi s'ingegnarono di dar forma metrica alle loro commedie, quegli col verso sciolto sdrucciolo, questi col piano ,- accentandolo ambedue si che quasi paresse prosa. Anche il Goldoni , per altro meno fe- licemente , scrissene alcune in verso martelliano che per quanta arte v'adoperi il recitante , riuscirà sempre mono- tono e disaggradevole. Sembra però avere ornai sciolta la questione a favor della prosa l'uso che tanto sulle umane cose signoreggia, e non già la ragione di chi tiene la prosa più conforme alla natura del parlar familiare cui la natura vuole e dee ritrarre, potendoglisi ripeter col Costa: « Sappia costui che l'arte nostra imita « Il ver, noi copia a {Art. Post. Sar. III.) g. 0. Della Tragicommedia. 48. A quanto si è detto della commedia sarà prezzo dell'opera aggiungere alcuni cenni della Tragicommedia, o dramma semplice. S'incontrano nel corso delle cose umane, o leggonsi nelle storie avvenimenti degni dell'onoro della scena , ma che per tragedia son poco , e per commedia troppo; laonde si trovò un componimento che stesse tra l'una e l'altra , che fu chiamalo Tragicommedia , la quale siccome partecipa del nome d'ambedue, cosi della natura e de! fioe. Difatto richiede subbietto nobile ed illustre, ma privato; mira ad eccitare un certo terrore ed una certa pietà , ma raddolcendo questi movimenti dell'animo con dei traili di giocondezza e talora anco di riso. La condotta generale del dramma tiene pure della tragedia e della commedia; i personaggi principali, che il più delle volte si traggono dalle storie civili, letterarie ed artistiche, donde possono trarsi bellissimi casi d'uomini celebri a gran diletto ed istruzione altrui , vogliono essere pennelleggiati secondo il loro carattere storico, sì che lo spettatore creda quasi di vivere tra essi e nella loro età. Lo stile conviene che sia tra 'I nobile e il facile, grave o vivace, secondo la qualità e lo slato di colui che favella; nella dizione, sia che si usi la forma metrica o no, richiedesi grazia e nitidezza , e a tempo e luogo forza e amenità. Ciò che in siffatti componimenti è difficile a raggiungersi , si è l'ag- giustala e convenevole unione dell'elemento tragico e co- mico , sì che l'uno l'altro contemperi , abbenchè con asso- luta prevalenza del primo. Guardimi il cielo dal proporre per esempio certi drammi moderni di trista memoria, dei quali ripelerò col Ranalli mostruosa è la forma , disonesta la materia, barbaro il dettato Bastimi solo di notare che esempj di tragicommedia possono riscontrarsi in Aristofane, ed in Plauto tra gli antichi, e fiè porqè 325 baissimi nel jsuo Molière e nel Tasso tra i moderni il Goldoni , per ta- -cermi di altri. g. 7- Della Farsa. 49. Poche cose ora restano a dire della Farsa , infima specie dei componimenti drammatici. La Farsa che in gran parte assomigliasi alla satira o satiro dei Greci ed alle Atei- lane dei Lalini, destinala come quei drammi, a ricreare gli spettatori rattristali e commossi dai fieri casi della tra- gedia, trasse per avventura il nome dall'essere una breve rappresentazione scenica tulla quania ordinariamente ói- farcita (8j di sconcezze, di motti, di facezie e di riboboli 1*1 Ammaest. di Letter., Uh. IV, C. Ili, m. [2| I Francesi hanno Farcer , far miscuglio d'erbe, donde Farce, miscuglio d'erbe e di carni tritate ; e Farse, commedia buffonesca. da far ridere io ispecial modo la plebe. Essa è uaa com- mediuola di un atto o a! più di due, distinti parimente in iscene, ove si rappresenta un curioso o ridicolo accidente,, una burla o un carattere strano e atto a destar riso. I suoi personaggi sono per lo più di condizione volgare; il suo dia- logo vuol essere tutto brio, ilarità e naturalezza, ritraente al vivo i modi popolari con lutto il loro lepore, festività e sale; ama i lazzi buffoneschi, purché oon scurrili, ed al- tresì i graziosi equivoci , sempre che non offendano, come pur troppo sciaguratamente spesso avviene, la modestia ed il pudore. 50. A me pare che la Farsa potrebbe essere più spe- cialmente destinala a quegli scherzi drammatici, nei quali s'introducono Stenterello, Arlecchino, Brighella, Rotjantino, ed allre cosi dette maschere , parlanti il dialetto loro pro- prio; perocché mentre per tal via si ritraggono certi sog- getti e costumi proprj d'uno o d'altro paese, ed inoltre in quel linguaggio che ha un certo tal lepore nano e che è il meglio inteso e gustato dal popolo minuto, la commedia liberala do quegl' insipidi personaggi, serberebbe lutto il suo decoro, e assumerebbe sempre più una fisonomia na- zionale. Ma qui non pretendo di dare un consiglio , e tanto meno un precetto; solo espongo un'idea, o un desiderio: altri ne giudichi a sua posta. JUi. 111. - Del Melodramma. 54. II più pomposo e lusinghiero spettacolo della età moderna, e che quasi a significarne sovra d'ogn'altro la ec- cellenza, viene denominato col titolo orgoglioso di Opera, è il Melodramma, che in sostanza è una tragedia, una com- media o un dramma iu musica ; laonde distinguesi in opera seria, burlesca, e semiseria. 52. Volgeva al suo termine il XVI secolo , e due citta- dini di Firenze , Ottavio Rio acci ni poeta , e Iacopo Peri mu- sico , diedero origine al dramma musicale, che dipoi tanto e si svariatamente influir doveva sulla musica , sulla poesia drammatica e sulla civiltà. Il primo sperimento ne fu fatto M H ET? OR ICA 323 in privato colla Dafne, e riempì dì maraviglioso diletto gli spettatori. Poco stante festeggiandosi nel 1600 le nozze tra Enrico IV di Francia e Maria de*Hedici , si rappresentò la Euridice, secondo dramma del Rìnuccini , musicalo egual- mente dal Peri , con quella grandiosità che era propria della splendidissima Casa Medicea In brev'ora non furonvi feste nuziali nelle corti d'Italia, di Francia e di Spagna , ove non si rappresentasse il dramma in musica , smaniosamente ga- reggiandovisi in isfoggiaia magnificenza (1). Dai sontuosi tea- tri principeschi presto discese il dramma in quei cittadini, e tra lo sfarzo degli scenici apparati e tra il gusto strava- gante dell'età si corruppe, corrompendo a un tempo colla sua mollezza i popoli. SÌ oppose al torbido torrente il ve- neto Apostolo Zeno, invitato nel 1748 dall'imperatore Car- lo VI a Vienna col titolo di Poeta Cesareo , dove intese con grand'animo alla riforma del dramma musicale, non solo dandogli maggiore regolarità e castigatezza , ma eziandio forbendolo dalle giullerie e turpitudini ond'era sozzo , e ri- traendolo a dignità con trattare nobili e degni subbielti di storia , e con dipingere atti di magnanime e civili virtù. 53. Fu questo un gran passo che agevolò quello smisu- rato che dipoi fece il dramma per Pietro Trapassi romano, meglio noto sotto quel cognome grecizzato di Metastasio. Questo illustre e benamato allievo del celebre Gravina, e de^o successore dello Zeno nella Corte viennese sollevò il drarona a quell'altezza dì cut era capace , adornandolo di tulle le grazie della più leggiadra e soave poesia, vestendolo di tutta la eleganza delle forme liriche , e. dandogli affetto, ■varielà , magnificenza e grandezza di civile concello. I som- mi maestri Pergolese e Cimarosa sposarono alle note musi- cali quei tesori d'impareggiabile melodia, che di leggieri formarono l'amore e ia delizia d'ogn'anima temprata all'ar- monia del bello , e che tuttora anche leggendoli rapiscono d'ineffabile diletto. Chi può rammentare senza un molo dì compiacenza verso l'amabilissimo poeta la Zenabia , V Attilio Regolo, il Temistocle , l'Olimpiade, il Demofoonle , per non (1J Tlbab., Storia delia Letto:, V. VII , Lib. IH, g. 10. 324 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI diro degli altri ? chi ricordando la grazia e la varietà de'suoi recitativi , la greca soavità delle sue ariette , il dolce tu- multo degli affetti , la nobile grandezza delle sentenze, quella che il Barelli chiama inarrivabile sua facilità di verseggiare, non vorrà perdonargli alcuno imperfezioni negl'intrecci, nella duplicità degli amori , nella dipintura di caratteri troppo ef- feminati e inveriseli , massime riflettendo al gusto dell'età in cui scriveva ed a certe esigeuze del melodramma ? Vero è però che tanto squisito magistero non valse a tórre alla musica, per rendersi alla poesia, quel seggio che a questa era pure dovuto , e dolevasene talora il valoroso poeta , co- me d'una barbara usurpazione, e con esso lui ripeteva in- dignato l'illustre Muratori che laddove la musica una volta era serva e ministra della poesia , ora sia usi scambiate stra- namente le parli (1 ). E questi valentuomini che direbbero ai tempi nostri , in cui la vergogna e il danno sonosi a mille colanti accresciuti? Fattoslà che la poesia drammatica giunta pressoché alia sua perfezione per l'imtnortal Melastasio, venne meno con esso , mandando quasi non dissi l'ultimo fioco anelilo per Felice Romani , poeta del melodioso Bellini', dopo del quale ella è cailula in si miseranda mostruosità e turpitudine da doverne arrossire fino a'capelli. Del qual vi- tuperio ricade in gran parie la colpa sulla musica moderna, che vaga di dominare senza rivali colla pompa delle sue studiale armonie e col ricco apparato de'suoi fragoros^ru- menli , alloga nel suo frastuono la voce della poesìtr^he fatta ornai serva umilissima dei musicanti, degl'impresari e dell'oro , bela un'accozzaglia di versi sguaiati , alla quale ninno osando di dare il nome di dramma , s'arrischia appena a chiamarla con quello assai modesto di Libretto. 54 Ove miglior astro risplenda al teatro melodrammatico d'Italia , si che il maestro di musica ardisca non ricever leggi dal gusto predominante , riformandolo anzi col proprio assennalo esempio, e non pretenda farla da dittatore al poeta , ritornando cosi nell'antico suo onore la poesia , non mancheranno a gloria d'Italia eletti ingegni che recheran- (!) Della Perf. Poes., I. [II, c. I. nosi a progio di trattare il Melodramma , nel quale sì glo- riosi allori coglieva il Metastasio che può certamente dirsene il vero ed unico modello. 55. E poiché il Melodramma non è che un componimento tragico o comico in versi lirici, richiede al pari della tra- gedia e della commedia soggetto quale a questa o a quella s'addice, unità d'azione, verisimiglianza , convenienza ed egualità di caratteri , intreccio e catastrofe. Ciò posto , ve- diamo quello che gli è proprio. E primieramente se ne sco- sta alquanto nell'orditura ed intrecciamento della favola ; imperocché per non dire che più volentieri preferisce i tre ai cinque atti , apre la scena con grandioso e brillante spet- tacolo dove tra le armonie musicali il coro prepara gli animi al subbietlo dell'azione. Conviene che non tanto avvilup- pato ne sia il nodo , nò difficile a prevedersene lo sciogli- mento , non potendo lo spettatore troppo inlertenervisì so- pra , rapito com'è dalle attrattive della musica; e poiché questa è naturalmente nemica della lentezza , donde le ver- rebbe tedioso languore , è necessario che la favola melo- drammatica proceda rapida e spedita nel suo corso , senza grande viluppo d'accidenti che di troppo la rilardino . es- sendo l'essenziale suo pregio la semplicità e l'affetto. Dipoi attenendomi alle regole che il Bareni dà per l'orditura del melodramma , come indispensabili , e che possono dirsi di- scretissime al paragone delle moderne esigenze musicali , aggiungerò dover ogni scena terminar con un'aria ; che non ne canti due di seguito lo stesso personaggio , né che due arie dello stesso carattere si seguano immediatamente -, che brevi ed alternati siano ì recitativi ; brevissimi i soliloqui ; che il primo ed il secondo atto finiscano con un'aria di maggiore impegno che non le allre , e che nel secondo e nel terzo si trovino due belle nicchie , una per un recitativo seguito da un'aria di trambusto , e l'altra per un duetto o un terzetto pei principali personaggi , ben inteso che tra questi dev'es- ser la donna (1). Ai quali duetti, terzetti e anche quartetti il poeta deve con molla destrezza preparare l'azione , tal- li) Fruì. Leu,, Voi. J , p. 82 ec. chè appnja verisimile che in tulli egualmente divampi il calore degli affetti , procacciando, come ben avverte il Ra- nalli (1), che i personaggi prima fra loro s'accordino nel re- citativo , e poi , come rivolti al cielo in allo di esclamazione, lascino il loro affetto disfogare. Finalmente vi si richiedono situazioni inaspettale, grandiose, commoventi e svariale, affinchè possa la musica largheggiare nella molliplice espres- sione d'ogni maniera d'affetti , e segnalarsi nei cori oppor- tunnmenle e con bell'arte disposti. 56. L'affetto che d'ordinario predomina ne! Melodramma serio e semiserio è l'amore , non grave ed austero qua! meglio alla tragedia s'addice, ma tenero, gentile, elevato e veemente sempre con esaltamento dell'anima, a seconda dei casi or Iristi or lieti di questa espansiva passione. La pietà filiale , l'amicizia , l'amor della patria e quello santis- simo della religione , non solo al melodramma benissimo convengono , ma sublimano eziandio la musica e con que- sta il cuore. Gli affetti poi che sono di loro natura freddi e compressivi, come l'odio, la ferocia, il terrore ed altri cotali , estinguono sul labbro la voce , e come fu saggia- mente detto, escono dal dominio del canto (2). Eppure di tali enormezze van pieni i drammi moderni, ove con isqui- sitezza di senno si preferisce al delicato ed al pietoso lo strano ed il. terribile! Nel melodramma burlesco poi, dove pure l'amore tenero si , ma più dimesso suole aver luogo, l'affetto che primeggia è il ridicolo delle cose più che delle parole; nel che però deve schivarsi il grottesco ed il goffo oltre a ciò che fu detto intorno al ridicolo della commedia. 57. Siccome della poesia melodrammatica sovrano mae- stro è il Metastasio , così egli è modello unico e solo ezian- dio dello siile che le si conviene , laonde assai più d'ogni precetto vale l'assiduo studio de' suoi nobilissimi drammi, ove non manchi anima capace di sentirne le impareggiabili bellezze per poterle imitare, sfuggendone le macchie che 11] Ammattì,, Lib. IV. C. Ili , $. 133. ì2] Bozzelli. — V. Discorso in commemorazione del Melasi., dello Scartabelli. pur talvolta l'adombrano. Conluttociò non sarà vano il no- tare che nel melodramma si richiede uno stile nobile o faceto secondo la natura di quello , convenendo al serio concetti or passionati, ora gagliardi, e talvolta anco su- blimi; im magici ora delicate, ora splendide; e soprattutto lirico slancio di sentimento. Al burlesco s'addicono pensieri tutti grazia e brio , ed immagini piene di vivacità e gio- condezza. Il semiserio delle une e delle altre qualità più 0 meno partecipa. L'elocuzione melodrammatica , oltre all'essere adorna di tutte le più leggiadre eleganze , vuol esser limpida , svariata, scorrevole e principalmente armo- niosa , siccome quella che deve sposarsi alle musicali me- lodie , avendo cura di schivare non solo le voci non poe- tiche , ma quelle ancora che per troppe vocali o consonanti mal possono congiungersi alle note del canto (1). Altret- tanto facile , naturale ed armoniosa esser ne deve la ver- sificazione , nella quale pei recitativi eleggesi l'endecasillabo alternato col settenario con rima libera; per lo ariette ed 1 cori convengon lutti i metri lirici dal decasillabo al qui- nario, dove il fuoco di Pindaro, la maestà d'Alceo, la te- nerezza di Saffo , la grazia e venustà d'Anacreonte possono andar congiunte alla proprietà , forza ed eleganza della lingua in cui s\ maravigliosamente poetarono l'Alighieri , il Petrarca , l'Ariosto e il delicatissimo Metastasio. Solo per questa vìa si cesserà , se mal non mi appongo , la vergogna di che i melodrammi d'oggidì tristamente ricuo- prono l'Italia e la sua poetica favella , rimanendo assai dif- ficile a spiegarsi come la musica trar possa ispirazioni da sì barbara e scipita poesìa. 58. Resta a dire degli Oratotj e delle Cantate. I primi non sono che drammi in due parli divisi , di soggetto sacro; quindi nell'orditura ai melodrammi serj s'assomigliano ; se non che amano solenne, non pomposo apparalo, nell'in- treccio anche maggiore la semplicità , grande il decoro nei (1) L'acuto Barelli giustamente lodando la piena e precisa espres- sione del Metastasio , osserva che delle Untila parole della lingua no- stra la mucina sarta non adolla , e non ne può adottare per suo uso più di sei in settemila. — Fruì. Leu., toc cit. personaggi, patetico e religioso l'affetto , casto e dignitoso Io stile , la frase ed il metro. Le Cantate poi sono pure com- ponimenti melodrammatici d'una o due parti , ad una o a più voci. Quelle a due parti non differiscono dagli Oratorj che per la maggior brevità e per la natura del soggetto , polendo essere tanto sacro quanto profano. In quelle di forma più ristretta anche l'azione vuol esser più semplice e più breve; nell'uno e nell'altro modo però nchiedesi non solo ordine e sviluppo nell'azione , ma novità e nobiltà di concetto e di sentimento nella materia , acciocché riesca dilettosa. Finalmente fa' che nulla vi appaja di negletto, studiando di riunire alla purezza del disegno l'eleganza del colorilo , la varietà e l'armonia del verso e del metro. Di tutlo questo avrai nobilissimi esemplari negli Oratorj e nelle Cantate dell'ammirabile Metastasio. Aut. IV. Della Poesia Pastorale. 59. Nella Sicilia ebbe, secondo gli eruditi (1) , incomin- ciamento la Poesia Pastorale, ed a Stesicoro d'Imera se ne attribuisce il vanto , il quale allettato dalla dolcezza del clima , dall'amenità dei campi e dalla natura degli abitanti che molto ancora ritenevano della gajezza e semplicità della vita primitiva degli antichi pastori , ne ritrasse in versi i miti costumi e gì' innocenti piaceri. Molto tempo appresso un altro Siciliano, Teocrito da Siracusa, ne rin- novò l'esempio in Alessandria alla magnifica reggia di To- lomeo ; e perchè fu notato che la poesia pastorale risonò pure in Roma per Virgilio nelle trionfali aule palatine di Augusto , e nei tempi moderni nelle splendide corti di Na- poli e di Ferrara per opera del Sannazzaro e del Tasso, fa detto che quasi infastiditi i poeti del pomposo raffina- mento della città, crearono un nuovo genere di poesia, che fu quasi un rimpianto della immaginazione che abbellisce ciò che ha perduto. Per la qual cosa essi volarono colla fan- tasia in grembo ai campi ed alie selve, e slesi all'ombra (1) Tinse , Slor, della Lettor., T. I, C. II, & 2. dei faggi , sul fiorito margine di garrulo ruscelletto , can- tarono io mezzo ai greggi, alle ninfe ed ai paslori le pure dolcezze campestri, a fine di richiamar gli uomini all'amore della semplice natura, ove ritroverebbero quella beala fe- licità che invano tra i superbi portici vagheggiavano degli aurei palagi. Ma se per un singolare riscontro si udì tra le pompe principesche l'umile zampogna, non vi tacquero perù le allere trombe e le cetre ; che anzi il cantore di Galatea era a un tempo ii cantore dei Tolomei, come quelli di Ti- tiro e d'Aminta cantarono altresì d'Enea e di Goffredo. Ri- mane perciò assai dubbio, se la poesia pastorale nascesse -veramente per un escogitato contrapposto al viver molle e raffinato, o non piuttosto" il Poeia siracusano sentendosi fe- licemente inspiralo a cantare greggi e pastori, anzi che cavalli e guerrieri, maestrevolmente ne ritraesse ad esem- pio del suo connazionale, gli usi, gli affetti e il linguaggio, e perfino il luogo natio, come appunto l'arte richiedeva ; e cosi riti novellasse questo gajo genere di poesia. Degno imi- tatore di Teocrito fu dipoi Virgilio, il quale fu pure degli altri maestro; e in quella guisa che nella pittura il paesag- gio di già trattalo come accessorio dai dipintori, costituì in seguito per Claudio Lorenese , per Salvator Rosa e per al- tri un genere vaghissimo e degno di adornare le sale de'prio- cipi, cosi la poesia pastorale, dì cui rinvengonsi tracce ne- gli esempj ed episodj de' poeti, formò da sè un genere novello che può convenire allo stesso splendor delle corti. 60. Accennata in cofal modo l'origine della poesia pa- storale, che Buccolica altresì vien delta, noteremo che seb- bene sia talvolta descrittiva, più ordinariamente però ha movimento, azione e dialogo; laonde merita, secondochè già avvertiva il Gravina fi), d'esser riposta tra le specie della Drammatica. I componimenti poi che le si riferiscono sono V Idillio o Egloga e il Dramma Pastorale. (1) Delia flanim, p oe i., Lib. II, g. SS.  g. I. Dell' Idillio o Egloga. 61. V Idillio , che si chiamò ancora Egloga , dacché Vir- gilio ebbe cosi chiamalo i suoi , quasi scelti tra altri com- ponimenti, ha per subbielto particolare la campestre natura e i tranquilli abitatori della villa. Quindi il poeta buccolico si trasporta coli' immaginazinne in mezzo a costoro, e ce ne fa gustare le pacifiche gioje , dipingendocene le ordina- rie faccende, i costumi, gli affetti , le feste e i riti religiosi, e per lo pi «i introducendo essi medesimi a parlare e ad operare , come se proprio ce li vedessimo dinanzi agli oc- chi. Per la qua! cosa richìedesi nell'Idillio scena, caratteri ed azione. 62. E primieramente conviene scegliere il luogo alla scena , il quale dev'essere conforme alla natura del sub- bietto , cioè lieto ed ameno , o melanconico e solenne , e quindi siffattamente dipingerlo che il pittore possa di leg- gieri copiarlo; inoltre giova , a mo' Ao'paesisti , trascegliere e vagamente pennelleggiare quei tratti che meglio si offro- no alla vista , e destano maraviglia e diletto; finalmente non basta descrivere in generale l'aprica collinetta , il prato variopinto, il limpido lago, la selva dalle annose querci, l'antro dalla sacrata ombra ; fa d'uopo altresì determinare la scena con qualche distinta particolarità o d'un fiume, o d'un fonte, o d'un villaggio, o d'una chiesetta, o di quai'allra cosa ben nota, per cui all'immaginazione paja riconoscere il luogo , e diletlosamente per entro vi spazii. Alcune scene delle Egloghe virgiliane dovevano dai Manto- vani cosi bene riconoscersi, comeLìcida s'accorgeva di essere a mezza via dalla citta, dall'apparir che facevagli il sepol- cro di Bianore [Ecl. 1X1. 63. I personaggi dell'Idillio poi sogliono essere pastori, pastorelle , bifolchi , castaidi e cotal gente di villa, dei quali è da imitarsi il carattere nei concelti , nelle immagini , nei sentimenti e nella semplicità del dire. Se non che devesi con ogn' ingegno schivare il duplice sconcio di rappre- sentarli o quali per avventura tuttodì lì vediamo zotici ,  rozzi , e sgarbati ; o troppo ingentiliti , sapmi ed elegan- ti , che sotto il primo aspetto escono fuori della ragion poetica, sotto il secondo fnori del verisimile: quindi spia- cevoli sempre. Vogliono adunque esser dipinti tra il vero e l'ideale, semplici, aperti, gai, facili agli amori ed ai piaceri e ad un tempo laboriosi e pii , senza gnffaggiuo del pari clic scnz'auVllazioue, quali può l' immaginazione veri- similmente supporli in quei (empi , cui noi diremmo pa- triarcali , quando cotesti uomini vivevano tuli' inlesi alla custodia dei greggi ed alla cultura d^i campi , ove ira gli ozj e lo delizie della villa traevano semplice e modesta la vita. Il rivivere col pensiero in quei tempi , di cui in al- cuni privilegiati angoli della terra non è per avventura perduto ogni vestigio, 6 di dolce sollievo all'anima che sente levarsi al di sopra dei guasti vapori citladineschi. 6i. Materia d' Idillio furono per lungo tempo gare di alterno canto tra due pastori, gelosie per amata pastorella, lamenta nze o vanti d'amore variamente corrisposti, o gioje di feste campestri. Quando i versi cantali a vicenda come all'improvviso, non siano, siccome dice il Mamiani {i], i più belli che mai scrivesse appensatamente nessun poeta , ma umili e semplici di concello e di forma , nò troppo squisi- tamente ingegnosi , una tal gara non esce del verisimile tra pastorelli toscani , i cui rispetti o canti campagnuoli ne sono una prova. L'amore poi quale ne' loro petti l'accende natura, vivo, schietto e sincero, formò e formerà mai sempre subbietto d'egloga, essendo forse questa l'unica cura che più li slimola c punge in mezzo a' loro ozj nel- l'amena solitudine dei campi. Essendo pertanto l'amore , come ben osserva il Ranalli, la sola e gradita loro occupa- zione, non altrimenti lo intendono che conforme alla natura primitiva e campestre ; quindi senza malizia e quasi senza vergogna compiacciono naturalmente a loro stessi (2|. Gessner però ha saputo con lodevolissimo esempio allargare la materia all' idillio, e dirigerlo a fine sommamente morale, H) Poesie , ec. - L'aiilore Di lettore . p. su , Erlfz. Le Moti. 1857. 121 Ammaestramenti, ec. Liti. IV, c. Ili , UO.  rappresentandovi con immagini tutta grazia e candore i più santi e cari affetti domestici, come l'amicizia, l'amor conjugale e paterno, la tenerezza filiale , la pietà religiosa e va discorrendo , cosicché la vita pastorale dello svizzero poeta ti rapisce e t'incanta , e ciò che più vale , ti rende migliore. 65. Sebbene possa l'Egloga talora elevarsi al grandioso, come vediamo nella IV di Virgilio, tanto che il poeta in- vita le muse siciliane a canto più nobile , acciocché silvae sint consuìe dìg-nae, tuttavia per la sua natura umile e tempe- rata tale richiede lo stile per naturalezza , verità e grazia vuoi ne'pensieri, vuoi nelle immagini e negli anelli, nel che Virgilio spesso non la cede a Teocrito. Lungi per tanto dallo stile buc- colico ogni ricercata squisitezza ed ogni raffinato sottilizzare, e di sotlo al sajo del pastore non trasparisca troppo l'elegante poeta , scambiando la zampogna nella cetra. Comecché nei personaggi dell'egloga si voglia certamente e buon senso e bel garbo, tuttavia ciò non piace senza una cara ingenui- tà, che non si apprende dai retori, ma sì dalla natura, la cui a poesia, dirò col Mamiani , vera e semplice vi gira k per casa , scherza e passeggia ne'vostri orlicelli , accom- n pagnasi agli ordinarj sollazzi , ìnlromeltesì nelle brigate « d'amici , sorride dai nostri colli e dal nostro cielo con n tale avvenenza che è sempre nuova e sempre inesausta a a chi bene la studia e la intende » (1). E qui è vano il dire che la elocuzione della poesia pastorale vuol essere altresì nitida , facile e gioconda , come l'olezzo cbe spira sull'ali de'venticelli dai boschetti e dai prati ; quale infine ce la descrive il Costa ove dice: « Esce dal casolar la villanella « Il d\ festivo , acconcia il crine e monda a Come colei , che desiala e cara o Esser vuole al garzon che l'innamora ». ( Art. Poet., Ser. fi . (1) Poe»., e loc. dt. di rettorica 333 66. Finalmente la forma poetica dell'Idillio, oltre ad essere semplicissima e breve nella tessitura, potendo essere un dialogo o un soliloquio di campagnuolì , e talora non senza una parte descrittiva detta dal poeta medesimo, può essere a versi rimali o sciolti , e questi o tutti endecasil- labi , o alternati con settenarj , con in fine un'arietta a mo'di cantala ; e dove introduconsi pastori a gara di canto non disconverrà in questa la terza rima ; nè meno piacevole può riuscire eziandio la forma dell'antica ballala , come ha adoperalo il Mamiani a imitazione di quella graziosis- sima che abbiamo di genere pastorale presso Franco Sac- chetti (f). Il verso poi vuol esser facile , naturale e gajo, e d'armonia in generale alquanto dimessa: a tempo e luogo poi imitativa e conveniente al subietto. 07. A Teocrito, principe de'Buccolici , succedettero Mo- sco pur da Siracusa e Rione da Smirne , delicati ed inge- gnosi , se non semplici quanto il primo. Di questi Greci fu imitatore, ed unico Ira'Latini , Virgilio il cui ornato poetico non sempre giova alla semplicità pastorale. Tra gl'Italiani aveane fatta una mollo bella prova Io stesso Sacchetti in quel vaghissimo componimento da lui chiamato la Caccia, e che al Perticar! sembrò un Ditirambo , dove descrivesi n una a schiera di fanciulle che colgon fiori ed erbe in un pralo: a poi viene la tempesta, ed elle fuggono sotto la pioggia, a la qnal pittura è cosi viva , che vede il simile chi vede il a vero » (2). Dalle sue stesse parole sembrami però che ap- parisca meglio poesia buccolica che ditirambica, e come gra- ziosa gemma di quella l'adduco in esempio : Io Caccia o le Ricoglilrici di fiori. * Il Poeta, t Passando con pensier per un boschetto , a Donne per quello givan fior cogliendo a. Con diletto , co'quel , co'quel dicendo (3). [1) a Vaghe monlan'ne e pasl orette , « Donde venite si leggiadre e belle 7 ». Boi/. I. {%) Apologia di Dante. (3j Co', apocope di coffii , come te' di tieni.  1. ' Fanciulla. « Eccol , eccol : 2. ' Fano. a Che è ? 1. " Fano. « È fior d'aliso. 2. " Fano. « Va la per le viole : « Più colà per le rose. Cole, cóle 1. " Fanc. a Vaghe! amorose! oime che '1 prua mi punge! « Quell'altra me'v'aggiunge. 2. ' Fanc. « Ve', ve' che è quel che salta? 4.' Fanc. « Un grillo, un grillo. 2." Fanc. « Venite qua , correte : a Raponzoli cogliete. 1. ' Fanc. « Eh ! non son essi ! 2. ' Fanc. « SI son. - Colei , o colei ! . <t Vieti qua, vien qua per funghi: un micolino ir Più cola , più colà per sermollìno. 1. ' Fanc. a Noi siarem troppo, che 'I tempo si turba: « Ve', che balena e tuona , « E m'indovino che vespero suona. 2. * Fanc. « Paurosa ! non è egli ancor nona: a E vedi et odi l'usignuol che canta « Più bel ve', più bel ve'.... 1. ' Fanc. n I'senio, e non so che. 2. * Fané. ' ' « 0 dove è ? dove è ? I." Fanc. « In quel cespuglio. ti Poeta. a Ognun qui picchia , « Tócca e ritocca : a E mentre il bussar cresce 0 Una gran serpe n'esce. 1 Oimè trista ! oimè lassa ! oimè ! oimè ! « Gridati fuggendo di paura piene: « Ed ecco che una folta pioggia viene, a Timidetta già l'ima all'altra urtando, « E stridendo s'avanza : « Via fuggendo e gridando, a Qual sdrucciola, qual cade, a A caso l'una appone Io ginocchio (4) Cole, sìncope di coglile. di nETroHiCA 335 « La 'u reggea lo frettoloso piede : « E la mano e la vesla , a Questa di fango lorda ne divene , <ì Quella è di più calpesta. « Ciò che han collo ir si lassa, o Nè piti si sprezza e pel bosco si spande. « De'fìori a terra vanno le ghirlande , « Nè si sdimelte per tinquanco il corso. « In colai fuga e ripetute roto « Tiensì beala chi più correr potè. « S\ fiso sleilì 'I dì ch'io le mirai, a Ch'i'non m'avvidi, e tulio mi bagnai ». 68. Dipoi nel secolo XV sì tentò l'egloga virgiliana da Bernardo Pulci, da Iacopo Buoniusegni e da pochi altri, ed appresso si ebbero fama di poeti buccolici particolarmente il Rota , il Baldi , il Menzini ed altri , che lutti più o meno risenlono d'affettazione , siccome quelli che più Marone che la natura studiarono. Primeggia però sovra d'ogn'altro Ia- copo Sannazzaro , il quale nella sua celebre Arcadia , me- scolanza di verso e di prosa , fìngesi tra gli Arcadi Pastori, dei quali descrivendo i costumi , le occupazioni , gli amori, i giuochi , le feste e i sacrifizi , coglie facilmente occasione di canto, o solo o alterno. Quantunque si riscontri si nella prosa che nel verso alcun che di studialo e di troppo forbi- to, e i terzetti a rima sdrucciola, ed altre difficoltà metri- che sappiano d'affettazione , tuttavia le leggiadre immagini de'suoi prati c de'suoi boschetti , gl'ingenui caratteri de'suoi pastori, la naturalezza de'pensieri e degli affetti, espressi in una lingua tutta venustà e candore, rendono la sua Ar- cadia un assai pregevole esempio di poesia pastorale. Com- pose ancora Egloghe Pescatorie in latino , sostiluendo ai campi il mare , ed ai pastori i marinari ; ma essendo questa forse materia non abbaslanza atta alla poesia, non v'ebbe molli nè valenti seguaci. Di Gessner assai fu detto di sopra , perchè si tenga per egregio maestro dell'Idillio, alia cui bella scuola molto appresero per ultimo tra nói e il Scstini e il Mamiani. É se l'Italia gusla ed ammira le care bellezze 336 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI del poeta svizzero, n'è debitrice alla stupenda versione che ne diede l'illustre Andrea Maffei. §. Si Del Dramma Pastorale. 69. Poco è da dire intorno al Dramma Pastorale , imper- ciocché siccome dramma ne segue le regole nell'orditura , nella favola e nei caratteri; siccome pasturale richiede la stessa semplicità e naturalezza che l'Idillio, dei quale non è che una forma più ampliala e distesa. La Poesia italiana va debitrice di questo gìojello, ignoto a'Greci ed ai Latini, al gentilissimo Tasso, il quale col suo Aminta abbellì la poe- sia pastorale di tutta quella grazia , venustà e candore di cui era capace la nostra soavissima favella. E comecché ta- lora ne adombri lo splendore poetico qualche inverisimi- glianza , qualche raro giuoco di parole (4) , o qualche con- cetto più ingegnoso che bello , nei che fan presagire vi- cino il secolo XVII , pure vi senti una soavità d'afletio , una cara ingenuità di costumi che dolcemente ti attrae in mezzo ai casi or tristi or lieti ilegl'innamorali pastori. Al grido che levò di sè meritamente V A minta , presero ad emularlo altri poeti, tra'quali Giovan Battista Guarnii da Ferrara col suo Pastor Fido, ed Antonio Ongaro col suo Alceo; ma questi non fu del Tasso che timido copiatore , quegli alterò le semplici forme del Dramma buccolico, trasportando, come dice il Gravina (2), nelle capanne anche le corti, e facendo de'suoi paslori altrettanti politici , e delle sue ninfe altrettante spu- tasentenze , non lasciando loro di pastorale che la pelliccia e il dardo, per nulla dire della prolissità della favola e dello stile concettoso ed epigrammatico. 70. Come dall'Idillio nacque un genere di poesia rozzo e contadinesco, qual'è la Nencia da Barberino di Lorenzo de' Medici, e por non dire di altri, il celebre Lamento di Cecco da Varlungo del Baldovini, dove ambedue in lingua Hi Tale Bl è questo di Silvia ripreso dal Cesia nel suo Seim. II: " S ei moria per la mia morta • Dee per la vila mia restare in vita». (2, Della Ragion PoeC, Lib. II, c, XXII. di rettokica 337 rusticale del contado fiorentino, graziosamente dipinsero il costume della gente villereccia in amore ; cos\ dal dramma pastorale derivo la commedia rustica, della quale mi con- tenterò di citare ad esempio la Fiera e la Tancia di Miche- langiolo Buonarroti il giovine, morto nel 1646 , dove con tanta fedeltà e leggiadria ritrasse la vita dei contadini tosca- ni colle loro arguzie e riboboli , che il Bianchini diceva aver egli nobilitalo la contadinesca poesia, mostrando come la lingua rustica del contado di Firenze fosse capace di vestirsi di tutte le bellezze di Plauto e di Terenzio. Capitolo IV. - Della Poesia Didascalica. i. Canone generale della poesia è di dilettare istruendo; se non che o celebri la religione, l'eroismo o le civili vir- tù come nella lirica, o narri fatti gloriosi come nell'epica, o rappresenti tristi o lieti avvenimenti come nella dram- matica, occulta più o meno io scopo morale tra le attrat- tive delle sue forme. Evvi però un tal genere di poesia che apertamente professa d'istruire dilettando , onde si ebbe nome di Didascalica o insegnativa ; e i principali suoi com- ponimenti sono il Poema di scienza o d'arte, la Satira, il Sermone, l'Epistola, la Novella e la Favola. 2. È fama che pur dalla Sicilia originasse la Poesia di- dascalica, dandosene per primo autore Empedocle d'Agri- gento, al quale se rimari dubbio fra i dotti se debbasì at- tribuire il poemetto astronomico sulla Sfera, è certo che scrìsse quello sulla Natura, ove in tre libri dichiarava la formazione dell'universo, e l'altro delle Purgazioni, dove sponeva precetti morali; i cui versi, de' quali non restano che pochi frammenti, cantavansi in Olimpia con immenso plauso di tutta quanta la Grecia. Il poema didascalico fiorì per tempo anche tra'Greci per l'antichissimo Esiodo d'Ascra , il quale in versi di rara dolcezza cantò dei lana- re' e de'Giorni, opera agli agricoltori profittevole. Ancora Arato ebbe fama per due poemi astronomici , l'uno intito- lato / Prognostici, l'altro / Fenomeni, che meritò d'esser volto in esametri latini da Cicerone. 3. In Roma coltivò por il primo questa sorta di poema Ennio che nella sua Phagetica cantò di cibi ; ma quegli che ne raccolse fronda d' immortale alloro fu T. Lucrezio Caro, il quale ad esempio d' Empedocle, dettò il Poema De. natura rerum, insegnandovi il tristo sistema d'Epicuro che si malo sentiva dell'anima e degli Dei. Benché si appunti di una certa tinta che tiene dell'arcaismo (2), tuttavia a pochi o a niuno la cede per forza e proprietà di colorito, per ele- ganza e verità di espressione: peccato, che in tanto tesoro di poesia s'acchiuda la fantasima d'una laida e scarna filo- sofia! Se non che Virgilio andò innanzi a tutti, ed alio stesso Esiodo, che gliene porse l' idea, col suo impareggiabil poema della Gcorgica ove lavorò ben sett'anni, trattandovi della cultura delle biade, della piantagione degli alberi, della cura della greggia e della educazione delle api. Qui tu hai copia e varietà di dottrina, leggiadria d' immagini, squisitezza di descrizioni e di episodj, maravigliosa eleganza di splen- didissima poesia, sparsa da per tutto di fiorì che, come egre- giamente dice P illustre Arcangeli, « tanto sono più vaghi e « dì odorosa freschezza quanto che non sembrano ivi per « effetto d'arte ammassati, ma spuntano come spontanei dal « fondo islesso dell'argomento » (3). Modello perfettissimo di poesia insegnativa , dove il poeta non che gli altri vinse sè stesso, nè da chicchessia fu vinto dappoi. Anche Orazio trattò da pari suo la didascalica nella sua Arie Poetica, o Epistola ai Pisoui: e checché ne potisi l'arcigno Scaligero [4) Tibab., Storia delta Letler., Voi. I, Par. I[ , g XI. Memorie sulla vita d'Empedocle di Don. Soni, Palermo 4343. (2) Fic»EB, Quadro delta Letler. latina, Par. UT , g. 9. (3) Virgilio e le sue opere. Discorsa premesso al Commento ec. chiamandola Arte senz'arte, queslo è cerio che ben venti secoli Don bastarono, a renderne vieti i precetti con tanto senno ed ottimo gusto e con si bel garbo ivi dettati; e credo che ben s'apponga il Bindi, dicendola cosa stupenda, e soggiungendo esser peccato da non perdonare il non sa- perla a memoria (1). Tra i poeti didascalici latini noverasi anche Ovidio che nelle sue Metamorfosi espose il sistema della pagana teologia, e nei Fasti dottamente descrisse la liturgia della religione romana, con quella spontaneità di forma, se non sempre elegante, pur facile, varia ed ab- bondante, colla quale nei versi dell'uno e dell'altro poema caramente ti sorprende e rapisce. Tiene un assai orrevol luogo tra i didascalici latini ancora Columella da Cadice col suo Poemetto sull'arte de 'Giardini, che servir dovea di complemento alla Georgica (2). 4. Passando ora ai poemi didascalici d'autori italiani, preterirò l'Arte Poetica, la Scaccheide e il Baco da seta del Vida, e la Sifilide del Fracastoro, perchè dettati in verso forbitissimo latino, e solo ricorderò, siccome il piii antico, il Dittamondo di Fazio degli liberti, ove dice il Villani che imitando Dante, descrisse in modo assai grato e piacevole il sito e l' investigazione del mondo. Ma quegli che vera- mente diede all' Italia il primo regolar poema di tal genere fu l'Alamanni colla sua Coltivazione si celebrata per giu- stezza ed opportunità di precetti non meno che per grazia e venusta di forme, per vivezza di descrizioni, per fluidità e svariata armonia di verso. Tiensi per leggiadrissimo il poemetto del Rucellai Sulle Api; v'ha chi prepone, e non senza fondamento, alla stessa Coltivazione dell'Alamanni la Rìseide dello Spolverini; lodasi per sapere e per artificio poetico la Nautica del Baldi, e Y franto a Lesbia del Masche- roni; e tutti qual più qual meno ormeggiano Virgilio, ben- ché, come dice il Ranalli, niuno di essi aggiunga alla ma- gnificenza del gran Mantovano (3). Più che altri però gli si li) Avvertimento premesso al Comm. dell'Art. Poel. |2) Fic»eh. Op. Cit., P. IV, g 47. (3) AmmamramoMi ec. accosta io perfezione e in magistero di stile, di lingua e di verso colla sua Pastorizia e cogli altri suoi poemetti Ce- sare Arici, del quale il Giordani meritamente non rifìnadi ammirare la squisita dottrina, l'ordine e l'armonia delle parli, la felicità dei trapassi, la peregrina verità delle de- scrizioni, la gentilezza delle immagini, la ricchezza poeti- ca della frase e il raro artificio del verseggiare; cose tutte che, tranne alcune piccolissime mende, rendono soprattut- to la Pastorizia e le Fonti opere classiche, e presso a toc- care la cima della perfezione, e che chiariscono l'autore per grande e singolare poeta (<). 5. Venendo ora a trattare del poema didascalico, dirò che esso distinguevi in scientifico, filosofico o artistico, se- condo che vi si svolgono sistemi di scienze naturali o di filosofia, come il Poema di Lucrezio e riposta della Saluzzc— Roero; o vi si danno precetti di qunlsi voglia arto, quali sooo i sopraccennali. Qualunque pertanto ne sia la natura, è prezzo dell'opera che innanzi trailo biavi ordine, dispo- nendo le varie parli della materia non già col rigore logico d'uD trattalo, ma per un filo segreto che mentre insieme le congmnge, non apparisca, come Virgilio e, ad esempio suo, l'Arici con bell'ani ficio adoperarono. Elettosi il subbielto , che conviene sia utile ed opportuno, perchè non paja di far per fare, come sarei tentalo a dire facesse il Vida colla Scaccheide, è bello non semplicemente enunciarlo come si fa nel poema epico, ma mostrarlo sul bel principio tutto qual è già nella menle, siccome è da vedersi in sulle pri- me mosse della Georgica; lo che serve a maraviglia come di specchio a rilevarvi tutta l'orditura dell'opera, fn quella guisa che l' Epopea vuoi essere informata d'azione una e grande, il poema didascalico richiede un concetto uno ed utile, come in tutta quanta la Georgica quello vi trasparisce di rimettere in onore l'aratro abbandonato e spregiato con tanto danno della nazione (8). Lo svolgimento poi della mate- ria conviene sia ordinalo e debitamente spartito, e non sal- ii] Disc, sulla Fast. dell'Arici, Voi. U. (2) V. AmIWìili , Disc. tare, come suol dirsi, di palo in frasca, di che si accusa nella sua Poetica Orazio, forse non dirittamente, scrivendo egli un'epistola c non un poema; e poiché l'autore didasca- lico dichiara apertamente di volerla fare da maestro, lo stringe obbligo di sporre di sua scienza o arte il fiore piii eletto de' precetti che lungo studio e sperionza seppero per quelle rinvenire; di che oppuntoqunnto lodansi l'Alamanni e l'Arici, altrettanto si fa carico al Rucellai , non sempre dettatore del meglio dell'arte. Deve inoltre schivare per quanto può, d'av- vilupparsi in controversie, perocché non essendogli consen- tito come allo scienziato, il discutere senza offesa della ra- gion poetica e fastidio del lettore, gli è di mestieri attenersi al sicuro e al meglio chiarito intorno al suo tema. Finalmente memore dell'antico dettato: quìdquid praecipies , esto brevìs , dica dol suo argomento solo e quanto e proprio richiesto a bene e compiutamente svolgerlo, esporlo ed illustrarlo; che qui specialmente ogni soperchio nuoce, rendendo se non fa- stidito il lettore, certo men docile e men fedele nel ritenere ì precetti contro il principal fine del libro , che presto come cosa vana rimane dimenticalo cibo alle tarme. Ed in vero Lucrezio racchiuse in soli sei libri l'amplissimo campo della natura delle cose; in quattro Virgilio e in sei l'Alamanni tutta l'arte dell'agricoltore , e in sei pure l'Arici la sua Pasto- rizia, e cosi gli altri a proporzion del subbielto. 6. E poiché a rendere piacevole e popolare la scienza , la poesia ne soccorse appunto dell'arte sua , perché colla lusinga del diletto temperandone l'asperità e l'aridezza , anche i più ritrosi le facesser buon viso , il poeta faccia di potere al suo lettore ripetere con LUCREZIO (vedasi): Volui libi suaviloquenti « Carmine Pierio rationem exponere nostrum , « Et quasi museo, dulci contingere mede » [ Lib. [;. E primieramente a fare che dilettoso ed utile l'ammaestra- mento riesca , è d'uopo ritrarlo dalle nebbie delle astratlezze, e quasi porlo solt'occhio mercè d'immagini chiare, vive e sensibili; le scabrezze del cammino rammorbidire con sopra spargervi i fiori dell'arte; la vilezza delle cose na- scondere o col nobilitarne le origini, o col rivestirle di splen- dide forme , come ne hai spesso l'esempio in Virgilio ; la secchezza dei precetti rianimare colla vivacità di pittoresche descrizioni , ed abbellire colla varietà e squisitezza d'oppor- tuna erudizione ; finalmente lutto lumeggiare con chiarezza e con grazia , congiungere con sotti! magistero la sobrietà e l'abbondanza, e nella distribuzione dell'opera acconcia- mente spartire ed intrecciare la parte inseguativa alla esor- nativa. 7. E in verità non essendo dato al poeta didascalico di lasciar libero ii volo alla fantasia , nè finger come l'epico , amori , audaci imprese e cortesie , a fine di cessare la fasti- diosaggine e la sazietà dei precetti , e dì ravvivar l'atten- zione del lettore colle attrattive della novità e del diletto, ei suole assai giudiziosamente rifiorire l'ispida natura del suo tema coli' abbellimento delle, digressioni o episodj. Se non che fa di mestieri che questi talmente colla materia si con- nettano , che sembrino veramente come nati da essa, quali fioretti dal suolo, e non tirativi, come dice il Giordani, dalla voglia dell'autore, che ciò toglie lor grazia; al che non sempre avvertì con suo biasimo il Rucellai , nè del tutto esente n'andò forse l'Alamanni , anzi neppur lo stesso Virgilio per quel suo, del resto bellissimo, episodio sulla morte di Cesare ( Geor.). E poiché , come si è detto, è sovrammodo necessaria al poema didascalico la digres- sione, perchè riesca veramente ad ornamento e non a vano ripieno, fa d'uopo spianarsi per quella con tal'arte la via , che paja proprio naturale e spontaneo il trapasso , come coll'esempio c'insegna Lucrezio, particolarmente nel pietoso sacrifizio d'Ifigenia e nella descrizione della peste d'Alene. An'oge a queste le belle e felici digressioni di Virgilio per celebrare le Iodi d'Italia e la felicità della vita campestre, e per descrivere la corsa de' cavalli e l'industria favolosa del buon Arisleo. Anche all'Arici giustamente si dà lode Dper naturalezza di trapassi , e specialmente per quello bel- lissimo del « Cereal pomo che sotterra ha loco » (1) , e per l'altro, ove paragona il cielo d'Italia all'orrido set- tenlrioue (ivi). Da così fatti maestri è da apprendersi adunque la difEcil'artc delle digressioni, che sono , per dirla colle pa- role del citalo scrittore a parte in lutti i poemi , e più spe- « cialmente negl'insegnativi, molto notabile; laonde tanto « questi sogliono essere graditi , quanto abbiano di leggia- <( clria e di valore ne'trapassi. Ciò ponga in sull'avviso chi vuol meritar lode nel didascalico poema. 8. Essendoché in tal sorla poemi ora umili, ora gravi materie si trattano , è chiaro che tale altresì loro si con- viene Io stile , conlemperato però tra il nobile e il facile per serbare il decoro e conseguir la chiarezza. Richiedesi poi vivacità e freschezza di colorilo , vario al variar delle materie ; inoltre precisione , splendidezza e verità nelle de- scrizioni , che di quelli sono parte principalissima ; ricca suppellettile di linguaggio poetico, per dare bella e sensi- bile forma a quanto vi ha dì scabro o d'astrailo nella scien- za, ed ingentilire quanto s'incontra di volgare e d'abbietto nella ragione dell'arte. Imperciocché se l'eccellenza del poeta non già consiste nello schivare i concetti comuni, ma sib- bene, come dice il Flaminio, nel saperli dir con forme e maniere non comuni (3) , nella poesia didascalica , più che altrove questa difficil'arte abbisogna , come n'è continuo modello nella Georgìca Virgilio, dal quale tra i mille esempj scelgo il seguente dell'innesto , dal Lib. II della Georgica : « Inseritur vero ex foelu nucis arbulus horrida, « Et steriles platani malos gessere valentes, « Castaneae fagus , ornusque incanuit albo (1) La Palata, Lib. II. (2) Giono Ani, Op. ci!. Ari. II. (3) Race, di Lett. cif., p. 197.  i Flore pyri : glandemque sues fregere sub ulmis. « Nec modus inserere atque oculos imponere simplex, a Nam qua se medio Irudunt de corticc gemmae, a Et teuues rumpunt lunicas , angustus in ipso « Fit nodo sinus; huc aliena ex arbore germen a. Includunt , udoque doccnt inolescere libro, e Aut rursum enodes trunci reseeanlur, et alte « Finditur in solidum cuneis via : deinde feraces « Plantao immittuntur. Nec longum lem pus, et ingens « Exiit ad coelum ramis lelicibus arbos , « Miralurque novas frondes , et non sua poma ». Finalmente alla proprietà , nitidezza ed eleganza della frase vuoisi congiunta una facile e bella versificazione, che libera da rima scorni con isvariata armonia , a fine d'accrescere nel poema soavità e diletto. Aut. 11. - Della Satira. 9. La Satira ò un componimento poetico che mordendo ora con piglio acerbo , ora con burlevole sogghigno i vizj e i diretti degli uomini mira a correggerueli e a migliorarne i costumi ; quindi è di natura or grave , ora comica , e come maestra del retto vivere appartiene al genere dida- scalico. È vero che a levare efficacemente alta la voce contro del vizio , v' ha d'uopo d'una coscienza difesa dall'usbergo dei sentirsi pura; tuttavia essendo nella vita comune tali vituperj e magagne che scivolano di mano alla legge, la satira saettando della sua sferza le umane brut- ture , o ricoprendole d'un acre ridicolo, serve alla legge di supplemento, o se non altro, è un'aperta protesta contro la tristizia de' tempi. ■ 3^1. Origine e progressi della Satira. 10. La Satira, cosi denominata o dai Soffri dicaci  per la sua mordacità , o quasi poesis satura , ìdest quae res M] On., Ari. Poti., v. 22S. multas ac varìas continet, onde anche Cicerone la chiamò poema varium et elegans, differì fino dal suo bel principio dal dramma satirico dei Greci e dalle Alellane dei Remimi, essendo queste opere destinale alla teatrale rappresenta- zione, quella solo alla lettura, e di forma per lo più descrit- tiva; anzi i Greci la ignoravano affatto , e Orazio la chiama graecis intaclum genus; e Quintiliano afferma: Satyra qui* detn tota nostra est (1). Ennio trovatala uno zibaldone di motti e di villane scurrilità in rozzi versi e d'ogni melro, le si pose attorno e alquanto la raffazzonò ; ma quegli che le diede convenevole ordine e forma fu Lucilio , che se- guendo Cratino , Aristofane e gli altri poeti dell'antica com- media , nel frustare comecché fosse il vizio , meritò che Orazio l'appellasse inventor della Satira. Ne scrisse ben trenta libri, ma ci rimangono appena de'frammenti. Sap- piamo che per il primo vi adoperò l'esametro , nel quale parve al nostro Fiacco un po'duro; quanto poi alla sostanza e' diceva , che sebbene flueret lululentus , tuttavia eral quod tollere vclles ; lo che torna a molta lode di Lucilio [Sai. IV, lìb. I). Sovrano perfezionatore e maestro di siffatta poesia fu però indubitatamente Orazio, onde lo stesso Alighieri 10 chiamò Satiro [Inf., C. IV}, ed a lui succedettero Aulo Persio Fiacco da Volterra , e D. Giunio Giovenale d'Aquino. H, E dappoiché, come fu già bene osservato, non avvi poesia che meglio della Satira ritragga i tempi , in quella dei tre satirici Ialini scorgesi ritratta al vivo l'immagine dell'età loro variamente corrotta. Cortigianesca ed epicurea quella d'Orazio, tale si pare nella sua satira; infami per vizj abbietti e bestiali i tempi di Persio sotto Nerone , e di Giovenale, imperante Domiziano, e quegli nella sua Satira 11 dipinge esecrandoli con stoica virtù , unico argine che pur rimanesse contro al torrente di si laide brutture; questi al dire dello Scaligero , ardui , instai, juqulat col fremito di profondissima ira contro gli svergognati vituperj e le mo- struose libidini, non essendo quelli tempi da beffa, ma sì da gogna. Il Venosino, d'ingegno in piacevoleggiare argu- ii] Insl., Lib. X.  tissiuio , non si arma , al dire del Monti , del pungolo della Satira, che por ridere e trastullarsi a spese del vizio (}}; e, aggiungerò col Vannucci, non si ferina che a dipingere le ridicolezze e contradizioni degli uomini (2). II Volterrano, d' indole intemerata e vereconda , e della virtù, caldeggiatone sincero, maledice al vizio col generoso disdegno d'un'anima pura. L'Aquinate lutto bile , e nausealo dal lezzo delle tur- pitudini umane, (juesle Dagella con ferro arroventato, e dove percuote, leva la galla, e fa che la piaga per lunga pezza strida. Orazio possiede finissima l'arte del ridicolo, e l'adopera con tutta la grazia d'uno siile gajo e disinvolto; ed alla giocondczza della narrazione, alla urbanità de' con- cetti ed all'attico sale unisce ii piti eletto fiore di lingua , ed una certa meditata trascuratezza d'esametro da facil- mente rassomigliare spesso ai numero della prosa , che rende le sue salire leggiadrissime , piane e popolari, onde si hanno altresì il nome di Sermoni. Persio non fa mai mostra dì ridere, uè sa comporsi allo scherzo; non nini sacrifica alle grazie , e la sua Satira è simile ad austera e nobile matrona. Ei procede chiuso, rapido e compatto, e pili che non dice, accenna e oscuramente, verseggia però grave ed armonioso, e talora vi senti la maestà virgiliana. Gio- venale li sta sempre in cipiglio , o se qualche volta si com- pone alla beffa , il suo riso ti morde e ti strazia. Nello stile è veemente , benché non di rado tu vi senta il tono decla- matorio, il tumido e lo sforzato. Finalmente concluderò col Monti , a'cui giudizj su' tre poeti parvemi bene attenermi, che riguardando alle sentenze Orazio è il più. amabile; Persio il più saggio , Giovenale il più splendido ; dal prime s'impara a beffarsi del vizio, dal secondo ad amare la virtù, dal terzo a sdegnarci contro il delitto. \% Padre della satira italiana può a buon dritto chiamarsi Ariosto, giocondo e piacevole ingegno più che altri mai fosse; quindi com'era ben naturale, ormò il Venosino, e con quella sua inimitabile facilità, e con quel brio pieno (1) Noie alle Sat. di Perito , Sat. V. [8) Vita d' Orazio. di festività e di sale di che sì bene la sua poesia condisco, diede lai bellezza alle sue salire, che tengono il primo luogo tra le migliori ; se non che sciaguratamente non guar- dasi di valicare, anche troppo spesso, i limiti della decenza e dell'onesto costume. Il mclro da esso adoperalo è la terza rima, e la maggior parie de' satirici italiani ne seguirono l'esempio, tra'uuali piacemi citare, per tacer dì altri molli, Ercole Beniivoglio a'suoi tempi secondo solo all'Ariosto, Luigi Alamanni, e piti lardi il celebre pittore Salvator Rosa napoletano, sovrammodo acre ed acerbo a mo'di Giovenale , a cui pure andò mollo dappresso Bene- detto Manzini fiorentino, che si studiò d'avvicinarsi a Per- sio, e per l'ultimo l'Alfieri. II D'Elei però, delle cui satire il Niccolini suo biografo parlò con lodi amplissime, adope- rò, e assai felicemente, l'ottava. Il Cozzi ed il Perini poi si elessero per la loro salirà il verso sciolto, e con quanto felice successo non starò a dire, che tutli sei sanno; solo ripeterò col Barelli che il Conte Gasparo Gozzi si è stu- diato ne'suoi dodici Sermoni di far parlare Orazio al modo nostro, e vi è maravigliosamente riuscito. 13. Ma ora è tempo di parlare più dislesamente della Satira Parhiìum, la quale forma un genere novissimo ed originale di satira ironica, di cui va giustamente altera l'Italia; e se questa specie di poesia è, e non dev'essere altrimenti, figliuola de'suoi tempi, la satira del Parini si è quella. Popolo non v'era, dice il Giusti; cittadini, di no- me; i nobili, nulli, boriosi, molli, fastosi, pieni d'ozio e di vizj (2); quelli tratti dall'uso e dal prestigio delle ric- chezze ne veneravano il sangue glorioso, questi su letto di rose dormivano sibaritico sonno; assennare i primi, e svegliare i secondi colla sferza di Giovenale era opera vana e rischiosa, ed il poeta un'allra via trovò certa e sicura, e questa fu l'ironia, che quanto più carezza, tanto più punge a guajo. Ei compose adunque un poema diviso in quattro partì intitolato il Mattino , il Mezzogiorno, il Vespro, (t) Fonia Leti. V. I , sul (ine. (ì. V,ta dot Parili'. Ediz. cii Lemon. 348 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI e la Notte, dove argutissimamente descrive tutta quanta la vita del giovine signore, fingendosi di lui maestro nei riti dell'amabile mondo. Di qui coglie l'occasione di parti- colareggiare le infinite nullaggini e le vane pomposità del vivere signoresco ; e quindi di pungere e disvelare a un tempo le storture, le inezie e le falsità di tutto il seco- lo XVIll", line morale ed altissimo, se altro fu mai dopo quello della divina Commedia. Sovrabbonda poi di t ale bel- lezza di forma, che nulla hai a desiderare; semplice e natu- rale l'orditura; varie e magnifiche le scene; vere, nuove e pittoresche le descrizioni ; felici e spontanei i trapassi e gli episodj; nobile e dignitoso Io stile, splendidissime le immagini ; arguti , facili ed aggiustati i contrapposti ; felice quasi sempre nel condurre per s\ lunga opera la più fina e beffarda ironia ; vivace e veramente poetico il colorito; venustà ed eleganza di lingua ; bellezza ed armonia di verso opportunamente svariato. Fra tanti pregi chi mai vorrà rimproverare al poeta alcuni rari e piccoli nei, tra' quali il soverchio di mitologia, pensando altresì che a quel tempo erano in tanta voga gli Dei d' Esiodo e d' Omero? 14. Finalmente a'noslri giorni sorgeva il toscano Giu- seppe Giusti che nutrito della midolla dell'Alighieri stam- pava sulla via del Parini orme alle e nuove, dando alla satira civile una forma nuova e popolare, adattandovi con bellissim'arte i metri lirici e il fiore della lingua vernacola. Temprando l'ardilo ingegno alla cittadina carità tentò colla faccia levata le profonde piaghe e disoneste dell'età sua , e trasse dallo sdegno il mesto riso (1), che ora si palesa tra il brio della scherzevole mordacità oraziana, ora nell'onda poetica, com'ei la diceva, delio stile Virgiliano, sempre nella difficil'arte di dire in povere parole altissime cose. Gos\ la satira italiana per opera del Parini e del Giusti mirò a intendimento sovrammodo civile ; e se la poesia non potè per essi celebrare al suon della lira le eroiche gesta e le magnanime virtù, con pari comune utilità però scherni colla sdegnosa ironia la stupida inerzia degli animi infiac- [1] Poesie di G. Giusti. - Ad una giovinetta. chili, e la bassezza di vizj svergognati; perocché, come appunto cantò il Giusti medesimo: Gl'inni di lode e il fiero scherno < a Che del vizio si fa ludibrio e scena , a Muovon da occulta idea del bello eterno; <r Come due rivi d'una stessa vena (1) ». §. 2. Avvertenza intorno ai modi della Satira. 15. Da quanto ci siamo studiati di esporre con quella brevità che potemmo maggiore, intorno all'origine ed ai progressi della satira , è facile comprendere che regole certe e precise non possono assegnarsi , perocché si è veduto che ogni grande poeta satirico ha fatto a sè regola sè slesso o l'età sua , donde l'assioma letterario non potere la satira essere universale; cioè nè di tulli i tempi, uè di lutti i luoghi, simile in ciò alla commedia nella dipintura dei costumi ; per la qual cosa il Giuslì scriveva esser lutti i satirici abbarbi- cati ai loro tempi come l'edera al muro, e la satira dover esser fatta non alla misura dell'uomo, ma a quella del vizio secondo le forme che di mano in mano assume (2). 16. Primieramente ricerca in te qual tempra ti diede natura, se irosa, beffarda o acremente ironica; quindi studia i temi, e se lì senti da ciò, adatta alla natura di questi o la satira acerba di Giovenale , o la grave di Persio, o la comica e piacevole d'Orazio, o la nobile ed indiretta del Parini, o ia popolare ed arguta del Giusti. In ogni modo deridi, pungi, flagella il vizio, ma rispetta religiosamente i veri nomi dei viziosi, che la salirà esser deve censura che corregga , Don libello d' infamia che esasperi. Essa poi richiede, come ogni componimento, la unita di concetto, uon sì però che 'non ami eziandio d'essere abbellita H'ac- conco digressioni, di storielle e d'apologhi, come riscon- triamo in Orazio, nell'Ariosto e uel Gozzi. Desidera rzìan- M) Ivi. - II sospiro dell'anima. i2j Fifa di Giù. Parini, dìo d'andare adorna di vive dipinture di caratteri con franco pennello disegnati, e ammette sentenze morali, o spezialmente proverbj e modi popolareschi , e vuol esser condita di tratti comici, di pungenti arguzie e di festiva urbanità, abborrente poi da ogni buffonesca scurrilità; e soprattutto dalla nuda oscenità del disonesto costume , e dalle bestemmie della irreligione. 17. Quanto allo stile della satira, e' può esser nobile, severo, facile o gajo, secondo la natura che di quella li eleggerai; sempre però breve, chè in ciò sta meglio ri- posta la efficacia della satira, il cui spirito nelle lungag- gini svapora. Sia proprietà e grazia nella lingua , cui ren- derà più vivace ed espressiva il giudizioso innesto di voci e d' idiotismi tolti di mezzo al volgo: e quale che sia il me- tro a cui ti appiglierai , procedi dimesso, tranne la satira giovenalesca o pariniana ; potrai talora però sollevarti , co- me fanno Orazio e il Giusti. Ti siano poi duci e maestri il sommo Alighieri e i grandi satirici, do'quali abbiamo discor- so, e principalmente un santo disdegno contro del vizio. §. 3. Dell' Epigramma. 18. Quantunque in origine YEpigramma non fosse, co- me suona il vocabolo, che un'Epigrafe o Iscrizione poeti- ca, composta per ricordare cosa, persona o fatto notevole, ovvero un breve componimento per rendere più vivo e du- revole, quanto più solo, un concetto, tuttavia essendo <i poco a poco divenuto soprammodo acre o pungente, può reputarsi, come appunto lo definisce il Ranalli uno ristretta essenza della satira (I), e tanto più veemente, quanto dì questa più breve ; laonde ornai tiene suo luogo proprio tra i componimenti sattrici , avendo le auliche sue ragioni ce- duto all' Epitaffio e al Madrigale. 19. L'Epigramma pertanto è di due generi , siccome la satira, uno tutto fiele ed aculei, l'altro tutto brio, delizie e amenità; a questo presiede la musa di Catullo e d'Ora- li) Ammansir., Llb. IV, C. Ili , g. m. zio, a quello la musa di Giovenale e di Marziale. Il suo pregio migliore riponesi per l'uno e per l'altro genere nella brevità e nell'argutezza del concetto ; chè ove non sia lutto pepe e sale, o non scherzi con comica gajezza ed urbana festività, riesce insipido e freddo; ove poi vada per le lun- ghe, illanguidisce e casca (1). Inoltre il concetto dell' Epi- gramma vuol essere spontaneo, acuto, non puerile o me- lenso, espresso spiccatamente, senz'ombra di ricercatezza ed in leggiadro e facile modo. E qui nota il Niccolini che sebbene non v'abbia uomo per « mediocre ch'ei sia , il quale a non possa, facendo tesoro di un detto faceto , o d'un su- « blime pensiero, e chiudendolo in pochi versi, comporre « un epigramma , tuttavia scriverne molli con elegante bro- li vita di stile accomodato all'argomento, è opera di non o piccolo ingegno (2) ». Ne avrai esempi piacevoli e graziosi nell'Antologia greca , nell'elegantissimo Catullo, alcuni in Marziale presso gli antichi ; Ira'nostri lodansi quelli dell'Ala- manni, del Rolli, del Cerrelti, del D'Elei, per tacere di quelli cui musa troppo licenziosa ispirava. 20. Ecco ad esempio alcuni epigrammi di natura diversa. Il primo è del Buonarroti , celebrato per l'altezza di generoso concetto. a Mi è grato il sonno, e più Tesser di sasso, « Infin che il danno e la vergogna dura : « Non udir, non veder m'è gran ventura; « Però non mi destar: deb! parla basso ». Il secondo è del Pananti, ed è saporito. a Va un medico in carrozza, e l'altro a piedi. « Pagan questo i malati, e quel gli eredi u. (1; ■ Versiculos epigramma duos sibi postulai. Addis « Hoc allquid? Carmen, non epigramma facis *. AnloUigla, Lib. I, 44. (2) Delta vita 0 dille optre d'Angiolo D EM , Memoria di G. IUtish Niccoli»] , Fir. , 1827 per Piatii. Il terzo è del D' Elei , ed è argutamente grazioso. « Se è ver che la bella prendesse Apelle, a Per farne una, da tolte, o Argia, le beile; a Or a lui, per far donna appien deforme, a Sariao bastanti, o Argia, sol le lue forme «. Quest'altro dello stesso è pieno di brio , nè è meno pungente. « Invan consumi , - Vana fanciulla , i Tanti profumi : - Non sai di nulla >. Art. III. - Del Sermone c dell' E piatola. ti. Talvolta il poeta affibbiatasi la giornea d'Aristotele, di Quintiliano , o di Vitruvio , imprende a dettare intorno a scienze, lettere ed arti, brevi componimenti a mo'di trattateli!, cui egli intitola Sermoni , ad unico fine di vie- meglio trasfondere colla magia del verso nelle menti altrui la sostanza ed il fiore della propostasi materia. Tali sono i sermoni del Costa e del Missirini. Ove però il poeta vi di- scorra della morale filosofia e del viver civile, e si apra con bel garbo la via a dipingere le debolezze e i difetti degli uomini , non senza spruzzarvi sopra buona dose di sale ridendo, i sermoni appartengono al genere della Sa- tira , com' è di quelli di Orazio e del Gozzi ; se poi sono di- retti o intitolati ad alcuno chiamansi Epistole. 22. Pei sermoni semplicemente didascalici valgono le stesse regole dettate per il poema di questo genere, salvo che si serbino le proporzioni delle parti , quali a breve componimento convengonsi; inoltre non solo vi sì richiede squisitezza di massime e di precetti , ma ancora somma chiarezza e precisione congiunte ad eleganti forme d'eletta poesia, chè il neo nel grande impicciolisce , ed è converso. Quanto a quei satirici, ci sembra avere assai detto qui sopra. Resta a dire un colai poco dei sermoni che vanno sotto il nome di Epistole. Queslo componimento poetico non e che una lotterà in versi , quindi ama di mostrarsi in aria semplice c fami- liare. S'adatta , è vero , ad ogni argomento morale , filoso- fico, letterario ec, come riscontrasi in Orazio, e qui richiede rettitudine di giudizio , franchezza di stile e precisione di forme ; ma gli è forse più grato piacevoleggiare inlorno a cose più tenui , e inlertenersi cogli amici scherzando con amabile urbanità, e lepidezza , e contando loro dilettevoli tose rifio- rite ora di brevi novellette, ora di savie o argute sentenze. Vuol essere l'Epistola adorna altresì d'un abito polito o da festa, ma schietto senza tanti ciondoli e frastagli, come per avventura ti parranno quelle della scuola frugoniana. Anche nel verso che ordinariamente è lo sciolto, e qualche volta anche la terza rima , richiede quell'aurea facilita e naturale sprezzalura che dai Latini appellavasi appunto musa pedeslris. Ne sono esempio nobilissimo le Epistole d'Orazio, e quelle veramente oraziane del Gozzi, per ta- cermi di quelle del Torli . del Pindemonte e di altri ele- ganti scrittori. «ni- IV. - Dell» HOTclla c della Favata. 24. La corona della poesia didascalica vagamente sì adorna di due leggiadri fioretti , quali sono la Novella e la Favola. Quale he sia la natura , quali le leggi fu largamente chiarito nella Parie II dei componimenti in prosa, ove al Gap. I, §. 1 , parlammo della Favola, ed al <Jap. Il, §.6, ove trattasi della Novella ; e a ciò che ivi fu dello richia- misi l'attenzione, bastando aggiunger qui poche cose in- torno alla forma , che poco per la sostanza rileva , se favole e novelle si dettino in prosa o in verso. 25. Ma poiché proprio della poesia è di tulio render piii gradevole col suo linguaggio ornato e soave, non è a dirsi quanlo sene possano avvantaggiare il novelliere e il favolista ; e se anche la novella poetica è slata spesse volte finquì adoperala a sconcezze, sia interamente rivolta a morale ammaeslramenlo , e riuscirà profittevole quanlo gradila. A ciò conseguire pifct facilmente , eleggasi prima di tutto il subbietto vero o fantastico, che attragga per novità , per avvenimenti slraordinarj, affettuosi , liiìii o tristi, verisi- mili sempre; si accresca l'attrattiva con bello ed ingegnoso intreccio e col tenere gli animi dolcemente sospesi ; si desti con fine inaspettato la pietà, o la maraviglia, e in ultimo se ne tragga opportuna e morale semenza. Arroga a ciò splendidezza d'immagini, vaghezza di descrizioni , verità di caratteri e d'affetti , leggiadria di colorilo , facilità di siile e d'espressione limpida e pura , e soprattutto brevità. È vano il dire che il verso , e può ben convenire la terza rima , la sestina o lo sciolto , vuol essere scorrevole ed armonioso. Cosi la novella poetica ritornerà in vera onoranza , a gloria sua e di chi a onesto fine dirigevate. 26. Anche la Favola, come testé accennava, può con suo mollo vantaggio adornarsi di veste poetica, si veramente che sia semplice e schietta, qual si conviene a fan Giulietta del popolo. Ama principalmente d'esser breve, e si adatta ad ogni metro, benché si mostra un cotal poco schifiltosa del verso sciolto, molto più poi dell'ottava, che per l'aria alquanto grave non sembra che le si confaccia gran fatto. Di favole poetiche l' Italia ne possiede in buon dato, e vanno per la maggiore quelle del Roberti , del Pignoni , del Ber- tòla, e le notissime di Luigi Fiacchi meglio conosciuto sotto il nome di Clasio, benché tutte pia o meno facciano desiderare una più naturale eleganza. 27. Noterò per ultimo che l'Apologo fu innalzato alla dignilà di poema dall' Ab. Giovan Battista Casti co'suoi Ani- mali Parlanti, dove in XX Canti descrive assai bellamente, se non elegantemente, l'indole e i costumi di diverse be- stie , facendo sotto il velo allegorico della favola una satira mordacissima delle corti principesche. Il poema è ingegnoso e vivace, forse un po'lungo. Lì BETT0B1CA 355 Capitolo. V. - Della Poesia Giocosa. 1. Se i vnrj generi dì poesia Cinqui discorsi mirano al nobile intendimento di educare ad ogni religiosa c civile virtù gli uomini, a v vene un altro che si propone unica- mente di sollevarli dalle noje della vita, eccitandoli piace- volmente al riso; e questa è la Poesia Giocosa. Della quale ora vogliamo trattare specialmente, passandoci di leggieri di quel burlesco di che condiva i suoi mimi il siracusano Sofrone che gl' inventava (1), dello scherzevole poemetto della Batracomiomachia , del ridicolo della commedia , del faceto della satira ed epistola oraziana , siccome cose di natura alquanto diversa dalla Poesia Giocosa , com'oggi co- munemente s'intende. 2. I Fiorentini, popolo u cui la fama db meritamente il vanto di spiritosa gajelà e piacevolezza, ritrovarono pei primi la poesia detta propriamente giocosa , della quale ab- biamo un elegante riscontro nei canti carnascialeschi di Lorenzo de' Medici , onde si accompagnavano le magnifiche e briose mascherate di che in quel secolo s'allietava Firen- ze (2). In questo nuovo genere di poesia tra gli altri fioren- tini si distinsero Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, e Gio. Battista Gelli. Quegli però che meglio l'adornava di squisita amenità e di lepore fu Francesco Berni da Bib- biena, onde dal nome di lui fu ancora chiamata Bernesca. I Capitoli e i Sonetti di questo capriccioso poeta risplendono di piacevoli fantasie , di facilità e di brio, mentre olezzano di tutta la grazia ed urbanità del sermon fiorentino ; e ben- ché per la loro naturalezza sembrino dettati cosi alla car- lona , tuttavia da'suoi manoscritti rilevasi quanto gli costa- vano; tante sono le correzioni anche d'un solo medesimo verso. Amico ed imitatore valoroso del Berni fu Gio- ii) Tirab. Stor. della Lettor. T. [, P. II, C. II, g. XIV. Bt H. T. VI, P. Ili, L. Iti, C. Ili, g. VI. (3J U., T. VII, P. V, C. HI. vanni Mauro d'Arcano, e dappoi piti o meno felicemente ne seguirono la scuola il Molila, il Casa, il Firenzuola ed altri molli, Ira'quali va distinto Cesare Caporali per la sua lepidissima vita di Mecenate , e più tardi Gio. Batista Fa- giuoli per le sue Rime piacevoli , cui però il Baretti chiama insulsamente facili. Fra i moderni piacemi di ricordare a titolo d'onore l'amenissimo Gu ad agnoli , le cui poesie giocose spirano gioconda festività non senza il pregio di Qne argu- zie e di sali. 3. La poesia bernesca che a prima vista sembra cosa da tutti, è in sè slessa difficilissima , e da trattarsi solo da chi ebbe da natura sortito un umore allegro, piacevole e faceto; senza di che v'e rischio ebe altri purtroppo rida, ma sibbene della nostra sciocchezza. Fa di mestieri pertanto che gli scherzi, le facezie, i motti lepidi o arguti, sembri cadano giù da sè slessi e impensata meni e ; che sgorghino come da vena d'una ridente fantasia, immagini capricciose e bizzarre: ebe da per lutto traspaja la facilità del sentimento e della parola; perocché fondandosi il riso unicamente su cose pia- cevoli, questo muore sul labbro, se da'luoi versi trapela che per far ridere sudasti; idea che ridesta disgustosa sen- sazione. E qui mi giova riferire queste savissime parole del- l'acuto Baretti: « Per far ridere le genti colte d'un ragio- cc nevole riso bisogna avere una padronanza assolulissima et di lingua, e saperne ogni parola e ogni frase tanto nobile « e seria , quanto burlesca e plebea, per poter vestire in <t modo nuovo e bizzarro, e tuttavia sempre naturalissimo, « tutli i nostri pensieri. 4. Comecché i fonti artificiali del ridicolo riescano vanì al pari degli altri, ove manchi la vena naturale, tuttavia dai retori se ne assegnano parecchi, tra' quali 1." La dipintura delle stranezze e coutradizioni umnne, chè il riso facilmente si desta per l'accoppiamento di cose tra loro di- sconvenienti , come vecchio barbogio che vuol far lo zer- di Frutta Leti. T. I, p. 295. [«, li. T. il, p. S57. Mostikahi, Agg. al Blair, P. Ili, C. 14. bino, Tersilo che tuttoché tremi, vuole apparire Achille, e simili. 2." L'equivoco , onde nasce una mala intelligenza , come in una scena dellM»aro eli Molière , dove Valerio parla della figliuola d'Arpagone , e questi crede che parli sempre della cassetta involatagli ; il qual ridicolo non è raro nei comici, che quando è alquanto continuato, muove proprio a riso. Aggiungi altresì quei giuochi di parole che diconsi alliterazioni , purché non frequenti, acciocché non ingene- rino sazietà. Tale sarebbe' quello di chi dicesse: traditore per traduttore, ovvero : « E cadde come porco morto cade o ed altri siffatti. 3." Certe azioni che producono l'effetto con- trario a quello che uno proponesi, come chi corca di scusarsi e più si accusa, di placare l'altrui collera e piii l' irrita, di acquistare l'altrui e perde il proprio, come il cane della favola; e parimente certi inganni orditi contro chi vantasi accorto, e che quando meno vi pensa, pur vi casca; e meglio ancora se dà nella rete lo stesso che la tendeva; dei quali tranelli n'hai bellissimi esempj appo Terenzio nell'Andria tra il servo Davo e il vecchio Simone. 4." Il dare grande importanza a piccole cose , come il Tassoni nella Secchia rapita; o il cominciare da cose gravi e con islile magnifico per terminare in cose da nulla , come il Berni che in quel suo sonetto gravemente comincia: « Dal più profondo tenebroso centro, « Ove Dante ha locato i Bruti e i Cassi per concludere: « Fa , Florimonte mio , nascere i sassi « La mula vostra per urtarci dentro a ; ovvero l'accoppiare cose nobili e vili , o leggiadre e deformi tutte in un sol fascio, con serietà e seguitatamele, come il Tassoni che descrivendo la primavera, termina : « E s'udivan gli augelli al primo albore, a E gli asini cantar versi d'amore ». Di ].Ii:l'"J  Finalmente cede ironie velale sotlo ingegnose metafore che sono veri biasimi, benché sembrino lodi ; come adopera il Berni in quel sonetto, dove ungendo di lodar la sua donna, fra le altre cose dice : « Chiome d'argento fino irle ed attorte « Senz'arte intorno ad un bel viso d'oro a Labbra di latte, bocca ampia celeste, « Denti d'ebano rari e pellegrini..., a Son le bellezze della donna mia ». Ed ecco che te la dipinge canuta, ni Sbuffata, grinza, goffa, sparuta, sgrignata, bavosa, e che so io. 5. Avvegnaché natura propria della poesia giocosa sia la giocondità e il buon umore , non per questo in mezzo alle arguzie, ai motti, agli scherzi, alle iperboli, ad ogni maniera piacevolezze, non deve, quando ne capili il destro, dimenticare eziandio l'utile, e spargere in mezzo al riso, quasi non parendo , qualche buona sentenza, qualche savio consiglio , qualche pratica verità ; imperciocché ripeterò col Venosino : « Ridentem dicere verum « Quid vctat?. » ( Sat.). Il decoro dell'arte vieta però di scambiare il giocoso col buffonesco e collo scurrile, e peggio altresì coll'osceno e col licenzioso, chè, giova ripeterlo , troppo male si ride a spese del buon costume; al che non sempre posero mente i poeti berneschi del cinquecento, ed alcuni d'età più moderna che per lo migliore mi taccio. 6. La poesia giocosa tratta i suoi subbietli, che debbono essere d'ordinario lepidi o strani, piacevoli sempre, ora in poemetti in ottava rima, o meglio in sestine, com'usa il Guadagno!!, ora in capitoli in terza rima, o in sonetti cau- dati, come fecero i piii de' cinquecentisti, ora in sonetti regolari, ora in componimenti anacreontici in versi ottonarj o quinarj, come spesso riscontrasi nelle poesie dello stesso Guadagno!!. Molto libera è l'orditura di siffatti componi- memi, dipendendo dall'estro bizzarro del poeta, come può rilevarsi dagli esempj lasciatici dai migliori. Conviene però che si serbi un cert'ordine, e che non si vada troppo per le lunghe, perocché oltre esser difficile mantenere per non breve tratto viva ed attraente la burla , non è bello l'in- tertenere di troppo con baje gente eulta ed assennala; quindi v'ha rischio che sottentri al riso la noja. Richiedesi finalmente stilo facile e gajo con elocuzione pura ed ele- gante, avvivata da modi popolareschi, da proverbj, da idio- 1Ìsmi e da tutle le antiche grazie del parlare festevole. 11 verso vuol essere d'armonia dimessa e svariata, e di tale scorrevolezza e spontaneità di rime, che sembri debba a tutti esser agevole il poetare in quel modo; niuno però l'osi, niji auspice Thalia. 7. Mezzo molto ben acconcio ad aggiungere un certo ridicolo grazioso e talvolta anco mordace, è la Parodia, la quale consiste nel valersi de'versi o componimenti altrui , di serj rendendoli burleschi. Nel quale scherzevole plagio è da guardarsi però che non si usurpino versi o componimenti sacri e per ogni altro titolo venerandi; del che a buon dritto si riprende tra i latini il Centone Nuziale d'Ausonio, il quale coi versi del castissimo Virgilio vi descrive cose onde le vergini muse esser vorrebbon sorde; imperciocché con abusi siffatti anzi che il riso si eccita facilmente lo sdegno, apparendoci piuttosto una irreverente profanazione. Per la qual cosa evvi a cui non va pienamente a sangue la Eneide travestila del Lalli, comecché sia giudicala esempio di spon- taneità piuttosto unico che raro, e per la piacevolezza degli scherzi e per la facilita del verso e per la naturalezza delle ottave; e quantunque egli slesso vi s'inducesse , affinchè, sono sue parole, traducendo il gran poema in dilettevole stile giocoso, il gusto ne fosse più universale (1). a Ma checché sia di ciò , noi ci staremo contenli ad un esempio ingegnoso ed arguto di parodia, che credesi fatta dal Carrer sul celebre H) V. Opere varie di G. B. Lalli- Cinque Maggio del Manzoni , per la morte della famosa can- tante Malibran: . Il Trenta Settembre. •r La fu; siccome tacita, « Il suono ultimo dato , (i Stette la gola armonica ■ Orba di tanto fiato ; i Così balorda, stupida a La terra al nunzio stà , « Pensando al trillo magico i Che un zero piti non vaie ; a Nè sa quando una simile a Pedala a questa eguale " La tealral sua polvere « A calpestar verrà ec. E cosi di seguilo sino alla fine. 8. Vorrei per onor dell'arte passarmi di certe specie di poesia giocosa, che mi sembrano merifevoli ornai di riporsi tra le cose viele e slanlie, quali sono i versi Burchielleschi, Fidenziàni, Maccheronici e simili inezie; ma perche udendone il nome, sappiano i giovani che cosa mai furono , ne dirò sol quanlo basia. E incominciando dalla poesia Burchiellesca così delta dal Burchiello, barbiere fiorentino, dirò null'altro essere che un gergo in rima , zeppo di riboboli e di modi plebei (siano pure giojelli di lingua), donde se cavi costrutto, eri* mihi magnus Apollo; di forma che come non fu mai intesa, cosi non fu imitata , nè è imitabile. Eccovene un brandellino, ed è de' più gustosi: a Vedendo questo messer ciambellotto « Stillar si fece trespoli e predelle; « E fece racconciar molte frittelle, « Per acquistar la torre di Nembrolto » (1). (1) Sonsllo di Giov. Burchiello. La Fidcnziana o Pedantesca che voglia dirsi, e un affettato miscuglio di parole italiane e di ridicoli latinismi, e dicesi la inventasse il conte Cammillo Scrofa vicentino circa la metà del secolo XVI , sotto il nome di Fìdenzio Glottocrisio Ludimagistro , per porre in beffa la pecoraggine di quei pedanti che con gran prosopopea ti sciorinano ad ogni tratto una rancida erudizione grammaticale lardellata di latino. Se tale fu il fine del conte, benedicalo Iddio. - Ma ecco alcuni terzetti d'uno de'suoi cantici, ove maestro Fiden- zio racconta un suo viaggio. a Audace ascesi un equo conductitìo. « Pendea dai lati la mia toga labile a Ed io vibrando il magislral mio baculo n Equitava con gaudio incomparabile. « Indi trahendo il mio Mar od dal saculo, i Passai quel giorno onestamente il tedio, « Ne cosa al mio piacer mi fece obstaculo. « 0 quanto fu diverso il fine e il medio <t Dal bel principio ! o gaudio transitorio ! « 0 duol più longo del Trojano assedio ! - Cedea già Febo al bel lume sororio , « Quand'io per l'aer noxio de'crepusculi « Giunsi defesso a un empio diversorio. « Il caupone con alti blandiusculi a Prese la stapia, et m'ajutò a descendere, « Coprendo fel con melliti verbusculi ». 10. La Hfacckeronica, inventata da Teofilo Folengo sotto il nome di Merlin Coccajo , il quale , come dice il Gravina, volle piuttosto esser solo in una poesia giocosa, che secondo nel serio , come quegli che era riccamente fornito di dot- trina, d' invenzione e di fantasia, è il contrapposto della Fidenziana, poiché siccome questa inserisce parole latine nella composizione italiana, cosi quella dà forma latina alle italiane che frammette alle latine, adattandole tutte egual- mente alle leggi metriche del Lazio. Vedine un esempio ne'seguenti esametri : .  « Tunc de calcagnis suspirum grande cavavit « Tognazzus dicens: cordojurn , Berta, dedisti. o Quarn pulcros oculos habuit sua testa ficatos, « Alter gazolus, niger alter, sguerzus uterque ». Capitolo VI. - Del Sonetto. 1. Il Sonetto, come fu già da altri notalo, e dipoi con csempj largamente chiarito dal Montanari (1), può a tutti i generi di poesia appartenere, dalla lirica più sublime scen- dendo fino all'ultimo gradino della giocosa. Ed ecco perchè mi sembrò conveniente tenerne discorso qui e non altrove. 2- Dai Provenzali originò la voce Sonetto ( Sonnet), quasi vezzeggiativo di suono, e su! primo valse per essi la into- nata del canto ; dipoi con tal nome appellaronsi le loro ariette e brevi canzoni, come noi diciamo Canzonette. Si sa come i primi poeti nostri ormeggiarono quelli, togliendone collo spirito altresì le forme, ed alle loro Consoni, Ballate e Ser- ventesi diedero essi pure il nome di Sonetti in senso generico, come Dante medesimo usò nella Vita Nuova, quantunque già da qualche tempo cotal voce fosse slata in Italia ristretta a significare soliamo un certo breve componimento di genere affatto ignoto ai Trovatori Provenzali. Il Sonetto adunque è invenzione tutta italiana, sebbene tale non ne sia il nome, e secondochè osserva l'Affò e con esso il Galvani , se ne attri- buisce il pregio a Lodovico della Vernaccia , che sin dal 1 200 J compose il Sonetto al modo nostro; senza di che quel Pier delle Vigne si celeralo da Dante (Inf.), gliene con- ili Aggiunta al Blair, P. Ili , C. V. [2j Galvani, Osservazioni sulla Poesia OS Trovatori , C. IX. (3j e allora dissi questo Sonetto: ■ 0 voi che per la via d'amor passale , « Atleodele e guardate ec. *. ed è tra le sue poesìe aniurose la Ballata I. basterebbe l'invenzione. Poco appresso Guido Guinicelli, padre e maestro di quanti migliori « Rime d'amor usàr dolci e leegiadre », iPurg.. C. XXVI], e Guitton d'Arezzo s'adoperarono in dare al sonetto una mag- gior grazia ed ornatezza, finché l'Alighieri e il Petrarca lo condussero a perfezione. Cotesti primi poeti però non detta- rono che Sonetti d'amore, non sapendo, come ben nota il Vannucci , a motivo del dominante spirito cavalleresco cele- brare altro che la donna de'loro pensieri, nè vedendo al mondo cosa più degna d'esser cantata. Al leggiadro Poeta della bella Avignonese tennero dietro anche troppi ; ma tut- tavia vi furono dipoi que'magnanimi che richiamarono l'arte a più nobile scopo, come ne fan prova tra le altre poesie anche i Sonetti del Guidiccioni , dell'Alamanni, del Fiiicaja , del Chiabrera, de! Mazza, del Parini , del Foscolo e di pochi altri valorosi (2). 3. Dacché il Vernaccia regalò l'Italia di questo nuovo ge- nere di poesia fino a'nostri di, non fuvvi, quasi non dissi, poeta che più o meno non dettasse Sonetti , in guisa che se i! numero facesse ricchezza, saremmo arciricchissimi, si quello è tragrande da caricarne parecchie caria , senza che appa- risse lo scemo. Eppure, debbo dirlo? appena se ne ricava un centinaio de' veramente buoni da porsi in mano per esem- plari ai giovinetti , e le raccolte fatte con tale intendimento parlan' chiaro. Donde mai ciò? è forse vero quanto ne dice nella sua Poetica il Boileau che Apollo inventasse il Sonetto per farne la disperazione dei poeti? [3] o nou piuttosto la sua apparente facilita lusingando i veri poeti e i poetastri fa che quelli non vi spendano abbastanza d'ingegno, di tempo e di cura, questi senza pure addarsi non esser soma per loro, di leggieri vi si sobbarchino? Chi è tra noi che non voglia fare (4) Galvam, Op. cit. (Sj Sior, del Smetto Italiano. Avvertenza. (3) Art. Poet., C. ir. il suo sonetlino amoroso, o almeno per predicatore , per feste o per occasioni altre colali? Mi pare che quadri proprio a capello ciò che ne dico il Costa : i( Va zittella a nozze ? « Si chiude in cella? è chi la toga indossi? « Sana un informo? canta Frine? balla « Narciso? vince palio un corridore? « Ecco Sonetti , ecco Sonetti a josa ». (Art. Post., Serra. II). Ora qual maraviglia se in si sterminato numero di Sonetti pochissimi sono gli ottimi , quando chi tali può farli , non sempre vuole , e chi forse vorrebbe non può ? Concludiamo : questo breve componimento , che del resto per la sua leggia- dra natura Ò il più vago giojello della poesia italiana , è di grandissima difficolta, potendosi rassomigliare aduna deli- cata miniatura in avorio , dove ogni più. picciolo neo dà facil- mente negli occhi. 4. E cagione non ultima della rarità di Sonetti senza mende , è stala per avventura la non vera idea che per lun- ghissimo tempo si ebbe della natura del Sonetto. V'era chi credendo non diverso dall'epigramma greco e latino; chi de- finivalo un picciol poema che in sò riunisse la nobiltà del- l'ode , l'acutezza dell'epigramma , l'aura delicata ed elegante del madrigale (1); i primi, e forse erano i più, volevano nella chiusa sentenze, o concetti spiritosi, o altro di appa- riscente; gli altri confondendo i varj generi, ne resero im- possibile la perfezione; imperocché quasi la forma fosse tutto, non si pose mente alla sostanza ; quindi qual che si fosse il subbietto, gli si davano le tinte e le movenze me- desime. Ora potendo il Sonetto sotto la sua forma compren- dere tutti i generi di poesia eziandio nello loro specie , sic- come quello col quale può trattarsi la lirica dall'inno a Dio, fino allo scherzo anacreontico; che ora s'innalza alla maestà epica, ora alla fierezza tragica, ora alla gravità didascalica; (1) MoriTAN., loc. cit. che volentieri esprime il sospiro dell'amore , il pianto della elegia, l'acrimonia della satira , la festività della commedia; che si piace di dipingere i sublimi furori della folgore, del vulcano e dell'oceano del pari che le grazie ridenti dell'ame- na natura, e la maestosa melanconia dei silenzio della notte c dei sepolcri , si fa manifesto richiedere andamento e co- lore convenienfe alla natura del suo subbie Ito. Per le quali cose io credo che se scemeranno in numero i Sonetti, cre- sceranno in perfezione, quando avuto riguardo alla difficolta del componimento, vi si spenda attorno quanta riehiedesi cura e diligenza ; studiata la natura del tema , debitamente si svolga e si colorisca colle tinte sue proprie ; soprattutto poi quando sentasi in noi ingegno veramente poetico , senza di che pongasi giù bonariamente il ticchio di soneltare , ri- cordando il salutevole avviso che dice: « In questo di Procuste orrido letto o Chi ti sforza a giacer? forse in rovina o Andrà '1 Parnaso senza il tuo sonetto? « (1), 5. Dovendosi pertanto regolare il Sonetto secondo le norme prescritte a quella specie a cui esso appartiene, fa'che l'affetto, le immagini, lostilee le frasi consuonino fra loro in bella armonia ; tutto questo sia lirico nel sonetto lìri- co, sia epico nell'epico, scherzevole nel giocoso. Ricordali che il Tasso il quale sen intendeva, lasciò scritto nella sua poetica: ogni genere di poesia essere cosi geloso della elocuzione sua propria da non cederla ad alcun altro , uè volerne da altri prestanza (2j; precetto che vale eziandio per gli affetti, per le immagini, per tutta quanta la condotta del componimento. Il principio deve armonizzare col mez- zo , e questo col fine. Se muovi liricamente, e cosi conti- nua e termina, se non vuoi cader nel difetto che il Foscolo notava ne! celebre Sonetto del Minzoni: a Quando Gesù coll'ultimo lamento » Hi Meseihi, Art. Poe!., L. IV.  Moni.  . dove il poela comincia descrivendo, e termina narrando. È cosa pure sconvenevole intrecciare insieme tra loro affetti ed immagini epiche, drammatiche e va'discorrendo, nè 6 meno riprensibile l'uso di frasi e di metafore che non si accordano col resto, come appunto vien censurato (i) nel notissimo Sonetto del Filicaja all'Italia il concello e più la frase: chi del tuo belìo arai Par che si strugga ec, perchè dall'eroico qui si scende all'arcadico sdolcinato. 6. Come in ogni altro componimento, fa di mestieri sia nel Sonetto unitb di concetto che tutto lo comprenda e Io informi ; ed ove racchiuda in sè un epigramma o una sentenza morale , gioverà che nella chiusa comparisca in tutta la sua argutezza, forza e gravità: a rincontro poi se nasce dal cuore o dalla fantasia , riuscirà per avven- tura più gradito, se chiude ne! tono onde incominciò, ben poco curandosi di eccitare la sorpresa o la mara- viglia , purché diletti e commuova. Tal era il gran se- greto dell'arte degli antichi, nei quali ciò che appunto ne sorprende è la semplicità. Leggi , e facilmente le ne con- vincerai, tra gli altri il Sonetto di Dante: n Tanto gentile e tanto onesta pare ec. » e questi del Petrarca « Gli angeli eletti e l'anime beate ec. a Nè mai pietosa madre al caro figlio ec. « Ripensando a quel ch'oggi il cielo onora ce. « Levommi il mio pensiero in parte ov'era ec. ed altri, chè parecchi ve ne ha di simile stampa; da per tutto sentirai la delicatezza dell'affetto , la venustà delle immagini e la grazia d'una cara armonia che da capo a fondo li governa. La nausea che la fredda imitazione dei tanti petrarchisti ingenerò, persuase gl'ingegni di mi- ti) Montanari glior levatura a tenere altra via , e nacque per il Casa e per il Giudiccioni il Sonetto concettoso; poc'appresso Ga- leazzo di Tarsia ed Angiolo Costanzo l'accostarono maggior- mente alla forma epigrammatica; per il Tasso assunse gravità epica ; per il Frugoni si elevò alla nobiltà eroica , e dal Cassiani s'ebbe carattere descrittivo , pittoresco e grandioso (1). Per la qual cosa adattando queste forme di- verse alla diversa natura de' subbietli , e principalmente richiamando l'arte a'suoi principi mercè lo studio e il gran- d'amoro verso gli antichi nostri padri, il Sonetto tornerà a risplendere qual gemma di tutte leggi ad rissi ma nel bel monile dell'italica poesia, e farà degno il suo autore del ramoscel d'alloro che già per il Menzini Apollo in dono ne prometteva [Art. Pont. L. IV). 7. Le leggi prescritte alla forma esteriore di questo com- ponimento che suol dirsi, ed è la pietra del paragone dei buoni poeti, sono in si bel modo e con tanto senno indicale dal Costa nel il Sermone della sua Poetica, che nulla la- sciano a desiderare; ed io penso di non poter far meglio che riportarle negli aurei suoi versi, raccomandando per ogni restante ai giovani la diligente osservazione su quanto intor- no a ciò praticarono i più lodati maestri del Sonetto italiano : v Sia in due parti diviso: abbia la prima « Due membra in otto versi: a quattro a quattro « Vi si alternin le rime: in due terzetti « Si chiuda il rimanente: ogni licenza « Sia negata al poeta: alcun negletto « Verso non delti: non parola alcuna « 0 ripetuta od aspra: in ogni parte « Guardi proporz'ion: faccia che il tutto « Facile, chiaro, armonioso e grave <t Splenda di tal beltà, che maraviglia « Desti , e di sè l'altrui memoria invogli ». 8. Quantunque la misura regolare del Sonetto sia di quattordici versi endecasillabi (vi sono peraltro esempi di (4) Mchvakam, loc. cit. Sonetti anacreontici in versi oltonarj e settenarj), tuttavia nella poesia bernesca se ne incontrano di quelli che hanno uno strascico di piìi terzetti , il primo verso de'qaali è set- tenario e fa rima col suo antecedente, gli altri due sono endecasillabi e rimano fra loro, e cosi di seguito ; la quale appendice chiamasi coda o ritornello , e il Sonetto caudato o lamellata. Badisi bene però che ogni terzetto aggiunto non sia una vana superfluità, e che arrogo veramente sale e brio al Sonetto; elio inoltre la coda non si allunghi di troppo, chè potrebbe anzi che no riuscir fastidiosa. 9. Quasi il sonetto non avesse in sé stesso abbastanza di difficoltà, s'andò arzigogolando per aggi ungerveue altre e si trovarono i sonetti a corona e gli acrostici. Diconsi a corona alcuni sonetti continuali sopra un solo argomen- to , de'quali, come insegna il Quadrio, perchè si le rime come le sentenze vengon tra loro in guisa legale che un sol componimento ne nasce, e chiuse vengon come in figura ro- tonda, poiché anche l'ultimo si lega col primo , perciò corono volgarmente son detti, e fatti a corona. Vi si osservano poi le seguenti regole : \.' Che il secondo sonetto cominci dal ri- petere l'ultimo verso del primo, e cosi dicasi degli altri fino all'ultimo di tutti, il cui ultimo verso debb'essere il primo del primo sonetto ; 2/ Che la cadenza usala nelle terzine ri- petasi ne'quadernarj, ma non si che si riprenda la stessa parola, tranne l'ultima per necessità, dovendosi ripetere l'ultimo verso; 3.' Che in niuno de' sonetti della corona si ripetano !e rime adoperate nell'ultime di essi, salvo quella dell'ultimo verso per la soprallegata ragione ; 4.* Che si serbi si ne'quadernarj che nelle terzine inalterabile l'ordine delle rime tenuto nel sonetto primo. 10. Non v'ora sul principio numero fisso pei sonetti d'una corona, ed una trovasene nel Petrarca di tro, una di nove nelle rime del Caro, ed una bellissima di dodici , composta già dal Tasso nelle nozze d'Alfonso d'Esle. Piacque poi agli Accadamici Intronali di Pisa di stabilirne il numero di quin- dici, il primo de'quali chiamasi magistrale, ed è tessuto di versi, ciascun de'quali possa far da sè solo un breve senti- mento capace di continuazione, e con tali rime che possano, senza ripeter le stesse parole , esser ripetute altre quattro volte. Ciò fatto, si tessono altri quattordici sonetti con que- sta regola, che il primo verso del sonetto magistrale sia il cominciamento del primo dei quattordici e il secondo verso di esso magistrale che lo chiuda; dipoi con questo s'inco- minci il sonetto secondo, e il terzo verso del magistrale ne formi parimente la chiusa; e con tal ordine si seguitino gli altri fino all'ultimo, che si chiuderà col primo verso di tutto il coronale Siccome questa specie di componimento è tutta legata, cosi dovrà avvolgersi intorno alle stesse cose (1). 11. Sonetto Acrostico poi dicesi quello in cui le iniziali di ciascun verso unite insieme compongono o il nome della persona acuì è diretto, o l'argomento che vi si tratta, o qualche altra parola significante. In componimenti festevoli e da giuoco non disdirà qucst' ingegnoso ripiego ; non loderei però chi l'usasse sul serio, avendo per me piuttosto un'aria di scherzo; peggio poi chi imitasse il Boccaccio che compose il suo poema dell'amoroso Visione prendendo per ogni terzi- na una lettera dei tre sonetti che precedono i capitoli nei quali è diviso il Poema. Queste ed altre simili ricercatezze , cui Marziale chiamava a buon diritto difficile* mtgas, accen- nano a gusto non sano; e se da un Iato apparisce ingegnoso il vincere tali propostesi difficoltà, dall'altro si dà sospetto che non sapendo raggiungere il bello , tengasi dietro al diffìcile, contro la natura dell'arte che è l'espressione della bellezza per mezzo della semplicità. 12. Ora a conferma delle dette cose addurremo alcuni esempj delle specie principali del sonetto. « Dio che infinito in infinito movi - <■ Non mosso; ed increato e festi e fai; a Dio che 'n abisso e 'n terra e 'n ciel ti trovi: « E 'n te cielo, e 'n te terra, e 'n le abiss'hai; M) V. il Quadrio riportato anche da] Montanari al luogo cit. 24 □igifeed t>y Google « Dio, che mai non invecchi, e innovi mai, a E quei che è, quel che fu, quei che ha, provi; a Nè mai soggetto a tempi o vecchi o novi, « Te slesso contemplando, il tutto sai; « lueffabil virtù, splendore interno, « Ch'empi ed allumi il benedetto chiostro ; « Sol che riscaldi e infiammi e buoni e rei ; « Tanto più grande all'intelletto nostro, « Immortale, invisibile ed eterno, a Quanto che , non compreso, il tutto sei- ». Di Lodovico Palerno Napoletano. Venezia. « Costei che scalza pescatrìce un giorno a Per fuggir servitole, in grembo a Teti a Sotto povere canne ebbe soggiorno, a E in quest'acque trattò l'amo e le reti ; a Fatta poi grande a tutti i mari intorno a L'ali spiegò dì fulminanti abeti, a E far li vide a' lidi suoi ritorno « Di barbariche spoglie onusti e lieti. a Nè saggia in pace men che forte in guerra, D'Astrea seguendo le santissim'arti , o Quinci il mar moderò, quinci la terra. <• Or più quella non è. Di tante glorie a Altro, Donna Rea! (4), non può mostrarti a Che i prischi fasti in logri marmi e in storie ». Del Card. Monico Patriarca di Venezia. M) Per l'ingresso in Venezia della vice-regina del Regno Lombardo- Veneto. Di ].Ii:c-"J DI RETTO RICA 371 Sonetto Epico. A Carlo V. Di sostener, qual nuovo Atlante, il mondo « 11 magnanimo Carlo era già stanco: « Vinto ho, dicea , genti non viste unquanco, a Corso la terra, e corso il mar profondo: Fatto il gran re de' Traci a me secondo; a Preso e domalo l'Affrica no e '1 Franco ; « Sopposlo al ciel l'omero destro e '1 manco, a Portando il peso a cui debbo esser pondo. Quinci al fratel rivolto, al figlio quindi: * Tuo l'alto imperio, dice, e tua la prisca « Podestà sia sovra Germania e Roma. E tu sostien l'ereditaria soma « Di tanti regni, e sia monarca agi' Indi; « E quel che fra voi parto, amore unisca ». Di Torquato Tasso. Sonetto Drammatico. La Purificazione di Maria Vergine, Io noi vedrò, poiché il cangiato aspetto b E la vita che sento venir meno « Mi diparte dal dolce aere sereno, « Nè mi riserha al sanguinoso obbietto : Ma tu, Donna, il vedrai questo diletto a Figlio che stringi vezzeggiando al seno, a D'onte, di strazj e d'amarezza pieno, « Spieiatamente lacerato il petto. Che fia allor, che fia, quando tal fruito « Còrrai dall'arbor sospirata? Oh quanto t Si prepara per le dolore e lutto! Così, largo versando amaro pianto, « II buon vecchio dicea. Con ciglio asciutto « Maria si stava ad ascoltarlo intanto ». Di Quirlco Bossi. DigitizGd byCciogle 37S DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI Sonetto Elegiaco. Per morte di madonna Laura. n Che fai? che pensi ? che pur dietro guardi 0 Nel tempo che tornar non punte ornai , « Anima sconsolata, che pur vai « Grugnendo legne al foco ove tu ardi? « Le soavi parole e i dolci sguardi , a Che ad un ad un descritti e dipint'hai, « Son levati da terra, ed è, ben sai, « Qui ricercarli intempestivo e tardi. « Deh! non rinnovellar quel che n'ancide, « Non seguir più pensier vago fallace, n Ma saldo e certo, che a buon fin ne guide. a Cerchiamo il ciel, se qui nulla ne piace; 1 Che mal per noi quella bella si vide, « Se viva e morta ne dovea tor pace ». Di Francesco Petrarca. Nonotto Anacreontico. * Scioglie Eurilla dal lido. Io corro, e stolto " Grido all'onde : che fate? una risponde : « Io che la prima ho il tuo bel nume accolto, « Graia di si bel don bacio le sponde. « Dimando all'altra : Allor che il pin fu sciolto e Mostrò le luci al dipartir gioconde? e E l'altra dice : Anzi serena il volto « Fece tacer il vento e rider l'onde. « Viene un'altra e m'afferma: Or la vid'io « Empier dì gelosia le ninfe algose, « Mentre sul mare i suoi begli occhi aprio. o Dico a questa: E per me nulla t'impose? » Disse almen la crudel di dirmi, addio? « Passò l'onda villana, e non rispose s. Di Carlo Maria Maggi.  «oiie* lo Allegorica. SuW Italia. Lungi vedete il torbido torrente « Ch'urta i ripari, e le campagne inonda, « E, delle stragi altrui gonfio e crescente, « Torce sui vostri campi i sassi e l'onda. E pur altri di voi sta negligente « Su i disarmati lidi, altri il seconda, « Sperando che in passar l'onda nocente « Qualche sterpo s'accresca alla sua sponda. Apprestategli pur la spiaggia amica ; « Tosto piena infedel fla che vi guasti « I nuovi acquisti, e poi la riva antica. Or che oppor si dovrìan saldi contrasti, « Accusando si sta sorte nimica: « Par che nel mal comune il pianger basti ». Di Carlo Maria Maggi. Sonetto Didascalico. La scuota d'Amore. Lunga è l'arie d'Amor, la vita è breve, « Perigliosa la prova, aspro il cimento, « Difficile il giudizio, e a par del vento « Precipitosa l'occasione e lieve. Siede in la scuola il fiero mastro, e greve « Flagello impugna al crudo uffizio intento; « Non per via del piacer, ma del tormento « Ogni discepol suo vuol che s'alleve. Mesce i premj al castigo, e sempre amari « I premj sono e tra le pene involli, e E tra gli stenti, e sempre scarsi e rari. E pur fiorita è l'empia scuola, e molti « Vi son già vecchi, e pur non v'è chi impari; « Anzi imparano tutti a farsi stolti ». Di Francesco Redi. Monello Epistolare. A Tommaso Stigliani. a. Stigliao , quel canto, onde ad Orfeo simile u Puoi placar l'ombre dello sLigio regno , « Suona tal, che ascoltando ebro ne veguo,_ « Ed aggio ogn'altro e più il mio stesso a vile. » E se autunno risponde ai fior d'aprile, a Come promette il tuo felice ingegno, et Varcherai chiaro, ov'erse Alcide il segno, « Ed alle sponde dell'estrema Tile. a Poggia pur dall'umil vulgo diviso « L'aspro Elicona, a cui se' in guisa appresso, « Che non ti può più il calle esser preciso : « Ivi pende mia cetra ad un cipresso : « Salutala in mio nome, e dalle avviso, a Ch' io son dagli anni e da fortuna oppresso ». Di Torquato Tasso. Sane Ilo Pastorale. t'ultimo voto del Pastore. « Questo candido agnel che ancor dal seno « Materno il latte è di succhiare usato, e E tra i partì novelli il primo è nato, « A te, Nume del ciel, vittima io sveno. « A te, da cui questo mio campo ameno « E questo gregge a custodir m'è dato; <t Gregge che tranquillissimo e beato « Rende il tenor del viver mio sereno. a Ed ecco ei cade o moribondo giace, « Nè mostra già del suo destìn dolore : o Forse vittima tua morir gli piace. « Deh! tu, Signor, come innocente ei muore, a Così, quando sia tempo, i lumi in pace o Fa'che chiuda innocente anco il pastore ». Di Luigi Clasio. Sonetto Satirico. Contra Filippo da Narni. Questa mummia col fiato, in cui natura « L'arte imitò d'un uom di carta pesta, « Che par muover le mani e i piedi a sesta « Per forza d'ingegnosa architettura; Di Filippo da Narni è la figura, « Che non portò giammai scarpa nè vesta « Che fosser nuove, e cappel nuovo in testa; ir E cento mila scudi ha sull'usura. Vedilo col mantel spelalo e rotto a Ch'ei stesso di fil bianco ha ricucito, « È la gonnella del piovano Arlotto. Chi volesse saper di ch'è il vestito « Che già quattordici anni ei porta sotto, « Non troverìa del primo drappo un dito a. Cancheri, e beccafichi magri arrosto, « E mangiar carbonata senza bere: u Essere stracco, e non poter sedere, « Avere il fuoco presso e il vin discosto : Riscuotere a bell'agio, e pagar tosto, a E dare ad altri per avere a avere : « Essere ad una festa, e non vedere, a Di gennaio sudar come d'agosto: Avere un sassolin 'n una scarpetta, « Ed una pulce dentro ad una calza, a Che vada in giù e 'n su per is la (Tetta : Una mano imbrattata, ed una netta : « Una gamba calzata ed una scalza: ft Esser fatto aspettare, ed aver fretta: « Chi piti n'ha , più ne metta, « E conti tutti i dispetti e le doglie, a Che la maggior di tutte 6 l'aver moglie a. Di FraDcesco Borni. Se, come ben osserva Gravina, la poesia è nell'origin sua la scienza delle umane e divine cose, questa verità meglio che altrove , manifesta apparisce nella Divina Commedia d’ALIGHIERI (vedasi), la quale, siccome immensa opera che compone fra loro insieme ad un fine le due vite contem- plativa e civile in atto, è stata con profondità di senno e di dottrina appellata la storia dì tutta quanta l'umanità, e nel tempo e Dell' infinito (2). È prezzo dell'opera adunque , dichiarato quanto era d'uopo intorno alla poesia in generale, dire alcun che della poesia dantesca , secondo il lodevolis- sìmo esempio che prima il Montanari nelle sue aggiunte al Blair, dipoi più ampiamente ne' suoi ammaestramenti il Banalli, con gran senno ne porsero. Laonde restringendoci noi nei termini che alle ragioni del nostro libro convengonsi, esporremo per sommi capi la natura e l'eccellenza del Poema sacro , e la nuova e stupenda esecuzione del gigantesco disegno ; poche parole aggiungeremo in ultimo de'pib distinti imitatori del massimo Poeta. 2. La Commedia di Dante Alighieri, alla quale eziandio i meno benevoli al suo autore non han saputo negare il titolo di divina che le aggiunsero i posteri , è l'opera più sublime dell'umano ingegno, vuoi per la maraviglia dell'in- fo Rag. Post., t. II, §. 4. Discorso di FnAnceac.0 Palbbho , premesso alle itima di Conia AUghitHadi Giannotto Sacchetti , p. ini. Firenze, Tip. Galileiana, 4857. »1  venaione, vuoi per l'arditezza della pittura, e per la forza del colorilo, vuoi infine per la nobiltà e grandezza del con- cetto che trasparisce costante attraverso il velo sublime di sapientissima allegorìa. 3. E innanzi tratto noteremo con quanti si fecero con lungo studio e grande amore a cercare il sublime poema, che questo non appartiene veramente ad alcuno de'noti generi di poesia, ma tutti in sè mirabilmente gli acchiude, di forma che ora assume lo slancio dell'ode, l'epica maestà, il terrore della tragedia , ora è comico , ora è didascalico , piii spesso poi, e quando meno lei pensi, vi senti la iraconda fierezza della satira vendicatrice; laonde il Foscolo esclama : Tale si è il vero carattere di questo lavoro ammirabile: dramma, sermone, satira, epopea ed inno insieme (1). Che se al suo autore piacque d' intitolarla a. Commedia, e' fu, « com'egli stesso diceva , perchè è scritta in umile modo , « e per aver usato il parlar volgare, in cui comunicano i a loro sensi anche le donnicciuole ». 4. Semplice e regolare, quanto maravigliosa , n'è l'or- ditura. Smarritosi il poeta in una selva , ed impedito da tre fiere dì salire al simbolico monte della gloria, s'incon- tra in Virgilio (2) che riconfortatolo lo invita al viaggio de'tre regni eterni , manifestandogli tale essere il decreto di Dio. Fatto da ciò animoso il poeta entra guidato dallo stesso (1) Dante Alighieri e il suo Secolo. [2) Qui ho credulo dovermi attenere alla esposizione comune ; gio- vami però accennare come se ne scosti il Palermo, il quale sollevando alquanto più il velo allegorico , scorge nel Poema, sacro un sistema pro- fondissimo di sapienza sublimemente cristiana. Nell'opera citala, a p. list, e segg. in sostanza et dice: La doltrina d’ALIGHIERI (vedasi), in « profonda altezza intellettuale. rUp'ende ciò nondimeno con l'apparen- ■ za, la quale è tulta una luce di poesia, reflessa nel personaggio alle- ■ goricn di Virgilio che si appalesa a Dante, simbolo della umanità, « alla quale impedita nel suo cammino, e respinta a morte, impro- « mette il racquislo della propria altezza e beatitudine non in naturai ■ modo, ma sovrumano per opera di Beatrice, simbolo della Divina ' Sapienza bea liticante, mercè della quale rigenerala, ritornerebbe n Rinnovellala di novella fronda. Virgilio, che qui simboleggia la sapienza umana, nel regno della moria gente, e passando di cerchio io cerchio ove incontra fra diverse pene peccatori diversi , discende al fonilo ov'è sommerso Lucifero, per i velli del quale salendo passa il centro della terra e riesce all'altro emisfero. Qui egli immagina il monte del Purgatorio distinlo parimente in varj gironi, nei quali diverse anime in diverse guise penano per farsi belle e salire a Dio. In cima al monte è il Paradiso terreslre, sede di liberta e d'innocenza, dove giunta il poeta viene accolto da Beatrice, simbolo della Scien- za divina, e quindi da essa guidalo s'innalza di cielo in cielo fino all'empireo dove contempla « La gloria di Colui che tutlo muove ». (Pur.) Quale e quanta poi sia l'eccellenza del Poema Dan- tesco: « Al quale ha posto mano e cielo e terra s (Pur.) non è facile a dirsi; tanta è la profondità della sapienza , tale il magistero che lutto quanto lo compenelra e l'infor- ma, che l'intelletto vi si smarrisce per la maraviglia, n Di- ti scendere, sono parole di Vincenzo Monti , per un'im- « mensa spirale al centro dell'abisso, e di là spiccare il a volo e salire al santuario de'cieli; innalzarsi dall'estrema a miseria alla suprema beatitudine, percorrendo la doppia a slrada infinita de'vizj e delle virtù; abbracciare il tem- « po e l'eternità ; dipingere con sicuro pennello l'uomo e « Dio, quale ardilo disegno! qual vigore dì fantasia per a immaginarlo ! qual pienezza di sapere e d' ingegno per n'eseguirlo! s (1). 6. E nulla mancò al suo autore; e primieramente un portentoso carattere originale può dirsene il pregio sovra- ni 1 Poeli Aprimi secoli, Pausa IH, se. no. L'Alighieri una nuova gran tela si svolse dinanzi ove penneileggiò a gran traili le visibili ed invisibili cose; ri- trasse popoli e nazioni, eroi d'ogni eia e d'ogni gente, re, imperatori e pontefici; dove le tetre ombre d'abisso fanno mirabil contrasto coi celestiali splendori dei santi. E pieno il peno di quello spirilo che tolse dulie sacre carte ,e priucipaluienle dai Profeti, rese quasi direi tribu- tarie al suo grandioso concetto e la teologia , e la filosofia, e l'astronomia, e la fisica , e la storia, e la tradizione, e la favola, e gli stessi idiomi de'popoli, meulrechè delia lin- gua e poesia nazionale faceasi creatore. Il suo divino poema, per la fantasia e per l'affetto può dirsi l'enciclopedia della mente e del cuore; esso e una gran piramide la quale com- prendendo scienza, patria e religione tiene sulla terra la base e colla punta s'inciela fino al trono di Dio. Il fine, nobi- lissimo del poeta, checché ne dicano taluni che non sanno o non vogliono ravvisarvelo, è morale nel trionfo della vir- tù, politico nelle aspirazioni alla grandezza d'Italia, religioso nella esaltazione della idea cattolica (1). 7. A un disegno si vasto ed ardito ben si conveniva una non meno grandiosa e franca esecuzione; nella quale lungi dal venir meno la lena al poeta , quanto più avanza, più ingagliardisce. Fattosi ei primo attore del mirabile dram- ma in compagnia prima di Virgilio, poi di Beatrice , s'ag- gira pei tre regni della vita futura, e nel suo fatale viag- gio imprende ad interrogare gli uomini più celebri d'ogni età, e in ispecial modo i contemporanei; e così porge a sè stesso il destro ora di scolpire come in diamante i grandi avvenimenti, massime dell'età sua , ora di ritrarre al vivo i caratteri di quei che grandi virtù ebbero o grandi vizj, MI • La dottrina cattolica o maestosa, celata principalmente nel a Poema , è Iddio verace fina all'amor dell'uomo, fattosi all'anima ma- • nifesto nel sentimento, essere da cercare con l'intelletto : in questo ■ la salvezza del Cristianesimo, l'appetito razionale signoreggiante , « armonizzati! cosi la ragione e la fede, il sapere e le opere, il tempo ■ e l'eterno : in questo la pace quaggiù nel mondo e la immortale « beatitudine. Paiehbo, Appendici all'Op. Cit. , p. m. Tip. Gali- . leìana 4 SOS ». imprimendo loro in fronte con sicuro ardimento nota dì lode o d'infamia immortale; ora di prorompere in generose ed acerbe apostrofi contro i mali d'Italia e i loro autori; ora di richiamare in sul retto cammino le traviate italiche genti. Fattosi quasi interprete dell'eterna Giustizia , pesa sovr'equa lance vizj e virtù, e inflessibile quanto imparziale, siccome comparte ad ogui virtù il debito premio, cosi ha per ogni vizio adeguato gastigo; anzi vi è siffatta convenienza tra la colpa e la pena , che come dice egli medesimo, vi si os- serva ben lo contrappasso [Inf.); laonde a ragione fu detto il poeta della rettitudine (\). Finalmente dotto in divinità non meno che in filosofia, su questa al pari che su quella disputa e ragiona , e per entro alle sue brevi sentenze ritrovi i germi di quel vero, di quel buono e di quel bello onde crebbe e si diffuse per tutta quanta l'Eu- ropa l'italica civiltà! 8. E se alla vera perfezione delle opere dell'arte neces- sariamente richiedesi, come diceva Michela ngiolo, « Che la mano obbedisca all'intelletto », e questo mirabile accordo si pare in tutta la sua potenza tra il gran concetto dantesco e la sua estrinseca forma. Lo stile di Dante è d'ogni genere come il suo poema; nobile, maestoso e bene spesso sublime nelle parti epiche e liriche, pietoso e terribile nelle tragiche, festivo nelle comiche, acre e veemente nelle satiriche, piano e trasparente per quanto lo consentono le materie , nelle didascaliche ; poetico sempre, siccome colui che da Virgilio aveva appreso la sobrietà delle cose e delle parole , la evidenza e felice brevità dell'espres- sione; anzi dirò meglio col Monti, vi appreso l'arte di vestire poeticamente i concetti, « l'arte di esprimere con decoro e (1] Perticar!, Apologia di Dante. (2] « Quella civiltà che stupenda nel suo Ideale, e sotto il bello e " le allegorie del gran - Poema, che miracolo di bellezza , profondo ■ tesoro di verilà, fu viln e perfezione ai popoli tutti e por Ogni tem- « po ». Palermo , Discorso cit. , p. czxu. o veracità idee le più schive d'ogni fiore di favella: arte a princip.il issi ra a. senza la quale la poesia non è ebe misera >< prosa (I) e; ond'ei bea polè dire: a Lo bello stile che m'ha fallo onore ». 9. Lungo poi sarebbe a dirsi di quali splendidi artifici ornò e colorì il suo magnifico quadro, dove tutto ha rilievo, anima e vita. Congiungendo mirabilmente insieme con isva- riata armonia la semplicità e l'eleganza, la forza e la dol- cezza, si fe'crealore di una forma poetica nuova ed origi- nale , e a suo talento padroneggiando la lingua ora ne trasse gemiti d'amore, fulmini d'ira e onda di celeste melodia; ora ne compose modi ed espressioni di si pittoresca evidenza, che nulla invidia al sicuro pennello di Michelangelo; laonde il Foscolo diceva bastare all'Alighieri un solo tratto per dipingere un uomo, un solo colore a rammentare un fat- to (2). Se tu, quando ci dipinge Farinata (3), Capaneo (i), Ugolino (5), Lucifero (6) ed altri siffatti, vi riscontri la fie- rezza del terribile Buonarroti, nella dipintura di Francesca (71, di Pia de'Tolomei, di Matilde, di Beatrice HO) e degli Angeli, vi senti spirare la semplicità di Gioito e la grazia di Raffaello. Originale nelle similitudini, vero nelle descrizioni, nuovo nelle perifrasi, maraviglioso nella slessa arditezza delle metafore, spande ovunque un'inesau- ribile vena d'ingegno poetico, e con tal magia di colorilo (1) Loc. cit. P. Iti. S. II. ;2 Ounle Aligh. e il suo »ec. (3 I»f.,C. X. (4; Inf., . (5, Inf., . («| Inf., . [li Inf., C. V. I8i i'urg . C. V. (9. Purg, . [iO, Inf., G. II. Parg.. Farad, passim. MI) Inf., C. IX-, Pura. C. Il, IX. Parad. jwiwim.  che li sorprende e t'incacia. Adorna poi di si eletti fiorile cose pi ii aride e scabre, che noa ti appaion più quelle. 10. A conferma delle quali cose, e massimamente ad esempio dei giovanetti , vorrei qui riportare alcuni di quei modi originali e pittoreschi onde la poesia dantesca si stu- pendamente s'abbclla ; se non che sapendo che l'Alfieri ed altri studiosissimi della Divina Commedia propostisi di no- tarne le principali bellezze, giunti al termine s'avvidero d'avere quasi ogni verso ed ogni frase segnato, temo di non sapere fra tanta dovizia scegliere fior da flore, per comporne un mazzetto de' più rari ed olezzanti. Tuttavia mi studierò d'andare qua e Ih raccogliendone alcuni, persuaso che quale che sia, non sarà mai opera vana. Altrove accennammo (1) che il poeta ricorda in 72 modi DIO, tra'quali per la profonda sapienza mi sembra notabile il seguente : « Nel Vero in che si queta ogn' intelletto » (Par. C. XXVill). Quanto bene chiama il Vangelo « La verità che tanto ci sublima ! s (Por. C. XXII). E giusto più che non sembra è il dire del Paradiso <i Là dove agi' innocenti si risponde » ( Purg.). Qual'idea più sublime potea dar di Lucifero, che chia- mandolo a Il primo superbo « Che fu la somma d'ogni creatura ? » {Par.). W Par. I. C. Il, art 1.  Ecco nuova e gentile definizione dell'uomo : « La creatura ch'ha intelletto ed amore a [Par c. I, ). Ne chiama poi l'anima l'angelica farfalla (Purg. C. X); la vita , picciola vigilia de'sensi (Inf.). Quanto chiara idea dà della Teologia, ove la dice: « Lume tra'l vero e l'intelletto ! » {Purg. C. VI ). Giusta quanto poetica è la frase onde definisce la contrizione « Il buon dolor che a Dio ne rimarita ». (Purg.). Bel modo è pure il seguente ove parla del poeta : « Il nome che più dura e più: onora ». { Purg.). Chiama la incolpata coscienza « La buona compagnia che l'uom francheggia « Sotto l'usbergo del sentirsi pura ». [taf, ). VeWesperienza dice con tanta verità e bellezza (f Ch'esser suol fonte a'rivi di vostr'arte ». (Par. C. ■ Chiama egregiamente il sole ' a II ministro maggior della natura ». (Par. C.X.). Con quanta poesia ed evidenza a un tempo non descrive il raggio riflesso ? 'i « E sì come secondo raggio suole a Uscir del primo, e risalire insuso, « Pur come peregria che tornar vuole ». (ftr. 0. 1). E parimente il fulmine : a Come fuoco di nube si disserra « Per dilatarsi s\ che non vi cape , « E fuor di sua natura in giù s'atterra ». (•ibi, C. XXVlllj. Ed anche dalla mitologia sa trarre le sue bellezze ; ed ecco che descrive l'ora di mezzogiorno, dicendo: o Vedi ebe torna a Dal servizio del di l'ancella sesta ». < Pwg, C. XII ). Cosi chiama VEclittica « La strada « La qual nou seppe carreggiar Feton ». (K C. IV). E parimente ove dice : * Certo non si scotea si forte Delo a Pria che Latona in lei facesse 'I nido « A partorir li due occhi del cielo. E parlando della Luna e della sua corona , o alone , dice : « Trivla ride tra le Ninfe eterne » [Par.).   « In quei colori « Onde fa l'arco il sole e Delia il cinto ». (Purg. c. XXIX i. Traendo una comparazione dall'Eco, pur dice: « A guisa del parlar di quella vaga « Che amor consunse , come sol vapore ». I Par. C. X ì. Ed altre mille di simil natura. Vedasi altresì di quanta gra- zia originale sono i modi seguenti : a Sicché il piè fermo sempre era il più basso ». ( hf. C. l ). « Io son colui che tenni ambo le chiavi a Del cor di Federico. » [ lui c. XIII ). a Che con gli occhi e col naso facea zuffa. * Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe, « Questi non vide mai l'ultima sera ». (Pur?. C. i). « Mentre che la speranza ha fior di verde ». ( Ivi c. III). a Quand' io che meco avea di quel d'Adamo ». ( Ivi C. IX ). n E quanto l'occhio mio potea trar d'ale ». {Ivi C. X|.  a Senz'arme n'esce, e solo con la lancia « Con la qual giostrò Giuda » [foie. XX}! a . .- Coloro a Che questo tempo chiameranno antico a (1) [Par. C. XVII ). Oltre a ciò notisi quanto enfaticamente usa in grembo a Dio per dire in chiesa ; con quanta novità e giustezza chiama mal seme d'Adamo i cattivi ; morire neW ira di Dio, cioè nel peccalo; mal dare e mal tenere, la prodigalità e l'avarìzia; uomo di sangue e di corrucci, un violento e rissoso; carro della luce, il sole; i buoni sospiri, il pentimento; visibile par- lare, la scultura e la pittura; l'accusa del peccato, il ros- sore; il ver primo che l'uom crede, l'assioma ; l'uomo che non nacque, Adamo; In specchio di Narciso, l'acqua ; il bel nido di Leda, i Gemini ; e cosi d'altri infiniti. Finalmente non meno s'ammira in Dante l'originale bel- lezza delle comparazioni ; il perchè sembrami conveniente al proposito nostro darne così di passata un breve saggio. E pretermettendo le più celebrate, come quella del nau- frago {Inf. C. I), dei fioretti (C. II) dell'uragano e delle rane, dello stizzo, àeU'arsenal di Venezia, del villanella, dei colombi (Purg. C. II), delle pecorelle ( C. IH ) , del giuoco della zara ( C. VI ) , del (1) A questi esempj piacemi d'aggiungere il seguente : ■ Fidandomi del tuo parlare onesto ■ Che onora te e quei che udito I' hanno ». [Inf. C. il). A me pare che il poeti qui accenni in modo novissimo l'onore che Vir- gilio reco a jé, all'era sua ed alla patria ; laonde anche Sordello lo saluta «0 pregio eterno dal loco ond' io fui » {Purg. C. VII). Questa interpretazione , non so se data da altri, la terrei per molto sem- plice e nalurale, e mi vi conferma il verbo : che odilo VhannO. La pongo innanti agli studiosi del poeta, così senza pretensione, e solo per araoro delle cose dantesche. □igifeed t>y  montanaro), dell'orologio ( Par.}, dell'arcoba- leno {G. XI( ), dell'augello (C. XX}, del roffjio, ed altre non poche , riporterò le seguenti. « Con quel furore e con quella tempesta « Ch'escono i cani addosso al poverello , a Che di subito chiede ove s'arresta. l/n/. C. XXI). " Come il ramarro sotto la gran fersa « De 'di canicular, cangiando siepe « Folgore pare, se la via attraversa ». [lai, ). h E come a messaggier che porta olivo Tragge la genie per udir novella , a E di calcar nessun si mostra schivo IPurjf. CU). Maggiore aperta mille volte impruna « Con una forcalella di sue spine L'uora della villa , quando l'uva imbruna. (lui, G. IV). « Cos\ li ciechi a cui la roba falla « Stanno a'perdoni a chieder lor bisogna, * E l'uno il capo sopra l'altro avvalla. « Quali i fanciulli vergognando muti, n Con gli occhi a terra , stannosi ascoltando . « E sè riconoscendo e ripentuti ». {lei,). « Qual lodoletta che in aere si spazia « Prima cantando , e poi tace contenta a Dell'ultima dolcezza che la sazia ». (Pai-.,  » E come a buon canto r buon citarista a Fa seguitar lo guizzo della corda , « In che più di piacer lo canto acquista. « Come la fronda che flette' la cima « Nel transito del vento , e poi si leva « Per la propria virtù che la sublima n. ( lui , I (, « La cieca cupidigia che v'ammalia , <! Simili Tatti v'ha al fantolino « Che muor di fame , e caccia via la balia ». < lui , C. XXX). E qui basti ; chè invaghito del bel tema , nel quale di leggieri riusciremmo infiniti, temo d'aver forse valicati i propostimi confini ; di che mi scusi l'amore per il sacro Poema. Contuttociò queste poche bellezze che ira le altre mille mi venne fatto di irascegliere , mi sembrano pur suf- ficienti a pienamente chiarire che alla grandiosa tela del poeta non mancò quella vigorosa vivezza di colorito che ben si richiedeva. Se non che meglio d'ogni rellorica analisi varrà a dimostrare della Divina Commedia l'altezza del concetto e l'eccellenza della esecuzione , il profondo studio di essa ; per il che si farà manifesto , come già notava il Gravina , esser l'Alighieri giunto a sì alto segno d'intendere e di profferire , perchè egli dedusse la sua scienza dalla cognizione delle cose divine , in cui le naturali , e le umane e civili, come in terso cristallo riflettono (1). i 1 . Data cosi un' idea generale del poema dantesco , gio- verà riferire succintamente ciò che in vari, tempi ne pen- sarono certi accigliati aristarchi. Taccio di quei di fuori, i quali chiamarono la Divina Commedia un'amplificazione stu- pidamente barbara (Voltaire) , un'assurda rapsodia (La Harpe), e a' di nostri, una gazzetta ove per nove decimi non è che Hj Rag. Poe/., I. DI RETTOBICA grossolana trivialità e cinismo (Lamarline). A'quali giudizj fu gin debitamente risposto o col silenzio o col riso. Solo diremo de'nostrani, e per tacermi di quel Cecco d'Ascoli, coetaneo dei poeta , che osò con stolta malignità sparlare della Divina Commedia nel suo poema l'Acerba (1), ornai dimen- ticalo, non che di altri del pari oscuri, mi duole di dover citare tra ì censori dell'Alighieri l'illustre Tiraboschi, il quale dopo aver lodato in esso l'elevatezza dell'ingegno e la viva- cità della fantasia , lo appunta d'inverisìmiglianza , dì lan- guore, di durezza per voci aspre e rime sforzate, benché di queste, discreto com'è, lo scusi per la ragione dei tempi (2). Anche il Barelli, uomo peraltro d'ingegno aculo e sagace, avea sentenziato essere la Divina Commedia ornai divenuta oscura , nojosa e seccantissima , da richiedere nel lettore buona dose di risolutezza e di pazienza;. Bettinelli, celebre per la trista fama delle Lettere Pseudo-virgiliane, chiama il poela duro , rugginoso , strano , vacuo , e che se ti prende talora la mente, non ti tocca il cuore. E lo. cre- do , quando siamo avvezzi alle sdolcinate smancerie dell'Ar- cadia. Finalmente anche l'autore della Storia Universale ricanta la trita accusa d'oscurità, di locuzioni stentale ed improprie, di voci e frasi ìuzeppale per la rima, e cose altre siffatte [*). 42. Ed a questi archimandriti pochi altri, de' quali è bello il lacere, tennero bordone; perocché in ogni elà , ri- peterò col Palermo, infinito è il numero degl'insensati cui piace chiamar tenebra il sole, ed a'quali non altro è da dire che: oh! veri ciechi! Nulladimeno con tutta questa bat- taglia Dante sì rimase, dirò col Gozzi, in piede saldo e gagliardo sempre più, e ha viso di durare, finche ci sarà sapore di buone lettere. Alle censure del Bettinelli nulla dirò, che il giudizio dell'Italia pesa grave sovr'esso, è già (11 Tira»., Star, della Letter., Voi. V, p. [, lib. II, § XVIII. R] Slor. della Lettor. Hai., Lib. Ili , C. Il, g. 9.  Frusta letler., T. Ili , p. *1 (4 Cahto, Star. Unìvers., Voi. XIII. (5,. Difesa di Datile, Prof. buon tempo. Alle alire risponderò brevemente altresì col- l'autorità di non men gravi autori. E primieramente cade l'accusa d'inverisimiglianza , ammessa come poeticamente vera la prodigiosa visione del poeta. L'oscurità che riscon- trasi nel poema sacro, è men colpa del suo cantore, che del tempo che sopra vi è corso, e forse è anche colpa di noi, come riflette l'Ozanam studiosissimo di Dante , dicendo: Noi moviamo lamento della oscurità, quando avremmo a lagnarci della debolezza della nostra vista (1), perchè forse, come Io stesso poeta n'avvisava (Gonv. Ili, 6), viviamo in tanta cechita, non levando gli occhi suso a queste cose, e piuttosto tenendoli fisi nel fango della nostra stoltezza. E di- fatto della popolarità del poema , argomento non dubbio di chiarezza, fanno bella testimonianza le due graziose novelle del Fabbro e àeW'Asinajo, narrate dal trecentista Franco Sac- chetti. Spiacenti che al Barelli debba rispondere per me il (edesco Enrico Leo , il quale nella sua Storia d'Italia lasciò scritto: a Quegli a cui la lettura di Danle può venire in a fastidio, si mostra manifestamente incapace d'intenderlo »; e il nostro Borghini aveva già detto: « In Danto ò spasso <i e diletto per ogni sorte d' uomini, e può ogni idiota pas- o sarvt il suo tempo gentilmente, e sudarvi ugui eccel- li lente ingegno Perocché la sua |>oesÌa ha bellezza e hon- « la e. Finalmente se alle delicate orecchie dei moderni il verso e la frase dantesca suonano talora duri, aspri o sten- tati , questo pure è da attribuirsi ai tempi ed ai cangiamenti ordioarj alle lingue, cssemWhè cene voci, specialmente di nomi proprj, e molle desinenze di verbi e di plurali, ora dismesse o ammollite, erano allora d'uso comune, come riscontrasi nelle cronache del Villani , e come il valoroso Nannucci ha nella sua faticosa opera filologica ampiamente dimostrato. L'accusa poi d'improprietà lanciala da un lom- bardo del secolo XIX a Danle fiorentino , ha un non so che di strano, quando sappiamo dal poeta stesso che il bello stile aveagli giò fatto onore ; e quando leggiamo ne! Villani che l'Aligheri fu nobilissimo dicitore, in rima sommo, o che (li Origine della Divina Commedia. DI RETTORICA 39! scrisse col più pulito e bello stile che mai fosse in nostra lingua al suo tempo e più innanzi (1) ; nè so comprendere come uno stile inzeppato di locuzioni stentate e di voci improprie possa da senno chiamarsi bello e pulito. Conchiu- diamo piuttosto col Mazzoni e col Segni , che se dure e acerbe pajono alcune voci del poeta a quanti non hanno contratto con esso fratellanza e consuetudine , si lo tengano essi mollo per mano, finché divenga loro amico e dome- stico, e lo troveranno chiaro e dolcissimo (2) ; essendoché, come aggiunge il Monti (3) , la sua poesia tieu mollo di quelle piante che hanno amara la radice e dolcissimo il frutto. 13. Non ultima fra le ragioni delle patrie speranze è, dice il Balbo , il veder redivivo il culto e Io studio dell'Ali- ghieri (4) , conciossiachè sia impossibile con esso sentire , operare, scrivere e parlare bassamente e fiaccamente. E l'età nostra, la Diomercè, mostrasi sovra d'ogni altra profon- damente studiosa del poema divino. Restauratori della bella scuola furono il Gravina, il Gozzi , il Varano, l'Alfieri , il Lagrangia , il Dionisi , il Foscolo, il Cesari, il Monti, il Perticar] , il Niccolini ed altri valentuomini , che cogli scrit- ti, coll'esempio e colla voce ridestarono nei petti italiani l'amore per l'altissimo poeta. 4 4. E per finire interamente il compilo nostro, giova qui brevemente discorrere de' suoi imitatori, affinchè resti per l'esempio altrui dimostralo qual via più sicura tener si debba nello studio e nella imitazione della poesia Dantesca. Siccome fonte inesausta fu pei pittori ed i poeti Omero , cosi Dante; e siccome Fidia in quello inspiravasi, cosi Michelan- gelo in questo. Dicasi Io stesso di Virgilio e degli altri anti- chi per il primo , dell'Ariosto , del Tasso e d'altri eccellenti italiani per il secondo. Quale studio però conviene si fac- cia sul poema Dantesco a bene imitarlo , il Montanari  Cron. Fior., . (fcj Uiuikini, Vita di Dante. (3) Op. CU., Pausa 111, S. 2. (4) Pila di Dante, Lib. C. I. ottimamente lo 'insegna: come Dante ha imitato Virgilio e non altrimenti (1). Imperocché lungi dall'artifìcio della bella imitazione andrebbe colui che affettasse di ritrarne nella sua poesia a mo'di centone e frasi e versi e immagini e concetti; peggio ancora se andasse studiosamente ricer- cando quegli arcaismi, quelle asprezze, quella cerl'ombra d'oscurità che pur talora s' incontrano nel sacro Poema , colpa, come si disse, de'tempi, non del suo autore. Non in queste quisquilie , non nelle visioni , non nelle discese oltra- mondtali soltanto consiste la vera imitazione dantesca , ma sibbene nello spirilo delle sue creazioni, nell'altezza de'con- cetti e del fine, nella grandiosità del disegno, nella sobrietà delle cose e delle parole, nel cogliere nel vero suo bello la natura, nel colorire poeticamente e con una cert'aria ori- ginale tutto quello che fa di mestieri ritrarre, e soprattutto nel sentimento profondo d'un affetto vivo e reale, acciocché si possa col Poeta ripetere « Io mi son un che, quando a Amore spira, noto, ed a quel modo a Che delta dentro, vo significando ». iPurg. , ). 15. Tale pertanto essendo la vera imitazione del gran poema, come polrem dire col Barelli avere il Frezzi nel suo Quadriregio una buona quantità di terzine che sono sputate dantesche (2), quando non avvi che un'affettata asprezza di verso? Più felice imitatore apparve il Monti nelle sue celebri cantiche per la morte del Basville e del Masche- roni ; ma come ben nota il Balbo, l'imitazione non fu che esterna; nella forma sola e nelle immagini (3). Quella imi- tazione intrinseca che ne forma quasi il midollo, e che lungi dal tarpare le ali dell'ingegno, le ingrandisce e le afforza , sta nel gran segreto di quell'arte che tulio fa e nulla  Agg. al Blair, P. HI, .  Frutta Leti. V. I. Vita dì Dante, . C. il. DI RETTORICA  si scuopre, quale appunto si fu quella che adoperarono imitando il poeta e l'Ariosto e il Tasso nella verità e vivezza del colorito , il Davanzali nella nervosa breviloquenza , l'Alfieri e il Foscolo nella robustezza dei concetti e nella energia della espressione, il Varano nella grandezza delle sentenze e nella sublimità delle immagini, Giovanni Marchet- ti nella dipintura dei caratteri o nella numerosa sostenu- tezza del verso, il Niccolini nell'intendimento civile; tutti più o meno nello splendore poetico e nella convenienza ed armonia delle partì. Alle quali cose tutte ponendo mente nello studio dell'Alighieri coloro che poetando sei faranno duce e maestro, non più l'Italia udrà canti piangolosi, o aerei , ma vedrà mercè loro riposta in seggio qual magna- nima regina, la Poesia nazionale, sola atta a ritemprare ad alti sensi ed affetti gli spiriti. E concludendo , piacemi coli' illustre Palermo ripetere : « Sopra Danto e il Petrarca « sappia la nazione italiana addirizzar degnamente le let- ti: ture, gli ordini e dello scibile e della vita (1) a; con- gi ungendo in bel nodo d'amore sapienza e virtute, fine san- tissimo dell' immortale Poema che per più anni fe' macro quel Divino, al quale e l'Italia e il mondo debbono reve- renti ripetere: « Tu se' lo mio maestro e il mio autore n. (li jpp. e». Ai Giovanetti studiasi .. l . nella Elocuglnim . Prilla purità Della proprietà Dalla chiarezza – H. P. Grice, Desideratum of conversational clarity: ‘be perspicuous’ (sic) --- - .» l£ 4. Dulia forza Dell'armonia Pel UatWMffiS nguralo Dei traslali lìnlla mel.nfnra Della metonimia, dell'antonomasia 9 dall'epiteto Pelli sineddoche Della iperboli Dalla perifrasi Dell'allegri.! e lidi' eui-ma Delle figure Del pleonasmo e dell'ellissi Del polisindeto e dell'asindeto Della sinonimia 0 della zeugma ed opo- zeugma Dell'isoeolon, dei pariflnienli, dei pari- consonanti e della paronomasia . t. !)m'I' . .in; mutiline o sinv.lìludmo . Pag. 51 2 Dell'esempl o - Del l'ani ilei n del parallelo Della ripeiitiooe ° 5. Dulia gradazione e della congerie Del dialogismo □ sermoni! azione Della ioterrognzione e del soggiungi- ^ ti. Deilp <:omunicaziooe Della correzione Della sospensione " ™ (2. Della relicenza Della preornipaziooe Delia concessione Delia preieuziooe Ivi Ili Della preghiera Della Interazione Della esclamazione a dell'epifooeojs Dell'enfasi Dell'impossibile Delia ipotlposi » i*. 22. Dei'.a per so n : fica z ione Dellapustiofe Della vislooe De'i'srcuiDoiaiione Boll» «legane» Dello attle » 88 4. Dello siile nobile Dello siile severo Dello sfilo focile Dello siile gajo n del melanconico Dello stile scberzenole Dello «me diffuso e conciso Della perspii-ullì Del decoro Della Invenzione. Caf. I. Del componimenti la prosa di ge- nere umile. 4. Della favola Polla lettera Del dialogo e dell’implicatura conversazionale – H. P. Grice --. . » Ufl Del campo ni menti la prona di ge- nere mcuBno. Del dialogo e dell’implicatura conversazionale – H. P. Grice -- Del ragionamento Del discorso accademico Della lezione cattedratica Del Imitato Della novella e del racconto Del romanzo Del componimenti In pronti di ge- Sezionc I. - Storia. Origine e progressi della sloria . (Juicio e doti della storia Delle varie specie della storia Della Iscrizione. Oratoria. Dello eloougnsa ingeneralo v\. Il - Ondine, f prntjresii <!eM oratoria Delloraloria iti generale Della invenzione Della dispostone Dell' esordio e della proposiziona Dalla riimrnlrflT.mnn Della perorazion e fi Della elocuzione ^oratoria Della memoria Dell'aziono Dell'oratoria in particolare Dell'eloquenza sacra [At Oxford, M. M. Warner did this for me!” – H. P. Grice]. . o ivJ h. Delia predica Del panegirico Dall'orazion funebre Dell'omelie, delle lezioni scritturali e calech' aliene Del l'eloquenza pari a ine alari a a Dell'eloquenza forense Dell* Poesu. /n frodai imi e. 1. QriRinn e p rogressi della poesia Nniont della poesia polle transizioni Del metro Del classici e dei romantici Della pocal» linea Dalia lirica tacra Dulia lirica arnica Della lirica morate Della lirica melica o erotica, ed elegiaca. Delibile Delta canzone petrarchesca Della eieg<a Dell'anacreontica Della ballala, delia romanza e del ma : drlgaie Dei djtiraoibo Della pocal» epha. Delia epica (atra; » Dell'inno epico Dui poema sacro Dell'epica eroica Del » ivi g. Della favola Del costume Degli affetti Dello stile Poeti eroici Dei poemetti e delle novelle Dell'epica romanzesca Della poesia drammatico Della tragedia Del subbiello a Della favola Del costume Degli afTetli Dello stile Poeti tragici Della commedia Del subbietto Della favola Del costume Degli affetti Dello stile Della tragicommedia Della farsa Del melodramma Delia poesia pastorale Dell'idillio o egloga » 330 2. Del dramma pastorale Bella poeala didascalica Del poema didascalico Della satira Origina e progressi della satira Avvertenza intorno ai modi della satira Dell'epigramma Del sermone e dell'epistola Della notielia e delia favola Della pnesio giocosa Dei sonelio Bella Divina Commedia, Nome compiuto: P. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e P.,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Peisicrate: la ragione conversazionale della diaspora di Crotone – Roma – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean, cited by Giamblico. Grice: “Cicerone spells this Pisicrate, since he finds that dipthongs are un-Roman!” -- Peisicrate.

 

Luigi Speranza -- Grice e Peisirrodo: la ragione conversazionale della diaspora di Crotone – Roma – filosofia pugliese. filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean cited by Giamblico. Grice: “Cicerone spells this Pesirrodo, since he says that dipthongs are un-Roman!” -- Peisirrodo.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pelacani: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Parma -- filosofia emiliana --  filosofia italiana – Luigi Speranza  (Parma). Filosofo italiano. Parma, Emilia-Romagna. Grice: “At Oxford, Strawson used to confuse Pelacani with Pelacani!”. Lettore (Grice: “reader or lecturer?”) a Bologna, divenne consigliere di Visconti.  In questa veste si trova più volte coinvolto in processi per eresia montati da Giovanni XXII per gettare nella polvere il Visconti. Grande commentatore di Avicenna e Galeno. Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia. Saggi: “Circa intellectum possibilem et agentem”; “De unitate intellectus”; Utrum primum principium sive deus ipse sit potentie infinite”; “De generatione et corruptione"; “Questiones super tre metheorum.” Antonio Pelacani. Pelacani. Keywords: passivo/attivo; non-agens/agens. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pelacani” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pelacani: la ragione conversazionale, la dialettica, e l’implicatura conversazionale – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Noceto). Filosofo italiano. Noceto, Parma, Emilia-Romagna. Grice: “Some like Pelacani, but Pelacani’s MY man.” Dottore diabolico. Grice: “I would call him a philosophical grammarian; he considers the topic of ‘meaning,’ ‘significatio,’ and agrees with me that ANYTHING can signify, a handwave, etc – hardly just ‘vox’! He is especially interested in ‘significatio naturaliter,’ which he explains, er, naturally. He deals with the concepts expressed by the different parts of speech – adverbs, etc. – and disapproves of the idea that the ‘arts’ of language are ’scientia.’ He saw himself, as I do, as a PHILOSOPHER, and would consider everything related to the language used by philosophers as PRO-PEDEUTIC --. Parente di Antonio P. Della sua medesima casata un altro filosofo. Frequenta la facoltà artium philosophie a Pavia, dove, come titolare della cattedra di magister philosophie et logice, delegato dal vescovo, diploma in arti un certo Bossi. Insegna a Bologna e Padova. Contesta molte regole della meccanica del LIZIO e sostenne l'applicazione di strumenti matematici per sostituire le regole obsolete. In particolare conduce studi sull'ottica nelle Quæstiones de perspectiva. Nel saggio De ponderibus si occupa di statica ed elabora in De proportionis una teoria del vuoto che si contrappone alle tesi del continuo dei fisici del Lizio. Si occupa anche del moto dei pianeti in Theorica planetarum e mette in discussione la cosmologia del Lizio negando che si puo sostenere l'incorruttibilità dei cieli e l'interpretazione teo-logica dell'esistenza di un primo motore immobile, vale a dire del divino. Nega quindi la possibilità delle dimostrazioni a posteriori dell'esistenza del divino e dell'immortalità dell'anima individuale. Concepisce la natura o l'universo come un ente ANIMATO -- ‘animismo – cf. Grice on ‘mean’ and ‘mean,’ ‘Smoke ‘means’ fire” --, un grande eterno animale in continuo movimento dove gl’esseri nascono per generazione spontanea e, quando gl’influssi astrali sono favorevoli, vengono alla luce anche l’anime intellettive umane. Riguardo alla morale, è convinto che gl’uomini deveno conformarsi alla virtù per sua libera scelta. Per il materialismo delle sue dottrine, il dottore diabolico, com'è soprannominato, è accusato d'eresia e condannato ma ciò non gl’impede d’essere apprezzato come un grande astrologo dai principi Carraresi di Padova e dalle corti dei sovrani tanto da ottenere di essere sepolto nel duomo di Parma. Gli si attribuiscono dei commenti a Witelo per una corretta interpretazione della prospettiva e a Bradwardine nell'opera questiones super tractatu "De proportionibus”. Beduerdini. Robolini, Notizie appartenenti alla storia della sua patria, Pavia. Memorie degli scrittori e letterati parmigiani raccolte da Affò (Stamperia reale, Bodoni), citato anche per la sua avarizia in Veratti, De' matematici italiani. Commentario storico, Majocchi, Codice diplomatico, Pavia,  Enciclopedia Garzanti di filosofia, Camerota, Nel segno di Masaccio: l'invenzione della prospettiva e la filosofia della percezione. Giunti, La scuola francescana di Oxford. Altri saggi: Quæstiones de anima, Firenze, Olschki; Super tractatus logice (Parigi, Vrin); Circa tractatum proportionum magistri Bradvardini (Parigi, Vrin); Super perspectiva communi (Parigi, Vrin); Quæstiones de anima: alle origini del libertinismo, Sorge, Napoli, Morano, Firenze, Sismel, Galluzzo. Scientia de ponderibus. Tractatus de ponderibus, Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia. Francesco P. is yet another of the P.. There are at least four of them: two Antonios, un Biagio, and one Francesco. QUÆSTIONES DIALECTICÆ; Quaestiones super tractatus logicales: quæstiones dialecticæ -- utrum dialectica sit scientia – arguitur quod non; VENEZIA, San Marco, Martanova, in Padova: hunc librum donavit eximius artium et medicinae doctor magister MARTANOVA (si veda) de Venetiis congregationi canonicorum regularium sancti Augustini ita ut tamen sit ad usum dictorum canonicorum in monte sancti Johannis in  Vicocis, torate pund nd Hai Cananci d an Astio dal convento di san Giovanni in Viridario; expliciunt regulæ questiones super tractatum compositæ per reverendum doctorem magistrum  Blaxium de Parma, Frater Johannes de Mediolano ordinis  Cruciterorum SCRIPSIT  hunc librum IN CARCERIBVS – “the best time to spend your time in jail” – H. P. Grice -- sancti Marci de VENEZIA; OXFORD, Bodleian Library, Canonici, miscellanco, explicit hic codex per Simonis eque manumque, leggere varianti formali: possiede in fine alla ultima questione, prima dell'explicit una raccolta di sophismata, diversamente dal ims di Venezia. (Su cio cfr. Le questioni dialetriche di P. da Parma, Medioevo, Padova, Quæstiones dialecticae, ms, Venezia, Mare, lat. De introductionibus de dialectica; Oxford, Bodleian Lib., utrum dialectica sit SCIENTIA et arguitur quod NON – ma un arte, cf. natura vs. Artifizio – ‘natural’ --; utrum dialectica sit scientia  [regina] scientiaram, arguitur quod NON; utrum in acquisitione scientiarum dialectica debeat esse prior et arguitur quod NON; utrum disputatio dialectica sit SERMO DVORVM, scilicet opponentis et respondentis -- et arguitur quod NON; utrum A SONO tamquam a priori  sit incoandum -- et arguitur quod NON; utrum hæe sit concedenda: SONVS est quicquid proprie auditu auris percipitur -- et arguitur quod NON; utrum vox SIGNIFICATIVA sit illa qua auditui ALIQVID REPRÆSENTAT et videtur quod NON; utrum vox SIGNIFICATIVA AD PLACITVM sit illa qua AD VOLVNTATEM INSTITVENDIS ALIQVID SIGNIFICAT -- et arguitur quod NON; utrum vox SIGNIFICATIVA NATVRALITER sit illa qua apud omnes idem segmticat;  utrum definitio data DE NOMINE sit bona cum dicitur nomen est vox etc.; utrum definitio data de VERBO sit bona et arguitur quod NON; utrum diffinitio data de ORATIONE sit sufficienter posita et arguitur statim quod NON; utrum PROPOSITIO sit ORATIO verum vel falsum significans -- et arguitur quod NON; utrum omnis propositio sit categorica vel ipotetica; utrum omnis propositio ipotetica sit quanta et arguo quod NON; utrum omnis propositio categorica sit aftirmativa vel negativa -- et arguitur quod NON; utrum quæcumque fuit contraria fuit universalis negativa eiusdem subieeti et eiusdem prædicati -- et arguitur quod NON; utrum omnis propositio sit necessaria, contingens, vel impossibilis et illa quæstio movetur super illum passum propositionum triplex est materia et statim probatur quod nulla sit  necessaria -- et arguo SIC; utrum contrariarum si una est vera et reliqua est falsa et statim -- arguitur quod NON; utrum possibile sit contradictoria simul esse vera vel falsa in aliqua materia -- et arguitur quod SIC; quia magister dicit quod lex subalternarum talis est quod si universalis est vera, particularis est vera et non e contra et ideo quæratur in quæstione utrum si universalis est vera particularis cius debeat esse vera et statim arguitur quod non; de conversionibus sit illa utrum omnis conversio sit bona consequentia -- et  arguitur quod NON; circa capitulum de ipoteticis sit prima quæstio; utrum definitio data de propositione ipotetica sit bona in qua dicit auctor propositio ipotetica est quæ habet duas categoricas principales partes sui -- et arguitur quod NON; utrum omnis conditionalis vera sit necessaria, falsa, aut impossibilis, quia illa quæstio duo quacrit, ideo argumentum (arguo O) primo contra primum, secundo contra secundum; utrum ad veritatem copulativæ requiratur utramque partem elus esse veram er hoc sufficiat et statim – et arguitur quod NON; utrum ad veritaten disiunative  requiratur alteram partem erus esse veram et hoc sufficit statim, patet quod NON; utrum ad veritatem causalis requiratur consequens sequi ex antecedente et hoc sufficit -- et arguitur quod NON. Non si trova nel testo di Pietro. Qui Biagio sviluppa un tema della logica di Occam sulle proposizioni causali. Scrive Biagio. Si consideras consequenter quæ sunt illæ de quibus non determinavit, ad hanc respondetu quæstio proposita quærit de una illarum, scilicet de causali de qua nihil dixit; utrum si aliquis terminus. positus in propositione steterit ratione alicuius SIGNI confuse et distributive contingat illum stare determinate alio confundente et illa quæstio rationabiliter quæritur propter quaddam  dicta in quæstione praccedenti, arguitur in questione pro parte negativa – quod NON; utrum si alquis terminus positus in propositiones stererit ratione alicuius signi confuse et distributive contingat illum stare determinate alio confundente et illa quuæstio rationabiliter quæritur propter quaddam dicta in quæstriones præcedenti — argutur in question pro parte negative – quod NON; utrum si aliquis TERMINVS positus in propositione steterit ratione alicuius signis confuse et distributive quæritur propter quadam dicta in queæstrione præcedenti, arguitur in quauestione pro parte negative – quod NON; utrum omnes duæ propositiones  modales ex eisdem terminis constitutæ se mutuo inferant in bona consequentia  et statim -- arguitur quod NON. De prædicabilibus; utrum prædicabilia sint *quinque* et non plura et arguitur quod prædicabilia sunt *plura quam quinque* et deinde quod pauciora. Primum argumentum est hoc, De prædicamentis, sit prima quæstio de prædicamentis utrum quando alterum de altero prædicatur de prædicato prædicetur de subiceto  et statim -- arguitur quod NON; utrum SVBSTANTIA sit GENVS GENERALISSIMVM  in prædicamento substantiæ  prædicatione essemill de quelbe ponibili possibili Vin prædicamento  substantiæ, Ista questio aliqua qværit et aliqua præsupponit. Arguam de primo supposito, dende de quæito; utrum substantiæ sit aliquod contrarium et statim -- videtur quod NON; utrum ab eo quod res est vel non est, ORATIO dicatur esse VERA VEL FALSA, vel sic, utrum omnis propositio habens correspondentiam rei dicatur esse vera, non habens  aulem  correspondentiam ex parte rei dicatur esse falsa; vel sie, ut ex co quad ita est sicut propositio principaliter SIGNIFICAT, ipsa propositio sit vera, ex co quod non ita est sicut propositio SIGNIFICAT, propositio dicatur esse falsa, et statim arguitar contra partem affirmativam – quod NON; utrum substantia quanta distinguatur a quantitate eius vel idem sit quod sua quantitas et extensio, sive quæram sub his verbis utrum omnis quantitas sit substantia vel qualitas; utrum eadem quantitas possit esse et dici continua et discreta et statim -- arguitur quod SIC; utrum quantitas sit genus generalissimum de predicamento quantitatis et statim apparet quod sie per autoritatem et per LIZIO; utrum hace sit vera 'omne tempus est' et statim -- arguitur quod NON; utrum numerus sit res numerata vel distinguatur ab eis et statim probo qued numerus non sit ipsa res numerata, sed quod potius ab ipsis rebus distinguatur; argumentum; utrum puncta sint in linea et statim -- arguitur quod SIC; utrum quantitati sit aliquod contrarium et statim -- videtur quod SIC; utrum quicumbue duo TERMINI qui sunt præradicabiles de se invicem in OLBLIQVO CASU sint possibiles in prædicamento ad aliquid et statim -- viderur quod SIC; utrum ab uno correlativorum ad aliud valeat consequentia; utrum RELATIO sit res distincta a rebus invicem relatis et importatis per terminos de prædicamento ad aliquid ut velim quarere in illa quæstione utrum paternitas sitilla res quæ est pater vel distincta a patre, dependentia sit res distincta a dependentia et statim arguo quod relatio sit res distincta a rebus invicem relatis [cf. H. P. Grice, ACTIONS AND EVENTS, PARIDE AMA ELENA); utrum quilibet terminus prædicabilis in quale si de prædicamento qualitatis -- et statim  arguo quod NON; utrum termini de predicamento qualitatis sint de se invicem prædicabiles de suis inferioribus cum his ADVERBIS 'magis et minus' -- et statim videtur quod NON; utrum proprium sit actionis ex se inferre passionem et est quærere utrum ab activo ad passivum valeat consequentia -- et statim arguitur quod NON.  DE CONSEQVENTIIS: utrum quælibet consequentia sit bona – et arguitur quod NON; utrum ex duabus PREMISSIS in modo et figura dispositis de necessitare sequatur aliqua CONCLVSIO  -- et statim viderur quod SIC; utrum quilibet SYLLOGISMVS sit BONA CONSEQVENTIA -- et statim apparet quod NON; utrum licitum sit ex puris negativis sillogisare et statim per plura argumenta videtur quod sie; utrum negativa possit inferre affirmativam -- statim videtur quod SIC; utrum qualiber CONSEQUENTIA cuius ANTECEDENS est impossibile sit BONA et hoc est quærere illud quod communiter logici quærunt, scilicet utrum ad impossibile sequatur quodlibet vel sequi possit -- et statim arguo pluribus argumentis quod NON; utrum quælibet CONSEQVENTIA curus CONSEQVENS est necessarium sit BONA et hoc est quærere utrum necessarium sequatur ad quodlibet -- et arguitur quod NON; utrum possibile sit ex veris sequi falsum -- et arguitur quod SIC; utrum qualibet proposition SIGNIFICET sicut ad eam sequitur – et statim arguitur quod NON, per multa iconvenientia. De locis, circa locos sit prima questio utrum QVATVOR SINT SPECIES ARGVMENTATIONIS, scilicer SYLLOGISMUS, INDVCTIO, ENTIMEMA (H. P. Grice, “Implicit reasoning”) et EXEMPLVM; CONSEQVENTIA BONA -- et arguitur quod NON; utrum CONSEQUENTIÆ tenentes vel quæ vigorantur per locum a toto in quantitate ad cius partem sunt bonæ -- et statim arguitur quod NON; utrum consequentia qua arguitur a toto in modo ad eius partem sit bona -- et statim arguitur quod NON; utrum a toto in loco ad cius partem sit CONSEQUENTIA bona -- et statim arguitur quod NON; utrum a toto in tempore ad eius partem sit BONA CONSEQVENTIA -- et arguitur quod NON; utrum quæ libet talis consequentia valeat: generatio huius castri vel civitaris est BONA CONSEQVENTIA, igitur hoc castrum est bonum vel illa civitas. Similiter quæro de illa consequentia: corruptio istius hominis vel illius mulieris est bona, igiur ille homo fuit malus vel illa mulier, et hoc est quærere idem quod sequeretur utrum a generatione ad generatum, similiter a corruptione ad corruptum, sit bona equitare est bonum, igitur equus est bonus – arguitur quod NON; utrum a  disiuncta cum opposito unius partis ad aliam partem veleat consequentia, et hoc est quærere utrum consequentia quæ vigoratur per locum a contradictoriis fuerit bona – et statim videtur quod NON.CONCLUSIONES DE CONSEQUENTIS  VENEZLA, Marc, Bessarione, Valentinelli, quæstiones ordinatæ per me Blasium de Parma, quaccumque CONSEQVENTIA posita nulla talis est mala, sed quælibet bona.  Si tratta dell'elenco di petitiones di logica 'de consequentiis', seguite da conclusioni, non di Physica come ritenuto dal THORNDIKE (A History, GRANT (Blasius of Parma, in Dictionary of scientific Biography, ad vocem, New-York, et sie sit finis sententiæ conclusivæ totalis libri Ethicorum Aristotelis secundum  in domo filiorum quondam magistri Jofredi Ferrariæ». Segue Elenchus quæstionum ordinatarum per me Blaxium de Parma e segue Tabula quæstionum Johannis Buridani super libris Ethicorum. QUESTIONES PERSPECTIVÆ  Quæstiones perspectivæ, incipit :«uæritur utrum pro visione causanda necesse sit ponere species diffusas ab obiecto in oculum et arguítur primo quod non»; 1) FERRARA, Pavia, VENEZIA, San Marco, Valentinelli, expliciunt quæstiones super perspectiva scriptæ;  OXFORD, Bdl. Canonici, misc.quæstione super aliquibus propositionibus primac partis perspectivæ (copia incompleta); OXFORD, Bdl. Canon, misc, FIRENZE, Laurenziana, Plut. in Firenze, cfr. I Studi sulla prospettia medtevale. Torno, Giappichelli, e per la edizione da questo ms. delle questiones I, qu. 14 € 16, e Ill qu. 3, de iride, cfr. Le questioni di  perspectival di P., "Rinascimento", FIRENZE, Laur. Ashburnham; MILANO, Ambrosiana, con figure seguito da Opus Prosdocimi super Jo. de Sacrobosco tractatum de sphæra, segue: Collectanca ex Thadeo de Parma super Theorica planetarum Gerardi Cremonensis; 8) MILANO, Ambrosiana, si arresta alla quæstio -- MILANO, Ambrosiana, in Pavia, Explicit opus eximii viri  artium et mediciac doctons magistri Blasi Parmensis super propositionibus et conclusionibus perspectivis scriptum per me magistrum Marinum sacrac theologiæ doctorem de Castignano ordinis Minorum provinciæ Marchæ Anchonitanæ dum Papiæ studens essem discipulus magistri  Francisci de  P. film supradicti auctoris VATICANO, Vat. Barb., lat.; dopo la tabula quæstionum si legge: Explicit opus eximii viri artium et medicinæ doctoris magistri Blaxii Parmensis super propositionibus et conclusionibus perspectivis scriptum per me Theodoricum Goth almanum, seguito probabilmente dalla perspectiva communis d iPeckham  (non menzionato da David Lindberg ed., PECKHAM, Perspectiva communis, Madison, VATICANO, Vat. lat., vet sic finitæ sunt quæstiones perspectivæ secundum Blaxium de Parma, deo gratias; expliciunt quæstiones super perspectivam communem secundum famosissimum artium monarcham et philosophum dominum magistrum Blasium de Parma». Si trova citata 'l'illusione ottica che gli capito a Busseto, che non si trova, ovviamente, nelle copie anteriori a quella data e che costituiscono un diverso gruppo di questioni di prospettiva; VIENNA, Nationalbibliothck, edizione delle questioni del primo libro da questo ms. a cura di ALISSIO, Rivista critica di storia della filosofia", VIENNA, Nationalbibliothek, LODI, Biblioteca, PARMA, Bibl. Palatina, fondo parmense codex, trascritto da Pasini dal codice della Biblioteca Marciana di Venezia con una dichiarazione del Valentinelli;  NEW YORK, Columbia, Plimpton (Boncompagni). SIVIGLIA, Colombina, EXPOSITIONES e QUÆSTIONES DE CÆLO  EXPOSITIONES DE CÆLO  Expositiones o summa de cælo, datata in Bologna, incipit: «obmissis  causis aliis  super libro decacloct mundo compilata per famosissimum artium doctorem  magistrum P. in Bononia: ROMA, Angelica, VIENNA, Nationalbibliothek, copiata, ma stesa a Bologna: Explicit summa super librum de cælo et mundo compilata per famosissimum artium doctorem magistrum P. in Bononia recollecta anno domini M COCEXXx in scolis reverendi doctoris.. scripta per manum  Nicolinum artium nune studentem M'OCCe LI die quarta Marti, amen, in felicissimo studio paduano». (efr, anche FRANz UNTERKRCHER, Die datierten  Handschriften der Oesterreicheschen Nationalbibliothel Vienna, QUESTIONES DE CÆLO  Questiones de cælo Alberti de Saxonia datæ per magistrum Blasium de Parma: ROMA, Angelica: si tratta va del testo delle quæstiones de cælo di Alberto, seguite quindi da quelle di Biagio, Imapit e, quindi, delle quæstiones de cælo di Alberto: Prologo, scælo et mundo Aristoteles considerat de totali mundo et detractatu primi libri partiali concludere et volo ergo circa illud tractare duas quæstiones quarum prima est ista (incipit): utrum cuilibet corpori simplici insit tamen unus motus simplex». Tale incipit corrisponde con quello del ms.  Monaco lat. del Vat. Palatino, lat. 980, ft. 88ra-117 ra, opera ristampata a Parigi,  come questiones de cælo Alberti de Saxonta; altra copia è ms. Roma, Angelica, di questa copia si legge: «Expliciunt questiones super primo libro cæli et mundi Aristotelis secundum Albertum Novum de Saxonia per me Anthonium de Armannis de Regio tune Bononiæ studentem in artibus 1368 dic 18 februarto (cir. Anche THORNIKE - KIRE, Catalogue of Incipits, Londra.  Dunque a f. 37va del ms. Angelica, 595 iniziano le questiones de cælo di Biagio probabilmente dalla 12- questione perche corrispondono con la questione 12' del primo libro contenute nel ms. Milano, Ambrosiana, sup-,  quacitur con sorenti in de nece ente e posit perpean parole:  vexpliciunt quæstiones primi libri de cælo et mundo secundum Blasium expliciunt questiones de caclo et mundo datæ per magistrum Blasium de Parma doctorem reverendum ».Su ciò in particolare cfr. FEDERICE ViscoviNi, Note sur la circulation du commentatre d'Albert de Saxe an 'De cælo' d'Aristote en Italie, in Itéraire d'Albert de Saxe, a cura di J, Biard,  Paris, Ven.  ROMA, Biblioteca Angelica, quæstiones de cælo per Blasium de Parma (incompleto con ordine diverso delle quæstiones rispetto alla copia di Milano, Ambr.: incipit, «quacritur primo circa primum de cælo et mundo utrum omnis quantitas sit divisibilis in semper divisibilia». Si trovano Notæ di Problemata: «Nota aliqua... problemata, primum quia causam agens in os sicut ignis prima sui actione... et per consequens nigrum et hacc est causa problemas huus, has veriticationes dixit magister ille Blasius in scolis suis -- Sic sint finitæ istæ quæstiones de caclo secundum Blaxium de Parma»: MILANO, Ambrosiana, quæstiones de caclo et mundo  scriptæ pro magistro Antonio de Abruzio, expliciunt  Basi de Faih iphe pro hig to Atono de Ardetoris hagsri  Tabula questionum de cælo  VATICANO, ms. Var. lat. QUESTIO DISPUTATA DE TACTU CORPORUM DURORUM  1J OXFORD, Bdl. Canonici, mise. quæriturutrum duo corpora dura possint se tangere Blaxii de Pelacanis de Parma famosi doctoris parisini, incipit, «quæritur utrum duo corpora dura possini se tangere) VENEZIA, Bibl. Marciana, Valentinelli, Dabitatur utrum duo corpora dura vel plana possint se tangere;3) BOLOGNA, Bibl. Universitaria, Edizione, per Scoto, Venezia, UTRUM SPHÆRICUM TANGAT PLANUM IN PUNCTO  OXFORD, Bdi. Lib. Canonici, mise.utrum sphærcum tangat planum in puncto et posito super planum tangat  in cui dice espressamente che non è una questione che riguarda la filosofia naturale, quanto invece la geometria  QUÆSTIONES DE SPHÆRA  PARMA, Bibl. Palatina, fondo parmense, quæstiones super tractatum sphærac Johannis de Sacrobosco per Blasium de Parma, doctorem excellentissimum mathematicum singularem circa tractatum de sphacra, primo quacritur utrum diffinitio de sphæra sit bona qua dicitur sphacra est transitus. Expletæ sunt quæstiones de sphæra secundum venerabilem doctorem magistrum Blasium de Parma Parisiensem"-  QUÆSTIONES e TRACTATUS DE PONDERIBUS  Quæstiones de ponderibus: 1) MILANO, Biblioteca Ambrosiana, Et ideo ad instantiam amicorum ego Blaxius Lombardus de P. de P'armadum Parisius me visitabat (sic), volui aliqua dubia super tractatum de ponderibus inquirere et illa conclusionibus et corollariis posse meo declarare -- primo quæritur utrum omnis ponderosi motus sit ad medium, arguitur quod non. Ad rationes potest patere solutio per ea quæ dicta sunt. Expletæ sunt quæstiones super tractatum de ponderibus compilatæ et ordinatæ per magistrum  P. de Parma artium doctorem eminentissimum». Tractatus de ponderibus. FIRENZE, Nazionale, Conventi Soppressi, San Marco, Tractatus de ponderibus magistri Blasit de Parma «Explicit tractatus de ponderibus ordinatus per magistrum Blasium de Parma tempore magnarum vacationame (codice appartenuto a Cosimo de' Medici, cfr. GARIN, Storia di Milano, Milano, PARIGL, Bibl. Nat., lat. ed. E. Moody-M.CLAGETT, The Medieval Science of Weights, Madison -- Napoli.  CONCLUSIONES DE GENERATIONE ET CORRUPTIONE  Conclusiones de generatione et corruptione: VATICANO, ms. Urb. lat. conclusiones Blasii de generatione et corruptione scriptæ per me Antonium artium scolarem Bononiæ studentem. De generatione iste est liber de generatione quem inter alios libros naturales volo in tertio loco situari ut sie dicam -- et sic finitur sententia primi libri de generatione edita ab eximio doctore artium magistro Blaxio de Parma.  (Dje mistione, iste est secundus liber. Expliciunt conclusiones primi et secundi de generatione et corruptione compilatæ per eximium artium doctorem magistrum Blaxium de Parma scriptæ per me Antonium artium scolarem Bononiæ studentem, QUESTIONES DE GENERATIONE ET CORRUPTIONE  Questiones de generatione et corruptione: VATICANO, Vat. Chigi, scritte a Bologna dopo le qu. de cælo, Padi de Mar hode Vinisa 0, au sa Nel arigacura  in legno del codice si legge, infatti, «Blasius de Parma, Paduæ doctor de generatione et corruptione, de meteororum, de anima prin et secundi physicorum collezit Marinus de Lagoussao, Incipit: «circa primum librum de generatione et corruptione quæritur utrum sit nobis evidens aliquid posse simpliciter generare; f. 58vb: «expliciunt quæstiones primi libri et secundi degeneratione et corruptione secundum reverendum doctorem magistrum Blaxium de Parma scriptæ per me Marinum de Lagonissa».  QUESTIONES METHEORORUM  VATICANO, Vat. Chigi. Primo quacritur circa primum librum metheororum utrum iste mundus generabilium et corruptibilium gubernetur a caclo»; f. 74va: «Expliciunt quæstiones primi libri metheororum factæ per egregium virum magistrum  Blaxium de Parma omnium liberalium artium protessorem et incipiunt quæstiones secundi libri; tabula quæstionum pri-mi, secundi, tertii et quarti metheororum: ROMA, ms. Vat. lat. Expliciunt quæstiones super libris quattuor metheororum secundum magistrum Blasium de Parma»; FIRENZE, Laurenziana, Expliciunt quæstiones totius libri metheororum recollectæ sub reverendo et excellenti artium doctore magistro Blaxio de Pelacanis de Parma et scriptæ per me Barnabutium de Favero in monte Silice tempore quo pestis vigebat Paduac  CHICAGO, Universitaria,  copia non completa, alcune questioni de diversi libri mancanti: «Expliciunt questiones super libro methaurorum Aristotelis quas compilavit magister Blasius de Parma completæ et scriptæ per me magistrum Johannem de Medicis deyter (P) Tabula quæstionum methaurorum  VATICANO, ms. Vat. lat. Tabula delle prime 16 questioni del primo libro, CONCLUSIONES DE ANIMA. VATICANO, Urb, lat. [BJonorum honorabilium nottam... iste est primus tractatus hurus primi libri de anma habens unicum capitulum quod dividitur in tot partes quot sunt conclusiones in co... nobis necessario non insunt. Expliciunt conclusiones super tribus libris de anima compilatæ per magistrum Blaxium de Parma. Amen PADOVA, mutilo dell'inizio,, ma carte in materia et hoe est philosophia. Expliciunt conclusiones super libris de anima secundum eximium doctorem magistrum Blasium de Parma per me fratrem Antonium ordinis Servorume.  Biagio segue fedelmente il testo della translatio antiqua del de anma come è pubblicato, con il commento di Averroé nella edizione giuntina.  Le due copie, una contenuta nel Var. Urb. lat. e l'altra a  Padova, Bibl. Univ., corrispondono tedelmente,  compilata da Bragio come risulta dall'expliat: expliciunt conclusiones super tribus hbris de anima compilatæ per magistrum Blaxium de Parma, Amen Il ms. Padova, Bibl, Univ. ha alcune carte strappate, ma è identico al Vaticano. Differenza rilevante che abbiamo riscontrato da una collazione tra le due copie è l'introduzione nel ms. Urb. lat. delle opiniones antiquorum de anima, mancanti nel seguito del Padovano, Univ., e non perché la carta sia stata strappata. In questo ms. Urb. lat. a proposito dell'opiniones antiquorum. riferite per esteso e mancanti nel padovano: «errores antiquorum et hoc secundum Bridanm, quia hos Blaxius non recitavit de anima. Inoltre esistono alcune differenze tra le due copie, che sono, a nostro avviso, molto importanti. E sulla base di questa diversità che abbiamo supposto che la copia del manoscritto padovano sia un poco anteriore a quella del vaticano e da collocarsi, forse, in un periodo anteriore alla condanna del vescovo di Pavia per la forza di una espressione che si trova nelle prime carte e che viene por modilicata nella copia del manoscritto Urb. lat, compilata da Biagio, Biagio corregge in altri termini l'espressione materia regitiva totius universi quæ est ipse deus», con natura regitiva totius universi quæ est ipse deus. Diamo qui la collazione delle due copie da cui risulta la correzione. PADOVA Hic asculta quod licet in conclusione dicatur quod generare sit generalissimum seu naturalissimum  viventibus etc., non intelligitur tamen qued hace operatio quæ est generare sit cateris perfectior et magis intenta a generante, quia non est dubium quad  unum quodque animatum principalius intendit conservare seipsum quam generare.  Sed tamen  verum est quodp er conservationem  specier  hacc operatio est maxime intenta ab agente particulari et materia regitiva  totins inversi quæ est ipse dense. VATICANO,  Vat. Urb. lat, Hie asculta quod licet in conclusione dicatur quod  generare sit  generalissimumseu naturalissimums  viventibus ete., non intelligitur tamen quod hace operatio quæ est generare sit cacteris perfection et magis intenta a generante, quia non est dubium quod  uodque  animacum principa intendit conservare seipsum Sed tammen verum per conservationem speci  hace operatio est maxime intenta agente particulari et a matura regitiva totins  universi gide est ip  QUÆSTIONES DE ANIMA  VATICANO, Vat. Chig, Circa primum librum de anima primo quacritur utrum aliqua notitia sit nobis possibilis. Expliciunt quæstiones primi, secundi et terti libri de anima datæ per excellentem artium doctorem Blaxium de Parma, recollectæ  Adsit principio Sancta Maria meo, amen, Utrum aliqua notitia sit nobis possibilis. Expliciunt quæstiones super libris tribus de anima, disputatæ Paduæ per reverendissimum et egregium artium doctorem  Magistrum Blasium de Parma [.. Expletac Paduæ, ma prima augusti die. Tabula questionum de anima secundum magistrum Blasium de Parma, doctorem dyabolicum. Queste due copie corrispondono fedelmente. Vat. Chig. Circa primum librum de anima primo quæritur utrum aliqua notitia sit nobis possibilis. Et arguitur quod non. Primum argumentum: staliqua  notitia esset nobis possibilis maxime.  Consequenter quæritur secundo utrum de anima sit nobis  aliqua notitia possibilis. Consequenter quæritur  utrum cognitiones distinctæ distinguantur proporzionaliter secundum distinetionem suorum obiectorum Consequenter quæritur quarto utrum diversæ scientiæ  proportionaliter se excedant  secundum excessum obiectorum. Consequenter quæritur utrum scientia de anima sit alfis  scientiis difficilion.  Consequenter quæritur  utrum cognito unius rei possit causare cognitionem alterius rei. Consequenter quacritur  septimo utrum spericumpositum supri  planumtangatipsum praccisem puncto.  Utrum anima intellectiva possit a corpore separari.  Ms. Napoli, Bibl. Naz. Adsit principio Sancta Maria Utrum aliqua notitia sit nobis possibilis. Arguitur qued non. Si aliqua notitia esset nobis possibilis maxime esset ilia. Consequenter  quacratur  utrum de anima sit nobis aliqua  notitia possibilis. Consequenter quæritur utrum cognitiones distinctæ distinguantur  proportionaliter spundum distinctionem suorum obiectorum.  Consequenter quæritur  utrum diversæ scientiæ proportionaliter se excedant secundum exces-  sum obiectorum. Consequenter quæritur utrum scientia de anima sit aliis scientiis difficilior. Consequenter quæritur  utrum cognitio unius rei possit causare cognitionem alterius rei. Consequenter quænturutram spericum positum supra planum tangat  ipsum precise in puncto.  Consequenter quæritur utum  animaintellectiva possitacorporeseparan.Quæritur primo circa secundum de anima et sit prima quæstio scilicet utrum omne vivens sit compositum ex duplici substantia, ut puta ex amma et corpore. Consequenter quacritur utrum diffinitio de anima sit sufficienter posita qua dicitur anima  est actus primus substantialis.   Consequenter quærtur utrum ex anima et corpore fiatunum.  Consequenter quærtur utrum in qualibet creatura rationali anima intellectiva sit distincta a  sensitiva et vegetativa crus. Consequenter quæritur utrum in homine anima intellectiva sit tota in toto et in qualibet parte ipsius hominis, Quæritur utrum in latitudine viventium sit essentialis perfectio penes accessum ad  summum attendenda.  Quacritur utrum naturalissimum sit unumquodque  generare sibi tale quale est.  Quacritur utrum qualitas in vigore proprio possit formam  substantialem producere.  Si combusebile non dehvat augeaturignis  quantum libet in infinitum.  Consequenter quæritur  utrum animal possit nutriri ex  impiei de Comequente quærinur  utrumomne animal dum vivie nutsarur. Consequenter  quæritu  utrum exures sit appetitus calidi et sicci.  Conseguenter quæritur utrum sensus sit virtus paxiva.  1HConscquenterquænturtrum  species conserventur in organo sensus temporaliter in abisentia obicetorum.  Consequenter quæritur  utrum omne quod apparet sit tale, Quæro istam quæstionem circa materiam secundi utrum omne vivens sit compositum ex duplici substantia, ut puta ex anima et corpore.  Quæro istam quæstionem utrum definitio de anima sit sufficienter posita, qua dicitur anima est actus primus substantialis. Quæro istam quæstionem utrum ex anima et corpore fiat unum, Quacro istam quæstionem utrum in qualibet creatura rationali anima intellectiva sit distineta a sensitiva et vegetativa eiusdem. Quæro istam quæstionem utrum in homine anima intellectiva sit tota in toto et in qualibet parte  ipsius hominis.  Quæro utrum in latitudine viventium sit essentialis perfectio penes accessum ad summum attendenda. Quacritur utrum naturalissimum sit unumquodque  generare sibi tale quale ipsum est.  Quacritur utrum qualitas in vigore proprio possit tormam  substantialem producere. Quæritur utrumsi combustibile non deficiat augeatur ignis  quantumliber in infinitum.  Quacritur utrum animal possit nutriri ex simplici elemento. Quacritur utrum omne  animal dum vivit nutriatur. Quæritur utrum esuries sit appetitus calidi et sicci,  Quacritur utrum sensus sit  virtus passiva.  Quæritur utrum species conserventur in organo sensus temporaliter in absenta obrectorum. Quæritur utrum omne quod apparer sit tale tantum et ubitantum et ubi, quale et quantum et ubi apparet quæ quæstio consucta est proponi sub hac forma, Consequenter quæritur utrum lumen multiplicetur per medium subito et in istanti.  Consequenter quacritur utrum visio fiat in istanti. Consequenter quæritur utrum possibile sit aliquem sonum esse vel bert  Consequenter quæritur utrum idem sonus possit a pluribus audiri. Consequenter queritur  utrum  odor multiplicetur  spiritualiter per medium.  Consequenter quenturutrum  sensus tactus sit inus ct non plures, Consequenter quænturutrum duo corpora dura possint se tangere. Consequenter quæritur utrum ad  sentiendum tangibile  requiratur medium extrinsecum.  Conseguenter guæntur  utrum quinque sint sensus exteriores et non plures nec pauciores.  Consequenter quæritur utrum sensibile positum supra sensum causet sensitionem. Consequenter quæritur utrum evidenti ratione ostendi possit sensum communem esse ponendum. Consequenter quac-  ntur urum oranum sensus communs  sit in cerebro vel in corde. Et hace hie sit finis questionum secundi libri de anima.  quale quantum et ubi apparet.  Quacritur utrum lumen multiplicetur per medium subito et in istanti.  Quæritur utrum visio fiat in instanti.  Quacritur utrum possibi le sit aliquem sonum esse vel hier. Quæstio sit ista utrum idem sonus possit simul a pluribus audiri. Quæritur utrum odor multiplicetur spiritualiter per medium. Quæritur utrum sensus tactus sit unus et non plures. Quæritur utrum duo corpora possint se tangere. Quæritur utrum ad sentiendum tangibile requiratur medium extrinsecum. Quacriturutrum quinque sint sensus exteriores et non plures nec pauciores.  Queriturutrum sensibile positum supra sensum causet sensationem.  Quæritur utrum evidenti ratione ostendi possit sensum communem esse ponendum.  Quacritur utrum  scnsuS commanis organum sit in  cerebro vel potius in corde... explicit secundus de anima.  Dubitatur circa tertium hbrum de anima et quæritur primo utrum intellectus humanus pati possit ab aliquo agente. Conseguenter guæritar  utrum possit persuaderi quod intellectus humanus sit denudatus ab omni qualitate. quæritur utrum intellectus humanus pati  possit ab aliquo agente.  Quacritur utrum possit persuaderi  intellectus  numanus sit denudatus ab omni  qualitate.  Quacritur utrum omnis veritas possit ab intellectu cognosci.  Quæritur utrum  intellectus humanus possit intelli-  gere quod non est. Consequenter quæritur utrum intellectus possit simul plura intelligere. Consequenter quæritur utrum per speciem lapidis intellectus  intelligat se ipsum. Consequenter quæntur utrum actus intelligendi et habitus et cum hoe species, sint idem quod anima actualiter vel habitualiter intelligens. Consequenter quacritur utrum voluntas sit praccisa causa activa suæ volitionis et nolitionis.  Consequenter quæritur utrum voluntas humana in utramgue partem contradictionis sit libera. Quacritur utrum principium motus localis in corporibus viventibus sit anima vegetativa vel sensitiva an magis intellectiva.  Ultimo quæritur utrum natura in erus operibus deficiat in necessaris et habundet in superfluis;  Expliciunt  Guarde anima rima peredi leneri  artium doctorem Blaxium de Parma recollectæ per me Marinum de  Leonissa in studio Paduano deo gratias ad cuius finem me perducat qui vivit per infinita saccula amen amen amen.  Incipit tabula praccedentium quæstionum super libro de anima.  Utrum omnis veritas possit  ab intellectu cognosci. Quacritur utrum intellectus humanus possit intelligere quod non est.  Quacriturutrum intellectus  possit simul plura intelligere.  Quæritur utrum per speciem lapidis intellectus intelligat  sespsum.  Quacritur utrum actus intelligendi et habitus et cum hoc species, sint idem quod ipsa anima actualiter vel habitualiter intelligens.  Utrum voluntas sit præcisa causa activa suæ volitionis et nolitionis. Utrum voluntas humana in utraque (partem] contradictionis sit libera. Quacritur utrum  principium motus localis in  corporibus viventibus sir anima vegetativa vel sensitiva an magis intellectiva.  Quæritur utrum natura ineius operibus deficiat in necessaris et habunder in supertluis, Expliciunt questiones super libris tribus de anima.  disputata Paduæ per reverendissi-mum et egregium artium doctorem  Magistrum Blasium de Parma, deo Mesi nome sei en sicci Expletæ Paduæ prima augusti die. Tabula quæstionum de anima secundum magistrum Blasium de  Parma doctorem dvabolicum.  CONCLUSIONES e QUÆSTIONES PHYSICORUM  CONCLUSIONES PHYSICORUM  TREVISO, Bibl. Comunale, raccolte da un discepolo l'ultima cifra è andata perduta nella rilegatura): Glose per P. de Parma super librum physicorum utiles cumanima boni philosophi (Buridano secondoil ms.), Incipiunt recolecte (.)per  Blasium de Parma super libro physicorum»; t. 43vs «Explicit compendium recollectarum super 8 libros physicorum per dominum magistrum Blastum de Parma- (per Matheum de Tervixio): f. 13va: «Et finis questionum secundi libri physicorum que sunt recolecte per me Matheium de Tervixio philosophum minimum ex dictis valentium doctorum 138 »,  QUESTIONES PHYSICORUM VATICANO, Vat Chigi, O. IV, 41, sec. XIV, ff. 226r-280vb, prima redazione limitata al primo e secondo libro della física, questione settima del secondo libro. Incipit« Circa primum librum physicorum quæritur primo et su prima questio in ordine, utrum nobis de rebus naturalibus sit possibile aliqua cognitio sensitiva vel intellectiva, expliciunt quæstiones primi libri physicorum recollectæ per me Marinum sub reverendo doctore magistro Blaxio de Parma in studio paduano ordinane legente Padova  IUDICIUM  In quodam iudicio magistri Blasii de Parma, ms. VATICANO, Reg, lat., 1973, ff, 48rb-vb, incipit: «qui maxime se diligit»; cfr, la edizione,  Rinascimento Firenze  Pavia  QUESTIONES SUPER TRACTATUM DE PROPORTIONIBUS THOMÆ BRADWARDINI  Esistono due redazioni diverse di questa opera. Le seguenti tre corrispon-dono salvo lievi varianti formali sebbene una di esse sia stata corretta e rivista in parte da Biagio e in parte da Pietro de Raimundis de Cumis, contengono 12 questiom; una quarta copia non corrisponde e contiene salo 11 questioni.  VENEZIA, San Marco, lat. codice posseduto da Marcanova, le questioni di Biagio sono,  Bradvardin anglico sacræ paginæ professore scriptæ et completæ per me Andream de Castello, questiones super eisdem proportionibus secundum magistrum Blasium artium venerabilem doctorem. Incipit: счастисит ситса proportones utrum conungar  omnem motum alteri in  velocitate et tarditate proportionar. Negative:  arguitur primos; t. 37ra:  «expliciant questiones super tractatum de proportionibus utrum contingat omnem motum alter in velocitate et proportionibus secundum venerabilem doctorem magistrum Blaxium de Parma scriptæ per me Andream de Castel-lo Bononiæ: OXFORD, Bdl. Lib., Canonici, mise, expliciunt  questiones magistri Blaxii super tractatum proportionum Bardvardini, amen»; VATICANO, Var. lat.,  se-guito da carte bianche, testo rivisto in parte da Biagio e da Raimondo da Cuma: incipit: quæstiones super tractatum proportionum magistri Thomac  Berverdini ab eximio artium doctore monarchaque domino magistro Blaxio de Parma «utrum contingat ombem motum alteri in velocitate et tarditate proportionarie; si legge istas quæstiones super tractatum de proportonibus ego frater Petrus de Raymumdis de Cumis emi a magistro Jacobo de Panicalibus artium et medicinæ doctore et ipsas pro parte correxit magister Blaxis de l'arma huius operis compilator, in residuo autem pars ego correxi».  Una redazione diversa, più breve che comprende solo 11 questioni si trova  AMILANO, Ambrosiana, Expletæ suntquæstiones  super tractatum de proportionibus Tomæ Bervardini compilate per magistrum Blaxium Pelacanum de Parma, incipit: «utrum intensio qualitatis attendatur penes accessum ad summum gradum vel penes recessum a non gradu-, la quæsto e mutta; segue la seconda, f, 6ra, «consequenter quacritur  proprianemi edit pre ioni, taranel dabi, si sandra:  ROMA, Angelica, Su cio cfr. in particolare il muo studio Due comment anonimi al Tractatus proportionum di Bradwardine, Rinascimento, QUESTIONES DE LATITUDINIBUS FORMARUM  Esistono tre redazioni diverse con particolare riguardo alla prima questione. Primo gruppo: OXFORD, Bdl. Lib., Canonici, misc.; esse seguono l'explicit delle crusdem tractatus de latitudimbus formarum quæritur primo utrum alicurus formæ set latitudo unforms quod non.., exphcunt questiones super tractatu de latitudinibus formarum datæ per venerabilem artium doctorem magistrum Blaxium de Parma per me Donatum de Monte artium doctorêm et in medicina studentem, regnante domino Francisco de Francia Paduæ secunda vice Amen MILANO, Ambrosiana, circa tractatum de  -latitudinibus formarum quæro primo utrum cuiuslibet formæ latitudo est  coitounde l difinis con litur quad die (quesa prima pratione, por  questa prima questione si avrebbero dunque, tre stesure diverse). F.  «Explicitæ sunt questiones super tractatu de latitudinibus formarum editæ et ordinatæ per me Biaxium Pelacanum parmenseme, Un secondo gruppo di mss, contiene le questioni de latitudinibus formarum in una redazione quasi uguale, salvo licvi varianti formali, con le prime ediziom di questa opera, Padova, per Matteo Cerdone, Venezia,  per Scoto, La redazione della I questione è diversa da quella d ei 2 mss. sopra citati: FIRENZE, Laurenziana, Ashburnham, quæstiones de latitudinibusformarum, mapu  quæritur  primoutrum  cuushbet formæ latitudo sit uniformis vel dillormis et arguitur primo quad non de forma substantiali ut de anima intellectiva quæ est indivisibilis»; expliciunt quæstiones super tractatum de latitudinibus formarum determinatæ per venerandum doctorem magistrum Blasium de Palma (sic) scriptæ per manum Roberti de sancto Petro» VATICANO, Vat.  lat, SIENA, Comunale, expliciunt quæstiones super tractatu de latitudinibus formarum edito a magistro Blasio subtilissimo viro de Parma Paduæ vero scripto per me fratrem Johannem Angeli Senensem ordinis prædicatorum OXFORD, Bdl. Lib. Canonici, quæritur primo utrum cuiuslibet tormæ latitudo sit uniformis vel difformis et primo arguitur quod non de forma substantial ut de anima intellectiva quæ, expliciunt questiones utiles super tractatum de latitudinibus magistri Blaxii de Parma per me Vendraninum scholarem artium 1404 die 19ª Man stante discordia non modica inter Venetos et dominum Pad.». Questa copia ha maggiori varianti rispetto alle altre tre.  QUÆSTIO DISPVTATA DE INTENSIONE  ET REMISSIONE FORMARUM  1) OXFORD, Bdi, Lab., Canonici, musc. sit aliqua qualitas posse intendi similiter et remitti, arguitur primo de supposito»; f. 39rb: «explicit questio de intensione formarum disputata per reverendum doctorem magistrum Blaium de Pelacanis de Parma»; VENEZIA, San Marco, classe codex  (Valentinelli), comprato da Marcanova, lasciato ai frat di San Giovanni in Verdario, contiene una redazione un pò diversa, fatta da Biagio per il figlio Francesco (con bella capitale miniata). Contiene dopo il terzo articolo e prima dell'inzio del quarto articolo, dubia di statica e di meccanica che non si trovano nella copia di Oxford sopra citata, ft. 13rb-tova: vantequam condescendam ad quartum articulum pro declaratione matori doctorum necnon dicendorum ego quæro adhue hane dubitationem utrum a proportione acqualitatis vel minoris inacqualitatis proveniat vel possit aliquis ellectus provenire» (con figure e note nel margine basso): f.  Lova: «et hace dicta sint pro toto isto dubio cum eis difficultatibus motis et etiam de isto tertio articulo principalis questionise; expliciunt ca quæ sufficienter sub veritate dici possunt circa materiam de intensione et remissione formarum in hac notabilissima questione secundum excellentissimum artium monarcham necnon studiorum Italiæ illustratorem magistrum Blasium de Pellachanis de Parma quae quidem quaestio est mei  Francisci fili cius. Il folo seguente porta la copia dell'epitaffio della tomba di Biagio posto sulla porta della cattedrale di Parma; OXFORD, Bdl. Lib., Canonici, misc. emutilo in fine); incipin cum sit evidens aliquam qualitatem posse intendi vel remitti. CONCLUSIONES e QUESTIONES PHYSICORUM  CONCLUSIONES PHYSICORUM  Seconda redazione: VATICANO, Vat. lat, expositio primi libri physicorum per conclusiones secundums serenissimum artium illustratorem magistrum Blaxium de Parma. Incipi: quoniam quidem intelligere et scire contingit circa omnes scientias quarum sunt principia»;t. 49va: set in hoc cum der laude finitum (sic) sententia actavi et ultimi libri physicorum secundum solemnissimum virum artium illustratorem preclarissimum Blasium de Parma, Expliciunt conclusiones octavi libri et ultimi physicorum secundum Blasium de Parma qui subtilis doctorappellatur  in studio papiensi scriptae per me Bernardum a Campanea de Verona hora tertia noctis»; (sui codici copiati e posseduti da Bernardo cfr. il mio studio A propos de la diffusion des oeuvres de Buridan en Italie, The Logico f Buridan, ed. PinnoRG, Copenhagen) e Caror, I codici di CAMPAGNA (si veda), Roma, Manziana, QUESTIONES DISPUTATAE SUPER OCTO LIBROS PHYSICORUM Seconda redazione, in Pavia, VATICANO, Vat. lat. Gratia regis caelorum qui totius are elementalis summus est imperator in laudem et gloriam serenissimi ducis.  Incipit, utrum scientifiça notitia sit nobis a rebus naturalibus passibilis-,  Diamo qui di seguito i titoli di tutte le questioni da questa copia. Questionum physicorum tituli:  Liber primus utrum scientifica notitia sit nobis de rebus naturalibus possibilis, arguitur quod non.  secundo quaeritur utrum cognita causa totalis alicurus rei cognoscatur statum illa res et non aliter, arguitur negative. tertio quaeritur utrumin nacuralibus ordine doctrinae ab universalibus in singularia sit processus, et arguitur primo negative. quarto quaeritur utrum asserentes omma esse unum possint probabiliter in hac opinione substentari, arguitur quod sie.  sexto quaeritur utrum asserentes omnem rem  cxtensam et suam extensionem non differre, possint probabiliter positionem  corum substentare, et statim arguitur quod sic.  quacritur et septimo utrum in materia quantum-cumque parva forma substantialis hora generationis producatur, primum  naturalium esse tantum tria possint potenter impugnari et arguitur quod sic. quaeritur et nono utrum per potentiam finitam vel infinitam possit aliquid fieri ex nichilo, arguitur quod sic.naturalie appela peranque rur de quadron Expibe ena estrale  primi libri physicorum secundum excellentissimum doctorem Blaxium de  quæstiones secundi libri physicorum secundum antedictum doctorem. Bernardus antedictas quaestiones Liber secundus circa librum physicorum primo quaeritur utrum domificator vel faciendo domum faciat aliquid rebus naturalibus  condistinctum et sie ista quaestio duo quaerit,  secundo quaeritur utrum quodlibet ens naturale habeat in se principium motus et quietis, arguitur quod non.  tertio quacritur utrum omnis forma in latitudine perfectionali entium sit perfectior quam sit materia.  quarto quaeritur utrum diversæ scientiae  perfectione essentiali secundum proportionem obiectorum proportionaliter  excedant se, et arguitur primo negative. sexto quaeritur utrum possit evidenter probari aliquid esse causa altenus, arguitur negative.  septimo quaeritur utrum ad cuiuscumque rei naturalis generationem practer agens particulare requiratur influxus causae universalis quae causa universalis dicitur sol quia secundo huius dicebatur quod homo generat hominem et sol et ita intelligitur de aliis planetis, arguitur octavo quaeritur utrum inter agentia particulani  supposita semper generali influentia superiorum possit qualitas una vel plures formam substantialem producere et arguitur primo affirmative. nono quaeritur utrum asserentes omnia de necessitate evenire et nhil a casu vel a fortuna, possit corum positionem substentare et arguitur primo affirmative:  Liber tertius circa tertium librum physicorum primo quaeritur utrum in aliquo casu necesse sit ignorare naturam, probatur quod non.  secundo quacritur utrum hacc propositio  'motus est' significans motum esse et precise sie et non aliter, sit vera et  arguitur primo negative.  tertio quaeritur utrum motus sit ipsum mobile,  arguitur primo quod non. quarto quaeriturutrum contradictionemincludat aliquam magnitudinem esse actu infinitam et arguitur quod non.  Liber quartus  quartur 1 i poss sto ci gequari ato, aria quad primo secundo quaeritur utrum entia naturalia distantia ab corum locis naturalibus moveantur ad illa, impedimentis subtractis, arguitur quod non.  tertio quacritur utrum corpora naturalia ab corum locis naturalibus distantia remoto impedimento moveantur ad illa per lineas rectas tamquam per lincas breviores, arguitur négative.  possiblis arguit pro quo guinto quacritur utrum in vacuo sit morus sexto quaeritur utrum penetratio corporum sit possibilis et arguitur qued sic.  septimo quacritur utrum rarefactio sit possibilis, octavo quaeritur utrum hace propositio sit concedenda "nune est tempus', et arguitur quod non  nono quaeritur utrum aliquid sit praecise per instans, arguitur quod sic.  Liber quintus circa quintum librum physicorum quaeritur primo utrum agens naturale hom qua agit in passum agat in ipsum secundum  arguitur quod sic. tertio quaertur utrum alteratio sit motus, arguitur quod non. quarto quaertur utrum augmentatio sit motus  quintoguaritrucumcontadicionemindudat  motum localem esse et non esse motum, arguitur quod non.  sexto quaeritur utrum unitas motus sit principaliter attendenda penes unitatem temporis aut magis penes unitatem mobilis, etista quaestio quaeritur quia philosophus ad testum dicit quad ad unitatem numeralem motus requiritur unitas temporis et mobilis et dispositionis secundum quam est motus, primo arguo negative.  septimo quaeritur utrum aliqui motus differant specie arguitur qued non. octavo quaeritur utrum in motibus sit penes contrarietatem terminorum ad quos contrarieras attendenda, arguitur primo  negative.  nono quacritur utrum possibile sit contraria in codem simul complicari, affirmative arguitur.  decima quaestio quaeritur utrum qualitas sit intenlegi ego Bernardus a Campanea de Verona, in felici studio  papiensi, Explevi etiam ipsas vero recoligere die Mercurii XI' Juli hors XXI, Liber sextus  Incipiunt questiones sexti libri physicorum secundum praedictum doctorem quas incepi recoligere die Jovis XII' Julii in civitate Papiac, circa sextum librum physicorum primo quaeritur utrum per bonas rationes concludi possit continuum esse ex indivisibilibus compositum, arguitur quod sic. secundo quacritur utrum continuum sit in infinitum divisibile, et arguitur quod non. tertio quaeritur utrum mobile velox per idem tempus vel aequale plus pertranseat de spatio tardiori, arguitur primo  negative: quaeritur et quarto utrum indivisibile moveri localiter vel alio modo rationibus obviet philosophorum, arguitur quod non. quinto quaeritur utrum sit possibile motum velocitari in infinitum, et statim arguitur quod non.  sexto quaeritur utrum omne quod moverur prius movebatur et post hoc movebitur, et arguitur quod non.  seprimo quaeritur utrum possibile sit magnitudinem infinitam transiri tempore finito et finitam transiri tempore infinito, et arguitur primo ad primam partem quod sit possibile. octavo quaeritur utrum potenter possit improbari alquod moven localiter et arguitur primo affirmative. Expliciunt quaestiones sexti libri physicorum secundum Blasium de Parma.  Liber septimus  Incipiunt questiones super septimo libro physicorum secundum Blasium  praedictum, primo circa septimum librum physicorum quaeritur utrum omne qued movetur moveatur ab alio, arguitur primo.  negative. secundo quaeritur utrum in motibus et motis sit processus in infinitum aut potius sit venire ad primum motorem et arguitur  primo affirmative. tertio quaeritur utrum in omni motu movens et motum sint simul et quia ista terminus 'simul* potest dicere simultatem loci et temporis, ideo primo arguitur negative ex parte loci. quarto quacritur utrum morus rectus et circularis sint invicem comparabiles, et arguitur primo affirmative. quinto quaeritur utrum acqualiter gravia  moveri, et arguitur affirmative. sexto quacritur utrum in alteratione sit certa velocitas attendenda, arguitur quod non. septimo quaeritur utrum in motu locali sit certa velocitas attendenda, et arguitur quod non. octavo quacritur utrum in augmentatione sit certa velocitas attendenda, et arguitur quod non.nono quaeritur utrum in motibus proportio velocitatum sit sicut proportio causarum, et arguitar quod non.  ultimo quacritur utrum agens naturale sit limitatum et arguitur affirmative. Expliciunt quaestiones super septimo libro physicorum Aristotelis disputatae et in scriptis traditae per magistrum Blaxium de Parma doctorem famosissimum artium.  Liber octavus  Inepiunt quaestiones super octavo libro et ultimo physicorum Aristotelis secundum praedictum magistrum Blaxium de Parma, primo circa octavum librum physicorum quaertur utrum philosophicis rationibus patenter concludi possit matum fusse ab aeterno et arguitur affirmative: item dubitatur et secundum utrum 'deum non esse' contradictionem includat, arguitur primo negative. tertio quaeritur utrun contradictionem includat caclum fuisse acternaliter productum et arguitur quod sic.  quarto quaeritur utrum caclum moveri in instanti contradictionem includat et arguitur quod sic. quinto quaeritur utram possibile sit primum motorem caclum movere in instanti et arguitur quod sic,  sexto quaeritur utrum inanimata sive gravia sint sive levia ex se moverntur vel nata sint ex se mover et arguitur quod sici Vseptimo quacritur utrum motus localis sit primus motuum arguitur quod non. Ira: octavo quaeritur utrum asserentes motos contrarios quiete media interrumpi possint per rationes naturales improbari: nono quaeritur ut rum praecise motus circularis sit perpetuus, arguitur negative: decimo quacritur utrum per rationes naturales amar possit a quo protecta moveantur contra inclinationes naturales cumab impellente recesserunt, et arguitur quad non., undecimo quaeritur utrum per naturales rationes concludi possit primum motorem qui est ipse deus et vigore et duratione esse inhnitum, et arguitur attrmative: ultimo quacritur utrum primus motor st  -ubique, tamen magis in circumferentia quam in centro, arguitur negative sic.  Expliciunt quaestiones super primo, secundo, tertia, quarto, quinto, sexto, septimo et octavo libris physicorum Aristotelis disputatae et in scriptis traditae in civitate Papie per perspicuum doctorem Blaxium de Parma. Altra copia, stessa redazione, non completa, manca l'intero ottavo libro e alcune colonne degli altri nonché aleuni problemata: VATICANO, Vat. Lat. quaestiones physicarum. Cratia re favente qui totus... utrum scientitica noutia de rebus naturalibus sit nobis possibilis; consequenter circa septimum physicorum quacritur primo utrum omne quod movetur moveatur ab alio, quaeritur trum omne agens sit in cius actione limitatum et arguituraffirmative», si arresta al primo articolo; si legge: istae questiones Blaxii super libros physicorum sunt fratris Petri de Raymundis ordinis Prædicatorum quas scribi fecit et sub ipso magistro Blaxio audivit IN THEORICAM PLANETARVM ALPETRAGI In Theoricam planetarum Blasii demonstrationes et dubia. Si tratta di opera diversa dalle semplici Demonstrationes geometricæ in theoricam planetarum: Demonstrationes et dubia in theoricam planetarum Alpetragii, VATICANO, Vat. lat. Super theoricam planetarum aliquas demonstrationes et dubia circa materiam gratiarum largitor pulsando  occultare ne me quis invidum reputaret qui non papirum combustilem, sed pergamenum magis ignis extinctum gratus vobis cognovi lineandum, quia etc. omnibus licitum est ordinem servare doctrinalem, consequar quod promisi, videlicet primo orbes solis depingendo ut sic inde conclusius videat apparentas et nequaquam naturalibus principiis derogando et naturali obviat qui vacuum pont qui corporum penetrazionem admittit et minus qui orbes facere fluere et stationes cum praedictis, deinde propositiones demonstrationem parientes ut gloriosus deus concesserit discursu apodiacon demonstrabo et ultima demonstrata pro tabulistis quantum ad corum proposita sufficit, applicabo. Tres orbes mundo eccentricos et difformes per applicationem speram solis eccentricam fabricare, Istam conclusionem propositam non intendo demonstrare...; f. 60va: «patet quomodo respondetur ad demonstrationes contra istam et sie sit finis per me Petrum de Fita, Expletae sunt theoricae planetarum per magistrum Blasium de Pelacanis de Parma editace: FIRENZE, Laur., Plut, codex, ff. 8ra-14v, non completo, si arresta al commento della proposizione Dunam sex motibus moveri quibus datis, con le parole: set tertium ab eis distat vel illud tertium quod a duobus coniunctis distat est Sol vel epiciclus; BERLINO, Staatsbibliothek, ms. lat Demonstrationes et dubia theoricae Blasii de Pelacanis de Parma; VENEZIA, San Marco, Demonstrationes et dubia Blasii Parmensis super theoricam planetarum,  11. 175г-216v; FIRENZE, proprieta Olschki, Super theoricam planetarum aliquas demonstrationes et dubia secundum subiectam materiam gratiarum Tres orbes mundo eccentricos et difformes per applicationem speram solis fabricare, istam conclusionem propositam non intendo demonstrare», edito sotto l'attribuzione a Pietro da Modena da G. BoerTo E U, MAzzIA, D'un ignoto astronomo del secolo XIV, Pietro da Modena, da un ms. della collezione Olschki,  Bibliofilia; in realtà si tratta dell'opera di Biagio, cfr. anche L,  THORNDIKE, Notes upon some medieval latin astronomical astrological and mathematical manuscripts at the Vaticana,  Isis, PARMA, Bibl. Palatina, In theoricam planetarum demonstrationes geometricæ  VATICANO, Var. lat, Blas Parmensis demonstrationes geometricae in theoricam planetarum, mapit: « Centrumsolis acqualiter distat a centro eccentrici solis et a centro terrac existentis in duobus punctis terminantibus lineas existentes plus sex signis luna peragit cursum suum. Finis theorica lunae»; branco: f. Laurenti Bonincontri Miniatensis super Centiloquio Photomer. Nella prima carta del codice se legge Nicolai comitis patavini de motu octavae sphaerac, Tractatus sphaerae Johannis Sacrobosco, Demonstrationes Blasir parmensis, Comentum Albertum magnum super sphacram, Eiusdem Blasti demonstrationes mathematicae super theorica planetarum, Centiloquiam Ptolomei cum commento mei Laurentii Bonincontri»; nell'indice, dunque sono indicati i due testi di Biagio, ma noi ne avremmo individuato uno solo. VIENNA, Bibl. Nat., mapu, centrum solis acqualiter distat a centro eccentrici. Corrisponde salvo lievi varianti, fino a f. 66v (con la proposizione 22a), con il Vat, lat., VENEZIA, Museo Correr, Provenienza Cicogna; contiene solo l'explicit, evidentemente errato: finiant demonstrationes Blasii de Parma super theorica planetarum compilata per ipsum in gymnasio  mia edizione Il 'Lucidator' dubitabilm astronomiae di Pietro d'Abano SCHIAVONE, Padova, Editoriale Programma, Le Demonstrationes geometricæ sono pubblicate anomime nell'edizione per Scoto, Venezia, Sphaera mundi cum commentaris. Anche THORNDIKE, Notes upon some mediaeval latin astronomical astrological, JUDICIUM  ladicium revolutionis anni 1405, PARIGI, Bibl. Nat., lat., ludicium revolutionis anni  cum hors et fractionibus secundum magistrum Blasium de Parma, incipit: cantequam invadam pracsentem materiam pro mei informatione et alterius cuiuscumque priesupponam aliqua in modum propositionum iuxta formam et consuetudinem philosophantium, Su questa opera efr. il mio studio P. una storia astrologica, Abstracta. Biagio Pelacani. Pelacani. Keywords: implicature, prospettiva, filosofia della percezione, origini del libertinismo, commentario in detaglio sulla semiotica di Occam – dialettica – segno, nota, sermo. Refs.: Luigi Speranza, “Pelacani, Grice, e Shorpshire sull’immortalità dell’anima.” Luigi Speranza, “L’animismo di Pelacani e Grice, ‘smoke means fire, literally.’” Pelacani.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pelagio: la ragione conversazionale - l’implicatura conversazionale – la scuola di Giulano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Tutor of Celestio and Giulano di Eclano. Pelagio

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pellegrini (Venezia). Filosofo italiano. Filosofo veneziano. Venezia, Veneto. Abstract: H. P. Grice: “As an university lecturer at Oxford, I had to give this or that seminar on topics of my interest. Ewing was writing on meaninglessness –which struck my attention, since I don’t think Ewing cared much to talk about meaningfulness in the first place! Pellegrini did: he refers to ‘the signs’ – I signi’ – of the nature – fisi, what I call ‘natural meaning’ – of ‘man’ himself – my topic of research since I fell in love with Locke!” Keywords: sign, signify, physiognomy, fisonomia – segno come relazione triadica – Peirce – Those spots didn’t mean anything to ME; to the doctor, they meant measles. -- Filosofo italiano. I SEGNI DELLA NATURA NELL'UOMO. Della fisonomia naturale Della fisionomia naturale,  nella quale con bellissimo ordine s'insegna da segni esterni della natura a conoscere gl’affetti interni dell'animo dell'huomo. Opera non meno dotta, che utile generalmente a tutti, & in particolare a qualunque che di pittura, e scoltura si diletta. Con un indice copioso di quanto in detta opera si contiene. Al signor Gio. Dominico Peri (Milano). For an earlier example, Martius, De homine. Cristoforo Canài HI DELLA NATVRA NELL’VOMO. Con Trimlezw. ^òi^Jf-^^-. In vinetia , per Gm^vm ^ /. 7v A* LO ECCELLER^ tipmo Duca di Camerino , Il Signore Ottauio Farnefe , Chrijfoforo ^ecanale, Onofcendo per uiua ^ certa froua , EcceUen^ tipmo Trencipe^che lo intendere pienamente ^i affetti humani, apporti in tutte le opera^ tiont de la uit a, gr andiamo gioua, mento , ^ Comma dilettatione a .Mortali ) m'e caduto ne t animo , per fare queHo piacere, ^questa utilttade agli huomini, dt pub li ed' re ( anchora che fenz^a ilconfènti- mento di lui) alcuni ragionamene ti : fcritti ne gli anni p affati , da a ij mio compare iiPkfeJJer (tAntonio Tellegrini : Me i quali ( fe in alcu - n altro liho ) fi può perfettamente imprendere , quejia fi diletteuole > f^* fi gioueuole dottrina . Eiluero, che il penfarmi di uolere far con- tro a la opinione, ^ del Compare , ^ de lo amico J,a mente^pronta da fe y a procacciare il bene , ^ l'utile commune alquanto mi impediua ^mi ritardaua.Aia fuhito^quafi un raggio di Sole tra nuuoli , mi fi fcouerfe lo lj?lendore ^ l'authorita de la Ecce [lentia uoHra . Et giudi cai che facendo io ufcire quefo li- hro ne le mani de gli hmmini , col felici fimo uoflro nome in fronte , non folamente ciò douejfe a tuiy f- cureXzjd ^ fauore col mondo ; ma a me anchora con lo amico imer ito ^gratta acqmUare , ìsle nera-- mente , fu non ra^ioneuole, ^non git^fio il mio fenfamento :Pero che qual Frouincia , qual Cittade, quale e finalmente quelt huom o , che ardijca di oppugnare quella co fa ; cui mi rigenero dun tanto Im^ Peradore,Jiate feudo ^difefa ? Et a cui darà l'animo di biaJimarla\Ce uoi, nipote d'un f felice coji fan to Pontefice, l'hauerete accettato ? fermjlraìEt le firet e patrone \ Et d! altra parte, come potrà lo aù thore non gradire,'^ non hAuer ca ra queHa mia operai ione fentendo ilfuQ libro, e [fere uenuto ad mchi^ nami ^baCciarui la mano,come a (iio Signore ? Alche far e, egli mede Jtmo,Jè le jke occufationinon gite le hauepno uietato, uolentieri ue- nuto farèl?be:Non Joloper le moL te, ^ tutte rare uniuerCali cagio- ni, onde fopr amolti Fremì fi:, ^ admir abile fete et amabileyma par ticular mente , perche benefattore, ^ signore fete de fuoi . iAccetti adunciue la Eccelle ntia mlìra, quefio libro con allegra faccia : Et rimiri in lui , quajiin lucido ^ va litolpecchio,tuitele fue buone]qua litaicojide t animo, come del corpo: Et alfine , fempre lo oAuthore ^ me infteme , che ci fa fommofauo^ re , conferui ne la gratia Jua . L ,1. \ I I SEGNI DELLA NATVRA NELL'VOMO I B IlO V B^l M 0. 0 FE B^E B B 0 Ts^O certamente tutti quanti gl’uomini con ogni loo fatica diligcntia IsfoY'xarfi eir ingegnarsit di recare al mondo, nel mi I gliore modo che poffono y ' giovamento ed utilità: si per ricompensare in questa guifa^gliamaelìramcn^y ti e benefìci, riccuuti dgl’indusìrio/i & [ani lo^[ ro maggiori : fi ancho per non lasciare che nel tempo à uenirt, i discendenti loro si dolgano come efii peraventura hanno fatto de la prigitiay^^ 'i^ la negligentià de igìa trappaffati. Ed avenga che H fare quelìo a ciafcuno lìia ben^ , pure a coloro ajjai meglio pare che si conuengd, che con minore pe^ tiglio e daìino di fe Heffi, eseguire lo possono, la qual cosa niuno hiuero mi negar à giamai ^ne gli scrittorinon adempir si perfettamente  Tercioche essi, lontani in tutto da i tumulti delle guerre, da le inuìdic de i governi degli fiati dai difagi che ftmpre ft tirano dritto tutte le arti , pofjon^ t  tàue conferuare le operationi de Capitani : lodar e^^^ prudenza de prencipi : Et ìnfegnare in che manièra , <{ue^o , o ciudi' altro , tra gli huomini fia Ua^ to eccellente . Ver tanto difiderando pure di mani^ feHare al mondo^quanto fia in me je non gagliar-- do il potere.almeno ardente la ajfettione^di gioita" re (fe potrò) agli huomini in qualche modoM uo-- tmo^y polche nonni h dato occaftonedi meglio ope^' rareyfcriuere al meno alcuna cojaichepiu dotti ^ pisani ci renda. E perche essendo uomini ci de principalmente dilettare , di intendere CT di cotiofiere l’uomo inan^ì a ciafcun' altra cofa , fi ancho-^ rayperche ad hauere conofcen:^ di noi Hefhfumma già in per fona di un gran fauio auertiti da i Diuini or acuii , mi è piacciuto di trattare primieramente de la natura de Hmomo: Et moflrare fecondo le ua rie qualità del corpo, quaipajfwni, & quali affetti, fiano naturalmente ne l'anima. De laquale Jcientiay niuna altra più grata^opiu cara efferc ci dee: confi-- derando lei effere tutta noftra: TSlc d'altro trattar Cy che di noi medefimi. TSljunapiu gioucuole^od utile : imprendendo da lei.ciocheper effere buoni compiu-- t amente ydohbiamo fchifure: Is^iuna al fine più per^ f ettaro più bellaieffendo il foggetto di leifilpiu bcU loyC'l più perfetto animale che habbia la natura crea to. abbracciamo adunq; con tutte le for%e noHre , ^ucfìa tanta bellex^. ^cqui§ìiamo quesla perfcttione : feguitiamo queU' utile: Et guHiamo qucHo fo?nmo piacere. La conofccn:^de fegnidelavo- f T ìli y 2 tira T^aturuy è celebrata da i medici : ojjeruata da i fhilofophi , & ammirata parimente dagli buomini tutti; Etpreffo agli antichi ella era in tanto di tiene rat ione d'authorità^ cheft legge gli Indiani faui non prima effcre [oliti di permettere che alcuno dcjje opera a lo fludio de la philofophiay& al gou^r no de regni , che foffino certi per le corporali qua* lità di colui Jui efj'er ne pienamente degno. Foglio a dunque mandare a le lettereccio che in qMcfla mate ria alcuni anni fono , tre ualorofi Imomini , & miei carifjirni amiciydottamente ( fecondo che poi mi fu detto) & fottihnente dijputarono infieme : ilquale ragionamentOy hebbe princìpio in quefla maniera • Dijfemi già ^Icffandro Dolce che trouandofiun giorno di fiate dopo mangiare ^ne la Chiefa del Batti "ila a Murano^doue fi celebraua alhora jollennemen te la fefta de la natiuità di quel fanto , infieme con Meffer Gifmondo Harruel Jngleje^'che hora c Com-^ 7niiJario& ^mbafciadore del fHol\e prejfoaque fìa B^epublicac& il zornox^^ Confalo in qucfta Cit tà de la natione fpagnuola , Et ueggendo elfi quiui , come fi fuoleufare in luoghi fimili y ragunata una buona brigata di donne , mirando il Confilo uer^ Jò una di loro, più giouene, cì^ daciafcimo giudi^ cata belliffima di tutte le altre , uerfo gli amici ri-^ Udito fi , loro in quejio modo diffe ridendo . Ter quanto da alcuni certi fegni ìiel uifo di quefla don- na comprendo {(^^ fe loro la predetta giouene uede re) giudico che ella difideri fommamente , di ejjère JL Vi; tuttauìa in quello ejjercitio occupata , che fece r/- tornare la faldella a MaJ^etto* jl cui lo Inglefe^me Zo fogghignando rijpofe . Mia opinione è ftrma^ mente , che non pure coHei che ci hauete additato^ ma tutte le altre anchora , onde al prcfente qucHo tempio è fi pienoyhahhiano coft fatto defio. Mhoi- ra uolendo il Confolo rifpondere alcuna cofa^il DoU €e fnbito interrompendogli il fkucllare , di/Jècofi • 'Perche non ci arrecate uoi , de gli ejfempi letti ne i UoHri libri Spagntwli , feni^ impouerirci noi altri ltaliamhogUedocii& ufurpàdoci i noHriÌTanto ui bafiaua a dirc^cofiei farebbe atta a rompere la deli-- herata oHinatione del Cauallcro mudo:fe forfè non fi tenete meno ejperti ne la uoflra lingua Spagnuo- Ujdi ciò che uoi ne la nofìra Italiana ui fiatef Que- fia co fa già non cred^io^riprefe fubito il Confolo :.An :ZÌ bauendo riguardo a la leggiadretta flatura di uoiy(^ a i capelliy &ala uofira barba cofi riccia^ ui giudico non folamente dotto ne la noflra lingua^an^ 7^ mi parete proprio uno Granatino fchietto & leg giadro . Ouiui ejfendofi lieuemente forrifo , ha^ uendo per quelle parole , di nnouo mirato lo amha^ fciadore la breue perfona del DolcCyuerJò di lui, che già a lo Spagnuolo rifpondcre uolca di rimandoycon lieto uifo in que^ìa maniera parlò . 7{onuidoletf punto de la uoflra breuità & picciolex^ : che già un altro ^lejjandroydi uoi non troppo maggiorcyfe ee tremare al fuono del fuo nome tuttotoriente-.per infino a le più lontane parti de l'India: Dove egli ui dCyda la for^Jt & da l'empito de la fiiauirtUy uintù ^ abbattuto quello Indiano: grande diualorey d'a^ nimo , & di configlio : ma più ajjai di membre . Et inan^i a luiyTìdeo picciotijjìmo (come recita Home ro) fuperaua tutti i Thebani. Di cui ragionando Sta tioydice che una fomma uirtu,regnaua in uno breuif fimo corpo . ^ntonmo poi Caracalla , fu anch' egli di ft atura cortiffima : Et nulladimcno , fu giudicato fortijfmo & ualoroftjjìmo Imperadore : Et caWgò per tal maniera la mordace iilejjandria y che per quel ch'io credale Ila ne conferuarà per tutti e fecO'» Uy &uiuay &uerde i & fempr e frefca memoria • Quanto poi al tempo de i noflri padri yfta Hato qui in Italiayin tutte le optrationi de la guerraychiarijjl mo Tsjjcolo piccinoynon è meftiero che horaui con^ ti : fi come co falche può troppo bene e/fere a ciafcu^ no palefe:'hlondimeno quanto egli grande fi [offe ,ol tre al fupranome tratto da la qualità de la per fona che ne dee far fede ^ fi può di leggiero confidcrare: ripetendo che dopo la rotta che egli hebbe uicino al lago di Garda da Francefco Sfor'^yCifi faceffe^dubi tandofi non gli fojje for^^ di diuenire preda de ni* mici y portare iìiuilluppato in un facco fuori di quei tumultiyda un fuo raga'x^ ueUito da faccomanno • yolea l' ^mbafciadore feguitare anchorapiu oltre, quando il Zorno'7^ preoccupandolo diffe.K^on cre^ diate già che la picciolexi^a del corpo ^fia cattiuo fe^ gno ne le offeruationi di quefta dottrina:che an'ZÌ JL rifiotele^ & altri philofophi, che anticamente & iìi jl iij à ^  quelli noflri tempi ne hanno trattato ^affermano tut ti di commune parere^la fiatura breueyejjere certijji mo fegno di celerità ne le operationicEt di pronte?^ mirabile d'animo^i^ di configlio. Quindi uennCf come Iherba da la radiccyil germogliare de i dijìde ri del Magno ^lejjandro y cui uoi poco inaìi'i^ cita-* ile: Et di poi il dar loro jpreUa fubitijjìma efpe-* ditione. Comincio alhora lo Inglefe a forridere : Et poi in cotai parole fciolfe la lingua. Io credo che di- gran lunga più aiutajji' (pmgeffe ^leffandro , al fhre le merauigliofe & foprahumane opcrationi , onde egli mal grado del tempo & de la morte, ni-- uerà jempre gloriofo ne le memorie de gli huomi-^ niyla grande & diuina uirtu de t animo che era in luixhe non fece la breuità , la picciolcT^i de la perfo7ia: onero qualunque altra qualità , che egli in qnal fi uuglia parte del corpo fi hauejje; Ben fapctCy Joggiunfe fiibito il Dolce, già ne la opinione entrato de lo Spagnuolo^cbe quel degno ualorojò Trend peju maggiormente da la uirtu de l'animo fpiìito : 3<[ondimeno quella cotale uirtu,per certi fegni , o?j- de ne era il corpo diìtintOyfermamente conojcere & preuedere fi poteua. Foi ui dubitate de i morfi del Confoloyriuolto l^mhafciadore uerjo il Dolce^dijje alhora ridendo: Et poi foggiunJèy& per ciò fete en irato per luì hora ne lo fieccato. ^ qucflo il DolcCi fi come egli era lieto & ridente , in cofi fatto modo rijpofe . 7^(e io magnifico ^mbajciadore ^ temo dei morfi che non mi pungono : quando per alcuna ca-^^ione non mi reco a male tejjère co/i picciolo, qml mi uedete : 7{e il Zorno^^^noìi effendoper ancho^ ra Sìato unito , o cacciato del campo che egli fi ha prefo a douer mantenere , ka bifogno che alcuno fi prenda pugna per lui. Ma credo fermamente , a ciò tirato da la aut borita di me Iti grandi & eccellenti philofophi.che di tutti^o de la maggior parte de gli aff etti de Inanimo, habbiamo nel corpo alcune certif fime note: alcuni fegni^ & indici chiaritimi. Klo ui mettete a negare queiìa cofa.rifguar dando lo Inr glefe^diffe il Confalo alhora, pero che negar efie una uerità troppo pale/e & aperta: l^epotrtfìe cauar- uene i piedi , fe non con la perdita de la uoHra jenr t€ntia . Foi ui moHrate molto ardito.rìfpofe albera a lo Spagnuolo lo ^mhafciadore , dapoi che fi e il Dolce rappacificato con uoi:ma fe non haueffi rijpct to a queiìo luogo , doue non mi pare che fi conuen-^ gano queUe dijpute , come che la mia opinione ne perdeffiy non ne riporterei al menobiafimo o disho-^ fiore, Effcndomi poflo io fola Barbaro ro%o & incoi to , a difputarc con uno Italiano ornato & tloquen^ te ; Et con uno fagace & acuto Spagnuolo . Mho-- ra il Dolce , queda cortefe dijfe , & am.oreuole inr "giuria che ci fate , non tiene già ella pure un fol punto di Barbaro : ^n^i ci dimoHra chiaramente, uoi efjcre tutto pieno di humanità : Et degni fimo di effere nato nt la Città di I{oma . si al tempo de i ']{egoli y 0 de i Fabritu , foggiunfe fubito il Confolo. LEt non già a quefta trifìa CT infelice etade : ye I4 \ L I B T^O quale U ntai uiuere , & i fo'j^ coflumi di molti che bora ui J'ono,hanno ripiena quella cittàydi tutti i ui- tij, & di tutte le fceleraggini . T^je quiui il Dolce : poi ripigliando il fuo ragionamento/egui in quc fiaguifa. Certamente giudico anchor ioy queUo luo^ go non effere conueneuole 5 a le diJputationiQhe^ già cominciato baueuamoiln cui lungamente fermando^ ^ ci, mi pareua ìionpure che faceffimo contra al debi to de Chrifliani > ma anchora che da precetti di Ty^^ thagora^ molto circndefiimo lontani t dolendo egli che ne i tempij diuini , oltre a lo adorare &àl con-* templare Dio^non fi die e j[e 0 face jje altra co fa ueru ita. Ma feuolefte fare per mio conftglio, potremmo pa/fare qaefio giorno , lontani dal tumulto 5 & dal caldo yonde ardCy & ua fottofopra que[ia Chic fa: Et ijpendcrlo 0 nel cominciato ragionamento : ouero in qualunq; altra operatione, che più ci aggradijfes& che più ci andaffe per r animò. Spendafi pure in que Sìoyriprefefubito il T^untio del ke:Ma doue andre- Vìo noìy che quello fole ardentiffimo , & tarfura de la prefente fìagione^non ci apporti noia & faftidio? <:é ne andremo rijpofeil Dolce yfe cofiagrado uifia^ in alcuna de le nojìre barchette : Et farenci menare •qui drietojoue fia l ombra più frefca y e'imare piti tranquillo : Et quiui pafcendo a un tratto la uiH^ de le (poglie uerdijfime de i belli & colti giardini che €Ì daranno d'intorno y&dele onde marine imitd'- trici&cmule delCiclo,potremo ripofatamentty & SenT^ alcuna perturbatione , acquetare , comporr e% P-J^ IMO. 5 ^ ordinare V animo nojlro : Oìide il di/porlo poi ad alcuno penfiero intellettuale & contemplatiuo zaffai facile CT lieue cofa cifia .^quesìe parole del Dol^ ce y acconsentirono gli altri dui uolentieri :perchù entrati in barca^^ in parte ridottifi a punto fecon^ do la uoglia & il dijj'egno loro y poiché fermati fi furono alquanto , cominciò lo inglefe a parlare iti quella maniera . Quantunque uolte rne auenuto di penfare di quefia uoflra fcientia j altrettante mi fo no merauigliato grandemente di quegli huomini ^ che ui confumauo drieto tempo & fatica : Et l'olio (come fi dice) & Vopra ui perdono. T^on tanto per la uanitày&per lafallacia^ che pero inlei cono/eia fno certiffima^quanto perche mipare^che quelli tali fi uadano per fe medefimi procacciando hiafimo & dishonore» Terciocke qualmeritOyche laude^quanto bonorcy ^ qual gloria , diremo douerftragioneuoU mente attribuire ad alcuno, uiuente giulìoypruden" tCy forte j& temperato , fe egli non per jua delibera rata uolontà fia tale , ma perche la qualità del fuó corpo y a uiua for^a effere ne lo facciano^, 7{on «e- dete di gratta , che in queUo modo fi Hraccianoyfi distruggono y & fi gettano a terray le leggila giu^' ilitiay & VhoneUà i Che foìiOyper dir uero , nonpu re ornamento^ ma Habilimento anchora y ZS> conferà uatione di quello mondo. Ingiuflo adunque & uanù Lycurgo : llquale ne le fue leggi ^propofc guiderà done ^ premio a i uirtuofi & buoni : Et a gli federati rei pena ^ caHigo :fe gliu?ii } & gli Z J B 0 altri di coSlorOi non di loro uolontà operauano , rr^a erano da le corporee qualità^a cofifhrc sfor'j^ti. In giufto parimente Solone : Ingiunte le Dodici tauolc i^mane-.lngiu^li gli Imperiali edittiiEt ingiuHi fi- nalmente tutti gli (latuti i CT tutti gli ordini de i l{e gniy& de le l\epuhUche.H abbia uno mcdefmo me^ rito illibcrale^^- lo auaro:llprudcntey& lo fcioc^ co:ll modcjìo,& Paudace.'ll buono,& il reo: Et al fi ne l'ornato di uirtuihO' il macchiato di uittj.Confoìt dafiy & mefcoiifi ogni cofa fòttofopra : Et ritorìiifì di nuouo nel ìnondoyla confu/}one^& il Cbaos. 0 bel la adunque utile fcientia che è quefìa^fe ella non dijpaia il nerOidal bianco : [e ella ci toglie lo imita--' re le opcrationi nobili & degne : Et [e ella ci mette dinan'xiuno fcudo,di dire non poffo fkr altro, o non ci fono inclinato, jhtto di cui ricoperti^pcjfiamofen^ %a temere più hoggimai le afl^rc^^ fiere per coffe delbiafmo & del Hitupcrio^liber amente in qualun- que uitio Jommergcrei: Et da le uirtu , onde prima 'frìeglio & più fìcuramente erauamo difefi, allentai^ narci {come dir fi fuolc) per tutta la jtrada . Ma non pure, fe quella fcientia fo/feuera.ella farebbe (come ho detto) dannofa & noceuolca lauitade gli huomini:Ma ella^anchora non e,ne uera può effe -re per alcuna maniera. Ttrciotheìouorrei faptre un poco da uoi^fe i cosìurni fono affetti de l'anima: 0 pure del corpo. Sono certo che mi rifj'onde) ete de t anima : fe adunque l'anima per fe , rionubidifce » ^ non.Jtguitay& non foggiaceale paffoni dclcor- poj come miete noi . qt4im ridendo il zornoxj^ mlcua interromperlo y fc il Dolce che gli fedena et rimpetto , nonio bauejje cofi dicendoyfiitto tacerei Lajciatcper Dio Signor Confoloy che egli dica tutto ciò che gli piace yche poi con ordine uia maggiore y fi potrà di ftintamoite^a ciafcma parte del fuo ragio^ namento risponder e. Chiunque jifente trafiggere al u'UOyripreJe fuhito ilTsiuntio y hauendo già uerfoil Voice riuolto il parlare y non può in alcuna maniera. Siar cheto:pero fentendofi hora punto nel corcyCi uo. leuaper isfogare il dolore & la pajjìone che lo pre^ meuaymandare in quel modo fuori la uoce. Ma (ri^ drii^ando di nuouo le parole al Confalo) prepara^ teui pure difjcydi jchermirui bene :per che di co fi acu ti Hr ali y me rie auanxano ancora parecchi. Già jo ben io che buono arderò douete ejfere affai , rifpofe il Zornox^'i poi che fete Inglefe : Ma non dubita-* fesche io con V arcobugioyche agli Spagnuoli hado^. ^nato la gloria de la militiayfhrò lo uedrete , pÌH> profonda , & pia mortale ferita . Orfu foggiunfe io Inglefe , ueggiamo adunque qual di noi fa meglio ferire: Et poi in quella guifxy al fuo interrotto ra- gionamento diede di mano . Dico per tanto che fc V anima per fe ftejfa nonè fottopoUa a le qualità corporali , molto meno i colìumi , che fono , come già s'è detto , paffioni & affetti di quella , ui pof- fono y 0 ui debbono foggiacere : Effendo cofa cer- Ufjlma yche effmon fi impriìnono ne gli animi da naturai ma per l'ufo continouo , ^ per le frequcn^ L I B 1^0 tate operatìoni, fi accingano fi ricenono . Oltre a ciò, quello affetto che e naturale ^ non fi può per al cun modo afjuefare al contrario : Conciojiacoja che fe mille fiate fi gittafie una pietra a lo in JufOy al-- frettante ella a baffo ritornarebbe : fecondo che a U proprietà de la natura di lei fi appartiene.Ma i co^ fiumi (come ciafcuno fi uede) pofiono troppo bene efjer e contrari a le ine linat ioni deh natura: ìUhe ef fendo,noa è forte o difficile a giudicare, che ejfi non feguitanOi ?ion ubidìfcono , & non procedono in al- cuno modo da lei. Ma quale necefiità uolcte poi che poffa hauere quefìa fcientia yfe in molti fi ueg^ gon^o alcune qualità fignificanti pajjioni ne l'anime^ fce erate & trine, che fono nondimeno fantifiimi cr perfettifiimi> fi come in Socrate cr in Hippocra-^ te effere incontrato y per le fcrit tur e de gli antichi appiamo . Et fe molti fi ueggono di complefiione fol erica yefilre manfueti:non pochi fanguigni,tenaci & auari:affai maninconici, liberali: Et molti alfine Vhkgmaticiyf uribondi^T^on nafcono adunque i co- [lumi:da le qualità de le complefiioni:^n^pendo^ no in tutto^da la pura libertà^de la uolontade & de lo arbitrio nofiro.Ouiuihauendo il Juo parlare fini- to lo ambafciadore.il Confolo che con difiderìogran difiìm 0 moflraua di ajpettare che in fe ricadefieil ra gionamento , con quella uiua & chiara allcgre^:^ che fiammeggia di continouo nel fuo uolto^ in que- Ho modo comincio a fauellare. Scio non giudicafii ihefeconà o lenouelle infiitutioni del uofiro paefe I M 0. 7 ui credeHe la confefjione e/fere di fouercbioy al con^ fejjarui ui eshorterti : perche a me pare neramente che fiate fpacciato. Ts(on toccate^dijfe alhora il Dui ce di gratiacofa alcuna appartenente a religione: Ma lajciando queUi carichi a i Frati y &ai reueren di maeflriybaÙicianoiy il confiderarele cofe natura li. Amando meglio di errare con quei buoni antichi che con quefti altri modernijoltrc come fi dice, a la linea jfapere. Egli non farebbe Spagnuolo^ difielln glefe alhora uerfo il Dolce riuoltOyfe egli infieme no fofie mordace ^ ingiuriofo:Fedete come egli ci me na tutti ad un filo: Diani^i uoiy & io bora fiamo fta ti tr affìtti da lui. Ma lafciatepurej che i Dialo^i de la prefa di l\cma^in queUi tempi da lui publicatiy ci fanno bene cono fcere a pienOycio che egli de la reli^ gioney& de la fede fi fenta.Sorrifc alhora il Confo lo a que^i ultimi detti: Et poi cofi Aggiungendo fe-^ gui. Ture che uoifcrittore non mi facciate; tutte le altrecofemipajfaro di leggiero.Toi fermato alqua to il uifoy più grauementeyin quefìa maniera a ragia tiare diede principio. Egli e ben ucroyfi come uoi di tCyche i coHumi fono affetti de Vanima:ma non epe ro ueroyfi come inferite dipoiy che l'anima non uoi" difca a le qualità)& a lepafiionidel corpoi^n^i in mille modiyapertamente fi uede il contrario. Donde direhbono i medici , che il mutare de la complejfio^ ne y cambiaffe infieme gli affetti de l'anima yfe ucro foffe y che ella le qualità de i corpi non feguitajje { Ter che bauerebbe introdotto Tlatone Timeo dijpu t I B \ 0 tante , quegli huominidi lungo cjjerepiu prudenti, il cui corpOy di minore copia dlnmiore abondajfei O non è forfè laprudentia.una de le uirtu de t animai Certo fib:Tsiondimcno uuol pure^come uedete, quel fauio^an^iq principe più tofio & capOy& maeftro di tutti i fapientiy che ella da le qualità del corpo di^ penda. Ttholtmeo afirologo, ^ inanità lui Hippo crate medico ^differo che fi doueuano giudicare i co fiumi degli huomini ^ fecondo che effi erano natiiin regione o uicina , o lontana dal mt%o giorno : ciò è che riJpondayCT che fia fottepofla^ a lo Equinottia- le cerchio del Cielo , Conciofiacofa che i co§ìumi fe^ guìtino lepotentie naturalicTs^afcenti fen*:^ dubbio alcuno^ da le uarie compofitioni de i corpi : Lequali pigliano poi diuerfità & differenza , fecondo che differenti fono y& diuerfe le regioni. Onde diffe Ver gilioyeffere necejjario il uario influffo del Cielo cono fiere: Et ciò che un paefe fa atto a produrre natU'^ Talmente : Et d'altra parte^ ciò che per ninno modo gli fi conuenga^dala efi?erientiacertiffima madre di . uerit affiamo conapprouata ammonitione chiari ren iluti. JL che erano quefie confiderationibifognoy fe non le anime cotali fi dipingejfero^ qualcil corpos i colori de la materìa tinge ffero Ì Et fea feguitare le proprie qualità de la terrena poluere , onde fono quefie membra compoHey non fempreauiua for'^ te cofirìngeffero f Et confentaci la uoflra benignità^ che a lo Jpecchio lucido & politoàn que§ìo cafo Va- . mma ajjomigliamo. llquale priuo in fe d'ogni altrpt T 1^1 M 0 • 8 colore y fuori che di limpide^ , di Jplendore , & di nettei^j tale però diuienc , bianco, nero,gran^ de^ picciolo , bello & brutto , quali le imagini fono chea lui ftapprefentatno . Cctali apunto le anime, noiir eccome parte che elle fono del fuoco dellu- 7ne celùfte^chiare da fc^ri(pLendentii& fen'j^alcu^ na macchìa^come prima a qucHi corpi^foT^^ofcuri^ ex tenebro fi fi uniJcono,tHttigli affetti lorQ,onde ef. fi diuerfarnente uanno d flintiy in fe Heffe riceuono a Ma perche mi debbo faticare a ritrouare argomen^ ti , fe la ejperieìitia dinani^ a laquale fuggono le. menzogne , ce ne rende in molte maniere certiffimiì^ Ditemi un poco di gratiade infermità 7J le ebbrc^. %e, non fono elle pajfioni di quejio corpo f Certo ji Jono y rifpondercte . T\fondimeno chi è colui che non- ueggayCjuanto fi mouanOy& patijcanoper effe le ani me^Elle patifcono tanto , & cotanta alteratione fi prendono, che mentre fono opprcffi i corpi da queU la palfone,cJ]e per alcuno modo , // loro ufiicio non pojfono ufare ♦ Quale adunque più certo fegno , e^r quale più manifcflo inditio uogliamo di qutfio i Da l'altro lato, gli amorini piaceri,le trijiitie,^ le pau^ rechi dubita, che d'animo tutte pafjioni non fiano i Ma con tutto clo,ft uede la paura fkreil corpo tre^ mare & impallidire : Et talhora per lo cacciare cìr rifpingere con fouerchia for'j^ al core gli humori ^ ( fi come ci affermano i medici) e/fere cagione di ftujfo : Et alcuna uolta , uccidere ancho del tutto • Similemcnte gli ccccfiiui dolori^ fanno dintnire gli l 1 B Ti 0 hùomìnìfmofl : 'Et li rendono yqtia/i in tutti le lora operationi yfimiglianti ale fiere jcluagge. Come fi fcriue di Hecuba: che perduto il regnoyil marito^ & i iìglÌHoVh& ìntefa al fine la triSìa nouclla de la mor . te di Tolidoroyperdette infieme lo ingegno & lo in- telletto humano : Et da indi a drieto , a guija di ca- ne fu fempre udita abbaiare. ToJJono etiandio ipia ceri & le allegre^ fmijurate ampliandoy& dila- tando gli fpiriti uitali con troppo maggior f or '^cl che la natura fia ufa di /offerire , guidare lietamente queUo noHro corpo talhora a la morte. Secondo che già incontrò a quella femina Bimana: Laquale ha- nendoji creduto cìr pianto li figliuolo per morto ne la battaglia di Canne^ueggendofclo poi faluo giun-^ to dinan^i^abbracciandolo & bajciandolo fi morì di dolce"^: Quanto poifiano da lo amore i corpi ren-» duti magri j& eUenuafh& in noi medefimu & pa- rimente in tutti gli animali de le altre j^ecie^fi può in mille ^roue uedcre ogni giorno . La onde dotta^ mente come fempr endice di queHo parlando yil Man tuafto Nomerò; le cui diuine par ole, fono fiate dal na ftro DanicUoyin cui come lume in JpcccbiOyriJplende la eccellente ^ rara uirtu di mefi'er Triphone Ga- briello 5 nouello Socrate di queHa età/ono fiate di- co ne la ornata traduttione che egli ha bora fatta de la Georgica , interpretate in quefia maniera • Terche lor for%e , a poco a poco fura , La femi- na :& ueduta li confuma :Tsf e fofiicn cl/efii fi ri^ tnembrin poiyGiamai de bofchiyO de le tenere herbe • Sono 2' III M 0. p Sono adunque t anima c'I corpOydi maniera con^iim ti & collegati infiemeycbe ciajcuno di Loro yfo^ìiaie ^ fojftnjce Le paJSioni del'alcro : Et ciafamo le alter alieni de i altro , in [e mede/imo prende . Ter ciò amene che i medici che hanno cura de' corpi no^ Sìrii conofcendo la (irettifìma unione de l'anima & del corpOi& fapcndo molto bene quanto inno [otto giaccia agli affìtti de Ì altro ^ metano la prima cofa agli infermi M lafciarji da le noic^& da le trijiepaf fioni de lanirno^uincere Z7 perturbare. Ejjendo adi (jue a le corporee qualità Ì anima (come fi ucde) fog getta ^ ubidiente yC ben dritto cheancho debbano i ccjìumi , che altra cola non fono che pure ajfettioni d^anmoàl corpo parimente fcguirc: Et ejfere cotali a punto yqualt le figure i fegni di queflo ce li prò mettono: Et ce ne donano indicio. Era per fcguitarc anchora ilconfoloya le altre oppofnioni riparando > & facendo fi mcontra^onde qua/i con fortifiime ma chine , fi era iìudiato lo arnbafciadore , diabbatttre CT di rouinare lo edifìcio di quella dottrina yfe non che il Dolce ueggendolo fermo , diffe fubito queste parole. Mi mcrauiglierei inuerità grandemente^chc a la \atura ddigcntif ima altrettanto ne le cofepiu care & più nobili , di ciò che ella ne le più indegne & ne k più uili (ì mofire fojfepiacciuto che i frutti per le loro esteriori qualità giudicare fi pctejfero ^ & che drittamente , la maluagità , o la bontà loro ne fo feantiuedutada gli huomini , Et fimilmente che ne i cani , ne i cauolli^ ne lepecore^ ^ ne i buoi^ Z I B liO fìpoteffeper cfegni del corpo ^ conofcerne lauìU tày 0 lagrande%j^ de lanimo^nT apprejjòja debi^ lita y 0 laforte'2^ del corpo^^ che ne Hmomo ani male di tanta dcgnitày & di tanta per fcttione , quc Sìoislejp) parimente non auenìjje, Quaft chela TSla tura^di tutti gli altri animali y& de le piante fi ha ueffe tolto più cura , che ella de l'huomo fatto non hauea.Oueììo non e ragionciiole : 7\(e fi de per al- cuno modo penfare . Quando adunque non ci fojfc mai altro argomento dimosìrantcci qucfla fi:ientia ( comete ne abondano inuero infìnifi) confiderando che ci fia quella o fferuatione ne gUanimalhcio e il poter conojceregli affetti de l'anima loro^nelo ajpet to de la forma efleriore del corpOy fi de per degni-- tà de l'huomoycr edere che in lui qucfio iììefjo fi pof Ja.Degnita farebbe del'huomoy rijpofe fubito l'Ora- toreyfe mi lo trahcUe da la greggia de gli altri ani mali: Et non facendolo {fi come in ciò ogni uosìro ftudio fi adopra)caminare di pari con ejfo loro.Foi per mia fede procacciate^ un bello honore ala uo^ (ira fpecie : dicendo che le inclinationi de l'anima humana,fiano quello iflejfoy che fi fono gli empiti de ^ le fiere :lSlpn dico già io qucHa cofa , previamente il Voice rijpofe:Jin%ifo che tra le attitudini naturali^ ^ gli attuali cofìumiy ci può ejfere grandifma dif- feren%a.Feggendo quiui il Confolo che la dijputa in cominciata dal Dolce^er a per difender fi in troppo lunghe'T^ymirando ucrfo di luiy humanamentc con- tai parole gli dijfe.Siatc per gratia contento fignor T III M 0, IO Dolce^che domi hoggi , che uinca qucUo Inglefc •per memedefimo: Et perdo fen%a punto trauagliar ui ne la nojira battaglia , jiatcui da canto a utdere: che uiprometto^in due o tre colpi anchor affare che egli in fogno di uintOy mi porga ignuda la mano.Fe nite pur uia^dijje alteramente ridendo lo^mbafcia doreiche forfè cofidolci^o tali non ui parranno lac que del noUro Tamigi , come^^ quali hanno i no-- §ìri guflato in qucfta prouincia , quelle deTo , de r^rno^ & del Garigliano. l{ifo che fi fu alquanto per la ardita riJ}>ofla del yuntìoy^ato il Confolo un poco fopra dife^in qucjìo modo a ragionare ricomin ciò .Ts^on giudico che fia neceffarioyrijjìondere a quel la parte ampollofa del uofiro ragionamento : nela-- quale mettendomi incontra la authorità de gli an^ tichi legislatori, ui dolete che queUa fcientia toglien do la laude al buono eH uituperio al triUo , ritorni un altra uolta la confusone nel mondo : perciò che ajfai chiaro fi può uederc , lei ejjère fabricata fo^ pra la rena:fenxa alcuno od appoggio ,0 foflegno di uerità. Conciofia cofa che non per le incUnationi o potentie naturali , biafimo od honore ci meritiamo: ma per le attuali operationi: Et perlloabito poi, ^ per rufo che in effe facciamo.Chi ui nega adun- que ^che non fiano utili le leggìi Et chi può dire chcl uirtuofonon fia degno di gloria? E' luitiofo per con trarlo , di fcornOyt^ di infamia fempiterna? Vojfo-^ no gli buomini e/fere inclinati naturalmente ( come di Socrate dijfe Zopiro ) a qualche ajjetto triUo ^  Ilo opprobrìofo : Ma nondimeno configlìatl & aiutati da la forte & prudente noflra imperatrice ragia-' ne y pojjono anchora quella loro naturale affettione, domar e j uincere , & ordinare : TV(e lagmja che nel già detto fempre lodatifìimo SocrateyeJJ'ere auenu^ to fifcriue. Olà ni uoleua ioydijje a Vhora lo Ingleje: Et haurci caro che per uoi mi [offe moflratOy in che maniera fja pofiibilcyche fia utile o necejjaria la co gnitione di alcuna co falche pojja nondiìnenoyefjere, Cir non ejjcreynel modo che già conofciuta Ihabbia^ mo.Dirò cofi:Che migioua il fapere che la bianche"^ %a ne gli òcchi^importi timore ne l'animo :fepero non fono gli haucnti gli occhi di quel colore, sfor^ ^tiad ejlcre timidi fempremaì ? jinT^ fe nonpo^ chi tali ft ueggono tutto' l giorno , di molto ardire , C2r di molta fìereT^ dotati ? ^ffai uipuogiouare , riprefe fubito il Confoloyilpreuedere le naturali in-^ clinationi de gli huomini:quando ne la maggior par te di coloro che ima ci uiuono.ci fono per effe il più de le uolteymanifeflatiy& venduti pale/i gli attuali cóWmi , &gli habiti propri de gli animi humani . Conciofiacofa che fecondo il detto del fauio Biante, molto maggiore fta il numero di color o^che cicchi fe ne Hanno drieto al fumo de lo appetito & del fen^ fo.che di quegli altri no è, che da la luce de la ragio ne yfcorger e ^& guidare fi lafciano.Et è oltre a ciò ue rifiimo{come dice Miflotele la ne lagenerationc de gli animali) che molte cofepotrebbono effere fchifu^ u da noidequali nodimenoyO per debole::^ di giudi T . IT €iO)0 per maluagìtà di conftglioyabhracciamo & fe guitiawo per tutta la ulta. ISleceJJaria adunque è la Ji: lentia delhumana natura , per cono [cere uniuer^ falmente in tutti gli huominiyi femi naturali de no^ ftri co/lumi : Ma perche infiniti homini , am^ tutti più tofìoya diuerfe loro etadi hauendo rijpctto, uiuo no come fi t detto feguitando il fenfo , h nccejjaria anchoray per intendere gli attuali cofìumi de i più . Et ardi fco a dire , non ejferepojìthile che huomo ue rimo habbia negli affetti de l animo alcuna propria^ qualità , che egli di quella rnedefimay non ne babbid parimente qualche proprio fegno nel corpo, ^dun que dijje lo Inglefe , de la qualità de l anima , ne de ejjere cagione il fegno del corpo f ^on h , rifpofeil Zorno'i^.ne il fegno , cagione de la qualità:!^ la qualità) cagione del fegno: Ma fempre luna di que^ fte cofey accompagna & feguita l'altra . Si come ne da qucfla forma diritta^onde da tutti gli altri ani^ mali fiamo diuerfh il noHro e(fere huomini fi deri^ ua,ne d'altra parte da l'effer noi homini, ha origine quella noilra forma , ^n^i fono ammedue queHe qualità, congiunte fempre & collegate infime • Ma la cagione primiera & originale de luna & de l'altra , è primieramente la dijpofitione cr lo in- i flu{p) celefle:producente,& generante tutte le cofe: Et riducente la materiata quella forma che più gli piace & aggrada: Et dipoiyil merito proprio & par ticulare del feme & de la materia . Secondo quello che èfiritto nel primo de le parti de gli anirnali:p iij B  IL 0 medefìmamentey nel fecondo de la Vhifica: Doue fi le^ge che ad una certa materia, ha la nofira madre Dedala er architetta natura , parimente una certa for?na confegnato & attribuito . Erafi dopo quesle parole lo Spagnuolo alquanto fermato , quando il Dolce nerfo lui riuoltofh in cofifhtto modo gli diffe. Se bene gli argomenti de lo ambafciadore rijerbo ne la memoria , doucte hora uolere ejporci , donde fia che gli huomini d'una complefiioneyhabiano gli af-- fetti & e coturni de V altra. Ben fapete.alhor rijpo fe il Confoloyche quefia cofa uo dire : T>{iilla di meno ua prima ingegnarmi di dimofìrare , in che modo quella propofitionc^la T^atura non piglia affuefat^ tione in contrario, ejfere debba drittamente intefa da noi.jl haflanxa ne bauete detto, alhora il Dolce foggiunfeiDinidendo le naturali inclinationi,dai co fiumi poi inatto &inufo.T^n pertanto fe pure di nuouo hauete in animo di trattarne , ijpediteuene in breui parole: Et come fi falena dire anticamen- te,a Vufanxa di Sparta . Tercioche io ardo tutto di diCiderioydi udirui un poco col fiume de la uoflra eh quentia,ragionare diqueiìa dottrina:?ion falò dijpu tandoi come Fate tutfho^^giima infcg?iandoci più to flo,& c [ponendoci alcuna cofa: onde, o per le ofser^ uatìoni de gli antichi imparate da noi youero per le uoHre proprie & particulari da uoiflefjo mani^ fe^ìatecì^quaCt da piaceuolehumoreyfeìitiamo re fri gerarfì le nosìre fiamme: Et pofiiamo più facilmen^ te atti diuenire^a giudicare la humana natura J>{on V I^I M 0 12 cercate yil Confalo rifpofe^chì meglio tV jidamantìoi 0 d'^rìHotelCy jodisf accia al uoUro defio: pero fen %a altrimenti me granare di fouerchio pefo , ^uafi camelo sfor%a7idomi a portare V acqua ne gli atri ^ ricorrete per noi mede/imi ale uiue fonti di quegli duo faiii. Etquitdidal foauisfrmo loro licore yinaf- fiato l'albero de la uoftra fcientia^ ui uedrcte ueftirc in un tratto di nouelle frondi: Et di beiy(^ uaghi fio ^ ri adornare: Et produrre al fine^gentilifiimi ^doU cìfìimi frutti.^lhora il DolcCylungo dijjey& fatico fo fentiero ci dimagrate fignor Confoloyper perue^ nire a la cognitione di quejia dottrina : la oue uoi s per uia corta cr [pcdita^condurre ui ci potreHe.Lun ga replicò il Confalo fatico fa potrebbe ben effe^ re qucHa Sìrada: ma nondimeno ella fia certamen^ tCj uia più affai che cìafcun' altra yfecura & utile a uoi. T^e utile riprefeil Dolce^ve fecura^ mifo io fa^ re a credere ch'ella fia:potcndouifi crrarCy fen%a ef fere ramato :& cadere yfenT^effer e foUeuato . Jkn'2;i de le molte cofe che ho letto per è giorni miei,poflò giurare di non ricordarmi la cent ef ima parte: daue tutte quelle che mi fona entrate ne l'anima, porta-- teui da la uoce uiua de le parale d'altrui , come co fa che più nudrifce & più foflenta il noflro intelletto^ \ mi ftedono anchora tutte quante ferme ne la memo ria.La onde fe uicale dimeyinfegnatemìpiaceuolmt te fauellaìido in un giorno , ciò che in molti à gran pena leggendo farei atto di imprendere. Se quale è in me lo amore che io ui porto, ripiglio il Zorno'^ »... r r B IL 0 Xft.tale HI fojfe la fckntia , non uorreì afpettarc la feconda preghiera : Ma il difìderio gravide & alto del compiacerai , mè troncato del picciolo & baffo fapere.Terò fiate contento di accettare la mia fcufa^ non come difcortcfe audacia di negareima come mo deHo timore di non errare . Seguite pur bora , fog- giunfe il Dolceygli argomenti confutando del fignor Gifmondoxche quando poiunauolta a capo ne fiate uenuto , fo io troppo bene, ciò che di noi , & di uo^ flro fapere mi poffa promettere . Mhora lo Spa^ gnuolo r affettatoli un poco fu la per fona , & tutto uerfo lo lìiglefe riuoltofi.cofi comincio.Io dico fegui tando^noneffere dubbio aerano yche ne le cofe priue in tutto di fenfoy & fimilmente negli animali che cognitione non hanno , che fono tatti quei ne lo /«- telletto de quali la forma fenfìbile non fi ferma ^ non fi può per alcuna maniera tor aia , o mutare in contrario quello inflìnto , che da principio diede la natura a tutte le cofe . Ma doue è conofcimento & gìadicio,& in coloro che haìino arbitrio di eleggere eir rifiutar Cygli inlìinti & le inclinationi de la TV^^- tura , poffono leggiermente effere al contrario di quello tiratila che efii propriamente piegauano.Vof fono adunque (come diffidi fopr a) i naturali inHin tifpingere altrui ad una parte:Donde la ragme^QT la prudentia che b in lui , 7ie lo ritiri per contrario , ^ ne lo rimoua. lS[e auìene pero che le inclinationi non fiano naturali : oacro che la conofcenxa che di loro fiacqui^ia^non fia parimente & utile & necef T I{ 1 M 0. 1} farla . I{e^la bora ch'io dica , per qual cagione uno Janguignoy fta auaroicheper natura donerebbe efje^ re liberale. Ver che un maninconicOiardito : Douen^ do natHralmentc ejjere paurofo. Come uno Vhlegma ticOiUeloce : inclinandolo la fua compie fiione a tar dita. Et al fine donde uenga in un corpo colerico y la non naturale ìnanfuet udinesi di gratia^ragionate- mi di quello dijje alhora il Dolce: che è già gran tempoyche fieramente mi fen to l'animo moletiato & oppreffoyda lo /limolo , & dal pefo dì queHo co fi fatto dubbio ^Voidouet e faperc,diffeil Confilo j che i fegni che fi ojferuano ne i corpi, fono come af- ferma Galeno ydi due fole manier e. ^Itri^ perche na fcono da le qualità d'Anna compie filone , fignìfìcano gli affetti de l anima , a quella complcjiione conuc- nienti*, jiltripoi^non per altro che per una tale fem plice loro proprietà} co non minore certe^i^ alcuni altri affetti dimofirano.Forreiyripiglio il Dolce ^ac-^ Cloche io potefii con miglior fapere le uoflre parole guHare^che di tutto ciò mi condire uno effempìóne la foauità de le fembian%e:onde allettata V anima no fira^uede fpeffcfìate^ ^ ode molte cofeiche altrame te nel udirle yne il uederle le farebbe pofìibile.Ecco uelo yriff^ofe il Zorno':i^:benche la fciocca arte del macero che ui haurete clettOyUi potrà perauentura ge nerare faftidiOéDetto ch'egli hebbe quelle parole co fi forridendoydipoiin quejflo modo foggiunfe.Lo hauere nel petto molti pc li manife^ifiimo fegno > che altri fia grandemente fdegnofo & iracondo: ma L 1 B B^O gli affai peli hi quella parteyìwn d' altronde nafconoy che da fouerchia caldc%^ di core : il che piena^ mente dìmo^ira^che ne la cowplefjìone di quel cor^ pOyCcceda & foprauanxi la colera , la proportione che ella con gli altri humori e tenuta d'hauere. il fe gno adunque del petto in qucHa guifa folto di pe^ liyprocede(come fi uede ) da compltsfwne colerica . Va V altro lato il portare il collo in qualunque mo^ do, ma jpecialmente piegato /opra l'homero man^ coy e fegno(come dijjè ^damantio)di animo molle , CT effeminato: Et ciò non per altra alcuna cagione : fe non perche queflo fegnOyhaperfua femplice prò- pirietàyquefia tale fìgnifìcatione . Egli adunque può effere molto bene^che altri fia complcffionato d'una manieray^ habbia nondimeno nel conteHo delcor^ fo alcune altre qualità .fignificanti per loro pro- pria & fpeciale uirtUyalcmi affettiycontrari del tut to a quegli altriyche naturalmente a la complesfione di quel corpo y efjere conuenienti direbbono iTbifici Vedete adunque quanto diligeternente fi dcbbe cofi derare tutti e fegni del corpo y prima che al giudicar negli affetti de tanimayonde ejjo uiue <^ fi moue^co frettolofo & non ben fermo configlio fi uenga: T^c pure ci è di mefìiero di ufare qucfta diligentia nel raccogliere tutti i fegni, ma ancbora nel comporre^ ^ nel mescolar einfierneMtte le fignifcationide fu no & de l'altro : Et di poi illuminati da raggi de la ragioneyche fecuri ci fcorge per le tenebre d'efìa ui ta^cibifogna difccrnere acutamente come fi fuol  dire con occhi cerueriy quale de predetti fegnifia pia 0 meno fignifìcante , Et appreso , quale di tutte le membra del corpOyfia nel dimoUrarci ifegniy di piti forx^ydi più ualore^od authorita : Et hauuto al fine tutte quelle confideratìoni & ricetti cotaliyfids poi fecondo la maggior parte, CT fecondo quei che più uagUono y giudicare . La diligcntia certamente in tutte le cofe che gli huomini faccianoci loro fem pre di grandisfimogiouameto: ^n%i ella e tale ^per meglio & per più uero dire , che molte de le nofire operationi , cìr forfè le più , & ro^e & imperfet'- teda fejornaypolifce j dona loro l'ultimo compi- mento de la loro bontà. QueHay inanimi à ciafcnnal tra cofayde ejfere fempre abbracciata da noi : Que^ fiayin tutte le noHre faccende ufata: Quelìa^non la^ fcia cofay che ella pienamente non confeguifca . Che noi non ci determiniamo à giudicare gli affetti de r anima yprima che ne confideriamo tutti i fegni del corpOyh officio di diligentia : Che mefc oliamo infie- me le figniftcatioìù di ciafcun fegnoy e ufficio di di^ ligentia : che difcerniamo quale tra tutti i fegnifia più 0 meno potente , è ufficio di diligentia : Che co- nofciamo qual parte del noftro corpo y quando ne lateUaylo ingegìioynel petto y lo ardire y ^ ne le braccia y & ne le gambe la fortexT:a e ripofta , & quando non nel medefmo luogo fi offerua la auaritia , cìr la gola , & la audacia , & la debo- lexja y eir quando finalmente diuerfì luoghiy il me^ defmo affetto ci fcoprono , fia nel dìmorHrarci ifc L I B 0 gni di nì<tggìor for%a,i ufficio di diligetìtia: Che ul^ timatamtntc i più deboli & più udì Lai dandole ipiu forti & più nobili fegiiitando, giudichiamo fecondo la maggior parte^h forte jgrandc^<^ importante ca gioney che fempre certamente cono/damo la uerìta. sformiamoci aduquCy tifiamo ogni noHro potere, perche quefla egregia uirtu diligentia, che in fe !ìef pi contiene & riferba tutte l'altre uirtUy &chepuo bene jpeffo il nojlro ingegno tardo & rintU7;7^ato da fiiagu^^re CT incitare :,non fi parta & non fi allon tanigiamai da ueruno noHro atto . Fatto che hebbe qui fine al Juo parlare il Confo lo , leuando alto il ui^ fo^diffe fubito il Dolce . Io pur uoglio Signore ad o- gni modoy CT fo che uorrete anchor uoi , quando gli hone!ìi difideri de uoHri amici a grado ui fiano ,che di quefia fcientia un poco di^ìinta?ncnte mi fauel- Hate : Et ( come fi dice) che uedere ma uolta il mi dolio me ne facciate. Ecco Dolce yrijpoje alhora il Confoh y uoi pure hauete animo di farmi uaneg^ giare a la uofìra prefen'^ : sformandomi ( il che ?ion uorrei ) a ragionare di cofa , o poco grata ad alcuno di uoi : ouero , che cofi bene com'io la potete fapere.Tsjondimeno ypoi che pur miete ch'io ui fia ^ guida per quefto camino t doue io dimofirarui fola^ mente la dirada haueua penfiero y & come fi fuol dire y non far altro che additarui la uia yfate alme^ no che P^mbafciadore ne reHi contento : accioche fe io inetto ( per non dir peggio ) prefumero dì in- fegnare a Minerua, al meno non le infegni malgra-- T II I M 0. 15 do di lei. Troppo dotta inettia ci dipìngete , replico lo InglefeiEt poco erudita Mintrua.Ma io per me^ di ciò fommamente ui prego : Et promettouiy d'ha, uerne le uofìre parole carifiirneiCbe oltra che per ef fé ne uerro in cognitione di molte cofe , che occolte mi fonoy la dolcexja fingulare de la uoHra fauella, di cotanto piacere mi riempie y che mentre u* odo ^ non può il mio animo uago d^udirui^iir tutto intento nel juono de la uojira noce, altra cofà ueruna difide rare. Et poi ci auan^a anchora co fi grande fpatio di giorno , che mal fatta co/a inuero farebbe , a non ijpenderlo in qualche dotto & uirtuofo ejjèrcitio • 7S(^e mi pare per modo alcuno ragioneuole, che que-* fio onde fin hora trauagliati ci ftamo , fi debba per altro qual fi uogiia indrieto lafciare. ^m^giudico che tanto di principio , quanto e quello che per noi sigia dato al prefente ragionamento yfia degnijfi^ mo d'ejfère condotto infino a leUremo : Et meriti d'effère accompagnato da tutte l'altre fue partiàn-^ fino a l'ultima & cflrema conclufione.Orfuyfodi^fac ciafi dijfe il Confalo jal'honeHo uosiro defioiEtade^ fiafiil uirtuofo , & ragioncuolc uosiro uolere . Ma ben ui prego yche fiate contenti di non ritardare y od impedire interrompendomi^quafi alcuna fiepe od ar gineattraùerfandoliinan'^yilcorfo , e'I fiuffo na^ turalcyonde fen'X^ alcuno indugio di artificiofo or* namento , prejie & ueloci fi moucranno le parole mie : accioche ordinatamente , ciò che di quefla fcìentia trattarono già gli antichi philofophi y ef  ^Arinotele principalmente cotanto riuerìto & lo^ dato y più a pieno raccontare ui pojja . Cbeuorre^ He y dij]e alhora il Dolce , che la lingua non mouen dola mai , ci fi agghiacciafje di freddo ^ ouero che a guifa di rane Seriphie , mutoli diuenìsfimo i me pare che ci debba efjire lecito à domandami > quando alcuna cofa diceìie , che non ci capejje bene ne lo intelletto: Et che il uolerci di quei dubbi sgra uare perfettamente ^ che per le uo^ìr e parole ne Vanirr-o cadendoci , ci tenejfero opprefii y non ci fi debba difconuenire per alcuna maniera . Fate per fede uoftra come meglio uaggrada^iprefe jubito il Confolo : Et poi ad ubidire di^ofio , alquanto in Je Uejjo colpenftero tornando^& acquiflando con po^ co filentio molta grauità ale parole ch'egli dire do uea^in queHo modo cominciò à fauellar e A faui che hanno anticamente trattato degli occolti naturali affetti de V anima ^ in tre modi hanno detto poter-* fene confeguire il giudicìo . alcuni difcorreuano prima per le fpecie de gli ammali : Et fecondo ciafcheduna Jpecie , attribuiuano una propria qua^ lità di forma : Et inficme alcuno proprio affetto dì mente:a la predetta qualità coriueneuole : Et di^ poi in quefla guifa lo argomento loro formauano . J Leoni hanno tutti uniuerfalmente le trireme par^ ti delcorpOycH petto,&glihomeri grandi : E'ipe lo brunOìduro , & robuftoi i quali medcfìmamente tutti cor aggiofi^& di grandmammo fano . Vhaucre adunque grandi gli homeriyilpettOi& le cUremitày P 7^ / Af 0. i6 è i peli , c7 colore di ^juella maniera , è fegno ba^ ftante per fe madefimo , a dimoUrare la fierei^ » C^r lagrandeT^ de l'animo. Dopo queHo,appUcaua no queSia loro offeruatioue , a tutte le fpecie de gli altri animali: Et quali le ftmbian'j^ in esji uedenano tali le nafcoHe pajjìoni de l'animo^ ne ueniuano gilè ciicando. Dando/i quafi a uedere, che in tutti i fimi^ gliantiyUn fol corpo.una folamaljai& unafolama teria fi [offe. La onde diceuano che tutti coloro che in tutto 0 in parte fimile haucuano il corpo ad alcn no animale , parimente gli affetti de l'anima , o in fartelo in tuttofa quel medcjimo animale fembian^ ti doucfiino hauere. 7N(ow intendo dijfe il Dolce, co- me uogliate che un'animale di diuerfa (pecic^fiu del tutto fimile ad un' altro :liando pero ferma, la fpe^ ciale^diro cofi)differen'za.Bcn fapctelo ^pagnuolo rijpojCychc a me non piace di dire che uìi'huomo ne la dijpofitione de la perfona^ s'ajfimigli interamente ad alcuno animale:che egli^cio facendo, non huomo ma fiera farebbe: ma uoglio , effcndo le membra de l' huomo de la medefima qualità, che quelle de la fie ra fi fianOyche eglihabbiaalhora quegli aff et ti fug gellati impreffi ne r anima, che la fiera per queU le ifleffe qualità, hauerui fi h conofciuto.Diro cofi : per meglic maniftfìare,& mandar fuori il concetto onde e pregno l'animo mio . // petto di fouerchio folto cr ingombrato di peli , è fegno proprio & uniuerfale in tutti gli ucctlliil quali fono ancho per loro propria qualità^ tutti uniuerfalmcnte garru--  lì & canorìiHanno parimente le gambe lurìghe^fot tilhcy ncruofe : Et jonoy come fi uede^lcggierijiimi CÌr uelocisftmi : Ma [opra tato yen crei e?" libidino^ fi. Et cefi fot y per le altre loro qualitày fi puote con^ fiderare.L'huomo aduque che nel petto haura in quc fio modo grande abondan^a di peli^jìa per quella fìmilittidine y pronto & ottimo parlatore : Et //'^/^ Jò pili che al dritto, & a Hmieflo non fi richiede , uanoycianciatore y loquace . Et fe egli haura le gambe di quella maniera , farà mede/imamente ue loc€ìleggierOi& luffuriofo. Et oltre a ciò > fe egli an co per altre qiialitayhaural corpo loro fmile^gli af fettine i naturali monimcnti de l'anima fuay da quel li de gli uccelli non faranno diucrfr. Bora ficheui intendoyfoggimfe fubitol Dolce : pero feguitate fe tii piace : gli altri dui modijche oltre al già detto ui retìano , col lume, & con lo Jplendore del uo^iro ra gionamento , facendoci chiari.SeguirOyrifpofeil Con folo uolenticrì : Ma fe in qutHo modo , tratto trat- to il mìo parlare iìitcrromperete , ìion credo che dobbiate uolcre^che cjfo hoggi al fuofìne pcrucnga. Orfu dite uiayreplico il Dolceiche da bora inani^ fa ro for^c a me livffo : per mi no recare a uoi di mo- kftia . jLlhorayricominciando il Con folo , diffc. il fe tondo modo nel quale giudicaitano gli antivhi^tra la ojjiruatione y ^ la efpcricn^a^tolta non da tut^ i gli animali^fi come il primiero : ma dalbuomo firn flicemente folo per fe sìcffo . 7{€perù ingenerale da tutta la ^ecieima da quelli in pat ticulare y d'uva feldprouìncict, ÉtucdHtc& conftderate con diligeìf tia tutte le qualitài tutti i fegni de loro corpiy & . conofciutine perciò parimente gli ajf etti del' ani- me y per quelle medefime qualità 5 ne gli huomini poi auertite de ftram pae/ij prediceuanoin loroi. inedefimi affetti . Aggiungendo pero , 0 fininuendo al primiero giudicio , jecondo la propria & conue-^^ neuole uirtu di quel luogo > douc 0 nati primiera-^ mente iOuero lungamente nutriti quegli huomini s'è fmo. Firtu& proprietà non per altro acqui fiata, che per ladijpo/itione y caperlo infiujjò Cele/le: Donante per diuino uolere y non folo auarieregio^^ ni j dìuerfe doti : ma a ciafcuna fpecie, & ( che e de > ^no di maggior merauiglia ) quafi a ciajcuno indiui- duo , il fuo dono proprio & particulare . siate cer ti adunque , che la terra rkeua diuerfamcnte le in-- , fluentie del cielo: 7^c ui penfate che pano (Tuna iftef fa natura^egualmente tutte le prouincie del mondo. \ Tslon con ragione yfe ciò fujfe , haiir ebbero detto i no Uri padri Latini^gli Africani^efjcre ingannatoriiam bitiofiygli ltaliani:fioltiyÌFratiCÌofi: uantatori , gli SpagnuoU:gliAfianijlafciui:auariyi Soriani^ GrCf*, cijeggieri: Et hauere^come di/je Adamantio ) pili che l'altre nationigli occhi bellifiimi:pieni de lo fple-. dorCy ^ del lume diuino. £' ben nero eh e le notabili diuerfita de paefi y meglioy& più chiaramente fono, iLomprefe per la larghe^^jie la terra, ciò è quanti, quepiu.o menotyefii da l'EquinotialefifcofianOtO ui. y aminano, che non fi fa per la lunghex^y onde da. C  L'Oriente a L'Occidente è la terra da nói nìi furata • ^n'^ ci fono flati affai di coloro 3 che hanno detto , fiele prouincìe poÈìe egualmente lontane ò dal pò- loy ò da l Equatore^tutto ch'ielle fiano per lunghe%j remotifiimc , non u e/fere ne la loro natura y alcu nayouero picciolijfma differen'xa . Tutta adunque ^ cuero la maggiore uarieta de le regioni yh fecondo che effe ò da r Equino tti ale yò dal Toloyfono diflati Vìuerfiffimi qmfi in tutto fono gli habitantinel'E^ thiopia^ & coloro che uiuono ne la Cottia y& ne la T^ruegia. Quelli fe ne flano foggettì tuttauiaaglì ardenti raggi delfolcyche dirittiflimi fcendono fopra di loro : Et queSìi d'altra parte hanno la loro patria, (co7ne difle il uoflro Toeta ) la fotto i giorni nubilo- fi & breui y nel ghiaccio femprcy & ne le neui fepol ta : Et tutta lontana dal camin del Jole . llquale an^. chora ci hthbe a dimoUrare chiaramente y gli ajfet ti naturali de gli aìiimi di que popoli fieri & feluag gi : foggiungendo , loro effereJ^cmici naturalmen- te di pace: gente feroccy a cuti morir non duole. Do ucper contrario que primi , fono timidi , humani > paurofh & quieti. La Italia uer amente cheposìa in me%o di quefli eHremi , non ha freddo che la conge li y ne caldo che la diHrugga , produce gli huomini participanti temperatamente , de le pajfwni de gli uni & de gli atlri ; fi come temperate fono le loro complefioni : Et in niuna maniera 9 i termini de la mediocrità hone^la & comteneuole trapp affanti. Ma quantunque più difcoHandofi da l'Italia > i> fi T III M Or i8 tèa cantra il freddo che ci manda la Tramontana^aU trettanto fi trouano gli huomini y co fi ne le qualità del corpo come de l'anima^piu fempre a i Gotth& a i J^ruegi fmili : Onero da l'altro lato nerfo ilme-^ ^0 giorno uolgcndofiyquanto più inani^ fiua^di con tinm uifineggono gli habitatori , maggiormente in ogni cofa fimìgliarjì a gli Ethiopi: Et bauere altret tanto più di calore & di ficcità ne la loro compie/^ /ione , quanto quegli altri, più dlnmore ui tengono ^ di fredde^ • Ter queiie adunque cotali diuerfi tà , fono gli huomini d'una prouincia , differenti da> coloro , che fono nati , o che uiuono altroue : TSie lo : a/petto prima, & ne le parti di fuori del corpo :poi ne i cofìumi: & ne gli intrinfechi affetti de lani-^ ma . 7S(e fi fcorgono quefìe differentie folamente ne ledifìantie grandi de le prouincicyma anchora ne le picciole d'una medefima regione: 7{e folonegll huomini ciò aduicne^ ma parimente ne gli altri ani mali . Onde coloro che hanno fcritto de la natura de gli Ekphanti , hanno detto quei di loro uiuenti ne le paludijeffere per ordinario pai^ & ^^SS^^^ riti montani.infidiofi peruerfiiEt quando il bifo-* gno cr la neceffità non ne gUaflringa, per ninno mo do fermi ne lo amore de gli huomini . J campeHri pohcome migliori che fono de gli altri^abondare di benignità , piacenole*^ ^ ^ manfuetudine : & in breue tempo domcHicatifi , lafciarfi facilmente macerare ne gli effercitìi , the gli huomini ambi^ tiofi 0 cupidi di regnare { grande argomento de U c ^ 1  liO dimnìta delnoflro intelletto)non con picciolo Sludì(f^ & faticdimoHrano & infegnano loro. Or a conofcen' do adunque in quello modo gli antichi philofophi le qualità del corpo , & le naturali ine linat ioni de gU\ animi de gli habitatori d'una fola prouinciay ueniua--^ no per queHa jimilitudine , ne la cognitione de gli\ affetti ditutti quanti gli altriyche in qualunque par - te del mondò uìuejiino . ^Itri ucr amente y fecon- do i co fiumi &gli atti degli buomini(quando come riHO dafontCy da le occolte pafiioni del core^ gli at--^ ti noflri palefi , è i manifefii coflumi deriuano )for-' mauano & ordinauano interamente i loro giudici *i Onde fe alcuno uedeuano hauente naturalmcte queL Vatto del uifoyche hanno gli adirati per qualche ca- fo JòprautnutOjdiceuano douereagran ragione^ cf- fere Himato colui sdegnofo & iracondo . Timidi fi-- milmentey ^ paurojigiudicauanoi pallidi per natu va : Conciofia cofa che tutti per timore accidentale > cotalidiuengano gUhuomìni: Et fieno tifati di per- dere i colori deluifo • ^ffermauano oltre a cioyche^l naturale riuolgere & girare degli occhi a linfiifo > era fegno certiftimo di libidine ^ di lujfuria:perche haueuano 0 fferuat oche nei congiungimenti t^ene- rei^&mafòimamentenel mandar fuori l'humido ra* dicale yultimo grado fuprema ptrfettione di quel lo affetto y fhe di corruttibili & mortali, eterni & immortali ci rende 3 riuolgeuano tutti gli huominìl. j^ìr per ca\o gli occhi in cotale guifa girauano • Et ffoji procedendo in quefia maniera , di tutti gli appc T III M 0. ip 4ici de gli animi himam^pcr fetta & intera conofcen, acqHÌsìaua,noJ?uofii adunque jfi come uedete.per ' quelli tre modi effcrcitare^ queHa fcientiaioltre a quali , fi può mvdefimamente fecondo la contrarieir\ ta de fegnigiudicare.Cbe fe^diciamo cofhlagraìidex^ %a de leeftreme parti del corpo yfignifica forte'2;;:^a XÌr grandmammo y lapicciole'^per contrarioydebo^ lei:;^ & poco cuore dimoflra . Fermatofi dopo quo ^fìo lungo parlare il Confilo alquanto^ il Dolce roìn-^, pendo ilfdentioydiffein quella manierau^xfo dilui. Compiutamente hauete fodisfattoal difidem de l\t nimo no^ìro , facendoci cono/cere tutti quei modi , per cquali gli antichi giudicauano : Ma a me fareb^, he caro oltre a ciò , non folo che fe altro ue ne rejla (fusiodito ne l'arca, & nel tbeforo de la uoHra mc^ moriamo offeruato dauoi mede fimo , oucro imparato Mcglifcritti d'altruiycelofacefle commune:& lafcia flecelo ufare: ma [opra tutto che mi infiignajic par- Ocularmente una uolta^quaimembriy:& quali loro, qualità , quesìo y o quell'altro affetto fi;opriffero Tcrcioche fen^ difcendere a queììi poiticol^riy tutr^^ to do che fe ne diccjje cofi in generale yriufiìr ebbe al fine fatica inutile & tàana • Egli ci mole , diffe uer^. fo il Dolce alhora l'Inglefe : per quanto che fin qui ho comprefodalfiio ragionare ^recare inan^ ilUbro, de la Thifionomia fcritto già da ^riilotcle - per farci merauigliare ad un tempo medcfimo , 6" de U memoria ^ de lo ingegno che egli ha per buona, forte hauuto dal ciclo , Di qucHo^eJ^oncndocelo con, C iij tanta facilità: Ut di quella , andandone con fi gran diligentia raccogliendo tutte le parti . Comunque fi uoglia^riprefe fuhito il Dolceiche ciò non mi da noia ueruna.Sin'7^ Je egli in quella materia , con la luce de la fua e(pofitioneyCÌ farà chiara la ojcura fenten^* tia di quel degno philofophoytantó maggiore atithò^ rità hauerannoy ór per ciò tanto anchora mcritcran no maggiore credenza le parole fue.Lafciamolo pur ' bora feguitare^foggiunfetofio lo ^mhafciadoreiche per quel ch'io creda, egli ci hauerà à moHrare il «e- ro modoinelquale fi tolgano,^ dagli ammali CT da gli huomini , i certifiimi & chiarifiimi fcgnì • Dopo quesìoyueggendo lo Spagnuolo che ejjl da la fua hoc capendeuanOj & di r accorre le fue parole attenta- mente af^ettauano , brillando ncluolto di dolciJ?ìmo rifoyin quella guifaal fuo ragionamento diede prift cipio. Ben mi piace inuero che per uoi fi /applaudo che al prefente per me uiuien detto^efferegia fiata opinione di fi chiaro philofophofP croche certaméte miperfuadoyche maggior rifletto i& più di auerten dobbiate hauereyadopporuìy& a contradire a do che da me hora ui fia raccontato. ?y(e giudico però che ritornare in biafmò mi debba (quando ad acquì^ Slare perfetta ifperien%a d'una cofa , non bafta l'età fola di un'huomo) fe nel moSlrarui il modo del giu^ dicare tafpctto humano » quello & non più ui rife* rifco 3 che già gli antichi faui , con tanta lor lode dottamente ne fcrijfero . Conciofiacofa che tutti co • loro che hanno trattato di quefia fcientìa } &\4ri* T \1 M 0 10 Siatele in prima onde hanno bauuto origine molte fchiere di dotti & di ualenti huomivii non habbiano gran fatto in altra cofa tifato la loro diligcntiay che nel recitar e^ejporre^ & confermare le altrui opinio^ m.^^ffai adunque mi parrà di fare^imitaìido cofìo- ro:'ì<(e da le loro iniìitutioni , partendomi {come fi dice) pur un dito trauerfo. Et porterei credcìixa che mn folo ragionando jfi come bora fo^ ciò mi doueffe effere conceduto : ma commettendo anchora a gli fcrittiyqucUa nofira fententia:Et facendone un do^ no a la tarda po^ìerità • Et per qual cagione fi do-- urebbe disdire auoijdijfe il Dolce, quello che in tutte le lingue e flato lecito a gli altri fcrittoriìRjsguar- date pure i Latini: Et ueder eteli in questo ufare mot fa licentiaiMa tra tutti gli altriyCicerone fu (coni e gli ^ieffo confefja) licentiofifimo . Certamente diffe albora lo ambafciadore , quefii moderni Jcrittori de la lingua Italiana,non fi lafciano in queHa parte, ne dapaura^ne da ri/petto tenere: an^i arditamente & con animo grande entrando ne le biade ialtrui^non folo ne leuano molti di loro le più belle & le maggio ri Jpighe^maagran fafci,tutto il ricolto ne rubbano er* ne portano altroue.TSle farebbe difficile ritrouar , ne alcuni , che uolano perauentura gloriofi per le mani (ir per le bocche de glibuomini , cui fe Tla- tane, altri antichi ritoglie[iino il loro grano , di che hanno ripieni i loro granai, & le loro belle più* me, onde uagamcìite fi fono adornati, fe ne Sìareb- hono affamati fempre a bocca aperta :aJpettmdo U • Z T F \ 0 imbeccata come polli bramo/i : Et nudi fi riviarerch honoycomegia la cornice^ dagli altri uccelli citata a ragione • Or fu non ci lafciamoydijje il confolo^ in U4 no trafcorrere il fugacifiimo tempo : fe ucglictmo che del noHro ragionamento^ a la fìncy & al terrai^ ne eUremo fi ueiiga . Et coloro che fi credejjero che io pili tofìo ejponefiiy che dijputjfii , lafciarno ne la loro creden^ai Laquale comunque fi fia , non ci può fe dritto guardiamOyefjcre per modo alcuno danno^ fa 0 moleàa . ^pprefjo a quefle parole y fiato il Con folo un poco penfofo , ruminando quafi alcuna cofa tra fe^coft di nuono torno a fauellarc . Haucndouigia fato conofccntiyncl parlare in che difopra diligente mente faticato mi fono, di tutti quei modi per li qua di giudicauano gli antichi , hora mi bifogna mostrar uii in che maniera pofiiamo fare una noua ojjerua-^ tionc certa CT unìuerfale , per cui fecondo le quali^ ta de i corpi , fempre cìauenga dipieìiamente inten dere le pafiioni & gli affetti de l'anime . E nccejfa^ atio adunque fe uogliamo fapere quale affetto di men te fta da alcuno fegno efìrinfeco figìiificato , & per iquefìo termine di fegno > intendo una certa difpo^ fittone 0 qualità di alcuna parte di queflo corpo f i:Qnfiderare tutti gli huomini , & tutti gli animali > che fono tratti naturalmente da Ufi medefimo appe fifp^ & da unmedefimo mouimento di core: del jquale manchino pero tutti gli altri ^ di qualunque fpeciefifiano . Scelti poi qucUi tali & huominiy & 'animaliyhauentiunofleffo naturale affettOiCiè di me 'P. Py; I M 0. Il •Sii ero dì notare attentamente y che qualità efii hab^ ■iiano ne le me?nbra del corpo : Di cui tutti gli altri^ 'QÌje la predetta iìiclinatione non hanno , ftano pari-^ mente pviui • Et ritrouato al fine queslo fegnoylonta ina daglialtrii ^ proprio di co fioro che hanno co-^ me difUiìmo affetto medefmo , dobbiamo per certa, fapcr collii ejjere quello , che quel tale affetto ci fco^ fra & ci manifeiii . Quantunque dijfe alhora lln-^ -glefe-^affai bene comprenda ciò che ci dettano le uo^ Hr e parole ynodimeno baurei caro per meglio il mio intelletto renderne podisfatto , chegraueo faticofo non ejfcndoui , mene defìe uno tffcmpio : perciochc- non mi fouiene di bauere letto giamai in ^riftotele^ '^quefìa bella & dijlinta dimofiratione che alprefen^ , te ci hauete accennato ♦ 7^(c io lo jpagìiuolo- rijpofc^ Mentre mi contentai de la fcrittura latina^ chc colpa ^ uitio di clpo/itori^ quafi folta nebbia il lume del fole & de le bielle celcfii 5 ci toglie CT ci nafconde la 'luce de i detti chiari & illufirt di quel degno Vhilo fophoyhebbi potere per alcu tempo di appagarne Va mimo mìo: ^n^ipcr molto ci) io cercafjì di fpegner'^ 10 y m le fonti di coloro attuffandolo che di poterlo faremiprometteuano ypìu fempre fe ne accendeua 11 nosìro de fio . Ma da poi che da uifo a uifomipa^ fìa^fauellare con ^riHoteUy da le piane ^ facili ^ <& gentili parole di lui.comprefi ageuolmente in una fola uoltaycio che in molte ycon gran faticayla to^':^ i.%a CT la inettia de gli ajpri ^ durifiimi interpre^ {fiy /a{Mo ìm nfi h^ucm dar& ad intendere « Ca«  me fi fìa dijje il Volce^uenìtc dìgrcitìa a Vefftmfioz accioche o uofii a o d'^rifiotele che la già detta di-- moiìratione fi fta ypiu internamente m/a uolta , eè" con maggiore certe^^^a conofcere la pofiiamo:Et co me a lui di haucrla trouatOyCofi a noi di hauercela in fegìiato ^mercede & obligo habbiamo . ^on penato fi cortefe ueggcndoui lo Spagnuolo rilpofe^molto a fo disfare a le mUre domande : però come fin qui fete ujato di fare^afcoltatemi attentamente . Detto que-- ftoy foggiunfe di poi in queUaguifa. Seuolefiimo di co hauer notitìa piena da qual fegno ci fojjè prò- priamente manifeUato la forgia & lagrande's^ de l'animo^ ci farebbe meUièro confiderare feparata^ mentCytutti gli buomini forti & animofi : Et tutti gli animali anchoraycoraggiofi& robufti. Et dipoì^ uederequal fegno fi hauejfero quelli tali nel corpoi ^mde tutti gli altri ^ buomini & animali^che que-^ gli affetti diforte'^ & digrandcT^ d'animo non baueffero.fofiero priui. Et ojjeruato poi finalmente queBo fegno. f apremmo lui darci de gli affetti pre^ detti^certifiimo & fecurifiimoindicio. Mail fegno ueramenteyche fia proprio & particulare de i forti ^ de gli animofi j e lo hauer e le eHreme parti del corpo y & gli homeri.e'l petto ygrandi& mufculofii ^dunque fi può dire ragioneuolmente , queSio Je^ gno per fua diSìinta & feparata proprietà ^ quegli affetti & di animo fitd & di fortcT^ fignificare • Onde fi forma poi ^ ^ fi uiene ad ordinare lo argo mento in quella maniera. ^Ifonfo (pcr^^fidir^) Vl^tMO. il ha te ejlrme partì del corpo y & gli homerlycl petto grandi : adunque egli e ancho dotato & nei corpo & ne l'anima dì ardire CT dì for^a . Che egli uibifogna di certo fapere y che nel corpo hauentein forte per compagnia un' anima ualorofa^ fempre fen 7^ fallir giamaiyle predette qualità fi uedrannoiEt d'altra parte fi sdegnarebbequafì fi terrebbe a uile un cuore animo fo , di albergare in alcun corpo che le già dette qualità non haueffe.^Ma perche mot te fiate y& quafi fe?npre adiuiene.che con quejlafor tex^^a d' animo idimoftr ataci per e fegni dame dì-* chiaratì di fopra , ci fiano uniti anchora alcu^ ni altri affetti che rade uolte da lei fi difcoHanOyCO^- "ine è la liberalìtàmero la impudentia^ dico che non jen%a ragione fi potrebbe perciò dubitareyO che il fegno come fignìficante diuerfi afetti^non fi douejfe per certo accettare ne i giudici de la fcientia che ci infogna In noflra natura:ouero(in più minute diuifio ni partendolo) fe luna qualità di luiypiu toHo lafor te'j^ fignificajfeyche quell'altro affetto che congiun . to fi ucde con lei • Come farebbe : Ecci alcuno che nei fegni del corpo Jm il capo grande, & la fronte tìleuata : Et ne gli affetti poi y & ne le ìntrinfe^ the naturali inclinationi y e magnanimo & lib er- rale : onero (parlando de gli animali) con altrui di buon grado partìcipante de le fue prede • tcco ' che qui y non è picciolo il dubbio che nafcere uì pò-- trebbe : Slandouifi in forfè y o che la grandei^ del tapo foffe Jegno di liberalità : ^ la eminentia d( 1 L I B % fronte ^ dì fortcTi^^a : Oucro che la dcitcttìone d4 fronte 9 liberalità, & lagrande^j^a del capOy/orte^^ %a dimosìrafje . Ma per ifconciarc , ^^on lafcìare uenìre in luce cofì triUa & cattiua co falche crefciU'r tnpoi& fatta gì'andeyfoggioghi quafi Cyro noueU lo,& meni in fermtH lointelltto fuo auoloyci e necef fario di procedere in (jucftomodo . Eglicibifogna in prima confiderare dijlintamente tutti gli animaVp forti i & ?ion UJyerali: Et da l'altro canto > i liberar- liy ^ non forti. Et ritrouati quei primi hauerc il ca po grandej & non la fonte rileuata ypojiiamo cfjer certiy la grande'^ del capOy fola per fe medefima , il ualore, l'ardimento , & il grand' animo palefare-. 'Ma da l'altro lato fe uederemo qucsìi altri confion^ te eminente j eS^ con pìccola tcHa, dobbiamo fare fii ma j negiamaifara falfo il noflroparerey che la al^ te^^ & la rileuatura del fronte yla liberalità & la stortcfia fempre efprejfaìnente ci manifeUi. Et mede fmame^ìte fe alcuno haueffe il capo grande & acur to^i& foffe animofo inficme e sfacciato, potremo pa rimente siare dubbio ft ^ fe la acute^^y di magnani^ mitay& Jela grande-j^a^ di iìnpudentia foffe fegno: opure fe la acùte'zi:^, impudentia , & la grande's^ ^Xa^animofita ci fcopriffe . Ma ce ne potremo poi ^ non con molto affanno &fiiticay per cotal uia riffol nere CT fuillupare : Et in quefta guifa^la ccrtex^;^ & lauerita di ciò che andiamo cercando'^ ageuol^ mente trouare . Conftderando tutti che hanno il ca^ fa appuntato 3 comcsufadi dire in Tofcana^ non grande,e fere sfacciati, & mn forti: Et per con frano coloro che grande hanno la tefla , & non acit ta, e/fere animo/i, & non impudemi.Foi la accocca te a Genonefi , dijji- alhora U Dolce ridendo: lattali per un bello ordinario, hanno qnafi tutti le tefie loro acutifme . Guardate rijpofc fubito il Confilo ,fe clli fono ancbora come diffi,sfaciati:che guidati da l'ap^ petito lor naturale, per cacciarui di cafa noUra, inft no qui a Chioggia ne uennero:Doue uoi che meno acit te le folete hauere.non chea Ccnouj, ma pure a Cor fica i animo non ui die di apprejj'arui . Certamente fi f gghigando il Dolce foggiunfe : Ma perche non hebberoi capigroffi, cr no» furono forti, uedetc che CI nmalcro Fatepur ccnto riprefc alhora il Zornor %a. che il fine di quella battaglia, die de a itoi k uita^ C?- « loro tolfe l'ardire . Deh lafciate digratia, diflò Mora lo Inglefe, quelle uane tentiom: Et ritornate (CT fia meglio , ^ maggiore & più larga commodi ta di noi altri che u'afcoltiamo ) al uoftro primiero ragionameto.Et diteci,che purn'è tempo hognmaii feparatamente una uolta , quai fiano que fegni, che m piace che da noi fieno nel giudicar e ojferuati. Que- ita coja m diro poi , lo Spagnuolo rifpofeiche uo pri^ m ragionare alquanto, de la diferen^a dei Lm McorpoiEt mofirarui,fe'l mio potere a ciò baflìa' quai di loro fi debbano c ome buoni e- voueuoli che Jàno, accettar e: Et quali fi cometrifii,èr inutili, alÀ hand9nare:onde fatti dotti alfine,come quefli fchifu fh& quegli MeffireMbano jeguitati,pvfùam à L 1 B T^O quafi facerdotì di Vhebo.acefi & infiammati di ditti no {piritOylepa[fw?ii de l'anime, nafcosìe fottoH uclo de la terrena carne , fempre ueracemente falefare ^indouinare . Dicoui adunque ghe dei fcgni del (orpo^ alcuni ce ne portiamo dal uentre materno; J quali parimente j tutta uia ci accompagnano in- fino a la morte , Come farebbe ( diciamo cofi ) la lunghci^de le gambe: alcuni poi y quantunque dal nafcimento & dal principio noHro hauuti Jem^ pre con noi y cambiano nondimeno nel procedere de gli anni y la loro antica primiera dijpofitione: Et talhora ( quanta for%a ha il girare del Cielo) an^ fhora del tutto la perdono ♦ Come nel colore fi ue^ de auenire de la carne y& dei capelli : Et ne le ca pigliature fiìmilmenteia lequalifuccedono i caluex^ 'Xi : nuntij ^ ^^Jfi^ggi de la debole & tarda uec^ cbie']^ • %4ltri fono di queSìi y che non perdono in tutto la figura loro : ma la mutano folamente , Co-^ me incontra ne la maggiore parte degli huominiync la alte'Z^,& ne la drittcx^ de laperfona^ Si ueg^ gonoanchof^cfje fiate nei corpi alcuni fcgni: non già nati y & cominciati naturalmente injieme con loro : ma tali pero > che in fino che l' anima y e' l calo- re naturale da loro fi parta y loro fempre fanno y per fetua & non mai fepar abile compagnia . Di quefla cofi fatta maniera adunque y fono gli torcimenti rfe laperfona yper ^popkffiay o peraltro maluagia accidente in cjfi ucnuti : Et [opra quefìi , medefima^ menu molti dm difconci ^ debole%^:^cbclQÌn'* fermha , 0 le ferite juenti contrariai fereno dcU noflra tranquilla felicita , ne i corpi fogliano arreca re de mortali • Ora di tutte quelle qualità difegni , fecondo la forxa del noflro ingegno apertamente niayiifesìateuiy i primi che hanno infteme con noi ori gine cr fine , dimosìranofmilmente quegli affetti ^ . che fono fermi , Uabili, CT rimanenti fempr e ne / tf- nima noHra, dal primo infino a l'ultimo giorno. M4 , gli altri poi, che fo?w mutabili y 0 mancanti inan:^ chenoi^ouero dopo noi y& per alcuno accidente ^ uenutiy non poffono per modo alcuno farci nera & . c erta teSìimonian^a , di quegli affitti che ci accom^ p agitano per tutta la uita.Beneè ueroychefi può ojjèruando alcuno di quei fegniche mancano & fi mutano, cono/cere talhora la fcmprc ferma, & non mutabile uùrità . Come farebbe fe per lo uermi^lio colore del uolto , fi giudicale la pudicitia, & lauer gogna di altrui : quando è manifesìa cofa , che fi ar-^ rojfifconogli huomini , & diuengono cofi fattamcn te in quella parte uer miglia jeper qualche acciden te y fono alcuna Holta agretti à douere uergognar^ fi . Nondimeno quantunque ( come di(fi)alcuna fia- ta queflofegno il uero ci fcopra , non però e ragio'- neuole 3 ne fi conuiene in alcuna maniera , che in lui totalmente acquetandoci , ne più oltre come di me- gliobramofi cercando, lo accettiamo per certa & in fallibile norma, nel di/porcy & ne l'ordinare i noHri giudici . Concio fia cofa, che la uergogna che e flabile ^ ferma paffione delanima^nonpojja ne debba dal L I B 0 fbìòre del uolto y uago cr mutabile fcgrìo dì qùetlù\ corpo , ejfere drittammte , ne con ragione^gia mai^ giudicata . Se egli è nero dijfe alhora il Dolce , che i Jègni de le ferite yìion debbano ne i giudici de la fcien de la natura de l'buomo , efj'ere come certi , offer ' nati & fcguitati da noi, comepojjbno dire imediciy . ammoniti da Hippocrate loromaeUrOy che colut a cui faranno per alcun cafo tagliate le arterie che fo-- PO quipr^ffò à queHe uene di dietro gli orecchi , fiaj^ da indi à dietro flerile ^ infecondo! l^e poffa per alcun modoj più generare gì amai i Questa è purc% ( come fi uede ) diuinatione : laquale tutto che ella^ najca da fegno nuouo , & per cafo in quel corpo fo-\ pr attenuto ifcmpre nondimeno ri/ponde^cir riefco certifjima • Donde uien quello fhaucrei caro che al^\ cuna cofa me ne dicefie^Haueagia lo Spagnuoló apen te le labbia per fodisfare àie domande dti Dolce yì quando lo Inglefe di nuouo interrompendolo y co fh^ cmiinciò • Dapoi che m'e flato per altrui mQflrato\ la uia 5 doue caminando miattrauerfi al uoUro par^ lare , dirò anchor io , che fe ijegni (come dite)mu^ tabiliy non foffero certi , non hauerehbe potuto thagoray giudicare i fanciulli diteneriffima età: I fc\ ^ni de qualiiCome tutol giorno chiaramente per noU fi comprende^ fi mutano y ^ fi Cagiano tutti. Fogliai tno dire che Tythagora ragioneuolmente nongiudi^> caffi ^ Lafcritura , che non uoglio direlaauthorità^ ci perfuade il contrario , Diremo che ifegni de i fan.^ binili fìano fermi f ^on mai: che la e^erientiay macj I M 0 . 25 ftra di uerìtà y ci Jìa incontra. Che diremo adunque? 'Diremo rijjwjeil Zorno'z^ > cheTythagora ferma- ^mla fùa opinione nel giudicare y fopra la faldei^ ^de i fegni ììabili: ìquali [emano fempre mai quella HsleJJàJa loro primiera qualità naturale . Che quatta ^tunque pàiache la faccia dd fanciullo (cofidirer- ^rnoj diucn'cndo di giorno in giorno maggior e^^ più fempre crefcendoyO' oltre a ciò dal bianco , nel bru^ 'noydal terfo/nel rugofoy dal molici ne l'ajpro, c^. dal graffo ine t magro alterandoft é^'tfhppajjkndo ypigH alcun poco di mutatione & diuèrfndj, no però adìuie ^ne giamaiychc ella alcuna mutiyde le fue proprie an^ tiche qndità:cl)è da principio le dicde^lacelefìe im'-^ mutabile fatale necejlità . Verciocheinfìno dalprU miero giorno fi uede^fe ella è più delgiuflo , lu77ga\ breue,grandty picciola, ritonday larga , carnofa, od 'afciuttaiKt rhólte altre qualitadiin effa fi fcorgono^ l^hc no fi mutano co gli anni : ma fi mantengono fem 'prB quelle mede fmc y in fmo a V ultimo iermìne de la ^uitaQuefli erano i fegni cheojfcruaua Tythagóra:Et *da quesiiyla tì'crièac^ la certerz^nafchiayde giudi 'di ^uel Sauio VhilofophoyMa uoi Signore ^Icfadìi) cWkome medicoyil dubbio mi hauet e proposto, de [a incifione di quelle arteridcome ui fcte cofitoHo fccnr datocché pur dianzi ui difii , leipclinationi de VanU ma^non potere effere conofciute per li fegni de le ferite ? Tarui forfcy che fi debba la Herilitay pafìio^ I ne od ajjetto dinoHre anirrìe giudicare iTslpn ere-- d'io • eUa huitÌ0y& pafiione diqucHo corpo-: D J^on altramente chefifia la cecità : o qualunque al-- tra alter atìone^ò morbo fimile. Se adunque giuUa^ mente non fi potrebbe domandare diuinationeyil pre dire à colui laprìuatìone eH mancamento del lume ni Jiuo y cui fi uedefiino gli occhi da un qualche colpo ò fer altra difauenturaguaHi & ricifh cofi non fi può dire che fi indouini , la futura^an^^ pure la preferì^ te Herilitàjper lo uederej^com^^ bauete detto) taglia te quelle arterie: jin^ì la cognitione de l'uno , cr de V altro di quejlÌACCÌdcnti y fi de giudicare più toUo xertifiima fi:ie'ntia. Conciofia coJà,cbepoco menofia np quelle arterie, membri concorrenti nel generare, che fi fìano gli occhi nel uedere. Dico adunque eh f gli affetti de l anima noflrayche dal Cielo nel princi- piaci furono dati de la noflra genexafionc , & che con effo 7ioi tuttauia ci portiamo infino à ia morte y fono per quei fegni conofciuti^chi^ fia^^^ p^ri^ mente,& che fini fcono infieme con noi. De ì quali ^ co^e di loro propria^ materiaynel dar modp ordi ^ à i loro giudici fi firuono 9^ fé; ne uaglìonó i fa^ ^tfi ojferuatori di qucfia dottrina. non crediate pe [ro\ che per que^i fegmfipojfajper modQ. alcmù co- ^nofcere, que^ì'huomo douere efier medico : &)^^J:r . l'altro muficómero coftui in ufirologiaj'& colta i^ Geometria , douer diuenire ecceUentevfercioche^co^ \me. è- facile cr chiaro à uedere ytuue le fcientie, coltura & ripofo di noHre menti y per iUrani acci-^ denti , & dopo alcun tempo fi acquifiano : Et non già fono , fi come gli ometti , imprefii & fi^gg^^i  primieramente y col fogno de la madre natura negli ammìnoJìrLsen'2^ amaefìramenfo alcuno^ fono gli buomnì fin da principio ò timidi.odauarifo Ubera-' Jiyod animofi. Ma non fi può già fen'^ lunga erudi jione cìr fatica , & feni^ perdita di molto tempo , acqui/lare od impre7idercgiamai alcuna dottrinalo me dijje il Dolce albora^adunquc non uoleteuoi, che il Cielo la natura ci hahhia fatto , più h abili da princìpio più atti ad una cofu^che ad un'altra? guardate ciò che uoi dicete : perche il contrario eli quello che ci uolet^ perfuadere , tutto' l giorno ueg^ giamo : & manifeHifiiiTÌarhente fempre lo udiamo. Et per certo fe egli non foff^.ueroyche natur^^^ te fofiimó piu tojio ad una fcientia, & ad uno e0r^ citip y che ad un altro inclinati y in uano farebbe fer mamente riuJcitOylafatica & lo auedimentodiqucl ,^auio Thilofopho: che folcua menare à torno per la cìt^à\\ fanciulli ro7;i , non aue:^ad arte , od à fcientia alcuna: Et far loro in quel modo uedercy tut te le operationi onde uar iamentCy fecondo la diuerft^ ^ ^libumani appetiti y quei tai cittadini fi fole^ nano faticare • ^ccioche comprendendo ^^ ojfej:^ uando lui per quella manìer acquale arie-od effercL tio fojfe loro più grato^egli per ciò potefe più agif uolrnentey& con affai maggiorécerte':;^yintender-^ ne Mnchora & antìucderné le naturali indmationi de le menti loro. Fano parimentCyfareblje flato lo ai corto giudici 0 di Flijfe: llquale aftut amente rubbò à Ja diligentia de la madre thethi , onde egli era con D li à. fi gran cura^& con tanta foUccitudinc cuHodito y il 'forte & mlorofo Achille : Facendogli [coprire con 'ingannoyquel fuo proprio naturale animo jiffmo af-^" fetto:Lontano in tuttOydala cteanxa,& dal'habithy ' in eh' egli^quafi raggio di fole [otto folta nube^albò-^ ^ra coperto fi Uaua. Ma oltre tutto à ciò, perche ere 'dete che dicejje Tlatone, effcre ne gli animi noUri^i femi de le fcientie ^ de le uirtu f Jè noit per diho-- (trarci à pieno , che dal Cielo portò Hornero la poe- /ia:ZoroafirOyla magia: Et co fi qualunque altro quel- la fcientiaine la quale egli fatto poi huornOy & per ciò gli organi del corpo ad ottimo fiato rido tti, pcr^ fetto & eccellente dinenne ^ La onde fdgpamenìe diffe A^arco Manilio^ hauendo lungamente dijputato di fopra^ogni noftra cofa regolarfi fecondo la'dijpo^ fitioney& la influcntia cclcHey il potere ancho cono- fcerele immutabili leggi de fatiy effere tofa a punto fààmaihente fatale. Ji queko lo "^pagUfìoiolgia non nego yijfn)feyche quefte attitudini hàturali.cj qucHe pàrticulari inclinattoni più à luna cofa che a lall^ay non cifiano date primieramente da Dìo per le vnani de gli otto Cieli: fuoi diligenti ; fedeli , ubidìenii minifiri . 'Ma dico bene y che elle per alcuna guifà\ effere non pofiono preuedute da noi , per le qualità V per i fe^ni del corpo . Dì modo che colui non ne può ne k JHC offeruationi trattarcene la loro cogni- rione à coltii fiappartiency che come noi ci fatichia^ mo di dimoflrare^non ad altro attende , ne altro con fiderà^ ne ad altro pon cura^che a le note &ale ap^ 7?,/^ IMO. 2j farentic cHcrion dtl corpoiEt a le 7mtr^ (dirò cojl) che circondano quella cajhydoue alloggia l'anima no Jh'éL. Ma la loro nafcoHa & occolta conjideratione, fa ne^rimane tutta intiera à lo jljirologo. lltjuale de poter giudicare minutifiimamente , di tutti gli aue^ T/ifnenti de la uita humana: ò buoni, ò rei, ò fortuna ti yOd infelici , ò prcfli , ò tardi à uenire che fiano . pico fmilmente , feguitando il primiero ragiona-- mento , non e/fere pofiìbile che per quefli fegni, di cui fono diucrfatncnee i noHri corpi diflinti yfipof[a con certe'^ alcuna fapere , cjuale huomo debba f/- fire riccoyò/juale pouero.Quefioydi ferro^&quel^ Caltroydi fuoco morire . ynoy di i^c, diuenir feruo: Et altriyefjendo come fu Cafiruccio^al meglio &piii^ che donare gli fi pofTa, figliuolo di un uile & poue ro pretesa la fuprema alte^ & nobiltà del regno falire. Di qucfiiyiijr d'altri fimili accidenti di Fortu- . na, quantunque forfè alcuno per li fcgni de i corpi gli antiuedcjfe , à me non piace però di fa4ieUarne ^ per alcuna maniera.Confiderate adunque y& con di^ ligentia tutte quefte cofe predette cfjamimteyhne^ cejfario che ui facciamo uedere al prefente^quaifia^ no quei fegni, da i quali nafcc & ha origine ,&nei quali y uiue & fi conferm , & al fiìie con cui muore^ èr finifee , quella nojìra fcientia : Et di poi y onde L predetti fegni , pigliare parimente fi debbano : Et,, finalmente cìafcuno di loro , come meglio per noi fi /apra, per le più apparenti manifeke dimofiratio ni che ci fiano y dichiarare , ejporrcy et interpreta^ , • • • D ii) \ l  re. E laVhifioiomia adunqucy come fuonailnome ifieffo che le diedero i Saui de la Greciaytegge^fcien^ tìa^& regola natutalcyche ci fa conojcere le interne occolte pacioni de l'anime nofire. Co/i quelle^ che fcìi^d àltèratione di qucHo corpo y per alcuni propri fegni di lui fi comprendono : come e la alte j^ de lo ingegnoM aflutia^CT altìre cofe fimili: come tutte anchora quell'altre y che innoi foprauegnendo per accidente , ci alterano , ci mutano la fuperficie efìrema del corpo: T^e la guifa che ueggiamo fare , a la uergogna^a la pauray ad altri cotaimouimen ti de noflri petti. Ma di tutte quefle differeni^yfpero più di fotto ragionarne difìint amente . Hora uera- mente mi aggrada di dircydonde fi tolganOi^- di che maniera fiano quei fegniyche nel giudicare fono of^ feruati. Douete per tanto faperCyche cfii da cotai luo ghi ficauano. Conciofiacofa che imouinie?itidel cor fOy ì colori, i geni (fe co fi dire uogliamo) òuero coi- rne diffe il uoHro Tetrarca , gli atti de gli occhi e^r del uoltOy& oltre a ciò la ajprei^ , ouero la delica-^ tCT^a de la pelle y& de ipeliy & infieme la uoce y (3* la carnè , & le parti & le mcfnbra del corpo fole per fe feparata??iente , ^ appreffo la difpofitione , ^ la forma di tutta la perfona 9 fiano uniuerfal^ mente quei luoghi yiquali fecondo le loro qualità j - da noi (come difii) fegni addomandateyci danno pie- nifiimo er perfettifiìmo indicio , de le inclinationi , & de gli affetti naturali de f anima humana. QueHi fono adunque quei luoghi & quafi quelle minere > doue i metalli fi camno, onde ì comporta fabricd de gli affetti de l'anima noUra . Mapercioche me-^ glio al difiderio uoftro fi fódisfaccia , & perche di queUa fcientia , maggiore & più ampia conofien-^ ^ Manciate , uoglio rientrare di nuouo, per entra aciafcmo de i già dettilmghi per fe: Et per tutte le loro più ripone , & fecrete parti , ragiotiand<t guidarui ; Et come nel mei^ode i loro intricati giri, u' haliti il Minotauro de le noUre perturbationi apertamente moftrarui. Cominciandoci adunque da i colori primieramente , dico coloro che hauendo la carne candida & chiara , hanno nondimeno neriffì- mi & foltijjìmi i peli , ejfere di complejjìone caìida cr colerica : Et ne gli affetti de l'anima , sdegnòfi, iracondi , impetuofì , loquaci ,fubiti, & uantatorìi-. Et a quelle medefme paffioni , ejfere in gran parte fottopom quegli altri , benché con ajfai meno di ri^ tenmento & di fermeTr^^, i cui peli, cr la cui car- ne, fono uermigli & infiammati come ardenti car- boni . I bianchi poi, abondano di fi-edde^p^a , & di. humidità: Et fono perquefto, timidi, humili,debO' li, tardi, quieti, & effeminati . Coloro uer amente , il cui colore è fmigliante ad oro , do è di perfetta mijìura tra'l uermiglio e'I bianco, hanno la loro com pleffone temperatijfima : Et fono ordinariamente , dotati di buoniffmo ingegno. llche più certo,& più fecuro anchora fi de poter credere , fe unitamente con quel colore , bauranno que^i tali , la pelle loro molle, morbida , tenera & delicata . Et fapere fi D iiij 4  Ilo de per regola generale , che tutti gli ammali che hanno il pelo molle & fattile , fono timidi & pau- toftnaturalmente -.Doue gli hauenti if altra parte ipeligroffi & duriy fono forti per contrario & ro huUi . Tra tutti gli ammaliai più timidi fono i Cer- uiyle Leprine- le Tecore : Iquali y fecondo che detto uhahbiamo , hanno tutti il pelo mollijjìmo cr fotti- liffmo. Ma il Lione» L;qrfo, & il Cinghiale, che Co- ■ ' no pieni & nel corpo , cir ne l'animo di fortcT^ , hanno medefmamente il loro pelo duriffmo. T\(e ut perfuadete , che ftano gli uccelliyda la predetta con ditione punto lontan.i:^n7(i tenete per fermo,dipo ter e caminando per queSìa ^rada,pcruenirealdrit^ t,o,ne la cognitionc de la uilta-.o del animo loro.Con fiderate (uolendo uedere ch'io dica uero) particu-' Urrnente le Quaglie, L'anitre, & L'acche : Et. file troverete piene di paura & di deboleQ;^ : Et con tutto ciò ucdrete la piuma loro e fere fofi m,oUe,chc. Uafciui&luffiir lofi huominiyfe l' hanno fatto prò-, pria & fempiterno albergo . Scorgerete da l'altro canto le animofe Ucfuilcy e i fieri &audacifftmi Gal li & Sparuieri , non hauere ne conucnicnte ne atta pennata le morbifie^ de gli ociofi ^ teneri letti . Il medefmo di tutto ciò , ne la jpecie parimente amene de glihuqmitìi, La onde fi ueggonogli habi- tanti uerfo la Tramontana, hauerei loro peli duri/ fimi-.Et ( fere ualorqfi & robuHi, Et coloro che più uerfb il me7;$ giorno menano la ulta , di poche for^. . «e/ eorpQ ,per la moka timidità, onde ne l'ani^ ' Tnoahondatio ajjai ycfjcn per contrario dotati: Et cori tutto queUoy bauere fmilementCy mollijjmi & tenerijjimi i peli Ma per ragionare al prefente de le qualità de le parti del corpo , dico (come dian7;i ni argomentai) quella moltitudi?ie di peliy che a molti fopra lo Uornaco nel petto fi uede , ejjcre di molte ciancie^ ^ di feminile loquacità^manifclìiffimo fe^ gnoMafenon folo il pettorina lo fiomaco ancbora ^ il ucntrCyfono in qucfio modo coperti di peliy fi^ gnificano grande injlabilità & leggeì^'j^: Et ap^ prejjò un fiero animo y& empio: jprcT^tore in tut^ tOj^ contaminatoreydc le leggiyde la carità^ & de la [anta religione. Ma fe^come prima dijfi) ilpct^ to folamente è pelofo y dim oHra , oltre al dilettarli del/auellare^ grandc^^a d^ animo ^ ualore^^ ardi mento . Hanno gli buqmii;ii faui , cbe non ci uiuono indàrtiOy & che fi f armo capitale di ciò che ueggo^ noytqlto qucjlo tale Jegnoy da la fimilitudine de gli uccellinquali effcndoyuia più che ne le altre loro par tiyabondanti nel petto di peli^fono parimente ani-* mofi & arditi: Et oltre a ciOyCantanoy & come dijjè il Volitiano yfuernano tuttauia . roi fate inuerità mqko bcneydiffe alhora il Dolce: in accompagnando con le authùrità de gli fcrìttori , le parole che cofi afpre,.ci porgete a gli orecchi : Che ad ogni modo di njare ui togliete licentia.alcunì cofi duri^^ cofi nuo ni uocaboliyche fe mai aucnijje che quc^ìi uojìri r^- gìonamenti fofjero fcritti^ilche peranentura ui po^ trebbe incontrarcyrnì fo a credere che non bajiercb  botto ì margini de i librila capere le ugnate^glì sjre^ gi^le jpe7maturey& le poHille^che d'ognintorno lo* ro farehbono fatte. Fi fo direychenon farcite già inai per imitatore riprefo:fe già non fi addoniandaf fe imitarcyil porre i uocaboli in fignifìcatione diucr fijfimaydacio che altrì^cuì o uiuh o morti che fìanoj il mondo riucrifcc & inchina ^ gli hanno ne le loro fcritture lafciato. Io non po/fo di quefli tacer€:gt4an^ tunque però ne habbiate, lìi qucTii tìeffi termini ufa to infiniti, il Boccaccio^ onde ci bjfogna confejjare di hauereimprefo 5 tutto ciò che di quella lingua fap^ piamojmette animofità,per quella pajjione d'anmo^ che norìcilajcia giudicando difcernere il dritto: Et noi (non fo con quale authorità) per ardire la hauef^ te poflo. Dianzi ancho uoleiìe dir dirittura , benché emendandouipoiufafìedritte'^^che fu forfè peg; gioiLaqnal uoce^il medefimo authorCy pofe in luogo di lealtà & di giufìitia. Tarui forfè che queiì'à fia poca liccntia ? 0 ui credete per auentura^che gli huomini abbandonata la fecurtà , & la certCT^a de l antica [ìrada»uogliano piutoHo uenirdrieto a uoi per lo dubbio & perigliofo nuouo fentiero ^he loro moHrate ì Mal diuifate cofi penfando: perche il metter fi a rifchio , a lo affìcurarfi ; eH dubitare y al' certificarfi , niuno fa giamai che propona.Ma che^ uoi cofi fattamente parliate^non ne faprei inuero al cuna altra cagion ritrouare ; "h{e giudicarci che per altra miglior guifa fi pòi effe ifcufaruene ; Se\ non dicendo y che efjèndo Sfagnuolo y come fetèf^ ìion potete hauere , la piena & perfetta conofcen^ 7;a de la lìngua Thojcana . Mentre diceua il Dolce 'queUeparole^il Confolo t ut tatua co fi lievemente fog ghignando , ne afpettam la fine: onde uedutolo che to , glirijpofe dipoi in quefla maniera. Attenga che per modo alcuno non mi paia ufficio di prudente huo mo J^afciando le difputationiphilofophiche & natn^ raliytrattenerfi in quefiioni a Gr amatici & a Tedan il couenienti'yUoglio nodimeno , dapoi che pure mi ci hauete tirato^che mi fta lecito^dirne {come fi dice) ma fola parola . Egli non e dubbio alcuno , che in tutte le lingue yfempr e fi trovarono prima huomini che fcriffero bene : Et poi coloro fuccedctterOichs offeruando i modi & le figure del dir e , ufate da gli antichi fcrittoriyfecero poiy& formarono le rego-- Icy del bello & ordinato parlare . Tlutarco in que fio propofito fcriuendo di Homero , lo nomina non falò il padre de la Gramatica ; ma il fonte anchora, gl'origine di tutte le fcientie. Ts^on per altro uera mente :fenon perche ejfendo fcrittore antichijjimo^ non eglihaueua fecondo le regole , che non ci erano faueUato;rnapiu tofìo le ofjeruationiy & le leggia-^ dre maniere del dire y fecondo il parlare di luiyhane^ uano primieramente hauuto regola & ordine, T\[on uoglio(per non moUrarui il fole a lume di torchio) ragionare rie la prtfente materia de la lingua Lati- na: per cioche non filo fappiamoy ejjere in lei le re-^ gole de la reihorica , andate drieto a buoni fcritto- ri ; ma li maeftri anchora di quelllarte^corne uani 4 ocìofi & lìiutiU a^ la città y cjfcre flati-alcuna iwita cacciati di l\oma. Ma Ufciofldo. hoggimai a i morti ^ a gli Hr ani 4e aliene gìaeflime fauelleJ?ora quefiauQ^ira imetiteltaliana^uìi poco attentamen-^ trconfidcrianin. Si uedrvmo cjjère dugent'anni o po (0 menoyche il Tetrarca & il Boccaccio^ l'uno ne la profani altro nel ucrfo fcriùtndo ^ & in quel modo i bei concetti de l'animo loro ifcoprendo , leggiadra-- mente in efja fiorirono : Iquali udendo confejjare il uero yjono certamente i più puri più regolati fcrittorhcbc hauejjeroin tutti quei tempiiEt che fin quesìa età , non hanno alcuno che loro fia paffato dauanti'jEt pqchijjirniyche per picciolo ijiteruallo lo Yo fieno ditianti.Tslondimcvo non fono pero ancho^ ra quaranta anni forniti y che fi fono cominciate ucdcre le grammatiche , le ojjcruatìoni di qucfla fanelli. . adu^rique {come per gli antedetti effem^ pi se potuto ueder e) furono in tutte le lingue pri-^^ ma gli fcrittori regolati ^ che le regole de lo fcriuer^ Irne ; ui domando , per qual cagione uogliate che a gli avtichi fcrittori ifia lecito di parlare fecondo il gìudicio de l'animo loro ? Et che i moderni (quafi che ga%e fo(fero & non huomini) dehhaìio fola^ mente le parole di quei primi imitare ? Ver certo qucfla e ingiuria cofa:lN[on foloin huomini di di^ ucrfa profeffiGne : ma in coloro anchora ^ che una materia ifleffa tratta ffcro . Secondo i tempi , diffe quiui lo ^mhafciadore , e di mediterò che gli huo^ mini che hanno difidcrio diuiucre pp' lomci^o de 'P\ l M Ó. le loro fcrìttureyneie^menti i^- ne^li animi dt: i lo^ yo difcendenti,& de i loro tardi nepoti^dcbbano tal Jooruy & talhoranon fianòtentàtdfdtrui imitare. *Ter Cloche haucndo (come fapete) it lingue , come \utte le altre cofe,accrefcimentOy fiatò y& decrcfci- mento; poffono molto bene coloro che forgono ne lo 'n^<^raudir/iyO ne ìàperfettione dialama ìinguaifcri 'tierepér fefteffi fecondo il loro giudicio: Conciofia ct^fa che hifo^& la uniuerfale foufidctudinc del com '•nfun fauellare,donde corrièra certo prim^ fi de^ riuano le fcritturejìa alhora dilungo miglior Cy ^ 'piu uago.& più leggiadro y& polito yche quello non era^ che ne l'età fuptriore quegli altri huomini ufa- jiano. Ma, a coloro yCui hauolato il Ciclo far nafccre ih tèmpo che una lingua perda& minuifcaU fue 'pure bellc'^Tie.non è p cr alcuna manier a conuenend kylo fcriuere fecondo l'ufo corrotto dei loro t^:mpi: Xffendo efìoyaf ai peggiore , più lafciuo ,piu gonfio, & più affettato che il pajfato non era . Ma loro è grandemente neceffario di coloro imitare y che nati in più felice eìadè- feri fero meglio. Tlautcè de più àntichi fcriìiori che habbiamo ne la lingua latina : Vedete parimente , come egli non poco fente di ró^ (jr di montanaVoiEt come le fue parole ypiu a là ratroy ni contado; che a la pennay &ala citta fi conuengono . Terentio poi gliuenne drieto: Ecco d'altra parte , che maggiore coltura y & maggiore eruditione in luì trouerete. Lucretiopoi fi fa piupu ro : ma non può però in tutto abbandonare la ro- L 1 B 1^0 7:e7^ antlca.Sticcedette al fine quella età felìcijjir' ma:l<!c laquale in i/patio de pocbijjlme decine d'an-;' ìihmoUi fcri£ero perfetti{iimamente . Catullo pri- wa: Et Cicerone y pieno di leggiadrie y di fioriyCir di uaghcT^tEt ilpurijfmo & caìididijjìmo Cefare.Et da l'altro catìto,f'ergilio,Horatioypbull^x& dio :& molti altri. Ciaf cuno de iqualiy quantunque 7ie lo §ìile diuerfo.lper fe.giudicato perfetto. Que fti inalT^rono quella lingua^ a la fomma grandei^ %a : La onii^y^la tofio fi empie di tutte le fcientie : htfi mantennè poi cefi grande, fen^i^a che fi poteffe uedere, che ella euidenlcmente da ìiima parte pie- gajfc , in/ino a le primiereMjcqrdi^ d^h^^ Con gli ejjerciti uenuti da la Spagna^con quelli chg da la Maniagna haueuano .feguitfi Jl^iteU^^ ^^^ol to più con le genti Orientali di Fejpàfianoycntraro^ no in B^orria^le priniiere tnanifefte corruttiomdelfd milare.Ter ìaqual coJa.QuintiliunOyTranqmll^^ uenaley& il fecondo Tlinioy& àltrlche furono po co dopo quei tempiy mofirano ne gli fcrittì loro yla^ perdita de la antica purità l\pn/ana.Si fecero poi le guerre Settentrionali più propinqueiEt i Daciy dai Cotthi cacciati, a leprouincie de lo Imperio fiaui-^ cìnarono: perche mefcolatifi i Bimani con effb loro^ fi cominciò parimente con più forzala guaflarCyé* acorromperc qucllalmgua . Di qua uicne chea pe^ tia fi pojjono Icggèrey^mmiano Marcellino'yVegCr^ tioy Frontino, Materno, & altri infiniti . l{ptti gUoflacoli de telcgionh i nondarono i Barbari tut^ 3P ]^ 7 Af 0. 52 te le regioni de lo Imperio : Onde hehbe fine , in jutta fi eflinfe y & [otto l'onde altiffime de la loro Barbarie , rimafe totalmente affogata , leloqucntia ì^omana.Come adunqae non doueuano i primi fcrit tori Latini , & quegli altri che furono a tempo di piulio^ & di jLuguflo , coloi(o imitare cheirian^ a fehaueuano fcritto^prrcioche non migliori come fu jrono /ma peggiori jarebbono fiati gli fcritti loro ; cofi non era conuenìenteyche gli ultimi, l'ufo corrot tijfmodela gualìa loro età feguitaJfero:Ma doue^ Mano più tofìoj con ogni loro ftudio & diligentia , f buoni regolati antichi imitar e. Ben fapete^rilpO" fe il Confilo alhorayche in una lingua di già pcrue- nutà a la maggiore ultima fua grandc^^ytiHto ciò fi conuiene a coloro che fcriuono-Ma non credo pero che gli fcrìttori di quefli tempi , quafi che la lingua uolgare Italiana 3 non potejj'e ne più bella ne maggiore diuenirCy ad bauere quetio penfiero fieno per alcun modo necefiitati . Sidunquc non credete uoi diffe il Dolce yche il Boccaccio habbia a fupremo ^^rado di bellc^^ & di honore , ridotto la lingua Tofcana?^n ioyfoggiunfe fubito il Confoloilsl^ mi pare inuerìta ragioncuole^che la nouella di Marcuc cioy 0 di Chichibio (però che de gli ^dmcti 3 degli 'Frbaniy& de i ThilocoUygìa il mondo fine è chia- rito) debba dare l'ultima & foprana perfettiotie ^ad una lingua . Lafciate che le fcientìe fi trattino con qucHe uoci : Et che la Italia habbia d'ogni ra- gione y (ir d'ogni maniera fcrittori : Et alhora fa-- ^ . L 1 n li 0 cìlmente troueremOiCio che bora cerchiamoiEt qt4el lo che alprefe?itCydi non banere confejJìartioiÈt che dì confeguire ycon tanto ardore & con fi accede uo- glie bramiamo. Io confcfjo di banere cofr faìiidiofo fuogliato giudicìOy che -per infino al di d'boggi , 'ninno pèrauenturay od almeno pochijfimi ftrittori ho faputo tromrey che compiutamente y& da ogni parte fodis facciano a l'animo mio. Et mi day ebbe il cuore j di potere farui uedcre neluoflro Decameron nemedefimo^non folo una fiata^ alcuni mòdi di fa^ uellarCy & alcuni uocaboli , che hauerei ardimento (li dircy chepotejjino ejjerepiu belliypìu tcgpadri , più uagbiy& migliori.J<lc per cioydcbboejjere jgiu-- dicato arrogante: percioche io non lodo me medefi^ 'mo:ma quella bontà^V quella per fcttioneuo rider-' cando in altrui, onde colpa forfè di non bpiigna & non amica Htlla, mìueggo per mia debolex^anda ve, grandemente lontano • Bene h nero che fe fojfe a qucfla età conceduto, di uedere publicàti una uòt^ tay i Dialogi de la Bj^etorica fcritti da Mcjfer Spero ncy non r e^ar ebbe gran fatto più agli buomini^che defiare in quefta materia. Concìofia cofa che egli €j}frej]amcnte dimoflri in quel librOyquanti ornarne ti, & quanto di belleT^ poffa hauer la Eloquentia. ^Ihora lo ^mbafciadore , certamente diffCymolto varo mi farebbe il uederli : che hauendomelì lodati^ con luiragionando cómefo jpejje fiate fua cortefiàj ilprudeìite Secretarlo Cornino , // cui Sauio giudi ciò non è folito ad ingannarft ygli Jìimo uer amente buona  buona cofa & leggiadra. Ma ditemìy hauercUeli noi peraumura f T^Jon Sigtiore^rifpoje il Zorno'^^ma udì legger e, non e molto ditempo fafjatOy in caja di Don Diego nofiro ^mbafciadore: llquale come il cielo pieno di lucido & Joaue calore , a jè naturaU inerite tira & ind^ tutto il noiìro fuoco.cofi egli il cui petto come V api de fiorii fi nutrifce de la foauità de le uirtuyquajì riuoua calamità diuenuto^non il fer, ro de le minere i ma loro de le {dentiera fefcmprc ritira aduna.Ora adunque, ripigliando il ragiom mento di prima^poi che non è flato per anchora oc-^^ cupato il primiero luogo;o/ia pure fecondo ch'io giù dico che 'lo Sperone, merce de la fua uirtujui s'hab bla affettato; non debbono però gUhuomini dijj)e^ rarfi , di potere fcriuendo Jècondo il loro giudicio , parte principalijfima,& più che ciafcun' altra necef^ faria in qualunque ci uiua^merit are loda nonpicciola prefjò a la loro poUerità'Et di ejfer e odagli huomini che ne le altre età ne uerranno , letti uolentieri : Et hauuti in fommobonore, & in pre%i^ . Terciochc in tutte le noUre operationi mondane^fempre fi ere-- dette efferc d^gna & lodeuole cofa^ non potendo tra primi ^almeno tra fecondi ^ tra ter^i ejfere anoue-^ rati .^ Malafciamoda parte hoggimai quefie uani fciocche'7:je : Et ritorniamo più tofioydopo tantiy& co fi intricati rauolgimmi. > a riappiccare il filo del primiero noSìrp ragionamento^ la dòueefio dianT^fi ruppe. Seguitò dopò quejie parole uno breue filentio; quafi con quella taciturnità , dichiarare uolefiino gli £ altri duh U loro attcntìone :,perche àl nuouo il Con-* foto in cjuefìa manitra comincio a fauellare . l{itor^ fiando adunque y a i fcgniche fi cauano da te quali-: de le parti del corpo , dico che la carne dura , CT come dicono i Medici di forte folta teflurà, è <ir- gmiento Jemprcper Je notifòimo j che altri fia ro'2^ & flupido neh ingegno: Èt nel corpo , di fi pocì> debole fentimento dotato y che a gran pena queU le cofc che mordono & pungono leggiermente la parte di fuori del corpOyCjfere pojfano non che fenti te ifna aduertitc pure da lui . Ter contrario poi la molle & rara , è fegno di protitc:^ (^ uiuacità di ceruello : Et di fentire fubito & acutifiimamente * ogni picciola ^ lieue puntura : Se già non f offe é^ueiìa rarità & moUe^^ di carne , accompagnata con un Còrpo forte ^ robufto : le cui eHre?nitd , CT^ grandi , dure fofiino fimilrnente . Teroche bene ha for^ quest'ultima e onditioncy di alterare^ & di mutare la prima:ma non può però la primieray quc-' Scaltra in alcuna notabile parte guafìaìe* Ma óU tre anchùra a tutto quello , da diuerfi mouimentì y onde uariament£ la per fona fi moue , lyanno come .già difiiy ojferuato i Saui del mondoyCjjere parimen- te negli animi noHri , uari <^ diuerfi appetiti.-Con* cìofta cófa che la tardità & la pigritia del mouimen to y a gli effeminati & molli huomini fi conuenga : £t a coloro y^e fourabondano nel corpo di fred- 'dc^ y & di humidità : freni fen'j^ alcun dubbia . fotentifiimi 5 in fermare & a ritenere il corfo de le humanc Itogli e . Laonde ragioneuolmente diciamo^ éjjete quefio tale mouimentó ^ dìgran lunghi più che àafcm'altroy alefcmine 'i naturalmente fredde & humide conueneuoLe . Ma da r altro canto il 7nou€rji con prciìe'T^^j^ 6"' uclocernente yfignifìca ne la corn^ plefiioìie del corpOyCalore & ficcità f Etne gli affet^ tiy& ne le naturali inclinationi degli animi , incon- Hantia legger e^^.f^ mobilitàiEt è infiemcpin con nenicnte^ & più proprio de l'huomo. La uoce nera-^ tììcnt esquando per lei ?ion folo iconcitatiy fnai ripor fati dnchora monumenti de noiìri petti fi intendono ^ tffendo molta chiara eJ?^ grande , ne l'animo uirilità & uigore ; ^ nel corpo gagliardia & fortè'^^a ci rnanìfeda : Ma la poca^picciola^& ofcuraja t altra iato ne V uno timore ; & ne l'altro debolcT^ dimó^ ' fira. Le figure poi, & gli atti del uolto, che portati dalucntrcmaternoy ci danno ìndicìo di qualcVe cer^ to affetto de l'animo, fono tali naturalmente y quale h in quel tempo il uolto di coloro, che Jbnò talhora traff) èrtati a cafo da quel tifile affetto . Come fareh-^ he percofì dire y accio che meglio fi ano daùoicofH^ preje le noHre parole : lo iracondo ha per natura queig^Hi neluoltOyO quella figura y o quegli atti che dire li uogliàmoy che altri fuole hauereper acciden^ tCyquand'cgli fi adira. E dopò queUo necefjariaco^ fa a fnperc , che iti tutti gli animali generalmente ^ femprc il mafchio è più arditOypiu forte,& maggio-- re che la femina : Et ha le parti efireme del corpo , pu robuHCypiH piene f& pili forti:Et h migliore uni E ij  1^0 fierfalmentei& più atto a ciafchedma cofa . Fcirrei, appreso a qucHo che per noi fi confideraffe ^ ninno tra tutti i Jegni che o/Jèruarete. ne i corpi , ne ejjèrf cofi forte nel fìgnìfìcare^ ne douerui rifpondere tut- tauia cofi certo nel giudicar eccome quelli fempre fa rannoy che da i gefii come difillo dagli atti fi tolgo-- no , f quali congiuriti infu me col caminare^ col mouimento^engono fen':^ alcun faUoyin quella e c- gnitione le primiere parti • La cagione uera'/ncnte perche queflo fiayèchc feguitando quefìi dui {limo uimento dicOy& gli atti del uolto) od in tutto ferf^ alcuni^od almeno con minori impedimentiyle natura li innate ajfettioni de l'anime, uengono per ciò ad ef t fere^ne i giudici di quefia Jcientiaypiu ehe qualunque altro fegno fi fia , ojferuatì fempre con certeT^ dì lungo maggiore . Ma bene e uero ( fi come ancho, di fopra per me ui fu detto) che lo acquetar fi y& il ere dere fermamente in un fegno folo;non fia maigiu^ dicato da alcuna fauiàperjona.ne ben fano^neprur dente configlio, ^n'^i e necejfario a chiunque uuole ragioneuolmente procedere giudicando, ^ difidera che i giudici fuoi fempre certi , & fempre ueraci tiejcano , non prima certamentey& con determina^ io giudicio pronunciare , CT affermare alcuna co/a 9 ck^ egUueggay & chiaro & manifeUo comprenda <^ jda molti de principali più importanti fegni , concptr^nti la medefma fignificatione^, quella fua opinione ejprcjj amente ejfere dichiarata ^ Ha", k^iiè^A & confermata . Eccijmcbora j oltre a tutti T II ^uefli uri altro modo : per loqualc le conditìoni de la nolira natura, & le buone , CT le ree qualità de l'a- nima no§ìraf non acquiftatcper alcuno iUrano amae ' ftr amento , ma imprejjeui con interna nota del fat- tore del uniuerfoy pojjòno chiaramente ejjère da noi conojciute • llqualmodo y ne gli antichi tempi da ^riHoteley come egli mede fimo fe ne uanta y fu& trouatOy & ojjèruato primieramente . Quando confi • derando , adunque akun corpo y uederetein luìy da molti fegni , effere ftgnijicatt diucrfc pacioni od in^ cUnationi di mente y potrete col giudicio uoHro con Aetturare^non folo a quelle note CT manifcsìe pcrtur bationieffere fottopoftaqueWanimaima anchoraad alcuna altra ne palefe y ne chiaraiche pero feguiti CT volentieri fi accompagni con e/Jò di loro ♦ lederete talhora(accioche il mio fauellare meno ofcuro uifìa) per gli aperti fegni , & per le certe qualità del cor^ po^douere alcuno , ejfere naturalmente inclinato y a lo fdegnoya la meUitia^ &ala Jpiaceuolc^yod a la mala creanza : parlando per un termine nofiro : da noi nuouamtnte introdotto in Italia : JL costui me-^ de fimo , potrete drittamente giudicandoy predire fi^ cur amente y VeffergliV anima modeUata da lo ili- molo pungente de la jrcda ìnuidiai^uenga dicOyche nel corpo di lui , non fi fcorgefie chiaro c^T ejprefio , alcuno fegno che quella pafiione fignificafie . Tercio cheti fauio Z7 accorto confidcratore de corpi , da i predetti fegni , che dimoHrano le qualità y&lean tedette pafiioni de Vanima^ caua & tragge lo affetto _ m • • • 7? .1 T ' ■:xde la imidia : ancbora che accolto : nondmerio coti* ^fcqiìeriteyZÌr comeneuole a loro. Et è neramente cjue ^ilo modo di procedere , molto proprio y <^^moLto ^omeniente al Thilofopho. Concio fia cofa che il trar ire da alcune coje certe , uno configgente neccfiario , -fia grandemente proprio & peculiare di quella par ^ te di pbliofophia , che rationale fu detta da i Lati-^ ' ni: qantunque la confuetudine & l'ufa comune , ab^ bia fiiìipre il Greco nome più uolenticn accettato . ^Et fapere ui bifogna , cheji cornepir molti buoni an tecedenn , fi dicedouere efiere il confequente buo- no ; coft per contrario . da molti aìit ecedenti triUi , '"^lafce fimilemente il confiquente reo • Dirà co fi y per cagione di efiempio . l<(el medefimo moda , che ueg -gendo alcuno douere efiere , cofi dimoHrando le qua iitadel fuo corpo y giuHo y pietofoy & modello ; pojfpdire lui infiemc eff^re ben creato : & di gentili iir leggiadri coHumi adornato tcofiperxerti & ma nifefìi fegniy conofcendo altrui sfaciatOy crudele j & ingiusioj che egli ancho fia con tutto ciò fcoftumato , tni h lecito a credere ueramente . ^Ihora il Dolce y fi come colui che ardeua di difiderio di domandare il Confilo alcuna cofafilche per lo sfauillare delgli oc chi y per lo jpejfo mouerfi , & per altri atti chiara- mente ficomprendeua; anchora dijfe, che non bene Sìiay di interrompere con mie domande y l' empito ^eH concitato cor fi del uoUro ragionarnento ; Et che fap pia ciò facedoydi daruigiufia cagione^onde & leggie XP x& impatiente giudicare mi poffiatemondimeniè.  Ito pure ad ogni modo , che uno ofcuro dubbio hor hQ ra uenutomi ne la mente , col lume de le uofìre paro le mi facciate chiaro : Che f in m'e caro di cono/cere 40 quei nomi le (ofe che mi fono ocfoUe , chefeni(ef fi 5 non fapere, ( come fi dice) più la di qnanto che ci recai da cafa. Domandate pur nia fecur amente rifpa- fe il Confalo , di tutto ciò che nel penfiero ni cade : \^he hauendomi tolto hoggi a mantenere quefìo cani pOy nongiuflamentefoi'ei , rifiutando affatto 0 pugna Alcuna Oli lo foj]i ricbieSìo . ^d uno prode & uaLen- ie caualicre come noi , diffc il Dolce.v ad uno fcher tnitore eccellente ^fo io troppo bene ^ che i micipo-r /a macftreuoli colpi , non faranno perdere pure un dito di terra: "Nondimeno acsioche io fappia per l^ auenire ^ fe non con più for'Zfi ferirenltrui , almeno 7ne più cautamente difendere y ìnfcgnatemì corsie pò teffiqueHo colpo fchifare . Voi poco ìnanxi dicèfie^ •che la uoce grande /i^groffa, era fcgno di uirilità iO di fort€7^:. Et per contrario la fiottile, ^ picelo la y didebolexx^parimenue d'animo & di corpoXp • poi foggiungeiìe foco di fiotto ^ tm tutti i Jegniche uariamente uariano ì nofìri corpi, che ci fanno in tata fimilit Udine andare diffomiglianti^ ^l^^g^ifO^'^ fen^a alcuno fallo di lungo più certi ^ che dagli at-r ti j & da le eHeriqriapparentie J^luoltofitolgonoY 7^ lequaì parole y hauutouì fopYa confideratione , citrouo grande diucrfita. Tercioche fe aigeHiri^ guardo y ueggogU huomini adirati , tutto che la UCfr fc loro/iagraue &groffa naturalmente, falere ^or^ dimeno in fu quel punto ^a[Jottigliàrh ^'éf^dgux;^ la non poco . Et altra parte , coloro che non pati^ [cono alter atìone alcuna di colera , parlare per or- dinar io più grauemente : Et mandar fuori il fuono de la noce loro yfempre più grojfo . Ter iatjual co fa in quanto a quefia apparcntia , giudicarci che fi do- ueffe direy che gli huomini chthdnfio Idùoce sfottile acutayf off ero forti i & iracondi: Et deboli da l'ai tro lato , & manfueti coloro y cheingraue & grof^ fo tuono fauellano . Ma oltre che uoi ( come ho det^ to ) ci affermafie il contrario , fi ueggiamo anchora tutti gli ammali > che hanno magiore grido di fde^ gnofi y di forti ^ & di animo fi , come fono il Lione\ il Toro , il Cane latrante , é*l coraggiofo Gallo , far^ fici di loro propria natura : congroffa&graue uoce fempre fentire : Et quegli altri poi che fono timidif fimi & debolijfmi yfi^ come è il Ceruo^ , il Capriuolo, ^ la Lepre > acuto & fittile naturalmente , hanere il fuono de la uoce loro. Di maniera che s'io miro a la fimilianT^ de gli animaBy ueggo la uoflra propofi^ tione 3 hauere faccia di uerita : Ma d'altra parte fe confiderò la appareiitìà che ci fiede di fuori nel uoU to , che uoi horageiji^ ^ hora folete attiaddoman dare , parmì di conofcere , che elìaper non lieue jpa tio y fe ne uada lontana daluero • Di che mi farete fommo piacere , aleuaì-mi de t animo quello dubio : Et a rnofirarmi ( come diffi di fopra ) quello tratto dìfchrima . Mhora lo spagnùolo ,queko rifpofcy mi è fembratQ ad uno affalto Siciliano: Onde foggiunfe$ V  . foleua dire Antonio da Leuay che fempre ne riporta -fio gli afjalitipiti uant aggio che danno. Domandai e-^ ne pure i Frantiofh riprejè [libito il Dolce: Et quello cofifoUenne & decantato uef^ro.T^n ne ne maraui gliatCy il Confolo replico : che come dice ilproutrbio uolgared^huomo che dorme , fe Iq mangiano in/ino a le mofche. K^on credo già che nafcoUo eljereui deb-- ba.come da ogni tempo quei nojiri uicini , ma moltQ più in fu l'horaulel uejproy fieno ufati di dormire non folo col ceruello come fanno quaft ad hogni hora:rm ancho co gli occhi del corpo. Ma per ritornare a uoi^ dico che le qualità de la uoce^dimofìranti o fartela Q debilita.non fono come ui penfate , lagrauita , o la acute:^: Maalhora dobiamo giudicare ilualore & la fierc'x^ di alcuno , quando ne fentiamo la uoce , che grande fortCymoltayrifonanteyZi^ copiofa difjnri tiyciperuengaagli orecchi: Et da l altro cantOydebo Icy & uileragioneuolmente efiimare pofiiamo colui ; la cui uoce fia picciolaydcbokypocaylanguiday er in^ terrotta. Direte per tanto inqucUo modoiEt piucer ti affaiyCX più fccuriyuederete riufcirne i uofiri giudi €Ì . Gli animali forti & iracondi , hanno grande ^ molta uoceiadunque gli huomini hauenti la uoce loro co queHecoditioniydebbono parimente,^ robusìi & animo fi e [fere giudicati. Oltreacioy gli huominiadi^ rati parlano per accidente in uoce rifonante yaltuy ^ abondante di /pirti: coloro adunque che di loro pro^ pria natura fauellano fempre in questa maniera^ fo^ no fmilmente fieri & difdegnofi*Eccoui adunque^ fi l^  .0 come fi lem la c'omrarkta da le noHre parole : Et fi come iljenfo lorQ , & chiaro cff^edito cene rimar- ne. E ben uero chejie ifegni the fi tolgono. da la uoce^ fi da qualimque altro fi fiamenibro o qualità j^orpi^ Yale ,fi debbe hmere cur^ (li non determinare certa piente ilgiudicio; quando ifegni tra [cpalefino paf- fioni contrarie & diuerfie l'uno da l' altro. Oiciamo co fi: fe intenderò per la uoce douere ef] ere Alcuno aniT mofi) , icuifegnipoiofjèruatineg^i occhia uile me h diryioHrino ^ non debbo poter con ragione , in lui cO'* me certa eà" manifesta cofity & non poco più de l'air tre apparente^ alcuna de le già dette pcrturbatiom credere giudicando; Ma fi bene uno certo flato mei:^ iìo: che fi a di ardimento) & di timor CyCon eguale & giufta proportÌQne partecipe^Et hau€tC4 fapere^ efr fcrci eia/cuna uolta nccejjario di hauere qucHa tale aucrtpi%a , cheH Malora & (ii uirtu (come ho det^ - 'fo )pari i fegnì trouìamo.Ma quando Inno di loroy è più potente & più forte che lahroyalhora a quello di maggiore autorità , come il dritto & Vhonefto pcf. jre che fi richieggay indi ilnofìrogiudicio informanr •done:accoftare ci dobiamo: Et fecondo lui folóyfen%a .hauere a gli altri di minor grado riJpcttOy conuienci dar modo y ordine y & dijpofitione y a tutto quello che noi giudichiamo .Come farebbe adire: Qtian^ do e dai peli manifefiatay alcuna certa paffione y qua, Ut a y od affetto d'animo ^ non fi de per la uoce auenr ga che ella il contrario ci anunciafie , la primiera jgnif catione tolta da i peli ^ . in tutto cancellar^ td eslìnguer e. Concio fiacofa che il fegno ofjtruato M . le condì tioni de peli^jìa di gran lunga più forte , che ejuello de la uocc non è. Dobbiamo oltre a cioybaHci^e fernpre rifpetto a le regioni : Et (come difii) a i uari Cìr diuerjì inftuffi del Cielo : onde diuerfi anchora, , differenti fono i pacft:dati in forte ad habitare a gli huomini da la reina fortuna . La onde fe uedrcmo • uno africano (per cofi dire) forte & animofo , non - è però ragioneuole , che crediamo hi ejfere tale^fe^ . non con gli huomini comparato j nati folamente ne . V africa . Ver Cloche queìio ualente & animo/o ^A^ fricanoymejfo mfieme con un HungherOy 0 con alcù^ no BohemOyche però habbiai mede fimi fegnigraH^ (t animo & gran for^a fignifcanti y potrà merita-^ mente ejfere giudicato debole & uile. Tanto cforte^ eJr* cotanto puote > laparticularc proprietà di alcun cielo : Et la diuerfa qualità de le regioni. Ma perche meglio ui fi imprimanone la mente le parole eh* io dico , & con miglior ordine^C p^^ pit* diHintame?r te inarf^a ginocchi recaruele^uoglio a guifa di buon . capitano y di quefla confufa moltitudine di fcgm^ • di ajfcttiy ordinare partitamele diuerfe fchiere ^ Xhe fe già foleua Antonio da Leua , & hora il Marchefe del Fafìo y con tanta lor lodcy onde uiue^ ranno fernpre nei lunghi fecoliche a quefto fucce^ deranno y nel dijporre & ne F ordinare gi ejferciti > '.mandare gli Spagnuoli in questa parte ; gli Italia-- jti y in quell'altra ; Et altroue i Tedejchi ; Et tra quefli anchora , qui le cauallerie , & cola uolere cl/e Slefòino i fanti y7{e un fol loco^agUarcobugierij^ a i picchieri donare ; ne i carriaggi y con le artiglia-^ rie confondere & mefcolare ; Ma ogni cofariporre nel fuo luogo proprio & particulareydiuijo [epa rato dagli altri ; Et fare a ciafcunagcntc,^ a eia- fcuna fattione^non /o/o le fuc fian'7^ y ma anchora i fuoi propri capi conofcere; Cofi parimente a me pia^ ceyfe a le cofe grandi, le picciole;a le uirilije femi^ nili ;&ai fattìzie parole pofforio degnamente effe^ re pareggiate; ridurre in una fchiera y tutti quei fe^ gni che dimoSìrano uno affetto medefimo: Et dato di -''poi loro quello affetto per capitano y farui ucdere qual di loro ne i primi ordini y quale ne i fecondi y quale ne i ter'^^ fi debba conJlituire. Et in queUagui fa non folo tolto di mano lo fcetro a gli Imperado^ riymaanchora il pennello a dipintori^ & lo fcarpeU lo a gli fcultori^mt ne andrò quafi un'altro Donatela lo 0 Titiano yfe forfè (uerfo il Dolce 7nirando) non uolefte diruoi Gidn Bellino^piu che al ueroya Camici • tia doìtando che egli hebbe con uo^iro padre y me ne andrò dico y formando & dijponendo i corpi yfecon^ do le loro più conueneuoli qualità . Si digratiay dif^ Je alhora il Dolce: Che di ciò ypur bora ni era a pun to in animo di uoterui pregare: Ma hauutopoi rijpet to a i uoftri rimbrottoliy mi ritenni , & tacqui • Si t che uoifete di quelli foggiunfe egli ridendo y che per altrui parole fimouano : Ma come fi fiuy ecco che fenxjlfi ne hauete a mio potere a rimaner fodisfat-- to .^Dico primieramente adunque ^ commettendo a T II  gli arditi & ualoroji huomini la anttgmrdia del\ campo; & inanx} a tutti gli altri di/ponendoli ne le prime fila , che i fegni che i rohuUi cr forti corpL conofcere ci facciano , fono ipeli duri , & molto di nero partecipi: la perfona diritta : gli ojiiy lecolle^i^ fianchiy^ le eflrcme parti del corpOyConueneuolmcn^^ te grandi fortiyc!^ ojfute:il uentre ampio:ma che pe. ro non ijpinga in fuoriycomeil loro a le femine gra-^ uidc:gli homeri larghi y& fortiy& dijtantì: 7na fi me non troppo ne legati , ne congiunti in/ieme ; coji^ non però fuelti, nedifciolti , oltre ad ogmmifura c;- froportione;,ll collo fermo /odo con poca carne: ^ il petto ampiOiCarnofo,& raccolto.\le cofcie ajciut^^ tede gambe ferme>mufculofey& /carme ne la par-^ te di fotto: Et imprefjò a le e^ìreme cauiglic , tntte piene di neruofa fortei^:Gli occhi uarixhe già, /m> ronogratiofi nominati da Grecii con certe flammei^ ley& raggi per entro , di colore come quei di Lione,- proprio ad oro fembianti: J^on grandi^ o rileuati di: foucrchio:Ts(€ ancho più delconueneuole piccioli , o fitti i& nafcofi nel capo: '\e d'altra parte in fouer-- chiachiufuraineindifconcia & fconueneuole aprin, tura peccanti. Lo (guardo humido, ^ ueloce : le ci^, glia non congiunte: il colore fofco^o bruno , come y2, dica : Et tale che non partecipi molto di bianco : La fronte acuta , & diritta : ma non grande però come quella degli ^ftni : IS^e fimilmente più di ciò che fi 0 conuenga , od afpera y o molle : Le cofcie & le nati- che , ne terfe in tutto & polite : 2S(e del tutto rugo-  1^0 ^ fe^cy pì^^€ dlgrìnie : 1 piedi mufculofida mcegran d€,forte,& [onora: Et i?i fintalo rejpirare fermo gagliardo. S ecuro uer amente idijf^ alhora lo ^mba fciadore, fe ne andrà dopò tanto & cofi forte prm- cipiojo ejjercitio uoHro: Et cotanta diligentia haue re poHo in formare & dipingere (come già Tolycle tv) queHo Hercokyche io pieno di gran merauiglia, quella cofa onde lungo tempo prima mi fono mera^ lUgliato y come nuoua, merauigliofa, od impofiibile, jHH non admirò: cio è come haueffe potuto^il Tordo^ none dipintore a quefìa età che a pena l'ha potuto ue dere y eccellente & egregio y cofi perfettamente j con fi grande artificio , il fuo Milone dipi?igere : In cui e^lt pofe col pennello maesireuolmente , tutte le qualità • obbietti non falò de gli occhi , ma quafi dé ^i orecchi anchora , che uoi eloquentemente con U parole ad uno corpo forte conuenirfi ei hauete dimo §iro . Se ne lepofe.rifpofe il Confoto je doucuafape^ re : Et ben ini credo in nero che eile fapeffè : perche tonfidcrando l'opre di molti de i dipintori di quefìi tempi , di pochifjimi poche ne trouòycbe mi diano fag giv di maggiore dottrina^che quelle fi facciano di co Sìnil Et uoglio che acca f iate per regola generale ^ che tanto fen^a dottrina poffa alcun dipintore far cofa che buona fia;come fen^ix haucre di molte fcien tie perfetta cognitione , può e/fere alcune giamai, perfetto Oratore . Che quantunque la moltitudine de le liti y la varietà de le caufey& la confufione C In barbarie del uofìro palaT^ 5 dia luogo l>oggi-^ nt^kaMqW'ft fìct igmrantifjlmo ; non però mi piace che i tali fieno giudicati da uoiy degni di quel 'cìirùWghrioJò'nóme. Lacognitione de le fcientie.c TanimaMcore & U nita de Le arti: Et di quelle maf^ fmamcnteyche fono (come que(iaueggiamo) tutte piene di coltura ^ di artificio , & di leggiadria . A(c 'peraltro dome credere che f offe in tanta uenera^. uoneVarrhafiOy che egli meritalje di e/fere domani dato li datore de le leggi, e'I Solone , o7 Lygtirgo de ta pittura; fenon per eh" egli orjiaua le taHole'(\come recita Xenophonte) de la dottrina & de le fcientie ^ 'apparate Hudiofamente da i Thilofophi di que tern-^ pi.QuefìiHudi sfecero admir abile Eaphranore r vuercndo : Et degno di e(fere ifìimato tanto più de gli altri dipintori Eccellente ; quanto di tutti gliaU tri Oratori Latini , e flato il più perfetto eH piu'cel lebre Cicerone . Quefìia Theone Samioyla innen^ tione ; ad ^ pelle , lo ingegno cr la gratta ; Et die- dero a Trothógene la d lig enti a . Oiiefìi mt de fimi ia ragione a Melanthio la facMtà donaro ad 'kAntiphilo: Et fecero inan'T^i a cosìoro, trouarea Zeuft la proportione de le ombre de i lumi; Et clonare ad imitationc di Homero y a tutti i corpi ^ una certa augufìa & reuerenda grande:^ . Ma ri^ tornando hoggimai al noflro ragionamento dipri^ tna y quali fiano quei fcgni , che ci diano argomeu^ to di timidità & di dcbole^r^a y bora mi aggrada ipontarui : Sono adunque quegli huomini deboli &^ p auro fi y che hanno ipeli, (<r la pelle. tenera^ moU le: la per fona cadente ; . T^eatta quafia fojlenerft (Urina: la noce finiente ^ debole acuta^jl re- ipirare interrotto ,; Et con una certa fatka& anfie- ta : Uganbe picciolo , gonfie , groffe\ & carnofe a guifa di f 'emin€:.ùl miiimento tardo : il colore de U faccia , co fi ne i peli, come ne la carne mirandq , » pallido t.Ò gi<iÌlo ,.ò nero ancho talbora : ma di ner ^exx^a pero y non come quella de gli Etbiopi y di tale y che a queflo nofiro Cielo jìa conucncuole . CU occhi languidi :,&.jp.ejjò le palpebre mum : le eSìremita del corpo deboli cr puciolé : Le mani fottili & lunghe ; Et lunghi parimente , ^- piccio- li i lombi : & non atti a /offerire alcuna fatica : taj le la figura eHgeHo del uolto , che salteri.^- fi mu-^ ti di jubito : Et conformifi preSìamente , con tutte le pajfioni , & con tutti i mouimenti de l'animo . Si uergo^nam qi^Ui' tali di leggiero : tengono la te- Sìa , ijr J^li occhi M'ìi& ehm Jcmpre uerfo la ter ra : fi dilettano di feder e ocìofi : flanno di contino^ m con un certo atto nel nifi , come a guifa di pcrjp ne merauigliantifi : Et in breue patifcono come diflj, alteratione & mutamento nel uolto : Et fono oh tre ad ogni cofa , qiiafi. fmpv^. meiìi & addolora- ti Ora poi eh' e paffata in qucUo modo la feconda fchiera , fia buono che dato il fegno a l'altre , le fac damo fimilemente inanzi M^re . Et perche le co-? fe contrarie (come ce ne rende chiari quel detto uol ^are)accoppiate inficme luna con l'altra, più chiara mente apparifcono; uoglio, come ho fatto del timore ^dela •tir de lafortej^^ , ^ f^^^^i alcuni altri affetti , cà* \mcdefimamcnte dei loro contrari y ftgmtarc mo^ flrundoui . Coxifidcrando adunque gUing^gi'iofi pri meramente , & gli huomini dotati difubLime & al to intelletto , dico che eglino debbono ejjèrc commu nemente affai grandi , c7 diritti yfu la per fona : Èf \hauere le membra grandi: Et i nodi di tuttofi corpo, & mafjlmàmente de le mani 3 & de piedi , grandi y ymanife^ii , & difgmnti : le dita fuelte , tenere , ^ Jungbe: I camelli , non molto di^ìefi: ne ancho più d cji .conueneuole ricci : la carne tenera , & bmmda me^ diocr emente : non abondante di fouerchio graffo : n^ di tefiura , 0 compofitione che fi dica y molto folta 0 denfa • Debbono hauere magri temperatamente , gli J?omeriy il collo j & la faccia: Etpreffo a (juefìoygli homeribajfi raccolti: Et mede/imamente le (palliò fbaije er humili: le coHe afciutte: la fchiena fenica car ne: il colore del corpo^mefcolato diuermiglioc^ di bianco: Et bene fpeffo fmigliante al colore del mele: Ma con tutto queiiOy molto uiuOychiaroMmpidoy (^jt aperto:& in tutto fen^a nebbia^o macchia ueruna.la pelle y ^ lugneyfottili: i peli non duriy^ neri oltra modo: Et in fine gli occhi uariyallegriy humidi^ & ri fplendentL l fegni neramente che accompagnano lo (iupore & la balorde:^^ gli huomini di ingegno rintu\^to ro%o > fono gli occhi uerdigni yfiffi.^ <& immobili : nonifcoprvnti ne gli atti loro , alcu-r 7Ì0 affetto 5 0 pafjlone d'animo : Et oltre a cioy laf::c ^fia^bor^dante di caìcnQ ; CJ' p\^ lunga alquanto y di F L I B KO quello che a la communcy & debita forma fi fta con utneuole.-la fronte grande , cìvcularei& carnofa: le mafceUeygrandifimilmnte,€r ricche & copio- fe di carne : il collo , grofo, & corto : Et qui ne la fua parte di drieto , & parimente negli homeriy ne le braccia , & nel uentre , moUa & fouercbia abon- dan%a ài, carne-, la forcella ala chiane che fi dica del collo , grandemente risìretta: le palme de le mani ri tonde: gli bomeriyfiu del conueneuole rileuati:'il.om hi carnofi: le gambe lunghe :Et preffo a le cauiglie ^ grojfe, carnofe, & ritonde: I nodi di tutto il corpo, ficcioliy nafcofiy & congiunti, &per do quaft inutl li: Il colore molto bianco: Et l'hauere in tutte le par ti de la perfonay più ajjai che mezana copia di carne ; Et ultimatamente lo accompagnare la figura & gli atti del Udito y infieme col mouimento de gli home- ri ; Et per ejjiy fcoprire ^-^manifefiare prirnieramcn. te , tutte le incìinationi , & tutti gli appetiti loro vaturali. Di qua uicne, dijjè albore^ il Dolce, die a uoi altri Spagnuoli , cotanto dif^iace il riftringerfi ne le ^cdle^ Et lo accompagnare ( come uoi dite ) & dar quafi , & accrefctre una certa far%a , a le parole che altri ft dica, col loromouimemoj Et ricordami di hauere uedutojiora finijcono a puto quattr'anniy l{pderico d'^uila , uenuto qui per concludere con quegli signori la Tregua per la difefa de la Ita- Ha, & principalmente de lo fleto di Milano , quando Ccjare armato per la ma del Tiamont€ entrò ne la fraiicia;non altramente hauere a noiayfuggire, & ri  volgere come fi dice altrone gli occhi j mentre che uno qui parlando con ejjo luifaceua quefli atti ; che fi fi:riua che già [offe ujato di fare Caligula Impera dorCy infamia , pefle, & rouina de tempi che lo prò dujjtro , ueg^endo i folgori , ^ gli ardenti baleni • In uerità che l'atto in feb foi^;^mo , ri^ofe il Zor-- nojj:a ; Etpoflo anchora che non fc ne cauajjc giudi ciò alcuno , buona a farci conofcere gli affetti de la humana natura , non è ragioneuole , nepojfibile che fi creda , colui effere ne prudente , ne fauio , ne gra- ne , ne cofìumato , ne honcfto , che fauellando fi ueg^ ^a in cofi fatta maniera diftorcere & dimenare . Ma non uorrei perciocché alcuni difiderofi di fuggire ' quefìo uitioy affettando per contrario lagrauitàjief fero tuttauiafermiy & immobiliyCome che trauifof- fero & non huomini.Comefifcriue di Coftantio Impc radore ; llquak per confo uare la maejià di quel^ra do , uemtto a l{pma per ri':(^rui leaguglie fatteui condurr^ di Egitto.ftaua & nel Senato, ((^ ne i Tem fi , nel Theatrq , & breuemente in tutti i luoghi doue egli in publico fi lafciaua uederCjfcnxa mouerfi punto giamai : percioche il fare in queHa maniera , non fi può dire che fia abbandonare un uitio : ma fi 'bene , con un'altro cambiarlo : contrario in tutto ^ diuerfo dal primo • La uirtu , non ua mai negli ellrtmi : ma è come una uia , ^ fi come un certo fenticro , fegnato & battuto nel me%^ de le noSìre cperationi: per loquale debbono i prudentihuomi^ nhfemprx: caminando tener fi. Etfarfiacredere^cbt • •  fi come il Sole , fonte & principio dinoflra uìta^ gì ' vandofi tuttauia regolatiffimarnente y& con ordì-- ne certiffmo & infallibile , per me'^ di quel cer- chiochecon nome Greco e addomandato Zodiaco ; . Isje di quindi , o da l'm lato , o da l'altro giamai ri mouendofi; am^ nel mede/imo fegno , & drieio a la ■ medefima linea fempre tenendofi; merita di douere ejfcr dettOynon folo il più regolato e7 più certo di tut ti i Tianeti; ma quello anchora che col marauigliofo e^r eterno fuo ordine^ regoU^compona^^ informi^ il • mouimento di tutti quei corpi diuiniy che per quei lu .cidi cerchi fi uanno girando;cofi credano dicOychegli huominiinon negli cftrcmipaJfandoyWa nel mei:^ de le cofe fermandofi y degni efiere debbano , di hauere ' nome di uirtuo fi. Accetti adunque di continuo la me diocritày chiunque non uuole o rompere al lito la na ' ue: oueroC come dijJeHoratio)ajfoggarla ne lo altijfi mo pelago . Ma da parte lafciando hoggimai tutto quefloydicù che gli sfacciati: & cdoro che per niunci guifa fi uergognano y fono mani f efiati dagli occhi jplendidi & eminenti: da le palpebre groficy CT apcr teida lo afjiffarfi negli occhi di chiunque lo miruyda la altCj^y rileuatura degli h omeri : auenga pe- rò, cheH rimanente de la per fona , fia più tolto chi^ no che dritto : da la uelocità & prelìe'^']^ del mor uimento : da la ro(]e%i^a del corpo , dal colore fan-^ guigno ' an'xi fimile più toslo ad accefi carboni : da la ritonditàde la faccia: da laacutCT^ deh noce : Et apprefio da la groffe^^ del nafo: da lo T 1^1 M V i 4^ Jpingerfi^ & hmi':^rft ad alto nclcafnìnare : Et al fine da la akej^ j&dala eminentia del petto . Da r altro lato , modello uergognofo de ejjere ere* duto colui y che habbia il movimento tardo ^ egua- k : la uocegraue , [onora , chiara , & ufcentè jen^a^ alcuna fatica , & ^IP^(^'K^' gli occhi neri:non Jplen dìdi: non himidi:ne molto eleuati: ne però quafifit^ trnel capo : Et oltre a tutto ciò , che le palpebre mo uacon una certa grauità & tarde%i^: ciò e che non per lungo tempo immobile & ferme le tenga: Tsje parimente , che le apra & le chiuda con molta uclo cita .Mala letitiapoi , & la allegre's^a de l'animo^ infieme il maneggiare le cofe con poca confiderà tione & penfieri^ìmlacarnofità delafronte^potere. difignificarc:quando però^no folamente carnofa^md grande anchora, & mollcy (jr terfa , polita fi fio. quella parte : Et quando mcdefimamente , la faccia- tutta fiaabondeuole & copiofa dicarne.E'fegno pa. , rimente di ftUofo & lieto cuore , il tenere inguifa\ di fonnacchiofo ^gli occhi , & le ciglia baffe : T\(e dai ^ueHa fignificationemedefima , fi allontana giamai lagrauitày la lentex;^. , & la tardità de lo andare ; 7V(f anco il non potere , qualunque co fa fi 'fia; con molta int emione guardare. J<[e fìmilcmente lafoaut tà de la uoccT^c llmmidità,& il molto Jplendore de gli occhi: f{e fopra queflojo fcoprire ne lo ajpetto cTi rie gli atti del uolto^niunafraudeyceleritày& fiibitex^ '3^: ma più tolìo una certa femplice^& ripofata boru tà . Ter contrario poi, le mqlte rughe > ogrin'^ ch& t i È ^0 te diciamo j nel fronte ^ & in tuttaia faccia, la mà^ gt'C'^ yl'ùjfereijui fubito fopra'l nafotra lunci^ glìo & l altrosiTtolto crelpi & Yugoft , l'hauere la^ jpettotYamgliatò > & dimoHrante fasìidìo & an-^^ fietàjil mouifhcntó tatdoy& quìetOi la faccia fcar- nayle ciglia congiunte i& le palpebre fiffe& inten^ ttymanifeflàno infteme tutte queflecofe predetteytii^ turalmentc rneHitia & dolore ne t animo . Ma i fe-^ gniyche gli huomni lafciuijinolliy& delicati babbitt no for%a di palefare^ & coloro che tutto che fienó nati mafchisfentano nondimeno leinclinationi degU animi loro effere effeminate , nepur quefio , ma che facciano anchora molte fiate operationifeminili, fa no primieramente^ le rughe & lecrefpe negli angti li de gli occhi uicini a le tempie: Et infìeme^il porta re di continouo/oprà l una de le fpalley& principat mente fu la finiflraypicgata la teUail mouimenti de lemani)fen:^ordiney& fen%amodo:llcafnìnare dif uguale &.ff)roportioHato : Et quando^ con la perfo^- na cadente ylanguìday& chinai Et alcune uoltean^ choraydiritti 6- fosìenutifu ifiayichi: lofpefjògira^ re de ^li occhi foauemente: lo fguardo humido y coH non fo che apparentia di sfacciato & di audaceiVha nere nel fronteyne le goteyne t fianchiy& in tutte le membra , uno certo perpetuò mouimento, & qua/i tremar edo rìf guardar fi fpeffe fiate: Et inandandoyil percoterfì l'uno ginocchio ne l'altro : Et oltre ad ogni cofayla uoce^Sìridenteyfpe'^^tayfottiley&Jòm^ mmente tarda^Le note poi che ifaflidiofh ajj>riiri^ V)lll M 0 44 gìdl^& duri ci fcoprano^fono la paUid€'X^^& la ne ^^V>3' colore: il ge^ìo de la faccia^in guifa di fa* * Jp€f'oidiibbiofoy& conftderantcdafouercbìa magrc^ %a:ll non bauere molti peli nel uifo: La faccia rugo^ fa%^ fenxa carne: I capelli iteri , duri & dijie/i : // parlare in noce alt a\ll molto r efpirar e :ll batter ft^et jregarfi le mani l una con l'altra : il rimirare ajpero & [ecco: Et al fine^l bauere i piedi molto rugo/i.Gli huomini ueramente d'alto cuore/degno/iji^ iracon di^moflrano la interna loro qualitàyper tutte le eHe tiori apparentie cbe qui [otto da noi raccontate fa-^ ranno^Sono adunque coUoro la primiera cofa^dìaU ta & diritta Uatura:h anno gli homeri larghi, gran--^ diy& di^anti: ampie ^& apparenti le coHe:ll colore ne ipeliyhrJ^nOiCome quello de Leoni: & ne la carne uermiglio:rc/pirano fortementCj & con grande co^ pia di fpirti:Le eUremìtàdel corpo loro, fono gran^ di,f€rmey& robu§Ì€:ll petto è delicato, moUcyCt^ cerne dijfe^rijìoteleyquaft nudo dipeli:cotali mede fmamente^fonoancbora quelle altre partii chepofc uicine a Panguinaglia la mae§ìra natura: il mento h rcnon ritondoi& non acuto fi uedc: Pt la faccia che da fe h bellaipiena^& foda^h di crejpiy^ di folti pe li coperta cr ripiena: I loro capelli^inanellati ne la lo ro ultima parte , fono in un certo modo riuolti y & quafi a lù ingiufo rimirano:Ma [opra ogni altra co^ faybanno quefìi huomini fdegnofi , molto abondanti di fangue , & grandemente uermigUe^ le uene loro de gli ucchi: Et le uene parimente ^ani^ pure le ^'terie dd coUo^gonjìe fommamente;rileuate^& ùi^ fihili. Magli huominiypiaceuoliy^ manfueti , fer-^- bano da 1 altro lato ma certa grauità ne lo affretto : abondando di rìHoltai di humida carne : fono con" itenient emente grandi & proportionati: portarlo la perfonay aucnga che forte , pure come un poco fca^ uej^ nel me%o\6nde fempre in uno atto fi flanno f qua fi che fe il Cielo mira fiero : Hanno parimente^le^ efirernità dei capelli in fufo riuolteiLofguardoferÀ mo : il moulmento tardo : Et tarda fmilmcute , c^r. molle la noce . ilfmulatore uera7nenteyilparafitOr lo adulatore^ &^ colui che per far fegratOy di din male d'altrui fi diletta , è da la grafjcT^ & da U' grander^T^delemafcelle manifeHato: dagli angu^ li degli occhi , come difopra mi ricorda bauer det^ to^crefpi ^ rugofiida la uoce someffatdalcaminarei^ ^ dal mouerfi con una certa leggiadria, & numero fa proportione : ma tuttauìa^ con troppo più di iielo cità&dipreHe'T^ychead alcuna graue^^mode^ sìa per fona diceuole fia ; Et ultimatamerìte , da lo afpetto & da la figura del uoltOy fimigljante qua fi a gli addormcntati^ Voi che fu il Confolo a qùeHapar te ridotto col fauellare y il Dolce cofime'^ fogghi^ gnando^ma di manìerapìu toflo a turbati , che a He tijhuomini conuencuole y-in queHomodo gUdiffe:. uoì ci hauete dipinto uìi'o perfettamente , che quan^ tunque il più de le uolte non chiamato , ^ non ricerco y merce di mìo fratello Francefco che.fe. ne figli piacere y fole effere Jì>(^J]o Jpejfo.a defi'^ T Tir M 0. 45 nare &à cena con noi : llquale da tutta ^ueUa cit-^, tà ^ efjhndo publicamente per paraftto nominato & creduto , cr per tale da fanciulli > da uecchi &.da. gioueni conofciutOy ne fol queflo^ ma per ciò ad ogni ordine , ad ogni età y& ad ogni feffo , in difgratia & m odio uenuto , quanto ha di for:ì^ la uitiofa dif honesìa , nun manca di alcuna a punto > de le già dette qualità che ci hauete moHrato : anT^ tra le al trccoje ylagrojje^:^ ycrlagran copia de la car^ ìie y che egli hauere ft uede ne le mafcelle > eccede di gran lunga , ogni ragioneuole er* proportionato ter mine & modo. 7\(e ui uoglio oltre a cio,anchora che egli in tutto fia tale , del China Fior editino mouere, bora parole: uenutoci, prejfo a le ufure , le fodomie, , & a mille altre maladittioni che ci ha fempre ino-- Srato quella città, ad infegnare ultimatamcnte^a di uorare & agittar uìain una fola cena , ciò che i no Hrì maggiori fudandoj CT digiunando & in ogni co . fa parcamente uiuendo, in lungo tempo agranpend acquijìarono . 0 tempi, o coliumi ?n.iluagi : o felici coloro che alhora nacquero in queSle lagunc^quan^. ^ do la Schilla natia,& la domeWca Tajfera, ui nutrì . nano gli habitanti . Deh lafciate i uoti di gratta 5 lo: Spagnuolo ri(pofe:Et quefla canaglìa^di che non con . parole^ma con folgori & tuonici hauete parlato iab bandonatela fen'^ altramente curaruene, a ì Lupi% &ai Corui : che d'auant aggio mi torrà gran parte di queflo ragionamento, il Sole che uerfo il mio pae fii^g^^^ fretta fi inchina: fen'^^t chexQnfumiama ^ L I B 0 ' iltempOy dicoIìorofaucllandoy che fono il dishonù-» re y il uituperioy & la uergo^na degli ImominiilSla . ti (come difje tìoratio) non per altra cofa^cbeper ampliare il numero de uiuenti : Et per confumarne le biade. Quella parte che hoggi nifi toglie^ f^Rgi^^^ fe fuhito il Dolce ni fi potrà dimane rifarla : "ly^e ni maginate giay & farete per certo gran fcnnoy che dal uoftro debito affoluere ui dobbiamo ^fe prima in fino a la esirema parte di cjueUo ragionamento, con dotti dijputando non ci hauerete ' tutto però dico § che non foli dui ^ ma quattro anchora& fei giorni uifi haueffe a {pendere . Lafciate pure , dijf e alhord il Confoloyche hoggi per me a queÙa parte fi dia com pimento:che poife di intendere alcuna altra cofa di quefla fcientia farete bramofo, o dimane , o quando che fiaycheunque però me ne jappìaycon uoi ne ragia, narò uolentieri.Mettetela pure a dimane per fermai il Dolce foggìunfe: Che non uogliopcr niente lafciare (come dianzi ui difii)di intenderne ognipartCy quan^ to più 7nbmtamente potrò : T>{e ue ne potete per cer^^ to .y ne hauete cagione di ifcufaruene : che i giorni fo^ no hora cofi lunghi, che grand' agio h'auretedifi^ende re due o tre bore in quefio ragionamento: Et nulla di meno , attendere ìnfiememente molto bene a le altre faccende: Et di un giorno i^ìeffb, parte agliamici,^ gli fludi;& parte a le cure famigliari^ & alebifogne de la cafa donare. ^Ihora lo .AmbafciadorCy e fi uo^ gliono diffe y compiacere gli amici:quando maffimame^ te i defideri loro , // cme queHi bora del Dolce, &\ Ijuale è // mìo che auampo del mede/imo ardore > ìw honeHi > ragioneuoli , &giuHi . Ter tanto di/pò neteui hoggimai con animo allegro » di rendere unà Uolta non fola lui ma me anchora contento ìnfiemc con lui : Et di f^egnere in noiy qnefla accefa & infiafA mata uoglia. Et io per me ui pregò yfepur farmi co- tanto di fauore a grado uifia , ilche nel nero a me fà febbe gratifiimo , che fiate contenti ammedue , di ef- fere meco dimane a mangiare: Doue poi , fc co/i ui pd re/fe, a quella parte del uoUro ragionamento y che hó ra dà la breuità del tempo «'è tronca ^potrafii interd mente dar fine pcrfettioìie . Klon penjateaque^ Ha cofa , di fubito il Dolce riprefe , che in altragui-^ fa ui prometto , ha da andare la bifogna: Et quantuti que ejfendo uoi huomini publici ì V hauendo fopra lé jpaìle ilpefo de regni ^ & de le prouinciejpiu fi conué nijfe a me priuato di uenire a uoi , chù a uoi tali di fii re il contrario; nondimeno lafciatì & rifletti & ii^ foli da parte , mi fkrete pur grafia di e fiere meco di^ mane : Et hauerete più cura difodisfare a me uoflró amico y che di feruare in tutto quel grado y che a U n horreuolei^a de la uoHra degnità fi richiede . Sid comunque ui piace y diffeilConfolo alhoray benché affai di degnità & d'honore ci fia y non dirò la cori fuetudincy anxipuré la amicitid chchàbbiàmo infié me con uoi: Che fete fi uirtuofo i & gentile , CT uera-^ fninte dolccyche non credo che de uoflriparhmolti dì leggiero fi potè/fero ritrovare. Dopò quefìo , perché già fi auicinaua la fera^impoiìo a i famigli che uogati t È'K 10^ do pian pìhiVfi riamaJJero uerfo f^inetià ; rìpi^tiaft"' do di niiouo il parlare 5 in qucfta guifa il Confolo co-- 'mìnciò . Dapoì che come il meglio per me s'è potu^ tOy ubo moUrato quei j'egni onde potrete gli adu- latori conofcere , bora di narrami quegli altri mi fiede ne l'animoy che fono propri degli buomini de- boli y & uili : & [opra tutto auariffimi : an^^ mife^ riffimi : acciocbe io più drittamente fauelle • La pie ciolexj^ adunque de le membra , & infieme degli occhi y & di tutta la faccia , principalmente^ & in ìan^i a ciafcuna altra cofa > quegli affetti palefa & difcopre : Et parimente il caminarey e' l parlare fret tolofo : "Et la uoce debole , fottile , & acuta^ Queflo medermo ancora ci può far conofcere , il colore fo^ fco j cr ofcuro : con non fo quale , benché lieue me- fcolan^a di uermiglio : Et apprefjo ilpòchiffimo or-^ namento , ciò è la mala difpofitione , & la non de^ bita proportione del corpo. Ter oche non uorreiper ciò che ui cadeffe ne V animo , che fola la pìcciole':^ ^ per fcy co/i potentemente come di(fi di fopra, 0 de holex^^ay 0 uiltà , od auaritia manifeflaffe: .An'xifici te certi, che a ciò fare, di neceffità fia conuenire effe re unite con lei , la (proportione , ^ la fconueneuo lexi^ de le parti picciole > CT tra fe primieramente Vuna con l'altra:^ poi tutte infieme ycon tutto il ri-- manete de la perfonaiEt oltre a tutto quefio,è di me fliero che fia in que corpi piccioli ^ fproportìonati^ /concia parimente , &fouerchia magrei^ . Et fi)" no naturalmente quefii tali buomini , atti [alt atori : gìuocatoriy& mettiton (come dijje il Boctaccio) nialuagi dadi'. Et finalmente ddgni di e/fere tra colo;* ro annoueratiyche per presien;^ di mam^ingannan^ do (ù* confondando la nolìra uirtu j'enfitiuayuedcrc Jpcjje fiate ci fanno le merauigliey & le coft impoffi bill, EccOy diffe alhora il Dolce , & ridetta tmauicf, lietamenteicbe pur farete una Holta^entrato da ucro ne le lode mie . f^ofire lode non fono già qucfle , lo .Spagnuolo ripre/èiani^ quelle drittamente a uoi fi conuengOìWiChe a qualunque altro fi fia,piu de^ne fi poffano attribuire : llche quantunque anchora non uoleffimo^ci può far credere (auenga che ella piccio la fio) ilgiuftoy debito , <^ proportionato componir mento de lauoHra perfona . Ma nonuoglio farmi inan^i bora a lodar ui^jecondo che uoi meritate: aC'^ ciocheycomediani^i^chc fu di uoUra corte fio) mi dicerie mordace & ingiurio fo^ alprefente di più aU tri fopr anomi grauan domi, non mi pof tate adulato re (Ut bugiardo fimilmentc nomare . Dopo queUo , rientrato da capo nel fuo parlare di prima, in que^ flaguifa foggiunf e. Coloro grandemente di doni^^, di efjereprelentatifi dilettano , & fono de lo altrui cupidi (en^a modo , che o parlando , o ridendo y ri-^ uolgono in fufo il labro di fopra: Et di maniera lo ri uerfano , che tutta la gengiua intera ne mofirano i Et hanno oltre a ciò quefìi tali , ne gli atti del uifoj^ alcuno fegno euìdente dibefiialitày d'arrogantiay c&T di profuntione : Et hanno al fine , il colore de la car pe molto uermìgliOsCotali fono a punto i fegni degli L  Q (luari : che quei di fopra , più propriamente wifert domandare fi doucrebbono : Conciofiacofa che ejii tion togliendo lo altrui^ma conferuando il loro > an^ (ho con difagio de la uitayari'jripiire con ejprefii dan niy umano uolontariamente in eterna mifcria : Doue quefìi altriyla natura d^ FranciofiimitandOy & a la ingorda uoglia de l'animo , con le audaci opcrationi (onipimentoÀonandOirapifcono & ruhbano chi che fi fia : non per tenere.come i primi: ma pergittare , (iraboccatamentc fi:nxa alcuno giudicio . Et tale tra t{pmàni ejfere fiato fi fi:riuc Marco Cr affo: che fagò caramente colfangue.lo cHrcmo defiderio che '^gli bébé r del rapire i thefiìri de Varthi . I pietofi poiybumani,& compafiioneuoli , fono per ordinario.^ k//i>twwcfoi>/e'^5wrfn,6^ proportionati: Hanno gli occhi grafiiJmnndi.G' pregni di uifcofa humidìtà : Et per ciò fccrpellini quafi di continouoiEt ^er man darne fuori le lagrime^ cheloro aguifadi feìnine fempre fono prefte & apparecchiate, non hanno di rnolta alterationey o mouimtntOy bifogno . Tortano, oltre acioyil nafo fottile,& brettone la parte difo. fra: Et fono grandi fiimi amatori di f emine. Etge-^^ aerando i fono il più de le uolte padri & creatori di [emine . La loro complcfiione e temperata & buo-^ na: auenga perocché Ì?ene Jpeffo , di calore ab ondina alquanto: Et fono ordinariamente per tutte quefie cagionh& nel trouare da fe ficfii,& ne lo appara^ telo altrui ^ molto ingegno fi , molto facili, & ponti: Etpojfono oltre a ciò cu^iodire fccuramcne^ dentro a le fìepi de la loro forte memoria , qualun'» que cofa fi fia : od apprej'a , 0 nata loro ne lo inteU letto. Sono medefimamcnte^ uagbi cofioro de la buo na crean'Z^ & de i leggiadri , gentilh& ornati co^ fiumi • Et deuefi accettare per generale ^ infhUi^ bile offer Hat ione, che tutti ifaui , i timidi y &gli hft nefli ^fiano fempre pietofi & bimani : Et per con^ ' trario i disboncHi , gli sfacciati , Scoloro che non Jono atti naturalmente ad hauere cognitione alcuna difcientie ^fiano da V altro lato jpictati er* crudeli . Grandi poi mangiatori fono color Oyche hanno quella -parte del corpo che e dal petto al belicoy affai mag-* giore di quella che è dal petto al collo: Et uoglio fo^ pra quello (^anchor a che io medico non fia) darui m altro uniuerjale precettOyChe ui potrà fen^alcu fallo giouare y afarui ageuolmente ejr con certex^ coloro conofcere , che fono atti di loro natura a tijfi chi diuenire : Et che pojfono con loro grauijfma no j iuy ^ congrandiffima difjicultà uornitare: che rece re(come s'ufa in Tofcana)a me non piace di dire.Do ì uete adunque fapere tali ejfere tutti color Oyche han no il petto siretto:gli homeri rikuati: il collo lungo: Et il nodo de lagola^fegno come affermano ì uolga^/ , ri del pentimento d'^damoy molto eminentey er in fuori refpinto.Ma luffuriofi & libidmofi fono quegli altriyil colore de la cui carne è bianco:con alcuno po co di mefcolamento di uermigliotche hanno i capelli groffiyneri y cir diritti : che fono pieni per tutta la ]perJona ^ ma ne le tempie ne le cofcie priìicipaL ■ ' \ .ti B 0- \. mente, di molti, duri, & horridi peli: che hanno gli occhi grosji , in fuori , hutnidi , grasfi, & lucenti.: ' Et inaine che fpcffe fiate gli Hrauolgono in [ufo: ne la maniera che fi fu ne lojpargimento del feme, ne la fine de i carnali congiungimentìio neramente che agnifa dì p^KXf 5 di qua, & di la,uelocemcnte gli ag girano. Sì trouano ancho talhora alcuni huomini,éa [ ' miti le parti di [opra del corpo, ìnaggiori di quelle difotto\ calidi di compie sfione: belli ne la faccia: & pelofi nel petto : & con la carne di buona & mode.- rata teflura:& con molta & conueneuole humidità: Et infieme coni piedi curui , come gli Or fi fogliom>^ hàUere : I quali per tutte quefle conditioni , ejjere fi conofcono fonnacchiofi : Et tali, che leggiermente di qualunque cofa fi Jcordino . Ma coloro che da laltro canto hanno le parti di [opra minori ; conuc^ neuolmente carnofe, & bellc:& ornate, & con bua vaproportione ,fono huomini dotati naturalmente di molta memoria:^l€ di dormire gran fatto fi cu- 'rano.Ma oltre a tutte quelle qualità fopradette^of- feruò ^damantìo alcuni hiiomìnuchc infime con ìa^ tnalmgita la pai:^a,& con la pa'^^ia la maluagìtà haueuano ad un tempo medefimo fcmpre congiunte: Et ci ammoni che i loro propri fegni, erano i capelli neri : il capo fretto , & che in guifa di piramide iì{ acuto finifca:gli orecchi come fpezi:ati:& alquanto 'più grandi de la debita , & conuenicnte mijura : il collo da tutte le parti ritondo: gli occhi (cechi yt ene- brofhpiccioUy concaui,fipi& rigidi nel rimirare; le palpebre  (e falpehre languìde y &cafcanti : leguancie lun^ ghe > & riflrette: il mento lungo: la bocca jporgen^^ te in fuori , cianciarne , & fenTia alcuna conclufio^' ne : la faccia come diuifa : la per fona curua : il uen-- tre ampio , & eminente : le gambe groffe : le eSìrc- mita de le mani y & de piedi ^grofie parimente y & dure : Il colore de la carne fmigliante al uerde ; gonfie que^c parti quifotto degli occhi , come han^ no coloro che da dormire fi leuanoi il fouerchio man giare : la uoce tremante ycome quella di pecore : Et con tutto ciò molto rocca , picchia , & a/pra. Men tre che il Confilo in queUo modo feguia ragionane do ygia erano giunti a Vinetia : perche udito il ru-^ more & lo Crepito de le barche , poSìo fine al fauet lare de le fcienticy in altri dolci & piaceuoli ragiona, mentiifi trattennero fin che tempo loro ne par ue . Mfine raffermato lordine del ri-- trouarfi il giorno feguente a U cafa del Dolcey dolcemente^ l'uno da l'altro fi accommiatarono, DEI SEGNI DELLA NATVRÀ – la fisi di H. P. Grice – signi naturali, signi non-naturali -- Ì?E L'HVOM O.. OG LI 6'>Ì^ Molti buomìnì non pé che fiate i con grauijjime querele la mentarfi de la natura : Iqt4ali fp con occhio più drjrito riguardafjcì- 'rOi& con attentìone meglio auer ma confide'rajJ<;SO , le qperatiorù che ella fu tuttofi giorno ,, ft rimarrebono inuero , & di recare a lèi ^aon fimk^e tioci biafimo& uitupeno: Et in fe medefmì accrefcere con quepenfieri nùt t^ affan- ni . Il che fiiccmdq , uiuerebbouo certamente , fe non più felici _&. conmti> almeno ■& più quieti z ^ digran lungapiu riporti .Terò che ejfendoquc Sìo modo tmoj uno animale »■ & compofitione da tutte le fue parti intiera.ér perfetta , e dime- Slieroche per ornam^vtoxper milita ^ & per coti feruatione di lui , ui fiano non pure d'ogni ragione ^ d' o%ni maniera huominij ma animali anchora de le altrejpecie'f di tutte le qualità: Etmcdefima mente piantq yherhe y pietre , <^ tutte le altre co- fe, onde egli merauigliofamente adornato & pie^ nofiuede. Ora hauendo (fi come h ragioneuole } cura ^ rifguardo la natura principalmetite a le co- . yo fi maggiori ^ più importanti , adiuiene che ella intenta tuttauiaìiT beri cjferédi qUèfle ^ non cura -poi in particulare y che queHo pin che- quell'altro , fia leggiadro .felice y& beato. ^ni^richiedendofelo la utilità uniuerfale^fa jpejje fiate molti miferijfor-' tunatì i& fo'J^'. llchenon fi che fer altra cagione fia fatto da leiy fe non perche a la per 'fettiùne del mondo ( come già di/fero alcuni degni Thilofopbi) animale da eia/cuna parte y (^per qua Hunque rijpèttofi fia compito ^Vipieno , ella cio ef fere conuemente y come più fauìa&piu prùdente xhe non fiamo noi , perfettamente conafce cT inten^ de w 7<le altramente auiene ne Itpafti dermondo'y di quello ( fe è lecito le co/è piciole a te grandijfime ragguagliare) che ne i membri del corpo humartày 'per chiunque attentamente ui miri , ci fi uegga aue^ 'iiire: Dei quali y alcuni a degnifiimi & nobilifiimi biffici , alcuni uer amente a uilifiimi^ uituperofif^ •fimi fono ohligati da la natura y mano , &• diligente ^miniftra di Dio : Et oltre a ciò alcuni comandano quafì y & fono come Trencipiy & Signori de gli al tri : .Altri poi a quelli ubidifcono : Et fono loro co-- '^e feruie^ foggeti . TS[ìuno inueritaè chenon ueg y quanta fia la degnlta del capo : la rìuercìitia degli occhi : & del uolto la maefia . Et per contra^ rio ciafcuno conofce , quanto ftano ledishone^fep'^r ^ti y piene di infamia & di uergogna : quanto humi-^ ' li le gambe: & quanta a la fine yi piedi uili & abbici ti f Douerebbono adunque quelli membri de la na^ 0 i 9,K^ % tuxa dolerfi : laquale tali gli ha fatto , & quello ttf^ fisciù ha dato loro y che ejii ejjer citano : quali Jo^ \ no • Douerebbono ramaricarfi , che efii quafi /afte-- ^ni & colonne di tutto i edificio del corpo y fortini il ucntre , il petto j, el capo : iti guìfa di triomphan-;-^ ^^a farli intorno uedere a le genti ; Ladoue^efSij^hf •tutta la fatica &il pefo fofferifcóho yuannotutta-;- ma calpesìando la terra : ejfendo fempiterrif^. obbiet f 0 a le pietre y aglifiecchi , agli fiini : ondepun ' tiy Uracciail^ cpnfuniatifqng ^ternamentei^^^ alcuna intermijìione haueirui giamài . Douerebhe da Jaltro lato y il capoinuidiarc a le co/eie il molto fu f ehioy cr la molta carne: Ejfendo cffoyfonte & prin^ cipio di nofìrofeìitìrc , da una fola fecchifiimay cf grandemente afciutta cottenna coperto .T^on ci è ^memhro in tutta la figura del corpo j, che hauendo più ad altrui che a fe medefimo riguardò y non fi po tejje ragioneuolmenteyO de ruffìciqy, ode la compofi itone yO deUuogo fuo lametare:lSlpdimeno per bene fido & per dono di natura^ ciafcuno pienamente di quello fi appagaya chey& doue^& nel modoyche ejfo fu da lei da principio ordinato, Tye folamete è ne le membra quefl^tale corUente']^ i^^ggono infiif me alcune di loroy an7;i tutte più toflo y entrare UQlontariamenteinmanifeHipemoliy eJr ne la roui na^& ne loguaUameto anchora dife medefime.per . la conferuationeyper lo riparo , eÌT p^y la falue^^ degli altri.Come jpeJfo fi uede , che le mani fanno » ^le braccia- Lequali per difendere il capo & l aU .  D $t tre parti più nobiliypatifcono tutto l giórno infiniti grauijjìmi danni . Quella concordia adunque de le membra , & (JueUo fodisfacimento di fe medefime, conferua & mantiene il corpo , quel tanto di temr- po che dal Cielo gli è conceduto: DoUe fe fi inuidiap- fero , & s'odio fi portaffero luna a V altro , aueni^ rebbefen^ fallo alcuno(come già fe uedere al popò io I{omano la fauola da Menenio recitata ) che efjò in pochiffme bore figuaftarebbe: CT del tutto diftrug gcrebbefi. Ver fare adunque la natura i corpi ne ief fere loro perfetti^ & perche fofiino meglio di/pofii^ & più deUri ne le operationi che a fare haueuano 4 ella non ha in alcuna maniera hauuto confìderatìo^ ne a le parti loro : ma bene fi haprcfo curay che effe tutte infieme , ^ ciafcuna per fe^ fecondo la fuapró portioncy fùfferò a tutto il corpo commode ^ utilì^ eJ" apportaffergligiouamento.Medefiwamente ì Sà uiy& prudenti ordinatori de le cìttayquando primie f amente diedero loro principioygia non ui induffero quei foli huomini ad hahitare^che una fola arte fape uanoìpcrche quale farebbe di gratta^ &come{ìa'' rebbe quella communam^ , nt laquale tutti gli huo tninifoffcro o cal^olaly 0 fartiyù legnaiuoli ì od inai tra fola quale fi Uoglia arte fi fapeffero effer citare ? ^n'3^ piacque loro per lo bene & per l'utile uniuer^ faley& per l'agio eV commùdo dè Cittàdini, che eìldi abondaffe copiofamente di tutti gli effer citij & di tutte le arti • Curarono per tanto diligentemente $ fondatoti de le Citta j che in effe uifojfero hu omirii G Iti 1^ . n ri I B ^0 'Àl tuttcA'arH rifaeHw^^^ era a tutti in combi' inune gioueuole & buono : ma non fi tolfero miga penfitroy che lo ejfercitio defabrUfojfe tra tutti gli ^Itri il più fo::^ f eHpiufaticofo: Et che gli buomi ni che in efjòfi adoper afiino, pieni tuttauia di caligi ne & di fumo i più toflo a dannate furie^che a uiuen tihuominift afiimigUafìino ♦ TSle parimente alcuna cura fi diedero^ che ifetaiuoli fi potefiinQ ejjere più politi & più uaghi: Et che agiatamente^ ^ con mot tQxipofo de la per fona 3 fojfe loro permejfo di per ^ fittamente quell'ufficio adempircja che efii attende uano/Pcrciocbe alcuna di quefle confiderationi, non fi faceua punto ad utilità , 0 uero a migliore fiato di quei Cittadini. Tslon debbono gli huomini adunque, che fono membra^& parti di queilo mondo y de lo ef fircitio cr de la forte loro lamentar fi giamai Kle e per modo alcuno conueneuoleyche la natura pruden tijfima rnaeSìra di tutte le cofe^da fcioccaprofuntio^ ne tiratiycerchino biafimare:ouero che di lei in alcu ua maniera per fumano didolerfi • Conciofiacofa che il ciò fare altro neramente non farebbcyche un rama ricarfi di non potere aguifa di Tori con le corna fe tire : di non uolare , come gli uccelli : di non hauerc cornei camelli y gli fcrigni [oprala fchiena:^ la mano ala fembian'j^de gli elephanti y cofi preSla & cofi ueloce . Klondimeno quantunque in queHe cofe y & iti più altre anchora , fiamo da molti & di uerfi animali fup erati y non pero fi troua (cke io mi . creda)buomo ueruno^ che difiderandokQ:<fm€ dir fi  fuole) fi firngga 0 fi disfaccia . llche non per altra cagione ad'mencyfe non forche cìafcuno cono fce per fettamente , che elle fono oltre a la propria natura de Vhuomo i.Et che in nìuna maniera , a lui conue-* nire fi pojjQno • Come adunque quelli tal difideriy 0 . per dir meglio quefti tali appettiti , fono da gli huo mini f fi come nani & folli che .fono , ahbaìidonati ; CÌr come ciajcuna di quella formayche a la Jpecie fua fi richiede, pienamente fi contenta ; cofi doucrebbo no egli anchora , degli effercitij , & de l'altre parti xulari qualità , che loro ha uoluto dare il creatore de l'uniuerfo, con tranquillità & ripofo d'animo fo disfarfene lietamente: Tercioche elle fono ne più ne meno naturali , & loro prop/iet che la forma & la figura ne fia. il Cielo ordina CT dijpone tutte le cofe iz le fini loro : Et chiunque ci nafce , porta feco dal primiero g orno , le fue proprie &parttculariincli nationi : fecondo lequali , egli opera poi tutto {1 tcm po che egUuiue fopra latcrray Ma perche gli affet-^ tiyCt le naturali inclinationi degli huominiyonde pof fono poi da una perfona prudente ejfere coniettura te tutte le auenture, & tutti i fortunoft accidenti di ciafcheduno(come nel precedente libro lungamente s'è dijputato ) fi cono fcono per le qualità > ^per le dijpofitioni del corpo ; uoglio horapvr fine a quella parte del ragionamento de ifcgni de Vhumana natu ra , che quei tre miei amici y il fecondo giorno fauci landò difputarono infieme . Venuto diceua il Dolce^ il giorno fegufi^itCy ^ riccunti da lui gli inuitati con. G Itti I • '. Uno più toflo dilett ernie & amico y che jplendido é5* ficco mangiare y dapoi che allegramente hebbero à le hifogne del corpo fodisfatto , in uari & f iaceuoti ragionamenti y pudendo mufìchcdi più maniere ^ di che il Dolce fommaméntc fi dilettaua y fi trat^ tennero infino a tanto j che fen*:^ impedimento al^ cuno giudicarono chei ragionamenti del pajjato giorno ripigliare fipotejjero : Et in queHagUiJa quanto in quella matèria , s'era per breuita di tem^ fo lafcìato alhora di dire y la mano eflrema compìu tamente mettefjero . Et perchegli parue che la de^ gnita de lo jimbajciàdùre & del Confilo , douefiè ejferehonorata di maggior compagnia y piacquegli che Jòpfa loro fofiino quella mattina à definare con effoluiy alcuni altri faui & ualenti huominudi ciàfcu no di loro parimente amici . Trai quali dui ue ne furono , congiunti Erettamente di (angue conejjb'» meco: Vuno , MeJJer Luigi Quirini Dottore : figlia uolo che fu di quel grande & honorato Oratore : di tuifidiffcychepoche caufe furono difefe da luiychè' egli non le perfuàdeffe : Et pòche oppugnate y che egli non le abbattejfe . llqUale Mcjfer Luigi , meno fecoy per fua ombra hauerebòno detto i Latini yil^ Fogliano Mufico & Thilofopho : cui egliy come à proprio padre honoraua : Et ordinariamente in ca^ fa teneua . L^ altro mio parente , fu Marco dal Gi^ glio:effercitatifiimb ne le cofe de la facra Theologià. Fuui oltre a quefli un' altro Dolce: come che di minò te età de gli altri 9 certo di uirtUy & di dottrina^ -. 5J tomeprer lìfuoi molti ferini fi può uedcre, eguale à :• .qualunque altro fi uoglia . Leuatifi adunque da fede re yZT rìdottifi tutti infieme intorno al Confoloyché Micino ad una finefìratiratofiy onde piaceuolifiima -tiura jpirauaj iui tutto penfofoy forfè contemplandò ciò che egli diredouea, appoggiato fi flaua, fatto-- .gli un cortcfe ajfalto ygli dijjè forridendo il Quirini ^in quella maniera . Se forfè non uigraua, o non u'è molefìa la non penfata nofira prefentia , ilchè nòli xonfenta Dio,a me parrebbe effere tempo hcggimai^ the de la dolccT^ & de la foauita de uoSìri ragio* namenti ci faceììe godere: acciochepoteffmo cono^ fiere perfettameyite , che noi non menò hòggi grati uifiamoyche hieri lo ^mhafciadorey & il Dolce nò firò Siati uifiano. ^Ihora il Confoloy che già uerfò di loro s'era riuolto , moletìi dìffey non mi pojfonó già effere huomini come uoi mifeie amicifsimi : Mà io ben debbo , fe meritamente fenx^ ucrgogna non uoglio e/fere riputato y hauere rijpetto come mi mei ta a fauellare in prefentia di cotato fennoi ^niìfóg giunfe il Fogliano , ciò fommamenie caro effere ui douerebbe : perche non dui foli come hieri , ma citi que almenoy che io d'uno di loro fono òmbray degni tefiimonì haUerete de là uìrtu , & de la eloquentià uoSìra.^h'j^ de la uanita & de rignor antia mi du- bitalo y replico lo Spagnuolo ♦ Et egli quando ciò pò iejfe effere ripiglio y che non e però menò impóffib 'ilù the il ghiaccio fia fecco & caldo y& freddo & hunii iiù il fiiocoymaggiore numero d' amici hauerelie chi .  ^ ne ne ìftufafiino. Dopo qutjìo , haucndo la opinione del Thilofopho tutti communemente lodato , fi con chiufeper ciafcuno di loro» che il Confalo non haue^ ua cagione alcuna ^ ond' egli honeflamcnte poteffe da i cominciati ragionamenti ritìrarfi : Ter laquaL cofa tutti da capo quafi ad una uoce nel ripregar(h- no : Et quanto ciò doueffe loro e/fere grato y conpa^ role piene di caldo affetto gli dimoflrarono . Mail Quirini cui più era a grado d'udirlo: come colui che più mite fentito Vhauea commendare per dotto & benparlante , poi che gli altri r achetati fi furono 9 in queUo modo torno à fauellare . T^n mi poffofa- 're a credere fignor Confalo y che la bontà fingulare de l'animo uofiro. 3 permetta che tanti preghi non efaudìti rimangano, llche facendo , 0 moftrarefie di poco amarci : llche noi , per cofa di quello mondo non crederemmo-. 0 fareJìeci dubitare , che più ne i noftri mori pote/fe il rijpettOj che lo amore: LaquaL cofa e certamentCy oltre ad ogni termine ragioneuo le. Ma fe pure ui par effe queHa nolira uentuay trop po più cupida(per non dir peggio)che a moderi huo mini fi conuengay datene tutta la colpa al nofiro Dol ce hoHe : che inuitandouici , ha uoluto qhe cofi fia t Se uer amente libera , & humana , & cortefe la, reputate j eUimate che tutti egualmente^ ne fiamo. partecipi . ^Ihora il Confalo , per quale fi uoglia dijfe cagione , ch'io mi trouafìi con fi cariy degnìy & honorati amici come uoi mifete^non ne potrei fenon p render e fommo piacm:purc(dirò liberamente cià. , i€he mi fìede né l'animo) cìafmri altra uorreipiuto^ -Jìo che qui uhauejfe condotto y che difiderio di udir^ fhì parlare : Conciofiacoja ci) io fempre di mia riatti, rafeccamente pofja ciò fare: ilchc non fi conuicne con la morbide'^ de le uojlre orecchie c Et poi que fla materia che bora trattiamo ^ edafe talmente arida & feccaychegran fiume ynon picciolo riuo le fà rebbe mcjliero per adacquarla.Et per certo fefugici mai , che me medefimo poco parlando fodisfacejii^ hieri fu che poch 'ijfmo , o nulla mi fodisfeci . Ture poi che cofi difiderofi ui ueggo ch'io ne ragioni > d?r io fono molto contento di compìacerui: jperando co* .me diffe il Fogliano che debba auenire^che più toUo la uofira amicitiami Jcufi, che la dottrina mi debba notare. Detto quelioy il Dolce in cafa di cui erano yin tjuefto modo jòggiunfe : adunque poi che alcuni ci ha qui tra noi che non fono Varipathetichcome que- fli èi & addito il Fogliano y & come mi d'effere Ine ri in qualche parte ci dimofirafie y fia bene che non iiiandoyo fpatiando^fecondo il cofiume di quegli Imo mini antichiy feguìtiamo i noflri ragionamenti : ma concedendo alcuna cofa a le tenere noUre delicate'^ ^y & a l'ufo onde fi uiuea queUi tempi > entriamo in camera:Doue agiatamente fedendoy fi forniranno, ( Dio permettente ) le noUre difpute • Entrati dopo quelle parole in una grande bella camera, non peranchora uedyta da alcuno di loro , & già uolen* do/i porre a federe y rimirando fi intorno intorno ^ &^ ^ifopra^ &dalatOy ^ difotto ogni cofa attentd Èk L 1 B liO mente confider andò ydf con gli occhi bora a quefìd parte y bora a quell'altra più volte tornando y dijje poi il Fogliano in queH a maniera • Conofcendo effe^ re Dolce uoHra opinione ycbe per lo piacere fi debba abbracciare la uirtu^^ che più perjè medefima una picciola guanciataycbe una uergogna grade ejjere ci debba mokUaJìora mi credetti che di [ala ci facezie ufcirey che feguendo gli ordini de uoHri maefiri , in qualche uago CT diletteuole horticello ci douelie me nare : Doue ociofamente uiuendo , foleuano antica^ mente quei felici pbilofophi ingrajfarfu Ma poi che bora qui fiamoy conofco che noi troppo piu famo$ cSr più beato fete y che non erano quegli antichi Epi curei: Conciofiacofa che l herbe y a" le piante y di che erano adorni i loro giardini y foffmo foggette tuttauia a quelle mutationi y che fempre Jogliono le Stagioni portare coneffoloro : Laonde erano talho^ ra nude , & fecche : ^ quando uerdi , & fron'^^te nifi uedeuano. Ma quelle uojlre , che di lana finiffi^ ma cuoprono quelle muray fempre ucrdi y fempre fi(> rite y & fempre cariche di maturi frutti y porgono di coniinouo a riguardanti fempiterna gioia . Et doue le fonti loro , o mancauano la Hate , o s^arre^ Piavano il uer no y queHa uoHra non è ne tenuta da ghiaccio : ne da caldo afciuggata giamai . Et fe ben miro a quello cauallo alato , che qui ci ueggo y ella de effere uer amente od HippocrenCy od ^ganippe: Et quefle nimphe , faranno perauentura le Mufe Et quel colle , che cola con due gioghi al cielo fi inai 1 %a^jia forfè Tarriafoy od Hciicona ^Et oltre a ciò il Cielo che loro copriua, doueua talhora ejfere chiufo 4a nuuoli :Poue quejio uoftro di dorate /ielle Jplendi do & rilucentey jempre apèrto lucidijfme le ui mo-* fira: Et da ognitempo i Juoi Scorpioni yfegno forfè che ui die la uitay & ifuoi Centauri uifa manifefii . Felice adunque y ^ beato uoi : Ma uorrei bene , che tra tante imagini & di Imperadori^ ^ di Thilofo^ phiche qui hauete raccolte^ tra quali, ui rijplendo^ no quella di Tlatone & d'^riHotele mio maeftro » i^uero in luogo più tofio di tutte loro y tii hauejle meffogli Epicuriyi Me tbr odorici lenoni: Et de Lati itti lMcretijy& gli Horatijicome coloro^cuipiuera^ no a grado queUe delitiei^nxi chefenT^ejfenon ere deuano poter uiuere beatamente* ^Ihora il Dolce 3 jo crederei dijfe non che ^rìHotelc (come dite y & corrilo penfaua ) uifoffe §ìato maeftro > ma Diogene più tofio; od ^ntìUene : od alcuno di quegli altri cani : dapoì che fi fieramente mordete ; "t^ondim meno con ^riflippoinfieme uipojfo rijponderey che queHe cofe non hanno me , ma io loro.Dopò queUo éiffett atifi già tutti in un cerchio , hauendo però tot fo il Confalo in mc^o tra lorOy che egli al fuo parla re dejfe principioyajpettauano attentamentejlquale la loro uolontà conojcendo y fen^^altro indugio in queUaguifa cominciò a fauellare . Dapoi che uofiro difiderio e fiato eh' io pur ragioni de le qualità de la nofira natura y & de i naturali mouimenti de gli Mimi noHriy onde & fiamo buomini > & come bua r L 1 B 110 ^ fnìnì ci mouìafnOy& io il faro HolcntkwSipero cl)t non crediate ych* io com'mo di queUi Saui le cui ima pni qui uedctCyO Forfè per no ir tanto a lungeycome fecero al tempo de gli auoli noflri yMbertoMa- gney Michele Scotto , B^ìmondo LuUio , ^rnal do di ui'Ua noua , non crediate dico cFio ne ragiofd i)er pompay& per dimoHratione di mio ingegno : 'Ma fiate certi che come amicò y& tra amici & co fìretto da Vamicitia , fortiffmo legame di noftre uq ^Ucy coftfamigliarmente , & fen%a alcuno apparec chio dijplendide & ornate parole y ne debba tratta Ve. laqual cofa non già per infegnare altrui y che a ciò non baciano le mie for%e , & ma f imamente a voi y la cui uirtu rijplende come fiaccola accefay an'^ fure come chiariamo Solcyma faro folamcnte per ritornarmi ne la memoriay ciò che da molti dottor ■con non picciolo fludio & fatica , ho potuto dìquc Jìa cofà in lungo tempo , &per continua oJferuatiQ ne coprendere. ^cciochecoft coyieffouóir.agiojiando ncy & ne impari ciò che m"e nafcoììo finhora: Et ne Tanirho mi comfermi , ciò che di pienamente ptr- ycrneym'e pure aucnuto fino a quello temfo.T^efia poca certamente la utilìtayche da qiie^ìà cognitione per molte uie trarre & confeguire fe nepotra, Con^ ciofiacofa che fi come conofcendo a la uijìa di fuori tutte le monetCy C^ perfetttimt nte intendendo qual ^uer acquai falfay qual buona , qual reay & quale in- tieray ^ qual manca fifojfcy non ci lafciaremo ne le it^fhe faccènde da i cattiui huemini incannare, cofi  ^dUicnutìper cjueHa fdmiay daUconfìdemione de corpi i conofcitori de gli animi humaniy nel giunge-- re le amicitie , faremo più canti: ne L'accettare i fa-^ ifiiglìariy più accorti : nel conuerfare con gli buomi ^ni y più prudenti: Et breuemente in tutte le opera-^ tioni che con altrui fi fanno^piu^auertiti ypiu confì^ deratii & più rattenuti faremo . Ora adunque poi 'che tale è quejìa dottrina , & poi che ella è cofi na Sira che altri hón uba parte alcuna , quale ragion tiuole che non la dobbiamo accettare i perciò non imprenderei da cìyerijpetto tenuthpofiiamonùnan 'tcporla a quale altra fi uoglia ^ T<(e io per me ,fo ue r amente come pojfano alcuni negare^ che per le qiia lita eHeriori del corpo , non fi pojfano intendere gii 'intrinfechi affetti de l'anima : ueggendo CT con/ìde rando mafiimamente^quale & quanta fia.la congiun tione & la coUegan'^ de l anima & del corpo : Et potendo per uiua ejperientia conofccrCy che feconde^ gli auenimenti cr le pafiioni del corpo y patijca pari mente y (ir diuengay& mutifilanima^la onde ejpref fornente ueggiamo y quantunque uoheadmene y che rbabito & la dijpofitione de t'anima , da uno tiato ad urìaltroy per alcuno fop'rauegnente cafo fi cangi , che medefimamente la forma & la figura del corpo, diuenta fubìto d'un' altra maniera : Et da ì! altro la tofi ueggiamo ancborayche tramutandofi talhora U figura cr la appar ernia del corpo^ gli interni moui^ tnenti de gli animi noUriy non fi conferuano più quc j^li siefii z quali perìnanT^i a quella mutatione , ejjè- ce Ufentiuamo. Sono (come tutti ifhìloJopU coni beffano) lo attriHarfh & Ueffcr lieto, il temere , cÌT. lo adirar fty lo JperareyeH dijperarfh & altri taliaj^. (aiy affetti & perturbationiji noSire anime: 3s(^o«- dimeno colorò che hanno ne Camma afflittione CT dolorCy mojlranq di fuori ne lafaccia(cbe è pur par te di queUo corpo) la doglia, la pafiioney& lo affan $to loro: Et le ciglia ìlringendo, & chiudendo le lab bra. & gli occhi qua/i afiondendo, fi prendono uno, ^lerto uifq y, propriamente a me§ìi ^ addolorati huq. mìni conuenìente. Et d'altra parte coloro che han^ no l'anima lieta &gÌQÌofa .fono fimilementc ne la faccia ridenti &guliui • Ma oltre a tutto quello confiderò anchora che effondo disfatta l'anima CT ' diSiruttay la forma infieme del corpo fi disfa crfi di firugge:Ter la qual cofa fi può chiaramcute uederCy 4^he C anima foftiene cr fofferifce le pajfioni del cor- ffo: E'I corpo parimente quelle de l'anima . Et aucn gache quanto a Je me defimi y ne il qorpo faccia l^ani way ne l animali corpo^nondimeno mànifeHamente fi uedeyche l'uno feguita l'altro : Et che quefio da quell0y& quello da quejl' altro, le pafiioni & gli af^ fetti riceue.In quefio ueggendo il Cqnfolo che ambe 4ui i Dolciyche uicinifedeuanoys' erano in fu quefl'ul time fue parole, poHicofi pianpianoafauellare in fiemejafciato il fuo primiero ragionamento y dijfe lo '^qin quefia maniera. Che condite Signori Dolci cofi ira uoi , con la uoflra dolce^^ ? 0 pur ui paiono (cornicile fono ueramete)^ucfie cofe di ch'io ragiono di poca  di poca Slmaf7{ongia,ri/J)ofcfubito il minor di lo- ro : Che ciò alhorapotrebb'eferCy cbcfofca la luce , flellato ilgiorno,& di far dinato ciparefjè il mouime to del Ciclo . Mhora il Ciglio , fattoji incontra al Dolce che in qucHo modo barieua parlato, cofi mcTo ridendo y^e e uero dife, ciò che'l Fogliano poco auanti ci raccontò y non doucuatequeW ultima parte accommmarla col uojiro conforte: percioche crcd^m doft egli ckel mondo Ji regga a cafo.no uc ne uuqle , 0 ne nepHote hauere entro , alcuna benché pie dola parte. Si bene c'hanere ne ne potrei^ ripigliò^ Dol- ce , contra di cui quelle parole ueniuano • Et come , foggiunfe il Giglio , fia qucjìo, che l'anima non cono Jco? ^^Ihora ( dijje egli) che ni degnale di predare per mc^ S. ChriHoforo , che mi ramafje ne la buona ma: ol caualiere. S. Giorgio y che miguardajje da le male-opimoni : inìmiche di [anta Chiefa. Ma noi che chrijiianamente parlandoyui credete efere quei fin- ti f nomi nani & fen'j^a foggetto(che non uoglio però dire che la oratione a i Santi ui paia fuperflua) non mi uorretc qneUo tanto di bene far confeguire. ,Ap ' prefjo a qucfle parole y molt' altre fe ne dìfjèro in //- mile materia: Ma Mcffhndro mettendo fine al qui- fiionareygia rìuoltofi uerf&l Confolo che col Quirini nanfa che ragionaua^ in queUo modo gli difje . Da-r poi che come hicri^non hauete hoggi il fauellare uie tato y ne ci hauete tolto con le uoftre leggi , ciò che a ciafcmo concedette la natura liberarnente , quti^ lo che poco auanti tra noi due difccreto ragionatta-  moyhora mi piace inpalefe a tutti ridir lo. TS^onfi fb no fatte leleggiyrijpofe fubito il Confolo,acciocht mi norc hauejjc ad ejjere il uoHro fallire : che già fape tiamo bertesche no erauate ad ogni modoperdouere ojftruarlc . T<londimenOy dite pure cheunqne ut ag^ grada, che ejjèndo qui dentro a confini de lo imperio uofiro, nifi permette & uifi concede ogni co fa . Et egli alhorayfe l'uno huomo dijfe genera l'altro, ^ fc il padre e cagione de la uita & del e/fere del figlino loy in che fi conchiude parimente [anima ci corpo , come hauete mi detto difopra, che il corpo non fac eia l' anima t ne l'anima il corpo ì Lo difii ripv efe il Confoloyche quantunque a perpetuare, tifare eter na la fpecie de llmomo^et ne lageneratione di dincr fi corpiy Dio l' huomo ui concorra ; non pero adi-- uiene giamaiy che in uno ifle/fo foggetto , in uno huomo mede fimo y fi uegga l anima di alcuno gene^ rame il corpo : ouero il corpo, ejferne cagione de Va nima . Diro cofiy per cagione di ejfempio. Egli è ben uerOy che il Ciclo , CT i noflri parenti yfono ^ìati ca^ gionc de le anime, & de corpi nofiriiMia non è però uerOy che le anime nolìr enfiano [late da i noHri cor pi create : ouero che questi corpi yfiano da le anime onde uiuìamo , ^ati in alcuna maniera prodotti . Tercioche queilo tanto di bene y non da noi?nedc^ fimi ci può uenire : ma (come di(ii)dal Cielo, & dal padre che ci creoe. Ma auenga dico che ciò fia, Vani ma però e* l corpo, con più forti legami annodati in fieme di ciò ch'altri fi penfa, ubidifcono perpetuarne  ìe , fottoggiacciono a le pafiioni Vuno de V altro ; La qual cofapiu chiaramente afjai , con ma ìnag giore qertei^ potrete cono/cere, confiderandoy & h'a^icndo rijguardo ad uno vjjcmpio che hora no dar ui. Eglih manife§la cofa che la furia y t^lapai^T^a (comejtdice)concitata, & fen'7^ freno (che non ho glio parlare hora de la quieta^ che infama domanda uano i Latiniy& noi drittamente menticaggìne dire potrenmo)cgli dico è manifcfio affair che ella è paf- ftone y&perturbatìone particulare & propria dc L'anima' "hlondimeno curando i medici} non l'anima interna & inuìfibile , ma qucHo corpo cHeriorc & palpabile^ con alcuni licori , con certe beuande ; facendolo ufare oltre acio^ ò' tenere alcunimo di nel uiuere , gioucuoli a quella pacione ; effì coli facendo , l'anima da lapa'^^a (jr da la furia , onde ella era pria tormentata , fogliano al tutto delibera re.Ma non altramente pero , ne con altri argomcn^ iiy che(come ho detto)conmedicine datefi al corpo: Et con la cura, con la follicitudine,che i medici fi hanno hauuto di luiXaonde auiene che ad un mede fi mo tempo e'I corpo y lafciay& perde quello aJpettOy eir quella figura che egli haueua , mente era da quel furore l'anima opprejfa : Et l'anima parimente , da quella pafiioney & da quella noia che prima la mole sìauaùiberay ij^editay& fciolta fe ne rimane. Ora la /dando adunque & perdendo ad uno ijiejfo tempOj ^ V anima e'icorpo le qualità che haueuano perinan ^,non fi può negare , che ciafcuno di loro non fottog H i/  giaccia a lepajjiom de l'altro: Et che ambidui non fi rniitino, fecondo che l'uno o l altro di loroy mittatio neM alterationepatifce. Et oltre a tutto ciò fi può comprendere ageuolmente,che a le mrtu,& a le po tentie de lanimayftano le figure & le forme de cor-^ pi y fempre fmili & connfpondenti ^ 7^ per al-- tra cagione(come dijfeil noHro Commentatore Cor doHcfe)fono le membra del Lione ^ differenti da quel le del Cerno jfe non perche trai' anime de l^uno , CT de l'altro di quegli ammali , u'ha,come a ciafiuna è paleJeydifferentìagrandisfma.Tutte le fimiglian'^ adunque degli animali manifeiiano] CT dijcoprona egualmente yuna certa pacione , c7 uno certo affetto mede fimo : Ma non douetepcro intendere di quelle , fembianT^yOìide da la mac^ìra natura fono in quella ' guifa distinti , & che conuengono, nel componimen tOy& ne la dijpofitione de la forma deglianimali . ConciofiacQja che quantunque lo hauere ne le efìre mita de i piedi & de le brada le ugn€y& intorno al corcy &ale altre interiora le coUe^ & molte altre cotalifimilitudini y fiano cofe , quafi in tutti i corpi uiuenti d'anima fenfitiuà parimente fimili; nonpe^ ro altra co fa alcuna ci mamfe§ìano , che quel tale che è cofi fatto , effere ueramentc animale : & non pietra , & non albero . Ma quelle fimiglian^yche per conofceregli affetti de l'anima , debbono effere offcruate da noi, fono ( come' e a dire)la roffe'^^ de gli occhi: lafortez:2;a , & la grande:^ de le esire me parti del corpo:Et molte altre cojc cotali.Etp£r  . 5P €ÌH come hieri uì diftiy & bora di mouo ui dico , fer fempre ui conuiene bauere fifio ne la memoria , di tutte le pafiioni generalmente , & di tuti i moui^ ■menti , & perturbationi de le anime noUrCy ^ non 'far noflre , ma uniuerfalmente anchora di tutti gli altri animalhalcHne propricy^ alcune altre fono ad domandate communi; douete fapere cbe i propri af^ f etti de l'anima y fono fempre accompagnati da le proprie qualità j& dai propri fegni del corpo : Et d'altra parte le communi paffioni y medefimamente a i communi fegni fempre rijpondono . Ma fi de ben por cura , di non determinare & dichiarire per com mune alcuno affetto y auenga che a molte y od a tutte le Jpecie degli animali commune yfe prima non fi è mertito diligcntementeycbe effo per alcuna propria qualitay non fiaproprio & particulare di alcuna fpe^ eie. Et accio che meglio fi fermino ne la uoHra intcli getia le nojire parole y darò con la chiare':^ di que fio effempio y lume & fplendore a quelle teìichre , onde ragionando difopra mi inuolft . 7{iuno credo è che non fappìay quanto la concupifccntia de i car-^ fiali congiungimenti ^ fia commune uniuerfale quafì a tutte le jpecie degli animali: Kjondimeno non de pero potere que^ìa tale communione y farci credere quello affetto commune : ^n^i dobbiamo perfuadercicertifii?no y cheejfo fia proprio &par-^ ticulare degli ^fini CT de Torci. Conciofiacofa che per una particular e qualità y & per uno proprio je gno^che feparatamente da tutti gli altriy hanno nei H iij  loro corpi queHi animali y non fono liiffurìofi cotii*^ munemente con gli altri : ^n'Z^ ejjiy come proprio mouimento de l animo loro , donano & participano con altrui , la loro propria libidine . il fegno uera^ mentCy donde queHa fi comune perturbationcy fi ere da propria folamente di queUe due Jpecie , è che que Sìi .aìùmaliyfoliy & feparati^ CT diuifi da tutti gli altri^mentre fi affaticano ne Inatto f^enereo^a guifa che maflicafjero y Wouono (^menano le ìnafcelle. L^effere me de fmàmeht e ingiurio fo , e 7 dilettar fi di mole^lare di dare noia ad altrui y h pafiione & affetco.certo a gran parte, fc non a tutti gli animai li commune : K^n per tanto i cani foli tra tutti gli altri ringhiando , & digrignando i denti, loropar^ ticulari proprietà , rendono co fi facendo , loro prò-* pria, queHauniuerfale perturbatione. E di mefiiero adunque, conofcere quefte diuerftta : Et fapere , qua le affetto fia comune a tutti gli animali : Et quale a parte di loro: Et quale infieme^fia proprio & parti-^ culare a ciafcuno . Ora in che modo fi debba dìfiin^ guere il commune, dalproprio,hicri a baflan^ai^cre do)fe ne. è ragionato. E il uero che a chiunque difide ra di potere baUeuolmente di cìafcuna di quefle co^ f e parlare , & giudicare a pieno , come & hieri hoggi più uolte fi e detto, per efegni di fuori del cor po y le intrinfeche paffioni , &gli interni mouimen ti de t anima, è necefiario principalmente, accompa g7iare,unire,& congiungere infieme con la fcicntia > tufoylaprattica^la confuetudine^& l'ejperientia. In.  nero che rejjercìtare lungamente- le cofe^ è il miglio re,& più eccellente maeUro che fipojfa difiderarem Ter quello , la belle'^ la leggiadria de le arti^ Ter quefto y la eccellentia &la perfettione de le fcientie ; Ter quello , ogni bontà 3 ogni uaghex^ 9 ogni perfetta utilitade y in qualunque fi fa noftra operatione acqui fliamo.1\le fen^a ragione ueramen te: Conciofiacofa che fe tutto quello che per noi fi fay h femprein più alto grado di perfettione , quan do penfandouifopra lo riuoltiamo lungamente ne Va nimo ; ilche non è altro che uno effercitaruifi con la mente; quanto fi de credere che migliore & più per fetta riefca la noUra fatica^ rifacendo CT rinouando da capo y quella cofa che prima una uolta buona fa^ cemmo ? Certamente non e dubbio alcuno che molto ' meglio . Cofi il SanfouinOy che dipublici & di pri^ uati edifici adorna bora qucfla Citta, è diuenuto /ò/- lennijjimo architetto : Et degno y dia qualunque al tro fi uoglia y 0 Dinocrate y 0 Thilone y effere pad- reggiato • Cofi Titiano y cofi Michelagnolo , cofi (^quanta perdita fece il mondo nella fuamorte)Gia nantoìfio daTordonone y hanno acquistato nome di dipÌ7itori eccellenti & egregi. Che fece Mef[ere Lui gi uoHro padre y & che ha fatto bora il Feleto uo-^ §ìro cognatOy cofi celebri Oratori y altro che Veffer^ citio i Donde uenne il loro fìgnoreggiare nelpalla^:^ c?;o , & l effere tiranni de le uoglie de giudici y d'al^ trondc che da l'ejfercitio ? In che modo ne gli inno-' unti biafimo ^ terrore^ & hauerebbono potuto in  4urre ne t rei ficurta & bonoreyaltramente che cori J^efjercitio ? ^dunque poi che in ciafcuna coja , l'ef- fercitaruifi lungo tempo ha cotanto difor^a^ pcnfia . tnoci & rendiamoci certiy che ne la cognitione de la nofira natura, il lungo & dilìgente ejjèrchio , il me defmo parimente^ouero piupoffa. Ma percioche(co me hierì diccm?no)cjueifegni che fi ueggonOi& fi of feruano ne corpi , fi rìferifcono a le jmiglian'^ de gli animali; dico qucHe talifembìan^e , effere tolte ouero da tutta la difpoftione del corpoyoucro da al- cune parti di quello: Et talbora dagli atti degli huo mini: Et quando aìichora da certi ajpetti : procederi ti altri da calidita: & altri da freddei:^ . Alhora lo ^mbafciadorcy che accofiatofi ad una tauola, ha lUeua tuttauia tenuto appoggiata la teHa fu la deftra mano, rotto al fine il filentio , & leuatofi ritto fu la per fona, dijfe al Confalo in qucHa maniera* Dapoi che uba condotto il filo del uoHro ragionamento, al parlare degli afpetti del uoltOy bauerei caro che gra ne '& noìofo non effendoui,ui contentale di dirmi > in cheguifa fi debbano alcune di quelle qualità giudi care, che fiofferuanone lo affetto ,^ne la ejierio re apparentia del uifo : Lequali non perche elle fia-^ no in tutto medefme y ma perche elle hanno tra lo^ YOpicciola differenza ,fono communemente addo^ mandate per uno medefmo nome. si come auiene ne lapallidei^naturale:ondeci e fcoperto il timore^ & la debbolei^ de l'animo : Et ne la accidentale ^ di che àfono cagione le infermìtaZequdipasfionh .  6ì 'quanUmqne come uedete nate diuerfamente yfonó non dimeno > per cjuefta folanoce nominate di palli-- dexT:a : llche fi come dijji non per altro ne mene , fe non perche l'effetto loro e fmile: benché nefia la ca gione differente & diuerfa . // Confilo alhora , con ragione admqne fe è ciò dijfe^ che e certamente , ho io con tante parole poco auanti lodato lejfercitare , ^pratticare lungamente le cofeiConciofia co fa che neramente quando alcuno di cojioro giudicare doh* biamoy hauenti nel loro afpetto alcune di queHe qua litaypoco come haucte detto da alcune altre diuerfcy an'^ in gran parte loro fimili^fommamente difficile ^ cofacifiay ad intendere certamente il dritto : Et et uenirc perfettamente^ ne la cognitione^ & ne lafcie %a del nero : La onde , necejfaria cofa douere ejjere iiimoy che per lunga conuerfatione , la certe%7^ de la uerita con aperta ragione confeguiamo : Et de la naturale dijpofitione de lo cofloro afpetto y & piena^ & abondantcy afferma notitia acquiHiamo: Et qua lenaturalmentCy&fenxa accidentale alcuno impe^ dimento , l'atto & lappar entia per co fi dire^ & la figura del uifo loro fi fìa , fecur amente , & ogni dub bio rimofoy lappiamo . Et uer amente che il giudi- care per questa qualità de lo af^wtto , propria & per natura conueneuole , non mutata & non alte- rata da alcuno accidente ^ è huoniffma & fecurij- fima uia > per condurci doue ci tira il nofiro de fio : Et chiunque per queHo modo procede y può ferma mente di leggiero conofcere, non folo in uniucrfale i Z J J5 0 fegni communi ; ma quegli arichora che fono propri & particulari a ciafcuno. 1 quali fono in tanto dijfe^ Ytnti l'uno da l altro y cbe alcuni come ho detto, jpef fe fiate fe ite uannodifcompagnati da gli affetti che effi dimoflranoy Et alcuni nonmaifeparati fi ueggo- ììOy da le perturbationi palefate da loro J communi, bene Jpeffo non fono dai loro affetti feguiti: Et ipro priy non ne fonò da i loro abbandonati giamai.Quan do adunque uedcr et e alcuno di compie jfione fangui^ gna ) carnofo , con occhi neri , con ampio uen^ tre > che fono tutti fegni communi yfe logiudicarete mangiatore ^ libidinofo , potrà perauentura aueni re , che V effetto , alcune uolte al giudicìo non corri Jponda. Ma Je ad altruiychegli occhi JpeJJò Jpeffo uer fol cielo riuolga^di modo che la pupiUa^^ gran par te de la ruota de rocchio sfotto la palpebra dijopra fi uenga a nafcondere.pr edirete i medefimi affetti di golofìta & di lujfuria ; per cffere qucfto fegno non communCyma proprio; auerra femprcy che faranno in fu faldafermexi:a di ueritay fondate leuoflrepa-^ role : Et faranno mcdefimamente tutti coloro cbe haucranno rie gli occhi quefto tale accidente^ molto foggetti a patire il morbo caduco : Et fe hauejfino co tutto ciò ygli occhi loro difofca & ofcura pallide'^ %a ingombrati , farebbono fen'j^ alcun fallo mici^ diali j empi , & fommamente crudeli , Ora uedetc adunque , quanto poffa digiouamento recare ad aU truijl conofcere perfettamente le differen'j^ de i/è gniprcdetti.Douete oltre a queflo porre non picelo^ S. éi la iìUgentia^in confederare quale de ì moulmenti dè gli animi noUri^fcgiùtì di fua propria naturaO sac compagni uolentieriypiu con l'ima che con l'ahra de le pajjìoni naturali de le noHre menti . Laqual cofa effendo pienamente intefa da uoiy uederete come hieri ui diffi , ejjere molte uolte turbata l'anima no-- flra da alcuna affettione , che-non ha fegno alcuno nel corpo , che indicio o tertimonio doni di lei.La on de fe talhora a giudicare ui mouerete 3 chi per le no te det corpo efjere comprendiate taciturno è' sfaccia tOy non pero douete queUifoli affetti credere in lui : ma infiemc la auaritia e'I defio del rullare : T^n oUante dicoyche di niuno di quefiiyce nefoffe in quel corpo manifefìo fegno ^Concioftacofa che colui che foco naturalmente fi diletti di fauc Ilare yfa per or dinario di complejfione maninconicaia laquale la mi feriay & la auaritia è fempre compagna . Et d'altra parte ylo sfacciato ardifceper fua naturaydi commei' tere molte fcelerita : Sen%a punto ne uergogna te- merne: ne di perdita d'honore > farfi conto alcuno - Ora adunque non fìa mai flimato giudicio non ragio neuole , il dire ad uno sfacciato & amatore difden-^ tic y che egli fia parimente ladro (&auaro : Quan-^ tunque come difji y de la taciturnità & de la sfac- ciateli^ y cifiano aperti fegnìnel corpo : Et che la auaritia & i ladronecciy non ui halbiano alcune cer te note che li pale fino. T croche fono qucHi ultimi af fetti di maniera con quei primi congiunti > che rade mite fono 0 non maiy gli unifeni^gli altri ueduti *  Bifogna intendere adunque in qneHo modo , le pro^ prieta de le perturbationi: Et Japere quale a quejìa^ (ir quelle a quell'altra , feguiti naturalmente & ft unifca. llchc fattola guifa di terreni Dijy le cofeoc^ colte j palefi ; lefuture, prefenti; le lontaìie, uicine; & le incerte.certiffime uederemo: Et illuminato a la fine dal cbiarijjimo raggio de la ueritade il noflro in tellctto.nonpiu hoggimaine le tenebre del' ignorati riarma per entro gli (plendori de la [dentiate on mot tafodisfattione de l'animo noUro , ogni cofa terta--^ mente conofceremo.Et di bel punto come a coloro ci interuèrra^ che mentre ueggono il Cielo talhora di folte & di ofcure nuuole chiufo.non folo parte alcu^ nà fcorgere non ne pojjbnoian'zi loro e^ quel nero pauentofo horrore che in quel modo lo ingombra^ di trifiex7:a & di noia cagione . Doue fe poi fono da un potente fiato Settentrionale, fugatCydijperfey& con fumate quelle nuuole in tutto ^alhora il celefte can dorè da ogni parte agli occhi loro fi rapprefentaion de gli animi loro parimente i fono di letitia, & di gioia ripieniMapcrcioche tutte le Jpecie degli ant^ mali fi diuidono primieramente in duefcsfi , mi pia ce la prima cofa di raccàntàre y quai de i mouimenti naturali de gli animi nosìri yfiano od al uirile , oue^ ro al femìnile fejjo conuenienti . Douete adunque fa pere che di tutti gli animali , fi che uiuano & fiano nutricati apprejjò di noi , fi ancho che fieri pafcano per le altiffme jelue ,fempre le femine fono di gran lunga più pìacewlhpiu delicate^ & più mafuetechc ^ i mafchi: Et fono mcdeftmamente^ ^ nel animo, & nel corpo meno foni: Et fi auex^ano con minore dif ficiiltaj ad effere & pafcÌHtc,&' toccate da noi:Et fo no generalmente più caute: Et più lontane da lofde gnoy & da l'ira • Laqual co fa uolendola ridurre a' Vapparentia degli atti efleriori^pojjiamo negli aue nimenti di noi medefmi fempre uederla • Conciofia cofa che effendo talhora da alcuno empito di coltra ajfalitiy quantunque & humani ^ piaceuoli per na turafoffimo affai ^nondimeno fi auiene eglipurcy cìje albora abbandoniamo in tutto la piace nolei^':^ ^ la manfuetudine: albora con grandisfma difficiilta, da la prudenza > fida ^ jccura fcorta di nofire ope re , reggere & guidare ci lafciamo : albora ci inui- gorifce y ci accrefce forn^ay^ ci alieggerifce , lo fde gno: In tanto che non temiamo di cofa alcuna: l>{e di noi medefmi anch or a ci curiamo: an^i arditamente a fare qualunque effetto y da l'ardente caldo che ci bolle ne l anima , a tiina for^a fiamo tirati . Ora adunque fe chi per accidente è adiratOypcrde fìmile^ mente in fu quel punto ognipiaceuolex^ huma-' nita ; ragioneuolmente fi de dire , cì^e chi e per na^» tura humano & piaceuole , fia aricho naturalmente poco moleftatOi & poco foggetto a le acerbe pasfio^ ni de la colera» La onde hauendo la maeHra natura, creato le f emine come disfi^ & moUiy & manfuete » ^ compafiioneuoli\; Ts^e uagbegiamai di crudeltà , a di fangue-yam^ fempre aprieghi picgkeuoli;etagli altrui difideri arrendeuoli; con ragione fi può dire medefmamentey che elle ancho fìano da lo fdegno lontane . Ma d'altra f arte il credere loro sfacciate, ciliare^ maluagie^mohilh dishoncHe, & molto chine al male operar e ypiu dico affai di ciò che gli ìmomini fia noyfia fempre fi come dritto er fano giudiciOyTnol to lodato Jl pili gioucne alhora de duo Dolciyfattofi in fu quelle parole tutto lieto nel uijOy uerfo lo Spa-^ gnuolo in quella guija parlo. Foi forfè Signor Con^ folo y a dire in qucHo modo male di f emine ui asfi^ curate, perche come poco inanT^ ci hauete detto ^ egli uipare di certo conofcercy che elle ne fdegnofe , ne crudeli non fìano. l^ondìmeno non ui fermate ui prego 3 co fi faldamente in fu le uofire offeruationii percioche di leggiero cadendone, come in fu cofa ap poggiato che fermo foftegno non hahbiayne potrcjie perauentura con danno & dijpiacere uoHro, & con utile & contento loro, rimanere ingannato : Concia fìacofa che lo fdcgno de le f emine, come tattoH gior 710 per mille proue pur troppo chiaramente fi uede > fta fen%a alcun fallo maggtore,piu alto^& più acuto che quello degli huomini • Et fe uolete uedere ch'io nero parli , riuolgete un poco attentamente ne l ani mo uoiìro , le operationi fatte da le adirate fetnine ne i tempi paffati . Effe tracciarono i propri figliuo li: Et altre non fatie folamente de la morte loro , in cibo dinan'^ a padri gli offerirono: Effe il morto pa dre fuperhamente crdcarono: Et per lo fdcgno loro, molte fiate no)ì folo i gran palagi , eÌT le ricche co-- fe , ma le f^lendide Citta y &gli altisfìmì B^gni in S . ^4 rouina ne andarono . Le tigri, & Ic ferpU & gii al tri fieri animali^ udita la uoce di Orpheo,diuenii4ano manfueti : Et le f emine più che fcrpi , & più che ti^ gri crudcli^quella uita che gli haueuano conceduto le Jpietate fune de lo inferno > non altramente potenz- ilo lo [degno dèi loro animo porre in terra^fieramen te gli tolfero. Mia direte forfè , grane offe fa per cer to douere efere fiata quiìlay che queWhmmo diuino lor fececonde eglifCotanto contra di fe infiammarle^ bibbia hauuto poter eJ^on piaccia a Dio che ciò fta. che anxi egli tu tutto intento ne la conte piattone de la celefìe Theologia , non a le f emine noia fi fludia-- uà di dare ; ma a tutta la generatione de uiuentidi^ letto:'b(onad alcune biajìmo; ma ad ogni huomo ho nore:lslon a poche danno; ma a tutti in commune fa Iute. Et per gli aperti & fpatiofi campi uagando^& gli ardentisfimi fplendori del Cielo intentamente conftderandOy gli ordini & le belle'^ di la fujby ul tirna fpeme di noUra m.ente, manifvjiaua a mortali • yedete in altra parte la figliuola di Leda hauere cetra il poeta Steficoro^ di fiero & dicoc'étefdegno l'anima accefa : Klon per altro uer amente : Se non ^perche^egli hauea cantato ne fuoi Lirici carni^ la bel lex^ di lei effere come cofa humana & terrena , grande certo & merauigliofa: Ts(ondimtno effere di gran lunga più riguardeuole , quella de la celeUe & diuìna forella. Di che ella , nel cui petto boUiualo ar dentisfmo odio, co caldisfmiiprcghi^& con ayriarif fime Lagrime , pronte & perpetue arme di quel fef- 0 ar / 7 fOy impetro dal padre Giouc^ [degnando fi graue^ mente portando che la immortale & diuina yene^ re/offe giudicata più dife bellay che colui rimanere ne doueffèpriuo di lume: fi che egli non potejj'egia-- maiynon che giudicare^pur uedere alcuna helleT^ ♦ Direte forfè che a la follia ^ ala uanita di Stcfico ro^cotale pena fi conuenijfe i l\[on direte bene : T\(c ragioneuole huomo uerunc^ y acconfentirelouipo-^ irebbe . Che an7;ì per la molta lode da lui a la beh le'^ d' Helena attribuita , egli era degno di qual fi •uoglia grande & nobile guiderdone. Siate per tanto signor Confolo molto bene auertitOydi non biafima- re^ od altramente dir male difemine: Se non uolete che elle coneffouoifi adirino di maniera , che poi nel tempo a ucnircyne habbiate ad ejfere a coloro che do fo noi fcguir anno yjpecchio CT ejjcmpio chiarisfmo : Et che le uojlre regole , ?jy le oferuationi de la cono fceìixa dei nofiri appettiti yfcbernitc una qualche Molta con non picciolo uofiro danno fé nehabbiano a rimanere^ Con w.eco non fi douerano già elle adira rCy ragioneuolmente facendo,rijpoj]èil Confolo albo Ya:ma fi bene cone{foiioi:llquale rimprouerate loro., per torta uogliache hauete di biafimarle^tuttii men sfattiyonde elle fene uanofamofe . i^otrebbc effercy rìprefe fuhito il Dolce che ciò foffe ueroyfe elle ìie le loro operationi fi mouejfcroper ragione : ma fcnT^a che con mille effcmpi che di ciò ciafcun gioryio fi ueg gono a dimoftrarlouimiaffatichi^Tlatone che fu cofi fauio mi può far fede ^ che elle anima li no fiano per fcttamente S EtC 0 1^ D O. 6$ fettamente ragionemli : Effondo come fapete UatOi diibhiofoy fe Itfmine participajfero di ragione . Et pure non erano alhora ?iela Grecia Je lujjuriofe deli tie per ìion peggio dircycheboggi qui regnano uergo, gnofamente tra loro. Mhora il Quirini^in buona f e, de dife Signor Dolce, fe uoi la lingua non raffinar te y giudico che al Confilo quella punitione preoccu^. pare uogliatCy che ui fento dircele parole di lui da le. f emine uenir meritando. Ben gliele dico io , lo Spa^ gnuolo foggiunfe : già uerfo il Dottore rinoltofi ; Et poifeguitOyin quefia maniera dicendo.Etperla uita mia.che mifaprebhe bene^di ogni male che lefemi^ ne gli facejjìnOyEt uorrei che gli infegnaffino un po- coycio che fia uolcre mifurare le /phere^i^ ritrouar- ne il centroifi come egli dice che già Orpheo fi face ua y la ne la ualle del Barbaro Hemo , Diflero dopo, ijueflo tutti infieme , nonfo che motteggiando & ri dendo : Et dapoi che più fiate fi hebhono l'uno uer l altro rimandato il parlar e^il Confalo a la loro ten^ tìone poflofineyil fuo primiero ragioìiameto ripiglia doy diffe cofiy Io diceua che le f emine fono piupiace- tioliy più manfuetCy & più delicate che i mafchi: Et apprejfoy che elle fono men forti , & menaanchora fdegnofcycheeffi non fono. Lequali conditioniyinfie-- me con 7nolf altre che difopra narrai y fi ucggono apertamente in quegli animali del fejfo feminino ^ che domeliichi nutrichiamo ne le noHre cafe: lime defimo di che ycfftr e parimente in quegli altri.che o manfueti per le campagne yO fieri uiuono ne le felue^ I  tì confejjano i pallori , & i cacciatori . Ma di tutti quejii già detti femìnìli affetti y cene fono ne loro corpi mani f e^ìi fegni. Concio ftaco fa che cìafcunafe mina di qualunque fpecie fi fiay habbia il capo mino re ila faccia più picciola Hretta^il collo più fottio Ip^piu debole il pcttOyil numero de le cojìe minore , &i fianchi & le cofcicypiu carnofe& più graffe che ima fchijHabbìa parimente gli fchinchiy & le ginocchiaypiu fottiliy&piu molli: ipiedi^piu leggio, dri y più fcarmU Et la forma di tutto l corpo ypiu tofio piaceuole & foaucy che nobile generofa. Et fiano tutte quante generalmente yne i corpi, più che i mafchi picciole & uaghe. Guardate ydiffe alhor a h Inglcjeycio che ditCydi quefla uniuerfale picciole^^- di tutte le f emine :che bauendo diligentemente in quefla cofa più uolte confiderato , dopo infinite efpc ri€7;c fattene yho trouato a la fine che ne le jlquile^ Cr negli altri uccelli rapaci y fempre lefemine fono grandemente maggiori de i mafchiiEt fono parimen te cr nel corpo & ne lanimoypìu arditCy più fdegno- fcypiu ualentiy&piuforti.Tsle folo ho ueduto ciò auc nire ne le già dette fpecie d'uccelliyma anchora in 'tutti gli altri animali di quattro piedi, che partorì-^ fcono OHa:Et in tutti quei piccioli animalucciygrude & merauigliofo artificio di naturayche già furono da i Latini nominati infetti:cio e (^come alcuni siima rono)fecondo tutte le loro parti indiuifibili: T^eppf fo medefmamente imaginarmi , come fia poffibile cJ)e quefla uoftra cofi generale determinationCy Jpecìalmente ne le lepri hahbia luogo . Lequalì come fi' ferine , CT come ancho la elpericntia certa cr fe^^ dclc maefira ci infegna yfono tutte ad un mede/imo tempo CJ' fumine ^ mafcìn.^lbora^non fi può dif-- fe il Giglio y certamente negar Cyche ciò uero non fia:' Conciofiacofa che lafciando pure da un canto ciò che fe ne dicano i dottoriyio per me ho ueduto con i miei propri occhi , certo non fen^:^ gran rnerauiglia , questa cofa e [fere nera . Che trouandomi poco tem . pofa , a caccia con alcuni ìniei a?nici in quel di Bolo gna^tra le molte lepre che alhor a prender/mio^ affai ue ne furono di quelle chegrauide eranodequali non ofiantepiu figliuoliy& di più mifure^ondegraue era loro il uentre y haueuano infiemeynente tutte quelle membra, che per lageneratione ejjère ne i mafchift credono neceJJarie.Dapoi che il Ciglio cofi hehbe dct tOy& eifi tacque: Et lo ^mbafciadore in quella gui fi dicendola fauellare ricomincio. Ora uedete adun quefignor ConfolOyCome queHa uoUra fi generale conclufionCy molti partìcidari leuatincy neretta ' impedita Je ne rimanga. Vero fe ui da Inanimo come hauete dcttOy difoHenerci che ella in tutto fia ueray apparccchiateui di negarci la ejperientia: Come già quelmaefìro fifecexhe haucndo per fue calculatio-^ ni detto douere la Luna congiunger fi in tal giorno coiSolej ammonito poi di fuo errore da idijcepoli che la nuoua Luna ìnanT^ al tempo da lui predetto nel Cielo gli dimóHrarono , come quella che a le fue numerationi non r ijpondeuay lequali egli pero fi ere 1 tj ^ q ^ dem certìsfme , rìfpo fe , più ne i fuoì fallaci conti , che ne la certe:^ del fuo uedere confìdandofhqiie^ Ha cofa non potere per alcuna maniera ejjere uera : Et che fen%a ordine alcuno yla Luna alhora appari^ uà nel Cielo . Ecco adunque che non folo difficile & contra il dritto , ma contra il fcnfo anchora & itn-- posfibik e certo y il uolere quella cofa negar Cy che al tri 0 fi Hcdeofi tocca. B^Ha per tanto y che ci con^ f esfiate che non tutti gli animali del f e ffof eminino ^ . di qualunque Jpecie fi uogliayfiano di corpo minore, più deholiypìu humaniyO' meno robufli che gli altri. Onde fuhito il Confolo , egli è uero rìf^ofe che dì tut tigli uccelli rapaci , le f emine fono più che i mafchi ualorofe & maggiori : Ma ciò adiuiene , perche e/1 fluido la loro jpecie di gran lunga più calda & più fecca di ciafcuna de l^ altre , i mafchi che fono caldi per lo calore proprio di tutta la (pecie^et di piu^pcr quello che è proprio & naturale al feffo loroy concio fiacofache tutti i mafchi fiano generalmente più ca lidi &piu fccchi che non fono le f emine ; uengono per quello doppio calore ad abbrucciarft di fottcr^ chio:Et fuori di ciafcuna mifura a rifcaldarfi.Ldódc, fono per ciò ne i corpiy piccioli & fecchi: Et uiliy& abbietti ne l'animo * Vercontrario , le f emine fono calde folamente per lo calore de la jpecie : ma per la conuenientia de la loro natura f eminile y fono hu-^ rnidc &fredde:Ter laqual coja fortifcono ne la com plefione uno certo temperamento ; llqualecreain loro, l'animo più uiuo & ardito : Et le fa eJJere nel S % 7 ' corpo più robuUe & maggiori . Ma che il fouer^ cbio caldo no dijjcccìn & minuifca il corpo y & non indebolisca & aiiilifca l' animai non credo che per al "cimo fipojja co ragione dubitare. Ejjindofi hieri dct to masfmamentej che gli Ethiopi , &gli altri popò li , tiiuenti ne le promncic di uerfo il mei:^ giorno , non per altra cagione fiano ne i corpi cofi magri & afcìutti 5 CT ne V animo cofi uìli e^r codardi , fenon per la ardentisfma for%a del uìcino Sole : llquale -afciugga y confuma^ & disecca il lóro llmmido ra-* . dicale t^ndefonopoiy cojipoueri d'animo & difor 7^ : Et in quel modo , afciutti , piccioli , & magri . ' Ma de le lucertole poi , & degli alti i ammali che partorifcono oua^ & de gli infetti medefimamek^ 'tCy la natura ha uolutoper lo fine lorOy che le femi-- ne fieno maggiori : acciochepiu ageuolmentepotef^ "^fmo {offerire la fatica de i carnali congiungimenti : ^Et ap 'reffo , più leggier amente portare y il pefo de le "vua . 7^e le Lepre uerameìite , non fi può gran fatto fcoprire queUartale differeni^: hauendo(come dice fle)tutte ad uno medcfimo tempOyil fefjo a la femina proprio:Et infieme quell'altro che al mafchio è dice mie. Ma rimoffe ^ lafciate da parte quelle poche J}>eciey dico bene che in tutti gli altri animali di qua lunque ragione fi fia y le f emine fem^ alcun' altra ec cettione hauerui^ ritengono fempre le conditioni ch'io disfi : Et che hauendo le carni loro più huml^ de effoido meno ncruofe , fono ancho più tcne-^ re 5 più molli y& più delicate di ciò che i mafchi fi  0 fiano. I quali in tutte qucHc qualità fopr adette fon^ a k forami; in ciascuno modo diucrji : Et fono natu- rahncììte nel corpo , forti : & ne l'animo jginfli . ' £^ ^jf^ P^^^'i^ fi^^ di loro natura y debo-^ li di for%e : & inique di uolonta. Ora douete adun^ ^ que diuìfare ne V animo uoflro^che come quando fi di ! ce alcuna cofa ejfere in una regione^ molto meglio fi intede lei e (fere ne laprouincia di cui quella regione c parte; Et quando in alcuna citta , più ampiamente ne la regione^ fi-a termini de laquale quella cittade è . pofta; Et fe ancho in alcuna cafa^con maggior certex^ %afra le inura de la citta^ onde quella cafa è rinchiu 'fa;pcrcioche(come dicono i Logici)gliuniuerfaliy ab sbracciano benei particulari ; ma non già i particu- lari,gli uniuerfali contengono;cofi parimente quello che ho detto de mafchi & de le f emine ìie la fola Jpc eie de glihuomini ypiu chiaramente , & certo con maggior uerita yfì puote & fi debe confiderare , & cr cadere fermamente che adiuenga^ in uniuerfale mi .genere tutto degli animali . Come hanno adunque, in una jpecie iftefa , le f emine diuerfe qualità ne i corpi, & medefimamente ne le anime lorOyda i ma- fchi de la medefima Jpecie ; co fi in tutta lageneratio ne de uiuenti, quella fpecie d'animali che haura cor-- f oralmente parlando piuconditionifcminine ,fara etiando ne le affettioni de 1 anima j grandemente a ^quell'altra diuerfa , che più uirili qualità hauere fi comprende/fé • In queHo modo non folo intenderete il Lìone.llmomo , & L'orfo , ejfere più coraggiofi . 6S eìr più forti che Vorfay che lafemina^ CT che la Leo neffa; maìnficmemente che la f emina de la fpecie Leoninayfia più ardita^ più robuHa^ in tutto piti . uirile^ che il mafchio di quella de Tardi . La cagio^ . ne neramente di quefìa cofa^h come dijje ^rifiotele, » • perche ambedue quelle fpecie fono notabilmente dal la natura fegnate: Vuna y de le qualità feminiluV al tra de le uirili. T Leoni di coìidition. uirili; I Tardi, di femmine jono dotati. Laqual cofa^fe partitamene te tuno & ì altro di quegli animali confider aremo j ^fen:^a alcun falloy uerisfma certisfma fempre la . ritroueremo.Ha primieramente il Lione la bocca af -fai grande: la faccia quadray^& non molto d'ojja ri pie?ia:ll labro di [opra non cminenteian':^ conuene-^^ uolmcnte in giufo riuoltodl nafo più toHogroffo & JargOy che fittile & ftrctoiGli occhi uari y concaui^ non molto ritondiy ne molto eminenti: Et di mi fura ta & proportionatagrandei^: le ciglia grandi : la fronte quadrata : Et nel me%o concaua alquanto : auengapero che pochis fimo. Glifìede oltre a queHo ^ di continouoyquitral nafo & le ciglia^come una cer ta tenebrofa nuuola di horror e diferita:ondeage ^uolmcnte Jpauentati & isbigottitifono coloro , che^ fifo lo mirano. Sono di quesìo cagione y alcuni peli : che nafcendoglì ?ie la parte di [opra del fronte y a guifa di un certo ripara , gli ricadono [opra degli occhi . Ha parimente la teHa proportionata , & di perfetta mifura:ll collo lungOygroffo, & ben fatto : jEt al rimanente del corpo cori^orf dente: I peli bru 1 Hij i L ì È 1^0 ^nì di colore ìnefcolato di giallo & di roffo: & qthft jìmiglianti ad oro; non horridi^rìtti & molto difte-- 'fi:T^ pii^ ricci pero , opiu crefpi di quello che fi fia 'Conueneuole. Sue Ita & aperta la forcella del colló^ : 'JEt non già ne rifirettaync chiufa» Gli huomeri robu- ^fli: il petto [odo , pieno , & raccolto : Et con certa ^iouenile frefche'^.La fcbiena larga^ grande no 4ifcÌHtta: Et infieme con molte , & apparenti coSìe . E qucflo animale, ne le ancbe^ & ne le co fcie^poue^ ro di carne : ma ricco da V altro canto 5 CT quini^^ -in tutto il rmanente del corpo , di mufculiy di nerid, Cjr di legature. Ha le gambe fortiygrandiy nerito je: Et è nel caminare leggiadro ardito: Et uniucì" ^falmente , ha tutto il corpo neruofo , compreffo y eS^ triufculofo : Tsjon peccante per alcuna fouerchia feo^ €he'^;j;a: TS[epero di alcuna humidita foprabondaìì^ te.l pajji ond'egUfi muoue^fono lunghi cr tardi : Et Hnandandoyinal-j^grandementeyfcuotey & dimena/i gli homeri.Ora ejjendo adunque ne le qualità del cor fo tale il Lione , egli medefimamente è negli affetti de t animai corte fe^ liberale y aueduto, magnanima, tnanfuetOygiuHoy& amatore di uittoria:& amore^ uoleuerfo coloro , con cui egli prende domeUichei^ '^a.Ma poi che per me ui fi fono mofirate^comunqua meglio fi è potuto da noi , tutte le qualità de i Leoni the propriamente fi conuengono al feffo de ì mafchiy bora parimente mi piace di raccontarui quelle dei Tardiiche per contrarioyal fefio f eminino fono qua fi tutte conuenienti » In uero che tra tutti gli ammali  the di hauere in fe mlore fortex^ dlmoHrìnOiò permeglio dire che pure hahbiano apparentia di >- mafcbioy tengono i pardi ne la forma del corpo loro • molte conditioni^che fono di gran Umgapin tofto che ^ à i mafchi , a le [emine oonuenemli & proprie • Ma come che in molte parti del loro corpo ciò cjfere «e- ^ ro per manifeUi & aperti fegni comprendali , non pero è ragioneuole a creder e^ che ne le branchcy ^ ne l ultima & deretana parte de le gambe yil mede/i mo fiay Cóticioftacofa che coneffo quefle membra ope ' tando , molti uelocijjimi animali nel corfo auan- '%andOi flracciando crudelmente le minori fiere\ ftano Jpejfe fiate molte robuUe &fortiffme opera- tioni arditamente adoperate dd loro. Ma ne le altre parti ueramenteyonde tutto il loro corpo b formato^ facile & leggiera cnfa è a uedere^quanto tutte ripie ne ftano di qualità f eminine. Hanno per tanto yinan- -^(i ad ogni cofa i Tardi tutti Communemente la fac-^ dapicciola.Hanno gli occhi bianchÌ9piccioli,& fit^ ti,& nafcofìi nel capoiEt raggìranliy& flrauolgon- li uelociffimamente • Hanno lafronte^ oltre ad ogni -fagioneuolc mifuraylungbijfima^Et ne le tempie^& '^uiprejfo agli orecchiypiu toHo ritonda che piando il colloymolto lungo , fottile : Il petto con poche -cofte:^ quafi nulla apparentiila fchiénaylunga: J?^ te anche, le cofcie^ abondanti di carne . Sono nei fianchi ^ ne la pancia.teneri ^ molli : Et mancano in quefle parti , qtafi in tutto dipeli . Sono uari di cùlow ^ (j^urft per tutto il corpo ydi mólte , ér di r ;  ffjejfe macchie : Et hanno a la fine tutta la per fona 3 ' fen%a mufculr. Et ftnT^ alcuna proportionCy 0 mifu-- ra. Confiderate adunque qudtc tali conditioni nei corpi de pardi^uedefimedefmamente itele affettio ni onde naturalmente la loro anima è pregna , loro efferc uili & codardi:Et apprejjo a ciò rubbatori:Et per tutto dire in. un fiato, abondare da Vuna parte di nafcofia fi-audejEt da l altra Jjauere di aperta magni ficentiaygrandisfmacareUia .Js[efolamcnteè ciò • negli animali ter refii^& quadrupedi , ma in quegli ancora che liberamente peri aria difcorrono: Et in quegli altriy che ferpono ^ìrifciano per la terra . Come Vjtquìla el DragQ^\& la Vernice & la uìpe^ ^ ra moftrano : queUi di ft minine , & quegli altri di mafchie qualità abondanti. Et(fe pojjibile foffe) ne . Vhumore penetrando de l'acque ^ con att emione . tutti ipefci ueggendoui y ^ le conditioni loro tutte infieme & ciafcuna perfe confideradouiyfì trouereb he certamente in loro queUo ifte/fo aucnire. Ora co me hauete adunque in que§ìo modoy ne lordine de gli animali fortÌ30 che hanno come disfi maggiore . apparentia di mafchioyucduto la (pecie de Leoni ef- fere di mafchie qualità ; CT queUa de Tardi, difemi nili in tutto ripiena; potete fimilment e in tutte le al tre Jpecie , che fotto al unìuerfale geìiere deglijxni^ mali fono comprefe , ftmpre la medefima maniera continouando nel giudicare , con uerita & con cer^ ^^KK? eonofcere 3 quale de mafchi ( diro cofi ) fta jpiu mafchio degli altri : Etiquale, tra le altre femi  ne ipìuf emina fia. Ter laqual co fa^fe tanto ciappor ta iìgiommento l ojferuatione de particular'h quan to di piacere ci dona la cognitione de generali; ci ^ fosfiamo fecuramente rendere ben certiyche non me no di utilità trarremo inauertedo diligentemente le sparti : che di diletto prendiamo incomprendendo il tutto capacemente. Ma egli mi pare ben tempo hog gimai y che al ragionare de le qualità de ftgni de no :Sìri corpiya i quali tutta fi indri'^ y&nei quali confi^ie quefia dottrina,per noi una qualche uolta fi doni principio. Ter tanto a imitatione d'^ri^iotele^ da i piedi fermi fofiegni di noUra ulta , minifìri ubidienti di nojlro uolere incominciando , dico che gli buoìnìni hauenti conucneuolmente ipiedi gran^ diy benfatti^ mufculofiy & con molti neruìyfono tut tifieri^coraggiofiy cT arditi: '^c meno abondano di gagliardia & di fortCT^ nel corpo ; di ciò che ne l'animo ydi ardimento & di ualore pieni fi fiano. Et guefla qualìtaydi tali hauere ipiediyquali ui ho difo fra co le parole dipintOyCt fi riferifi^e propriamente al genere del mafchio.Coloro poiy i cui piedi fono pie dolly fcarmiycarnofiyteneriy& feni^ mufculiy&piii toUo uaghi al uedere che f or ti y fono parimente uili ^ effeminati ne V animo: Et nel corpo ydeboli & im po tenti. Et è per contrario qucHataleconditione , Jempre propria al genere de la feminaMa Mbertò Magno più particularmcnt e parlando diqueflc mem brayci afferma che i piedi br cui grosfiy molta de-- koleT^ , & ferina natura dimostrano : I fottili &  , . ' corti]mlignita: Et i limghUoltre a la debita & con ueniente mifura^fraudìiingannU& tradimenti mani fejiis fimi. Bene è nero che jidamantio Greco Dotto reyaggiunge che que(F ultima qualità ypalefi gli huo fnini operatiuiydiro co fi: Et che facciamo molte fac cende : Et chefempre i loro triài p enfi eri , onde di continouo trauaglìati Hanno fo'Z.Topragli animi lo^ YOyfappiano molto bene guidare ad effetto . Et ha ol tre aqueUo opinióncychei piedi molto piccioliy fia- no di maluagio animo fermiffimifegni: Et che colorò che hauendo i piedi curuiygìi hanno concaui anchora ne la pane di fi>ttOyfiano tutti rei & maluagi huomi ni: Et che tali infieme fiano quegli altri , che hanno le piante de i piedi , molto piane & uguali : Et che portano le loro cauigUcy ne la parte di dentro de le gambeygrandemente a la terra uicine. Coloro uera-^ mente che hanno le ugnay o le dita de i piedi curue à guifa di uncini, fono rapaci ysfacciatiy & fen%^alcH^^ na uergogna : ìl chcyda la fimilitudine degli uccelli fii tolto:bauenti leugne loro , torte & piegate iìi quella manieradcquali da uoi altri Italianiyfono uol garmente parlando , artìgli addoman dati . Le dita poi de piediy che fottilisfime e/fendo, fo?io parimene te congiunte quafi & ri^ìretteVuno coni altro yfi gnifcano paura & timidità: Laqual cofa da le tìmi^ diffime quaglicyche cotali hanno i piedi loro , fcgui^ tando come dijfi le fimiglian^e degli animali il han-^ 710 tolta & impreja i Saui Thilofophi: foli tra tutti gi huomini ^ degli occoltifecreti de la natura, cona' • ^ 71 fckori • Ma più alto alquanto falendo ti ragio'na^ mento de piedi indrieto metténdojfapere u'e di me^ slieroycbe coloro che hanno le camgliefudte , eìr le. parti ini moine , neruofe , ^ piene di mufculi , ilche alfejjb delmafcbiojì attribuifceyfono medefimameìi te ualorofi ZS* forti. Ma alcuni che le hanno molliate nercycarnofey & fenx^ alcuna legatura di neruiy la^ qiiol cofa de lefeminehpropriayfono deboliyefft'mi^ natiy timidi^ dipocbiffimo animo. Le cauigUc oU tre a ciò fottiliffime , manifefiano gli huominipau^ rofi intemperati. Et apprejjoyfecuri ui potete ren dere & molto ben certiycbe chiunque infieme con le cauigliegrojjey ha parmiente le calcagna ajprcyi pie dicarnofìyle dita bremy^ groj]e legambcyper lo più de le uolte impax^fcafermamenteyO uaneggi.Ouei ftmigliantementc che le gambe hanno neruofcyrnH-^ fculofey& fortii il che propriamente fi conuiene a i mafchiyfono & nel corpo y& ne l'animo fieri & ro^ huìii : Et hanno per ordinario buonifjimo ingegno • Coloro poi, che tutto che le gambe habbiano neruo- fcyfi ucggono nondimeno hauerle inficine fottdiypof fono con ragione effer e giudicati da mi > & timidi^ & fcoflumati: Et ne le baffe uili ajfettioni de la lujfuriay oltre, al dritto & al douere chini & piega, ti: Et fìmili e/fendo ne la detta qualità del corpo , a gli uccelli liberi & uaghi Cittadini de l'aereyporta- no parimente quelle fiere imitando yi cuori loro de h già dette pasfioni impresfì & fuggellati . Guado d4 uoi fia neramente alcuno ueduto , le cui gambe fiano nel mer^ grosfisfme , & in tanto piene C com-^ prefe di copiofa carnCyche paia che elle come che gru Uidefosfinoy & romper fi, & creppare, & mandar fuori il parto uogliano tuttauia; albora coHui potre te drittamente credendo, & odiofo, & intempera- to, & abhominemle giudicarlo :Et apprejjò,fefuer gognato & [en%a nullo rifletto lo Himarete , & al nero uicini , & dalfalfo grandemente lontani riu-^ fciranno i uofiri giudici . 7N(e pero uoglio , che d'ai tronde penfi alcuno di uoi , che queHa tale ojferua^ tione tolta fi fia,fe non che da la grande fconueneuo l^"^ & Jproportione , onde ( come disfi)per lafo^ uercbia groffex;^ loro,fono & infcfiefje, & con le altre membraje gambe maleauenenti Conciofiaco fa che la proportione di ciafcuno membro giuHa moderata , & non trappajfante da alcuna banda i termini de la conuencuole & dritta mifura.fiafem^ flicementeperfe Hefa,basìeuole & attisfmo fo- gno, a pienamente moHrarci la gratitudine, la corte fia,la modenia,l'honena, & in fomma la buona na-^ tura d'altrui.Doue da V altro lato la indijpoJìaJprO'- portìone, non fe ne uagiamai da quegli affetti Ionia 7ìa,chefono a igia detti difopra.come e ala quiete^ il mouimento; a la luce , le tenebre ;& ala uitay la mortc'yin tutto contrari.Se molto adunque di bellc^ v:^ accrefce in un corpo ,folo a la fcor^a di fuor i ini rando,la tcìnperata proportione;penfateui parimen te che dentro penetrando ne le midolle, afi ai ella pof fa di uirtu & di bontà, belle'^piu durabili &Me-^  rCyfte Vaìilma agiugnere: Ejjcndo 7nasfma7nente(co me pili uoltes'h detto)i fegni in quefla carne imprejfit idoli & imagini certe de le no/ire menti. Mei nel ra gionamento de le gambe tornando , dico ultimata- mente che legrafjej tenere , & fen^ mufculi^ quag- li per naturale loro proprietà le f emine tutte foglio no hauere , fe a l animo rifguardiamo , i timidi uilii&fe al corpo cifrali & deboli mànifeflano.TSfe per alcuna maniera de efjere , un generale maeUra mento donandoui , la fouercbiagrojjex^ de legam be & de le calcagna , lodata 0 commendata gia^ mai : Che an^i come a l'acqua flmmore^ il calore al fuoco y & al Sole lo fplendore , le è femprc congiun ta & unita la ro::jix?3' cr maluagita . ^pprejjb a tutto quefto € ui bifogna fapere, coloro le cui ginoc-- May che già a la mi[ericor dia gli antichi [acraroìio fono grajjcy carnofc, &groj]efuora di ragione y effe re pur per quella fproprotiorne , & ne l'animo , & 7ie ì cosìumiymolli & lafciui : Et come Scotto foleua dirCyUberi & uani: Et non attigiamai, a durare aU cuna fatica . D'altra parte coloro che le hanno ma-- grey& di misura giurìa &proportionatayfono per contrario ne lanimoy forti & ai^daci : Et ne i cosìu^ mi^ temperati & modefìi : Et fi come il mede fimo S cotto ui aggiunfcy & fecreti , eà* tenaci, CT confcr uatori de loro occolti'penfieri. Le cofcie come baue^ re debbono i mafchiy conucneuolmcnte nerborute & offutCy di ualorCyd'animOi £ ardimento cipre ftano indicio. Oiielle poi, che quantunque offute ra^ oioneuolmente , abondam nondimeno di fouerclnn %irne,ilche è naturale a le f emine, di timor e.d effe^ minatione,& di lafciuia.proprifcmimli affetth(ono fmpre certifiimo & fcrmisfimo fogno. Gli buomni che le natiche hanno acute , per lagrandez^ de le oda loro che jportano in fuori , potete ( & fiafano ZUtdicio)robt{ni.fieri , & ardittfiimarli. altri ue - rumente che hanno ciucile parti graffe & carno- fe ,& deboli, & paurofi, & effeminati, debbono cj fere nonfenxa ragione creduti . Ma fe perauentura., alcuno uedeSìey in cui queHe medefme parti fojjino fommamente fcarne er afciutte , quafiche la carne loro (come auenne con una Artigliarla del XI In yerona al uoflro Capitano Lattantio da Bergamo) Me loro per qualche flr ano accidente portata ma; nclaguija che le malìtiofe fclmie fono ufate d haue_ Y.e;fotreHe non aliar gandoui punto da le perturba, tiòniy & da i mouimenti de le anime propri a que- gli animali; potrete dico l'anima cr la mente di co §ìui, di ribalderia , di trìnitia, di maluagita , CT di fceleraggine , giudicare certiffmo feggto : Et come che molto da ogniparte fe ne Siimi di male , potete farui a credere fcrmmem , che più auanti u hab- bia anchora di peggio. Dapoi che ragionando it{ino a quefto tarmine fu il Confolo proccduto,& egli per alquanto tacendo del fuo fauellarefi ripofo:Et tutti qU altri, tenne parimente un uguale filentio . Ma il fogliano fhilofopho che Sìato lungamente era cbeto^ di nuouo entrando inparolc^cpji prefe a dire.Cran- de occafione . 7J occafionc dì ragionare, certamente queUo nosirà commune tacere mi ha porto: Laquale^io che a beU lo ftudio Vattendeua , lafciare nanamente pajjarla y non ho mintolo potuto giamai. Ts^on perciò ch'io di ceffi alcuna cofay come che ciò molto mi fi coueni£èy Xir che uago & dìfiderofo nefojjl affai, o in laude, o in dimofiratione di quella tanta dìligentia^onde tu( te le membra de la noflraperfona, a parte a parte^ ^ con molto & merauigliofo ordine ci uenite efpo-- nendoifi perche eUa,ne laguifa a punto che la luce fi facciaiancho a chius occhi ilfuo fplendore ci manife Sia:fìpoi,che maggior fiume d'eloquentia^a portar^ le i debiti honori ci farebbe mcHiero. Ora adunque^ da canto ogni altra cof 'a lafciando ,folamente diro ìjuanto mi fi fia di dubbio per le uoflre parole appre- fo ne r animo: llquale degno fia che d^indi da colui fia fuelto da le radici,cheprimieramente(quafinouello germoglio in ben colto terren6)lo uhebbe a pianta^ re.Conciofiacofache fe drittamente mi fono per gli crecchi penetrati al core i fentimenti de uoUri det^ ti, già mi pare d'hauere comprefo , effere la fomma del parlar uoflro,che V anima onde muiamo,ejfendo in alcuna parte fimile il nosìro corpo ad alcuno jini male, fia ne le fUe naturali affettioni,&^ ne i fisoipro fri mouìmentì,a F anima di quel tal animale fimìglìa ' te in tutto . Laqual cof'a quanto fia lontana da la ra^ gioìie^niunocredoe qui tra noi che apertamente non uegga. Debb' io forfè filmare che per noi fi ere- da,lanima humana ecceuete^immortale,& diuina^ K L I B effereala tencnaymortaley& YO%a, de gU animali, pure in alcuna parte fmile i jK[on mai,: Che male il fuoco y a l acqua ; l aererà la terra fi agguaglia ; la uiua uirtu del uojiro petto , che moue come ifìrumcnto la lingua a dijputare fi dottamente^fi me ritayod è degna dipremiofiuile.Se di dinari adun-^ que & di diuerfe cofenon fi può in un medefmo ma do parlare ylSie per modo alcuno epofjìhile il donare loro gli fteffi accidentii&je la no flr anima (come in f ugnano le fchuolc de migliori Thilofophi) & ne la materia & ne la forma , cir ne gli accidenti & ne la fufìantiay e differente in tutto dal fenfo per loqua le fi mouonogli animaliicome potete uoi dire^ che el la per alcuna maniera a lui s^afiomìgìi ? Et che tali fianca punto le inclinationi degli animi nofìriy qua li fono ne i Leoni, negli Fccelliy & nel altre fierCy a feluaggCyO domeniche yi befliali loro appettiti? era mente non credo che fi pojja per uoi mantenere que fta tale conclufione : Tslondimeno affettare pure at^ ternamente , ciò che per uoife ne dica :Jperando & rendendomi certo che debba auenire: che o ne l'uno modoyo ne laltro^o fiaper douere acquiflare hoggi da ufiiy di alcuna buona & leggiadra cofa certe';^ & cognitione. Dapoi che tacendo diede fcgno il Tbi Ivfopho di hauere detto ciò che egliuoleua,il Confolo honcflamete ridendo, & la dritta mano del Qtiirini ne la fua finiiìra amoreuolmente tenendo,cofifubito fifr ' difie • Con fubita & fiera tempefìa hauete in modo afialito il mio dire , che quafi tra l'onde ahi ffime de  la uoflra eloquéntiayCgU fi come uinto fi farebbe fom merjoiouero cbetraglijcogli de le uoHre durijjme vppofitioniyfi come pm fiale fi perebbe fiaccato : Se già non fojje flato che per entro a quello impetuor fo turbine di par ole ^ aguija di CaUore & di ToUu^ ce, fiammelle fcUcifiime a namgantiy mi apparuc lo fi^lendorc che a le mie lode donaHe : fior (e più da amore tirato y che altramente da dritto & fanogiu^ dicio perfiiafo . Laqual cofia cotanto di confolationc mi diede y che /pero anchora fthifato il naufragio > poter condurre la naue del mio ragionamento al de fiato porto . Et per certo che fé non fi trouafie ne la Ulta de gli huomini alcuna perfonache uiuefièfola^ mente fecondo ilfenfo,& fecondo le affettioni de la terrena carne; a che fono tutti gli animali di qualun que fpeciefoggettiian^ife tutti f blamente qual tan- to Qperafieroyche lo intelletto illuminato da la ragio ne loro mofirafe; llche come mi dite è falò proprio de l'huomo ; con non pi ce io la diffìculta mi crederei di potere sbarbare de l'animo uofìro , quella pianta maluagiayche come hauete detto^pur di an7^ uifi ap piglio. Ma per cloche le sìrade tutte quante, le cafcy lepia'j^^y le Cittay & finalmente tutta la fpatiofiif- [ima quantità de la terra^dimoHrano apertamente^ gridano con altisfiimeuociynon efferc poffibile ritrouarfi alcuno tra gli Immini y che Jpefie fiate, non rouini ne iprecipittj de l'appetito; & che come, ftnfualeynon fiia punto & tirato da lepaffìoni cr da, gli affetti de fenfi; a tutti gli animali corrmuniy non. K tj ^ I pure a gli huomini foli;minore fen^a fallo alcuno ne uerra ad ejjere la mia fatica : In purgando da lappo le & da lolio^ i giardini de uo^ìri petti. Qualunque uolta adunque fentirete ch'io dica r anima humana ajjimigliarji ad alcuno animale , ouero prendere in fe Uejfa mutatione & alter amento, fecondo che per qualfi uoglia cagione fi muti o fi alteri queSio cor^ fOypenfateui come inerì anchora narraiyche di quel l anima parlo , che cieca fi trauìa CT fi torce per le tenebre fenfuali. TSfe uoglio che di quella fi intenda per alcuna maniera, che rilucente & chiara/econ^^ do gli Iplendori de la ragione fi drix^^a & rauia.ll^ che eJ[endo(che uoglio che fia certamente)ne uoiyne altra per fona alcuna ha ragione di biafimarmiiquan do nel modo che di [opra fi e detto^de l anima di nuo uo ragioni: Ut quando perturbationi uoglie & affet tiyfimiglianti a quei de le fiere, le conceda & le do^ ni. Pertanto poi che a uoifi come Uimo s'è fodisfat to,fia bene che rientrando nel noHro ragionamento diprima,la dichiaratione de fegni de nofiri corpi ydi nuono ripigliando feguìamo . Ut perche a le mem- ^ ^ bra,onde di fopra fona fiate da noi le qualità dichia ^/f»x^fhi^^^ i lombi e'iuentre naturalmcnte,prì^ ! ^iéf^J^^ ài quelli , & poi di queHo parlando , dico che M' chiunque ha quelle parti alquanto lunghette,cy con ueneuolmente grandi,dure^grojfe, & neruofe, oltre al c/fere communemente forte animofo &gagliar^ do,è propriamente anchora,grandijfimo amatore & c^ciatore di fiere. Laqual cofa non d'altronde han-- . 7$ no tolta i Saui Dottori^ che da le proprie qualità de ^ Leoni & de pardi : Et de cani infttme & de gatti: fV^y^ ^ fer parlare ancho alquanto dì quegli animalh che fi ^^V^ uiuono dortieSìichi infteme con noi : Tra i mali ogni a ^ - giorno fi uede quei di loro più ne l anima hauer que . ììo affetto^ che maggiormente ferhano ne loro corpi le conditioni predette : Oltre pero che tutti infieme quelli animaliy in quato agli animali de le altre fpe eie paragonati Joanno & ne Vanirne & ne i corpi lo . ^ [ro.piuche tutti gli altri le qualità fopradette.J^ r - f[ [coprono i lombi folamentCyfen'^ alcun' altra • uiyquefta fola fignificatione a covfideranti:an7} quei ^ di loro che più ofjutifonoy gli huominì forti CT uiru- ' : carnofiygli effeminati & de boli ;& gli acuti gran ^ "^^ì demente i timidi gli intemperati palefiino. Ma nel fecondo luogo come disfi trattando deluentre 3 a^^^' ui fo certi douer efiere coloro cor aggio fi & forti , x2r magnanimi oltre a ciò & faticofi & ornati di buono & di facile ingegno , che ne laguifa a punto che conuienfi a mafchi y hanno il uentre , & qucfte farti qui intorno a lo ftomacoyauenga che grandi & ^ . mcT^namcnte carnofe , nondimeno in niuna parte ^f'^^/! emineti.Ma più tofio come che uuote fi fofiìnoypiane ^^^j^^/^ humili.Maper contrario p auro fi , & deboUy &^ J*i^fU vili fono quegli altriyne pofiono alcuna benché lieue fatica comportare , & fono ro'xi , & duri di inteU letto ne l'imparare y che fen%a proportione 0 mi fu-- / ra y&fconueneuolmentebreui le hanno & afciu^ tè . Se neramente il uentre come ho detto grande '-é^y^^^ <J^«^^ & carnofoyfiaparimeme tenero , moUe y & fM'/eM^ molto YÌleuato ^potete/empre crederlo argomento f'^mc^ . certisfimoy digrade ìntemperantia nel mangiar e^& nelbere:Etnegliafetti(come di(]e Sophocle)fiirio T^^^^^/l fi ^ I^^^^^Sè^ ^'^ffi^^ì^-p^jjione & ferturbatio ^ ne di nofire anime non dolcc,ma amara:non quietay Ma concitatamonhumana , Ma ferina: Et certi <zjr fecuri r edere ui potete yche ne l anima a cotale cor^ j)0 congiunta^ poco o nulla potendo la parte da Tla^ tone figurata per Ihmmoy quella da V altro lato ad ' ad un Mario & di molte forme moslro rajfomiglia-- ^ tayuifta donna del tutto &' I{eina . Ma fe con tutti f //tt gli altri fegni già detti, il uentre in uoce di molle , kc0t0t^alpro;di tenero y duro; & di molta er /oda carne fia inóif^fi^f ^^Q compreffo , non epicciola ueramente la mali-- gnita che per lui ci è dimoUra: Ma fopra ogni altro affetto che ci apporti qucjìa tale conditione del uen trey è di tutti gli altri grandijfmo il defio del man^ ^fhfrcJ^- giare. Quando poi /la quefta parte infieme colpet-- U*f ff^^c^tOy(& con lo stomaco folta di peli , cifonogliauda^ t ^X^X^'^^^^ cortefiyìfagaciy& i cianciatoriyfen'^ alcun fai- ^ JiM^'^^ ^t4nciati da lei. Coloro d'altra parte che la fcbie- 1- ^ va hanno grande Jargay & robufìa , come propria^ "^^^ unente a gli huomini hauere fi conuiencytengonomol c(^^^P^^&fi^^^^^i^^d^^ole Ihannoyjem ^ ^u^fre a guifà di f emine , che tali fono in quella parte per or dinar ioydi uilta^di dapocagginey &' di timore fieni ne fono, "t^e mancano etiandio le cofte de la lo*  . j6 ro fignificatìonei^n'^^le molte ygrandh^ bene ap-* /(^'^ farent 'hfono diforte's^ & digrancCaninjofermif^ ^ fimi fegnhllche è proprio del mafchìo. Et per contra Pf '^ rio le poche ypìcciolc^ & qt4afi del tutto nafco(le » ^non fe ne uanno ne da la debole%^ , ne dal poco cuo^ redìfgìuntegiamauLaqualcofayefJereftdicealefe^ /m^ì^a ^ mineydi loro propria natura conueniente. Ma feper ^ Muentura tra coloro che hanno come fi è detto le co- , fle grandi y alcuno ue n'haueffe y che in quelle parti ^l^^f'^A^ gonfio difouerchio , & come enfiato fi fofjcynon ha la uanìta de le fue dande , ne la fi:iocche':^ de fiioi Gioiti penfieriy ani^piu toflo parlari ; che egli poco penfandoyi^ curando nulla y & tante uolteparlan^ do , quanti obbietti gli fi apprefentano a gli dc^ chiyin infinitOy& fenT^ mai ripofarfi faueUa;non ha dico ne modo ne termine alcuno. Di che fe ne cerca^ /V^h^^ He ejjempio tragli ammaliane i tortane le rane ^^ ne neramente & [empiici cofe^& che molto nondi^ meno fi fanno fentireynon ut lafciaranno molto a lun go andar faticadoi^pprejfo a tutto qucflo.e necejfa rio chejappiatcycoloro ejferegolofisfimiy&grandif fimi mangiatori parimente flupidiy & injenfatìf & di pochisfimo eìr quafi nullo giudicio dotati^ che hanno quello /patio che è dal belicOypropria fedia de c^^r^ ^ la luffuria , & perdo a Venere facro , a la ^fi^* parte di /òtto del petto , magiore affai che queU'aU^f/ f^J^, tro non è, che da indi tiene per infino a la gola . Et il^^i^f oAU percheyper alcune ragioni naturali y facilmente uìfi^^/^n^ può dimoHrare . Conciofiacofa che la ampie^^ yò-/'^ :  - J^ii€rchia& fino dorata di quel uafo , dout il tolto ^t^A Jc^^fi ripofii & fi digerifceMuendo per riempimene to fodisfattionc di fi: di von poche coje meUiero^ .jcccita er accende di continouo in quel corpo, appetì ,T0i& brama ardentisfima di mangiare. Et come U grande':^ de lo (ìomaco , ejjendo egli imo , è ca=^ gìone de lafame;cofi dal riempinento di linone preti dono poi i fentimenti lo Hupore & la torbide'^a , Che effondo egli da la moltitudine de cibi dilatato ^ Xìr diHefo y & perciò firpra il core , fonte , princi^ fiOyCy* primi, ra origine di noflrofentire appoggiane doft 3 adiuiene che glijpiriti quindi al cerueilo fa-^ gUentiy donde partit amente confeguijconoi fintimi ti noftri le loro /pedali for'^y uengono da cofi grane pefo , ad efferefujfoccati & riHretti: Sen%a cioè me fcolandofi infieme co uapori grosfi ^ fofihiyCshalan ti da cibi che fi cuocono ne lo (lomaco por to caldo del core , non altramente riceuono tsfi /piriti in fe Sìesfi lagro/fe^T^ CT l'ofcurita di que uaporiy che fi faccia talhqra il lume de la candela , poUo [opra il fumo de la bollente caldaia . Ma per contrario poi ^ \ faggi & prudenti & auedutiry' accorti fono colo- & fi contentano naturalmente dipochisfimo ci^ f^m^JX^ ho y il cui petto è più che lo [ìomaco ampio CT mag^ 7tr Jt'm^:giore • Da V altro lato , amalaticci fono , & infer^ ^ jjmiper tutta la ulta y&ala fine anchora in bre^ ff/ufA'ié ^pofi muoiono y quegli huomini che dal beli-. AM , f « ) hanno più di {patio , che dal petto al {e(^'^ ^ h^^^^o . La cagione di che corificf orando yfi può dire.  parlando natHralmente , che ejjendo cagione certif^ c^^k^'^ /ima de la hreuita de lo Uomaco : il mancamento ci / i'/^^^ dijfetto del calore naturale che in lui fi ritroua^ * auieneper cotale freddei^ noceuole & non natura le , che egli diuiene impotente > a cuocere perfttta^^ mente & a digerire il cibo tolto per nutrimento:da iaquale indigeHione , come da la abondantia de le piogge forgono & s'aumentano l'acque ne torrenti & ne poi^^cofi ne fcaturifcono fempre molte juper fluita : Et molti non [ani , & non buoni humoriyart ^ maluagipiu toHo & danno/i^ ogni giorno ne han no principio:Donde poi le infermìta^èr le malattie^ cr al fine lapreHa morte^dure & fpinofe fiepiy che ^ rompono v attrauerfano il camino de la noflra ui^^' ^ tayprimieramentc ne tirano origine. Cofi fempre ha gran forcane la giuHa & moderata temperantia de gli animi noflriy la debita & conueniente propor ^ tione de cor pi. Et per certo [e da la confl>nantia de le  noci y il concento & Vharmonia ne rifulta; foaue diletteuole obbietto di noHro fentire ; Et fe da ^ >^ la buona di[pofitione de le loro partiy la belle'X,%a &f^^J'^'ll la commodita degli edifici & de le citta ne procede ; Donde uiene che i Saui del mondo , non come c^<^i bella & ordinata , ma come ricca & merauigliofa^ lodano queUa uoHra citta; perqual cogione non dobbiamo fimilmente ejjer certiy che la propor tìo-^ nata mifliradele parti di qucflo corpo y fia fl'gno €ìr inditio fempre manifeUisfimOy del temperamen lode le affcttioni & de le uogliede l'animo? QnarH. L r B Ilo ,^to neramente l migliore & più nobile il capo che i fj^c piedi,gli occhi che le manine" l core che le altre mino rìintejìine, tanto di pcrfettione, & di dignitayauan gl'ordine Ja confusone: laproportione^la difugua glian'S^: & la belle'j^ al fìne^ il fuo contrario fta^ to. Quindi è nata la opinione de uolgari^ in lodando principalmente la belici^ ne prencipi: Si come quegli che certo prefumono y ìion potere per ninna giiifa anenire prefente lei.che elli o di bonta^o di ma fuetudincyo digÌHflitiayamabili & care doti nudano priui .Etfea te uolte co fi giudicando fi ingannano , adiuiene talhora per la mala confuetudincy^per la trifla con ucr fattone che hanno i Signori: Donde oc^ coltamete & a poco a pocOydi molte macchie, & di molte brutture in fe flesfi riceuono.Ts(onaltramete aputo che coloro fi facciano, che [otto al Cielo aper tOy & per lo Sole lungamete caminano d quali fen^a auederfency la chiarei;^ <^ la bianche^ de le lo^ ro carniyin fofco cr in nero colore fi fentono hauer tramutata : Cofi adunane molte fiate alcuni naturai mente coflumatida bene & humani , con maluagie uitiofe & arroganti perfine comerfandoyindi a non molto di tempOyla loro Immanità in fuperhiayla bon ta in trifiitiay & la gentile creanT^ inuillanimodi, tardi & fenxa prò di loro danno auedendofi yfi cor^ nofcono hauer e ifcambiata. Errano parimente bene Jpefoy&falft ueggono i popoli riufcire i lorogiudi^ ciyperche non drittamente yquale la nera ZS^perfetz^^ ta bellcT^ fi fia , pofiono o fanno interamente di^  fcernerc: ^n':^alafempUcc apparen':;a credendo f . ne più alianti coja alcuna /correndo y & molti queU ^0 Hefjo che lodano & ammirano , per qual cagione lodabile od ammirabile ft fìa non intende do e ntono j)oi molte fiate con non lieue lor danno ^ fe uanamen^ te battere di prima creduto . Et ueramente fe uoglici tno bauere confìderatione a le cofe pajjate , uedere-^ ^mo non Vira & la furia d^Meffandro^non la crudel taf la lujfuria^ & limpìeta di tre Ttholemei^cbe di idclitie & di uilta f Egitto y& di [angue & d' uccido ni i loro propri palagi riempierono , ejfere flato fcnTafegno nel corpo . Hebbeno parimente corpo^ rali inditiyle lafciuie d'Antonio: la auaritia di Craf fo:Et le crapuléy & le disbonefle di FitcUio . la rapacità di Caligulay ne la uanita di T^rone, ne fu no dimoflrata da fegni del corpOy la tardità & la da p ocaggine di Claudio . Mentre che in quella guifa procedeua il Confolo ragionando ^gia uedendo jLlef fandroche egli a le altre parti del corpo dichia-^ rare uoleua per mano, fen:ra ajpcttare che egli piti oltre feguifjcyuerfo il QMirini riuoltofi , ilquale ha- uea publico grido di molto intendere leproportio^ ni de ^gli humanì corpi , co fi fubito a dire comin-^ ciò • Credete uoi perauentura , ch'io od alcuno di quefli altri chequi fiamo , dobbiamo per alcuna ma niera comportare y che non ci ragioniate di quefla corporale proportioìiCyquanto &con lo Hudio y & poi con lauiua ejperiemiay uifete faticato di inten-- derne? Certame te non lo penfatexhe an^^ co/i ricco  - faitendouìyUOglìamo anchora da noi la toUcttaé Che già fappiamo bene^^ a noi tutti epalefe aperto^ che in quefio non bauete cofa alcuna lafciato indrie^ tOyO ne i libri leggendo j o conferendo con gli huomi niyfincbe di qaeiìa fcientia(fe ella fcientia nominare fi dee) non ne bauete acquiflato perfetta & intiera notitia. ^dunque fe quefi'hyche certamente non pò-- tete negarlo , e ben dritto che anchora uoi la parte uoflr a paghiate: Et che co/i facendo , a i difideri di noi tuttiycbe altra cofa no babhìamo più cara^ intera mente fodisfacciate. ^uaro albergatore fete uoi Si gnor Dolce, rifpofe preflamente il Quirìni: poi che fi acerbamete rifcotete dagli bofti uojiri^qucllo che per niuna maniera fono di pagare fofficienti.Che quando pure fia uero che con lungo tìudio ne habbia ricer^ catopc ì libri la opinione de gli antichi Dottori j. & che col Tordonone, & con molti altri & dipin^ . tori eSr Statuari , mifia poi uoluto certificare con . Vcfpericntiay cofi effereapunto come haueagia Ut-- tOynon perciò è ragioneuole che quello che femplìce mente per mia fola notitia mi fono curato di inten^ dereydcbba a tutti uoi bora arrogantemente perfume re di infegìiarui'. Qua/i neramente che non foffi cer^ to douermi auenire fe ciò faceffi, come auenne già a quel uecchio Thormione da Ephefò : llquale in pre^ fentia d'Hannibale , ^ del gouerno degli efferci- ti y ex de Tufficio del Capitano difputando copìofa^ mentCyfenia rifguardare che egli no haueffe giamar udito fuono di tamburro , & che Cannibale fifof-  . 7p f<:con tanta gloria innecchiato nel ferro ^ ne le battaglie y merito (Tejfere fi come nano & inetto da lui biafimato. Q^eHa co fa medefima farebbe di me , fe in prefcntia diuoi tutti , troppo più fe parlan done come egli fa il signor Confolo , ofajiper modo alcuno di occupare le parti d'altrui , 7S(e le parti d'alcuno non porrete uoi mano , foggiunfe fubito il Confolo : Che io quel tanto ne era per ragionare non più , che pur dianT^ da me con quelle poche pa^ role ne udiste : 7S(e mipenfo che alcuni di qucHi aU tri signori , h abbiano aguifa di nouelli Hercoli , in animo di fottentrare al pefo chea uoifaurafla. Ter tanto fe u'e caro^& fe u aggrada difodisfarcidafcia te le fcufe una uolta che qui luogo non pojfono haue re : Et diteci in che modo ciafcun membro de noUri corpi^&con quale proportioìie & mifura^ìiel forma re unogìuHo & perfetto componimento, debba con l'altre membra infieme effere temperato & propor tionato . Laqual cofa fe quale è la grande':^ ^ U benignità de l'animo uoUro cortefemente farete & a noi tutti ( come di/fe il Dolce ) grandemente compiacerete : Et me dipiuyfo?nmamente mi ui ren derete obligato . Che fianco già da la fatica , & dal uìaggio de la mia lunga di/putationcy non altramen te che in un bello & piaceuole praticello ^nel uofiro ragionamento mipofero : Doue non la uiHa & / o- dorato di uaghi & di foaui fiori herbette , ma V animo & V intelletto , parti di noi più gentili & più degne , con dotte fententie , ^ con benfana ^ L I B B^O utile dottrina conforterò . Guardate ( ripiglio H Quirini)rw più toào in un qualche luogo fpiaccuole. tu fermiate : la brutte^^ del quale di poi conofciu-r ta,& uenutauiafchifo & a noia.ue ne faccia fen'z^. pure poter prendere fiato fuggire.Ma come fi fiatai; fioche non ui refli cagione di ritrarui da feguitarc in fino a la fine il cominciato ragionamento , io pure mi sformerò di fodìsfarea le uolire uoglie y come men male per me fi potra.Benche atte/a la poca in tclligcntia che' e in me de la cofa onde fare ragionar mi uoletCy ajjai meglio per me fi farebbe il tacerne dei tutto , che il parL rne imperfettamente : Che al * bora , ch'io lo facejfi fi crederebbe per giuditio di non uolere: Et bora , cìfio lo faccia farà palefe , per poucrta di non meglio potere • Oltre pero anchora che non ueggo effcre alcuna neceffita^ che al giudica re la natie proprietà de le anime nofìre, fi conuenga V intendere cofi fottilmente , ouero la qualità , ofia pure la quantità rifguardandOy comefia^o debba ef-- fere l'uno membro con l'altro corrifpondente. Et co me non e egli neceffario, il Dolce replico prename/jt te ? se come dianzi diffc il Zornoz;^ 3 da la propor^ tionc 0 fproportione de le membra ^ne feguono ne Va nimo diuerfifjlmi affetti f K^on altramente a punta che da l'al^^rfi il Sole nel Cancro , & percontrario poi dai! abbaffarfi nel Capricorno^ vericeua& ne forti fca quella parte di mondo habitata da noìy dif- ferenti CT uarijsfime qualità . Et egli , bene è uera riprcfe ciò che' l Conjolo diffeiMa la proporzione . So Mcejfaria a fapere a colui , che per lei debba antiuc dere le pasfioni naturali de le noftre menti , non col filo 0 col cornpajjò , come a me di fare fu di me§ìier' rOy an'2^ con unfolo & femplìce fguardoy è ne i cor^ fi offcruata da lui • T>{el primiero ajpetto degli hu^ inani corpi jtjuai di loro fecondo la debita proportio ne & miftira fieno ordinati , & quai d'altra parte fen^a ne conuenientia ne modo o manchi fieno o fo^ uerchiy di leggiero & fen':^ porui alcuno dìndio o fatica comprcndefi : fen%a pero dicOy che bifogni de le già dette proportioni hauerne particulare alcuna ^ diUinta notitia • T^n in altra maniera ueramen te ^che adiuenga nel concento ne I harmonia de la mufica:Doue ciafcun huomo che non fia di giudi- cioprim & difentimentOypuo facilmente fentirCyO la confonatiay o la dijfonatia de le uoci ^ de fuoni : Kfepero difapere diUintamente gli fia necejjario , quanto che ellifiano tra loro l'uno da l'altro diflan ti.^lhora il Dolce foli contento dijfe non negaruief fere uero quanto hora narrate: Ma come potrete uoi non concedermi parimente , che molto migliore & più certo giudicio fare non ne potejfeuno perfetto conofcitore di mufìca^cke un'altro^che di quella fcien tia cognitione non hauejfe ueruna f Certamente non potete negarlo . Ver tanto non uogliate hora dire che il ragionarne necejfario non fia: Che fempre quella cofa e necejfariay che buona ejfere fi conofce . 7^ fi può dire come afferma Tlatone , che quello che in alcuna guifah mancheuole yfiaopoffa ejfere  jìamahdl alcuna cofa gui§ìa& perfetta tnifura^' Difiacciate adunque una liolta le tenebre delUgno-r rantia da mitri intclUttuportandoui co i raggi de le uofire parokylo jplendore di quella dottriìia.Quin-^ di uago il Quirini di fodisfare agli amìci.non curan do di dare altra rijpo^ìa a le parole del Dolce^mafla to per alquanto penfando /opra dife ^fapendo che il parlare bene a la fproueduta non cfacile^& hauuta ui confideratione non e difficile , poco di poi in que^ Sìa ^uifa comincio afauellare.Giuiìo uerameìtte & honeHo defio ,è quello che uijfdnge a ricercare parr, tit amente y de le mifure & proportioni degli burna^ ni corpi : Et io per mcy ho fempre giudicato uani male accorti quegli huornini , che niuna conofcen'^^ hauendo de le mifure de corpi loroycon molto nondi meno di diligentia^ an%i pure di curìofita s affati-^ canoyinucfìigaììdo i lunghifiimi fentieri de la ter-- va: gli ampijfimi fpati del mare : Et quello che è de- gno di maggior merauìgliafin fufopra il Cielo pro^ fondo & inacceffìbile formontando: Et quiuìMfal- lace opinione de loro diuifamentifeguendOy& regio nìy & cerchi,& diUantie , audacemente come coje ucre afermandoui. TSÌoSìro ufficio farebbey di cona^ fiere & intendere prima noi medcfìmi perfetta^-, mente : Et dipoi a quelle cofe che fono fuori di noi^ applicar e(cofi par endoci)l' animo nofiro. Se già per auentura non gìudicaffmo degno di laude colui 9^ che non togliendofi penfiere alcuno de le priuate hi- fogne de la cafa fuayfoffe tuttauia con V animo inten tane . Si to negli alti maneggi degli lìati f & ne i gou^ni glorio/i de lerepubliche , & degli imperi ? Ma per dare una mltaa qucHo noslro ragionamento prin^ àpio y dico la natura cautijfima <^ diligentiffma ne le opere fue^ hanere ne la forma & ne la dijpofitio-' ne del nojiro corpo , pofio la faccia in qucjio modo ne la fuprcma parte di quello , perche ellafoffe da ogni tempo da ciafcuno ueduta ér confederata: cioche non d'altronde' che da lei , fpeccbiolucidiffi'* tno la doue tutte le imagim fi rapprefentano de le af fettloni de Vanimoy come non d' altronde che da uno i numeri, dal punto le lince , diuifajfimo bauere principio di tutte l'altre parti del corpOyle giufle ^ froportionate mifure • Vrimieramcnt e adunque, ne la faccia fono tre fpatigiufli & eguali : intanto che in un uolto proportionato , niuno di loro ue ne ha , che ecceda^cy* che trappafii la mifura de l altro . il primiero, comincia nel principio delfoìite,doue na^ Jcono i capelli:Et difcende fin giù tra le ciglia al co-^ minciamento del najo : il fecondo tiene da quella farte,infino a le ultime naridl terT^ ueramente che ' haprincipio nel fondo del nafoi à la fine ne lo eHre- mo merito finifce • Bifferò anticamente già alcuni Thilofophiy effere il primo di quefìi , il proprio feg^ gio de la fapieni^ : // fecondo y a la bellei^ donar- fi: Etnei ter'j^^ ultimamente albergare la bontade. QueUi tre /pati adunque.o quefie tre mifure del uol to, moltiplicate perfemcdefìmcci moHrano , & ci riarmo ad intendere che la perfetta lunghe:^ de QOYpUnone mite tanto de effcre.quanto h lunga tut^ ta la faccia.EjJendo adunque tutta la lunghe^ del corpo noue portioniyla feconda di loroycbegialafac eia come habbiamo detto.ne occupa & ne pojjede la primay ingombra tutto quello fj^atio.cbe da la gola . ^ è per in/ino al fondo del petto . Tiene la ter^^a , dal fominciamento de lo ftomaco y al belico : Da indi , per infino afotto t anguinaglia , al principio de le co fcieyla quarta. Le cofcieyfno al ginocchio, la quinta cr lafeHa ; indi le gambe jfingiufo al talone odala ^auìglia che ui dicbiate , la fettima & l'ottauafor- nifcono , La nona ueramente y da tre parti diuerfe > foUein diuerfi luoghi de la per fona lafua perfetta inttgr ta confeguifce : Lequali & tra loro , & con quelle altre tre che già u bo ne la faccia dejcritto , fono in tutto fmiglianti & uguali. Di qucfte adun- qfie e la primiera y l'arco di quel me^^p cerchioy che da la prima origine de la fi-onte y afcendefinfufo a la fommita de la tcHa: La fecondaylagolaiche dal rnen toy tiene fino a lachiaue od a la forcella del collo : La ter'Z^. y fcende poi da la cauiglia , fin giufo a U elìrema pianta del piede. Ecco per tato(comegia di fopra ui diJfOche geìieralmete ne la maggiore parte .degli huominiy& in coloro maffimamtnte le cui mi hra compreffe 2r raccolte , formano quafi unafigU" ra quadrata , cotanto fi diflende la perfetta lunj gheT^ dell)urt:ana ^ìatura , quanto da la fronte al jpentOy uifi uegga noue fiate ejfer lungo tutto il ter- piine de la faccia. Ma perche la natura hehhe pen^ . Sz fiero y quando primieramente la fpccìe àellmomà cornpofe , le fue membra come a lei piacque ne la forma che bora fi ueggono ordino dilìinfe , beh* be dicopenfiero di douere formare del corpo buma- no uno perfetto quadrato, i cui lati eguali, iijr il cui centro foJJ'c ne languinaglia , fiamo non folamente da la alte^j^ del capota la baJfcT^ de piedi nout facete ima altrettanto per largbei^ ancbora ne defcriuiamo ne lo aprire de le braccia da luna a lai tra efiremita de le mani . Et il come ciò fia , pero^ cbe uaghi ni fento effere dijàpcrlo^digradirui difi-^ derandoy in pocbi detti mi ingegnerò di molìrarui • Le braccia adunque (fi come altri diffe fati e per fcr^ hire a le manij arme donateci da Dio per contrapor ci a noftri nimici, ouero cominciando da gli bomeri^ -Ò" di fuori fcendendo per lo gomito in fino a lapri- miera giuntura de le dita.ouero da le afceUcy & per di dentro uenendo a l ultima parte de la palrna^do-- ue confinano le dita, fono di bel punto tre f accie per uno: Le dita ueramente cr de luna mano & de laU tra, la mifuragiuHa di un'altra ne empiono.Di ma- niera cbe ambedue le braccia con le mani infieme , non fono minori, & non fono ufatedi ecceder e, pro^ por tionatamente parlando, il tcrmiìie intiero difet-» te facete . Ma la largbe^^T^ poi di tutta la per fona da Inno bomero a l altro , cotanto fi dilata CT non più y quanto è due fiate la mi fura del uolto : Tercbc adiuicne come dijfi, cbe nel diflejidcrc ^&nclo aK -iirgare de le braccia ,fi defcriuc a punto altrettan^ L ij  to dijpatio, quanto da la altiffima farle del capo , h fino a l ultime & terrene piante : bafì & foUtgni fermiftimi onde tutto s'appoggia l'edificio del cor^ fo • Mhora il Dolce , che primieramente haueua in quello ragionamento tirato il Quirini , può egli ef^ fere adunque preftamente a dire comincio , che tut^ tigli huommij quanti ue n hanno & da la terra no^ dritiy & coperti dal Cieloy fiano tutti infra i termi^ ìli rifìretti de la mifura che ci hauete narrato ? Du-* ra & forte co fa neramente mi pare il ciò credere : T>ie mi poffo per alcuna maniera ne Inanimo confer-^ marCyO che il signor Cagnino da Boxalo y grande CT proportionato come ui de ricordare che egli era mol to^quando non e gran tempo egli uenne per lo ì{cdi Francia a parlare con qucfia Signoria^non trappaf^ fafje in lunghe'^ ligia da uoidi fopra dimojìraty termineiouero che Gradaffoy delitie di Hippolito de Medici Cardinale di chiara famaylacuiproportiona tapicciolex^mi rimembra uederui ammirare in Bologna, non nefo/fe fommamenteminore. Inondi-* meno potrà forfè anchora auenire^GT h degno a fpe^ rarlo da la uoUra uirtu , che ciò che hora & diffida le & quafi impofiibilc è da megìudicatOy da la chìa^ rcT^a & da la eloquentia de le uolìre parole , «/- ni lumi che fcoprono la uerita de le cofe a l occhio deh meUettOj mifiapoco di poi & facile & pofii^ bile di7noHrato. Giauidifsio fin nel principio ripi-^ glio il i)uirini > non che in uniuerfale in tutti i uiucn ti , ma nela maggiore parte folo de gli huomini , &  . partìcularmente a La proiiincìa onde fiamo nati ha-^ uendo riguardo y non eccedevano ^ onon fcemaMa- noi corpi humani de lamifura ch'io difii .Macon tutto cioynon fi difdicc tuttauia ne fi nega^ che alcu-- ni & de maggiori & de minori y non fe ne pojjano talhor ritrouare : De i quali , altri infino a quanto è dieci uolte la faccia loroda loro lunghe'^a dìfiendo noialtri ueraynetCy dentro a confini de la ottaua fac ciay& a leuolte(ilche è più di rado)de la jettima la rifiringono.I maggioriyquatoh dicci fiate illoro noi tOyfono lunghi:! mìnori^piu che quanto fiano otto o fette faccicy noncrefcono. Bene e laucritache tutte quefle eccefiioni di noflra naturayO fiaper lunghex^ 'Xa 0 per hreuita > in qualunque et a fi uoglia yfono femprein pochifìimi corpi. Ma radifsima di tutte T alerete quella fcnza dubbio alcuno ^quando non più 'S*al7a alcun corpo , che quanto fia in lui la mifura deluolto fette uolte moltiplicata. Que^ìa tale prò-- fortione adunque ycfjendo come fi fente ne la mufica falfa & diffonante > non fi può per alcuna maniera conuenircycon la harmoniay^ con la certe^^ de le opere de la noHra madre natura : perche accìoche moUrofi non hauefiino poi ad effere i corpiy ilche et la difuo proponimento nonhgiamai ufata di fare , pochifiìmi in tutte le eta^ne fono co fi piccioli prodot ti da lei. Ben ne fuole effapiu fpeffo crear de maggia ri : trappajfanti come fi è detto d'una intera por^ tioncyla communale& ordinaria grandei^^a. I qua li da più larga mano hauendo copìofamente rice-^»  ' mto de doni celeHi ^ fono frop or t tonati film più af-^ faiy che tutti gli altri corpi fi fiano. Et per ciò il ho- Uro Ciceron Tofcano , padre de la eloquentia onde lodatamente fi raccomandano bora a le lettere i concetti degli animiy uolendo di bellcT^ commcn^ ^dare alcmaperfona^femprc lagrande^^.come ra^ ra & eccellente dote aggiunge. Or a efjendo adun^ que quefla tale grande ^ rileuata Statura cofi pie-^ va di degnita , troppo di errore mi parrebbe com^ )mtttcre,fe fen7;o più auanti parlarne , ragionando fin oltre pajjafii: Et fe quali fiano le particulari mi jìire di leiydiftint amente non ui contafii : Et fe come dal capo a le piante -i fiano cjuefli corpi grandi ^ froportionati dipinti in dieci parti giuHe & ugua iiy partit amente non ui moHrafti . l\agioneuolc per tanto e che per uoi fi fappia , che la primiera de Is dieci portioni di quefli corpi y cominciando da la fomma alte'X^ del capo , fe ne fcende fingiujo ne le ultime nari: Dila^ua la feconda per infino nelprinci fio del petto*. La ter'^ yfmonta ne la fommita de lo Slomaco:Cade nelhelicoyla quarta: Et la quinta poK la giù nel fondo de l'aguinaglia finifce: La doue affèr fnano i mifuratori de corpi^effere il centrOyeH me7^ a punto de Ihumana lungheTi^^.Le altre cinque par ti ueramentCy da le cofcie & da le gambe per infi-^ 710 a la pianta del piede , feconda & eguale metx dÌ7ioflri corpiy fono interamente compre/e* Ma non folamente con la faccia (come u'ho difoprapiu uol^ te dimosiro) s'c trouato modo digiunamente mifif^ Vi* tare tutta intiera la quantità che formano queÙe , membra: Ma con quello jpatio anchora^che piegan- do il braccio & diftendendo la mano , è per di fuori da lagiuritura delgomito^per fino a la efirema ugna del dito di me^oiEt fi è poi col teflimonio ueduto de Vefperientia che non fuole fallire od errare giamai , che ciafcuno corpo proportionato di qualunque wi- fura effere fi uoglia^nulla ufando difcemare 0 di ac-- 'Crcfcere di lunghex^ ^ fempre tanto e lungo^quan^ to perfettamente è quattro uolte lo (l'atio che ho ''detto : llquale non ci partendo da la confuetudine degli antichi sgomito ci è piacciuto di doucre nomi narlò . Vuna adunque di quelle mifure , hauendo ne la fommita de la tefla principio ^uiene a finire tra le "mammelle nel meT^ del petto : Termina l'altra ne Vanguinaglia : che e come diffi il mcT^ de ihuomoz 'La terza ha il fuofine fotto a i ginocchi : Et la quar ta & ultima yperuiene al fine ne la più hajfa par- te de i piedi. "Et fi come ciafcuno di quefti Jpati è fem fre uguale corrijpondente a l'altro , fen'^ iiulU hauerui di differentia; & come tutti infieme aperta mente ci moflr ano la proportionata altezza de l'imo fno ; cofi ci fanno efii accortì^quanto debba effere la apritura&la larghex^ de gli homeri: LaquaU froportionatamente parlando , non de giamai l'uno di que gomititrapp affare . Ma la debita poi ^ prò fortionata groffex;^ di ciafcun corpo , confiderai ta nel fafciamento CT nel circuito de Vhuomo 3 non ^-giu fopra, il helico mi principio del uentre , ma fu^ .... l ni] t . -;  Jbìto per [otto le afcelle , non una fola di quelle mi-' furr^ma due infieme^cio è la meta giuHa de la aUe:i^ 'S^^del corpo , fono ufate di terminarla • T^el petto tueramente , tanto feparate & difìanti ejfere ji ueg ^gono le mammelle luna da l'altra sparlo Jèìnpr e de tnafchi^ che ciò ne le [emine hauerc luogo non è pof ^fibilcy quato precifamente e la lungheT^ giujia del ^uoìto ;Ts(t? meno fogliono di lungbe'Z^jca occupare ambedui quelli fpati.che da le mammelle partendo/i, ifi dilìendono fino a le afcelle - an^ifi come feparata mente cìafcuno di loro tanto e lungo , quanto e da la icima del fronte a la meta del nafo;ouero da l'eSìre-^ mo mento purealamedefimametadi quel mem^ bro i ciò e il mex$ a punto de l'bumana faccia ; cofi unitamente racco'^^i^ti & congiunti infieme amhe^ .duiya la perfetta mifura del uolto yfen%a che alcu^ ^a cofa ui manchi od ahondante ui fia y donano inter rumente perfettione & integrità: tanto che la lar-- ^ghe'2^ giurìa del petto proportionato ^ da luna de le afcelle a l altra , o con la mijura di due f accie youe ro con un folo gomito yilche è tanto pero.giuUamcn- te fi può mifurare. Et fen'^che piujungehorada jqueHe mammelle ci dipartiamoyhauete a fapere che fe da luna a lAltradi loro fi tir affé una dritta linea j ^ fé poi da ammedue parimente due altre talife ne leuafimo , congiungentifi ne la forcella del collo , fi uerrebbe drittamentéa formare un triangolo ne i la ti eguale i& neglianguli acutoiLa doue foleuanogli amichi facerdoti Egìttijy fi come in luogo piu jpirita ^ le di tutta la perjò?ia , portami il fegnofempremai imprejfo del [acro & diurno loro Serapide-.fhper in formarne con quel ftggillo le uìrtu de l anima: fi an co per cnHodirnela , che le affettioni & le ofcurita delj'enfo & de la terra ond'ella èfafciata^ dal dritto fentiero fuolgendola , non le togliejiino il diurno lu- me celeHe. Ma lafciando bora queflOydico che la luti ghe'Xj^ de piedi debita & comicniente^non de ejje- re minor e^che fi fia parlando communemente^dal ca po a le piante la fefta parte di tutta la flatura himà mi\Auenga pero che in alcuni più lunghi squali colo ro efferefi ueggono di cui u'ho difopra narrato yftd la quantità de loro piedi , quanto e la fettima parte di tutta la lunghe:^ loro . Concludete adunque fermate ne l'animo uoJirOt che ne i corpi come difii communi & quadrati , ne il pie foprauanzi o [cerni da la fcfia parte de la lunghex^-.ne tutta intiera la altei:^ de la ftaturayfoglia da la mifura di feipiedi^ 0 difcrefcere od abondare giamaiy Et d'altra parte 4}be i corpi prpportionatifiimiinon fiano o maggiori 0 minori di fette piedi : Et che il pie fommamente proportionatOy nonpafii^nefia meno, che la fettima parte de la perfona:oltre alqual termine, non h come flijfe Marco Garrone , predato ad alcuno di douere alxarfi. il diametro poi , un matheniatico termine ufandoy ouero fepiu u'aggrada la profondita de cor pi ben fatti, & con ragione & con buona proportio ne ordinati,ne pf^r graffe:^ o per magrcT^a fouer chia fconcii^ fmoderati^ qui proprio nel trauerfo ' ^ l I B Ilo naturale intendendo yftmpre è tanto ne più ne me voy quanto è la mifuragiufia di un piede. 7s(e da quc f?o tanto di /patio , è per alcuna maniera differente o diuerfagiamaii la lunghe':!^ de la parte del brac xìoy che ne la giuntura de la mano incominciando » tiene perfino a doue il gomito ne la parte di den^ tro del braccio e folito di piegarfì . Ut altrettan^ to e medcfimameìite da la meta del petto , la douc furono per temperare il caldo del core , ouero come alcuni differo per accrefcergliene, le mammelle im^ preffe da la natura^ o fta montando fujòfino a gli ar gini de le lahra : ouero difcendendo per infino a la concauita del belico . Tarte di quella nofìra Jpoglia terrena.non pure come il Confilo diffe a F enere fa-- era, ma anchora come centro del corpOyfottó la di^ uinacHSÌodia del gran padre Gioue . Qidndiuen^ ne chepreffo agli antichi, nel tempio famof/fiimo di ^mmoncy nera la effigie del belico depinta: Et con fommi & immortali honoriyriuerita & celebrata :. Volendo in quella guifa dimosìrare queipopoliyche Gioueycio è Dio creatore & conferuatore^era il cen Hro di tutte le cofe. Et la medefma anchora quanti^ 'ta di fpatio y t da la pianta del piede , a la fine del 'tnufculo de lagaba: Et da queflo luogo parimtte.in fino a la meta de la ruota onde il ginocchio fi piegai Sono adunque fi come uedeie^tuttii predetti luoghi del no^iro corpo, proportionati & corrifpondenti a la mifura del piede. Ma non pur quefìifoli, hannoy 'o.col piede folo pi qpoxtione^ ma tutte le membra  'mchoya onde formati fiamo^ & tutte te parti loro\ con alcune altre partii & con alcune altre membra^ [emano infcparabilmente la analogia: da noi, i mae-- §ìri Latini imitando^ o proportione , o conuenientìa ilimifura denomnata.Latjmle(fi come agli occhi il lu7ne)ci hftmpre fiday& fempre fecurifiima fcortUy aperuenire ne la conofcem^ da la proportione fimiL mentCyde le uirtu & de lepotentie de r anima. Ma •di quefla armonia per co/i dire & di tjMefio concento de le naturali uirtu de l'anima nostrayforfc al tre uolte non ni ejjendo graue V udirne ragionar cmo^ Hora che certamente nel bclico fta come dipòi il ceti tro de llmmana ftatura > alhora ne potrete hauere ogni dubbio lontano, che ponendo un huomo inpie^ dii lo farete allargare & inalbare le braccia cotan-^ 'to 5 che non più di interuallo uhabbia tra\piedi le manìache tra luna mano & l'altra fi fia : M-^ hora fe per le cfìremitadc le mani & de piedi un cerchio difcriuerete^ il centro di quello ejfere nel he Vico ritroverete. Et queUo mede fimo auerra,fe non più giunti i piedi tenendo ma tanto l'uno iniqua, & V altro in la rallargando ^ che facciate che la flatura uenga ad ejfere più breue la quartadecima parte: Ut che la difiantia de piedi tra loroy di quelli di poi a Vanguinaglia , formi un triangulo eguale ne i lati # Ter oche il cerchio che alhora defcritto farà intorno al ultime parti de le mani ^ de piedi , haura fen^ %à dubbio nel belico il fuo centro . Medcfimamente anchoruyfe co i piedi giunti^le mani fifìenderanno fo^. 1  pYcHl capo altijjlmamcntey i gemiti pareggiar ano U alteT^ del capo: E'I quadrato Ridotto in forma equi luterà per gli ('jlrerni de le mani & depiediy nonpo tra in altra parte hauere il fuo centro^ che ne la già detta difopratLaquale fara anclj0ragii4flamentt il me%o ytrala fomma altei^ de la tefìa e i ginocT chi .Ma di più inan':^ farmi col parlare fiu lunga-- mente di queUa cofa per hora la fciando , ^ quella parte feguitando di raccontare che già cominciato haueuamo , dico che quanto jpatio ha da la eftrema punta del najo fin fu tra le ciglia^ tanto ne defcritto da que^ìo (portare infuori del mento da la fommita 'de la gola: Et tanta oltre a ciò de^effere fempremai la lunghe':^ del collo , quanto medefmamente è da r estremo mento , fin fufo a la punta del nafo : Et o/- tre a tutto queHo , quanto anchora ci fi uede ejjerc di diflatia dal nafo al labro di fopr aitato no fi difdice ^he fia rileuata la cima del nafo, dal rimanente y & *dal piano per dir cofi de la faccia: J<[e ragioneuole è che fia da quefia mifura diuerfayla cocauita degli oc chi qui negli angulial nafo uicini.Ma ne le mani poi dodegra parte hanno gli huomini de la loro irnmor t alita ; perche con efjo loro come difii fi uincono gli inimici ; fi fabricano le Jphere imitatrici del Cielo , cJr le Citta , & le Cafe , & le T^aui , certifiimo ar^ gomentode la audacia nofira-j con effe fi teffono le ueWi ; & la mturaimitando , fi dipìngono ^ fi fcolpifcono tutte le cofe;^ finalmente con effe fi di*^ firiuono le leggi , & compongónfì h libri > mmo^  ria eterna de fatti del mondo ; ma ne le mani dico , ninna parte h di loro y che ala mifura di alcune aU tre me nbra , onero di alcune altre farti pure de la i§icjsa mano, non fia corrijpondente in tutto & prò fortionata.Et primieramente la lunghci:^ di qne^ fio dito col quale additiamo & dimoilriamo le cofe, ne la parte di fuori de la manosa la fommita de lu* gna a C ultimo nodo,de la giuUa meta de la lunghe:^ di tutta la manoyci rende interamente accorti: Et € ftmpre eguale a l'altra meta: che dal predetto ulti mo nodo di quel ditOyUa fino a lagiutura onde la ma no al braccio è congiunta. Ma ne la parte di dentro^ queHo ifìeffo ci fa uedere il dito di me'^ : comin^ dando dal fuo principio quiuerfo l'ugna, & poi fino a la meta difcendendo del fuo monticeUo : llquale /patio y fimigliantementc paragonato a quell'altro che da indi tiene al cogiungimento del braccio y fi come una meta a V altra è conueneuole che fia, fem^ pregli de c/fere per lunghe^i^ fìmigliante & ugna Le.Vareggia fmilmente , corijponde a tutta la al tei^ del fronte , quella parte qui uicina a la paU tna, CT primiera & magiore di queHo dito , che in^ dice 0 dimojlrante e nomato : QueHa feconda poi , & infieme ancho la ter^a , infino a CeUrcmo de l'u ^ gna, da lo /patio che è da le ciglia a la punta del na^ fo y non fogliono e/fere differenti giamai • Ma la primiera parté ueramente del dito di me':^ , h fem'- pre dì quella i/iej/a mifura, che fi /ìa dal nafo comin dando, & giù difcendendo fino a l ultimo mento: m  Za feconda è poi lunga , quanto è dal mento , inprìo -fu nel principio del labro di [otto: Et la ter'^a infie-- me con L'ngna,fi confa giuSìamcnte con quello fpatiù tb è dal l'ultime nari a la bocca. Medefmamete nel dito maggiore & più graffo , tanta e in lui la lun- ghc^ de la prima parte che a la mano fi congiuur ge, quanto e la larghe-z^^a de la bocca, rnifurata col' co-mpajfo: Terocbe Je col fio , a lungo il labro difo-^ pra la bocca fi mìfuraffe , non più la larghe'^ di ^aucUa a la predetta mifura Affonderebbe : anT^ di gran lun'^a , ancbo dico fen%a ufcir.e di proportio^ tione,lapaf brebbe:Et d'altra parte, o a la lungbeT:^ .%a del nafo , ouero.a la alte'^ del fonte , ella ejje re uguale fi uederebbe. jlpprtf'o a tutto qucfio pet iifcire de le mani una uolta^dico che ragioneuolmeu te tanto lunghe debbono efere lugne di tutte le di- tta^quanto h la meta di quella parte del dito» la doue le fenafcere,chipriain cofi fatto modo pemoHra utile le hebbe createMa lagrofe'^ poiy o de le di ta grof'e,ùUcro de le braccia cofi ne la parte difetto come di fopra delgomito,& apprejfo quella aìichQ* ra de le cofiie & de le gambe , fempre con ia lun" ghcT^ infieme de le ìjieffe membra , bene e ragion tloe fia tanta.Fero e che ìagroffe7:za de la tefla» mi furadola con un fio ouero per la cima del fonte fin di drietro a la nuca doue terminano i capelli , oucro cominciando qui tra le ciglia a confini del nafo , & ■perla fommita del capo trafcorrendo fn drieto net trincipio del collo. , non ad altra co fa alcuna ftfmU  ■àggiiUgUarè 3 che a la ampìcxj;a del petto tra rimo bomero & l altro: Laqualmiftira , tolta ne la teUa 0 per l'uno 0 per l'altro uerfo come habbìamo mo^ Slrato y fempre la quinta parte è neceffario che/ia, \dì tutta la burnaìia lunghe -^a . Ma ritornando hog gimai 7ie la faccia , donde non e gran tempo che ra^ gionando mi diparti , ui bifogna fapere lei effere fempre uguale di lunghe:^ y a la mifura che e da la -esiremita del dito di me^o , infino a la giuntura che è trai braccio CT la mano. Et tanto oltre a questo ef ferci di diftantia da la meta de lo (patio che e tra le ciglia a confini del nafoyiìifmo agli anguli degli oc-' thi uicini a le tempie , quanta d'indi ne refla fino a gli orecchi : La lunghe:^ de qualiy andare diuerja da la islefja mifura , non è lecito che fi uegga gior mai • Gli occhi poi debbono effere per lunghe-:^ de la medefima quantità , che fi fia tra luno occhio &; V altro l^grojjexT;^ del nafo: oueroper meglio dire t quanto efii fono tra fe y l'uno da l'altro difìanti • Ze ciglia parimente congiunte luna con l'altra , ^ di.ammedue cofi accoppiate informandone un cerchioy & il medefmo anchora fattofi de i mc:!^ circuii degli orecchi ( che fimili & uguHifono tra fe gli orecchi CT le ciglia) uengono poi a figurare un cerchio di eguale grandcz^y a quello che ne lo apri re de la bocca fiamo foliti di formare . Et in quefla maniera , cofi pienamente rifonde la bocca aperta a lagrandcT^ de le predette due membra , come ambedue loro ^ fa giuHamente unaiUejfa ugualità L I B 1^0 pmigUantì . il collo neramente j accioche in tutte le parti del corpo dìHìnt emente proceda ìlno^ro par lareytanto pergroffcT;^ de efjt reyquanto è due fiate la liingbe']^ di tutta lafacciaiouero quanti) a pliche pero fia fmilmente il medefmOydal btlico al prìnci pio del petto. La larghe^^a poi de le mani ^ de pie i/i 5 alhora è degno che fia Himata conmneuole & ginsUy quando a la meta de la lunghc^^ di quelle membra , ella interamente, & è (en's^ alcuna diffe^ rentia corrijpoudcnte. Quiui il Dolce ,fentendo che il parlare di quelle mifurCjO corrifpondentie^o prò- portìoni che dire le ui uogliate , era già uenuto a la fine,fattofi tutto lieto nel uifo , ^ mirando ucrjo il Ouìrinì^uedete diffe con che picciola uoHra fatica , ci hauete a noigrandifiimo [odi sfacimento donato • "Et io per me , inuero non uorrei efjerc rima fio di in tenderne quanto ne hauete trattato, per tutto l'oro €he nel ricco sfortunato Tago fi coglie del Confò' losche pero non uo dire de le infinite mcramglie^& del Verày& de le Indie Occidentali, che egli tuttofi giorno con ifiupo- e di noi altri ci fiwle contare ^ Ter ciò s'altro ui auan%a a dire in quefla materia ^ recatelo ui prego a compimento una uolta : accio^ ^he poi de la proportione che hanno le membra tra loro ne la quatitade & ne ifeg?ii , interamente (eh e tale fapetefu il carico che ui demmo)ciragioniate : Ma troppo più , perché de Vhàrmonia occolta de le uirtu naturali de l' anima nofìra , come ci promette^ Slepur dian'j^i , ce ne facciate parlando uoi pale fi udire SECONDO. 89 udire il concento. Et drittamente non fi può dire che ad altri più che a uoi tocchi di farlo: llquale con l^ ele^antia de uoHri dettiyci hauete hoggi mofìrato co me a Le cofe uecchie,(i dia nouita:authorita^a le nuo ueicbiareT^ya lefoj'chc: a le dubbie y fede :gratiay a le già uenute infasudio:i^ a la fine a tutteja natu- ra loro . il Dottore albera , Dio uolejjè rijpofe che quello che l'amore che mi portate uha jpronato a di rCy lo hauciìe detto , per ch'io almeno in una mini- ma parte il ualejji: Ts[ondimcno io le uoHre parole 3 ad una ferma necejjita mi recherò di co fi douerfa- rei Et poijfe coìne ììimo per la mia impot ernia fat- to non mi uerra di douer confeguirtoy mi confòlcro con quella bella fcntentia di colui: llquale afferma , ne le co'e grandi efferegloriofo ^ honoreuole aff iti lo baucre folamcnte uoluto.Ma lafciando bora que- Jto^a me non pare egli uer amente che altra co fa alca numi resìi a douer dire:fe per auenturain animo non mi uenìffe(ilcbe non confvnta Dio)di moUrarui le arme del furio fo pai^ guardiano deglihor- ti : ouero di menami col parlare per entro a quello ofcuro jpeco y^donde noi altri tutti ufciti ci fiamo : quando primieramente y diuenimmo cittadini di que fio mondo. Ma conciofiacofa che queHe parti Uiam d'ogni tempo bonesìamente ctlatCynon giudico uffi- cio di modefio huomOyil uolere in prejcntia di uoi fa uellando manifcfl.irle.TsJaJcondetele pure quanto ui piaceyil Dolce foggiunfe:Che in luogo di uoiyce ne fa dotti a pieno quel prouerhio uolgare:onde ejjere fap M  pìamOyda la forma del nafo conofcìuta la coda.S'og-^ ghigno coft lieuemente U Dottore a queHe parole : Etpoiyin qneHa maniera fegui ragionandola ne le qualità corrifpondentiayiì uentre con lafacciaiban-- nouela con le bracciaylegabe:Et con i piedi al fine Je mani . Che chiunque fi troua hauere la faccia graffa ^ carnofa , ha parimente grafo il uentre & pieno di carne:Et cofi per contrario.Simigliantemente co loro che hanno breiù le braccia i portano infieme le gambe di quella maniera • Et coloro le cui manifotio piciole & corte^non^fi ueggono haucr i piedi da le predette qualità differenti : Èt poi ne le conditioni a queHe diuerfCy il mede fimo a punto neauìene. Ma fi èanchora da Ihumana diligenza offeruatOy che ne la lunghei^yil collo ha con ^e gambe corrifponden-- tia: onde dicono che tutti gli ammali che hanno il collo lungOyfono alti fimilmente & rileuati affai ne le gambe . Dicono oltre a ciò di non fo chepropor--^ tione(come dianTii diceHe uoi)che ne gli huomini dal nafo fi toglie : Et ne le f emine , da la meta de la lunghe^ del piede: Et da le qualità anchora de le labbia. Ma fi come diffhnon iflimo che fia ne conue^ neuole ne honefta cofa , il difiendermi hora più lun^ gamente in cotale ragionamento : Laonde tacendo^ ncyd' altra che più modeUa & più debita fia^comin* ' daremo a parlare.! fegni ucramente^oue uoleteche anchora tendano ragionando le mie parole , fono \ come qnelìi dua y che ìmpreffmiuiy dal Cielo , come dal figgillo la imagine ne la ceray mi potete ucdcrL po qui ne la guancia fimHra:Et fono uolgarmente addo mandati neui.De quai, qualunque huomo ne la cima alcuno ne ha de la frontc^ne ha parimente ne la uer ga un altro a quello fmileyje preffo a le ciglia^uno al trettale nel petto: fe ne le palpebre , uno nel uentre la di /òtto al belicoMa colui ch'uno cofi fatto fegna hauejfe fui ìiafo^un altro ne portarebbe ju i geniali diqueUa iflefj'a manicra:ouero ne la manca parte del petto : 0 fia pure la giù dintorno de la anguinaglia . I neuipoi deleguancie^ danno ìndicio di doHercene ejfere da quella parte medcfma^altrettantijuigeni tali. Quei uer amente de le labbia^da uno ne le brac- cia tra la /palla e'I gomitOyJempre fi ueggono ejjere accompagnati . ^l fine potale mani, con la uerga^ o co i genitali; & lagola^con la dritta banda delpet- cto ;hannoin quefii tali fegmcorrifpondentia La ca^ gione de quaiypercioche ella a quetìo luogo non fi ap partiene , non mi darò alprefente fatica di dichia- rarla* I{eflami bora a douer dircyde la occoltapro- portione de le uirtUyO de lepotentie naturali de l'a^ nima : Laquale di nafcoHa ^ ofcura che eWh , tofto che al celefle fole hauremo porti i debiti uati , & per lui (come da l'effetto a la cagione)faremo afcefi ne l'eterno intelligibil lume^ toflo dico al nofìro in- telletto , illuminato da i raggi di quel uiuo jplevdo-^ te^^ chiara &palefe & bella fi moUrara.Conce^^ dcteci adunque o Soli eternici' uno dal fenfo , V altro da l'intelletto compre foy che con gli occhi penetrane do de la mente negli inuilluppi^zx per entro la neb--  hìa che la natura nafcode^poffiamo apertanitte ma nifefii una uolta uedere gli accolti fecreti di lei,Toi che cofihehhe detto il Qiànni.quafi da fop-aueguen tefor^a tenuto^dipiu auantifauellar {i rimafe: Ma poi che tacitamente egli hebbc non Jò che tra fe we^ defmo mormoratOiinpiu chiare CT più efpedite uo ^- ci cofi di nuouoprefe a parlare . Ha primieramente con la terra l anima noflra corrijpondentiayper quei fentimentiy onde come per ufci apertiyCntra in lei la cognitione de la uerita de le cofe : Ha conuenientia con l'acqua ypcrlimaginationeiper la ragione y con Varia: & col Cielo al fine y per lo intelletto . Cornee adunque in alcun corpo e più potente quefìo o quel l altro elementOyCofi ne V anima^quefla o quella par-- te^fignoreggia & fnpéra V altre : Ma quando fono gli elementi infìeme di maniera cotrapejati^che [eco do la naturale proportione niunolamijuradei'al tro trappaffi od auan%i 3 alhor a parimente forge ne r anima y come da la fonte 1 acqua nel rio , un certo eguale per cofi dirCyr^ giusìo & temperato compo nimento d'affetti: Et tutti infieme.o intellettOyO ra- gionerò imaginatìone y 0 fentimcntiydentro a termi- ni propri af] e gnati loro da pio,[lanno fempre da niu na parte eccedendo riflrctti.Ma la proportione che ne i noflri corpi hauere debbono gli elementi tra lo- ^"Oynegli humori onde uìuiamo confiderandolasfi ri- chiede che tale fi fta, quale apprejfo diro . f^uole il Jangucycfjere otto uolte tantOyCorne'èla colera ncn : quattro com'è la uermiglia:Et duCyfi come la phU^ S. pi gmaJnguifa che per ordine procedendo da l'uno a l'altro jci e tra loro fempre doppia proport ione: Ma dalprimiero al ter%Oy& dal fecondo alquartOyqua drupla:(Che ben mipenfo che buona mi farete cjue Sìa parola:^' alcune altre a?ichora:che no ne hauen do la fauella uolgareforo sfor'^to di torle inprejìa Xa da la Latina.) Ma dal primiero poi a l'efiremOyOt tuppla come dijii , laproportione che ci è conuiene che fia.Da lequaiproportioniyne nafcono parimente diuerfe harmonie:perche la proportione doppia ^fa tre diapafon: Et la quadrupla^fa il diapafon due fia^ te:& una il diapente.Quindi è uenutOyche i Saui del . mondo y hanno detto che la ragione a la concupifcen tiayuuole hauere laproportione diapafon: Et a l'ira, diate ffaron . Et che la uirtu irafcibile a la concupì-- fcentiayè conucniente che fiaproportionata per dia-- ^ pente. Laonde conofcendo anticamente i philofophìy quelle tante dijpo/itioni harmonice che ne l'anime fono & ne i corpi/econdo la diuerfita de le complef fioni de gli huominiy uarifuonìy & uari canti fi dio, dero a ufare :fi per conferuare la fanita del corpo ^ & infieme per riuocare la fmarrita: fianchora per introdurre negli animi i buoni coUumi: Et per ren-- derli interamente confinanti & concordiycon la ce- leHe diuina harmonia. Ma in che modo ciafcun corpo fia partitamente dotato de le predette uirtu naturali, & in che maniera elle fiano proportionate tr^ loro y non per altri me':^ pofiiamo conofcerlo , che per quei propri ond'^Ue pajfano in noi:, ciò e per M iti 1^0 li corpi &per le fphere celcfti.Concìofiacofa che tut ti quei corpiy donino particularmente a gli IvAomini nelnafcimento loro , le loro (pedali er proprie uir^ tu. La Lunaria potenzia uegetatiua: La fantafia , l' ingegno. Mercurio: La concupì fcibile , enere : il Sole , la Fìt aleda e fpid fina o l'irafdbile ^ Marte: Gioue y la naturale: Et la retentìua al fine , Saturno. La uoloìita ueramete che ci uiene da tottaua & uU ima jphera , fi come il primo mobile tutti gli altri cieli j cofi ella uolge,menay& gira coneffofecoytutte le antedette potentie o uirtu che fi dicano naturali • Conofciuto adunque come fliano o naturalmente o accidentalmente locate quelle /ielle nel na [cimento d^ alcuno , & quale habbia di loro più di uigore & di for7;a , potremo parimente di leggiero ejjer cer- tiyquali c7 quati fianogli appettiti de l'anima ond'e glifi uiua . Veruenuto il Dottore a quello termine ragionando , parue che egli di più auanti procedere rimaner fi uoleJJe:perche lo ^mbafciadoreyche tut^ to hauea queHo difcorfo con fomma attentione afcol tatOyrìmettendolo di miono inparoky in quefla ma- nieragli dijfe.jl me c flato ucramente caro & dilet teuolc affai , lo hauere intefo da uoi tutte quante le proportioni CT conuenientieyonde eJr con noi mede-* fimiy& congli elementi p & col Ciclo iHefJo cene andiamo proportionati . Ma acciocbe in quello non mi reUipìu cofii alcuna a douer defiare , mi farebbe apprejjo fommamente grato a fiipercyfe portate fer ma creden'j^a (nel ragionamento de corpi tornando) . che tutti gli buomini , & tutte le membra loroy tali fìano apuntOyquali ci hauete narratolo pure fe con- fefjate che cijiano molti ( come forfè la cfperientia ni sformerebbe) ne i quali la analogia di cui poco fa ciparlafle^non fi troui in alcuna lorparte:ouero che molte loro membra (quando il dir tutte fia troppo) priue^jpogliate^ & manche ne fi ano . Già non fi può negar Cy foggiunfe alhorapresìamente il Quiriniyche molti tutto' Igior no no fia ufata di produrre la natu ra(cofi uolcndo & dij^onendo il Cielo) non feruan ti in tutto il lor corpo , ouero in alcuna parte di lui, la debita & conueneuole proportione.Ma quefti ta^ liyfono communementeda tutti gli fcrittori , moftri addomandati:T<[on osìante pero che lufo CT la con^ fuetudine del parlar uolgare^ non foglia per qneUa uoce di morirò altro intender Cy che uno che due te^ ficytre braccia, gli occhi nel fronte , un pie meno, od altra fimigVwite fciagura fia ucduto di hauere . (t pagano oltre a ciò molto ben caroy non foloala de^ formita de laperfona ?nirando y ma anchora ne le in uifibili bellc'^'j^ dt l'anima trappaffando , la mala & Iproportionata dìfpofitione che efii hanno ne i corpi : Tercioche fono ne i maluagi trini affetti de l'animcyfempre tr abboccanti & fouerchi: Et d'ai tra parte ne i regolati &buoniyda ognitempo man cheuoli & fcemiMa negli altri corpi youe non fia al tra di^crenT^ alcuna che di quantità & digrande^^ ^ytutte le proportioni da me dauanti contate , per fettamente in tutti fi trouano. Tsfe altramente in lo ro adimene^che nei lenti, od in altri cotali iflromen tiyfonando foglia auenire: ISlf i quali tirando le cor^ deyfi al%a fi acuifcc il fiiono : Et per contrario aU Untandole: egli fi abbajfa & diuiene più grane : J\i^ manendo pero ferma & intiera^o ne iuna maniera 0 nel' altra , quella ifiejfa proportione di numeri & ài dillantìe.Dico fmilmente che il mede fimo incon^ tra ne i corpi: l quali od accrefcendo o minuendo U tor quantitayfempre interamente conferuanoy fcn%a pero hauerui alcuna diucrfita , la loro proportione pròpria & natia . Laonde da alcuni Dottori fattine dotti yfap piamo hauere antican^ete uenticinque arte ficiy fatto in diuerfi tempiyi^ in nari luoghi j una §Ìa tua cofigiu!ìa & proportion<ita^come fe un folo mae flro & nopiuyuljauejfe nelfabricarlapofìo le manL Laqual cofa chiunque dicejfe hauere hauuto origine dà altro luogOyche dal conofcere coloro per fettamen te la proportione che hanno le membra le parti del corpo luna con l'altra^ perauentura il dritto & la uerita non direbbe: Et fopra qucHo , di nana , & falfa , ^ bugiarda opiìiione , fcioccamente il fuo animo impregnar ebbe . Ma egli doucriabene effe^ re tempo hoggimaiy& c flato forfè già pei^ yche noifignor Confolo che nel mio ragionamento ripo- far ui uoleUe , fianco già non pur fatio di più lun-^ gamente dimorare in luogo cofi Jpiaceuole , quafi da ombrofa & non ben fana palude aUontanando- uiy nelgratiojoy aprico y& diletteuole fentiero del uofìrodire^ di nuono rientrale . Et tutto quello SECONDO 9^ eh e manca a por fine al uoflro parlare, interamente ci riferisle : Et oltre a ciò che. non folo a le uoUre prome{]e (jtedete quanto fi affetta da uoi)ma ancho ra a i dijfctti mieiycopiofamente Jodisfacesìe , ^Iho ra lo Spagnuolo^ani^i rijpofe fon'io fiato fi fplendida mente da mi ricetmo^chepure il prefumere di ag- giunger ni co fa alcuna , oltre che impofiibile a me , certo ne farebbe 0 fuori di tempo ^o fouerchio lima- to da ogni huomo : Effendo nofolameteper le uofire parole diuenutopiu dotto, ma infiemepiu ardito, a, ragionare delanoflraproportione. Laquale fe bella Cìr utile cofa è il dimojlrarla ne le membra efieriori del corpo-, quanto più cibifogna confejfare che fia gioneuole <^ merauigliofo , // manifefìarla ne gli humoriy che fepolti ^ rinchiufi fi Hanno [otto a que fia carne ? Ma troppo più fi deue poter trarne di piacere di bene , intendendola ne le inuifibili af-^ fettioni de r anime: Et ne le non bene intelligibili in fìuentie del cielo , M a lafciando il lodamene ad aU. truichepiu ricco fia d'eloquentia, io ne la mia roT^ pouerta rìHretto , condurrò al fuo fine cefi piacene do a Dio y il mio già cominciato, & nel me%o tron-^ cato ragionamento.Toi in f^fteffo raccolto,in queflo modo foggiuìife. J\ipigliando il difcorfo onde di prir maragionauamo de le qualità de le parti del cor-* fOydico che coloro in cu il petto grandemente ampio &mufculofo fi uede^abondaìio fimilmente cìrntl corpo e>" ne l' anima y diforte'z^ & di ardire : Ma, per contrario i deboli & uili, & picciola & Hretta L I B 1^0 queHa parte fi ueggono hauere : & ìnfìemementc fen'^ alcuna colleganza di nerui.I ro7Ìfoii& cm- deliy& che per cojà ninna fono ufati di mouerfi a compajjlonejmno pure in qucjio luogo medefmo de Ja loro perfoìiaygradifiima & fouerchia copia di car ne: Et ben potete in nero fecur amente render ui cer* tinche il petto in queUo modo molto carnofo y& le mammelle per tròppo di grajJeT;^ affai rileuate , anuncino fermamente ad un medefmo tempo & la fcìuia & ebbre'^a.Lc fpalle ueramet e grandi mufcù lofe & forti 9 rnfl^ìr ano gli huominirobuHi fieri ^ arditi:Laqual cofafi come propriamente al mafcbio fi attribuifcey co fi dal altra parte le fneruate piccia le & deboli , & fono di loro propria natura a lefe-- mine conueneuoli : Et fannoci oltre a ciò eonofcere parimente Je timidi oruiliy &perpocodiuigore & difor^a facilmente arrendeuoli perfine. Le JpaU le firette.fogliono portare ipax^ : Et le molto car^ nofeygliinfenfati: Ma le larghe ^de i magnanimi; CT lelieuemente ritonde , dei prudenti amoreuoli& gratiofi^fono certo fegno. ci mancano anchora, altri nonpochiyfceleratiimaluagiyinuidiofi^& fcoftu mati ne l animo y perche nel corpo fono le loro Jpalle in tanto ciirue & piegate , che gli homeri quafi in fui petto loro trafcorrendOy& le parti dinanzi che ragioneuolmente manifeUe ^ apparenti efjere do^ uerebhono ceLvido &^najcodeìidOy molìrano in que Ilo modo che elle fiano priue del tutto de la debita & lodata proportione : Da quefìo ifìeffo fegno ^ fi dipartono ancho quell'altre , auenga che per hradd diucrfa^yche non dirne come quciìe, ma concaue & qmfi jpartitefi ueggono , Lequali tali ejjendoj come rendono il corpo mcn bello , coft danno argomento che fi debba credere , ejjerne l'anima infieme men buona: E/fendo in leiynon fenno,mafollia:nonpruden 5^ : ma uanita : non continentia , ma lafciuia : c^r fi nalmente non chiaro giudicio uirild ma ciechi femi nili appetiti . Edo che hauete adunque quali debba no ejfere quefìe membramon curue e^r eminenti co-- me le prime:Ts(e per contrario concauiòr uallofe co me quefl'altre:ma tutte [ode ^ piene: cir dolcemen te diro coft ritondette . Lequali belle'}^ <^ ^^gg^^-- dria accrefcendo nel corpOyfignificdno parimente ne l anima & bontà (^uirtu:migliori & più nobili or^ namenti de la mente nojira.Et douete ojjeruareper generale regola er* norma, che la giufia proportio- ney& la uaga & gentile dijpofitione de corpi^palefi Cjr manifefti fempre buoni cofiumiyhonejiaiprudcn" lealtà: Et d'altra parte le membra indiJpoHe fproportionatej fiano difcelerate's^ , di uiti^ di maluagitay& di perfidia^fegni & dimofirationifem pre infallibili . Etpiacemi di nuouo hora ridire(co^ me poco auanti ce ne fece certi il Quìrini)che ne l'a nima uiuente in compagnia di alcuno corpo moflro- fo y uhabiti parimente di continouo qualche moHro horribile CT Hrano . ^ che hatiendo riguardo anti^ camente ipopoli de la Ethiopia, che fecondo la dot^ trina & le inflitutioni de i Saui Cimnofophifti figo^ EIE 1^0 uernauano facendo elettiont del loro V^e^nonalpìn forte ne al più ricco miramnoima fi bene a colui^che era di migliore & di più grato affetto: Et che orna to uedeano di più bella , & più leggiadra forma . Viuifando tra fc medefimi non potete auenire , che infieme con la pe fetta belle'^a del corpo y non ci fofjemedefimamente grande temperamento de gli affetti de V animo. Quindi e nata come pianta dal fe me , quella uniucrfale opinione apprefa ne i cori di tuttiiiuiuenti^\che fi debba fcbifare^an^i fuggire co me uno fcoglio^le laide joxi^e & /proportionate per foneiEt con le belle leggiadre CT benfatte spratti- care & conuerjàre ogni giorno.Tercheffi come da i fetenti odori angofcia tormento , & dai buoni piacere & contento ne riceue il ceruello;& fi come foauita dal mofco , cr p^%^ dal %olfo , prendono i ueflimenti che accompagnati fono flati co tali co fe; cofi dal buono odore de le uir tu di coloro con cui conuerfiamOi& foauita & contente'^ ne acquila no Vanirne noiìre: Et fetore da l'altro lato & affan nOidalpHi^ de le loro fcclerita.Siamo adunque ac corti da bora inan^^^ quali fuggir Cy & quali huomi ni ne le amicitie che contrarcmojiabbiamo a fegui-^ re: accioche de le felicita de migliori participandoy i^'de le aduerfita de peggiori mancando , poffiamo. con diletto infino a la fine lietamente menarne la ut ta. Ma più auati feguedojdico anchora che gli home ri neruofi fermi mufculo fi ^ fodi^effendo proprietà delfejfo uirìlcy dimofirano & nel animo & nel cor^ . P5 poforte*:^a: Doue i languidi & uoth& f^^^'K? gature ne mufcidiycljc finale femine fi conuengo^ noyfempre di uigore^a' fempre d'ardire fon priunEt oltre a cio^a quefli lapax^a la uanitay& a que gli altri il fenno & la pruden'j^yConueneuole è che fi doni. I largi& dìfcioltiydi franche-^ liberalità fCÌrcortefia; Et fono indicio gli Jir etti congiun^ ti, di [corte fia d'auaritia & miferia.Et cornei mol- to grojji non poffiamo lodar e^cofi i troppo fottiliy & acuti ne la lor fommita , medefimamente ì conca uiy & quafi con una fojja f eparati , & diHinti l uno da laltroyUafimare & uituperare dobbiamo : per- che queHi lajciuia; maluagita i fecondi; stupore i ter^ii ci donano. Ma oltre a tutto queìloycoloroc'ha no la parte di [opra delpcttOyla don egli con lago-^ la fi giunge, coueneuolmente larga difciolta & aper tayfonoper ordinario prudenti efficaci fenfitiui cr in gcgnofi.'Conciofia che patenti & ampie fiano le uie, per Icquali dal core al ceruelloy facilmente ifpirtifi mouono: Iquali nel ceruello informatiy& ueramen-^ te fcnfi diuenutiyne ejfendo da alcuna cofa impediti , tornano tutti infieme ciafcunoper fe^ad cjfercita re ne i loro propri luoghi Je (pedali loro proprie uir tu • Ma quegli buominipoi che queUa parte hanno chìufa rijiretta & congiuntay& ftupidiy& impoten tij & fciocchi , & infenfatiy ragioneuole è certo che fiano: llche auiene^ peroche il fentiero onde afcende La materia de fentimentiy & ferrato & attraucrfa-^ tofitroua ejfere da quella /lrett€7^:Diché elUytra tante & cofi angurie difjìculta inuiìluppatay debole mente a la fine y & con fatica fi può aliare ala fua perfettioneMa comejCffendo qucfta chiane oforcel la che fi dica del collo honeUamente fuelta & aper ta, ella è come ho detto lodeuole buona ; cofi pia del douere &pìu del dritto allargadofi^eUa tofto di uerrcbbe biafimeuole ór reaiEt di fouercbia la- fciuia, cr di effeminati cojiumìi & di temeraria im fudentia ci farebbe argomento • Le braccia lunghe poi quanto e la loro perfetta mifura, ilche o nel mo^ do che ci ha contato il Dottore ageuolmente fi inten de;ouero fe Hando la perfona dritta^le eflrtmita de le mani giungono fin giù /otto la meta de la cofcia; o fia pure come diffc ^damantio,fe leuandole in alto ' la giuntura del gomito ala fommita dclcapo fi ag- guaglia; inguifa che fipojja con le braccia circonda dare tutta la tefla;mlta attitudine & prontcj^ nel operarey& apprcffoy forte'^^y bontà, & ardi- mento fignifìcano . Ma le più cortCy & quelle che a la già detta mifuranon poffo7W peruenire Jono di tnaluolere^di inuidia^et di dilettar fi de i danni d'ai truiymanifcfto & euidente fegno. Le [carne & fot-- tiliy tenere':^ d'animo & di corpo ; Et le gr offe & carnofe , ro7:e'Z^ moflrano & ììupore. Male più ' forti &groJle^& lunghe conuencuolmente^i^ Ugo miti inficmc wufculofi & tutti pieni di nerui y fono di tutte l'altre qualità de le braccia di gran lunga migliori. Le manipoiychealafortc'x^'^a haueano de dicato i Thcologi antichi y benché la defirafarticu--  larmente,con lacuale fi giungono i facrmentiyinfie me con lafortcT^ja a la fede facra ft foffe,& le dita poi d'ammedue, per non andare diuerfo nel mio ra- gionare da quello che ha detto il Quirini , Minerua de le arti inucntrice conofcejfino per loro Dea, ejjen do tenere cr molli & per quantità conueneuoli , ci danno indicio di molto ingegno,& di non poco ualo re-.Doue le dure per contrario, ajpre,(y più gran di che a l'honeUo non fi ricbiegga, di molta forxa , & di poco intelletto fede ci fanno . Ma le più breui affai,che non uolendo di proportione mancare d'efc re loro è neceJfario,quanto di accortCT^ acquila- no, di aHutia,& fagacita; tanto d'altra parte di ui~ gore per dono, di gagliardia,& di bota. Le fattili & di§ìorte,i mangiatori & i molto parlanti; Et le pie ciole & lirette,ÌYuhbatori, ^ auari,& rapaci por tanofempre. Le molto corte, ipas^^ manifeHono ; Lequaife parimente groffe faranno , unifcono infie- me con la pax:^ia infinite fcelerita. Coloro ueramen te che le mani grojfe hauendo come u'ho detto, ten^ gono con tutto ciò le dita breuiffme , & traditori , &fi-odolcnti, & ladri,& ingannatori, meritamen te pojfono ejjere da uoi giudicati: Iquaife fimilmen- tedi fouerchio graffe le dita hauejfero de le mani, appreffo a le maluagie difopra narrate conditioni , aggiungere uifi può drittamente, la bemalita,la au dacta,lafiere^a,& l'inuidia. Mtripoi che hanno le dna fattili spicciole, fono uani Gioiti leggierit^jr capneciofi i Et tai , che di continouo la teSìa hanno L I B 1^0 mena dhrìlli & dì mitoMoltianchora ueggiamo, Ue ed dita fono gobbe difugmli & attratte - onde pn ciò loro e(fcre auarijjind , & apfreffo maligni , trm,rconumati,& rìbaldì,f ienamentc fi intende. Ma quelle dita che proportione moHrano di hawre con le mani,& come diffi con tutto il rimanente del corpoScoprono ad uno medefimo tempo l ordme,la -proportione , cr la temperantia de V animo. Ma le uJepoifottili,clnareMghe,uermigli^^^^^ ie, tenereMcìde , & rìjf tendenti , cidimoiirano tolta prudentia:perfettiJJimo ingegno: rara bontà: ■Et alto & infinito fapcre.[Da le amie & grifagne quafi in guifa di artiglila arrogantia,la sfaaiatex:, L & [opra tutto le rapine afpettatcfen%a fallo al cuno ! Lequai fe inficmemente a la JtmbianT^ ■de le fiere fcluaz^e & lunghe foffino & frette, po- tete coloro credere che tali le haueffino.oltre a quan to fe n'h già detto , non molto fenfitim ne le wrttt corporali: Et ne Vanimo,non aueduti.non accorti, & noningc'i,nofi:Ethauentifopratuttocio,ripienala Zna di Appettiti & di uoglie bcsliali.Le bremfjlme p oi,comc elle fono foz:^e & tnrpijÌMea uedere.co- fi ui debbono efj'ere nuntie fedeli di fouerchia mali- mta : cr di eccefflue & infinite fceleratez^e . Ma % molto ritonde & circulari^nìmio altro affetto jo~ vliono cofi di continouo menarole con effo feco> quali, to la accefa 6- infiammata Ibidinc : Et la sfrena- ta & impotente luffuria: sferre & Himoli in ueuta- fotentiffmi , atti a far precipitare non pur cerere  la no/Ira carnalità , doumque più loro fia a grado . Le pallide ueratnente cr nere & ajprc, & che man cano in tutte di fi>lendore & Licidifa,cdano cr na- fcondono fcmpre fotto di hrd , qualche tri§ìa mac- chia, cjr qualche graue difetto de l'anima. Ben do- uete peroifapere con tutto que!Ì0iChe la fignificatio he de l'ugne fola per/e Rej]:-, , fempre da ciafcuno huomo prudente, debba ejfere ifiimata & debole &poca.Oraperchefmadaitoir miconuiene col faueìlarcycht nel capo parte di tutto' l corpo degnif fima , nobiUJfima , & la doue perfettamente ut ue& regnai' anima huraana,& dimofiraui ejprejfa mete le uirtufue m bifogna montareyper meglio CT più auicinarmiuiydel collo chehilfoUegno & la ba fi di quello, primieramete ragionerò. Douete adun- que effer certi,che fempre il colio modefiamete grof fo,forte^paleficìr ualore: Et il fattile da l'altro lato:debilita ettimore.Mafe con lagroffeT:^i^a,ivfie we unite anchora ciuedete effere lunghe-:^^ ^ car nofita,non andrà mai dal uero difcoUoil uosìro giù dicio, coloro credendo che tale queSìa parte hauejji no, aguifa di adirati Torì,onde prima queHofegno fi tolfe,ne i riposìi affètti de l'animo, colericifardi-. ti,proterui,& uantatori: Et ne le aperte operatio- hi del corpo, preSii, uchci ,fubiti , & efpediti . La migliore forma, che giamai fi pojja nelcoUo difìde- rare , è lejfere come quello de leoni lungo conuene- Molmente: Et in tutte le altre conditioni proportio^ itato:Etfopra tutto ben fodo,compre£ò, ^ nerwh- K  . fo.OueUo di magnanìmitaydi ardmento,& di alte-^ revia hfegno:Et queUo ìHeJJo , gli huomim manife ftadifciplinabili:am naturalmete ad imprendere te fciemie : Et di pronto dotatiy& di felice & facile ingegno.Ma nongia i allontanano per breue&ptc dolo interuallo da queSìo termine, gli hauentifì co-' me i Ceruiyil coUo lungo & fattile: an^i in luogo di ■ardire,timidita ; difenda, debole:^ ; & digran- derza d'animo, uiltade effere infefentendo,fano in tutto fimiglianti a igia detti animalucor.ie pero che per molto di malignità & dimalacrean-j^, fiano ufati per grande jpatio di lafciarfegli adrieto . cuni neramente che hanno il collo molto corto breue, è ragioneuole cbefìano traditori,faUaci,bef- fatori, & profuntuoft : Ma che pero, non habbiana giamai ardimento , di fare alcuna cofa ne la aperta luce : jln'4 aguifa di Lupyn cui ci fece la ejpertcn tia primamente quefii affetti uedcre» tentano du continouo'a ta'uita humana miUe nafcoHe & mgan. ncuoli infidie : Ut fempre» in tutti i loro affetti ^ maneggi , con tradimenti & con fraudi fi adopn* no : indici ueramente ne ofcuri né incerti , de triBtia cr maluagita de l'animo loro . "He job già fi è tolto come ho detto queiìo fegno dal Lupo , rm da quel gefioanchoraonde fi ueggeno gli huommi Sìare , inapprcHandofi di fare con fraude & na- Jcofamente , qualche male & ingiuria ad altrui . Il collo affai neruofa , in cui fi ueggano apparente- mente diftefe U corde de nerui^imHra fopratutto . p8 gli huomìnìro'zi:! quali non mancando de ^liaU trìfegniconueneuoli a queUo impa'^fconoancho^ ra del tutto: Et fpejjo trauolti & furioji diuengono^ B^o:^ parimente & oftinatifono , cr incttiffimi a ca pire & a trouare difuo ingegno eia/cuna cofayCola ro che hanno ufanj^a diportare il collo fermo dirit*> to & immobile : Q^ua/i che non fapefjinoy oper me^ glio dire che nonpotefjinoyo da quefla.o da queWal tra parte piegarlo. 7{epure ad ifcoprirci la roxe"^: '^&la dure':^ de l'apprenfiua de lo intcUet- to.èatta quefta immobilita & ferme':^ di collo i ma anchora cipuote ejfere ella guida & fentierOy a menarci ne la cognìtioìie de la pofiibile concitata paT^a. Ma d'altrapartc il collo in [ufo riuoltoyco^ me fogliono tenere coloro che contemplano il Cieloy non de e/fere ne lodeuole ne buono creduto:^n7;i ci fa egli conofcere apertamente^ i mentecatti J lafci^^ hh&gli ingiurioft. Ter cotrario poi il curuo.pìega toalo ingiujOy & qua fi nafcoHo dinan'j^yè teftimo^ ìlio talhora di pa':^a:Et alcune uolte anchcra^difo uercbia folÌicitudiney(^ diligentiay ne lo acquiftare, & amìnujfarc denari ^ baucrc: Et di troppa in finita parfimonia : an\Q più tofto di paurofa mife-- ria: Et con tutto cioydi fcontentay & odioja tri-^ boiata malignita.TS(on fe^ofiy non lietiy nongìoiofi, & non ridenti ejfere fi ueggono coHorogiamai: tua in loro uece di continouo aperti tenganogli ufci de l'anime loro , a la mcUitiay a la afflittionCy al dolo^ re, & al perpetuo trarguai. B^lìa bora che fi parli L J B liO come dtjfe jliamantioydel collo Ueuemcnt'e inchina to uerfo rhomero drittoionde affettar douete fenT;^ fallo alcHìio^prudcntiaileggiadriaiOrnate^ di co- fiumU^ gentili &gratioJè maniere. Et d'altra par te dal riuoltopoi uer k finiHra a banda , degno Jia che attendiate effeminata lajciuia: adulterij: libidi^ nofi appetiti: & non fani CT non dritti co'fi/igli. Ma quello che hor ne l'unay& hor ne t altra par te è pie gato , fignifica parimente ne lo ir.tellettOy cercagli , ajfetti predettila medefima infiabilita & leggere^j^ ^.Tortano le maluagie CT le maligne perfone^ofia ne le operationi o ne i penfieri mirado, qmitimque pero uagliano de lo ingegno y illoro collo fiacco yte-^ neroy & come moto . Ma i duri di cerueìloy & che non fono atti naturalmente ale fcientie^ an%i che con fomma diffìculta pojfono apprendere qualun-- que cofky cìr duroy& fodOy& raccolto^ hauere lofi reggono per contrario Ma in più minute parti diui dendo anchor qneHo membro , fapere fi dee che la <tjpre':^a del collo ne la parte di drieto , ro':^z,%? in queHo modo moflra e indocilita: ma ne la parte di^ nanxiìUanita^leggrcj^yprofuntione, CT loquacità» Ben è uero pero , che fe la gola con queUa aj^rex^ infiemeyh alta anchor a & eminente nel nodo del col lo , tutto che ella di leggrc^ d'animo fia fegno , non perciò e ella ufata di accompagnarfho con la te^ meritalo con le molte dande: Anxlfono coloro cui piacque a la reìna natura di tali crearliytardi & pe grinele operationi del corpo : Et neleuoglie&  ne fèpafìionì de ranìmoypenjòft^tacìturniyhmente^ uoliyme^ìiy & difdegnofi . Ma oltre a tutto cio^ Mi chele Scotto ne i paffuti tempi ne di picciolo , ne di bajfo nome Vhilcfophoj fcriuendo a Federigo Impe radore^affermo che leguancie molto lunghe ^fempr e a la lafciuiaya la uanìta^tà* al fouerchio parlare an^ dauano drieto:Et che le hreui & picciole^fraudi & crudeltà ; & le rìtonde^inganni debole*]^ & uilta palefauano. Mapreffo a quefto anchoraje uedete al cuno con le guancie grojje & carnofe y giudicate lui tardo & uhbriacco : fe jòttili & magre^non penja^ teche fen%amalìgnitayil fuo animo firitrouigia^ mai:Et che an'^percontrario^eglifempredi malfa re fi diletti & fi prenda piacere . 7S(e fìmilmcnte è da credere che pojfano fare alcuna refiSìentia a la ìnuidiayche punge & mòrde loro di contìnouo ilco-^ YCyColoro che le guancie tutte non pur le mafcelle p gr offe fuori di modo & eminenti , hebberoCcofi no-» lendo il Cielo)in forte da Ut naturailquali fen^^ fa^ re atto alcuno con la faccia sfor^atOytanta è la grò f /^KK? ^^^It^ parti^ageuolmentele fi mirano fem pre . Le labra uer amente , dentro a quali la quarta parte . de le delitie di F enere alberga, &per quai porte efcono le parole , ueraci teHimoni di noiira mentey& fottili molli ejfendo , majfimamente ne gli anguli de la bocca , & quello di fopra alquanto più infuori cheH baffo auan'j^ndo , & tutti infieme con quei de i leoni grande fimilitudine hauendoyVar ilire^lamagnanimìtaj ^ laforters^a di quelle fiere^  fempre clrapprefentano. Si perocché la bocca doue tali fi nederano le labbia , ne picciola neflretta non fià . Quando ordinariamente la bocca picciola , a lo ajpetto <& a i cofiumif minili couienfi:Et la grande poii& ne luna cofa & ne l'altra^h più fimile al ma-:- fchio.Ma an^i^conferuata tuttauia la debita propor tione j ella de ejjere , & larga più tojìo & grande modrflamente. Che fe cofi nonfojje , non fortei^ , Jpiaceuole's^ & mole§ìia ; non magnanimità , ma empietà cir perfida ; non ardire^ maprojuntione ^ impudentiaydimoUrarebbono le predette quali^ ta de le labbia . Coloro uer amente le cui labra fono dure & fiottili , & rileuate & eminenti intorno a i denti caniniyfiono huominì di molta pr ole y &gene^ tanti molti figliuoli: onero per più dritto ^ meglio parlare^molto drieto inchinati a gli appetiti uili & indegni de la lujfiuria : Et infiieme , oltraggiofiy mal creatiylordiycianciatorìymaluagiy & fiempre in uoce alta parlanti: Et dilettantifi come i porci a i quali fi yafiimiglianOydilordurey& di fpur citte y & di odori trifli & fetenti. Ma fie da t altra parte altri fiaran^ no che hauendo le labra grofifè, tengano infiememen te quello di fiotto più infiuori che quello di fiopra^co- me che egli altramente maluagicoftumi non habbia no y è pero degno che uani , eì^ ro'^ , & fi^^X? ^Z- €uno auedimento 0 fiapcre yfiienofiimati: ile he s'è per efifiempio conoficiuto ne gli ^fiini: Et ne gli altri animali di filmile natura : poco o nulla prudenti & giudiciofii.La bocca molto grande ^aperta^ larga^  f òrfano gli huomìnì goloftfiìmì : mangiatori fenx^ mifuraiEt che rhai non fi fatoUcrebbono di mangia^ re. Iqualiprejp) a queflo fi gentile affetto yfono an^ cho pa'^yfpìaceuolii& cmpi,& fommamente cyh^ deli.La picciola poiy & eminente & rileuata dinan ^ y effere gran fatto non fi trotia giamai > fin'^gli fceleratij traditoriy& li micidiali.Et feinfieme con quefia emincntia fofiino i labri grojii y ritondi , molto a lo infuori piegati , meritarebbono quegli huomini che cotale haucfiino la bocca,dieJfere et ne gli affetti del' animo y& ne le attuali operat ioni del corpo ynon effendo dal freno ritenute de la ragionerà, i porci onde hanno fimilitudine ragguagliati . "hìc pero ragìoneuole è che fia ftimata lodeuole o buona, la bocca concaua o piana : come per accidente y fono ufati di tenere color o^che per ira, o per difdegno fre monoiche an'^ìfempre lefcclerate'^^y la maluagi^ taja immodeSìiay& fopra ogni altra cofa U fouer-- chia inuidiaycon la primiera de le dette partii fi ac^ compagnano uolentieri : fi come non fi è gran fatto mai ritrouatOy che la feconday fe ne poffa Hare fen^ .^Xa la paura &gli inganni.Onde fi uede che medefi-^ mamete la concamta & la eminentia de la bocca^fo no quantuqueper diuerfe cagioni y& biafimabili & uituperabilifempreJl mento acutOyh fegno dì bon-^ ta^difedcydi ualorCy CT di grandmammo: Dal riton^ doyajpettare effeminata la fcìuia: Et fefoffepofiibile di rimouere dal lungo la uanitayle cianciey& la leg gere^f egli inuero per altro da ^re'j^re^o da ri .  fiutare non farebbe . Ma il breue & cortOyCome per naturahauer fogliano tutti iferperiti ^hfeni^ fallo più che tutti gli altri triftifiimo : Conciofiacofa che con effo lui fempre cifiano. congiurncy le fcelerita^ i tradimentiyle perfidie:^& la crudeltà: affetti & mo uimeti d'animojpropri et naturali di quelle fiere:an tichì & perpetui nemici dei' bimana generat ione • Il quadro poi,agli huomini uirilha iforti, agli ani^ ynofi y & agli arditi ft richiede naturalmente . Ma perche molte uolte , in me%p al mento ci fiede una fojfa fcolpitauida la macera natura,^ande talho^ Ya,& apparentey^ fpeffo picciola & quafi nafcofta$ mi piace al prefente^de luna & de t altra conditio^ ne di lei faue Ilare: quando luna di loro fraudiyingan nh& trifiitia ; & l altra leggiadria yamorCy& leti* tiay ha per ordinario fempre in ufanxa di pakfare : La grande adunque, ipeggìoriy & la picciola poi , i migliori de i predetti affetti^ fuole fen^a alcuna con trarieta dimoflrare . // nafo neramente , ne la fua efiremita ygroffo come quello de buoi > porta pari-r mente fecoy la tardità cr la pigritia di quegli anima li: Ma fe non ne la cìmayan^ipìu fopra ft uedeffe aU quanto queUa grojfe'j^y fariano gli appettiti che con lui fi accompagnerianOi & ^01^7^ & flupore & poco giudicio . Ma fe da l altro lato fojfe il na^ fo ne la cima acuto & fottiley abotidarebbono colo^ ro che tale lo haucfiino , fempre ordinarwnente di ira & difdegno ♦ ìl nafo da ogni parte [odo pieno ^ ritondqy& ne la cima modejìamete un poco grof . lor fetta > quale i Leoni , & ì migliori de Cani fono ufa ti di haueref potete per uerace & fedele teìiimonio accettare ydi animo/ita^ difortcxs^> di ualore^^ di gagliardia : Et fopra queHo anchora y di loquacità^ de : Et di uantarfi oltre al merito alquanto . Ma il nafo che ritondo fia ne la parte di fopra y & che poi fittile & acuto finifca yficonuiene propriamente a tutti gli uccelliila onde poi fi Hima^che coloro in cui tale eglifia,dcbbano ejferefi come gli uccelliymobi^ Hi leggieri > garruli^ inconfianti, & libidinofuColui che ti nafo tiene proportionato & conuemente a la faccia}^ buono prudente & uirile: chi d'altra parte jproportionato & fen^a alcuna conuenientiayh cat'^ tiuo Holto & effeminato . // nafo più tofio un poco gradetto, de ejfere sepre tenuto miglioretDOue il piti picciolo, fi tira drieto cotinouameteyladronecciyfrau diyCJ inganni: Et parimente la molta dritte':^ del nafoyilpochifiimo ritenìmentOy ^ laimmodeftia de la lingua argomenta. Ma per contrario il nafo ne^ la parte di fopraja doue egli conia fronte confina, cur uo & adunco, & che dritto poi ingiufo difcenda,fi^ gnifica gli huomini sfacciati : Et non tenuti giamai da rifpetto,o da alcum uergogna: Etmedefimamen te i uitiofiy inuolatori > & cornei corui fceleratiy ^ tnaluagi.Da l altro lato quei che ne la cima hanno il nafo grijfagno , & curuo & piegato a guifa di un^ cino , diritto & pieno ne la parte di fopra , co^ me fi fcriue y &fi uede anchora ne le imagini , ha^ ucre hauuto Mabometto fecondo primo Imjperada^  te de Turchi , fono come le àquile di grandìfitm^ animo: Et di mangifico altero CT di reale fpirito: Et oltre a tutto do , ferocifjìmhiiaghi del rapire lo aU truuE difprez^atori , & cale at ori dì tutti i perigli 4ér aduer/ita . Coloro neramente che nel me^x^ han^ no H nafo fchiacciatOy & ne le parti efireme^ & fo^ fra tutto ne la fuperiore , eminente & ritondo , /o- no fi come i Galli , & arditi & luffurioft : Ma fe la fchiacciatura & la baffe^ è ne la cima folamen- teycome di loro natura hauere fogliono i Cerui & le CaprCyalhora de i predetti affetti ritenendo coneffò feco la libidine fola, mancano d'altra parte, & fono friui d'animo & d'ardimento:Et feinfieme con que Sìa ba ffc^y foffe fimilmente la cima del nafo mol^ to groffa & piana^non e ragioneuole che attendiate da alcuno altro fegno , maggiori fceleratez;^ & dishoneftay Le nari a la fine molto aperte, fono /e- gno di colera & d'ira : Et a un mede fimo tempo » & [nel corpo , & ne l'animo di gran for%a . llche cofi fi crede, perche alhora che più gli huominifono adirati 9 tengono fommamente le nari apertiffime : per quindi eshalarcycome da fpìragli ampiffimi,il ca lore^& lo accefo fuoco del core.Maaquefiepredet te qualità di ualore & di ardire,fi aggiunge infieme mente fouerchia lujfuria.perche fecondo la opinione di Scotto , la apritura de le nari > tiene co i genitali proportione: Laonde effendo effigrandi,ilchei dìmo ftrato da quella apritura , poffono prejlare ad uno ijieffo tempOi &gran dìfidmo^ ^ non minor potè  tot re dì luJJuYÌare • Le chìufe poi nerette & ritonde, fono fempre di pa'i^a cr di mentìcaggine mntie : Et quello che e peggioydoue il rejpirare non fta mol* tp facile ydanno fegno di ajfoggarfi con poca difficd ta.ll nafo ultimamente in qualunque maniera diflor tOifuole dÌ£ontinouo hauere coneffoluiytorte uolon^ fa & appetiti . Qmui Mejjandro , per lo amore di Vio lajciate dijfe una uolta di parlare più lungamen te di queHo nafo: che già mi fento mexo arrofiire% per la grande']^ , & per le altre firane qualità del mio. Strane non foìiogia ellcyrìfpofe fuhìto il Confo^ lo : ma fi bene reali & degnijiime ♦ Etparmi di bel punto di ucdere nel uoHro najoytionfo che di magni fico &grande.Gia di quejla fuagrande^^^mi uo io coft forte come fentìte ramaricando^foggiunfeil Dol ce ridendo : Et poi feguitoima come che bora a uoi cofi fattamente male ne paìaytcordomi che in I^o- ma una uoHra SpagnuoUyper buona & per bèlla co fa me lo foleua lodare. Bene fta per miafe^riprefe al bora il Zorno'j^ : ma a laproportìonepoco auanti dal Quirini accennata , ella fi come io fiimo doueua mirare. Cettatìfì appreffo a queUoy Vuno uer l'altro alcuni motti piaceuoli & uaghi^al fine cofi di nuouo lo Spagnuolo parlo . Hora mi pare che ragioneuote fta di ragionando entrare^ ne la confideratione uni^ tamente di tutta la faccia : Laquate effendo gratin deylargaygrajjayhumiday& carnofa^ella ci de efferù argomento certi (ìimo , colui che talmente è formai to, effe re inan*:^ ad ogni cofa^ allegro ^f memorato $ LIB 1^0 lujfurlofo : Et tìmido apprefo, & temerario, & tardo j& ìnuìdìofoiEt fpejje fiate molto facile ad ine briarfi: onero per qualche altra manieraydebole & non [aldo di cerucUo. Se neramente ella è pìcciola , ftrettay magra, fcarnay& afciuttayalhora diligenti, fiUecìti 3 aHntiy & accorti, & ft come i Gatti er le Scìmie a cui portano fimigUan^a, uitiofi , ladri , cìr auarì , fono tutl gli Imomini tali : ardifcono di metterli gian^jii, apertamente in alcuna honoreuole ìmprefaiAnTÌfolo dalt tenebre,& da l'alta joUtu. dine fafciatiyle maluagìe opere loro , onde con ogni indegno fi adoprano > fi Hudiano & fi affaticano di celare & nafcondere,T)eeper tanto la faccìà,noleti do buona di^ofitione & buona forma tenere, effere mexana tra pie dola & grande: Et in ninno de igia detti eHremi cader e. Lacuale mediocrìta,come bel'^ Ic:;^ aggiunge nel corpOyCofi fuole nonpoco di bon ta & di uirtH,aggradire & accrefcere ne rahìmo . Coloro adunque che più del douere pìcciola haneran no la faccia,faranno pur per quefla fcoueneuole's;^, tenaci delloro de lo altrui ycupidiiamat ori di rapine: 'Et br euemeut e macchiati di molte fcelerita, Doue da P altra parte la maggiore delgiufto, dimoflragli huomini foniiacchiofi y ubbriacchi, tardi yinuidiofi^ cianciatori , & roxi* Ma perche fino ad bora, com^ munementc le fignifìcationi di tutte le eHrcmita de la faccia n'ho raccontato, conueniente & giuria co^ fa mi Himo di doner fare , fe quale proprietà a eia fcuna di loro fi richiede partitamente, da bora ìnan ;i dichiarando mifaticaro di moHrare. Come adun que la carnoftta del uifoy propriamente la letitia de l animo fu^k alloggiare; cofi i molti penfieriy le frati dij & lo accorgimentOy con la magre'3^:!^ fono ufati di §iarc.Ma a la gran /acciaila femplicita & la ro^ K?K?s? > ^ picchia y fi connengono la auaritia Cjr la mala crcan'^a • Da l'altro lafQ , ne la lingua , & ne le rnanì^ la lunga porge ardimento : an'^per. meglio dire audacia & temerità: Et fuperbia infie^ mey & impudentìa^& dilettatione di fare ingiurio ad altruuMa la ritonda poi^non ha gran fatto altro male alcuno ^ faluo eh e fciocche':^iUamtay& luffu- ria . Ora auenga che tutte come ho ^etto quefte eflremitadi buone non fiano , ta meno rea pero che ne la faccia fi ucgga , è la larghe7^t quafi in tutta piana & uguale: Conciofiacofa che fe bene per lei et fono manifeHatigli huominìferi^plidinonfi7^achne faui^ne accorti;fappiamo nondimeno che rsfmo me defimi^abondano di fede di amore Jicortefia.Jt fofferifcono con animo franco & tranquillo % tutte le aduerfita de la contraria & inimica fortma.Bene ci nafcono alcunìyche oltre a tutte quefie predette qua lita , hanno la faccia loro cofi flretta & acuta , che molto cogli uccelli non n'hanno di differ^nxa:nelco te crne la bocca de qnalì^ utuono & regnano di continouo le bugie & le uanita, & le inuidie & gli fiondali . Et hanno offeruato parimente alcuni mo^ d^ni dottori^ che i micidiali^ ladroni^ & f^re^:^^ tori de le leggi & di Dio > tengano ne] me%$ de la ì L I B 1^0 faccia una certa concauita : Et non nel più eminen^ te & rileuato luogo di quella , come fogliono quafi tutti gli huomìni hauercy an%i nel più baffo & hu^ fnilcy habbia loro il nafo & la bocca uolnto creare il signore . Diche elli non foco di belle^j^a perdendo nel corpo^acquiHano ne V animo affai dimaluagìta • Cofi adunque auiene , che quelle cofe che [07^ & hrutte rendono quefte\membra,pano fempre nuntie^ ^ molte ^ate compagne di triflifiimi affetti: Et ap portino douunquc eUe uanno y/ì come bene diffi ^riiìotele^tuttauia miferie e infelicita. Confiderà^ re per tanto diligentemente ci è di mefììero , tutti gli attiitutti igeSìiy & tutte le qualità de la faccia Quando come habbiamo dctto.aperta & manifelìa cofa è certoycoloro a quello affetto hauere F anima lo ro inclinata^ alquaUy inatto e'igeflo del uifo loro, fi coface & fi raffìmiglia. Etaqueftopropofìto,femai ai uerra utduto alcuna faccia non per accidente ma fcr natura maninconica , tremare & mouerfi ne le ^uancie Zappiate che il furore & la publìcapai^àj tion può effere a quel tremore molto difco§ìo: Ma fe quetio medefìmo tremóre^ h congiunto poi con la na turale letitia del uifo , egli ne continente , ne ca^io , ne modefloyfion è da effere creduto gìamai . Mora ne uiene appreffo yfeben miro a l'ordine del noflro di^ ve la cofideratìone di tutte le qualità che fono negli occhi: Ad a prìmierametCyft couiene alcuna cofa nar^ rare y di quelle parti che loro fono uìcine. llche fap to^con poco poi di mio affanno , fentìrò quella mia  faitca^effer giunta al fuo difiderato fine.Mhora Mef fer Gifmondo 3 già è gran ft'T^i^diJJey.chea quefio pajfo u attendo. Et credo fermamente ypoi che fi feri ue 3 gli occhi ejjere certifiimi teSìimoni de l'animo^ quefia douer ejjere la più bella parte del uoftro ragia . namcnto.Gli occhi per ogni modoygli rijpofe il Con-^ foloyhanno inuerita molta fori^^ a discoprire & ma nìfeflare i mouimenti degli animiiOnde tratto ^da mantio da credenza che a quefio membro douejje ejjerc conceduta la primiera palma^ di dui libri che eglijcriffe in queiìa materia, il primo tutto intiero^ &non picciola parte del fecondo ^ egli in dichia^ rando Jpefe le qualità & le fignificationi de gli oc^ chi . Ma nondimeno , ejjendo comrtìime opinione di tutti i mediciy& di Galeno mafiìmamctucyche quat tro fiano le membra principaihonde parimente hab biano origine le quattro noHre maggiori ajfcttioni; come è dal ceruello l'ingegno , l'ira dal core , dalfe^ gato la letitiaj & la libidine al fine da i genitali; mi pare che per gli occhi maggiormente fi debbano conofcerc quegli affetti che regnano in noi j non in potentia , ma in atto: Et che moHrano fuori , il mouimcnto loro pale) e ipiu dico affai che quegli aU tri non fanno y chemfcofamente , quajì addor-^ nientatì ci Hanno nel petto . Et in queHa maniera fi de credere che intendeffe colui , indici nominan-^ doli & dimoHratori de gli animi . Che quantunque fia nero , che da gravide allegre"}^ inebricta Pani^ ma noUray ej^rima fuori. per lo sfauillare degli oc-  €hi y la ktitìa onde giubila il core ; Et altra par^ te 3 intenendoli fermi & immobili , la fiera &gra ue doglia che la affligge certamente dichiari; Et €he medefimamente , in diuerfe altre pafiionique-^ fio §ìeJJo le auenga;(conciofiacofa che non altramcn te fianogli occhi in noi degli affetti del core pale^ fatoriy che fi fianone icaualligli orecchi; & nei leo ni & ne i cani la coda ;) ISlonpero tKamfeSiano del tutto già gli occhi con tanta for%a , tutti ifemi na^ turali de gli affetti noUri : quando da la alteratio- ne che elli ci arrecano^ ci troiiìamo lontani* Ma co^ munque fi Uia queHa cofa^poco di /otto quali pro^ priamente fiano le fignificationi de gli occhiaci sfor^ faremo con lo aiuto di Dio raccontare dijlintamen» te. Hora come ui difii , trattar emo pria de le gote : Che co fi quefle parti fiiperiori a leguanciCy^ molto agli occhi uicineydrittamente fi debbono domanda^ reiordinateui in quefto modo da la naturayperche el lefofiino come fiepi & argini yper riparare gli oc^ chi da ogni iHrana fciagura che loro incontraffè . Que§le tal gote adunque , fe inptrfona alcuna fi ue dranno tfiere più che la ragione porti gonfie & eminenti , fempre di debole*^ & mancamento di ceruello , & di molta facilita ne lo inebriar fi fono prefaghe. MafeinluogopoidiqueSìegotey lagon^ ficT^ & la rileuatura fofjè ne le palpcbre(non ere do già che ad alcuna di uoifia nafcoflOyle cartilagi-^ ni difopra degli occhi per tal noce nomar/i) alhora ^ue!io è manifejio indicio di grandifiimo de fio ^ & di uogUa .  , MOglia ìnfatiabile di dormir e. Coloro ueramente che di [opra & di [otto degli occbi,han»o parimen- te quelle parti gonficy fentono aduno inejjo tempo, fe ejjère fomiacchiofi infime ór uhbriaccbi.Lequai fignificationi yfono tratte parte da Papparemia de gli ehbri:Et parteM chi hahbia lungamente & fifa dormito:De iquali altri le palpebre^ & altri in que Ho modo hanno gonfie le gote . Gli ebbri.nc le parti di fotta degli occhi,& coloro che da profondo fon- no lungamente fono Hati opprcffi, tengono in quelle difoprayqueHa tale gonfiatura & rileuamento.Ora ne gli occhi poìyche le lucerne fono delcorpo,& da & reggimento dinoUri paffi , u'ha duediuerfe confiderationi : Vuna de lequali, è dintorno a la for ma ed il fìto:L'altra,cerca il colore & il mouimeto. Ma lafciando bora a drieto il faucllare di quefì' ul- tima parte ^ che alhora quando del colore di tutta laperfonafitrattara , ne diremo credo a baSìr.nza» folo farà al prefente la fatica noflra y il dichiarare le fignificationi de la primiera . Confiderà fi adun- que ne la forma degli occhiylagrande';^ piccia leo^ loro : Et nelfito , la concauìta l'eminen- tia . Ora in quanto a la prima , la grande;^ fouer chia degli occhi, non ua fen%a la pigritìa del cor- po^ & la tardità de lo ingegno de buoi : Et la com- paffione , la piaceuole'j^y & la manfuetudincy an* nouerafempre tra principali degli affetti fuoi . Ma la fproportionatapicciole'z^a,poco cuore er timidi', ta manifeSìa. La concauitay con la malitia Ha de h ' fcimie: Et la etnìnentia, con U roTCX^, &Bupore, bdordeTj^a de gli ^fini. Mapiiipartitamente , bora narrare intcndo,di ciafcuna di queSie conditio ' ■ni per [e. Etprimieramcnte,mfo certi che gli occhi •■^ne la manier adetta di [opra molto concaui & nafco fi nel capo, non pojjonoper alcuna altra coja meri- tarne lo de,fe non che per lo acume,& per lo grande ■yMigor de la ui^a-Bene è il nero pero che non efjendo piccioih& mouendofi oltre a ciò come fa V acqua rie iuafi, non hanno con # loro alcuna cattìuita : Se na pcrauéhtura non f offe da qualche altro malua- eio fcgno del corpOy quel male & quella trìfiitia de L'animo che gli occhi non moftrano, con non minore certe'^denuntiato . Ma fe pur gli occhi concaui fi 4:ome ho detto con la pìcctole':^a fi rimanef[ino,egU co i frodolcnti & con gli infidiofi co^ìumi, mai fem- ■fre fi accompagmriano:Ve da laftruggerfi per inr- Midia & per gclofia,gran fatto mai lontani fariano: IqHali fe ahchor con tutto qucHo fecchi fi foffim , la perfìdia & i tradimenti, a i predetti affetti certijfi- tno aggiunger iano.Queni medcfmi poi,con tutte le antedette qualità efjendo languidi CT cafcanti , ac-^ trefcono merauigliofamcnte le fraudi &gli ingan^ ni\ Ma fe la languide73:a d'altra parte conlbumore k congiunta, fappiate lei effere di pa%7:ia, ne debole tie picciolo argomento. 9e per contrario ueramente^ gU occhi nan poco fportajfero infuori, & dal piano auanxaffero de la faccia, & foffero infieme o da un certo rileuamento,ouero da una fofJ'a.^ìretta& pr9  fonda fafciatiyfate ftima che negli inganniy ne Iv fraudi &ne le trifte fcekritaynon cedano da alcun' al tra conditione. Et Je con queUo anchora, abondajJU no molto di [angue i& follerò pieni di sfacciata la/ci viaipotete porli fenT^ dubio alcunOypcr ucraci tefti monidiebbrci^ &.golofita. Mia fe foffcro gli oc^ chi in qucHaguifa eminenti di colore uliuignoyO bia chi come uolgarmente fi dice^ouero imitando il Te- trarca fimigiianti al Zapbiroy la ingiuftitia parims te & laimprudentia gli accufercbbc . Ma jcprejjh di qucftojlc palpebre Hanno loro come grani c^pe^ fanti, tanto più certo de cffere il giudicio de la paX;^ '^a.Se con ValtCT^poi & l'eminentia degli occhi, ciò lo IplendorcunitOy & lapurita^^ lagrande'X;^ l'humiditay quali furono già come fi fcriue gli cechi di Socrateydobbiamo per fermo tenere^ lagiii fìitia^la prudeni^yil buono ingegno ^& la amoreuo le^ay rade uolte difcompagnarfi da loro. Ma da lai tro lato i micidiali di tutti i loro congiunti , gli in-. cantatoriy& gli artefici di ueleni, come già furo na la antica etay EdippOy Oreflcy Circe y & Medea; Et quale pochi anni a drieto è Hato S elino gran Signo^ re de Turchi;portanogli occhi gonfiypiccioliyjechij & tenebro fi. Gli occhi a la fine di foucrchio emìnen ti,& infieme molto piccioli & fofchiynongia fcioc^^ chti^T^a 0 m jnticaggincy ma fi bene maggiore pron^ t^T^ di lingua CT di mani chefifoffe mesìieroy me nano & hanno di continouo ftco. Ora uedete adun^'* qucycomegli occhiyfe buona & proportionata mifu- 0 if L I B ^0 rade haueruìydehhono ejjerc no troppo grandi o pie cioli:Ts{e molto concaui od eminenti: Ma fi conuen^ ga loro y di tenere ^ ne la quantità & nel fitOy uno Siato meT^nozEt una conueneuole & giufta uguali^ taiLaquale come altre uolte già s'è detto, fignifica et nel corpo ^ ne l'anima, buonijjime difpofitioni > c^r otti?ae qHalita.Benche fe leggiermente fuori di que^ fìi prcfcritti termini fi eccedejfe^ Et che ouerogli occhi unpocolino fitti nel capo , ofìa che non molto fofjero più del douere elcuati^non fi douria pero mal uagitade alcuna loro attribuir e :^ni:i [aria ben drit tOya quei primieriyla forteT^ & la magnificentia de i leoni donare: Et credere che i fecondi , la man^ fuetudine cJr lapìaceuole%a de buoi potejfmo haue^ re . Dapoi che in queflaguifa raccontato habbiamo le conditioni de la forma & del fito degli occhi^non fi difdira credoy alcuna cofa di quelle hora delfron^ te ragionareXl cominciando ydico che quegli hm^ni ìli che più del douere quella parte hanno pie dola ftrettayfonofi come i porci ygrojjieriyro'^ & igno tanti : Et inetti naturalmente a tutte le fcientie: a tutti gli ejfercitìj maeflrcuoU & ingegnofi • Que^ gli altri neramente , la cui fronte e grande più che l'honeHoy non fanno ne da la tarditayue da la pigri^ tia debuoiygiamaidipartirfi. Douete oltre a ciò, fa-* pere anchorachela fronte picciola , inflabilita leggere^^*^ ritondaycolera & [degno; CT la circu lare & difuguale & montuofa, flupidita ne ifegni ; ^ jpriuatioìie fignifica di giudicio& di auedimento.K^on laudate medcfmamcnte la fronte molto baf fa: perciò che ellaydegU effeminata & de ilafciuih propria: Ts{c parimente la cuma, alta^ circulare difouerchio:*perche la impudentia^^ il poco uigo^ re de fentìmentiyh da lei dimofirato . 7S(^ mi piace ancbor che h allegriate de la fronte afpera:ouero di queir altra che ha come alcune foffe &gofiature per entroiche ciafcuna di loroydi malignità & diperfi-^ dihjEtfpeJfe fiate dipax^a & di furore; concorren doui ma(fimamente gli altri fegni a ciò couueneuoli, rendere ce ne può tefiimonìanxa fedele. Ter lo acu-- me ueramente,& per la chiare:^ de i fenfh& per la facilita de lo intendere & de h acquìfìare le fcìe tic , è più che tutte l'altre perfetta:la fronte lunga » larga, & quadrata debitamentcccomeperle imagi^ ni.fi uede anticamente hauere hauuto ^4.riflotele:Et nei tempi poco fopra noi trappaffati^ Dante Mdi^ ghìeri. Ha a la rileuatura &a la altc^ di quejia parte, fi richiede molto la liberalità & la cortefta : Etinfieme, la oflinationey & la pertinacia . Coloro che nel fronte, tra lun ciglio t altro non u hanno alcuna ruga ogyin^^^cheft dica.non efuore di ragia ne,& bugiardi & adulatori filmarli: Etccmediffe ^ ^damantio^ feairì & ccnfidenti.llche fu cagione €he Michele Scotto credefje coHoro medcfimi, effer 'grandi i^ìr acerbi litigatori . Ma per contrario , il fronte qui neime7;p^érfiibito fopra il mfo pieno di crefpe & di rughe, che puote egli mofirare & mani feflarealtroiichc a^ttme,penficri,icroflinatione i • • • -1 ' Ora uedendo al preferite, a quello parìrm che fottò a le^loro fignificatìoni chiudono le qualità de latefta^ ' douete effere certi la grande'X^afouerchia & fmifu rata, quale in cofìui uedete(& loro addito laftatua, di Fitellio Imperadore)fempre efere infieme con non poche [celerità : Ma [opra tutti gli altri rei & maluagi difetti y onde gran mancamento fi [ente ne T anima, i principali fono dapocaggine cr uilta ; Et fenxa termine o mifura alcmia, be§ìiale & ferina > anT^i moHruofa crudeltà- T>{e oltre a ciò, la ingorda ^ infatiahile auaritia, ne la ro%a & difauedutaim prudetia, può fiare giamai feparata da lei.Que^ìifo^ no adunque i mouimenti & le inclinationì naturali che ci apporta ne l animo , la corporale [moderata grandezx^ del capo- Maper contrario poi la difdi^ ceuole picciole7^7;ajfe7nprc da luna parte bpriua di bontà, di modesiia, di femplicita, & di ragione, Ut ahonda ne l altra difcelcratex;z^,difraude,di arro^ gantia,& maluagit a. Coloro il cui capò al rimanen^ te de la perfona e froportionato , auengapero che alquanto grandetto X fono cornei bracchi , fagaci^ aUutì, fenfitìuiy & animoft . ^Itri che quantunque habbiano tutta la quantità de la tefla affai grande^ ueggono nuUadimenoxjJcre loro data da Dio la parr' te di [opra ad domandata calua & picciòla &firet^ ta,ne l effere Uupidi^.infenfatiynon hanno cagione alcuna di cedere a gli Jifinii^nxi mdncando in lor ^0 la chiare^ & lo fpledorede lo ingegno ,moflr a M apertamente , di^ effere a quegli animali pari &^ S Ey 0 X'if^O. io8 ftniìgtìanti . \Alcum uerameme che hanno il capo acuto in guifa di pigna^nonfentono al freno dela uer gogna & del rijpettoje operatimi^ od almeno le no glie loro 5 ubidire giamai : Ma come ne la tSirinfeca figura del càpo^cofi ne gli affetti di dentro del core^ non fe ne uanno o da i coruh o da le cornici diuerfik 3V(e ci renino lungi anchora quegli altrì^che hàiedh la collottola^ ciò e la parte di drieto del capo , baffa ^ humile, fono per quefìo fegnoy conofciuti d'e/fert animoft & arditi: Et fc alcuno , fieri &' temerari il nominaffe certamente non errar ebbe. Da l'altro la-^ ìo.non douete punto di quegli hitomini fidami , che tengono qui ne le tempie molta concauita:perciocht fempregli trouerete efferefrodolentiybejfardiy&ìn gannatori: Et hauere tuttauia nel petto & ne tani^ nió loroyin cambio di piaceuolc^rjr^yitroftaÀi com^\ paJfione,odio:& di manfuctudiìie & humanita^ fie^\ re^T^ dia fine & difdegno . Ora la forma adunque, de la tcfìagiufia & proportionata: non d'altra qua. tita rfe ' e/fere che mediocre : onero più tofto minore, alquanto che grande : Etprejfo a ciò , ritonda ne la parte dinan'7^ & di dietro} Et ne le tempie non con taua ò cauernofama leggiermente baffa & humile-^ Quegli huomini per tanto chcdi quefla manier^f portano il capOy abondano principalmente di inge^ gno; Et fono ne corti Moni j pictoftyhumamj pcuA denti: J<(e in liberalità ^^graìidei^ d^anmòy q m ^bauere di continouo accejb iL coré4i nobili>&altK &honorc{tisi^d^conceiono^gi^^ 0 ìlU L I B ^0 perfona le primiere parti.I{efla bora carne fiimo,d^ uendo porre a queHa mia fatica l'ultima manoy alca na cofa a ragionare anchora de le qualità degli aree chi: membri come diffe la antichità reuerenda ^ala memoria facrati: benché alcuni letoriya la fapien'^ iredeffero. De i quali i piccìoliffmi y le malìtie , U libidine , i furti y & lefcelerate^^e^ propri & na* tur ali affetti de lefcimie^ [hmprecon ejfo loro fo^^ gliono hauere: Douei troppo grandi ^ come a gli Ufini ne le qualità corporali fanno ritratto ; co fi ne l*ignorantia, ne la Ì7ifenfate^ per co fi dire , & ne la fciocchexi^ cT balordexj^ & fimplicita > che uoglie fono & pajjioni di mente, fe ne uanno a que^ gli Heffi animali parimente drieto • Gli orecchi ue^ ramente di me^ana grandei^ y formati come dif-- fe il Ouìrini di bel punto un me^o cerchio , & con^ ueneuolmente dal capo jpiccatij di molta facilita ne lo imprendere , & di acute's^a & di ecceìlentia di ingegno danno argomento 2 Et infieme anchora di humanitaydi cortefia.di prudcntiaydì manfuetudine, ^ di pieta.Con gli orecchi poi oltre al douerc da la teHa jpiccatiyleuanita& le fouerchie dande ; Et per contrario co i molto attaccati,Hanno fempre la pigritia ja ro%e7;x^y& la tardità cofi del corpo co^ me de l'animo . t^de uolte oltre a do gli orecchi molto lunghi & Sìrettiy da Vinuidiafi dtfcompagna m : I fecchi & fottili y da Vanfieta & da i dolori ; £tdi ritti & difiefiydal ftlentio & da i molti penfià ùiEirbuona cofa ancjf (ira cheperuoififappia: eoltt . lop ro che ne gli orecchi abondano di molti peli y haue-^ re oltre à tutti gli hmminì -perfettijìimo udito • Da poiché fuHcmto fino à quello termine il Conjblo ragionando , non altramente che foglia un nauilio iìanco per molto uiaggioy CT cui non poco anchora di uia rcSÌi à fare.rìtrouato qualche picciolo fino di m ar e yr accoglier ui fi denti'Oj fi per ripofarfi de la durata fatica-^ & parte per prouederft de le nece f far ie bi fogne al fuo camino ; ucggendofi condotto oue facea il fuo ragionamento queflo breue golfo , raccolfe al fuo dire le uele , CT fermofii ; non meno per riprender lena; che per prouedere à ciò che di più auanti dir e gli era mefìiero.Laqual co fa, preflo occafione àgli altri di fare il contrario. Onde tutti infieme , lietamente fi diedero in fui ragionare de le cofe udite : Et quale di una parte y & quale di un'altra che più gli era a l'animo fauellauaia colui lo Sìile^a quell'altro la dottrina piaceua : L'ordine ad altruìyad alcuno la diligentia aggradiua : Et eia ffuno diuerfamente,ma di uolere in quejlo mito co gli altriyne commendaua & ne lodaua molto il Zor no'j^.Terche egliyuago che a cot ai parole fi dejfe^ ro lejpallefmterrompendo loro il parlar e y in quefto niodo rincomincio JÌSfon perche con molto di coltu- ra ut fi Hudi ogni giorno ydiuentarà il pruno mela- xanciogiamai:T>(e mutata la primiera naturayil fal m fi farà ctprejfo. Siate contenti adunque^non ten^ tando cofa che il foHenerla o difficile , come Himo impofiibile HÌfìày lafciarmifeguitare narrando co- mepromìfiyde le condìtìoni del colore di tuttodì cor po:cofi ne la carne per [eccome anchora ne i peli^i^ 7ie le ruote degli occhi riguardando: De laqtial co^ fa (pacciatomiycon poco altro che apprejfo foggiun^ gafaro del tutto de la mia fatica diliberato. Et fen %a altra rifpoHa ajpettare^cofi feguito. il colore ne ipeli ne la carne molto fofco & ncro^fignifìca li bidineiaflutiay& timidità: De laqual cofa cffère ce ne pojjbno efjmpio , 7 Mori de l'africa ^ .dela BarberiaiChe di tale colore dipinti il corpo da là no, tura i non d'altre maggiori & più uìue affettioni § fentono fe hauere l'anima pregna . La carne uera^ niente hianca^chiaray & humidetta y accompagna-- ta con neriftimi & foltifiimipeliy colera ne la com plefiione ; & ardimento , ingegno , piaceuole']^ ^aymobilitay(^ incoslantia , ne gli affetti fuol di-^ moUrareiMaper contrario poi y con rari & hian^ chi peli congiuntaydi fouerchio humore nel corpo , Cir di molto timore rie l'animo Ì proprietà generaU mente naturali a lefemincyctla fempre èjjer fcgno fi crede, il còloYè adrmqiie temperàtàmente d'àm^\ bedue quefti efìremimefcolatOyciò è di bianco & dì heroyquale è il hàtutale colore de i Lèóniy che bru-^ no è uolgarmcnte domandato da uoi y non fofco pe^ ròyma chiaro anT^ ^ apertOy&da le proprie'uoglie de i Leònìycbc fono animof:ta^7ìiagnificentiayftrita^ & orgoglio yì[ion h^ufato di 'partiì'/i giamai. ^ltrh che grandemente s'à ffòmìglianò ài colore de le Fot f i^fono fi comè àptitQj^tiegti anijfiàti^mti cafcAHti SEC00 ìió ' dì ue%^i: fcelerat'ua^ìuti : & pieni fmpre di modi feccioji:! pallidi , & che mostrano ìtel colore & ne gli atti turbatione alteramento^ fono timidi A^-^ boli-,& paurofi'parte perche aiia:^ ne la loro com* flejjione l'humidita:Et molto più > perche naturaU mente hanno quelgeHo del uifoy che fogliono gli al tri hmmini hauere^efjendo per accidente^da alcuna fiibita paura sbattutiSìSle ni fi. [cor di maiy ani^ tene te per generale regola & norma, che lapaUide^^ naturale, non dinerfa dal colore de la cenere o del piombo, ilche fu come indicio digraue maluagità a Tifone oppofio da Marco Ttillio^nonfilafciadrie^ togiamaiyncl corpo laprigritia & la tardità: Et ne l'animo la incontinentiaylcjfeminationey te fraudi > le fimulationhgli ingannici tradimenti , la perfidia^ & VempietaiLequali trifiifime coditionijyen teme uà Cefare in Bruto & in Cafiioipiu affai che egli n$ faceua la ebbre^^ , la libidine , & la crudeltà di Marco Antonio di Dolobella : ^n'^ che dico io '^pÌH affai? Che queUe, non mai il fuó animo moffero : Doue quelle, pur fcmprelo moleHarono . La carne 'gìaUa,& che molto col mele tenga di fimiglianxa^ come che poca cofa ella ne fia lontana dal tempera^ * 'meto y moHra nondimeno cheVhumore &lafred^ 'de'^^yfouerchi per alquanto la conuencnole propor ^tione:Onde ne feguita primieramente ne le parti in trinfichedi quel corpo, il difficile & tardo mouime to del fangue:icìr per ciò de gli fpirti: Etpoiinquel le di fuorivia pigritia (^y h tardità de le operruìo^ ■ i  liO nhEt al fnt negli inuifihili affetti de V ammolla ti-- midìtàile ciancie,^ lagolofnà . Ma come poco la complejiione fi parte come ho detto da la mediocre temperaturaj cofi fi de filmare che le cofe che a lei uegono appreffo^no debbano per modo alcuno andar fenefin negli eHremi:Ma il quanto ciò fìa , non con parole o regole infegnare y ma con accorte':^ ^ ^ giiidicio fi puote conietturare. Ver che fe ben uedre moyqwxnti à punto hoggi ci uiuono huomini , tante fono quafi Le mefcolan%e temperamenti de le complefìioni: Di che il uolere darne certa partii culaìfe ojjhuationejfarebbe certamente difficileyan ;(f pure impofiibile imprefa.Terò d'alcune cofi in ge neraleycome ho già cominciato parlandoneyle minti te & copoHe differe'Z^ che tra tuna & l'altra ìiha no di loroyin tutto al uofiro giudicio me ne andrò ri mettendo.Ora adu7iq; feguendoydico che i uerdigni non in tutto fecchinepouerineluifo di peliy come che di colore poco più fofchiopiu chiari gli habbia no de la carney fe ne rimangono come quegli ultimi poco difopra narratile ol timore y con le bugie y con le cianciey^ con le uanitày Et fopra tutto ycolgolofo tS^accefo defio del mangiare. Ma da l'altra parte ne lo fdegn0y& più nela fi>iac€Uole'^ayper nonpo €0 dì (patio loropajjàno auanti . Se ueramente^on quello già detto color e ^unitì fono rarifiimi & nerif fimìpeliy& infiemegrandiffima fecche'^^ di carne noni facile a raccontareyquayitainmdiay & quata ^iac€Hole';;2^yq!teJìe tai qualità fi tirino drietQ;2^c. . rir inoioftpenfieriyne le cure folUcite cr anfiofe , ne là vdiofa & fcontenta mdigmtà^giamai dalor fi allo tanano.Di coloro poi che ne la carne & ne i pelifo no uermìgliyé propria naturalmete la prcfte':^^ la mobìlità^ia leggere^^etla udocìtàtcofì ne le aper re, & manifc/ie opcr adoni dclcorpo;quanto negli occoltì&chiufi mouimeti de C animo. Et quanto que Ho colore è più infiamato r7 più uìuoytanto douer ef fere maggiori i predetti affctti^ccrtamete ci è da lui dimoHrato: Et tale fi potrebbe egli efiere anchora , che laprcHe':^ in furiarla mobilita in impeto , la legger e%^ in precipitìoy& la uelocità in ììrahboc camento ne mutar ebbe: Et cofi di unpicciol male » ^ di poco moment Oy uno grandifiimo CT molto im portante fe ne farebbe. Ben èuero però chequeUa uiua & molta roficT^yCjfendo con humida^S^ mol le^zir candida)& chiara carne accompagnata , non ofcuri inditi di ahondan%a difangue^fignifica facili ta&p rontc:^ di ingegno: Et buona, ^ cortefe , Cjr amoreuole natura: Et facili fiima a rimettere ^ a perdonare tutte le offefe.Ma non a^ et tate già in coloro quefli ultimi buoni affcttiyche hauendo ipeli uermigli come bragie , & come acce fi carboni^ gli habbiano medefimamente durifihni & fommamete grofii: Et inficme la carne fofca.nera^durayVt ajciut ta.^nxigiudicandolì pieni fempre di furor e, d'ira^ fj;- diferuente fdegnOy & abbondanti di malignità (ir diprauì ^fcelerati penfieri^non maiingiufìa^ mente farete: medefmamente > fe le infidie^ le I  fraHd'hi tradìment'hó" U mancar de lafede^con c/- fo toro congiugnerette . Ma fé queiìo colore come fiamma uermigUo nel petto fi uedc.da la molta coh ra che regna in quel corpo,quafi da acuto & da fu crentcHimoloyne èfojpintafeggiermeme l'anima ad adirarfi.Tle altramente fentono coloro tn fe auem^ re>che portano le uene del collo &de le tewpie,gra demente gonfieyatnpie,rUeuate,& apparentifìme . lequalìammeduefignificatìon'h dal gefto di coloro /«) o«o tratte,che per accidente fono talbora adira ti-lqualimentrefonoaccefi nel furore ardcntifit- mo de la colera.CT nel petto , nel già detto modo fi tnfianmanoiEt ne le predette uene, non poco fi gon fiano.Lafacciaueramente tutta fparfadi colore di rofe,come cheipeli o biondino uermiglhod' altra ma niera coloriti fiano,fuole ejfer fempre nuntìa di gi9 condita & di letitia d'anmo:Et troppo più di mo-- elegia & di uergogna-.ouero come fi diccydi arrofiir fi cr di uergognarfi con poca difficultà . Ma fe que-^ fio colore , non per tutta la faccia come ho detto h. fbarfo , an'^folo ne le guancie è riflretto, ne la eb- fcrc^^cc^ , ne l'ingordo appetito del bere , può Bare gran fatto lontano ofeparato da lui . meno da l'apparentia degli ebbri fi è tolto queH ultimo fe-^ "noyle guancie de i quali fa come rofe fiorire la abo %n'zadel beuuto uino ;cb e' l primiero fi fia da colo- ro,cbc per alcuno cafo fi uergognano : Onde per h fan"uefoprauenutoM,arde la faccia loro inguifa di fiamma . il phìlofopho aUma che gran pc^er* I . flato fen'^far mottOypoi che cofi lo Spaghuolo beh he detcòijeriteììdo Ui del fno ragionamento rìpofar fiyin queHo modo parlò. B^cor domi ejjèndo ancbora giouenctto^an':^piu lofio f 'anciulloyhauer ueduto un principe che faceua fecondo la uiltà di quei tempi la Italia tremarcybaucre il nafo tuttOy^ quefte par ti del uolto che gli fono uicine , tinte di uno ofcuro rofforei Etpiu tojio a [angue congelato^ od a fegato fimiglianteychc ad altra qualunque cofa fi fojfe . IL^ che fu poi cagione iche notati & aduertiti i coftu-- mi di luiyio face/a in tutti gli altri buomini che quel le parti cofi fattamente baucuano rojje , una certa mia paticulare offeruatione:Etfi m' acorfi poiy&ue r amente comprefh effere in tutti loro ugualità per cofi dir e y& fimilitudine di appetiti • Terò mi faria carOyche anchor uoi la opinione uoHra me ne dice^ fteiaccioche come bene per ine medcfimo mifofii ap poHo a la uerita^ intendere mi faceUe.Dalucro na ui farete dipartito rifpofefubito il Confoloy in giudi cado co fioro fceleratijfmiiEt pieni di tutti i uitipitt enormi &piufoi^. Difiderofi di patire le disbone Hafeminilhcontaminatori de la bonefia de fanciul liibeuitorifen^a modo & fen:^a mifura : Et al fine malcdicentiyinuidiofiyCÌancìatoriyfuergognatiy& fo pra tutto fieri ftimi & crudelifiimi.^ queflo il Fo-- glianoycertamente fegli animi fi potejjero difie di^ finger e ygia non faria pofiihile di meglio &, più mi nut amente colorimele qualità , & le uoglie de le inenti loroiche col penellq de la lingua,a' colore de L I B 1^0 le parole^ ce le habbbiate ejpreffamente fatto uede re. Ala poi che la confcrmatione di uoimi ha rendu to certo itne non hauere ne i termini di que^ìa dot- trinafalfarncte Uimato/egno fia che lafciando que fìi rei htiomini ftarfi ne la lor mala uentura^ quello fegtiitiate^che più auati a dire in quefia materia ui re^U.^lhora lo Spagnuolo , diftendendo alquanto la Jiia dejira mano^quafi in qual modo lignificare uo lendo che fiejjero attentiyin cofi fatta maniera rifa mllo.lSlegli 0 c chi yap erte i& chiare, & lucide fine Sire de l'animo , del colore de quali hora è ben tepo che fi ragio7iiymolte CT uarie confidcrationi àfono . Ma nonperò.fono quefle differei^ein tutto l'occhio egualmcntcxanxi in quella parte folayche circodata dal bianco jfafcia & fta intorno a la pupillaXaqua^ leèuolgarmete nominata il ncì'o de l'occhio: Et da ^alcUnìpiu dottila ruota.^o hanno adunque in aU cun' altra parte fuori che in qucfla^ la propria loro hahhatione quelle diucrfita , onde ( fi come il perfo dal uermigliOo& l'aTiurro dal uerde)fi dice uariare ^ ejfere diuerfo lun'hnomo da V altro nel colore de gli occhiXhe lapuppilla e'lbianco(come chiaro &^ aperto fi uede)pcr qualità di colorejn tutti quanti gli huominijono fempre quelli medefmi: fen%a ha-- uerui da colui a quefi'altrOy alcuna uarìcta . Il nero adunque folamente è quella parte che uaria: ma no gia^come e flato fententia di alcuni non indegni dot tortane i cauallifolo & ne gli huomirti: ma ne i cani anchorai^ ne lejcimic : & in molte altre jpecte di animali: . ìT^ fi come noi diligenaemcìnc habbiam'o dfferudt(K T^le pure è differente rfue[ìa parte, gli huonàm tra laro confiderandoy & luno ir^eme con T altro para gonandoyma in im corpo medejimoyfecondo che egli o più. 0, mti.no. annouera anni.fi fcorgono in lei non fìcciole differeu's^e.Concìojìacofa che altro fia il co^ i^rc di qiicjla ruota^ injtn tenero & acerbo bambir m:aUrOy inm .Imómo più maturo & fermo: & al- tro. al fine yin m di già mex^: ^peruenuto a l[efirc tna uecchic^i^^ Ma le puppille neramente come ho dt^ttOyTkcXa tonalità &.mlcQlore.no uariam gia:Ma foto rie là qudntitay& nela grande'^ . Terche fa^ f ere conmenfiy cbje k.picciole.come portano le yol-^ piyi Serpenti^ & le Scimieymai ne da maluagita^ ne da caniuipmfieri, ne da ouaritìuyneÀapQco qgdir fhento^triSit uogliè che l animo imgombr ano di qtic gli animaliynon pojj'orio jìare lontane naturalmente., Ma'comc che in tutte^lf maniere ^ le qualità rfè gli occhi y lapicciolex^ de le puppille fia rea;eHa è peggiore affai , negli occhi bianchi er ulìuigni : EP. pejfima poiyje quefti Hejfi fono concauiyfecchiy& tt nebroft: Ma in molti doppia ani^pure in infinito ne crefce la fua malitia > fe con tutte le conditionipre-^ dette.fojjero gli occhi macchiatiy& Jparft di alcune, punte di uari colori Ma da l'altro lato la grande':^ %a de le puppille y poi chetalìinquefla parte fono le pecore ei buoiy chepuote ella altro fignifìcare , che tardità di ingegno :groJfe'2^ di cerueUo:uanita:foffe rèntia:^ femplice &ro7^ humanitafaccioche non V i L 1 5 i^U minore lei femhìanxafojje ne le inuifibili paffionì de l'animo; che ella fi fia ne le manifefie conditioni del corpo. In fomma^le puppìlle come tutte V altre mera braydebbono ejjere j?roportionate:Et tali effendo^et giuflitiai& bontà buoni coHumi dimoHrano: Do ue color OiCui d'altra guifii furono date da la natura^ eJr fconumatiy& maluagh CT ingiuri ^effer e per ciò fi comprendono . tt [e per auentura alcuna fiata aue nij}e(ilche pero fia di rado)che da uoifojjero ueduti chi le puppille hauejjero lunge & ouali j oucro di ijualunque altra forma angularhbcne & ragioneuo le è che fappiatey i naturali mouimenti de l'anime lo ¥oyCofi da VefJeregiuHiy o buoni ^ od honefli trouarfi difcoflo;come daldieci^l'uno: dalpefi), la leggere':!^ %ai& da la Brumali folSìitio del Cancro Jh{e punto fate Hima che quegli altri più ui s'accoftino , chele puppille (tutto che de la ifteffa forma ) nondimeno l'una ne haueffino maggiore & più ampia che Val^ ira^r T^el bianco poijfe ben non u'è partitamente dif feren%^ alcuna di colore o di quantita^u^èpero intro dotta una certa diffomiglian^a^da la qualità di alcu neuene che per entro ui fcorrono:LequaiyUermigUe^ moltei& chiaramente uifibilieJfendOi mo^rano che la colera ahondi nel corpoiEt lo fdegn0y& lafie re7^ r^e inanimo. Ma fe elle tantey& cofifolte^ & cofi grandi fono y che in gran parte il bianco quafi tutto ne coprano Jlimat e pure che gli affetti che con loro fi giungonoyfiano oltre ad ogni termine honeiìo & diceuolefuribondi:Et fe con quefìa tale conditio  ne y fojjero gli occhi tutti in fe od humidì 0 fèccht^ Vchhrcz^y con Ihumidita; & la furia impctuofìffi-^ nta^con la fecchc^ credete che alloggi . Ma quan^ do il bianco non in quello modo Jparjò di uene, an^} fia tinto di pallido liuidore , c^r che tutta la quantità de l'occhio (come che grauemente) pure JpeJJb fi ma myrnetteteloper certiffimo fegnoy diferma^^ tena xey& profonda memoria:Et di buonifjlmo giudicioi Etinfiemc dipenfofayintellettuale^& contemplati^ ua natura.Ma perche con maggiore diflintione pro-^ ceda il noflro ragionamento, onde più facile ne fia parimente la ìntelligeni^a hauete a fapere che la ruota degli occhi , laquaLe come difopra narrai Ha intorno a la puppilla,& è circondata dal bianco j no può generalmente parlando , ejjere d'altro colort^^ che 2uno'di queHitire.Tercioche o eUa e tutta axyr ra: Et ha intorno a lapuppilla alcuni raggi bianchi che a pena fi Jcorgono.llchefi come ftimoy diede oc-^ cafione primieramete^che gli occhi tali che Cefii da i Latini furono detthfoffìno communemente nomina ti da quel colore. Ouero che ella è uerdigna:Et i rag gi che manifefti apparenti efcono da lapuppilla^ fono di colore d'oroylquali non altramente leftanno dintorno ^che fi facciano ìfuoi cerca la ruota de l'ho riuolo : Donde auiene > che elli quantunque uifibil- mente da la puppilla fi partono > non cuoprano pero tutta la ruota : 2S(e fino a l'ultima eflremita di lei che è contigua al bianco, pojjano peruenire^ Laqual cofa, non in tutti gli occhi tali medefimamente ; ma T ij TI \QL IBU Z . , ih alcuni pìuy& m alcuni meno fi trouaXonciofiaco Jaycbe talhora i raggi per poco di (patio lotani da ta puppilla finifcano: Et nota lafcino in queUo modo^no f icciola parte de la ruota: Et alcune uolt comandino M punta loroyfin ne l'ultima circonfer ernia di queU la. Et in cjuefla maniera quella parte fola nota ne re -Jktj che tra le onde diro cofi , de l'uno raggio Cir de altro rimane. Or aper che in quesìa forte d'occhi fi -fcoprono almeno due qualità di colori.ynoii latini -imitando iUari li domandiamo: Ma i Graci da la bel^ lex^ loro tirati^ non per quel folo nome gli appella i rono; ma gratiofi ancbor^ li dijfcro : Èt come che ^iu belli di tutti gli alttk co fi anchùranHntij di mi^ ^cgUori affetti jhehbero opinione che fofft rò. Vultima :poi generale qualità di queSìa ruota , è che i raggi ufcenti da la puppilla fiano cofi forti & Jpeffiychela 'ingombrino tutta infino aia fua ultiirm parte: Et, alhora gli occhi tali , fono addomandati neri : non perche neri fiano ueramente: Che an'^ da uicìno fifo miratijfi fcopre in loro il colore giallo: Etprov ^riamente ad oro fimile . Ma perche di lontano y jion co molta attentìone guardati^ fcgliono ne la pri ma uiSìa fempre hauere quella apparenza • Ma que He uniuerjali differenT^ lafciamo : Et d'alcun aU tre , che più particular mente fono negli occhi ua^ ri , Jegiiitando diciamo . In alcuni de quali , ne /V- firema parte de la ruota , laquale come la carne a la peUe.è congiunta al bianco de l'occhioyucdefi talho^ ra uno cerchietta nera : xiuando ^ uno bianco: fpcjjìà^ » . ir^ uri^altro-^aguìfa d'oro lucido & YÌjplendentc:Etal^ cune uolte^uno uergato di più colori come Inarco ce-- IcHe ♦ De la nerex^a^ ne h cagione la ftccita : Et la ^hondan^a del muninconico humore . // bianco^Ja humìdita & da phlegma procede. T^afce lo Jplendo re yda punta di fangue.Etlauarictaylafua origine ti ra da lo eccejjò di quegli humori yche per cjutjie re^i gole ejfere ne gli occhi fi intendono: Donando tutta^ uia il Uerrhigtio accefOj ouero ilferrigno^ol rugino foyfe in qucUa mefcolan'T^ u' hanno di tai coloriy a la fuperfluita de la colera. I primieri,non fen^ cagio;- ne luuidiofi & maligni pojjono ejjer e giudicati:! fe^ condì , uani & bugiardi : T\[e hanno per ordinario molto acuta uifla. I ter7^Mbidinofi:Etgli ultimi a la fine golofi 0 inteperatiMa fegno alcuno di colera^ hauendoy& priui medcfmamentc effendo di humi ditajnfiemecongli affetti predctti,il furore aggiun gereft conuienese ueramente la fecchei^ con l'hu more cambiafiinOy& magnanimì^& fortiy& uera^ ciy& giudicìoft fartbbonoMa oltre a queflo^non pO, co di afprexi^ neglifdegni ritenirebbono: Et drie^ io a tutte le cofe Peneree,fcmpre uanamente fi per derebbono . Ora perche(come difopra alquanto ne toccai breuemente)non pochi fono quegli huomìni che portano negli occhi impr effe alcune punte di ua fi colorijragioneuole flimopria che d'altra cofa aU- cuna fi trattiyle fignifìcationi di queflc apertamente moflrare. Et come che generalmente in tutte le qua lita degli occhiale punte ^ le macchie fian reefpur T iij  re nondimeno di gran lunga fono peggiori negli oc chi bianchi & uliuigni: onde coneJJòlorOyi tradimen tiylejraudiyle rapinerie maUtieyla f^gacitayCt U sfrt nata temer itayfempremai fi congiunge. Ma fe ne gli occhi nari alcune poi ce ne hauefiinoy la roi^'j^a ne lo intelletto , & la ajperita la {piaceuok7;p:;a ne i cofiumijcertamente fi menarebbono appreJJòéMale fanguignCycheper entro agli occhi neriycome le fiel le nel Cielo y& ne i prati i fiori uederete fparfey non altramente hanno gli affetti loro maluagi che IOt leandro CT la Cicuta;& l'Orione e'I tempeflofo jir turo fiano foliti hauere.Oìide fia fempre bencylo flU mare che da homicidijyda dishonefia Ubidiney da fi-m mulationiy& fopra tutto da aUutia nel fapere cela^ re i fecreti del cuor enfiano da ogni tempo feguite ^ Quelle altre poi che di pallido &fofco colore mac-^ chianogli occhiyfanno forgere ne l'animo uogliayche tutti gli huomini un fol capo hauefiino:Et quello(co me dei Bimani diceuaCaliguld) uedere pofcialor tronco. Et a quefia fi grande & cofi fiera malignità^ fi unifce naturalmete lo appetito de le cofe impofiibi li: Et la inuefiigatione (benché a cattiuo fine) degli accolti fatti de la natura & de gli huominiMa non rcflo ^damantioyilche da noi certifiimo se ritroua tOydi mettere non meno infieme con quefleil timo-- re;che con le fopr adette il furore fi flia.Ora concbiu dendoyin fomma affermo che le macchie tutte degli occhiycume iljuccidume & le lordure a ipanni,tol^ gono a l anima la nette^ & lapurita.Ma jper di^  fintamente bora di tutte L'altre qualità del colore de gli occhi narrare ydouete hauere in mente ycbe ne i tenebrofi & ofcuri , u'babiti di continouo qualcbe fnale:& qualcbe Tirana & borrenda fciagura. Iqua li poi [e infìeme con l'horror e & con Cojcurita ante detta fcccbi & aridi fojjìno, tanto più certi tejlimo ni di perfidia & di infedeltayne uerrebbono ad effe rei Et fe co tutto ciocia picciolc'j^ anchora conefjò loro fifoffcytanto meno di cagione bauete di douere lor fede prefiare: Concio fia co fa cbe di fraudici ma lignitayditradimenth& di inganni fiano abondan^ tiffmi. Quei foli , tra tutti i tenebrofi alcuna parte hanno in fe di bontay che di conucneuole grandex^ dotati ypiu cbe mei^namente fono bumidi. Quegli f foUecitudine & cofìdtia;quefìiyConfideratione & do edita; Et quefli ifleffureligione & timore ne l anima impartono: Et del core la liberalità de le radici fue^ gliendojn uece di leiyO lauaritiayO la miferiayod al-- meno la parftmonia ui piantano . Ma fcmprefgene^ Talmente parlando) quefla tale ofcuritayfi tiene con-* effolei la perfìdia & lintemperantia:Laquale tanto e maggiore & più crefcCy quanto più fono borribili & ofcure le tenebre. Da l'altra parte gli occhi lumi nofi & rìfplcndenti , come per la qualità del colore a i fopr adetti fono contrari ; co fi ne gli affetti cbe loro die per compagni la dìuina natura , come viete a la Libra , CT al Boote il Canopo , & come il Sericano a VlberOy& a l'Ethìopo il Scitta^fono co-- me fi dice distanti per tutto il diametro . Onde , &  Z di grande':^ & di eminentia l'altre buone condì'* tioni haucndoyfono fen%a alcun fallo yuia più che tut ti gli altri difiderabili ^ T^e fogliono altro di incom modo hauere conejjoloro , e/fendo tuttauia fi. come quei di i Galli lucidiffimi , & ardenti di puro fpleìi^ dorcyfaluo che la iìicontinentia & la libidine :Ondc^ fia jàno configlio y il non commettere quelle femine a la guardia loro > che caHe ^pudiche difideriamo che uiuano : altramente con la paglia il fuoco, e'I Lupo con l'ugnella, tardi & con noftro dannOy a la fine ci auedremo di hauere infieme congiunto . Gli occhi uariy che grandi & rijplendenti & humidi/ia noconueneuolmentey diforte^i^ di corpo^di graUfr. de.':^ d'animoy& di ualorey& di ingegno prejìanò fede: Et a quei fi ajfmigliàno , degli animofi Leonia ^dele fiere àquile. Ma fefofiino grandi folamen te più de l'hone^ìo, & lucefilnoy CST mouejfmfi nel ri mirar ey come quei fanno degli huomini acce fi d'ira eìr di J degno y& Uefiìno le palpebre loro molto lar^ ghe & apertcycon uerita fi potrebbe dir'eyloro ejfe^ re più di tutti gli occhi tri§ìijfmi:fi come quelliyche a i Lupìy & a i cinghiali portando fembìan^a , non potrebbono da le maluagie uoglie di quegli anima^ iiycffere lontani giamaì:jtn%i di crudeltay& difie^ reT^y & di rapacità 9 di molto gli uincercbbono • Se uer amente con la picciolei^ uibrajjino , / mali-- gni &frodolenti cifcopririano.-Doueco lagrande's^ %a y ci dariano manife§ìo indicio digolofita, difoU Ha , ^ di fciocche'^ • Ben è ucro che gli occhi in  tty ^itetia guifamouemifi i ne per humìdìtay ne per grandei^y ne per jplendore , dal medriocre CT ra^ gionemle flato partenti/i , e^r con tutto queHo Uca ti ejjendo & brilLant'h dimofirano eccellente & ra^ ra alte']^ d'animo : altero CT inuincìbile jpirito , Cìr ardentijjimo & ineflingmhìle difiderio di gloria CJr d'honore . Ma non crediate pero , che per que^ ^ìe fi buone & fi lodate conditioni y manchino da r altro lato o di fouerchia arrogantia : &nel uan^ tarfi majjimamente : onero di cbbrc^a : & di ira sfrenata CT impatiente : Et del corpo parlando , di ejfere da lepaffioni del morbo caduco di leggiero ah battuto.Tali (come fi troua fcritto) furono gli occhi del Magno ^lejfandro : In cui le qualità primiera mente dette , lo fecero empire di fuoi triompbi eSr* di fue uittoric , le parti Orientali tutte del mondo : £t le feconde , a" la uccifionejct .Jpinfero di dito Calliftene : & a l'incendio de l'antica Citta di Ver-^ fepoli . Or finalmente adunque , & per ttniuerfatc conclufioncy tutti gh occhi che uibrano y come fe jat tare uolefiino fuori del capo y hanno fempre in com^ pagnia loro , qualche tritio uitio : Et qualche grauc & biafimeuole {celeraten:^ . Quegli altri poi y ne i quali il rifo CT il piacere albergay tenendo con la feù. the'xj^ infìeme y le palpebre cofi me'xo chiiife , & guardando come qui sufa a dire difotto co'7;j^y non fono àegni inuero di lode alcuna : Et meno anco que gli altriyche con tutto quello fono concaui anchora^ \An'^ & qneHi & quelli y uanno fempre qualche 1  ria malisagitafabricando. TriHo è parimente il foy fe nel fronte y ne legate^ & ne le ciglia, uba uno certo tremore : Et più cattino poi yfe chiudendo & aprendo jpelje fiate lepalpcbre, mirano intentamen te: Et triliiffmo al fine, quando di loro natura Han no gli occhi aperti(fmi.^lhora neramente il rijò ha meno in fe di trifiitia, che egli comolta humiditade è congiunto : Ts[e fuori che uana ór fciocca fcmpLici tay ór non potere fojferire i dolori, altro di male gli. fi può attribuire. Ida fe con quefto humore lepalpe braflejfmo tefe , ór molle il fronte, ór molli fofiino queHe parti qui intorno agli orecchi, ciafcuno uitio in tutto da Ce difcac dandone , fi rimane il rifo in compagnia de le uirtu : De lequai, lagiufiitia rende gli huominifimili a Dio : laprudentia , gli ammae^ Sìra: la amoreuoleT^ la pietà CT la manfuetudine > li fanno cari ór grati ciafcuno: Et la magnifìcetia al fine,il difìderio de la gloria & de Vhonore nel petto gli infilila . Ma per contrario gli huomini di fiera Órpauentofa guatatura , hauendo pregni gli occhi diconueneuole copia di humidita,fono penfofi natu^ talmente & ingegnofi . Doue fe la fecchcj^ infie^ me con la ferita de lo fguardo fi accoppia , alhora Ibene in male , l ingegno in malitie, ór li penfie-^ iri in dijperatione in un tratto fi mutano : Et fe con tutto queHo , ajpra la front e, gli occhi fermi , ÓJ* ritte fofiino le palpebre, incrudelifcono ne la feroci ta de le uoglie; ardifcono a qualunque imprefai Ts(e finalmente^ alcuna cofa non tentata lafciano . Et poi . llS che m'è auemto di fare bora mentlone de Ictferme^ %a & rigidità degli occhia da quejio non miparten doy hauete afermarui nel core , lei ejjere aperto ^ manifejlo fegno^di maluagie & trifie offe tt ioni ehm fe & occoltenc ranimo.Magli miuerfali lafciando, er ne iparticulari col parlare entrandoygli occhi in queHo modo fermi rigidi & fifii^ inft eme con llm^ miditayil timor e-ycon la fecches^x^yld menticaggine; 0 con la pallide'^y lo Hupore argomentano. CoU ro poi che con la rigidej^ leuano altamente le ci^ glia^aprendogli occhi come fe per efii rejpirare uo^ Lefimo y fono [degno fiy crudeli^ imprudenti^ maligni ^ CT Jìoltamcnte faui . Ma fe col rigore fono gli occhi grandi & di colore uermiglioy infatiabile nehlaga la'& sfrenata & ardentijìima la libidine.Et fe con • quefioy hauefiiuo le gote ma certa fijfura, non fi de ìlare in dubbio che la sfacciatex^y la ingiuHitiaM infatiabilita (per cofi dire) & la dijperationcy CT h mala cotentc j^yfempre co i predetti affetti non ua dano.Gliauarh & di continouo a i guadagni &for feale rapine intenti da gli occhi piccioli & fermi fono moftratidqualife medeftmamente tra le ciglia il fronte crejpajìinoy o fia che per natura molte grìn c(e n'haueffino , frodolentifiimifopra tutti gli huo^ mini ne farebbono : Et fe con tutta la per fona an^ dajfmo chini & piegatiy che ladroni fojfino & fom- mamente colericiyconofcere douerefle.Ma fopra tut to y Vamicitia hauere non ui curate , & hauendola, dilafciarla cercate^ di coloro che ^Hocchi uliui< 1 l I B  j^niy& rigìdìj & ofcHYÌ portano ne la teJlaiChe fem i preingannatorij& nel malfare & ne le graui [cele | yatex^ifuegliati & fremii li troi^ercte: Et non /o- lo dilettaìitifhnm procaccianti anchora le nnferiej.e -calamita, & le rouine degli buomini. Tale fu ne di fuoi^ne fino ad bora da la morte di lui molto di tem- po è pajfatOyun giouene di non picciolo affare in que Sìa Citta: llquale col fuo fine borribile & pauento- fo^con danno difej& utile di chi u' intende & appli ta l'animo, IdUerita di qitefìa dottrina pienamente ci confermo. Soli gli occbi filfhche piccioli & burnii di fiario.infteme con la fronte priua di rugbcy & con le palpebre mouentifii, tengono in fe qualche cofa di buono: Quando certo fappiamo , che da queUi uie^ ne come l'ombra da i corpijC amore uerfo le lettere: m la éruditione.eH caldo defio del fapere . Ma fi come a coloro che gran tempo fono Hati nauigando per Valto mare , quando fi auicinano a la terra , uiene loro un certo odore che lei benché non ueduta pale^ fa; cofi a me quantunque con humili uclcdifcorren-* te per lo pelago de le dimo^lrationi degli occhiai fi fentire il propinquo lito : Conftderando che de /r quattro auerten'^ che in loro diffi douere effere ha mtCy ciò è Informa , il fito , il colore, el mouimen- tò , le tre lafciatomi dritto a le Jpalle , per affai difpatio ingolfatomi ne la quarta non poffa quel luo go effere molto lontano,doue la Hanca mia nauìceU tii,/e tale fu il fuo deiìiìw, de la durata fatica fi po^ fora. Ora adunque Jeguendo , dico che gli occhi, che . irp con fretta fi mononoy più negligentiayche faccende ; fili perfidiaychefedt ; più fojpctto , che fccurìta ; cr fignijicano a k fine ypiu che tranquillila y perturbai tione. Ma color q che con gli occhi infiemc le palpc^ bre hanno mobili» mancano il più de uoltc di grath* de']^ d'animo: Doue quegli altri che girandoli (ian no con le,palpebre ferme , diuengono ne le aduerfir tay animofirne iperigliy audaci''^ ne la dijperatio^ neyConfidtnti.J^^er contrario chi gli occhi tardamen te moucrèpegro ylentOy^ dipocojtnno: Et cori fa^ tica fa cominciare alcuna cofa: Et coniinciatolaycon maggiore difficulta fe ne fa rimanere i.,Gli occhi fofchiyi^^ da l uno lato & da l'altro raggiranti fi pre diamente y fono paT^xi & inutili:! grandi & trernan tiy a r^bbrex^i a lagolay a la tarditaya lo Uupore^ a laiioltìtiafqno incimati. 1 piccioli & bianchi & a lo ifiefjo tremorfottopofliy agliirjgii4fiiy sfacr ciati y & infedeli conuengono : procuranti V altrui male: Etuiuenti de le altrui mijeriè. Et fe nerifof^ fino 0 iwiy in tutto le rnedcfimefignific adoni hau^- rebbono : fe non in quanto , ^ucjìi più imprudenti ^ temerari ; Et quelli , più sfacciati & difdegnojt farebbono. Gli occhi che ondeggiano a laguifadel mare , uolano a piene uele ne i piaceri & ne It cofe amorofeima pero non ingiuftiyne maluagiy ne di rea natura^ ne lontani fono a le Mufe e ad apollo. Va^ frirfi e7 riferrar fi molto Ipejfo negli occhi , ei dee con iejjempio del Barbaroffày già Corfaley& al pre fente I{e d'Mghiere , ^ Capitano de le armate d§ ^ U Turchìy àe ì rapaci & degli infidìofi rendere accor ti • JqualifacUmente cimlunque arte & qualunque difficile cofa apprenderiano , & in fomma aftuti & ìngegnoft JarianoJ?auendo entro negli occhi abonde Mole copia di hmidita. Ma [e la pallidezj^ col tre- more uifojjcyfarebbono dal [acro morboyod almeno -data uertigine moleHati: Et lo acume delointellet tOy e7 raggio & lo jplendore de lo ingegno y& fofco f2r rintw^ato ejjere in fe fentendoy& in [e medefi-- mi fcontentiy& ad altrui uiuerebbono ingrati. Que gli occhi che nel chiuderfi in qucflo modo uoltano U fuppiUe a Vinfujby già mi par e di ricordarmi di ha^ uerui detta^ che molta libidine , & poca prudentia ftano nfati di tenere con ejjo di loro; Ma fe non in fu fo fi uolgonoyan^i dritti cr fermi rimangono yhaucn do conueneuole parte digrandezj^ydi fplendorey& 4^hmiditay& infieme la fronte fcn^^a ruga alcuna^ non ci reiìa(fe agli occhi foli guardiamo) cagione Ónde non habbianoad effere religiofi , prudenthua^ ghi dfintendereygcntilis & fopra tutto amoreuoli : Voue Vhumidita con lafecche's^ cambiandoylafcia te le buone & le honefie affcttioni da una parte ^ & in luogo di quelle qualche rio & abhomineuole pen fiero tuttauia trauagliandofi ne la mente , dricto a la ferocità &ala ingiufìitia , trifte & ferine uo-* glie yfi abhandonerehhono in tutto , Et effendo que^ Ha tale ficcitaycon la aj^rei^ & con le grinte del fronte accompagnata , & col raggiungimento de /e €igliay fUr €on la durc'Sf^ de le palpebre^non cono^ SEC01^D0 ^ Ilo fce la audacia loro alcuno ri/petto : Et la fiere^j^ t con fomma difficoltà fi può re?idcre manfueta & humilcft<lu\ladmcno fi come i Dei con gli incenfìxo uotiy& co [almi , cofi cofioro lodati riueriti & pre^ jentatiy fi mitigano & tornano humani . Gli occhi molto aperti, Hcbe alhorafi intende yche & difottQ e^r di /òpra tutta la circonferentia de la ruota fi pof fa uederCy & oltre a quella anchora fpvjje fiate uno cerchietto del bianco^ ejjèndo fermi humidi^ ofcH rii^ hauendo piaceuole guardatura^mcmno per or dinario in loro compagnia & bontà & uiuacita & fronte'z;z^ di ingegno: Ma (e Hhumort con la ficcita^ & con lo fplendore Vofcurita permutajfino, CT non^ dimeno con fe§ìofo& lieto & chiaro [guardo miraf finoydifomma sfacciate'T^yet di cftrema audacia ci fariano fegno.Ora fe dritto e§ìimoy?ion mi pare che degli occhi parlandoyaltra cojà alcuna ci reSìi, che a dirla mi fia neceJfario:per tanto fe cofi confentìre tCy altro foggetto donando a le mie parole , procac-^ ciaro di menare a fine & terminare queUa fatica ; onde io fio in fojpetto che a me ne fegua molto di perdita & di molefiia : Et uoi fete certi che niuno forfè yod inuero pochiffmo diletto od acquifloyue ne debba uenire . Se la natura , rijpofe prefiameute il Qurinì, è quella che cofentìre iluipoffa, niuno ere do farà tra noi di fi dura mentCyche ardifca a negar louiiMa feinfinitiifonotutto'lgiorno prodotti da lei^ cogli occhi altri a queftas& altri a quella parte, alcuni in fuf0}& no pochi ingiuforiuolti}come uole te che p offa acquetar fi lo intelletto nojlro , non ha* uendo di tante diuerfita^pure uno foto motto intefo da uoi^Lauate aduque quella picciola noia che uap fona il difìderio noftroycon l'acqua dcla grande hu tnanitade uoHrac^ Et al dijpiacert che Un uoi,amen ^àte nonfolo conia confolatione^ma col giouamento anchoragrandiffmo che ci date.^lhora lo Spagnuo loyaffai joggiunfe mi credeua di hauerne^detto^quan do cercai di perfuaderui , che jenxa là maluagita de l'animoyi uiti del corpo nonpotejjino Hare. Ala poi che pure fete fermati che più partitami te fe ne hab hia a parlare > io ftudiando di compiacerui , mio mi ingegnerò di fare il uoftro uolere.Quindi il ragia namento fuo ripigliando , cofi feguito . Fariamcntt come piacque al CicloyCterno feme di noUre uìte^for^ fio gli occhi de huomini torti: Cociofiacofa che talha va uerfo l'homero dritto , fì^effo mirano contra il /iniSìro:Et alcune uoltCy quajfi che amìnedue accendi najfero al nafo , fono uolti al dì dentro : ÈtTuno al contrario de l altro . Et quando oltre a ciò fi ficcar: no fiotto la palpebra di fopra : Et bora in quella di [otto fi affoggano • Lequali differente , tutto che babbìario una fola-c^r fimile fignificatione di trifìi movimenti d' animo y nonauiene peroy che tra lo-- ro non uadano in qualche parte dìfiomiglianti . Ma quello che confufo ^mefcolato ubo mejfo dinan-^ bene è ragione che per più ferma ìnteiligenxa di, uoi.ue lo fcpari alprefente^& ue lo dìflingua. Quei primi adunque che la delira parte rijguardano , la pa:^ia.  pao^aja negUgentia, & la menticaggìne hanno ui dna: Olici che la fmiUra^gli adultcrijyla luj]ìma^^ la ardente libidine : Et quelli che accennano al na* fo y le beffe , leìgermìncUe^ & le berte. Onde pro^ uede in quello modo la fauia natura , che i Brunii e i Bujfalmacchi , rifo & dolce':^ de gli huomini , per rattemperare t amaritudine eH dolore de la ui^ ta y non uengano a mancare giamai , Meramente coloro che di tale maniera portane gli occhi , fono peruero dire j il mele e' l condimento de thumaìia confue t Udine . Ejji tuttauia faceti ^ con eia fc uno pia^ ceuoliy & fempre motteggiofi & feHtuoliy& grati ^ amici di continouo a l'amore & a legratie , cìr uiuono in fe medefimi , & aue^^yio altrui a uiuere la uita foauemente.Ma feperauenturayalcunigli oc chi auenga che torti in quefl' ultima guifa^ ^ jecchi infieme , & fifsi , cìr aperti gli hauejjero , ejjì da le grafie & da lo amore abbandonati, le pfaceuole':^^ 'X^ in trujfe , i motti in oltraggi, ^ le facetie in uiU lanie conuer tendo, negiuUitia ne uergogna non ccì nojcendoya le maluagita era le triUitie reflarebbo^^ no in preda. Et a peggiore conditione anchora ucr^ rebbono , & la audacia & la ferocità cH dejìo del malfare accrefcerebbonoyfe gli occhi non rigidi ^ fijfi y ma tremanti & uaghi tenefiino . Quei poi che l'occhio dritto ne la deHrapartCy e' l manco tor^ corto ne la finìflra, come fono nel corpo d'ambidui gli fior cimenti partecipi ycofi lapa^S^ia & la libidi ne r affetti che loro feguono^ne l'animo hanno con^ t L 1 B U giunte.Bcnfi de però fempreja maggiore & più po tente fignificatione, donare a Vocino più torto: Ma ejjendo egualmente queflo uitio ne l'mo come ne L'ai troyii finiftro ne le f emine , e'I dritto nei mafchifi ha daprcporre . Ma quando non da lato(come «tr duto habbiamo ne iprec€denti)an7^pd in fufo od in giufo è lo fior cimento , tanto alhora più di malitia crefce ne i mouimenti del core^ quanto meno di heU Ici:^ ne Icluci [cerna del capo.Di che douend io dar ne partite regole , dirò primieramente che coloro che tengono uerfoH fronte rìuolti gli occhia il male caduco ne le infermità del corpo ; & la libidine y la golofitay ^lebbre^i:^ in quelle de l'animo ; & ne i j'entìmentiyhanno per loro proprio loflupore & la torbide':!^. Et [e queUi occhi tali fi mouejfma con un certo tremore , non ne può ejfere lontana la epi^ lempfia : od il morbo caduco che fi foglia dire . Ma quando non tremanti^ma di liuida paìlide'Z^ foffe- ro dipintiy non ajpira & non attende ad altro la lo^ YO ferina crudeltUyche a mortiM uccifioni& homi cidi^^e poi grandi fono & uermigli, a igiuocatoriy a gli effeminatiya i dishonefliy& incontinentiy& go lofiffimifi conuengono. Coloro poi che per contrario in giufo portano giratigli occhi , & come ajfogati fìr fommerfi ne le palpebre di f otto yfentono credo non fen%a noia , fe hauere da le medefime pajfioni che quei che in fufoy eH corpo & l'a nìma perturba ti: Se non in quanto che Iodio & lo fdegnojpiu lun gamentCy& con più duro & ofiinato affetto ritengo . I2t tto. T^e d'altro mo^rano d'ejjèr uaghUne d'altra co fa tanto lor calcy quanto the trauagliarjì in tutte le loro operationiycon feluaggia & roT^ & aJ}^rafero, ctta. Ma fetalbora alcuni uedesìe che l'uno occhio al Cielo y^ l'altro a la terra uolgefiino^tr emando in ambiduiy & Hringendo le ciglia^ ^ molto JP^JP> ref^irandOife direte che il morbo caduco fia in loro, fe non in atto^almcno inpotentia molto propìnqua^ fempre del uero nuntij diuenirete.^lhora il Giglio, chiaramente difje s'è da noi comprefo per le uofìre parole^quafi pel lume il colore^ ciajcmia diffcren'^ c'habbiayO nelfito,o ne la torcitura degli occhiMa ptrcioche non fubito ogni cofa b bene che non è ma^ Uy ne e uirtu non effendo uitio^ne inferma tutto ciò che non fana, uorrei che intorno a le predette quali tdynon folamente ci dicefte come non hauefflno ad ef fere gli occhi:ma più tofìo come effere fi douejjino . La concauitaj l'eminentia, ne conofciamo: ma il conueneuole loro HatOy non peranchora fappiamo . Leuerita de torcimenti ci fono palefi : Ma la nera forma de la drittezza ci rimane accolta . Dateci adunque uoi , che lefofche chiare,& le cofe dubbie certe folete fare^ una ferma regola onde habbìamo ad intendere la giuHa qualità degliocchiillche non meno fi conuerra a la uofira cortefia nel come pia^ cerci.che fia diceuoleala dottrina ne lo infegnarcL ^n^T^i rifpojè il Confolojla cortefia non mìlafoia in^ fegnare a più dotti: Kle la dottrina confentCy che di do che non pojfo debba compiacere ad altrui. Onde il H U Gìglio di mono yuoi potè do foggimfe.cì farete pia cere: Et cofa a tutti noi moftrerete^che non ci e nota. Che già cofi ingiuri non faremmoyche di cofa ui pre gafiimoyche tifarla non f offe in uoflra baliaiT^le cofi imprudentiiChe ciò che noi fapeJiimOidauoi che non ne haue^le cognitioncy^ìudiajfmo di appararlo . Et loSpagnuolo alhora, duro pefo cercate dijfe di im^ porre fopra di medlquale io non fo come mi [peri di poterlo regger e:Klp hauendo in tutti i libri de i paf fati dottoriy letto giamai cofa alcuna che mifoUeui^ ^ulladimenofe la uoHra aita mi promettet^^y io co ejfouoiy come fedeli cT amici conftglieri , de la ejpe^ ricntia che lungamente ne ho fattOydomandand oue ne cofiglìo ragionerai jperando che piacendo hora a uoile mie nouelle offcruationi , elle tanto debbiano acquiHare di auttorita y (he nel tempo auenire^pof fano anchora a i difcendenti noftri effere careXt poi incominciando j cofi fegmò.Mhor a credete che nel fito degli occhi debbano effere giufii^ne punto oltre^ al douere o rileuati.o bafjìyche da la efieremita de i peli de le ciglia ^ fino a l'ultima eminentia dei pe- li de le palpebre tirando una linea ^ouero con un fil mfurandoytrouerete la predetta linea ejjere diritta, circolare: le palpebre più de le cigliarne queflc più di quell'altre , o ritirar fi in dentro o ^ingerfi in fuori . Ma quando o le palpebre foprauan^ano a le ciglia y ouero che elle ne fono più baffe , eminenti nel primi) cafo , & nel fecondo, caui effere fi dicono gli occhi . Et tanto più o di queSìi o di quegli afftt^ . ti ejjere pìen'h quanto che la eminentìayOuero la con cauita ne e maggiore • Vada adunque nel primiero affetto lo [guardo uoHro ^ fen^ia altramente Uno . compafjb affettare ^ mirando giudiciofamente o le palpebre & le ciglia : onero [e più u'aggrada( ilcbe è tanto però)la fommità de la carne del fronte qui fu hìto [opra degli occhiy& la fommita parimente di quella de le palpebre:E'l fronte più di queHe^ o quc he più del fronte ueggendo ali^arfhfecodo la propor tione del più & del me7io, Valte%T^ a gli ^ fini od a i Buoi y cr la baffe^i^ degli occhi od a i Leoni, ód a le Scimie rafomigliate: Et in quefìo modo o fcioc chio buoni , o prudenti o malitiofì giudicate gli huo mini.Ora ueduto adunque quale fia il giù fio CT uero fito de gli occhi, da bora inan':^ cerca il torcimento CÌr la dritte^ loro, & cerca l'apritura el chiudi^ mento , poi che cofìuolete ragionar emo . Gli occhi che fermi flando, hanno nel mexo a punto di loro la ^ puppilla dritta , ne più da tuno lato che da V altro fi ci fcorge del bianco apparere, mancano certamente di laterale torcitura . Et quei, la cui circonferentia eflrema de la ruota^cofi ne la parte difopra comein quella difotto,è fempre da le palpebre coperta, non effendo ne ad alto ne a baffo riuolti,drìtti fi debbono domandarcele più chiufi od aperti fìimare,che con uetieuole & giufìo fi fia .Ma quei che me%a o più cori le palpebre tengono occupata & nafcofa la tuo a, come che egualmente da ambedue le parti , più nondimeno fon chiufi , che la ragione, an:^ che , j L 1 B A. 0 la natura commmemente fia ufa di comportareiOn de i triUipenfieriyO l trauagliare tuttauia ne V ani- mo cofe horrendey hanno fempre in lor compagnia. Quegli altri poi che per contrario moflrano tutta in tiera la ruota y & con effa infieme molte uolte uno brcue cerchietto del hianco^peccano d'altra parte in troppo apritura : Et a la adulatione > a la letitia de r animosa le bugie^& La uanita fanno perpetua [cor ta. Quei neramente che non da ogni banda [coprono il bianco y ma folamente o di [opra o di fottoy cr guanto da Vun lato di queUo pale/ano , altrettanto da r altro ne afcondono de la ruota y da niuno credo che porti occhi in fronte & in capo fenno , dritti debbono effere giudicati : ^uenga però che in alcu^ ni il torcimento fia co fi poco , che non pure il fcnfo ncla prima uiHa noljentaima a gran pena conmol to anchoradi attentionepojja comprenderlo: Ma no per ciò ui mouejfe a doucrli non torti crederesti «e- dere che molti fiano coloroyche ne la parte inferio- re degli occhi^nun celano alquanco di quella bianca humiditaycheper nutrire & temperare il fuoco de lapuppillayui ci ordinò cjpofe la diuina ^ fauia na tur a:per eh e più proprio è de la moltitudine di accre fcerCyche di fcemareil uitio: Et oltre a quefìo y cia-^ fcuno fa che fempre trai poco eH nulla^come che pie ciolaypure ci ha qualche uiucrfità.^dunque non do ucte in tutto dritti credere che fiano queiì'occhi : quantunque cofipoco come ho detto ?ie paiano tor^ ti Jquali forfè in tanto numero ha uoluto produrre la natura y perche col difiderio de le cofe Veneree^ . che tanto e Loro naturale ^ proprio^ quanto a i cS trari e la follicìtudine e ipenfieri^fojjero come fojìe gni de Hjumana generatione . 7S(e altramente fola ^per quefia ragione^fono come ftimo da lei tra morta li creati : che fiano dal prudente capitanOyper le fir^ la cr in ciajcuna parte de refcrcito , difpoiìi alcuni huonùni di notabile uirti4:accioche col ualorc & con reffempio loroyficurei^ falute apportino a tut^ te legenti.Ora dapoi che in quefio modo ragionato hahbiamo di tuttofi corposa giù da i piedi comincia 'dOy& fu montando Jin ne la teHa, quattro fole cofe ^mi fi parano dauanti per ejjere dette da me. La qua lita^& la quantità de ipeli in alcune parti de la per fona: La uoceùl mouìmentoii^ la ftatura . De lequai 'fornito una uolta di far parole^uoi d'udire , & io di fauellaregiaftanchiyripoJeremo.Dico per tantOychè gli huomini molto ricci ^ ne i capelli crejpi , man^ cano rade uolte per quello fegno di fraude & di tìr> more:Doue quegli altri , cui diflefa & ritta chioma donò la naturarne coflumatiynepiacenoliyne faui e/1 fere,ne buono ingegno hauerc pojfono in alcun tem^ po . similmente la molta jpejfe'^r^ dei peli ^ de le fiere è propria:Et,la rarita^fen^j^a maligno & ingan neuole animo con difficultà fi ritroua. La tenerci^ anchorayha no fo che difeminìle er* di rio: 7^e però la dure':^ y fi può credere buona & uirile : ^wc^i più tojloy^ beiliatey& feluaggiay& afpra y & ro^ '^.lefipuo dire . Dunque fe queftieftremiy tengono • • • . LIB1^ 0 xome fi uede , tutti qualche difetto , bene è ragione che per cofa certa ci fermiamo ne l'animoyqucllofia to che temperatamente de Inno CT de l'altro è par^ (tecipe^ejjere (opra tutti gli altri perfetto: Et nel cor po belle-s^a cr leggiadria^ 0 giuHitia accrefcere ne l'animo & intelletto. Saranno adunque i peli che lati depoffano meritaréynohYtcci o diflefiyma inanellati: non rari o folti^ma mediocri: non teneri o duri y mei conueneuoli.Et alhora quel tanto di bene che da lo^ ro ci può ucnircychc in uerita non è molto , intera^ mente confeguiremo/QUeHaela fomma adunque^in uniuerfal parlando di tuttofi corpo: Ma partitamene tey & fole per fe fiejfe le gambe tutte folte di peli , ne l'ingegno ro%e'xi:^^& ne l'animo importano fe- rita.se neramente la parte loro difopra folo è pelo^ fay& nuda & polita quella di fottOypartitaft la ro^ is^'^M ferita fi rimane : Ma quando per contrae rio à le cauiglie intorno haìino molti peli y come à i lafciui becchi furono dati naturalmente y tramutafi élhora la ferita in libidine: Et confciocca uanafim^ plicitàybene bufata di far fi compagna. Le cofciepoi e ifianchiy& tutto intorno a i ge?iitali ingombrato di peliyfe ci gioua di credere a GalenOyardentijJima lufjuria dimofirano:Ma tale per òy che previamente fi fatij:Et di nuouo anchora in un tratto riacce fafi » cerchi uouellamentc di ejìinguere il fuo fuoco ♦ Ca^ loro che in un proponimento non fanno & non pof» fono lungamente fiar fermi , & fono tutti nani & lafcwii abondm & nel pmo & nel nentrc di mi SEC0T^D0 .  ti peli: Ma fé nel petto filo cofi fojjeroynonpiu ni & tmtabil 'hma accorti & ingannatori diuenireb bono. Quegli altri poi che gli homeri & la fchie^^ na hanno taleyuolano come gli uccelli co i pen fieri per l'ampio cieloiEt digiardino ingiardino uagan^ dOj& bora quello bora quell'altro dijfegno ombreg giando con V intelletto , trouano a la fine fi /piegar l'ali per l'aria uana.I Leoniyche di grande'^7;a d'ani tno & £ ardire tra tutti gli animali non hanno pari^ portano cofi uolendo il cielo che loro le diede yint or ^ no al collo le loro corone: Onde ci ha poi la fimiglia %a fatto uederejgli buomini che in quella guifa han-^ nopelofi il collo , effere parimente magnanimi & coraggiofi.Ma come le predette parti per fe^ in que Ho modo folte dipeliMnno come fi è ueduto 0 que^ Jia 0 quell'altra fignificatione ; & come quando ad un'altro animale fi raJimigUano gli buomini per quei figni; cofi tutto il corpo egualmente pelofo j gli Or fi non filo negli ajpetti^ ma ne' gli affetti an^ ebora ci debberapprefcntare.Le ciglia neramente 9 dapoi che ancho di loro hanno parlato iSaui^effcn-- do (pejfe dure & congiunte^ il dolore & la manin* coniay& infieme la malignità & l'inuidia non han^ no lontana : Mia quando ritenendo le primiere loro due conditioni , in luogo de la ter%a , fi difendono ìunghifiime infino a le tempie , & dinan^^ uerfo'L nafo alquanto fi piegano y&nei coflumi eSìeriori del corpoy & ne le uoglie interne de l'animo fi con^ fanno in tutto ao iporci.Se poi non cofi lunghe uer^ Z I B O fogli occhhma folamente fono piegate dinariT^i ^ la àjprexj^a, la ritrofiay & la jpiacenoleT^'s^ayfcmpre è con loro- Ma fe il nafo lafciando fi accosìafjero mot^ to a le tempie^non ajpri alhora, ó ritrofi^o Jpiaceuo-- li;tna bugiardiyHami& inganneuoli buomini moflra rebbcro:Et fe ne a cjue^ìa parte ne a quell'altra in-- chinafjeroyina diritte egualmoite fi fiejjeroy tappeti to ardente de la lujjkria palefiirebbero . Ma oltre a tutto cjHtfio jdijjeanchora Arinotele prima y & ^damantio poi , che Jcendvndo i capelli fin giù a mczp ilfronteyO' quindi in due parti diuidendufi', era per ordinario quefio fegno indicio d'ottimi affet ti: Et runoM benignità & la cortefia; Et l'altro, la grandcT^ de l'animo & la forte^:^ gli attribuii ua.^riSìotelel'bumanitày & ^damantiolauirili^ ta gliconcedena: EtqueHo [opra la fembìan'iìra de gltanimalis& quell'altro foprai ge§ìi ^ fappa-^ ' "tentia de gli attuali coftumìyilfiio giudiciofondaua^ Ma noi per molte ejperientie fatti certi del uero ^ più tofìo ad ^rifloteleyche ad ^damatio giudicbia mo che creder fi debba. La uocepoiyfi come iifuono la qualità de i metalliyfuole palefare anch' ella le na fcoUe cqnditìoni de l'anima • Quindi hanno detto i Sauiyche nel tempo antico i& nei moderno hanno of feruato la natura humana^che il parlare grane grof fo & alto y a gli oltraggiofi fconfiderati & golo fi conuienfi:Etche coloro che dal tuono graue inco^ minciando finifcono ne lo acutbycio e come fi dice da la uoce groJf4 ne la fittile , uiuono odiofi fempre 4 SECONDO  cìafche duna per fona: haitendo in un mede/imo tenu po combattuto il petto da dijdegno, & maninconia: da colerayi^ dogHa:& daHiXji^i& lamenti. Lauo ce ueramtnte forte grojja & inuiluppata^ come ella èpropriadeirobusìi & fieri maflini, cofi ne gliaf-' futi d'ira ardente onde loro l anima auampa; & ne i coHumi poi , le ingiurie ^ le uiolentie , gli oltraggi ^ & in fine l'odio de gli huominiiè feco fempreufa^ ta di ritenere . Chiunque poi in fuono acuto chiaro er molle ragionarla uUtayl'cff'eminatione,^ la lafci uia fuayfcopre per fe medefmoiMa quei che la acu^ teo^ delfauellare in/ìcme con la ficcita & l'afpre'^ %a congiungono yla mobilitarla leggiere':^ la ua ria & inflabile incoHantia, più affai che ciafcun'al-^ tra cofa hanno ferma nel core:!^ u'ha ragione an^^ chora che fi debba per buona lodare , la uoce frale languida & lamcnteuole:Che an-i^gli anari^imeftif 0- fojpettofi fopra tutti gli huominiydi continouo Cu fano tale:Che però con quefie pajfioni ne l'animaceli fere uon debbono buoni creduti . Et tanto preffo a queUo di timore tiene & di pìgritia Cacato tardo debole parlare^ quanto ha di temerità & di pa-i^ '^^ayla forte frettolofa & grauefauella:Et fimilmen te in udendo alcun tuono jiridente rifonante acu tOynon hauete cagione alcuna di rallegrarueneiper^ che ne uigor d'animo^ne acutex^ d'ingegno ne prti dentia con lui fi ritrouagiamai.Sola la uoce grojja^ i& concaua,& ritonda diro cofi , come quella che a la leggiadria^a la bQntà ^^a la uirtn è concorde 1 h \  1^0 drittamente degna di loda.Coloro ultimamente y che a gran pena fnodare & mouere pojjono la lingua a formar le parole ^forje perche fu in cielo quando nac qucro JoUenea Mercurio qualche notabile impedì-- mentOyla prudenza & Vaccortex^^a che douea loro uenire da quel pianeta^ conofcono fe hauere con ma litia & con uanìtà permutato. Quindi al dottore pa rendo che il Confilo di queHa materia non uolejji coja alcuna ragionarne più auanthin quejio modo di cendo [egli fece incontro. Foiper quel ch'io fento non hauete penfìeroy ne fete di coloro diJpòSio di far parolcyla cuiuoce loro nelfauellare entrando nel na Jòyvende loro le nari Tonanti: Et pur mi farebbe fom inamente car0j& co fi credo a qucfli altri Signoriydi ejfcre certi quale maluagita y foglia hauere per capa gna quel uitio. Terò fe cofa alcuna di ripoflo in quo fio cafo tenetCyrecatela ui prego a la luce: Et mofira tecela apertamente. Et egli alhora y ìion era dijfe in uero mio proponimento di altramente parlare di quefli moftri cìr giuochi di TS[aturaychegiudicaua do uerui baciare , Vhaucre io detto più uolte , tutti gli huomini che naturalmente hanno difetto & man-^ camento nel corpo^ effere mede/imamente ne le qua lita de l'anima yfempre mancheuoli & guarii . Et per certo partitamente di cofioro che talmente ragionano y che altro limate che dire fe ne pojfa, fe non che più s'allegerino de le altrui mìferìe ; che non fanno de le proprie felicità? Et che più sat^ triSiino de le cofe pro^ere altrui i che de le loro SEC07^D0 aduerfe non fogliono f Et freddi di perpetua inui-- diajportino in queHaguifa di continouo gelato il co re di malignità. Et che la fede & la uerità da loro . sbandendo iCome Romolo ne lo ^filo a i malfattori^ diano per contrario nel petto loro ricetto ^a la sleal- tà & a lafraude.Or poi che de la noce tutte le SIGNIFICAZIONI – H. P. GRICE -- gia narrato abbiamo, porche il fiato è la fojlanT^ e la materia ond'ella fi creay dal proposto nostro non ci partendo, di lui alcuna cosa Joggiun^ geremo. Coloro adunqae che nel rejpirare eshalano gran copia di fiato, anfando come je lunga fatica dianzi durato haucjfmo, sono per ordinario maligniypai^: e projontooft: Ts^e tengono 0 ne le ma-- ni 0 ne la lingua^ ne modo ne misura alcuna: ^n'j^ fen': nullo rifpmo, dicono e fanno disordinatamente tutto ciò che da l'empito de l’animo loro, viene lor subito mejfo dinan'j^i . Ma quando il fiato è molto j&firide e geme ne l’ufcir fuorivia eblprex;^ %a alhora & la ferità ua can Ini. E se altamentefpi rando y fi manda fuori pel naso lo spirito jpejfo CT leggierOy& la sconfolatione e la paura coUoro si conviene: I quali molli anchora ed effeminati essere pssono di leggiero quando ALTRI SEGNI in queàa MEDESIMA SIGNIFICAZIONE – H. P. Grice -- consentano. Insomma come dijfe Scotto chiunque molto fiato eshaUydipoco iere non può coment arfi. Ma dall’altro lato lo spirarefi soave e piano che nulla si scorga sempre da molti pensieri suole essere accompagnato: Lanatu^ ra de quali, fe accorti e giudicio si farete facilmen- LIB 1^0 tey& fenx^ errore ne gli occhi conofcerete . Ma fé* ' ejjetido fiato lungamente quieto ^ efce poi il fiato confurìaicome Vacque fogliono de fiumi ritenuta da qualche foftegno y feni^ dubbio da [celerità non f icciola ne e V anima trauagliata: Et fc cofi fpe'7;p^^ W tamente jpirando ^ mone alcuno gemendo la tettai \ egli certamente fi pente ^di alcuno fiio detto o fatto waluagio : Benché fe quefto gemere ^^ fe queflo ta le mouerdi capo^fi fa tenendogli occhi fijji & inttn tiypiu toHo u'e alhora imagìnatione di male^che pen timeto.ll fiato adunque che fuauemente^a poco a po £0'& fen%a flrepito eshala,è certo indicioydi buone Cjr honeste ccnditioni ne l'anima • Tslel movimento foìych'cfferegìa diffi la ter^^ parte di quelìct mia eUrema faticaiOjJeruafi laprtftei^ & la tardità : 'Et la hreuita anchora & la lunghe^^i^. Quei per ta tOiChc con lunghi <^ tardi pajfi hanno ufan'^ di'ca- pùaaeey abondano ordinariamente di pruden'3^ e^r d^auedimentoiTSle lafciano che in foUicitudine er di ligen'xai molte perfone loro uadanoinan^i: Et fono per cofi dire^molto operatiui: Et att 'ifjimi a qualun-- quc cofa fi uoglia. Ma non pero adiuiene^che la dot ceT^ de la familiare conuerfatione^con non fo che di ^iaceuoltj^ CT di ritrofia , affen*:^ CT tofco di queUa uitay non fogliano uelenare & inamarire - I fafii ueramente che infieme con la tarde'^ hanno i congiunta la breuità , ritengono bene la auerteni^ & r accorgimento : ^ medefimamente la noia zf ilfafiidio:Ma d'altra parte la attitudine a le fO- SEC07^DO fey ^ la dìligenx^y& la foUicitudine abbandonami Et in luogo loro. la inettiai& la pigritia , & la tra fcuraggine accettano . Etfpejjò (come dijje ^da-- rnontio)la auaritìa e di fari con cjjb loro: che poi a douer dejìare la robba d^altrui^ CT talhora ad muo-^ larUy inchina & fpinge chi loro mone ♦ Ma la lun^ ghcj^ poi con la uelocita del caminarcycome è pie na di bumanita di piacetiole^^a & di cortefiay& come h fempre rijj biuta <^ eìpedita ne le faccende, cofi da l'altro lato di fermcT^ & Habilita di con^ fglioy& diconfiderato & [amo difcorfo y [mie ad. ogni bora fcntir mancamento.Coloro al finecheina dando fanno ipaffi breui er ueloci , non tengono fe mi credcttyan'^^pure fe ad ^rifiotelcy CT ^daman tio,& a tutti gli altri Dottori preHate fede ^eccet- to facilita ne lo imprendereyin fe cofa alcuna di buo no • Concìofia cofa che la leggerexj^y& la profun^ tioney& la mordacita,& le calumniejjabitino fem^ pre ne la mente loro: Et fiano parimente tuttauia ne l'animo dubbiofune ipenfieri inuilluppati:Et fo- Jpefi al fine in tutte le loro deliberationi : Et fopra tutto queftoy auarìffmii & maligni : & dì tutti gli buomini timidifiimi. Se ueramente alcuno caminan do infrettayHarainatto di fofpettofo & temente, cìr tutto fi riSìrignera in fe Heffo , da luì potrete certame te hauere^fermiffimi inditi] d.i timor e ydi inai uagitaydi miferìa & difcortefia. Ma fe col frettolo fo mouimento fi moHra ne gli occhi non fo che di pertur batione & d'horrore , & rc^irpfi anfando. LIBF^O fie ft tiene ferrra la tcSìa,mn cruàte ,'non curate di co di hauere amicitia con huomini tali: Terocbe am litio fifiimi,&maluagi, & da ejjere fuggiti (ono il più che ft fojjà . Lapre^e-^^a poi con la dritte':^ infieme de la perfona»ritenendo nel mouerfi mia cer tr degnità & honeiioleT^M fempre prejjo lyUu to cr uolpìno accorgìmento:Ve mancagiamai d'a- nimo & d'ardire , ne l'entrare primieramente , & poi tic l'efeguire qualunque imprefafi uoglia. Situil mente il fermarji fen'^ alcuna cagione nel camina re,e'l riguardarfì intorno con la teSìa altay ne humi leyne caHo.ne benigno non può cjjere giamai : an^ lo ^re^T^ar tutti» & la fuperhta.cr l'acce fo ardore degli adulterijygli h fempre (come a taria il uento) naturale & proprio.l mouimenti poi & de le ma- ni & de le braccia^non dubitate punto che ne la rne defima ft gnificatione non entrino» che quelli de pie- di.Ma il mouerfi ne gli[homeri>& inftcme con tutta la perfona lieucmente inchinarfi,h molto conuenien te a la pruden'^^^al ualore,eala magnificen-:^: Dotte chi gli homeri folamente moue, & ua dritto & pettoruto con la tefla in altOil'ambitione, gli oltrag gi,& Vofiinatione ha fempre ne l'anima.Et queHo, a i caualli che talmente caminano , fi può affomiglia re.Et quegli altri,non meno ne i mouimenti de Vani tuo che in quelli del corpo, a i leoni debbono effere pareggiati.Chiunque poi,fi come il cane adulatorio faueìlandOiOttero andandoyfi torce,& fi dimena ue- Qctment€if otete il uero oredendOi giudicarlo fìmtt- latore. SEC0Ù0. Tip latore^ hugìardo.fallacey & ingannatore. Ut oltre a ciò 5 effeminati fono coloro che uanno piegati ne la, deftra parte: Ma pili pa:^ a la fìnc^& più lujjurio^ fi quegli altri , (^come hieri ^ boggi più mite ti ho detto) che ne la manca fi inchinano .Orne V ultimo liiogo^a ragionar mi retta de Ihumana flatura : La-- quale è bsn ragione che hoggi chiuda & finifca que- Ho ragionamento , poi che hieri mettendoci in bat- taglia j l'apcrjè primieramente cr gli diede prin^, àpio . Difiguale per certo cìr mal partita pugna fu hieri tra noi^dijjè alhora l'^mbafciadore : quale fi come fcriuc Homero ^fu nel tempo antico tra Diomede e Glauco. ^n^^i per uero dire , quale fareb- be fe ua Glauco foloyche fu quel ioycon due Diomedif chcnti uoi col Dolce infieme mi rajfembrafleyfì met-- tejfe con tarmi a terminare fue liti. Ma fe ne l'altre cofe y iniqua colpa di mio fero desino a Glauco mi fece pare , benpojjo certamente andarmene altero f che in quefi'una l'auan^^o : Et di gran lunga megli trouo fuperiore . Che doue egli la dorata fua arma^ tura con la ferrigna di Diomede mutOy io il ferro de la mia rorafauella.con loro de la polita uofira elo-* quentia , ricca felice permutatione hauero cam^ biato . ^nxi foggiunfe fubito lo Spagnuolo y io più tolìo 3 & come Sìimo più giurarne nt e , me Vallan- te facendo y uoi Turno giudicarci : hauendo con la for%a de uoflri preghi y armi uìa più pungenti di tutte r altre , del proponimento onde era ueUita U uogUa mia, ciò è di non ij^endere parole in fimil ma L I B B^O feria , me jf obliato uiolernemente .7{on affermate quefto^dijje albera ^leffandro Dolce :Che ad alcuno di uoiygiaper ninna guifa fi conucngono^le già dette fimiUtudini:quado ne egli Glauco fuo ejfere^^^uoi Vallante e ragione che fiate, Ma più drittamente ere dendoy& da quello che la bonefta uuolepur di tanto non ci partcndoyuoi che domato & cfiinto hauete il fero moftro de l'ignoratia che in me uiucua^degno fe tinche ad Hercole ucciditore de Cinghiali & de Ser pentiyUi pareggiamo: Et egliychepregandouene ui ci sfor xpi fiira quella immortai Dea^ che a le fatiche , an-^ pure a la gloria jHerolc . andauafoUtcitando% Ma perche il moflrorrìioyfi come l'Hidra ifuoi capi non rinouelliy feguìte inan'j^ con la (pada de lo infe-^ gnare , tagliandogliene infino al fine . Quindi ri^ prendendo afauellare il Confoloxofi feguito.Gli huo mini adunque dijìatura molto picciola & hreue^che da uoi signore ^lejjandro poi che fi Dolce fete non fo dipartirmi ^ douete crederli fagacì , afìuti y ingC" gnofi 5 & accorti ; Et ne le loro operationi > cofi nel corpo come ne l'animo rifguardando, prefìijfimi & uelocifiimi.De laqual cojayejferne certa cagione gin dicare dobbiamo^ la molta uelocita : onde fi come in ficciol luogOyin lorofimoue il fangue:Da cuiyfi come lo fplendore dal lume^la uiuacita^^ la chiare':^ ne uiene de lo intelletto: Et è fol quella anchorayche co-- fi frettolofamente mone le membra : tutto dico , che la difpofitione & la preparatione de P animo altra^ mente intenda. Ma da f altro lato la grande^ fo^ SECO TSiP:,0. 1^0 uerchia & [proportionata , non fuole ualere giamaì de r ingegno : TS^c ha potere alcimOydi moflrarenel corpo {retta & celerita.Tero che efjcndo dal core al ceruello molta dìftantia , tardo ne uiene ad ejjere il mouimento degli (piriti uitali : Et non pre/ìe poi le imaginatigni i l>{e mfieme le attigni corporali . Ma come generalmente parlando > (jhcJIc due propofitio nipojjòno ritenere qualche dubbio iCQjì ne le particu lari dislintioni , fempre certifiirne ne riefcono . Ora ^ adunque cofi distinguendo^perche nontalhorafalfe, ma fempre uere;non alcuna fiata dubbie ^ma tuttauia certe;non tal uoltafmojje & croUantifhma di conti^^ nouo falde ferme fiano le cofc da noi propojieui , dico che la breuita & la picciolcT^ de la datura , unita con la fecchcT^ de la carne ^ con la nerex^ , 0 con la roffe:!^ de i peli , & con la abondan^ del calore naturale^ non può fe dritto guar diamo y e/fere utile a cofa alcuna. Conciofiacofa che effendo alìjora il moto del fangue^ fi per la fircttCTi':^ del luogo, & parte per la caldc:^ de la cowpUjjéone uclociffymo non può cìn talmente e formato , ne ancho per breue /patio di tempo iflare in un medefmo propoìiimento cofiante: ^?i;^diuno di/iderio& d'uno penfiero in un altro , prirha che nifi fermi punto yfdrucciola & rouinaprecipitofamente. Ma per contrario i lun ghi humidi & carnofi , & bianchi ne ipeli & ne la carncy ^ in fomma non poueri d'humore & dijred^ dc^^j per qual cagione ejfere non debbano in tutta la uita loro inettijjimiyper ine in ucrj) comprendere I 7 B 2^ 0 gìamai non faprei Che mouendofì in loro tardamene te il l'angue^fiper la ampici^ del uajoy & ancbora per la fredde':i;^ ò^- per la loro naturale bimidita , uengono a confeguire ro-zjfjimatardita ne lo inge- gno : uana & inetta femplicita ne l'animo : nel corpo 3 (pìaceuole odiofapigritia ♦ Ma da l'altra parte le perfine picciolejnmidey bianchey& difred da compLcjJloneybanno i mouimenti del corpo tem^ perati: Ei difcor fi e i concetti dt l'intelletto , fag-- gi y prudenti , aucduti , Ter che la tardità de la natia jreddei^y tempera > ordina , CT* compone , la uelocita del rnouimento de gli [piriti : da la breuita procedente de lajìatura. Et parimente lagrade^j^ afciutta bruna & pelofa y & per altri manifcftife- gni ricca di calore & di ficcita y femprc fuole ejjère temperata yfenfitiua yprudentCy i^.ingegnofa . Che la celerità , che dal calore da la fecche*^ ha ori gitfe de la compie fiione^mefcolata infieme con la tar diiki dal pigro nfoto najcente degli interni jpiriti > è fempre di creare tifata uno perfetto temperamento : Donde come dal Sol la luce^ uengono gli ordinati & regolati mouimenti del corpo : Et medefimamente ilbuongiuditio : <^ l'accorgimento : e*l maturo & fauio configlio . Totete adunque da tutte le cofe da, noi hoggi narrateui , come fouente habbiamo det^ to y trarre qucjìa generale ^ certiffima conclufione: che la mediocrità ne la Sìaturay la temperanx^ ne la compie filone ynon trappaffante in calore od in fcC'» ^he^^^ne infredde'^:^^ qì inhumoreì debiti ter^ SEC0Ti^D0. i^i mìnì:& ftmilmme la proportionata dijpofitionc de^ le mernbray foglia nel corpo naghei;^^ & ornamen- tOj & arrecare ne l' anima gwjiitia:forte7i;3^i: pru^^ denxci:& temperamento.De lequai la primicrayco- me dijje Vlatone , ^ tutta inftcmc la antica Thco^ logia y fatta di nmuo bora riffdendere da la accefa uirtH diMeffer Triphone Gabriello , ne efen%a al^ cun fallo donna reina imperatrice . Et per con trarlo poi quando le membra non feruano la loro proportioneyquando la compie fiione non e tempera . ta,& ultimatamente od in lungheT^o od in bn uita la Hatura peccando , fo':^ ne appare e difforme^ nel riguardare il corpo: Et trifta Jifente et maluagìa nel conuerfare l'anima finalmente, Tanto beati adun que sfortunati color o^che quel bene & quella per fettioneMnno in forte bauuto dal Cieloiquanto mi^ feri & sfortunati co/loro ychc non per loro colpa:ma perche cofi uolfero quegli eterni lumi , ne mancano priui ne fono. Et felici te aueturoft uoiyfe quefii U fciadOiCt a quei primi co ogni uoftro potere accolla douìy cercarete di bauere parte di quelfauore cele- [feconde nobilmente i pregna l'anima loro.Ora per cbe dei fegni che effere debbono offeruati da noi » alcuni come ho detto con maggiore forxa & più chiaramente pale fano la uirtu loro che glialtr iyftu diaro al prefente difarui certi^quali fiano quelli che habbiano tanto di ualore & di authorita : Et quai parÌ7nente quegli altriyche nefentano mancamento. Tutti quelli adunque che ne i luoghi eletti^ principa LIBB^O Ih&pìu nobili fono de laperfonay& doue prìncipal mente dimosìra V anima l eccelkntia del [uo potercr come gli occhi Jlfronteyil capo^ & la faccia, onde fu che dijjè ^pulegio , che tutto Hjuomo nel uolto & ne la teftafola uiueua^come tali,ejjere debbono pri^ mieramente confiderati da uoi:Et nel fecondo Luogo^ auertirete gli homeriùl pettode bracciale mani: & con le gamberi piediMa ne l ultimo poiylo fiomacoàt uentrey^ quelle pani doue il centro pofe di noSìra^ ftatur agl'architetto , e'I fabricatore de gli bumani corpi. Doueteanco ejfer cauti di preporre fempre la fignificatione de i fegni propri , a quella che i com-^ muniprefìar uipotefferoiperche come altre uolte ha dettOyqueftiJpeJfofalfi conofcerete:^Et^con quegli al ' tri ytuttauia albergare la certc^ ritrouerete. Che^ fe ijègni communii come fono il colore uermiglioy la molta carne^é* la fanguigna complejfione^mi mojlraf fiero alcuno liberale er franco ycome noi ufiarno di di reyilquale nondimeno ne la faccia picciolo & far-- mojér congiunto CT rifirettofojfe negli homeriycht fono propri fegni di f cor te fa & d'auaritiay debbo drittamente giudicare uolendoy a queHi ultimi affet- ti, uolgcre inchinare ilpenfìero . Ora ultimata^ ^ mentCy&per fuggello & concbiufione di quanto ho ragionato fin quiydouete(preuedcre uolendo lafor^ tc^ d^alcuno) quelle membra offeruare principale, . mente , con lequai le gagliarde & forti operationi fi fanno. Male bracciayle mani, gli homeriyle cofcic, & i piedi y fono quelle membra a punto ^ onde pia SEC0T^D0. i^Z fortemente. fi adopera llmomo: adunque per la lo ro qualità fi de primieramente giudicare il ualore & lafor^a . Etfelo [degno poi, & fe l'ira conofce re ne uogliamo , pero che è primo il core ad ejjere da quella ardente pafiione infiammato & acce fondai petto y da le colie y&dalo Homaco , membre uici-- ne al core , ilgìuditio noftro informare ne dobbìa-^ mo . Et co fi parimente in tutti gli altri affettila go^ uernarci CT a reggerci habbiamo^ Ma /opra ogni aU tra cofa^flate di continouo fermi & intenti riguar^ dando negli occhi:percioche quiuìfiedonOy quafi tut te le fignificationi de le nofire uoglie: Et per loro{co me per fineflre aperte) tr affare & traluce V anima noflra . ^duìique tutti ifegni che ne gli occhi ho detto douere efjereauertitìy con tutte le forxe de la uofìra diligcntiay attentamente confiderate: perche quatunque ne VapparenxapiccioUfienOyhannopero negli effetti grandijfma differenza Dopo quello facendo segno il Confilo d’avere il suo ragionamen tofornitOileuatifi tutti da federe^ attefero ad altro. In vinetia, per Ciò* Grifo , 1 r * 1 r ■c f rC. Nome compiuto: Antonio Pellegrini. Keywords: sign, H. P. Grice, natural sign. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Pellegrini,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pellegrini – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Pesaro). Filosofo italiano. Pesaro. “Grammatica di lingua italiane semplificate”. Italia Italia, in Basel. Del urbe Pesaro esseva un pionero de interlingua. Ille adhere al movimento pro interlingua e pois devene representante pro Italia del Union Mundial pro Interlingua, sequente professor, adv. GUGINO (si veda), qui pro rationes de supercarga de labor, demissiona como le prime secretario national del Union Mundial pro Interlingua in Italia.  Ille examina le grammatica de esperanto e lo ha judicate non apte al solution del problema del lingua auxiliar international specialmente pro su lexico hybride e semiartificial e le uso del desinentia -n pro indicar le accusativo e in le parolas que exprime direction, data, duration, precio, mesura e peso. Ille examina anque le Latino sine flexione de PEANO (si veda), ma mesmo iste systema non le place a causa del manco del articulo e per le conjugation verbal troppo simplificate e innatural.  Desde alora P. pensa que usante le parolas commun al linguas neolatin e al anglese e alicun vocabulos latin on po codificar un lingua international facile e belle. Iste conviction resta sempre in su mente. In "Eco del Mondo" ille lege le articulo "Le lingue internazionali moderne" per Percival, in le qual on parla del labores del "International Auxiliary Language Association" e indica su adresse. Ille constata que su opinion in re le lingua auxiliar international ha essite quasi realisate per Occidental de Wahl, Mondial de Heimer e Neolatino de Schild, systemas del quales le articulo presenta un texto specimen, ma ille pensa que le labores del IALA haberea date al mundo le lingua auxiliar melior. Quando le pressa publica le nova que le esperantistas habeva interessate le UNESCO a fin que esperanto venirea recognoscite qua lingua international, P. scribe al IALA precante de voler intervenir presso le UNESCO al scopo de facer cognoscer su labores re le lingua auxiliar international, in modo que esperanto, jam refusate per le Societate del Nationes, non haberea alicun successo. Assi ille vene in contacto con Gode, Schild, Fischer, Berger, Bakonyi (vedasi) e tante alteros e comencia a propagandar interlingua in tote Italia. Ille publica multe articulos in le pressa italian in re le problema del lingua international. In collaboration con Schild, ille edita le "Corso d'Interlingua in venti lezioni" a uso del italo-phonos e le manual "Interlingua" (grammatica, vocabulario interlingua-italiano e italiano-interlingua). Malgrado su effortios P. non succede a facer adherer al UMI multe italianos e formar con illes un societate italian pro interlingua. Ille esse in correspondentia con multe interlinguistas europee, usante esperanto, ido e super toto interlingua, e initia al studio de interlingua Negalha e Castellina, de Suissa, qui ha devenite valide collaboratores del UMI. P. ha participa al Conferentia International de Interlingua que ha loco in Basilea, ubi ille incontra multe amicos de Interlingua. Ille collabora al periodicos "Currero", "Heraldo de Interlingua" e al Panorama, e ille esse un active collaborator al "Dictionario Italian-Interlingua" sub le redaction de Castellina.  P. esse empleato in le Officios de Contabilitate provincial statal e vain pension con le qualification de director general de iste officios. Ille participa al secunde guerra mundial qua official inferior de infanteria. More su car sposa, e P. mesme cade malade, lo que le impee laborar pro interlingua, como esse su calide desiro. Un signo typic de su minutiositate e grande labor es que ille mesme scribe le majoritate de iste lineas in le qual "io ha contate mi historia qua interlinguista e isto potera interessar le lectores del revista".  In Pesaro (Italia), al more ma esse rememorate como pionero italian de interlingua. Nome compiuto: Ugo Pellegrini. Refs.: “Grice e Pellegrini”. Pellegrini.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pellegrini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’amore come affezione dell’animo – e la sua manifestazione nei maschi nobili – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sonnino). Filosofo italiano. Sonnino, Latina, Lazio. Grice: “I like Pellegrini: he found Aristotle’s ‘obscure’ for the youth the manual Ethica Nichomaechaea is intended for!” È, secondo TIRABOSCHI, filosofo che da' suoi meriti e dalle promesse fattegli da più pontefici pareva destinato a' più grandi onori; ma che non giunse che ad ottenere alcuni beneficii ecclesiastici. Tenne la cattedra di filosofia a Roma. Pubblica il “De affectionibus animi noscendi et emendandis commentaries” e un'edizione della traduzione in latino di Lambin dell' Etica Nicomachea di Aristotele -- i “De moribus libri decem -- corredandola di un riassunto e di commenti, nei quali altera il testo di Aristotele di cui lamenta la difficoltà e l'oscurità. Benché Aristotele del Lizio sconsigli lo studio dell'etica ai giovani, ancora immaturi per una retta comprensione dei principi morali, al contrario, ritiene che lo studio dell'etica deve essere impartito prima ancora di quello della filosofia della natura, in modo che i giovani possano affrontare gli studi scientifici con animo libero dalle passioni. È più oratore che flosofo. Nn pensa ad inovar cosa alcuna, e segue costantemente insegnando i precetti del filosofo stagirita. Altri saggi: “Oratio habita in almo urbis gymnasio de utilitate moralis philosophiæ, cum ethicorum Aristotelis explicationem aggederetur” (Roma); “De Christi ad coelos ascensu” (Roma); “Oratio in obitum Torquati Tassi philosophi clarissimi” (Roma); Tiraboschi, “Storia della letteratura italiana” (Società tipografica de’ classici italiani, Milano); Carella, “L'insegnamento della filosofia alla "Sapienza" di Roma: le cattedre e i maestri” (Olschki, Firenze); Renazzi, “Storia dell'università degli studj di Roma” (Pagliarini, Roma – rist. anast. Forni, Bologna). P. scrive II important commenti su Aristotele del LIZIO, uno in cui enumera gl’affezioni dell’anima – dall’amore all’ira – amore, speranza, ira, audacia, temore, dolore, animosità. Nell’introduzione, elabora un concetto generale di che cosa e un’affezione dell’anima – il corpo non è menzionato. Ma P. elabora sulla questione dell’anima e il corpo per l’affezione – chè è affetato nell’affezione? Il secondo è un commentario sull’onore e la nobilità. Due trattati sono menzionato dai storici della filosofia. Nel III trattato, P. elabora la questione di TASSO (si veda) ‘filosofo chiarissimo’. Finalmnte, nella sua funzione di censore papale, riceve un saggio sulla politica d’Aristotele da un filosofo tedesco. P. critica la toleranza del filosofo alla posibilità del fraudo – ma il filosofo no considera l’oggezioni di seria considerazione. P. è associato al ginnasio di Roma. Il ginnasio è una istituzione laica “for I cannot imagine naked monks, playng around!” – Grice. Keywords: implicatura. H. P. Grice, “Il Tasso di Pellegrini”. DE AMORE £X didis antiquorum oHenditur, quanta fit eius vts, atque præflantia S8S8©Ii RINCIPE M in hac difputatione fibi locum amor vendicat, quod fons fit atfe&ionum, quæ bonum fpe&antjiuxta illud Parmenidis VELIA Cundorumq, Deum primum quæfiuit amorem nec non vi atque potelVate ijs antecellat ideo rerum dominus, ferorum cordium mollitor, alijsq. honorarijs principatus nominibus appellatur • quippe fera non eft adeo immanis, quæ confpcfto foetu non mitefcat.antiquifsimi mortales, homines agreftes atque truces, liberorum illecebris, et amore deiiniri coeperunt, vt cecinit LUCREZIO £f Fenus imminuit vires, pueriq. parentum Blandicijs facile ingenium fregere fuperbum. Plato in fympofio amorem dixit magnum dacmo na, præfidentem rebus humanis ; quod eius du&uomnia gignantur. Orpheus eundem aiferuit C' a claues 3»qKi 3 6 DE claues habere fuperorum et inferorum, quod artis et naturæ opus quodeumque extrudat in lucem; vnde inuentoris artium, atque magiftri appellationem obtinuit, ferunt Poetæ, solis amantibus a Plutone reditum ad nos concedi ; cum in ceteros exiftat implacabilis; 8r folollri&o iure, vt Sophocles ait, vtatqr. quid ni? cum fub tutela fint eius, quem claues tenere, atque inferna fuo arbitratu referare fabulantur? Hefiodus mortalium et immortalium mentes amore domari cecinit. Homerus louemeiufdem mancipium fecit. Plutarco in Amatorio amorem coparat Dictatori, quo crea to cedant omnes magiftratus. Indices criminum, cpnfcij vehemccifsimæ perturbationis delifta no pauca vel impunita, vel leuifsitne caftigatadimife runt, quod amoris impulfu admiffa conftaret; idq. non femel hoc feculo fa&itatum teftanturij, qui de criminibus vindicandis confcribunt. Sclethum Crotonia tamdepræhefum in adulterio fraternaq vxoris, cum se amore victum peccasse diceret, a ciuibus fuis exulare iuifum in lib. pro mercede condudis refert Lucianus, capitis poen. aremifefed jllum,fcu pudore violatæ germanitatis, Ceu legun amore, quas nalletlabefa& atasjin ignem fponte i infiluitfe,ac poenam fubiilfe, quam ipfe met ftatuerst in adulteros. Mundus» equeftris militiæ du&or fab Tyberio, paulinam Romanam deperibat;eam &uprauic in templo Ifidis ; facerdotibus pecunia corruptis, facinore comperto,Tyberius, in crucem eg i :,iemplu m $uertir, fijup. ftituam in Ty berim coniecir ; Mundum vero exilio punire faris habuit ; quod, amoris vehementia fu peratus, peccalfet;Charmo,vim amoris edo&u$j illi aram in Academiæ ingreffuexcit.iuit. Athchienfes Aatiiam dicarunt in tempk) Palladis, a-u amico bonarum artium; remq. ei diuinam inOituerunt, Erotidia, ntincuparam: Samij in ciu/dem honorem Eleutheria facra habuerunt. ANTEROTE quoque finxit,coluitq. mendax græcorum antiquitas, ex Venere et MARTE natum; vt eft apud CICERONE de natura Deorum. in Themiftij fermonibus Themis Dea hortatur Venerem, vt Anterota gignat, fi amorem adolefcere,non perpetuo pufioriem elfe velit. Hinc OVIDIO Almafkue dixi geminorum mater amorum.£& Horæ. Mater fæua cupidinum. qtio loco hæret Lambinusob ANTEROTE vel obliuionem,vel incogitantiam : In Gymnafio Eleorum erant vtriufq. icones; EROS palmaccum ramum tenebat, quem ANTEROTE nitebatur eripere, ‘amicitiæ, vti reor,limii lacrum.amici enim ita fe mutuo diligfit,vtin amo re alter alteri præire Audeat. Crefcit Eros Antero tos ortu; quod reciproco amore amans animatur et accenditur magis ad amandum. EA autem hæc de amore difputatio non paruifacienda; quam Socrates auide cofe&atur; et cum fe reliquorum omnium profiteatur ignarum, egte gium tamen amatorem ia&at, et haberi Audet. Neque vero quis illu hic arguat impuritatis. adeO enim eafte amauit,vtnec lycophantæ acerbifsimi C 3 AnirtiSi I $$ D E tus, et Melitus impudicas ei obiccennt amores 5 nec Ariftophanes, eidem inimicifsimus,tali accufatione hominem pupugerit ; et cum pauperem, loquacem, fophiftam appellairet in fcæna; impurum certe amatorem dicere nec potuit, nec au r us fuit. Phædrus amorem maximorum bonorum cauffam appellauit; quod ab eo {ludium in honeflis, verecudia in turpibus immittatur. Spartiatæ cum hoftibus congreffuri, facrificabant amori, quafi ad fortia egregiaq.impulforijquem morem, vtplerosq. alios,aCrerenfibus eos accepi{Te,arbitror. eodem enim inftituto Cretenfes ex parte vfos, Soficrates eft audior. Inde fa&um cenfeo, ve /æra, quæ appellabatur Thebanorum cohors, conflata ex amatoribus, fregerit Spartanos. nec inutile fuerit in acie illos, qui fe mutuo diligunt, flatuere vicinos; parentes, liberos, fratres,confanguineos, amicos ; exercitus enim eiufmodi aplerisq. cenferur infuperabilis. notum eft feftiuum illud Pammenis didum a Plutarcho in Pelopida, relatum ; ignoralfe Homerum vd foret acies in(Iruenda, cum iubet, Et tribui tribu*, et fua curia curiæ rt ad fit, Cum amicus apud amicum potius locandus videatur. Scribit Xenophon Aflaticos in bello circum duxi (Te vxor es et natos, vt eos defendere coadi, fierent pugnaciores. Eorundem occurfure-ilitutas acies non paucas, et vidoriam confequuras, legimus, demum, cum Harmoniam Marte ac Venere prognatam fabulæ tradunt, eandem amo risin re bellica vim defcribunt. Verum ad (oli*' dam amoris commendationem nihil maius, vel accommodatius afferri poteft, quam quod magnus Areopagita protulit ; amore fuperiora ad inferiorum prouidentiam allici ; hæc vero,qua(i fomite igneo fuccenfa, refilire, atque ad fupei na conuerti j fieriq* circulum a bono, per bonum, in bonum perpetuo reuolutum. Proclus quoque pulchrum amorisprotulit elogiumjefle illum cauf fam conuerfionis rerum omnium in primam pulchritudinem ;quæ de purifsimo fandifsimoq. in Deum, ipfumq bonum amore dida,ad mortales fluxasq. curas traduci accomodariq. non poffunt. Carolus Cardinalis vim amoris erga consanguineos perpetuo habuit fufpe&am/ eosq. ali* quid populaturos libentius audiebat per internuncios; veritus, ne fangninis impulfu ad res ini* quas concedendas imprudens adigeretur Explicantur Varia nomina huius affeftionis, et quotuplex fit, declaratur. E laboremus ambiguitate vocum, quæ varijs amoris nominibus fubie&a notio fit, primo loco difpiciamus ; quid fcilicet inter amorem, dile&ionem, caritatem, pietatem, cultum, amicitiam, beneuoletitiam interfit. Amor eftvt genus, et quid vniuerfum; locum enim habettumin homine, tum in brutis dile &io eft amor cum ele&ione, vt nomen indicat; nec repentur in ijs, quæ non deliberant caritas fertur in res pretiofasjdiftinguere veropretiofa a vulgaribus vnius eft mentis, pietas eft in fu periores, quod bruta vt plurimum non agnofcunt; hi funt Deus, patria, parentes, cultus eft fignum pietatis.amicitia eft amor mutuus, hinc in de perfpeftus, officijs confirmatus. beneuolcntia eft effedus amoris. alias pro leui amore vfurpatur; vtlib.p. ad Nicom.^.ha&enusde nomine. Amor duplicis generis exiftit; alter naturam fe quitur, alter agnitionem. ille rebus omnibus ineft, etiam inanimis; hic animantium proprius, de illo Hefiodusintdligendus,cum in Theogonia, primo loco fadum Caos cecinit, poft terram, et Tartaru; tertio amorem, ex terra Caoq. ortum.quis non vi deat hic accipi amorem pro vi rei cuilibet a natura indica, vt feipsa,quo ad poteft,expoliat,& tueatur ? quod et Orpheus voluit, cum amorem irtmor talitatis defiderium appellauit. fuit enim veterum poetarum hæc de rerum ortu fententia ; eundas ; fpecies, in obfcura, et confufa deformitate implicatas, ab initio iacuifte; tu defiderio lucis, et quietis, impellente amore fui, difiundas,ad fedes naturæ conuenientes migraffe ; vnde rerum vniuerfitasjin ordinem difpofita, conftiterit. Empedoclea GIRGENTI (si veda) rerum principia, litem et amicitiam, non alio, quam ad ift hæc poetarum commenta fpedafle dixerim. Amor vero, qui agnitionem fequitur, et aftedio eft animi ; fi ad henefta fertur, recinet appellationem ; fin ad impudicitiam, vel immdderatum appetitum delabitur, significantius LIBIDO vel cupido ab effedu nuncupatur. Poetæ diim amorem appellant et defcribunt, eam potifsime cupidinem accipiunt, quæ in Venerem fertur; et fub inuolucris fabularum multa recondunt ad rei, de qua agitur, notitiam attinentia. Puerum igitur defcribunt, nudum, alatum, cæcum, curarum plenum, arcu, et fagittis inftrudum ; fatum Venere atque Vulcano. puerum conftituunt, ob infipientiam 5 nudum, propter infelicem condicionem ; feu quod occultari facile nequit; alatum, quod cito aduenit, citius labitur; cæcum, vel ob impudentiam, (eft quippe pudor in oculis,) vel quod mortales plerumque amant fine deledu, fine iudicio, fine ratione ; et quafi oculis capti fedantur deteriora, melioribus omifsis ; plenum curarum, quia eius arboris hi exiftuntfrudus; inftrudum arcu& fagittis ; feritenim curis ægritudine plenis; Venere demum et Vulcacano fatum, humore scilicet, et calore ; quod ea temperatio cenfetur apprime libidinofa. Hunc eundem Cupidinem ex node atque æthe- : re natum voluit Acufilaus; hoc eft, ex tenebrofo et lucido; amantes enim cæci finit, et vna viderit acutifsime. Simonides ex Venere, ac MARTE procreat ; quod viri bellicofi a Venere plerumque non abhorrent. Alcæus ex lite et Zephiro; diflenfione fcilicet, ac reditu in gratiam; Olea 4 i -/ t> E Olcn Lycius ex Ilythia, feu Iunone Lucina, quod ea maxime amemus, quæ a nobis prodeunt* llythia enim partubus opitulari credebatur* Sappho demum ex cælo et Venere»* quod amorem viftellarum et gratia oris conciliari multis fuerit perfuafum. Pidores multos pingunt amores, paruulos, colludentes, curfitantes, (quos Poetæ faciunt Nympharum filios) quoniam mul ta funt, quibus inæfcamur, et capimur; vt notauit philollratus in imaginibus. Diotima mulier faga,fybillis a Socrate comparata, a qua amandi artem fe haufifte profitetur, amorem ex copia procreat, tanquam ex patre ; et indigentia, tanquam matre. vt eft inopiæ ac indigentiæ filius, apparet aridus, macilentus, fquallidus, nudus pedes, humilis, fine domicilio, fine ftramentis ac tegmine vllo; perno&ans fub dio ; femper egensidem qua copiæ filius, virilis, ferox, callidus, infidiator, pulcher, fagax, venator, prudens, facundus, per omnem vitam philofophans, potens fafcinator,*vt non immerito bi&enrn ab Orpheo fit appellatus, vtrefert Paufanias apud Platonem;. Huius fabulæ hæc eft allegoria, vulgo amari, quæ nec omnino funt in poteftace noftra (cito enim ea vilcfcunt, ) nec diffidimus aliquan' do futura. ideo copiam et indigentiam amoris vulgaris parentes ponit Diotima. quæ vero inter f e valde pugnantia eidem adferibit, affedus indicant eorum, qui re amata potiuntur, contrarios ijs, qui infunt non potientibus. Ha&enus de fabulis ; in quibus illud magnopere damnandum» quod cupidinem Deum faciunt, vt libidini patrocinenrur damnat hoc ipsum Phædræ nutrix apud Senecam in Hyppol. Deum efie amorem, turpiter ritio Jauens Finxit libido ; quoque liberior foret, Titulum furori nummis fklfi addidit. Cetera vero fabulis contenta non inutiles ad hanc luem arcendam continent admonitiones. Admittit quoque amor, qui agnitionem fequitur, aliam partitionem. eft enim amor amicitiæ didus, atque beneuolentiæ,qui rei amatæ commodum intuetur; eft amor cupiditatis, qui proprium commodum refpicit.fibi enim multi amat; eoq. amorem traducunt, vnde vtilitatis aliquid fe percepturos confidunt ; amor ifte amicitiam paritvtili innixam; fuperior vero eam producit quæ ab honefto J>romanat. Poftremo Amorem vnum facere, qui feratur in diuinam pulchritudinem, alium, qui fiftat in humana, non eft præfentis inft ituti. agimus enim de affedionibuf inferioris animæ partis; etfi non pauca fint vtriq. amori communia; et pleraq. vnius per analogiam» et metaphoram ad alium transferantur. Quid fitt amor ACCADEMIA amorem dixit, defiieriwn pulchri LIZIO amare*ac beneuelle pro eodem accipitlib.i.de arte dicendi. id Rhetori fatis, qui hlfe&us vti commoueantur, nofie ftudet; limatiorem cognitionem ad philofophum remittit D. Auguftinus de Trin. cenfet efie fturam duo copulantem, in quam fententiam Leo Hebræus ait, efie -voluntarium ajfcffum qumcopulatijjime fi nendi ijs, quæ bona iudicamws. deferiptiones hæ funt, ab elfe&u petitæ ; non quæ amoris explicent naturam, finitiones. nam defiderium, benetiolcntia, appetitus copulæ cum re amata fequutur amorem; vbi enim quem amoj eidem bene efie cupio, eiusq. confuetudinem appeto. Thomas definit efie complacentiam appetibilis. allubefcendam appellat Ludouicus Viues, qua amatum amanti allubefcic. hanc fententiam ita demum recipio, fi ailubefcenria, et quæ minus latine, significantius tamen, complacentia dicitur, pro motione illa fumatur, quam appetens facultas elicit circa rem, quæ illi allubefeit ; non pro illecebra appetibilis, qua excitat mouetq. appetitum. atfe&iones namq. animi funt abappetitu,vta mouente moto ; quod Ariftoteles voluifie videtur tertio de anima Grego*» tiu$ Nvfænus eleganter id ipfum exprefsit hotnih mil. 8. in Ecclefiaften, cum ait, amorem eflfe habitudinem animi intimam in id, quod animo eft jucundum. feliciter quoque D. Auguftinus 2. de ciu.. amorem ponderi corporum comparauit, inquiens, Animum ferri amore quocumque fertur, vc corpus pondere. Neque vero exiftimandum illam complacentiam efle cauffam amoris, nam inter cauflfas rerum, et ipfarum primos efferus daturneceftario medium; idq. vnum,& folu, nempe res ipfæ ; fed inter appetitionem potiundi re amata, (hæc prima eft amoris proles,adeoq. illi affixa, vt fæpe pro amore vfurpetur) et complacebam nihil omnino intercedit; igitur compla centia non eft amoris caufTa,fed ipfeamor; quandoquidem primus amoris cffedus, eam illicofequitur, adeoq. inuice hæret, vt ne tenuifsimo quidem cuneo præbeant aditum. præterea fi hæc AQUINO finitio excludatur, nihil remanet in quo amoris naturam conftituamus, præterqua in defi derio, feu cupiditate fruedi. id fi admittatur, amor et deliderium confunduntur.at funt feparatæ affedionesjre enim præfente ceflat dcfideriujamor vero natura fua magis augefcit.na fi fatictas aman tem capit, culpa eft humani ingenij,quod vel mutatione deledatur, vel voluptates impuras perfequitur; fincera aute voluptas non parit faftidium, deniq.defideriueire amoris effedii LIZIO docet li.o # Et.c.^.vbi agens de beneuoletia,vt eft leuis amor minimeq. adulta aftedio a.it, Beneucldtia no eflam a fflttff 'SuLTxar babst ncq. o^iv^uaa^nati.Mg 4 6 DE confequuntur.o?i*tc defiderium eft ; feu vehemens et acuta appetitio,quam Juuenalis cum rabie con iunxit, inquiens, rabidam fatturus orexim. cum igitur of t£/f confequatur amorem, ab eo neceflario diftinguetur ; Quod autem fubiicit LIZIO cum qui forma dele&atur non continuo amare» fed tum demum, cum abfentem defiderat, et præ fentem cupit, ita eft accipiendum ; vt amori defiderium comitetur neceifario, fitq. eius indicium, leuis enim voluptas non arguit amorem, qui vero cupit et defiderat, fc prodit amatorem. eft igitur amor appetitus allubefcentia, feu complacentia in eo, quod vti bonum pulchrumue fuerit perceptum. De caujjis Umoris, ONVM integra est amoris cauisa, et omnem eius exæquat ambitum, præclare igitur Auguftinus de Trinit. ait, non amatur nift bonum, huc pulchrum reducitur et formofumjtum etiam vtile quodcumque, atque iucundum. pulchrum vero idem eft, quod bonum conceptum vti iucundu m ; vt Areopagita docet de Diu. nomin. Deus quippe immortalis, vt eft au&or atque feruator rerum, Cunfta fouensy atque ipfe ferens fuper omnia [eft* bonum dicitur; vt vero ad fe trahit, allicitq. omnia, pulchrum, inde qui pulchritudine minus capiuntur, minus amant 5 vt barbari, ruftici,& qui duriore funt ingenio, et moribus afperis, Aliæ funt amoris caudæ, quæ etfi boni ambitu continentur, feparatimnihilorciinus ponuntur, quod aliquidbono addant ; et alia, atque alia ratione ad amorem conciliandum concurrant. Similitudo igitur morum, et ingcnij amorem parit firmum, atque conftantem. docuit hoc Areopagita; fuitq. Menandri didum,a comicis et ACCADEMIA vfurpatum, Deus femper fimilem ducit ad fitnilem, et quidem fimilitudine inter amantes conuenit, vtcuin amans diligit, fui ipfius fimilitudinem, ac proinde fe ipfum, in re amata diligat, hinc animantia omnia ducuntur ad limiles sibi formas ; non ad fpecies al ienas. Canis cani videtur pulcherrima, et boui bos, ait Epicharmus. et Formica grata ejl formicæ ; cicada cicadæ ; accipiter placet accipitri, Theocritus inquit in Idillijs. hoc inftindu parentum amor in liberos augetur; funt enim nati vjuentia fpirantiaq. parentum firnulacra.nec alia Crafsi erga Sulpitium volutatis cau£* fa exiftir, quam quod intellexiffct, ftudere Sulpitium, vt ei dicendo fimilis euaderet, Euander apud VIRGILIO Pallanta filium ENEA ca rii reddere nititur, quod illius fir imitator futurus. Hunc tibi præterea, (pes& folatianojlri, T allanta adiungam ; fltb te tolerare magiflro Militiam graue MARTE opus, tua cernere faft a, Mffucfiat; primis et te miretur ab annis. Illud non fuerim infitiatus; ob paria vitæ infliruta creari aliquando inuidiam, fieriq. aliquos adeo inimicos, quam fune artificij conditione pares j nam et figulo figulus, et fabro faber inuidet ; cuiufmodi genus pugnacium artificum in conuiuijs Plutarco coniungi vetat.verum ex euentu id eft. cum enim lucro faciendo impediant fe mutuo, inter eos oritur contentio, eadem ceffatvbi cauetur, ne alter alterius cauffa damnum -patiatur jeiusq. loco amicitia fuboritur. CICERONE profelfuseft, cum Hortenfio de eloquentiæ palma ita fe contendiffe, vt vnius ad laudem curiiis non effet ab alio impeditus; ac proinde viuentem amaffe, dolereq. vita fundum. Sæpe etiam qui ftudi js diuerfis priuatimviuunt,fed in maioris momenti rebus conueniunt, funtamicifsimi. Pelopidas et Epaminundas, etfi vita priuata efient difsimiles, quod hic ftudijs philofbphiæ, ille venationibus profufius incumberent, quod tamen afferenda patriæ libertate, incredibilem animorum con sensionem retinuerint, certa illis amicitia conflitit ab initio ad finem. Sunt etiam ingenia inter fedifsimilia,quænihi lomiuus coeunt facile ad vitæ societatejhoc enim habent, vtfimul aptari, et componi pofsint, quemadmodum vox acuta iun&a grani certa proportione, harmoniam efficit s quod spedare licuit in Socrate, et Alcibiade. Consuetudo quoque, atque conuidus amorem gignit,:ei!dit enim homines moribus iifdem affue tus, ac vnius mentis eaque vis efi confuctudims, vt habitum nedum animi, fed corporis quoque immutet ad rei amatæ formam notauit id Piutarco in Alexandri amicis, quos leniter inflexa ceruice, facie furfum verfus con uerfa folicos incedere, fcribit, quali Alexandro attentaturos; cum nihilominus vi afluetudinis habitum illum impru dentes contraxittent. Summopere igitur advertendum, quo cum vitæ societatem ineas; præcipue vero monendi adolescentes meretricum cœnis, nodibus, omnique convidu abstineant, quibus illæ magnopere student; cum norint consuetudine amoris vincula fieri tenaciora. Parem amoris conciliandi vim societas in honoribus, et rebus, tum fecundis, tum adversis habet, et quandoque maiorem. vt enim maximum amoris vinculum ducitur, plurima et maxima beneficia accepitte, sic simul accepiife, proximum iudicari debet. Qui simul fecere naufragium, vel vna pertulere vincula, vel canfilij alicuius, coniurationisue societate iunguntur, facile amant invicem tfnde adagium, Conciliant homines mala. BRUTO (vedasi) et CASSIO (vedasi) invicem insesos GIULIO (vedasi) Cesare Cæsariarius dominatus conciliauitjac summa fide coniun xit. M. EMILIO LEPIDO et GIULIO FLACCO cum ettent inimicifsimi, censores renunciati, simultates illico deposuere. Tacitus, Latiaris arque Sabini sermones, quibus vetita miscuerant, ardæ amicitiæ speciem fecifle, annotauic; speciem dixit; nam vr plurimum participes scelerum non tam amore copulantur, quam metu, atque noxa D conscientiæ. Sunt etiam qui existiment, vi quadam occulta ne&i animos; vel disiungi quidam enim primo aspectu amantur ab omnibus; ali j contra contemnuntur. inter aliquos statim convenit; alios nulla beneficiorum, officiorumq. confuetudo conciliat; nec vnde voluntatum ift hæc discrepancia nascatur, liquet, nulla enim hic morum similitudo, nulla vitæ communitas. Astronomi » vt nodum hunc solvant, ad Venerem, ceteraque aflra, quæ benigna vocanr, confugiunt; quibus homines ad amandum inuitari volunt, hæc, vti longe a nobis posita, neque certam habent fidem, neque manifestum errorem. ACCADEMIA schola dæmonibus ad'cribit, qui vitæ hominum præfunt.facit enim dæmonum, hos quidem confimilisingenij, hos diuerfi.qui difsident interfefe, d fienfionesad clientelas deducunt; qui vna fentiunt, amorem iis immittunt, quorum gerunt procurationem, demum nonnulli gratia pol-‘ lent, et au&oritate; ali j odio habentur a collegis; qui vtrifque fubfunt homines, eandem quoque gratiam inuidiamq. apud nos nancifcurur.ifthætf f ACCADEMIA commenta non aliter confutarim 9 quam quod tollunt funemum,ex euentu,peritUla immerite alicui creata conciliant amorem iriperpetieritem Tacitus de Nerone Germanici filio. aderat \uutnH modcfiia et forma principe piro digna j notis in eum Seiani odiis, Stv, quod omnes ad fe vocet; abiitq.in prouerbium, quo Plato vtiturin iyfide ; quod pulchrum femper amicum ; cenfeturq. a Mufis et gratiis primo vfurpatum, vbi ad nuptias Cadmi et Harmoniæ, puIchrirudinenouaf nupta? ore, fi Deo placet, immortali cecinerunt ; vr in I heognidis epigrammate, cuius hæc exiftit fententia; Mttfæ, et Gratiæ, filiæ Iouis, quæ olim Cadmi jtl nuptias cum veoijlis, pulchrum xeciniflrs carme, Quicquid pulchrum amicum e[l, non pulchrum autem non eft amicum. Mimus dixit, formofam faciem effc mutam commendationem LIZIO vero; habere illam longe maiorem vim ad commendandum, quam accurate feriptam epijiolam. Carneades appellauit C E hoc est, dulce amarum. eft enim mors voluntaria V vc mors amarorem, vt fponte fufcepta, voluptatem aflrert. amorem vero effe liiorcem, inde apparet maxime, quod amans de fenon cogirat, fed de alio ; in fe igitur non operatur, fed in alioj - qui in fe non operatur, in fe non eft ; qui in fe non eft,in fe non viuit; amans igitur in fe mortuus eft.quare Plato in quendam, qui perdice amabat, dixit ; h'ic in proprio corpore mortuus eft ; viuit in alieno et Plautus in Ciftellar. Trullam mentem animi habeo ; vbi fum, ibi non fum. vbi non fumi ibi $1 1 animws « Cato fenior aiebat, animum effe potius vbi amat, quam vbi animat. Quod fi amans vicit Jim ametur, reuiuifcit in re amata j alias mortuus cenfetur.has autem vicifsitudines atque mutationes quoad aflfe&um accipere oportet; non quo ad ipfam eflentiam animorum. appetunt quidem amates fieri re ipfa vnum, iuxra di&um Aristophanis ab Ariftotele polit, relatum ; fed quia illorum inde corruptio fequeretnr, quærunt coniunctioriem, quæ faluis corporibus obtiqeri pofsit. hæc autem afFe&u confuetudineq* habetur, animis interim quo ad cupiditates permiftis et in tertiam quandam temperaturam reda mere contendit, quo conatu Lyfias Phædro similis euafit; et Macedonum proceres colli flexura, orisq.ere&ione Alexandro similes redditos ex Plutarco supra retulimus. Pulchre vero 2. Rher. monet LIZIO, vereri nos turpia committere apud illos,quos amamus; 1 vt inter amoris opera pofsitreuei entia numerari; quod maxime declarat eius aifeitionis excellentiam. Crafsi illa funt;Equidem cuiri peterem magi ftratus,folebam in præhenfandodimitttre a me Scæuolam, cum ei ita dicerem, me velle efle ineptum.Nemo quippe curat probari ijs, ejuos negligit; Et quidem apud eos, qui ius haoent puniendi, veremur turpia facere ob metum legum; apud alios ob metum infamiæ ; fedapud eos, quos diligimus," obreuerendam et amorem. Sed et fui, aliorumq. omnium, præterquam' rei amatæ contemptum amor parit in amante lacob, rarum amoris exemplum, quattuordecim annos æftu geluq. vexatur, in morem feræ, vt pulchra Rachde potiatur; ac tria fereluftrama gnis tradu&a laboribus, paucas exiftimatincom modi tolerati horas t certe diuinus Moses paucos ei dies præ amoris magnitudine vifos teftatur. et ficaftifsimo amatori falaconem in exemplum admngerdicet,r uiCM, Autonius incertum atque preui- DE pr jaifum exitium, vt Cleopatra; morem gerat, fic fuidefertor, vt placeat concubina; falutem profundit, ne amati vultus turbet ferenitatem. Fugatur demum Veteranus Imperator ab adolefcente, atque tyrone, quod prius fuiffet dementatus ab ægyptia Syrene. his ftipendijs fæue cupido muneras eos, qui nominibus datis, tua figna fequutur. G:gnit quoque amor magnam voluptatem,vbi re amata potimur, cum enim affequi finem fit omnium iucundifsimum, quilibet eo habito, quod amat, contentus viuit, vt ACCADEMIA ait in Phædro fæpe autem tanta voluptas adeptionem rei amatæ confequitur vt multi in complexu rerum carifsimarum exfpirarint • Ex oppofito amor vehemetior, fi quid afiequutionem propofiti moretur, vel impediat, triftitiam, et moerorem affert, voluptati, de qua diximus, æqualem, llafis medicus amore:n morbo melancholico proximum facit, euolant quippe fpiritus fubtiliores, et purior fanguis per teouifsimos poros, excitati appetitio nis impetu, erga rem amitam tendentis; fanguis vero crafsior, quod exitus non pateat, remanet conclufus; vnde in at-um humorem, atque bilem facile concrefcit, cum fit meliore fanguinedeftitu tus. inde vaporibus opplecur caput; animus triftitia premitur, ac fæpe ad infaniamdeducitur LUCREZIO (si veda) amator primum effectus eftjtum demens; ad extremum fui ipfius parricida. Hæc sunt vehementioris amoris et frequentius impadici ; qui amittendi quoque timorem affert, atque trepidationem 5 tum etiam furorem in eum, qui auferre conatur; fufpicioneS vehementes, zelum amarum, aliaque animo lancinando, et excarnificando inftrumentacommodifsima. In eodem ordine raptum mentis collocamus: græcebts^; quem amori quoque diuino Areopagita tribuitjquafiDeusob amorem e&afim paf fus fuerit, emergit quippe foras knimo,qui amat ; tum quod ad rem amatam commeare appetit; tu quodafsiduode illacogitat, fuioblitus; accurritq. aliquando fanguis tenuior ad cerebrum, vt iuuec contemplationem ; aliquando præfente re amata adeamconuolatjfedfiftitin externis corporis par tibus, uehiculo deftitutus. vtrumque ftupor fequitur, opprefio cerebro vi nimij caloris,vel partibus vitalibus ab eodem derelidis. Inde fequitur amantis valetudo et imbecillitas, debilitatur enim alendi vis recedente calore; cor etiam, atque cerebrum vicifsim conftringuntur! ob copiam fanguiu is, vt opem ferat parti laborati, ab vno ad aliud comeantis. id enim ei natura indidit, ut inferuiat vitæ principijs. Et quidem cor,, vbi feptum efi vi fanguinis,& quafi vallo circumatum, quærit aggerem per fufpiriaperrumpere ; quævel non emergunt, vel omnino emittuntur^ difficillime, ac plerumque. non integra, verum, dimidiata, nec fine magno conatu, ab eadem con ftridione ccrdis prodeunt cantiones interruptæ, a E" &ftatim dimittit ; modo aliud quærit, et propofitum illico mutat,pænitetq. cæpti inftituti ; vt prorfus ij faciunt, qui longo et acuto morbo decumbunt. Huc maciem palloremq. amantum refero ; corrupto enim calore, colorem quoque obfcurari necefle eft. f OVIDIO de Amante Fugerat ore color, maciefj. obdukerat artus. Opprefsionem vero cerebri lachrymæ fequuntur. Sanguis enim fabrilior, cogente cerebri frigiditate, vertitur in lachrymas; quæ, vti graues, defcedunt per oculos; natura quoque remmolestam, nulliusque ufus, foras propellente. His adde oculorum tumorem, et inflationerii labiorum. Suetonius de Tyberio. Sed et Agrippinam ab egi ftc pofi diuortium doluit; et femel omnino ex occurfu vi[am,adeo contentis et tumentibus ocuUs profecjmtus e$t, vt cuftoditum fit, ne vnquam in ciusconfpeftum veniret. eius fa&i caufla dft, quod ad præfentiam, vel memoriam amatæ rei fpiritus petunt partes extimas, quali amatum amplexaturi ; maxime vero feruntur ad oculos, qui fant afnimi internuncij et conciliatores amoris, inde fequitur tumor, et plerumque etiam ardor. Nec est prætereundum, ad præfentiam, vel recordationem rei amatæ commoueri pulfumvena rum, fiue arteriarum, fieriq. concitatiorem, et inconftantem ; idque vel quia cor trepidat et pauet; vel quia nititur quodammodo de loco fuo conuelli, et in amari pedus transferri; quo argumento dcpræhen dic Galenus amici vxorem amore Pyladæ cuiufdam laborare. Denique,vt etiam quæ leuiora fu nt, attingam, amor mutat mores ex taciturno garrulum facit, ex garrulo taciturnum ; ex focorde induftrium; ex afpero mitem et fiiauem. quæ omnia ftngillatim profequi,eifet immenfi laboris. Antiquitas morum comitatem amori adfcripfit, quemadmodum Dionyfio mifterium, vaticinium Apollini, Mufis poefim. Docet quoque muficen; quod ACCADEMIA a fpirituum vehementia deducit; qui dum magna vi erumpere conantur, impellunt ad cantionem.Quid quod poetas facere non vno depræhefiim eft experimento?Plato idipfum afsignat excitationi, agitationi, eleuationifpirituum.ij enim co moti, agi tatiq. apt funt aliquid parere citra commune vfum; cuiufmodi eft oratio metro conftans, minime vaga, vel foluta. Bion poeta in Bucolicis fub perfona paftoris amorem facit fuorum carminum au&orem veriibus a Stobæo relatis,quos ad verbum conuerfos ita legimus. Mufæ amorem non metuunt crudelem, Quin amant ex animo et veftigia fequuntur eius. Quod fi quis ingenio præditus inamabili ipfiti comitetur, Illum refugiunt et docere nolunt jit fi amore captum gerens animum fuauiter cecinerit, o idipfum fimul omnes feflinæ confluunt; Quod autem hic fermo plxne verus fit, ego teflis ftim, )~ -v-i E (am 06 DE 7^am fi hominum quempiam, aut immortalium et, ' mine celebro C efflat mea lingua; nec yt ante solebat, canit. At cum in Amorem rei in Lycidam aliquid molior. Tunc mibi lætum ore carmen profluit. • fli&um vecordis poetæ fceleratum, quodq. fati$ indicet perditos hominis mores, ac nihil miraqdum iq o impudico amore ad verius fundendos eum incitari folicum, qui meliorem non agnofcebat.agnouit autem Propheta Regius, iljoq. impetu, quæ Deus didabat, fuaiiifsimis yerfibus effudit. Hanc de amoris effedibus tradationem eleganti Caroli Cardinalis dido cocludam: Amore perfici fundiones humanas, quæ enim abamg fe prodeunt,, quam accuratifsime geruntur. De renfedijs amoris, REMEDIA non nifi morbis quæruntur, quare de impuro nobis amorehic fermo exiltit, prrrium igitur amorem negofia > curæ, honotu m cu p diras, labores, calamitates deterunt, et corrodi unt; Otia flt Ilus, periere cupidinis ignes. Sed &egeitas eijvaide aduerfatur. na flue Cerere dr Daccb-j fliget Vtnus^t ait Chremes Terentianus, ia gr æcorum collectaneis verius legitur, qui LATINE «e cxprcfTus > sic habet. Mortua res venus fine Cerere et Baccho. Ariftophanes apud Athenæum vinum lac Veneris appellat, quod alat libidinem Vinum bibenti fuaue lac Cypriæ Deæ Apuleius in Metamorphofi ex Cerere, et Baccho Veneris /ytarchiam confici fcribir. Sed et Menandri hi exfiant Senarij. Amorem [edat fames, aut æris penuria ; {emo mortalium viftum mendicans amauit; Sed in opulentis puber hic innafcitur. Huc fpe&at antiquum epigramma græcum an &oris incerti, in latinum (ic verfum. Fames amorem fidat; id fi fit minus Tempus medetur ; fin nec i fla exttingucre Flammam queant^ tum reflat, vt funem pares. quod epigramma ex dido Cretetis Thebani Cynici philofophi confedum ett. tria enim ab eo afferebantur amoris remedia, htftfe Cfiy?s, id eft, fames, tempus, laqueus. digna cynica immanitate fententia. porro paupertatem prodefle amori pellendo in confefToefi;tum etiam tempus, et longam diem ; nam vt ait Ouid. lente fiunt tempore curæ et Martialis Quid non longa dies, quid non confutuitis armi ? fedti hæc duo minime pro finr, a^liafunc remedia, præter laqueum ; a quo abftinendum natura docet, et humanæ diuinæq. leges præcipifit. quantum euim illud ad amorem eiiciendum valet, fi E a quid 6Z t> E quid vitij inre amata eft, fæpc animo voluere, vfc illa tandem apud nos vilefcat? inomnivero.humana pulchritudine aliquam deformitatem corporis, vel faltim animi nancifci, facillimum videturjmores fcilicet improbos, impotentiam animi auaritiam, fæuitiam, inconftantiam et quando hæc defunt, foeces fub uenuftifsima forma latentes, fordesq. innumeras eo conceptaculo conci ufas. indignatio eti^mjquod a vili foemina, vel abie 6to mancipio quis contemnatur ; vel in feipfum, quod adeo foedum toleret feruitium,cocepta iracundia tenacifsimos frangunt amores; quibus liberatum Heroem illum ab amore Indicæ Regin^ Ludouicus Arioftus perbelle finxit; cum equitem induxit armatum, quem indignationem poftea nuncupauit, tædis ardentibus foedam et immanem belluam, quæ JReginaldum fub vnguibus, præmebat, et moleftifsimeinfeftabat, fugantem et adtartarum detrudentem, quippe fera illa libidinem, et amorem impuru referebat. Medici cmiffionem fanguinis atque defoecationem ad idem Cenfent non inutilem; quod ea minuatur calor, et ardor coeundi. Platonici idiptom probant ; quod sanguis morbida qualitate affectus eiicitur, ac fincei^is de nouo gignitur quare medici amantibus ebrietati cenfent aliquotenus indulgcndum ; tum vt fpiritus recentes procreentur ab illa tabe inta- I veteribus per sudorem vino excitatum, exhalatis; tum, vtindudaobliuione,paulatim curæ ; iuollefcant, et amatæ rei memoria deleatur. Remedium vero illud, clauum clauo pellendum, nec recipio, nec ferendum cenfeo,fi clauus de nouo adhibitus fit eiufdem cuni vetere materiei, nam expellens, nifu tenaciore occupat expulsi locum quare amantem, si eo vtatur consilio, in peius dela bi, non est ambigendum, fin alterius naturæ clavus affumitur et cado vel omnino philosophico et quod magis ampledendum, divino amore contra Venereum agitur, medicinam salutarem, nemini respuendam iudico. STRABONE scripit prope Lebcada promontorium cfie templum Apollinis, vbi faltus fit ad fedandos amoris ædus; ex quo Deucalion ob Pyrrham, Cephalus ob Pterelam, Sappho item et Calicæ fœminæ fefe præcipites dedere, viri servati funt incolumes, ab amore immunes fœminæ interierunt; mifelfæ; quod scilicet faltus ille Leuchadius virilis edet, nec fœminis conveniret. Fabulofa hæc sunt. Sed si quid veri adumbrant illud ed; vehementissimo timore amorem interii re; quod et nos fatemur pericula enim ad meliorem sæpe mentem homines reddunt; (io dat intellectum „ v . .r et ifp i yJh t ii; ; OH ifttO rjorr- r hi ibo:.» nlsr; ritBT&J' > 1  : fyy \ £§5*? :• r < b ftV; % i IOC CE' 'Vrn. 0 f <»! Vropommtur et diluuntur dubii non pauca id Amorem pertinentia P tl I M V M dubiam. An verum sit, quod Socrates ex Diotima retulit, amorem nasci indigentia. ACCADEMIA in Lyfide affirmauit. CICERONE autem censet istumesse miiiim. generosum amoris et amicitiæ ortum j alias lucri causa amaremus, et beneficia fœneraremur; quod fordiduol videtur i Sed ACCADEMIA dictum de amore, qui cupiditatis dicitur, intelligencfeM, CICERONE autenii de amore amicitiæ, quæ nititur honesto sic inter mentes separatas amor intercedit, cum nihilo minus non egeant secundam. Qaibus maxime reperamentis inna scitur amor? Iis, quæ calore et humare abudant humidum enim facile concipit externas impressiones; calidum vero fouet amorem quod si calido sit admixtum aliqu id ficcitatis, cupiditares existunt acutæ et vehemente$, qu 2 fs celerrimelrelfec expleri, nec retinent v^lde diu; quod sanguine sint tenui, atque raro et in cpntinua motione posito. Eiusmodi sunt adolescentes, quorum amores levis flammæ vapori Seneca in Hyppoliro comparavit. Frigidioris vero naturæ, ac tristioris ingemj homines tard amorem admittunt, sed per se u crint magis, 6b crafsitiem, atque pigritiam sanguinis fi gutm’s, et admixtionem atræ bilis, quæ diffidi iut recipit, sed firmius reti net, quicquid imprimitur, Vt argilla non adeo tenuisset liquida, inde lenes excipiendo amori duriores videntur jquem nihilo mi hus semel imbibitum retinent lumina firmitudine. illos dixeris; quali ftipUlam quæ flammant bcyfsimeconcipit, et dimittir; hos, quili ligna solidiora, quæ non adeo sunt ad exardescendum facilia; sed admotam, ac tandem tecepraui flammam diutius alunt; Tertiui Qua potilsimum via cocipiatur amor; Respondeo, venenum illud oculis maxime hauriri. vt LIZIO; docetlib. p.Eth. tdlaturq.illc apud Poetaifi. Vt vidi d vt perij Ivt me maltis abstulit error d sed et aures aliquando funt operis tanti adminiUrie; qua ratione Medaæ lafonem ardere coepit lenotiniuiri per quietem absolvente phantasia. cd tadufi idipfurh præftat; vbi phantasia pulchram tei conta&æ formam effingit; sed in hac concerttione palmam oculi libi vindicant, vt quibus eunt re ipsa commercium intercedit; quod aures no hal ber,Vt Phylo noratlit .de ludice iilæenim occit fantur circa sonos; obtutiis in rem ipsani fertur aclimatissimum æque superbissimunide illa fert iudicium; conta6his verb cralsior est, et aptior ad fruitionem, quam ad iudiciumde re pulchra fasciendani allerunt ACCADEMIA amorem pulchritiidi lie potissimum commbueri; quæ oculis maxitrid feleipitur; contactui vero nullatenus subiieitur j £ 4 Itita b E r ideo amorem oculis potius excitari, quam tactu amorem præterea fpiritibus adminiftris gigni vo lunt, hosq.per oculos emitti, et immitti . ex quo fic,vr qui oculorum venuftate possent, faci!ein alie nis pedoribus benevolentiam sibi conficiant. Hanc ego spirituum per oculos eiaculationem negare non poffum, quod multis experimentis com probetur.Scribit S.Bafilius lib.de Virginitate, nos firmius ægrotos intuendo ccrrupijneque n.irrpu ne peltifera spiramenta ocuiishauriutur. Teftatut Lapndius de ALESSANDRO SEVERO, ad eius obtutu f^pe opus fuifle oculos dimittere; id no eflet; nifi agens vis aliqua ab oculo in ocuju e£funderetur; qux illu afficeret et subigeret. læditur.n. fenfus a fenfili ve henrienti,vt Arilbdocuit. Auguftus, referete Sueton 10,0 cui os habuit daros,ac nitidos, quib. etia exi flimari volebat ineflfe quidda diuini vigoris;gaude batque,fi quis fibi acrius cotuenti, quafi ad fulgo re fblis, vultu fubmitteretjqua porro leuitare Silenus apud Iulianum trasfugam facetifsime derifit. Aspedu ne rei amatæ magis,an ofcu lo, complexuq. amantis expletur appetitus? Respondeo. Amantem quærere coniun&ionem cum te amata; id vero complexu magis obtinetur, qui intuitu, quare mater film ad fe peregre reversum hon fatis habet oculis ad fatietatem intueri ; nifi etia amplexetur, osculodato et repetito, quiefcit. maxima nihilominus voluptatem oculis pefcipi, non eft negandum; elTcq. magis perennem, quod, cum purior exiftat, minus amantem fatiget.. An amor iit erga bruta et inanima. Respondet LIZIO Eth.c. ideft ama tione, in res quoque inanimas conferri, quod lata acceptione LIZIO loquutum crediderim. na inanima etia fi timemus, non odimus, vt fulme. ergo nec amamus, cii contraria circa idecontingat.qua re LIZIO Eth. magis proprie loquensait; ridiculu effe illu,qui dicat, se vino bona euenireve! le; sed vt qua liberalissime agamus, dabimus ei, vt velit vinu faluu et incorruptum manere, vt ipse habeat.cu igitur amoris effedus fit bene velle, sequitur crga inanima no esse proprie amore; et multo minus amicitia. Aristippo cu perdite amaret Lai de, nec ab ipfa amaretur, ab amico reprxhesus est, quod eo amore traduxifiet, vnde par no acciperet.fed cxcufabatfe Aristippo quod etia vino et cibo vteretur, pluri muque caperet inde voluptatis jetfi no igno raret, se no amari ab illis.acute et appofite. neq.n. cude vero amore fermo eflet, se cibu amare dixit fedab eo multu capere iucuditatis. Quo ad animata rationis expertia, certu est cuijs non efie amicitia; qa comunia cu hominibus officia no obeur, nec ferutur ad eunde fine, nec habet electione, nec honestua turpi diftinguunt. Sed an hominis amor ad illa excedatur, in dubio res eft diligimus enim canes et vicissim amamur ab illis et cum fint capæia doloris et voluptatis, illis bene, vel male cupixnus. nonulli etiam ardentissimo amore fœda animalia sunt prosequuti. Glauca Cythariftria anferem, fcu anatem amauic Xenophontis filius in Cilicia canem et quidem obftinatifsfme; f^der Spartiata monedulam habuere in delitijs; quid quod adolescens bonæ fortunæ statuam iri Fri tanæo ere&am deperi jtj eaq. pretio non obteri ti sibi manus intulit quippe lapidem ilum qiiaii anima præditum ob mentis perturbationem existitnavit, quod ex Xerxi vifutn tu ille crediderim; Curii infarto Flatani amote captus ad eam extrei tum illum immensuin cohfiftere atque choreas ducere voluit; nec ante abscessit, quam armillis torquibusq. aureis amatum ornattet; curatore quoque dato qui cuftbdiret; ac tueretur ab militia. Sed amorem proprie atque per fe&e ad ea tari tu elfe dixerim, qux ratione polletit est enim amor Appetitus coniunctiohis, atque convictus; quis ve to cani, vel anati, vel cuilibet manfuetifsimæ belluæ iungi velit, vel vfia convivere? quod si qui de formes adeo prætulere cupidi taces, eos irrationali amote ductos di xerim, et feritati, i m mani tarique obnoxio; cuius perversæ appetitionis caullæ tre ab LIZIO referuntur lib^'. £thicitap.$. Sed, (i tationem sequimur et naturæ propensionen T inanima cara habemus j bruta adhuc noftri cauCfa diligimus; vt equos nobiles, vt catulos feftiuos; fed noti qrtæcumque cara nobis funt; continui amamus; etfi quæ amamus, necessario etiam cara habemus et omnino catum elfe latius patet quam amari mieb Sex tu . An artiare præfiantius fit, quaniamdti hæc dubitatio accipienda est formaliter; fci- [AMORE] T licet, an amans vc amans nobilitate antecellat amato, vt amatur de quo ACCADEMIA non dubitant, cum, vt FEDRO ait apud ACCADEMIA, amans divino furore rapiatur, videaturque particeps fadut divini luminis. Equidem cæteris paribus flatum amantis celfiorem existimo amate enim eftactu Caritatis, quæ prædantissima est omnium virtutum et tum etiam quod amare cum fundtione virtutis existit; amari autem est prorfus Ociosum illud vicem habet agentis, hoc patientis Septimum Cur amans amati vereatur aspectu} vt sæpe viri fortissimi ad præsentiam vilissimæ fæminæ trepidarint, et ad infimas preces obceilationesque defcenderint. Respondent ACCADEMIA, non eife quid humanum quod eos percellit, sed fui goremdiuinitacis emicantem in humana specie; quo posito, consternationis eius cauflam fe tradidiflfe putanti et principium indicasse, quo per multæ difficultates de a^pore diluantur, nam ad ama ti præfentiam sæpe honot, plerumque divitiæ Contemnunturj quod fortunæ bona non fint cum fummd bono, cuius radij pulchritudine correptus est amans, conferenda. Et amans cupit vnum cum amato fieri, deferet e condicionem propriam, e se in amati perfonam transfefrej quia ex homine cupit fieri Deus, quis enim efl,qui humanam condicionem cum divina non libentissime commutet? Et amote capti vicifsim fufpiriapromunt et gaudent. dolent quippe quod se ipsos deferant ætan tur quod ad meliorem Ratum transferantur. Calene DE AMORE. Calent etiam atque frigent; deferuntur enim calore proprio; tum fuperni radij fulgore accenduntur. demum timent et audent, quod calor audaciam pariat, frigus metum. Ego vero LIZIO firmitate deledatus, pleraque ex his vti speciosa quidem didu, are ipsa non admodum folida reiicio. alia etiam, vti ad velandam turpitudinem Veneris induda, damnare cogor; Amantem id cupere, vt per Metamorphofim fabulofam in alienam mucetur naturam,plane fum antea inficiatus. effc dus vero illos amoris varios,& multiplices ab et ebullitione fanguinis, per vim phantafiae, deduco; vt diximus in i j$,quae de amoris eflFedibus at tulimus; plura quoque in difpucatione de timore paulo poft fubiiciemus. v 2 S 8 et 268 et pWC2ihii P*‘t Hi. Nome compiuto: Lellio Pellegrini. Pellegrini. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Pellegrini e Grice sulla etica nicomachea,” The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pempelo: la ragione conversazionale della diaspora di Crotone -- l’implicatura conversazionale – Roma – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Turi). Filosofo italiano. Turi, Bari, Puglia. His name is attached to some surviving fragments of Pythagorean writings on parenthood, or fatherhood – ‘patria’. Pempelo.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!;  ossia, Grice e Penco: la ragione conversazionale (Genova). Filosofo italiano. Istruzione e formazione Specializzazione in filosofia -- in Italia non esiste PhD -- Wittgenstein e la filosofia della matematica Università di Genova - Genova - IT Esperienza accademica  - ... Varie per CV vedi: https://PhilVideos.org/hp/penco Ricercatore all'Università di Genova Docente di filosofia della scienza a Lecce Docente di filosofia della lingua  all'università di Genova periodi di ricerca annuale all'estero University of Pittsburgh con McDowell e Brandom Periodo di ricerca allo Institute of Philosophy London anno . Competenze linguistiche English Esperto French Elementare Attività didattica Spanish Buono German Elementare Ho insegnato filosofia della scienza a Lecce, poi filosofia della lingua a Genova e Teorie della comunicazione a Savona e a Genova. Fa alcuni corsi davvero interessanti come Erasmus a Reykjavik e a Lovanio. I suoi corsi di Genova sono su aulaweb. Insegna teorie della comunicazione per le lauree magistrali di Scienze politiche e di filosofia. Attività didattica e di ricerca nell'alta formazione Supervisione di dottorandi, specializzandi, assegnisti Ho supervisionato diversi dottorandi ora divenuti docenti e tra questi ricordo, per continuità di ricerca e di relazione: P. curriculum vitae Gozzano, professore ordinario a L'Aquila, Bouquet, professore associato a Trento Pitto, ora coordinatore dei servizi tecnici DAFIST Filippo Domaneschi, ricercatore a Genova Negro, appena addottorato con una bellissima tesi sullo scandalo della deduzione (molto apprezzata dai suoi commissari, Carpintero, Marconi ed Agostino) Di molti altri ho seguito e supportato il percorso; di molti ho partecipato agli esami finale. Al momento sono coordinatore del Consorzio di Dottorato in filosofia che ha sede amminsitrativa a Genova ed è collegato alle Università di Torino, Pavia e Piemonte Orientale. Pel dottorato ho organizzato l'attività didattica del 32° e 33° ciclo. Partecipazione al collegio dei docenti nell'ambito di dottorati di ricerca accreditati dal Ministero Ho partecipato al collegio Docenti del Dottorato di filosofia della scienza - collegio docenti dottorato in filosofia (Genova) di cui sono stato coordinatore- collegio docenti Consorzio di Dottorato FINO Attribuzione di incarichi di insegnamento nell'ambito di dottorati di ricerca accreditati dal Ministero Al dottorato, finora si lavora in modo più informale rispetto alla burocrazia universitaria standard che tra poco sconvolgerà anche il dottorato (pazienza; non ci sarò più). Non ho avuto 'incarichi di insegnamento' ma ho insegnato e coordinato seminari di ricerca, in particolare, assieme al prof. Massimiliano Vignolo, il seminario EPILOG-LIN  (vedi: http://filosofia.dafist.unige.it/?page_id=184) oltre a diverse lezioni e coordinamento di lezioni come responsabile del Consorzio FINO. In effetti ho a volte 'attribuito' incarichi di insegnamento a altri docenti, ma senza carta protocollata, bensì mettendosi d'accordo telefonicamente o via mail. Credo di essere uno degli ultimi eredi di un tempo in cui si dedicava più tempo al lavoro intellettuale che al lavoro di validazione, valutazione, descrizione e certificazione della propria ricerca. Non invidio le future generazioni, ma assumo che saranno attrezzate a questo genere di accanimento burocratico (ma attentti al cervello; non può sopportare troppo carico: o fai buona burocrazia o fai buona ricerca). Interessi di ricerca Temi di filosofia della lingua con particolare riferimento a Frege e Wittgenstein – “or Witters, as I call him” – H. P. Grice. Rapporti tra pragmatica e semantica; contestualismo; indicali e dimostrativi; descrizioni definite. Per maggiori informazioni vedi www.dif.unige.it/epi/hp/penco P. curriculum vitae Progetti di ricerca Vari progetti MIUR MIUR - IT Partecipante Non sono mai riuscito a vincere un ERC, ma è cosa risaputo che è difficile vincere bandi europei in filosofia (i suoi colleghi filosofi che sono stati nei panel sono rimasti davvero sgomenti del fatto che nessuno capisca i problemi filosofici cosicché riescono a passare per lo più progetti non specialistici di qualche impatto sociale, ma raramente progetti di filosofia). Ha partecipato a diversi PRIN nazionali (di cui cui uno da lei diretto): : Significato e Competenza (PRIN MIUR coord. P. Giaretta, Padova): Procedural Semantics and Contextual Reasoning (PRIN,MIUR; coord. D: Marconi, Torino): Strutture di conoscenza e strutture di ragionamento. Uno studio sui limiti dell'olismo (PRIN, Coord. Parrini, Firenze): Contextual Reasoning: cognitive content and linguistic expression (PRIN Coord. P.Leonardi, Bologna). : Representation and Reasoning; A study on Mental Processes (PRIN Coord C. Penco, Genova) : Truth and Context. (PRIN, MIUR; Coord. D. Marconi, Torino). //see abstract// : Realism (PRIN, MIUR: Coord. P. Frascolla, Univ. Basilicata): Presuppositions and Experimental Pragmatics (Local Funds): On demonstratives and gestures (program for  work at the Institue of Philosophy, London): presupposition and the projection problem: Indeterminacy (PRIN MIUR; coord. L. Perissinotto, Venezia) Attività editoriale Sono stato direttore della collana 'Filosofia analitica' di De Ferrari editore e sto al momento cercando di caprie se si può spostare questa collana in una collana in inglese presso l'edizione universitaria genovese. Per il resto sono collaboratore di riviste e inserisco l'elenco della mia HP: Comitato editoriale o scientifico o referee per le seguenti riviste: Abstracta: Linguagem, Mente & Ação (Referee) Argumenta (Editorial Board) Dialectica; The Official Journal of the European Society for Analytic Philosophy (Referee) Epistemologia, An International Journal for Logic and Philosophy of Science (Editorial Board) Erkenntnis: An International Journal of Analytic Philosophy (Referee) European Journal of Analytic Philosophy (Editorial Board) Journal for the History of Analytic Philosophy (referee)  P. pagina 3 curriculum vitae Journal of Philosophy (Referee) Mind (Referee) Networks, A journal for the philosophy or Artifical Intelligence and the Cognitive Sciences (ed. board) Philosophia, Philosophical Quarterly of Israel (referee) Ragion Pratica (referee) Synthese, and international Journal for Epistemoogy, Methodoogy and Philosophy of Science (referee) Theoria, a Swedish Journal of Philosophy (Consulting Editor) Topoi (referee) Incarichi all'estero VISITING & INVITED TALKS (for talks in Conferences, and talks in Italy see talks)  Visiting Professor at the University of Reykjavik  Visiting Fellow at the University of Pittsburgh, Centre for the Philosophy of Science and Department of Philosophy. Visiting Scholar at the University of Barcelona  Visiting Professor at the University of Reykjavic  Erasmus Exchange at the University of London (King's)  Talk at Columbia University  Talk at the University of Genève  Fellow at the Institute of Philosophy & Senate House (London)  Talk at University of East Anglia (Norwich)  Talk at St. Cross College, Oxford. Nome compiuto: Carlo Penco.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pennisi: all’isola – la ragione conversazionale del blityri, o dello spirito nazionale – filosofia dell’isola – filosofia della sicilia – la scuola di Cataia -- filosofia siciliana – filosofia italiana – SICILIANO, NON ITALIANO. Luigi Speranza (Catania). Filosofo italiano. Grice: “I like Pennisi’s irreverent tone – typically Italian! – to evolution – and especially evolution of language. By obsessing with linguistic tokens, we have lost our capacity to mean otherwise than non-naturally!” Grice: “His metaphor of ‘the price of lingo’ is very apt – we win, we lose!” – Grice: “Pennisi is a Griceian at heart in that in his study of both schizo ad paranoic (both psychotic) systems of communication, he focus on what he and I call the ‘adequazione pragmatica,’ i.e. the ability or competence, to irritate Chomsky, to implicate!” Dirigge il Dipartimento di Scienze Cognitive, Psicologiche, Pedagoche e degli Studi Culturali a Messina, presso cui è titolare della cattedra di filosofia del linguaggio. I suoi interessi riguardano prevalentemente la psicopatologia del linguaggio e, più in generale, la relazione tra linguaggio, evoluzione e cognizione umana. Consegue la laurea in Lettere Moderne presso la Facoltà di Lettere e Filosofia a Catania  con una tesi dal titolo “I presupposti ideologici della teoria della storia linguistica di B. TERRACINI,” sotto la guida di  PIPARO. Vince il concorso libero per ricercatore e  svolge la carica presso l'Istituto di Filosofia della Facoltà di Magistero dell'Messina. Diventa professore associato di filosofia del linguaggio nella Facoltà di Magistero di Messina. Vince la procedura di valutazione per l'ordinariato--  è direttore del Dipartimento di Scienze cognitive e della formazione della Facoltà di Scienze della Formazione e preside presso la stessa Facoltà. -- è coordinatore del Collegio di Dottorato in Scienze cognitive dell'Messina.  Aree di ricerca Psicopatologia del linguaggio. L'ipotesi di base per l'analisi del linguaggio psicopatologico parte da un confronto sistematico tra il linguaggio psicotico nelle sue due declinazioni più significativequella schizofrenica e quella paranoica con il linguaggio tipico delle patologie cerebrali e con quello caratteristico dei soggetti normali. La tesi di P. è che i soggetti psicotici, a differenza di quelli con deficit cerebrali, non mostrino difficoltà visibili dal punto di vista dell’articolazione fonica, della proprietà lessicale o della capacità sintattica e semantica, ma che invece la cifra elettiva del loro linguaggio consista in un depauperamento della complessità dei significati. Questo impoverimento della dimensione della complessità si manifesta nella schizofrenia con un linguaggio privato e pragmaticamente inadeguato, e nella paranoia con un unico tema delirante che riassume e congela tutto il destino del soggetto. La psicopatologia del linguaggio rappresenta inoltre una delle sfide più difficili per le scienze cognitive, in quanto le psicosi, tra tutte la schizofrenia, sembrano a tutt’oggi resistere ad ogni tentativo di spiegazione neuroscientifica. Nella sua impostazionei, il linguaggio può essere considerato una forma di tecnologia corporea. Il linguaggio è, in particolare, la tecnologia specie-specifica di Homo sapiens che ne ha caratterizzato l'adattamento a tal punto da rischiare di minacciarne l'esistenza. La cognitività linguistica del Sapiens, infatti, modificando profondamente le regole stesse dell'evoluzione biologica se da un lato ci ha consentito di essere i dominatori naturali dell'intero pianeta, dall'altro è "ciò che beffardamente ci avvicina alla fine, il messaggero della nostra imminente estinzione. In continuità con le tesi sul linguaggio, propone un nuovo concetto di bio-politica, in antitesi con il concetto sviluppato da Foucault. In particolare, propone di investigare i fenomeni sociali e politici mediante la comprensione delle dinamiche naturali che li sottendono. L'errore di Platone è, nel sistema di idee proposto da P., l'idea di poter ingegnerizzare la società e di poterme controllare ogni possibile esito. Ancora una volta, tale illusione è data dal linguaggio e dalla razionalità linguistica che contraddistingue Homo sapiens. Accadimenti come le crisi economicheal pari di altri fenomeni socio-politicipossono essere compresi solo se si indagano i fenomeni naturali che ne stabiliscono le dinamiche, come ad esempio i flussi migratori e la riproduzione. Altre saggi: “L'errore di Platone – biopolitca, linguaggio, e diritti civile in tempo di crisi” (Bologna, Mulino); “Il prezzo del linguaggio” (Bologna, Mulino); “L’isola timida: Forme di vita nella Sicilia che cambia” (Roma, Squilibri); “Le scienze cognitive del linguaggio” (Bologna, Mulino); “Scienze cognitive e patologie del linguaggio” (Bologna, Mulino); “Segni di luce” (Mannelli, Rubbettino). “Psicopatologia del linguaggio: storia, analisi, filosofie della mente” (Roma, Carocci); “Le lingue utole: le patologie del linguaggio fra teoria e storia” (Roma, Nuova Italia Scientifica); "La tecnologia del linguaggio tra passato e presente, in Blityri, Pisa, ETS, Pievani, Linguaggio, proprio tu, ci tradirai. Eugeni, Per una biopolitica a-moderna. Il pensiero del potere in Kubrick oltre, in Le ragioni della natura” (Messina, Corisco, Piparo, Mauro, Eco. Dip. Scienze cognitive, psic., ped. su unime. Nome compiuto: Pennisi. Keywords: filosofia dell’isola, filosofia della sicilia, filosofia siciliana, cariddi, capo peloro, blityri. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pennisi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pera: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e il ragionere – la scuola di Lucca -- filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Lucca). Filosofo italiano. Lucca, Toscana. Important Italian philosopher. Si diploma in ragioneria all'istituto Carrara di Lucca. Studia a Pisa sotto BARONE. Insegna a Pisa. Convinto che le libertà civile si e riconduce alla dignità intrinseca della persona umana, che permane quale che sia la verità delle convinzioni di ciascuno, rileva come sia sbagliato fare del relativismo elitario il fondamento della società. Questa sorge grazie a quel terreno fertile rappresentato dal principio della tolleranza  Un saggio filosofico di rilievo riguarda il metodo scientifico e l'induzione. Dedicato nell’”Espresso” ai filosofi che avevano tentato di confutare Marx, il primo e Popper. Ulteriori studi furono dedicati alle teorie sui metodi di ricerca di Hume e ai metodi induttivi e scientifici. Saggi "Hume, Kant e l'induzione". Sviluppa ricerche sui primi studi di elettricità compiuti nel settecento da Volta e da Galvani. Analizza in dettaglio il rapporto tra scienza e filosofia, in particolare nel rinascimento volgare italiano -- GALILEI, TELESIO. La metafora delle palafitte (anche usata da Vitters): come le palafitte dell'uomo preistorico, la filosofia (in particolare la teoria della relatività e la fisica atomica) non si fonda su una base solida come la roccia, ma e soggetta a modifiche e revisioni, a seguito della scoperta di nuove particelle, di nuovi fenomeni, o di nuove leggi fisiche che in parte modificano quelle precedenti della fisica classica.  C’e progresso in filosofia. Non poggerebbe su un fondamento immutabile, ma su un principio che puo essere oggetto di ulteriori analisi ed approfondimenti.. La filosofia ha validità limitata a un determinato contesto – e. g. Oxford. Secondo questo orientamento il griceianismo e modificabile. Fra le revisioni di sistemi scientifici studiate da lui vi è la rivoluzione di TELESIO e GALILEI che reca obsoleto il geo-centrismo. Sono poi analizzate le teorie elettromagnetiche, a partire dalle prime formulazioni empiriche di VOLTA e GALVANI. Pera analizza il progresso della filosofia in relazione a quella del metodo, basato su procedimenti razionali ed induttivi.  Altri saggi: "Induzione, scandalo dell'empirismo", i "La scoperta scientifica: congetture selvagge o argomentazioni induttive?",  "È scientifico il marxismo?", “Il canone del razionale” Craxi. Lei mette in discussione i fondamenti stessi dello stato di diritto, la rivoluzione ha regole ferree e tempi stretti. Quei politici che, come Craxi, attaccano i magistrati di Milano, mostrano di non capire la sostanza grave, epocale, del fenomeno. Si occupa soprattutto dei problemi della Giustizia in Italia. La democrazia è quel regime di governo che permette a chi si oppone di sostituire pacificamente chi prende le decisioni a nome della maggioranza. Lo istrumento della democrazia non è soltanto il voto, ma l'argomentazione, il discorso, il confronto. Per sostituire chi governa, prima di votare occorre confutare e criticare. Allo stesso modo per governare occorre argomentare e convincere. Partecipa anche ad alcuni temi di politica locale, in particolare in Toscana e a Lucca. vivere “velut si Deus daretur”. "Se Dio esiste, ci sono limiti morali alle mie azioni, comportamenti, decisioni, progetti, leggi e così via. Il denominatore comune e il rinascimento e l’'illuminismo. Il concetto di eguaglianza fra gl’italiani e di solidarietà sociale, che sono oggi alla base della costituzione dellea nazione italiana. È lo stesso soffio del vento di Monaco. Defende nostra autonomia individuale, che è la condizione su cui dobbiamo sempre vigilare (da ciò il nostro liberalismo)”. Altre opere: “Apologia del metodo” (Pisa, Scientifica); “La scienza su palafitte” (Roma, Laterza); “Induzione” (Bologna, Mulino); “Il razionale e l’irrazionale nella scienza” (Milano, Saggiatore); “La rana ambigua. La controversia sull'elettricità animale tra Galvani e Volta” (Torino, Einaudi)’ “Scienza e retorica” (Roma, Laterza); “Persuasione” (Milano, Guerini); “Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo” (Milano, Mondadori); “Il libero e il laico” (Siena, Cantagalli); “Etica liberale” (Milano, Mondadori); “Il liberalismo di Pannunzio” (Torino, Centro Pannunzio). La scienza non poggia su un solido strato di roccia. L'ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire sopra una palude. È come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte vengono conficcate dall'alto giù nella palude: ma non in una base naturale o "data"; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare le palafitte più a fondo non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente, ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che almeno per il momento i sostegni siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura. “Il mio e un relativismo elitario” Marcello Pera. Pera. Keywords: implicature, relativismo elitario, implicatura elitaria, ragione, filosofo come ragionere, le radici romana del ragionere, ratio, ragionere, l’assenza del concetto di ratio nella lingua greca, la ‘ratio’ di Pitagora, la ‘ratio’ della scuola di Crotone. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Pera," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Perconti: la ragione conversazionale – scuola di Milano – filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano) – P. è un filosofo italiano. Abstract: H. P. Grice: “I like Perconti, but then I like Kant!” – Keywords: Kant, Humboldt. Le sue ricerche si concentrano principalmente sul tema della coscienza, sulla cognizione sociale e sul ruolo sociale delle scienze cognitive. P. (Photo credit by Orlando. P s’è laureato in Filosofia presso l'Università di Palermo con una tesi intitolata Ragione e lingua in Über die Aufgabe des Geschichtsschreibers di Humboldt, sotto la guida di Piparo, Palermo, e Trabant, Freie Universität zu Berlin. Consegue il titolo di dottore di ricerca in filosofia del linguaggio, Palermo, "La Sapienza,” discutendo la tesi Rappresentazione esterna e lingua. La ‘Darstellungslehre’ -- advisor: Formigari, "La Sapienza" -- è stato Prorettore alla Didattica a Messina. Dimissione volontaria anticipata, diige il dipartimento di scienze cognitive, psicologiche, pedagogiche e degli studi culturali (COSPECS) di Messina, presso il quale è professore ordinario, titolare della cattedra di filosofia della mente. Idee filosofiche Gli studi filosofici iniziali di P. sono dedicati alla storia delle idee linguistiche. Le sue ricerche di tipo più specialistico sono state ospitate da alcune delle riviste più prestigiose del settore, come Histoire Épistémologie Langage e i Beiträge zur Geschichte der Sprachwissenschaft. La monografia Kantian Linguistics è stata considerata da Kant-Studien, la rivista più autorevole del settore, come un saggio degno di influenzare gli studi kantiani. Gli studi successivi di P. si sono rivolti ai temi della cognizione sociale, della coscienza e del ruolo sociale della scienze cognitive. Recentemente, ha sostenuto che il Deep Learning finirà per diffondere l’intelligenza artificiale ovunque, ma con il rischio che rimanga senza nessuno che ne porti la responsabilità. In collaborazione con Morini pubblica anche un libro divulgativo con la casa editrice Cortina, E-mail filosofiche. Di grandi idee e problemi quotidiani, cercando di riproporre la pratica della conversazione elegante utilizzando un mezzo nuovo, le lettere elettroniche. Opere Libri Plebe e P. The Future of the Artificial Mind, Boca Raton: Taylor & Francis. P., Filosofia della mente. Bologna: Il Mulino. P., La prova del budino: il senso comune e la scienza della mente. Milano: Mondadori Università. P., Coscienza. Bologna: Il Mulino. P., L'autocoscienza: cos'è, come funziona, a cosa serve. Roma-Bari: GLF editori Laterza. Pennisi e P., Le scienze cognitive della lingua. Bologna: Il Mulino. Morini e P., P., E-mail filosofiche: di grandi idee e problemi quotidiani. Milano: Raffaello Cortina Editore. P., Leggere le menti. Milano: Bruno Mondadori. P., Kantian linguistics: theories of mental representation and the linguistic transformation of Kantism. Nodus. P., Identity, Narratives, and Psychopathology: A Critical Perspective, Psychopathology and Philosophy of Mind, Routledge. P. e Plebe, Deep learning and cognitive science. Cognition.  P., Moderate Mindreading Priority, The Extended Theory of Cognitive Creativity. Springer, Cham. Plebe e Perconti, Plurality: The End of Singularity? The 21st Century Singularity and Global Futures. Springer, Cham. P. e Porta, Faces in the Brain. Mediterranean Journal of Clinical Psychology. P., Identità narrativa ed esperienze non concettuali. Bollettino della società filosofica italiana, P., The Role of Motivational Force and Intention in First-Person Beliefs, Linguistics and Philosophy of Language, P. Two kinds of common sense knowledge and a constraint for machine consciousness design. Journal of Machine Consciousness; P., La filosofia nella scienza cognitiva. Il caso dell'autocoscienza. Sistemi intelligenti, P., Context-dependence in human and animal communication. Foundations of Science. P. su Università degli Studi di Messina. UniMe, Cospecs: si dimette P., su messinaoggi.it. Cospecs (UNIME), su Dipartimento COSPECS. Pe., Kantian Linguistics. Theories of Mental Representation and the Linguistic Transformation of Kantism, Münster, Nodus Publikationen, Detlef Thiel, Buchbesprechung, in Kant-Studien, Gruyter, Plebe e P., The Future of the Artificial Mind, Boca Raton, Taylor & Francis. Pubblicazioni di Pietro Perconti, su Persée, Ministère de l'Enseignement supérieur, de la Recherche et de l'Innovation. Portale Biografie Portale Filosofia Categorie: Filosofi italiani Filosofi italiani Nati a Milano [altre]. Nome compiuto: Pietro Perconti. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Perconti,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Peregalli: la ragione converazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. I luoghi e la polvere Incipit All'inizio della Genesi il serpente convince Eva a mangiare con Adamo il frutto dell'albero della conoscenza. Così i loro occhi si apriranno e vedranno per la prima volta la loro nudità. Comincia in questo modo la storia della conoscenza e del desiderio. Vedere, desiderare e infine morire. Il tempo, il suo scorrere nelle nostre vene, diventa dominante. Lo splendore dell'attimo, la sua rivelazione abbagliante, ne sancisce la caducità. Il tempo corrode la vita e la esalta. Insieme alla conoscenza e al desiderio nasce anche l'amore per la fragilità dell'esistenza. Le cose si rovinano.  Citazioni Se si vuole vedere, o meglio, se nel destino è scritto che si veda a tutti i costi, se si vuole desiderare, se si vuole conoscere (così si capisce quanto poco la conoscenza abbia a che fare con principi puramente razionali), si deve diventare mortali. Gli dei sono indifferenti. Per gli uomini inizia così la differenza. Finché non conosci, finché non mangi il frutto dall'albero della conoscenza, sarai eterno. Non saprai cosa sono il bene e il male, il desiderio, l'attrazione dei corpi, la morte. Il tempo è la nostra carne. Siamo fatti di tempo. Siamo il tempo. È una curva inesorabile che condiziona ogni gesto della nostra vita, compresa la morte. La superficie di qualunque "cosa", sia essa un oggetto o un luogo, è intaccata dal tempo, riposa nel tempo. Viene corrosa, sporcata, impolverata in ogni istante. Sono la sua caducità e la sua fragilità che la fanno vivere nel trascorrere delle ore, dei giorni, degli anni. L'eternità è un miraggio, e non è la salvezza. Stare in casa significa poter assaporare il piacere di sapere che fuori c'è un paesaggio meraviglioso e, quando vuoi, apri la porta o la finestra e lo guardi. Deve esserci lo sforzo del gesto. Il desiderio va centellinato, perché sia più profondo. Il bianco è il profumo dei colori. Il bianco, ancora più del nero, laddove usato nella sua purezza, è uno dei colori più difficili che esistano, e meno imparziali. Usato in quantità massicce la sua forza ci si ritorce contro. Diventa indifferente solo in apparenza. In realtà l'indifferenza non esiste. Nulla è indifferente. È un abbaglio, un alibi. Equivale all'apatia. I vetri, il bianco sono materia, colore, carne, vita. L'ombra, come la polvere, è il nostro fondo nascosto. La si vuole cancellare. Deve essere un eterno meriggio. Così si elimina la "carnalità del luogo", il suo erotismo sottile, la sua terrestre caducità. Purtroppo in estetica la dittatura di un elemento è identica alla sua democratizzazione. Il livellamento dei luoghi conduce alla dittatura della luce e viceversa. Tutto diventa uguale nell'indifferenza. Di fronte all'ottusa sicumera che ci avvolge esiste un tempo altro che non possiamo controllare, dirigere, comandare e che può aprire nuove prospettive, trovando sentieri tortuosi, o spesso non tracciati. Nelle sacche dell'errore (che è un erramento) può ancora trovarsi un cammino. Il passato è stato messo in una teca, sigillato, perché non nuoccia. Lo si può venerare, ma lo si teme. E comunque non deve essere imitato. Gli antichi, invece, in ogni momento hanno sempre guardato indietro. Da lì traevano ispirazione. Cancellavano per ricreare. Credo che in quest'epoca falsamente luccicante e rassicurante, che vuole esorcizzare la morte e la fragilità della vita a ogni passo, e dove colori sgargianti, superfici nitide e sorde, luci accecanti circondano il nostro vivere, un sentiero possibile sia quello di cercare negli interstizi delle cose prodotte dall'uomo una crepa, una rovina che ne certifichi la fondatezza. In un mondo che teorizza le guerre "intelligenti" e gli obiettivi "mirati" la barbarie non è costituita dalle distruzioni, ma dalle costruzioni. Il decadimento fa parte dell'essere. Tutto decade, crolla, si disfa. Ma questo decadimento è un frammento di noi. Il concetto di incontaminato è fondamentalmente falso. Tutto è contaminato dal tempo e dall'uomo. Nell'attimo stesso in cui mettere le sue radici in un luogo lascia un segno e l'incanto si sbriciola. Esistono nelle città, nei paesi, nelle campagne, "rovine semplici"...Cascine abbandonate, un muro senza aperture, uno spiazzo solitario con una fabbrica dismessa, una vecchia ciminiera diroccata, una strada che non finisce, chiese, mausolei, tumuli lasciati al loro destino, attraversati dal tempo. Luoghi che apparentemente non dicono nulla di più della loro solitudine e del loro abbandono e in cui il motivo delle loro condizioni non si legge più tra le pieghe dell'architettura. Le ferite, se mai ci sono state, non mostrano la loro origine. Troviamo queste rovine dappertutto nel mondo, sparse tra le nuove costruzioni, o isolate e lontane. Quello che colpisce è la tranquillità, la pacatezza. Non servono più a nulla, non possono essere sfruttate, manipolate. Possono solo essere cancellate da una ruspa. Questa fragilità è la loro forza. Ci affascinano perché ci somigliano. Somigliano al nostro essere caduchi, alla nostra mortalità, alla sete dei nostri attimi di felicità. Nel mondo c'è un'ansia di eternità. L'idea che tutto debba tornare a risplendere com'era. È un'epoca, questa, in cui da una parte si desidera l'infinito e dall'altra ci si spaventa per la fragilità delle persone e dei luoghi. Pensare che un luogo possa cristallizzarsi in un'eternità senza tempo è una chimera che denota, mascherato di umiltà, un senso di presunzione infinito. La nostra vita è la nostra memoria. Attraverso il passato guardiamo il futuro. Se lo distruggiamo e lo ricostruiamo in modo fittizio non resterà più niente. La bellezza di un oggetto deriva in buona misura dalla sua patina. Più che la frattura tra antico e moderno, ciò che dà consistenza alla nostra vita e la rende accettabile è la patina del tempo. La certezza che le cose e i luoghi deperiscono serenamente. È questa una "decrescita" estetica, un principio che vede nella caducità la traccia della loro bellezza. Una volta le cose erano fatte per durare ed erano caduche. Quindi veniva calcolata la loro deperibilità per farle diventare sempre più belle. Oggi le cose si producono per essere effimere, e al tempo stesso si proteggono con vernici e altre sostanze, perché sembrino eterne. Una città per avere un'anima non deve essere perfettamente pulita. Devono rimanere le tracce di quello che accade. Così i resti della nostra vita possono affiorare, come i ricordi dagli angoli delle strade, dai cespugli, dai muri. La materia di cui sono fatte le cose deve plasmarsi sull'aria che si respira, deve ricevere l'ombra. La durata delle cose nel tempo non si può comperare. Il corpo va amato per quello che è. La sua fossilizzazione, invece, rischia di tradirne l'essenza, la cui forza è la caducità. Il motivo per cui ci attrae, ci eccita, ci tiene con il fiato sospeso in tutti i suoi anfratti più segreti, il suo odore, la sua superficie, il suo colore, è la sua consistenza che muta negli anni e si adatta a noi e al mondo. Parole come design e lifting hanno un suono sinistro. Dicono lo stesso. La plastificazione degli oggetti e dei corpi, il loro luccicare senza vita, come i pesci lasciati a morire sulla riva. Tracciamo un mondo che dovremmo indossare come una muta per aderirvi perfettamente e in cui però i nostri movimenti diventano falsi e rallentati, chiusi in un cofano che toglie il respiro. Corpi rimodellati che abitano e usano luoghi altrettanto rimodellati. Il museo deve introdurre la gente in un mondo speciale, in cui le opere dei morti dialogano con gli sguardi dei vivi, in un confronto duraturo e fecondo. I musei, che sorgono sempre più numerosi in quest'epoca, sono divenuti edifici-scultura. Vengono chiamati a progettarli gli architetti più accreditati del momento, che inventano dei mausolei per la loro gloria, prima ancora di sapere a cosa serviranno. In essi la gente non va tanto a vedere le esposizioni o le opere presentate quanto i monumenti stessi. Gli allestimenti museali sono un riassunto e uno specchio drammatico dell'epoca in cui viviamo. I vetri antiproiettile, l'illuminazione da stadio H. P. GRICE STAGE STADIUM o catacombale, i colori sordi e luccicanti dei muri, il gigantismo insensato, le ricostruzioni senz'anima. Via la polvere, via la patina, via l'ombra, via la carne di cui siamo fatti. Tutto è asettico. Cancellando la mortalità della vita, il luogo diventa eternamente morto. L'arte è mimesi della natura. La mima, la reinventa, la accompagna fedelmente nel cammino del tempo. Non c'era contrasto e nemmeno violenza. L'abitare sulla terra era una convivenza armonica in cui l'uomo beneficiava della natura, e questa traeva profitto e bellezza dalla presenza dei disegni dell'uomo. Così nascevano i luoghi. L'occhio che guarda questi luoghi, luoghi diroccati e abbandonati, immagina il loro passato, sente attraverso la pelle consumata dal tempo l'anima che li avvolge. La patina, come la polvere, si deposita sulle cose. Dà loro vita. Le inserisce nel tempo. Un tavolo, una sedia, un bicchiere parlano del passato, delle mani che li hanno toccati, attraverso la pelle del tempo che li avvolge a poco a poco. Le tracce del passato si leggono tra le crepe dei muri, oltre l'umidità della pioggia e il calore riarso del sole.  Nome compiuto; Roberto Peregalli, “I luoghi e la polvere,” Bompiani. Roberto Peregalli. Peregalli. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Peregalli” – The Swimming-Pool Library.

 

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Perniola: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Asti -- filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Asti). Filosofo italiano. Asti, Piemonte. Studia la filosofia del meta-romanzo a Torino sotto PAREYSON. Incontra VATTIMO ed ECO, che si è fatto tutti gli studiosi di spicco della scuola di Pareyson. Allegato alla all'avanguardia dei situazionisti. Insegna a Salerno e Roma.  Collabora a agaragar, Clinamen, Estetica Notizie. Fonda Agalma. Rivista di Studi Culturali e di Estetica. L'ampiezza, l'intuizione e molti-affrontato i contributi della sua filosofia gli fa guadagnare la reputazione di essere una delle figure più importanti del panorama filosofico. Pubblica “Miracoli e traumi della Comunicazione”. Le sue attività ad ampio raggio coinvolti formulare teorie filosofiche innovative, filosofare, l'estetica di insegnamento, e conferenze. Si concentra sulla filosofia del romanzo e la teoria della letteratura. Nel suo saggio “Il meta-romanzo:, sostiene che il romanzo da James a Beckett ha un carattere auto-referenziale. Inoltre, si afferma che il romanzo è soltanto su se stesso. Il suo obiettivo e quello di dimostrare la dignità filosofica del meta-romanzo e cercare di recuperare un grave espressione culturale. Montale gli loda per questa critica originale del romanzo come genere filosofico. Però, non solo hanno un'anima accademica ma anche una anima anti-accademica.. Quest'ultima è esemplificato dalla sua attenzione all’espressioni alternativa e trasgressiva. Un saggio importante appartenente a questa parte anti-accademico è “L'alienazione artistica”, in cui attinge la filosofia marxista. Sostiene che l'alienazione non è un fallimento di arte, ma piuttosto una condizione dell'esistenza stessa dell'arte come categoria distintiva dell'attività umana. I situazionisti (Castelvecchi, Roma) esemplifica il suo interesse per l'avanguardia. Dà conto dei situazionisti e post-situazionisti nel quale è stato personalmente coinvolto. Ha videnzia anche le caratteristiche contrastanti dei membri del movimento. In “Agaragar” continua la critica post-situazionista della società capitalistica e della borghesia. Saggio sul negativo” (Milano: Feltrinelli). – cf. Grice, “Negation and privation”. Il negativo qui è concepito come il motore della storia.  Post-strutturalismo. Offre alcuni dei suoi contributi più penetranti alla filosofia. In Dopo Heidegger. Filosofia e organizzazioni culturali sulla base di Heidegger e GRAMSCI, include un discorso teorico sulla organizzazione sociale. Sostiene la possibilità di stabilire un rapporto tra cultura e società nella civiltà. Come l'ex interrelazioni tra la metafisica e la chiesa, la dialettica e lo stato, la scienza e professione sono state decostruito, la filosofia e la cultura rappresentano un modo per superare il nichilismo e il populismo che caratterizzano la società. Pensare rituale. La sessualità, la morte, Mondo contiene sezioni sulla Società dei simulacri e Transiti. Venite si va Dallo Stesso allo Stesso (Transiti. Come andare dalla stessa per lo stesso). Teoria dei simulacri si occupa con la logica della seduzione. Anche se la seduzione è vuoto, è comunque radicata in un contesto storico concreto. Simulazione, tuttavia, fornisce immagini che sono valutati come tali indipendentemente da quello che effettivamente implicano riferiscono. Una immagine e una simulazione in che seducono e ancora fuori loro vuoto ha un effetto. Illustra il ruolo di tale immagine in una vasta gamma di contesti culturali, estetiche e sociali. La nozione di transito sembra essere più adatto per catturare l’aspetto culturali della tecnologia che altera la societa..Transit di oggivale a dire che vanno “dallo stesso allo stesso” evita di cadere nella contrapposizione della dialettica che avrebbe precipitare pensare nella mistificazione della metafisica”.  Postumano include altri territori nella sua ricerca filosofica. In Del Sentire -- indaga un modo di sentire che non ha nulla a che vedere con i precedenti che hanno caratterizzato l'estetica. Sostiene che sensologia ha assunto. Ciò richiede un universo emozionale im-personale, caratterizzato da un’esperienza anonima, in cui tutto si rende come già sentito. L'alternativa è quella di tornare indietro al mondo classico e, in particolare, all’antica Roma. In “Il sex appeal dell'inorganico”, riunisce la filosofia e la sessualità. La nostra sensibilità trasforma il rapporto tra una cosa e gl’esseri umani. Sex si estende oltre l'atto e i corpo. Un tipo organico di sessualità viene sostituita da una sessualità neutra, in-organica, arti-ficiale, indifferente alla bellezza o forma. Esplora il ruolo dell'eros, il desiderio e la sessualità nell’esperienza estetica e l'impatto della tecnologia. La sua è una linea che apre prospettive sulla nostra realtà contemporanea. La caratteristica più sorprendente è la sua di coniugare una rigorosa re-interpretazione della tradizione filosofica con una meditazione sul “sexy”. Si rivolge aspetti perturbanti come rapporto sessuale senza orgasmo, apice o qualsiasi rilascio della tensione. Si occupa dell’orifizio e l’organio, e la forma di auto-abbandono che vanno contro un modello comune di reciprocità erotica. Tuttavia, attingendo alla tradizione critica trascendentale, sostiene anche che ogni coniuge e una cosa, perché in costanza di matrimonio ogni affida il suo la sua intera persona all'altra al fine di acquisire un diritto pieno su tutta la persona dell'altro.  In “L'arte e la sua ombra” popone un'interpretazione alternativa dell'ombra che ha una lunga storia nella filosofia. Nell'analisi dell'arte e del cinema, esplora come l'artisti sopravviveno nonostante la comunicazione di massa e la riproduzione. Il senso dell'arte è da ricercarsi in ombra creato, che è stato lasciato fuori dallo  stabilimento arte, comunicazione di massa, mercato e mass media. La sua filosofia copre anche la storia di estetica e teoria estetica. Pubblica “Enigmi -- Il momento egizio nella Società e nell'arte” in cui analizza l’altra forma di sensibilità che si svolgono tra gl’uomini e le cose. La nostra società vivendo un “momento egizio”, caratterizzato da un processo di rei-ficazione. Come il prodotto di alta tecnologia assume sempre una proprietà organica, gl’uomini si trasformano in cosi, nel senso che si vedeno deliberatamente come oggetti sessuali. In L'estetica del Novecento fornisce un resoconto originale e la critica alle principali teorie estetiche caratterizzato il secolo precedente. Traccia le tendenze basate sulla vita, la forma, la conoscenza, l’azione, il sentimento e la cultura. In Del Sentire cattolico. La forma culturale di Una religione universale la sensazione di Cattolica. La forma culturale di una religione universale), sottolinea l'identità culturale del cattolico (kath’holou”), piuttosto che il suo uno moralistico e dogmatico. Propone il cattolico senza l'orto-dosso e una fede senza dogma che consente il cattolico ad essere percepito come un senso universale di sentimento culturale. “Strategie del bello: estetica italiana” analizza le principali teorie estetiche che ritraggono le trasformazioni avvenute in Italia. Mette in luce il rapporto tra i tratti storici, politici e antropologici radicati nella società italiana e il discorso critico sorto intorno a loro. La conoscenza e la cultura sono concessa una posizione privilegiata nella nostra società, e dovrebbero sfidare l'arroganza degli stabilimento, l'insolenza degli editore, la volgarità dei mass media, e il roguery plutocratico.  La filosofia dei media. La sua ampia gamma di interessi teorici  includono la filosofia dei media. In “Contro la Comunicazione” analizza l’origine, il meccanismo, la dinamica della comunicazione e suo effetto degenerative. “Miracoli e traumi della comunicazione” si occupa dell’effetto inquietante della comunicazione concentrandosi sull’evento generative: una rivolta degli studenti, la rivoluzione iraniana, la caduta del muro di Berlino, World Trade Center attacco. Ognuno di questi episodi sono tutti trattati con sullo sfondo dell’effetto miracoloso e traumatico in cui la comunicazione offusca la differenze tra il reale e impossibile, cultura alta e cultura di massa, il declino delle professione, il successo del populismo, il ruolo della dipendenza, le ripercussioni di internet sulla cultura di oggi e la società, e, ultimo ma non meno importante, il ruolo della valutazione in cui porno star sembrano aver raggiunto i più alti ranghi del chi è chi grafici. In finzione, e l'autore del romanzo Tiresia, che si ispira all'antico mito greco del profeta Tiresia, che è stato trasformato in una donna. Altra narrativa è del Terrorismo come una delle belle arti (al terrorismo come una delle Belle Arti.  Altri saggi:  “Il meta-romanzo” ( Milano, Silva); “Tiresia, Milano, Silva); “L'alienazione artistica” (Milano, Mursia); “Bataille e il negativo, Milano, Feltrinelli); “Philosophia sexualis” (Verona, Ombre Corte); “La Società dei simulacra” Bologna, Cappelli); “DOPO Heidegger. Filosofia e organizzazione della cultura” (Milano, Feltrinelli, Transiti. Venite si va Dallo Stesso allo Stesso” (Bologna, Cappelli); “Estetica e politica” (Venezia, Cluva); “Enigmi. Il momento Egizio Nella Società e nell'arte” (Genova, Costa et Nolan); “Del Sentire, Torino, Einaudi); “Più che sacro, Più che profane” (Milano, Mimesis); “Il sex appeal dell'inorganico” (Torino, Einaudi); “L'estetica del Novecento, Bologna, Il Mulino); “Disgusti. Nuove Tendenze estetiche” (Milano, Costa); “I situazionisti” (Roma, Castelvecchi); “L'arte e la SUA ombra” (Torino, Einaudi); “Del Sentire cattolico. La forma culturale di Una religione universale, Bologna, Mulino, “Contro la Comunicazione” – Grice: “This poses a stupid puzzle, alla Sextus Empiricus, how can you argue against communication without communicating? But Perniola is using ‘comunicazione’ the way Italian philosophers use it: pompously! And with that I agree! ” -- Torino, Einaudi, Miracoli e traumi della Comunicazione, Torino, Einaudi, "Strategie Del Bello. Quarant'anni di estetica italiana, Agalma. Rivista di studi culturali e di estetica, Strategie Del Bello: estetica italiana” (Milano, Mimesis); “Estetica: Una visione globale” (Bologna); La Società dei simulacra” (Milano, Mimesis, Berlusconi o il '68 Realizzato” (Milano, Mimesis); Estetica e politica (Milano, Mimesis); “Da Berlusconi a Monti. Imperfetti Disaccordi, Milano, Mimesis); “L'avventura situazionista. Storia critica dell'ultima avanguardia” (Milano, Mimesis); “L'arte espansa” (Torino, Einaudi); Del Terrorismo Come una delle belle arti, Milano, Mimesis, “Estetica Italiana Contemporanea, Milano, Bompiani,“Pensare rituale”; “La sessualità, la morte, Mondo, l'umanità “Estetica: Verso una teoria di sentimento”“Di volta in volta”,  “La differenza del filosofica Cultura italiana”,“Logica della Seduzione”, “Stili di post-politici”, differenziazione, “Venusiano Charme”, “decoro e abito da sera”. G. Borradori, ed., Ricodifica METAFISICA. La filosofia Nuova italiana.  “Tra abbigliamento e nudità”, Zona  “Al di là di postmodernità”, Differentia “La bellezza è come un fulmine”,  Moderna Museet, “Riflessioni critiche”, “Enigmi di temperamento italiano”, Differentia,. “Primordiale Graffiti”, Differentia, “Urban, più di urbana”, Topographie, ed in Strata, Helsinki, “Emozione”, Galleria d'Arte del Castello di Rivoli, Milano, Charta,  “Verso visiva filosofia”, la 6a Settimana; “Burri ed Estetica”, Burri” (Milano, Electa); “Stile, narrativa e post-storia” Tema celeste,  europea, “Un estetico del Grand Style: Debord”, Sostanza, Arte tra il parassitismo e l'ammirazione”, RES,  “Sentire la differenza, Estetica, Politica, Morte.  “La svolta culturale e sentimento” “il Ritual nel cattolicesimo”, Paragrana,  Ripubblicato come “La svolta culturale nel cattolicesimo”, il dialogo. Annuario della filosofica ermeneutica, Ragione, Strumenti di devozione. Le pratiche e gli oggetti di Religiois Pietà;  “Ricordando Derrida”, sostanza, “La giustapposizione”, Rivista Europea.”, Celant, e Dennison, L’arte, architettura, cinema, performance, fotografia e video, Milano, Skira, “Cultural Turns in Estetica e Anti-Estetica”, Guarda anche Estetica Anti-art Internazionale Situazionista simulacro cyberpunk fetish abbigliamento filosofia italiana; La filosofia del sesso; filosofia occidentale;  La sessualità, la morte, mondo --  è il più utile e punto di partenza per P., Fondazione desanctis Perniola Reading. Un introduzione". Pensare rituale. La sessualità, la morte, Mondo. E. Montale, “Entra in scena il metaromanzo”. Il Corriere della Sera, Verdicchio, “Leggere P. Reading. Un introduzione". Pensare rituale. La sessualità, la morte, Mondo. Bredin "L'alienazione artistica" di P., Inverno  Verdicchio, “Leggere P. Reading. Un introduzione". Pensare rituale. La sessualità, la morte, Mondo. Con  //notbored.org/ debord  a.html  I situazionisti, Roma, Castelvecchi, “ Pensare rituale. La sessualità, la morte, Mondo  “Pensare rituale. La sessualità, la morte” (Mondo). Verdicchio in, pensiero rituale. La sessualità, la morte, Mondo. Sulla influenza della nozione di simulacri vedere Robert Burch. “Il simulacro della Morte: P. al di là di Heidegger e la metafisica?” Sentire la differenza, Extreme Beauty. Estetica, Politica, Morte. Stati di emergenza. Le colture di Rivolta in Italia. Verso, Per ulteriori interpretazioni del concetto di transito vedere White, "la differenza italiana e la politica della cultura", Ricodifica. La filosofia Nuova italiana. Catalogo Einaudi di Francoforte Fiera del Libro, Verdicchio, Thinking Ritual. La sessualità, la morte, Mondo. catalogo IAPL, Siracusa.  La Teoria Pinocchio, P., il sex appeal del inorganica, Londra-New York, Continuum, Sulla ricezione della teoria di Perniola in inglese vedi Shaviro, “il sex appeal della inorganica”, La Teoria Pinocchio,//shaviro.com/Blog/ Farris Wahbeh,  Critica d'arte,  Filosofie del desiderio nel mondo contemporaneo”, in Filosofia Radical (Londra),  Anna Camaiti Hostert sexy cose,// altx.com/ ebr/ebr6/6cam; intervista tra Contardi e P. psychomedia /jep/number 3-4/ contpern  Prefazione di Per l'influenza di arte e la sua ombra v. Wahbeh, Recensione di “arte e la sua ombra” e “il sex appeal della inorganica”, The Journal of Aesthetics e Critica d'arte,  Sinnerbrink, “Cinema e la sua ombra: di P.  l’arte e la sua ombra”, Filosofia Film, film-philosophy /sinnerbrink Verdicchio, Thinking Ritual. La sessualità, la morte, Mondo. Con una prefazione di Silverman, tradotto da Massimo Verdicchio, Sulla ricezione di Enigmi. Il momento egiziana nella società e Arte vedere;  “Retorica postmoderno ed Estetica” in “Postmodernismo", la Stanford Encyclopedia of Philosophy, Zalta, post modernismo   “La svolta culturale del cattolicesimo”. Laugerud, Henning, Skinnebach, Katrine. Gli strumenti di devozione. Le pratiche e oggetti di pietà religiosa. Aarhus ulteriore lettura Giovanna Borradori, ricodifica METAFISICA. La filosofia Nuova italiana, il simulacro della Morte: P. al di là di Heidegger e la metafisica?, Nel sentire la differenza, Estetica, Politica, Morte, New York-London, Continuum, Carrera, revisione a Disgusti, in Canada Rassegna di letteratura comparata, Filosofie del desiderio nel mondo moderno, in stati di emergenza: Culture di rivolta in Italia,la differenza italiana e la politica della cultura, in Laurea Facoltà di Filosofia, Farris Wahbeh, Rassegna di Arte e la sua ombra e il sex appeal della Inorganica, in The Journal of Aesthetics e Critica d'arte, O' Brian, L'arte è sempre scivoloso, il valore dei valori sospensione, in Neohelicon,  Civiltà, Dell'Arti Giorgio, Parrini, “Catalogo dei viventi italiani” (Notevoli, Venezia); Roller, simulazione, una conversazione tra Contardi e P. psychomedia/ jep/ number3-4/ contpern Recensione di “La sessualità, la morte, World”  sirreadalot.org/religion/ religion/ ritualR.  Recensione di Sinnerbrink di “arte e la sua ombra” /film-philosophy il rilascio Il corpo dell'immagine / italiaoggi.com.br/ not12/ ital_ ed Estetica  (//agalmaweb./ ) Blog su “Feeling Thing” (in italiano) (//cosachesente. splinder). Nome compiuto: Mario Perniola. Perniola Keywords: ‘seduzione’ ‘le strategie del bello’ ‘altre il desiderio e il piacere’ sesso, sessuale, psychologia del sesso, Perniola’s misuse of ‘sesso’, eros. -– Luigi Speranza, “Grice e Perniola” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Perone: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Torino -- filosofia piemontese --  filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino). Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “While Perone can be a pessimist, I think the party is NEVER over!” Grice: “I especially appreciate two things in the philosophy of Perone: his emphasis on the the intersection between modality and temporality: ‘the possible present’ – vis-à-vis memory – a theme in my “Personal identity” and also the implicature: what is actual is also possible” – AND his idea of an ‘interruption,’ which I take it to the rational flow of conversation!” Speranza, “The feast of conversational reason,” “The feast of reason and the bowl of soul” -- important Italian philosopher. Studia a Torino sotto PAREYSON (si veda). Studia la filosofia della liberta. Insegna a Roma e Torino. Si dedica alla filosofia ermeneutica. La politica è l’invenzione dell’ordine che con-tempera il “per me” e il “per tutti”. Studia la morale creativa, capace di forzare l’etica oltre se stessa, verso una normatività più inclusiva. la secolarizzazione;  Una metafora ha ispirato l'intero percorso di pensiero di Perone, quella della lotta di un uomo, Giacobbe, con il divino, l'Angelo (Genesi).  Nella notte del deserto, uno straniero interrompe la sua solitudine e combatte con lui in una battaglia che non ha vincitore. All’alba scopre di essere stato ferito dall'angelo.  La ferita significa anche la benedizione e un nuove nome: Giacobbe, che ha combattuto con Dio e non è stato ucciso, d'ora innanzi si chiama “Israele”.  Il racconto è la cifra dell'estrema tensione che sussiste tra il finito e l'infinito, tra il penultimo e l'ultimo, tra i singoli significati e il senso complessivo.  La filosofia ha un'obbligazione di fedeltà al finito che la conduce a non rinnegare mai le condizioni storiche del pensiero, ma anche a non rinunciare alla sua vocazione a trascenderle con l'ascolto del non immediato, il lavoro e la fatica.  Riconosciuto il moderno come condizione, il pensiero non può illudersi di potersi semplicemente installare nell'essere o nel senso, come se tra finito e infinito non si fosse consumata una cesura.  E tuttavia, ugualmente inopportuno e un appiattimento sui semplici significati storici, dimentico dell'appello dell'essere.  La necessaria protezione del finito (peiron) (protezione del finito anche nei confronti dell'essere, che in qualche modo va sfidato, perché è coi forti che è necessario essere forti)  non significare l'eliminazione di nessuno dei due contendenti. Sulla soglia  tra finite (peiron) e infinito (a-peiron), tra storia e ontologia, si realizza una mediazione, che non implica il superamento della distanza, ma la sua conservazione. Al fine di preservare la doppia eccedenza del finito (peiron) sull'infinito (a-peiron) e di questo su quello, è sbagliato cancellare la distanza tra essi, sia trasformandola in identità alla Velia, sia indebolendola fino a un punto d'in-differenza.  Così, è vero, per esempio, che la memoria non conserva che questo o quello frammento, né può pretendere di ricordare direttamente l'intero (la totalita – cf. Grice ‘total temporary state’).  Ma è altrettanto vero che questo o quello frammento non va abbandonato a una deriva nichilistica, perché nel frammento – che la memoria ricorda – non è un semplice istante, ma appunto l'essenziale (di una vita, di una storia…) a dover essere ricordato. La filosofia resta ossessionata dal tutto (cf. Grice’s ‘total temporary state’), ma questo tutto non ha l'estensione della totalità, ma l'intensione di un frammento in cui ne va dell'intero, il totto. Peiron ed apeiron, Modernità e memoria, Storia e ontologia: si tratta di *dire* sempre insieme due cose, due poli opposti, secondo una dialettica dell'et-et, dell'indugio e dell'anticipazione.  Il finito, la parte -- il soggetto, il presente, il sentimento -- e analizzato come una “soglia”, come un luogo che non puo nemmeno essere vissuto senza la memoria dell'altro polo. Come nel caso di Giacobbe/Israele, la ferita finite, parziale, e un luoo che porta la ferita inferta loro dall’altro polo -- l’infinito, il tutto -- come una benedizione. Elabora la filosofia ermeneuticamente, a partire da uno studio in profondità – spesso svolto contro-corrente, Parte integrante della sua ricerca filosofica è altresì un confronto continuo con Guardini. Altri saggi: Esperienza divina” (Mursia, Milano); “Storia e ontologia” (Studium, Roma); “La totalità interrotta”  (Mursia, Milano); “La memoria” (Sei, Torino); “La lotta dell’angelo e il demonio” (SEI, Torino); “Le passioni del finite” (EDB, Bologna); “Il gusto per l’antico” (Rosenberg, Torino);  “Nonostante i soggetti” (Rosenberg, Torino); “Il presente possible” (Guida, Napoli); “Sentimento vero” (Napoli, Guida); “Sentimento” (Cittadella, Assisi); ” “Umano e divino” (Queriniana, Brescia); “Il racconto della filosofia. Breve storia della filosofia, Queriniana, Brescia); Un tema che è diventato predominante nella produzione più recente è la riflessione etico-politica. Tra le sue pubblicazioni sul tema si ricordano:  “Lo sspazio pubblico” (Mulino, Bologna); “Identità, differenza, conflitto” (Mimesis, Milano); “Secolarizzare” (Mursia, Milano). Givone, I sentieri della filosofia, Torino. Una cospicua parte della sua produzione di si concentra sul finite e sul rapporto tra filosofia e narrazione. Anche il tempo e la memoria: “Il tempo della memoria” Mursia, Milano); “Memoria, tempo e storia; Il tempo della memoria, Marietti, Genova); “Il rischio del presente”; “L'acuto del presente: una poetica” (Orso, Alessandria); “Ateismo”; “Futuro”; “Memoria, Passato, Pensiero, Presente, Riflessione, Silenzio, Tempo.   Curato e introdotto presso Rosenberg la scuola di formazione filosofica: “Dialogo con l'amore”; “Metafisica”; “Dare ragioni”; “Coscienza, linguaggio, società” “Un'antropologia della modernità”; Volontà, destino, linguaggio. Filosofia e storia dell'Occidente,; Estraneo, straniero, straordinario. Saggi di fenomenologia responsive; “Valori, società, religione”. Vii fa esplicito riferimento, tra l'altro, in Modernità e Memoria, L'Angelo – cioè l'IN-finito, ma più in generale l'oggetto, il mondo – non è un limite che i soggetti poneno a se stessi, ma una barriera che loro è posta e che, dunque, non si lascia ultimamente inglobare dal soggetti, per quanto potente loro siano. Ai limiti estremi dell’estensione e la ptenza, i soggetti incontrano la resistenza testarda del mondo e misurano così la propria im-potenza di in-finito. Questa lotta scontro con la barriera lascia nei soggetti una ferita che appartiene per sempre all'identità delle sue coscienze. L'angelo può quindi essere definito quella misteriosa ulteriorità contro cui il finito urta Il tema della tensione tra cielo e terra è centrale. Come dimenticare che la teologia è forse l'unica rama della filosofia che osato vedere nella tensione tra l’uomo e il divino non una tentazione, ma un guadagno tanto per il cielo quanto per la terra?  E attiva un'originalissima interpretazione del rapporto tra il segnato e il senso. Con ‘segnato’ intendo una cristallizzazione storica di una scelta determinata, avente in sé una ragione sufficiente. Con ‘senso’ intendo una direzione capace di UNI-ficare una MOLTE-plicità in sé dispersa fra il segnato S1, il segnato S2, … il segnato Sn, in modo da costituir il segnato come un progetto e un'interpretazione della realtà. La definizione del gusto per l’antico come tempo della cesura risale in “La totalità interrotta”. Il tema è ripreso proprio in apertura di Modernità e Memoria, dove individua nella modernità l'epoca della cesura. Il moderno è dunque chiamato a essere il tempo della memoria. La memoria è sempre memoria della cesura. L’uso della categoria d’illuminismo non simpatizza per quella interpretazione del moderno, dimentiche della tensione. Semplicemente pone l'umano in luogo del divino come fonte di legittimazione -- puntando tutto sul continuio, anziché sul dis-continuo della storia. Per un approfondimento a tutto tondo del significato dell'ateismo, contro l'essere, ciò che è forte, è lecito essere forti, perché la minaccia non lo vince, ma lo lascia stagliarsi in tutta la sua maestà e incommensurabile grandezza. Per una trattazione sistematica del concetto di "soglia”, che svolge con particolare attenzione cfr. Il presente possibile -- il presente come soglia.  Se una totalità è interrotta, non possiamo ricordare se non frammenti, e quasi istantanee del tempo. Tuttavia, se la memoria afferra brandelli e frammenti, è perché in essi vi legge il tutto, perché li pensa capaci di dar *senso* e di riscattare, perché in essi vi scorge l'essenziale. La memoria sa che non tutto può essere salvato. Ma osiamo credere che nella memoria salvata vi possa essere un senso anche per ciò che è andato perduto. Nel rivalutare la funzione dell'indugio osserva che perlopiù la filosofia non ha seguito la strada dell'indugio e del rinvio, puntando invece sulla funzione anticipative. Particolare rilievo riveste a questo proposito la distinzione che traccia tra spazio pubblico e spazio comune.  Individua anzi come rischio immanente della democrazia» il ri-assorbimento dello spazio pubblico entro la semplice logica dello spazio comune. Lo spazio pubblico si espone al rischio di un inglobamento nello spazio comune. Guglielminetti, ed., Interruzioni. il melangolo, Genova. theologie. hu-berlin.de/de/ guardini/ mitarbeiter/ li, su theologie. hu-berlin.de.vips/ ugo.perone, su sdaff. lett.unipmn/ docenti/perone/, su lett.unipmn oportet idealismo su spazio filosofico. spazio filosofico/ numero-05//il-pudore/#more-2052, su spaziofilosofico. Nome compiuto: Ugo Perone. Perone. Keywords: implicature, peiron/apeiron, Velia, Grice on ‘other’; finito/ infinito, Velia, Elea, I veliani, Guardini. Total temporary state, Israele, etimologia, la ferita di Giaccobe dopo la lotta coll’angelo, nella Vulgata. Israele, la lotta di Giacobbe e il angelo, la ferita, Giacobbe zoppo, iconografia, controversia sull’etimologia di israele, ei combatte, la tradizione di VELIA, l’infinito di Velia – il continuo e il discontinuo, l’infinito della scuola di Crotone, Cicerone, l’infinito di Giordano Bruno. Infinitum, indefinititum, dal verbo, finire, finio in romano, -- I due rappresentanti della scuola di Velia, Melisso, peras, pars. Guardini, il sacro, il divino, I dei, uomo e dio, opposizione, -- la storia della filosofia di Perone, il presente possible, la totalita interrota, I soggeti, trascendentale e immanente. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Perone," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Persio: la ragione conversazionale e la filosofia nel principato di Nerone – TREASEA CONTRO LA TIRANNIA – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza  (Roma). He is best known as a satirical poet, but he studies philosophy under Luccio Anneo Cornuto, to whom he wrote a tribute and to whom he leaves his works on his death. A strong belief in the value of the ethics of the PORTICO lies beneath much of his satire. He is a friend of Trasea Peto (vide RENSI – TRASEA CONTRO LA TIRANNIA), and is related to him by marriage. Through this connection, Persio becomes associated with the PORTICO opposition to Nerone – but he dies before Nerone can take action against him. Ed. Broad, Loeb. Nome compiuto: Flacco Aulo Persio

 

Luigi Speranza -- Grice e Persio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nella storia della dialettica – CICERONE – BOEZIO – TELESIO – la scuola di Matera -- filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Matera). Filosofo italiano. Abstract. H. P. Grice: “Some like A. Persio, but A. Persion is MY man!” -- “I was so happy when the Logic Institute was founded on St. Giles, Oxford. It meant it was never again part of the Sub-Faculty of Philosophy!” -- Matera, Basilicata. Nacque da Altobello P., scultore, e da Beatrice Goffredo. È il primo di cinque fratelli. Trascorse un’infanzia difficile a causa di una grave malattia che gli provoca una temporanea paralisi degl’arti superiori e inferiori. A occuparsi della sua prima istruzione e di quella dei suoi fratelli è lo zio, l’umanista Goffredo. L’ambiente familiare è dunque assai stimolante e da ciò trassero profitto i Persio che, a eccezione del secondogenito, Giovanni Battista – H. P. Grice, “Only we never asked HIM!” -- , divennero personaggi di rilievo in varie discipline: Antonio si distinse in ambito filosofico, Giulio proseguì l’attività paterna di scultore, Domizio prese gl’ordini e si dedica alla pittura e Ascanio risalta in campo umanistico-filologico.  Dopo aver proseguito gli studi nel monastero francescano della sua città natale, P. scelge di abbandonare Matera, forse anche per il suo temperamento forte, che lo spinge a porsi continuamente in contrasto coll’autorità paterna. Si reca a Napoli, dove ha l’incarico di precettore di Lelio e Pietro Orsini, fratelli minori di Orsini, duca di Gravina e conte di Matera. Entra in contatto con TELESIO (vedasi), del quale divenne discepolo e intimo amico, tanto che il filosofo volle discutere proprio con lui la seconda edizione del “De rerum natura iuxta propria principia,” prima che vedesse la luce, e a lui rende noto il proposito di dedicarsi anche a una altra stesura. Il magistero di TELESIO (vedasi) influenza profondamente P., che divenne un attivo divulgatore del pensiero del filosofo cosentino ed elabora la sua filosofia a partire da una personale rilettura della sua dottrina.  Dopo una breve permanenza a Roma, si trasfere a Perugia, in qualità di istitutore dei fratelli Orsini, che intendeno frequentare un corso di diritto civile nello studio. Nella città umbra egli partecipa a numerose dispute e si lega ai fratelli Caetani. Caetani lo mise in contatto con Manuzio e, attraverso questi, con il figlio Aldo, in previsione del suo trasferimento a Venezia. Il primo periodo del soggiorno veneziano – durante il quale P. presta servizio alle dipendenze del patrizio Correr, come precettore del figlio Andrea – è fecondo dal punto di vista della produzione intellettuale. Oltre a un importante commento alle Pandette, che venne pubblicato ai tipografi F. De Franceschi, Bindoni, Er. N. Bevilacqua, D. Zenaro, e più volte ristampato, P. si dedica a ricerche di carattere prettamente filosofico.  Nel “De numero et qualitate elementorum” -- Milano, Biblioteca Ambrosiana --, si scaglia contro il commento al De natura humana d’Ippocrate a opera de’AUGENI (vedasi), con il quale era entrato in contatto a Perugia, mostrando d’interessarsi a questioni di carattere fisiologico in un’ottica teorica. L’attacco ad AUGENI (vedasi) trascolora infatti in una critica della fisica del lizio e in una difesa della dottrina di VELIA (vedasi), nonché di un elemento teorico peculiare del pensiero di TELESIO (vedasi), ovvero l’affermazione del carattere caldo dell’acqua. Fin da questo primo testo, però, emerge come TELESIO (vedasi) non è l’unica fonte di P., il quale costruisce, in funzione ANTI-lizio, un vero e proprio mosaico di concetti di TELESIO (vedasi) e brani delle Scholae physices di  Ramo.  L’Apologia pro TELESIO (vedasi) adversus Patritium -- Firenze, Biblioteca nazionale, Magl. --  segna l’ingresso di P. nella discussione che vide contrapposti TELESIO (vedasi) e il croata Patrizi. In essa confluirono le opinioni che P., in stretti rapporti con Patrizi fin dai primi tempi del suo soggiorno veneziano, elabora sulla sua filosofia. Come testimonia una lettera inviata a Pinelli -- Milano, Biblioteca Ambrosiana --, P. conosceva a fondo la struttura delle Discussiones peripateticae come è stata concepita da Patrizi nell’anno in cui fu stampato il primo tomo, e ne aveva individuato il fulcro in una ricerca delle fonti del lizio, volta a mostrare la dipendenza del lizio, anche riguardo nuclei teorici nevralgici, da filosofi a lui precedenti. Risale la Disputatio habita in domo Salviati cum Amaltheo, in qua tenet primum orbem non moveri a Deo effective -- Roma, Biblioteca Corsiniana, Mss. Lincei -- , mentre vide la luce a Venezia, per Simbeni, il Liber novarum positionum, raccolta dossografica che fu anche sottoposta al vaglio di una pubblica disputa nella casa di Correr e nella quale, ribadendo un interesse per gli studi giuridici che lo accompagna per tutta la vita, P. si firma doctor in utriusque iuris.  In quest’opera vengono prese in esame numerose opinioni della tradizione filosofica, relative a differenti branche del sapere – RETTORICA, DIALETTICA, etica, diritto, fisica –, per sottoporle al vaglio critico e offrire una rinnovata enciclopedia del sapere. Il dibattito pubblico che coinvolge questo testo suscita interesse nell’accademia cosentina che, tramite ALEATINO (vedasi), fa stampare a Firenze un racconto di queste discussioni, dal titolo Disputationes positionum P., triduo habitae Venetii.  Infine, è pubblicata, per i tipi di Manuzio, l’opera più nota di P., il trattato dell’ingegno dell’uomo, in cui egli, dopo alcune considerazioni di carattere metodologico tese a ribadire l’importanza dell’apporto offerto dai sensi, analizza uno dei nuclei concettuali più complessi del pensiero di TELESIO (vedasi), quello di spiritus – principio di animazione del corpo, che riceve ab externo i dati sensibili e li accoglie, mantenendone l’impronta e rendendo così possibile la conoscenza –, inserendolo però, tramite un sapiente intarsio di cripto-citazioni di TELESIO (vedasi) e FICINO (vedasi), in un quadro più ampio, includente anche la tradizione dell’accademia rinascimentale.  Quando ottenne un incarico con beneficio ecclesiastico nella diocesi di Padova, all’anno in cui cura l’edizione della raccolta dei Varii de naturalibus rebus libelli di Telesio, P. non si dedicò alla stesura di altre opere e soggiornò tra Padova e Venezia, eccezion fatta per qualche visita al fratello Ascanio a Bologna, dove questi insegna. Con il trasferimento a Roma, a seguito della rinuncia alla pieve patavina e di un breve periodo di studio tra BOLOGNA e Pisa, ha invece inizio per P. una nuova stagione creativa. Al servizio prima dei Caetani, poi dell’antico allievo Orsini – per il quale compì un viaggio a Firenze, città dalla quale invia una lettera a proposito della polemica sul genere tragicomico -- Milano, Biblioteca Ambrosiana – e infine dei Cesi, egli scrve opere di grande rilevanza: il De recta ratione philosophandi – testo di argomento logico, del quale è noto soltanto l’indice, pervenuto tramite l’Index capitum librorum P. Lyncei Materani Civ. Rom. I.V.C. philosophi theologi praestantissimi. De ratione recte philosophandi et de natura ignis et caloris, redatto dopo la sua morte da Bartolini e pubblicato a Roma presso Mascardi, contenente peraltro anche una lista di numerose opere di P. al momento perdute – il De natura ignis, il cui manoscritto è conservato a Roma, Biblioteca Corsiniana, Arch. Linc., e il Del bever caldo costumato dagli antichi romani, edito a Venezia -- Ciotti. Con quest’ultimo testo P. si inserì in una vivace querelle che intrecciava a interessi eruditi – cercare di stabilire se i romani fossero soliti mescolare il vino ad acqua calda o fredda – analisi di carattere medico. Sostenere il carattere caldo dell’acqua significa, infatti, appoggiare l’idea di TELESIO (vedasi) secondo cui l’unico spiritus di cui l’uomo è dotato, la cui caratteristica primaria è il calore, deve assumere, per conservarsi, elementi a sé simili, in netta contrapposizione ai sostenitori della teoria degl’umori e della presenza di una pluralità ANTI-GRICEIANA – H. P. Grice -- di spiriti che devono essere equilibrati attraverso elementi contrari. Il trattato di P., che ha il merito di inserire i nuclei tematici del dibattito in una cornice teorica di ampio respiro, rende la disputa ancor più animata. In suo favore intervennero infatti sia Lipsio sia CAMPANELLA (vedasi). Il filosofo fiammingo, fautore del ‘bere caldo’, risponde a una lettera in cui P. lo informa degl’attacchi di cui sono oggetto le sue tesi, palesando il suo sostegno all’opera -- Lipsio, Epistolarum selectarum centuria quinta, in Id., Opera omnia, II, Anversa, lettera a P. --, e CAMPANELLA (vedasi) scrive un’Apologia pro abbate P. de calidi potus usu, la cui redazione originaria è andata perduta. Il supporto offerto da CAMPANELLA (vedasi) rappresenta l’esito di una profonda comunanza, stabilitasi in questi anni, tra i due filosofi, entrambi legati agli insegnamenti di TELESIO (vedasi) e, in ambiente romano, ai Lincei. È proprio a P. che CAMPANELLA (vedasi) sottopone la sua Apologia pro TELESIO (vedasi) contro CHIOCCO (vedasi), smarrita poi da Schoppe in Germania, nella quale, in accordo con il filosofo materano, egli sostene con forza l’unità GRICEIANA – H. P. GRICE -- dello spiritus.  Dopo aver ceduto al fratello Domizio il beneficio connesso all’abbazia di S. Maria de Armenis a Matera, concessogli, e aver rinunciato al decanato del capitolo metropolitano di Matera, che gli era stato conferito, P. torna a dedicarsi ad argomenti giuridici e scrisse un’opera – rimasta inedita (ad esempio, a Milano, Biblioteca Ambrosiana, Mss., Y.37 sup.), ma che ebbe una straordinaria diffusione – a proposito dell’interdetto veneto: il Trattato dei portamenti della signoria di Venezia verso Santa Chiesa e quante volte sia stata scomunicata.  Nel 1611 conobbe Galileo Galilei il quale, dopo la sua morte, si interessò al progetto di pubblicazione dei suoi scritti promosso – ma mai portato a compimento – dall’Accademia dei Lincei.  P. muore a Roma nel palazzo del cardinale Cesi in Borgo e venne sepolto nella Chiesa di S. Onofrio. A coronamento di un percorso intellettuale di primo piano giunse, nello stesso anno, l’ascrizione postuma all’Accademia dei Lincei.  Il Trattato dell’ingegno dell’huomo, con in appendice Del bever caldo, è edito a cura di L. Artese, con premessa di E. Canone e G. Ernst, Pisa-Roma. Fiorentino, B. Telesio, ossia studi su l’idea della natura nel Risorgimento italiano, II, Firenze, Id., Di un manoscritto di P. sulla questione ecclesiastica, in Rivista europea, IGabrieli, Notizia della vita e degli scritti di A. P. linceo, in Rendiconti dell’Accademia dei Lincei. Classe di scienze morali, storiche e filosofiche, Firpo, Appunti campanelliani, in Giornale critico della filosofia italiana, Garin, Telesiani minori, in Rivista critica di storia della filosofia, Id., Nota telesiana: A. P., in Id. La cultura filosofica del Rinascimento italiano, Firenze Artese, A. P. e la diffusione del ramismo in Italia, in Atti e memorie dell’Accademia toscana di scienze e lettere ‘La Colombaria’», Id., Una lettera di A. P. al Pinelli, notizie intorno all’edizione del primo tomo delle Discussiones del Patrizi, in Rinascimento; Id., Filosofia telesiana e ramismo in un inedito di A. P., in Giornale critico della filosofia italiana, Garin, Il termine ‘spiritus’ in alcune discussioni fra Quattrocento e Cinquecento, in Id., Umanisti artisti scienziati, studi sul Rinascimento italiano, Roma Artese, Il rapporto Parmenide-Telesio dal P. al Maranta, in Giornale critico della filosofia italiana, Padula - C. Motta, Antonio e Ascanio Persio, il filosofo e il filologo, Matera 1991; L. Bolzoni, Conoscenza e piacere. L’influenza di Telesio su teorie e pratiche letterarie fra Cinque e Seicento, in Bernardino Telesio e la cultura napoletana, Napoli. Dei lincei. Studia a Napoli. Conosce TELESIO di cui diventa discepolo, e scrive diverse saggi a difesa e chiarimento: “De naturalibus rebus” (Venezia, Valgrisio). Pubblica il “Trattato dell'ingegno dell'uomo” (Venezia, Manuzio) in cui riprendeva la teoria di TELESIO di uno “spirito” come principio, movimento, vita, e intelligenza. A Roma conosce CAMPANELLA (si veda) e GALILEI (si veda) e pubblica “Del bever caldo costumato dagl’antichi romani” (Venezia, Ciotti) in cui riprende diverse idee già trattate in precedenza riguardo allo spirito e ai consigli per la sua conservazione. Altri saggi:  “Digestum vetus, seu Pandectarum iuris civilis: commentarijs Accursii praecipua autem philosophicae illustrates cum pandectis florentini” (Venezia, Franceschi);  “Novarum positionum in rethoricis dialecticis ethicis iure civili iure pontificio physicis  triduo habitae” (Venezia, Sambeni). “De ratione recte philosophandi et de natura ignis et caloris” (Roma, Mascardo). Treccani Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di filosofia, Roma.  la dialettica di Telesio -- Campanella -- Gailei -- contro CICERONE (si veda) – contro BOEZIO (si veda) – LIZIO -- vitium itium dialecticum, point Aristoteles. PRO POSITIONES DIALECTICA FACVLTATE. I Dialectices artis magistros primos requiramus. Non Aristotelem profecto fuisse cenfendum est. Sed multò antea, quun plurimos ex stitiffe, mania i testantibus. Sed ne referas ad tam antiquos: neges etiam, Pythagora eos fuisse logicos quod tamen falsumn, inde deprehenditur, cum mathematicis artibus; quae sine logice tractari non possant. Itta accuratem sstuduerint Zeno tamen Eleates [Velia, velino], ex Platone et Laertio, inventor efficitur quod et ad Parmenidem nostrum I Dehip. Et Plar. plac.li. gularis fuit, non infophifticis de arte ipla contentionibus, sed in explicatione historiarum, incaricorum, Lucanum Galenus extendit. Clinomachus Thurius; noster coterraneus primus deaxio DIALECTICIS IN METAPHORAM enumerar Aristoteles intervitia dialectica. Grammaticum est et grammaticae syntaxeos vitium  festum est; uel cum Platone Prometheum, velim ci deorum interpretem existimabimus, quem in sacris litteris noeum docti existimant; vel cum aliquot doctis, Mofis sacrum illum sacerdotisor natum, et vestitum ex hodiex pressum. Itaque Logices exercitatio apud hebraeorum liberostin et epoëi natum compositione, inque aenigmatum enodatione, doctis viris at matis seu enunciatis conscripsit si Laërtio credimus quod si berum est, principi doctrine huiusci philosopho debeatur; qua odeindecranslarakc ab Aristotele. In libru “De interpretatione” Non ita que Democritum Dialectices inventionis dispositioni SIGNARUM ut nec Protagora n elenchorum jutex Platorum et Peripateticorum sectae manarunt. Dialecticen igitur, facultatem, seu virtutem bene differendi tenemus, hocest disputandi, disceptandi ratiocinandi. Quotiesita que ratione utimur, toties dialectico munere diendique ita Logicen hanc, esse facultatem, omnia disputandi, intelligendique Recte itaque Aristoteles, omnes IDIOTAS quod ammodo uti Dialectice, confirmauit. Duplex itaque; quin immo haec, uel utiilius magistra, cólatuitur; cum omnis disciplinae principium sit experientia, ob item  ne patet; principem negare possumus. Quinneque Platonem ipsum cum Socrate a dialectices perfectae cognitiones secludimus; de cuius schola academico fungimur. Naturalis ergo logice facultas. Utenim visus et auditus facultas est naturalis, videndi, au Standis, vel uti prudentia quaeda in communis omnibus artificibus, quicum differunt, non sua quadam et propria, sed communi dialecticorum facultate differunt. Si, ut ait Aristoteles, finisa discipline a habetur, quando prac statur quod attisuiribu s continetur, dialectices finis erit, be a ne differere. Subiecum uerum dialectices ponimus res omnes. Quod vel Aristotele teste confirinamus. Quid etiam fi. Non ens, subiectum dialectices ponamus et iudicium. Quas Adrastus Simplicii testimonio, peripateticus nobilissimus adprobauit, ad aures fuisse Aristotelis. A servatio et inductio dialectice itaque communis oinnibus rebus. Ratione tra: ut omnino quid libet seu verum seu falsum quid tractari, ac ratione disputari et explicari possit. Dialectices uerum partes duas esse tenemus, inventionem, licet, necessarium, verisimile, captiosum dari potest; non obid enunciate logice partim necessaria, partim verisimilis, partim capsiofa esse debet. Sed tota necessaria. “Genus” illud verem esse dicimus, totum partibus essentiale. Unde hominem genus esse Catonis et Ciceronis. Catonem verum et Ciceronem *speciem* esse hominis. Cum verum satius putemus; veri et propria sermonis usum aiuris consultis et rei publicae principibus, quam a scholis in ertium philosophorum petere; melius quae duo individua, vulgò dicunt et unam speciem n, ili duas species et unumge nus dixisse videri debent. Sed sideri debunt consultos, non ridebunt Platonem [ACCADEMIA] ne que Aristotelem [LIZIO], terse comparationes intelligi. Genus item et speciem ad locum de toto et partibus rectem ablegamus. Categorias etiani ad inventionem dialecticam sternere viam, melius est ut concludamus. Paronyma ad coniugatare verti debere aestimamus. Locum ad numeramus in subiectis et tempus in adiun rum referamus. Animi sensum, aet intelligentiam, rerum similitudine mer itemque Cicero [CICERONE] e Quinctilianus. Quam vis itaqueo pusali quod artis huius g enuntiatum scia. Differentiam, quam Porphyrius declarare ad grediebatur. Vel ad formam et causam vel ad comparatorum locum et ad inventionem rectius asscriberem. Accidentium nominee e rectius facta adiuncta et rerum in ctis. Quae verum cum aliquo conferantur, ad speciem opposito: seu oluit Aristoteles. Quae verum sint in voce, NOTAS ET SIGNA en forum mentis esse: utea, quae scribuntur, eorum, quae fintin  Puoc essensa ila apud omnes eadem esse, SYMBOLA a et  ligris non s cadem, deprehendamus. Quo sit ut dialectices et grammatices lata differentia nis mentionem, sed syllogismi genesin et  analysin, tribuster minis et  PROPOSITIONIBUS conclusit et  terminavit non enim AD EXTERNUM SERMONEM dirigi voluit, sed ad internum. “Aliquis homo currit”. “Aliquis homo non currit”, nullum cum sub-alternae dicuntur. Multum iustiore ratione collantur. Quiai: tem esse tenemus. Ex causis itaque necessariis futurum necessarium, ex liberis liberum, ex physicis physicum esse cue syllogismis maximem necessariam putamus. Quod et Graeci Aristotelis interpretes profitentur, inventionem illam Theophrasti et Eudemi propriam ess. Cui et BOETHIUS desu omulta addidisse etiam, testatur; sed utrum o m átio absolute vera; sit etiam necessaria, cami et si IN PARTIBUS SERMO consistere. Rectem igitur in analyticis nullam Aristoteles interpretatio sunt ambae affirmantes vel ambae negantes. Quales sunt antecedentes causae, talem eventus veritamur. Nos logicen compositorum enunciatorum et per se, et in 6. Nia rectem, alias dictum. Datur igitur enuntiatum, compositum, eeu CONIUNCTUM, praeter simplex. Quod multas sententias coniunctas habet. Cuius et sunt suae species, ar COPULTATUM difiunctum, con nexum et elatum et cetera. Accamen in DISIUNCTIONE illud tenemus, ut omnis disi un paratim nulla sit necessitasi. Nam difiunctionis necessitate penderee partium non ucie ritate, sed dissentione, palam est contineatur, cum illatota sit animi, eadémque apud omnes gea tes. Haectota SYMBOLICA in voce. Logice ita que sine SYMBOLIS INTERPRETATIONIS potest in ani tradictionis nomen meretur. “Homo albus est.” “Homo non albus est”, tantundem. “Omnis homo albus est”, s vidam homo albus et contra. Quae praenotionem duplicem esse dicimus, verborum alteram, dum concluderetur ab antecedente, Quid si hoc idein dixerit Aristoteles. Rerum autem praecognitiones, et anticipationes genera sit. Definitiones et partitiones este principia omnium ferèar, tium, uel in desumptas quasdam maximas. Principia uerum non tantum priùs nota, sed esse notiora, ait, Aristoteles; immo verò ita clara, ut contraria quoque in de  rerum verum alteram. Et verborum illam dicimus, quae in omnibus definitionis, requiritur. Rerum verum, quae debet esse in definitione ad explicanberent. Immo eandem de terminis mediis et  extremis ut consta hil explicaret. Itaque syllogismi maior et minor hanc praenotionen habes et universales esse, unde speciales illis comparatae ptotimus concipiantur et concludantur. At verum id praecipuè in INFORMATIONE artis integra cue rifli mum esse putamus, ut a generalibus ad specialia progresia unde modi per ee emanant. Et primum illum tenemus, quando attributum est in essen et definitis totius et partium. Demonstrationis et demonstratii omnisque Explicationis et eiuste rminorum vocabuli somnino dum quod definitur in distributione ad explieta dum quod distribuitur, in demonstratione et qua vis expositione ad demonstrandum et ad exponendum quod quaeritur. Alioquini ret essere sis SIGNIFICATAS. Conclusio ergo, et problema, quod concluderetur, hang duplicem haberet praecognitionem Non: acciperet aucem siant manifestissima. Cum autem quae in scientia sunt, per se finto portet, sit, cum quid alicui aderit vel simpliciter vel quod amodoerit: cia   tiasubie et i, et ineius definitione ad hibetur. mus definitioni: quod uel exempla Aristotelem .palàm faciunt. Accedit QUARTUS MODU. Per se in est quòd causa sit certa et non fortuita generalis ergo hic modus per se, quotiessci licet causa e de suis effectibus dicuntur. PROPRIORUM ACCIDENTIUM eritne ullus. Tertius hic enim modus affections et accidentia cognata quod ammovo sensu, Aristotelis contextum declaratum iri. Omnes itaque modos per se ab Aristotelem retinerit enemus nec ab iici duos reliquos. Unde fit, ut consequentes artes antecedentibus subalternae sint, ubi aliquid docent, superiorum decretis explitionis uel inueniendae, uel iudicandae. Omnem disciplinam fieri autper demonstrationem, aut firmauit. Ac per definitionem et distributionem, accuratiorem sci entiam confici, quam per demonstrationem, tenemus. Quare non sequitur, Scio ex causa, propter quam res est quonia milius est causa. Nec aliter habere potest. ergo, Scio steriorum, e Platone ferem sumpta es e qui v is animaduerterepoterit. Plato enim ad instituendas artes, definitionem et distributionem proposuit. Syllogistica e demonstrationis, qualem Aristoteles cominentus est, non meminit. Tunc enimartes bene disputare, docere, demonstrare po secundus modus per se est primo contrarius. Per se est quod est in essentia et definitione attribute qui inodus distribution generis in species, aut differentias conuenit, ut pri 17 cabile. Ergo sic dialectice omnes sub-alternaes intin genererat: per definitionem, concedimus quod et Aristoteles rectem con per syllogisticam demonstrationem. De definitione uerò tam multa, quae differuntur in lib. Po do complectitur. At quo pacto ex Aristotelis littera Ex diffentaneo. Ideoque no terit Son3   terit quis, cum logicam inventioneimn ipsarum natura, qua litateque tota, ex causis, effectis, subiectis, adiunctis, ceterisque. Quirendam, recte fortassis affirmet Aristototele, tamen illud falsum, quod ad percipiendam hanc disciplinam de moribus praecepit, ut paedia in auditore praecedat. Quod autem ne adolescentes quidem percipiendis moribus esse idoneos voluit Aristoteles. Falso. Certem pueros quos damui dimus divinitate quad ammen ti, confirmarunt. Quae non protinus quid rectum, prauúinque sit; discar. Quincum Chrysippo putarunt et ante trienniumil  tis praeditos, ut in quibusdam, multorum virorum iudicia ex E los 1 argumentis per videnda. Cum dispositionem, in eadem vel uel syllogistico conclusionis iudicio a e vortino enunciati tandem ordinanda, ab ini stimanda et iudicanda, universatio per media ad extrema exercuerit. Et hoc pacto NOSTER TELESIUS est progressus in sua philosophia conscribenda. DEFENSIO CRITICORVM , ET APOLOGETICI PRIMI Quos edidit aduerfus BERNARDINI PETRELLAE Logicam in Patauino Gymnaſio primo loco profitentis LOGICAS DISPVTATIONES . AD ILLVSTREM D. IOANNEM ANGELELLVM PATRICIVM BONONIENSEM . BIBL- CADANATENSE 00,722 BONONIAE , Apud Ioannem Roſsium. Curia Archiepifc . & S. Inquifit.conceffu . ОКИНЧИС CRILICОВАТ JOHVLJI SIGNII AD IOANNEM ANGELELLVM mobigo 17. BANONIENSIS ACADEMIAE BILO 20 . VD ΙΓΓΛ EVINICIAW BOR TOCICVE TALLIONIS  Mnigena infignis doctrina Per- fius , Hellas Helladis , & quo vno Græca docente, vocor , Angellelle tibi , decorat quem Iuppiter om ni Corporis , atque animi dote , facrauit opus . Hoc petra parua ruens vbi Mulciber ęgida celat , Conteritur mutos ocyus in cineres . 2 lipidoraini : ANGELELLO . Aſcanius Perfius . S.P. D. : VOD ego tibi , Ioannes Angelelle humaniſsime, cum lizio  de felicitate fententiam pluribus explicarem , dicere veritus ſum præſenti , núc , quan do abſentem alloquor , iucundam eius , & mihi hoc loco neceffariam fere commemorationem non pre termittam . Dú enim tibi vnum aut alterum eorum qui fælicesad Ariftotelis ſenſum vocari potuiffent , ex veteribus hiſtorijs proferre , in menté venit tú mihi , verè tibi poffe à me- dici , eſſe in te ipſo perfectam illam , ac ſuis omnibus expletam numeris fæ licitatem: cuius in te ſpecies multò quam in hiſtoria vlla clarius elucet . Id quia non ſum auſus tibi coram eloqui , liceat nunc mihi tecum perepiſto- lam colloquenti libere pronúciare , & tibi ipſi , quafi alieno homini , cauffas tuæ fælicitatis enarrare . Non ignoras Angelelle ornatiſsime quæ ad sú- mum illud bonu & Ariftoteles , & Philoſophorum omnes pæne familiæ neceſſaria efle voluerút , ea vel animi ſolú , aut cum ijs etiam corporis bo- na , aut cu vtrifq ; tertia illa , quæ fortunæ dicuntur , aliud præterea effe nul . lú . Exige nunc tua ipſius ad eorum numeru. Tu in vrbe natus ampliſsi- ma , vetuftifsima , nobiliſsima , in ipſo Italiæ ſinu ; quam bonis omnibus re- fertam Bononiam fuiſſe vocatam diuinitus exiſtimo : Et ex ea progenitus familia , quæ & litterarum ſcientia , & bellica virtute , & maximarum vfu re rum clarifsimos patriæ viros tulit difficillimo quoque reipublicæ tempo- re vtiliſsimos : ac ſenatores dedit & noftra , & maiorum noſtrorú memo- ria ſapientiſsimos , hodieq ; fuum habet columen virum optimum , ac pru dentilsimum Angelum Mariam , Senati qui columen cluet . Diuitię verò , & opes tibi tante ſunt ( augeat & fortunet eas tibi Deus) quantæ ad exer- cendam liberalitatem , & ad magnificentiam , quam de te nataliú tuorum ſplendor exigit , fatis efle videantur . Corporis autem tui bona vt fileam cetera , ſpecies , ac fingularum eius partium venuſtas eſt tanta , quantam in quam paucifsimis reperias . Quo fit vt affines , ciues , amici tui omnes pul . cherrimę te prolis haud dubia ſpe maneant parentem , data tibi præfertim ſocia diuino confilio vxore tua femina lectifsima , digna parente filia Ca- rolo Ruino Senatoria , quam præclare tuetur , dignitate digniſsimo ; in quam natura venuſtates omnes , omnia contulit ornamenta corporis , di- ſciplina ſciplina autem , & educatio mores induxit honeſtiſsimos . Tetamen hifce ornamentis , que inter partes numerantur fælicitatis , iſto loco in maximis commodis ac delicijs natum , contemptis ijs perdifficilem ingreffum ab initio ſemitain virtutis cùm iam ibi effe videam , vt fructu ipfius præſtan- riſsimo fruare , animi videlicet tranquillitate , & recte factorum , cogitatio- numq ; honeſtiſsimarum confcientia , ac recordatione , cetera vero , quæ ab alio , quam à uirtutis fonte manant , nihili pendas , beatum uere , ac fæ- licem cenfeo . ftatuis enim in ea re fola fælicitatem , quæ fola ſolidam da- re poteft . Quare nulla in re alia ceteros , ac te ipſum vt fuperares , à puero laboraſti , quam in excolendo animo tuo pręcipuarum habitibus uirtutum temperátiæ , modeſtiæ , æquitatis , pietatis , fortitudinis . Quibus accedere ut cumulum uoluiſti liberalium , ac nobili uiro dignarum artiú ſcientiam , linguarum etiam , Græcæ , & Latinæ cognitionem non uulgarem . Hæc quidem , & tibi fructum ferunt , quem maximum exoptare licet : & non minori aliquando tum familiæ , tum reipublicæ utilitati erunt , quam núc ſunt ornamento . Tu uerò quorſum hæc inquies . Quorfum autem Pri mum ut huic meæ defenfioni , cui hec epiſtola præfigitur , in publicú exeun ti bene me omnes intelligant confuluiffe . quippe ad pugnam proficifcen ti , & cum nobili aduerfario in congreſſum prodeunti bene fuit oininan- dum : ego uero quodnam omine fæliciſsimi tui nominis omen inuenire potui lætius , optabiliuſque ? Secundo loco ut meum animum expleam iu cunda bonorum tuorum commemoratione , cum te amem plurimum amore omnium , & obferuantia digniſsimű : quem amare etiá plurimú de beo ſi gratus efle volo , & acceptorum abs te beneficiorum memor . Cùm enim ornatum eſſe me ſentiam à familia tua omni , potifsima tamen abs te collata in me ſunt ornamenta , & à patruo tuo Ioanne Francifco viro hu- maniſsimo , atque integerrimo . A quo non fummis tantum liberalitatis & amoris officijs cumulantur litterarum ſtudioſi , verum etiam qui fami liaritate ipfius , & confuetudine perfruuntur , faluberrimis ipfius confilijs , & exemplis adeo iuuantur , vt nullius pręterea philoſophi documenta de fiderent . Quem huic patrię Deus incolumem quam diutiſsime feruet ve extet quamdiutiſsime perfugium , ac præfidium ijs , qui Bononiam tan- quam in mercatum optimarum artium confluentes , imparati à re dome- ſtica , propter inopiam , ſtudia litterarum aut intermittere , aut penitus di- mittere cogutur : cum ipſe ex ijs haud paucos inufitato quodam beneficen tiæ genere , nulla præmiorum ſpe, proprio contubernio, conuictuq ;, & menſa dignatus voti copotes in patria remiſerit optimis artibus ac vir tutibus honeſtatos . Suſcipe igitur à me Angelelle ſignificationé hanc & iudicij de te , & amoris in te mei , maioré , cú occaſio tulerit, ſuſcepturus . Vale . Bononię Die conceptionis Diuæ Marię ſemper Virginis .  ASCANII DEFENSIO PRIORIS CRITICI . VM Exercitationum Logicarum Criticos duos , & Apologeticum primum edidi in logicas Bernardini Petrella difputationes , fore iam tum exiftimaui , ut mihi ( quod poftea factum est ) refponderetur , atque adeo par pro parireferretur . itaque animum ad futuras re- Sponfiones absque ulla perturbatione cognofcendas tanto ante compa raui . Vnum illud prater expectationem meam est factum , quod ego item prater opinionem omnium equissimo animo tuli : non con- tentus enim aduerfarius in sua reſponſione contra nos edita , quam Propugnationem vocat , nobis eade reponere , dum nos errare , labi , falfa opinari , Aristoteli repugnare , & cetera huiufmodi , que nos ipfi obieceramus , vicissim nobis obijcit , quaſi certamen inter nos fit non tam de logicis rebus , quă de lingue procacitate , atque infolentia , id operam dat , fcilicet , no tam ut ego bene diſſerendo , quam maledicendo posteriores feram . Cuius cam , quam di- xi , Propugnationem cum hyeme fuperiore ad me Patauio miſſam accepiſſem , quia tum ego longe aliorum occupatione ſtudiorum diftinebar , ubi nonnullas eius libelli paginas curfim legi , ridiculum acroamaratus , lectionem eius in fequentem astatem reieci , ut haberem quod à ferijs ftudijs feriatus , animi cauffa , & legerem , & fcriberem . Sumpto igitur bac astate in manus libro , postquam eum auide legi , dubius aliquandiu fui an ipfi re- ſponderem , tum quia libri auctorem aduerfarius non se ipsum , ſed Iulium quenda Mar- tialem faceret , qui quidem an fatis reſponſione dignus effet , cum hominem non noffem , con- Stituere non poteram : tum quia nullam ferè in ea propugnatione afferri viderem aduerfus argumenta folutioneſq ; meas , aut refponfione , aut animaduerfione dignam ſolutionem , aut argumentationem , atque in ea complures latere contradictiones animaduerterem , vt ti mendum non effet ne viri docti , ſi reſpondere neglexiſſem , aduerfario victoriam adiudica- rent : tum quia fi confutande eſſent rationes rationibus , vindicanda etiam effe maledicta maledictis viderentur : quod ut facerem , ab indignitate rei deterritus , adduci non poteram . Hac igitur de reper dies aliquot anceps animi familiares primum , deinde me ipfum iteru confului . Tandem fic ego mecum : cum uno Petrella nobis , non cum Martiali , contentofu- Scipietur , cum propugnatio istac non in hunc , fed in illum una omnium voce referatur auctorem . ille enim typis mandandum volumen curauit : ille operarum errata , dum Sub pralo liber effet , emendauit : ille typographo pecuniam pro opera numerauit : illetan . dem excuſa bibliopolis exemplaria vendenda distribuit : Martialis autem ise , quem li- ber auctorem ciet , nunquam Patanij visus , nec forte unquam inter homines numeratus . t3 aut igitur hac ille fcripfit , aut certe ex feprofecta ad fuum difcipulum , ſi diſcipulum vn- quam hunc habuit , tanquam ſuos fætus videtur adamaſſe , atque ca feciffe tanti , ut nec validioribus argumentis , nec forte aptiori oratione agı potuiſſe cauſsă fuă existimarit . quid dixi , cum uno Petrella rem fore nobis ? Cum pluribus , yſq ; ingeny , & doctrine nomine cla ris erit contentio ; cum vel ipfius Petrella difcipuli perfamiliares , ac perstudiofi quidam fa- teatur in eam difputationem , qua ad Logicam , ab ipso Petrella , qua uerò ad aliquam aliam facultate pertinetia inter nos disputantur , adde & verba iocorumq ; non dicam ſalem , sed infulfam mordacitatem , ab alijs ( quorum nomini parco ) effe collata . Quodsi facile est mihi rationes , & folutiones aduerfariorum redarguere ; quod non niſi diſputando , ac multa dicendo fieri potest ; quanto erit facilus ſcurrilibus iocis , ac maledictis refistere ? quibus certe nulla philofopho dignior adhiberi potest reſponſio , quàm filentium , hoc enim uno dicacitas omnis pulcherrime retunditur , ita nec à reſpondendo conuicia nos retar- dabunt , fiquidem ijs tum optime reſpondetur , cum nihil refpondetur , nequerationum le- witas , atque imbecillitas , vt difputationem hanc dedignemur efficient , cum fatis hac per- Jonarum grauitate compenfentur . Hac ego mecum . Sed duo ( vt rem fatear ) potifsimum me adreſpondendum incitarunt , primum quidem defendendi studium à calumnia virum clarifsimum comitem ZABARELLA (vedasi), quo olim præceptore in philosophia vsus ſum, et ab ea quidem calumnia, quàm vir optimus, certe immerens, causa mea sustinebat, cum aduerfarius ut meum honorificum de tanti viri fcriptis iudicium , quod tum verbis , tum ve teftatum reliqueram , infringeret , aut eleuaret , cum in hoc opere multis nominibus per maximam iniuriam exagitet , virum non philoſophie folum , quam in Patauino Gymnasio permultos annos fumma cum laude profitetur , aliarumque optimarum artium cognitione prastantissimum , verum etia & generis familieque & integritatis , probitatis , humani- satis ſplendore clarifsimum . Secundo loco ad ea , que in Criticis , & Apologetico primo à me fcripta funt defendenda id me compulit cauffa , quod cum viderem in ijs effe a me complura fubobscure tradita , que lectorem remorari poßent , atque in dubitationem ad ducere , ea declarare , & latius explicare operapretium videretur . fateor enim à me quam- plurima ex ijs multo clarius , ac distinctius dici potuiffe . id verò mihi facere per occupatio- nes minime licuit . quo quidem ego nomine cum multa in ijs defiderem merito calut abortus quosdam ingeniy mei contemno . Quanquam ut defenfionem hanc aque contem- nam cauffa eadem est ; cumeam à me ſubſecinis horis exaratam neque refcribere , neque emendare potuerim . Quare & in hac multa , cum recens excufa folialegerem dum fub pralo liber effet , aut defiderari , aut obfcurius enarrari , quin & abundare non nulla de- prehendi , quorum vnum , aut alterum in calce operis cum erratis operarum notaſſe votui . Confido nihilominus nostra omnia fatis fuperq ; ab aduerfarij telis vindicaſſe , cum hebe- tiora , ac leuioraca fint , quàm vt maiori adhibito studio propulſari debeant . Suscepi igi tur contentione hanc tum mea , tum viri clarifsimi cauſſa . à quo tantum abest , ut artem maledicendi ( quod miht aduerfarius obijcit ) didicerim , ut eum mihi non minus humani- tatis , & modestie , quam philofophie praceptorem fuiſſe vere dicere , immo etiam gloriari poſsim : ipse enim mihi à primo perfuadere est conatus , atque adeo me rogauit ne vellem eam fui defenfionem edere , cum diceret quid de ſuis atquc aduerfarij ſcriptis viri docti exi ftimarent , euentum fatis iam docuiffe . Cui fanè libenter paruiſſem , nifi cauffam aduer- Sarius ipfe facti huius mihi dediſſet , quam in preſentia commemorare longum foret : iam enim tempus est , ut nostram lectori cognofcendam difputationem exhibeamus , in qua Pe- trella rationes , & argumenta , pratermiſsis conuicijs , bona fide retuli , tantum perſonas commutaui , vt quod fibi vindicat Martialis , nos in auctorem Petrellam reiecerimus Quem vt antea fecimus , Aduerfarij , Zabarellam verò ipfum Viri . clarissimi nomine fi gnificauimus .  Falfum effe artem habere finem externum , quem non habeat artifex operans : Ac falfum in arte finem externum elfſe conſiderandi modum . Selarijonas artificis E ſubiecto logices aduerfarius li.pri.difp.log.c.4.verba faciés nő idé ce îqt fubie & u artis cú ſubiecto artificis operatis.id.n.ee iter vtrúq ; diſcrimé , vt cú vtriufq ; fubie & ú adæquatú coſtet duobus , re.f.cófiderata , fubie & a materiale , & mo cófideradi , formale ſubie & ú dicut , male qdé ſubie & u artificis fit mä , in qua artifex operat , quả proinde ſubie & u vocă operonis : formale aút ſit forma illi materię , fubiectoue ope- ronis ab artifice induceda ; atq ; his veluti cellis artificis opera , & cófideratio vniuerfa cócludat : Artis aut mäle ſubie & ú , res.f.in arte cófiderata fit in & adequatu fubie & ú , hoc é , res ab artifice cófiderata cú mó eius cófideradi fimul supraeius , prificis integru eius , aut fubie & ú , cófideradi.ſ.modus artis ſit quatenus opus illud artificis iſeruire alijs debeat . Hác nos aduerfarij ſentétia vt ab auctoritate ſummorú philoſophorú , & a róne ipſa maxime abhorrété , & auctoritate & rone cófutauimus pri . Critici c . 1. Cu.n.reí arte , & ab artifice cófiderata , vel ſubicctú corú mále , idé cé velit aduerfarius & Arift . & veteres alij philoſophi vnica voce ſubicau , vel mâm vocat , idéq ; eé modú cóſiderădi , vel ſubie & u formale o illi fine artis , aut artificis dicit , & Ariftote les , Galenus , Auerroes , alij , idé medico , & medicinæ fubie & u , eūdé vtriq ; finé attribuat , eadéq ; fic corú sététia de aliarū artiū , atq ; aliorú artificü fubiectis , & finibus , manifeſtu hinc fatis ee diximus ſter ſubie & ü adæquatū artis , & fubie & ú adequatū artificis nullú eos eé diſcrimé voluiſſe . Id ipsuce ét róni cóſentaneu demoſtrauimus.diximus.n.ad endé finé & artem ipſam , & artificis operá dirı- gi , & circa ide verſari ſubie & ŭ tū illius pcepta , tú huius operónes . Reprehéfioni huic nữę occurrere conat aduerfarius initio a ſe editæ Propugnationis , íquies : Licet oës affirmēt cudë cë finë iternă artis , & artificis , eādēq ; utriusq ; mam , no pinde ſupponere pit ide cẽ vtriuſq ; adequatu fubiectu , quia pter finë internū viriq ; cõem ars het fine externu , que no pöt , nec det artifex attingere , fi diligéter vtriufq ; munus cõſideremus.nă artis é munus artifici pcepta tradere forma artificiosa in mām artificiosā īducēdi , ut illud , qd ' oritur ex bmõi mã , & forma alteri inferuire poffit , qui artis externus finis eft : munus vero artificis eft ea exequi pcepta . Tradit.n . u.g.medicina medico pcepta fanitatis introducēde in corpus ſanabile , vi f vt fungi poßit ſuis muneribus.medicus ve- ro in illud fanabile corpus iuxta medicine præcepta ſanitate introducere , & tueri conatur . Quorsi vero medici- na id medico præcipiat , no est medici , vt operatis , & medētis ſpeculari , mſi ex accideti , quatenus medicine babi- tu est aſſequutus , Hæcille ; in gbus plura , vt in vniuerfa hac eius ppugnatione , funt errata , a verba : Ar të ingt hře finé externű , que artifex no habeat : quo aut finis hic ad arte ptineat , no fatis explicat Nos aút clare atq ; aperte rei veritaté doceamus , qui diſputacionis vniufcuiuſq ; ſcopus eſſe dét , & aduerfarij ſentétia coarguamus . Diuidit ars oís vulgata ac recepta ab oibus diftin & ione in docété & operātē.ars operas eſt habitus artificis operátis , ſiue ró operandi in artifice operāte , nihil aliud præterea finis aut eius quicüq ; fit , idé eſt cú fine artificis operantis , neq ; hæc vlterius artifice ſe ex- rendit , ſed idé eſt terminus artis operatis , & operationis artificis , nimirű internus finis a & u , & ex- ternus ptáte productus . An vero doce vel prout eſt in artifice actu docete , vel prout in libris per- ſcripta habet du cófideratur vt doces , ſi aliu demus fine ab art operandiuerfum , tantum abeft fore vt finis ille proprius ac peculiaris artis docétis ſit vltra fine artificis operatis , vt potius citra , aut in- fra ipfum effe videatur , nag ; artis docétis coſiderate vt eſt docens proprius finis erit cognitio igno tæ rei per ea cognoſcendæ : qd aut in arte docéte cognofcédú proponitur id neq ; eſt finis artificis operatis internus , neq ; externus ; hi.n.duo fines pcognofcuntur , & en in arte docéte locú occupat , que in ſcía obtinet principia , vt ſuppoſitiones , & definitiones , quæ funt termini a quibus in habitu - dine ad cóclufiones , q funt termini , ad quos . Quid ergo in arte docéte proponit cognoſcédú ? nihil certe aliud , qua ipſa principia coſtitutiua finis interni , hæc.n.ignoratur : quare eorú notificatio , ac declaratio proprius eft finis artis docétis ; hic verò finis , vt nemo non videt , eſt infra , aut citra ope- ratione artis , atq ; artificis operantis ; quo ergo finis artis docentis erit finis externus artificis ope- rantis ? Confiderari quidé ſolet in arte docéte finis externus artificis operatis , ſeu artis operantis , fed vt terminus a quo ( vt dixi ) non vt terminus ad que , videlicet vt conferens tātű mó ad cognitio- né & inuentioné principiorú internú fine coſtituentiū , quare in arte finis is no primario , fed tantú ſedario , hoc eft no propter ſe , ſed propter aliud cõſiderabitur : nullo igit mo in arte docéte finis ex ternus artis operātis effe poterit coſideradi modus . Exéplo q diximus illuftremus . Ars ædificatoria vt aduerfarius confitetur : externus aut eius finis eſt vſus ædificij , ad qué neque ſe extendit ædificato- ria vt operans , neque ædificator vt opus faciens , ambo enim funt eius vſus cauſſe remotæ , vt vnicui que patet . Ars vero eadé vt docens fine habet notificationem principiorum ædificij , nempe teti , parietű , fundamentoru , ac materiæ , vt lapidū , cementoru , & ceterorum hmoi , ex quibus ipſum con tituitur ædificium.nihil.n.aliud præter hæc docet : ad hæc aute inuenienda principia tum externo fine , nimirum vſu ædificij , tum interno , nimirum ædificio ipſo vtitur vt principijs cognitionis , & ter minis a quibus ; a definitione.n.u.g . domus , quæ eſt operimentum frigus arcens , & calorem , & c . & teti , & parietum , & fundamentorú , & materiæ lapideæ necefsitatem docet : quæ oía fi commode tradi poſſent abſque præcognitione finis interni , & externi , qui ambo in ea definitione continentur nulla prorfus in arte docéte corum mentio haberetur : quare fines hi non pp ſe , ſed pp aliud confi- oyuvalo uperans , neq ; ars docens vlteriorem artifice operante fine refpicit , nifi quatenus finis illius cognitio cófert ad peculiaris ſui finis cognitioné , quonam modo aduerfarij di Aum , quod nimirum ars vt confiderandi modum finem habeat exteriorem , artifex verò operans non item , defendi poſsit , equidem non video . Quod fi finem externum neceſſario vel ad artem ſo- lum , vel ad ſolum artificem pertinere velimus , is certe ad artificé potius qua ad arté ſpectare dicen dus fuerit . Cum etenim finis duplicem habeat ronem , vnam vt cauffe , alteram vt mouentis , vt cauf- ſa quidem finis externus & artem , & artificis perſona reſpicit : fuit.n.u.g. & ædificatoria ars , & ædi- catoris excogitata perſona propter habitandi comoditatem tanquam ob finalem cauffans : at vero finis vt mouens ſolum refpicere poteft artificem , quoniam ab eo vt a re appetibili moueri artifex pot , cum homo fit , ac proinde appetitus capax , ars vero ipſa non poteft , quoniam ab eo moueri ne quit , cùm ars pura fit qualitas , pura aút qualitas appetitionis oſs ſit expers . Peccat igitur in eo pri- mum aduerfarius quod cum externum neget artifici finem , eum tú concedit arti , & ob ea cauffam aliud artis , aliud artificis facit ſubie & ú . Peccat & in eo quod ſubiectum artis eſſe vult id ipſum qd ab artifice fit , & de quo faciendo præcepta in arte traduntur , & in quo tota conſumitur artis pręce- ptio , cum operationis ſubie & um nec fieri ab artifice , nec ab arte quo fiat precipi valeat , fed vt exi- ſtens artifici ſubijciendum , & ab eo ſupponendum fit . Peccat & in alio grauifsime , quod modú con fiderandi in arte vult eſſe quod extra artem eſt , atque adeo id quod fæpe eſt modus confiderandi alterius artificis.fic.n.ſe habet in arte conſideradi modus , vt & in ſcientia : at in ſcientia modus con fiderandi cum gerat vicem formę eſt ipſi internus , ac peculiaris , nulli alij ſcientiæ communicabilis , quod non poteſt conuenire fini externo in habitudine ad artem , cuius externus eſt finis , cú is haud proprius fit eius artis , ſed alterius . plerunq ; enim finis externus artis inferioris eſt internus , ac pro- prius artificis ſuperioris , vt artis conficiendi fræna finis externus , qui eſt vſus frænorum , proprius , & internus eſt artificis ſuperioris , qui vel equitandi , vel equos inſtituendi , ac frenandi rationem do- cet . Peccat quarto quia ſanitatem neceſſario referri vult ad finem vlteriorem etiam cum in medici- na confideratur , cum ſanitas res fit per ſe expetibilis , ne dum propter operationes corporis rectè obeundas , fines autem artium per ſe expetibiles ad alios fines referri non oporteat , quare non ne- cefle eſt ſanitatem in arte medica confideratam ad aliud referre ; propterea nullum alium medici- næ finem Ariftoteles , Plato , Galenus , Auerroes , alijque no ninant quain ſanitatem : & apud Plato- nem in Gorgia Socrate inquit ammum in medicina bonum eſſe ſanitatem : neque finem aliú Auer roes in afferenda medicinæ definitione perfectifsima , & a ſe admodum celebrata , quam ſanitatem ponit . Sed certe fines artium interni aut per ſe , aut propter vlteriores fines expetantur , in arte , & ab arte ſoli per ſe conſiderantur , nullo autem modo ad vlteriores diriguntur , eorum enim ad vl- teriores fines relatio , ac directio fit ab artibus ſuperioribus , fiue ab architectonicis.ob id primo magnorum moralium cap.33.fa & ilium artium , & a & iuarum facultatum nullus alius præter inter- num ab Ariftotele finis ſtatuitur . Multa alia ad id confirmandum dicere poffem , quæ conſulto pra- termitto . Si igitur hæc aduerfarius confideraffet , forte nec ea , quæ fuperius retulimus , dicere effet auſus , neque hæc præterea , nimirum : Videat modo Criticus vtra diſflinctio fit voluntaria , hac ne ex artis , artificis munere deſumpta , an illa viri clarißimi de duplici huius vocis , quatenus ipfum , fignificatione , qus quidem necvei , nec vocabuli ſignificationi , nec Aristoteli , nec vllis eius Peripateticis explicatoribus confen- tanea est . Quod vero attinet ad distinctionem viri clarifsimi de duplici vocum Quatenus ipfum figni- ficatione , eam eſſe & rei , & vocabuli ſignificationi , & Ariftoteli , & Peripateticis eius explicatori- bus confentaneam in defenfione pofterioris Critici clarifsime patefaciam . Aduerfarium , ſi ſibi conftare velit , dicere non poſſe logicam efſſe ſcientiam aquiuoce : eamque neceffario ipfi vocandam eſſe operatricem . VM aduerfarius logicarum difputationum libro primo cap . 12. Scoti fenten- tiam , quòd nimirum logica fit ſcientia , tanquam veriſsimam tueri profiteretur ; ait enim : Hanc Scoti fententiam , quam verissimam eſſe exiftimamus , non nulli conantur acerrime impugnare , probantes contra doctorem fubtilem logicam non eſſe ſcientiam abſo- lute ; nos eam fententiam non tam vt a ratione alienam , quam vt aduerfarij ip- fius fundanientis contrariam penitus , ac repugnantem primi Critici capite ſecundo reprehen- dimus . Vult enim ibi aduerfarius ſcientiam vniuoce dici de ſcientia reali , ac de ſcientia ratio- nali . fic enim ille : Parcant mihi , qui hæc in medium attulerunt , propofitum enim non affequuntur : quo- niam attribuunt ſcientiæ in communi id quod alteri eius ſpeciei , nempe fcientia reali competit , vt circa rem extra animam tantummodo neceffariam verſetur , qui modus probandi perinde eſt , ac fi quis probaret equum non eſſe animal , quoniam animal non folum de rationali , fed etiam de irrationali , ſicuti equus prædicatur . Cumigitur fcientia in communi fit de ente reali , & rationali , non valet a negatione partis , ad negationem totius , videlicet , logica non eft de ente reali , ergo logica non est fcientia . ficuti non ſequitur , equus non eft rationalis , ergo equus non eft animal , quia fcientia in communi , vt dictum eſt , de ente in animo , & de ente extra animum dicitur non fecus ac animal de rationali , ac de irrationali : Quibus ex verbis luce clarius patet ipſum exiftimare ſcientiam vniuoce de reali , ac de rationali ſcientia prædicari , cùm dicat ſcientiam in communi de ente in animo , & de ente extra animum dici non ſecus ac animal de rationali , ac de irrationali : ac logicam dicat eſſe ſimpliciter ſcientiam . Idem tamen primi libri logic . diſput . capite tertio logicam repoſuerat ſub habitu inſtrumentali , quem a precipuo con- tradiſtinguit , fub quo ſcientiam , ſapientiam , intellectum , prudentiam , & artem inquit contine- ri . Hæc igitur inter ſe cohærere non poſſe , immo verò ſe ſe mutuo euertere pluribus oſtendi . Dixi enim fi logica eſt ſcientia , & realis ſcientia eſt ſcientia , cùm illa ſub inſtrumentario conti- neatur habitu , hæc autem fub præcipuo , ſub quo & ſapientia , & ars & reliqui iam commemo- rati habitus continentur ; de his igitur omnibus in communi ſumpta ſcientia prædicabitur , cùm hæc vt habitus & logicæ , & reali ſcientiæ communis ample & i neceffario debeat habitum præ- cipuum , & habitum inſtrumentalem : quod fi præcipuum , ergo & artem , quæ eſt ſub præcipuo , vt alios habitus taceam , ergo ars erit ſcientia , quod aduerfarius ipfe , vt & alij , negaret . fin au- tem habitus ſcientiæ in communi acceptus amplecti negabitur habitum præcipuum , & inftru- mentarium , ergo erit ſub alterutro : tum autem ſcientia in communi ſi prædicabitur de reali , non poterit de logica prædicari , ſin autem de logica , non poterit de reali enunciari . Eadem ratione probaui , logicam , ſi ſit ſcientia , non poffe eſſe operatricem facultatem : vt ibi eſt videre . Ad hanc meam reprehenfionem in hac ſua propugnatione reſpondens ait obie & ionis meæ ſo- lutionem in ipſiuſmet verbis contineri.libri enim ſui primi cap . 11.dixerat ſcientiam communi- ter acceptam fundari in ente communiter ſumpto . nam ficuti datur ens commune ad ens extra animum , & ad ens in animo , ita datur ſcientia communis ad ſcientiam de re extra animum , id eſt de ente reali , & ad ſcientiam de re in animo , hoc eſt , de ente rationali . Quare colligitur , in- quit , ſcientiam equiuoce no purè , ſed ad vno dici de ſcientia reali , & de ſcientia rationali , quem- admodum ens de ente extra animum , & de ente in animo æquiuoce ab vno dicitur . Hoc autem pacto cùm logica dicatur ſcientia æquiuoce ab vno , non eſt abſurdum eam eſſe ſcientiam , & eſſe ſub alio habitu , non autem fub eo , in quo ſcientia realis continetur.effet id quidem abſurdú , fi logica eſſe vniuoce ſcientia ſtatueretur . Bone Deus quam grauiter peccat iſte vir in hac reſpon fione ? Dum eftugere conatur vnam repugnantiam , in aliam impingit . Si enim de logica , & de reali ſcientia communiter acceptam ſcientiam æquiuoce vult dici , falſo ergo libri ſui primi logi carum difp.cap . 12. ſcientiam in communi genus eſſe dixit ad realem , & rationalem.genus enim vniuoce prædicatur de ſuis ſpeciebus . an vero dicet eſſe genus analogum ? non poteſt hoc dice- re . funt enim in medio eius verba , quæ ipſum conuincant . ea autem ſunt hæc : Quia fcientia in com muni , vt dictum est , de ente in animo , & de ente extra animum dicitur non fecus ac animal de rationali , ac de irrationali.at animal de rationali , & de irrationali vniuoce dicitur , non æquiuoce ab vno . Præterea Scotum non defendit ( vt profitetur ) ſed oppugnat , fi negat ſcientiam comuniter ſum- ptam effe genus vniuocum ad realem , & ad rationalem . nobis autem non repugnat , fed potius fuffragatur . Quod repugnet Scoto nemo non intelligit , qui Scoti de re hac opinionem intelli- git.Scotus enim voluit logicam eſſe ſcientiam vniuoce , non æquiuoce , vt eſt videre apud eius fe- Aatores , qui conditiones omnes ſcientiæ non æquiuoce ab vno , ſed vniuoce attribuunt logicæ , nempe eſſe notitiam veram , euidentem , habitualem , neceffariam , habitam per diſcurſum , & a principijs pendentem per ſe notis.ob id ipfi facultatis logicæ fubiectum faciunt neceſſarium non minus ac ens reale , ne vlla ſcientiæ conditio deeſſe logicæ videatur . atque hanc eſſe opinionem Scoti lippis patet , & tonforibus . Delabitur etiam imprudens aduerfarius , vt dixi , in noftram ſen tentiam , dum logicam æquiuoce ſcientiam fatetur effe , nos enim , atque omnes adeo , qui negat logicam effe vere ac fimpliciter & vniuoce ſcientiam , concedimus eandem eſſe ſcientiam æqui- uoce.quod & vir clarifsimus libro primo de natura logicæ fatetur , dum negat logicam habere * conditiones , quæ ad veram ſcientiam requiruntur . Vt igitur tot ac tanta deuitet aduerfarius in- commoda , queſo fateatur ingenue ( quod etiam fecit pag . 17. fuæ propugnationis ) repugnan- tiam effe in ſuis di & is me vere dixiſſe . Fateatur etiam uidiſſe me in hac ſua reſponſione latere quandam non neceſſariam , ideoque falſam conſequentiam . eſt autem hæc , Ens dicitur æquiuo- ce de ente reali , & de ente rationis : ergo ſcientia dicitur æquiuoce de ſcientia de ente reali , & de ſcientia de ente rationis . En etenim fimilem huic conſequentiam , Ens dicitur æquiuoce de en- te per ſe , hoc eſt , de ſubſtantia , & de entis ente , hoc eft de accidente , ergo ſcientia dicitur æqui- uoce de ſcientia ſubſtantiæ , & de ſcientia accidentis . Quid hinc ſequitur ? ergo Geometria eſt æquiuoceſcientia ( quod eſt contra communem Peripateticorum , atque adeo philoſophorum omnium fententiam ) cùm eius fubiectum fit Quantitas , quæ eſt accidens. ſi igitur bona eſt illa aduerfarij conſequentia , hæc quoque bona eſt : ſed hæc non admittenda , ergo neque illa . Falſum igitur eſt minorem entitatem ſubiectorum ſcibilium eſſe in cauffa , vt quæ de ipfis eft , ea dicatur eſſe a quiuoce ſcientia . Hæc ego cùm ſcripiſſem , legi forte reſponſionem Conſtantij Sarnani Cardinalis quem honoris cauſſa nomino pro Scoto aduerfus obie & iones BALDUINO (vedasi), cu- jus hoc inter alia erat in Scotum argumentum : De ente diminuto , imperfecto , & per accidens , cognizio eſt imperfecta , diminuta , & per accidens , ens rationis vt eſt ſubiectum in logica , eſt ens imperfectum , di- minutum , & per accidens , ergo cognitio de ente rationis , quæ logica dicitur , est imperfecta , diminuta , & per accidens . Ei autem Sarnanus reſpondet his verbis : Dicimus ad hoc quod vt aliqua fit fimpliciter fcientia , non requiritur quod obiectum eius fit fimpliciter ens , fed fatis est , quod fit de re neceffaria , & fub ra- tione vniuerfali , vt habetur primo poſt . Modo tam neceßaria eſt quæcunque propoſitio logicalis , u.g. qd de monftratio generat fcientiam , quam hominem eße riſibilem , & adeo vniuerfalis : unde quamquam ens ratio- nis non fit fimpliciter ens , de illo eft fimpliciter fcientia , licet cognitio eius , & definitio non fit ex parte obie- Eti ta perfecta , quàm cognitio realis.nă alias codē argumēto probatur ſcientias mathematicas non efſſe ſimpli- citer fcientias , quæ tractant de accidente , puta de Quantitate , quia accidens ſecundum Arist . non est ens , fed entis ens , cùm tamen illas appellet Aristoteles primo poſter . certiſſimas . Hęc vt legi , valde ſum læta- tus virum do & ifsimum eadem ratione , qua ego vſus eram , aduerfarij conſequentiam refellere . Atque hæc hactenus . An verò logicæ fubiectur , hoc fit neceffarium , alibi fortaffe diſputabitur . Et quoniam me reprehendit aduerfarius quòd logicam effe dixerim facultatem operatricem , ſciat igitur dum me hoc nomine reprehendit , ſe ipſum reprehendere , qui logicum confiderarit yt operantem . fi enim ideo artes aliæ dicuntur operatrices , quia illarum artium habitu præditi dicuntur operantes , cùm ipſe logicum vocet operantem , fecit vt ego exiftimarem exiftimare ſe logicam effe operatricem . quam ſi non recte ita vocari putat , fateatur ergo ſe non recte logicú vocaffe operantem . Verum ego non ſolum ſuppoſita aduerfarij ſententia quod logicus fit ope- rans , logicam eſſe dicendam operatricem exiftimo , verum etiam fimpliciter fic eſſe vocandam cenfeo : & non folum operatricem , fed & operantem dici poffe contendo ; operantem ſcilicet , vt quo , non vt vt quod . Fa & iuam quidem facultatem eſſe logicam prorfus nego , at operatricem eſſe facultatem audater dico . & fi enim ars omnis factiua eſt operatrix , non tamen omnis facultas operatrix eſt factiua.operationis enim nomen latius patet , quam fa & ionis , ita vt ad animum quo que pertineat . Non temere igitur ( vt caput hoc concludam ) ſcriptum eſt a nobis in Criticis , ad- uerfarium dicentem logicam eſſe ſcientia ) , pugnantia dicere frontibus aduerfis .  Aduerfarium non intelligere viri clarißimi fententiam de logica subiecto . S Tatuit aduerfarius logicarum diſput .  . logicæ ſubie & ú eſſe notiones ſe- cundas fimplices . Quam nos fententia reprehendimus primi Critici cap . 3.often- dimuſque effe eas non poffe logici ſubiectum primum , cùm hẹ notiones a logico fiant quatenus ab eo in primis rerum conceptibus effinguntur , primum aute ſu- biectum a logico fieri , & fabricari non poſsit . Dum hanc igitur ſententia defen- dens oftendere nititur me , ipſum reprehendentem , virum clarifsimum reprehendere , dum ſcili- cet eius verba ex c . vltimo libri prioris de natura logicæ vt ſuam ſententiam cófirmantia in me- dium allata interpretatur , næ ipſe ſuam eorum interpretationem verborum ridendā nobis pro- ponit . Primum hæc affert viri clarifsimi verba : Proprie igitur loquendo nullum aliud fubiectum , quam operationis , quærendum est in logica , idque dicimus eſſe res omnes , fiue earum cöceptus , qui primi conceptus , feu prime notiones vocari folent . Nam quemadmodum ſtatuario proponitur es tanquam materia , in qua formam Statue efficiat , quæ eius artis ſcopus ac finis est , ita logico proponuntur res omnes , fiue earum con- ceptus , tanquam fubiectum , in quo fecunda notiones effingantur , vt fint instrumenta nos iuuantia ad rerum notitiam adipiſcendam . bæ funt finis logici , non fubiectum , prima verò notiones funt fubiectum logice pro- pria loquendo , non quidem fubiectum , de quo demonstrationes fiant , fed fubiectum operationis . Interpre- tatur autem aduerfarius verba hæc his , quæ fequuntur , verbis : Qua verba , vt conijcere poffium , in- nuere videntur fecundas notiones in ſubiecto operationis logica effingendas non poſſe alias eße , nifi compofi- tas , & instrumenta . etenim hæc funt finis logici , noſque iuuant ad rerum notitiam adipiſcendam . Hoccine eſt interpretari? Quis ignorat ſi ſubiectum logicæ ſtatuantur primi conceptus rerum , vt his vi- ri clarifsimi verbis clarifsimè ſtatuuntur , & in ijs effingenda fint logica inſtrumenta , prius eſſe in ijs a logico effingendas partes inſtrumentorum , quæ funt ſecundæ fimplices notiones ? ſi enim ego dicam , in ædificatoria materiam eſſe lapides , & finem domum , quis non intelligit prius effe ab ædificatore edolandos lapides , & extruendos parietes ex ea materia, quam ad eum finem per ueniatur ? Quonam igitur pacto dicere audet aduerfarius hæc verba innuere fecundas notiones in fubiecto operationis logicæ effingendas non pofle alias eſſe niſi compoſitas , & inſtrumenta ? immo verò contrarium innuunt . Cum enim a logico ſecundi conceptus cópofiti effingendi fint ex primis rerum conceptus , neceſſe eſt vt ex primis rerum conceptibus effingantur prius ſecun - di conceptus fimplices , vt poftea ex ijs conſtruantur ſecundi conceptus compoſiti . Recitat dein de aduerfarius verba quædam alia uiri clarifsimi ex eodem capite paullo poſt ſequentia.funt ve rò : Non est autem existimandum fecundas notiones effe quiddam a primis difiunctum , quod postea illis im ponatur , fed funt ipse metres feu rerum conceptus his fecundis conceptibus operti . Quare fubiectum alo- gico confideratum funt res omnes , non tamen quatenus res funt , sed quatenus fecundis notionibus ſubstantes . homo enim , & equus res funt , & a logico confiderantur , non tamen vt homo , & equus , fed vt species , & nomina appellantur : & inquit : Ecce virum clarissimum velle quod Criticus in aduerfario reprehendit , nimi- rum logici operasionis fubiectum eſſe ſecundas notiones fimplices primis annexas , ex quibus fecundis notio- mbus fimplicibus logicus conſtruit instrumenta , que funt & ipfa fecunda intentiones cõpofitæ primis annexe Cùm inquit vir clarifsimus ſubie & ú logicæ eſſe primas notiones ſecúdis opertas , non intelligit eſſe ſubie & um totú illud , quod eſt aggregatum ex prima & ſecunda notione , ſed res ipſas tan- tùm ſecundis intentionibus ſubſtantes , vt verba ipſa ſatis oftendunt.non enim inquit eſſe ſubie- tum logici ſecundas notiones rebus impofitas vna cum rebus ipfis , ſed inquit res ipſas , quæ funt , vel quatenus funt fub fecundis notionibus , ipſæ enim res confideratæ vt quoddam aggre- gatum ex notionibus primis , & notionibus fecundis non ſunt amplius fubie & um logici , ſed pri ma eius opera . fic dicimus fubie & um ſtatuæ lapidez eſſe lapidem forma ſtatuæ conformatum , hoc eft lapidem illum , qui eft , vel quatenus eſt ſub ea forma , non autem lapidem , & formá ftatuæ fimul . totum enim illud dicitur opus ſtatuarij , non ſubie & um . Hinc illud notari volo , ſi- cuti ſtatua dicitur opus ſtatuarij , quæ tamen ipfius eft opus , hoc eft ab eo eſt elaborata quoad formam tantum , non quoad materiam , fic etiam notiones ſecundas fimplices vocari opus logi ci , cùm tamé ipſæ opus logici ſint , hoc eſt a logico fabricatæ & fatæ fint quoad formam tan- A 2 tum liceat enim nobis ita loqui non quo ad materiam.funt enim earum materia res ipſæ extra animam fine vlla logici opera exiſtentes . Ex quo dupliciter intelligi , atque accipi poteſt ſe- cunda notio , prout dupliciter poteſt confiderari . Confideratur autem vel prout imponēda eſt primæ , & tum fignificat formam abſque materia.atque hanc Scotiſtæ vocant ſecundam inten- tionem in abſtracto : vel prout impoſita iam eit ; tum autem fignificat formam cum materia fimul . & hane Scotiſtæ vocant ſecundam intentionem in concreto . Primo modo capitur ſe- cunda notio , cum dicimus logicum imponere ſecundas notiones primis , fecundo autem modo accipitur , cum dicimus ſecundas intentiones fimplices eſſe prima logici opera , & ex ijs conſtrui logica inſtrumenta . hoc etiam fecundo modo capiuntur a viro clariſsimo , dum inquit : non eft existimandum fecundas notiones eße quiddam a primis difiunctum , quod postea illis im- ponatur , fed funt ipfa metres , seu rerum conceptus his fecundis conceptibus operti . primo autem mo- do accepit idem vir clarifsimus , dum dixit , logico proponuntur res omnes tamquam fubiectum , in quo fecunda notiones effingantur , & accepi ego primi Critici capite tertio ſuperius commemorato dum dixi , fecunda notiones fimplices , vt funt genus , ſpecies , fubiectum , prædicatum , terminus , & alia buiufmodi , a logico ipfo primis rerum conceptibus impofitæ funt . Quare inconfiderate reſpondet dein- ceps aduerfarius inquiens : Ex viri clarissimi ſententia negatur hoc . fi enim ſecunde notiones vt ipse met affirmat non funt quidam a primis diſiunctum , quod poftea illis imponatur , quomodo primis ſecunda notiones fimplices a logico poſſunt eſſe impofita ? no enim animaduertit vtrunque eſſe verű pro diuer fa acceptione ſecundæ notionis , quam duplicem diximus eſſe . Sed de ſecundis notionibus fu- ſiſsime agetur in defenfione primi Apologetici capite ſecundo , aut tertio. Patet ergo vt ad pri ma redeamus aduerfarium non intellexiſſe viri clarifsimi de ſubiecto logicæ ſententiam, quæ non eſt , vt logici ſubiectum fint primi conceptus & fecundi fimul , ſed vt fint primi ſecundis fub ſtantes : & primi quidem non confiderati per ſe , & quatenus res funt , hoc eſt , quoad reales ſuas affectiones , & paſsiones , hac enim ratione in ſcientijs ipfis confiderantur , fed tantum quate- nus aliorum aut genera , aut ſpecies , aut ſubiecta , aut prædicata effe poffunt . Neque igitur ipſe cum viro clarifsimo ſentit , neq ; ego a viro clarifsimo diſſentio . Cum eo igitur nobis eſt diſpu ' catio , qui interdum nefcit an , aut in quo diſſentiamus : Subdit is poſtea : Sed nos difputandi gra- tia admittentes hoc quod fecunde notiones fint quiddam a primis distinctum , negamus fecundas notiones a logico , quatenus logico fabricatas effe , licet eas primis rerum conceptibus impoſitas confideret . Ab eo enim conceptus illi funt fabricati , cuius funt opus , ſed intellectus noſtri funt opus , ab eo igitur , vel ab homine per intellectum , non fecus ac primi conceptus fabricati funt : Verum dum homo intellectus ope & primas , & fecundas notiones fabricat , id non facit nec vt philofophus , nec vt logicus . nam fi logicus fecundas no- tiones fabricaret , philoſophus fabricaret primas , cum nec a logico , nec a natura ipſa produci poffint , non a logico , quia illas præfupponit , neque etiam a natura , quia quicquid natura facit , fingulare est , no- tiones verò quæcunq ; illæ funt , vniuerfales funt . id tamen abfurdum est , vt fcilicet philofophus primas no- tiones fabricet , alioquin contra viri Clarifsimi fententiam fciens eßet operans , abfurdum igitur etiam eft a logico fecundas notiones fabricari . Quam multa hic non dico reprehendenda , fed ridenda funt ? vt refponfionem nullam aliam , quam rifum mereantur . Vel vltimis in verbis quam ridicu- la nectitur conſequentia , philofophus non fabricat primas notiones , ergo nec logicus ſe- cundas . Non ne vides philofophum ideo fabricare non poſſe notiones primas , quoniã phi- lofophus contemplatur ea , quæ abſque vlla'eius opera in natura funt ? at vero logicus , quæ non funt , coſiderando facit vt fint , quare ea ipſe fabricat in animo , & cornm faber iure dicitur.ge nus enim , ſpecies , fubie & um , prædicatum , propoſitio , niſi a logico fabricata eſſent , nuſqua reperirentur.propterea logicus confiderari poteft vt operans , philofophus non item . Quid ? tu te ipſe damnas falſi : inquis enim ideo philoſophum dici non poſſe fabrum primarum notionú quia non eft operans . Quid enim hinc ſequitur ? logicus eft operans ( vt tu ipſe aſſeris & in hac tua propugnatione , & in difputationibus logicis ) ergo logicus eft faber ſecundarum notio- num . non te alio , quam temet ipſo auctore redarguo . Tandem operæpretium eſt audire quam ipſe huic capiti imponat coronidem . Cum enim ego primi Critici capite tertio dixif- ſem : Cognofcere bine licet aduerfarij tudicium , qui cum veram de fubiecto logica fententiam apud alios legiffet , ex multis fibi propoſitis falſam , vera neglecta , fibi fequendam delegerit : vt me vicifsim homo Martialis confodiat , quid mihi reponit ? Critici , inquit , acre iudicium cognofcere hinc licet , quod cum ex multis fibi propofitis falſiſsimam de fubiecto logica viri clarifsimi fententiam legiffet , veram , ca penitus negle L neglecta fibi fequendam delegit . Itane ? fi ergo veram , tuæ contrariam , ego delegi , tu ergo falſam . Verum ergo in Criticis diximus , Aduerfarium ex multis fibi propoſitis de logicæ fubiecto ſen- tentijs falſam , vera neglecta , ſibi ſequendam delegiffe . Aduerfarij reſponſionem quandam non eſſe ad propofitum . NOVIT aduerfarius libro primo diſput , log . cap . 10. logicum non debere in lo gicæ definitione habitum collocare , quoniam logicus eum confiderare non po- teſt , alioquin cogeretur etia intelletū cófiderare , cùm habitus dicat ad intelle- Aum relationem , & à quo relatiuorum vnum confideratur , ab eodem cófidere tur & alterum : fed a logico intellectus non confideratur, ergo neq ; habitus . Hoc ego ipfius dogma confutaui prioris Critici cap . 4. ea ratione quoniam huiufmodi fit vt feruari neque ſoleat , neque valeat . Quod à nullo feruetur , ne ab ipſo quidem aduerfario , probaui inquiens : Dum ipfe logico prohibet cognitionem habitus , vt non ad eum attinentem , fed ad alium artificem , fatis declarat nolle ſe quicquam in logica traftari , quod merelogicum non fit.at ipfe in hoc opere fuo logico in gratiam iuniorum , vt ipse profitetur , a fe confcripto , & ideo merè logico , genus logica non fine difputatione determinat effe habitum : cur igitur fi logica prohibet habitus cognitionem , in hoc fuo logico opere de habitibus difputat ? præterea fi logicam fatis inquit a logico cognosci vt difciplinam quandam , quorfum igitur , obfecro , capitibus xi . xij . & xiij . cam tuetur eſſe ſcientiam ? & philoſophicis ipfius entis diuifionibus in ens extra anima , & in ens in anima Scoti , te aliorum quorundam opinionem veram effe tueri conatur ? non ne , auctore ipfo , fatis est nobis vt eam eße cognofcamus difciplinam quandam ? neq ; aute ego boc eius faftum , quod nimirum de logice genere , nempe de habitu , & alijs eius attributis fermonem ba- buerit , ommino vituperem : illud in co maxima dignum vituperatione duco , quòd ipſe ſua met , falta verbis improber . Qua quidem in re non fibi foli facit iniuriam , verum etiam celeberrimis peripateticis , qui in logi cis prolegomenis de genere logica difputantes , de habitibus loquuntur , & c . Quinimmo ipfum Peripateti- corum principem Aristotelem reum facit . Is enim in libro prædicamentorum , in ipfo fere logica vestibulo in predicamento qualitatis diftinguit ſpecies qualitatis , & inter eas cõnumerat ſcientias , atq ; virtutes , eafq ; fub habitu , vt fub genere collocat , & c . Ad hæc his verbis in ſua propugnatione reſpondet aduer- farius : Qualibet fcientia , & ars intra fuos terminos continetur , quos , vt talis est , præterire non potest . Nos ergo non volumus vt logicus non debeat , nec poffit cognoscere habitu , intellectum , & huiufmodi alia , quæ ad reales ſcientias pertinent , ingenuæque artes mutuam fibi operam non præſtent , quia & philoſo- pho , & nobis met aduerfaremur : verum quod logicus vt logicus non debet , nec potest ea in logica tracta- ve , quæ ad alias ſcientias , & artes attinent , alienaque funt a logica confideratione : philoſophus enim in pbyficis quando agit de attinentibus ad primam philofophiam , non ne ex communi omnium fententia de ijs agit vt induit habitum metaphyfici ? non igitur quatenus phyſicus . & quando in moralibus ca breuiter tra Flat , quæ ad animum ſpectant , cuius cognitio phyſica est , non id prastat vt moralis , fed vt phyſicus.fimi- liter multis alijs in locis . optime igitur de genere logice differentes diximus illud effe habitum intelle- Etus rationalem , etſi habituum cognitio ad alium artificem pertinet . id enim vt logici non facimus , proin- de non fequitur vt nos fatis declaremus nolle quicquam in logica tractari quod mere logicum non fit , ficuti non fequitur , logice difputationes in gratiam iuniorum a nobis confcriptæ funt , ideo funt mere logica nec igitur verbis nostra facta improbamus , nec Ariftoteli iniuriam facimus , & c . Hæc refponfio non eſt ad propofitum . non enim in priori parte reprehenfionis noftræ negaui logicum no- minantem habitum , induere perſonam phyſici , & id non facere vt logicum , ſed negaui hanc phyfici perfonam ei in logica fuifle aſſumendam , ſi quidem capite decimo eius libri vere tur in definitione logicæ habitum collocare , eo quia confideratio habitus non pertinet ad logi cum . Reprehendi igitur ipſum , quod co capite decimo vereatur affumere aliam perfonam , in afsignanda definitione logicæ , quæ pertinet ad quæfitum quid fit : alijs autem capitibus & præ cedentibus , & fequentibus , in quibus examinat alia quæfita ad natura logicz ſpectantia , de pofito hoc timore , & hac religione , audacter & phyſici , & metaphyfici fibi perſona affumat . hoc in eo exagito , & ' rideo . cum enim ipſe profiteatur hos libros confcripfiffe in gratiam iuniorum , & eo capite decimo nolit in definitione logicæ vlla fieri mentionem habitus , vt hinc facile facile conijcere quiſque pofsit , eum nolle egri de logicæ terminos , the parum conſulere vide retur tyronibus huius facultatis candidatis , afferendis ijs , quæ logicæ limites excedunt , ipſe tamen quaſi immemor ſui , aut fuam negligens admonitionem , nihilominus in examinandıs alijs logicæ quæſitis multa dicit quæ captum , & perfonam logici tranſcendunt , vt ita dixe- rim.hanc igitur inconſtatia in aduerfario reprehédo . Hanc mea reprehéfioné deuiter , ſi poteft , tum enim ego me eum non iure reprehendifle ingenue fatebor . Quanquam ne ſi hanc quidem effugiat reprehenfionem , prorfus reprehenfione vacabit aduerfarius , nam dú ipſe ideo tacet habitum in aſsignanda logicæ definitione , quia putat fi logicus habitum confideraret , cum cogi etiam intelle & um confiderare , eo quoniam habitus dicit ad intelle & um relationem , cam fibi legem præfcribit , vt cum in definitione logicæ collocarit nomen diſciplinæ , ipſe primus logico confiderato vt logico attribuat ea , quæ non funt logici . Id facile probatu eſt.nam qua- re vetat habitum a logico confiderari ? non ne co quia habitus dicit relationem ad intelle Aum ? at ob hanc eandem cauffam diſciplina quoq ; a logico non poteft confiderari , quia & ipſa dicit relationem ad intelle & um , cum diſciplina & habitus idem fint , ipſomet autore , qui capite pri mo & fecundo confundit hæc , Habitum ſcilicet , & Difciplina'm , & Facultatem . Si ergo nó po teſt habitus confiderari , nifi confideretur & intelle & us , neque ergo poteſt diſciplina confide rari , nifi confideretur & intelle & us , quare dum habitum a logico non vult confiderari , ne abeo confideretur intelle & us , intelle & ü ei offert confiderandum . Quod fi dicat diſciplinam eſſe qui dem habitum , ipſam tamen quod ad hoc nomen attinet , non dicere relationem ad intelle & u , tum ego viciſsim dicam habitum eſſe correlatiuum intellectus , non tamen quatenus dicitur habitus . Nam habitus proprie relationem dicit ad id , quod eſt habitu præditum , quod eſt quid confufius , & generalius intelle & u : proprium ergo correlatiuú habitus eſt habitu prædi tum , non autem intelle & us , ergo non eft neceffe confiderare intelle & um dum habitum confi- deramus . vana igitur eſt illa aduerfarij religio in tacendo habitu dum logicæ definitioné tradir . Sed quare cófideratio intellectus prohibetur logico ? quia , inquit , logici , vt logici propria non eft . at neq ; confideratio diſciplinæ eſt logici , cum fit propria phyſici , eſt enim vox primæ inten tionis , & fignificans idem quod habitus: ergo ab eo proprie cognoſcitur , a quo cognofcitur ha bitus . Quare cu aduerfarius hoc capite decimo no folú fine vlla neceſsitate , verú etiam fibi ipſi parum cóftans , neget logico confiderationé habitus , ſuſpicor eû ad id fuiſſe addu & ü ſtudio vel licandi & carpendi virum clarifsimum , qui logicæ definitionem in calce prioris libri de natu- ra logices his verbis colligit : Logica est habitus intellectualis inſtrumentalis , feu difciplina inſtrumētalis a philofophis ex philofophiæ habitu genita , quæ fecundas notiones in conceptibus rerum fingit , & fabricat , vt fint instrumenta , quibus in omni re verum cognofcatur , & a falfo difcernatur , indifferenter enim hic & habitum , & difciplinam collocat . Hoc facile vt credam adducor , cum ſemper occafionem quærat ſuis libris viro clarifsimo detrahendi . Quod an ei ſuccedat , aliorum eſto iudi- cium . Secunda ratio noſtra contra aduerfarium eſt eiufmodi , vt probet hoc eius præceptum , vt ſcilicet ſe logicus contineat intra proprios facultatis ſuæ terminos , ſeruari non poffe , quia lo gico neceffaria eft cognitio ſui fubie & i , neque eft fingere purum logicum , qui nihil cognofcat aut cogitet , quam fecundas intentiones ( vt demus in præfentia logicum non cognofcere ſun ſu- biectum ut logicum , fed ut alienum artificem . Quod an verum fit , hoc loco pronunciare nolu- mus , cum id definiri abſque diſputatione non poſsit ) hoc enim eſt chimæricum , ac fere inintel- ligibile . Nam fi logicus imponere debeat primis notionibus ſecudas , neceſſario tenetur aliquate- nus , & faltem pingui Minerua cognofcere primas , non autem eas penitus ignorare.non poteſt enim artifex in materiam introducere formam nifi aliqua habeat materiæ cognitionem . obid ego dixi : Cogitare etiam potuit aduerfarius neceßariam effe logico leuem quandam , & confufam cognitio- nem rerum omnium , vt primos earum conceptus informare valeat fecundis . nam & habitus , & intellectus notitiam ei aliquam minime denegaſſet Ad hæcita renſpodet : Logicus & fileue quandam , & confusam rerum omnium cognitionem habet , eas in facultate fua non cognofcit vt res funt , fed tamquam fecundis in- tentionibus fubiacentes , nec vllo pacto ab eis difiunctas , & feparatas . Confundit hic aduerfarius co- gnitionem fubie & i artificis cum eius operatione circa ſuum fubie & um . Quod minime faciendū , cum illa hanc præcedat . Ecce enim : faber ferrarius prius cognofcit ferrum , quatenus ad eû per- tinet , deinde in eo fubie & o operatur , hæc igitur duo inter fe diftinguūtur . fic etiam logicus prius cognofcit , ruditer tamen , & ἰπιπολαίως , res ipſas , vt res funt , quatenus futuræ funt fubie & um fecun- : : ſecundarum notionum , quod in categorijs fit : deinde verò in rebus ijs ſecundos conceptus , uel ſecundas inducit notiones , tum autem cum ſecundas ijs imponit notiones , res confiderat vt ſe- cundis intentionibus ſubſtantes , vt ait aduerfarius.id quod an facere incipiat in libro periherme nias , an in categorijs ipfis , parum ad rem in præſentia : Certe prius quam id agat , res ipſas confi- derat vt res , & vt primos coceptus , non vt ſecundis ſubiacentes. Neque vero dicere poteſt aduer ſarius logicum in categorijs confiderare primas notiones vt ſecundis ſubiacentes , nec vilo pacto ab ijs diſiunctas : cum ipſe reſpondere videatur Ariftotelem in categorijs , & habitum , & cetera huiufmodi commemorantem , induere perſonam phyſici . at phyſicus agit de primis intentioni- bus , non de ſecundis , ergo fateri cogetur in categorijs agi de intentionibus primis non folum vt ſubſtant fecundis , verum etiam vt ab ijs ſunt ſeparatæ . Quamquam id etiam , abſolute , & abf- que vlla ſuppoſitione loquendo , negari non poteft . Reliquum eft vt verba quædam aduerfarij confutemus . Quo facto huic capiti finem imponemus . inquit ipſe : Grammatica ſub habitu rationa li instrumentario eft , attamen per artem , non per habitum definitur.quid igitur mali feci , fi vt logicus per di- fciplinam , non per habitum logicam definiui ? Hæc reſponſio non eſt ad propoſitum . non enim dico male eum feciffe , quia logicam definiuit per diſciplinam , ſed dico euin peccaffe in eo , quod ita velit eam per diſciplinam definiri , vt nefas ducat per habitum etiam definiri , cum enim in excu- tiendis alijs logicæ quæfitis , népe An fit, Propter quid fit , & Qualis , fines logici exceſsiffet , abf- que vlla ratione in examinando quæfito quid fit , ſe continet intra cancellos puri logici . hac enim religioné deponere hic etia debuerat , & aliorú philoſophorú , qui de logica ſcripſerút , exemplú ſequi , qui de habitu mentionem in logica facere non verentur . aut certe debebat perpetuo in his difputationibus puri logici perſonam retinere . Grammatica verò non ſolum per artem , fed & per habitum definitur . itaque hoc eius exemplú nihil probat . Atque hæc fatis . Verum eſt igi- tur quod diximus in Criticis: Cum ergo quousque logici cognitio protendatur , aduerfarius non confide- ret , neque Aristotelis loca in logicis diligenter obferuet , in eam prolabitur hærefim vt Aristoteli , & fibi etiam ipfi aduerfetur .  In primo posteriorum non agi de definitione accidentis actu ut putat aduerSarius Sed potestate tantum . VM aduerfarius libri ſui ſecundi logicarum difputationum cap . o & auo hæc verba ſcripfiffet : Falſum est vt Aristoteles in libro fecundo posteriorum agat per ſe de defi- nitione , quatenus ex demonftratione elicitur , cùm de cathoc nomine libro primo egerit : nam tunc definitio ex demonſtratione optime elicitur , quãdo demonftrationis principia conſtant ex omnibus fuis conditionibus : verum de conditionibus principiorum potiffime demonftrationis per ſe agit in libro primo , eiſque in fecundo nullas preſtantiores addit : ergo in libro primo per ſe quoque fi- mul agit de definitione , quæ ex potißima demonftratione elicitur : Reprehendi ego primo Critico capi- te quinto confequentiam hanc vt indignam philoſopho , ac præfertim logicæ profeffore . Verba mea hæc funt : Dictum quidem hoc aduerfarij , nempe de conditionibus principiorum potiffime demonstra- tionis , ex qua definitio elicitur , abunde traftat Aristoteles in primo pofteriorum , ergo in eodem libro agitur de definitione quatenus elicitur ex demonstratione , fatis mirari non poffum , & vix credere a tanto philofo- pho , nifi dormitante prolatum eße . Confiderare aduerfarius debuit cognitionem propriaru rei affectionum no ita prodire ex cognitione principiorum , vt ftatim cognitis aftu proprijs vei principÿs , actu quoque cognofcan tur affectiones : & in fine capitis hæc : Si igitur attualis rei principiorum cognitio non affert ſecum actualem cognitionem proprietatum , ridicula eſt illa confequentia ; In primo posteriorum agitur de principijs , fiue con- ditiombus demonftrationis actu , in eodem igitur libro neceſſario agitur actu de eiufdem proprietatibus , & ne dum fcriptis conſignanda , verum ne cogitanda quidem fuit . In hac igitur ſua propugnatione exclamat aduerfarius inquiens : Criticus meam fententiam contrarie percepit existimans me velle vt Ariftoteles in primo poſter . dum agit de conditionibus principiorum potiſſime demonſtrationis , agat etiam de definitione quatenus ex demonſtratione elicitur.ſi huiufmodi definitio ex demoſtratione extrahi non potest , nifi ea demon- Stratione constructa , quomodo , obfecro , ſane mentis homo id excogitaret quod Criticus commentatus est ? in codem libro dixi agi ab Aristotele de ea definitione , quæ ex demonstratione elicitur , in quo tractat de condi .. tioni cionibus principiorum potiſſime demonstrationis.non propterea intëdo vt fimul , vel flatim post tractationem de principiorum conditionibus agatur de huiufmodi definitione , ea enim ex demonſtratione iam conſtructa ( vi dictum eft ) non ex folis eius principijs elicitur . Cum itaque philoſophus in primo posteriorum non folum agat de materia demonſtrationis , quæ eius principia funt non nullis conditionibus limitata , verum etiam de pro- pria eiufdem demonftrationis forma , quam voluit eſſe non ſimpliciter fyllogifmum , fed fyllogifmum in primo modo prime figure , manifestum est eum ibi regulas , & precepta dediſſe aftu demonftrationem conſtruendi actuque ex ea propriorum accidentium definitionem eliciendi , cum dicat definitionem aut principium demon ftrationis eße , aut demonſtrationem ſola terminorum poſitione differentem , aut conclufionem quandam demon ſtrationis . fi igitur definitio , qua ex demonſtratione elicitur eſt demonſtratio ſola terminorum pofitione diffe- rens , non poteft alibi traftari , nec actu cognofci , niſi vbi philoſophus præcepta reliquerit aftu conſtruende demonſtrationis , fed hoc præftitit Aristoteles in primo libro poſteriorum , in eodem itaque per ſe tractatur , altuque cognofcitur definitio , quæ ex demonſtratione elicitur . Hæc aduerfarius . An vero fententiam eius contrarie præceperim , mox apparebit . Non intendo , inquit ipſe , quòd fimul , dum agitur de principijs demonſtrationis , vel quòd ſtatim , vbi actum fit de principijs demonftrationis , aga tur de definitione accidentis ( videtur enim exiftimare vtrouis modo a me intelle & am reſpon- fionem fuam oppugnari ) ſed intendo inquit , quod poſt quam a & um ſit de demonſtratione tum quo ad materiam , quæ funt eius principia certis quibuſdam condicionibus limitata , tum etiam quoad formam , videatur agi de eductione definitionis accidentis ex demonſtratione . Si ergo probauero verba hæc : Quòd ſtatim vbi actum ſit de principijs demonſtrationis : idem ualere , ac : Quòd * poftquam actum fit de demonſtratione tum quo ad materiam , tum etiam quoad formam : non videbor con trarie eius fententiam percepiſſe , ſed ipſe potius contrarie videbitur meam fententiæ fuæ inter- pretationem effe interpretatus . Hoc facile probatu eſt . Principia demonftrationis non ſunt ſola eius materia , ( vt ipſe falſo exiſtimat ) ſed & forma ſyllogiſtica : idem ergo ſignificat , agi de prin cip : js demonftrationis , & , agi de eius materia , & forma : Ac per principia quidem demonſtra- tionis non ſolam materiam accepiffe me , fed & formam fimul , ex eo etiam patet quòddixi con- tra ipſum difputans , in duobus prioribus libris phyfici auditus agi de principijs corporis natu- ralis ( quæ funt materia , & forma ) in ijs tamen non agi de proprijs corporis naturalis affectio- nibus : qua quidem ratione ſum vfus ad euertendam eius reſponſionem , quam in Criticis repre hendi . Et quamuis parum interſit an hoc modo , quo iam dixi , ſim interpretatus aduerfarij ver- ba , an eo , quo ipfe putat ( quomodocunque enim ea interpretemur , abſurda eſt eorum fenten- tia ) oftendam tamen , aduerfarium ſibi in hac difputatione non conſtare . Iam vidimus cum per principia demonſtrationis intelligi velle ſolam eius materiam : attamen ſi verum eſt eum in fuis logicis difputationibus libro nimirum ſecundo , capite o & auo , intendere quòd poſtquam actu fit de demonftratione tum quo ad materiam , tum quo ad formam videatur agi de eductione de finitionis accidentis , neceſſe eſt , ibi eum per principia demonſtrationis non ſolú intelligere ma teriam , fed & formam . Nam ibi formam demonſtrationis non nominat , ſed ſolum vfurpat no- men principij . inquit enim : Verum de conditionibus principiorum potiſſime demonftrationis per fe agit in primo libro , eiſque in fecundo nullas prestantiores addit : ergo in primo libro per ſe quoque fimul agit de definitione , qua ex potiffima demonſtratione elicitur : Si igitur per principia demonftrationis his verbis modo citatis intelligit materiam & formam , cur nolit ijſdem me verbis idem intelligere ? fin au tem materiam tantum , curergo in hac ſua propugnatione hoc negat ? inconſtans ergo , & fibi repugnans eſt aduerfarius . Eft & alia repugnantia in di & is aduerlarij multo maioris momenti , quam poftea confiderabimus , cum eius refponfionem cófutauerimus in hac propugnatione al- latam . Reſponſio autem aduerfarij ad noſtram reprehenfionem hæc eſt : Quamuis ( inquit ) in prioribus duobus libris phyſici anditus lizio egerit de principijs corporis naturalis , non propterea fe- quitur ve in ijs quoque de communibus corporis naturalis affectionibus neceßario agere debuerit , quoniam communes illa naturalis corporis affectiones non funt eius principiorum affectiones , ideo in distinctis libris de ijs omnibus agendum erat . at definitio , que ex demonstratione elicitur , eadem eft , ac demonſtratio ſolo ſitu ab ea differens , & c . At contra . Dato , etiam definitionem accidentis eſſe affe & ionem principij ma terialis ipfius demonſtrationis : cum principij eius formalis affectio non ſit , immo ab eo maxi- me difcrepet : ergo non fuit neceſſe ( vt putat aduerfarius ) antequam cognofceretur definitio ac cidentis in primo poſter . agi de forma demonftrationis , cum non fit eius affe & io , ſed ſatis fuit egiſſe primum de eius materia : vel vbi de vtroque principio atum fuit , erat expreſſe agendum de de de definitione accidentis , & oftendendum quatenus differrt a principio formali ipfius demon- ſtrationis . Præterea dato ( vt diximus ) definitionem accidentis eſſe affectionem principij ma- terialis demonftrationis , adhuc non ſequitur , ergo de ea ſeparatim agendum non erat . immo verò agendum erat de ipſa ſeparatim , per ſe , & expreſſe , vt cognofceretur & vt definitio forma liter , & vt paſsio principij materialis ipfius demonftrationis , cum quo licet realiter conueniat , tamé ab eo formaliter difcrepat , cum definitio formam habeat propriam , quæ forma non ineſt in ipſa materia demonftrationis , aut in demonftratione ipſa , niſi potentia : Vt hinc inferri liceac primo pofteriorum de accidentis definitione ſolum agi poteſtate , non actu , quoniam ibi de de- monftratione tantum agatur a & u . demonſtratio autem actu eſt potentia tantum definitio teſte Auerr.fecundo poſter.com . 38. Iure igitur conſequentiam illam reprehendimus , in primo po ſteriorum agitur de demonſtratione , ergo in eo agitur de definitione actu , cum demonftratio fit definitio potentia , non actu . Sed reuera definitio accidentis eſt proprietas ( fic enim eam vocat Auerroes ) non principiorum , ſed demonſtrationis ipſius , quæ proprietas eſt huiufmodi , vt non appareat , niſi mutata forma ſubiecti , & in aliam formam conuerſa ( quæ quidem conuerfio ſe- cundo pofteriorum declaratur , non primo ) ſi modo ſubiectum proprie vocanda eſt demonſtra- tio huiufce proprietatis.neque.n.demonſtratio proprie eſt ſubiectu definitionis accidentis , nifi hoc nomé per analogia quandam de re hac vſurpemus . Propterea ne ob factam a nobis in Cri- ticis comparationem inſtrumenti demonſtratiui cú corpore naturali falſo putet aliquis vtruque effe fubiectum eiuſdem rationis , & idcirco eandem omnino in vtriufque rei tractatione metho- dum feruari , is meminerit corpus naturale ( quod uox indicat ) eſſe a natura , demonſtratio- nem autem ab arte , proinde illud vere ſubiectum dici , de quo paſsiones demonftrantur , hanc autem vocari fubiectum per analogiam quandam : quamobrem in phyſicis naturale corpus : cognofcendum exhibetur ordine compoſitiuo , at verò demonftrationis conftru & io primo po- ſteriorum traditur ordine reſolutiuo , qui quidem ordo proprius efle videtur artium , vt fuſe probatum eft a viro clarifsimo in libris de methodis . Quare non mirum fi in tractatione de demonftratione primaria eius proprietas , quæ eſt conclufio , præcognofcitur præmiſsis , quæ eius principia funt . conclufio enim reſpectu præmiſſarum , dum de compoſitione inſtrumenti fyllogiftici fit fermo , finis habet rationem , finis autem in arte neceffario præcognofcitur . Proinde falſa videri poteft argumentatio , qua hic vſus ſum , niſi ſano modo intelligatur , vide- licet , Principia præcognofcuntur affe & ionibus , ergo inſtrumenti demonſtratini principia præ- cognofcuntur ipfius inftrumenti proprietatibus . poffet.n . reſponderi id minime effe verü , tantu enim abeft vt id eueniat in tractatione de inſtrumento demonſtratiuo , vt potius illæ eius prin- cipijs præcognofcatur , fi quidem in eius tractatione ſeruari debeat methodus reſolutiua , ob id aduertendum eſt , in cognofcendo inſtrumento , de quo in arte præcipitur , duas methodos ſer uari poſle , vnam , qua doceamus , ac doceamur inftrumenti ipfius conſtructionem , & hanc effe methodú propriam ipfius artis docentis , quæ cum ad opus dirigatur , eius eſt munus potiſsimu docere finis illius adipiſcendi rationé : quæ quidé ratio traditur ordine reſolutiuo : altera vero methodum in arte ſeruari poſſe huic contrariam , qua ſcilicet effe & um iam , & abſolutú eius ar- tis inſtrumentum poffumus vt opus quodda perfectum cótemplari , cum eius proprietates om nes cognofcere volumus , eaſque potifsimum , quarum notio nihil ad inuentionem principiorú conducebat , neque cognofci re & e poterant , nifi cognitis principijs . Hæc vero ſecunda metho dus vocari poteſt nó cópofitiua , ſed potius fimilis cópoſitiuæ , qua quidem methodo contépla- ri poffumus vnumquodque non naturæ tantum , fed & artis opus . Qua habita diſtinctione ) ( eſt autem hæc diftin & io & apud virum clarifsimum prioris libri de natura logicæ cap . 15 . facillime quiſque intelliget methodū ab Ariftotele feruatam in libris de demonftratione.in ijs enim primum Ariftoteles a notione finis demonftrationis , nimirum quæfiti complexi , quæ eſt ſcientia conclufionis , omnia demonſtrationis principia , & conditiones inquirit . ijs autem per reſolutionem inuentis tandem lecundo poſter . agit de præſtantiſsimo eius effe & u , quam Auer roes proprietatem demonſtrationis vocat , nimirum de difinitione accidentis , quæ elicitur ex demonftratione . Hæc autem cognofcenda non fuit , antequam conſtrueretur demonftratio vt & ab aduerfario ipſo ſupponitur , ob qua ſuppoſitionem argumentatio in eum noſtra validiſsi- ma eft . Quæ quidé proprietas , vt perobſcura , pluribus explicanda fuit , & vt fructus demon- ſtrationis præſtantiſsimus , exactè cognoſcenda , ſicuti diximus prioris Critici capite quinto . Reliquum eſt verepugnantiam in di & is aduerfarij ( quod polliciti ſumus ) oftendamus . Ipfe.n. B libro libro ſecundo diſputationum logicarum cap . ix . & xi . ait de definitione omni tum accidentis , tum ſubſtantiæ ab Ariftotele agi in ſecundo poſteriorum : at vero in hac ſua propugnatione ro tundo ore inquit , in ſecundo poſteriorum de ſola agi definitione ſubſtantiæ . En aduerfarij ver ba ex nominatis capitibus nono , & vndecimo . inquit cap . 9. Ex Aristotelis fententia duo de qualibet fpecie confiderare debemus , ſubſtantiam fcilicet , & accidentia propria . qua omnia non vno , ſed duobus instrumentis cognofcuntur , demonftratione accidentia propria , ſubſtantia vero , seu eßentia defini sione . de demonstratione egit Arift . primo poſter . libro , & in fecundo ipſiuſmet philofophi , & Auer.testi monio de definitione pertractatum eft , vt eſt inſtrumentum a demoſtratione formaliter contradistinctum , notam faciens queſtionem Quidfit , & rei ſubſtantiam . capite autem vndecimo hæc verba declara- rans inquit : Quando dicimus ſubſtantiam definitione , & accidens demonftratione cognofci , per ſubſtan- tiam tam accidentis , quam ſubſtantie propriè dicte effentiam , per accidens autem eius inherentiam intelli- gimus . Ergo ſi ex eius fententia in ſecundo poſter.agitur de definitione, vt eſt inſtrumentum co- gnoſcendi tum ſubſtantiam proprie dictam , tum accidens , quoad quid eft , in ſecundo igitur agi tur non folum de definitione ſubſtantiæ , fed & de definitione accidentis . Idem ſecundi capite 15. id clarius enunciat inquiens : Cum potiſſima demonstratio ex conclufione , & principio compona- tur , in ca refoluitur . quare illa definitio ex fententia Auerrois tractatur in fecundo poſt . in quam refoluitur demonſtratio ; verum demonstratio , de qua agitur in primo , reſolustur in fubiecti , eiuſque propriorum acci- dentium definitionem , ergo ex mente Auerrois in fecundo poſt . libro tractatur effentialis vtriusque definitio , Subiecti fcilicet , & eius paſſionis demonstranda . Contrarium tamen aſſerit aduerfarius in hac ſua propugnatione inquiens : Sicuti in libro primo poſter . ex præceptis ab Ariftotele ibi aßignatis actu co- gnofcitur demonftrationis constructio , ita etiam actu cognofcitur tota propriorum accidentium definitio , in confecutione cius ex demonftratione eductio , frustra igitur per fe a philofopho tractatur in libro fecundo poster.in quo ex fententia commentatoris de eadem definitione per ſe agitur , de qua tractatur in primo , diuer Sa tamen ratione . nam in primo de ea agitur vt dicit propter quid , in fecundo vero vt dicit quid . fed definitio , quam philofophus confiderat in vtroque libro , est ex Auerroe , demonftrationis principium , & medium , cum in proemio primi poſter . velit Aristotelem in vtroque libro eafdem propofitiones ſpeculari , diuerfa tamen ratione ; non potest igitur efſſe definitio , que ex demonstratione elicitur , quoniam demonſtrationis propoſitio , principium , & medium huiufmodi definitio nunquam effe poteft , cum ea fit ipſamet demonstratio fola termi- minorum pofitione differens . Negat hic aduerfarius quod afferuit in ſuis difputationibus logicis , nempe in fecundo poſter . agi de definitione ſubſtantiæ & accidentis , cum hic dicat in ſecundo agi folum de definitione ſubſtantiæ ( quæ eft principium , & medium demonſtrationis ) non auté de definitione accidentis , quæ eſt demonſtratio ſola terminorum poſitione differens . Vtauté caput hoc tandem concludamus , ex ijs , quæ di & a funt aduerfus reſponſionem aduerfarij , infer- re poffumus nos rede aduerfarij conſequentiam ridiculam exiftimaſſe , nimirum , in primo po- ſteriorum agitur de principiis demonſtrationis , ergo in eodem dumde principijs agitur , aut ſta tim vbi a & um fit de principijs , neceſſario , & confequenter agitur de eius proprietatibus .Refponfionem aduerfarij ad rationem quandam , non ex alienis , fedex proprijs eius fundamentis allatam videri . Orum ſequitur ſententia aduerfarius , qui exiftimant in ſecundo poſter.agi de de- finitione , vt de inſtrumento notificante rerum eſſentiam , fiue quidditatem , & ra- tionibus quinque contra hanc fuam fententiam a ſe capite 10. libri ſecundi logi- carum diſput.relatis fingillatim reſpondet capite 11. Earum tertia hæc eft : Si in Secundo post , ageret philoſophus de definitione tanquam de instrumento a demonstratione diſtincto , liber ſecundus deberet præcedere primum , quare philoſophus eſſet inordinatus . probatur conſequen tia : Queſtio Quid fit precedit queſtionem Propterquid fis ex Aristotele in ſecundo poſter.nam Propterquid fit præfupponit Quale fit , et hoc plupponit Quid fit , ergo Propterquid fic præfupponit Quid fit.igitur Quid fis præcedit Propter quid fit . Sed Quid fit , ad definitionem , de qua agitur in fecundo , & Propter quid fit ad de- monftrationem pertinet , de qua agitur in primo ; ergo liber ſecundus pofteriorum præcederet primum , quare philofophus effet inordinatus , fi in fecundo ageret de definitione tanquam de inftrumento a demonftratione 2 contra contradiſtincto . Cui rationi fic reſpondet aduerfarius : Pro ſolutione tertiæ rationis aduertendum eft , Quid , & Propterquid confiderari poſſe vel ex rei natura , id eft in ſe , vt talia quæfita funt , vel ex noſtro modo cognofcendi: fi confiderentur primo modo , abſque vllo dubio Quid precedit Propterquid , co quia Pro- pter quid fupponit Quale , & hoc fupponit Quid : fi vero conſiderentur fecundo modo , Propter quid prace- dit Quid , cum per Propterquid ducamur in cognitionem ipfius Quid tam substantia , quam accidentis pro- prij , fed huius per ſe , illius verò per accidens . Præterea accidentium cognitio , quæ per Propterquid habe- tur , multum confert ad cognofcendum Quid . Hoc pofito , formaliter ad rationem reſpondemus , negando con- fequentiam . Ad probationem primo dicimus illam ex rei natura eſſe veram , ex noſtro autem modo cogno- fcendi , quem refpexit philofophus , eſſe falfam . Tertiam hanc rationem , cui refpondet aduerfarius , va- nam eſſe diximus prioris Critici capite ſexto , propterea quod ex rerum cognoſcendarum habi tudine inter fe , & refpe & u colligit habitudinem inter ſe inſtrumentorum ad res ipſas cognoſcen das in logica conſiderandorum , vt quia prior natura eſt vna res altera ' , prius agi debeat de in- ſtrumento cognoſcendæ rei prioris , quam de inſtrumento cognoſcendæ rei poſterioris . Quod non ſequitur . Cum enim triplex habitudo reperiatur , cuius in præſentia ratio fit nobis haben- da , vna , quæ in rebus , alia , quæ in ſcientijs rerum ſpeculatricibus , poſtrema quæ in facultatibus inſtrumentarijs locum habet , in quibus inſtrumenta docemur , quibus in ſcientijs vtamur ad re- rum comparandam cogitionem , non debet vna habitudo cú alia confundi . In rebus enim prior eſt ſubſtantia modis omnibus accidente ; in ſcientijs non item , accidens enim in ijs confuſa ſalté cognitione præcedit ſubſtantiam.in logica autem , in qua neque accidentia cognofcere propoſi - tum eſt nobis , neque ſubſtantias , ſed tantummodo inſtrumenta cognofcendi ſubſtantiam , & ac cidens , ſola ſpectatur habitudo inter inſtrumentum cognoſcendæ ſubſtantiæ , & inter inſtrumen- tum cognofcendi accidentis , non inter accidens , & ſubſtantiam : iuxta quam habitudinem illud prius dici debet , quod fit cognitu , & fabricatu facilius , illud poſterius , quod oppofito modo ſe habeat : ita vt ſi inſtrumentum cognoſcendi accidentis fit fabricatu facilius quam inftrumentum cognofcendæ ſubſtantiæ , licet ſubſtantia re ipſa prior fit accidente , tamen prius dici debeat in logica inſtrumentum cognoſcendi accidentis quam inſtrumentum cognofcendæ ſubſtantiæ , & de illo prius , quam de hoc agendú fit , & contra . Neque igitur ratio ab aduerfario ſoluta efficax eft , quia ex habitudine rerum cognofcendarum infert habitudinem inſtrumentorum ad res illas cognofcendas conftruendorum ; neque aduerfarij ſolutio vera , cum & ipfa confundat methodű ſcientiarum in cognoſcendis rebus cum methodo inſtrumentorú , quibus utamur in ſcientijs , dū agitur de eorum conſtructione . Diftinguenda enim funt hæc omnia . Dixi ergo non fuiffe ab aduerfario reſpondendum ideo prius in logica de demonftratione præcepta tradi , quam de de- finitione , quia prius cognofcamus accidens , quam ſubſtantiam , ſed quia demonftratiuú inftru- mentum fit inſtrumento definitiuo prius ordine non applicationis , fed conſtructionis , & c .. Ad hæc autem reſpondet aduerfarius inquiens : Erraßem profefto ſi ex fententia mea rationem illam tertiam foluiffem . eam itaque rationem ab eius auctorum fundamentis non recedens , co modo diffoluere volui , ne cavillandi locum eis relinquerem.exiftimabant enim ipſi logicum inſtrumenta ſciendi tractantem , in ijs con- ftruendis ea vti methodo debere , qua vtuntur fcientia instrumenta illa applicantes : hinc eft , vt ad probatio- nem negata confequentiæ illius tertiæ rationis dixerim , eam ex rei natura eſſe veram , ex noſtro autem modo cognofcendi , quem ex corum fententia refpexit philoſophus , effe falſame que quidem dictiones , nimirum : Ex corum fententia : fubintelligi debent , quamuis ibi aftu non fuerint expreſſe . An ex propria fententia ter tiam illam rationem , an ex aliena ſoluat aduerfarius , eius verba ſolutionis , quæ fupra retulimus , ſatis oftendere poffunt . Legat quiliber , & perpendat ea verba , ac poſtea iudicet , an ita accipien da fint , vt accipi vult aduerfarius.ego enim ab eius ſententia , quiſquis ille fit , non prouocabo . Sed inquit aduerfarius ſubintelligi in ſuis verbis debere illas di & iones , nimirum : Ex eorum fen- tentia : optima vero foluendi ratio . At hoc modo facile eft omnia foluere , & abſurdiſsima quæ- que di & a tueri ; addendo enim aliquid , aut demendo , quicquid dixeris nullo negotio defenſare poteris . Nectamen hac verborum intercalatione effugit aduerfarius reprehenfionem . Nan- que illius tertiæ rationis auctor clamat ſe nolle ( quod ipfi aduerfarius imponit ) philoſophú in tractatione de inſtrumentis ſciendi , refpicere debere noſtrú modú cognoſcendi , ſed argumétan- do probat eum fequi debere rerum inter ſe habitudinem naturalem , fic enim argumentatur : Quid præcedit Propterquid , ſed de ipſo Quid agitur in ſecundo poſteriorú , & de Propter quid in primo , ergo fecundus præcedere deberet primum , ergo philoſophus inordinatus : At ucro Ba Quid ( vt ipſemet aduerfarius noſter fatetur ) præcedit Propter quid , ex rei natura , non ex noſtro modo cognoſcendi : non ergo ex ſententia autoris illius tertiæ rationis philoſophus refpicere debuit modú cognoſcendi noſtrú ; ( vt cóminiſcitur aduerfarius ) ſed rerú natura.vel ipſe innuere debebat quo in loco , qua in tra & atione , quo libro tertiæ rationis auctor oftendiſſet ſe exiſtima- re philoſophū reſpicere noſtrum modú cognoſcendi , non aut natura rei , & ordine in rebus exi- ſtentem : & monſtrare eŭ ſibi ipſi repugnare , cú alibi dixiffet a philoſopho reſpici noſtrú mo- dum cognofcendi in tra & ione de inſtrumentis logicis , nunc vero in hac ſua ratione deſumat ar- gumentum ab oppoſito , nempe a natura rerum , & ab ordine in rebus exiſtente . Quod cùm ad- uerfarius hic non faciat , exiftimare licet hanc reſponſionem eſſe eius commentű ad effugienda reprehenfionem noftram prolatum . Quas igitur in hac ſua propugnatione prolixe cómemorat inſtantias aduerfarius , quæ ab autore tertiæ rationis afferri poterant , inherendo huic principio , quod ſcilicet philoſophus in libris poſteriorum fit ſecutus noſtrú modú cognoſcendi , non rerum naturam , eas de induſtria prætereo , cum locum non habeant , fi quidem iam oftendi non effe ve- rum huic principio inhærere illius tertiæ rationis au & orem : ac preterea nullius illæ fint roboris ; vt ijs commemorandis , & foluendis difputationem hanc producere putidū videatur . Sed vt con- cedamus auctorem tertiæ rationis in aliqua ſua tractatione hoc ieciſſe fundamentum , quod ſci- licet philoſophus refpiciat noftrum cognoſcendi modum , ac ponamus etiam id , tamquam notū ab aduerfario innui non debuiffe , quod tamen notum non eft : adhuc reprehenfionem non cua- dit aduerfarius , qui defendens , in ſecundo poſteriorű agi de definitione , rationes argumentan- tium , & oppugnantium ſoluat ex eorum fundamentis in alijs ipforum difputationibus , actrata tionibus cóftitutis . potius enim ex proprijs eas fundamétis ac principijs ſoluere debuit . hic enim eſt mos defendentium.vti enim aduerfarij fundamentis in difputando potius ad oppugnantem pertinet , quam ad defendentem , vt eum magis coarguat . Sed certe aduerfarius noſter eam folu- tionem ex propria ſententia attulit , quod indicant modi illi loquédi , quibus vtitur , nempe : Pro folutione tertia rationis aduertendum est , Quid , & Propterquid dupliciter confiderari poffe & c . & : hoc pofito , formalicer ad rationem refpondemus , & c . Verű adhuc reſpōdet aduerfarius inquiés : Tertiam aute illam rationem ex propria fententia non foluiffe me argumentum effe poffet , tum quia a logici operantis confi- deratione externum logica finem remoui , tum etiam , quoniam alibi , & præcipue libro fecundo logicarum di- ſput.reddens rationem , quare philoſophus in poſter.prius de demonstratione , quam de definitione egerit , dixi ab Ariftotele id factum eſſe propterea quod demonstratio est instrumentum efficacius notificans , quam defi- nitio , non confiderando corum instrumentorum habitudinem ad nostram rerum cognitionem , fed foluminter fe . Hoc argumentum aduerfarij nullius eſt momenti . Primum enim non ſequitur , quia rationé alia alibi reddidit ordinis ab Ariftotele ſeruati in libris poſteriorum , idcirco ſolutionem tertiæ rationis a ſe allatam ex propria ſententia non fuiſſe , ſæpe enim contingit , ut ad argumentum , & ad quæfitum aliquod plures afferamus ſolutiones , & reſponſiones ex propria ſententia , ac tum maxime , cum non facile quæ earum potior fit , & ad foluendam difficultatem aptior , diſpicere valemus : vt facile in præſentia contigit aduerfario , qui non folum eam attulit , quam retulimus folutionem ad tertiam rationem , fed & aliam , quam eodem capite eſt videre , & præterea hanc , quam hic ipſe comemorat vt ex propria ſententia prolatam . Dicere etiam poffumus hoc argu- mento no magis probari id , quod ipſe vult , qua illud , népe eű eſſe incoſtanté , & fibi repugnare . Sed age videamus an maior , minorue notificadi efficacia fint differétiæ inſtrumétorú ſciēdi put a rebus auulſa inter ſe coparātur , nullo ad noſtra rerú cognitioné habito reſpectu.ego.n.potius cótra exiſtimo . Ecce.n.Notificandi vis , aut efficacia maior , aut minor año concipi neutiquá pót , niſi cú intrinfeca relatione ad ipſum notificabile , quod eſt eius correlatiuum , ad ipſas nimirú res notificandas . inſtrumentum ergo efficacius notificans illud efle animo concipimus , quod rei notificabili applicatú eam efficacius notificat . At vero agi de hoc inſtrumento prius , quiz efficacius rem notificat , quam de illo , quia non tam efficaciter notificat , eſt agere de inſtru- mentis ſecundum ordinem , iuxta quem rebus applicantur cú eas cognofcere volumus , hoc eſt ſecundum ordinem noftræ ipfarum rerum cognitionis , cú enim res ipſas cognofcere volumus , applicamus ijs prius inſtrumentum efficacius notificans , deinde minus efficax . prius enim de- monftratione vtimur , deinde vero definitione tum in accidentibus , tum in ſubſtantijs . in acci- dentibus quidem prius inquirimus inhærentiam per demonftrationem propter quid , deinde corume flentiam , educentes eorum definitionem ex demonſtratione : in ſubſtantijs auté prius carum earuin quidditatiua prædicata venamur per demonftrationem Quia , deinde vero definitionem aſsignamus . prius ergo vtimur inſtrumento cognoſcendi accidens , quod eſt demoſtratio , dein- de vero inſtrumento cognoſcendæ ſubſtantiæ , quod eſt ex aduerfarij ſententia definitio . Quare aduerfarius in hac ſua ratione non confiderat ſolam habitudinem inſtrumentorum in- ter ſe , quatenus hoc inſtrumentum eſt illo fabricatu facilius , aut difficilius , fed confiderat corú potius reſpectum ad noſtram rerum cognitionem . Quare coincidit hæc eius ratio cum folu- tione tertiæ rationis , quam ex aduerfarij ſui fundamentis ſe attuliſſe profitetur . Erat aliud ar gumentum ordine prius , quo probabat aduerfarius ſe tertiæ rationis ſolutionem non ex pro- pria ſententia produxiſſe , nimirum quia finem externum a logici operátis confideratione re- moueret . Primum fieri non poteſt vt logicus operans non confideret finé externum . Niſi enim cognofcatur , immo & præcognofcatur a logico operante , duo eſſe , quæ ſcire volumus , ſubſta tiam , & accidens , ſcire non poterit quot inſtrumenta ſciendi fabricaturus fit , & qua ratione fa bricaturus , quare nec ea fabricare : Deinde miror aduerfariú hæc dicere , qui non alio argu- mento probauerit ſecundo libro logicarū diſput.duo ſciendi inſtrumenta tradi in libris poſte- riorum , quam quòd duo ſunt , quæ ſciuntur , ſubſtantia , & accidens , ſcientia vero ſubſtantię , & accidentis funt logicæ , & logici fines externi : quomodo ergo poffunt hi fines a logici operan tis confideratione remoueri ? Immo ipſe aduerfarius logico vt logico finem externum logica neceffario cognofcendum exhibet , cum in definitione logicæ finem eius externum collocet , quod capite decimo primi libri diſput . logicarum eſt videre . Quid ? Ariftoteles primo po- ſteriorum condiciones demonſtrationis , cuius ibi docet conſtructionem , non ne inquirit , ac venatur a notione finis externi , nempe a definitione ipfius ſcire ? Sed de his fatis , ac fortaffe nimium . Auerroem dicentem finem demonstrationis eſſe definitionem accidentis , non poffe per finem intelligere vltimum , in quod demonſtratio refoluitur . I crv meſt a viro clarifsimo capite 1 7. quarti de methodis finem vltimum de- monftrantium eſſe a demonftratione definitionem accidentis colligere om- nibus numeris abſolutam : idque Auerrois auctoritate confirmari pluribus in locis ſequenti cap . 18. afferit . Loca Auerrois præcipua ibi commemo- rata hæc funt : ſecundo poſter . comm . 38. vbi inquit : Tibi autem expedit fcire quòd intentio ſcientie de demonstratione eſt ſcientia definitionis , & quod id , quod hic commonftratur , quod demonſtrationes fint definitiones in potentia , eſt huius libri : quicquid autem eſt in primo libro , eſt pro pter id , quod in hoc libro commonſtratum est : Primi poſter.comm . ij . vbi inquit : Hoc genns demon- ftrationis ( nempe potissime ) continet in ſe potentia ipsũ quaſitu quid eſt , quæ eſt definitio ipfius : quam vtiq ; natura deſideramus , & eius gratia defideratur ſcientia cauſſari : & quæfito decimo , vbi inquit : he aute funt primo intenta in hoc libro , cùm ipſa verificatio , hoc est , notitia , an eſt , ſit propter formationem , hoc est propter notitiam ipfius quid est , & finis fit ipsa formatio . rotundo his locis ore dicit Auerroes defini- tionem accidentis eſſe finem demonſtrationis . Ad hæc igitur aduerfarius ſecundi diſput.logi- carum libri cap . 15. reſpondet : Cum potissima demonstratio ex conclufione , & principio compona- tur , in ea refoluitur . Quare illa definitio ex fententia Auerrois tractatur in ſecundo poster . libro , in qua refoluitur demonftratio , verum demonstratio , de qua agitur in primo , refoluitur in fubiecti , & cius proprio rum accidentiu definitione , ergo ex mente Auerrois in fecundo poster . libro tractatur effentialis vtriufq ; de finitio , fubiecti ſcilicet , & cius pafsionis demonſtranda , quare optime afferit Auerroes que difta funt in primo eße dicta propter fecundum . Quam ego aduerfarij reſponſionem primi Critici . re- prehendi , Quoniam quod dixit Auerroes , nempe , definitionem eſſe finem demonftrationis , cu us cauffa fit demonſtratio , ipſe interpretetur , definitionem eſſe vltimum , in quod reſolua- tur demonſtratio.quod ridiculum eſt . Auerroes enim per finem non intellexit vltimum reſo- lutionis , ſed vltimum perfe & ionis , ac dignitatis , nempe illud , cuius gratia , hoc eft cauffam fi- nalem . vltimum enim reſolutionis eſt pars , quæ tantum abeſt , vt fit id , cuius gratia , vt contra ipſa ordinetur ad totum , tamquam ad finem , fic elementa , ex quibus componitur vniuerfum , B3 & in & in quæ refoluitur , vel conſiderentur vt partes vniuerſi componentes , vel vt partes , in quas fit refolutio , numquam appellari merentur finis vniuerfi , finis nimirum , cuius gratia . Refponder in ſua propugnatione ad hanc reprehenfionem aduerfarius: Quod in compofitione eſt primum , id in refolutione est vltimum . partes igitur integrantes , vel componentes duplicem habent ad compofitum ha bitudinem , vel quatenus id ex ijs constituitur , & tunc primi , vel principij rationem obtinent , vel quate- nus id in cas refoluitur , & tunc vltimi rationem habent , etenim in eas compoſiti reſolutio , veluti in vltimum serminat.quapropter concluſio , & principium , quæ funt due definitiones demonftrationem componentes , dum in cas demonstratio refoluitur , vltimum funt demonstrationis , non tamen vltimum demonftrantium.ete nim demonstrantium vltimum est , eductio definitionis accidentis ex demonstratione , inqua . bec eft corum vlti mum , hanc enim ob cauffam demonftrationem efficiunt.at vero demonftrationis vltimum effè non potest edu Elio definitionis accidentis , cum in eam totam refolui demonstratio non pofsit.id enim , in quod aliquid refol- uitur , eius pars effe debet , non totum , at vero accidentis integra definitio eſt tota demonftratio . Quando ergo inquit Auerroes definitionem effe finem demonftrationis , per finem intelligit non quoduis vltimum , fed Supremam ipfius perfectionem . Proli Deum immortalem quid ergo audio ? nemo non intelligit me in eo id reprehendiffe , quod verba Auerrois dicentis finem demonſtrationis efle definitionem accidentis , & ob eam eſſe demonftrationem , ita intellexerit , vt per finem acceperit partes de finitionis , in quas demonſtratio refoluitur , cùm non partes , ſed integram definitionem intel- * lexerit Auerroes , propter eam enim tamquam propter finem eſt inuenta demonſtratio, non propter partes in quas reſoluitur . dum euim confideramus eas vt partes , earum potius finis eft demonftratio ( finis , inquam , cuius gratia , nam de eo loquimur ) quatenus ex ijs vt totum con- ſtat , quam eæ demonftrationis . Ipſe igitur oftendere debebat ſe recte Auerrois loca eſſe in- terpretatum , & finem in ijs Auerrois locis , ſignificare vltimum , in quod refoluitur demonſtra- tio : is tamen nihil minus agit . Sed inquit omne id , in quod aliquid reſoluitur , poſſe dici vltimű . quorfum hoc ? quis id ei negat ? quin etiam concedam id ipſum poſſe dici finem . ſequitur ne ex hoc igitur id eſſe finem , cuius gratia ? de quo ego loquutus ſum . At inquit ab Auerroe integra accidentis definitio dicitur eſſe finis demonſtrationis , hoc'eſt eius fuprema perfectio . Ita ne ? cur igitur ipſe Auerrois interpretans verba in logicis diſput . . a nobis commemorato , per finem demonſtrationis intelligit vltimum , in quod demonftratio reſoluitur , nempe conclu fionem , & principium , ſi Auerroes per finem ibi intelligit totam accidentis definitioné , quæ eſt demonftratio fitu differens ? Si igitur definitio eſt ſuprema perfe & io demonſtrationis , eſt finis cuius gratia fit demonſtratio . finis enim obtinet rationem perfectionis , & nobilioris , optabi- lioris in sumaq ; melioris , vt habemus ex Ariftotele initio primi Ethici . Negat vero adueſarius definitionem eſſe finem demonftrationis , hoc eſt eius vltimum , fatetur tamen eam eſſe vltimű demonftrantium quia demonſtrationis ſolum intereſt aggenerare in nobis ſcientiam conclufio nis . in hoc etiam fallitur , nam definitio accidentis & demoſtrationis , & demonftrantium finis dici poteſt , finis tamen externus : demonſtrationis quidem , quia licet demonſtratio nobis lar- giatur ſcientiam conclufionis qua demonſtratio eſt , nihil præterea ; ipſa tamen ob accidentis de fininitionem tam quam ob vltimum finem excogitata eſt , ita vt definitio accidentis dici poſsic demonftrationis cauſſa finalis , ac proinde finis , accipiendo finem pro cauſſa finali , vt fæpe acci pi ſolet , demonſtrantium autem finis dici poteſt duobus modis , primum accipiendo finem pro caſſa finali , tum autem dicemus di & am definitionem eſſe cauſſam finalem , vt ij qui demonſtrat , fint demonstrantes , & perſonam induant demonstrantium : deinde accipiendo finem in alia fignificatione finis , nempe pro eo , a quo mouetur agens per cognitionem : tum autem dice- mus corum , qui demonftrant , quatenus ſciendi cupidi exactam , & vltimam rei cognitionem quærunt , finem eſſe definitionem propriæ paſsionis . Ac neſcio cur aduerfarius alibi finem ex- ternú afſſerat ad artem pertinere , ad artificé nó item , hic autem contra , finem externum , nem- pe definitionem accidentis velit ad demonſtrantem pertinere , ad demonftrationem non item , cùm demonftratio proportione reſpondeat arti , demonſtrator autem artifici . Inquit etiam aduerfarius , vt magis rideas , si vellet philofophus definitionem eſſe finem & fructum demonstra- tionis , cogeretur etiam velle demonstrationem effe finem , & fructum definitionis , nam definitio non minus in demoſtrationem , quam demonftratio in definitionem verti potest . Non vides demonſtratio- nem dici non poſſe finem definitionis , quia demonſtratio generatione præcedit definitionem : prius enim fit demonſtratio , poſtea educitur definitio , finis autem generatione vltimus eft.de- inde demonſtratio ordinatur ad definitioné , vt ad perfectius , te ipſo aſſertore , qui dixeris definitionem eſſe ſupremam demonſtrationis perfe & ionem . qui ergo verteret definitionem in demoftrationem , retrocederet , & imitaretur nepam . Declaratur duplex reſolutio ab aduerfario non intellecta OTAVIMVS capite vltimo prioris Critici erratum quodda aduerfarij in calce poſtremi capitis libri ſui ſecundi logicarum difputationum : in quo explicans titulum librorú poſter . Reſolutor . hæc fcribit : Declarata prima infcriptionis par te , ad fecunde explicationem accedimus , dicentes nullam de primo libro inter Aristote lis interpretes controuerfiam effe : omnes enim cum arbitrantur refolutorium infcribi , quia ibi philofophus ordine reſolutino potißima demonftrationis principia perfcrutatur . Non enim quia per ſcrutetur Ariftoteles principia demonſtrationis ordine reſolutiuo , libros hofce refolutorios ap pellari communis eſt opinio , verum quia in ijs docet nos Ariftoteles quamcunq ; conclufionem in principia refoluere , ex quibus inferatur , & nos ad refoluendum aptos reddit . Longe auté aliud eſt ordine reſolutiuo in ijs libris vti , ac nos ad reſoluendú aptos efficere . refolutio enim quam nos facere docet , non eft eadem cum ea , qua procedit Ariftoteles in tradenda do & rina .. logici inſtrumenti a conclufione ad principia , a conclufione quidem vt a fine nobis præco- gnofcendo , ad principia autem vt ad ignota per notius inquirenda . qui quidem proceffus voca- tur ordo , & ordo quidem reſolutiuus . Diuerfa ( inquam ) eſt illa Reſolutio , quæ denominat or dinem reſolutiuumabea , qua libri hi reſolutorij vocantur . in illa etenim procedimus a con- cluſione vt a fine nobis præcognofcendo ad inuenienda principia nobis ignota , in hac au tem a conclufione vt ignota ad inuenienda principia notiora , quibus ea nobis ex ignota no- ta reddatur . quæ quidem reſolutio a nobis fit cum inftrumentum logicum iam ordine reſo- Jutiuo cognitum applicare volumus ad rem aliquam ignotam cognofcendam : prior autem illa fit , cum eius inſtrumenti fabricationem addiſcimus . Hæc ibi nos in aduerfarium . Qui in hac fua propugnatione reſponder , inquiens : Eadem est refolutio , qua philofophus primo poſter . inueftigat conditiones principiorum demonſtrationis , & qua docet nos quamcunque conclufionem in principia refoluere , ex quibus inferatur , nosque ad refoluendum aptos reddit . Quemadmodum enim ordine refolutiuo illationi iuncto ex effeftu ſuppoſitione noto Ariftoteles notas facit principiorum demonftrationis conditiones ( inquiens : fi itaque est fcire vt pofuimus , neceſſe eſt demonstratiuam fcientiam ex veris effe , & c . ) ita nos in applicanda demonstratione ad rem aliquam ignotam cognofcendam methodo refolutiua , que cum refolutiuo ordine illationi iuncto concurrit , ex effectu fcilicet noto aut fenfu , aut alio effectu inuefligamus principia , quorum operes ignota cognofcatur . in hoc folum differentia eft inter buiufmodi reſolutiones , quod ea , qua primo poster . Ariftoteles vtitur , inuesligat ipfe medij , & cauſſe conditiones ' , quibus demonstratio conſtruitur , a materia enim ſpecificatur fyllogifmus demonftratiuus : ea vero , qua vtimur nos in applicanda , vt diximus , demonstratione , indagamus eiufdem medij & cauſſe ipſum effe , vt ex huiufmodi effe cauſſe co gnite methodo refolutiua , nempe ex ipfo eße effectus , vel fenfu , vel aliquo alio effectu noto cognofcere deinde poffimus eiuſitem effectus propter quid ignotum . in vtraque tamen fit progreffus ab effeftu noto.falfum igitur eft vt refolutiones illæ fint diuerfa . Sed admittamus nunc eas effe diuerfas , rationi confentaneum non est , primum pofteriorum ex communi opinione ab ea potius refolutione reſolutorium infcribi , quæ fequitur ad or dinens refolutiuum , & qua vtimur nos extra pofteriorum libros , quando demonftrationem iam ordine refolu tiuo inuentam applicare volumus ad rem aliquam ignotam cognofcendam , quam ab ea , qua ibi philoſophus vtitur in conditionibus principiorum demonftrationis inuestigandis , per quam nos ad refoluendum aptos red- dit . Primum in hac reſponſione eſt erratum , quod aduerfarius eafdem effe vult duas illas reſo- lutiones , quæ a me diftin & æ fuerunt : fecundum eſt erratú , quod dato effe diuerſas , non fit ratio ni confentaneu , vt ab illa potius , qua vtimur in applicanda demonſtratione , qua ab illa , qua vti- tur philofophus in conditionibus demonftrationis inueftigandis , libri pofteriorum reſolutorij dicantur . Tandem hæc reſponſio non eft ad propofitum.ego enim aduerfariŭ reprehendo quod male fit interpretatus communem opinionem de ratione inſcriptionis librorum pofteriorum . Communis enim opinio eſt hoſce libros dictos eſſe reſolutorios , quia nos aptos reddant adre- foluendum . foluendum.ipfe autem primum reſpondet reſolutionem , qua vtitur in hiſce libris Ariftoteles , & reſolutionem quam nos facere docet , parum inter ſe differre : deinde inquit non effe conſenta- neum vt ab hac potius , qua ab illa reſolutione denominentur . Quid enim hæc reſponſio ad rem pertinet ? Aduerfarij partes erant tueri , comunem opinionem eſſe quòd ab illa refolutione po- ſfteriorum libri appellati fint reſolutorij , non autem ab hac . Dato enim has duas reſolutiones ef- ſe ſimillimas , dum non funt vnum , & idem , in ſuo manet robore noſtra reprehenfio , quòd ſcili- cet aduerfarius non fit recte communem interpretatus opinionem . Sic etiam dato quòd rationi confentaneum non fit vt libri pofteriorum ab hac potius , quam ab illa reſolutione denominen- tur , adhuc non ſequitur eum eſſe recte communem opinionem interpretatum , quæ eft vt ab ea , quam diximus , reſolutione libri illi titulum ſumpſerint . An fortè eam facit conſequentiam , ſcili- cet , id non eft rationi conſentaneum , ergo non eft communi opinioni confentaneum ? Eſt verſimi le : cùm huius farinæ effe foleant aduerfarij conſequentia . Confutanda nunc manent duo eius etrata , quæ fuperius commemorauimus. Putat ipſe duas iarn dictas reſolutiones effe eafdem . In quo tota aberrat via , Cùm reſolutio prior fit ordo ipſe reſolutiuus , cuius vſus eſt in artibus ex- plicandis , non autem in ſcientijs : at vero hæc pofterior reſolutio proprie fiat in ſcientijs , oum in ijs propriè demonftrationes fiant . Præterea reſolutio illa eſt ſpecies ordinis , at vero hac pro- prie neque methodus , neque ordo eſt , ſed meditatio , & negotiatio quædam intellectus præcedés mox efficiendam demonftrationem : ex quo fallitur in eo etiam aduerfarius quod hanc reſolu- tionem vocet demonftrationem Quia.coar & at enim eam ad illam reſolutionem , quæ fit ante de monftrationem illam , cuius principia ignota funt , & vt notificentur egent demonftratione a fi- gno , vel ab effe & u : ego verò ipſam late capio pro omni reſolutione quamcunque efficiendam de monftrationem præcedente , quare amplectitur eam etiam reſolutionem , quæ præcedit demon- trationis illud genus , cuius principia ſunt nota & nobis , & natura , qua demonftrationem Auerroiſtæ potifsimam uocant , in qua a concluſione ignota ad nota principia fit progreſſus . In refo- lutione igitur , a qua denominatur ordo reſolutiuus, ſemper a fine , vt a re notifsima progredimur ad inquirenda principia prorfus ignota , qui quidem proceſſus eſt a ſimpliciter noto ad fimplici- ter ignotum , idcirco in ordine reſolutiuo ſiſtit progreffus in principijs , neque vlterius tenditur : At vero in ea reſolutione , quæ præcedit efficiendam demonftrationem , ſecus ſe res habet.vel enim principia inquirenda fint notiora conclufione & nobis & natura , vel fint notiora natura tantum , progreſſus'in ijs nunquam ſiſtit , sed ab ijs viciſsim ad conclufionem comincamus , & in ea tandem fit ſtatus . idcirco terminus ultimus in ſcientijs funt concluſiones , in arte autem docen te ſunt principia . In arte igitur principium motus & terminus , a quo , eſt a fine præcognofcendo , & eius terminus ad quem , & quies eſt in principijs . illa enim in arte docente quæruntur . At ve- ro in ſcientijs principium & terminus , ad quem motus idem eſt . A conclufionibus enim demon- ſtrandis incipit motus, & no ſiſtit in principijs , ſed reuertitur ad conclufiones , in quibus tandem ceffat motus.ergo a conclufione fit progreſſus vt a re ignota , ſi quidem inquifitio non ceffat do- nec ad eam perueniatur . Et quoniam quærit aduerfarius : Si conclufio est ignota , quomodo eius ope ratiocinando aliquid inuenire poterimus ? Dico quamcunque conclufionem ſaltem eſſe notam ante- quam demonſtretur quoad fignificationem ſuorum terminorum , ſubie & i videlicet , & prædica- ti , quæ dicitur præcognitio dirigens : inquit enim Ariftoteles primo poſter . de concluſione , fiue paſsione demonftranda præcognofci quid nomen fignificet . Quare antequam paſsio demon- ſtretur , a nobis præcognofcitur quoad quid nominis : hæc aute præcognitio nos dirigere poteſt ad inquirenda principia . Quoad hanc igitur præcognitionem conclufio dici poteſt modo quo- dam notior principijs , quoniam autem adhuc neſcitur an paſsio fit , hoc eſt an inſit ; hoc enim eſt demonſtrandum ; idcirco iure conclufio dicitur ignota , antequam demonſtretur . atque ignota quidem vocatur conclufio etiam fi modo quodam præcognofcatur paſsio quod infit , ( cum.f.no tior eft nobis conclufio , quam principia , ita vt ut ea principia prædemonſtranda fint nobis ex ipfa concluſione per demonſtrationem Quia ) nondū enim adhuc perfecte ſcitur , atque exacte , quia nondum per cauffam cognofcitur , proinde nondum fimpliciter nota dici poteſt . A qua- cunque igitur concluſione progredimur ad inuenienda principia , vel ea præcognofcatur quoad quid nominis , vel etiam quòd fit , ſemper ut ab ignota progredimur , quatenus ad eum finem , & ea mente progreffum a conclufione auſpicamur ut ad eandem reuertamur , eamque exacte co- gnofcamus , occafio enim huiuſce reſolutionis eſt ignoratio conclufionis . Venamur ergo princiPia ) ! pia duce ipſa conclufione ex ea parte , ex qua nobis eſt nota , hoc eft nota ſecundú quid , progre- dimur tamen ab ipſa ad inuenienda principia ob eam cauffam , quoniam ipſa eſt nobis ignota hoc eſt no abſolute & fimpliciter nota . Proinde recte dixi in refolutione , a qua nominatur ordo refolatiuus , fieri progreſſum a fine vt a re nota , hoc eſt nó vt exacte cognofcatur finis ipſe , ſed ve cognofcantur principia eius conſtitutiua , ideoque ad hæc principia fieri progreſſum vt ad rem ignotam : at vero in reſolutione præuia ad demonftrationem fieri proceſſum a conclufione vt a re ignota , hoc eft vt a re , quæ nondum exacte cognita , ſeiri , & cognoſci intenditur , ad principia notiora vel nobis , & natura , vel natura tantum , vt præcedente corum cognitione, & ideo per ea tamquam per notiora tandem ipfa concluſio perfecte a nobis cognofcatur. Posterius erat erratum aduerfarij in hac ſua refponfione, quòd inquit: & fi demus has duas refolutiones eſſe inter ſe diverſas, non tamen eſt rationi conſentaneum, vt potius libri poſteriorú vocentur reſolutorij ab hac reſolutione, quam ab illa, ex qua dicitur ordo reſolutiuus.neque ullam affert rationé exiſtimationis ſuz, neque vero ullam afferre potuit, ſi enim potuiflet, vtique attuliſſet. Nobis au tem pro confirmatione cómunis opinionis in promptu eſt ratio, & quidem optima. Dicimus autem ab ea reſolutione, quæ in gratiam fit demonftrationis, denominari poſteriores libros reſolu torios, maxime videri eſſe rationi confentaneum. libri enim inſcribi non ſolent ab ordine, qui a ſcribentibus feruatur, ſed vel a re ſubieta, vel a ſcopo, vel ab vtilitate operis, vel ab alia aliqua re. Morales libri a lizio coſcripti ſunt ordine reſolutivo ij tamen no vocantur reſolutorij , ſed morales : libri phyſicorum ſcripti ſunt ab eodem ordine compoſitiuo , ij tamen non vocantur compofitiui , fed phyſici . Tépus me deficiat ſi velim exempla rei huiuſce ſingillatim com- memorare . Libri ergo poſteriorum refolutorij appellari non debuere ab ordine in ijs feruato , fed potius ab vtilitate , quam preſtant nobis ad reſol- uendum aptis reddendis . Ac certe fatuum eſt eos ab or- dine in ijs feruato inſcriptos exiftimare : vt affir- mare auſim nullum ex probatis fcri- ptoribus libris ſuis ab ordi ne , quo in ijs ( cribendis vſi ſunt , titulum indidiffe : : Defenfionis Prioris Critici FINIS .. DEFENSIO POSTERIORIS CRITICI . Defenditur Viri Clarißimi factum , quod ad aduerfario reprehenditur . V M vir clarifsimus priore libro de propofitionibus neceffarijs cap.2.de præ dicatione de omni pofterior iſtica ſcribens dixiffet eam a prioriſtica differ- re præter cetera difcrinine quodam a paucis animaduerfo : id autem eſſe , quòd poſteriſtica ſolam propofitionem fignificat , prioriſtica autem inte- grum fyllogifmum : & hanc viri clarifsimi poſitionem aduerfarius in ſuis logicis difputationibus libro.f.tertio , cap.fexto confutaffet ; eam ego aduer ſarij cófutationein pofterioris Critici capite primo oftendi falſo & abſurdo niti fundamento , ac dixi me vix credere ré tam abfurdam ab eo cogitari potuiffe . Ad id igitur in hac ſua propugnatione hiſce verbis reſpondet : Secunda meam rationem libro 3.cap.6.logicaru di- Sputationum a me difputandi gratia allatam aduerfus virum clarifsimum , dubitante dictum de omni integru Syllogifmum non effe , a Critico folutam , eiuſq ; fallaciam optime cognitam fuiffe fateor . Confitetur igitur aduerfarius in argumentatione ſua fallaciam ſubeſſe , & ea a me optime eſſe cognitam . At ne id aliquis adfcribet inſcitiæ , inquit eam a ſe diſputandi gratia fuiſſe allatam . Præclare . Quafi vero logicæ ipfius difputationes in circulis habitæ , non autem ſcriptis conſignatæ & in gratiam iu- niorum editæ fint , vt eos non ſophifmatis irretiant , ſed veritatem veris argumentis doceant . A quo autem didicit aduerfarius philoſopho in ſeria diſputatione ſophifmatis vti licere ? Sed an hæc eius ratio diſputandi tantum gratia , an ex propria ſententia ſerioq ; vt vera , ac minime fal lax ei credita ab eo producatur , eorum , qui verba ipſius perpenderint , eſto iudicium : Sat no- bis eſt , huc vſque aduerfarium a veritate coa & um fallaciam argumentationis fuæ fateri , ac pro inde tantum nos in logicis profeciffe exiftimare ſe hac ſua confefsione ſignificare , vt eam falté primoribus labijs attigiffe videamur , quod ipſe alibi negauit . Nunc quoniam ipſe ſua faſſus calumniam , vt nos vicissim remordeat , ſuas in me , atque in virum clarifsimum animauerfio nes , ac reprehenfiones affert , hæc præfatus : Sed cum Criticus fcribat ridendam potius effe , quam re- fellendam rationem meam , videamus aliquantiſper verius fint magis irridenda ſcripta , mea ne , qui me bo- minem effe fateor , vt vera omnia attingere non poßim , an viri clariſſimi , qui ſi alienis dogmatibus vt fuis ipfius venditatis nudetur , vereor vt tamquam auis Horatij rifum excitaturus fit : defenfioné vtriufq ; noſtrum ab ea reprehéfione , qua nobis reponit , libenter ſuſcipiam ( etfi eam vt a propoſito alie nam omittere poſſum ) vt omnes intelligant , parem eſſe aduerfarij in propugnando , atque in oppugnando virtutem , ac ſapientiam . Partiemur autem defenfionem noftram in partes duas atque in priori quidé ea , quę viro clarifsimo , in pofteriori auté quæ nobis etiá obijcit , diluemus . Inquit igitur aduerfarius : Audiat ergo Criticus quid vir ſuus clariffimus , in cuius verba ipse iurauit , Scriptum reliquerit initio capitis ſexti libri fecundi de methodis . Hactenus aduerfus alios de diuifione -ИЗНЕС ordinum ordinum ac numero ſatis ſuperque diſputauimus : nunc nitendum nobis eſt veras inuenire diffe rentias , quibus ordinem in ſpecies diuidamus , neque dubitandum noſtram in hac re ſententia adducere , etſi nouam , & poſt Ariftotelem nemini ad hæc vſque tempora cognitam . Hac clus noua fententia eſt , vt in eodem capite fe ipfum declarat , duos dari folos ordines , vnum compoſitiuum , alte- rum refolutiuum.que fententia Iulio Cafari Scaligero longe ante fuit cognita , vt videre eſt in cap.2.libri pri mi de caußis lingue Latine , vbi inquit : Sumptam materiam , certiſque limitibus circumſcriptam videamus quemadmodum perfecte noſſe poſsimus . Duo funt docendi , totidemque ijdem di- cendi modi : alter , quo quid ſuas in partes reſoluimus , vt fi nauim ignoranti cuipiam , primum nomen edam , deinde quid fit edifferam , poſtremo cuius rei cauſſa ſtruta fit , oftendam partibus enumeratis : Hæc via reſolutoria ab Ariftotele dita eſt.is modus nobis notior eft , quippe totú ipſum repræfentatum ſpecie primum innotefcit , a quo ad partes indagandas ipſas poftea duci- mur . Alter modus huic contrarius eſt , naturæ ille quidem notus , atque certus , quem coponen- tem dicimus : propterea quod acceptis partibus , totum ipſum ædificamus . Galenus fruftra ad- didit tertium , quem definitiuum vocat , cum tamen a reſolutorio nil differat . Reſoluimus enim totum : at totum res eſt ipſa definita , definitio autem notio ſpeciei , & c . Quam fententiam repe- tiuit in libro de fubtilitate ad Cardanum exercitatione 3. Hoc primo animaduertit aduerfarius . Qui fi intellexiffet quid noui ſe inueniſſe vir clarifsimus profiteatur cap.6.libri 2.de methodis , fortè non hæc temere ſcribendo , ſuam patefeciffet inconfiderantiam.non enim ille fibi numeri or- dinum tribuit inuentionem , compoſitiui ac reſolutiui , ita vt ipſe primus duos eſſe dixerit , ſed profitetur ſe veras horuin duorum ordinum inueniſſe differentias diuifiuas , quibus duos effe , non plures argumento non folum probabili , ſed neceffario concludatur . omnes enim ante ip- ſum , qui de ordinibus loquuti poſt A riftotelem ſunt , vtrunque ordinem diſciplinæ cuiuis apta- ri poſle abſque vllo diſcrimine exiſtimarunt , ita vt tum in artibus , tum'in ſcientijs non magis refolutiuo vti ordine liceret , quam compofitiuo . Quod eſſe falſum primus ipſe oftendit , qui ex natura difciplinarum contemplatiuarum ordinem adinuenit , & conſtituit compofitiuum , ex natura vero practicarum , ordinem reſolutiuum : proinde contra eorum omnium ſententia decreuit neque alium artibus explicandis conuenire ordinem , quam reſolutiuum , neque alıú ſcientijs , quam compoſitiuum , ac temere vtrunuis eorum vtriuis difciplinarum generi com- municari , vt & BORDONI (vedasi) ipſe , communem errorem ſequutus , exiftimauit . Atque id folum pro- fiteri virum clarifsimum tum ex nominato capite 6. fecundi de methodis ( quinimo ex verbis ip fius ab aduerfario primum , deinde hic a me relatis , nempe illis : nunc nitendum nobis est veras in- uenire differentias , quibus ordinem in ſpecies diuidamus , neque dubitandum nostram in hac re fententiam adducere , & fi nouam , & c . ) tum etiam ex ijs , quæ ab eo dicta funt libri 2. Apologiæ de ordine doctrinæ cap . 1.luce clarius patet : vbi inquit : id , cuius ego me inuentorem fuiße libro fecundo de me-- thodis capite fexto profeſſus ſum , non eſt ſolus ipse per ſe ordinum numerus : fed cum ipfius numeri ratione , qua a folis differentijs per quas genus in species diuiditur , & qua naturam ſpecierum constituunt , fumen- dus est.fine hac ratione quisquis dicat , duos tantum ordines dari , is ordinum numerum non cognofcit , neque id , quod dicit , intelligit.nam , vt inquit Arift.in cont . 39. fecundi poſter.rem a cauſſa pendentem fine cauffa cognofcere , eft eam ignorare potius , quam ſcire , & c . Bonus autem iſte vir nihil horum confiderans læta fronte pronunciat ; Hæc ſententia Iulio Cæfari Scaligero longe ante fuit cognita . Vter no- ſtrum ( quod mihi tam fæpe obijcis ) ad pauca reſpicit ? Quid ſecundo aduerfarius notat ? Preterea ( inquit ) in libro fecundo de natura logica. Vir clariffimus verba faciens de poetica quomodo fit pars logice , circa medium inquit : Dicam ego quid in re difficillima inuenire potuerim , idque alijs expendendū , & corrigendum relinquam . Verum ne tot eius verbareferam , quibus hoc fuum inuentum ostendere nititur , in pauca eius fententiam conferam . Vult poeticam ( dimiſſo pracipuo instrumento , nempe enthymemate . ) totam in vſu exempli tradendo occupari , idcirco exiguam , & obfcuram logica partem effe . verum non illa exempla intelligit , quæ ab interlocutoribus proferuntur ; poſſunt quippe etiam enthymema- ta dicere , de quibus nulla præcepta in poetica arte traduntur , fed hominum mores , & affeftiones , & aftio- nes , quæ in poematibus introducuntur , exempla funt , quæ imitanda , vel euitanda ſpectantibus proponun- tur , ficta quidem a poetis , tamen apta ad mores hominum corrigendos . Propterea alius eft apud oratores , alius apud poetas exemplorum vfus . nam oratores verbo exemplis vtuntur , poeta vero non verbo , fed re exempla ficta ob oculos ſpectantium ponunt , vt perfuadeant bonos eſſe imitandos , prauos autem abhorren- dos.ac fugiendos . Id eius inuentum licet ( meo quidem iudicio ) ad aures philoſophi non fit , brewißume legitur apud apud AQUINO (vedasi) lectione pri ma , que proæmium est libri primi poſter . vbi ait : Quandoque vero fola exi- flimatio declinat in aliquam partem contradictionis propter aliquam repræfentationem ad modum , quo fit homini abhominatio alicuius cibi , fi repræfentetur ei ſub ſimilitudine alicuius abhominabilis : & ad hoc or- dinatur poetica , nam pocte eſt inducere ad aliquod virtuoſum per aliquam præcedentem repræfentationem . Hæc aduerfarius . Idem obie & ú viro clarifsimo prius fuerat ab alio quoddam , quo familiariter aduerfarius vtitur . Ab eodemque obie & um itidem eam de methodis , quam retulimus , opi- nionem , antea fuifle a Scaligero excogitatam . Hanc tamen de poetica viri clar.ſententiam mo do comemoratam eſſe AQUINO (vedasi) multo ante animaduertit Thomas Peregrinus ex familia D. Dominici nobilis metaphyſicæ profeſſor in Academia Patauina , quo & vterque , cum ille viue- ret , familiariter vtebatur : a quo id didiciſſe potuerunt . Quod quidem ficuti nec aduerfarius noſter , neque eius amicus ( qui humanioribus litteris deditus facile D. Thomæ in logicam com- mentarios nunquam vidit ) ſuo vnquam Marte inuenire , ac notare potuiffent , fic neque ipſe Pe- regrinus forte animaduertiſſet , nifi prius eius ſententiæ prolixam , atque accuratam explicatio- nem apud virum clar.in calce pofterioris libri de natura logicæ legiſſet , qua cognita facillimum ipfi fuit viro alioqui do & ifsimo , AQUINO (vedasi) ſententiam de ea re iuxta viri clar , fententiam inter pretari . Neque vero hoc temere pronuncio , cum non folum eam eſſe AQUINO (vedasi) ſententiain neminem antequam Opera logica ZABARELLA (vedasi) prodijſſent , afferuiſſe ſciam , verum & Thomiſtarū præſtantiſsimos longe aliter hunc AQUINO (vedasi) locum interpretatos eſſe non ignorem . ipſume- tiam Zabarellam verifimile eſt cum non ſemel cum D. Thomæ locum perlegiſſet , nunqua hunc ex eo , ſed alium aliquem ſenſum eruiſſe . Nanque D. Thomas nullam facit diftin & ionem con- templationis , & actionis : neque dicit poeticam eſſe inſtrumentum a & iuæ philoſophiæ , eamque relicto præcipuo inſtrumento enthymemate , ſeu fyllogifmo , folius exempli vſum quendam do cere , & ita efle logicam ' : nihil , inquam , horum dicit D. Thomas , quæ a viro clar . fuſe dicuntur , ac demonftrantur . folum ab eo dicitur poetam inducere ad aliquod virtuoſum per aliquam præce dentem repræfentationem , fed quænam fit illa repræfentatio non declarat ; ita vt ex Thomiſtis nonnulli , ijdemque clarifsimi philoſophi , ex mente D. Thomæ exiſtimarint ad poetam proprie pertinere vſum exempli vna cum concluſione in verbis , non in factis , cuiufmodi multa legun- cur in poeticis parænefibus : atque eiufmodi exempla putarint ad AQUINO (vedasi) dici repræfentatio- nes . Cum ergo non ſatis explicata fit AQUINO (vedasi) hac de re ſententia , licuit certe ( ac licebit in poſterum ) Viro Clar.dicere ſententiam eadem de re ſuam a ſe eſſe excogitatam.nihil enim men citus eft , cum eam a nemine defumpfiffet , neque eo modo explicatam apud vllú alium legiſſet , neque ipfi aduerfarij legerint . Tertio notat aduerfarius hæc : In cap . 1 1.libri 3.de methodis vir clar . ostendere volens definitionem non effe methodum , & inſtrumentum logicum , inquit : Cum.n.omnes yf que ad nodiernum diem ſententiam hanc ſequuti fint , eſſe ſcilicet definitionem methodum ab alijs methodis diftin & am , eaque in eruditorum virorum mentibus ita ſit radicata , vt opinio no- ſtra primo ipſo aſpectu fortaffe παράλοξος effe videatur , neceſſarium eſſe duximus ad inuetera- tum corum errorem eradicandum , & nouum dogma introducendum , omnia diligentiſsime ex- pendere . Hoc tamen nouum dogma prius Philippo Zaphyro Nouarienfi in ſecundum poster.com.I.nom futt ignotum , cùm paullo infra medium dicat : Quare non eſt inſtrumentum ſciendi definitio per ſe fola , fed eget ope ſyllogifmi , vt alias opportunius declarabimus : Ride modò , ſi ſapis Critice . Certe rideam fapio te Critici ſuſcepta perſona hæc ἀκρίτως obijcientem . Vir enim clarif.negat defi- nitionem eſſe inſtrumentum ſciendi , & hoc inquit , ac profitetur eſſe παράδοξον , quod nimirum definitio non fit inſtrumentum ſciendi , nec methodus . At Zaphyrus effe inſtrumentum confite tur , quamuis aliena fateatur ope indigere . Atque hæc quidem ab aduerfario in medium allata funt vt aliena , & a viro clarifsimo ſibi ipſi falſo attributa : Quæ vero ſequuntur vt propria qui- em viri clarifsimi , ea tamen vt falſa , & vere παράδοξα exagitantur : Nonne ( inquit ) paradoxa dunt ea , quæ commemorat in fecundo de nat.logica nec non primo poſt.in explicatione vltima Spartis contextus primi ? inquit ibi . Perfuafionis nomen refpicere a & ionem futuram , quam huius vocis vim a nemine cognitam ego primus animaduerti : hinc optime philoſophus dixit ratio- nes dialecticas do & rinam facere , oratorias vero non do & rinam , ſed perfuafionem , quia diale- Aica cognitionis inſtrumentum eſt , Rhetorica vero non cognitionis , ſed actionis , ideo dialeti- cus perfuadere non dicitur , fed potius do & rinam facere , orator verò non do & rinam facere , fed perfuadere : Hac opinio cum aliena fit a Peripateticis , & ab omnibus dicendi magistris , recte eius inuentum inuentum dici poteft . Plato in Gorgia duplicem perfuafionem facit , alteram , quæ abſque ſcientia prestar fi- dem , alteram , qua prestat ſcientiam . Aristoteles poſtea primo rhet.fub initium capitis fecundi tradit vnam- quanque artem , fiue propoſitam habeat actionem , fiue cognitionem in re ſibi fubiecta persuadendi faculta- tem exercere : & ex fecundo de anima cont . 157. eadem fententia lucide elicitur . Alexander etiam in principio primi Top . Scribit , munus perfuadendi verſari quoque in rebus , quæ pertinent ad contemplan- dum . Cicero demum , Quinctilianus , & alij dicendi magistri perfuafioni tribuunt non folum queſtiones actionis , fed etiam cognitionis : erronea igitur eft hæc conſequentia , Rationes oratoria non doctrinam , fed perfuafionem faciunt , ergo perfuafionis nomen folum refpicit actionem futuram . Hanc ego virt clarifsimi ſententiam παρά λόξαν aduerfarij , atque eius fimilium eſſe non iuerim inficias , quibus non niſi vulgaria , trita , & popularia probantur . Admonitum eum volumus vocabula pleraque efle æquiuoca , fiue polyſema ; vel analoga . quamplurima igitur eiuſmodi funt , vt corum quoduis rem præcipua , prima , ac propria fignificatione quandam certam fignificet , minus autem propria , ac præcipua res alias ; quamplurima etiam ita ſunt comparata , vt co- rum vnumquodque plures res inter ſe diuerfas æque primo fignificet . Verbum perfuadendi , ex quo & perfuafio , ex viro clarifsimo præcipua ac propria fignificatione refpicit actionem futuram , minus autem propria , & minus præcipua ſolam cognitionem . Quod hæc eius ſen- tentia fit , intelligi ex eo poteft , quod & ipſe verbo perfuadendi vtitur in rebus cognitionis in ſuis operibus logicis . Quod autem ea ſententia vero fit conſentanea , argumento eſſe poteft perfuadendi verbum tam apud Græcos , quam apud Latinos ſæpius reſpectum ad a & ionem fignificare , quam ad ſolam cognitionem . His adde apud Græcos etiam hoc verbum in voce pafsiua quæ eft , πείθομαι , fignificare obedire , parere , quæ notant a & ionem : & apud Lati- nos a verbo fimplici , quod eſt , ſuadeo , ſuaforias orationes illas dici ſolere , quæ Græce nag- αινετικοί λόγοι , quæ ad virtutes , quæ actionis funt , & ad recte viuendum hortantur : & fua- foria a thetoribus partem illam dici , quam deliberatiuam , fiue deliberatiuum genus vocant , quod finem ſemper habet actionem . Quod fi perfuadendi verbum effe vniuocum , & femper vnica vſurpari ſignificatione , exiſtimaſſet vir clariſs , vt falſo putare videtur aduerfarius , mini- me ipſe dixiffet huiuſce vocis vim a nemine cognitam ſe primuın animaduertiſſe . quod enim in cognofcenda propria vocabuli vi difficultatem facit , eſt mulriplex eius ſignificatio : hæc enim ambiguitatem parit ; ambiguitas autem in præcipua vocabuli , quando analogum eſt , ſignifica- tione cognofcenda difficultatem ; Hæc verò in cauſſa fuit , vt alij vim eiuſce vocis propriam , maxime cum in ea inquirenda non laborarint , minime cognouerint . hanc autem vir clarifsi . animaduertit . Perfuadendi igitur verbum , inquit vir clarifsimus , quando ad ſignificandum oratoris finem vfurpatur , propriam ſuam vim obtinet , nimirum ad actionem ornata , ac mo- rata oratione inducendi fignificationem , non autem probandi tantum , & opinionem efficien- di , hoc enim dialectici finis eſt . ſi igitur alius eſt diale & ici finis , alius oratoris , & dialecticus probat quodcunque ei proponatur ita eſſe , vel non eſſe , oratori igitur alius effe debet ſcopus propoſitus : qui certe alius effe non poteſt , niſi adiutorem non ad hoc , aut illud exiſtimandum , fed ad hoc , aut illud efficiendum inducendi , ne duz facultates eundem habere finem videantur , aut ne artis rhetoricę finis finem diale & ica comprehendat , quod abſurdum effet , ex hoc enim ſequeretur duas haſce vnam potius facultatem eſſe , quam duas . Quod autem rhetoricæ finis fit actionem aliquam perfuadere Ariftoteles ipſe fatetur libri primi Rhetoricorum capite ſe- cundo , cum eius munus ibi eſſe dicat agere de ijs , de quibus conſultamus . Inquit etenim : Eft nanque artis oratoriæ munus ca tractare , de quibus conſultamus , & quorum adhuc artes traditas non ha- bemus , & apud auditores eiufmodi , qui per multas rationes acutè rem intelligere non poßunt, neque pro- cul poſita ac longinquiora ſpectare.deliberamus autem de rebus illis , quæ videntur in vtranque partem ca- dere poffe , & c . Noluit autem Ariftoteles in ipſo artis rhetoricæ veſtibulo hanc ſua de proprio artis oratoriæ munere ſententiam proponere , immo vero potius eo loco communem oratori ac dialectico materiam fecit , de quacunque , ſcilicet re propoſita dicendi , vt videri poſſet zque amplam vtrique regionem propoſuiſle , in qua libere ſpatiari & excurrere corum vtrique lice- ret : quare & oratorem dixit omnia perfuadere , artem autem vnam quanque ca tantum , quz ad ſubie & am ſibi materiam referuntur : vt hic videri poſſet perfuadendi verbű generice vſur- paſſe , non in ſua tantum præcipua ſignificatione . Idque ea de cauſſa feciſſe potuit , vt lectores huiuſce facultatis ſtudioſiores efficeret ampliora pollicendo ; aut certe ne in ipſo operis limine παράλοξα παράδοξα afferre videretur : quare in eo iuxta communem fententiam eſt loquutus . Erat enim communis opinio , ac perfuafio poſſe oratorem de quacunque re fibi propoſita ſermonem ha- bere , neque eius dicendi munus eſſe vllis finibus circunfcriptum : proinde Gorgias tempori- bus illis orator ſummus de quacunque re dicere ſe poffe , & vt oratori licere profitebatur . Ze- no quoque oratoriam facultatem eſſe dialecticam quandam afferuit , exemplo manus vtens vulgatiſsimo , ita vt & hic quoque oratori & dialectico materiam concedere indefinitam , quin & vtriufque finem confundere videretur . Quod & præter Zenonem alij crediderunt , qui mul- tis poſt Ariftotelem feculis floruerunt. Lizio autem duas haſce facultates , ſummo vſus iudicio , inter fe ita ſeparauit , vt potifsimum earum diſcrimen , obſcure quidem ſuo more , ſed ita vt ab ijs , qui diligenter eius dicta perpenderent, dignofci poffet, tanquam aliud agens eo , quo dixi loco protulerit : quod & alibi etiam innuit . Illæ ergo , quas affert au & oritates ad- uerfarius , vtcunque intelligantur , nihil nobis obſunt , cum nos etiam concedamus perfuadendi verbum in vtraque fignificatione vfurpari , ſed negemus æque primo vtranque habere SIGNIFICATIONEM – H. P. Grice --. Non eſt igitur erronea conſequentia illa , Rationes oratoriæ perfuafionem faciunt , nó do & rinam , ergo perfuafionis nomen ſolam reſpicit futuram actionem , dū ibi perfuafio in ſua præcipua ac propria capitur ſignificatione , quæ futuram refpicit a & ionem. Animaduertit quo que alia aduerfarius inquiens : Quid dicemus de illa eius fententia in primo de natura logica cap.3.qua vult instrumentum applicatum ſcientia formaliter fieri ſpientiam illam , ita vt ratio inftrumenti non reperia tur distincta aratione ſcientia , cui applicatur ? Quid de ea in cap. . eiufdem libri vt fcilicet fubiecto mo- dus confiderandi apponatur ad coarctandum non rem confideratam , vt multi putant , fed potius eius confi derationem ? Quid vero ( inquis ) de his dicemus ? Quod ego reſpondi primo Apologetico , at- que id ctiam , quod aduerfus tuam propugnationem fuo loco ediſſeram: Aliud præterea nibil dicemus. Nuncad meam ipfius defenfionem me confero . :  Aduerfarium Critico iniuriam facere cum eius non edita ſcripta ipſo inconfulto edat . Affertur distinctio vocum , quatenus ipfum , a viro clarißimo exco- gitata cum reprehenfionibus aduerfarij . POSTREMO inquit aduerfarius : Quid demum dicemus de illa huius vocis , Quatenus ipſum , duplici fignificatione , large , & ftrifte , de qua loquitur cap.8.libri fecundi neceffaria- rum propofitionum ? Existimat ipfe Gandauenſis auctoritate ea optime comprobatam fuif ſe , quod tamen falfum eſſe declarauimus cap.vltimo libri tertij logicarum difputationu.Cri- ticus verò in pradictis Apologeticis libris , quorum nonnulla folia ad manus nostras perue- nerunt iam excuſa , in lucem autem non edita , explicato duplici illo ſenſu a Gandauense affignato ei propo- fitioni , que eſt , animal , quatenus animal viuit , declarataque viri clariffimi distinctione , eum tueri nitens , inquit , & c . Non potuit aduerfarius vlciſcendi ſui cupiditatem explere , in virum clarifsimű de- bacchando , conquifitis diligenter eius di & is , atque opinionibus , quæ poterant anſam aliquam præbere obtre & andi , niſi vt colophonem adijceret inuriam , qua me afficere no eſt veritus , idq ; ſexagenarius iam , atque eo ſenior , a quo potius manfuetudinis , humanitatis , æquitatis exempla petenda erant . Cum enim ego Apologeticos libros confeciſſem , eos editurus curaui prius ex ijs ſchedas pauculas excudendas , vt ex his ratione ſubducta , voluminis excudendi magnitudinem explorarem , & quonam charactere , qua forma elegantius eſſet diſpicerem : cúque ego nondu eos libros ad incudem reuocaſiem, fa & um poftea vt in opere recognoſcendo , ac defcribendo quáplurima mutarim ( qui meus eſt mos , vt quoties deſcribo aliquid meo ingenio elaboratú , id non defcribere , ſed denuo fingere , ac retexere videar , tam multa in exſcribendo muro , ad- do , adimo ) atque adeo ordinem ipſum totum commutarim . ex archetypo igitur ſchedas non nullas ea , quam dixi , de cauſſa prælo ſubijci volui : quas ita neglexi , vt earum nullæ nunc apud me fint : neque vero archetypum ipſum ſeruaui . Præclarus autem iſte philoſophus nouo atque inuſitato exemplo me inconſulto ex ſchedis illis impreſsis , ac non editis , reſponſiones quafdam meas meas , quas neſcit an mihi probarentur , & dignæ ab alijs legi viderentur , edere inſolenter audet . Egregiam vero laudem . Hoccine eſt philoſophi ? Sed abutatur licet & mea , & viri clarifsimi pa- tiencia omnium humaniſsimi , ac micifsimi , atque in eo ducatur fortunatus , quod tales nactus fit aduerfarios , & fi cetera quoque fortunatiſsimus eft , præterquam in editis a ſe operibus , fi modo id , quod iure euenit , eſt fortunæ tribuendum . Nunc vt videat aduerfarius , quæ non edidimus ijs , quæ ipfe edidit , & digna hominum luce duxit , & rationi , & veritati magis eſſe conſentanea , rem ipfam , in qua nos tam acerbe reprehendit , altius repetam . Auerrois eſt ſententia , genus de ſpe- cie vniuerfaliter non prædicari , contra quam argumentantur aliqui hunc in modum , Homo , qui eſt ſpecies , per internam rationem eſt animal , quod eſt genus , ergo homo , quatenus homo eſt ani mal ; ergo animal de homine , ideft genus de ſpecie vniuerfaliter prædicatur . Ad hoc reſpondés Auerroes negat hominem , quatenus hominé efle animal : propterea quod illa ditio , quatenus fignificat reciprocationem terminorum , quæ non cadit in propofitione hac , homo eft animal . Ad cuius refponfionis intelligentiam , notat vir clarifsimus libri poſterioris de propofitionibus neceffarijs cap.8.duplicem eſſe ſignificationem huius vocis , quatenus . poteſt enim , inquit , ſumi la te , & fatis improprie , poteſt etiam ſumi ſtriae , quæ eſt propria eius fignificatio : late quidem , & ample fumitur quando nihil aliud fignificat , quam internum principium , ſeu internam ratio- nem , proinde exclufionem principij externi , & externæ rationis , in qua acceptione propofitio hæc eſt vera , homo quatenus homo eſt animal . fic enim nihil aliud fignificare volumus , quam hominem ex interna ratione eſſe animal , non ex aliquo externo principio , quod quidem verif- fimum eft , quoniam homo per internam rationem eſt ſentiens , & animal . in hoc igitur ſenſu ad- Herſariorum ratio ( inquit vir clar . ) contra Auerroem concedi poteſt . Altera eius vocis fignifica- tio maxime propria eſt , vt dicat eandé eſſe vtriufque termini rém ; vt fi dicamus , ho quatenus ho eſt riſibilis , vera eſt hæc propoſitio etiam in ſecunda acceptione , quia fignificat eandem effe ra- tionem , qua homo eft homo , & qua eſt rifibilis . per propriam enim formam habet homo vt fit homo , & per eandem habet vt fit riſibilis , vere igitur homo quatenus homo eft rifibilis , quia ex eodé principio pendet riſibilitas , ex quo pendet humanitas , fed hæc non eft vera , homo quatenus homo eſt animal , quia non ex eodem principio habet vt fit animal , ex quo habet vt fit ho- mo , fi quidem per ſenſum eft animal , homo vero non per ſenſum , fed per rationé.non igitur qua ratione eſt homo , eadé ratione eſt animal , fed alia , & alia ratione . itaque homo non quatenus homo eft animal . Secúdú hauc propria fignificationé dicit Auerroes conditioné , quatenus ipsů , non eſſe niſi cú terminorū reciprocatione : ſecundú quã etia accepit in primo poſter . Ariftoteles ea conditioné quatenus ipſum . Subdit vir clarifsimus : Hanc distinctionem ipfe , quando logicam pu- blice interpretabar , inueni , eaque mihi pleniffime fatis fecit : postea vero mihi contigit vt eandem legerem a- pud Ioannem Gandauenſem in ſua queſtione decima fecundi metaphys.quod me summa letitia affecit , cùm vi- derem eruditum illum virum ſua auctoritate fententiam meam comprobaffe . Hanc viri clarıſsimi diſtin- & ionem vt voluntariam & alienam a mente Ariftotelis , & a diftin & ione Gandauenfis reprehen- dit a duerfarius libri tertij difputationum logicarum capite uigefimo inquiens : Distinctiones , que non funt defumpte ab aliqua vel philoſophi , vel grauiffimorum peripateticorum auctoritate , voluntarie me- rito nuncupari poffunt , cum in quouis bomine quodlibet imaginari pofitum fit , inter quas locum habere vide- tur poſita distinctio de duplici huius vocis quatenus fignificatione , late fcilicet , & fatis improprie , vel ſtri- Etè , & proprie : quoniam apud philofophum , ni fallor , ſecundum vnam tantum , & illam propriam femper legitur , & precipue cum res ipfa , & vocabuli SIGNIFICATIO – H. P. Grice -- id mirifice poſtulent.nota enim reduplication's in aliquo , nempe in bomine , dum dicitur homo , quatenus homo , & huiufmodi , non potest in co denotare , nifi d- lud principium , rasione cutus homo eft homo , quod eius forma est . A qua fententia non videtur recedere loan- nes Gandauenſis loco citato. nam exiſtimantes cius aduerfarij non eße in animali plures formas fubftantiales distinctas , fed vnam , & eandem dare eße uegetatiuum , & animal , id probabant auctoritate philofophi fub inicium libri de iuuentute , & fenectute dicentis : Fieri enim nequit vt animal , qua animal elt , non vi- uat : Si enim in animali vna , & eadem forma non daret eße vegetatiuum , & animal , ex neceffitate anima- li , quatenus animal est , contra fententiam philofophi non ineſſet viuere , quod pro vegetari accipitur . refpon- dens Gandasenfis ad hanc difficultatem , auctoritatem illam philoſophi declarando ait animal fecundum quod animal viuere dupliciter intelligi poſſe , vno modo vt animal fic primum fubiectum vita , & fic non intelligit Aristoteles , quia fi hoc effet verum , quicquid viueret , viueret per animal , quia hoc dicit : Secundú quod : omnibus fcilicet ineffe per naturam eius , vt patet primo poster . Alio modo intelligi poffe , animal fecundum quod quod animal viuere , ideft , ex neceſſitate viuere , ita quod includat neceſſario principium , per quod viuit ani- mal , & fic est verum . nam licet vegetatiua anima fit alia a fenfitiua , tamen ex neceßitate includitur in ani mal , Ecce Gandauenfem accipere , ſecundum quod ipſum , femper eadem fignificatione , prout fcilicet figni ficat formam eius , cui applicatur , & hac de cauffa ait duplicem habere jenfum propoſitionem iliam , quæ eft , animal , fecundum quod eft animal , viuit , vnum vt forma fenfitiua , per quam animal eſt animal , fupponat vegetatiuam , a qua prouenit vita , non autem e conuerfo : alterum vt eadem forma fenfitiua , qua anunal elb animal , faciat animal fubiectum primum vita , quare primo , non fecundo fenfu affirmat auctoritatem philoso phi intelligi debere . & c . Jed nunc concedamus huius vocis , quatenus , duplicem poffe dari fignificationem , late , fcilicet , & stricte , prima fignificatio non nullas patitur difficultates , quoniam explicandum erat cuius nam , prædicati fcilicet , an fubie & ti interna illa ratio fignificata ab hac voce : quatenus : effet principium vel ratio & c . Ad hanc aduerfarij reprehenfionem refpondi ego in libris Apologeticis , ( quoto libro , aut capite , non memini , cum eorum librorum , quorum non nulla excudenda folia curaui , poſt- moduin ordinem , vt dixi , i mmutauerim , & primum exemplar , atque adeo folia ipſa , quæ erant impreſſa , mihi ob incuriam perierint . ) reſpondi inquam , viri clarifsimi diftin & ione cum diſtin- Alone Gandauenfis eſſe prorfus eandem ( quod vel philoſophiæ ignarus intelligit ) neque eam ab Ariftotelis mente eſſe alienam . Dixique inter alia conceptis verbis hæc , quæ hic ab aduerfario referuntur , ſcilicet : Non potuit ergo difpicere aduerfarius etiam in nostra difiır . Etione , quatenus , aut , le- cundú quod , femper fignificare formam ? cùm etenim dicimus , animal quatenus , aut fecundum quod animal effe viuens , hoc est , viuens eſſe internum principium animalis , quid aisud ( objecro ) dicere volumus , nifi anı mal effe viuens per formam viventis ( quam animal in ſe recipit . ) non quiden vi propriam , fed vt communem , qua ad animalıs formam relata , vicem obtinet materia . cùm etiam dicimus , ammal , quatenus animal non efje viuens , fimiliter ipfum , quatenus , ant , ſecundú quod , nobis formam fignificat propriam , non con.munens quòd fcilicet animal non ſit vinens ex propria forma , & c . Tandem cum duat aduerfarius explicanaun furt- Je utrius internum illud principium , feu interna illa ratio fignificata ab hac vece : fecundú quod : effet prin- cipium , fiue ratio , pradicati ne , an fubiceli , oftendit aperufj me je in his libris , quos fufiepit vndique oppu- gnandos , effe negligentißime verfatum . Alioquin didiciffet ex ijs , com fignificare fubuftum , non pradicatum , & hanc explicationem in ea tractatione minime defiderari . Hæc a me in Apologeticis ſcripta citat ad- perfarius . Nunc eſt operæpretium intelligere quid ipſe aduerfus hac dicat : Vult ( inquit ) uaque Criticus in hac fua defenfione , Quatenus ipfum , poffe accommodariam pradicato , quam fubu Eto , ſi con- fideretur large , pradicato ; ita vt fenfus fit , Animal quatenus ammal viuit , idest per principiuni internum , hoc eft per formam viuentis , quam ammal non vi propriam , fed vt communem in ferecipu , eft viuens , fi verò ftrifte , Jubicato accommodatur , ita vt fenfus fit , animal quatenus ammal viuit , ideft animal per forn a propriam eft viuens , primo modo propoſitio vera , fecundo autem modo falja est . V bilegit Criticus , & a quo Peripatetico didicit , quatenus ipfum , prædicato accommodari poße ? Eft ne itamente captus , vt non intel ligat idem effe dicere , animal , quatenus animal , ideft animal per formam propriam , ac dicere animal quatenus ipſum ? Cum fit hoc verum , quam quod veriffimü , quo ita temere enunciauit hanc propoſitionem, qua eſt , animal , quatenus animal viuit , ideft animal per forma viuentis eſt viuens , effe quatenus ipfum , cum in ea ( vtipfe Pult ) animal fit viuens per formă viuentis , quam vt comure in se recipit , non per formam propriam.Criticus buius difciplinæ terminos non intelligens , excufatione dignus eft . exiſlimauit enim ide eße : quatenus ipſum : quatenus aliud : ideo dixit , propofitionem illam , nempe , animal est viuens per formam vinentis , effe quatenus ipfum . Eft quidē animal viuens quatenus aliud , cu fit vinēs per formā vinētis , quatenus vero ipfum idest, quatenus animal , feu per fuam propriam formam , nimirum per animam fenfitiuam , minime : forma enim viuentis non eft forma , per quam animal est animal , licet forma animalis eam fupponat : atta- men aliquando animal per fuam propriam formam , & quatenus animal feu quatenus ipfum eft viuens hoc igitur quomodo cum veritate conuenire poffit , declarandum erat . quod non fecit vir clarifsimus . Ganda- nenfis autem totum oppofitum dicit , vult enim quatenus ipfum femper fubiecto , nunquam predicato appo- ni : quare confiderans poſſe aliquem dubitare , quomodo liceat animal quatenus ipfum , ideft per formam propriam viuere , cum ab codem principio animal non habeat vt fit animal , ve fit viuens , affignat illius propofitioms , videlicet , animal quatenus animal , ſeu quatenus ipfum viuit , duplicem fenfum , vnum vt per formam animalis neceffario vinat , quoniam forma fenfitiua , per quam animal eft animal , fupponic formam vegetatiuam , per quam animal est viuens , nec propterea vult animal per formam viuentis vine- re , propterea quod tunc non viueret quatenus ipfum , fed quatenus aliud , & in hunc fenfum propoſitio illa eft vera , alterum pt animal per juam propria formam fit primum vita fubiectum , in quo fenfu eadem propo- 1 . fitio falſa eſt , alioquin quicquid viueret , per animal viueret , quod eft abfurdum . Vno igitur , eodemque ma- do , nimirum ſtricte accipit Gandauenfis predictam propofitionem , animal ſcilicet , quatenus ipfum , est vi- suens , & illa declarat , quomodo fieri poßit , ut animal quatenus ipfum , feu per formam propriam fit viuens. Confideret modo Criticus an fui viri clarißimi distinctio cum fententia Gandauenfis vnquam conuenire pof- fit . Hæcaduerfarius . in Distinctionem Gandauenfis de ſignificatione vocum , Quatenus ipsum , effe prorfus eandemcum viri clarißimi distinctione fuperius relata . & eam distinctionem aduerfa- rium non intelligere . : ON ſum grauatus hoc loco & viri clarifsimi ſententiam , & aduerfarij reprehen- fionem vtriufque noftrum integras referre , vt quam vana fit eius reprehenfio ne- mo non intelligat . Primum effe eandem viri clarifsimi diftin & ionem ſuperius comemoratam cum diftin & ione Gandauenfis , huc allata Gandauenfis auctori- tate facile oſtendo . Ecce verba Gandauenfis : Ad aliam difficultatem , quando di- citur , quod Aristoteles dicit de iuuentute, & fenectute, & c . Quod impoßibile est animal , & c . Dicendum quòd animal fecundum quod animal viuere potest intelligi dupliciter , vno modo quod animal fit primum fu biectum vite . & fic non intelligit Aristoteles , quia fi boc effet verum , tunc quicquid viueret , vineret per ani mal , quia hoc dicit , fecundum quod , fcilicet quod omnibus infit per naturam eius , vt patet primo poſt. At- que hæc eft vna acceptio ipfius , quatenus ipſum , illa videlicet , quam vir clarifsimus vocat pro- priam , ae ſtrictam . altera acceptio ipfius , quatenus ipfum , his verbis eiuſdem Gandauenfis con tinetur : Alio modo poteſt intelligi quòd animal fecundum quod animal viuit , ideft de neceßitate , ita quod includat neceffario principium, per quod viuit animal , & fic eft verum . Unde licet vegetatiua anima fit alia a fenfitina , tamen ex neceffitate , includitur in animali . Vnde quando dicitur quod animal fecundum quod animal pinit , ſecundum quod , non dicit primitatem fubiefti , quod animal , fit primum fubiectum vita , ſed dicit neceffariam inclufionem vita in animali. Primum fatis conftat , cum dicimus , animal quate- nus animal , viuit , vocem animal primo loco pofitam non fignificare aliquam animalıs partem , fed ipſum totum , ipſum compofitum , de quo prædicatur viuere , dicentes ergo , animal viuit , per animal intelligimus ipſum totum , quod conſtat ex anima vegetatiua , vt ex parte materiali , & ex anima ſenſitiva, vt ex parte formali . Vox autem , animal fecundo loco pofita , quæ eft reduplica- tiua compofiti , ac totius , ex aduerfario fignificat ſemper partem compofiti formalem , at ex vi ri clarifsimi ſententia non femper . Concedamus in præfentia reduplicatiuam in prima Ganda- uenfis acceptione fignificare formam , de hoc enim nunc inter nos controuerfia non eft , quan- quam ea reuera proprie non formam dicit , fed dicit proprie rationem fubie & i primi , quod & ipſemet hoc loco innuit Gandauenfis : fed concedamus hoc in præfentia . Ac videamus vtrú ea reduplicatio , quam interdum non formam , fed materiam potius compofiti ſignificare vult vir clarifsimus , in fecunda Gandauenfis acceptione materiam ſignificet , an formam . Animal , in- -quit Gandauenfis , de ſecunda ipfius Quatenus animal fignificatione loquens , fecundum quod ani- mal viuit , id eft de neceßitate , ita quod includat neceffario principium per quod viuit animal . vbi, ſecundu quod , inquit , dicit neceffariam incluſionem vitæ in animali . Quis non intelligit , Quatenus animal , vel , fecundum quod animal dicere in hac acceptione principium materiale , non autem formale ? Dice- re enim , animal viuere , quatenus animal , hoc eft , quatenus includitur in toto animali principiū neceffariu , hoc eft , effentiale , per quod viuit animal , nihil eſt aliud di & u , quam animal viuere vt includens materiam , quę a compofito proprie dicitur includi , non a parte compoſiti ipfius for mali . At fi partem compoſiti formalem hac ſecunda toi quatenus , vel fecundum quod ipfum ac- ceptione innui voluiffet , profe & o dixiffet , Animal fecundum quod animal viuit , ideft , animal viuit qua Benus includens formam vel naturam , que forma , vel natura fupponat principium vite in animali . Ipfe ta- men nihil tale dicit , nec dicere poteſt.animal enim non viuit ob animam fenfitiuam , fed ob ani- mam vegetatiuam . ficuti homo non eft corruptibilis ob animam rationalem , ſed ob materiam , D ex qua conſtat . fi quis enim rogatus quare homo fit corruptibilis , refponderet , quia eſt ratio- nalis , non ne exfibilaretur ? homo enim eſt corruptibilis quatenus includens materia . & fi quis dicat eum effe talem , quatenus conſtat ex forma ſupponente materiam , is egregie nugatur , vel certe is valde loquitur improprie . Patet ergo Quatenus ipfum in ſecunda ſignificatione apud Gandauenſem non dicere formam , nifi genericam , quæ vicem obtinet materiæ , & vt materia , hoc eft vt principium rei eſſentiale poteſt dici Quatenus ipfum . falſo igitur imponit aduerfarius Gandauenfi quod voluerit , quatenus ipfum , ſemper & eandem ſignificare formam cui applica tur , fignificat quidem formam fæpe ( hoc concedo , id enim nobis non officit ) fed non eandem formam , vt ego dixi in Apologeticis loco ab auerfario relato ex ſchedis non editis . Ex quo li- quet aduerfarium falſo interpretari diftin & ionem illam Gandauenfis , & eam non intelligere. Nunc ad præclaras eius in me animaduerfiones ac Criticas nugationes paucis refpondemus . Dixi ego in ſchedis non editis , quatenus ipſum , ſemper dicere formam , fed non ſemper ean- dem , ſed modo propriam , modo communem , & communem quidem vt materiam eius , cui applicatur , Quatenus ipfum . Licet igitur non negauerim in vtraque acceptione vocum quate- nus ipſum , fignificari formam , tamen negaui ſignificari eandem formam , ac dixi tunc formam communem fignificari vt materiam , non vt formam . Recte . Si enim viuens , quæ eſt forma communis , ad formam animalis relata vicem obtinet materiæ ( vt ego ibi dixi ) quando ergo di- cimus animal quatenus animal viuit , nihil aliud dicimus niſi animal per formam viuentis , ve per propriam materiam viuit . Significatur ergo per , quatenus animal , in hac acceptione for- ma communis , non tamen vt forma , fed vt animalis materia.aliud autem eſt confiderari ali- quid tale , & confiderari , vt tale . Quamquam ſi verba Gandauenfis , ac viri clarifsimi in expli- cando , Quatenus ipfum late accepto bene perpendantur , nec formam , nec materiameæ voces proprie dicunt , ſed dicunt tantummodo internum principium ſubiecti ipfius , quod eſt quidem materia , non tamen exprimitur fub ratione materiæ , fed fub ratione principij , quæ vox non minus formæ conuenit , quam materiæ . Qui enim vocibus Quatenus ipfum in hac fignificatione vtuntur , non curant diftin & ionem principioruni , quatenus eam refpiciunt ſignificationem , fed tantummodo corum fpe & ant necefsitatem . Sed hoc parum ad rem : fatis fit demonſtraſſe ad- uerfarium immerito & me , & virum clarifsimum reprehendere , & diſtinctionem viri clarifsimi effe eandem cum diftin & ione Gandauenfis . Satis enim eft ad eum refellendum oftendiffe , fi quatenus ipfum late acceptum debeat dicere rationem peculiarem principij quatenus ab alte- ro principio diftinguitur , potius materiam dicere , quam formam . Cum ergo inqnit aduerfa- rius : Vult igitur Criticus in hac fua defenfione quatenusipfum poffe accommodari tam prædicato , quam fubiecto , fi confideretur large , pradicato , fi verò ſtricte , fubiecto : Me quidem non intelligere aperte indicat.ego enim dixi , quatenus ipfum , ſemper accommodari ſubie & o , etiam cum late fumi- tur , quamuis enim id fignificet formam , ficuti in hac propofitione , animal quatenus animal vi uit To Quatenus animal fignificat formam , quæ eſt principium viuendi , animam ſcilicet vegetati- uam , attamen eam non fignificat vt formale principiü prædicati , ſed vt materiam fubie & i , hoc eft vt principium internum fubie & i . Aliud autem eft dicere hoc fignificat hoc , & hoc capitur prout fignificat hoc . Anima vegetatiua eft forma viuentis , attamen in prædi & a propofitione non fignificatur vt forma viuentis , fed vt materia animalis , vel , vt vir clarifsimus diceret , vt in- ternum principiú animalis . prout autem confideratur vt materia animalis , dicit ſolum intrinfe- cam animalis ipfius rationem , proinde vt partem huius ſubie & i . non igitur obſtat quod hæc fit forma vel efficiens , vel quælibet alia cauſſa prædicati , quominus fumatur vt materia ſubi & i , fi- quidem non confideratur vt talis cauſſa prædicati , ſed vt pars ſubiecti . Eandem viri clariſsimi di ftin & ionem legi in libello de animæ immortalitate nuper edito a præclaro philoſopho , publico philofophiæ profeſſore , multos annos in eo interpretandi munere egregie verſato , cuius hac de re verba hæc funt : Altera refponfio , quam afferre poffumus , est distinguendo illam propoſitionem , bomo , qua home , generatur , & corrumpitur.que propofitio cùm reduplicatina fit , babet replicare ipfum fubiefth : ideo cùm replicet ipfum hominem , vel replicabit principale fignificatum hominis , ipfam fcilicet animam ratio- nalem , vel replicabit eius fecundarium fignificatum , ipſum nempe connotatum.fi replicet principale fignifica sum , cunc propofitio eft falſa.fi fecundarium , est vera . omne enim concretum tam naturale , quam artificale , tam fubftantiale , quam accidentale principaliter fignificat formam , fecundario connotat jubiectum , cui inest forma , fingitur illa propofitio replicet primarium fignificatum , ipfam animam rationalem , feu ipfum intelle tum i ٤٠ Hum , dixi ipfam eſſe falsă ratio est , quia bomo ratione principalis fignificati est ingenerabilis , & incorrupti- bilis : at fi replicet fecundarium ſignificatum , ipſum ſcilicet corpus , quod anima fenfitiua eft præditum , pro- poſitio est vera , cum homo fit generabilis , & corruptibilis ratione anima fenfitiuæ , quæ est forma , que coor dinatur ale rationali. Hæc ille . qui ipſum Quatenus ipfum , vel Qualidem auût hæc duo ſignificant ) non ſemper capit in eadem ſignificatione , ſed modo ve fignificat formam , modo vt fignificat ina teriam . Ac profecto confentaneum eſt rationi , vt Quatenus ipſum & dupliciter capiatur, ſtricte , & large , aliud ftri & e fignificet , aliud large : ſtricte quidem , vel principaliter , formam , large au- tem vel ſecundario materiam , fi ipſum ſubie & um effet aliquid fimplex , eius reduplicatio ſemper vnum fignificaret , ſed cum ex forma conftet , & materia , poſſumus per reduplicationem vel fi- gnificare partem eius principalem , quæ eſt forma , vel minus principalem , quæ eſt materia , ſem per tamen ipſum ſubie & um reduplicare dicimur , nunquam prædicatum , quia ſemper aliquam fubie & i partem ſignificamus . Hæc igitur viri clarifsimi diſtin & io & rationi , & Peripateticis Ari * ftotelis explicatoribus , & ipfius Gandauenfis diſtinctioni conſentanea eft . Atque hæc fatis fu perque ſunt ad refellendum quicquid aduerfarius contra hæc aut nugatur , aut nugari poteft.i Tandem ait aduerfarius : Quod poftremo dicit Criticus viri fcilicet elavißimi libros me vndique oppизпав dos fufcepiffe , falſum penitus eft . etenim ea folum ( inuitus etiam ) impugnaui , quæ opinionibus a me laudatis negotium faceffere videbatur . An aduerfarius eas ſolű viri clariſsimi ſentétias oppugnarit , quæ opi- nionibus a ſe laudatis negotium faceſſerent , hæc eius reprehenfio vel ſola ( ne multas huius generis hic referam ) declarare potis eſt , libro ( ut diximus ) tertio difputationum log. .ha- bita.ille enim intelle & us diſtinctionis Io . Gandauenfis iam a nobis cómemoratæ , quem ei vir clarifsimus tribuit , aduerfarius autem reprehendit , nullum profecto aduerfarij opinioni vlli ne- gotium faceſsit . Eum tamen ipſe fine cauffa , ac fine ratione oppugnat . Vter igitur noſtrum falſi loquus fit , & vrer Criticus ſine iudicio appellandus , hinc æftimate .  Propofitionem maiorem demonftrationis potißima eſſe non pofſſe in quarto per fe dicendi modo . f 1 Eprehendi ego ſecundo Critico aduerfarij ſententiam , qui libri 4.lo- gicarum difput.cap . 8. contra comunem opinionem ſuſtineat potiſsimæ demon- ſtrationis maioré propoſitioné eſſe in quarto modo dicendi per ſe , non in ſecun- do : cũ non videat ſe hoc aſſerente deftruere forma eius ſyllogifmi , vt infra demon- ſtrabimus . Verba aduerfarij a nobis ibi relata hæc funt : Melius erit dicere maiorem illam propofitionem effe in quarto modo dicendi per ſe , quando quartus est adeptus conditionem fecundi : in quarto enim prædicatum eft femper extra eſſentialem fubiecti rationem proprie acceptam , vt patet in illa pro pofitione , videlicet , riſibilitas est animal rationale , feu riſibilitas est propter animal rationale ( fumendo ani- mal rationale pro ſola rationalitate , quæ eft forma ratione hominis , & efficiens non vera ratione rifibilitatis ) neque enim tum animal rationale est effentialis ratio riſibilitatis , neque pars eius , fed cauſſa , a qua vifibilitas , cius effentia ortum ducunt.fi autem cauſſa illa externa fuerit fubiectum , vt videre eft in illa propofitione , animal rationale eft vifibile , conuenit tunc quartus modus cum fecundo , quia ficuti in fecundo modo ponitur fubieftum in definitione prædicati , vt homo in definitione riſibilitatis , ita in quarto animal rationale ponitur in eiufdem riſibilitatis definitione.differt tamen quartus a fecundo , quoniam in fecundo modo fubiectum fumi- zur pro compofito ex materia & forma , id est, pro materia , in qua , & est pars effentia pradicati.in quarto autem ponitur folum pro efficiente absque materia , & est extra effentialem prædicati definitionem . Eius igi- tur propoſitionis , rationale est riſibile , ſenſus ( nifi fallor ) aptior erit , vt fcilicet rõnalitas fit cauffa rifibilita- tis , & tum maior erit vera cauſſaliter , & in quarto dicendi modo per fe , ad fecundum reducibili , non in fe- cundo . Hanc eius opinionem eo nomine reprehendi , quòd fi admittatur maiorem propoſitio- nem potifsimæ effe in quarto , non in ſecundo per ſe dicendi modo ijs verbis , quibus eam aduer- farius explicat , ac format , demonftratio potifsima peccabit in forma fyllogiftica . Formemus enim fyllogifmum ad demonſtrandum hominem eſſe riſibilem : ſi maioris propofitionis fenfus erit hic , rationalitas eſt cauſſa riſibilitatis , aſſumat aduerfarius minorem propoſitionem , & huic maiori ſubnectat : ca certe vel erit hæc , omnis homo eſt rationalitas , vel hæc , in omni homine D 2 eſt rationalitas : ſi erit hæc , omnis homo eſt rationalitas , duo ſequentur abſurda , primo quód homo erit forma fine materia : deinde quod in concluſione demonſtrationis illatione fyllogiftica non inferetur hominem eſſe ſubi etum riſibilitatis , fed tantummodo cauffam , cum homo in minore propofitione acceptus fit pro cauffa tantum ipfius riſibilitatis , non pro ſubie & o inhæren tiz , fi vero minor erit hæc , in omni homine eſt rationalitas , tum & fi homo capitur vt fubie & um , fumitur tamen vt fubie & um rationalitatis tantum , proinde in conclufione non inferetur necef- ſario ſyllogiſtica illatione , in omni homine ineffe riſibilitatem.non enim quia in hoc fubiecto eſt cauſſa , ſequitur ex forma ſyllogiſtica in codem ſubiecto effectum reperiri , ſunt enim multi effe- & us a cauſsis ſuis fubie & o diſtinti , ita vt in alio fubie & o fint cauſſe , in alio effectus . Propterca vt habeamus in conclufione hominem eſſe ſubiectum riſibilitatis , idque ſyllogiſtice inferatur , ne ceffario in maiore propofitione , non quidem explicite , ſed implicitè collocandum eſt ſubie & u , vt prænoſcamus potentia in eodem homine eſſe cauffam riſibilitatis , & riſibilitatem ipfam , alio- qui nihil tale concludi poterit . erit igitur hic ſenſus maioris , In quo ſubiecto rationalitas ineſt , in codem ineft & riſibilitas , & feruabitur hoc modo ditum Aristotelis , videlicet in maiore con- cineri totum fyllogifmum potentia , cum hoc pacto in ea contineantur maius extremum , & me- dium explicite pofita , & minus extremum implicite . Refpondet ad hæc in ſua propugnatione aduerfarius inquiens : in maiore illa , quæ eft , rationalitas eft cauffa riſibilitatis eſt potentia totus fyllogif- mus , nam cauſſa vi fit aliqua paßio , eſt eiusdem paßionis cauſſa inhærentie in proprio fubiecto . Hæc reſpon fio fatis indicat , adhuc non intelligere aduerfarium quomodo in maiore propofitione totus ( yl- logiſmus potentia contineatur . id nos in gratiam tyronum libenter explicabimus . Vetotus iyl- logiſmus in maiori contineatur potentia oportet quòd medium , & maius extremum cum mino- ri extremo connectantur , cum minori quidem extremo in maiori implicite & potentialiter col- locato ( ne coſter ea propoſitio ex tribus terminis ) niſi etenim hæc inter ſe horú trium termino- rum connexio aliquo modo in ea propoſitione ſignificetur , ea dici non poterit eſſe totus a tu fyl logiſmus . fi enim omnes hi tres termini in maiore reperiantur propofirione , non habeant autem inter fe connexionem , ita vt minus extremum & medio , & maiori coniungatur extremo , ſed vel vni , vel alteri tancum connectatur , non poterit iure dici integer in ca fyllogifmus effe , quòd fi in erit in ea propoſitione vtriufque termini reſpe & us ad idem lubiectum , iure dici poterit ea totum in ſe ſyllogifmum continere , fi enim fyllogifmus erit in prima figura ( loquor autem hic tantum de fyllogifmis primæ figuræ : idem enim analogia quada erit intelligendú de reliquis reliquarum figurarum : fic etiam loquor tantum de affirmatiuis , idem enim per analogia erit intelligendú de negatiuis ) In ſubiecto propoſitionis continebitur habitudo medij ad fubiectum conclufionis ex qua fit minor propoſitio , in tota vero propoſitione connexio fubie & i concluſionis cum ma- iori extremo , ex qua fit conclufio.alioqui ſi in co nulla ſignificabitur habitudo medij ad idem ſu bie & u , non inerit ibi minor propoſitio neque a tu , neque potentia . Cú ergo dicimus , omne ra- tionale eſt riſibile, nihil aliud dicimus, quam, omne id , in quo eſt rationalitas, eſt riſibilitas ; tum autem connectimus primum rationalitatem cum prouocabulo quo referente vocem omne , quod eſt homo potentia , id eft , vniuerfaliter ſignificatus , ideo facimus minorem propofitionem poten tia , quæ eſt , omnis homo eſt rationalis , idem SIGNIFICANS – H. P. Grice --, ac , in omni homine eft rationalitas , cú autem dicimus , omne id , omiſſo in quo eſt rationalitas , eſt riſibile , connectimus riſibilitatem cum voce omne , in qua continetur homo potentia , & facimus potentia concluſionem , quæ eſt , omnis homo eft rifibilis.ineſt igitur in maiore tum minor propoſitio , tum conclufio , non actu , ſed po- tentia , ex qua cum illæ duæ propoſitiones ad actum deducuntur , integer habetur fyllogifmus . Atque id videre eſt in omni bono ſyllogifmo , etiam in demonftratione eclipfis , in qua maior pro poſitio eft in quarto modo dicendi per ſe ; vel enim eam demonftrationem formes , vt aliqui ſo- lent , in hunc modum , Quandocunque terra interponitur , luna obſcuratur , at nunc terra inter- ponitur , ergo nunc luna obſcuratur , vel hoc modo , qui viro clarifsimo probatur capite vltimo li- bri pofterioris de propoſitiõibus neceſſarijs , Quod prohibetur radijs ſolaribus a terza obie & a , id obfcuratur , atqui luna prohibetur radijs ſolaribus a terra obie & a , luna igitur obſcuratur : om nino habet fubie & um conclufionis in maiore propoſitione cum vtroque eius termino nempe cũ medio , & maiori extremo connexum , ita ut ad eorum vtrunque reſpectum aliquem præſeferat . Nam & fi terræ obiectio cũ luna reuera no conectitur , ea tamen hac reſpicit , vt cauſſa prohibés . fic etiam , cum dicimus omne triangulum habet tres , & c.in hac propofitione latet totus fyllogif mus , mus , quo concludatur vel æquicrus , vel hoc triangulum habere tres . namque in voce omne ineſt fubie & um conclufionis , quod erit aliqua ſpecies trianguli , vt æquicrus , & c . In hac autem pro- poſitione , quam aduer ſarius hoc modo enunciat , videlicet , Rationalitas eft cauffa riſibilitatis , vt demus ineffe fubie & um potentia , quemadmodum ipfe vult , ita vt idem fit ditu , Rationalitas eſt cauffa riſibilitatis , ac , Rationalitas eft cauffa verifibilitas fit in aliquo fubie & o , non habetur re- ſpectus ullus rationalitatis ad ſubie & tum riſibilitatis , itaque ex cognitione eius potentiali non poteft educi cognitio actualis fyllogifmi . Cum enim in maioreno præfciuerimus an rationalitas quz eſt medium , infit in eodem fubiecto , in quo riſibilitas ineft , an in alio , non poffumus dicere homo eft rationalis , ergo homo eſt riſibilis.nam in maiore non cognouimus rationalitatem & ri fibilitatem eſſe in eodem ſubiecto , ſed cognouimus ex aduerfario rifibilitatem effe in aliquo fu- biecto tantum , aliud præterea nihil . quomodo igitur inde inferri poteſt , hominem , fi fit rationa- lis , neceffario effe riſibilem ? Quid enim ineptius , quam dicere , hæc eft caufla huius effectus ; hæc autem cauſſa eſt in hoc fubie & o , ergo in eodem fubiecto eſt effe & us . quis modus argumen- tandi hic eft ? nec pudet aduerfarium hæc tueri . Cum autem ego dixiffem , ex hac propofitione maiore , Rationalitas eſt cauſſa riſibilitatis , non ſequi , in hoc homine eſt rationalitas , ergo in co- dem eſt riſibilitas , & rationem addidiſſem , inquiens , non enim co quia in hoc fubiecto eft cauffa , ne- ceffario fequitur , in codem effectum reperiri , funt enim multi effectus a caufſſis fuis fubiecto distincti : Reſpon dot inquiens : Hac impugnatio eft ad propofitum perinde ac fi quis interrogatus vnde venit , refpondeat , Fratribus miniſtro . ego loquer de potiffima demonftratione , in qua medium eſt paßionis demonstranda caußa efficiens non vera , quæ ſemper eſt ei annexa , ipfe autem recurrit ad caußas efficientes veras , quas non femper effectus confequuntur , nec poſtulat huiufcemodi demonftratio . Quis riſum hic teneat ? in me dicere , quæ in ipſum mire conueniunt ? cum hæc eius reſponſio nihil ad propofitum faciat . Ego enim loquor de forma fyllogiſtica , & dico demonftrationem illam peccare in forma , ipſe vero inquit , ſe lo- qui de demonftratione potifsima , quafi vero potifsima demonftratio illud nata fit priuile- gium , vt conftare poſsit abſque re & a forma ſyllogiſtica . & fi enim conftat hano argumentationem , rationalitas eft caufla riſibilitatis , homo eſt rationalis , ergo homo eſt riſibilis , quoad materiam effe neceſſariam ; ea tamen necefsitas non eſt ſatis ad efficiendam demonſtrationé , cum formæ neceſsitas requiratur , quod vel pueri ſciunt . Praterea conceffa inquit huius difli veri Late rueret necessitas maioris propoſitionis Critica argumentationis , quæ est , in quo fubiecto inest rationa- litas , vt cauffa riſibilitatis , in eodem eſt quoque riſibilitas ipfa : dicere enim aliquis poffet , non eo , quia in hoc fubiecto inest rationalitas , vt cauffa riſibilitatis , neceffarium eft in codem riſibilitatem , vt cius effectum reperiri , Sunt enim multi effectus a cauſſis fuis fubiecto distincti , & c . Ego loquor de neceſsitate illatio nis , & confequentiæ , & eo fundamento , ſcilicet , non eo , quia in hoc fubie & o ineft rationali- tas , vt cauffa riſibilitatis , neceflarium eſt , & c . vtor ad infirmandam vt dubiam , & non neceffa- riam confequentiam illam , quæ fit in conclufione fyllogifini ab aduerfario formati : ex illis enim præmiſsis ca conclufio non ſequitur , ipſe vero eo fundamento vtitur ad infirmandam pro pofitionem maiorem , quafi vero in maiore fiat illatio vlla . Maior eft vnica propofitio , non igi- tur poteſt in ea fieri illatio : ea autem propoſitio conceditur . Illatio fit quidem ex ea , quate nus ex ea pendet totus fyllogifmus , non tamen fit in ea . Si ergo propoſitio noftra , ſcilicet , in quo fubiecto ineſt rationalitas , & c.nobis concedatur , vt concedi folet , tamquam nota , fyllogif- mus optime fieri poterit : At fi tibi propoſitio tua , nempe , Rationalitas eft cauffa riſibilitatis , concedatur , fyllogifmus adhuc fieri ex ea non poterit . & tamen fi maior illa conftaret omni- bus fuis partibus , ex ea recte colligeretur , & educeretur totus fyllogifmus . Cum igitur non poſsit nec in potifsima demonſtratione , nec in vlla alia demonſtratione , aut vllo alio alio fyllo giſmo re & e formato poni in ſubiecto maioris ſola cauſſa , aut aliquid proportione reſpondens ipfi cauffæ fine potentiali , fiue vniuerfali expreſsione fubiecti ipfius conclufionis , veriſsimumeſt quod diximus , hanc ſcilicet aduerfarij fententiam , quatenus in maiore potifsimæ ſolam vult poni cauffam abſque vlla ſignificatione ſubiecti , neque explicita , neque implicita effe falfiſsi- mam . Notari tamen illud volumus , inualidam eſſe hanc confequentiam , maior huius fyl logiſmi propofitio eft in quarto modo dicendi per ſe , ergo fyllogifmus hic peccat in forma ; quandoquidé datur aliquæ demonſtrationes , habentes maioré propoſitioné , quæ eft in quarto modo , veluti demonſtrationes actuum , vt demonftratio lunaris eclipfis , quarum , vt ipſemet aſſerit vir clarifsimus , maior propofitio eft in quarto modo ; & tamen in huiufmodi demon- 12 D 3 ſtrationibus integra feruatur forma ſyllogiſtica . Nos igitur non hanc , fed aliam ab hac forma uimus confequentiam in aduerfarium . ea autem hæc fuit : Maior , potifsimæ demonſtrationis eſt in quarto modo , & habet ex mente aduerfarij in fubie & o folius cauffe expreſsione abſque vlla aut explicita aut implicita fignificatione fubie & i inhærentiæ ergo huiufmodi demoſtratio peccat in forma fyllogiſtica . Heciverò conſequentia validiſsima eft contra aduerfarium , at ve- ro contra demonſtrationem eclipſis nullam vim haber , fi quidem in ea demonftratione non ve rificatur totú antecedés cófequentiæ huius : quonia propofitio maior licet in quarto modo fit , habet tamen in ſubicêto propofitionis explicite quidem cauffam pafsionis , implicite vero cú eadem cauſſa ſubie & ü inherentiæ . propofitio enim maior demonftrationis eclipſis vel fit hæc , Illud inter quod , & folem terra interponitur , obfcuratur ; vel hæc : Quando inter ſolem & luna terra interponitur , luna obfcuratur , omnino includit fubiectum conclufionis , ſeu inhærentiæ yel explicite , vel faltem implicite , & potentialiter , vt vnicuique manifeſtum eſt . Eſt etiam aliud erratum aduerfarij , dū exiſtimat hanc propofitionem , rationalitas eft cauffa rifibilitatis , effe in quarto modo , quod abunde in Apologeticis adhuc non editis confutauimus , vbi etiam abfur diſsimam effe eam aduerfarij ſententiam , quod fcilicet maior propofitio demonftrationis po- -tiſsimæ fit in quarto modo , pluribus oftendimus , & rationes , quibus cómunem refellit opinio- nem hac de re a viro clarifsimo comprobatam , atque explicatam , effe inanes , atque adeo pueriles oftendimus. Etiam in ijs demonftrationibus , in quibus demonstrantur actus , medium effe vnicam cauffam , non plures . difputationum logicarum inquit aduerfarius Alio pafto Se rem habere , quando aptitudo , & quando actus de fubiecto demonstrantur . in aptitu- dine enim demonstranda fumitur folum forma subiecti, quia ab illa tantum fluit tamquam a cauffa effeftrice , non ab obiceto extra , vt patet quando demonftratur riſibile de bomine per animal rationale; in aftu vero demonstrando concurrunt natura fubiecti , & obiectum extra , quoniam ab illis emanat , vt videre eſt de eclipsi lune , que partim fluit à natura lune quatenus fcili- cet luna est apta nata recipere lumen a fole , eique diametraliter opponi , partim autem ab obiecto extra , nimirum a terræ interpofitione per que omnia eclipsis demonstratur . ergo infufficiens eſt fola terræ interpofitio ad demonstrandam lune eclipsim , cum demonstrabile debeat per omnes illas cauffas demon- ftrari , a quibus fluit . Falſa hæc eft aduerfarij ſententia ( dixi ego poſterioris Critici capite ter tio ) quod demonftrabile per omnes cauffas demonſtrari debeat , a quibus fluit . Per vni- cam enim demonftrati debet , nempe per eam , quæ poſita ponit , ablata aufert , hoc eft , per cauf- fam æquatam , quam Ariftoteles ſignificauit primo poſter . in definitione ſcire , eam fingulari nu mero proferens : inquit enim ſcire effe , rem per cauffam cognofcere , propter qua res eſt , non di xit , per cauffas , propter quas res eſt . nulla enim affectio eft , quæ ex pluribus cauſsis æque pen deat , ac proinde per plures in eadem demonſtratione pofitas oftendi debeat : ex quo Ariftote- les ſecundo poſter . & ibi Auerr.com . 95. & 97. vnicam eſſe vnius rei cauffam prodiderunt , propter qua res eſt . ſunt quidé plures rei cauſſæ , quæ ablatæ quidé auferunt , at quæ pofita po- nat , & ideo æquata fit cauffa , & quæ affumi in eius demonſtratione , & tandem ex- primi in eius definitione debeat , vnica eſt , non plures : ex quo potifsima demonſtra- tio per vnicam cauffam fieri debet , nempe per eam , quæ in demonſtrandæ paſsionis defini- tione a facta cius demonftratione extrahenda , collocanda fit . quæ quidem cauffa præſup- poſitiue continet in ſe cauffas omnes remotas , vt ſenſitiuum ſupponit vegetatiuum , proinde in demonftratione commemorari non debent cauffæ remotæ , dum habemus æquatam : cum igi- tur moſtratur eclipſis in a & tu de luna , ſola ipfius æquata cauffa expreſſe ponitur , nempe interpo fitio terræ , reliquæ filentur , non quia reliquæ etiam ad eclipſim ipſius neceffario non concur- rant , vt forma lunæ , & reliquæ , verum quia cum de luna eclipſim in actu demonftramus, iam fupponimus fuiffe cognitam per antecedentem demonftrationem aptitudinem lunæ ad patien dam eclipfim , quæ ab eius forma prouenit , non enim deinonſtramus atum nifi prædemoſtra uerimus , C uerimus , aut præſcită intellexerimus aptitudinem.in vnica igitur demonſtratione lunæ plures cauffas afferre fuperuacaneŭ eſt , ac nugatorium , & c . Ac de re quidé hac omnibus manifeſtif. fima , plura dicere putidú eſſe diximus . Adhæc in ſua propugnatione reſpondet aduerfa- rius inquens : Quando res aliqua demonſtranda a pluribus caußis fluit , quarum vna in altera non con- tinetur , vnica non potest eſſe cauffa adequata , quia licet ablata auferat , poſita non ponit , quod postulas equata rei caußa , vt fcilicet poſita ponat , & ablata auferat . Cum itaq ; eclipſari in luna a diuerfis caufis fluat , quarum vna in altera non continetur , nimirum a terre interpofitione , & a natura luna , qua eft , vt fit minor terra , recipiat lumen a fole , eique opponatur , nec fola terra interpofitio , nec fola natura lune poteſt eius defectus effe cauſſa adequata , licet enim vtrauis ablata altera remanente , auferat defeftum , virauis tamen pofita , altera ablata , eundem non ponit defectum . Quod earum cauſſarum vna in altera nõ contineatur manifeſtum est , nam qui dicit terra interpofitionem , non dicit naturam luna ; nec è conuerfo . In hac refponfione aduerfarius non plus adhibuit iudicij , quam in ceteris . Eadem enim eſt ra- tio cauffarum , quarum vna in eodem ſubiecto continet aliam , & earum , quæ fubie & o inter fe diftinguuntur , quod ad adæquationem, vt fic dixerim , cauffa attinet , ficuti enim in illis vnica eft æquata cauſſa , ſfic & in his , id eſt diſcriminis , quòd in illis æquata cauffa eſt ſimul ſubiecto cú alijs , in his non item : hoc vero eſt accidentarium ipſi rationi adæquationis . Quæuis cauf- ſa adæquata aut interna , aut externa habet hoc , vt fi ponatur , neceſſario ponatur effectus . Ad uerfarius autem hoc negans deceptus eft eo quoniam externam cauffam materialiter tantum confiderauit , non autem formaliter , prout refpicit ipſum ſubiectum , terram enim interpoſita per ſe confiderauit , non autem cum habitudine ad lunam : quo quidem pacto ſi conſideretur terra , verum elt , poſita terra , non poni eclipſim luna ; ac pofita etiam eius interpofitione , non continuo poni eclipfim , immo non poni ipſam lunæ naturam . Cofideranda autem fuit inter- poſitio terræ formaliter , hoc eft , cum reſpectu peculiari ad folem & lunam , quatenus ſcili- cet terra interponitur inter vtrumque , hoc enim pacto ſola interpoſitio terræ eft caufla eclip- fis adæquata : neque enim in a & tum vocari poteſt hæc cauſſa , quin actu detur eclipfis in- cludit etiam hæc cauſſa naturam lunæ , quam ſola terra , aut ſola terræ interpofitio non inclu- dit . natura autem lunæ omnino præfupponi debet , vt conſtituens lunam in actu ; quz pote- ſtate fic fubie & um eclipſationis . Cauſſe enim externæ adueniunt fubie & is exiſtentibus in a & u , quare ea pręſupponenda funt . Quod autem interpofitio terræ quando capitur pro cauffa colip fis adæquata , conſiderari debeat cum eo refpe & u ad ſolem & lunam , probatur & ex demon ſtratione eclipfis , cuius maior propofitio , vt alij putant , eſt hæc , quandocunque inter ſolem , & lunam terra interponitur , luna obſcuratur , in qua non ponitur fimpliciter interpofitio terra , ſed eius interpofitio inter ſolem , & lunam . Non enim dicitur cum terra interponitur , luna ob- ſcuratur , fed dicitur , cum terra in ſolem , & lunam interponitur . Ea enim eſt vis , & natura ple- rarumque cauffarum externarum , vt non ſemper ex neceſsitate agant in ſubie & um determina tum , quia ipſum non ſemper refpiciunt , neque ad id ita funt affe & ę , vt in ipſum agere poſsint . Cauffz autem internæ quia vel ipfæ conftituant natura ſubiecti , vel fluat ex natura fubiecti , ſem per ipſi inſunt , aut hærét , ideo ſemper effe & us fuos producunt.proinde hæ licet materialiter co- fiderentur , hoc eft , fine aliquo refpe & u ad effectus fuos , eos tamé pofitæ ſemper ponunt : at vero cauffa externæ materialiter confiderate poſitz non ponunt . Rationalitas enim etfi non confi- deretur vt cauffa riſibilitatis , ipſa tamen poſita in actu , ponitur rifibilitas : at vero terræ in- terpofitio fi non consideretur cum refpe & u ad lunam, licet in a & u ponatur, non idcirco ponit eclipſim, aut naturam luna. Inquit deinde aduerfarius; Si velit criticus quod terræ interpositio dicat naturam lune, quatenus eam præfupponit, hoc ei concedimus, sed ex hoc oppositum potius, quam propositum colligeret. fi enim terræ interpositio iccirco est cauſſa adequata defectus luna, quia preſupponie - eiufdem luna naturam, ergo non sola, et e contra. Fatuum hoc. Rationale præſupponit neceſſario na turam ſenſitiuam , vt fubiectum , & fine ipſa non poteſt nec eſſe cauſſa riſibilitatis , quonia apti- tudo ridendi pendet etia ab organis ipfius riſus , qui enim ijs caret , non eſt aptus ad riden- dum : organa autem illa tenent ſe ( vt ſcholaftici dicunt ) ex parte materiæ proximæ , quz conftituitur a natura ſenſitiua : ipſum tamen in demonſtratione riſibilitatis ponitur per fe ſolum . idem etiam dicendum de terræ interpofitione , ex hoc igitur propoſitum maxime colli- gimus , & oppoſitú ſentétiæ aduerfarij.na quod præſupponitur , nó repetitur . eius.n.repetitio nu gatio eft . Ac certe fi cauſſa præſuppoſitz in demöftrationibus exprimēdz forent , nulla effet de monſtratio monftratio , in qua vnico medio vti poſſemus , ne ipſa quidem demonſtratio riſibilicatis , vt clare patet . Poftremo argumentatur aduerfarius his verbis : Oftendo præterea naturam lune concurrere ad demonstrandum eiusdem tune defectum , nam bec conclufio , videlicet , ergo luna eclipfatur , per Criticum est potifsima demonftrationis concluſio , ergo habet , Quatenus ipſum : fed , Quatenus ipfum ex viri clar . fententia , que est etiam fententia ipfius met philofophi , dicit prædicatum inbarere fubiecto per ciuf- dem fubiecti naturam , ergo natura luna erit medium ad ostendendū de eadem luna defeftu , cum per Arist . maius extremu non poffit.de minove demonſtrari nifi per cauſſam , propter qua ci inest . Concurrit ergo cum obiecto extra uel explicite , vel implicite natura luna , ergo fola terra interpofitio non potest'effe caufla ade- quata defectus , et in confecutione demöftratio de luna defectu per folă terre interpofitione non eſt potiffima . Conditio , Quatenus ipfum , nó fignificat formaliter cauſſam , ſed ſola conſtitutionem fubie & i pri- mi , licet dici foleat , Quatenus ipfum , dicere prędicatú inhærere ſubiecto per eiufdem fubie & i na turam . Id facile oftendere poffumus . Ecce enim . hæc propoſitio : Homo quatenus homo eft rationalis , omniú confefsione habet quatenus ipſum , attamen hæc non fignificat eſſe in homi- ne cauffam rationalitatis , fed folum , hominem eſſe primum ſubiectü rationalitatis , quoniam rationalitas nulla habet cauffam.fic etiá in hac propofitione , luna quatenus luna eclipſatur , di Aio Quatenus ipfum nihil aliud fignificabit , quam lunam eſſe ſubie & um primum eclipſis , licet præfupponat cauflam , quæ extra eſt , immo & ipfam luna aptitudinem ad eclipſim . Quatenus ip- Jum ergo hic non ſignificabit , per cauffam , quæ fit in luna , proprie eam di & ionem accipiendo . Dici autem folet , Quatenus ipfum , dicere prædicatum inhærere fubie & o per cauffam , quia ple raque prædicata neceffaria habent cauffam , vt funt accidentia omnia propria . Dicitur & per cauffam internam , hoc eft per naturam fubie & i , quia plerumque demonftratione notifican- tur propofitiones ſecundi modi dicendi per ſe : propofitiones autem fecundi modi omnes enunciant prædicatum ineſſe ſubiecto per aliquod intrinfecum fubie & i , ſeu per cauffam inter nam in fubie & o latenteni , vel per eiufmodi cauffam intelligamus cauffas non folum non cauffa tas , verum & cauffatas , quæ funt accidentia inhærentia ſubie & o , vel intelligamus cauffamtatú fubie & i formalé , formam nempe , in quam cauffatæ omnes aliæ cauſſe reſoluútur : Quarti au- tem modi propofitiones raro in demonftratione locum habent , quia raræ funt eiufmodi propo fitiones , in quibus predicatum cum ſubiecto reciprocetur , ita vt in demonſtratione locuin ha- bere pofsint ; ac præterea non aptitudinem , led actum de ſubiecto enunciat , cuiusinodi accidé tía raro in ſcientijs demonftrantur , plerunque enim in ijs demonstrantur aptitudines . Propte- rea quia plerunque in demonſtrationibus oftenduntur propoſitiones ſecundi modi , in quibus prædicatu ineſt ſubiecto per cauffam internam , dicitur fimpliciter propoſitionú habentiú qua tenus ipſum conditioné eſſe vt prædicatú infit fubiecto per interna ſubiecti cauffam . re tamen vera , Quatenus ipfum dicit ſolam conftitutionem fubie & i priini , aliud præterea nihil , Conce- do igitur hanc propofitionem , luna eclipfatur , habere quatenus ipſum ; ad id vero , quod dicit aduerfarius , nempe quatenus ipſum dicere prædicatum inhætere ſubiecto per eiufdem fubiecti naturam , dico id effe plerunque veru , nimirum in propofitionibus ſecundi modi , non tamen - effe femper verum , quia vt dixi , hæc propofitio , Homo eſt rationalis , eſt primi modi dicendi per ſo , in ea tamen prædicatum non ineft fubie & o per naturam fubie & i , neque per cauffam vl- lã , cú ipſummet prædidatú fit cauffa , & natura fubie & i , ergo poteſt dari propoſitio habés qua- tenus ipfum , cujus prædicatum non infit fubiecto per eius naturam tanquam per cauffam adæ quatam . Vt igitur ad prima redeamus , optime Ariftoteles vbiq ; vnica affert cauffam eclipſis , interpofitionem terræ . & o & auo metaph.cont . 13. vnicam effe cauffam eclipſeos adæquatam no obfcure fignificat inquiens , Quid eclipsis ? priuatio luminis.fi vero addatur , a terra in medio inter pofita , bat est cum ipfa cauffa ratio . non inquit fimpliciter , cum cauffa , fed inquic , cum ipfa cauffa , ad oftendendum vnica eſſe cauffam . hanc enim habet emphafim vox , ipfa , vt nemo non videt : & quicunque locú illum interpretantur , non aliam nominant cauffam , quam interpofitionem terræ , & ibi Auerra ait allata cauffa eclipſis , nimirum interpofitione terræ , perfectam haberi co gnitioné eclipſis , eſt ergo interpoſitio terræ cauffa eclipſis adæquata . Ac vanum eſt dicere , his locis Ariftotelé , & Auerroem non dicere interpofitionem terræ effe eclipſeos æquata cauffam etfi.n.id totidé , ac prorfus ijſdem no enunciat verbis , fententia tamé prorfus eandem proferüt . " Dixi etiam Ariftotelem primo poſter . vnicam eſſe cauflam rei dicere , ob quam res eft : Ad hoc refpondet aduerfarius , Ariftotele loqui de fcientia aptitudinis , non autern de fcientia actus : Fuga hæc OGILIK  eft , 4 eſt , non refponfio . De eadem enim cauſſa loquens Arift . ſecundo poſt . 6. qua vocat το ' μίσον , & τὸ ιιατί , de qua loquutus erat in primo , exemplum præcipue affert eclipleos , & cauffe ipfius , quam diximus , interpofitionis ſcilicet terra . Neque vero ipſe miretur , quod ego in Cri ticis dixerim , putidum effe de re hac omnibus manifeſtiſsima plura dicere . Vnicam enim effe cauffam , propter quam res eſt , nemo mihi præter ipſum aduerfarium in dubium reuocauit . Falfum effe lineam a perſpectiuo definiri eſſe longitudinem cumlatitudine , & profundi tate , ac falfum eße , mathematicas non puras eße magis phyſicas , quam mathematicas IXIT aduerfarius libro quinto logicarum difputationum cap . 4. perſpectiua , & muſicam , quamuis inter mathematicas connumerentur , accedere potius ad naturam philoſohiæ naturalis , quam ad naturam mathematicæ , idq ; philoſo- phum teftari in ſecundo phyſ . cont . 20. Præterea geometram dixit lineam defi- re in hunc modum , linea est longitudo fine latitudine , cuius extrema funt duo puncta , peripetiuuin autem definire lineam hoe modo , linea viſualis est longitudo habens latitudinem , & profunditatem , quas a linea remouet geometra , & c . Diximus ergo in his verbis aduerfarium duo errata comittere , ac prius effe , quòd perſpectiua , & muſica potius accedant ad naturam phi- lofophiæ naturalis , quâ ad naturam mathematicæ diſciplinæ : alterum effe , quod perſpectiuus definiat lineam , quod fit longitudo habens latitudinem , & profunditatem . Nam fi perſpecti- ua , & muſica ( dixi ego ) eſſent magis phyſicę , quam mathematicæ , quis id rectè ſentiens , eas vocaret potius mathematicas , qua phyſicas , & in albú mathematicarú potius referret , in quo ab omnibus fere collocatur , qua in album phyſicarum , cùm vnúquodque conueniétius denomi netur ab illo , cui affinius eft , qua ab eo , cui minus eſt affine . cauſſam auté erroris huius dixi flu xiffe ex prauo intellectu contextus 20. ſecundi phyſici , cuius vulgata interpretatio hæc eft : De monstrant autem & que ex mathematicis magis phyſica funt , ut perspectiua , & harmonica , & astrologia . quæ quidé ita reddita decipere aduerfariú potuere , vt exiftimaret ita eas eſſe magis phyſicas , vt magis effent phyficæ , qua mathematica . Attamen ſi ea diligenter ipſe legiffet , & bene confi deraffet , in erroré hunc minime incidiſſet , vt contra do & iſsimorú exiſtimatione ſciétias has ma gis effe phyſicas , quam mathematicas exiftimaret . Vidiſſet enim vocem , Magis , non poftulare poſt ſe , qua mathematica , quas duas voces aduerfariusſubintelligit , vt hanc effe velit integram , & rectam loquutionem , Demonstrant autem & que ex mathematicis magis phyſica funt , qua mathematica , fed potius hanc , aut fimilem requirere oratione , nempe , quam aliæ mathematica.vt per alias mathematicas intelligantur puræ mathematicæ , fi itaq ; bene verba intellexiffet aduer farius , certe exijs vidiffet , eo modo ( etfi non ſatis rete ) latine redditis verbis inferri non pof- ſe , opticain , & harmonica eſſe magis naturales , quam mathematicas . Sed profecto vt ſenten- tia effet clarior vertendum fuiffe dixi aliter illud φυσικώτερα . hoc enim loco vox comparatiua non folú ( dixi ) nó auget , fed meo etiam iudicio inminuit : immo vero ſi ſequamur iudiciū vete- rum grammaticorum , ſemper minus aliquid dicit comparatiuum , quam poſitiuum . Certe id Gaza euenire aliquando , apud Græcos , obferuauit . Cuius hæc funt verba : Ανάπαλιν δ ' ενίοτε τοῖς συγκριτικοῖς ἀντὶ ἁπλῶν θετικῶν ἐτι χρήσασθαι , και τι θετικού μετριώτερον βούλεσθαι ὁ λέγων δοκεῖ . Hac igitur voce , phyſicotera , hoc loco dicendum eſſe , Ariftotelem minime intelligere voluiffe harmonicam , & opticam efle magis phyſicas , quam mathematicas , fed præter quam quod mathematicæ funt , ſapere non nihil phyſica . propterea vocat cas philoſophus mathematicas , quia re vera funt mathe matice , & fimul phyſicoteras , quia non funt prorfus phyſicæ , fed mo do quodam phyſicæ , quoniam non nihil habere videntur affiniratis cum rebus phyficis , qua- tenus ipſam quantitatem confiderant in determinatis rebus , & fubie & is phyſicis materialibus propterea , fi hæ quæ modo quodam , ſeu ſecundum quid phyſicę dicuntur , res in determina- ta tantum materia confiderant , licet a materia ſeiunctas ( inquit Ariftoteles aduerfus eos qui ponentes ideas , eas effe volebantre , & ratione a materia ſeparatas ) quanto magis res cú ma- teria , & vt obnoxias materiæ confiderare debuerit ſcientia phyſica ? Vt argumentetur Arifto- E teles teles a minori ad maius huc in modű , fi quæ mathematicæ funt , propterea quòd phyfice ſunt ſe : cundum quid , & paullulum ſapiunt naturam phyſicarum , non confiderant res , nifi in mate- ria determinata , quanto magis immerſa materiæ eſſe debuerit illa , quæ non ſecundum quid , verum fimpliciter eſt phyfica ? Hoc modo interpretata ratio Ariftotelis in cont . illo 20. fecundi phyſici , validiſsima eſt , ac proinde tanto digna philoſopho . Secundum erratum aduerfarij ef- ſe diximus , quod perſpectiuus definiat lineam effe longitudinem cum latitudine , & profundita te . quod nunquam fando auditum . Si enim linea definiretur a perſpectiuo , vt res latitudine , & profunditate conftans , linea perſpectiui effet corpus geometræ , quia corpus geometra illud eſt , quod longitudinem , & profunditatem habet . Refpondet ad hæc in ſua propugnatio- ne aduerfarius his verbis : Vi primi perperam iudicati erroris confpicua magis refulgeat defenſio , a fe- cundo ordiemur , pro cuius euerſione id accipiendum est , quod in Aristotele verſatis est notum , nempe indiui- fibile minimum , & punctum dupliciter vfurpari , vel ratione , vel ſenſu : punctum , & minimum ratione illud eft , quod abſolute , fui natura , & conditione eſt tale , punctum vero , & minimum ſenſu est illud , quod videtur quidem , & non eft , adeo quod minus co fub ſenſum non caderet . Ex hoc oritur distinctio puncti , linea , ac ſuperficici in mathematicam , & phyſicam , nam mathematicum punctum est penitus indiuifibile , pu Etum vero phyficum videtur minimum ſenſui , at non eft : id ipſum de linea , & fuperficie , relata ad latitudi- nemilla , hac ad profunditatem , fe habet . Hæc distinctio elicitur ex varijs locis Ariftotelis , veluti ex primo de calo 1 17. & primo de ortu & interitut . 35. Ac viris doctis ingenue philoſophantibus confpicua est , ex quo refulget euerfio fecundi a Critico iudicati erroris , & ea confpicue ex Aristotele elicitur . nam cum perspectiuus lineam confideret materia iunctam , eamque confideret vt phyficam , vere punctum , & linea perſpettini poſſunt dici corpora abſolute , quia iuncta materiæ funt minima phyſica , & fecundum , ſenſum nõ aute abfolute.Cocedamus aduerfario diftin & ioné hanc eſſe conſpicuam viris do & is ingenue phi loſophantibus , hoc enim nihil officit noftræ reprehenſioni : linca enim perfpe & iui non dicitur phyſica in ea ſignificatione , qua ab Ariftotele precitatis locis ſumitur pun & um , fed longe alia proinde distinctio facienda eſt vocis phyſica vel naturalia . eft auté hæc : naturale dicitur vel id , quod habet natura , & eſt ſubie & u accidentiú , vt funt corpora omnia phyſica , vel id , quod eft in ſubie & o naturali , vt funt accidentia , quæ ob id poſſunt dici naturalia ( licet nor fatis proprie cú proprie tantú naturalia dicantur , quæ habent naturam , ipſa ſcilicet accidentiú ſubiecta ) quo modo minus improprie naturalia dicuntur accidentia verbigratia quæ funt de predicamento qualitatis , quam ea , quæ funt de prædicamento quantitatis , ea.n. non nifi ex mutatione aliqua oriuntur , aut mutationis alicuius cauffæ funt , ob id præter phyſicam nulla de his alia poteſt eſſe ſcientia , quia ratio formalis phyſicę eſt motus , & mutatio . At vero accidentia de prædi- camento quantitatis , neque a mutatione neceffario veniunt , neque mutationem in alijs faciunt ; proinde hæc minus proprie dicuntur naturalia , quoniam ea poſſumus abſtrahere a materia non confiderando ipſa vt accidentia rerum naturalium . quo quidem modo confiderantur a pu ris mathematicis . quando autem hæc etſi non confiderantur vt accidentia corporis naturalis , confiderantur tamen vt in definito ſubie & o funt , verbigratia cum confideratur linea non qui- dem vt pafsio corporis , fed tamen vt in fubie & o aliquo definito exiſtens , verbigratia vt in ra- dijs ab oculis ad obie & ú viſibile emiſsis , ité numerus vt in ſonis , tum hec accidentia poſſunt ad huc dici phyfica , quatenus confiderantur vt funt in rebus phyſicis , ſed multo minus pro- prie . Naturale igitur proprie dicitur corpus habens naturam , minus proprie naturale dicitur accidens in eo corpore exiſtens . quoniam autem accidentia non ſunt eiuſdem naturæ , fed alia a mutatione pendent , alia minime , quæ pendent a mutatione comparata eum illis , quæ ab ea mi- nus pendent , minus improprie quam illa dicuntur naturalia : illa autem quę a mutatione mi- nime pendent , inter ſe comparata , quatenus ſcilicet cófiderari poffunt , vel vt accidentia , & paf- fiones corporis naturalis , ex co manantes , vel vt in ſubie & o definito verſantes , primo modo mi nus improprie , fecundo autem magis improprie naturalia dici poffunt.atque hoc poſtremo mo do linea perſpectiui dicitur naturalis , quia ſcilicet confideratur vt exiſtens in re naturali , nem pe vel in radijs viſualibus , vel in aere interiecto inter viſum , & obiectum viſibile , non autem vt paſsio viſus , aut tale aliquid . Atque hoc dicere voluit Ariftoteles ſecundo phyfico cont . 20 . his verbis : Perspectiua autem mathematicam quidem lineam , fed non quatenus mathematicam confide- rat , fed quatenus phyſica eft . Quatenus phyſica eſt , inquit , hoc eft quatenus eſt in determinato corpore phyſico . Vbi illud notandu Ariftotelem dicere perfpe & iuam confiderare lineam ma- thema- t thematicam , quod eft , lineam fine latitudine . Non credit aduerfarius expofitioni huic mea ? faciam mox vt ei libenter fidem habeat , ecce verba Simplicij hunc locum exponentis : Per- Jpettina autem accipit lineam mathematicam . nam vt longitudinem folum , ſine latitudine illam confiderat , fed non qua mathematicam , fed qua naturalem . Quid pro nobis clarius ? non ne igitur palinodiam canet aduerfarius , ſi ſapiet ? At ipſe nobis affert Alhazenum libro primo propofitione 14 . & Vitellium perſpectiuos vt fibi hac in re fuffragantes . Neque vllibi Alhazenus , aut Virel- lius dicunt lineam eſſe longitudinem cam latitudine , & profunditate , nec , fi dicerent , eſſet ijs credendum , cum ſtultissimum fit hoc afferere : & eorum principijs contrarium . Vt autem ad- uerfarius intelligere poſsit quomodo a non puris mathematicis lineæ & puncta conſiderentur codem modo , quo a puris mathematicis , coſulat cos , qui locorum longitudines dimetiuntur : ac roget cum explorare volunt longitudinem & interuallum loci , quam ab vno termino ad alium du & am lineam confiderant , cogitent ne eam vt lata , & profunda , an ſolum vt longam , ipſi enim ridentes , dicét ſe quærere longitudinem loci , proinde lineam confiderare vt longa , non vt lata , hoc enim ad rem nihil pertinet , fic etiam perſpectiuus cum lineam ab oculo ductam ad obie- & um vifibile confiderat ; non confiderat vt latam , ſed tantum vt longam , vt rectam , vt refra- Cam , vt angulos efficienté , & cetera huiufmodi : in eo differt a gemetra , quod is linearum re- & itudinem , refra & ionem , curuitatem per ſe ipſas confiderat , nulli eas applicans determina- to fubiecto , perfpe & iuus auté eas applicat ſubiecto determinato , illarū tamen ſolam confide- rat longitudinem , nempe earum progreſsionem in longum , non autem in latum , aut in profun dum . aduerfarius autem deceptus eſt forte quia confiderauit lineas illas , quæ in libris perſpecti uæ exaratæ funt , quæ certe latitudinem habent : & phyſicæ funt co modo , quo phyficum dicitur puntú ab Arift . primi de celo 117. commemoratu . Sed puerilis eſſet hæc deceptio . An forte deceptus eſt a voce , viſualis ? putauit.n.forte dici viſualé perſpectiuilineam , quia videturratqui hoc etiam falfum eſt . Viſualis porro linea dicitur , quia conſideratur in viſu , quatenus a viden- te ad rem viſam protrahi , ac produci mathematice cogitatur . Non ergo linea perſpetiui mo uet ſenſum , nifi ille , que in Vitellij , & Alhazeni , & aliorum libris extant . Cum igitur dicat ad verfarius : Sunt itaque linea gemetrica , & linea phyſica distincta , & ideo confiderans lineam , vt geome tricam , differt per modum confiderandi , & definiendi a confiderate lineam , vt phyſicam : at geometra , perspectiuus ita fe habent , non eft igitur idem vtriufque conſiderandi , & definiendi modus . Reſpondeo ſi per lineam phyſicam intelligat linea , quæ videri poteſt , concedo hanc effe diſtinctam a geo- metrica etiam quo ad eſſentiam , fi vero per naturalem , intelligat lineam perſpectiui , dico cá differre a linea geometrica non quo ad eſſentiam , ſed quò ad illud accidens ; nempe quod linea perſpectiui fit alligata certo cuidam fubiecto , linea autem geometrica fit abſtracta ab omni fubiecto.propterea nego definiendi modum perſpe & iui eſſe diuerfum a modo definien- di geometre quoad eflentiam rei definitę , cú vterq ; definiat linea eſſe lõgitudiné fine latitudine . Et nego perſpectiuú a geometra differre per modum confiderandi , in quo etia ſi differret , ad huc modus confiderandi non poteſt vllo pasto mutare effentiam , & naturam rei confiderata : quod vel pueri ſciunt . at vero qui lineam geometricam confiderat vt latam , & profundam ; mutat naturam lineæ , & facit cam effe corpus. si ergo geometra non differt a perſpectiuo in re confiderara , perſpe & iuus lineæ geometricæ debet eum afferre confiderandi modum , qué ea recipere poteft in ſuo ſtatu , & in effentia ſua manens ; alioqui falfum erit hos duos artifices in re confiderata non differre . Vt igitur vna atque eadem in ſubalternate ſcientia , atque in fubal- ternata maneat res confiderata , non debent diuerſz eius afferri definitiones to modo , quo di- uerſas affert lineæ definitiones aduerfarius , qui in hac re ica ridiculus eſt , vt ridiculus mihi ipſe videar , qui cú eo difputatione hac de re longius protraha . Nunc quæſo cognoſcite interpretatio nem contex . 20. ſecundi phyſici , ab aduerfario productam : Hoc cum fit verum ( inquit ) refpondes etiam Aristotelis inſtituto in ſecundo phys . vult enim ibi philoſophus manifeſtare aduerfus Platonem for- mas materiales non poſſe a materia fecerni . & cum id ostendiffet de formis abfolute phyficis , qua fe habent vt fimum , idem oftendit etiam de formis mathematicis , que se habent vt curuum , patefaciendo , quod quam uis a geometra definiantur fine materia , tamen a mathematicis medijs , qua lineam confiderant vt phyſicam , connectuntur cum materia , & per materiam definiuntur.at niſi perſpectiuus lineam fecus confideraret , & definiret , acid faciat geometra , re vera confirmatio illa Aristotelis inanis effet . Argumentum illud 2 minori ad maius , quod & Themiftij ipfius , & communi interpretationi confentaneum eſt , ad- uerfarius verſarius inane exiftimare videtur , nëpe ſcientiæ ſecundum quid phyficæ , vt perfpe & iua , & c.no poffunt res confiderare fine materia , vt lineas , circulos , & c . fed neceſſe habét hæc omnia confi- derare in ſubiecto , & materia determinata , quanto igitur minus naturalia ipſa , quæ conſtant in . trinfece ex materia , phyſicus abſtrahere poterit ? inane , inquam , hoc exiftimare videtur argu- mentum , illud vero tantūmodo ſolidum , quod ex ſuppoſitionibus ſuis præclaris elicitur , nem- pe aliter lineam verbi gratia a perſpe & iuo definiri.Sed quomodo lineam per te definit perfpe- & iuus ? age dicito , hoc ( inquies ) modo , vt a te definita eſt lib.5 . logicarum difp.cap.4.linea vi- Sualis eft longitudo habens latitudinem , & profunditatem . Ddefiniat hoc modo linea perſpectiuus . quid poſtea ? an ob id perſpectiuus erit magis phyſicus , & magis phyfice res confiderabit ? fi id ſequetur , nihil obſtiterit , quo minus & geometra dicatur phyſicus , & impurus mathematicus , cú & ipſe conſideret & longitudiné , & latitudiné , & profunditaté , fi quidé gemetriæ pars eſt ſtereometria , qua eſſe ſubalternantem , no ſubalternatam tradidit , Ariftoteles primo poſter . & ibide Themiſtius parte geometriæ , facit , vt reuera eſt facienda , in qua confiderantur quæ con ſtant longitudine , latitudine , profunditate . Sed ſtercometra purus eſt mathematicus , ergo & purus erit mathematicus perſpetiuus ipſe.per fundameta igitur aduerfarij potius pſpectina eſt pure mathematica , quá vllo modo phyſica . Certe quod efficitur ex eius ſuppoſitionibus argumé tum Ariftotelis nihilo erit validius , quá quod ex noſtris eſt factum : immo validius multo no- ſtrum eſſe nemo non intelligit . Sed mittamus hæc . Poftea meinclamat , tu vero ( inquiens ) a quo didiciſti vnum , eundemque effe geometrie , & perspectiva definiendi modum , cum earum confiderandi mo- di fint diuerfi ? Rogato me potius a quo difcere contrarium potuerim , exceptis tui fimilibus primum enim res conſiderata vtriuſque eadem eſt quoad eſſentiam , differt enim tantú per ac cidens : modus autem conſiderandi idem ex viri clar . ſentétia . Cú ergo non differant in re co- fiderata , niſi diſcrimine accidentali , idem eſſe omnino debet quo ad effentialia modus definien di . Ad cetera : Pertranfiens modo ( inquit ) ex fecundo ad primum nuncupatum errorem , non ignoro lite effe inter philofophi interpretes de mathematicis medijs , num magis fint phyſica , an magis mathematica.Verun tamen cum AQUINO (vedasi) in phys.existimo ego eas effe magis phyſicas . quod elicio ex verbis Aristotelis di centis : oftendunt auté & mathematicarum quę magis phyſicæ funt . Nec dicere valemus , id de- bere intelligi , facta comparatione cum pure mathematicis , dicendo , vt Criticus , quod funt magis phyſica , quam ille , quæ funt pura mathematica . nam fi id diceremus , in confpicuum errorem laberemur , quod fcili- cet pura mathematica ob vim comparationis effent phyſica . Erratum merito dixi eſſe , quod ab auerfa- rio dictum foret mathematicas impuras eſſe magis phyſicas , quam mathematicas : fi enim prin cipia , & media fuarum demonſtrationum fumunt a puris mathematicis , quomodo poffunt ma gis phyſicæ dici , quam mathematicæ ? ſi enim demonftratio ſumit appellationem a medio , & media conclufionum huiufmodi ſcientiarum à ſuperioribus puris mathematicis petuntur , vel certe in eas reſoluuntur , cur eas eſſe dicamus magis phyſicas , qua mathematicas ? Quia inquit , modus earum conſiderandi eſt phyſicus . Immo vero ex hoc inferre debuit modum confideran di harum ſcientiarum non eſſe phyſicum , quoniam cum media , & principia deſumantur ex eo- dem fonte , vnde petitur modus confiderandi ; ſi principia fumuntur a ſubalternantibus , ab ijf- dem quoque modum confiderandi eſſe deſumendum neceſſario ſequitur . hinc etiam inferre li cet , quando Ariftoteles dixit 2. phyſ . lineam a perſpectiuo confiderari vt naturalem , non in- nuere per id perſpectiui modum confiderandi , ſed ſolum id dixifle ad oftendendū accidentale il lud diſcrimen geometriæ & perſpectiuę , vt dictum eſt a viro clarifsimo in libro de tribus præ- cognitis . Hoc cú forte poſtea confideraffet AQUINO (vedasi), quod afferuerat in phyficis , népe ſcie- tias haſce eſſe magis phyſicas , qua mathematicas , id retractauit ſuper Boethú de Trinitate q.5 . de diuiſione ſcientiarum , artic . 3. vbi fatetur has eſſe magis mathematicas , quod & fatentur mathematici alij clarifsimi , & clarifsimi philoſophi . Nec vero timendum eſt , ſi , φυσικώτεραι reddétes , magis phyſica , cú auctore vulgatæ verſionis , dicamus magis phyſica , quá puras ma thematicas , ne puras mathematicas ob vim comparationis phyſicas efficiamus . Timeane hoc , qui negligenter in auctoribus legendis verſati funt . Quid ? non abeo longius.en tibi fi- milem dicendi modum ex lizio in contextu ſuperiore ſecundi phyſici , dicente , Phifica enim abstrahunt , cum minus abſtracta fint mathematicis . Si ergo aduerfarius ob vim compara- tionis colligi putat puras mathematicas effe phyficas , co quia impuræ dicunturijs eſſe magis phyſica ; fequitur.n.ex hoc , puras eſſe minus phyſicas , ac proinde phyſicas ; fimiliter ergo dicam phyſica 4 phyſica abſtrahere , qa ſi minus abſtrahút mathematicis , ergo abſtrahunt.at falsŭ eſt ex Arift . phyſica abftrahere a motu , ergo fequitur cóparationé hic nó cogere vt phyſica abſtracta pute- mus efle : quod fi hic comparatio non cogit , neque igitur in textu ſequenti coget , vt puras mathe maticas effe phyſicas exiftimemus . Quod auté hic non cogat , teſtatur Simplicius inquiens Ari- ſtotelem dixiffe phyſica eſſe minus abſtrata mathematicis non quia putet Ariftoteles phyſica effe abſtracta , cum ne cogitatione quidem a motu poſsint iuxta eius ſententiam abſtrahi , ſed δι ευλάβειαν φιλόσοφον . Quod autem fine motu & materia ne cogitari quidem poſsint naturalia , manifeſtat Ariftoteles exemplo ſimitatis , quæ fine materia & fubie & o intelligi non poteſt . Hęc Simplicius . Habeo & alia huiuſce loquendi rationis exempla , quæ cum alijs quamplurimis abu- fionibus , & άμαρτύμασι ſcriptorum tum Græcorum tum Latinorum a me obferuatis , breui , Deo annuente , in lucem proferam . Inquit deinde aduerfarius : Quod verò mathematica nuncupеп- tur , parum refert : appellantur enim mathematica tum ratione fubalternationis , quoniam mathematicis fub- alternantur , tum etiam quia fuam confiderationem in principia mathematica refoluunt , at per proprium con- fiderandi modum cum materia , motu , & ſenſu iunctum magis phyſica funt . Si mathematicæ mediæ , vel impuræ ſubalternarentur puris mathematicis ſecundum partem aliquam ſui , vt ſubalternari di cuntur phyfica quoad tractationem de iride ipſi perſpectiua , & chirurgia , quatenus agit de vul- nere orbiculari ipſi geometriæ , hæc aduerfarij reſponſio admitti poſſet : Verum cum impuræ mathematicæ ſecundum ſe totas puris mathematicis ſubalternentur , hæc refponfio explodenda ) \ eft vt fibi contradicens.ſubalternari.n.puris mathematicis ſecundum ſe totas ( hoc enim de ijs negari non poteſt : & hoc fignificat , verbum , ſubalternari , cum abſolute ſumitur vt ipſum ſu- mit aduerfarius ) & effe phyſicas , idem eſt dictu , ac eſſo vere mathematicas , & effe vere phyſicas , videlicet hermaphroditos . Poſtremo notat & aíaduertit in me aduerfarius , vt & hoc loco Criti- cus videatur effe , peccatum quoddam in ſyllogizando meum : His peractis , inquit , acre noſtri Cri- zici ingenium obiter retegere lubet.exponens ipfe vocem illam , φυσικώτερα , in 20. contex.fecundi pbys.quod Scilicet harmonica , & optica modo quodam , & fecundum quid phyſica funt , pronunciauit comparatiuum minus aliquid femper dicere , quam pofitiuum , illudque Gaze auctoritate confirmauit , inquiens certè id Gaza euenire apud Græcos aliquando obferuauit . Quæ obfecro , hac est confirmatio ? Caza apud Grecos aliquan- do obferuauit comparatiuum minus aliquid dicere , quàm poſitiuum , ergo femper comparatiuum minus ali- quid dicit , quam pofitiuum . O miſer Critice deſinas ineptire . Ego verò miſer . cú homine enim mihi res eft , quicum me Aſcenſium etiam interdum agere oportet . Cum dixi , certe id Gaza euenire ali- quando apud Græcos obferuauit , nolui per hæc verba propoſitionem illam vniuerſalem confir mare , Cominus aliquid ſemper dicere comparatiuum poſitiuo : ſed co verba illa dixiffe volui , ve conftaret in propoſito Ariftotelis loco τὸ φυσικότερα ſumi poſſe vt fignificans minus , quam τὸ φυσικά : & confequentiam hanc feci , comparatiuum ex auctoritate Gazz aliquando minus dicit poſitiuo , ergo potelt το φυσικώτερα minus dicere , quam τὸ φυσικά . hæc eſt mea conſe- quentia , non autem illa inepta , quam inepte mihi imponit aduerfarius , ſcilicet , Gaza obferuauic aliquando comparatiuŭ minus dicere poſitiuo , ergo ſemper cóparatiuú minus dicit poſitiuo.nó enim auctoritatem Gazæ produxi ad probandam illam vniuerfalem propoſitionem ( vt dixi ) ſed ad oftendendum hoc peculiare , nimirum τὸ φυσικώτερα poſſe minus dicere , quam τό φυσικά . quod quia probare tum mihi non vacabat per vniuerfalem propofitionem , quæ eft , compara- tiuum ſemper dicere minus poſitiuo , often dere ſatis habui per particularem Gazæ propoſitio- nem . Senfus ergo meorum verborum hic eft : το φυσικώτερα hic non auget , ſed potius im- minuit ſignificationem rei ; ac imminuunt interdum voces comparatiuz . immo ve- ro eas ſemper imminutam dicere qualitatem alij voluerunt . Sed vt cunque fit , certe eas aliquando imminuere Gaza obferuauit : quare & hic τὸ φυσικώ τερα minus quam τὸ φυσικά fignificare poteſt , hic eſt meorú ſen- ſus verború , qué qui Latinè ſciat , ex ijs facile eruet . Quicúque ergo ea dici inepte putat ; ineptus ipſe eſt . Ne igitur hæc aduerfarij admonitio videlicet , o miſer Critice de finas ineptire , ineptiſsima videatur , cú & ip- ſe Criticú agat , ca in ſe ipſum reflectat . Iure igitur duo , quæ diximus , aduerfarij errata in Criticis repre hendimus , eaque iure errata vocauimus . : Syllogifmum illum , quo per animal rationale oftenditur riſibilitatem effe apti- tudinem hominis ad ridendum , non eſſe Auerroi demonstra- tionem , immo neque Syllogifmum : Ixit aduerfarius libri ſui 4.difputationum logicarum , cap.2.demonſtrationé illă , in qua concluditur eſſentialis definitio paſsionis de paſsione per aliam eiuſdem pafsionis cauſſalem definitionem , non poſſe eſſe potiſsima , ſed tantum propter quid : vt gratia exempli : Propter aíal rõnale eſt aptitudo hominis ad ridendū , ſed rifibilitas eſt propter aíal rationale , ergo riſibilitas eſt aptitudo hominis ad ri- dendum . Idem libri quinti capite vltimo affirmare non eſt veritus hanc eſſe ex Auerrois ſenten tia com.47.ſecundi poſter.potiſsimam demonſtrationem , immo vero præcipuam inter potiſsi- mas . Quæ duo aduerfarij dicta poſterioris Critici cap.quinto in diſquiſitioné vocauimus , often dimuſque corum alterum inconftantiam aduerfarij patefacere , qui diſput.logicarum libro ſex- to , vbi agit de ſpeciebus demonftrationis , eas ſolas demonftrationum propter quid nomine ſic dignatus , quæ de ſubiecto concluderent inhærentiam propriæ affectionis : alterum vero non obſcure fignificare cum Auerroi tribuentem ea , quæ fi dixiflet Auerroes , ad agnatos deducen- dus fuiffet , Auerroem non intelligere.produxique Auerrois ex com.47.in ſecundum poſter , ver ba , quæ aduerfarius non intelligens imponit Auerroi quæ nunquam ille ſomniauit . Explicans Auerroes ſecundi pofteriorum contextum ipſi quadragefimum ſeptimű , cuius quidem contex- tus iuxta verſionem , qua vſus eſt ipſe Auerroes , in initio hæc verba leguntur : Ex diftis itaque euidens est , quomodo demonftratio de eo quodquid eft , inueniatur : & quomodo non est : Hæc verba in duas ſecat claufulas : quarum prior hæc eſt : Ex diftis itaque euidens est , quomodo demonſtratio de eo quodquid est , inueniatur : pofterior autem hæc : Et quomodo non eft : ac priorem quidem ſepa - ratim explicat , ac feparatim poſteriorem . Nulli autem eſt dubium Ariftotelem per hæc verba dicere velle ipfius definitionis dari modo quodam demonftrationem , quatenus elicitur defini- tio ex ea demonſtratione , in qua oftenditur paſsio de ſubiecto : non dari autem , quatenus mon- ſtrari definitio vlla , vel ſubſtantiæ , vel accidentis , hoc eſt , de ſuo definitio per demonſtrationem concludi , non poteſt . In prioris igitur claufulæ expoſitione non poteft Auerroes loqui , nifi de ijs demonftrationibus , ex quibus definitio elicitur , népe de veris demonſtrationibus , in quibus pafsio de fubiecto ſuo demonſtratur : in poſteriori aut no niſi de ijs , quæ concludunt definitioné de definito ; quæ quoniam concludi nó poteſt per demonftrationem , merito inquit Ariftoteles quod eius demonftratio non detur . Auerrois ex com.47.ſecundi poft . verba hæc funt . Dum di- xit Arift . Ex dictis itaque euidens est , quando ſit demonstratio de eo quodquid est , intendit , Euidens itaque eſt ex diftis quomodo ex demonstratione educatur definitio.quando enim definitio ex demonstratione educi- tur , aliquo modo inuenitur demonftratio de co quod quid eft , ideft de ipfa definitione , que autem demonſtra- tio fit illa , boc fit quando ipfum definitum fuerit maius extremum , & fumitur oratio explicans loco eius no- minis , & deduxit in medium maioris extremi cauffam , fiue illa cauſſa ſignificetur per orationem adeo quod eius fit aliqua definitio , fiue fuerit de illis , qua non ſignificantur per orationem . Difpofitio enim medij termi- ni , qui est cauſſa maioris extremi , non euadit quatuor modos : quorum vnus est , quòd vnaqueque fignifice- tur per in complexam diftionem , & hac demonftratio non eßet definitio proxima potentia . fi vero fit , hoc eft per remotam , ideft quod illa non ſit definitio poſitione differens , niſi poſt commutationem maioris extremi per orationem explicantem.fecundus autem modus eft , quod medius terminus fignificetur per orationem , & maius extremum per orationem , & de re huius demonftrationis non eft dubium quod fit perfefta definitio.me dius autem terminus insidit inter duas res , quibus commonstrauit maius extremum , videlicet inter accidens , quod eft genus definiti , & inter ipfius ſubiectum.Tertius autem eft , quod maius extremü fignificetur per ora tionem , & medius fignificetur per dictionem , & bac etiam eſt definitio in potentia , ficut definitio perfecta , que non est alia a prima , medius autem terminus cadit in illam , quando cadit a prima . Et quartus est quod maior terminus ſignificetur per diftionem incomplexam , & medium , quod eft cius tauſſa , ſignificat illud per orationem , & bec iterum eft definitio in potentia , nifi quia eſt remotior prima : indigemus enim in ea comon- Stratione ad A ftratione nominis , & rei , per demonſtratione propter quid , ficut eſt diſpoſitio demoſtrationis fimpliciter . & c . Horum Auerrois verborum hęc eſt ſententia : Patet ex dictis quomodo fit demonſtratio ipfius quid eſt eſt . n . eius demonſtratio , quatenus ex demonſtratione educitur ipsú quid eſt , ſeu defini tio accidentis . Hæc autem demonſtratio , ex qua definitio educitur accidentis , eſt ea , pro cu- ius maiori extremo ponitur ipſum accidens circumſcriptum per orationem explicantem , hoc eſt per definitionem fuam nominalem , vt fi dicamus , omne rationale eſt aptum ad riden- dum , eſt oratio explicans , & nominalis definitio riſibilis . pro medio auté termino ponitur aut vox incomplexa , vt ratioale , aut oratio explicans , ideſt definitio eius nominalis , vt ratio- nis capax . nihil emim refertan medium fit dictio complexa , an incomplexa . Maius autem extremum melius eft vt ſit di & io complexa . & fi enim quatuor maioris extremi cum medio diſpoſitiones dari poſsint , Vna , cum vterque terminus eſt di & io incomplexa , vt , omne rationale eſt riſibile ; Altera , cum vterque terminus eſt dictio complexa , vt omne ra- tionis capax eſt aptum ad ridendum ; Tertia , cum maius extremum eſt di & io complexa , & me dius terminus eſt di & io incomplexa , vt omne rationale eſt aptum ad ridendum ; Quarta , cum medium eſt ditio complexa , & maius extremum eſt incomplexa : tamen eſt melius vt maius extremum ſit dictio complexa , vt eſt ſecunda , & tertia diſpoſitio , quam vt fit incomplexa , vt eſt prima , & quarta . nam in prima , & quarta diſpoſitione ſi fiat demonftratio , erit qui- dem definitio potentia , ſed potentia quidem remota ; quòd fi fiat in ſecunda , & tertia di- ſpoſitione , erit definitio potentia quidem , non actu , fed tamen definitio potentia proxi- ma . Nam fi dicamus , omne rationale eſt aptum ad ridendum , Homo eſt rationalis, Ergo , & c . hæc demonftratio erit definit o propinquiore poteſtate , quam fi dicamus , omne rationa le eſt riſibile , & c . Na illud , Aptum ad ridendum facile comutabimus in aptitudo ad ridendi , quæ eſt definitio quidditatiua , & formalis rifibilitatis , cuius integra definitio ex demonſtratio- ne , eſt elicienda . De ea igitur demonſtratione loquitur Auerroes , in qua monſtratur paſsio de fubiecto ex qua tandem educitur definitio ipſius pafsionis , cuius diſpoſitionem medij , ac maioris extremi poſſe quattuor modis fieri oſtendi , non autem de ea , in qua monſtatur defini tio . De ca enim fi agit , agere debet in pofteriori claufula , quæ eft : Dum autem dixit lizio. Ει quomodo non fit demonftratio ipfius quod quid est , Intendit quòd demonftratio concludat ineſſe definitione definito per aliam definitionem , quæ fit mediu . Cuiusmodi quidem demonftratio non datur . Hanc vero ab aduerfario comemoratä demonſtrationem ſi dari vellet Auerroes , & Ariftoteli cam omnino neganti , & fibi ipſi faceret iniuriam.præterquam enim quod definitio nulla de definito , poreſt demonftrari , accedit co , fyllogifmum hunc , quo concluditur aptitudo hominis ad ri- dendum de riſibilitate tantum aboſſe vt demonftratio fit , vt ne fyllogifmus quidem topicus fit , imnio vero ne ſyllogifmus quidem fit , cum peccet in forma , proinde nihil concludat . Quis.n. fyllogifmus hic eſt , Propter animal rationale eſt aptitudo hominis ad ridendum : At riſibilitas eſt propter animal rationale , ergo rifſibilitas eſt aptitudo hominis ad ridendum ? fi enim hæc illatio huius fyllogifmi foret neceffaria , neceſſaria etiam foret hæc , Propter animal rationale eſt aptitudo hominis ad ridendum , At vero ſciendi facultas eſt propter animal rationale , ergo & ſciendi facultas eſt aptitudo hominis ad ridendum.os & audaciam hominis quæſo ſpectate , tribuentis Auerroi , quæ fi diceret Auerroes , eam præ ſe ferret inſcitiam logicæ , vt , ne ſyllogizá di quidem rationem tenere ſe ſe oſtenderet . Nunc audiamus aduerfarij refponfioné in ſua pro pugnatione : Ratiocinatio ( inquit ) in qua medius terminus , & maius extremum per orationem ſignifica- tur , ab Auerroc vocatur demonftratio . Nam in comm . 47. ſecundi poster.inquit Auerroes : Secundus autem modus eft , quòd medius terminus fignificetur per orationem ; & de re huius demonſtra tionis non eſt dubium , quod fit perfecta definitio, & c . Vbi per orationem intelligit Auerroes definitionem . Ecce Auerroem confiteri , ratiocinationem illam , in qua vna pafsionis definitio per aliam eiusde pafsionis definitionem oftenditur , effe demonstrationem : aliter non dixiffet , Et de re huius demonstrationis non est dubium , & c . Verum eſt Auerroem confiteri , Ratiocinationem illam , in qua , vna paſsio nis definitio per aliam eiuſdem pafsionis definitionem oftenditur , eſſe demonftrationem ; fed non iccirco , confitetur eſſe demonftrationem eam ratiocinationem , in qua paſsionis definitio de paſsione ipfa oftenditur.hoc autem ſecundum erat aduerfario probandum , non illud primú . namque illud primum , quod ſcilicet ea ratiocinatio , in qua vna paſsionis definitio per alia eiuf- dem paſsionis definitionem oftenditur , fit demonftratio , numquam eſt a nobis negatum , a no nobis bis tantummodo negatum eſt eam dici demonſtrationem , in qua definitio nominalis de ſuo de- finito demonſtretur . Velenim dicamus , omne rationis capax aptum eſt ad ridendum , homo eſt huiufmodi , ergo homo eſt aptus ad ridendum , vel dicamus , in quo eſt facultas ratiocinan- di , eſt aptitudo ad ridendum , in homine eſt ea facultas , ergo in homine eſt aptitudo , & c.fem per quidem oftendimus vnam definitionem per aliam , nempe definitionem riſibilitatis , aut rifi- bilis per definitionem rationalitatis , aut rationalis , non tamen per hæc oftendimus vmquam definitioné de definito , népe ipſius riſibilis aut riſibilitatis definitionem de riſibili , aut de rifi- bilitate . Nihil igitur ex verbis Auerrois modo relatis probat aduerfarius. Præterea cum ipſe libri 4.difput.log.cap.8.vt fupra diximus cap.quarto , ex ea propofitione , Rationalitas eft cauf ſa riſibilitatis ( quæ eſt eadem cum hac , videlicet , propter animal rationale eſt aptitudo ho- minis ad ridendum , nifi quod huius propoſitionis termini pluribus ſignificantur vocibus , cum termini illius duabus tantum ſignificentur ) deducat hanc conclufionem , ſcilicet , ergo in ho- mine eſt riſibilitas , cur igitur vult Auerroem ex eadem propofitione colligere conclufioné hanc videlicet , ergo riſibilitas eſt aptitudo hominis ad ridendum : non autem eam , qua ibi ipfe colli- git ? Pergit aduerfarius : Quod poftea demonſtratio illa inter potiſſimas pracipua fit , ex Auerroe colligi- tur.nam fi vult ipſe demonstrationem , que est potentia remota definitio , eſſe propterquid , & per Criticum potiffimam , tanto magis velle deberet eam inter potiſſimas præcipuam eſſe , in qua vna paßionis definitio per aliam eiusdem paßionis definitionem oftenditur , cùm per Auerroem ea fit perfecta definitio , eiuſque medium cauffa fit veriusque extremi , quod potißima demonftratio requirit . Vult ( vt dixi ) Auerroes eam effe po- tiſsimam demonftrationem , in qua vna paſsionis definitio per aliam eiuſdem paſsionis definitio nem oftenditur , vt cum demonſtratur definitio quidditatiua paſsionis de ſubieto per definitio- nem eiufdem pafsionis cauſſalem . Quis hoc tibi negat ? ego folum nego Auerroem velle eſſe de monftrationem eam , in qua paſsionis definitio de paſsione ipfa demonſtratur.cuius quidem me dium nullo modo poteſt dici caufla vtriufque extremi eo modo , quo demonftratio potiſsima re quirit , vt demus in præſentia eius mediŭ ex mente Auer.eſſe cauffam vtriuſque extremi . Na me dium eſt minoris quidem extremi cauſſa formalis , at vero maioris eſt cauſſa vel efficiens , vel fi- nalis , Huius autem demonftrationis , in qua demonftratur definitio paſsionis de pafsione , me- dium non effet vllo pacto formalis cauſſa minoris extremi . Præterea medium eſt cauſſa vt maius extremum infit minori , at vero vt definitio infit definito nulla cauſſa , nullum medium eſſe po- teſt . Quod aduerfarium noſtrum non vidiſſe mirandum non eſt , ſed mirandum eſt hoc idem nó vidiſſe , aut non cogitaſſe Tomitanum in folutione contrad . 59. vbi de hac eadem re , eadem fere , quæ nofter aduerfarius pronunciat . Cuius do & rinam eſſe eandé cum do & rina Tomitani fi di- cerem , fic exiſtimet , Reſponſum , non di & um eſſe , quia læſit prior . Quibus vero aduerfarij ver- bis hæc reſpondeant , ipſe intelligit . Sequitur : Nec proinde ſibi aduerfatur Auerroes in expoſitio ne illius vltima lizio particula , qua est , quomodo demonſtratio de co quodquid eft , non fit , inquiens : Dum autem dixit lizio & quomodo non ſit demonſtratio ipfius quodquid eft , intendit quòd demonſtratio cócludat ineſſe definitionem definito per aliam definitionem , quæ fit medius ter- minus : Quoniam ibi commentator non recedens a mente philoſophi manifeste negat , demonstrationem con- cludere definitionem de definito per aliam eiufdem definiti definitionem in co quod quid eft , atque vt definitio est , non propterea negat Auerroes definitionem vt quæfitum , & in confecutione vi ignotam , non pofje de de- finito demonſtrari . Fabula Definitio nominalis accidentis ( vt eſt aptitudo hominis ad ridendum ) no poteſt eſſe quæfitum , nam præfupponitur ſemper nobis eſſe cognita ante demonftrationem teſte Ariftotele , qui numerat in precognitionibus antecedentem cognitionem fignificationis no minis , hoc eſt definitionis nominalis ipfius paſsionis , ( quæ eſt eius genus ) vt aduerfarius ipſe fatetur libro quinto diſput.logicarum cap.vltimo , in quo Auerroem arguit inquiens : Praterca pluribus in locis afferit Auerrois demonftrationem dirigi ad illud , quod eſt ignotum , ſed nominalis affectionis definitio femper est nota , cũ de affectione ante demonftratione precognofcatur quid fignificet nomen , Ergo fe- cundum Auerroes principia huiufmodi demonstrationes mibi ſuſpecta visa funt : Vbi Auerroem non fibi conftare haud obicure ſignificat , inquiens afferri demonſtrationes ab Auerroe eius principijs repugnantes . Vide quid fecerit prauus intelle & us eorum Auerrois verborum , dicentis eam de- monftrationem , in qua vaa paſsionis definitio per aliam eiufdem paſsionis definitionem oſten- ditur , eſſe præcipuam inter potiſsimas . Quoniam enim putauit aduerfarius de co fyllogifmo id Auerroem intelligere , quo oftenditur definitio palsionis de paſsione , & po bene verba Auer- rois per rois perpendit , hinc factum , vt Auerroem & inconſtantem , & immemorem , & ( quod aduerfa- rius non animaduertit ) rudem methodi ſyllogiſticz effecerit . Audes ergo dicere Auerroem confiderare definitionem nominalem paſsionis vt quæfitum ignotum ? tam ſtolidus , tam ergo immemor ſuorú principiorů , immo vero principiorú Aristotelis abſte inducitur Auerroes , vt nó cognſcat , no meminerit definitioné nominalé accidentis non eſſe quæfitum , cú præcognoſci ſem per debeat , ac proinde demonſtrari non poffe ? non ne igitur maxima afficis Auerroem iniu- ria , quem velis in rebus logicæ trititiſsimis eſſe aut rudem , aut immemorem ? At pergit in- quiens : Immo in queſitis , pluribuſque in locis , & præcipue in com . fecundi post . id concedit Auerroes vt definitio prout est quæfitum ignotum , de definito poßit demonstrari.funt enim hec Auerr.verba com . 37 . fecundi pofter . Et propterea oſtenduntur eſſentialia per demonftrationem , cum fuerit inter ipſa , & inter demonftrationem , in qua inuenitur hæc eſſentia , medium , quod fit cauſſa eſſentiæ , & hæc eſſentia aut ignorabitur ineſſe rei , in qua inuenitur notificare monftrationem illius , quod fignificat nomen , & terminus medius exhibet exiſtétiam illius eſſentiæ , & cauffam ipfius fimul , quæ eſt definitio perfecta , aut erit eſſentia notæ exiſtentiz non per cauflam ipſius , & tradet de- monſtratio cauffam illius eſſentiz : & prima eſt intentio demonſtrationú abſolutarú , & fecúda intentio cauſſarú , qd hoc eſt in hoc , præter quá qd ipſa eſt ſpés cócludens eſſentialia per cauſſas fuas : Quid clarius ex Auer.haberi pot ex Critici igitur fentëtia Auer . quãdo hmõi verba potulit , no potuit no infanire . Neque verba Auerrois , neque contextu illü 37.intelligit aduerfarius , ſi quidé hæc ex animo dicit . Ariftoteles enim in contextu præcedente iam ipſam rei veritaté aperire pollicitus erat , inquiens : Iterum autem confiderandum quid horum dicitur bene , & quid non bene : ac patefacere quiſnam reuera fit prauus modus demonſtrandi ipſum quid eſt , in quem valida ſunt argumenta quz in parte diſputatiua fuerant in medium allata : quis etiá fit bonus , vtiliſque modus , in qué argumenta illa inualida ſunt . eo igitur cont . 37. prauum modum demonſtrandi ipſum quid eſt , patefacere conatur.in ſequenti enim cont . eum vt prauum reijcit , inquiens , hic igitur modus quòd non fit utique demonstratio , diftum eft prius , fed eſt logicus fyllogifmus ipfius quid est . Hunc igitur moduın inquit Arift.vt fyllogifmum quidem topicum admitti poſſe , vt demonſtratiuum autem non poffe , quia prauus & vitiofus eft.ipſo igitur cont . 37. Ariftoteles prauum modum hac ratio- ne declarat : Demonſtrare aliquis vult definitionem de definito , verbi gratia A , in eſſe C , vt eius quid eſt : Quod hoc vanum fit oftenditur conſiderando modum , quo id fieri poſsit . Certú eſt aliud eſſe oftendere abſolute A.ineſſe C. & aliud eſſe oſtendere ineſſe vt eius quid . quod etia latius declaratur.na aliud eſt probare hoc illi ineſſe , aliud eſt probare ineſſe vt propriű , ideft , re- ciprocabile . fi igitur oftendere velim fimpliciter A. ineſſe C. hoc colligam ſumendo in propoſi- tione minore B. ineſſe C. fimpliciter . at ſi velim oftendere A.ineſſe C.vt proprium , neceſſe eſt ve in præmiſsis quoque exprimam proprium , & dicam B.ineſt C. vt proprium & A.ineſt B.vt pro- prium.fic enim colligam A.ineſſe C.vt proprium . At fi in præmiſsis ſumam ſolum ineſſe abſolu- te , colligam quidem A.ineſſe C. At non potero colligere quòd infit vt proprium , ſicuti colligere volebam . fic igitur dicendum eſt de quid eſt . fi enim velim colligere concluſionem talem , ergo A.ineſt C. vt quid , neceſſe oſt vt etiam in minore ſumam B ineffe . C.vt quid.nam ſi ſecus faciam , colligam folum A inefle C , fed non colligam ( quod volebam ) ineſſe vt quid . Non eſt ergo poſsi- bile oftendere hoc ineſſe in illo vt eius definitionem , niſi ſumendo medium ineſſe eidem ſubie- & o , vt definitionem : hic autem modus eſt vitiofus , vt antea oſtenſum fuit , quia petit principiú . nam quærens definitionem ipſius.C.accipio eam in propoſitione minore , ſi quidé apud demon- ſtratiuum vna tantum eſt vnius rei eſſentia ac definitio . Cum ergo non poſsit aliter oftendi de- finitio vt definitio de definito , & hic modus prauus fit , non poteſt vllo modo demonſtrari quid eſt , vt demonſtretur definitio de definito . Hoc docet lizio co cont . 37. aliud pręterea nihil . In ea igitur parte Auerroes nulla alia in re laborat quam in exponenda Ariftotelis ſententia.om nia igitur Auerrois verba pertinent ad declarandam prauam ac vitiofam illam demonſtratio- nem , in qua petitur principium . ob id ea declarans Ariftotelis verba , quz ſunt : ipforum namque quid eft , neceffe est , medium eſſe quid eft & c . inquit : ſenſus eft : Et hoc , quoniam de conclufionibus , qua ſune eßentia , & definitiones , existimatur vt concludantur per fe : fequitur itaque vt fit terminus medius eßentia confimiliter etiam iftius rei , quæ exiſtimatur eſſe conclufio eſſentie : & fequitur petitio , quéadmodú prædixi- mus . Ecce Auerroem dicere ſequi petitionem principij cum demonſtratur definitio de defini- to.quare cum dicat paullo poſt Auerroes : & propterea ostenduntur eſſentialia per demonstrationem , cum fuerit inter ipfa , & inter demonſtrationem , in qua inuenitur bec effentia , medium quod fit cauffa effen- tie : & cetera , quæ ex Auerroe recitat aduerfarius , minime dubitandum eſt de praua eum loqui demonftratione , hoc eſt de ea , quam Ariftoteles negat eſſe demonſtrationem , & concedit effe tantum modo fyllogifmum logicum , hoc eft topicum . & qui verba hæc ſecus intelligit , is ea non intelligit , ac fi ea vt aduerfarius noſter intelligit , Auerroem infanum facit .  Aduerfarium , dum oftendere nititur virum clarissimumfalſo Auerroem inter- pretari , ipsum & Auerroem & Viri clarissimi ſcripta falſo interpretar i NOVIT aduerfarius a me reprehenfus quod Auerrois loca male interpretetur : Auerroi vir Clarifsimus vere iniuriam facit , tribuens ei , vt per partem differentiæ intel- ligat differentiam remotam , velitq ; in tertio modo per fe dari propoſitiones in vfu in ſcien lijs , cum tamen oppofitum Auerroes dicat : nam quod attinet ad primum in com . 30. pri- mi post . bac leguntur : Cum vero dicimus quod prædicatum eſt per ſe , eſt vt præ- dicatum fit in definitione fubie & i , aut ſecundum quod eſt definitio perfe & a , aut pars definitio- nis , quemadmodú acceptio lineæ in definitione trianguli , nam trianguli definitio eſt , qui com prehenditur a tribus lineis , Igitur linea in definitione trianguli procedit per modum partis ſe gregantis , ideft , differentiæ , & quem admodum pun & us , qui accipitur in definitione linez , Et hoc , quoniam linea definitur , cuius extrema ſunt pun & um , aut punta , igitur punctum reſpe Au lineæ ſe habet per modum partis ſegregantis , quoniam differentia ipfius perficitur ex nu- mero , & puncto , hoc eft , quia funt duo punta : Quorum verborum fenfus est hic : videlicet , in ali- cuius rei definitione fumi poſſe integram differentiam pluribus diftionibus expreſſam , vt in trianguli defini- tione tres lineas , & in definitione linea duo puncta . Nam triangulus eft figura plana tribus lineis comprehe fa , nec non linea eſt longitudo fine latitudine , cuius extrema funt duo puncta : linea , & punctum in defini- tione trianguli , ac linea procedunt per modum partis completa differentia , & funt in primo modo dicendi per ſe , ficut integra , & tota differentia per partes igitur differentia non intelligit Auerroes differentias vemotas , ideft , fuperiores in eodem pradicamento differentias , quas fupponit proxima differentia , ficuti per partes generis intelligit genera remota , vfque ad generalissimum , fed intelligit verè parte , ex quibus integra differentia conſtituitur , eafque non fecus ac completas differentias vult eſſe in primo modo dicendi : Videamus ergo vter eorú iniuriam faciat Auerroi . Vir clarifsimus libro Priore de propoſitioni- bus neceffarijs capite 8. colligit ex Auerroe quinque eſſe genera prædicationum per ſe ad pri- mum modum pertinentium , aut enim definitio integra prædicatur , aut genus , aut differentia , & hæc ambo vel proxima , vel remota ; vt hæ omnes propofitiones fint pſe primo modo , homo eſt animal rationale , homo eft animal , homo eſt rationalis : homo eſt corpus , homo eft anima- tus & addit : Dicens enim Auerroes partem generis , & partem differentiæ , genus remotum , & differen tiam remotam intellexit : fimpliciter autem genus , & differentiam dicens , proximum genus , ac proximam differentiam . genus enim remotum pars est eſſentialis proximi generis , vt corpus animalis , cum in anima- lis deamtione fumatur . differentia verò remota non ita dicitur pars differentia proxima , fed alia ratione , quandoquidem omnis differentia tam proxima , quàm remota ſimplex forma eſt , quæ partibus caret : fed quo niam per differentiam proximam res differt ab omnibus alijs rebus , per remotam vero non ab omnibus , fed ab aliquibus , ideo differentia dicitur pars differentia proxima vero dicitur fimpliciter differentia , & alias omnes complectitur , vel faltem fupponit , quia fine illis nullo pacto effe , aut exogitari potest . Per hæc vir clarifsimus interpretatus eſt quidem verba Auerrois ex eo cont . 30. primi poſter , non tamen ea verba , quę ex Auerroe citat ad verſarius , quæ funt de definitione lineæ , & trianguli , fed ea , quæ in calce funt illius commentarij . Cum enim initio illius commentarij dixiffet Auerroes : Per fe autem dicitur de cunctis prædicatis ſumptis in definitionibus fubiectorum : In calce diftinguens ge nera huiufmodi prædicatorum per ſe , inquit : Et prædicatum huiufmodi vel est definitio completa , vel pars definitionis ; & hac vel eft differentia , vel genus , vel pars differentia , vel generis : Quibus verbis vni nerfalem & perfe & am facit diuifionem prædicatorum , quæ locum habere poffunt in propofi- tionibus primi modi dicendi per ſe , quæ quinque funt , non pauciora , in ijs ergo annumerari debet 1 debet neceſſario differentia remota , cum ea non minus prædicetur in primo modo dicendi per ſo , quam genus remotum ; eam ergo ( ſi quidem hæc Auerrois enumeratio perfe & a exiſtimari debet ) per partem differentiæ fignificauit Auerroes . Cuın igitur hæc dixit Auerroes , neque lineam refpexit , neque triangulum , ſed numerum ipſum ſpe & auit prædicatorum , quæ in cu- iuslibet rei definitione includuntur . Ac vera quidem ſignificatio partis differentię non eft colli- genda ex allatis exemplis lineæ , & trianguli , non tam.n.explicate , ac exacte ratio differentiæ ap paret in prædicatis eſſentialibus trianguli , & lineæ , ac rerum aliarum huius generis . quia cum huiufmodi rerum differentiæ proximæ deſcribantur per plures di & iones , illę di & iones ſumi ſo- lent potius vt partes explicatiuæ folius differentiæ proximæ , quam vt plures differentiæ remota a proxima differentia præſuppoſitæ , ideoq ; Auerroes nó inquit eas plures dictiones eſſe partes differentiæ , hoc eſt , differentias remotas ; ſed inquit : Se habere per modum partis differentia : quaſi dicat : hæ per analogiam quanda dici poſſunt differétiæ remotæ , quatenus linea per puncta qui- dem differt a rebus , quibus non infunt pun & a , at vero per determinationé punctorú in duo tan cú , & c.differt ab ijs etiam rebus , quibus inſunt puncta , vt & homo per ſenſibile differt a rebus , quibus nó ineſt ſenſus , at per rationale differt ab ijs etia , quibus ineſt ſenſus . idéquo de triāgulo dicédú . Tantú igitur abeft vt Auerroes per parté differentiæ ſolum intelligat in eo comentario plures di & iones , ex quibus habetur differentia proxima lineæ , ac trianguli , vt potius in his ratio partis differentiæ minus , in alijs vero rebus magis proprie ſumi ab Auerroe intelligatur . Sed ad uerſarius ea modo cernens , quæ ante pedes ſunt , nihil præter illa profpiciens , ſecure pronun- ciat , Auerroi fieri iniuriam . Fit certe Auerroi iniuria , ſed a te fit , qui ante quam eius commen- tarios a capite perlegas ad calcem , eos interpretari vis , & alios reprehendere , qui eos integros ſummo adhibito ſtudio perluſtrarunt . Reprehendit quoque virum clarifsimum aduerfarius , quod velit ex Auerroe in tertio modo dicendi per ſe dari propoſitiones in vſu in ſcientijs , cum tamen oppofitum Auerroes dicat in comm . 33. primi poſt . inquiens : Postea quam intentio fua fuerat enarrare duos modos cius , quod dicitur perfe , & iam mentionem fecit ex hoc de duabus ſpeciebus , que appropriantur propoſitionibus demonſtratiuis : mentionem facit ex hoc confimiliter etiam de ſpecie ter tia , non quod fit res vtilis ad propoſitiones demonſtratiuas , fed eo modo quo oportet docentem diftinguere no men equiuocum in omnia ſua ſignificata , & dirigere ad intentionem , quam intendit : Inquit ergo aduer- farius . Si tertia ſpecies per ſe ( admifſſo nunc in tertio modo propofitiones fieri poſſe ) non est res vtilis ad pro pofitiones demonstratiuas , & ca , quæ funt in huiufmodi modo per ſe ſubſtantiæ indiuidue vocantur , quæ neque in fubiecto funt , neque de fubiecto dicuntur , & per confequens in ſcientijs nullo pacto vfurpantur , quomodo audet dicere vir clarissimus in tertio modo dicēdi per ſe eſſe ex mente commentatoris propoſitiones in vfu in ſcientijs ? Iam oftendimus aduerfarium falſo eſſe Auerroé interpretatum , ideoq ; Auer- roi feciſſe iniuriam , nunc eundem eandem eidem , & viro clarifsimo iniuriam facere breuiter oftendamus . Hunc tertium per ſe dicendi modum eſſe quidem inutilem in demonſtrationibus dixit Auerroes , at non dixit inutilem eſſe in ſcientijs , idem prorfus a viro clariſsimo di & ú eſt.is enim eu non ufurpari in demonftrationibus rotundo ore protulit libro primo de propoſitioni- bus neceffarijs cap.7.his verbis : Hac de tertio modo fatis fint . is enim modus omnino ad demonstran- dum inutilis eft . Quare igitur ( inquiet aduerfarius ) eum modum vir clar . in vſu eſſe aſſerit in ſcien cijs , ſi is vtilis minime eſt ad demonſtrationes ? Quia cum multæ fint propofitiones , quæ licet a demonſtrationibus excludantur , in ſcientijs tamen admittuntur , earum multæ funt in tertio dicendi modo , qui ſæpe locum in ſcientijs obtinet . proinde erronea eſt conſequentia illa , ſcili- cet , tertius modus eſt inutilis , & non vfurpatur in demonſtrationibus , ergo modus is omnino a ſcientijs eſt excludendus.fecundi.n.adiacentis propoſitiones no ſolú fingulares , fed & vniuer - fales omnes ad hunc pertinent modum , vt eſſe Deum , eſſe intelligentias , eſſe naturam , & cetera , quz ſi locum in ſcientijs habent , & is modus in ſcientijs vfurpabitur . Quare non poteſt Auer- roes negare propoſitiones tertij per ſe dicendi modi eſſe in ſcientijs in vſu , fi id enim negaret de medio tolleret quæſitú ſimplex an fit ( quæ eſt propoſitio de ſecúdo adiacente ) qd in ſcientijs eft vfitatum , & a lizio inter quattuor illa quæfita connumeratum , quæ initio ſecundi po- ſteriorum recenfentur , immo verò primú eorú conſtitutu . Proinde philoſophi cú de aliqua re di ſputant , ea folent vti methodo , vt eius tractationé in quattuor partes pro numero quęſitorú tú fimpliciú , tú cópoſitorú diſtribuat , primü quęrentes an ea res , qua de agitur , fit , poſtea , quid fit , certio qualis fit , vltimo propter quid fit . Quorú ordiné ſequutus aduerfarius in principio diſpu- tationum logicarum inquit . Quoniam de omni , quod ſciri potest , vt teftatum reliquit philoſopus in principio fecundi poſter.quattuor queri poſſunt , an fit , quid fit , quale fit , propter quid fit , Quibus diligen- ter confideratis non poteſtid exquisite non cognofci : ideo cumlogica artificiofa , de qua in preſentia loqui- mur , fine vlla controuerfia ſciri poſſit , in eius tractatione a philofophi fententia non recedentes , quattuor illa quæfita , in quibus omnia fere prolegomena latent , examinanda proponimus . Non eſt ergo inutilis in ſcientijs tertius per ſe dicendi modus ipſomet aduerfario iudice . At inquit quæ funt in hoc tertio modo dicendi per ſe , indiuiduæ ſubſtantiæ vocantur , indiuidua autem quæcunque fint a ſcientijs reſpuuntur . At ego dico in hoc tertio modo dicendi per ſe ſubſtantias omnes compre- hendi poffe , quia ſubſtantiæ omnes per ſe dicuntur effe , & quatenus in hoc modo fiunt propo- fitiones vniuerfales de ſecundo adiacente , eatenus habere modum hunc in ſcientijs locum , nifi a ſcientijs quæfitum An fit excludere velimus , & nefas eſſe dicere in ijs aſſeri rerum exiftentias . Proinde aduerfarius temere pronunciat tertij modi propoſitiones nulli eſſe vſui in ſcientijs & Auer roi , & viro clarifsimo iniuriam facit , illi quidem , dum attribuit ei quæ non dixit , huic au- tem , dum quę dixit veriſsime , & Auerrois do & rinæ minime repugnantia , contra mentem Auer rois ca dici pronunciat . Aduerfarium dicentem in potißima demonſtratione medium effe debere nobis notius bene- ficio fenfus , cogi medium potißima ſemper facere accidens : vel potif- fimam fimul ponere , & non ponere . IBRI ſexti difputationum logicarum capite ſeptimo , vbi enumerat ſpecies de monftrationis , inquit aduerfarius : Si demum fuerit notum effe caufſſe natura , & nobis , non mediate , ideft , no mediante demonstratione , Quia , fed immediate , hoc eft , beneficio fenfus : effe vero effectus fuerit ignotum , tunc exoritur demonftratio , quæ potißima nuncupatur . capite poſtea 7. libri ſeptimi tuetur mediū potiſsimæ demonftrationis eſſe quid- ditatiuam definitionem , & formam fubie & i.quod & tertio capite tertij clarifsime pronunciat , inquiens , potifsimæ demonſtrationis medium effe cauffam formalem ſubie & i , & efficiente paf- ſionis demonftranda , nimirum efficientem per emanationem . Quæ quidem duo dicta , nempe demonſtrationis potiſsimæ medium eſſe forma , & idem eſſe notius nobis beneficio ſenſus , eiuſ- modi eſſe dixi ego in Criticis , vt vnum alterum euertat : proinde hanc eſſe contradi & ionem ma- nifeſtiſsimam.idem enim eſt diau medium in potiſsima demonſtratione eſſe nobis , & natura notius , & eſſe formam fubie & i , ac dicere medium in potifsima eſſe natura , & nobis notius , & idé eſſe natura notius , nobis verò ignotius , vel , medium in potiſsima eſſe formam fubie & i , & idem non effe formam fubie & i . Si enim medium eſt nobis ſenſu notum , & non per demonſtrationem Quia ab effe & u notiore , non eſt forma.quoniam formæ non poflunt ſenſu cognofci , fed per di- ſcurſum innotefcunt , proinde per medium , quod eſt aliquod accidens cadens ſub ſenſum , a quo tanquam a notiore progredientes tandem in cognitionem formæ deuenimus , fi igitur medium potifsimæ cognitum nobis effe debuerit ſenſus beneficio , nullius ope demonftrationis , profecto nunquam in potifsima munere medij fungi poterit forma ipſa , ſed ſemper medium potiſsima erit accidens : fin autem inedium neceſſario eſſe debuerit forma fubie & i , falſum erit , medium potiſsimæ effe debere & natura , & nobis notius immediate , hoc eſt nulla præcedente demon ſtratione ab effe & u notiore , cum ipſa forma non poſsit a nobis immediate cognofci . Hæc ego ſecundo Critico cap.fexto . Ad hæc aduerfarius in ſua propugnatione : Mediate , & immediate con tradistinguuntur.quare ſi principia demonftrationum quando mediate cognoscuntur , a nobis dicuntur cogno ſci per demonftrationem a posteriori , ſequitur vt quando immediate cognofcuntur , a nobis cognofci dicantur fine huiufmodi demonſtratione : fed , vt commentator ait , aliqua manerie diſcipline idcirco diximus ea cogno- ſci beneficio fenfus , quoniam induftione cognoscuntur , que ex fingularibus fenfu notis monstrat vniuerfale ignotum.Cum itaque interna ſpecierum principia cognoſci poſſint & demonstratione a posteriori , & bene- ficio fenfus , non quod fenfus vifus ea intuitu ſuo percipiat : fenfus enim ( vt inquit philofophus ) non fe ex- sendią 1 tendit vfque ad ſubstantiam , ſed ope inductionis , quæ ſenſus auxilio ( vt diximus ) cognofcere facit.fi cognita fuerint demonstratione a posteriori , ex illis oritur demonſtratio propter quid tantum , ſi vero beneficio fen- ſus eo modo , quo dictu eſt , nempe inductionis ope , ex eis fit demonftratio potissima . Videat nunc Criticus qua zi momenti fint tot eius nuga , quibus præcedens caput repleuit . Hæc aduerfarius , qui quidem ignora- re ſe quænam fit natura , vis , atque efficacia indu & ionis , non obſcure indicat . Inductio fanè au- xilio ſenſus cognofcendum exhibet nobis non quidem aliquid re diuerfum a ſenſibilibus ; fed id , quod a ſenſu cognofcebatur in fingularibus , offertur per indu & ionem intelle & ui cognofcen dum in vniuerfali : at vero vniuerſale a fingularibus eiuſdem generis re ipſa non differt , ſed ra- tione tantum , quatenus id ipfum , quod in fingulis indiuiduis confpicitur , ab intellectu confide- ratur in vniuerfali . Non probat ergo inductio aliquid per aliud re diuerfum.itaque dici poteſt inductio probare rem per ſe ipſam.exemplo rem illuftremus : Ad colligendum per inductioné hanc vniuerfalem , omnis homo currit , ſumimus particulares homines.u.g.Socratem , Platonem & c.dicentes , Plato currit , Socrates currit , & fic de fingulis ; At vero & Plato , & Socrates , & fin- guli alij funt homines , Omnis igitur homo currit : quis non videt fubie & ú concluſionis huius ef- ſe idem ac medium , quo deducitur hæc conclufio ? Socrates enim , & Plato , ac finguli homines af fumpti in præmiſsis ſunt homines nihilominus ac homo in conclufione poſitus . id em ergo pro batur per idem in inductione : fed & modo quodam idipſum dici poteſt probari per diuerfa , quatenus differt fingulare ab vniuerfali eiuſdem generis , non quidem re , ſed ( vt dixi ) ratione.fin gulare enim eſt notius , & mouet ſenſum , vniuerfale no item.eſt itaque in indu & ioneproceſſus ab eodem ad idem , ſed non fub eadem ratione ſumptum , ſed ab eodem vt a noto ad idem vt ad ignotum . Qua propter dici ſolet ab inductione non haberi aliud , quam vniuerfalitatem propo fitionis.cú enim in ipla concluſione inductionis , quatenus eſt propoſitio , duo conſiderentur , materia , quæ funt eius termini , nimirum fubiectum , & prædicatú , & id quod forma dici poteſt , videlicet eius vniuerfalitas , inductio non facit cognitionem quoad materiam , fed tantum quo- ad formam , non enim cognofcimus ex indu & ione , formaliter vt indu & io eſt verbi gratia , homi nem currere , id enim nemo ignorat , fed tantum diſcimus homini vniuerfaliter curſum compe- tere . Si ergo indu & io ex ſenſu notis monſtrat vniuerfale , cum vniuerſale illud ( vt diximus ) fit eiuſdem generis cum fingularibus illis ſenſu notis , per quæ monftratum eft , ergo & ipſum erit de genere ſenſibilium , ergo non poterit eſſe forma ſubſtantialis , cum ipſa non pateat ſenſui . Va na igitur eſt inductio ad notificationem fome ſubſtantialis . Quod ſi per indu & ionem cognofci poffet forma ſubſtantialis , u.g.forma hominis , hoc eſt rationalitas , certe per ea cognofceremus formaliter , prout inductio eſt , vniuerfalitatem concluſionis , quatenus ſcilicet rationalitas om ni ineft homini , non autem materialiter quatenus homini ineſt , proinde hæc cognitio vniuerfa- lis petenda & inferenda foret ex præmiſsis , in quibus idem cognoſcimus in fingularibus : quare antequam inductio fieret , præcognofcendum esset nobis hunc, & illum indiuiduum hominem effe rationalem. tum autem quæro per quid cognofceremus hunc, aut illum hominem effe rationis compotem ? non per senſum formæ enim substantiales cum sint substantiæ, non possunt esse obiecta sensuum, ergo per intellectum, si per intellectum, quomodo? non cognitione intuitiva, cum non fimus intelligentiæ, ergo per discursum ab aliquo notiore, hoc autem notius, erit aliquis effectus [SIGNVM – H. P. Grice] notus sensibus, a quo progredientes vt a nobis notiore, forma hominis investigabimus, hic autem progressus est demonftratio quia. Medium igitur potissimæ ſi eſt forma fub tantialis , quocunque modo cognofcatur , ſemper per demoſtrationem Quia , cognofcitur , ergo immediate cognofci non poteſt , Melius ergo illi , qui dicunt , non conſtitui effentiale difcrimen potiſsimæ demonftrationis ab Auerroe penes modum cognoſcendi medium ipſius , fed penes alias differentias ( quamquam & ipfi in alio peccant ) Hoc enim pacto concedunt in demoſtra- tionibus habere poſſe locum medij formas ſubſtantiales , quas excludere ſtultum forer , Aduer ſarius autem ne formas quidem accidentales eſſe poſſe in demonftratione potiſsima mediū tue ri poterit , cum alibi id neget , alterum enim accidés eſſe poſſe negat cauffam eſſendi alterius aç cidentis ; in demonftratione vero potiſsima medium eſſe inquit cauſſam & inferendi , & eſſendi fimul . Videat modo vter noſtrum nugas garriat .  Poſſe in caussis & cauſſatis ſenſibilibus prius sentiri effectum , quam caussam , & contra . IBRI ſexti logicarū diſputationum inquit aduerfarius , falfum effe in can fis , & cauffatis fenfibilibus vt aliquis prius fentiat cauffam , quam effectum , & hanc co- gnoſcat fine cauſſa cognitione , quomodo enim poteft quispiam , exempli gratia , fentire folis eclipsim & non fentire lunam , quæ illius eclipsis cauſſa eſt , interponi inter folem , & nos ? fimul abſque vllo dubio vtrunque sentit , & cognoscit . hinc optime philoſophus in fecundo post.cont . 1. fecus finem dixit : fi verò eſſemus fuper lunam , non vtique quereremus neque ſi ſit videlicet eclipsis lune , neque propter quid fit , ſed ſimul manifestum eſſet vtrunque , quia tunc vtrunque eſſet ſenſile Hanc ego refponfionem ſecundo Critico cap . 7. reprehendi inquiens ex hac aduerfarij ſenten- tia conijcere licere aduerfarium viſu eſſe præditum longe alio , ac nos ceteri homines ſumus , cú in eclipſi ſolis cernere videatur non ſolum eius lumen nobis deficiens , verum etiam tempore co dem lunam ipſam huius cauffam eclipſeos , fi quidem ex animo loquitur , dum fibi videri ait fie ri non poffe , vt qui eclipſim ſolis videt , luna non videat . Ego.n. ingenue ( dixi ) fateor me pau- cis ab hinc annis ſcire cauſſam ſolaris eclipſeos , nempe interpofitionem luna . & cum anno fa- lutis MDLXVII . ( me puero ) contigiſſer ſolis defe & us ſub meridiem , eo tempore cauffam eius eclipſeos mihi fuiſſe ignotam , & notum effe & um . Quin memini domeſticas mulieres , qui buſcum id ætatis verſabar , valde cómoueri , ac diaitare trepidantes mundi intericum adeffe . eum enim portendi ſolis lumine hebeſcente . Hæc & alia huiufmodi ferebantur inter mulieres , quæ ſi roi huiuſce cauſſam vidiffent , nihil certe timuiſſent.fic contra exiſtimo poſſe aliquem vi- dere cauſſam ſolaris eclipſeos , antequam videat eclipſim . fi quis enim ſtatueretur inter ſolem , & lunam , eo tépore , quo luna interponitur inter folem , & terram , lunam quidem eſſe ſub ſole vi deret , effectum tamen illum , nempe eclipſim , non neceſſario videret , illi viderent , qui in ea ter- rarū regione verſarentur , cui tum ſol ipſe lucem fuam ægram oftenderet . Di & um vero Ariftote lis quid aduerfario profit non video.non enim ait philoſophus , ſi eſſemus fupra lunam , neceffa- rio euenturum vt cerneremus & eclipfim lunæ , & eius eauſſam fimul , ſed id euenturum ne- ceffario , fi oculos ad terræ orbem defle & eremus : ſi enim terram non inſpiceremus , ſed lunam tantum , interpoſitionem eius non videremus , lunaris tamé luminis defe & um neceflario videre mus , quia lunam abſque lumine confpiceremus . Itaque hæc aduerfarij ſententia ſupponit alia in co eſſe virtutem viſiuam a noſtra connaturali . Refpondens ad hæc in propugnatione inquit aduerfarius : Ratione , & exanimo loqui coattus fui , dum fieri non poſſe dixi vt qui folis eclipsim videt , lu- nam inter folem , & nos interpofitam non videat ; loquendo de eclipsi , quæ fit vel in magna folaris corporis parte , vel in eius toto corpore , faltem ex parte noftri , & in aliqua terreni orbis parte , non autem de ea qua fit in aliqua parua eiuſdem ſolaris corporis parte , quoniam tunc euenire potest , vt ex accidenti propter ma- gnam folis luminis copiam , luna interpoſita inter folem , & nos non cernatur . Ne tum quidem videri Junam , cu fit eclipſis in toto ſolari corpore ſaltem ex parte noſtri , ratio ipſa perfuadere aduer- ſario debuit . lunæ enim corpus huiufmodi quidem eſt , vt luce , non ſua luceat , verum aliena , hoc eſt ſolis ipfius : hinc fit vt in coniunctione lunæ , ac ſolis , quæ fingulis fit menfibus , quia tum lunæ globus ſuperne tantú illuminatur , ex inferiori parte lumine deſtitutus a nobis minime vi- deatur . idem prorfus ipfi contingere dicendum eſt , cum inter nos , & folem interponitur : ca enim interpofitio coniun & io lunæ cum ſole eſt , tum autem inferne luna videri non poteſt , cum co tempore a ſolis radijs inferior lunę pars , ca nimirum , quæ terram ſpectat , omnino deſtituatur , quonam igitur modo in eclipſi tolis lana videri poteft ? non enim videtur a nobis luna ni- ſi cũ nobis lucet ; at vero in eclipſi ſolis lucere nobis luna non poteſt ; Videri quidé poteſt ſub fole tenebroſum quid , quod fit lunæ corpus , coceda id . at tenebræ tantú abeft vt monſtrét , & ſenſibile faciant aliquid , vt contra id ſenſibus eripiant . fed & fi luna videri poſsit ( quod no niſi ar tificio aliquo adhibito fieri poſſe credo ) ſat mihi eſt ea poſſe etiá nó videri ( quod imprudenter ad uerfarius mox cócedet ) dū eclipſim videc ſolis.immo no videri ipsa ab ijs etiã q acutiſsime cer nunt , niſi arte adhibita , nemo debet ambigere . Non ne . n . ſolaris , ac lunaris eclipſeon cauſſæ per multas states ignoratæ veteribus fuerunt ? quare vt portenta quædam exiſtimate magnum ho minibus minibus terrorem iniecerunt ? Thales ille Mileſius vnus ex pleiade ſapientum qui cauffas eclip- fium inuenerit , aut primus , aut in primis fuiſſe perhibetur , & tamen ante Thaletem non deerat , qui acutiſsime cernerent : ij tamen eas cauffas non ſunt oculis affequuti.noſter autem aduerfa- rius non alio ( vt fatetur ) viſu præditus , ac ceteri homines , ca videt , quæ ceteri non viderunt : ( Vti nam vero ea videret , quæ ceteri vident : non male cum eo ageretur ) fic enim ille : Quod pertinet ad Criticum , ciufque domesticas mulieres , quibus ( vt refert ) contigit folis defectum vidiffe , eius autem defe- Etus cauffam ignoraffe , dicimus id eis cueniffe , quoniam non confiderarunt , ficuti euenire folet ſpeculantibus vniuerfale , vt particularia ignorent , quia non aduertunt : veru ſi oculis fuis vitreos orbiculos admouiſſent , facile eam cernere potuiffent , & melius fortaffe , quam ego qui non longe alio visu praditus , ac ceteri homi- nes , eam fine confpicilijs vidi . Salue verò mi Endymio , cui ſoli ſe ſe luna , cum latet alios , offert con- fpiciendam . Nunc audiamus cetera : fi id verum fit ( inquit ) vt confpici poffit folis eclipsis , luna au- tem inter folem & nos interpofita nequaquam , falfum diceret vir tuus clarißimus de ſpeciebus de- monftrationis , vbi ait : Si quis nullam habens ſolaris eclipſis cognitionem , videat lunam interpo fitam inter ſolem , & nos , ſtatim per cauffam cognofcet eclipſim fieri : ſi ex eius fententia non potest videri luna interpofita inter folem , & nos quin Statim videatur folaris eclipsis , ergo fimul videntur luna in ter folem , & nos interpofita , ac folaris eclipsis , contra opinionem tuam : ex ijfdem viri clariffimi verbis con- jcitur falfum effe vt prius folis eclipsis cauſſa , que est luna interpofita inter folem , & nos sentiri poffit , qua folis eclips , cum affirmet interpofita luna inter folem , & nos statim cognosci ſolarem eclipsim . Non in- quit vir clarifsimus videri non poffe lunam interpofitam inter ſolem & nos quin ſtatim videa- tur eclipſis , fed inquit cam co modo videri non poffe quin ſtatim cognoſcatur eclipſis.aliud eſt autem videri , aliud cognofci . fi quis enim ſtatuatur in orbe lunæ , in ſuperiori nimirum eius re- gione , qua ſolem refpicit , & videat eam in ecliptica cum ſole coniungi , certe eam videbit inter folem , & fublunaria corpora interponi , eclipſim tamen non videbit , ſed cognofcet , hoc eft intel liget fieri : ex quo demonftrationem condere poterit largientem vtrunque eſſe , ſcilicet effectus & cauffa , fi quidem per coniunctionem lunæ , vt per cauffam notam oftendere poterit effe Aum ignotum , nempe eclipſim ſolis : quæ eſt Auerroiftis demonftratio potifsima : quòd fi priuſqua eclipfis folaris cauffam infpexerit , ( cum nimirum eſſet in terris ) ei videre contigerit eclipſim, tū certe ex Auerroiftarum ſentétia habita cauſſa demonftrationem eclipfis efficiet , largientem fo lum effe cauffa , quæ per eos eſt demonftratio propter quid tantum . Hæc eſt eorú viri clarissimi verborum fententia , quam facile aduerfarius aſſequutus fuiſſer , ſi eius interiores oculi exteriorű aciem exzquarent . Pergit aduerfarius : Quod verò pertinet ad exemplum a Critico allatum pro fuæ opinionis cõprobatione , vt fcilicet poßit aliquis fcire cauſſam ſolaris eclipsis antequä ex ea colligat eclipsim , affirmamus eumën exemplificando non recedere a fubtilitate præceptoris fui . Quomodo ( obſecro ) aliquis con- Sticutus inter lunam , & folem potest cognofcere lunam effe cauſſam ſolis defectus , fi videt ſolem ſplendere , quamuis fub co luna exiſtat ? nunquam id fcire poterit , quoniam refpectu illius fol nequaquam deficiet . Non videbit is quiden ſolis eclipfim , cum fit inter ſolem , & lunam , at vero cauffam videre pote- rit , nempe lunæ ipfius interpofitionem , ex quo & cognofcere poterit lunam efle eo tépore cauf- ſam , vt quæ fub ipía funt , luminis folaris defe & um patiantur , videbit igitur cauffam , & cogno- fcet , effectú vero non videbit , ſed cognofcet tantum , ac ſciet , & æque ſciet , ac fi videret , ( fi qui- dem verum dixit Ariftoteles primo pofter , videlicet tum ſcire nos , cumcauſſam cognofcimus ) & fi in qua terrarum parte fiat ignorabit.non eft enim ad eclipsis ſcientiam neceſſarium , vt ſcia tur ex quanam terrarum regione videri poſsit.terra enim haud eſt de eſſentia eclipſis folis , ne- que locú vllum in ea habet . & fi enim terra non effet , adhuc fieri poffet eclipſis , fat illi eft vt ſciat ſi qui ſub lună co tépore fint , qui id videant , ijs lumen ſolis hebes & infirmű videri. Quod vero concludit : Quare falſa eſt Critici exiftimatio , vt fciri poßit , aliquid eſſe cauſſam folaris eclipsis , antequam ex eo colligatur eclipsis : hoc nó ſequi ex ijs , quæ diximus , vnufquiſque intelligere poteft.nos enim diximus , fi quis in globo lunæ ſtatuatur , quo tempore fit ſolis eclipfis, ita vt ſolem poſsit videre , viſurú cú interpoſitioné lune , ipſam tamen eclipſim non vifurum.ex his non fequitur fi quis co- gnoſcat lunæ interpofitionem effe cautſam ſolaris eclipſeos , eum non continuo cogniturum fo lis eclipſim.aliud eft enim videre , aliud cognofcere.poffumus enim cum cauffam videmus , effe- Aum non videre , quia poteſt ante oculos noſtros cauſſa conſtitui , effectus autem aliquo opaci corporis impedimento a conſpectu noſtro remoueri . at vero de cognitione intelle & iua longe alia ratio eſt . At inquiet : tute dixiſti , ſic contra exiftimo poſſe aliquem ſcire caußam folaris eclipseos , antequam antequam ex ea colligat eclipſim . Fateor id me dixifle . Hæctamen verba ad propofitum non effe nemo non intelligit , cum non loquamur de cognitione intellectiua , ſed de ſenſitiua , nempe de viſu , quare hic to fcire , & τὸ colligat mutanda eſſe in το videre , & id videat qui non videt , is cecus eft . ego enim ( ut dixi ) in toto eo capite loquor de viſu , & ad confirmationem commemo ratorum iam verborum exemplum affero viſus , non cognitionis , inquiens : Si quis enim ſtatuere tur inter folem , & lunam co tempore , quo luna interponitur inter ſolem , & terram , lunam quidem effe fub Jole videret , effeftum tamen illum non neceffario videret . Hoc igitur eſt erratum ( vt vulgo dicitur ) ca- lami . quod certe emendaſſem , ſi meum archetypum Criticorum , quod ad chalcographú tranſ- miſi Venetias , recognofcere ſaltem potuiſſem , vel ſaltem ipſi imprimendo præeſſe , poſt vbi ip- ſum mihi exfcribere non fuit otiú. Quod igitur ſolis eclipſis videri poſsit , & non videri eius cauf- ſa & contra ( hoc.n.contendo ) tū ratione , tu au & oritate fatis probatú eſt . Reliquum eft vt videa- mus quid aduerfarius ad primum Ariftotelis contex.2.poſter.dicat.Demum fi diftum ( inquit ) il- lud philofophi in 2.post.loco citato Criticus diligenter ponderaſſet , quid mihi profit optime vidiffet.quamuis enim ibi philoſophus hæc verba explicite non pofuerit , videlicet : & videremus obie & am terram : asta- men fubintelliguntur , quia in primo poſt.cont.43.circa medium , feu .ca expreßit , inquiens; Quare & ſi ſupra lunam eſſemus , & videremus obie & am terra , non vtique ſciremus cauſſam defectus . fentiremus enim nunc quod deficit , & c . quare textus ille hunc in modum iacere debet , nimirum : li effe mus fuper lunam , & videremus terram obie & am , non vtique quæreremus neque ſi fit eclipſis , neque propter quid fit , ſed ſimul manifeſtum eſſet vtrunque , & hoc non alia de cauſſa , nifi quia fi- mul vtrunque videremus.non enim perfpici poteſt oppoſitio , niſi constent ea , inter que verſatur.colligitur er go ex Ariftotelis textu non poffe prius cauſſam cognofci, quam effectum , neque effectum fine cauffa , quando vtraque viſibilia funt . Cognoſci quidem cauſſam non poffe prius effe & u , ſi tibi concedam , non ſequitur ex hoc eam prius non poſle videri , cum ( vt dixi ) aliud fit videre , aliud cognofcere . Sed hic exiftimo aduerfarium accipere to cognofcere pro tῷ videre.de viſu enim , non de intelle- tione fermo eſt : alioqui non eſſent ad propoſitum ea, quæ dicit . Quod igitur ad viſum attinet : ego dixi verba illa Ariftotelis , ſcilicet , ſi eſſemus fuper lunam , non quæreremus neque an fit eclipsis , ne que propter quid fit , ſupponere nos intueri obie & am terram , alioqui falfaeſſe.fi enim ( dixi ) nolimus in luna exiſtentes intueri terram , eclipfis quidem cauffam , hoc eſt interpofitionem terræ ignorabimus, ipſe autem reſpondet ſubintelligenda eſſe in textu illo verba hæc , ſcilicet , videremus obiectam terram . at quare ſubintelligenda ? vt verum ſit di & um philosophi , non ne ? ergo nifi hæc fubintelligantur , eſt falfum dicere nos ſi eſſemus in orbe luna ne- ceffario cognituros cauffam eclipfis lunaris , cum non poſsit perſpici , niſi terra obiecta videatur . quamuis ergo videatur lunæ eclipsis , adhuc tamen ex Ariftotele cauffa non videtur , licet ſupra lunam transferamur , nifi obie & am terram intueamur . poteſt ergo videri & ſentiri ef- fectus non videndo , nec ſentiendo cauffam , & contra, præter aduerfarij ſententia ex ipſiuſmet aduerfarij verborum Ariftotelis expofitione . Aduerfarius igitur mihi dum refragari vult ſuf- fragatur . Et tamen clamat ex hoc lizio loco colligi, prius cauſſam non poſſe ſentiri , quä effectum , neque effectum fine cauffa , quando vtraq ; viſibilia funt : idque me non vidiſſe , quia ver ba illa fine confpicilijs legi . At vidit hoc , qui verba illa fine iudicio legit . Si hoc diceret lizio, negaret ſenſum : & falfam argueret eſſe Auerrois ſententiam , exiftimantis aliquas eſſe re runs cauffas ſenſiles , ex quibus fiat demonſtratio potifsima ad demonſtrandos earum effe & us ignotos . Poſtremo illam veritatem , vt ſcilicet videri poſsit effectus ſenſilis cauſſe ſenſilis , non videndo cauffam , vt aduerfario os occludamus , ipfiusmet teſtimonio comprobabimus.is enim libri logic . duſput.cap.3.inquit : Cum terra interpofitio nobis infra lunam existentibus , beneficio fenfus nota effe non poßit , quia oculis noſtris penitus occulta eſt , clare patet demonſtrationem illam de luna defectu propter terræ interpofitionem non poſſe ex Auerroe dici potissimam , fed propter quid tantum . Ne gat hic aduerfarius cauffam lunaris eclipſis poſſe videri , cum tamen effectus ille optime videa- tur . ergo poteſt videri effe & us ſenſilis , cum eius cauſſa oculos latet . Confugiat nunc ad conſpi cilia . : :  Aduerfarium dicere non poſſe ſe per demonstrationes propter quid tantum in . tellexiſſe ſolas demonstrationes factas per cauffas externas . V M a viro clarifsimo decretum eſſet libro primo de medio demonſtrationis , non omnia accidentia per formam fubie & i demonſtranda eſſe , ſed ea folum , quæ ab ca immediate fluunt : ea verò , quæ non habent cauſſam ſui proximam formam fubie & i , ac proinde non fluūt immediate a forma , ſed ab alijs accidentibus in co dem ſubie & o inhærentibus emanant , per eadem accidentia , vt per proximas cauſſas oftendenda eſſe , non per formam fubie & i , neque idcirco demonftrationes haſce , in qui bus medium eſt accidens , & cauffata cauffa , fatendum non efle potifsimas demonftrationes , id ipſum & rationibus , & auctoritatibus lizio , & Auerrois , eius libri  . comproba re conatus eft inquiens : Hanc eandem fententiam colligit ex verbis Ariftotelis , ac declarat Auerroes in 3 1. particula quarti libri phyſici . cùm enim dicat ibi Ariſl . bona definitionis munus effe , vt cauffam decla * ret omnium rei definite accidentium , Auerroes boc dictum interpretans inquit , illud quidem verum effe , fed non reciprocari . omnis enim bona definitio debet cauffam tradere omnium accidentium rei definita , fed non omne id , per quod traditur cauſſa accidentium , eſt definitio illius fubiecti : proinde mediu non ſemper evit definitio fubiecti , cum plura dentur accidentia , qua non per eam , fed per alia accidentia eiuſdem ſubie- Eti demonstrantur . quod declarans Auery. In com . poſt . inquit , magnam partem demonstratio- num celebratarum fieri ex accidentibus effentialibus. Aduerfarius autem libri ſui ſeptimi logi.difput . cap . 3. ad illam Auerrois auctoritatem in 4. phyſ.com.3 1. ita refpondet , quando Comentator ait : Sed no omne id , per quod redditur cauſſa accidentium fubiecti , eſt definitio ipfius : Per cauffam intel- ligit cauffam inferendi ſolum . Ad aliam verò in com.65.primi poſter . inquit Auerroem per demonftrationes celebratas non intelligere tantummodo potiſsimas , fed omnes demonſtratio- ' nes a priori , quamobrem optime dixit , magnam partem demonftrationum celebratarú , ideft , a priori eſſe per accidentia eſſentialia , intelligendo per magnam partem celebratarum demon- ſtrationum omnes illas , quæ funt propter quid non potiſsimæ , & c . Dixi igitur ego pofterioris • Critici capite vltimo : Ex hac aduerfarij verborum Averrois interpretatione ſequi demonſtra- tiones fa & as per cauffam , quæ fit aliud accidens , ne dum eſſe demonftrationes propter quid , fed vix , ac ne vix quidem appellandas demonftrationes Quia , falfum eſſe igitur eas eſſe demo ſtrationes propter quid , vt eas ipſe vocat , ac falſum proinde , demonftrationes has efle adeo celebratas , vt inquit Auerroes . Falſum etiam effe , quòd eæ fint à priori , vt exiſtimat aduer- farius , neque enim eas a priori effe , neque a pofteriori . Quod non mereantur dici propter quid , inde probavi : Quod demonſtrationes propter quid ſunt a cauſſa eſſendi , non a cauffa inferendi tantum , dant enim propter quid effectus : præterea demonſtrationes propter quid habent neceffario maiorem per ſe, at vero demonſtrationes a caufla inferendi tantum , nullum habent in maiore neceffarium connexum medij cum maiori extremo . Eas nec efle a priori cla rum eſſe dixi . vbi enim non eſt proceſſus a cauſſa ad effe & um , aut contra , ibi non eſt illa ratio prioris , & pofterioris , a qua vocari folent demonſtrationes a priori . Pugnantia ergo aduerfariū dicere , fi quidem inter ſe pugnant hæc duo , Demonftratio eadé eſt a cauſſa eſſendi , & eadem a cauſſa inferendi tantum : qui enim dicit propter quid , dicit cauflam effendi . Reſpondet in ſua propugnatione aduerfarius inquiens : Accidentia propria ſpecierum , vel interna funt , qua vo- cantur aptitudines , vel externa , quæ vocantur actus.hec vero , qua vocantur actus , non a ſola manant fpe- cici forma , fed et ab obiecto extra.vt eclipſatio luna , que eſt eius altus , non a fola natura , & forma luna pro- ficifcitur , sed ab obiecto extra , quod eft interpoſitio terre . Hoc poſito dico & me , & Auerroem reycere eas demöftrationes , in quibus vna fubiecti aptitudo per aliam demonstratur , omnia enim accidentia propria interna fubiecti , ab ipſius forma fubiecti producuntur , non autem vnum accidens ab altero , quare cum vnu accidens non ſit effectus alterius , non poteft vnum per alterum demonſtrari . Atque huiusmodi quidem ac- cidentia per folam fubiecti formam vt per aquatam , & Jolam eſſendi cauffam demonstrantur , Accidentia ve ro externa vt funt actus ſpecierum , & per formam fubicfti , & per caufam externam ( vt eclipsis , & per form am luna , & per interpoſitionem terre ) demonstrantur . Dico igitur Celebratasillas demonftrationes ab Auerroe diftas non eſſe eas , quæ fiunt per ſolam inferendi cauffam , fed eas , qua demonstrant actu fpe cici de ſpecie per naturam speciei , & cauffam extrinfecam , quod eiufdem fpeciei accidens externum dici po- test . Auctoritas autem Anerrois 4. Phys.com . 31. vbiinquit : Sed non omne id , per quod traditur cauſſa accidentium eſt definitio illius fubie & i : Ita intelligi debet , vt per cauffam accidentium intelli- gatur cauffa externa pafsionis demonstranda , vt inter pofitio terra est cauſſa eclipsis : ita vt fenfus fit , licet omnis quidditatiua fubiecti definitio fit cauſſa pafsionis illius fubiefli , non proinde conuertitur , vt omne , quod est caußa passionum , fit earum fubiecti quiddiatiua definitio , cùm efficiens & finis fint femper cauſſa paßionum , forma autem fubiecti earum paſsionem non femper fint . Noua hæc eft foluendi ratio , quam hic inijt aduerfarius , negando quæ afferuerat . Prius dixerat , Auerrois auctoritatem 4. phyſi- co intelligi de cauſſa illa accidentium , quæ eſt inferendi tantum , nunc vero inquit intelligieum locum de cauffa accidentium efficiente , ac finali , quæ funt effendi . O præclaram difputandira- tionem . Macte virtute Martiali pugnator egregie . Iam hoc nouum didici concertandi genus . Quid quęris ? abeo doctior . Ad cetera . In primo autem ( inquit ) Poster.com . 56.intelligitur Auer vois auctoritas de externis accidentibus proprijs fubiecti , qua ( vt dictum est ) eiufdem fubiecti actus ap- pellantur , corumq ; vnum eſt alterius non folum cauſſa vt inferatur , fed etiam vt fit : hinc optime dixit co- mentator loco citate , magnam partem demonstrationum celebratarum , idest demonftrationum propter quid fieri per accidentia eſſentialia , hoc eft per externa accidentia propria , quorum vnum in alterius defimtione ponitur , quod internis accidentibus proprijs non euenit . Recte verò . Demonſtrationes igitur cele- bratas vocat Auerroes , quę rarò locum in ſcientijs habent ? Nemo enim ignorat in ſcientijs raras eſſe demonſtrationes a & uū , pleraſque enim coſtat eſſe aptitudinu . Noua igitur affertur ab aduerfario non folum foluendi , fed & interpretandi ratio . At plures eius Auerrois loci funt in terpretes , eſt Burana , eſt Abraham , eſt Mantinus . Burana vertit celebratas . At clarius Abraha , reddens , Demonstrationes fimpliciter . Sed clariffime Mantinus , reddens demonstrationes fimplici- ter , fiue abfolutas , quod eſt ditu , Potifsimas . Atliceat per nos aduerfario verſiones has reij cere : concedamus in hac verſione impegiſſe omnes. Quid? An impegit etiam ipſemet aduer ſarius ? qui in expofitione ſua , qua hic ex logicis diſput . deſcripſimus , inquit , Auerroem per de- monftrationes celebratas non folum potiſsimas intelligere , fed omnes demonſtrationes a prio ri in cóparatione demoſtrationű a poſteriori , quæ potius ſyllogiſmi , qua demoſtrationes voca ri folebant , quamobrem ſubdit optime Auerroem dixiffe , magnam partem demonftrationum celebratarum , ideft , a priori , eſſe per accidentia effentialia , intelligendo per magnam partem demonftrationum celebratarum , omnes illas , quæ funt propter quid no potiſsima . At vero có-- cedit aduerfarius demonſtrationem per cauffam cauffata , qua demonſtratur accidens vnú per aliud internú accidens , vt eſt demoſtratio accretionis luminis in luna , eſſe demoſtrationem pro pter quid , negans tantum eam eſſe potifsimam , cum cap.10.lib.7 . logic.difp . dicat . Firmiſſima duo illa philofophi fundamenta fuperius commemorata manifeſtiſsime indicant , efficiens extrinfecum tantu , vi eſt ſola terra interpofitio ad demonſtrandam eclipfim de luna , & internum , quod fubiecti accidens fit ad aliud accidens de eodem fubiecto demonſtrandum , vt ſphæricum effe ad oftendendam accretionem luminis de luna , medium effe in demonftratione propter quid tantum , in potißima vero minime : & cap . 5 . demonſtrationem hanc accretionis luminis in luna , & omnes alias , quæ fiunt per cauffas cauflatas , eße propter quid , affeueret.ergo falfum eſt per celebratas demonſtrationes intel ... ligi tantum ab Auerroe demonftrationes factas per accidentia exter- na , non autem demonſtrationes factas per interna , ac propria , At- que hæc fatis . Manet nobis velut tertius come- diz actus Apologeticorum pri- mus defendendus. Defenfionis poſterioris critici . 11 Laus Deo , Virginiqs Deipara. DEFENSIO DEFENSIO APOLOGETICI Virum clarissimum recte dixiffe habitum , seu facultatem eſſe genus logice remotum . VM vir clarifsimus priore libro de natura logicæ genus eius inquireret , il- lud nempe genus , quod in eius facultatis definitione eſſet vt propinquiſsi mum omnium collocandum ; quamobrem capite eius libri octauo non ſa- tis habuit eam vocare artem , ſumendo artem pro quauis artificioſa ope- ratione , ſeu cogitatione , quo nomine quælibet ſcientia vocari ars poteft ; per hoc enim nomen , inquit , Proximum eius genus non exprimitur , fed remo tum , & valde commune , neque adhuc cognofcimus fub quo intellettuali habitu habi tus logica conſtituendus fit , capite nono oftendit eos etia , qui logicam neque ſcientiam , neque artem , ſed facultatem vocat , ſi quidem facultatem in ea figuificatione capiunt , qua ceteras ſcie cias facultates dicimus , nimis amplum , & remotum logicæ genus dicere . Ex quo patet , virú- clariſsimű de ijs loqui , qui in definitione logicæ ponebant facultatem tantum , at vero imme diatum logicæ genus , nempe habitum inſtrumentalem , omittebant . ij autem erant illi , qui lo- gica hoc modo definiebant : logica eſt facultas in quaque re diſcernendi verű a falſo , & c . vel lo gica eſt facultas diſſerendi , & c . Multi enim huiufmodi definitiones vſurpant , omittentes logicæ genus proximum , quod eſt habitus inſtrumentalis , quod quidem genus & a CICERONE (vedasi), & a BOEZIO (vedasi), & ab alijs compluribus , immo , & a Platone ipſo in afferenda logicę vel definitione vel deſcriptione omittitur . Non ergo loquitur de ijs , qui in logicæ definitione genus eius pro ximum collocant , nempe habitum inſtrumentalem , fiue diſciplinam inſtrumentalem . Cú ergo aduerfarius libri primi diſputationum logicarum cap . decimo definiat logicam eſſe diſciplina inſtrumentariam probantem inftrumenta vtrique phiſoſophiæ parti inferuientia , & c . hæc cla- rifsimi viri animaduerfio ad eum non pertinet , cum ipſe genus logicæ proximum non omittat in eius definitione aſsignanda . Nihilominus aduerfarius anſam arripiés calumniandi , vt hæc viri clar.reprehéfio ad ſe pertinere videatur , primo capite inquit habitu eſſe genus logicæ proximű , & virum clariſsimű dicentem eŭ eſſe genus logicæ remotu , ea ratione nititur refellere , quod , inquit , ſi logica accipiatur prout diftinguitur ab intelle & u , ſcientia , ſapiétia , prudentia , & arte , qui funt habitus præcipui , tunc habitus rationalis dici poterit genus logicæ proximum . Quod fi logica accipiatur prout diftinguitur a grammatica , quæ & ipſa eſt habitus inſtrumen tarius , tum verum erit eius proximum genus eſſe habitum inſtrumentarium , ficuti animalra- tionale ( Dato nunc ſecundú Porphyriŭ plures eſſe Deos , eoſque eſſe animalia rationalia ) dicie tur genus hominis proximu , comparando hominem cum dijs , at hominem comparando cum brutis , genus eius proximum eſt animal . Hanc ego reſponſionem aduerfarij primo Apologetico reprehédi tú quia , dato habitu dici poſſe reſpectiue logicę genus proximú , cú tú có parando cũ genere logicæ propinquiſsimo recte vir clarifsimus dixit remotu , cum ipſe venare- rur genus illud logicæ , qd ' in eius definitione eſſet neceſſario exprimēdű , videlicet proximű fim pliciter ; tú quia ſolű genus , quod immediate de re definita prædicatur , proximű dici meretur , alia vero omnia remota dici debent.Refpódet igitur in hac ſua propugnatione his verbis aduer Larius . Ex Aristotele fecundo post . secundum veterem ſeftionem , omne copofitum , ſeu omne , quod aft fub aliquo genere , ex duobus eſſe , nempe ex vno tamquam genere proximo , & ex altero tamquam pro- Ga xima xima differentia . ex quo ſequitur intellectum , ſapientiam , ſcientiam , pradentiam , & artem effe ex habitu rationali , veluti ex genere proximo , & ex principali , veluti ex proxima differentia : a pari, ex duobus effe logicam , & grammaticam , ex eodem ſcilicet habiturationis , vt ex proximo genere , & ex inſtrumenta vio , vt ex proxima differentia , ergo proximum logice hoc modo fumpta genus eft habitus rationis , non ha- bitus instrumentalis . Concedo proximum hoc modo ſumptæ logicæ genus effe habitum rationis ( quamquam id re vera falſum eſt . vnum enim eſt ſemper logicę genus proximum , nimirü illud , inter quod , & logicam nullum aliud intercedit genus.cetera remota funt , & femper eodem mo do remota , quia pedes non habent , neq ; mouentur , vt propinquiora fieri poſsint ) quid ex hoc ſe quitur ? ergo non recte eum vir clarifsimus appellauit genus remotum in comparatione pro- pinquioris ? Immo cú vir clarifsimus cap . 9. dixiſſet ſe quærere genus logicæ propinquius ha- bitu ( hæc enim funt eius verba : Sed magis propinquum in prafentia logica genus indagandum propo fuimus :) neceffario debuit habitum vocare genus logicæ remotum ; & qui hoc neget , non folum ignorat logicam , fed etiam fonfu communi caret , id etiam fateri cogitur aduerfarius , qui dixit logicæ genus proximú eſſe modo habitum rationalem , modo habitu inſtrumentalem , qua do ergo genus logica proximum eſt habitus inſtrumentalis , tum non eſt proximum habitus rationalis , ergo remotum , ergo recte cum vir clar , vocat remotum . Auctoritas autem Ari- ſtotelis ex fecundo poſter . allata quantum fit ad propofitum nemo non videt . Illa certe con- ſequentia , nimirum Ariftoteles inquit omne compofitum ex duobus conftare , ex vno tam- quam genere proximo , & ex altero tamquam proxima differentia , ergo ſcientia , & c . eft ex ha bitu rationali tamquam genere proximo , & ex habitu principali , vt ex proxima differentia : & logica ité eſt ex habitu rationali vt ex genere proximo , & c . eft ex conſequentijs aduerfario fa- miliaribus , quæ nullam habent necefsitatem , ac proinde cogitatu , nedum commemoratu in- dignæ funt . Non referam hic multa alia , quę in eandem ſententiam dicit aduerfarius non mi- nus inepta ijs , quæ retulimus . pudet enim me ea perfequi , cum præfertim ea omnia cadem , quá attulimus , adhibita reſponſione corruant . Dixit etiam vir clarifsimus in calce illius capitis no ni : Illud præterea animaduertere illi debuerunt , qui logicam dicunt effe facultatem , quòd per hanc eo- rum refponfionem difficultas , quæ in præfentia nos vrget , non foluitur . Cùm enim conftet logicam habitu effe intellectualem , & credendum fit plenam , & fufficientem eſſe talium habituum enumerationem , quam Aristoteles in fexto libro de moribus fecit , attamen nondum apparet ad quem ex illis habitus logice redigendus fit , immo nos ad nullum corum redigi poſſe demonstravimus , quia logica neque est scientia , ne- que intellectus , neque ſapientia , neque prudentia , neque ars . Quiigitur facultatem effe dicunt , fi facultatem alium quendam habitu effe putant prater illos quinque , Aristotele in habituum enumeratione mancu , ac dimi nutum faciunt : fi vero non alium , fed corum aliquem , id declarare debebant , & argumenta , quæ nos attuli- mus , foluere , quod ipsi neq ; fecerunt , neq ; facere , vt arbitror , potuerunt . Reſpodit aduerfarius. Nego fuffi ciente eſſe ea habituŭ enumeratione , quă poſuit Aristoteles in fexto de moribus , quia ibi philoſopus nõ diuidie habitum rationalem in genere , fed alteram eius ſpeciem , videlicet habitum rationalem præcipuum , in quo est verum per ſe . Si ergo ponamus facultatem habitum quendam diuerfum a quinque illis præcipuis habitibus , non video quomodo Aristotelem in habituum enumeratione mancum , diminutumque faciamus . Dixiego primi Apologet . cap . 2. aduerfarium non intelligere vim illius obie & ionis . Vis enim ( dixi ) obie- Fionis viri clariffimi in his eius verbis eſt , ſcilicet : Attamen nondum apparet ad quem ex illis habi- tus logicæ redigendus fit : hoc eft , per hanc folam vocem , facultas , non apparet ad quemmam ex enume- ratis ab Aristotele bhabitibus , aut ad quem nam alium logica facultas redigatur . Non folum fcilicet reprehen dendi aduerfarij ( hoc est illi , qui logicam dicunt effe facultate diſſerendi , non autem eam eße habitum inſtru- mentalem ) quòd facultatem folam pro genere logice nominantes, loco generis proximi capiunt remotum ; ve rum & eo nomine accufandi , quod nihil addentes magis peculiare , vt instrumentale , aut aliquid aliud tale , faciunt vt hereamus neſcientes cuiufmodi habitus logica fit . Quod quidem realis effe non poßit , rationes in præcedentibus capitibus a viro clar.allate probare videntur ; quas ij , qui logicam folum vocant facultatem, aut habitum, fi realem exiftimabant , foluere debuiffent , non eas filentio præterire , ſin vero hanc facultatens putabant alium effe habitum a realibus , id quoque declarare , & quomodo Aristoteles mancus non effet eo habitu prætermiffo , ostendere . optimum ergo fuerat fi ij ad amouendas dubitationes faltem dixiffent logică effe habitum realem , fiue inſtrumentarium.cum ergo aduerfarius refpondeat , Aristotelem non videri maneu , reliqua a nobis relata , nemo non videt hanc eius reſponſionem non effe ad propofitum . Nos enim ab co in prafentia non querimus quemnam babitum putet effe logicam , aut cur mancus non fit Ariftoteles : fed dici L mus mus eum tunc , cum logice genus attulitinmedium , cuiufmodi habitus eſſet logica diferte pronunciare debuif fe , & in eius definitione eum exprimere , proinde reſponſia eius in co pofita effe debet vt oftendat id ei neceffa rio agendum non fuiße ad remouendas , quas diximus , dubitationes . Quibus ego verbis fuppono aduer - farium tueri partes eorum , qui dicebant logicam eſſe facultatem differendi , & corum fufcipere perfonam , propterea cum ipſe reſpondeat : Adillud vero , quod dicit, me tunc cùm logica genus in me dium attuli , qualis habitus effet logica , diferte pronunciare debuiffe , ne bereamus nefcientes cuiufmodi habi tus ea fit , refpondemus tantum abeſſe vt diferte id præstiterim , vt contra potius , & prater rationem preſti surus fuiffe videar fi aliter feciſſem : Nam logica genus limitari , & contrahi non poterat , nifi per differen tias , qua tum a fubiecto , tum ab eius fine defumuntur . Verum fi adhuc ea , que differentias largiuntur , non erant inuenta , quo iure , quando logice genus in medium attuli , qualis habitus eßet logica , pronunciare deba- bam ? Sut mihi fuit in loco id opportuno effeciffe , nempe cap . 10.libri primi log , difp.vbi dixi , conſtituto quan sum per nos licuit logica genere , fubiecto , & fine , confequens eft vt eſſentialem eius definitioné ponamus & c . in qua quidem definitione cuiufmodi habitus effet logica optime expreßi , quod vir clarißimus non perpen- dens , capite decimo prioris libri de nat , logica ante eius fubiefti , ac finis inuentionem imprudenter affirmauie logica genus eße habitum instrumentalem . Quare ego verba illa , in quibus ( vt ait Criticus ) vis obiectionis po fita erant , data opera præterij . ijs enim appoſitis , vel remotis nihil refert : hæc eius refponfio non eſt ad propofitum . ipfe enim fuam logica definitionem cap . 10. allatam tuetur , vir auté clar.oppugnac definitionem illam , in qua fola facultas vt genus logicæ proximum ponebatur , aliud præterea ni hil . Et quoniam inquit aduerfarius virű clar.libro priore de nat.logica capite decimo ance cius fubie & i , ac finis inuentionem imprudenter affirmafle , logicæ genus effe difciplinam inſtrumen- talem , dato nunc neceffario cognitionem fubie & i & finis ipſam proximi generis logicæ faculta- tis cognitionem præcedere debuifle , ne diſputatie longe nimiú protrahatur , ut vnuſquiſque in- telligat hoc eum imprudentiſsime viro clar.obijcere , & in eo ſe ſtupidum oftendere , qui non vi- derit in co capite virum clar.clarifsime finem logicæ , & eius fubie & um , quantum fatis eft ad co gnitionem hauriendam generis logice , prodidiffe , non nulla ex eo capite referam . Inſtrumento- rum autem inquit eo cap . 10.vir clar.duo funt genera , alia namque a natura , alia a nobis fiunt . Quæ vero a nobis fiunt alia corporea funt , vt omnia arte falta calia vero incorporea : qua in fola mentis conceptione confiftunt : fabricat enim illa intellectus , vt ijs inuetur ad rerum cognitionem adipiſcendam , hec non funt , niſi conceptus animi , qui voce articulata , folent a nobis fignificari : Non ne hæc verba : vt ijs iuuetur intelleftus ad rerum cognitionem adipiſcendam : logica finem explicant , qui eſt cognofcere verum , & id a falſo difcernere ? Eundem clarius ſignificant quæ habentur in calce huius capitis . 10. nempe : logica ve rò ſcopus est viam ac methodum tradere , qua ad rerum notitiam adipiſcendam vti debeamus . Pergit mir clar . Duplex autem eft eiufmodi vox . alia namque fignificat conceptum rei , vt bomo , animal , alia vero con ceptum conceptus , vt genus , ſpecies , nomen , verbum , & c . propterea ha vocantur fecunde notiones , illa au- tem prime , prius enim mens rem concipit , deinde in eo conceptu alium conceptum effingit . Voces quidem pri- me notionis non funt instrumenta , fed figna conceptuum , vel faltem ipſi primi rerum conceptus nulla ratione inftrumenta funt , fed imagines rerum . At voces ſecunde notionis inftrumenta dicuntur , quoniam conceptus , qui per ea fignificantur , funt inſtrumenta nostri intellectus , nam fingere in conceptibus rerum alios fecundos conceptus non oportuiſſet , nifi aliquam nobis vtilitatem præftituri fuiſſent , fed cum vtiles fint , & ad rerum cognitionem capeſſendam maxime conferant , digni fuerunt , de quibus aliquæ difciplina conflituerentur , nón quidem per fe digni , fed propter alia , ad que vtiles funt . propterea he discipline vocantur instrumentales , quia non propter ſe , ſed propter alias tradita funt . En ſubiectum logica , conceptus nimirum primi in quibus ſecundi a logico finguntur . Quos quidem primos conceptus non appellat formalitor nomine fubiecti , cum hoc ad intelligentiam naturæ generis proximi ipfius logicæ quantum at- tinet ad præſens nullo modo pertineat . Finem autem logicæ formaliter expreſsit , vt exprime- re fuit neceffe , antequam ipfius generis natura cognofceretur ; quoniam inftrumenti natura pen det a fine , ob id in co cap . 10. & finem , & fcopum logica nominauit : & eam eius attulit cogni- tionem , quæ ad naturam habitus inftrumentarij , quod eſt logicæ genus , fatis effet . plenam auté eius finis cognitionem tradidit poftmodum capite 1 3. A cuius cognitione venatus eſt etiam per fectam cognitionem fubie & i , quoniam materia inſtrumenti , vt & cius natura pendet a fine.quo nia enim u.g.finis gladij eſt incidere , ideo materia cius duriſsima fit oportet , ac proinde ferrea . quare a fine eius materia determinatur , ob id vir clar.prins logice finem , deinde vero materia cius cum difputatione determinauit . Aduerfarius autem perturbato ordine ( vt hoc obiter dica prius de materia vel fubiecto logicæ, deinde autem de eius fine verba fecic . & reprehendere tamen audet methodum viri clarıſsimi , quam nullatenus intelligit . Tandem in calce capitis tertij dixit aduerfarius aperiendum fuiſſe reſpectu quorü habitus inſtrumentarius fit genus lo gice . Reſpondi ego primo Apologetico id a viro clar.abunde præſtitum fuiffe , cum is in eo capi te decimo , & circa medium , & clariſsime circa finem dixerit habitum inſtrumentalem eſſe ge- nus logicæ , & grammatica proximum . en eius verba : Ex ijs , quæ diximus , manifestum'eſt logicam vua cum grammatica fub intellectuali instrumento , tamquam fub proximo genere contineri . Ad hæc inquit in ſua propugnatione aduerfarius : hoc non ſat fuit . erat enim neceffarium aperire etiam refpectu quorú genus illud non effet logica proximum , cùm habitus rationis inſtrumentarius non fit reſpectu omnium proxi- mum logice genus , qua in re non vacat reprehenfione . Id quidem neceſſe fuit aperire fatuis , ac plū beis , & nullo rationis vſu præditis : Nam ( vt demus aduerfario habitum inſtrumentarium non eſſe reſpectu omnium proximum logicæ genus ) quis eſt ex ijs , qui in ſtudijs logicæ verſantur , ni fi craſsiſsima fit Minerua , qui non colligat ex eo quod habitus inſtrumentarius eſt propinquif fimum logicæ genus , ac propinquius habitu rationali , qui & præcipuū , & inſtrumentarium fub ſe eodem gradu continet , non eſſe proximum genus logica reſpectu habituum realium , ac præ- cipuorum ? Namque vir clar . dixit logicam eſſe ſpeciem habitus , habitum autem dixit eſſe ge nus remotum , ſub hoc genere dixit eſſe habitū realem , & instrumentarium , eamque dixit conti neri ſub habitu inſtrumentario , vt ſub genere proximo , non fub reali . Qui nequit ex hoc collige re reſpectu quorum habituum inftrumétarius habitus logicæ genus proximum non fit , is æqui uoce ( vt ita cum Auerroe dixerim ) homo eft .  10 % " L  !!!  Viri clarifsimi de fubiecto logica fententia , cum reprehenfionibus aduera Sarij , & defenfione viri clar.fententiatra 1 borg EQVITVR difputatio de ſubiecto , ſou de materia logicæ . Viri clar . ſententia eft priore libro de natura logicæ cap . 19. fubiectum logica proprie appellatum fubie Aum operationis eſſe res omnes fiue primos earum conceptus , aut primas inten- tiones in ea locum eundem occupantes , quem in arte ſtatuaria occupat as , & la- pis , in fabrili ferrum, ac lignum & in medicina corpus humanum . nam quemad modum ſtatuario proponitur æs tanquam materia , in qua formam efficiat ſtatuæ , quæ eius artis ſcopus eſt ac finis , ita logico proponuntur res omnes , fiue earum conceptus tanquam fubie Aum , in quo ſecundæ intentiones effingantur , vt fint inſtrumenta nos iuuantia ad rerum notitia adipiſcendam.Hanc inquit ſententiam omnium teftimonio , & Auerrois auctoritate confirma ri.omnes enim dicunt logicum ſecundas intentiones tractare primis applicatas , quod nihil aliud fignificat , quam primas intentiones eſſe ſubie & tum , in quo logicus efficit ſecudas , quæ funt finis logica.fecundæ enim fine primis neque effe , neque mente cocipi poffunt . A uerroes autem in vlt . cap.epit . libri Categor.afferit Decem categorias eſſe ſubiectum & in ſcientijs , & in logica , duo- bus tamen diuerfis modis , in logica quidem quatenus eis contingunt intellecta ſecunda , ideft , quatenus eis ſecundæ intentiones imponuntur , in ſcientijs vero quatenus funt conceptus rerum , quæ extra animam funt , & c.Logicus itaque res omnes confiderat non fecus ac philofophus , di- uerſa tamen , vt di & um eſt , ratione . Hæc opinio ( inquit aduerfarius ) cum veritate non conuenit , neque enim ( inquit ) logica diſcipline , neque Logici operantis res ipfa funt fubiectum : non Logica difcipli na , quia in ea , ficuti in mechanicis artibus res confiderata funt inftrumentaiam confecta , neque Logici operan tis , nam fi res ipfa eßent eius res cõſiderata , feu operationis fubiectum non fecus , ac ſtatuary as , tapis , pro feltò res eſſent pars materialis Logicoruminftrumentorum , ficuti as , & lapis ſtatua : quemadmodum igitur Statuarius , gratia exempli , ex are , & figura Mercurių efficit eius Statuam , ita Logicus ex rebus , & fecundis intentionibus deberet fua inftrumenta conftruere , quod tamen falfum eft , vt inferius apparebit . Ad oïum ve vo teftimonium , quòd fateantur omnes , Logicum fecundas intentiones tractare primis applicatas , dicimus , ea verba in bonum fenfum redacta noſtram interpretationem recipere , vt , fcilicet , res fint fubiectum , ideft , fun damentum , in quo fundantur fecunda intentiones . A qua communi fententia non recedit Auerroes loco cita- 60 , quia per decem categorias intelligit ſubiectum profundamento . Quod res fint tantummodo fundamentu fecundarum : Jecundarum notionum , non fubiectum , ante Juniorum oculos ponimus . Sit in libris Priorum ex regulis à phi- lofopho ibi traditis compoſitus fyllogifmus , quem in fua principia refoluemus , vt recte cognofcere poffimus ex quibus fuerit confeftus , cum compoſita ex illis conſtruantur , in qua refoluuntur . Syllogifmus itaque imme diate refoluitur in propoſitiones , qua non funt res , ſed ſecunda intentiones in rebus fundata : propoſitiones deinde in terminos fimplices , qui etiam non funt res , fed fecundæ intentiones rebus applicata . Subiectum ita- que operationis Logici in fyllogifmorum constructione non funt res , fed termini fimplices , & propofitiones , quia ficuti in rerum naturalium generatione elementa , in qua corpora naturalia refoluuntur , funt fubiectum operationis natura in mixtorum productione , & hæc , videlicet , mixta in animalium generatione , ita termini fimplices , quos rebus applicatos aſſumit Logicus in libro categoriarum , ſunt eius fubiectum operationis , cir ca quod verfatur in conſtructione propofitionum , & he , fcilicet , propofitiones funt fubiectum eiufdem Logl- ci , circa quod verfatur in efficiendo fyllogifmo , qui non ſecus , ac cius ſubiectum operationis , fundatur in rebus . Non funt itaque res ſubiectum operationis Logicorum inſtrumentorum , fed fundamentum . Hæcaduerfa- rius . Noſtræ autem opinionis de ſubiecto operationis Logici defenfio hoc fundamento nititur , dari , ſcilicet , in rebus Logicis duplicem compofitionem , & duplicem refolutionem : vna com- pofitio eft ex partibus eſſentialibus , népe , ex materia , & forma , vt gratia exempli , lapidea Mer- curij ſtatua ex lapide , tanquam materia , & effigie Mercurij , tanquam forma , componitur.alte- ra vero eſt ex partibus integrantibus , vt ſunt in eadem lapidea Mercurij ſtatua eius mébra , nem pe , caput , brachia , thorax , crura , & c.quæ confiderata cum reſpectu ad totū non inepte dici pof- funt materia Mercurij , quia partes , quæ toti ſubſternuntur , per analogiam quandam dicuntur materia totius , cum illud reſpectu earundem partium dicat forma , & fi partes illæ feorfum con- ſideratæ videntur fingulæ conftitutæ ex materia , & forma , vt pes ex materia , videlicet , lapide , & forma pedis , & fic de aliis . Ad duplicem vero compoſitionem ſequitur neceffariò duplex re- folutio , cum id , quod componitur , in ea reſoluatur , ex quibus componitur . huius duplicis com pofitionis fyllogifmus quoque , quod eſt Logicum inſtrumentum , capax eſt . Primum eſt mani- feſtum eum admittere ſecundam compofitionem ex partibus integrantibus , componitur enim fyllogifmus ex propoſitionibus , & propoſitiones ex terminis , vt ex partibus integrantibus , quæ dici etiam confueuere materia fyllogifmi . Quòd autem fyllogifmas admittat etiam prima com- poſitionem , ex materia , ſcilicet , & forma , ex materia vt eſt lapis in ſtatua Mercurij , & ex forma , vt in eadem eſt eius effigies , probaui ipſe ex eo , quòd hæc compofitionis ratio inuenitur in fin- gulis partibus fyllogifmi , totum auté non debet carere eo , quod reperitur in vnaquaque ipfius parte integrante . Ve oftenderem ſyllogifmi partes huiufmodi compofitioné habere , accepi tres notiſsimos terminos , minorem , fcilicet , & maiorem extremitatem , ac medium , in quos tanquam in partes vltimas integrantes diffoluitur fyllogifmus , coſque conftare ex re , & ſecunda notione , non autem effe meras notiones ſecundas , ita probaui : Vnuſquiſque ex iam dictis terminis id no bis vere ſignificat , de quo veræ eſſe reperiuntur regulacin Logica traditæ , quodque Logicis defi- nitionibus explicatur : Sed regulæ in Logica traditæ de terminis fyllogifmi , & eorum definitio- nes verificantur non de ſecundis nudis intentionibus vt ſeparatis à primis , fed de ijs quatenus primis impofitæ funt , immo de primis quatenus funt velatæ fecundis , ergo vnufquifque ex ijs ter minis non eft nuda intentio ſecunda , fed prima , quatenus operta eſt ſecunda : fyllogifmus igitur totus ex primis conflatur , & fecundis notionibus , non ex fecundis ſolum . Maior clara , minor probatur exemplo . Regula enim eft in primo modo primæ figuræ , nempe in Barbara , ( ex qua vna diſcemus omnes , ) vt , ſcilicet , in eo fyllogifmo maior extremitas affirmetur de medio vniuer faliter ſumpto in maiore propofitione , in minore autem mediú affirmetur de minori extremo & ipfo vniuerfaliter prolato , vt ſequatur conclufio vniuerfalis affirmativa . Definitiones autem terminorum fyllogifmi vniuerfaliter ita traduntur , Medius terminus eſt , qui bis in utraque præ- miſſarum reperitur , vel de akero prædicatus , vel alteri ſubiectus : Maior extremitas eſt termi- nus , qui in priori propoſitione cum medio affumitur , de eo prædicatus , vel ei ſubiectus : Minor extremitas eſt terminus , qui in poſteriori propoſitione ſubſumitur , de medio prædicatus , vel ei fubiectus . At hæ regulæ , ac definitiones de vtris ( quæſo ) veræ funt , de ſecundis ne intentionibus , an verò de primis , vt tamen opertæ ſunt ſecundis ? ſi de ſecundis , ergo Logicus ſyllogifmus eſſer huiufmodi , medius terminus vniuerfaliter ſumptus eſt maius extremum , at minus extremum vniuerfaliter acceptum eſt medius terminus , ergo minus extremum vniuersè conſideratum eſt maius extremum . quo quid abſurdius ? idem etiam fequeretur abſurdum , ſi definitiones com- TITAS memorata memoratæ non primis , ſed ſecundis intentionibus conuenirent.Sequitur ergo , vt hæc omnia de primis , vt ſecundis operti ſunt ; conceptibus rerum vera ſint , exempli gratia , de terminis reali- bus his , rationali , riſibili , & homine , in hoc fyllogifmo : omne rationale eſt riſibile , omnis ho- mo eſt rationalis , omnis igitur homo eſt riſibilis . His poſitis , ad reſolutionem ſyllogifmi ab ad- uerfario confideratam primum refpondi , ea ( ſi dari poffet co modo , quo ab eo intelligitur ) effe in partes integrantes . deinde dixi eſſe falfum , propofitiones , in quas primo refoluitur fyllogif- mus , & terminos , in quos primos reſoluuntur propoſitiones , eſſe ſecundas , non primas notio- nes , cum fint re vera compoſita quędam ex primis , & fecundis notionibus , quamuis ergo reſol- uatur fyllogifmus in propoſitiones , & propofitiones in terminos , qui ob reſpectum ad fyllogif- muin , cuius funt partes integrantes , materia eius quandoque vocantur , nó tamen ob id ſunt ma- teria , ſeu operationis fubiectum Logici operantis , qua termini funt , & ex duplici conceptu ſunt compoſiti , ſed ſunt potius prima quædam opera Logici . quare peccat , dixi , aduerfarij ratio ex #quiuocatione nominis materiæ , propterea illud exemplum generationis rerum naturaliú nó eſt vllo pacto accommodatum eius fententiæ de ſubie & o Logici , cum elementa non fint partes mixti integrantes , verum eſſentiales ; quinimmo eſt magis accommodatum , imo aptiſsimum ad declarandam , & confirmandam opinionem noſtram.ficuti enim ſe habent elementa ad corpus mixtum , ita & res ipfæ ad ſecundas notiones à Logico fabricatas . Demum contra Aduerfarij interpretationem illius Auerrois auctoritatis in vltimo capite Epit . libri Categoriarum , vt.f.fubie & u ab Auerroe accipiatur pro fundaméto , argumétatus ſum in húc modū . Vel ipfe pu tat notiones ſcias effe fundatas in rebus , hoc eſt , eſſe quidé elicitas ex primis conceptibus rerú , ipſas tí à Logico tra & ari ſeorfum à rebus , ita vt Logico nullú fit cú rebus , aut primis concepti- bus negotium , vel ipſas res exiſtimat neceſſario a logico tractari . Si primo modo velitres effc fundamentum ſecundarum notionum , iam fateatur neceſſe eſt , res ipſas nullatenus pertinere ad Logicum , neque dici poffe Logicales . Atqui id repugnat Auerroi loco citato dicenti , & in fumma ex eo quòd contingunt eis , hoc est , decem rerum generibus , intellecta ſecunda , quorum inuentio certe est in intellectu , folum erunt Logicalia , quia ars Logica certe tribuet regulas de iſtis generibus ab intellectis Quod fiis ita velit eſſe primos conceptus fundamenta ſecundorum , vt fine illis a Logico tracta ri , & intelligi non poſsint , vt imprudens fatetur , ficut mox oftendemus , ſine dubio noftræ ſen- tentiæ ſubſcribit : nulla etenim in re diſſentimus , lis eſt ſolum in verbis , quia id , quod a nobis dicitur fubie & um , ab eo vocatur fundamentum . Si enim res ipfæ neceſſario ſumuntur a Logi co cum fecundis earum conceptibus , aut vt corum materia fumuntur , aut vt forma , quo.n.alio modo capi , & vfurpari valeant , non video . Sed res à logico non confiderantur , neque tratan tur vt formæ , quia formæ funt finis , & opus logici in logica facultate , ideoque a logico fingun tur , remanet ergo , vt fint loco materiæ . Quòd autem aduerfarius nolit a logico ſecundos co- ceptus intelligi , ac tractari poſſe abſque primis , ex eo patet , quia inquit , logici materiam eſſe có ceptus ſecundos fimplices applicatos primis , idq ; pluribus in locis libri primi log . Difput.con- firmat , præfertim in fine capitis quarti , dum ait , Hinc perfpicitur omnes ſcienter dicere , logicum fecu das intentiones tractare primis applicatas , ideſt , habere pro subiecto operationis fecundas intentiones fim- plices primis applicatas , in illiſque fundatas , cum fecunda intentiones abfque primis effe non possint . Sum ma hæc fit , vel effe vult Aduerfarius logicæ fubiectum ſecundas notiones abſque primis confi- deratas , vel eafdem neceſſario applicatas , hoc eft , intelle & as , & confideratas cum pri- mis , ideft , rebus ipfis , fiue earum conceptibus , Primum eſſe falſiſsimum oſtendi- mus ad eius argumenta reſpondentes : Secundum quoque falfum eſſe probauimus alias , nimirum cum ſecundas notiones primis applicatas non verè ſubiectum , hoc eſt , non pri- mum logici ſubiectum , fed primas : eius opera eſſe demonftraui mus.igitur vtro libet modo intellecta eius opinio falſa eft . 1 Propugnatio aduerfarij , & eius confutatio . D hac reſpondens aduerfarius inquit : Vi iuniores huius Critici ſumme arcis ruinam facile percipere poffint , bos duos non tectos , fed planos agimus cuniculos , quorum primus ille fit , Materiam ex Ariftotele 8. meta.t. 12. duplicem effe , vnam , ex qua , nimirum cam que potentia est , & fimul cum forma compofitum conſtituit : alteram , in qua , nempe fubiectu actu existens , conflatum ex materia & forma . Alter vero cuniculus huiufmodi fit , instru- menta fcilicet , & res omnes logicales duobus modis confiderari poſſe , vel in ſe , quatenus ſcilicet funt a fcien- tiarum materia abiuncta , & feparata , idest , vt forma materia ex qua , nundate , licet fine materia , in qua , extra intellectum ſubſiſtere non poßint , quo pacto ab Aristotele accipiuntur in proprijs logica difciplinali-- bris , qui hoc nomine logica vniuerfalis nuncupantur : Vel quatenus earundem fcientiarum materiæ applican- tur , veluti forma materia ex qua , quo quidem modo a philofopho confiderantur in fingulis ſcientijs , ex quo ortum duxit logica particularis . His pofitis prope Critici arcem cuniculis , eam funditus corruere vnuf quifque facile intelligere poterit , quoniam in logica difciplina fecundæ intentiones fiue fint ille fimplices , fiue composite , carent penitus materia , ex qua , non autem materia , in qua ; cum ( vt dictum eft ) fine ea extrain- tellectum fubfiftere non poffint . Genus enim gratia exempli , non componitur ex re tamquam materia , ex qua , & fecunda intentione , veluti forma , fed eſt pura , & nuda intentio ſecunda fundata in re , nimirum , in ani- mali : & illud idem verificatur etiam de omnibus intentionibus fecundis , & fimplicibus , & compoſitis , que in logica difciplinæ libris conſiderantur vt forma accidentales in primis rerum conceptibus fundata , pro pterea fecunde intentiones compoſite in libris illis non poffunt componi , niſi ex partibus integrantibus : at re- bus applicate componuntur vtique ex materia , & forma . Papa papæ , cuniculos arci noſtræ minatur Martialis iſte alter Plautinus Pyrgopolinices Acacidinis minis expletus . At videat ne & ipſe in Periple & omenon inciderit . Nunc iſtos cuniculos exploremus . ac prius naturam ſecundarum intentionum , ( quam non optime tenere profefforem logicæ turpe eſt ) ab aduerfario minime co gnitam fufius explicemus , vt logici iſtius meri logi oſſe cuniculi videantur . Cum inter nos , at- que aduerfarium conſtet dari aliquas ſecundas notiones , quæ fint abſque materia ) , ab hoc no- tionum genere de quo inter nos conuenit , incipiendo dico , cùm ſecunda notio , quæ eſt pura que dam forma , fiat per a & um collatiuum intellectus , hoc eſt per comparationem ab intellectu fa- & am inter rem , & rem , cuiufmodi funt primæ intentiones , neceffario hanc collationem præſup- ponere res aliquas , videlicet intentiones primas . Non enim poteft fieri collatio , nifi præcedant ea , inter quæ fit , hoc eſt res collatæ , & ab intellectu cognoſcantur , antequam fiat inter eas colla tio ; quæ quidem res collatæ funt fundamentum , ac terminus eius collationis , ac ſecundæ notio nis , vt paternitatis , quæ eſt collatio inter patrem & filium , fundamentum eſſe dicitur homo ha- bens filium , aut filios , & terminus homo habens patrem . Sicuti ergo antequam paternitatem in- telligamus , neceſſe eſt vt paternitatis ipfius fundamentum , & terminum intellexerimus , verbi gratia homines duos , fic antequam ſecundam intentionem fabricare aut intelligere poſsimus , eit neceſſe in nobis præcedere notitiam primarum , in quibus ſecundæ fundantur , non poffumus : enim noſſe quid fit ratio generis , nifi præcognouerimus fundamentum genercitatis , quod fit ver bi gratia anımal , in quo genereitas fundatur , & eius terminum , vt hominem , equum , & c . Priuf- quam igitur in animali cognofcam genercitatem , neceffario cognofcere ipſum debeo , & cum ſpeciebus , vt cú homine , & equo conferre , quapropter ſecunda intentio ſemper cadit inter duo obieta cognita , quorum alterum eſt fundamentum , alterum vero terminus . Sicuti autem aliud eſt relatiuum , aliud relatio . Relatio.n.cſt reſpatus ipſe relatæ rei ad ré , ad qua refertur , vt pa- ternitas eſt reſpectus verbi gratia Gaij patris ad Sempronium filium ac vero relatiuum eſt id , in quo fundatur refpe & us ille , nimirum Gaius pater , itaque relatiuum connotat ſubie & um , relatio non item : Sic etiam aliud eſt genereitas , aliud genus ; illa nullum connotat ſubie & um , hoc vero fubie & um connotat , primam ſcilicet intentionem , verbi gratia animal.generitas enim eſt purus . ille reſpectus animalis vt ſuperioris ad hominem , & ad equum , vt ad inferiora , at vero genus eſt ! ipſum animal prout eo reſpectu præditum eſt . Eodem quoque modo albú dicimus eſſe ſubiectú albedine cóformatú , at albediné purā formā abſque ſubie & o . Recipiunt ergo ſecundæ intentio nes eadé diſtinctioné , qua relatiua , & quá ét accidentia realia . ficuti ergo realia accidétia alia in abſtrato dicuntur , alia in concreto , in abſtrato vt albedo , in concreto vt albu , ſic etia ſecundæ intétiones aliæ in abſtracto dici pit , vt genereitas , aliæ in cocreto , vt genus . Ac in abſtracto qui- dé confiderantur a metaphyſico , ex do & ifsimorú virorü fententia , in concreto aût a logico ipſo . logicus.n.non definit genereitaté neque ſpecialitaté , neque indiuidualitaté , ſed genus , ſpém , & indiuiduű ; quod aut definit , illud confiderat , non aliud . quod non definiat genereitaté , ex eo pa tet , quia in Ariftotelis logica nulla inuenitur definitio genereitatis , aut ſpecialitatis , & c . At di- ces , genereitatis definitionem efle ipſam generis definitionem . hoc falfum eſt , cum verú non ſit genereitaté prædicari in quid de pluribus ſpeciebus , vt prædicatur genus , quod de pluribus ſpe- ciebus in eo quod quid eſt , prædicari a logico definitur . Similiter prædicationes apud logicum non traduntur de ſecundis intentionibus in abſtrato , ſed de ſecundis in concreto . Quádo enim dicit logicus , exempli gratia , propoſitio primi modi dicendi per ſe eſt , in qua genus enunciatur de ſpecie , per genus non intelligit genereitatem , fed illud , quod oft genereitate præditű , hoc eſt primam intentionem , vt genereitatis forma præditam , ſeu primam intentionem , quæ eſt genus . Falfum eft enim genereitatem de ſpecialitate prædicari , nam falfum eſt dicere ſpecialitas eſt ge- nereitas.Sed obijciet nobis aduerfarius , inquiens , at falfa & hæc eſt propoſitio , nimirum , Genus eſt ſpecies , & tú dicitur genus de ſpecie prædicari , & verè dicitur . falſo ét dicitur medius termi- nus eſſe maius extremú , & tń maius , extremű de medio termino prædicari verè dicitur . non ſe- quitur ergo , ſpecialitas non eft genereitas , ergo genereitas de ſpecialitate non prædicatur , quare nec ſequitur in logica non definiri genereitaté , nec tradi regulas de genereitate , & c . Refpondeo igitur , in hoc dicendi modo , videlicet , ſpecies eſt genus , capi ſpém pro ſpecialitate , & genus pro genercitate : proinde falſa eſt hæc propofitio , illa aut , ſcilicet , Genus de ſpé prædicatur , eſt vera , quia in illa fpecies , & genus fumuntur in diuerſa ſignificatione . Sciendu eſt.n.ipfa quidé realia ac cidentia tum quæ in concreto , tum que in abſtrato ſunt proprias habere nominationes , itaque aliter vocantur quæ in concreto ſunt , & aliter quæ in abſtracto.u.g.accidens diſgregatiuú viſus in concreto ſumptú , dicitur albu , at idem in abſtracto dicitur albedo : ſecundæ aut intentiones tú quæ in cocreto , tú quæ in abſtracto ſunt , code noie vocari ſolent.genus.n.tú pro genere ſumitur , hoc eſt pro intentione prima , quæ ſubſter intentioni ſecundæ , genereitati nimirű ipfi , tū pro ipſa genereitate , idemque dicendum de medio , & maiori & minori extremo : cum ergo dicimus ſpe- cies eſt genus , ambigi põt , ne per ſpém , & genus intelligamus ſpecialita é , & genereitaté : immo in hac propofitione , ſpés eſt genus , potius accipimus hos duos terminos , ſpém , & genus , pro ijs , quæ in abſtrato , a pro ijs quz in cócreto funt.hinc fit vt ad fugienda ambiguitaté ac ſcrupulů , in quo facilis eſt offenſatio , ſcdæ intétiones plurimæ vt modi prædicétur quidé prædicatione fi- gnata , exercita aút prædicatione non ité . Scdæ intentiones vt modi dúr illæ , quas ia vocauimus Icdas intentiones in concreto ; ficuti ſcdæ intétiones vt quid dír illæ , quas vocauimus ſcdas inten tiones in abſtrato . prædicatio aút ſignata dicitur cú inter ſubie & ú , & prædicatú propoſitionis ponitur aliquid qd ſignet , hoc eſt ſignificet prædicatú dici de ſubie & o , vt cú dicimus , Aíal prædi catur , ſeu dicitur de homine.in hac.n.propofitione , verba illa prædicatur , ſeu dicitur ſignificant qå aïal fit prædicatú reſpectu hominis , & quod homo dici poſsit aial : Prædicatio verò exercita eſt cú abſque illa nota ſignante , prædicatú dicitur de ſubie & o , vt cú dicimus , homo eſt aial . Dicitur aût exercita , qm exercet id , qd ſignificatur in ſignata . in ſodis ergo intentionibus plerifque , quæ funt in concreto , vera eſt pdicatio ſignata , ſed falſa exercita ; ac falſa quidé , qm in ea potius ter- mini ſupponunt pro ſodis intentionibus in abſtrato , pro fodis in concreto , ob id apud logicu no ſolent dari prædicationes exercitæ ſcdarū oíum intétionú , quarū dant ſignatæ , qm ij ſolú có fiderant ſcdas intentiones in concreto , in prædicatione ait exercita de ſcdis intentionibus ter- mini vt plurimű fignificant ſcdas intentiones in abſtracto , ex quo fit vt dicatur a logico , Maius extremű prædicatur de medio , Minus extremű fubijcitur maiori , & cetera hmõi , & id vere dica tur : at vero apud en dicere non liceat , Mediú eſt maius extremu , & cetera. Dixi aut vt plurimü in exercita prædicatione terminos propofitionis fignificare ſcdas notiones in abſtracto , nó ſodas in concreto , qm qúque termini hmõi ſignificant ſedas in cócreto qń nimirű prædicantur ſupe- riora de inferioribus , vt cú prędicatur vniuerfale de genere aut de ſpé , tu.n.dicere licet , genus eft vniuerfale , ſpés eſt vniuerſale.prædicationes.n.fuperiorú de inferioribus rete fiút tú in entibus realibus , tú in entibus ronis tā fignata a exercitæ , & ta in ſcðis notionibus in abſtracto , qua in ſe cundis in concrero.proinde rete dicitur , aial prædicatur de homine , ergo ho eſt aſal , vniuerfale prædicatur de genere , ergo genus eft vniuerfale , ſcia intétio prædicatur de genereitate , ergo ge nereitas eſt ſeda intétio , at no tener conſequétia , genus prædicatur de ſpé , ergo ſpés eſt genus , quia ! 1 - quia termini huius propoſitionis inter ſe no habét rõnem ſuperioris & inferioris ob id dicitur in terminis fcdarū notionú diſparatis ( funt aut ſede notiones diſparatæ , quæ no coordinátur joui- cé ſcium fub , & fupra , ve ſunt ſpés , quæ fub codé genere collocantur , vt fcda intétio ſpéi , & fcda intétio generis , q fub vniuerfali , vt fub genere eodé gradu coſticuuntur ) in hmõi inqua terminis no tenere cóſequétiá a pdicatione ſignata ad exercita.no ſequitur.n.genus de ſpé pdicatur prędi catione ſignata , ergo de cade prædicari pot exercita prædicatione . quia ſcdæ notiones in cocre- to diſparata aliud fignificat in prædicatione ſignata , aliud in exercita . ( cda aut quęuis notio in abſtracto in vtraq ; prædicatione code ſp capitur mo , proinde de hmói notione vel affirmatiue , vel negatiue fiat conſequentia , a prædicatione exercita ad ſignata & cótra , ( p valida eft . Quare optime fequitur , ſpecialitas non eſt genereitas , ergo hzo de illa non prædicatur : quod proban- du ſuſcepimus.Sed hæc , quz a me dicta funt , quod.l.notiones fcdz tű ez , quz in cocreto , tú illa , quz in abſtracto cócipiútur , eodé appellétur noie , no ex ppria , ſed ex alioru ſentétia dicta efle ſciendú eft.neque.n.ego vera eſſe puto , niſi ad reaú quēdā lensú pertrahatur . Quauis.n.verú fic intétiones ſcdas plerunque no przdicari prædicatione exercita cu altera de altera prædicari de ſed tantú ſignata id tí haud inde fit quia notiones ſcdę eodem vocentur nomine tum in concre- to ſumptz , tum in abſtracto . Genus enim , ſpecies , fubiectum , prædicatum , & c . fignificant proprie concreta , non abſtrata . notio.n.illa in abſtracto , quz genus coſtituit appellatur gene- reitas , nó genus , & ſpecieitas , aut ( vt ipfi dicunt ) ſpecialitas illa notio in abſtracto , quæ format ſpecie , non ſpecies & c . Verú quidem eſt Generestatem , ſpecialitatem , & nomina alia huiufmo- di raro vfurpari.fed hoc ideo fit , quia ſcdarum in abſtracto notionum raro facimus mentionem . quare infrequens rei mentio quominus frequens vocis eius proprię métio fit , in ca videtur eſſe , aliud præterea nihil . Non prædicantur autem intentiones ſecundæ de alijs intentionibus ſecun- dis exercita prædicatione , quoniam cum ipſa dicant realem conceptum rei vt velatum ſecunda notione , ille in prædicatione earum exercita contingeret error , quòd cum verbi gratia ſpecies fut res gerens ſecundam notionem ſpeciei , quæ habet intrinfece vt generi ſubiecta fit , & co inte- rior , dicendo ſpecies eſt genus , intelligeretur , illud quod gerit notionem ſpeciei id ipſum quate- nus eſt ſpecies , eſſe genus , ac proinde id ipfum qua fubie & um , & inferius eft , eſſe ſuperius , quod maxime eft abſurdum . Cum enim ſecundæ notiones in concreto ex duobus conſtent , ex prima intentione vt ex fubie & o , fiue materia , & ex fecunda in abſtracto , vt ex forma , in prædicatione exercita dicunt connexionem fubie & i , & prædicati non ex parte materiæ , fed ex parte ipfius for mæ , vt cum dicitur , ſpecies eſt genus , in hac propofitione intelligitur ſpeciem quoad ſpecialita- sem , quam concernit vt formam , eſſe genus quoad genereitatem , quam concernit genus vt for mam : vt perinde ſit dicere ſpeciem eſſe genus , ac ſpecialitatem eſſe genereitatem . Ad hunc fen- ſum trahendo quod dicitur ab alijs , ſecundas nimirum intentiones in abſtracto vocari nomini- bus ſecundarum in concreto , hoc eſt , dum ſecundæ notiones in concreto prædicantur de ſe- cundis item notionibus in concreto exercita prædicatione in huiufmodi propoſitionibus ter- minos ipſos non dicere connexionem materiæ , ex qua conſtant , ſed forma , quæ eſt ſecunda notio in abſtracto , ac proinde in hoc caſu nomina ſecundarum notionum in concreto vt prin- cipale connotatú dicere ſcdas notiones in abſtracto , quz ſunt partes formales ſecundarum no- sionum in concreto , hoc inquam modo dictum illud interpretando , verum eſt . Atque hæc pluribus in gratiam tyronum dicta funto . Nunc ad propofitum redeundo dico breuiter , no- ciones fecundas diuidi in abſtratas , & in concretas , ſcu in notiones ſecundas in abſtrato , & in notiones ſcdas in concreto : & eas q ſunt in abſtracto eſſe vt formas caré , quz ſunt in cocreto . Quare notio fecunda in concreto dicit primam in abſtracto , ac præterea materiam , fiue ſubie- Aum , cui notio illa in abſtracto impoſita oſt , vt impoſita eſt forma ſtatuæ lapidi , aut zri . & de hac ſecunda in concreto agit logicus , cum hanc definiat , non autem de nuda eius forma per ſe ſumpta , cum hanc per ſe ſumptam non definiat , neque de ea regulas, aut precepta tradat . Nunc vero quanti fint aduerfarij cuniculi videamus . Inquit primum notiones fecundas non habere materiam , ex qua , dum in proprijs logicæ diſciplinæ libris ab Ariftotele ſumuntur , fed habere tantum materiam in qua . Quomodo habent materiam , in qua , dum ſumuntur in pro- prijs logicz libris ? An vt partem , cum qua ab intellectu concipiantur, vt concipitur album , quod non poteft abſque ſubiecto concipi , cum fit accidens in concreto ? an vero vt merum fun- damétum , veluti habere materiam dici pot ipſa paternitas , hoc eft fundamentu , in quo funda- tar , verbi gratia Sophroniſcum Socratis patrem ? Si dicat habere materiam ve album , iam fen- cit tit nobifcum , & contradicit fibi.non funt enim amplius , vt ipſe putat , ſecundæ notiones logicz puræ quædam formæ , & inftrumenta logica non componuntur amplius ex partibus ſolum inte- grantibus , fed & ex partibus eſſentialibus , to ſcilicet modo effentialibus vt componi dicitur ſta tua ex lapide , vel ex ære , & forma ſtatuæ , & cetera arte facta , vt domus , ſcamnum , & c.ex pro- pria materia , & propria forma , quorú quidem partes proportione quadā rident partibus com- poſiti naturalis ; vel eo etiam , modo effentialibus , vt componi dicitur album ex ſubiecto in actu , & forma albedinis , itaq ; hæc aduerfarij materia , in qua , coincidit cum noſtra materia , ex qua , per materiam enim ex qua conftituuntur notiones ſecundæ , intelligimus nos materiam in actu , non in potentia , fed tamen proportione quadam reſpondentem materiæ rerum naturalium , quæ eft in potentia ad formam ſubſtantialem.omnis enim materia , ex qua conſtat aliquid , vel fit potentia , vel a & u , dici poteſt materia , ex qua . Si vero per materiam , in qua , capit fundamen- tum , vt eſt Sophroniſcus pater fundamentum paternitatis , vt certe capere debet , fi verum effe vult inſtrumenta logica non ex alijs conftare partibus , dum in logica ſumuntur , quam ex inte- grantibus , & notiones ſecundas ſumiſcorſim a rebus , & in fumma fi falfam effe vult opinionem noftram quod ſcilicet ſecundæ notiones non fint pura forma , ſed compoſita quædam : iam fa- teatur neceffe eſt a logico definiri , ac vſurpari fecundas ſolum notiones in abſtracto , & de ijs ab co regulas & præcepta tradi , quod eſſe falſiſsimum demonftrauimus . Sed in hac opinione ſua inconſtantiam aduerfarius præſefert , vt inferius oftendemus . Dicit quoque aduerfarius res logicas , dum ſcientijs applicantur , habere materiam , ex qua . Quomodo hoc dicere pofsit inhæ rendo ijs , quæ tanquam fundamenta ab eopræiacta funt , equidem non video . Nam fi per ipſum materia , ex qua illa eſt , quæ in pura potétia eſt , & cú forma eſſentiali copoſitū facit , quonam pa Ao res logica applicatæ rebus , quæ funt adu , & pera & um cognofcuntur , manentes adhuc lo- . gica ( cum ipſe nolit logicam applicatam degenerare poffe in realem ſcientiam , cui applicatur ) materiam , ex qua habere dici poffunt ? falfum ergo dicit quod logicæ res applicatæ habeant ma teriam ex qua , aut fi verum eft hoc , cuertit iam ſua fundamenta , quod ſcilicet duplex fit materia , vna , ex qua , & fit illa quæ eft in pura potentia , altera in qua , & fit illa , quæ fumitur pro funda- mehto , & eft in actu & c.præter has enim duas tertia quædam danda fuerit , quæ cum in actu fit , dici tamen poſsit ex qua , & pro parte eſſentiali rei compofitæ ſumi , vt eſt ſubie & um acciden- tiú , & artefatoru , quod neceffario fumitur in corum definitione , & ut eſt mä rerum logicarum , dú ipſæ rebus applicata ex ma coſtare dir . Ad cetera . Inquit : Inſtrumenta autem logicalia in logi- ca difciplina confiderari ab Ariftotele ut formas a materia , cui anncati poffunt , feparatas , declaro , na ex com- muni omnium expoſitorum fententia philofophus in libris priorum docet conftruere fyllogifmum , quatenus forma eft a materia ſciuncta , ergo in illis ad mentem eius non potest dari fyllogifmi compofitio ex materia , forma , ficuti ex lapide tanquam materia , & Mercurij effigie tanquam forma componitur lapidea eiufdem Mercury Statua . & licet Ariftoteles in fyllogifmi constructione tradenda exemplificet in materia , id facit ( ipfomet teste ) vt addiſcentes facilius fentiant . Ruit igitur illa duplex in rebus logicis compofitio , & refo- lutio vt in logica difciplina confideratis , & c . In libris priorum docet philoſophus conftruere ſyllo- gifmum quatenus eſt a materia ſeiun & us , non ab omni prorfus quomodocunque accepta ma- teria , fed a materia neceffaria , accepta prout neceſſaria eft , quæ in poſterioribus analyticis con fideratur , & a contingenti , accepta prout eſt contingens , quæ in topicis pertra & atur , & c . Ac ego non de hoc modo ſumpta materia loquor dum dico ſyllogifmum prioriſticum conſtare ex materia , ſed eam intelligo , cui ſecunda notio fyllogifmi eſt impofita , quæ eſt quidem realiter aut neceffaria , aut contingens , formaliter tamen non concipitur fub vlla ratione aut neceffa- riæ , hoc eft pofterioriſtica , aut contingentis , hoc eft topicæ , & c . fed capitur confufe pro fubie & o terminorum fyllogifmi . Medium enim , maius , & minus extremum dicunt inten- tionem ſecundam cum prima . habet ergo duplicem fyllogifmus materiam , vnam lapidi re- ſpondentem in ſtatua Mercurij lapidea , alteram , quæ in omni compoſito ex partibus integran- tibus , & quantitatiuis reperitur . Medius enim fyllogifmi terminus , maius , & minus extre- mum habent quidem formas ſignificantes mutuos corum inter ſe reſpectus , ipſa tamen no ſunt pura forma , Medius enim terminus u.g.in primo modo primæ figuræ dicitur quodlibet ens rea le prout ita eſt affectum ad aliud ens reale , vt cum ei ſubijciatur , includat in ſe rationem , ob qua illud ens reale quod de co prædicatur , de alio reali ente prædicetur . Quare medius ipſe termi- nus nihil eft aliud , quam ens reale cum modo confiderandi intentionali . Propterea re & e dicunt aliqui definiri in logica entia ipfa realia vt quod , intentionalia verò vt quo.nam quod definitur , quando 33 : quádo u.g. definitur medius terminus , eſt exépli cauſſa rationale , at vero quo definitur , eſt rá- τιο medij , fiue ( vt ita dica ) mediatio , quia tū rõnale non confideratur ſcdum propria nam , fed tantummodo fecundum illam rationem medij , quam ei logicus imponit . ob id varijs in libris lo gicis iuxta varias quas accipit notiones , varias etiá ſortitur definitiones . In libris peri hermen . a logico rationale confideratur vt fubie & um , vel vt prædicatum , co igitur in libro definitur per fubijci , & per prædicari ; in libris priorum confideratur vt medium , vel vt maius extremum , ibi igitur definitur per refpe & um medij inter vtrunque extremum , aut per rationem maioris extre mi , quod eſt predicatum concluſionis , & c.In libris vero poſteriorum vt ſubie & um in propoſitio ne ſecundi modi dicendi per ſe , aut vt prædicatum in propoſitione primi niodi , aut vt medium quod fit cauffa inhærendi , & c . Adreliqua . Dixiego in primo Apologetico regulas in logi- ca traditas de fyllogifmis non eſſe veras de ſecundis , fed de primis tantum intentionibus , cum abſurdum fit dicere u.g.medium eſt maius extremum , & tamen regula illa vera fit , ideoque mi- nime abſurda , ſcilicet , Maius extremum in prima figura de medio termino prædicatur . Ad hæc refpondet inquiens : Criticus abfurdiſſimum eſſe vult quod in via philofophi congruum , & conueniens est . Non ne falsum est dicere B.eße A.C.effe B. C.effe A ? attamen primus modus prima figura ab Ari- ftotele hoc patto aßignatur , Omne B.est A.omne C.est B.ergo omne C.eft A. A pariinconueniens non erit fi etiam his terminis aßignetur , omnis medius terminus est maius extremum , omne minus extremum est medius terminus , ergo omne minus extremum est maius extremum , licet falfum fit medium terminum effe maius ex- tremum . & c . Primum aduerfarius mihi concedit eſſe verum quod medius terminus non fit ma- jus extremum , quo mihi conceffo concludo contra ipſum quod volebam , nempe regulas logi- cas non effe veras de notionibus ſecúdis quatenus ſecundæ funt ac fupponût pro ſe ipſis , vel pro ſecundis in notionibus abſtrato . Deinde cum ab exemplis Abecedarijs faciat confequentiam ad terminos ſecundarum notionum , ſe quod dicit non intelligere aperte oftendit . Exempla qui- dem Abecedaria in libris prioru ( vt & in ceteris logicæ libris ) ſumuntur vt fupponunt pro inten tionibus primis , non vt fupponunt pro ſcdis , quia funt exempla quædam , in quibus logicorum præceptorum , ac canonum veritas actu pratico ( vt aduerfarij verbis vtar ) manifeſtatur , fumun tur autem huiufmodi exempla fita pro veris ( fi & a dico , quia in his ſupponitur A. effe . B.quod eſt per ſe falſum ) quo melius formæ ſyllogiſticæ vis intelligatur , & abfque vllo errore percipia- tur , quod non tam facile eueniret exempla vera proponendo , cum in his fæpe materiæ neceſsi- tas nobis imponat , & vt ex ea necefsitatem formę dimetiamur efficiat . Propterea dicitur in prio ribus analyticis omne A.eſt B. & omne C.eſt A , ergo omne C.eſt B.quæ funt prædicationes exer citæ , quia vult logicus ut A fupponat u.g.pro rationali B. pro riſibili , C.pro homine , vt idemfit , omne A.eſt B.quod , omne rationale eſt riſibile . & hæc quidem fuppofitio a quocunque fit , qui in ea incidat exempla , nulla præcedente admonitione , quia nemo ignorat A.non effe B.ideoque id per ſuppoſitionem dici cognofcit . At vero eodem modo dici non poteſt, medius terminus eſt maius extremum, & c.non folum quia cum de ijfdemmet terminis regulæ tradantur, per cofdem met explicari , ac declarari illæ non poffunt ( non poteſt enim idem fieri notum per ſe ipfum , nifi per ſe alio atque alio modo ſumptum ) verum etiam quia vt dixi ſecundæ notiones prædicari nó poffunt de ſecundis alijs notionibus prædicatione exercita , nifi adfit refpe & us ille fuperioris , & inferioris , fed prædicantur ſolum predicatione ſignata . non valet ergo confequentia, dici poteſt A. cit B. ergo etiam dici poteſt medius terminus eft maius extremum , quia in illis haber locum prædicatio exercita , in his vero non item ; & idcirco in his locum non habet , quia pe- riculoſa in ijs eſt ſuppoſitio ita , vt in ea decipi addifcentes facile poſsint : quia in prædicatione exercita termini propofitionum huiufmodi formaliter fupponere folent , non materialiter , in fi- guata vero materialiter , itaque maxima fieret confufio , in prædicationibus vero quæ fiunt in exemplis Abecedarijs , termini in utraque prædicatione codem ſupponunt modo . Sed vt Afri- ca ſemper aliquid noui , fic nouam aduerfarius huc quoque affert ridendi materiem . In- quit enim . Ad rationem , quam format Criticus contra meam interpretationem ad illam Auerrois aucto- ritatem , refpondeo me velle fecundas notiones , & fi in rebus fundatæ funt , quoniam fine eis extra intellectu fubfiftere non poffunt , a logico in logica difciplina tractari feorfim a rebus , non proptered fatear neceffe est , res ipfas nullatenus ad logicam pertinere , neque dici poſſe logicales . funt enim eatenus logicales , quatenus in eis actu practico , vt facilius fentiant addifcentes , logicus aliquando manifestat regularum fuarum veritate , non autem vtex eis tamquam materia , & fecundis notionibus tamquam forma intra fue facultatis limites Logicus inſtrumenta componat . Res igitur ex aduerfarij fententia ita funt logicales , vt huius propu gnationis auctor eſt Martialis.nomen enim habent logicalium , aliud præterea nihil . Animal er go verbi gratia idcirco dicetur effe logicale , quia logicus in declarando genere exemplum af- fert animalis , inquiens genus eft quod prædicatur de pluribus ſpeciebus , vt animal prædicatur de homine , & leone . Tune hæc tuis diſcipulis ? O cœlum , o terra . Nec eum pudet dicere : Qua Sententia eff Auerrois loco citato , vbi non potest intelligere fubiectum pro materia . Sed cur ( dicet aliquis ) id cum pudeat ? Non ne perpulchram , & cedro dignam affert rationem ? inquiens : Alioquin Auerroes contra fua dogmata cogeretur concedere materia formas contingere , & accidere , cum decem ge- nera fint materia , & fecunda notiones fint forme . Salue Auerroiſtarum anteſignane . Heus tu vnde hanc exculpis conſequentiam ? ſemper ne in coſequentijs faciendis eris tui fimilis ? Inquit Auer roes res efle materiam ſecundarum notionum , & fecundas notiones effe formas huic accidétes materiæ , ergo fuis Auerroes dogmatibus aduerfatur ? Quibus dogmatibus ? An unquam nega- ret Auerroes materia in a & u , vt eſt materia arte factorum , quæ compoſita ſunt ex materia in adu , & forma accidentali , formas artificiales contingere , atque accidere ? Tandem inquit : Su- bie & tum igitur ab Auerroe non potest fumi , niſi pro fundamento . Quamuis enim res ipfa a logico neceffario Sumantur cum fecundis carum conceptibus , non vt corum materia fumuntur , nec vt forma , ex quibus logica mfirumenta componantur , fed vt fundamentum , in quo fundantur . Quodfi Criticus nõ vidit , nil mirum , quia varo videt qua cum veritate conueniunt , vt patet quando ex co quod in multis locis logicarum difputationi affirno logicum fecundas intentiones traftare primis applicatas , idest habere pro fubiecto operationis fecun das notiones fimplices primis annexas , in ijſque fundatas , infert ad mentem noftram res a logico in logica di- Sciplina fumi , vt materiam , ex qua construere valeat logica instrumenta . Si legiſſet aduerfarius ea , quæ ab alijs de ſcdis intentionibus ſcripta ſunt , vidiffet vtique hoc neceſſario inferri , cùm penes illos ſcdz notiones applicate vocentur ille , que ſunt in concreto , & conftant ex rebus , ac ſcdis notio nibus in abſtracto taqua ex mä , & forma , cú ipſi propoſitioné illa Boethi decantatâ quod.l.lo- gica ſit de ſedis intentionibus applicatis primis , hoc mo intelligat , quod.f.logica agat de ſcdis notionibus in cocreto , nó aút de ſcðis in abſtra & o , vt præter oium exiftimatione intelligit ad- uerfarius . Quod fi neget adhuc inferri hoc ex ſuis verbis , qm ipſe per ſcdas notiones applicatas intelligere ſe aperte ſignificarit ſcdas notiones in abſtracto , cú per applicatas primis , intelligi a ſe dixerit eas quæ fundatæ fint in primis , quę vero fundatz in primis ſunt ex ſunt ſeda in abſtra- ao , nó aut ſcaz in cócreto : dico id quoq ; eſſe falsú , qm ij qui de ſcdis agūt notionibus res ipſas vocat fundaméta nó ſolú ſcðarú notionú in abſtracto , ſed et ſodarū in cocreto , cú aíal ipsů u.g. mõ fubiectú , mõ fundamétú vocét ſede illius notionis , qdé genus , q eſt ſcda notio in cócreto cú ergo ſcdz notiones in cocreto dici poſsint eſſe in primis fundatæ , & propriú eatú fit eff : ap- plicatas , illatio a nobis fa & a ex cius verbis optima eſt . Sed antequá caput hoc cócludo libet hu- ius viri in coſtituédo logicz ſubiecto retegere incoſtátia.hoc.n.loco inqt : Quauis.n.res ipfa a logi- co neceffario fumatur cũ ſodis earŭ cõceptibus , no ve earŭ materia fumitur , nec vt forma , fed vi fundamēru . cocedit ergo ſumi a logico res ipſas neceffario cú ſcdis notionibus , & ita cócipi.qd cófirmant q fubdit , nimirű logicu tractare ſodas notiones primis annexas . cú hæc verba , pprie ſignificēt logicú tra Aare ſodas notiones non abfq ; primis , fed cu ijs cóiun & as , hoc eſt cú tumere vna cú ſcðis et pri mas , vero dixit res iő dici logicales , & eſſe catenus logicales , quatenus in eis actu practico , vi faci- lius fentiat addifcentes , logicus aliquando manifestat regularū fuaru veritate.qd hoc fignificet , ex ſuperio ribus apparet , vbi dixit : licet Aristoteles in fyllogifmi conſtructione tradenda exemplificer in materia , id facit , ipso met teſte , vt addiſcentes facilius fentiant . fignificat igitur res eſſe logicales , quatenus adhi- bentur aliquando in exemplum regularum logicarum . At exempla non ſunt fundamenta , nec neceſſario ſumuntur , ergo res in logica ex aduerfario ſumuntur neceffario , & non ſumuntur ne- ceſſario : & funt fundamenta , & no lunt fundamenta . Antea etia dixerat res ideo eſſe fundamen- ta notionum ſecundarum , quoniam hæ fine illis extra intelle & um exiſtere non poffunt , quaſi di- ceret , in intelle & u exiſtere poſſunt abſque primis , ( ed non extra intelle & um : hunc enim ſenſum ea verba faciunt : at hoc eft contrarium fere eius quod poſtea faſlus eft , quod ſcilicet res a logico fumantur hoc eſt concipiantur cum ſecundis notionibus : nam fi hæ non nifi extra intelle & um indigent primis , quorfum igitur concipiuntur neceſſario.cum primis ? Præterea hic Applicatas interpretatur fundatas in primis non vt ex ijs tamquam ex materia conſtantes , at ſuperius di- xit : fecunda intentiones compoſite in libris logica non poßunt componi nifi ex partibus integrantibus , at rebus applicate componuntur vtique ex materia , & forma . Præterea dixit in hoc capite ſuz propu- gnationis , definitiones logicas non verificari de notionibus primis , nifi quatenus prima funt velata ſecun- 2 h dis : dis : & in defenfione capitis 10.libri primi log.diſput , huius fuæ propugn.pag . 6. logicus & fi levem quandam , & confufam rerum omnium cognitionem habet , eas tamen in facultate fua non cognofcit vt res Junt , fed tanquam fecundis intentionibus fubiacentes . Ergo res ſunt fubiectum ſecundarum notionum , non autem merum fundamentum . Quid eſt ſi non hæc inconſtantia eſt ? certe quo id alio vo- cem nomine , niſi grauiori verbo vtar , nefcio . De externo logice fine aduerfarij , & viri clarifsimi fententia , cum vtriufque oppugnatione , ac defenfione . OLVNT nonnulli externum logicæ finem eſſe diſtinguere verum a falſo , bonum que à malo , quam de bono , & malo additionem ſuperuacaneam eſſe exiſtimac vir clariſs . lib . priore de nat . log . quia veruin , & falfum , eorumque cognitio non modo in contemplatiua , ſed etiam in a & iua philoſophia , & in omnibus artibus locum habent , id tamen intereſt , quod cótemplatiuæ nullum alium fine n habet , quam cognitionem , reliquæ verò omnes cognitionem non per ſe quærunt , fed propter opera- tionem . Quoniam vero bonum , & malum funt propriæ materiei conditiones non ſecus , ac calidum , & frigidum , durum , molle , & huiufmodi , quas logica , atq ; adeo omnia logica inſtru menta accidentarie reſpiciunt , ideo ſi in logicæ definitione ſumeremus bonum , & malum , per- inde eſſet , ac ſi multas quoque alias materiei conditiones acciperemus , dicendo , logicam effe inftrumentum , quo diſcernimus bonum , a malo , calidum a frigido , & durum à molli ; quæ om- nia cum inconuenientia fint , inconueniens eſt etiam in logicæ definitione ponere alium finem , quam eum , vt diſcernat verum a falſo . Et licet Ariftoteles in Moralibus finem , ac ſcopum a & i- uz philoſophiz a & ionem nominare maluerit , quam cognitionem , id ab eo hac ratione factum ait , quoniam a & io ibi principalem locum tenet , cum fit vltimus , ac præcipuus finis , ad quem omnis earum difciplinarum cognitio dirigitur , quare aliter loqui non poterat lizio de fi- ne actiuæ philoſophiæ . De logica autem ( vt vocant ) adæquato ſubie & o deridendos eos eſſe dixit , qui ſecundas notiones tanquam rem confideratam , deinde vt inftrumenta notificandi po- nunt tanquam modum confiderandi : qui quidem error , vt palam fieret , notandum voluit , ſu- bie & o modum conſiderandi apponi ad coarctandum non rem confideratam , vt multi putant , ſed potius eius conſiderationem , vt gratia exempli , fi quis diceret eſſe in aliquo libro ſubiectu animal , quatenus eſt rationale , is non recte diceret , quia fi hæc locutio eſſet admittenda , opor- teret omne animal eſſe rationale , qui enim ita loquitur , videtur ſupponere omni animali ra- tionale ineſſe , vel ſaltem non ſimpliciter animal ſumit , ſed reſtrictum , & pro ſolo homine , perinde ac ſi di diceret , homo quatenus rationalis , fic enim re & e diceret , etiam fi eandem rem bis exprimeret, ſemel quidem tanquam rem confideratam , deinde iterum tanquam modú confiderandi , quoniam in conſtituendo vero ſcientiæ contemplatiur ſubiecto modus conſide- randi æqualis eſſe debet rei conſiderate . Licet enim dicere homo , quatenus homo , fed non reto dicitur animal , quatenus homo , niſi animal pro homine ſolo accipiatur : dum enim dieit animal quatenus eſt homo , non omne animal ſtatuit rem confideratam eſſe , ſed ſolum hominé , quia bos non poteſt conſiderari quatenus homo : cuius confideratio cum fit multiplex , reſtrin- gitur , poteft enim homo conſiderari vt ſanabilis , vt fælicitatis capax , & alijs fortaſſe modis , ideo dum dicimus ſubiectum eſſe hominem , vt homo eſt , vel vt eſt rationalis , ad hanc vnam confiderationem hominem coarctamus , & alias excludimus . Quæ ſi vera ſunt , duplicem ef- ſe dixit illorum errorem , qui ponunt ſecundas notiones pro vt funt inſtrumenta notificandi ef- ſe ſubie & um logicæ , etenim rem confideratam reſtringunt , quod faciendum non eſt , confide- rationem autem non reſtringunt , quam potius reſtringere debuiffent . Secundæ quidem no- tiones latius patent , quam inftrumenta notificandi , a Grammatico namque ſecunde notio- nes conſiderantur , quz inſtrumenta notificandi non ſunt : videntur itaque ſic dicentes rem ip- ſam reftringere . At ſi ſecundas notiones non amplè ſumant , ſed ſtrite pro illis tantum , quz a logico confiderantur , & funt inſtrumenta notificandi , nihil reſtringunt , dum dicunt , pro ve ſunt inſtrumenta notificandi ; rem enim non reſtringunt , vt manifeſtumeſt , ſed neque eius confi- derationem , quia harum nulla datur alia conſideratio , quam pro vt funt inſtrumenta notifi candi . Ad hæc refpondet aduerfarius libro primo logic.difputatio . capite 9. hunc in modum , inquiens : cum opinio noſtra de externo logice fine fit fundata fuper illa philoſophi auctoritate in Moralibus , tantum abeft , vt aliorum refponfio opinionem , quam ſequimur , funditus euertat , vt potius tam confirmare videatur . quoniam ſi hac de cauſa philoſophus in Moralibus finem , ac ſcopum actiuæ philoſophiæ a & ionem nominare maluit , quam cognitionem , eo quia actio principalem locum tenet , cum fit vltimus , ac præcipuus finis, ad quem omnis earum diſciplina- rum cognitio dirigitur , & per quem a & iua a contemplatiua philoſophia ſecernitur , ita etiam nos hoc nomine addimus difcernere bonum a malo , vt magis ſignificare poſsimus mentem phi- loſophi de logica effe , vt inſtrumentum fit vtriufque partis philoſophiæ , quod fieri non poteſt per id folum , vt diſcernat verum a falſo , quia licet verum , & falfum, eorumque cognitio non tantum in contemplatiua philoſophia , ſed etiam in a & iua locum habeant , manifeftius tamen atiua per id , vt diſcernat bonum a malo , quam per id , vt diſcernat verum a falſo , ſignificatur . An verò deridendi fint qui ponunt ſecundas notiones fimplices tanquam rem confideratam , deinde vt inſtrumenta notificandi , ideft , quatenus ex illis inſtrumenta notificandi, quæ ſunt ſe- cundæ intentiones compofitæ , conſtruenda funt , tanquam confiderandi modum logici operan- tis , alijs iudicandum relinquimus . Quod autem ad reliqua pertinet , eos ( inquit ) fibi ipfis , & philoſopho aduerfari , ſuamque poſitionem non fatis animaduertere exiftimamus , afferendo enim non rem conſideratam , ſed eius conſiderationem reſtringi debere , fibi ipſis repugnant , cum alibi dicant : Res quidem confiderata non est cuiufque ſcientiæ propria , fed potest ei cum alijs eſſe communis , modus autem confiderandi cuique proprius est , & rem conſideratam restringit , que ipfa per se communis erat . Deinde putantes in vero fubiecto ſcientiæ contemplatiuz conſtituendo modum confiderandi æqualem efle debere rei confideratæ , ſfimul & philofopho , & fibi ipfis contradi- cunt . Nam philoſophus in ſecundo phyſico . tex , 18. & 20. ait , in re confiderata poſle conueni- re plures contemplatiuas ſcientias , in modo autem conſiderandi nequaquam , & ipfi ( vt paulo ante diximus ) affirmant rem confideratam non effe cuiuſque ſcientiæ propriam , fed poffe plu- ribus communem eſſe ; modum autem conſiderandi cuique proprium . Si itaque res confidera- ta poteſt eſſe pluribus communis , & modus confiderandi cuique proprius eft , quomodo affe- runt in conftituendo vero fubiecto ſcientiæ contemplatiuæ modum confiderandi æqualem eſſe debere rei confideratæ ? Demum ponendo id , quod negligunt , pofitionem fuam parum ani- maduetere videntur . Nam rem aliquam confideratam , quæ pluribus modis confiderari pof- fit , ad vnum ex illis coar & ari , & restringi , nihil aliud eft , quam oes alios eius cófiderandi modos excludere , & illorum vnú ſeligere.vt gratia exépli , cum poſsit homo conſiderari vel vt ſanabilis , vel vt fælicitatis capax , fi aliquis excludendo , vt eſt fælicitatis capax , acciperet , vt eſt ſanabilis , diceretur ad hunc , non ad alium conſiderandi modū hominé reſtringere , ergo ponunt , quod ne- gligunt . Hæc cum vera fint , tantu abeſt , vt in duplici verſentur errore , qui ponunt ſecundas no- ciones fimplices , pro vt ſunt inſtrumenta notificadi , id eſt , pro vt ex illis conftruenda funt inſtru menta notificandi , eſſe logici operantis adequatum fubie & ü , vt potius eorum fententia fit pe- nitus ad mentem philoſophi . Accipiunt enim ſecundas notiones fimplices latè , pro vt etiam a Grammatico confiderantur , eaſque ad modum confiderandi Logici reftringunt , quod fecundú Ariftotelis præcepta loco ſuperius citato faciendum erat . & hoc præſtare , videlicet ; rem aliquam ad vnum ex pluribus eius confiderandi modis coar & are , nihil aliud eft , quam eiufdem rei con- fiderationem reftringere . Hæcego primi Apologetici cap.fexto confutans dixi Logicam eſſe inftrumentum commune omnibus facultatibus , quare ſi communem Logicæ fru & um peculia- rem eſſe dicamus vſum vtriufque philoſophiæ , tum afficimus iniuria reliquas facultates , dú eas excludimus , & vfum inſtrumenti huius nullis per ſe concluſum finibus , certis quibuſdam termi- > nis coercemus.non erat igitur in Logicæ definitione peculiaris facienda mentio vfus illius , quem Logica pręſtat Morali philofophiæ , neque timendum , ne ambigat aliquis , an hæc facultas vtilis fit Morali , & eius quoque fit inſtrumentum , cum verum illud , cuius mentio fit in Logicæ defini- tione , ſumatur vniuerfaliter vt genus ad omne verum.quem vanum timorem arguit ( dixi ) aduer- farij reſponſio , metuere enim videtur niſi in definitione Logicæ peculiariter fignificetur eam ef- ſe inſtrumentum philoſophiæ moralis , ne quis putet hanc facultatem non effe inftrumentum niſi philoſophiz contemplatiuæ , & non effe inuentam à philoſopho niſi ob contemplatiua . quo- niam hoc modo ratiocinatur , ſi ſola cognitio veri ſtatuatur , atque exprimatur pro fine in Lo- gicz definitione , poteſt adhuc ambigi , an ibi verum intelligatur illud etiam , quod fecundo re- fpicitur fpicitur à Morali , ' an illud tantummodo , quod præcipue ſpectatur à contemplatiuo : Propterea ſatius exiſtimat ad tollendam omnem dubitationem , addere verba illa , ad diſcernendum bonu à malo.fic enim liquido cognofcitur , Logicam eſſe inſtrumentum etiam philofophiæ moralis . Secundo , & vitimo defendi alteram opinionem , quòd , ſcilicet , ſubiecto modus confiderandi ap ponitur ad coartandum non rem confideratam , fed potius eius confiderationem. Cuius verita- tem prolixa oratione oſtendi ; Et ad obie & iones Adverfarij reſpondens , probaui nec ſibi ipfi , nec Ariftoteli Virum clar , aduerfari , neque ſuam ignorare pofitionem . Et primo ſibi ipfi non ad uerfari , licet alibi dixerit , rem confideratam à confiderandi modo restringi , ſi ſano modo verba intelligantur.Confiderare enim ( dixi ) aduerfarius debuit , multa in tractationibus prius confu- ſe dici folere , poftea vero explicatius , qui mos fuit Ariftotelis ipfius . Verti igitur nobis vitio nó debet , quòd primum dixerimus rem ipſam reftringi , deinde id negauerimus . Primű enim con- fuſe tradita eſt bipartita illa conſideratio ſfubie & i , cum ad eum tátum finem eo loci de ipſo men- tio facta fit , vt cognofceretur ſimilitudo inter ſubiectum demonftrationum , & fubiectuin opera tionis : propterea non neceffe fuit diſtinguere rem confideratam ab eius cófideratione , fatis fuit eam diftinguere à modo confiderandi , vbi autem fuit neceffarium confufa diftinguere , & expli care , ideoque notionem vnamquamque ſuo nomine vocare , diftin & a funt hæc , res confiderata , confideratio rei , & modus confiderandi , ac difertè pronunciatum eſt , modum confiderandi eſſe #qualem rei confideratæ , & eius confiderationem , non rem ipfam confideratam reftringere ſo- lere . Neque igitur nobis contradicimus , neque Ariftoteli repugnamus , fiquidem ipfi quoque di cimus , modum confiderandi effe cuique ſcientiæ proprium , licet is totam ample & i debeat rem confideratam : contradiceremus quidem Arift.ſi ſententiam aduerfarij ſequeremur , quæ eſt de- terrima , ob id eam iure reprehendimus . Tandem non ponimus quod negligimus , quia non pro- prie tem confideratam exemplis restringimus , ſed determinamus ad vnum conſiderandi modū , nifi verbum reftringendi cum verbo determinandi confundamus . & tum rem ipſam reftringen- tes , hoc eft , determinantes , nobis non contradicimusalibi dicentibus , rem confideratam non debere reſtringi . ibi namque reſtringere nobis ſignificatimmutatam ( vt fic dixerim ) & non inte gram accipere rem confideratam , vt fianimal confideremus , vt rationale , quod vitium eſt ma- ximum . Summa hæc fit , proprie loquendo res conſiderata non debet à modo conſiderandi re ſtringi , ſed determinari : proprie autem reſtringi dicitur nó res , fed confideratio rei , quæ ex mul tiplici fit à modo confiderandi fimplex.quod fi res confiderata non debet à modo confideran- di reftringi , fequitur , modum confiderandi eſſe rei confideratæ æqualem . Ariftoteles autem pro prie non diceret rem confideratam à confiderandi modo reſtringi , fed diceret ab eo propriam effici alicuius ſcientiæ , quod idem eſt , ac determinari , ſicuti etiam his verbis dicitur in Lib . de tribus præcognitis cap . 2. Nam res confiderata poteft huic fcientia cum alijs diſciplinis effe communis , at modus confiderandi cuique ſcientia proprius est , & fubiectum proprium efficit . Viri clariffimi de logic a fine fententia defenditur . ESPONDENS aduerfarius in ſua propugnatione inquit : Dicimus id quod ponit Criticus tanquam firmum , logicam ſcilicet effe inſtrumentum adeo commune omnibus facul- tatibus , vt nulla excludatur , philofopho penitus aduerfari primo top.cap . 9. vbi expreſſe vult logicam adminiculari vtrique philoſophie parti , inquit enim , quædam problematum veile eft fcire tantum ad eligendum , vel fugiendum , quadam autem ad ſciendum tantum , quadam verò ipfa per fe quidem ad neutrum horum , adminiculantia autem funt ad aliqua talium . Qua- re ex Critici fententia philoſophus reprehenfione dignus est , cum logice communem fructum dicat effe triusque philofophie vſum , reliquas enim facultates excludendo , iniuria eas afficit , ſeque ignorare often- dit logica vſum , cum ex Critico nullis perſe finibus ille fit concluſus , ab eo autem loco citato certis quibuf- dam terminis coerceatur : Hæc eft ex conſuetis aduerfarij conſequentijs , ſcilicet , Ariftoteles dixit logicam adminiculari vtrique philoſophiæ parti , ergo non vult logicam adminiculari alijs facul tatibus , quare non poteſt eſſe inſtrumentum aliarum facultatum : ac fi dicentibus nobis culter incidit panem aliquis inferret , ergo non incidit carnem . Nihil ergo probat contra nos aduer- I farius farius . Subdit : Non fuit itaque neque vanus , neque non varius meus timor , cum minime timuerim licet oppofitum Criticus affirmet , qui mibi falſo imponit , quod in reſponſione mea dixerim : Ideo fi fola - cogni tio veri ſtatuatur atque exprimatur pro fine in logicæ definitione , poteſt adhuc ambigi an ibi verum intelligatur illud etiam , quod ſecundario reſpicitur a morali , an illud tantummodo quod przcipue ſpe & atur a contemplatiuo : Verba enim formalia fub initium noni capitis libri primi logic . disp . huiufmodi funt : fi hac de cauffa pbiloſophus in moralibus finem ac fcopum actiue philoſophiæ aftione nominare maluit , quàm cognitionem co quia actio principalem locum tenet , cum fit vltimus , ac præcipuus fi nis , ad quem omnis earum difciplinarum cognitio dirigitur , per quem actiua a contemplatiua philoſophia fecernitur , ita etiam nos hoc nomine addimus difcernere bonum a malo , vt magis ſignificare poßimus men- tem philoſophi de logica eſſe , vt inſtrumentum fit vtriufque philofophiæ partis , quod fieri non potest per id folum vt difcernat verum a falſo , quia licet verum & falfum , corumque cognitio non tantum in contempla- . tisa philoſophia , fed etiam in actiua locum habeant , manifestius tamen actiua per id , ve fcilicet difcernat bo num a malo , quàm per id , vt difcernat verum a falſo ſignificatur & c . Nihil profecto falfi aduerfario impofui , nam etſi verba eius formalia non vfurpaui , fententiam tamen , quæ ex ijs verbis elici poteſt , bona fide retuli : Quæ enim ipſe hic recitat formalia verba eam , quam ego retuli , præſe- ferunt fententiam , ob id dixi ea verba vanum eius timorem arguere . Quod eam præfeferant ſententiam , vel me tacente , qui ea perpendat intelliget . id tamen probate non grauabor . Inquic aduerfarius per id vt logica diſcernat verű a falſo non ſatis ſignificari menté philoſophi efle , ve ea fit inftrumentum etiam philoſophiæ moralis , tum quæro ab ipſo quare his verbis mens phi- lofophi non ſatis ſignificetur ? quid rídet ? nihil certe aliud , nifi quia non intelligitur tam clare per hæc verba an philofophus voluerit logicam eſſe inſtrumentum philoſophiæ moralis . inquit enim manifeftius tamen actiua perid , vt fcilicet difcernat bonum à malo , quàm per id vt difcernat verum a falſo ſignificatur , ergo ambigi poteſt an philoſophi mens fit logicam eſſe inftrumentum philoſo- phiz moralis : ergo qui illam expreſsionem boni , & mali neceſſariam in logicæ definitione pu tat , ideo neceffariam putat , quia timet , ne illa omiſſa dubitet & ambigat aliquis an logica de- ſeruiat morali , aliter enim , fi hoc non timet , quæ cum cauſſa impellat ad prolixiorem efficien- dam definitionem ijs additis verbis , equidem non video, cum in scientijs oratio prolixior effici soleat ad rem melius declarandam, hoc est ad eum finem, vt omnis ex animo studio sorum dubitatio circa rerum cognoscendarum veritatem eximatur cum ergo eam expressionem necessariam putet adversarius, ergo timet, ne abſq ; ea inens philosophi de fine logicæ intelligi non possit. Non impono igitur adverfario aliquid, quod eius verba respuant. Hunc igitur ego timorem eximere volui adverfario inquiens non posse dubitari ne logica sit instrumentum vtriufque philosophiæ, cum in vtraque philosophia verum a falso diftinguatur, logica autem distinguat in omni re verum a falso si enim in omni re, ergo et in vtraque philosophia. Contra quæ si inſter ipse dicens per hæc sola verba non intelligi philosophi mentem eam esse, quam dixi , neque per illa ( dicam ego ) intelligitur philoſophi mens ea effe , nifi dicatur logica finem eſſe difcernere verum a falſo , & bonum a malo , cum expreſsione auctoris huiuſce opinionis , addendo , fecundum Ari- ſtotelem , aut aliquid tale . An forte dicet , ſe voluiffe dicere ſolam expreſsionem veri & falfi in de- finitione logicæ non oſſe ſatis ad ſignificandum philoſophi mentem ſcilicet logicam effe in- ſtrumentum vtriufque philoſophiæ , hoc eſt logicam eſſe inſtrumentum vtriuſque philoſophiæ tantum , non autem aliarum facultatum ? fi hoc dicere voluit , primum , verius eſt culpa , fi non percepta eſt eius fententia , cum ipſius verba hoc non dicant , neque innuant ? Deinde hanc effe Ariftotelis mentem ex verbis eius relatis minime colligitur , quemadmodum oftendimus , vt fci- licet logica fit inſtrumentum vtriufque philoſophiæ tantum , non etiam aliarum facultatum , cá eas Aristoteles per ea verba , quæ ex cap.9 . primi topici refert aduerfarius , non excludat . Sed de his fatis , ac fortafle nimium . Adalia . Inquit : Altera defenſio omnia in ſe falſiſſima continet . A quo obfecro ( inquit ) Peripatetico accepit rem confideratam etiam confuse accipi poſſe pro eius confideratione ? id enim erat vel auctoritate , vel ratione probandum . Tu vero a quo Peripatetico accepiſti artis ex- teriorem finem ab artifice operante attingi non poffe , & finem externum efle artis confide- randi modum ? & tot alia , quæ gratis a te dicta funt ? Cur ego teneor omnia mea verba auctori tate aliqua , aut ratione probate , tu verò legibus ijs eris ſolutus? A quo etiam philoſopho didi- citi eum qui defendit pofitiones ſuas , cas probare rationibus debere ? oppugnantis eſt proban - di munus , non propugnantisi logice ſexagenarie . Tume reprehendis quod dixerim modum confiderandi coar & tare rem confideratam tamquam mihi cótradicentem , ego refpondeo a me rem confideratam cum ſua confideratione confundi , cum dico eam restringi a modo conſide- randi. Probandum eſt tibi rem confideratam confundi non poſſe cum eius confideratione ; mihi fatis eſt aſſerere eam confundi poſſe : vt certe poteſt , ſi non tuo , at doctorum , & re & am callen- tium docendi methodum iudicio : quibus haud improbari poteſt hæc confuſio rei confideratz cum eius confideratione , ſi ſpectent locum , vbi a viro clar . fit , ibi enim fit , vbi diftin & io harum rerum confufionem gignere potuiffet , & intempeftiue lectoris animo ingeſta primitias eius ( vt Boethi verbis vtar ) perturbare.Cum enim vir clariſs.cap . 15. fignificationes vocis , quę eſt , ſubie & um , enumeraret , fimilitudinem quandam breuiter oftendere voluit inter ſubiectum ſcientiz , & fubiectum difciplinæ operatricis , inquiens fubie & um scientiæ duas habere partes, vnam veluti materiam, quæ dicitur res confiderata, & alteram veluti formam, quæ dicitur modus considerandi, cui quidem disciplinæ operatricis ſubiectum & finis modo quodam refpondeant.re ſtringit enim finis ſubiectum operatricis diſciplinæ , ficuti modus conſiderandi reſtringit ſubie- Aum ſcientiæ . Dicere autem hic modum confiderandi ſcientiæ reſtringere conſiderationem ſu- biecti , non autem ipſum ſubie & um per ſe ſumptum , & quæ effet conſideratio , quid fubie & um per ſe ſumptum ſecluſa omni eius confideratione , pluribus explicare erat a propoſito alienum , & potius obeffe difcenti , quam prodeſſe poterat.fatis fuit idoneo loco , nempe cap.8.hæc diftin guere . In co igitur capite dictum eſt conſiderandi modum non apponi ad reſtringendum rem ipſam confideratam, ſed eius confiderationem. vbi confideratio & a re confiderata , & a modo confiderandi diſtincta eſt . Quamuis enim confundi poſsint res confiderata , & confideratio , at- queetiam conſideratio capi aliquando ſoleat pro conſiderandi modo ; attamen hoc loco di- ſtinguenda hæc omnia fuere ad rei veritatem penitus cognofcendam , quam ignorare præſe- ferabant illi , qui volebant in logica rem conſideratam eſſe notiones ſecundas , modum autem confiderandi , vt funt inſtrumenta notificandi ; ipſi enim reftringebant ſecundas notiones per il- lum confiderandi modum , eo nixi fundamento , quod modus confiderandi reſtringere dicatur rem confideratam . quam quidens propoſitionem eos non intelligere vir clarifsimus patefecit . Quare autem non intellexerunt? quia non acceperunt rem confideratam cum tota eius conſideratione in huiufmodi enunciato , ſed ipſam rem confideratam nudam ſumpſerunt , quo qui- dem modo ſumpta re conſiderata , hoc enunciatum eſt falſum . Verum enim eſt rem confideratā reftringi a modo conſiderandi , fi res confiderata ſumatur cum tota ſua confideratione . tunc enim'confideratæ rei pars eſt eius confideratio , hæc autem fi contrahatur , & limitetur , quatenus ad a & um confiderandi pars eius aliqua tantum vocatur , contrahi videtur res ipſa modo quodā , ac limitari . Quod fi res ipſa capiatur ab omni ſua conſideratione ſocluſa , tunc modus conſide- randi cam minime reſtringere dici poteſt , ſed potius ipſi eſſe æqualis ; reftringit autem ſolam eius confiderationem . Quid per rem nudam confideratam , quid per confiderationem rei , quid per modum cófiderandi intelligamus , exemplis explico . fit in ſcientia , aut in tra & atione aliqua ſubiectum illius animal . Hoc poteſt confiderari vt ſanitatis, & ægritudinis , vt ſomni & vigiliæ capax , vt mortale , & c . qui ſunt plures eius confiderandi modi . Si omnes hi modi fimul animo concipiantur, hoc aggregatum dicitur animalis confideratio . Quod ſi animal nullo horum mo- dorum confideretur , fed tantummodo eius quidditas & effentia ſpe & etur , tunc dicitur animal nudum , & ab vniuerſali illa conſideratione ſecluſum confiderari . Modum igitur confiderandi reftringere rem confideratam & vere , & non vere dicitur . Vere dicitur ſi res vna cú eius confide ratione ſumatur: vt ſi ſamatur animal cum omnibus fuis conſiderandi modis , ad eum finem , ve vno aliquo eorum modorum confideretur : tunc enim vnus eius confiderandi modus ab intelle- Au noſtro delectus , ac ex pluribus illis depromptus illam conſiderationem ex multiplici ſimpli cem reddit , & rem prius ampliſsime confideratam ad vnicam reftringit conſiderationem . Non vere auté dicitur reſtringi ipſa res conſiderata , ſi abſque illa conſideratione fumatur , cùm enim poſtea ſub vno aliquo confiderandi modo fumitur , vt cum animal acceptum vt corpus animatū ſenſibile , poftea confideratur quatenus vigiliæ ſomnique capax eſt , non dicitur reſtringi , cum non fiat ex pluribus vnum : nec latius antea patuerit animal , quam nunc pateat , cum capitur ve vigiliz ſomnique capax, fed & prius , & pofterius vt æque patens accipiatur . Illi ergo qui ſecundas intentiones in logica rem confideratam faciunt , & modum earum confiderandi eſſe vo- lunt , vt ſcilicet funt inftrumenta notificandi , rem confideratam ita reftringunt , vt non zque 4 . T la Jare pa late pateat , ac patebat prius . Aliud porro eſt rem confiderată ad prædicatum aliquod , quod fit que patens ac res ipſa patet , coar & are , aliud autem eam ad ſuam aliquam ſpeciem reftringere, cum enim fubie & um reftringitur ad vnicam confiderationem prædicati non minus late pa- tentis , maner adhuc ca res communis vt prius : at cum genus ad ſpeciem contrahitur ( vt ſecun dę notiones ad inftrumenta notificandi , quarum funt genus , ab aduerfario contrahuntur ) non eſt amplius commune ceteris ſpeciebus , vt infra ex Auerroe oftendemus . Nunc aduerfarij ac- cufationibus reſpondeamus: Idem ( inquit ) funt o bone Critice confideratio , & modus confiderandi ali- cuius rei , quot enim funt rei confiderate confiderationes , tot funt eiufdem modi conſiderandi . Concedo hoc , dixi enim aliquando confiderationem rei ſumi ſolere pro modo confiderandi . Sed nó ſequitur ex hoc, ergo confideratio nihil fignificat aliud quam modum conſiderandi . Nam illud aggrega- tum ex pluribus confiderandi modis , vt fomni & vigilię capax , & fanitatis , ac morbi , & mortis & vitæ , & fi qui funt alij , dicitur coſideratio aíalis , non ti dicitur conſiderandi modus aialis , nifi per confiderandi modum numero fingulari intelligamus omnes animalis confiderandi modos , quo quidem modo non intelligit aduerfarius confiderandi modum, cum inquit cum reftringe- re rem confideratam.omnes enim conſiderandi modi animalis fimul ſumpti ipſum non reſtrin- gunt . Subdit ; fi confideratio distingueretur a modo confiderandi , qui per Criticum rem confideratam de- terminat , & eius confiderationem restringit , fequeretur ex eiufdem Critici fententia , ſubiectum adequatum non constare ex duabus partibus, nempe ex re confiderata, & modo confiderandi, fed ex tribus , nimirum ex re confiderata , ex eius confideratione , & ex modo confiderandi , & c . Hem inftantias pueriles . ſubie- Cum femper confideratur vt conftans ex partibus duabus , vel re conſiderata , & peculiari ali quo modo cófiderandi , vel re cófiderata , & vniuerfali eius cófideratione.nãq ; extra particulares ſcientias diftingui poteſt in rem confideratam , & eius confiderationem in vniuerfali fumptam , in hac vero , vel illa ſcientia diſtinguitur in rem conſiderata , & peculiarem modum confideran- di . cum enim in vniuerfali illa conſideratione lateant plures confiderandi modi , ac infint poten tia , quando fubie & um particulari alicui ſcientiæ fubijcitur , ex potentia vocatur in a & um ille pe culiaris confiderandi modus , qui ſcientiam eſt determinaturus , & cius tantum , ac rei confide + ratæ habetur in illa ſcientia ratio , neglectis alijs conſiderandi modis . ſubiectum ergo adæquatu prout tale conftat tantum ex duobus , ex re confiderata , & parte aliqua confiderationis ipfius rei confideratæ , neglecta eius reliqua confideratione : quare illa reliqua confideratio , cum ne , gligatur , & nulla ipſius ratio habeatur , non facit numerum.Inquit . Non diftinguitur confideratio a modo confiderandi , nec ab eodem restringitur . nam fi modus confiderandi rei confiderationem reftringeret , quia multiplex eſt , quid modum conſiderandi reftringeret , cum & ipſe ſit multiplexi ? fi refpondeat aliquis , cum a nobis intellectus nostri ope restringi , a nobis criam codem modo reſtringetur eiufdem rei confideratio , non ( vt affirmat Criticus ) a modo confiderandi . Hæc ratio cotra te militat , fi enim modus cófiderādi non poteft reftringere confiderationé , quia is eſt multiplex , neq ; ergo re ipſam confideratam re ſtringere poterit , contra tuam fententiam . Quare enim , cum fit multiplex , rei confiderationem non reftringit ? dices certè quoniam æque late patet , acconſideratio : fed confideratio rei quæ eſt multiplex æque late patet ac res ipfa cófiderata , ergo modus cófideradi & ipfe æque late pas tet ac res cófiderata , non igitur eam vllo pacto reftringere poteft , contra quam a te dictum eft . Modus cófiderandi o bone de quo loquimur , no eſt multiplex , ideo que reſtringere poteft con- fiderationem , cum ea fit multiplex . Inquit : Modus confiderandi remconfideratam reftringit , terminat , alicuius fcientia propriam efficit.pro vno enim , & codem bec tria accipiuntur . nam fi modus confideran , di terminat rem confideratam ad vnam ſcientiam , eiuſque propriam efficit , cam quoque ad illam reftringit , contrabit : quia ficuti animal cum potentiam habeat ad rationale , atque irrationale , per rationale non quan tum ad fuam naturam , & effentiam , fed quantum ad fuam ( vt ita dicam ) potentialitatem reftringitur , itares confiderata cum poffit a pluribus fcientijs vfurpari , per modum aliquem confiderandi , jeu per aliquam ex multis fuis confideratiombus ad vnam eius poteſtas restringitur , non ad alias . ex qua ratiocinatione facile opparet falfum dicere virum clar , in primo de nat , logice cap . 18. quando pronunciat : Si quis dicerer efle in aliquo libro ſubiectum animal quatenus eit rationale , is non recte diceret , quia fi heo io- cutio effer admittenda , oporteret omne animal effe rationale qui enim ita loquitur , videtur ſuppopere omni animali rationale ineffe , vel faltem non fimpliciter animal ſumir , ſed reftrictú , & pro ſolo homine , vt perinde fit , ac ſi diceret , homo , quatenus rationalis, fic enim recte dice- ret : quoniam admißa locutione illa , non fequitur vt oporteat omne animal effe rationale , qui enim ita loqui- Currion i tur , non fupponit omni animali rationale ineffe , quia non accipit pro fubiecto animal quantum ad eius totam ( vt diximus ) potentialitatem , fecundum quam restringitur , fed quantum ad eius totam effentiam , fecun- dum quam ſubſtat rationali, & irrationali , & in hunc fenfum animal fimpliciter fumitur quantum ad effen- tiam , & naturam , quod poftea ſecundum fuam potentiam per rationale ad hominem , & per irrationale ad brutum veftringitur . Multis oftendere poſſum rationibus neque quo ad ſuam potentialitatem re ſtringi debere ipſam rem confideratam . Sed vnicam afferre me breuitatis ſtudium cogit in præ . ſentia , quæ ex ipſius rei natura deſumpta eſt . Dixiiam , ex duobus conſtare etiam extra ſcientia ipſam id quod ( cientiæ fubiectum eſt , ex re confiderata , & ſua conſideratione , cum vero fubijci- cur'ſcientiæ , deſumi ex multiplici ipfius conſideratione niodum aliquem peculiarem confide randi , fub quo res conſiderata ſcientiæ propria fit . Nunc addo rem ipſam confideratam & fi ſcientiæ fit propria per modum peculiarem confiderandi , eam tamen adhuc per ſe conſiderată habere potentiam , vt euadere poſsit aliarum etiam ſubiectü ſcientiarum.alioqui falſiſsima eſſer omnium exiftimatio dicentium rem conſideratam pluribus eſſe poſſe ſcientijs communem , mo- dum autem confiderandi , vnius proprium ac peculiarem ſcientiæ . Amittit autem illam potentia cú determinatur non a prædicatis ſibi æqualibus , & vniuerfalibus , fed a particularibus verbigra tia fuarum ſpecierum.ab eiufmodi enim prædicatis ita reſtringitur , vt definat eſſe genus , & non amplius maneat natura communis : quare alijs ſcientijs ſubſterni non amplius valet . Animal enim , exempli gratia , conſideratum cum attributo peculiari humanæ ſpeciei , videlicet vt ratio- nale , vel vt riſibile , non manet animal commune , ſed factum eſt animal quoddam , quod conuer- citur cum rationali : at vero animal in communi eſt animal , quod latius patet rationali , quare cum co non conuertitur , proinde animalis prædicatio de rationali , ſi capiamus animal , pro eo , quod reſtri & um eſt a rationali , eſt prędicatio vniuerfalis vniuerfalitate pofterioriſtica , vt auctor eft Auerroes , at vero fi capiamus animal pro eo , quod a nulla differentia ſpecifica contractú eſt , eius prædicatio de rationali non eſt vllo pa & o vniuerfalis , niſi vniuerfalitate prioriſtica . Quod animal vt rationale non ſit amplius commune ceteris tratationibus hinc patet , quod illud ani- mal , quod eſt rationale , neque eſt a & u , neque potentia irrationale.non ſeruat igitur , cu eſt con tra & um ad rationale naturam , quam habebat , antequam contraheretur , cum non maneat am- plius commune . Cum ergo animal vt res confiderata debeat ſub quocunque conſiderandi mo- do habere potentiam vt fit commune alijs facultatibus , & animal vt rationale non poſsit vllo pa & o fieri irrationale , neque communicari poſsit vlli animali præter hominem , neque fit genus , ergo animal rationale non poteſt vt animal eſſe res conſiderata . Quod animal vt rationale non fit amplius communicabile , ex Auerroe ipſo diſcimus , qui ipſum vocat animal quoddam , & vult eſſe medium inter animal commune , & hominem , & eſſe ipſum vult materiam hominis propriā alijs ſpeciebus minime communicabilem ; quod fuſe a viro clar . explicatur libri poſterioris de propofitionibus neceſſ.capite nono . Falſum ergo inquit aduerfarius , dum ait rem confideratam fecundum fuam potentialitatem reſtringi poſſe a confiderandi modo : ſed ſecundum naturam non poffe.fi enim ſecundum potentialitatem reſtringitur , etiam ſecudum naturam reſtringitur . alia enim eſt natura animalis in communi , alia in particulari , prout eſt homo , aut equus , aut leo . in communi enim animal eſt communicabile, in particulari autem non item , ergo amiſſa poren tialitate coar & atur eius natura , & fit alia modo quodam. Res ergo confiderata retinere debet ſuam potentialitatem , qua retinet , dum eius conſiderandi modus eſt aliquod prædicatum quod totum eius ambitum exequat , amittit autem , dum eius confiderandi modus minus late patet , vt funt prædicata ſpecierum . Tandem inquit : Verum difputandi gratia admittamus modum confiderandi rem confideratam non reſtringere , fed eam determinare , non ſequitur proinde modum confiderandi rei confiderata æquale eſſe , quoniam res conſiderata eſſe potest alijs ſcientijs communis , modus autem confideran di minime : qui licet totam rem confideratam quantum ad eius naturam & effentiam amplectatur , eam non amplectitur quantum ad cius potestatem. Modus confiderandi debet effe æqualis rei co nſideratz non æqualitate conſiderationis , ſed æqualitate predicationis.non enim vbicunque confideratur ipſa res confiderata , debet vnus & idem conſiderandi modus habere locum . Sed utique de quo cúque res ipſa prędicatur , & cófiderādi modus prædicari poſſe dét . & hæc æqualitas ſola eſt ſa- tis , illa vero non requiritur , immo nec requiri vila ratione debuerit , proinde non tener confe- quentia , modus confiderandi non poteſt eſſe communis alijs ſcientijs , ergo non eſt zqualis rei confiderate Quod logica applicata fiat ſcientia illa , cui applicatur IRI Clar . fententia eſt libro priore de natura logicæ , facultatem ipſain logica cum duplex fit , auulſa a rebus , & ijs applicata , auulfam quidem non effe fcien tiam , at vero applicatam efle ſcientiam , contra quam Scotus exiftimauit . Verú que di & um vt falſum reſpuit aduerfarius primo difput.logic . cap . 13. & contra- riam tuetur ſententiam . Cuius quidem defenfionem eſſe vanam oftendere cona ti ſumus primi Apologetici cap . 8. Ipſe autem in hac ſua propugnatione , folum defendere ni titur logicam applicatam non eſſe ſcientiam illam , cui applicatur , meaque primum refert defen fionem inquiens . Multa pro hac fecunda reſponſione tuenda Criticus loquitur , quæ in pauca minime conferre decreuimus , ne dicere pofsit ( vt ſolet ) nos aliquid reliquiſſe , in quo tota vis defenfionis confistic . Inquit igitur ; vt hæc noſtra ſententia melius intelligatur , rem altius repetam . Logici quidem munus eft fabricare inſtrumentum idoneum ad notificandum ignotum, quod vel vnum, vel , præcipuum eſt ſyllogiſmus , hic ex propoſitionibus conftat , hæ ex terminis . Termini autem funt vel fubiectum , vel prædicatum , & hæc aut ſpecies , aut genus , & cætera huiufmodi , quæ omnia ex primis rerum conceptibus effita funt propter ſignificandas rerum inter ſe habitu- dines . Cum igitur agit Logicus de vocibus ſecundæ notionis , re ipſa de omnibns agit rebus pri ma notionis , ſed ſub huius , illiusue habitudinis ratione , verbi gratia quatenus res ipfæ aliarū rerum genera funt , aut ſpecies , aut fubie & a , aut prædicata . Præcepta iguur in Logica docente tradita videntur attinere ad res omnes in omnibus facultatibus pertractandas , ob id'logica do cens vniuerfalis quædam ars eſt , facukatumque omnium communis. Cum ergo nos docet logi , ca conficere demonſtrationem , virtute quadam nos docet demonftrare eclipſim de luna , rifi- bilitatem de homine , & in fumma omne accidens proprium de ſubie & to : quia demonſtratio logica eſt ſecunda quædam intentio impofita demonſtrationibus omnibus real bus , quæ fieri poffunt : ipfa tamen demonftratio intentionalis cum a tu ad ſpeculationem aliquam peculia- rem adhibetur , & applicatur particulari materiei , definit communiseſle , ac fit propria , dege- neratque in realem illāpeculiarem demonſtrationem , notiones enim logicæ dum cogitatione à nobis contrahuntur ad peculiarem primi cuiuſpiam conceptus fignificationem , cuadunt ille idem conceptus . Cum enim earum fubie & um fint primi omnes rerum conceptus , quibus ip- fa , vt formæ quædam inditz funt , ſi ſecluſis alijs vnicum rei conceptum apprehendimus cum fecundo conceptu , certè ſecundus ille conceptus actu contrahitur ad primum illum , quem ani mo comprehendimus, & cum eo fit idem , vt exempli gratia , genus in logica docente con- fideratum , non minus habet ſubiectum animal , quam corpus , quàm colorem , quam virtu- tem , & reliqua rerum genera , hic enim ſecundus conceptus à logico eft impoſitus primis qui buſque rerum conceptibus , quæ genera effe poffunt . Cum ergo hunc in phyſica ſcientia con- jungimus cum primo conceptu animalis , vel vt melius dicam contrahimus ad vnicum anima- lis conceptum , nihil aliud fignificat , quam animal , & idem prorfus videtur fupponere . ob id in vniuerſa philophia , atque adeo in omnibus artibus videmustam fæpe nominari genera , fpecies , fubie & a , prædicata , propoſitiones , fyllogifmos , quia ibi fecundæ hæ notiones ca piuntur pro peculiaribus notionibus primis , & non funt amplius logicæ notiones , ſed vel phy- ficz , vel metaphyſica , vel mathematice , vel aliæ , neque ſunt inſtrumenta niſi ſignificandı pri mos rerum conceptus ; idcirco distinguenda hæc funt ; alba enim corum ratio eft , cum explican tur in logica , & alia cum vfurpantur in ſcientijs . quod vt bene intelligatur , confideremus praxim logici inſtrumenti . Primum logica docens regulas tradit vniuertales , verbi gratia , de de- monftratione , videlicet , in demonftrationis à priori maiore propoſitione collocari pro ſubie to debet cauffa, pro eius attributo effectus ; in minore autem fubie & um effe debet illud ip- fum , quod in conclufione fubijcitur affe & ioni demonſtrandz , de quo quidem fubie to enuncia da eft cauffa , que ſubijcitur in maiore , quz & immediata effectus demonſtrandi cauſſa , & co notior debet effe , hæc quidé in logica docéte præcipiuntur , que nos ſcire oportet , ſi demonſtra re aliquid re ipfa velimus , eadem etiam neceffario , cum aliquam facere volumus demonſtrationem, repetimus , & cogitatione retra & amus ; quz dū ſumimus ſcorſum à terminis faciendæ realis demonſtrationis ( quam exempli cauffa dicamus eſſe demonſtrationem riſibilitatis de homine ) ( unt mera nobis inſtrumenta futura demonftrationis , & ab ea differút vt differre debet omne inftrumentum à re , cuius eſt inſtrumentum , dum munere furgitur inſtrumen ti , hoc enim negare non poffumus , eorumque ope præmiſſas indagare debeanus huius con- clufionis , nimirum , omnis homo riſibilis eſt . At inuentis deinde præmiſsis , hoc est rationale eſſe riſibile , & hominem effe rationalem , & illud huius eſſe ſubiectum , hoc illius predicatum , tum omnis inſtrumenti ratio ceſsat , affecutis iam nobis finem inſtrumento queſitum , nempe , ſcientiam conclufionis; & applicando notiones illas ſecundas peculiaribus hifce primis , dum dicimus, rationale eſſe ſubiectum riſibilis , & hanc eſſe propoſitioné maiorem , idé nobis pror ſus incipit fignificare ſubiectum , & rationale , predicatum , & riſibile , fiue medium ; & maius extremum , neque funt amplius inftrumenta notificandı , fed tantum fignificandi : Non confun damus ergo terminos , fed diſtinguamus hæc , Logicam vt docentem , fiue habitum ipſius , quz eſt inſtrumentum vniuerfale potentia , non actu notificans ; Logicam vt mox applicandam , hoc eft , vt eam in memoriam reuocamus cum aliud cognofcere eius adminiculo volumus ; & demú Logicam vt applicatam , cum non eft nobis amplius inftrumentum notificans, fed potius SIGNIFICANS, vt funt voces omnes primæ notionis. Si hæc diftinxerimus, abſurdum non videbi tur, Logicam fieri fcientiam , dum eam confideremus non quidem dum eſt inſtrumentum ſed defuncta iam munere inftrumenti , quo quidem pato non erit abſurdum eandé effe prius facientem , deinde factam , facientem quidem vt cauffam inſtrumentariam , non vt principalem . Efficiens enim principale concedere poffumus non euadere oppofitum , ſed de inſtru- mentario negamus hoc eſſe verum , maxime in ijs , quæ funt corporis expertia . Logicum enim inſtrumentum longe alia conditione eft , ac cætera inſtrumenta . nam ferra , verbi gratia , longe alia res eſt à ligno , vel à lapide , quem ſecat , tum quo ad materiam , tum quo ad formam: et ferè corporea instrumenta semper a rebus, quibus applicantur, aut materia, aut forma differunt: sed et si in vtroque conveniant, adhuc evadere non possunt res ille, quarum sunt instrumenta, quia corporea funt , corporea autem non poffunt ſe ſe penetrare vt vnum fiant . At ve- ro Logicum inftrumentum in materia eft idem cum rebus , quarum inftrumentum eft , cum res ipſe ſint Logicæ ſubiectum; in forma etiam eatenus conuenit, quatenus habitudines rerum nobis offert, quarum typi quidam sunt logicæ notiones, vt sic dixerim.quid igitur mirum fi logici conceptus applicati realibus, in eos degenerant, et fiunt ijdem formaliter? dicamus ergo logicam causaliter esse scientiam, cum oft auulſa a rebus, at eandem applicatam fieri formaliter scientiam: sicuti et intellectus ipse formaliter, dum actu intelligit, sit res ipsa actu intellecta, non quidem res extra animam, sed ipsa res in ANIMA, hoc est , ipse rei CONCEPTUS, in ijs enim, ait Lizio Aristoteles in de anima particula decimaquincta, quæ sunt sine materia, idé est, quod intelligit, et quod intelligitur, ita vt intellectus actu intelligens rem intellectam fiat res ipfa intellecta, et contra res intellecta actu siat intellectus. Similitudo igitur a viro clarissimo ob hujusrei declarationem in libro priore de natura logicæ allata stat in hoc, quod sicuti intelle- Ausin actu sit idem cum specie intelligibili, quia natura vtriusque incorporea , et immaterialis, non impedit, vt hæc duo, quæ prius erant impermixta, sic invicem permisceantur, vt siant vau, ad eundem modum secundæ notiones, quæ prius erant instrumenta notificandi applicatæ primis ab intellectu consideratis, in eum modum cum primis confunduntur, vt, earum natura ob inmaterialitatem non reluctante, siant, et euadant prorsus vnum, quamobrem secundæ notiones logicæ non sint amplius logicæ, sed reales. Fundamentum ergo similitudinis est immaterialitas vtriusque partis: an vero in cæteris ita se habeant instrumenta logica ad rerum scientiam, sive ad res ipsas quæ pro vt sunt in anima, non differunt a scientia vt se habet intellectus seu potentia intelligens ad rem intellectam, non laboramus. In hac sua defensione criticus in quit advers. totus fere fulfus est: quod manifestissimum erit si ex lizio probavero logicum instrumentum applicatum non posse fieri scientiam, cui applicatur, ad hoc enim diriguntur omnia, quæ in hac defensione a critico dicuntur, vi scilicet instrumentum applicatum siat scientia illa, cui applicatur. Dicimus itaque quod philosophus top determinat, vt de ratione, et natura logica sit vtrique philosophiæ parti, vel ad mentem critici, omnibus facultatibus adminiculari, et inservire, quo munere suorum instrumentorum ope, et auxilio fungitur, sed instrumenta non possunt actu adminiculari, nisi applicen sur. Nã clauis, exempli gratia suspensa non claudit, et referat ostium sed ostio annexa, ergo instrumenta logica Scientia scientia applicata, no possunt fieri illa scientia, cui applicatur, alioquin amitterent propriam ratione, et natura, que est, alteri inservire notificado, ac scientia in nobis aggenerando, et in consecutione ide esset faciens, faltu, quod falsi est semper itaque; demostratio vel a rebus fe iuncta, vel rebus annexa, instrumentum est, et causa organica scientia, diversa tamen ratione, quonia a rebus diisa, et in logica disciplina considerata scientie causa est potentia, rebus vero coniuncta, causa est actu scientia, vt patet tum ex scientia, tue x ipsius demonstrationis definitione. Scientia enim ex Arist. est habitus conclusionum acquisitus per demonstrationem, non per cam, que est a rebus divisa, fed per eam, que est rebus, vel earum conceptibus applicata: et demonstratio ex eodem philosopho est syllogifmus scientialis, secundum quem in habendo ipsum scimus. Cum itaque ex Aristotelis sententia demonstratio vel a rebus ſe iuncta, vel eis annexa semper sit causa organica scientie, vanum et ab eius mente alienissimum est affirmare, logicum instrumentum applicatum fieri adeo scientiam illam, cui applicatur, vt ratio, et natura instrumenti non sit diversa a ratione, et natura scientia. Quod logica applicata ipsa met scientia sit, non autem instrumentu sciendi, et verissimum est, et a græcis peripateticis existimatum, vt testatus est vir clarissimus, quorum vnus est philoponus, qui in calce præfationis in primú priorú NEGANS LOGICA ESSE PHILOSOPHIÆ PARTEM --- H. P. Grice: “As we do, at Oxford” --, dū est a rebus auulla non negat tamen eandé esse parte philosopiæ, cum est applicata. Nunc adverfario respondentes dicimus esse verum quod inquit Aristoteles, logicam adminiculari scientijs, quis enim id neget? ſed dicimus hoc esse munus logicæ dum est logica, hoc est dum est instrumentum, at vero logica applicata non est instrumentum, neque est amplius logica, sed est ipsamet scientia, cui est applicata, ergo logica applicata, si propriè loqui velimus, non auxiliatur scientijs. Et quamuis logicam applicatam vocemus nomine logicæ, non ob id existimare debemus eam esse logicam, nam et hominem distinguere possumus in vivum, mortuum, ac pictum, cum tamen solus homo vivus sit proprie vocandus “homo.” – H. P. Grice: “This does not mean that ‘homo’ has MORE than ONE sense – ‘dead man,’ and ‘painted man’ are IMPLICATURAL or DISIMPLICATED uses of ‘homo.’ Est porro instrumentum logica penitus auulſa, ac instrumen tú potentia solum notificans, est etiam instrumentum logica mox applicanda, sed instrumentum actu notificans . huc vsque logica est instrumemtum, at verò logica rebus iam applicata, no est amplius instrumentum, vt fuſe diaŭ est a nobis in his, quæ ex octavo capite primi apologetici superius relata sunt. Veruntamen inquit adversarius instrumenta non possunt adminiculari, nisi applicentur actu, et anne et antur ijs rebus, quarum instrumenta sunt. Concedo de instrumentis plerisque materialibus, et corporeis, quæ nihil agere possunt, nisi applicentur ad rem efficiendam, eamque contingant, et contingant quidem tatu physico – H. P. Grice : NATURAL -- ; at verò instrumentorum spiritalium ratio longe est alia, vt superius diximus. Quod si non nulla instrumenta corporalia reperiuntur, quæ non tangunt rem, sed longe posita sunt dum a et u munus obeunt instrumenti et non applicantur rei, cui deferuiunt, ita, vt eam physice – H. P. GRICE : NATURAL -- tangant, quanto magis id instrumentis incorporeis evenire posse dicendum est? Non valet ergo argumentum, clavis non aperit nisi admota hostio, aut ſeræ, ergo instrumentum digno scendi verum a falso non potest dici adminiculans, nisi applicatum primis rerum conceptibus. Præterea cum instrumentum logicum, et spirituale sit, et intellectuale, ſat est vt intelle & ui ad rem aliquam cognoscendam accedenti ſe se offerat, vt in eo intellctus IMAGINEM videat progressionú earum, quas ipse in rei venanda cognitione, et rimanda veritate instituere debeat: hoc facto deinceps instrumenti ratio cessare poreft, et quod antea auulfum a re fuit vt norma futuræ operationis, cum deinceps rei applicatur, instrumentum esse definere, et cum re ipsa commisceri, atque idem ob immaterialitatem evadere. Non est igitur absurdum vt instrumentum spirituale dum applicatur, amittat rationem instrumenti, modo eam retineat, dum actu adminiculatur. Inquit deinde adversarius: scientia est habitus conclusionum acquisitus per demonstrationem, non per eam, quæ est a rebus ſe iuncta, sed per eam, quæ est applicata: ergo logica applicata est instrumentum, NON autem scientia. Reflecto argumentum hoc modo, scientia est habitus conclusionum acquisitus per demonstrationem , non per eam, quæ est a rebus seiun et a , sed per eam, quæ sit in scientia, sed demonstratio illa, quæ in scientia sit, et infert conclusionem, est pars scientiæ, ergo si illa ex aduvrsario vocatur logica applicata, logica applicata est absque vllo dubio pars scientiæ, ergo erit scientia. Quod autem demonstratio, quę sit in scientia, sit pars scientiæ, tam clarum est, vt id ridiculum sit probare. Qua propter iplemet adversarius rationem nobis, et eam quidem optimam subministravit, ad nostram persuadendam opinionem. Demonstratio igitur mere organica est illa, quæ mox applicanda est, non aute ia applicata, si ergo logica applicata non est organica, optime congruut que per analogia dixit vir clar. de intellectu, ac re intelligibili, et de logico instrumento, ac sciétia quanuis د quanuis dicat adverfarius non esse paré rationé de intellectu, et rebus intelligibilibus, ac de spirituali instrumento, et scientia, inquiens: licet enim intellectus, et logicum instrumentum immaterialia sint, non propterea sequitur veriusque eandem esse similitudinem, vt scilicet instrumentum logicum applingtum siat scientia illa, cui applicatur, sicuti intelleftus sit res intelligibilis: est enim hac in reinter intellectý , instrumentum logicum applicatum ratio diuerfitatis , quoniam intellectus ratione indiciy fit res intelligibi- lis cùm principale , & iudicans fit , inſtrumentum autem logicum applicatum minime fcientia illa fieri poteft , cui applicatur , nec enim principale , nec indicans eft , fed folum inſtrumentum . Et fi enim logicum inftru mentum non eft iudicans , ſat eſt vt fit immateriale hoc eft vt habeat aptitudinem ad id , vt fei- licetidem fieri pofsit eum re ſeibili . cum ca enim identificatur poftea fi non per ſo , at certe ex præfcripto iudicantis.ficutienim in intelle & u immaterialitas non eft caufla vt actu fiat res intel leta , fed vt fieri poſsit , fic in logico inſtrumento immaterialitas eſt cauſla non vt fiat a & u ſcien cia , fed vt fieri poſsit . & in hoc ſtat fimilitudo . Ac de his hactenus : 90000368 ٤٠ VIET CIGARVISEPTIMUM pandqololula jana alas Categorias Ariftotelis effe logicas & fi in co libro fecunda notiones primis sabella conceptibus actu non imponantur . OSTERIORE libro de natura logices exiſtimat vir clar.res ibi tractatas effe po tius fubijcibiles ſecundis intentionibus , quam a & u ſubietas , quia in ijs libris co gnofcendum proponitur ſubiectum logica , at vero fubiectum logica ex ipfius fen tentia funt primi rerum conceptus vt fabijcibiles ſecundis , nam primi conceptus aqualiter fubie & ſecundis.i.fimul accepti cum fecundis non funt amplius fubier Aum logici , fed prima eius opera , vt alibi oftendimus . Hanc ergo viriclar ſententiam confutas aduerfarius primi halogic.difputationum cap . 17. inquit , Contradictionem implicat dicere libruaril lum eſſe logicum , & rebus ibi confideratis non impofitas effe fecundas notiones nec reſponderi ( inquit ) pos test , in eo libro philofopbi ſcapumeſſe agere de vocibus rerum fignificatricibus vt vocibus focunde notionic tamquam fundamenta ſubſternantur , quia fi aftu in libre categoriarum res non fubijceventan , fed fubijciki bes effent fecundis notionibus , fequeretur dibrumitlum non eße acha logicum , qumibires adta modo logisa në confiderentur , ergo frustra poſitus effet antelibrum peri bermenias , & c . Nonvulbergo aduerfariús librum prædicamentorum actu logicum diei poffe , nifi illa , quæ in co libro dicuntur , acquipſo ( non fola poteftate ) ſecundis intentionibus fubiecta fint , ita vt primi rerum conceptus co in lit bro fub ea ratione confiderari debeant , quatenus a & u ſubſtant ſecundis , vt liber ille dici logicus mereatur.ac pro codem capit dicere res in coflibro confideratas actu modo confiderandi legi ei ſubſterni, et des in eo libro confideratas a tu ſecundis notionibus effe fubietas , va valeat cop fequentia , res ibi nou confiderantur vet actu ſubſtantes intentionibus fecundistergo non fubter nuntur modo confiderandi logici. Quare ibi ex aduerfario ſubſterni aliquid modo confiderad di ipfius logici , non eft effe intentionibus fecundis ſola poteftate fubiectum fad eft effe ijs acqu ipſolſubie & um , vt eius verba clarifsime oftendunt , ita vt hæc duo , nempe confideraritos ve hulgi cibiles tantum intentionibus ſecundis, & eas modo conſiderandi logici ſubſterni opponantur inuicem vt potentia , & actus. Ego igitur negaui illud implicare cotradi & ionem , inquiens fimul ſtare poſſe vt res in categorijs conſiderentur vt ſubijcibiles tantum & c . Et vt liber ille dici logi- cus mereatur ideft, vt res in coconfiderata modo logici confidetandi non ſubſternantur adu ( accipiendo per ſubijci modo conſiderandi logici vt ſumebat aduerfarius , nempe actu fubijci intentionibus secundis) & tamen vt illolibera au logicus dici pofsit . atque vſus ſum exemplo medicinæ inquiens , ſi implicat contradi & ionem dicere , in libro prædicamentorum agi de pri- mis rerum , non de logicis conceptibus & cum librumeffe logicum , implicabit quoque dicere, in ea parte medicinæ , quæ dicitur phyſiologica , agi de rebus phyficis, vt de elementis , de humo ribus , ac de humano corpore , ſeu de corpore ſanabili , non de tuenda , non de recuperanda ſani tate , quod eft , conſiderari in eo libro corpus ſanabile ita vt modoſconſiderandi medici non fub- ſternatur , & eam eſſe artis medicæ partem.fed hoc non implicat, ergo neque illud . Ad hæc in propugnatione reſpondet aduerfarius inquiens, responsio critici fic potius iacere debebat : Si bos contradictionem implicat , implicabit quoque dicere , in parte medicine phyſiologica agi de rebus phyficis modo confiderandi medici non ſubstratis , & eam eſſe artis medica partem . Quando poſlea fubdit , fed hoc non implicat , id negandum est , quoniam nihil ab artifice confideratur quod ab eius confiderandi modo recedas. Non eft quod meam hoc modo corrigat reſponſionem , vel , vt melius dicam , quod ſe putat cor- rigere non corrigit , cum nihil mutet per hæc fententiam , fi quidem ego quoque meis illis verbis dicere volo in parte phyſiologica de rebus agi modo conſiderandi medici non ſubſtratis  et cum dicam hoc non tion implicare , probandum ipſi eſt quòd non implicet . At probat per hæc, nimi rum: Quod nihil ab artifice confideratur , quod ab eius confiderandi modo recedat . At hæc propofitio vt vera fit ſano modo eſt intelligenda , nempe vt quicquid ab artifice confideratur , id ad regulas , & præcepta in arte tradita quoquomodo pertineat . & hoc modo cam intelligendo dico corporis humani cognitionem pertinere ad medicinam vt fubie & um , & item decem generum tra & a- tionem habitam in Categorijs pertinere ad logicum vt ſubiectum , cui ſecundas tandem impo- nat notiones : fic autem neque pars phyſiologica recedit a modo conſiderandi medici , neque ca tegoriz a modo confiderandi logici . licet enim illæ actu non ſubijciantur intentionibus ſecúdis, at fatis eft vt philoſophus qui eas confcripfit , actu voluerit vt carum tra & atio conferret ad affin gendas ipſi intentiones ſecundas, et actu fuerit ad eum librű confcribēdum impulfus ab illo fine vt liber ille præcognofceretur logicis præceptis ac regulis ; quemadmodum ſi faber ferrarius di- ſcipulum inſtituens , cum de natura ferri non nulla doceat primű , vt poftea facile diſcipulus in- telligat quæ ipfi præcepturus fit de varijs ferreis inſtrumentis elaborandis , is certe etiam dum agit de ferri natura , dici debet agere de ijs quæ modo confiderandi ferrarij fabri ſubſternuntur , & quatenus , ſubſternuntur.conſequentia igitur aduerfarij mox a nobis referenda accipiendo in ea ſignificatione rò fubijci modo confiderandi , qua nos hic accipimus , optima eſt , at vero ipſum capiendo in ea fignificatione , qua ipſe vſus eſt in logicis diſputationibus , vt ſcilicet per ſubijci modo conſiderandi ipſius logici aliquid nihil fit aliud , quam a & u fubijci intentionibus ſecun- dis , ridicula eſt . Inquic enim : Preterea dicit Criticus librum prædicamentorum eſſe aftu logicum , quia li- cet predicamenta fint poteſtate ſecundis notionibus fubijcibilia , actualis tamen eſt auctoris intentio ea scribentis vt fundamenta rerum logicarum fint . fi actualis auctoris quatenus logici intentio eft vt categoria fint rerum logicarum fundamenta , ergo velit nolit debet eas confiderare aftu modo logico fubiectas , non poteſta- Be fubijcibiles : Quonam modo ſequitur hoc ? Voluiſti videlicet conſequentiam hane ex eadem officina depromptam , ex qua tot alias a me notatas deprompſiſti operi huic tuo quaſi coroni dem imponere, vt comedia in morem cum riſu perpetuo ad finem vsque perageretur . En consequentiam; Actualis lizio intentio eſt , vt prædicamenta , de quibus agit , fint fubiectum logica facultatis & vt fubie & um rerum logicarum cognofcantur , ergo ea con fiderari vult vt atu fubijciuntur , non vt fubijcibilia ſunt . En ſimilem huic confequentiam : Faber ferrarius in arte ſua diſcipulum inſtituens, de ferri natura non nulla ipſi cognoſcenda tradit ; qua de cauffa actualis eius intentio eſt vt quæ de ferro ab eo dicuntur tamquam de ſubiecto , di & a intelligan- tur , vt conferant diſcipulo ad intelligendum ea , quę poſtea de varijs ex ea materia conficien dis inftrumentis , formiſque illi imponendis eſt præcepturus , ergo iam actu difcipulum docer quomodo ex co ſubiecto varia fabricentur inſtrumenta, ac diuerſe in id forme inducantur. Spe & atores plaufum clarum date. LAVS DEO OPT . MAX . VIRGINIQVE DEIPARAE Errata . Pag . Lin . propriæ conceptus Logica 22 te I egri de nec ullo pacto præceperim inquam.hee adfcribet fue fateri , ae quoddam qui em adiutorem accommodariam ipsum ſi dupliciter large , aliud risibilitas terza Correcta. homo est: vſque ad : adri- dendum , & lin . . in ho- Delenda mine est : vfque ad , est aptitudo , & c . paffionem dato nunc : vfque ad , Delenda et protrahatur fis Periplectomenon ips proprie conceptibus nec eas ibi cõfiderare vllo pacto perceperim hec , inquam adfcriberet Sue faceri , & fateri a nobis ce- gnitam , ac auditorem accommodari tam ipfum dupliciter Large , & alind rifibile paffionuna Periplectomenë ipfis C. Nome compiuto: Antonio Persio. Persio.  Keywords: implicature, dialecticis, Telesio, Campanella, spirito come vita, animo come aria, Cicerone, Catone, Boezio.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Persio,” per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria. Persio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Persio: la ragione conversazionale – filoofia italiana – Luigi Speranza (Matera). Filosofo italiano. Abstract: H. P. Grice: “I was certainly fortunate in my mother wanting a good education for me, better at least than the one that poor woman can provide me with at Harborne – so off to Clifton I arrived aged 13, and till 17, GREEK became my first language!” – Keywords: Greco, latino, GRIEF AND LAUGHING. Persi, Persii. Ascanio. Nasce da Altobello, scultore, e da Beatrice Goffredo, ultimo di cinque fratelli: Antonio, Giovanni Battista, Giulio -- da cui nacque il giureconsulto e poeta Orazio --, Domizio.  Così come il fratello Antonio, si forma a Matera alla scuola tenuta dallo zio materno Leonardo e poi nel convento di S. Francesco, dove studia filosofia. Segue le orme di Antonio, che a Napoli divenne precettore di Lelio e Pietro Orsini, fratelli minori di Ferdinando Orsini, duca di Gravina e conte di Matera. Poi si lega alla famiglia Caetani e è amico di Manuzio: tutti personaggi con cui anche P. stringe rapporti. Persio è a Roma, in familiarità con Muret e con il letterato sulmonese Ciofano, e a Venezia. Qui pubblica, in una stampa sine notis, ma edita da Manuzio, La corona d’Arrigo III re di Francia, e di Polonia, componimento d’occasione per il passaggio sulla laguna del nuovo re di Francia Enrico III diretto a Parigi per salire sul trono di Francia, composto in verso volgare Heroico Patritiano, cioè nel verso di tredici sillabe adottato da Patrizi nel poemetto mitologico Eridano -- Ferrara -- per ovviare all’inadeguatezza dei metri italiani alla nobiltà dell’epica. Testimonianza dell’amicizia che lo legò a Manuzio è la dedica a P. del Lepidi comici veteris Philodoxios fabula ex antiquitate eruta ab Manuccio, che Manuzio pubblica a Lucca con questo frontespizio, incorrendo però in un infortunio, poiché si tratta della commedia autobiografica Philodoxeos scritta da ALBERTI (vedasi) che si firmò con il nome di Lepido, ingannando a lungo i lettori.  P. studiò lettere latine a Padova, ma frequenta anche i corsi di filosofia di ZABARELLA (vedasi). Ottenne a BOLOGNA la cattedra di lingua greca, libera per la morte d’AMASEO (vedasi), per un biennio con lo stipendio di 800 lire. Negli anni successivi è confermato senza interruzione, con progressivi aumenti di stipendio, l’ultima volta a vita , con l’elevato stipendio di 2000 lire, quando però gli resta poco da vivere. Gli studi filosofici hanno intanto prodotto i Logicarum exercitationum libri duo priores critici -- Venezia, F. Valgrisi -- con dedica a Orsini suo ‘mecenate’, in cui postilla la critica scritta da PETRELLA (vedasi), professore di filosofia a BOLOGNA, alla Logica di ZABARELLA (vedasi), prendendo posizione a favore di quest’ultimo. Seguirono i Logicarum exercitationum liber tertius apologeticorum primus -- Bologna, G. Rossi -- e la Defensio criticorum et apologetici primi, quos edidit adversus Bernardini PETRELLA (vedasi) logicam in Patavino Gymnasio primo loco profitentis logicas disputationes -- Bologna, G. Rossi. Consegue anche la laurea in filosofia, dopo la quale gli è dato l’incarico di leggere Aristotele IN GRECO – “as he should be read, or not at all!” – Grice --. Sul versante degli studi greci P. compila un lessico del I libro dell’Iliade -- ne da notizia per lettera a Titi, in Lettere memorabili --, pubblicato a cura dell’allievo Garisendi con il titolo Indicis in Homeri poemata, quae extant omnia, Graecolatini, et Latinograeci, qui scholiorum fere vicem explere possis, ab P. diligentissime constructi, specimen -- videlicet in primum Iliados uterque index -- Bologna, Er. G. Rossi --, precede una lettera di Manuzio, contenente l’elogio dell’opera. L’indice si compone di un elenco greco-latino e di uno latino-greco. L’opera è presentata come parte di un lavoro lessicografico completo sulle opere omeriche, al quale però non risulta che P. si sia effettivamente applicato. Lo Specimen ha tuttavia risonanza negli studi omerici successivi. Il solo indice greco-latino è ristampato, in versione ridotta senza glosse, in calce alle Commentationes in I lib. Iliad. Homeri di Kraus – Crusius – Heidelberg --, G. Voegelin -- , che dichiara la dipendenza da una edizione romana, molto probabilmente mai esistita) e, completo, nei Commentarii in Iliadem di Eustazio a cura di Politi -- Firenze. A conferma del radicamento nella vita culturale cittadina, fu conferita a Persio la cittadinanza bolognese. Compose in italiano, latino e greco la Historia della s. imagine della gloriosa Vergine, la quale si serba su ’l monte della Guardia presso Bologna, nella chiesa di S. Luca, da cui fu dipinta, pubblicata con ampio corredo di versi di autori non solo bolognesi, nei Componimenti poetici volgari, latini et greci di diversi, sopra la s. imagine della beata Vergine dipinta da san Luca la quale si serba nel monte della Guardia presso Bologna, con la sua historia in dette tre lingue scritta da Ascanio Persii (Bologna, V. Benacci). La Historia fu acclusa nella Vita b. mem. Nicolai Albergati Carthusiani, episcopi Bononiensis edita a Colonia dal certosino Georg Garnefeld, insieme con le biografie di Albergati di Giacomo Zeno, Poggio Bracciolini e Carlo Sigonio e scritti di altri autori.  Le relazioni intellettuali intrattenute da Persio con letterati italiani e stranieri si ricostruiscono per lo più sulla base delle testimonianze epistolari, a stampa e manoscritte. Conosce Campanella, di passaggio a Bologna diretto a Padova. In stretti rapporti con il fratello di Persio, Antonio, Campanella era allora già sospetto al S. Uffizio; il nome di Persio emerse in un interrogatorio di Campanella durante il processo a cui fu sottoposto nel 1594 presso il tribunale dell’Inquisizione, ma solo come testimone di opinioni contrarie alla fede cattolica espresse da altri. Altri personaggi con i quali Persio fu in contatto sono Ulisse Aldrovandi, Giovan Vincenzo Pinelli, il latinista tedesco Valtin Havekenthal (Valens Acidalius), studente di filosofia e medicina a Bologna nel 1590-93, Bellisario Bulgarini, Antonio Quarenghi.  Della sua abilità di verseggiatore in greco, riconosciutagli dai contemporanei, resta testimonianza nel ms. J.149 inf. della Biblioteca Ambrosiana di Milano e nel Vat. lat. -- un epigramma a Paleotti e una lettera, autografi. Collegamenti con ambienti liguri si ricavano dalla lettera di Pinelli a Manuzio (Inedita Manutiana), nella quale si legge che Persio aveva avuto dal Comune di Genova l’incarico di volgarizzare la Historia Genuensis di Uberto Foglietta, allora in stampa, ma l’incarico gli era stato tolto per dissidi sopraggiunti. Un Discorso geografico intorno alla città di Savona, sulla discussa origine e ubicazione della città ligure, composto su richiesta di Giovanni Antonio Magini, risale. Muore a Bologna. È sepolto nella chiesa delle suore d’Agostino. Sul sepolcro è collocato un busto marmoreo e un epitafio dettato d’Antonio -- il testo in Fantuzzi. Dal matrimonio colla bolognese Costanza Virgili non ha prole. L’opera a cui P. deve la sua fama è il “Discorso intorno alla conformità della lingua italiana con le più nobili antiche lingue, e principalmente con la greca,” stampato pella prima volta a Venezia da Ciotti, al quale l’operetta è mostrata da Tognali. Ciotti se ne entusiasma a tal punto da pubblicarla senza autorizzazione dell’autore con dedica a Tognali. P. provvide a una ristampa bolognese per Rossi, emendata dagli errori tipografici e con dedica a Caetani, al quale e al di lui casato P.  professa la sua devozione e la sua riconoscenza, mantenendo però quella di Ciotti a Tognali.  Il discorso mutua il titolo dal “Traicté de la conformité du langage françois avec le grec d’Estienne -- Genève --, in cui il filosofo gallo aveva studia il rapporto del gallo col greco piuttosto che colla lingua latina, prendendo però le distanze dalla corrente di studi sviluppatasi nella Gallia -- Périon, Picard --, intorno al tentativo di provare la corrispondenza del gallo col greco o addirittura una presunta discendenza, mediata dal celtico parlato dagli antichi abitatori delle Gallie anteriormente alla romanizzazione. In effetti, nel discorso il greco occupa una posizione praticamente esclusiva. Preoccupazione costante di P. è d’estendere l’orizzonte della sua indagine a tutti i volgari della penisola, nei quali si è disseminata, attraverso differenti vicende storiche, l’eredità ellenica. L’indagine di P. ha il pregio di portare la scienza etimologica a dialogare colla frammentazione del volgare, che costituisce una specificità della situazione italiana, colla quale i filosofi galli non si sono dovuti misurare. Notevole è l’apertura verso l’eredità viva del greco in alcune zone del meridione, distinta dal greco classico, che da molto tempo in qua vive solamente ne’libri, rispetto al quale P. avverte il problema di rintracciare conformità colla lingua parlata. P. unisce così, con mirabile equilibrio, competenza etimologica, indagine sul campo e proposta d’una lingua italiana che, pur riconoscendo l’eccellenza del toscano -- benché in universale la toscana lingua con molta ragione a tutte le altre italiane s’antepone --, non disdegna d’accogliere voci proprie ed espressive di altre regioni qualora siano legittimate dal greco e il toscano sia sprovvisto di un termine equivalente. In alcuni passaggi del discorso P. dichiara d’andare raccogliendo d’anni molte conformità della lingua greca e latina colla italiana, oltre a diverse somiglianze con altre lingue, e tale materiale etimologico, già alquanto voluminoso, sarebbe andato a comporre un grosso volume, la cui pubblicazione egli era costretto a differire a causa degli impegni di lavoro e del progredire dei confronti tra le lingue, che aumentano costantemente le schede destinate a trovare posto nel libro. Il discorso costituirebbe un anticipo di questa monumentale opera etimologica, che però non è mai portata a termine e della quale ci restano solo alcune etimologie di parole e frasi nel ms. ambrosiano R. sup.  Il discorso geografico è edito in Sabatia, scritti inediti o rari, a cura di G. Cortese, Savona (e in G.V. Verzellino, Delle memorie particolari e specialmente degli uomini illustri della città di Savona, I, Savona, in entrambi senza indicazione del manoscritto). Il discorso intorno alla conformità della lingua italiana è stato riproposto all’attenzione degli studiosi da Fiorentino, con una premessa in forma di epistola a Francesco Lomonaco (Napoli; ristampata in Padula - Motta); l’ed. anast. della stampa bolognese è a cura di T. Bolelli, Pisa  (ristampata in Padula - Motta, insieme con la riproduzione di Bolelli).  Fonti e Bibl.: V. Havekenthal (Valens Acidalius), Epistularum centuria I, Hannoviae; Lettere memorabili, istoriche, politiche, a cura di A. Bulifon, I, Napoli; Tasso, Le lettere, a cura di C. Guasti, Firenze; Inedita Manutiana, a cura di E. Pastorello, Venezia, ad ind.; G. Chiabrera, Lettere, Firenze (i rinvii nell’indice a pp. 122, 134 si riferiscono, a mio avviso, ad altro personaggio).  Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, VI, Bologna; Mazzetti, Repertorio di tutti i professori antichi e moderni della famosa Università di Bologna, Bologna; Catalogo dei manoscritti di Ulisse Aldrovandi, a cura di L. Frati, Bologna, ad ind.; L. Firpo, Appunti campanelliani, in Giornale critico della filosofia italiana; Pastorello, Epistolario manuziano, Venezia, ad ind.; P.O. Kristeller, Iter italicum, I, II, V, VI, London-Leiden, ad indices (talora confuso con Antonio); Bolelli, P. linguista e il suo discorso, L’Italia dialettale; Padula - Motta, Antonio e A. P.: il filosofo e il filologo, Matera; A. Daniele, Sviluppo della critica, in Storia letteraria d’Italia, Il Cinquecento, a cura di G. Da Pozzo, III, Padova; Sacchi, Esperienze minori della mimesi, Padova; Pignatti, Etimologia e proverbio nell’Italia del XVII secolo. Agnolo Monosini e i «Floris Italicae linguae libri novem», Manziana; V. Cox, The prodigious Muse. Women’s writing in counter-reformation Italy, Baltimore, MD; A. Lucano Larotonda, Riprendiamoci la storia. Dizionario dei Lucani, Milano 2012, pp. 416 s.; D. Danesi, Cento anni di libri: la biblioteca di Bellisario Bulgarini e della sua famiglia, Pisa. PFC*;d't$'.c.g*-so •; ! l D'A S dA N I O ' . 'p te.R s i.o Intorno alla cbnfojrmjjà della lingua Italiana cotUc più nobili antiche lingue^Sc , * Jj£, principalmente con la ' 1 ) • * Grtca,. v; T^uouamtnte corrette dall'originale de1T*Auttore, ALL'ILLYSTRISS. SIGNÓRA . IL SIGNOR BONIFACIO CAETANO. In VENEZIA. E ristampato in Bologna V per Giovanni Stofsi Cw licenz* de 1 Superiori . tSU- AL MOLTO MAG. SIG. GIO. IACOMO tognali, Signor mio ofl'eruandifsimo. E il preferite discorfb da V .S, cortefemen- preftatomi , le fi rimanda trafcrttto con più dureuole inchtoftro di quello del suo originale, fard ottimo giudicio il lodar ptù toflo la mia buona int emione di perpetuar - lo con la (lampa y che il bta/imar V ardire d’bduerlo dtunlgato fin\a faputa,ne di lei , ne dell* Autt or e . Et certo con JperanT^a d'hauerne cotal premio da lei , da lui , dal mondo , hommi prefa quella licenza , parendomi che il tenerlo nafco!ìo > 4 J. -•*,  *.,- * ' in ofcura prigióne ree affé notàbtt pregiudi- CIO alla no (ir a lingua , per rtput atiene di cute (lato (fritto. H or a dotte (in qui mi , jtuifo dibatter fatto cofa non indegna di lo- de iti contrario mi parrebbe di adopera re 4 quando io il la fi taf si andar fuori fen\a il j '/ nome di V . Stoiche da lei ha il mondo oc - cafone di questo dono :& ella ni ha qua fi fatto rtfoluere à stamparlo, lodandolo fan» to a me ; il quale Jo lei di tante lodi et inge- gno , di gtudicio i & di calore in belle let- tere efierc adornata : & ha con lei l A ut to- te tanta famigliarità , che dourà di ragio- ne il filo nome di V .S. che qui fi legga, non J tanto ilfuo difeor fi da' detrattori > quanto il mio ardire dal fuo fide gno forfè concepu- tone difendere , & render ficuro . * Accetti ~ dunque V . S. il fuo , & mio dono con lieta fronte, (t prendalo in buona parte confer - 'osandomi in fu a gratta. Di Ve netta il dì 2. di M ar^o U $ 2 . , Di V. S. molto Mag. Affettionatifsitno Seruitore Gio. Battifta Ciòtti. ALL’ILLVSTRISSIMO SIGNORE, IL SIG. BONIFACIO Vanto io abbia volentieri feruita V.S. II- luftrifs. di ciò ch’è a' lei piaciuto di commandar mi per I’vltima lua po- trà ella aliai bene corq- prenderlo dalla mia pre ftezza neirelTeguirlo. Di cui é ftato cagione (per dirgliene rintiero)non folamentequel lo ardore, c’hò Tempre hauuto di TodisfarU in ciò ch’io potefsi, ma alquanto di gelofia id z an«* v 4 anchora deirhonor mia. Percioche haueti dole io da quel tempo,che feco ragionai in Bologna dell’eccellenza della noftra faldel- la Italiana , accennata quella rpia fatica in- torno alla conformità di lei con le più nobi li antiche lingue, & in ifpetieltà con la Gre- ca, né potendola si tofto dare fa luce, come io haurei voluto , fentiua hormai alcun ri- morfo dal ricordarmi di quanto io le haue- ua in quefta materia promeflò . Hora dun- que fatto confapeuole della fua volontà d’hauere di detta mia fatica qualche poco di moftra , ò vn brieue ritratto per conuin- cer l’amico , di cui ùii fcriue , fenza metter tempo in mezzo fon corfo alla penna , per compiacernela , abbracciando di fomma gratia così buona occafione, ch’ella mi por ge per ifgrauarmi in gran parte del pefo della promefla . Et me ne chiamo obliga- tifsimo à V.S. Illuftrifs. come fo anche del- la tanto amoreuole protettione, che fi pren de della mia perfona , riConofcendo in ciò molto bene il (ingoiar priuilegio di lei , & di tutta la fua generofifsima cafa, ch*é d’o- bligare maggiormente col commandare, che altri non fa col feruire ; ficome ricono- fco anche il mio proprio difetto ( ò dirò " :r: “ r ' \ / pur pur grana ? ) che mentre attendo i pagare alcun debito di tanti , che ne ho con V. S. Illuftrifsima , ò con rillùftrifsimo Signor Antonio Tuo fratello, ò con grilluftrifsimi, & Reuerendifsimi Monfìgnori lorzij, il Sig. Cardinale , & il Signor Patriarcha tan- to miei, & di mio fratello antichi padroni > & protettori , ne vengo quafii far fempre vn’altro maggiore . Ma io non terrò più V. S. Illuftrifsima à bada. Leggeri il di- feorfo , che fegue , da me fatto nel fogget- to da lei ricerco : il quale piacerammi tan- to , quanto faprò che d lei piaccia . . Alla cui gratia m’inchino facendole riuerenza in nomedeirEccellentifsimo Signor Federi- co , & del Signor Francefco Pendali • * » * f .' »• * i J \ Di Bologna # Diy. S . Illuflrifsima ' i: ' ?  Viuotifiimo Seruitore . Jfeanio Terjto • . Difcorfo intorno I come chiara co falche la ycjtré. lingua Italiana per la fin parte trahe l! origine fua dalla Latina cosi quanto al rimanente onde - ella fi deriui , cioè da quante lin- gue quali riconofcer debba tante fue voci,& maniere di parlare con molti altri accidenti , che dalla Latina grandemente fi allontanane , egli non apparifee anebora ben manifefio . Tuttauia fifono molti ingegnati di farci credere, che quan to di lei non ha del Latino ,fia quafi tutto ò Lon- gobardo, ò d'altro barbero idioma . ^Alcuni de* quali à me non porgono gran fatto marauiglia , percioche non hauendo efsi d'altre lingue noti - tia, che della materna, & della Latina Momiglia- no alcun tale geographo , il quale nella deferit- ùone eh' eifacej] è della terra , le patti d'ejfa più remote , & meno da lui conofciute ce le rappre- fentaffeper faluatiche , & folo da fiere habitatc* afsicurato dalla lontananza di quelle di nonpo - ter e ejfere così ageuolmente d' errar conuinto : ma ben mi marauiglio io di coloro, li quali fa- cendo profefsione di bene intendere la Greca fa- vella , hanno nondimeno voluto hauerper ricc- uute^quafi tutte le parole , & altre particolarità di quella lingua , che d loro non pareuano Lati- net da ogn altra men nubile 9 & più nuoua , che r - falla flWVVIV ADaiingtiàft^iarfìr. 5» dalia Greca } fapendo‘pur efsiyrhje buona parte dell* Italia ne gli antichi tempi là lingua Greca hebheper natia , & che d* noflri giorni anchora intorno alle fue riuiere nel golfo Giorno nonpo- che caflella,& borghi ha, ne * quali ftparla-Gre- co, benché corrotto , come anche nella Grecia iflef fa. Et pure effondo efsi Italiani par eua, che do- ve jf ero ingegnarli di trouare , & preffo che fin - . gore alla noftra lingua più nobile origine , che fi potejfe , per non trauiare dal loro proprio , an^i . dal commune coftume de gl'buomini d'innal^a- re le lor proprie cof ?,fi come à ciafctino fucl det* tare iamor di feflejfo. Ver ciò maggior loda par che ad alcuni altri fi conuenga , li quali han - no nelle loro fcritture , benché alla sfuggita piOi toflo che in altra guifa , che io [appi a , mojlrata . di portare contraria opinione z fi come maggio* reanchora ne douranno meritare alcuni lettera- ti ftr ani eri,& particolarmente Iran et fi, li qua*, li fon giti, & yan tuttauia affatticandofi di rin- tracciare i principi) della lor lingua ; <& sformati . dofi non miga con alquante poche parole, ma con ben lunghi trattati di far credere altrui che ella, fta , come di due nobilifsime piante , rampolli « della lingua Greca, & della Latina ; benché efsL fi arrifehian troppo in quefla imprefa , come poi fi fard chiaro 9 & non contenti di ciò 9 fifiudianò * anche 10 Difcorfo intorno anche di f coprire nella noflra lingua molti difet- ti j& nella loro molti vantaggi per farle f cala al più degno luogo . Ma l' amor della patria può fcufargli ; & certo è da commendare f e non al- tro > almeno la voglia , & la'ntentione in loro . La quale dourebbeà noi feruire per acutifsimo / limolo d' affaticarci più affai , che non facciamo per l'bonor e , & riputatone della noflra faueUa. Onde io da ciò fofpinto , benché pocbifsimo di me poffo prefumere , non hò voluto perciò reflarc d' ingegnarmi apro di lei d'accendere quel poco che potrò di lume per ifcacciarne alcuna particel la di quello ofcuro,cbe può meno renderla pregia ta 9 &iUuftre Rapendo mafsimamente, che fico me è biaftmeuole il riufeire benché felicemente nelle biafimeuoli imprefe , così è lodeuole il far pruoua di f ?, anchorche poco felice nelle lodeuo - 11 9 & honorate . Sono molti anni , che tramet- tendo io tra miei principali fludi la lettone de * più nobili antichi fcrittori della Greca lingua , et della Latina , hò hauuto diletto di notare molte s & molte conformità loro con la noflra Italiana ( dico Italiana, per non hauermt io voluto tener dentro da' termini troppo ftr etti della fola T offa na ) oltre all'bauere nel medeflmo tempo poflo mente adiuerfe fomiglian^e d’ alcun altra lin- gua con la noflra già detta . £t honnefino ad ho - ra  \ Alla lingua Italiana. x * rà fegnato vn numero tale , che mejfe poi tutte infieme douranfare vn groffo volume . 'iqèpià haurei dimorato àpublicarle ,f z io non mi tro - uafsuotanto occupato , & non fperafsi anche di douer pagare di quefio indugio a gli Hudtofi lar gavfura, conciò fia co fa che io vada fempre annuendo col fare ad ogrìhora nuoui raffronti di dette lingue . Et per darne di'- S. Illuflrifs . alcuna arra, & afsicurarne, ò farne , per me' di- re , ricredente l amico fuo , ho hauuta quanto fi pojfa dir cara l'occaftone di formargliene il mo- dello, che f zgue . Totefsi io così mandargliene ri- tratto tale, che prò due effe effetto non punto dif- ferente da quello di vna bene intefa pittura di qualche gran numero di figure , come farebbe i dire d'vno effcrc ito , delle quali alcune poche fi vedeffero dipinte intiere , & il refto poi yeniffe in talguifa col pennello accennato , che quindi fi poteff ? ageuolmente comprendere quante ne ba- ueua il fuo facitore nella idea della mente . Se io dico far così potefsi in poca carta gran mofira di tanti rifeontri delle antiche lingue con lanoflra dame notati, reflerei per bora contento a pieno, fi come di leggieri ne rimarrebbe & V.S. Illu - flrifsima compiaciuta, & l' amico fgannato : ma non parendomi ciòpojsibile ,farò come potrò il meglio, dandole vn faggio fe non della quantità f almeno I l Difcorfo intorno \ Almeno della qualità delle cofe . Egli non hà al- cun dubbio che la lingua , fia italiana ,òfta La- tina, ò Greca , ò quale altra fi voglia, che da huo tno fi parli r altro non è, conte ogn’vn sà , che vn parlare, & il parlare non è, che vno (piegamento à in voce , ò in if Iattura de * concetti dell'animo ) di ciafcun huomo ; li quali concetti fono di due forti, cioè, f empiici, & compofii . (*r i primi fo-, no effetti della prima, i f econdi della feconda ope ratiohe dello' ntelletto noslro , come V. S, lllu- ftrifs. non meno valente philofopho , che eccellen te giureconfoltosà molto bene: pofqia che fuol prima il noflro intelletto riceueregli oggetti fem plici di ciafcuna cofa dal fenfo rapportatagli, [ concepergli in fe fleffo col dar loro vneffere più nobile , c r rendergli quaft propri fuoi parti ; & poi da fi e gli accoda , & accompagna infieme • Tar mente dunque il parlare da' philofophi chi a J . mato interprete del noflro intelletto, farà ó fem- plice, ò comporto . & il femplice propriamente da noi detto parola, manifeflerà il concetto f ?m ^ plice, ficome il compoflo, eh* c da noi propriamen te detto parlare, & da' Latini oratione , dichia- rerà il concetto compoflo . Et ficome i concetti compofli non da altri fi compongono, che da* f plici, così il parlar compoflo da altro non fi do- vrà comporre , chetai femplice parlare , ouero v , * - # ' ( :he - I o o o AH* lingua Italiana . ’ i § ( che direm mèglio ) dalle f amplici paróle . 7$i •qui occorre di fare mention veruna della ter^a operatione dello* ntelletto , & diflinguerla dalla feconda , noti facendo ella a propofito del no Siro ragionamento . Se dunque in ctafcuna lingua fi poffono conftderare due cofe principali fen^a più, cioè parole , sparlare , adunque potranno due , ò più lingue in due principali capi fenici piu , accordar fi , ò difcordare , cioè in parole , & in parlare . Hora perche in qualunque parola fi a più cof ? fi può da noi por mente , Vrima , ejfendo ella parte del parlare , qual parte fi fila 9 \ fenomeno verb o, ò altra parte . *Appre ff o ejf m do ella compofla di lettere , quante ne babbia,<&* % quali ; & ciò viene à dire qual fìa la fua propria, materia, la quale chiameremo corpo : Ter^o do • uendo ellahauerevn fuo particolare quafi im- pronto dalle altre differente , quale fita la fua f or ma , quale il conio ,per così dire : Quarto , & vltimo ejfendo ella trouata per fegno de* noflri concetti , quanti, & quali lignificati ellapoffeg- ga , auanti che noi nella predetta opera vegna - mo a trattare della famigliane di dette lingue intorno al parlare, & allephrafi , come le chia- mano i Greci , richiederà il buono ordine d*infe gnare che ci (fediamo dalla confideratione delle {empiici parole , Dalle quali cominciando dar - ' rem0 14 Difcorfo intorno remo à teiere come la lingua Italiana fia in ciò / conforme con la Greca, & differente dalla Lati- na , che ella ha ma parte del parlare commune con la Greca , di cui manta la Latina : & quefli '■ è l'articolo. La qual parte di quanta chiarez- za , & commodità fia nel par lare, è quafi d tutti chiaro, & manifello : ma fe la noflra lingua tol - ta l'habbia & quanto all y inuentione, & quanto al corpo dalla Greca , ò nò, alcuni de' noHrigram matici no ardifcono d'affermare rif dut amente , benché più affai pieghino alla parte negatiua, %A me però ben molto terifimilpare, che da ma medefima lingua fi fia prefa la'nuentione & del- lo articolo, & del ticenome dif accentato, non fo lo del principale, ma anche del deriuato, cioè del poffefsiuo,corneil chiamano i grammatici Lati- ni, eh' alcun denollri fi è compiaciuto di nomare *Afjiffo . Del qual ticenome toccandoci pur di ragionare in quefio difcorfo, non fard difdiceuo - le che qui con l'articolo, con cui egli ha così firet to legame di parentela, accoppiandolo ,fifauclli deV'mo, <& dell'altro infiem infieme . Tronomi adunque difaccentati principali chiameremo i feguenti , MI, TI, LI, GLI, LE, S I, LO) ci, ne, vi, communemcnte quafi per tutta l'Italia tfati , cofiumandofi per poco in egnifua contrada di dire, per cagion (Tessempio Alla lingua Italiana. i $ Dammi, Datti, Dalli Dagli; Dalle, Dajji, Dallo j Dacci , Danne, Dattili , /n TPece di dir e, Dà à me, o Dame, Dà ate,o Dà te 3 Dà a lui, o Dà quegli , Dà a lei , o Dà quelle , Dà a f e, o Dà fi, Dà lui, o quello , Dà a noi, o Da noi , Dà a voi, o Dd voi : & fimilmente, Mi dà. Ti dà. Li dà ; con del rejlo , mettendo cotali particelle dauanti a ’ yer ^ • Pronomi poi difaccentati pofiefsiui chiameremo quegli , , li quali non fono hoggidì in rfo così vnmerfile di tutte , ma filamenti di alcune parti dell’ Italia , tra quali è la mia , che anticamente fi dijfe Magna Grecia :&finoMó, m a, t o, t a , s o, s a , conciò fia cof t che in bocca quafi d’ognuno de’ noftri fieno non filaménti le ' roti Fraterno; Vatremo, Matrema,Mogliérma , Figlioto , Signórto , Mogliérta, Mammut a, Si- gnor fi cioè, il frate mio , ilpatre mio , la matte mia, la moglier mia , il figlio tuo , il fignor tuo ; la moglier tua, la mamma tua, il fignor tuo, ché gli amichi firittori accettarono nelle loro fini- ture ( dicendo però Fratélmo , Mogliama , mó- gliata,Figliuólto ,piiì toflo che Fraterno, Moglier ma, Mogliérta,Figlioto ) ma molte altre ancbora, quali fino Cognat omo, Cognàtama , Cognac toto, Cognàtata , Génermo , Génerto , Compari mo, Comparto, Commàrma, Commdrta,Vuo * ramai 'parata , Suórma , S aòrta; Cuginomo'; Cuginama, t6 Difcorfo intorno Cuginama , Cuginoto , Cuginata , Tyipètemo., Tgipóteto, Maritomo, Maritoto, cioè , il cogna- to mio , la cognata mia , il cognato tuo , la co- gnata tua , il genero mio , il genero tuo , il com- par mio , il compar tuo, la commare mia, la commare tua , la nuora mia , la nuora tua , la fuor mia, la fuor tua, il cugin mio , la cugi- na mia, il cugin tuo , la cugina tua , il nipote mio, il nipote tuo , il marito mio , tl marito tuo , & così anebora dir fogliono Cugino fo, Ccmpar- fo, & alcune altre roti sì fatte , in yece del cu- gin fuo, compar fuo, & altre tali , come dicem- mo , che preffo gli antichi fcrittori fi legge Si- gnorfo . Hora io ho fempre creduto , & tutta- tua mi perfuado finche ,il contrario non mi fi pruoui con più falde ragioni delle già recate da alcuni , che sì fatti pronomi così principali , co- r mederiuati fieno prefi, non dico quanto fila al ? corpo, ma quanto è ali’ inuention loro , dalla Gre l cafauellaffe non dall'antica, che da molto tem- po in qua yiue folamente ne * libri , almeno da ^ quella, c'hoggidì fi parla, &parlafi nell'Italia 7 ìftefia , cioè nelle fue contrade auanti dette: che \ iL trapalar monti ,& mari per rinuenire quel ! - che babbiamo in cafa , come ad alcuno è paruto di fare, è fenga fallo yn cercare a rouefeio . la - • quale ha cosìtralignato dall'antica , come ha fai urtA. i tO Alta lingua Italiana. iy 10 V Italiana nofbra dalla- Latina ; & pare che dì tempo debba andare innari alla nofira Italia- na, come altroue dirafsi :percioche ella ha per vfanga parimente di porr e bora auanti, & bora, dopò i ycrbi i fuoi vicenomi principali -difaceen^ tati y & di Soggiunger e d! nomi i vicenomi deriud ti fcemi . onde ella dirà per ejSempio , Ton édo- ce , cioè , lo diede , Tin édocé , cioè, la diede 3 & édocé tin, di e dela, valendofi delle particelle Ton 3 & Tin 3 & d'altre , ch'io taccio , in luogo de' pronomi intieri : ficome per gli pronomi in- tieri mette ancbora Moy ,Toy , Soy, nel dire édocé moy, édocé foy, édocé toy , cioè , die- demi, diedeti , diedegli , pigliando però Mi, T i. Gli , nel ter^o cafo . Et così dice ella fyntrophós moy, fyntrophós foy , iyntrophós toy, cioè, 11 compagno mio ,il compagno tuo , il compagno. Suo, che volendolo più fedelmente tradurre , di-, remo Compagnommo,Compagnoto, Compagno fo, coinè da noi fi dice Cuginomo^CuginotOyCugir . nofo ; ficome ciaf cimo , cbe folo intenda la lingua Greca antica, p^ò vedere ne' due poemi Greci mo ' derni chiamati l'vno il Tbefeo , et l'altro l'Iliade d'Homer.o . Et, di quefto feemamento di pronomi fi vede pure il principio negli antichi medefimi , alle cui orecchie non men dilicate delle noftre èda . credere, che de jfe alcuna noia, il sétirefpejfeggia- B re 38 Difcorfo intorno re y come è forati che in molti ragionari auuen - gay i vicènomi intieri di più d'vnafillaba l'vno; & che eglino per tal cagione ne accorciajfero,& ne fmog^affero alcuni, come feciono,vfando jpef fo di dire Mòy, Moì , Me , in luogo di , Emòy, Émoì, Emé, cioè, di me, a mr> me . Et i poeti forfè per la comrnoditd del verfo, in luogo del vi cenane demoftratiuo della terza perf ma di piu filiale jpejjo vfarono quello d’vna fola, che è Hòs,Hòy >Hoi,H è, come fece anche alcun profatore,et l'articolo anchora, quante volte lo- ro tornò bene . ^Adunque fe dalla Greca lingua riconofcèr debbiamo il trouamento del vicenome dif accentato così principale, come der indio , ragìonéuol pare chedaWifiejfa hauerfi debba per ritenuta la’nuentione dell'articolo anchora . Ho - ra benché & Vvfo deW artìcolo , & molte altre cofe , nelle quali la noftrà lingua è conforme con le anticke,jiano a lei communi ^ conia Erancef ca, e con la Spagnuola, non intendo però io , tra - p'ajfàndo il commiinctsm filentio,di riftringermi d trattar folo di que’particolari, i quali fon pro- pri, & fingolari di lei, o paiono ejfer tali , ma ver rò abbracciando il proprio, & il sommane > o vni uerfalè infiememente, tanto più cbe dgli fcritto- rr Frane e (i è piaciuto di fare il medéfìfno in trat- tando la medefima materia per la'lingua loro . 4 ik là i I* «* , Alla lingua Italiana. ip 7$è mancherò io a luogo , & tempo dj moflra - re qual fia ( per dirlo con termini diloica )di quefte vniuerfalità il foggetto primo . Hanno anchora i Greci [molte particelle del parlare fo - ^ prabondanti, come, feng^altre dirne, fono de, “ c E J N E 1 di cui fornita è in parte la noflra lin-y. fi - g H( i } che così habbiam noi Mene, Tune, et Tene , in luogo di Me, Tu,& Te, vicenomi cornei Gre c/Egóne, Emóine, Tyne , in vece di Ego ,\* Emoi , Ty . Et il Tgapoletano fuol dir Pace Stace , per Ha, & Sta, terge perfone de * nerbi* ^ ^Andare, & ^Stare : &Jn nriia lingua materna di damo Ede in vece di E, terga per fona del verbo 1 ‘ t. -j$ ?re ’ f lcome in luogo della Marca Mncho ir [^Knitana in vece di T^ò, & Sì, T(ode, & Side fi di Cosìprejfo i Greci fi legge JpeJfo il c e, ben- effe adoprato con più liberta ;& il t> e, foggiun • v * determinate voci , dicendo eglino verbi gra- tta, Aidósde , & Toiòsde , in vece di Aido s, & Toios. itti il in ■ii Ut wi Quanto Tappar tien poi alla materia, & al ro* . corpo delle parole , che fu la f iconda co fa da noi f?r ^ ^ propofia da confederare, a lungo mofireraffi nella ini * noflra opera, che molte, & vie piu, che i più dot ' ti anchora non ejlimano , ne ha la noflra lingua S rf- fraportate ,& tolte di pefo dalla Greca antica , \ o . fenga fapernegr ado alla Latina, Delle quali prò (fi i B a durrò 1 io Difcorfo intorno 9 (lQ& i durròbora quelle poche, che fenga troppo cercar re mi verranno nella penna per ordine d *Abecè > i .  parte da altri, &. parte da mefolo , che iofappia uJfrM&L/ notate . & faranno le [egli enti: ^Abba car e,cioè, yyj&Ufru- ingannarfi> ejfere in errore,cbe è voce Fioretina, Kf^JS*#*** ?/ewe Greco, Abacein,c7m l' iflejfo figmfi fi.-t GreÀ at0; rabbattarft , pur voce Fior etìna ^chefi-^^_ zìi “^Jinifica ingegnarfi al me 1 che fi può diguadagnar / d*jJTil viuere;cbe in Greco Rhabattein vuol dire , /q*. [ correr in sà,e'n già, come fan quegli ><b e fi prò- cacciano il viucre alla giornata : Bobi no’, che Bà-*g£$j • m « • I Y . . 4 X ^ mj» a. A Aé+ k bainein lignifica a' Grectàalbettare, come fan- noj bambini: Ballare ; dal verbo B al 1 iz e i n : fo ; da Bifìos, lignificante valle. <& pallet alo ra ft prende per la parte baffa,onde ri verbo ^ 4u - uallare,quinci deriuato,fignifica abbacar eA&ofi^ co ; da Bófcein, che vai quanto pafcolare :,§ra-[ < mare ; da Bromafthai, che è propriamente bra-i mare di mangiare : Calare ; dal verbo Chalan:^^^^ Carogna, cioè cofa puggolente; da Charónion, ^^ che era nome di luogo pnggolente : Cojla , colfuddrf^ verbo Incollare ; da Colla , onde fecero i Grecj^lj ^' | il verbo Collan i Conio, cioè impronto ; da Ei "fanù cónion ,qttafi dica, imaginetta , ejfendo il conio improto i&imagine di che chefia : Endirna, allaffy^ Bolognefè, dlìroue detta Entimella,cbe e la ve fa del cufcim | o vogliamo dir guanciale ; da énfiy xns> r. i 21 Alla lingua Italiana . tna ,'cioè, refi intento : Gallone , cip è l'anca 3 ola S~t// parte fporta infuori foprala cofeia ; da Lagòn, ^yr***^ per trafportamento di lettere, : Gamba ; da Cà- pé , che yale tra le altre cofe quefche il Latino Suffragines; Goffo ;da Coph òs; Golf o; da Cól- C <0$]* pos : Gong olar e s cioè 3 giubilare ; daG angali-^ ^Y, zein : Inchioflroy fecondo alcuni da encaufìon ma fecondo me da enchrifton * che éngrefle mia lingua materna fi chiama f inchi oflro : Io»T^ yicenome;da lo 3 pur yiccnome della lingua Beojh**}**} fica : La fci are ; ( fenon yiene dal Latino Laxo)ffo da Lagaflein interpretato da tìefichio per A- JjL^èA pheinai, cioè, lafciare andare,^ ondeiVinitiani 1 dicono Lagare , quel che la commune lingua La - jSkJiG fidare : Lifcio ; da Likòsu t Maga rì } cioè ; Iddio jj* ilyogliay &,Iddio il yolejfe ,yJato nella Marca* // ™*fì** f Triuigiana , zanella it ùflm Magna -Gre cia.* là doue fi proferire Macari per£± da Macari Gre co lignificante éithe, óphelon, cioè,yoglia 3 &r yolejfe Iddio , come Snidai' efpone : Macarom da Macaria, la quale appo Hefichio èyna yiuan da di farina impaflata col brodo : Matt o ; da Ma taios, che yuol dir yatio 3 leggieri : Molo ilporto fatto amano ; da Molos r:_* 4ibo avverbio d' abominatone /& di cruccio : da Aibpì ^ Jtìov Valla.; da Palla : onde^fu trattoci Latino pila f & non dal Latino Tila il nofìro Valla , come al* B 2 cun . * • * 12 Difcorfo intorno ÌAl : *7 ' % ■% , / ^ uì % M • •****fy .-Ar.- •n 4* V cuti vuole : Piatto ,ch'è la parte più larga dette cofe chan taglio ; da Plato s ,cioè 3 latitudine , perciò da dùftotele i pefcifi dicono Neintois piateli, cioènuotare con la parte piatta , quegli dico 3 a ’ quali mancano le partii c*han forma d’ Or- li, che fi veggono negli altri pefci : Viglia re ; da Piazein , & Tiare dicono i Vinitiani in vece di Tigliare , ma ciò più toflo per difetto di pronun- ciale per altro ,v fondo effi di tralafdare , o d’in ghiottirele due lettere gl, dicendo Meio , Fio , Confeioy in vece di Meglio , Figlio , Co yfeg lio 2L%o, tocco ; da Ptochòs, onde è Titoccarc , cioè men- dicar e; ficome da Vtochòs formo ffi il verbo Pto_ chéuein : Tont ico , cioè topo , o [orice, così dettoV^hd da' Bolognefi ; daPonticòs, trouandefi in JLri- ftotele vna forte di topi , che dal luogo già detto Tonto furono chiamati Tontici , & fanne memo ria Euflathio nella frofitione fuad'Homero , & prima di lui Tlinto . sì che potrebbe anche ejfere prefo dallatino. come fi fia, è credibile che laftef fa voce Topo , per traffortaméto di fillabe fi cre-^2op{ affé dalla voce Tontico, come quella , la quale fi * ! cominciaffe da prima aguaftare,& a dirfi Ton- to, poi Toto,j& finalmente Topo . & ciò credi- bile fard almeno infino a tato chefene trnouipià verifimile etimologia : §atfo> che pur topo dire ; da Hyrax t di cui nacque il Latino Sorex * f$]f f Alla lingua italiana . *3 onde è il noflro vulgar S orice : Roccia, cioè bai- za ; da Rh òx: Scheggia; da Scmza: Scherza- '• |—*V> - . A _ ^ . , rr. _ • \ ■ « Ire; da Scirtan: Tapin o ; da Tapeinòs:??, cioi^j piglia , ouer treni; onde Tè la preferite lettera dijf ? il Boccaccio ; da Tè , che è da Eufìathio di chiarato con le voci,Déx2LÌj Labe, cioè, prendi* togli, piglia. Tercioche fe per accorciamento del ^ verbo, Togli,fojfe egli fatto , come pare che Bembo parejfe, non Tè, ma Tg fi direbbe fempì fi come vna volta fu detto dal Tetrarcha , Dir parea to dime quel che tu puoi . fet [a ; dà Titthòs : Treccia ; da Thrìx : V ettUfjk^ na ; da Bitina ( mutatajì la BinV , con la qua - le ha grande ami fa, & Vi in E, f uà famigliare) la quale te fimonia Euflathio che communemen-C CMfa* te e'ca da' Greci prefa in lignificato di Bicos, che vale or duolo , bariletto , & generalmente quajt ogni picciol vafo. Onde formo jji per diminuimen rojBicion, & Biddion voci pur Greche, &for^ maronfi par imate le no frali, Boccia Boccella. <& potrebbe alcuno di leggieri darfi ad inten- dere, che quinci procedejf ? la nò fra voce focale, ma ella molto piu rajfomiglia la parola Bauca<B*»at*Ì€ lis, è paucalion , che così nomauafi vn vafo bere fretto dibocca : Zio , che altri dicono ^ ba, è fecondo ilcommun parere fatto dal Greco Theio s, mutatafi la Th in Z * della qual forte di B 4 4 fcantM *4 Difcorfò intorno f cambiamenti , & mut ottoni di lettere infra di la ro nell* opera principale diraffi a pieno . Ideile m iecontr ade anchora no n p o c he voci balle qua - j ÌTnon che altroueper l' Italia ò vfate fieno, o in - èfe, an7i elle vengono riputate per barbere, non oflanteche fieno la più parte o Greche febiette ,o febiette Latine , imperoch e Greche fono la voce ^ Panaiere , che vuol dir fiera , cioè mercato , ve- ^P^flendoda Panegyris lignificante ogni folennità, * & mercato f dito afarfiper occafione difeflepu » v bliche : onde Tanegyrico fi difie la diceria in lode 4# d' alcuna per fona, o d* altra cofa fatta in fimjfl&a fi gunan^e , Camafirà, che è la catena del camino , IX onde s'appiccano fé caldaie ; da Cremaftra , & r « forfè anche da Calaftra , che vuol dir Catena : s & la cicatrice altro non è, che f °,gno di ferita , o A piaga faldata : Canna , che vai gola ; da Chane: QÓf ino, che è ile ère dìo del Criuello ; da Cófci- • noti, che fignifica il Criuello . CiuUo, cioè afino ; • da Cillos ; & CioUa , cioè afinaJTa Cilla : Ca- . t # fttofeio, che è rhabitatione fotterranea; da Catò- ' * . * gaion: Seda, ciò è, pomo granato ; da Side: Ofi- mare, ctoc, fintar e; da Ofmafthai : Stregriafe^ 7“ cioèjlaf inamente fcher^r e ; da Streniàn : feti ' "" jgf ■| I J Alla lingua Italiana^ aj ga dirne moltiflime altre d’orìgine Greca » La- tine yoi fono le poche feguenti delle non poche no ftrali } chehamte habhiamo dal Latino: Marzie» che vuol dire luoghi ajf ri , come fono balgi , quali fono le alpi delio <Apennino , fu le quali fu Matéra mia citta fondata ; che Murices dijfergli ilLatinifcr inondo Tv Ionio Marcello così : Murex acumen , feu aderitasi faxi : VirgiliusV . *Àcn. Concujf# caiites>& acuto in murice remi Obfiu- puere. Del qual verfo di Virgilio la parola Cau- tes mi torna a mente la voce Coticci da noi vfa- ta, che l’iftejf j quafi viene a dire che murgie .. la a quale fecefi da Cautes , cangiando V a v ino ,<&* \ poi da Cotes formando Coticium . Vero diédele CICERONE (vedasi) l'aggiunto discrupoloso dicendo. E quibus quoniam tanquam e scrupulosis cotibus end uigauit oratio: et cetera. dittano, cioè f padrejtAttam 9 \ dice Feflo , prò reuerentia f mi cuilibet dicimus , 1 quafi eu aui nomine appellemws. & i Latini heb- ' aero quefia voce da’ Greci , che Atta foleuano i giouani chiamare i loro maggiori in linguaggio Thejfalico , f zcondo Euflathio ferine : Tiagioni * cioèlenguoli ; anche in Latino fi dijfero Tlaga, & T lagni# : Furunchio, cioè bugno ; che da La m tini fu detto Furìffifulus: Turagna , cioè marcia ; che in Latino fi dice Tus , Turi* : Tede* cioè il Piego vino i che Tes vinaceorum chiamarono i La— i Stf . ' Difcorfo intorno latini : Vacanti a , ( proferendoti ifi la ftllaba t i come nella yoce Mala ti a )èda noi chiamatala ' vergine grande da marito , forfè come quella, la quale 1 ', non facendo anchora figliuoli ,nè altro, che fia proprio di donna maritata , & ejfendo in età da farlo, fi par che vachi, che detta voce con que fio fighificato fia d’origine Latina, Marciano giu reconfulto nella legge Qui catu , ne’ digefii al ti- tolo \Ad legem dulia de vipublica , ce lo può in- C, fegnare con le fcguenti parole t Qui vacante mu < lierem rapuit ,vel nuptam, vltimo fupplicio af- L ficitur , non oftante che la Chiofa in quefio luogo per Vacante intenda la vedouafolamente. la qua le fpofitione non foio vedere perche fia comune - neméte da tutti gli altri Leggifli,ch’io ho veduti , fpofata , poiché non meno (per non dir, più ,) va- ca la vergine di età da marito, che la vedoua, & piu fi conuiene,& auuiene l’ ejfer rapita alla ver gine, che alla vedoua . Chi dunque non vuole ap propriare la voce, Vacantem,alla vergine fi fat- ta, perche vuole egli farla fignificatiua della f )- la vedoua, & non accommutiarla al meno ad a- mendue ? Dirò per l’ vltimo vn nome de’ noflri , »» il quale da’ noflri medefimi vien riputato affai • goffo, che è Quatràw , & vuol dire giouanetto. nè à me fenibra men Latino degli altri già detti , facendomi a credere che ei fia il Latino Càtlafler i fatto 1 I Alla lingua Italiafia • 17 fatto perla figura detta fincope da Cdtulafler , che fi legge in Cari fio , /7 quale deriuafi da Catu- lus , -vuol dir Cagnuolo, a quella guifa,che da pullns formo jfi la voce Tullafier ; onde figurata- mente fi cominciarono a chiamare Catulaftri i giouanetti , fi come hoggidì tal volta fogliamo pure chiamargli pollaftri,elr poliedri, ne ciò fetv* ^a e ff empio de’ Greci fcrittori, non ejfendo man- cato di loro chi gli appellò Póloy s , che è a dire poliedri . Moltifsime altre voci hahhiamo noi Latine , come ho detto , non conofciute per tali , ficome non poche Latine della lingua commune fono tuttauia in concetto di forafiier e appreffo le piuperfone : dellequali difcorrerajfi nell'opera da noipromeffa . douenon fi taceranno le voci non folo Latine, & Greche , ma di qualfiuoglia al- tra origine ftraniera : nè fi mancherà di far ma- nife fio onde fi ano elle a noi venute : & proue - rduuifi che molte non fono nè- del Gothico , nè del Vandalico, nè d'altro barbero linguaggio , co me altri le fa (& pure non negherajji che barbe- re ne habbiamo alcune ) ma dell' liebraico piu to fio, 0 dell' lArameo, da cui la Latina lingua, & la Greca ifiejfa riceuute hanno molte delle lor voci 3 ficome huomini di molto ingegno, & di dottrina forniti hanno imprefo a moflrare. perciò feruen- doti noi di lorofe non per i/corta ( ejfendo eglino 3$ < Discorfo intorno in alcuni paflipel troppo loro arrifchiarfi aWv- fan^a de’galli, mal sicura guida \) almeno per essempio, procederemo piu oltre, e con maggior cautela che potremo. Siche non ci fieno forsè piu per lo innanzi oscure quanto fia alla lor nascita, fiè da noi riputate per cotato barbere e vili tante voci ITALIANE, come per essempio sono queste, cioè, Benda, o Banda, Schiera, Fondaco, Bggago, Lauto, Magagno, Ricamo, Bugia, Gabella, Carrafa, D0gana, tAlebarda, Bpnca, Gaglioffa, Cremefino.i6.I{icche^a. \y.Zifir\. 18. Guerra. 19. Guifa ; feè vero che Vitteffoper poco fignificano inlingua ^dramea Bend., Afqer^. Fondac., Rabaz. Alhud. Machzen. Rigma. .Budia. Cabula. Garaba (cojyie a.pun_ \ to in mia lingua fi dice) Douen. Albar- 1 daV Romca Gaiaffa, che vuol direna- dultera Carmes (onde Carmefimo diconó i noflri quel che i Tofcani Cremi fino) Rizeq. Sipra Ghera Ghifa, e aggiungiamui il verbo tarpare, che vale SueUere, e rapire, delquale fi fanno i verbi B^ttr appare, & Strappare , fe pure queflo fecondo non viene dal LATINO “extirpare”, di cui fi tiene che l'origine fia . da Tarap Hebraico • Onde hauremo ( dico ) le vere etimologie, di quafi tutte le voci nofirali: nè crede- .è Alla lingua Italiana. crederò io che elle fieno riputate f or elle dì quelle del Carafulla; ficome no crederò già che altri po- trà con ragione rimprouerarci l'andarla noi trop po storcendo in cotali etimologie , come con mol- ta ragione potrebbe effer fatto a que' valeti Fran cejìyli quali hanno trattato l'iflejfo argomento tn fàuore della lingua loro . Il che acciòpon paia da me detto ferina fondamento, & foloper cantila - re, flimo ben fatto il dare 4 V. SJlluttrifi.alquan ti effempi dello Rite da loro tenuto nel ricercare l'origine delle lor voci materne, acciò poj] a ella far quinci giudicio del rimanente, & porre il loft modo di trattare quefia parte a paragone del no-, Ftro . Dicono adunque ejjì, che Feu , cioè fuoco > venga dal Greco Pyr: & dal Greco anchora i fé- guenti nomi , Batre , cioè , baflohare, da Baton, cioè bafione , vegnente dal Greco Ba&ron: Bra- cóle , cioè bracciali , da Brachiólia : Diffamerà cioè > diffamare , da Difphemein : Differente , cioè,dtjferége,da Diaphéronta : Maifon,cioè, magione, Sfanga, da Ojìcos : Cuider , cioè, pah-, fare, c beinmiaM guajì dice Cotare,da Cydiò- yn: Atyger, cioè,ftuggicare, Atyzein: V r Or\ ter, cioè , rubare , da Lopizeiri : *Angin, cioè,vn\ cino, da anciftron : Bgbxtyrs ,QÌoè, rouefeio , da* Roibòs . Balance, cioè, bilance, da{I alante»: Bailly, cioè , la balia , che vuol dire, magifirato 'c a. , jo • ' Discorfo intorno &goucmo , da Boylè : Signeur,cioè , Signore, da Cyrios, dalla qual -voce altri traggono il no- me Sire , che pur Signore vuol dire : Enuoier , cloè,inuiare,da Pcmpein:^ fin,cioè,a fine } o uè- ro accioche , da Hma : Forte de Sphodra : Con- fratrie, cioè > confraternita, o Confrateria , da Phratria : Maialiti, cioè, Malatia, da Malacia: Metayrie, cioè, malaria, da Metoysia . Le qua li voci chi non vede eff ir Latine ; o fitte (per dir meglio) immediatamente dalle Latine , non dalle Greche ? Che della immediata loro origine par- liamo , non della lontana , percioche quanto è a quefla , non negherò mai efferne delle già dette al cune Greche Tfèfo io come efjìpojfano negare, che Feu venga più toflo da Focus , & Batre da Batuere, & Bracele da Brachialia, & Diffamer da De fumare, & Differentg^da Dijferentia, & Maifon da Manfto , & Cuider da Cogitare (onde venne il noflro Cotare, vfato in mia lingua, fit- to per fottraggimento della ftllaba c i : & Tra- ttato fu poi detto il traf :urato, quaft T racogita to, che i noflri dicono Scoiato ) & Mtyger, cioè fiwgpgcare, quaft dal nomeTig^o , vegnente dal Latino Titio, Titionis. dal quale noi pofeia for- mammo i verbi .Attillare, Stilare, & Stug^ igeare, quaft dica Stig^icare (percioche Tiggo, Stingo fi dice ) conciofia cofa che il muouere Alla lingua Icariana. $ t alcuno a f degno, <& farlo riscaldare , fa a punto come ne * tig^i eccitar la fiamma , Così voler f e cefi dal Latino Inuolar.e , & *Angin da Vncinus, & Hebours da Ferfus,aggiuntaui la fillaba He: & Baily dal verbo Falere , mutando fi in amenduni la lettera V in B fua vicina : & Signe ur da Senior, et Sire altrefi fatto per fincope da Sigtì.e-r, ur , che così Sènior douette (he* baffi tempi alme nojfignificar maggiore, nonfolo d’età, ma d'au- torità, & perfonadi maggior riputatione , come il Greco présbys, il quale vuol propriaméte dir vecchio , mapigliafi anchora per maggiorente ; & in fomma per fignore. ondehabbiamo in Hefichio Présbeis, gerontes, bafileis, archontes, protimómenoi, cioè, présbeis diconfii vecchi, i rè, i signori, e i piu oonorati pella qual cagione i preti si dissero forsè presbyteri e LATINAMENTE domini, e poi donni PER SINCOPE, cori ciòfojfe cosa, che effifojfero, come anchor fo no, più, honorati de* fecolari . Ter la qual cofa co fiumano anchora nella mia patria i fecolari, o lai ci {come noi li diciamo con voce Greca )fauellà - , do co* Cherici, di dir loro, 0 Signore, come quafi per tutta Italia fi dice loro,o MÒfignorc,che vuol dir, mio fignore ,et baffi, nel Boccaccio, & Dorici-. ne>et Sere fatto p fincope da Signore , òuer. Seggio » re (come fi diffe del Sirejinvece di Cherico,o Tre 3 1 - Difcorfo intorno te. Laqual yoce Signeur, o Signore chi pur non. - fi yolefje indurre a riceuer per Latina, potrebbe egli con piu fondamento annouerarla tra le bar-, bere, che tra le Greche , feguendo il giudicio del Signore Antonio Giganti , perfona di non m nor giudicio & in quefla , & in ogni altra forte di lettere, che di bontà di cofiumi adornata . il quale in leggendo nella difputadi S. *Agofiino co Tafcentio quelle parole : Si enim licet dicere non folum barbarti lingua fua , f ed etiam Romania Sihoraarmen 3 quod interpretatur, Domine mi ferere , curnon licer et in concilijs patrum in ip- fa terra Gracorum,ynde ybique declinata eft fi- de* , lingua propria homóyfion confiteri,quod eft,\ patris, &fihj, & fpiritus fantti ynica jubflan - tia ? ha notato che , della Sihoraarmen facédofi due parole, cioè Sihor,#- Aarmen,c/4 Sihor, la quale doueua corrijpondere al Domine , fia nata la noflra yulgare Signore . Inuoier fomiglian - temente yenne egli dal nome Via, & è quafi Da - . re in yiam, come fi può comprendere da gli altri compofli, quali fono ^Auuiare, Difuiare,Trauia- re : *À fine, da Lid finem : Forte , dal Latino For te, nel genere neutrale, yfato in yece deWauuer - biòyFortiter, dandogli ilfignificatodi, yehemen f et, tome danno i Greci ai loro Carta: & Ifchy ròs ,& gli fteffi Latini al loro Valde,cbeda Va- n lid* i Alla lingua Italiana. 3 j ìide fi fece . Confiaierie da Confraternita s, 0 da Confraterìa , non da Phratria . onde i compagni di tali congregationi fon da noi detti Confratelli , • & Fratelli . importa che le [udette voci non pano totalmente Latine , pur che Latine fieno le lorprimitiue, & le [empiici. MaladiefièCiflef- fo, che Malatia: onde procedono amendue dal me defimo fonte . Flora il nome Malatia fi formò da Malato participio del vèrbo Malarfi ( 1 nella cui vece s'v fa il compofio Mmmalarfi) il quale deri uafi dal nome Male y ficome il verbo Greco , Ca- còyftai , c'ha l'ifleffo fignificato , dal nome Ca- cò n, cioè Male . perciò in vece di Malatia gli an ' fichi nofiri fcrittori vfarono di dire Malitia , <&• Malore anchora , trahendo l'vna voce,& l'altra dal nome vulgare Male , da cui tr afferò il verbo .Ammalar fi , come può ognvn vedere . Siche il volere il lor nome Maladie , /pender per Greco , e dir eli ei venga dal nome Malacia, doura àgiu- diciofi parer cofa più ingegnofa , che vera . La voce Metayrie anchora nacque dal Latino , cioè da Medietas, onde fi fece prima Medietarius: & da ciò poi Mediataria,& quinci finalmente Me- tayrie. ò direm pur e y che da medietas fecefit Moi - tiè y cioè , Meta , & da quefio conpoca di muta- tone Metayrie y che vale quel cb'd noi Maffaria. Coti noi dalla voce Medietarius generarne il no C me 94 - Difcorfo intorno me Mev^adro vfato in Lòmb'ardia,& lignifican- te il contadino , cip e coltiuando i terreni altrui fk à meta col padrone , ò alla parte , da' Latini per quefta cagion detto Tartiarius , & hoggi da' Bo- logne fi Suo'zgo , cioè Socio, per la còpagnia chà infieme col padrone : & da Megadro deriuofii la voce Mezzadria., che mutojji in Maffaria,ficcme Megadro traualicò nel nome di Maffaro , eh' è ho ra più vfato : fe pure non vogliamo & Maffa ria, & Maffaro deriuareda Maffa, come alcun vuole. Contrario errore al già detto commetto- no i medefimi , quàdo dal Latino yan generando le voci, che più col Greco fi confanno , che col La tino . Ter eff empio vogliono cjfi , che il loro ver ho Retorner, eh' è il nofiro Ritornare , come ogni vno vede , fia fatto dal Latino Reucrti;& che di corpo fia Latino , benché nelle vltime fillabe mol to dal Latino differita . nè in ciò s' appongono ; concio fia che egli più toHo r affamigli il Greco >. che il Latino, parlo del Greco con otto, ò moder- no , non dell'antico . Vo ' dire , che egli fecondo certa ragione di formatione s' acccfta molto più al Greco , che non fk quanto fia alle fillabe, che'l compongono, al Latino : che fi come il Greco Gy rizein lignificante ritornare , formofii dal nome . Gyròs, che vai giro, cerchio, torno, così, il loro Retorner venne dal nome Torno, poiché fìcome - Gyrf- <• f f I . I Alla lingua Italiana,' 55 t Gyrizein altro non v ni dire , che fare vii giro » che è aggirar fi, cioè voltar filosi Ritorner,et Ri- tornare , altro non viene a dire , che fare vno , ò più torni , come auuiene a quegli, che tornano co là , di doue s’ erano partiti , a' quali fa mefliere per tale effetto di voltarfi . onde può dirft , che il verbo Retorner intatofomiglia il Latino, inquan to V aggirarfi è vn voltarfi, & Reuerti altro non vuol dire , che riuoltarfi : & in queflaguifa ben direbbono , che Retorner fia Latino , 7gè in di - uerf ? errore incappano i noftri grammatici , per dire anche di quejlo , che non è fuori del nofìro propofito ; volendo che il verbo Cercare fia nato dal Latino Qu cerere ( del quale però fengf alcun fallo vfcì il verbo Cberere famigliare agli anti- chi poetijperò che Cercare è fatto dalla voce Cer- chiare , cioè, andare in cerchio, & intorno , intor- no , come fanno le piu volte quegli , che cercano òperfona , 6 altra co fa ; i quali foglionofare v- no, ò più giri, & cerchi hor caminando, & bora fermi Hando invn luogo, Svolgendo gli occhi per ogni lato : onde Siro appreso Terentio in cer cando di far danari dice, Hac, illac circumcurfa, inueniendù ejl tamè „ Argenti t: & Dauo d Tarn - philo,di cui cercato haueuaper tutto, Vbi te non inuenio, ibi afcédo in quendam excelfum loctm ; Circumjficio ,per la qual cofai mie * paefani Cer C z colare $6 Difcorfo intorno colare fon f oliti di dire il cercare con diligenza tra molte cofepofte infieme , come farebbe à dire in cajfa , ò in armalo per tr ouare che che fia, qua- fi dica Circolare , che con altra yocenon menpro pria dicono V cruciare, quafi Voluulare (dal Lat- tino Volucre) che è, riuoltare, & metter fottofo pra ogni cofa . Flora habbiamo noi il verbo Cer care formato d famigliando, de’ medefimi Greci , li quali dicono Gyreuein quel che noi cercare . € è yoce anche della lingua Greca antica , nella quale ftgnifica yoltare in gite* ò intorno, & an- che yoltarfi in fignificatione paffìua. Et tato ci do uro, baftareperfar giudicio dell’ etimologie po fte à campo da’ begli ingegni Francefi delle y oci della loro f duella . Le cui yefiigia chi f tguir yo lejfe , egli potrebbe di leggieri à ciaf cuna parola attribuire qualunque origine gli aggradijf ? . Et d me darebbe l'animo , non y olendo difcoflarmi dalla lor maniera, di far quafi tutte le nofirali pa role apparir Greche . Così potrei io yerbi gratin dire, che il noflro yerbo Carenare ( fatto vera- mente da Carene, che viene da caro) f offe prefo 'dal greco Carrhezein: & la voce Cordella, che è diminutiua di Corda , dal Greco Cordyle ; Meftola , cioècucchiaro ( che ha per fua radiceli verbo Mefcolare) dal Greco Miftyle ; & Ghiot- to procedente dal Latino Glutio, prefo talhora in fi&nifi- t Alla lingua Italiana. 37 Panificato di afiuto, e di ribaldo , dal Greco Gó- cs , Góetos : & infiniti altri potrei io riporre tra* Greci , i quali baurkfempre per conflante ef- fer Latini ', estimando per molto più veri fintile* che fieno tali ; tanto più, chela noflra vulgarfk- nella à fembian%a di corpo miflo , il quale fia di predominio, ò terreo , ò acqueo , ò aereo, ò igneo, chiamar fi dee di predominio Latina , perciò la più parte , che fi può, delle fue voci è da tirare al Latino . Ter la qual co fa non faprei io nè lo- ^ dare, nè difendere akum de* noflr iji quali in cer ^ to lorbrieue difcorfo ftfludiano di farci crede- re , che molte parole della noflra lingua riceuute fen^ alcun fallo dalla Lattna , à noi vengano im - mediatamente dalTAramea , come per cagiott d*efiempio,fono Me%o, Modo, Arra, Anima- re, Ballare', Battere, Bollire, Calca , Cauerna, Gobbo, Lago, Lampada, Malato, Manico, Mar fello, T^aue, T^pige, '2\( occhierò , T^uuolo, Or- T^o, Ortica, 0 fieno, Tadule, Tuffo , Telago, Bfn uà. Saetta , Sapone , Scodella, Senno, Tentenno , Toro, T rama, Viuaio , Ffiire ,Zauorra , &c. Et w certe altre tali dalla Todefia, come fono Bofio , Collarone, Tqeffola, Tancia, Tiayga, Sega, Ta- glierete. Adunque per non parer altrui par- fiali confefiiam pure, che iliaco* intra maro* peccatur,& extra. C 3 M' i r 38 5- Difcorfo intorno Ma tempo è di por fine à quefta parte, nella qua- lefe troppo mi fono allungato ,fiudierommi d'ef - fer tanto più, brieue nelle rimanenti . Segue ho ra, che alcuna cofa diciamo della forma di ejfe parole, da noi mejfa per la terrea confideratione : & per forma intendiamo bora noi certa ragione di formatone, di deriuatione, & di compofitio - ne delle voci , la quale meglio s* intenderà con gli effempi, che con altro. De ' quali fi produrranno alcuni per moflrare la famigliando, intorno d ciò della noftra con la Greca lingua folamente , che questa per bora ci dourd baflare , fan^a far para gone con altro idioma. 'Primieramente in molti nomi foftantiui feminili h abbiamo noi certa ter - minatione con l accento nelT dn^iultima fillaba , che più tiene del Greco , che del Latino , quale è quella, che fa in 1 a, fiicome Cortefia, allegria , . Ta^xja, corrifpodenti alle Greche voci Filan- tropia, Euthyrma, Mania ,fen%apiù dirne, co me che infinite nehabbiamo . 'l^èfchifiamo noi V accento nellvltima fillaba tanto amato da Gre ci, & fuggito da * Latini , che così diciamo Vnità, Trinità , & altri tali , come effi Monas, Trias. Vero è , che tai nomi non fi pojfono dire intieri , ma tronchi ; ma ciò poco monta.&poi non man- cano alla noftra lingua voci intiere con l'accento nell' vlt ima, come tra le altre fono alcune perfo- ira Alla lingua Italiana . ' ne di verbi de' tempi à venire , & de 9 tempi puf- fati . +Apprej)'o communi b abbiamo noi co' Gre- ci quei nomi aggiunti ,che dalla loro fignificatio- ne , &forga alcuni de' noflri ban chiamati *Àu- mentatiui,e terminano in 6 n z,& in \ cci o, parte de quali in f e chiude non fo che di fignifi - cato di difpreggieuole ; & tali fono, ficome è Ha to da altri prima notato , leccone , ^icconaccio, Giouenone, Giouenaccio, Lupone, Guercione, Mfi none, altri fintili, che rappresentano alcuni nomi greci finienti in o Nj <& in a x, di non dif- famile forga , & natura , come fono Plóyton , Plóytax , Néax, Lycon, Strabon, Canthon, corri fpondenti à' predetti & di terminatone ,dr di lignificato . .Alcuni au nerbi babbi amo finteti ti in one; come Carpone , Tentone, Brancolone , Ginoccbione , accoft antifi a Greci in on, della qual fatta fono Botrydòn, Ageledòn, Cyne- don . Deriuiamo non pochi nomi, & verbi fe condo la Greca proportene ,&• regola da loro chiamata . Analogia : che come ejfi da Tatèr,cioè, padre deriuano Patroos , così noidaTadre, Tadrigno.&così noi da Madre, Madrigna; me efii da Méter, Metry ia.dr così noi da Scro- Qsjfadt fa. Scrofola (che è tl Latino firuma) come ejfi dà Choiros, Choiras. Così noi da noi da T a fio- ne,& dalla Tropofitione Con , facciamo Com- C 4. P4f- 40 . Pifcorfo intorno pajfionc,Compafiionarc } &CompaflioncuoIc, co- me ejjìda Pathos , & Sy n , propo fittone fanno Sympatheia , Sympathetn , & Sympathès , benché con alcuna differenza nell* ordine del deri uare . Così da Guerra facciamo Guerreggiare , come efii da Pólemos , Polemizein , facendo le due GG la parte del Z tanto famigliare a* Lom- bardi,* quali dicono Guerrez%are; & così noi da Vari Vareggio, come efii da Ifos , Ifazo. &• così noi da Mano Maneggio, come ejfi da Cheìr, Cheirizo . Moltiffimi altri terbi kabbiamo de- rinati da* nomi ( benchenon ferbino l'ifieffa, ò fimile lettera figuratiuajd fiimiglianza de* Greci ; che così da Bafione deriuiamo Bafionare , per cagion d’essempio,& da T^ecefiità 7 qecefiitare,&‘ da For^a, Forzare ; & da Due , Induare, cioè, accoppiare , & accompagnare ( onde nelle rime antiche fi legge sAlhor ch'ella s'indua Con donna , che leggiadra, e bella fila ) & innumerabili altri , di cui nelT opera principa le fi farà memoria in buona parte , come efii da Rhapìs, Rhapizein,^* da Anance, Ananca- zein,& da Bia, Biazefthai,^* da Dyo,Syndy azein. Componiamo fecondo Vyfanza Gre- ca , & diciamo Bifauolo, come efii Difpappos : & così dalla particella Die battente / or^a di ne - : ’W Alla lingua Italiana • 41 gare , & dalla voce Ordine compoflo habbiamo il nome Dif ordine, & da Dis,<& Honorem Disha f . nore,& da Dis, & Credere Difcr edere, che fi leg ge in Dante : & da Fra, & Intendere, Frainte- dere, come efii dalla particella A , detta priuati - t uà, & dal nome T axis, cioè, ordine, compofero Ataxia , cioè , Difordine , & dalTtSiefia A , & Time, cioè , honore, Atimia, cioè, dishonore: et dalla predetta Piftein,rioè, credere, inufi - tato, Apiftein,c/W, difcredere:& da Para prò- pofitione corrijpondente alla detta Fra, & Kcó- yein, cioè, intendere, Paracóy ein , cioè , frain- t endcre* Cosi habbiamo anchora compolii i ver - bi Dish onorar e, <&• Difordinare , cóme efii Ati- mein 3 & Ata&ein . Comportiamo oltre di ciò nomi con nomi , nomi con verbi , & altre parti del fituellare infieme, più alla Greca, che alla La tina ; che così diciamo verbi gratin Teficiuendo- dolo, come i Greci Ichthyopóles ; & così Gab- bacompagno, come efii Parabalaiteros : & co- sì Occhionero, Bellocchio , Barbolungo, come e fi- fi Melanóphthalmos ,Euóphthalmos ,Ma- cropógon . & così diciamo L'vnl' altro, cha ' • fiembiaga d'vna fiola parola, come efii Alléloys. e raddoppiando la voce Tutti (con l’efiinguerne poi la fiecoda fillaba) diciamo Tututti, òpiù tofto il di fiero gì antichi Toficani,come i Greci da Pan 4i . .Difcorfo intorno fecero Pampan, che lignifica in tutto, & per tut to. & molti altri comporli babbiamo , come fiono Spazzacamino, Cauadenti , Terdigiornata 9 Guazzaletto, Tornaletto , S caldaletto, Capo fuo-r go, Tagliacantoni , Tiediflorto, T^afolungo, Vi- fotondo. Batticuore , & mille altri, di gran par- te de* quali in detta mia op era fi farà la ràjfegna, & porr anno fi, à rimp etto de' Greci per dare à ve- dere, quanto fia in fatti, & quanto poffa ancbora dafe fiejfa diuenir ricca la nofirafimella . H ab- biamo co' Greci commun e l'vfo del troncar le pa role, quando nella voce terminante in lettera vo- cale, & pofta dauanti à quella, che da vocale in- cornine inda , per ifchtfare cotale incontro di due vocali , che fpeffofh laido f mtire , gittiamo l'vl- tima vocale , onde in vece di dire per esempio , Quell’uomo. Quello altro, diciamo quell’uomo, quell' altro : & alloghiamo in fronte della confonante rimafa vltima della precedente paro- la, nello fcriuerla quel fegno, ebe apoflropho do- mandano i Greci . Fajjì l'iftejfo accorciamento di voci,feguendo etiandio parola cominciante da lettera confonante,ficome quando diciamo. Quel eauallo , in vece di quello cauallo . llche non fo fé babbiamo noi apparato dalla Greca fa nella, ef fendoui pochifiimo ,& folo da' Voeti vfìito, Trapafiifi bora d dire della conformità di quefle Un - Alla lingua Italiana • 43 lingue ne' lignificati delle parole, che era il quar to modo della loro parentela intorno alle parti del parlare . di cui non curerò io di recare molti ejjempi, come che non pochi me ne f muengano. Primieramente noi Fgba , & Robe chiamiamo quel che i Latini Bona , Diuitia Facultates , O- pes,&c. ma niuno di tanti nomi par che empia il lignificato del Greco Chrémata a pari del vul~ gar noHro F^obe; percioche non così acconciarnete il riandante , il quale bau effe b in barca , ò in hofteria per dimenticanza, ò per altro accidente 9 Inficiate alcune fuecofe per v fio (diciamo) del 'pi- aggio, direbbe in Latino , Ego in nani , ouero in diucrfiorio mea bona reliqui,come in Greco , Egò tamà Chrématacatélipon epì tés neòs,o«e- ro epì tòy pandocheioy : & in vulgar nofiro , Io ho Inficiate le mie robe nella barca, ò nell'hofle ria . Così à chi portaffi ? alcune cofi ? coperte non così bene , domandandolo , fi direbbe in Latino » qua fers bona ? come in Greco, Tina phéreis chrémata; e in vulgar nostro, che robe porti ? Tfiè il Latino efiprimerebbe così bene con yna yo ce (ola il greco pleoné&ema, come noi con la voce “vantaggio.” Et col nome Frefico più felicemente rendiamo il greco Eupfychés, che i Latini con qual si voglia de'loro nomi. Diamo à molte voci oltre al principale, e ORDINARIO SIGNIFICATO – H. P. GRICE – vn’altro men principale, e meno ordinario, e riftefio principale, e meno principale, thè i greci usano di dare à molte loro: che così prendiamo alle volte disciplina per Gafiigo, come i Greci paideia per cólafis: e Huomoper M^chio, come ejjì anthroposper Arfen:^* si gite per Varentela, come efii Haima per Syngéneia: e Forti per luoghi forti, cioè per Fortezze, come efii Carter ìper Cartera Chovh, cioè Erymata: e Entrata per Bandita, come efii Enodos per Prófodos. cimiamo noi di dare ét nomi aggiunti IL SIGNIFICATO de y sostantivi, dicendo “il Bianco” – H. P. Grice: “Cambridge blue,” “Oxford blue” -- , il T^ero, lo scuro, il commune, in vece di, la T^ereg^a, la bianchezza – H. P. Grice: “My tutee Strawson was OBSESSED with this: he thought ‘virtue is honurable’ had the logical form ‘the f is g’!” --  , la scurità, la communità, come i greci Tò Melando ^ Leucòn, tò Scoteinòn, onero tò Zopheròn, tò Coinòn, in luogo di he Melanótes, he Leucótes – H. P. Grice, “But they did use ‘horseness’ – hippotes!” -- , tò Scótos, ho Zòphos, he Coinótes. Et benché fipojfa dire (Thauer noi quefio vf o potuto apprendere da'LATINI, i quali pare che fi co - piace fiero di dare alcuna volta a nomi aggiunti IL SIGNIFICATO de’sostantivi alla sudetta maniera, più toftoperò greco si gli può egli dire, che LATINO inquanto noi alla guisa de’greci procediamo più oltre in questa parte, CHE NON FANNO I LATINI – H. P. Grice: “Understandably!” --  . onde in vece di, similitudine, leggesi , %A silmile nelle rime antiche, fiume in greco Homoion - 9 i Alla lingua Italiana. 4f per “homoiótes:. h \ io rimango bianco simile (Chuom morto . E pare che gl’anni adietro cotali voci aggiunte y fate per soslantive andajfero tanto dgufto di alcuni de’nostri, che in vece della B elleno. , la Vagherà Ja Benignitela Vieta , t Uumiltà, 1$ dolcezza, e mtll.e altre sì fatte parole riponi ha ueuano in feggio “il bello,” “il vago,” “il benigno”, “il vietofo”, “l’umile”,  “il dolce”: e così di mano in mano, ATTENENDOSI AL CONCRETO [H. P. Grice contra P. F. Strawson: “Disinterestedness”], come àfenfato 9 e LASCIANDO L’ASTRATTO [H. P. Grice: A term of abuse at Oxford!”] per avventura agl’astratti. Ma poco apprejfo di queftaloro vfanga auué- ne quafi come delle foggie nouelle de* veftiri in Italia, che per alquanto di tempo contentano toc chio, & apparirono gratiofe, mapocoftante va perdendo poi la lor gratin, & quaft prima inoc- chiano de* primi habiti, co* quali cominciarono à vederfi poiché gli auttori,ò accrefcitori di quefte beUe^e del parlare non furono in ciò molto tem po f eguiti. lappare già, che fi meritajf 3 ,ro di ri- . manerft me così tofto infecco ,fe vogliamo giudi care dirittamente ; con ciò fojf ? co fa , che ejfi col fkr ciò moflr afferò vn modo d* abbellire la noftra lingua f mga valer fi d* alcuno ornamento ftranic ro . ma thauer noi t orecchie troppo malageuoli dafodisfare,&,per dirlo Latinamente, religio- \ fe i le sf 4* Difcorfo intorno fepià del donere ,nefk fchifi d'ogni nouità : Lift effe, ficomefur prima à' noftri Latini ,cosìfie nò a noi fempre cagione della pou erta delnofiro idioma, fin eh e elle no rimettano buona parte del- la loro rigide^a , Hora lafciamo noi Stare la lingua Latina, la quale no può arriccbirfi,nè au- mentarli più, poiché ella, come pianta, d cui man chi Vhumido radicale , non cbecrefcere, ma a pe- na- mantenerli può nella grandezza primiera:&. diciamo pure della noSlra vulgate , la quale tìorpar non fo per chè Sielle maligne. Che più non fappia andare innanzi per acquistar lafuaperfettione, ò per auangarjì conuenga ac- cattare nuoui vocaboli nouelle foggie di par- lare da lontani paefi,?2r donde meno fi conuerreb . he , {predando , & ifdegnando molte fue belle r & acconcie parole, & maniere di dire ab antico hauute ò dal Greco, ò dal Latino, ò da alcun' altro nobile linguaggio , le quali benché non habbiano lalor fedia in Tofcana , elle però fono di diuerfe contrade d'Italia vecchie cittadine . la qual cof et quanto fia da commendare poffiamo noi compre- dere da vna fimilitudine , cherni viene hora in mente, di Tlutarcho, benché ad altro propofito da lui recata ne'ricordi,che egli dà per conferuamé- t o. della fanità, la doue biasimando egli ( f òtto al trai perfona ) il pigliare Jpeffo medicamenti fuor -v di Alla lingua Italiana. 47 di mdlatia per purgare il ventre , dice che ,fico- me alcuno , il quale, granandogli l’hauer e nella propria citta troppa turba di fuoipaefani Greci , ì empi effe d* .Arabi , & di Scitbi , cacciando via ifuot, commetterebbe gran fallo , così errano fen ga dubbio , & punto non intendono coloro , li quali per fpingerfuora gli efcrementi famiglia- ti, & natij dellor ventre,vi mandano non fa che grani da Gnido , & Scammonee > & altre medi- cine molto jlrane,& contrarie alla loro compie fa [ione, & infomma tali , chanpìà toflo da effere purgate effe ,. che da purgare gli altri h untori . Hot qudto maggiore è il noflro fallo , mentre noi con l'introdurre in Italia non falò babiti , & co- fami, ma voci ancbora,& parlari f or afa eri, & barberi , ci sformiamo di dar perpetuo ejjiglio al le noftr e paróle, & pbrafi originali, & natie gr a' tempo fa venute dalla Greca, & dalla Latina Un gua,& d* alcun* altra antica di grido ? Et quan- to farebbe meglio il mantenerci le noHre parole, & guif ? di parlare ò Lombarde , ò Hpmanefcbe, ò TS^apoletane ò Tuglicft , ò Calaurefi ( miglio- randole però con lo fcriu erle,& proferirle più ac conciaméte, che fiapoflibile) majjìmamente quel le, chea noi parranno di nobile, & chiara difeen denga,cbe priuandole della loro slanga paterna, far dono della cittadinanza d tali , & quali capi fateci 4 * Difcorfo intorno fateci non so donde ? Hora chi potrà negare, che non fianoper diuerfi idiomi della lingua Ita - liana jparte alcune "voci , & maniere di fhuella - re fignificantiflime ,&piu anchora lignificanti f d' alcune T ofcane(benche in -vniuerfale la Tofca - na lingua con molta ragione a tutte le altre Ita- liane s'antepone ) & venute à noi da più nobile principio ? Darò l’ejf empio d' vna fola parola per non ejlendermi fuor di mi fura . Molto è vfato regno di 'Napoli il verbo Incegnar e, che figni ^ fica mettere in vfo quafi ogni co f i non prima a- doperata : che Incegnar dicono, per cagion d’ef- fempio , vna botte di vino quando la mettono d mano ; & Incegnar e vna camicia, la prima voi fa, chela fi veflono : & Incegnar e vn coltello , quando il cominciano à porre in opera . La voce è fenòli dubbio di nobil ceppo ( per così dire) ef- fendo di corpo Latina, am^i Greca, che così ne la fciò fcritto S.iAgoft.fopra S. donarmi : Encania fefiiuitaa erat dedicationis templi . Gracè enim canon dicitur nouum . quandocunque enimno - uum aliquod fuerit dedicatum , Encania voca- A ^ A tur . Iam & vfus habethoc verbum * Si quia noua tunica induatur, Encf niare dicitur . "UtorfoQuanto fia poi al fuo fignificato,io non so già tro iQ 4rr+AA, uare p ar ola Tofcana , cheltflejfo vaglia . oltre di ciò ella è parola Italiana da tanto m qua, che non Alla lingua Italiana. 49 non ci ha memoria incontrario . Ejfendodun + que ella così nobile d'origine , tanto lignificante, & antica Italiana , tfr importando all* eccellen- za delle lingue l batter parole di fimile valore fio non se vedere perche non meriti ella d’ejfere am* mejfia in publicbe fcritture ,fe non Tofcane , al* meno Italiane , & perche più tofio vi fi h abbiano da riceuere voci flraniere , & barbere , Et in conto di flraniere metto io le Latine ifieffe non introdotte , nè incorporate da principio nella no- ftra lingua . Delle quali però veggiamo, che gli huomini delnoflro fecole vanno empiendo i loro componimenti vulgari ,fenza euidentebi fogno > & contaminando ihpuro Italiano di maniera t$ le j che fe la co fa under d feguitando , à mano d mano i cantici di Clottochrifio Fidentio torranno la palma del parlar vulgate al Tetrarca al Boccaccio . Quando, & fin douepuojfi la noflra fihuella rendere douitiofa da fe fteffajl non furio, ò l arricchirla in quella vece col mefcuglio delle lingue fiore fiere , che altro è egli, che vn non cu - raré,nèconofcere ifuoibeni ? Laqualcofafeè dif liceuole à natione di tanto giudicio, di quanto fiiflima V Italiana, è dunque d'obligo commune d tutti ingegnarci di adoperare il contrario in qualche maniera . Et del come fra me flefifo gid difcorrendo conchiudeua , che non inutile fatica D fercib jo foifcorfo intorno perciò farebbe il fare vna raccolta di tutti i più f celti vocaboli ; modi di dire , &prouerbi vfàti hoggidi \n Italia ,& in f mma di tutto il meglio delle lingue noflre , la quale accommunandofi al 'mondo conia fiampafferuiffe come pertheforo della noflra lingua vniuerfale , che in quefta ma- niera ogni p articolar lingua d'Italia haurebbe la ptà parte nelle fcritture di nome , & trapalereb- be con qualche raggio d'honore,& di lode nè'fe- t oli à venire . Et io per hauerevfato lungo tem fo in diuerfe citta , & contrade d'Italia? comin- ciai già à preparare la materia per vno edificio sì fatto, pregando alcuno amico à darmi in nota quel più, ch'egli poteffe raccògliere di particola - - re della f ’id lingua materna . Di che ejf mdo io flato cortefemente compiaciuto da molti, affret- to l'ifteffo atto di cortefia da qualùque altro bah hia à cuore l'honore della patria, &• la lòde di f r flcffo , poiché quanta parte haurà ciafcuno nella pitica , che d mia richièfla in ciò farà , tanta , & forf ? maggiore fi ? ne guadagnerà nella lode,f ? io non vorrò, come non vorrò per certo >effereingr a to . Ritornando bora alpropofito dopò l'hauer • vagato alquanto , dico , che l'vfiaregli aggiunti in luogo de'fofiantiuipifi Jfrejfo di quello, che fi co ftuma a no firi giorni , con giudicio però , & di - fcrete^a, altro non farebbe, che faceoftarfi pià *" alla I Alla lingua Italiana. 5 51' alla gétilev fan^a Greca fetida punto difcoflarfi , dalla naturalità della noflra fauella. Habbia- mo anchora i nomi aggiunti Tanto , Quanto, che d noi dinotano ogni quantità così continuata , co- me difcontinuata , valendo ilprimo i due Latini Tantus, & Tot, & il fecondo i due Latini Quan tus, & Quoty come dinotano a 7 Greci le lor voci TóTos, ouero Tosuytos, & Pófos. . Sogli 4- tuo noi il verbo Tatire tal volta pigliare perla verbo \ntrauenire,ò accadere , quando verbi gr a tia diciamo , Il tale ha patita la tale difgratia m così prendono talhora i Greci il loro Pifchein , che vuol dir Tatire . Il nofiro verbo %Aggra- uarfiy in fimil modo di dire : il tale fi è aggr nuo- to dinanzi al fuo Signore, cioè ,fi è lamentato d 7 effere aggrauato ,rapprefenta il Greco Deino- patéin , adoperato alcuna fiata nella fleffaguifa, et il verbo Solleuare pigliafi non poche volte per far ribellare, & riuoltare alcuno, come fi pren- de il Greco Meteorizein , il cui proprio lignifi- cato è leuare in su, come è del nofiro Solleuare » Grattare fogliamo dir talhora in luogo di Lufin- gare, come 1 Greci Catapséchin, cioè » Strebbia re, in vece di Colacéuein ,cioè lufingare.E come ejfi al verbo Biazein., & Biazefthai fignifican - . te sforare , & effere sformato , & deriuato dal nome Bia , cioè forza , come di f ipra dicemm o. Di dati- fz V ifcorfo intorno derno tre fignifieationi tra le altre , cioè, metter le [uè forze in fare alcuna ccfa & effer neceflita - io di farla : & far forza , & violenta all’altrui caftità, così noi tre fignifi cationi , & l'ifteffetre diamo al verbo Sformare. Il verbo «cheto ,cioè* bauere, vien da loro tal volta vfatOj fetida fog— giungergli altro, per effer ricco, ò hauer della ro - ha . così noi prendiamo tal volta il verbo Haue. te , & leggefi ne buoni fcrittori antichi il fuo participio Habhiéte in ifeambio di v4giato,ct di Ricco , come èprefo da' Greci il loro participio cchon . Il verbo Studiare in noftra lingua prcndefi non folo per dare opera ad alcuna co fa con molta attentane di mente, &per ingegnai fi, & affattearfi, ma anchoraper jcllecitarfi, & affrettar fi some v follo alcuna fiata il Boccaccio » & gli altri auttori di quel buon fecolo l & vfart lo hoggidi non folo in Tofcana, ma anchènel con tado di Bologna , per quello , che io v dì già dire al Signor Camillo Taleotti, il quale bene ffeffo diportandoli nel fuo fhuoritiffmo Oriento., non f degna di prender ui tal volta piacere , & frutto . da' rovi parlari de gli habitatori vicini allagui fa, che egli fh in citta da’ dotti ragionamenti de letterati > a quali fuol dare di continuo materia d'aguzzar lo’ no ezno con fue acutijjime quiflio - ni f torà i Greci medefimmente chiamar fi. Alta lingua Italiana « 5 j girono Spoy dèn non polo Vattentione della tneit te da noi nomata Radio, ma anche la follecitudt- ite, & la fretta . lS{el prender fi anche la noftrd lingua vna certa libertà ne' lignificati d' alcune parole f può molto bene difenderli conio feudo della Greca . Eccone effe mpi . T^el regno di “3N {a poli vfano affai di dire Tartar e in vece di men te, non oflante, che v'hdbbia in molte città ilfuo proprio verbo, che è Anducere, fatto dal Latino tAdducere . la Greca lingua anchora dona al fuo verbo Comizein , che vai Tortare, Vifieffa già larare detta lignificatone. Vfauif i Me Jpejfo, in vece d'Infegnare . & i Greci pren- dono il loro Manthaneinper Didafcein . HdP noni i verbi Entrare (che eglino per lo più dico* no Trafire , che è dal Latino Tranfire ) & yfeire a in doppio lignificato, cioè , ajfoluto , & tranfiti-yfy 1 ***** ito, come gli chiamano i grammatici Latini : n myfi cto fenga teff empio de Greci , // quali diverbi Eisbamo j Fcbaino firn valere l*vno , n \ & l'altro .facendo il primo lignificare Entrare, ' %4 & anche fare entrare, ò portare, & condur dert fyy^ tro ; & il fecondo, Vfcire, & fare vfeire, ò pòr- tare , <& condur fuori . Salire dicono anche non 1 folo il montarsi , ma il far montare , è il portar 7- / di sù, come i Greci Anabainein •, Bene è vero 9 thè egli è vfo piu lofio de* poeti, che de * prò fato - D 3 ri 54 Difcorfo intorno ri della Greca lingua il prendere in doppia manie ra i tre giù detti verbi . llyerb o Stentare viene ^ vfato quafi per tutta V Italia nella doppia ftgnifi- can%a t come anche il Greco Tàlaiporein, al qua le il noflro verbo Stétare di fignificato corrifpon de meglio di qualftuoglia altro verbo Latino:che Stentar fi dice chi dura fatica, & difagio in alca na cofa, & effere fientato diciamo chi vien fatto da altri durar dif igi , & fatiche . llabbiamo anchora noi di numero pari alle Grecheletre vo ci de' verbi, che fignificano le differente del tem- po affolutamente, ò perfettamente trapalato, v- ’ c>fiL f an< *° no1 dì dire net tempo trafcorfo per e ff empio io fcriffi , Io hebbi fcritto ,& Io ho f trino ; & * ° " con quefia terT^a voce dinotando noi quel tempo , che i Greci chiamano Paraceimenon ,cioèag - Q Zf giacente , & vicino, & con li due precedenti rap Z^T^frefentado quegli, che efii chiamano Aoriftoys, t&cioè tempi indeterminati , inguifa tale , che tre o p voci vfano equiualenti (f econdo la commune opi ~ ione )alle tre fudettc, quali fono égrapfa,égra- Gégrapha . tìora ficomc noi cir conferì - do il tempo Taracimeno di ciafcunverbo col fuo proprio participio del tempo paffuto , & col verbo Hauere, diciamo verbi gratia, in vece del s Latino Scripfi, Ho ferino, così anche fi vede, che i Greti, benché non molto beffo , cofiumauano -' r ? * ' • ' di AH.a lingua Italiana . 5 % ài fare,' dicendo, éc ho grapfas,écho perana$> coho defas, écho crypsasi cioè , hofcritto, ho fitto , ho legato ,bo nafcofo . Ma fetali circon~ fcrittioni babbiano forgu particolare, lafcieraf- fi per bora nella penna ,cor rendo noi verfo il fine* & v olendo per ciò fornire queflo quarto capo, il . quale chiuderò, con dirle , che parlando de ' pi, non fard per auuentura 'fuori di tempo?. .frinì i /irvi n tini il tPW9.il fi V. il uertire, che tal v olta pigliamo noi il tempo dente delmodo dimofirdtim per lo tempo trapa f^^/\ C\ fato del mòdo defideratiuo ,come da' Greci fi CQ ^T^ 4 ftuma (benché effi in vece del hoftro pendente v fano più volentieri l Mrifio in tal cafo ) dicendo per cagion d'ejfempio , Io vi andana, f tupelo™*' cómandaui , in vece di Io vi farei andato , fe tù u mel'hauejfi comandato . 7\(è ottóne, che fi dica ^ altro del quarto , &.vltimo modo , nel quale /flw no/lra lingua fi confa con la Grécaper conto del-**** le parole ^paratamente confiderate. %eft*,chc {jo alcuna co fa diciamo della parentela di quefle ducQpfo fi- lingue nello accoppiare, él congiungere le par 0 ^ le infieme, nella quale , per non ifiancar tanto V. S. Illuflrifi. faremo brieue dimòra. Il par- y lare adunque, di cui patti facemmo daprincipiot&jji** le parole fecondo quattro confiderationi da noì^^ ^^ diuife , & trattate , confifté nel congiungere , accompagnare fati in vna maniera , che in vnal- D 4 tv& r fS Difcorfo intórno tra effe parole tra di loro . Et volendo alcuna fa dire della conueniew^a, che tra quefie due lin- gue fi truoua interno a detto congiungimento 9 comincieremo dall* articolo . L’vfo di cui , ben- ché appo i Greci non è V ifteff ? d punto , che è ap- po noi , pofcia che i Greci Vadoprano con più lar- ghe leggi di noi, nulladimenovi ci prendiamo pur tanto di libertà, fe non in vniuer fate , alme- no in qualche particolare idioma dell* Italia, che alcuna fiata adopriamo l’articolo ferina bif jgno , ò almeno in vece d’altra parola, come fi fa nel regno di Tfapoli, la doueper effempiofi dice. Mi duole il piè. Ho male all’occhio, in cambio di di- re, mi duole vn piede, ho male in vn’occhio. Co- sì fvfarono taluolta i Greci ; onde diffe colui nel , la fiutola della formica Tòn tòy ixeutòy póda ’ laceri: cioè ,morfe il ptè dell’ radiatore: & quell* altro : Eith* cxecópé próteró tò n oph- thalmòn litho: cioè, oh che innanzi mi f offesa * tocauato rocchio con vnfaffo . 7^ però dico io , che in sì fatti parlari , Mi duole il piè , Ho male all occhio, fempr e r articolo fia di fouerchio,per- . eioche quando io haueffi vn foto occhio , & vn > fol piede, ò all’vditore, & à colui, con cui parlo , fofje manifeflo qual piè mi dolga, & in quale oc chio io habbia male,fen%a dubbio V articolo non vifoproHanzcrebbe , ma vi ferirebbe per reite- ; ramerà Alla lingua Italiana qj tomento della Co fa eonofciuta ,ficomè vi può tal volta f bruire per premo flraméto, e tale altra per additamelo di detta tofa : ma dico io bene, che Vi foprabondi , quando egli non fzt niuno degli ef f etti già ricordati, ficóme egli non fu ne * foprapè Hi e fiempi Greci , il primo de * quali è nella fiuto- la d'Ifopo della formica , & della Colomba , F altro nel principio delle Tfttgole d y <Ariflopha- ne, che ciajcu no potrà vedergli in fonte V Met- tiamo oltre di ciò F articolo dauati ad alcuno att- uerò io , onde egli s'acquifla for’ga di nóme , & diciamo , il come, il quando , il perche, in ifeam- bio di , il modo , il tempo , la cagione . & i Greci in ftmilguifa ponendo V articolo dauanti al Pòs, cioè, come , & al Potè, cioè , quando, & al Dii tì, cioè, perche], & a moltiffimi altri amerbi, et quali -non potiam noi allogarlo, gli adopr ano fi- milmentc in cambio di nomi : Sogliamo anchort t noi dire , il configlto de 7 diece , tacendo la voce 9 Uuomini ,ò Senatori , b altra parola pià conuc- neuole : & con fimil figura dicono in Firenze i quarantotto , & in Bologna i cinquanta , come fanno i Greci, prefio i quali fi legge hoi triacoti ta, cioè i trenta, doue il compiuto parlare fareb- be , i trenta tiranni , parlando di quegli , che fi- gnor eggiarono per alcun tempo il comune d'*A- thenc • Hello accoppiar poi nome con nome in tnol - b & Difeorfot inwroo molte fate co' Greci M**» ^fj n «cfdo ballerà per bora toccar • ^ j jciam0 noi, nome foftau -tuo eoa pólis Rhómes , & ' Itcittàdi Roma ,co J..j c i (ne mettendo il PÓ Hs A*bc« >X k j£ì£oUc*fo ; ebefe- nome proprio della cttan \ K ndyer teroaUuna ^oltai L ’ ho(che poi fi Co. Ettori Franco] co ’ ffiThucy dideS Jjffe F r4nc f C ^^ r c tdided’Oloro .fottmtenden- J ÌOt ^Ii4 nome figlialo , & elfi « '» 0MC p ^° doni noi il nome 1}, , r awettiuo con folla - altro tale . Et ; - dell’ ejfercito, cioè, la *• diciamo rfifli Ttodtf- maggior parte del B & di' ifleffo modo de, Tò Ì‘ S** **>*" diciamo , llp>*j ‘ P * u maggiorparte U maggior parte ,, Hfecodio delle volte. E (Madia Latina. Etpt- cafo alla Greca , f crUt m di. gliando il compari W _ ,^ w ciamo per e ffempi » . . g ocr ates hapii- *i i P ’ ^£ 2 % Stero. . U ton.tòn philosophon enlop &/n . ali rio così diciamomi» ftiifW 0 *" > u£j fi t T cioè vn certo huomo , come efi t , Htis cioè, ^Hei$ *» Alla lingua Italiana • W il contrario ,ò , Tutto l'oppofito , come efiii pantoynantiòn : & altri tali accoppiamenti ^ facciamo d lor famigliano^ . Quanto è poi al* l'accompagnar nome co verbo , tra le molte con - . y ^ formità, che v'h abbiamo, fono lefeguenti. E CO, . . , a jt \ ' fiume della Marca Triuigiana,& di buona par-i te della Lombardia il congiungere co' nomi dèi -A numero del piu i verbi del numero del meno, & dire jVerbi gratia, Gli animali corre , come co$ ^ fiumano di fare i Grect co * nomi neutrali, dicen^, p . ^ (io.TàZóatrÉchei. ' Tare anésira, che il fimi ; lev [afferò di fare alcuna fiata gli fcrittori^ Tofca ni . come che ion'habbia fegnato piu d vno f ■ -c£\:y^ eff 'tmpio , oltre a que' pochi, che ne recano aletta : ^ ni, d'vn falò pero mi fauuienealprefénte ,che A _: M di Ser Brunetto nell' Ethica d' Jirifiot eie da lui. abbreuiata,la doue parlando del Magnanimo di* ce così : Et è pigro di far picciole faef ? . ma nellt co fa, la oue è grandi honori, & grandi fatti, non è pigro . A molti verbi danno i Greci il fecondo* cafo di que' nomi , ne' quali trapalando fottio* ne di tali verbi, non fi riceue ella, fa non in alcu- na parte di loro . onde diranno, Piein hydatoSjr & efthiein artoy> cioè, ber dell'acqua, & mah giar del pane, quando non fi bee tutta l'acqua, nè fi mangia tutto il pane . Simile forma di dire v*\ fiam noi bene ffejfa , come fi vede nell' eff empio ' • * - ' delle *t> Difcoffo intorno dèlie parole giù dette per yulgarigamento delta Greche • Sogliamo etiandio noi in cambio del ’**^Bf* a - •^*ei, dicendo yerbigratia , Vonfnre , 7{on yeni- ~j t H/ eryx ' uwuu vcì uigraua , i\onjnre , i\on yent- * fi? ) tome ejfi Mé poiein, Me elthein , benché è ^ 'faitj'Ujo ilor conceduto di J urlo & con tali auuerbi , fìnga . Molto è loro amica la particella Hot i , & la HosirìTjignificato della noflra, Che , yfatn da noi in tali maniere di fiiuellare : Intendo , . thè Vietro è -renato : Io so s che Giouanni non è J dnchora tornato ; dicendo ejìi non altrimenti, che noi, Pynthanomaihoti, ouero hos, Pétros élthe : &, oid’egò hóti Ioannes oycét’epa- ftélthe. Et così diranno Oid’ hóti eleufetai* tome noi , so che yerrà : là doue i Latini adopra* no gl’infiniti, V enijfe, BgdifJJc, Ventar um. *Au - dio Tetrum yenijfe ; Scioloannem nondumre- r Scioeum venturum . *A’ yerbi di mo- * / *° “pimento foggi ungono quafifempre le propofitio- ni altrimenti di quel che fanno i Latini , ma non già di quello, che fncciam noi , li quali diciamo , yerbigratia , *. Andare in Mthene, yenir da Mtbe ne, come efii Elthein eis Athénas-, & Elthem ap’Athenon : & così taluolta d mangi à’ nomi che importano jpatìo di tempo, mettiamo la prò* fofitionealla lorguifa • Onde quel di ienophon* Alla lingua Italiana! €% te, Hairoyfm ctn tirisi mesi' dya-poleis HeU a * • . 1.5 . Ia |j *wì iiI rr rff . lenidas,c(W numero di parole jipuò vulgo* ridire in quefta maniera : 'Prendono in tremoli due città Greche 4 alcune particelle del parlati Jl dirottiamo - cordine tra loro *& forameli* cor rifondenti alle Greche dell ijleffa feti e . così vCiamo, Nonc hé, feguendo , Ma non , comi ejji le loro, M?nou Seguendo Alla, oy de . £& + nophonteml primo tóge himauon » è #q^icW>è.^o ti > noi> . ? toatés axias labón. : cioii \i& m vero * \ A * fta, bla cafaikakro di ciò che tùpoffMwriputan do che vaglia danari, à niuno non ché in dono da retti mane anche fe meno delgiuftopre^o n* . m È I «I .. _ Z 1 /..4Ì.A prendevi . il Boccaccio pfl Philocopo : Certo, non che egli mandi me die, ma egli non lafeierA Lf • • _ x. 1 fi* ^KTpÌÌp Pì\YWlP. t)Ot. i A -, tri di quefle due lingue fi poffono notare: Che com&U~ sì diciamo noi, Far congregatane , Fare odore . <f in fece di, rendere odore, Far lalegge,.Far la re ~v+*f If*. %ola. Fare il re , cioè creare il re. Far diligenza, , in tal modo di parlare» par T amore. Far opera lo farò opera Rabboccarmi con Francesco ; Far €i ‘Difcorfo intorno fciù tirare alcuno , Farfe mbianti, Far di marnerà, j: JTT7T-.. _ r. ^ .~me, Farai di maniera, che Francefco venga: J** efii Poiein, ecclesia, Poiein ofmèn, Poi fcin tòn nómon, Poiein tòn canóna, Poi- ein tòn bafiléa, Poiein epiméleianMnyein a crota, Poiein ergoti , Poiein anaehoreiai ti- ^^4S^lia,Pokin émphafirt, Poiein hóto trópo,&c. cosi noi, Haùer collera , Hauer glòria , Ha- , HakerZaflonate , Hauer Cura > Ha - y? y $ter\ ceruello , Hauer per cofiume , come effi, éehein chòlort v , <fr aganaófcefin , éehein dò- xan,édiéin cacone éehein plegis , éehein epiméleiartjéchein nòyn, cai phrénas, éche- indi J ethóys . còti quali voci tutte altri verbi , thè Facere, ÒHabere fogliono accompagnare i Latini rie' sentimeriti Jkbe fi danno alle prefate . maniere di parlare . po chi modi di fauella - lf ** r *-YF*è figurati , e prouirmali abbiàmo comune* co' Greci; che così , per essempio fogliamo ma** dire, Vortare alcuno in testa, in vece di  Farne f  -y^gran contò, come efii; Epi tè cephalè phérein e Landre ad alcuno il capo, in vece di , nfà-ìrf fj'fowgti vtlhma, & riprenderlo, comeeffi Ply- . non poiein tina: e chi è malageuole da cor  .reggere, ed ammendare così viene da noi detto. Cura malageuole, come da loro Dyfcolon the- rapeuma. Ma e di questa sorte di rifeontri Alla LINGUA ITALIANA. tonta greca lingua, e d'altro, chea cios^pparz. tenga, riferbandomi io altrove d farne lutìgé trattato, non occorre qui dir più, fatuo che È-Mdt ti fard per auùenturà malageuole il persuadètè% che di tanta conformità di qucfle due lingue cagion sia lo auermi vd betta pofla volato raj fotti gliare il parlar greco, è no più toflo vxt effèrùi Cà fudlmente abbatrutrneU'iflefe forme did\re‘^ forfè anche pardi®, guidati in vncerto\vfodoÀ tiò dalla natutd'M concetti, de' (piedi ritratta ed imaginefipud quasi dire il parlare ,» &lepd± rote, tuttoché elle più veracemente fieh chiama* ti segni -douendofixredéte, che l’ifiejf ? incontra d’alcune parole, '&pbrAfi'auuengd trilingue di popoli lontanijtimi'fralbro, che d pena l’vnf altro si confcono per fama i Ma ciò non deepre~ giudicar punto al nostro intendimento principa heyche è diprouare l’eccellenza di quefia lingua» cólfcruirciper pruoud della fimilitudine, eh’ella hdcon le più eccellenti sanategli fa pM.tofloper noi, conciofia co fa, che sì cornei più valente quel pittore, che ben dipinge di fhntafiadi quello,U quale ben ritrahe folamente, e quel Voeta, che ben compone di suo cervello, di quel che tarato bene ciò fd, quanto egli fegue de’buoni poeti la guida, così di maggior riputatiane ci sta Cha- rter lingua nello esprimere i nostri concetti e pen- DiTcorfaintòrnó; pensietii gareggiante con le migliori, l*qu<ilfùg matafia da noi , f *nga avere altro essempio da tMW# /^/àr favella, della cui forma abbiamo l'impronto hauuto d’altra lingua  isf v - certo, come ffo #o h ow mi creda, cfce /a maggior parte della similitudine di queste due lingue sia casuale – H. P. Grice: “Italians never cared, like Jones, did, for the general Aryan hypothesis, as long as they could post a ‘non casual’ connection between Greek and Latin, or Grief and Laughing, as we say at Oxford!” -- , credolo però d’alcuna parte,&• bollo per molto fimile al vero . flora battendo io piu voi* , te imaginato ejferquafi imponibile, che la nofira fiiuella dell' Hebraica vniuerfj madre -di tutte nonferbi molti lineamenti , non foto per la cagio ne vniuerfale già detta , ma per lo lungo ftudio & continua lettionede * due tejlamenti vecchio* & nuouo (ejfendo l'vno flato fcritto tutto in He . - braico da principio , & l'altro parte in Rebr ai- co, parte da Hebrei , oda difcepoli d'H ebrei nel- lo fcriuqrlo hebraeggianti ) della quale tutti i no Uri antenati Cbriftiani ò immediatamente, òper l'altrui me^o ban partecipato , chi molto, chipo co,ho voluto fkrpruoua,fe fi trouajfetra quefia lingua ancbora , & la nofira , qualche notabile conuenienga d'altra f irte però delle gid trouate da alcuni ; nè la pruoua è fiata vana , come da gli ejf vmpi, che f aggiungeremo , fi puòfhr chia- ro, ‘ Percio che non è da dubitare , che la nofira > *t*é»y*yace Creatura, la quale fi piglia jppejfoper la fo* vr «4hyt& ragioneuole , che è 1 buono > in quanto è rap- Alla lingua Italiana. 6 % ’ieffi prefentotriceper lo più di tal concettò ,non fta el mhr la, per dir così 3 creatura della lingua tì ebraica, hauendo noi nel Vangelo ( l'enea dire di molti al , n tri luoghi della [at ra frittura) Vr adicate Euan t$ gelium omni creatura . Così il pigliarla -voce .Anima per la fola ragioneuole , anzi per tutta l'huomoy come quando diciamo, Bologna fa tan- - te migliaia d’anime, può venire dall’ Hebreo, ba- ttendo noi nel Genejì , OFlo anima fuerunt in ar - V* *X T « rt _ J - * 1 • I I t . . a . tutti ca Ts[oe . onde viene anche il dir noi Fratelli co» nati quei, cì)e fon nati d'vna ificjfa madre ,c d' ^ ♦7 /I _I _ I .  % m ’i£ll ' i " •• «»» mudi (t j/««" é, padre, hauendo battuto riguardo a quel \io, l U0 g 0 del Genefi. Frater noster, caro no i/i lira, che vuol dire . Fr/ttpl nn(ì-v>/y - fì ltra, che vuol dire , Fratei nojlro carnale, fecon^ * do viene egli interpretato da' più.intendenti : Eti^try^-y z \d» H d lr ì Dormire con alcuna , in vece di , conojcerr actlòM/reo. gl (u carnalmente , 0 piu tolto (come in tdnti luoghi 0 fi legge del Boccaccio ) giacer ficon alcuna ; leg % gendoft nel Deuteronomio , Maledittus , qui dor - U rnierit cum omni iumento: Et cjuello vfare It dir. Sì, & sì, in vece di replicare le altrui paro* ^ K } e per auantiref erte ; leggendofi nel quarto de i 4 ^ » *1  , Ingrejfm eSlitaq; jqaa- . man aci Dominarti fuum, & nunciauit ei dicensi (, p> & fi c loquuta efi puella de terra lfrael ; per ¥ n reiter are le parole da colei dette, & raccon - , ^e dalihisìorico poco innanzi , le quali fono % 1 £ Vti. • * ' me -Difco^fb intorno t : «A Vtintimfuiffet dominustnettsad prophetam^qM eft in Samaria ; profetiti cuvajfet eum à lepYai quam habet . ^An^i è da credere fermamente^ effendo fiata la Bibia trafilata primieramente d'Hebraico in Greco , & attaccatifi alla Greca molti Hebraefimi ,& poi dal Greco traportata nel Latino, & trapaffatinella tradottione Lati- na molti & Hebraefimi , & Grecbefimi , & fi- nalmente vulgar legata da gli fcrittori ,& dai predicatori, chabbia nellanoflra lingua recate - voci Htbree , Greche , & Latine , & inneftata gran quantità nonfolo di Hebracfimi , ma di Grecbefimi, & Latinefimi anebora , che così per breuità chiamar voglio al prefente le proprietà , di quefie lingue . Truoua di ciò faranno per bo- ra in qualche parte quefti pochi ejfempi : Quella forma di parlare: Il tal e mi mandò dicendo, che ei verrebbe, ficome non ha dubbio, che non J Latina , & il douerfi ella più toflo dir Greca, è' t a:V’v<. » — f J, chiaro dal trouarfi ne * buoni fcrittori Greci, é pé- pfe legon, épempfe celéuon , cioè, mandò di- cendo, mandò commandando ; così tomi perfua - do, che ella non da buoni fcrittori Greci , ma dal; la tradottione Latina del Vangelo Greco fia fiati portata nella noHra lingua vulgare , leggendo- • nifi , & più d'vna volta, fe mal non mi ricordo « O rs Mifo eum dicens* ; Et lay oce Traditore * ' w -V di ri AHa LINGUA ITALIANA •^ dhcorpa LATINA con quel figni ficaio y thè ha nel noflro bulgare, non da antico fcrittor Latino, m(L dal predetto V angelo fard trapalata a noi, ejfea do ella dal V angelica Marco attribuita come per cognome a Giuda, il quale battendo data Kofi™ Signore nelle mani de' Giudei, viene per ciò chiamato Traditor nel Vangelo Latino , cioè 9 datore , che confonde al Greco, Para dot es,?- fato da S, Marco ♦ H ora, perche egli noi diede femplicemente, ma con tradimento, perciò il no- medi Traditore comincio poi à lignificare chi da ua alcuno in mano altrui con tradimento, & chi in qualfiuoglia altra gui fa tradi ua alcuno . Così il verbo Mettere, che vai Toner e, è per mio aui- P9Vr^, % J° fatto dal Latino M itto, vfato nel Vangelo Còti L, tal lignificato : Sicomela , doue firacconta , che «j Kpfiro Signore commandando à s. Tietro iche ri *&*\Pf* ponejfe la fp a da nel fodero, diffe , Mitte gladium É tuum in vaginam, in vece di direnane, ò I{eco * CT* 4 * de . percioche il trafilatore trottando quiuitlGrt ffify co Bàie, che ha per ordinario il lignificato di , V* / Mitta,& dirado quel di, Tono, ò facondo, s'ap - c **'f*~ pigliò al piu vfato . Ter ta qual cofachi vorrà, n % d< f tlllbr f diligentemente guatare , trouerà affai fimi rifcótn sì fatti, come trouatihabbiant . ^ not,& notatili per farne moflra à fuotempo * EtZf*^ 0 *' dico pii, che oltre £ libri ^cclefiafikUmolti al^af^i/^ ! «3 ®féorfo intornò tri Greci di FILOSOFIA di medicina , & fattoi materie piti fedelmente , che Latinamente tradot . >ur 4i già in Latino, & di Latino fatti bulgari, han - no nel noUro bulgare introdotte mólte forme di dire, & anche parole quanto fta al corpo, ò al SIGNIFICATO [H. P. GRICE] 3 ò ad altri accidenti Greche, ficomei mólti effempi che addurremo, faranno mani fello, acciochealtri non creda!, che io mi creda del- la conformità di quelle lingue effer fola cagione Vhauere anticamente buona parte d'Italia parla- to tn Greco . ?\ {ella Latina lingua finalmente quante parole ,&guife di parlare oltre à molti altri accidenti fi truouino, le quali prodotte fen- . . ^a nome d y auttore,farebbono da * dotti etiandio » & bene intendenti del Latino filmate per pure Italiane , & impure Latine , nella mìa più volte t - . detta opera fpero dì douer moftrare d pieno . La doue come per giunta alla derrata fi verranno forfè à feoprire glivltimi termini, <& confini della lingua vulgare,& della Latina . Il che non curerò per bora di prouar con effempi , temendo bormai -, che non rìefca d V. Sig. lUufirifi. que- . fta mia fcrittura fatieuole, & noiofa . La quale offendo fiata da me diflefa in fretta , non può ef- fer é ferrea molti difetti , & mancamenti . Con - f ortomi però , che per molti ,& grandi che efji fieno, dinari ài difcretifjimo giudicio di bei rjftrf I - I * II - /• fif j k tìA i» tè % fi- li ini ti- nti a n- [J, ? « tt * AHa lingnaTraliaffà fa fotta itoihe effetto ptà che d'altro di mìa prò» " t€ X?i a tnferuirla , / cuferd , <& ricoprirà in guifa,che io per auuentura non hau* \ tò à perder nulla nella fua opinione di me, e farò per fà- \ re più toflo alcun guadagno nella grafia , & nell' amore 1 -- il F I T^E. Laus Dea » Virginia Deipara & ’j 19 ni in b It fi k lì Errori di Scampa più v importanti. If. (9, tuo 1J • à. i vicenomi der mu- ti fami , V- IO* Latino» 2^ 3 ^f t 19 .té eost mi da noi pafiono fi 1 . cortuthittam • '^i.fam,. Corretti. j \'iì fico » victnomi difaccentati ài m/iri deriuatifcemt cor rifondenti. Latino, benché egli con tut t° ciò tr g^a piu alGre , co, che al Lai. 2\j, &c» Così noi da pajfjiont conuetìiam* ■" fama ? T f>-  r / C' > ♦ | v\ KB HO K .  & ,v «ftr f 8- Difcorfgj; intorno * 0 molte fate co' Greci conueniuano . Delle quali bufferà per bora toccar Unto , che congiungendo nomefojtmiuo con fofiantiuo così diciamo noi, la citta di i{oma , comeeffì Pòlis Rhòmes , & Polis Athenòn , la città d'^Àthebe, mettendo il nome proprio della città nel fecondo caffo ; che fe- cero alcuna volta I LATINI, ma follmente nel ver A- & così Frane efco di Tetraccho (che poi fi difie Francefco Vetrarcajcomeefli Thucydides OÌQioyycioè Thucidide d'oloro ,fott intenden- ti notai nome figliuolo , & effi il nome Pais, ò diro tale . Et acco^andofi aggettino confoflà- ttuo diciamo così noi , il piu dell' efferato, cioè , la maggiorparte dell' efferato, come diffe Thucidu de, To pleion tòy ftratòy . * aWifteffo modo diciamo , il piu del tempo , il pià delle volte, per U maggior parte del tempo. Li maggior parte delle volte , Et diamo a compar attui il fecondo safo alla greca ,non tl fefia alla LATINA. Et pi- gliando il eomparatiuo hi vece delfuperlatiuo di c [ am °pzr- cffentp.iQy.Socr attfù ilpiàfauo di tut- ti i pbitofophiycome in Greco Socrates hapan-' ton ton philosòphon en fophòceros. oltre di ciò così diciamo noi, in certo, Vnfolo,&Vn' Duomo», cioè , vn certo huomo , come efii , Hcis tis , Hcis mònos ( che Mia oie diffe Homero . aoè, vnajolaj & Héis anèr % & cosi noi, Xut -  5  ’ to Alla lingua Italiana. tt> il contrario ,ò , tutto F oppo fitto , come efii* pintoynantión : & nitritali accoppiamenti facciamo d lor famigliando, Quanto è poi aU r accompagnar nome co verbo , tra le molte con- formità , che v*h abbiamo, fono le feguenti. E c®> ^ fiume della Marca Triuigiana,& di buona par^ te della Lombardia il congiungere co nomi dii numero del più i verbi del numero del meno, & dire , verbi grafia, Gli animali corre, come co $ fiumano di fare i Greci co’nomi neutrali, dicen -s do. Ti Zóa trechei. Tare ancora, che il fimi le vf afferò di fare alcuna fiata gli fcrittori^ Tofca ni . & come che iorihabbia fegnatopiud vno e jf empio , oltre d que * pochi, che ne recano alcu^ ni, d*vnfolo però mi fouuierie alprefente ,che A di Ser Brunetto nell* Ethica d* Jirijlot eie da lui abbreuiataja doue parlando del Magnanimo di- ce così : Et è pigro di far picciole fi/efe . ma nello cofe, la oue è grandi honori, & grandi fatti, non è pigro . kA. molti verbi danno i Greci il fecondo* cafo di que* nomi , ne* quali trapalando Fottio - ne di tali verbi, non fi riceue ella, fi non in alcu- na parte di loro , onde diranno, Piein hydatoSjr & efthiein àrtoy, cioè, ber dell* acqua, & mah giar del pane, quando non fi bee tutta F acqua, nè fi mangia tutto il pane . Simile forma di dire v- fiam noi bene jfeffo,comefi vede nell* ejf empio delle L *rt * * . • ''Ifc'.. OiQto X Difcotfo intorno delle parole giù dette per yulgarigamento delti Greche . Sogliamo etiandionoi in cambio del m ^° commandatiuo metter l'infinito ( con gli r e€^^Lftnuerbi però foli del probibire) come fanno i Gre pi, dicendo verbigratia , 7S {onfkre , ?y [on veni- - i , w > tome ejji Me poiein, Me elthein , benché è 'hi* jMjq g Ìoy conceduto di furio & con tali auuerbij & finga . Molto è loro amica la particella Hot i , & la Hos itTjignificato della noflra , Che , vfats , £ ài noi in tali maniere di fhucllare : Intendo , ti a J^ àe Tietro è venuto : Io so , che Giouanni non è Sncbora tornato ; dicendo efii non altrimenti ,che noi 9 Pynthanomaihoti, ouero hos, Pétros élthe : otd’egò hòti Ioannes oycét’epa- fielthe . Et così diranno Oid’ hóti eleufetai* tome noi , so che verrà : là doue i Latini adopra- no gl infiniti , V enijfe , Hedijjjc, Venturum . ^Au- dio Tetrum v enijfe ; Scio loarmem nondum re - w. /ZJpfci Scio €um venturum . W verbi di mo- r+ /  ‘'Cimento Aggiungono quafi fempr eie propo fitti- vi altrimenti di quel che fanno i Latini , ma non già di quello , che fùcciam not , li quali diciamo , ver bigrati a , * Andare in *Atbene , venir da Athe ne, come efii Elthéin eis Athe'nas-, & fclthem ap Athenòn : & così taluolta dinangi à' nomi che importano Jpatio di tempo ,mettiamo lapro- pofitiene alla lorguif % . Onde quel di Zenoph on- te, ^ / + oi ■ t&Jk. t- Alla lingua Jtftlkna, fi te, Hairòyim cn Misi mesi' dyo poleis Het- ^ ìcnidzs, con pari numero di parole fi può vulgo* fidare in qucfta maniera ;; Trendono intremefi due città Greche 4 ^Alcune particelle del parlavo ^ diportiamo , cordine tra loro A c$r /fap mdt*J*°*“* corrifpondentifllle Greche ieWifiefifia frette : & così v Ciamo, 'Nonc hé, feguendo , ho» > cowt ejjì le loro, Mthoti , / ignendo Allà oydè Pigiai * nophonteml primo /de- fin oi s/tpon nem i Cajtoi * tóge Uimation » è te&Qiciafli, è. aito ti yhòi> cé&efai i opj mio argyrtoy ^xÌQOQÌRai,oy-? deni àn pne bori proica d°* es AU’oyd’elat* toatés axias iabón. i ciati ii& m vero. ò la **» , fila, o la tafiamkro di ciò c^e tùpoffiedh.riputà* do che vaglia danari , à ninno nonché in dono <ftfc retti ; ma ne anche fe meno del giufio pre^o no prendefii , il Boccaccio: nel Thilocopo ; Certa non che egli mandi me à te, ma egli non lafcier& mai venire te la doue io fila  T^ellej orme poi del dire della fcbiera delle fieguenti infiniti rifi :otF tri di quefte due lingueji poffono notare: Che co* _ , sì dic/amo noi , Far congregatone , Fare odore in vece di, rendere odore, Far la legge,, Far la re §<*, gola. Fare il re , cioè creare il re. Far diligenza, Q t^ era, in tal modo di parlare» Far V amore. Far opera, lo farò opera Rabboccarmi con Francefico : Far viti- i \ fi • Difcorfo intorno r C' tirare alcuno , Far fe mbianti, Far di maniera, w J^^toi — ' ■ TT - 4 * J: - L -  ^ tome y Farai di maniera , che Frane efeo venga : y**tyijhà$ome efii Poiein, ecclesia, Poiein ofmèn. Poi jlT* fcintònnómon, Poiein tòn canóna, Poi- ^ cin tòn bafiléa, Poiein epiméteianMnyein * • A # A A  a erora, poiein ergon , Foiein anaenoreiai ri- £^e/)»t!a,Poiein émphafin, Poiein hóto tròpo,&c.> b co« «ai, Haùer collera , H4«er g/orù , H4- ^ *«* W4/; , Houerbafionate , H4#er £ , H4- $ter\ceruello , H4#er per coflume , come ejfii échein chólort \ & agana&efin , échein dò- xan , édieincacòn* échein plegis , échein r epiméleiart,échein nòyn, cai phrénas,éche- in di’éthóys . con quali voci tutte altri verbi, éhe lacere , ò Habere fogliano accompagnare i latini ne' fentimenti , che fi danno alle ore fate- ì maniere di parlare . Wè po chi modi di fkuella- irf&M—WHe figurati proucrvtali habbiamó commi r- " ' x pi co' Greci ; che così , per eff empio ; fogliamo dire , Torture alcuno in te fin y in vece di , Farne ^ t # -  w  j  . gran contò, come efii s Epi tè cephalé phérein di  J - ^ tini, & Lattare ad alcuno il capo , in vece di. w . r ' ~ iijj/ì villania riprenderlo , comeeffi Ply- 'non poiein tina : d 7 * chi èmalageuole da cor « - .reggere , e£" ammendare così viene da noi detto\ Cura malageuole , come da loro Dy fcolon the- r ape urna . Af4 di quefta forte di rif :ontri 4 H Alla lingua Italiana. tonta Greca lingua', &d')alm, chea ciòs'ppdf*, ■tenga , riferbandomi io altroue ci farne lungo trattato, non occórre qui dir più, fatuo che &Mdt ti farà per auùcnturà malagettole il perf cadere^ che di tanta conformitàdi qucjle due lingue (ra- gion fia lo hauerdooiyà bella pofta voluto rafforzi gliare il parlar Greco, è nópiù toflo vri* effetti M finalmente abbattuilmIViflejfe forme di dimi forfè anche parola, 'guidati in vncerto\iyodoÀ : tiò dalla naturò, de' concetti , de' quali ritratta », & imaginefi può quafi dite ilp orlare? & hp<&» roie, tutto ché elle p iùup eracem ente fìen chiama* tifegni •: douendofuredérc, che l'iftejfo incontro d'alcune parole,' & ptìrafiauuengd trolinguedi popoli lontanifiimifralbro ^ che à penai' vn l'al- tro fi cónf :ono per fama i Ma ciò non dee pre- giudicar punto al noftro intend imento priucipa teycbeèdiprouareVeccellenxa di quefia lingua,, cól fcruirciper pruoua della jìmilitudine, ch'ella hà con le più eccellenti : angi egli fdpiu.tofio per > noi, conciofiacofa, che sì cornee più' valente quel pittore , che ben dipinge di fantafia di' quello ,d' quale ben ritrahefolamente , & quel Poeta, che ben compone di fuo ceruello , di quel che tan- to bene ciò fà, quanto egli fegue de' buoni "Poeti la guida, così di maggior riputatane ci fia Pha- \ #4 , *• Difcorfa intòrnò , pwfi&h gareggiante con le migliori , la qudlfhq matafia danoi,fengahauere altro e ff ‘empio da* Uanti ,cbe Pvfar fàuella , della cui forma bah* biamo V impronto hauuto da altra lingua . Et certo , come che io non mi creda , che la maggior parte della fimilitudine di quefte due lingue fta taf iole, credalo però d alcuna parte, & bollo per molto fimile al vero . Hora bauendo io piu voi* te imaginato ejfer quafi imponibile, che la nostra favella dell’ebraica vmuerfj madre\di tutte non ferii molti lineamenti, non soto per la cagio ne vniuerfdle gii detta , ma per lo lungo fludio,' & continua Unione de* due teft amenti vecchio*, tir mono (ejfendo Vvno flato ferino tutto in He % . braico da principio , & Poltro parte in tiebrai- c o , parte da Hebrei , oda difcepoli dtìebrei nel - lo fcriuejr lo hebraeggianti ) della quale tutti i no Siri antenati Chrifliani ò immediatamente, òper V altrui mexp han partecipato , chi molto, chipo co, ho voluto far pruoua,fe fi trouajfe tra quefta lingua anchora , & la noflra , qualche notabile conuenienga d altra forte però delle giàtrouate da alcuni ; nè la pruoua è fiata vana , come da gli eff mpi, che f aggiungeremo , fi può far chia- ro . Tercioche non è da dubitare, che la noflra * y**My>&<>ce Creatura, la quale fi piglia JppeJfo per la fo* ' Wufa+lfi ragionerie 9 che è Ibuvino , m quanto è rap- • £ b, u r ’u « Ut n. n- Ui (fi j di il Li .fi* & m, di ; i e Ir s Su f / i' r Y Alla lingua Italiana. <fj Ì brefentatriceper lo più di tal concetto iìlón fia el a, per dir così , creatura della lingua Hebraica r -» bauendo noi nel Vangelo ( f enga dire di molti al tri luoghi della fatra frittura ) TradicateEuan A gelium omni creatura . Con i l pigliarla voce St . * minima per la fola ragionevole , an^i per tutto l'buomo , come quando diciamo , Bologna fa tan~ te migliaia d' anime, può venire dall Hebr co ba- ttendo noi nel Genefi , Olio anima fuerunt in ar~ ca Isipe . onde viene anche il dir noi Fratelli nali quei,~cì)efon nati d’vna ilteffa madre,c £v- no ifteffo padye, battendo hauuto riguardo a quel \ luogo del Genefi j 7. 27. Frater nofter , caro no ftra, che vuol dire , Fratei nofiro carnale, fecon^', do viene egli interpretato da' più intendenti : Et 0 &Y 7 hf J r il dir, Dormire con alcuna, in vece di , conoscer £ a^lum.a< la carnalmente , ò più tolto ( ;ome in tdnti luoghi fi legge del Boccaccio ) giacerfi con alcuna ; leg-y gendufi nel Deuteronomio, Maledittus, qui dor- mierit cum omni iumento : Et q uello vfare dp^ dir. Sì, & sì, in vece di replicare le altrui paro -r ^ er auanti referte ; leggendoli nel quarto de £ \ ■ tal J\e , al quinto capitolo, Ingrejfm efì itaq; Naa- ‘W y tindm fuijfet dominùs-meus ad propbetam^qàt eft iti Samaria ^profettò curaffet eumà lepra 1 , mam habet. J.ngi è da credere fermamente*- e (fendo fiata la Bibia trafiatata primièramente d’Hebraico in Greco , & attaccatili alla Green molti Hebraefimi , &poi dal Greco traportata nel Latino, & trapaffatinella tr adottione Lati- na molti & Hebraefimi , & Grecbefimi , & fi- nalmente vulgari^ata dagli fcrittori ,& dai predicatori, chabbia nellanoftra lingua recate yociHtbree, Greche, & Latine > & inneftata gran quantità nonjolo di Hebraefimi , ma di • Grecbefimi, & Latinefimi anebora , che così per breuità chiamar 'voglio al prefentele proprietà j di quefte lingue . Truoua di ciò faranno per bo- ra in qualche parte quefìi pochi ejfempi: Quella forma di parlare : il tal e mi mandò dicendo , j ihe ei "verrebbe , fìcomenon ha dubbio ,■ che boti j Latina , & il douerfi ella più tosìo dir Greca, è’ -/' Jl ■ r :a.u : «ir*»-' ebiaro dal trouarfi né buoni fcrittori Greci, epé- pfe tégon, épempfe celéuon , cioè i mandò di- tendo, mandò commandando ; così to mi perva- do, che ella non da buoni fcrittori Greci, ma dal* la tradottone Latina del Vangelo Greco fia fiati portata nella nofira lingua vulgare, leggendo- * ìiifi , & più d'vna volta , fe mal non mi ricor do% il* Mifit ad eum dicens « Et l av_Q ce Traditore* /jjtAMjwa fi# fa tifi Ifrf! tta tifo w rf "il ec& fa w • >n AHa Jingualtaliafta T 4^ Acarpo Latina con quel fìgnificato ytheha nel ìtoflro bulgare inonda antico fcrittor Latino, ma dalpredetto V angelo farà trapalata à noi, effen do ella dal V angelifia S. Marco attribuita co«* ' me per cognome à Giuda , il quale hauendo dato *2fpJlro Signore nelle mani de 9 Giudei, y iene per ciò chiamato Traditor nel Vangelo Latino , cioè 9 datore , che corrijpond§al Greco , Paradótes^T^» fato da S. Marco ♦ Hora, perche egli noi diede [empite ement e y ma con tradimento , perciò il no- me di Traditore cominciò poi à fìgnificare chi da ua alcuno in mano altrui con tradimento, & chi - in qualftuoglia altra grufa tradiua alcuno . Così il yerbo M ettere , che yal Toner e, è per mioaui- P+Yr^> m //) ’frtt'ti 1 /7/r / T sf rivi sk + f* r/ 7 _ ^ fo fatto dal Latino Mitto, yjato nel Vangelo Con ^ #1 • ^ tal lignificato : Sicomela , dotte firacconta , cta V^ofiro Signore commandando d s .Tietro icbe ri ponejfe la jpada nel fodero, dijfe, Mitte gladium tuum in vaginam, in vece didire,Vone, ò meco i- CrT 4 * de . percioche il traflatore trottando quitti il Gre co Bile , che ha per ordinario ilfignificato di t S Mitta, & dirado quel di, Tono, è facondo, s’ap~ C *y*' , pigliò al piu vfato , Ter la qual cola chi vorrà *c*dtsd**>i <r#$ TOfcorfointor nò Itri Greci di FILOSOFIA, di medicina , & fatto ^ materie piti fedelmente , che LATINAMENTE tradot 4i già in Latino , <& di Latino fatti vulgati, han- no nel noUro vulgate introdotte mólte forme di dire, & anche parole quanto fta al corpo, ò al li- gnificato, ò ad altri accidenti Greche, ficomei mólti effempi, che addurremo , faranno manife- sto, accioche altri non creda], che io mi creda del- la conformità di quelle lingue eff et fola cagione Phauere anticamente buona parte d'Italia parla- to in Greco . Isella Latina lingua finalmente quante parole , & guife di parlare oltre à molti altri accidenti fi truouino, le quali prodotte fen- %a nome d y auttore,farebbono da * dotti etiandio , èfr bene intendenti del Latino filmate per pure Italiane , & impure Latine , nella mia più volte - . detta opera fpero di douer mofirare à pieno . La ! doue come per giunta alla derrata fi verranno forfè à fcoprire glivltimi termini , & confini della lingua vulgare,& della Latina . Il che non curerò per bora diprouar con eff empi , temendo hormai -, che non riefca à V . Sig. Illufirifi. que- . fta mia frittura fatieuole , & noiofa . La quale eff endo fiata da me diflefa in fretta , non può ef- feré f m%a molti difetti , & mancamenti . Con - f ortomi però , che per moki ,& grandi cheeffi fi eoo, dinari al dif sretijjìmo giudUio di UiPjfttf f "•». '? j I * Il / -A M ! • j , r . r il ' AHa lmgualraliatfji 6> fa ffotta%cihe effetto più che d'altro di mia prò» in f eru irla, fcu fera, & ricoprirà in guifa,che io per auuentura non bau - \ : ' ròd perder nulla nella fuaopi~ nione di me , & "* ' r V. farò per fà- -, re più tofto alcun guadagno nella grafia 3 & nell’ amore. IL F I 7^E. • -< Laus Deo , Virginiq; Deipara Errori di Scampa più V importanti. Corretti, If. (f. tuo 17. 6 , i vicenomi derma* ti fcemi . f vietinomi difaccentétì di n-,jtri derma ti ( cerni cor rif jondenti. Nome compiuto: Ascanio Persio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pessina: la ragione conversazionale – filosofi italiani (Roma). Filosofo italiano. Roma, Lazio. Abstract. H. P. Grice: “At Oxford, for the B. A. Lit. Hum. we do study Cicero in Latin; at Bologna, they study it in LATIN *and* Italian!” – Keywords: Cicerone, Leech on Grice’s programme as ‘conversational rhetoric’  -- Luigi P., the author of  'Precetti di rettorica ', was an Italian educator and author known for several other publications related to rhetoric, poetry, philosophy, and literature, primarily published in Naples and Bari. Information regarding his place of birth is not explicitly stated, though he was active in Southern Italy. Other Publications In addition to 'Precetti di rettorica' (published for private use at his institute), P. published several other educational works, including: “Precetti di rettorica, e di poesia” – Naples --, “Elementi di poesia ad uso delle scuole” – Bari --, “Istituzioni di rettorica e belle lettere” – Naples --, “Storia della letteratura antica e moderna” – Naples. These titles indicate his focus on classical education and literary studies, intended for use in schools or private institutes.  The search results did not explicitly mention the exact town or city of his birth. Several individuals named “Luigi P.” appear in historical records with births in various locations across northern Italy (Casatevecchio, Alme, Varese, Stresa), but none are definitively linked to the author who was active in Naples and Bari. His educational and publishing activities, however, strongly indicate a long-term presence and influence in the Kingdom of the Two Sicilies region.  -- pppw^'i^wf BIBLIOTECA NAZ-, Vittorio Emanuele III <v/// xx\:ilr F 7 Ó NAPOLI  I COMPILATI DA LUIGI P. SOPRA VARII AUTORI, PER USO DEL SUO PRIVATO ISTITUTO.  l TCfUOtiioi Ss ssriy q P'tifopixi) , S(» r« ro ^ast siyx( xpstrriuy rt(Xir)d)i x«( r« 8ix«t» r«y gyayriojy.. . . . srt Ss stpos <yiou;, ov8’st T>)y axpijSsarArtjy sirt<rnniti)y , pfStoy «xr* sxsiyi)! ies!a»i \sffovxxu Utilis vero est Rhetòrica, propterea quod na- tura sunt meliora vera et iuata conlrariis.,.. praelerea apud nonnulloa, nec si exquisitis- simam haòeremus scientiam , facile est pet illant solam dicendo persuadere. Aristot. Rhet. I. i. DALLA STAMPERIA FRANCESE. Al DELL’ISTITBTO. ^teccW'Otej Io vi aveva promesso, miei amatissimi giovani, un transunto di precetti oratorii' ' dal quale voi poteste raccogliere quanto si è detto di più utile da’ grandi Re- tòri, senza darvi la pena di leggerne e di meditarne le voluminose opere. In- considerata fu questa mia promessa ; dappoiché distratto dalle cure dell’edu- cazione di quelli che misono stati in- teramente confidati dai loro genitori , e dalle varie lezioni diarie, che sono ob- bligato di dettare nelle scuole annesse all’ Istituto da me diretto, ove risecar tempo da spendere in questo lavoro? Come sperare una certa tranquillità di mente per leggerò attentamente in- numerevoli precetti , esaminare le di- verse teorie e distaccarne poi quello Digilized by Google IV che, secondo i mici scarsi lumi , esser potesse più confacente ad istruirvi in questa parte ? Ma ho riflettuto per al- tro esser meglio mostrarvi 1’ ansietà di secondare il vostro desiderio, che man- care all’ intuito alla promessa, deluden- do le vostre speranze. Quindi profittan- do de’pochi giorni di vacanze, che vi ho accordate in compenso dell’esame da voi sostenuto al cader dell’ anno scolastico, mi sono accinto all’ opera. Deggio intanto ricordarvi, come già vi dissi più volte col vivo della voce , non essermi affatto proposto per iscopo di presentarvi un nuovo trattato di Ret- torica , dopo quelli di Aristotile, di Ci- cerone , di Quintiliano , di Rollin, di Ratteux e di tanti illustri retori. La scarsezza de’ miei lumi, c le mie po- chissime letterarie cognizioni sono de- gli ostacoli insuperabili , i quali non ini possono giammai far aspirare all’o- nore di questa palma. D’ altronde , che altro avrei potuto soggiungere di nuovo dopo quello che con tanta maestria si è trattato da questi insigni personaggi? Aristotile , Tullio e Quintiliano inimi- tabili per l’argomentazione, e per l’or- dine ; Rollin e Ratteux diligentissimi pel gusto , per lo stile , per gli ornamenti, eJ infine per la locuzione. Considerando Digilized by Goog A itdaiique che faticosissimo ed incompali- tfeile per la vostra età sarebbe il leggere accuratameate tatti questi ed akri trat- tati oratorii, ha pensato farvi cosa gra- ta , riassomendo da essi quel tanto elio possa servirvi ad acquistare cog,nizioni teoriche e pratiche dell’ arte oratoria. Nella maggior parte delle cose sono stato o un semplice traduttore, o tutto al più un mediocre ristauratorc ; e se col volger degli armi vi darete la pena di rileggere questo mio abbozzo, ed al- cuno degli autori da me citati, voi vi ermvincerete della verità di quanto vi dissi. State sani. V PRECETTI DI RETTORICA. NOZIONI PRELIMINARI Etimologia e Definizione della Rettorica. Rettorica deriva dal Greco pYiropwn, eh’ è formalo da ^é<x > , dico ; onde c quindi venuto pyjrfflp, Oratore. Aristotile definisce la retiorica: « Ecttoj 5’ pYiropwri 3upa,ais 'Kepi exadrov lou tvcprflcu to 6V- Se^opLiVov 'Kidxvoy. Sit autem Rhetorica facullas in quoque re videndi quod contingit ^sse idoneurn adfaciendamfidein. -- ^^ixei-lÀhX. -- E Vossio: Facultae videndi in unoquoque quod contingal ad persuadendum conducere. OuAT. Inst. E CICERONE (vedasi) : ìvVms {^civilis rationis) quae- dam magna et ampia pars est , artificiosa eloquentia , quam Rheloricam vocont... Of- ficium autem eius facultalis videtur esse di- cere apposite ad persuadendum : finis per- suadere dictione. De Invent. Quintiliano finalmente : Dic.im non utique quae incenero , sed quae placebunt : sicut hoc Rhetoricen esse bene dicendi scientiam. ( Inst. orai.) NOZIONI FRELIMINAHI. Le quali defìnizioui , ad eccezione di quella data da Quintiliano, e che sembrami non es- sere stata da alcuno seguita, possono tutte aggi- rarsi a questa « Arte di favellare in modo ac- j) concio a persuadere ». E seguendo siffatta definizione, è opportuno considerare , che ogni arte dipende da regole e tla precetti , segui- ti i quali , il lavoro riesce perfetto : ma per servirsi di queste regole e di questi precetti , bisogna d’ altronde , che l’ artefice abbia il ma- teriale e’I disegno su cui deve eseguire le pro- S orzioni. Ora è da sapersi che così avviene ella rettorica : essa in altro non si aggira che in una teorica di precetti e di regole, che molto possono contribuire ad illustrare il di- scorso , ma che non contengono poi il mate- riale , ossia i pensieri. E siccome il gran se- greto di persuadere è riposto nella forza de’ pen-. sieri , nell’ eloquenza , e non mai nella ser- vile pratica de^ precetti ; così è d’ uopo che premettiamo una differenza tra i due vocaboli rettorica ed eloquenza : differenza, che non da tutt’ i retori essendo stata presa di mira , molti giovani han credulo , che menando a memo- ria un indice stei’ile di precetti , una farragi- ne di tropi e di figure, fossero già al caso di possedere il gran talento di persuadere. L’eloquenza adunque è il talento e 1’arte di persuadere, e la rettorica è la teoria di quest’arte. Quella addita le sorgenti , questa vi attinge; quella preparai materiali, questa gli as- sortisce , ne fa la scelta e li mette in opera. L’ eloquenza è nata prima delle regole della rettorica, come le lingue si sono formate pri- ma della gramatica. La natura stessa rende gli uomini' eloquenti ne’ grandi interessi , nelle grandi passioni. Chiunque è vivamente commosso , vede le cose diversamente da quello che non veggonsi dagli altri uomini. Tutto è per lui oggetto di paragone rapido, di metafora; e senza accorger- sene egli anima lutto , comunicando in quelli che lo ascoltano una parte del suo entusiasmo. Un filosofo rischiaratissimo ha osservato , che anche la plebe si esprime con ligure ; che nul- la è più comune , più naturale , quanto i tropi. In fatti , in tutte le lingue ed in lutt’ i ceti il cuore s’infiamma , s’ accende il coraggio , scintillano gli occhi , è oppresso lo spirito , il sangue si gela , l’orgoglio divampa , *la ven- detta inebria. La natura si dipinge da per tutto con queste immagini forti , divenute ordinarie. £ dessa il cui istinto insegna a prendere da principio un tuono modesto verso quelli cui imploriamo il soccorso. La natura fa dunque I’ eloquenza; e se pur si è detto che i poeti nascono , e che gli oratori si formano , ciò è stato qnando 1’eloquenza fu obbligata di studiare le leggi , il genio de’ giudici , il metodo del tempo. 1 precetti sono sempre venuti dopo P arte. Tisia fu il primo che raccolse le leggi della eloquenza , ma la natura ne dà le prime regole. E intanto indispensabile di studiarsi ijucsti precetti ; ^poiché quantunque la natura dia ad un oratore quel genio attivo che slanciasi fuori della comune sfera , quella vivezza d’ ingegno, che sente ed esprime con un vigore che sor- prende ; pure egli troverà più campo e più mezzi di un altro ne’ precetti dell’ arte quan- to più gli approfondirà , e gli avvicinerà ai  IO l. grandi modelli; e tanto maggiormente sarh con- vimo che quello che chiamasi arte , altro non è che il risultamcnto della ragione c dell’ espcliciiza messe in pratica. Le qualità fondamentali d’ ogni specie d’elo- quenza sono solidità nel ragionamento, forza nelle prove , chiarezza nel metodo , ed una apparenza almeno di sincerità nell’ oratore. Ma ciò non basta ; è necessario ancora che lo stile sia capace di cattivare , di comandare qualche volta 1' attenzione degli uditori. Il gran- de ed il principale scopo dell’ oratore è di persuadere ; ma per persuadere un uditorio com- posto d’ uomini sensati , Insogna prima convin- cerli. Convincere c persuadere sono adunque due cose assolutamente distinte. 11 filosofo convince della verità pe ’l numero e per la forza delle prove ; ma 1’ oratore strascina la nostra volontà, fissa la nostra irresoluzione , e ci forza final- mente a volere ciò eh’ ei vuole , mettendo nei nostri cuori gli stessi suoi sentimenti. La convizionc intanto è un mezzo , che 1’oratore non deve trascurare, essendo una strada che con- duce più presto al cuore ; poiché noi non restia- mo per nulla persuasi d’ una verità , di cui non siamo stati prima convinti. Si deduce adunque, che per essere veramente eloquente , bisogna es- sere filosofò ed oratore. Gli antichi perciò non separarono adatto 1’ eloquenza dalla filosofia , ed i veri maestri dell’ eloquenza furono prèsso di essi filosofi. Lo stesso Cicerone confessa che egli divenne oratore più nelle passeggiate delle aceademie , che nelle scuole de’ retori. Fateor me oratorem, ai modo aim aut etiam quicumque sim , non ex r/ieioram qfficinis, sed ex accademiae spatiis extitiase, Ora- Ani. Il tor. ad M. Brut. Positmn sii tur in primis , sine philosophia non posse tfficl quem quaerimus t loqueniem. Nou basta poi all’oratore di convincere gli animi per mezzo della forza e delia giustezza del ragionamento 5 1’ clo(|ncnza ha non solamente 1’opinione, ma le afiezioni , le passioni da combattere e da soggiogare. In quo- slo è riposto il suo trionfo: quindi il carattere distintivo dell’ eloquenza è un’ azione piena di calore, più o meno veemente, secondo la na- tura e la forza degli ostacoli che deve rovescia- re ; ed ecco per qual motivo essa con una fles- sibilità ingegnosa piegasi a luti’ i tuoni, abbraccia tutt’i generi, parla ogni lingua che possa farsi intendere dal cuore umano. Ora si ristringe ad allettare gli uditori con le grazie dello stile, e la vivezza de’ pensieri: e que- sta è 1’ eloquenza de’ panegirici , delle orazioni funebri , de’ discorsi diretti a’ grandi , e pro- nunziati nelle pubbliche cerimonie. Questo ge- nere di composizione offre allo spirito un sol- lievo piacevole , e può d’altronde , anzi deve lasciare sfuggire per intervalli i tratti d’ una morale utile , e d’un sentimento piacevole. Ora 1’oratore non cerca unicamente di piacere , ma sforzasi d’ istruire e di convincere: ed allora im- piega tutta la sua arte, riunisce tutte le sue forze per distruggere le prevenzioni che pos- sono suscitarsi contro lui o contro la sua causa, per riunire le sue pruove, e disporle nella ma- niera più favorevole alla sua difesa. Ma il ter- zo , ed il più allo grado della composizione oratoria è quello che irresistibilmente s’ impa- dronisce dell’uditorio, che porla la convizioiie negli spiriti, una veemente commozione negli animi , ^trascinandoli in balia dell’ oratore, il quale fa dividere le sue passioni , i suoi sen- timenti , amare , odiare , risolvere , volere , detestare come lui. Nelle popolari assemblee ba luogo questo genere d’ eloquenza , e qual- che volta il pulpito ancora lo richiede. Ed osservisi perciò, che in questo ultimo grado agisce quasi assolutamente la passione , la quale delFiniamo c( Uno stato dell’ anima fortemente )) agitata da un oggetto che interamente la in- y> veste. E da ciò dipende 1’ influenza general- mente riconosciuta dell’ entusiasmo dell’ oratore sopra quelli che lo ascoltano. Da ciò si deduce ancora, che ogni ornamento studiato , sia nelle cose , sia nello stile , è incompatibile con l’ elo- quenza dell’ animo e del sentimento; e che l’oratore per riuscire a persuadere gli altri, de- v’essere, o almeno parere esso stesso persuaso. Queste sono le idee generali che abbiam cre- duto dover dare della eloquenza. Sarebbe ora il momento di far conoscere i suoi progressi presso i Greci , presso i Romani e presso i moderni; vale a dire, tracciarne il quadro isterico. Ma poiché molti autori hanno ciò fatto con felice successo, essendoci noi proposto di compilare delle lezioni , anziché fare un’ opera per cui , non abbastanza ripetendolo, confessiamo la scar- sezza de’ nostri lumi , abbiamo creduto trala- sciare questa parte , inculcando a quelli de’ no- stri allievi , cne fossero vaghi di conoscerla , di leggere i trattati di Blaire , di Amar e di Falconieri , i quali sebbene con sistemi diver- i , pure ne han fatto un cenno. Prenaesse adunque queste notizie , consistendo lo scopo dell’ eloquenza nella persuasione , e non jx)tendosi persuadere alcuno senza pensieri robusti, senza una certa disposizione nelP assor- timento di essi , un certo abbellimento ed una certa scelta di parole nel manifestarli , e final- mente (se il discorso esser debba pronunziato in pubblico ) una decenza ed una forza nel pronunziarlo, onde gli uditori rimangano vie maggiormente colpiti ; noi divideremo questo nostro trattato in quattro parti, cioè Invenzione, Deposizione, Elocuzione , e Pronuncia. Parti' deir oratore, e quali sieno le più importanti. Q iTANTUNQUE tiuia la forza dell’ oratore, c lima la facoltà oratoria trovisi distribuita iu quattro parli, che sono l’invenzione, la dispo- sizione, l’elocuzione e la pronuncia ; di queste le prime due sono le più importanti, e nelle quali sta riposta l’arte del persuadere. L’invenzione è la ricerca e la scelta de’ pensieri , delle ra- gioni , di cui 1’ oratore dee servirsi , e questo è il primo suo dovere. Ma essa non consi- ste nel trovare facilmente i pensieri che pos- sono entrare in un discorso. Ciò rendesi quasi comune a tutti , purché abbiasi un fondo di lettura ; e bene spesso peccasi nell’ eccesso an-  Oportel igitur esse in oratore inventionem , dì s- posilionem , etocuUonem , menioriam , et pronuntìa- tionem. Inventio est excogilalio rerum verarum , aul verisimitium , quae cauisam prohabilem redàant. Dis- positio est orda et distribuiio rerum ; quae demon- slrat quid quibus in tocis sit coltocandum. Eloca- iio est idoneorum verborum et sententiarum ad in- ventiouem accommodalio. Memoria est firma animi reruni et verborum et dispositionis perceptio. Pro- nuntiatio est vocis , vulliis , geslus moderatio cum venustate, Rhet. ad Heren. zichè nella deGcienza. L’ invenzione propria consiste nella scelta de’ pensieri che presen- tansi alla mente, cioè quelli più idonei al sog- getto che trattasi , più nobili e più solidi , togliendo i falsi , i frivoli ed i triviali, e con- siderando il tempo e ^1 luogo in cui si parla. L’invenzione unita alla disposizione sono rispetto all’ oratore, quello che è ,il corpo e 1’ anima rispetto all’ uomo. L’ elocuzione poi è il vesti- mento della persona ; quindi colui che pos- siede la sola elocuzione sarà appena un oratore ornato, e non arriverà giammai ad ottenere lo scopo dell’ eloquenza .  UJ/icii deir oratore^ e quistioni delle quali deve occuparsi. Tre sono gli uffizi! dell’ oratore , cioè pro- vare, dilettare e muovere. Diligente nel pro- vare , parco nel dilettare , e veemente nel muo- vere. Dal che si scorge, che 1’ ufficio della vera e soda eloquenza non consiste in una lussureg- giante elocuzione ; ma nella forza del convin- cere , e nella veemenza del muovere. E CICERONE (vedasi), numerando le cose che rendono prin- cipalmente ammirabile e del tutto prodi- giosa i’ eloquenza, dice che sono queste due, cioè r arte del conciliare gli animi , e quella (i) Ex rerum cognitione effloresccU , et redundet oporlet oralio : quae nisi aubest , rea ab oratore per- cepta et Cognita , inanem quandam habet eloculio- nem puerilem, Cic. de Orai. del mnovere le affezioni ; soggiungendo che nel muovere regnai oratio: che questo è partico- larmente quello che strappa a viva forza dalle mani de’ giudici i decreti favorevoli , e che in se ha tanta possanza , che niun petto trovasi così duro , che non arrendasi e non diasi per vinto : Hec vehemervì , intensum , incitatum^ qan caussae eripiunlur quod cum rapide fer- tur suslinp.ri nullo poeto potest. Le vere quisiioni dell’ oratore sono de justo et inìquo , de honesio et turpi , de utili et inutili. Laonde s’ ingannano gran fatto que- gli oratori i quali fanno pompa di descrivere minutamente le cose a|)partenenti agli anota- raici, a’ medici, a’ semplicisti. Quindi Aristotile iusegna (1) che opus est omnem prohationem et orationem a comunibus ducere ; mentre gli oratori parlano dinanzi a uditori i quali per multas rationes acute rem inlelligere non pos- sunt. Devono adunque gli oratori , e tutti co- loro che bramano incamminarsi a quest’ arte pro- curar di conoscere le azioni della natura uma- na , perchè sopra queste fa d’ uopo principal- mente discorrere.' Queste in vero somministrano i materiali del lavoro; in queste cercasi il giu- sto o l’ingiusto , r utile o il danno , il lo- devole 0 ’l biasimevole : e perciò devono i gio- vani studiare la Glosofla morale , perchè que- s%a rendesi molto necessaria all’ oratoria. ( 1 ) Liù, /. Hhet. c. Q. t. 64. a Digitized by Coogk rAim^ I. — T^vl:^zIo^•E. A n T I c o 1.0 III. De^ Generi (i). Sono da dislinguersi nella rettoriea ire ge- neri , il deliLeiaiivo , il giudiziale, e’I dimostra- tivo. Il primo riguarda le/delilicrazioni , e l’ora- tore o consiglia , o sconsiglia , prevalendosi deJ- r utile o del danno, congeiturando per via di raziocinio o di esempio il futuro ; e le ora- zioni di lai genere sono ordinate ad attaccare la facoltà appeiiiiva. Il secondo riguarda i giu- dizj , e 1’ oratore assume le parti o d’ accasa- re o di difendere , prevalendosi del giusto o dell’ ingiusto , congetturando per via di ve- risiniili il passalo ; e le orazioni di questo ge- nere sono ordinate ad assalire 1’ irascibile. 11 terzo riguarda 1’ ammirazione, e l’oratore o loda o Liasima, prevalendosi dell’ onesto o del Lriil- to , argomentando dall’avvenire lo stato pre- sente del soggetto di cui discorre ; c le orazioni di questo genere sono ordinate ad illuminare la potenza ragionevole. Potrebbe avvenire an- cora che nella stessa orazione l’oratore con- s'gliasse il giusto, dil'endesse 1’ onesto , e lodasse , 1’ utile; questa orazione allora direbbesi del ge- nere misto. Tultavolta per bene intendere a qual genere sjreiti un’ orazione , basta considerare la pane sotto cui 1’ oratore tratta quella pro- posizione. L’ utile per esempio sarà del genere (i) Tria su nt genera cnusiarum, judicii ^delibem- iiouis , laiidaiionis. Cic. Topic. ig deliberativo se consiglisi , e del dimostrativo se lodisi : il giusto, del genere giudiziale quando si difende , del dimostrativo se lodisi : 1’ onesto sarà del genere dimostrativo se verrà lodalo , se consigliato, è del deliberativo , e se difeso è del giudiziale. Con questa regola riuscirà fa- cile l’intendere a qual genere debbansi ridurre le onizioni. Articolo IV. Degli strumenti de' quali V oratore serpesi in ogni genere dC orazione. L’ entimema è il principale strumento di cui si servono tutti e tre i generi dell’ orazione , il quale dicesi esempio, se vien composto di esem- pii ; se di ragioni , ritiene il suo nome d’ en- timema ; se dilatato, dicesi amplificazione. La ragione per cui il solo entimema sia 1’ unico strumento per formare qualunque prova è per- chè l’ orazione è un discorso , per cui 1’ oratore vuol dimostrare o 1’ utile o il danno ,'o il giu- sto o 1’ ingiusto, o l’onesto o il turpe. Quindi se è un discorso , ed è discorso diretto all’ udi- tore , acciocché resti persuaso o dissuaso della proposizione presa per assunto , converrà dire , che il migliore strumento per provare in qua- lunque genere , sia l’entimema ; perchè posto 1’ entimema, vi è discorso , tolto l’ entimema , non vi è più discorso. L’ entimema , che ha per antecedente l’esem- pio, è più adattato al genere deliberativo, che a qualunque altro genere ; e questo , perchè in tal genere persuade più a ^re una cosa , che non persuada 1’ entimema , che ha per an- tcredclite un principio di ragione : iìcUheralivo generi maxime canveniunt , n<.m VX proeterilis futura conjicieutes , quid sit agendiiin statuimus (i). entimema poi , che ha per antecedente un principio di ragione, è più adattato al genere giudiziale , perchè in tal genere serve più la ragione, che l’esempio. Quindi gli. entimemi nelle, orazioni del genere giudiziale si formano o da congettuit; o da ragioni , che dimostrano il fatto o giusto o ingiusto. L’entimema dilatato, detto amplificazione, vie- ne più appropriato al genere dimostrativo, per- chè in questo 1’ oratore non prova 1’ assunto in quel modo eh’ è solito provarlo negli altri due generi. Quindi non provando , altro a lui non rimane, che amplificare; e questa è la ra- gione per cui r ampiificazioue comune a tuit’i generi , viene appropriala al dimostrativo. Ma la migliore c più oratoria disposizione dell’en- timema si è rpiella insegnata da Cornificio , c che chiamasi collezione , la quale ha cinque parti ; La prima è la proposizione, con cui l’ora- tore Ijrevcmcnte espone agli uditori ciò ch’ei vuol ])rovare. La seconda è la ragione, con la quale provasi la verità della proposizione. La terza è la confermazione, con cui l’addotta ra- gione, con altre ragioni e con 1’ autorità si raf- ferma c si stabilisce. La quarta è quella , che i retori chiamano csornazione , e che può an- cora dirsi ripidimento , di cui 1’ oratore ser- vesi per dicliiarare , illustrare ed arricchire il suo assunto; e ciò con maniera graziosa, ed or- {^\') .4rist. Liò, I. Rhct. c. 34. t. 4op. nata, per diletlarc e per muovere 1’ uditore- Jaj quinta, cliianiala complessione, oppure coin- jdicazionc , eoa cui l’ oratore raccogliendo le |>arti dell’ argomentazione , con brevità e con lorza il suo ragionamento conchiude. Questa dis- posizione dell’ entimema non è necessario che facciasi interamente, poiché talvolta in un breve discorso si tralascia la complic<izione , talvolta nelle materie non punto adattate all’ amplifi- cazione lasciasi il ripulimento , e finalmente se r argomentazione sarà breve , o la materia te- nue , si omettono- del parila complica/done c ’l ripulimento. Si avverta eziandio che non è ne- cessario disporsi esattamente le cinque parli della collezione, ma come torna bene. Articolo V. Delle Controversie oratorie,. La controversia oratoria altro non è, che il eouiras o di due proposizioni , una afFermiti- va, per esempio , fecisti , non feci ; jiire feci, non jure fecisti. E;l in materia morale, la glo- ria è un bene sommo , essa non lo è ; il rigore è giusto , il rigore noa è giusto. Onde chiara- mente ap[)arisce che la controversia non con- siste in altro, se non che in un contrasto di due proposizioni, nell’ una, delle quali si aller- lua ciò che si nega nell’ altra; Lo stato oratorio è poi il genere che na- sco dalla precedente controversia. Dunque la controversia est conjlictla caussarum -, lo stato est genus ([uceitionis , qaod' ex conjlictione resultat. Mi avendo Tullio ed i primi rotoli dclFinito lo staio con quella dciTinizione con cui dclliniscesi la controversia, e viceversa avendo dcdinila la controversia con quella dcQini- zione con cui dclliniscesi lo stato; noi pren- deremo in lutto questo riepilogo la contro- versia per la medasima cosa , che lo stato ; c delTmendo e dividendo gli stati , intendere- mo dellinire e dividere la controversia. Tre sono adunque gli stati oralorj , o siano controversie ; c questo perchè tre egualmente sono le cose dubbie (i;. 11 primo è di con- gettura, Jtn sit. Il secondo è di deflinizione, Quid sit. Il terzo di qualità ; Quale siL Ed ' in fatti tutt’i dubbj riduconsi a tre soli, cioè se la cosa sia ( an sii ) ; se le si adatti quel nome . e quella propricù ( quid sit ) ; se le convenga quella qualità ( qualis sit ). Così venendo uno incolpato d’ aver fatta la tale azio- ne, se risponde : non feci, nasce lo stato con- getturale; se risponde, quod feci non est hoc , nasce lo stato delTinitivo ; se risponde, quod feci,jure factum est , nasce lo stalo di qualità. Cominciando adunque dallo stato Congettu- rale, in esso la cosa conlrovericsi per tre tempi, (in sii, an fai, an futura sit: onde lo stato congetturale risultar deve dal precedente con- trasto sopra qualche fallo o passalo , o pre- sente , o futuro. Le sue quislioni sono tre : an sit ; qua caussa id ejfecerit ; an res ab eo quod est , mutari possit in aliud. La prima (i) Quaestiones tripartitae sunt , curri an sit ; aut guid si/ : aut , quale sit, guaeriiur. TJarum primum ronjecitira , secundam, deiìnilione,' tertium ,\a\\se\. injuiiae disiinclione explicatur. — Cicer. Topic. . 2^ qmsiionc congetlurale riguarda il passato il presente , c ’l futuro ^ come anche il possibile; La seconda quistione non si muove sul latto, già certo , ma sulla sua origine ; per esem- pio , certa t la morte d’Alessandro , ma se nfr cerca 1’ origine. La terxa quistione non >nuo- vesi sopra una cosa certa per la 'sua origine, ma solamente se possa cangiarsi j per esempio,, certo è che Pietro- è vizioso nw cercasi se lo stesso possa cangiarsi dt vizioso. in. virtuoso. Lo statoDeflìnitivo è quello in cui contro- vertesi il nome del fatto.. Varie sono le sue divisioni, ma noi le tralasceremo,. limitando^ ci a dire che altro k semplice ^ ed altro è doppio. Il semplice è quello in cui si con- troverte se ad un fatto si adatti un nome , come se 1’ ambire un posto debbasi chiamare ambizione. Il doppio è quello in. cui si con- troverte se allo stesso fatto , oltre quel nome , gliene competa un’ altro, come nel citato csem- ])io , se oltre il nome d’ambizione , gli com- peta quello di superbia. Lo stato Qualitativo è quello in cui contro- vertesi la qualità del fitto.Le qualità sono sei : Giusto , Ingiusto , Onesto , Turpe, Utile, Dan- noso, alle quali si |)nò. aggiungere il facile , e ’l possibile. Questo stato «lividesi in negozialo e giuridiziale. Il JNcgoziale è quello, che na- sce dalla precedente controversia sopra la qua- lità della cosa fumra , o sia della cosa di farsi. Per esempio, cercasi, se dehbansi seppellire i Barbari ,■ che nella battaglia di iMaraiona fu- rono trucidati. Questa è una cosa futura , di cui cercandosi se sia utile, se giusta, se one- ■sla ; P utilità, la giustizia c l’ onestà sono quali- tà negoziali, su cui appoggiasi lo sialo negoziale detto con altro nome stato prammatico. Lo stato Giuridiziale è quello che nasce dalla precederne controversia sopra la qualità della cosa fatta, come nell’ esempio arrecato , cercandosi se il fatto d’ essersi sepellili sia stato j>iusto , utile , ed onesto ; quindi la giustizia , 1’ onestà e 1’ utilità diconsi qualità gjuridiziali su di cui è fondato lo stato Giuridiziale , il quale divi- desi in assoluto ed in aasuntivo. Lo stato Giuridiziale assoluto è quello na- scente dalla precedente controversia sopra la qualità, per la quale confessasi il fatto volon- tario , ma si controverte che il fatto sia giu- sto : per esempio , Milone confessa d’aver ucciso Clodio , ma dice jure occidi. Lo stato Giuridiziale assuntivo è quello che nasce dalla precedente controversia sopra la qualità per la quale si giustifica non il eseguito, ma la volontà e 1’ animo con cui è stalo fiuto. Quattro poi sono gli stati assuntivi , cioè di Compensazione, di Recriminazione, di Tra- slazione , c di Concessione. Il primo , che ad- dimandasi anche di Comparazione , è quello nascente da una precedente controversia sopra la qualità della comparazione, la quale serve di colore per iscusare un fatto che per se stesso sarebbe ingiusto : per esempio, Sanile accusalo di non aver esterminate tutte le sostanze de- gli Ameliciii , si scusa dicendo , d’ aver ciò fatto , perchè restasse una parte della preda pc ’l sacrifizio. Il secondo nasce da una pre- cedente controversiar sopra la qualità dell’ offeso o di qualche altra persona appartenente al- 1’ offeso , e serve di motivo e di colore per iscusare e giustificare 1’ offesa. Così Gioabbo si scusa d’ aver ucciso Assalonne , dicendo parte I. cbe era un fij'llo traditore. 11 terzo nasce da una precederne controversia o 'sopra qualche cosa , in cui tr isferiscesi la culpa , .c ciò in due maniere. Nell’ una attribuendo la ca- f^ione del delitto o ad altra persona o ad al- tra cosa. Come fece Adamo , il quale si scusò con incolpar la moglie , e questa il serpente. Nell’ altra dimostrando , che la cosa imputa- tagli a delitto non è s|)ettanle nè a se , nè alla sua autorità , nè al suo ulTieio ; come fece Caino, allorché ricercato del. fratello ucciso, rispose non essere suouQicio il tener diradi lui. Il quarto nasce da una precedente controversia sulla qualità dell’animo, con cui uno confessa d’a- ver commesso un fatto : e questo stato ha due parli, una è la Purgazione , poiché con essa jmr- gasi il delitto , attribuendolo alla necessità , al caso , alla imprudenza ; come fece Davidde allorché , incolpato di aver numeralo il po- polo , disse d’ aver peccato per ignoranza. L’al- tra è la Deprecazione, con cui non si purga il delitto , ma solamente domandasi perdo- no ; ed a questo capo di controversia ricorse lo stesso Davide per Uria. Avvertiamo inoltre che lo stato di qualità, altro è di qualità semplice , ed è quando si coniro- troverte una sola qualità o ai giustizia o di oaesià o di utilità , ed altro è di qualità com- parata (i) , la qual comparazione può farsi o nelle persone o nc’ fatti , cercandosi se una persona sia o per merito o per altra qua- (i) Curri autern quaeritur q tiare quid sii, ani sim/j/iciter quaeritur , aut comparaie. Cicero, Topic. Clip. su. ’. sG lilà maggiore di un’ altra ^ e di azione se si i jiiìt giusta , se più utile se più onesta d’ un’ altra. Finalmente, oltre le sin ora spiegate contro- versie , se ne danno alcune , che chiamaiisi controversie d’ azione , nelle quali i litiganti lianno per fine d’ intraprendere o di lasciare alcuna azione. Per esempio, se debbasi invadere l’ impero Turco ; se Cicerone sia da eleggersi accusatore di G,Verre;se debbansi fuggire le occa.sioni pericolose; se debbansi rimettere le ingiurie ricevute Tutte questesono quisiioni di azioni, per trattare le quali conviene preva- lersi destre stati , cioè Congetturale , Defliniti- vo , e Qualitativo , i quali tre stati da’ retori chiamansi stati di cognizione- Per esempio, nella quistione di azione : Se debbasi invadere l’ im- pero Turco; per manifestar il dubbio di que- sta controvexsia , conviene servirsi degli stati di cognizione , e quindi : Se possa farsi ? Come s’ invaderà quello impero ? Che quantità di soldati vi necessiteranno? Quali ostacoli sono da superarsi ? Queste sono tutte controversie congetturali per mezzo delle quali si può trat- tare lo stato principale detto di azione. Mede- simamente si possono muovere per lo stesso fi- ne altre controversie di qualità, e cercare se sia utile invadere P impero Turco; se giusto, se lodevole ec. ]Nè può darsi controversia di azione nella r|uale non vi sia sempre mai in- clusa una qualche controversia di cognizione ; e questa è 1’ unica ragione , per cui la qui- stione d’ Azione, non costituisce uno stato di- verso dai tre stati di cognizione. Ogni proposizione aseunta da un oratore deve avere stato , ed esser soggetta a con- troversia. Indarno parlerebbe un oratore se assumesse a provare una proposizione non soggiacente ad alcuni controversia: così, per esempio, se l’ac- cusatore di iMiloue avesse assunto a provare che Milone avesse ticciso Clodio , la sua fa- tica sarebbe stata inutile, dappoicliè Tullio non negava che il suo cliente avesse ucciso Clodio , ma sosteneva d’ averlo giustamente ucciso. Quin- di, per parlare con profitto, doveva Taccusatore di Milone prendere per assunto ciò eh’ era per negare Tullio. In conseguenza ogni oratore deve prendere assunti controversi , e contrasta- ti , o che suppone contrastarsi dagli uditori; altrimenti parlerà senza interessare nè punto , nè poco coloro eh’ ci vuol trarre al suo partito. Per eseguirsi questo importantissimo inscgJia- mento , uopo è die 1’ oratore prevegga i punti die potranno essergli contrastali, e sopra que- sti distenda i suoi argomenti , i quali debbono eliminare ogni ostacolo dall’ animo degli ascol- tanti. Questo artiflzro è stato praticato da Cicerone, da Demostene , e da tanti altri valenti ora- tori. Demostene , per esempio, nella prima ora- zione contro Filippo il Macedone vuol persua- dere agli Ateniesi di preparare la guerra con- tro quel Re ; e per arrivare a tanto, prende per assunto quello appunto che veniva con- trastato da’ suoi avversar). Costoro dicevano , che per una tale guerra richiede vasi un grjn- de apparato , che superava Jo stato jircscntc della jRepuhLlica; che vi volevano soldati molto più , che la Repubblica non fos-c in isialo di arrollare; che in fine abbisognava gran de- naro mollo più di quello che la Rc|)ubblica avesse il comodo di accumulare. Demostene adunque si propone di voler dimostrare , che nè per la grandezza dell’ apparalo , nè per la moltitudine de’ soldati, nè per la provvisione del denaro debbano, gli Ateniesi ritirarsi dal muovere guerra a Filippo , e prende questo assunto. Quanto facile sia 1’ apparato della guer- ra , quanto facile il mettere in campo un suf- ficiente numero di soldati, e quanto facile in fine il ritrovar danaro. Avvertasi, che l’insegnamento finora dato non può aver luogo nè nei panegirici, nè nelle ora- zioni il cui oggetto sia la lode ; ma gli assunti di tali orazioni esser debbono sempre fondati su qualche qualith comparata , ovvero sull’ ec- cesso. E sebbene in simili discorsi non sievi al- cuno che contenda la .sostanza delle cose o la a ualiià delle medesime, nulladimeno la gran- ezza , o sia 1’ eccesso , il quale ordinariamente suole assumersi a provare dall’ oratore , è ciò che superando 1’ opinione degli uditori , fa che tutti questi assunti abbiano eziandio stato detto da Aristotile di quan/ìlà , e da Quintiliano di qualità de summo genere. Quale orazione possa aver due stati y e quale non possa averli. L’ orazione può costare d’ un capo solo , o di più. Se d’ uno , diccsi Caussa simplex ; se di più capi, Caussa copulata o sia con- juncta. Per esempio proponendosi a parlare del furto latto da V'erre a Leonida , sarebbe causa semplice ; se poi si parlasse de’ furti fatti dallo stesso Verre a Leonida , a’Mameriini e ad Apol- lonio , sarebbe causa congiunta In conseguenza la causa sem[)Iice ba un solo stato; quella com- posta ha tanti stati principali , quanti sono i punti che si contrastano. Quindi, se 1’ oratore si proponesse di dimostrare che Verre non- ha ricevuto denaro nè da Leonida , nè da’ Mamer- tini, nè da Apollonio, l’orazione avrebbe tre stali congetturali diversi , perchè tre falli ven- gono contrastati. Nelle orazioni esornative vi sono tanti stati , quante sono le virtù che si propongono ; perciò 1’ oratore il quale volesse discorrere sopra la l'ortczza , la clemenza , 1’ in- gegno di qualche Eroe, costituirebbe tanti stati quante sono le virtù. Sarebbe qui il luogo di doversi parlare degli arlilizj cui devcsi 1’ oratore servire in ogni sialo, per- chè 1’ ordine delle cose il richiederebbe; ma noi però abbiamo credulo dover prima additare le varie lonti ove debbansi aiiiiigerc gli argomenti per facilitare la pratica di questo artiGzio. oo Articolo Vili. De luoghi onde si prendono gli argomenti per provare le prupo'iizioni , sieno di qua- , lunque controversia si vogliano. Questi luo^bi sono quattro , cioè Generali , di Comparazioni., Circostanze, e Rimoti. Dei luoghi Generali. Pi ima luogo: delle Cause. Quattro sono le cause ; una dicesi Mate- riale, 1’ altra Formale, la terza Eflicicnte , e la quarta Finale. La Materiale è quella , ex qua aliquid fil. Lattanzio prova dalla causa Materiale che il mondo ebbe principio , e che debbe avere il suo fine ; il che dimostra dal- r esser questo composto d’una materia ,la quale soijjjiace a mutazione ed a corruzione. iSelle iodi può servir molto F argomento preso dalla causa materiale , potendosi ogni opera lodare dalla qualità e preziosità della materia di cui è composta : lo stesso dicasi de’ biasimi. Per esempio , Cicerone servesi di questo luogo per esagerare sopra i furti di C. \erre, e ciò con rilevare il valore della materia di cui eran com- poste le coso rubate. Notisi , che quando si 1( ciano le scien7.e dall’ ogf^ello intorno a cui vcilono , l’ argomento dicesi preso dalla materia. La causa Formale è quella , per mezzo della quale le cose acquistano il loro perl’etiivo e di- stintivo dalle altre. £ quando dalla materia non si può trovare argomento pc’l nostro proposito, si può ricorrere alla forma. Se si volesse pro- vare che noa devesi temere la morte , si può provare dall’essere 1’ anima , eh’ è forma dell’uo- mo , immortale. Gli oratori però ordinariamente non argomentano dalle forme intrinseche ed occulte ; ma dalle estrinseche ed accidentali , come dall’ estrinseca formazione dell’uomo, delle statue , e di qualunque altra cosa naturale o artifìziale. La causa Elficiente è un principio attivo di qualche cosa : e questo principio o è crea- tivo , come Dio, o cotìservativo , come l’aria e r alimento , che nell’ ordine da Dio stabilito conservano gli animali, e le leggi che conser- vano gli stati ; 0 distruttivo , come le febbri , le intemperanze, che cagionano la morte; ov- vero cllictentc , il quale o è libero, come l’uomo, che opera , o è necessario , come il fuoco , che riscalda. Nell’ orazione prò Marcello Tullio prova , che Cesare è più glorioso per la sua clemenza , che pel suo valore ; perchè delle opere di clemenza egli solo è la causa effi- ciente , non COSI in quelle che riguardano il suo valore , alle quali hanno avuto parte e i soldati e gli altri capitani subalterni. La causa Finale è quella , in grazia della quale si opera ; e di questa causa sarà fatta parola nel luogo detto Circostanze. Secondo, luogo : degli Efieui. Sorto gli Effeili quelli , die traggono la pro- pria origine dalle cause, senza le quali non si possono trovare : così Cicerone nell’ottava filip- ])ica prova , die la contesa che passava tra ÀJarco Antonio e la Repubblica , era una vera guerra, e lo dimostra dagli effetti della guerra: che però espone la oppressione di Bruto Con- sole designato ; 1’ assedio di Modena, colonia del Popolo Romano , il saccheggio della Gallia , provincia soggetta alla Repubblica. Tutt’ i vizj, le virtù , e le passioni umane si possono esporre da’ loro effetti. Poirehbcsi, per esempio, lodare la sapienza esponendola da’ suoi effetti, col dire: Essa è quella che tempera 1’ ira , che frena la lingua mordace, che governa la mente, che mantiene la pace. Terzo luogo : de’ Conscguenti. t Conspgtienti , a differenza degli effetti, so- gliono essere estranei alla cosa cui diconsi con- seguenti. Come per esempio; la superbia è con- scguente della potenza , la lussuria è conse- guente dell’ozio, la gelosia dell’amore, la lode della virtù , il premio di un giusto giu- dice, conscguente delle opere virtuose. Or tutti questi diconsi conseguenti c non effetti, perchè non provengono' dall’ intrinseca natura delle cose. Se uii oratore volesse provare che dalla dottrina provviene del bene , potrebbe pro- varlo dal conscguente * eh’ è l’invidia. Non v’è cosa che non possa provarsi per mezzo de’ con- scguenti , r uso de’ quali è poco dissimile da quello dogli cffelli , i quali molte volle con- siderati sotto varii riguardi possono ad un tempo stesso chiamarsi effetti e insieme conseguenti. Da questo spiegalo luogo è facile intendere r altro degli antecedenti e de’coneomiianti, per- chè quelli diconsi anlccedentii, quali precedono la cosa , c quelli diconsi concomitanti , che ac- compagnano la cosa; ma poiché siffatti ante- cedenti e concomitanti prendonsi ordinaria- mente dalle cii costanze o della persona o della cosa , lasciamo di farne menzione in questo articolo, in cui parliamo solo dei luoghi ge- nerali . Quarto luogo : del Genere. Ciò eh’ è più universale c più comune di- ecsi genere, l'cr esempio, la virtù è un genere, perchè tiene sotto di se la giustizia , la tempe- ranza , la fortezza. Si argomenterebbe pari- mente dal genere, se volendo lodare la fortezza di Catone Uticense , 1’ oratore si fermasse a lodare la fortezza considerata in se stessa. Ma bisogna intanto osservare che molli a’ quali non riesce il rinvenire prove immediate del soggetto su cui discorrono, hanno ricorso a questo luogo, e tanto vi si fermano , che stancano la pazien- za di chi legge o di chi ascolta. Devesi discor- rere, per cagion d’ esempio, della castilù di Su- sanna , adunque a che serve trattenersi tanto sulle lodi della castità in generale , e poco o quasi nulla occuparsi dell’ eroismo di Susanna in particolare ? Cicerone prò Roselo A merino argomenta dal genere , quando mettcsi a rilevare 1’ orridezza del parricidio ; e ciò per potere da quella de- durre 1’ invcrisimililudine , che un tal delitto Stato fosse commesso da Sesto Roselo , giovane da lui descritto d’ ottimi costumi. • Quinto luogo : de’ Repugnanli. Sono i repugnanti quelli che non possono stare insieme, e sono molto propri! a convin- cere l’ avversario. Se uno, per esempio , si van- tasse d' essere virtuoso , e che poi le sue azibni non fossero tali ; 1’ oratore argo men- tando da queste azioni, verrebbe ad argomen- tare da’ repugnanli. Sesto luogo : dell’ Autorità , o sia Hei judicalae. Quando 1’ oratore in prova , o in conferma di qualche sua proposizione arreca il giudizio , il parere , il sentimento degli uomini dotti , e versati nelle scienze e nelle arti , allora egli argomenta da questo luogo. Per esempio, dal- 1’ avere Marco Marcello, capitano valorosissimo e religiosissimo, giudicato che i tempii di Si- racusa, città nemica espugnata a forza d’ ar- mi , non dovessero spogliarsi degli ornamenti loro, conchiude Cicerone quanto empio sia G. Verre, che fece togliere da’ medesimi tempii di Siracusa tutti gli ornamenti in tempo di pace, ed in tempo che i Siracusani erano amici. Os- serviamo, prima di chiudere questo articolo, che gli argomenti tratti da’ luoghi soprindicati ven- gono chiamali da’ varii retori , Argomenti apo- dittici, dal Greco a.voSstKXtMs , e da’ Latini , argumenti ad probandum , cui docendum , ad confirmandurn. De' luoghi di comparazione. Dell’ Esempio. ' L’ Esempio altro è vero, altro è immagi- nato. L’ esempio vero contiene cose da noi fatte quo res gestas narramus ; e degli esempj veri sono piene le storie. L’ esempio immaginario contiene cose finte da noi, quo nos ipsi fingi- mUs , aìiquid perinde ut gestum^ come la fa vola. L’ apologo più frequentato dall’ orato- re, è la finzione. Questa si definisce esse- re una proposizione certamente falsa , la quale si assume come vera nel caso possibile. Quindi nella finzione la cosa attualmente non c , ma si finge che sia . o perchè poteva essere , o perchè potrebbe essere diversamente. Ermogene chiama la finzione anche suddivi- sione , im quanto che considerando la cosa in altri tempi , in altre circostanze , la considera- zione nel caso attuale c fiilsa , ma è vera nel caso possibile. Come dicendo , se Achille si fosse ritrovato a’ tempi di Alessandro , avrebbe tolta la gloria a questo Eroe. Se Giulio Cesare ora vivesse, non sarebbe maggiore de’ nostri Im- peratori. Veniamo ad un altro esempio : Se uno volesse persuadere a’ Romani d’ ergere in Cam- pidoglio una statua a Cesare , potrebbe ciò ese- guire con questa ed altre simili finzionit Se Cesare fosse uomo già morto da 5oo anni , ed io vi narrassi che ha fatte per la Repubblica queste ed altre bravure , voi giudichereste <lie gli si dovj-sse alzare una statua in Cam- , pidoglio ; ed ora , perchè vive , non giudiche- iclc, che per cagione delie stesse gesta gli si debba alzare la statua ? Questo è quel grande artifizio , con cui si possono illustrare tutte le proposizioni , e per mezzo di cui si possono ren- dere vive , sensibili e popolari j nel che con- siste l’ artifìcio maggiore dell’ oratoria : ma nelle illustrazioni, ciò sarà più spiegato distintamente. Artifizio di servirsi dell’ esempio per argomentare a Miijori ad Minus , a Minori, ad Majus , a pari contrariia. Prima di far conoscere questo artificio, con- viene spiegare in che consistono le quattro ar- gomentazioni dette comunemente di compara- zione. L’ argomentazione per tanto a majori ad minus è quella in cui da una cosa più pro- ■ bahile , inferiscesi la proposizione negativa meno probabile. Per esempio , se non abbiano potuto sopportare Cesare uomo di tanta virtù, soppor- teremo ]>oi Marco Antonio abbandonalo ad ogni sorta d’ iniquità ? L’ argomentazione a minori ad majus è quando si . argomenta da una pro- posizione meno probabile ad un’ altra più pro- babile. Per esempio, i Romani per una piccola ingiuria si sono vendicati della città di Corin- to ; dunque costoro per una maggiore ingiuria debbono vendicarsi di Mitridate. L’argomentazione a pari è .alFatto simile all’ argomenta- zione ai exemplo. L’ argomentazione a contrariis è ancb’ essa simile all'argomentazione ab exemplo. Se l’oratorc volesse, per cagion d’ esempio, provare «he dalla guerra nascono tuli’ i mali , potrcMie provare la proposizione da’ conlrar j , cioè , dalla 5 are contraria alla guerra , dimostrando che alla pace nascono luti’ i LenL Vedute le ar-. gomeutazioui di comparazione , veniamo ora alla spiegazione dell' artifizio di sapersi prevalere del- r esempio per riuscire nelle dette argomenta- zioni. Questo artifizio per tanto consiste nel ri- trovare il più , il meno , l’ eguale , il contra- rio , e di poi nel riflettere alla proposizione che v’ è nella circostanza , che serve d’ antecedente all’ esempio. Pongasi questa argomentazione ab exemplo. Alessandro, ) resa ch’ebbe la Grecia , s’ impos- sessò della Persia ; dunque se i Persiani lasce- lanno che il re di Macedonia prenda la Gre- cia, presa la Grecia , prenderà anche la Persia. Dal Minore al Maggiore. Aggiungasi all’ antecedente qualche circo- stanza per cui diventi proposizione del meno e qualche altra circostanza al conscguente , per cui diventi proposizione del più : per esempio. Se Alessandro con pochi soldati e con picco- lo equipaggio , quand’ ebbe presa la Grecia , conquistò la Persia ; dunque tanto più il re di Macedonia con moltitudine di soldati c con grande equipaggio, presa che avrà la Gre- cia, conquisterà la Persia. Dal Maggiore al Minore. Aggiungasi una circostanza allo antecedente per cui diventi proposizione del j)iù , cd una circostanza al conseguente , per cui diventi pro- posizione del meno : per esempio , Se presa che fu la Grecia non si potè far resistenza ad Ales- sandro, uomo di mediocre valore , cd egli poi s’ impossessò della Persia; dunque presa che ora sarà la Grecia , molto meno si potrà resi- stere al re di Macedonia , uomo valoroso , sic- ché non s’ impadronisca della Persia. Dal Pari. una eguale circostanza all’ ante- ai conseguente : per esempio , Se Alessandro, con ottantamila cavalli e seicento- mila fami , presa eh’ ebbe la Grecia s’ impos- sesso della Persia ; non è da dubitarsi che il re di Macedonia con cgnal numero di soldati, preso che avrà la Grecia s’ impadronirà della Persia. Aggiungasi cedente ed Da’ Contrarii. Conviene esaminare 1’ aniccedenle in modo contrario, figurando l’effetto contrario, se si fosse posta la cosa contraria , indi ricavarne la conchiusione come ricavasi dall’ argomento ad esempio. Eccolo: Se i Persiani avessero im- pedito cne Alessandro non si fosse impadronito della Grecia , non si sarebbe di poi questo Duce impossessato della Persia ; Dunque se i medesimi Persiani non impediranno che il re di Macedonia s’ impadronisca della Grecia , que- sti s’ impadronirà di poi della Persia. Siffatta maniera .d’ argomentare facendo cre- scere e decrescere una proposizione, è subli- me c conducente alla persuasione ; per cui coloro i quali vogliono aspirare all’ eloquenza , debbono rendersene padroni. Articolo XI. I De' Luoghi delle circostanze , che ’^sono proprj dell* oratore , e della controversia Congetturale. ' Della Gircostanza della cagione. , Cagione è lutto ciò per T cIGcacia della qua- le una cosa avviene , ma qui però intendiamo, parlare del motivo impellente, che determina .r Agente ad un’-azionej Cicerone la chiama cireostanza inseparabile dal fatto , c per conseguenza continente il fatto: perchè provato ; che essa vi sia, si prova an- cora il fatto, provato che essa non vi sia, si prova non esserv’ il fatto. La cagione si divide in. cagione d’ impulso, cd in cagione di raziocinio^ La prima è quella , che muove ad un fatto senza piena precedente riflessione , delibera- zione : e può essere di due sorti , interna ed esterna. L’ interna è quella eh’ è dentro di noi , come l’ ira 1’ odio , 1’ amore , e per dir breve , c^ni passione e perturbazione dell’ animo , che ci muove ad intrapren- dere qualche fatto. L’ esterna è quella eh’ è fuori di noi , qual’ è la potenza de’ grandi la forza , il comando , il dominio altrui , che ci violenta ad eseguire qualche fallo. — 'La se- conda è quella , che muove ad un fatto in Digitized by Google 4o virtù d' una piena precedente deliberazione ; c questa consiste nella speranza di conseguir qualche bene, o d’ accrescerlo , e di conser- varlo , o di fuggire qualche male : onde 1’ utile , e ’l danno sono ordinariamente gli oggetti da cui costituisccsi questa cagione. È da riflettersi , che i motivi d^ impulso , o di raziocinio si possono argomentare da tutte le circostanze personali, di cui faremo ap- presso parola , a motivo che uno può muo- versi a qualche cosa o per educazione , o { >er patria , o per lo stalo ec. Inoltre tutte e circostanze attribuite ad un fatto , possono essere cagioni d^ impulso , o di raziocinio ; per esempio , una ingiuria fatta in luogo pubblico può essere motivo di risentimento , e questa circostanza del luogo può essere ancora motivo di raziocinio, perchè 1’ ingiuriato può riflet- tere all’ onore e all’ utile che gli risulterebbe dal reclamare contro una ingiuria fallagli in un luogo pubblico. Similmente il modo può essere motivo d’ impulso e di raziocinio , per- chè da una ingiuria futa in presenza altrui uno può muoversi ad ira ad odio per lo scorno, o pensare a provocarne vendetta dalla giustizia per soddisfare al suo onore ; e così pure il me- desimo dicasi di tulle le altre circostanze at- tribuite a’ falli. . t Si noli che questa fonte d’argomenti appar- tiene a quella che da’ retori vicn detta Apo- diltici-Pratici , Intrinseci. rtelle circosiauze della persona Le persone altre sono quelle ch’entrano mi soggetto di cui si discorre , le quali sono 1’ ora- tore , il reo , il clieniolo, il giudice , i icslinionj; ed altre quelle che sono separate dal siij;- {^etto , dal giudizio , in lode o biasimo , delle quali i giudici muovonsi. Ma sia qualun- que la persona, le sue circostanze sono dieci: nome, natura, vitto, fortuna, abito , alTezionc studio, fatti, casi, detti. 11 nome è quello eh’ è proprio della cosa cui quel vocabolo è attribuito , o sia uomo , o sia città, o sia provincia. Così dicesi: Tito Cle- mente, Scipione Invitto, Roma Guerriera, Sparta Sapiente. La natura è quella la quale fa che una per- sona ci paja più atta d' un altra a fare qualche cosa. Sei sono le sue parti : età , sesso , forza, figura , nazione , proprietà. II vitto è quel diletto di vita , con cui ognuno 0 vive o visse, e dividesi in educazione , uso , c costume. La fortuna è una mutazione delle cose o di prospere in avverse, o di avverse in prospere, in cui si considerano la ricchezza, la potenza , gli onori , ed i loro contrari. L’ abito è una perfezione di animo o di corpo acquistala conio studio, o con l’industria. l'Iel- 1’ abito si considera no tutte le virtù e tuli’ i vizj acquistati , che difficilmente possono sepa- rarsi o dall’animo o dal corpo. Gli abili dell’ ani- mo sono le arti, le scienze, come anche le virtù, le quali sono prudenza,- giustizia , fortezza, c temperanza ec. Gli abili del corpo sono l’arto di correre , di cavalcare , di portar pesi oc. L’ affezione disiinguesi dall’ abito in quanto che l’ abito difficilmente si rimuove dal corpo , o dall’ anima , c l’aft’czione facilmente. Lo studio è un’ occujiazione veemente di qual- che cosa , che si fa con sommo diletto. Sotto questa circostanza si considerano tutte le oc- cupazioni nelle arti, nelle scienze, ne’ giuochi, ne’ piaceri; e non solamente le occupazioni reali, ma quelle che sono di sola immaginazione c di sola opinione. 1 fatti, i casi, i detti si considerano in ordine a tre tempi, al passato , al presente , ed al- l’ avvenire. Alle circostanze della persona si possono ag- giungere gli otto luoghi insegnate da Aristotile i quali sono : Si solus , si primus , si cum paucis , si praecipue , si tempore opportuno, si crebro . si novos honores sit consequutus, si comparatus praeponatur. Tutti questi otto luoghi possonsi applicare alle sopra dichiarate circostanze. Per esempio se dicessimo; Socrate è saggio, saggio sarebbe circostanza del nome , potrebbe cercarsi se sia saggio con pochi , se sia egli principalmente saggio, se siasi meritato questo nome, per es- sere stato in tempo opportuno , se per avere molte volte dimostrata la sua sapienza , se per esser saggio abbia .'tequistato nuovi onori , se in questo nome debba preferirsi ad ogni altro. èssendosi spiegate le circostanze personali , le quali sono un campo vastissimo per 1’ oratore, uopo è che veggiaino come l’ oratore possa av- valersene nelle congetture. 1.” Dal nome di raro si congettura la po- tenza, la volontà, ed il fatto: pure quando il nome proviene da qualche azione spettante a vizio o a virtù , in tal caso serve anch’ essa per congetturare. Per esempio , colui che a ca- gione di eroiche azioni avrà meritato il nome di Saggio di Grande , è probabile che abbia potuto c voluto fare , e che abbia fatto qual- che cosa da grande , da saggio- Dalla natura e prima dall’ età si cavano le congetture per argomentare la potenza , la volontà ed il fatto ; e si distingue in giova- nezza j in virilità , ed in vecchiezza , e da cia- scuna età si possono trarre le congetture, per- chè altrimenti opra un giovane , che un vec - chio, 6' diversamente uno di età virile , che ì vecchi ed i giovani. Secondo, dal sesso si con- gettura , che sia più facile in un uomo il furto, che in una donna , ed al contrario il venefizio più facile in una donna , che in un uomo. Medesimamente si congettura che la donna sia più incostante dell’ uomo , e che facilmente muti opinione. Terzo, dalla forza si congettura che il forte non sia stato assalito dal debole. Quarto, dalla figura si congettura , che di pessima fì- sonomia abbia commesso il delitto , di cui è accusato. Quinto, dalla nazione si congettura , che quello eh'’ è probabile in un Barbaro non sia vcrisimile in un incivilito. Sesto, dalla pro- prietà, col qual nome intendonsi tutt’ i comodi e gl’incomodi che abbiamo dalla natura, come sarebbe l’essere uno robusto o gracile, grande o piccolo, bello o brutto , veloce o lento ; e da tutte queste circostanze si argomenta se la per- sona abbia potuto , abbia voluto , abbia fatto. 3.0 Dal vitto. In questo si considerano 1’ e- ducazione, i genitori, i maestri, i consiglieri, gli amici , la maniera del vestire il costume . 4.“ Dalla fortuna. E si congettura il fatto ed il non fatto, perchè i ricchi, i potenti, i nobili hanno adottali costumi diversi da quelli de’ plebei, de’ poveri, degli abietti e de’ mi- seri ; che perù operando diversamente un ricco da un povero , si congettura che un fatto il quale sia di un povero , non possa essere di un ricco. Dall’ abito si congettura che colui il quale ha avuto un abito , lo abbia c sia per durar- gli sino alla morte. Così, un uomo abituato sì ad una virtù , che ad un vizio , si congettu- rerà ragionevolmente che quell’ uomo voglia es- sere per continuare negli atti dell’ abito. 6. ® Dall’ afiezione , e prima dall’ ira si con- gettura la vendetta, dalla mansuetudine il per- dono , dall’ audacia l’assalire, dal timore l’es- sere assalito , dalla speranza 1’ intraprendere , dalla disperazione un fatto precipitoso. 7. ® Dallo studio. Per congetturare dalla circo- stanza dello studio conviene considerare quali sieno i costumi che ricevonsi dalle arti , dalle scienze , da’ giuochi , da’ piaceri : quali sieno , per esempio i costumi de’ poeti, de’ pittori, dei iìlosoG , degli oratori ec. lìitrovata 1’ occupa- zione della persona , è facile congetturare an, potuerit , an voluerit , an fecerit , perchè un fatto verisimile in un filosofo , non è tale in un contadino ; uno verisimile jn un soldato, non è tale in un ecclesiastico. Unendo poi alla circostanza dello studio la circostanza della cagione , può congetturarsi che uno , per esempio , occupalo cd applicalo nell’ arte mi- litare , se riceva ingiuria , die possa e voglia vendicarsi, assalendo aperiamenic l’ ingiurialorc. 8. ° Da’ fatti le- 1 I g o j St prendono le congetture , Ì icrchò da un fatto passalo , si congettura un alto presente , cd il fatto che |)uò avvenire. 10.“ Dagli accidenti , o sia da’ casi. Qui gli accidenti non si ]irendono per gli effetti cau- sali e Ibrtuiti , che non hanno origine dalle passioni dell’animo, perchè questi non servono a provare , ma solo ad esagerare. Per esempio, se una vergine accusasse colui che le rapì ^ ioleniementc 1' onore , cd in quel mentre il ciclo tuonasse , potrebbe l’ oratore che prende le sue parti , esagerare sopra 1’ accidente se- guito , e trarne molte illazioni contro il reo. Quindi intendiamo quegli accidenti , che ca- gionano mutazioni nel corpo e nell’ animo del- la persona , durante il fatto , o prima , o dopo, c uà cui si possono ricavare molte congetture. Delle circostanze del latto. Il fatto è un complesso di tutto il negozio di cui si tratta , il quale suol essere congiunto a qualche segno o indizio , che serva di con- gettura per argomentare il fatto ; e 1’ artifizio di vincere nella controversia consiste nel dare verisimilitudine a quel segno o indizio. - Le circostanze che si considerano nell’ at- tuale esecuzione del fatto, c che sono inse- parabili dall’azione, sono cinque: luogo, tempo, occasione, modo e facoltà. Il luogo è un certo spazio comodo o incomodo per fare o non fare qualche cosa; e questo dividasi in due, nel naturale , e nell’ artifizialc. Il primo è uno spa- zio , che .sempre fu così , come Mare , Monte, Pianura , Fiume. Il secondo è uno spazio, che non sempre fu così, come Città , Casa ec : Il naturale dividesi in due, cioè nella quantità , nella qualità. Nella quantità si considera se lo spa- zio sia angusto, se ampio, se grande , se piccolo : e nella qualità si considera, se lo spazio sia decli- ve, se arduo, se aspro, se sassoso, se pieno d’al- beri ec. L’ aitifiziulc si divide in otto : nel pub- blico; come teatro , piazza; nel privato , come casa , villa ; nel sacro , come tempio ; nel pro- fano , come lupanare; nel religioso , come i se- . f tolcri de' maggiori ; nell’ intervallo , come se ontano , se vicino ; nella posizione , come se davanti se dopo ; nell’ abitazione, se frequentalo se deserto. E da tulle queste cose potrà con- getturarsi se un luogo sia stato opportuno per eseguirvi un fatto. 11 tempo è uno spazio opportuno che con- * siderasi o per fare , o per non fare una cosa , come sarebbe giorno , mese ed anno. E da questa circostanza considerasi se la cosa si è latta o tardi o presto , se è antica , se è fa- volosa , se presente , se lontana. L’ occasione , è 1’ idonea comodità di fare o non fare una cosa ; e questa dividesi in tre cioè nella Na- turale , la quale è quella , che addiviene a tutti quasi nello stesso tempo , come notte , giorno , mietitura , vendemmia , caldo freddo. Nella statuita , la quale è quella che addiviene coi consiglio di un certo tempo determinato ; come in giorno festivo , in tempo di nozze etc. Nel- 1’ accidentale, la quale è quella che addiviene a caso , come sarebbe in tempo di peste , di assedio, di fame etc. Il modo è quello per cui si considera in qual maniera sia fatta la cosa , ed ha due par- li : la prinia è prudenza , la seconda impru- denza ; le quali si congetturano o da’ motivi di raziocinio , ed allora il fatto è seguito con prudenza , o da molivi d’ impulso , ed allora è seguito con imprudenza. La facoltà considera la materia con cui la cosa poteva facilmente farsi ; come sarebbe se si cercasse come sia stato ucciso un uomo , o con la fune , o col ferro , o col laccio , o col veleno. In questa circostanza si considera tutto CIÒ che può concorrere 'a farcii fallo o assolutamcntc , o più facilmente. Quindi compren- desi la cagione efllciente ausiliaria istrumentalc, comprendesi tutta 1’ attività del reo ; cioè si comprendono gli amici, i servi, le ricchezze ; e per dir breve, tutt’ i l3eni di fortuna i quali anche servono di facoltà, o di fare assofuta- inente , o di fare più facilmente un fatto. Si avverta che queste due altre fonti d’ ar- gomenti appartengono eziandio a quelli che dai retori vengono chiamati Apodittici Pratici In- trinseci. De' luoghi rimoti. I luoghi rimoli , ossiano gli argomenti ri- nioti, detti extrinseca ed assumpta da’Latini , secondo Quintiliano riduconsi a sei capi , leggi, fama , scritture , giuramento , tormenti , tesii- monj. Questi servono principalmente nel genere giudiziale. Leggi sono tutti gli statuti , i decreti , le prammatiche di un popolo per governarsi. L’ oratore le farà valere in maniera , che se ne vegga tutta la forza e lo spirito. Se poi queste leggi saranno contrarie al fatto , ])otranno indebolirsi col confronto di altre leggi opposte , o colla contrarietà della consuetudi- ne, o con r ambiguità del loro senso. Fama , o sia la voce pubblica, si potrà con- fermare , dicendo esser come un oracolo che non s’ inganna così facilmente. Tavole , sono le scritture di qualunque sorta , come se fossero lettere , testamenti , donazioni , contratti , cessioni, da cui P oratore potrà trarre pruove per avvolorare il suo assunto, e ciò scm-r- ' pre in coerenza de’ codici di procedure, o ci- vili , o criminali. Giuramento è 1’ alTermazionc o la negazione il' una cosa , convalidata col chiamare Dio in testimonio. È desso di grandissima forza , attesa la sua santità ; ma si ricordi però 1’ oratore del detto di iialviani plures inv-nies , qui sae- pius perjnrent y quam qui omnino non jurenL Tormenti, detti quaestiones o tormenta , sono que’ patimenti a’ quali si sottopongono gli ac- cusati per trarre la confe.ssione nel fatto. Que- sti sarebbero di grandissimo peso per far as- solvere o condannare un uomo : ma poiché si è veduto che alcuni innocenti per non .soDTrire mille sevizie si sono confessati rei d’ un misfat- to ; e molti altri , che quantunque rei , per la loro valida costituzione fìsica, avendo resi- stito alla forza de’ tormenti , si sono poi libe- rati dalla pena del giudizio ; così sono ormai •State tolte da’ tribunali dell’ Italia siffatte bar- bare usanze. Testimoni sono le persone , clic vengono chiamate in giudizio per attestare' col loro detto la verità su qualche delitto, L’ oratore adunque potrà servirsi delle dichiarazioni di tali testimoni per avvalorare la prova , ricor- dandosi però, che la lede da doversi prestare a’ testimoni è sempre proporzionata alla pro- bità , al disinteresse , al grado di cognizio- ne , c ad altre circostanze , che richiedonsi nella persona che depone , su di cui non ci di- lunghiamo , persuasi , che colui il quale as- sume le funzioni o di avvocato o di accusatore , avrà studiato i precetti delia Logica. Artlfizii cui deve V oratore prevalersi in ciascuna controversia. Essendosi data la definizione c divisione di tulle Je controversie oratorie , qui altro non fa- remo che additare gli artifizj cui l’oratore ser- vir devesi in 'ciascuna controversia j sia conget- turale , sia qualitativa , sia deffinitiva. Stato Congetturale. Come rcndonsi verUimili le congetture. Si dev’ esporre sempre un fatto con qualche sogno , il quale dia motivo di fare che una persona venga chiamata in giudizio , il qual segno chiamasi colore. In conseguenza cerchiamo come dar si possa vcrisiraililudine a tuli’ i colori , o sieno segni , da cui d.ipendono le congetture. Ogni qualun- que segno pertanto, il quale serve di conget- tura, rendesi prima verisimile dalla circostanza di cagione. Volendosi perciò congetturare , che una persona sia rea di un fatto , convien cer- care se aveva ragione di farlo. È seguito l’omi- cidio di Ajace; cercasi se Ulisse ne sia l’ucci- sore , il quale lo ha sepellito nella selva di notte, il che serve di segno e di colore. Onde perdarvisi verisimìli indine, dee cercarsi se Ulisse avesse avuto motivo d’impulso per ucciderlo: per esempio , se ira , se odio contro Ajace j o 4 ■ motivo di raziocinio, cioè se speranza di conseguir qualche onore , o favorire qualche amico eie. Quindi la circostanza della cagione è quella senza cui non può rendersi verisiniile alcuna congettura , o che riguardi il fatto, o che ri- guardi il possibile. Volendo dar poi verisimilitudine alla cagione, è da considerarsi l’ animo della persona , ossia la volontà, mentre potrebbe avvenire, che un uomo ricevesse una ingiuria , la quale sarebbe motivo di vendetta , ma che non avesse 1’ ani- mo di vendicarsi. L’ animo e la volontà si ar- gomentano dalle circostanze personali , e pro- I inamente da’ fatti passati , da delti , dal vitto, all’abito, e dallo studio. In questa guisa unen- dosi le circostanze della cagione, con quelle della volontà , il fitto della vendetta rendesi verisimile o inverisimile . Intanto non perdasi di mira il precetto di Cicerone e di (^intiliano, che per congettu- rare l’animo, conviene prevalersi di circostanze personali affini al fatto , come in un furto , la circostanza dell’ avarizia , in un fatto atroce, la circostanza della crudeltà , in un fatto d’ a- dulicrio , la circostanza dell’ età giovanile. Dopo essersi considerato 1’ animo , conviene considerare la potenza , potendo avvenire , che uno abbia avuto cagione ed animo di vendicarsi, e che poi gli sia mancata la potenza. Onde per congetturare la potenza , servono le circosianze della fortuna , dell’ età , del luogo, del tempo dell’ occasione. E qui avvertasi , che in tutte le circostanze da cui argomentasi la volontà e la potenza; devesi considerare il modo , esaminando se il modo col quale sia seguito un fatto , cor- risponda alle altre circostanze della persona , perchè se un fatto per esempio sarà eseguilo con prudenza , con precauzione, con raziocinamento , e Ja persona accusata sarà rozza , ignorante , rustica , non è per avventura verisimilc che da una persona di tale sfera siesi eseguita un’a- zione con tanta prudenza. ' Lo stalo Congetturale 'è il proprio dell’ oratore. ISeir invenzione che è la parte più interes- sante deir eloquenza, lo stato congetturale è il proprio dell’ oratore , poiché da questo stato dipende il saper provare le controversie della cosa e del fatto , e la sottigliezza dell’ ingegno ; dappoiché dipendendo le congetture dalla in- venzione dell’ oratore , il quale da un indizio , da un segno inferir deve questa, e non quella conchiusione, ne siegue, che nelle congetture conoscesi 1’ acume , la mente , la facondia , la dottrina , 1’ eloquenza ■dell’ oratore. Tizio, per esempio, ha un coltello nelle mani; una parte congettura che abbia ucciso il nemico , ì’ altra coògeitura dall’ animo , dall’ indole , dallo studio e da altre cose personali , che quel coltello era per difesa , e non per of- foa ec. Noi adunque avveniamo , che senza questo artifizio, non è possibile ad un oratore di co- minciare , proseguire, ed ultimare qualunque orazione ; e questa è quella controversia sì uni- versale , che entra in tutte le altre. Può , è vero , un oratore formare un’ orazione senza la controversia di qualità , senza quella deffini- tiva ; ma non potrà giammai darsi il caso, che possa comporre un’ orazione giudiziale senza la controversia congetturale. Stalo di qualità negoziale. Luoghi dello stato negoziale. Le qualità più essenziali per cui propongonsi >e deliberazioni sono , 1’ utile, il possibile, Tone- sto , 1’ evento. L’ utilità è il motivo che , al dire di Aristotile , muove più a deliberare , che non farebbe la stessa giustizia ; e benché gli uditori dimostrino apertamente di muoversi jter cagione dell’ onesto , e per giustizia , in- ternamente però si muovono per cagione del- 1’ utile. Quindi i motivi principalissimi , che servono per le cause deliberative sono 1’ utile , e’I danno ; questi sono que’ motivi ai quali si ajtpigliano più universalmente le persone popo- lari , che però sono più efficaci di qualunque altro motivo. La possibilità non è propriamente motivo per làr deliberare una cosa, ma è condizione , senza cui 1’ utile non sarebbe sufficiente motivo , per cui è anche da prendersi di mira. L’ onestà e la gloria è il motivo apparentemente più atto per far deliberare una cosa che non è l’utile. ' Quindi dice Aristotile , che ognuno onestamente si muove più per la gloria, che per l’utile; laddove internamente ognuno si muove più f )er 1’ utile , che per la gloria. Ben è vero che e persone nobili soglionsi muovere più per r onestà e por la gloria, che per 1’ utile ; ed all’ incontro le jiersone plebee più per 1’ u- tile che per la gloria : che però se proponesi una cosa al popolo , devesi rappresentare più r utile, che la gloria; se si propone a’ nobili si deve rappresentare più la gloria, che l’utile. L’ evento fa che la quislione di qualità si raccolga pervia di congetture, perchè nell’evento si considera quid futurum sit , e ciò in due maniere. j.° Che qualunque sia per essere l’evento, fortunato o infelice , seguirà utile e gloria alla Repubblica. Per esempio, debbono i Romani muover guerra a Mitridate , sia che perdano , sia che vincano, sarà sempre utile e glorioso alla Repubblica l’aver intrapresa questa guerra; e qui non si controverte altra cosa se non che; Se da qualunque sarà per essere 1’ Evento , come la Repubblica sarà per conseguire utile e gloria. a." Che da tale evento seguirà il tale utile, è tale gloria , e dall’ evento contrario , il tale danno , la tale ignominia. Gli eventi sono quattro. 1 . Se conserveremo i beni ; > ; . 2 . Se acquisteremo i beni , che non al>- hiamo; 5. Se ci libereremo da’ mali in cui ci tro- viamo ; 4- Se fuggiremo i mali , da cui non siamo anche oppressi . Per fare adunque deliberare una cosa, deve 1’ oratore servirsi d’ una delle sopraccennate qualità , la quale servirà di motivo per far intraprendere un’ azione, e qui dee considerare quella , che sia più elBcace per ottenere Tin- tento, osservando piuttosto la qualità che pre- vale nell’ opinione degli uditori , come 1’ uti-r Jità , e di. questa servesi per ridurre i mede- simi uditori ad intraprendere 1’ azione. Che se volesse prevalersi delle altre qualità e degli altri motivi , procuri l’oratore che in essi ap- paja inai sempre qualche molino derivante dal- V opinione degli uditori. Questa premura non sarebbe poi tanto ne- cessaria , quando si parlasse ad un’ adunanza di uomini illustri , o in dottrina , o in no- biltà di sangue , perchè con questi prevale r onesto , la giustiza e 1’ equità. Se la cosa da farsi è facile, debbonsi allora congiungere i motivi dell’ utile , e dell’ one- sto a questa condizione , e fermarsi nell’ am- plificazione della facilità , dimostrando per esempio in' questa proposizione : jitn Caeaar Brittaniam impugnata con quanta poca gente, con quanto poco denaro si possa effettuare l’im- presa ; come abbondi la repubblica di tutte quelle cose che servono per effettuarla ; quale sia il valore de’ soldati , quale sia il desiderio di combattere, in quali altri cimenti siensi ri- trovali : e quindi congiungendo lu facilità ai motivi dell’ utile e della gloria , tutti si risol- veranno a deliberare l’ impresa. Se la cosa da farsi sarà difficile, parlisi poco della difficoltà, e si ampliGchi l’uiile, l’onore- vole, l'onesto, congetturando dalla persona, dalla cagione, e dal fatto. Introdurrà 1’ oratore le suddivisioni d’ Ermogene, cioè che cosa seguirà non deliberando l' impresa ; che cosa sarebbe succeduto , se altri in un caso simile non avesse deliberata la cosa stessa ; da quali altre per- sone potrebbe disperarsi dell’impresa , in quale altro tempo , in quale altro luogo non dovreb- bes’ intraprendere ; ma che in questo tempo , in questo luogo, con queste persone vada in- trapresa . AiiiCzj (li esporre le proposizioni , che hanno stato Negoziale. Il primo artifizio d’ esporre le proposizioni che himno stato negoziale consiste nel consi- derare tutte le cose alle (juali Tazione può essere relativa , eh’ è quanto a dire , lo circostan- ze delle persone j delle cagioni, e del fatto , ed amplificare quelle circostanze precise , le quali sono più adattate al motivo, da cui gli uditori debbono più indursi all’ azione, cioè a deliberare. Per esempio, se un oratore volesse persuadere Davide atl- intraprendere la batta- glia contro i Filistei , la battaglia sarebbe la cosa da persuadersi : converrebbe per tanto eh’ egli considerasse le persone , le cagioni a cui riferiscesi la battaglia, e poi le circostanze della stessa battaglia, in qual luogo , in qual tempo, in qual modo , con quali ajuli sia facile o difficile. Per ordine alle persone, i Filistei sono 1. nemici implacabili degli Ebrei , a. oltraggia- tori del nome di Dio d’ Israel lo, 3. Confidano nella virtù menzognera d’ idoli insensati, 4- di' sprezzano la religione di Mosè, 5. Non ad altro t iensano che a rendere soggetta la nazione israe- itica . Quindi succederà e riputazione e gloria a lutti coloro che combatteranno conira simili empii e superbi nemici. Per ordine alla ca- gione , vanterà il premio proposto dal Re Sa- ul le di dare la sua figlia per moglie al cam- pione. Il secondo artifizio consiste nel conget- turare 1’ evento, cioè nel congetturare che cosi appunto la cosa seguirà. L’ evento è cosa dub- bia , la cosa dubbia devesi congetturare con qualche segno chiaro , manifesto , e conceduto. Quindi r ariifìzio di congetturare che Davide vincerà , il che è dubbio ed oscuro , consiste nel considerare s’egli abbia altre volte com- battuto con vantaggio , se persone o inferiori o eguali a lui abbiit vinto , e da questi se- gni certi inferire la proposizione dubbia ed oscura. Talora si rende all’ oratore proflitevole, prima di congetturare l’ evento , il dimostrare che l’a- zione e così onesta , così giusta , e di tale uti- lità , che si deve in ogni modo determinare , o che 1’ evento succeda , o che non succeda con prospera o con avversa fortuna , come sa- rebbe : per la patria si deve combattere , o che si vinca , o che si muoja. E per rendere il suo dire più atto a persuadere , potrà 1’ ora- xore rinvenire una condizione austera, tremen- da , e orribile, che in niun conto si può eleg- gere , e tuttavia una delle due dee eleggersi, o la cosa proposta , o la condizione ; e così se- guirà che l’uditore elegga la cosa e non la con- dizione. Per esempio, se uno vuol persuadere il perdono de’ nemici , e dice che devesi per- donare, che che ne avvenga alla riputazione umana , altrimenti ( ecco la condizione austera ) avrassi Dio Onnipotente per sempre nimico. Supposto .adunque, che i vendicativi non si fos- sero mossi a dar il perdono , nè per cagione del giusto , nè dell’ onesto , forse si muoveranuo per cagione dalla condizione austera. Quando gli uditori sono persuasi , che la cosa devesi eleg- gere per cagione d’ una condizione austera , tre- menda ed inseparabile , in tal caso congetturan- dosi poi l’ evento felice , la congettura oltre il credere diletta e piace. Stato Giaridiziale assoluto. Quanto si è detto in proposito di questo stalo, è sufficiente per sostenere una controversia ad esso spettante; si avverta intanto che 1’ oratore dovrà argomentare in esso dal dritto di natura, dal dritto pubblico , dalla consuetudine , dal- r equità, dal giudicato, e dal patto, serven- dosi degli stessi artifìzj della persona , della ca- gione , e del fatto ; le quali cose sarebbero no- iose a ripetersi. Stalo Giaridiziale assunlivo. Questo stato esser può o di comparazione, o di recriminazione , o di traslazione , o di conces- sione; quindi l'arfilìzio per poter confutare le scuse fondate sopra questi quattro diversi stali devesi attingere dalle congetture delle cagioni delle persone , de’ fatti , e da altre fonti che si offriranno all’ oratore per abbattere ogni pre- testo. Stato De£GiDÌtÌTo. Essendosi già fatta menzione di questo stato, qui altro non faremo , che additarne gli artifizj. Primo artifizio di deffinire e confermare la deffinizione. 11 primo artifizio di deffinire, è di deffinire dal iàllo precisamente , e non dalle circostanze. Per esempio, un capitano con minori forze as- sale il nemico , ed ottiene vittoria ; 1’ oratore, che prende le parti d’ accusatore non considera il fatto con la circostanza della vittoria , ma il fatto preciso d’aver assalito un nemico pifi forte, e dice ohe un capitano è stato temerario ; per- chè temerario è colui che assalisce un nemico più forte. Questa definizione la chiameremo di- minuta , perchè fondata- sul fatto , e non sulle circostanze. Per confermare simile deffinizione, conviene trovare la médesimezza ossia identità tra la cosa fatta, considerata secondo se stessa, e la stessa cosa fatta considerata con le circo- stanze : per e.sem[)io , il capitano che ha assa- lito il nemico con minori forze, ed ha ottenuto vittoria, è stato accusato per temerario, perchè temerario è colui che assalisce il nemico più forte. Con 1* artifizio fin ad ora dichiarato si risol- vono luti’ i p.aradossi , perchè dimostrando che da una diflìnizione sieguono gli stessi eiTctii , gli stessi conseguenti che sieguono dall’ altra, s’ inferisce subito , che una cosa lontana diventi prossima, e che l’azione incredibile, diventi verisimili. Cicerone, nella prima Filippica, di- mostra che tutt’ i cittadini , anzi tutt' i popo- lari possono dirsi Ottimati della città , e aef- finisce gli Ottimati dal fatto , cioè che gli Ot- timati sono quelli, i quali desiderano la pace e la quiete de’ cittadini. Secondo artifizio. L’ altro artifizio dì deffinire è deffinire dal fatto, e insieme dalle circostanze lasciate nella sua definizione da qualche altro oratore. Così invece di dire : Sacrilego è colui che ruba uii uomo in chiesa , dirà : Sacrilego è colui che ruba in chiesa cose sacre. E Cicerone nell’ orazione contro Pisone, vuol defilnire, che cosa sia Console, e lo dcffinisce primieramente dal fatto solo , secondo P opinione dell’avversario, e dice; Stimi tu che il consolato si contenga ne’ lit- tori , nella toga, e nella pretesta? Poi lo def- finisce dal fatto con tutte le sue circostanze , secondo l’ opinione propria , e dice che bisogna essere Console con 1’ animo e coi consiglio , con la fede , con la gravità , e finalmente con ogni uffizio , che convenga al consolato. Indi fa ve- dere da tutte le azioni di Pisone, che non fu Console , perchè non è la stessa cosa la deffi- nizione dei fatto solo , e del fatto con tutte le circostanze ; non è la stessa cosa avere la toga pretesta, e le guardie senz’ altra dote dell’ ani- mo , ad avere la toga , la pretesta , le guar- die con l’ animo , col consiglio con la fede , con la gravità con la vigilanza, con tutte le perfezioni di colui ch’esercita il consolato. Di- mostra adunque che la deffinizione del conso- lato dal fatto solo , qual è la deffinizione di Pisone, è falsa, ed è tnrpe, perchè deffinire il Consolo dalla toga , dalia pretesta , e dai littori , è lo stesso , come volere nella toga , nella pretesta , e ne' littori uniti P animo , il consiglio , la fede , la gravità , la vigilanza del Console , che è non solo falso , ma turpe, perchè in simili cose se consistesse l’ essere Con- solo , seguirebbe che i ladri ed i nemici po- trebbero dirsi Consoli , potendo le altre cose ri- trovarsi ne’ ladri e ne’ nemici. Uso delle controversie oratorie nelle orazioni esornative, ed accademiche. Orazioni esornative. Le orazioni esornative, che appartengono al genere dimostrativo, non di altro si costituti- scono , che di narrazioni e di amplificazioni ; poiché non si loda e non si biasima propriamente altra cosa, che l’azione derivante dalla virtù e dal vizio : conseguentemente ogni qualunque oratore , o sacro o profano , tanto nella lode, quanto nel biasimo , ha da narrar prima le azioni, e poi dev’entrare nelle loro amplifi- cazioni. La narrazione esser deve chiara , per- spicua, non <liminuta, non superflua, e sopra tutto verisimile , da cui 1’ uditore sia infor- mato perfettamente che Res sit. Onde pria d’ amplificare , e di far vedere la difficoltà del- 1’ azione , l’ oratore ha necessariamente da far precedere la perspicua narrazione di essa. Con- viene inoltre , che distribuisca la narrazione de’ fatti in modo, che dopo la narrazione d’un fatto, passi all’ amplificazione , e così prose- guendo , onde tutto il discorso sia distribuito , e compartito di narrazioni e di amplificazioni, consistendo il giudizio dell’ oratore nel narrare, e 1’ eloquenza nell’ amplificare. Tulle le cose poi, generalmente parlando; possono lodarsi dal - 1’ onestà , unica Ionie di tutte le lodi , come per lo contrario, possono vituperarsi dalla di- sonestà. Gli uomini posson lodarsi generalmente dalla nobiltà della loro anima , e dalla sor- prendente struttura del loro corpo. Se poi volesse pariicolarmente lodarsi qualche personaggio, in due maniere, far ciò si potrebbe o seguendo 1’ ordine artificiale , o il naturale. L’ artifizialc si ba quando riduconsi tutte le lodi d’ una persona a determinati capi. Que- st’ ordine nel descrivere le lodi di alcuno , è il migliore , e più proprio per un oratore , come quello nel quale può campeggiare l’ elo- quenza , ed è suscettibile di rillessioni brillan- ti. Ad oggetto però che quello che si dice sia proprio , e ben adattato , ed anche ben pro- vato , è necessario che l’oratore percorra bene la storia del personaggio che prende a lo- dare , sì per assumere quelle virtù nelle quali si è più segnalato e distinto il suo Eroe , come per procurarsi 1’ apparato de’ fatti da por- tare in comprova del suo assunto. E questo r ordine seguito da Cicerone prò lege Manilia nel descrivere le Iodi di Pompeo , che riduce tutte alla scienza militare, al valore, all’ au- torità , cd alla facilità. 11 naturale poi si ha quando descrivonsi le lodi di alcuno , seguendo la storia della sua vita. Acciocché però non degeneri in una sec- cantissima storia , bisogna avere l’ avvertenza di amplificare, di far delle digressioni. Ed af- finchè in questa seconda maniera andar possa con più ordine la cosa , è ben fatto dividere tutta la storia del personaggio che prendesi a lodare, in tre tempi, i. Avanti la nascita, a. Du- rante la vita , 3. Dopo la morte. Si avverta che in ciò l’oratore dev’ essere saga- ce , perchè incontrandosi nell’ Eroe delle cose che gli facciano poco onore, è d’ uopo o tacerle, o colorirle in modo che gli diano piuttosto lode, che biasimo. Nel tempo avanti la naseita eonsidcransi i portenti , la patria , i natali. Nel tempo della vita , le doti del corpo, come sanità, bellezza , forza, ricchezze , onori , cariche sosienute. Le doti dell animo conte la beneficenza, la giustizia , la religione , la fortezza. Nel momento della morte, il genere di morte, se placida , se dolce, se violente. Nel tempo dopo la morte, il pianto c ’l dolore de’ buoni , la felicità eterna che succede alla vita mortale , e tutto ciò che va in conto di virtù. Pe’ bruti , essi possono essere lodati per la grandezza , per la fortezza , per la fedeltà. , Le cose poi devono diversamente lodarsi, secondo la loro diversità. Abbiasi, per esempio, a lodare la religione. L’ artifizio a esporre e di ampli- ficare le qualità della religione in genere con- siste nel considerare il suo oggetto , ed ampli- ficarlo. L’ oggetto dunque della religione è Dio è tutto ciò che a Lui riferiscesi. Volendosi di- mostrare inoltre quanto più eccellente sia la nostra religione da quella de’ gentili, si esporrà che r oggetto della nostra è Dio , e gli og- getti delle altre sono le pietre , i genii ec. Oltre 1’ esporre l’oggetto, potrassi considerare la sua origine , cioè donde essa nacque , da’ quali po- poli fu coltivata, di quale virtù, di quale in- dole, di quale rettitudine , di quale fedeltà sicno stati coloro che hanno operato secondo i principi della religione. Come la religione regoli gli uomini per ordine a Dio , per or- dine alla società, per ordine a se stessi. Cer- care i conseguenti che derivano dalla religione, cioè la felicità , la gloria , c tutt’ i beni utili e giocondi. Cercare ancora che cosa sarebbono gli uomini senza religione , ({ual divario passerebbc fra essi e le fiere , quale trai boschi e le città popolate. Fatta così parola della religione in generale, ■può passarsi a lodarla in ispecie, mercè un fatto particolare. In questo poi considerisi la fonte delle circostanze, cioè cagioni, persone e fatti. Scelgasi, per esempio, il sacrifizio di Jefte. Dalla persona. Le qualità della figliuola , e quelle del padre , il che offre un campo vastissimo per argomentare ed amplificare nello stesso tempo. Dalla cagione. La fedeltà dovuta a Dio, mo- strandosi quanto essa abbia preponderato sulla tenerezza paterna. Dal fatto. Le lagrime del padre , le lagrime de’ circostanti, l’ apparato del sacrifizio , ed altre infinite cose, che 1’ oratore potrà scegliere per dar risalto al suo assunto. Ciò che si è detto della religione, può fa- cilmente aprire la strada a lodare le altre cose. E sicuramente per le cose viziose potrassi con eguale successo argomentare prima in genere, e poi in ispecie, e dalle persone , e dalla cagione e dal fatto. Uso della controversia congetturale , deffini- Uva nelle orazioni accademiche. Le orazioni accademiche servono per lodarsi le scienze, o per risolversi de’ problemi morali atti ad esercitare i giovani nel comporre. In queste orazioni , quando si propone la controversia , ossia il problema , senza dubbio 1’ assunto tanto dell’ uno, (Juanto dell’ altro ac- invenzione. cademico deve avere stato. Per esempio , si propone , se allo stato sieno utili o i capitani, o gli oratori ; questo è problema cbe contie- ne lo stato d’ ulta controversia , sopra cui l’uno* degli accademici sostiene , che i capitani sieno più utili, l’altro sostiene l’opposto, che sieno più utili gli oratori ; e questa controversia ha stato di qualità comparata, e per provarla de- vesi dall’ una e dall’ altra parte ricorrere al- 1’ utile. Ma tutta l’ utilità deve inferirsi da’luo- ghi dello statò congetturale, e dalle congetture. Quindi se una parte sostiene che 1’ utilità mag- giore derivi da’ capitani , deve ciò inferire dalle congetture prese dalle cagioni, dalle per- sone , e da’ fatti ; e quanto maggiori saran- no le congetture , tanto più renderassi ve- risimile che sieno ])iù utili i capitani , e cosi vadasi discorrendo, se si sosterrà dall’altra parte; di modo che tutta la materia dell’ utilità si prende dal genere deliberativo : ma tutto l’ar- tilizio d’ inferire la quistione di qualità dipende dallo stato congetturale, per mezzo di cui s’ inferisce o che i capitani , o che gli oratori sieno più utili. Succede alle volte, che nelle accademie, in cui si fanno discorsi sopra qualche parte della felicità, come sarebbe dell’ amicizia, della bel— le'i,za, dell’ avvenenza ec. si prendano assunti i quali hanno stato diffinitivo. Se l’oratore vorrà allora sostenere , che l’amicizia sia questa cosa e non quella, che la bellezza non sia cosa reale, ma opinativa ; in tal caso deve ricorrere agli artifizj insegnati nel capitolo dello stato dif— finitivo. Di ciò non istiamo a dare degli esempi!, essendosene a suo luogo soverchiamente discorso. Come ti lodino >le Scienze. • • Le scienze , o speculative o pratiche , lodatisi dagli oggetti e da’ loro principj, e secondo la preferenza degli oggetti e de’principj una scien- za è all’ altra preferita. Chi vuol sapere se la Giurisprudenza sia preferibile alle altre scien- ze, deve considerare se la giustizia eh’ è il suo oggetto sia preferiia a tutte le altre virtù. Nella scienza s[>ecuiativa puossi considerare la dignità dell’ oggetto secondo se stesso , I’ uti- lità e ’l bene che ne possono derivare , l’ uni- versalità, r indipendenza de’prim ipj. Nella scien- za pratica si considera, 'oltre la dignità dell’og- getto e la fermezza de’ principj, anche la di- rezione della virtù , per cui la volontà è di- retta all’ azione che si riferisce al proprio og- getto. Se un oratore, per esempio, voglia lodare le _ Matematiche, che formano una scienza spe- culativa , deve riflettere all’ oggetto, eh’ è la quantità; alla certezza de’ princi|)j , come sa- rebbe , che il tutto è maggiore della parte ; alla universalità, come da questa sieno dipcn- ' denti l’ astronomia , la musica , 1’ architettura ; alla utilità : ma non può già estendersi per ordi- ne alla direzione delia volontà , perchè di que- sta potenza essa non ha direzione alcuna. Per lo contrario , se un oratore voglia lo- dare la scienza cavalleresca, eh’ è scienza pra- tica , non solamente riQeiter deve all’ onore «h’è il suo oggetto; a’ principj , che sono quegli stes- si della civile e della morale; ed all’utile, cioè al benefìcio universale di tutte le città, di tutti i popoli , di tutte le nazioni , di tuitoi il mondo , da cui tolto 1’ onore nulla più è bastevole per la conservazione della perfetta so..- cietà umana : ma si ba stendere ancora alla direzione della volontà , in quanto che questa * scienza la dirige per via di giustizia , e di va- lore alle azioni convenevoli air oggetto suo, eh’ è r onore. La disposizione oratoria, secondo Cicerone, altro • non è, che un’ ordinata distribuzione delle cose trovate , o pure, secondo Gorniiicio , un certo ordine , il quale dimostra come debbano collocarsi le parti dell’orazione. £d in fatti, a che servirebbe 1’ aver rinvenuta, una quantità di ragioni per provare un assunto , se un or- dine non si desse a queste ragioni ? Qual ca- pitano non amerebbe meglio di avere un’armata non molto numerosa, ma bene ordinata e di- sposta , che d’ avere un esercito immenso di forti soldati composto, ma indisciplinato e senza ordine? Ora per una simigliante ragione torna meglio un’ orazione non tanto ricca d’ orna- menti e di prove, ma ordinatamente disposta , che un’assai copiosa ed elegante, ma distesa alla rinfusa , e senza la' convenevole distribu- zione. Ciò posto , è da sapersi che due sono le parti essenziali dell’ orazione, cioè proposizio- ne , e prova : ma siccome potrebbero gli udi- tori inmtidirsi nell’udire la nuda proposizione, e poi la prova , così è stato inventato il proe- mio , o sia l’ esordio. Inoltre poiché tutti non (i) jépla rerum inventarum in ordinem dislribu- n'o. — Cicer. de ìnvent. estano espugnali dalle prove per approvare , e che 1’ uomo è soggetto a passioni ; così per iscuolerle si è avuto ricorso alla perorazione', la quale chiamasi anche mozione degli affetti, ed in altri casi Epilogo, come a suo luogo ve- dremo. Circa la narrazione , nel genere giudi- ziario è sempre necessaria , ma nel deliberativo e nel dimostrativo non ha luogo. In conse- guenza diremo esser cinque le pani d’uua ora- zione, vale a dire, esordio, proposizione, nar- razione, prova ( detta ancora argomentazione, ed in questa parte è compresa similmente la confutazione , fa quale non è che una prova ) , epilogo , o pérorazione. Ma non tutte queste parli sono nocessarie in ogni orazione , dipen- dendo ciò dal genere in cui parla o scrive l’ora- tore , e dalla materia che ha per le mani. L’ esordio è quella parte dell’ orazione per la quale c’ introduciamo .id esporre qualche cosa, preparando con ciò l’ animo dell’ uqitore al resto del discorso , ed è perciò che i maestri dell’arte vogliono che 1’ esordio sia ingegnoso , modesto , corto, e ricavato dalla essenza dell’orazione. Si propone 1’ esordio tre lini , cioè la bene- volenza, l’attenzione e la docilità. Per conci- liarsi la benevolenza degli uditori è d’uopo che lor mostri 1’ oratore che il suo oggetto è inti- mamente ligato con gl’interessi loro : come, per esempio , un pubblico parlatore , che mostrasse a’ suoi concittadini il pericolo in cui trovasi la patria ; un oratore del pergamo , che intra- prendesse a dimostrare quanto la carità sia accet- ta a Dio , e finalmente tutt’ altra materia a cui partecipano i circostanlL Per destare l’ atten- zione può farsi qualche cenno dell’ imporuinza della dignità e della novità del soggetto^ dando qualche indizio della chiarezza e della preci- sione^ con cui vogliamo trattarlo, e della bre- vità in cui intendiamo di contenerci. Per ren- dere finalmente docili gli uditori o sia disposti a lasciarsi persuadere, converrà prima distrug- gere ogni prevenzione che possano aver con- cetta contro la causa o contro la parte che noi abbracciamo. Ma non in tutti gii esord^ è d’ uopo conciliarsi la benevolenza , 1’ atten- zione, e la docilità ; ciò dipende dui soggetto elle P oratore avrà per le mani. Sarà poi l’esordio ingegnoso quando farà co- noscere moderatamente il talento , il genio , il buon senso dell’ oratore , in modo , che faccia travedere ciò che debba seguire , e decida l’uditore ad ascoltare con attenzione. Sarà modesto se P oratore avrà l’ arte di non far campeggiare ad un tratto tutto il suo ta- lento , e tutta la sua dottrina ; dappoiché Pamor proprio degli ascoltanti è soggetto ad esser fe- rito, ed in conseguenza bisogna molta sagacilà per fare i primi passi senza dispiacere. Si distinguono due esordj , cioè generale ossia principio , c particolare ossia insinuazione. Il generale, dice Tullio, è quello in cui l’oratore chiaramente, e subito rende P uditore affezionato , docile, at- tento, e nel quale espone pienamente l’oggetto del suo discorso. Il particolare è quello in cui P oratóre con giri di parole , e dissimulata- mente procura d’ entrare nell’animo delPuditore; come fece Cicerone contro Rullo in pro- posito dalla le{>{>e Agraria. Traitavasi d’una legge proposta dal Tribuno Rullo, la quale favoriva il popolo, c pure Tullio usa tanto artifizio, impugnando questa legge, che strascina la mol- titudine, anche prima di addurre le prove per rigettarla. Negli esordj particolari comprendesi ancora l’esordio detto exabrupto , ed è quando r oratore essendo investito da un vivo dolore, da una grande gioja , o dallo sdegno violente, 0 da qualche cosa nuova che si presenti alla sua mente, al suo sguardo, ad un tratto prorompe con una invettiva, con una esclamazione, o con altra figura veemente , come fece Cicerone al- lorché stando in senato , e disponendosi a par- lare contro L. Catilina , entra colà Catilina. 1 senatori sono spaventati , l’oratore stesso trema dapprima; ma quindi investito dal furore, in- drizzàndo la parola al traditore, gli dice : Quo usque tandem , Catilina , abutere patientia nostra ? £ fino a quando o Catilina , abuse- rai tu della nostra sofferenza ? De’ luoghi , onde «i ricavano gli Esordj generali. Gli esordj generali si possono licavare da quattro luoghi, cioè 1 . Dall’ oratore. a. Dal cliente. 3. Dall’avversario. 4> Dalla stessa causa. Dall’ Oratore. Dimostrando essere tale il suo dovere , la sua gratitudine. Esponendo senza arroganza ed ostentazione quali sìeno sta.li i suoi uQizi verso lo stato. 5 . Protestando essersi mosso ad intraprendere la causa per vero zelo delia salute pubblica y e del bene comune (5). . 4. Dimostrandosi premuroso del bene degli uditori. 5. Esponendo i ptoprj incomodi^ cioè pover- tà , solitudine y miseria ( 4 )> б . Facendo valere le diOicoltà incontrate nell’assumere la causa. Implorando 1’ altrtii sovvenimcnto , con protestarsi y che ne’ giudici è- riposta tutta la nostra speranza > e che abbandonati da loro non sappiamo a chi far ricorso ( 6 j.. Dagli Avversar^. Procacciando contro gli avversar] 1* odio , il disprezzo , r invidia d^li uditori. Rendonsi poi odiosi gli avversar] , esponendo qual- che loro fatto , che sia ributtante , superbo , perfido , crudele , temerario , malizioso , scellerato. f i) Pro tirchia. 1) Pro Fiacco. Pro C. Rabisio. ^4) Pro Pub. Sylla. ( 5 ) Pro Pub. Quintio. (6Ì Pro Milone. (7) Pro Roscoo AruerirìO: Si rendono invidiati , esponendo la forza , la f iotenza , il rarlito , la ricchezza , la nobiltà , e aderenze, le protezioni, le amicizie ,le paren-^ tele , facendo vedere che gli avversarii assai pili confidano in queste coso , che nella ve- rità della causa. Si rendono finalmente spre- gevoli esponendo la loro pigrizia, negligenza, come anche un certo modo di vivere assai vile ed indegno. Dagli Uditori. 1. Commendando senza adulazione le cose da essi fatte con valore e sapere , con magnifi- cenza e mansuetudine (i). s. Amplificando i bcnelizj da loro ottenuti (i). 3 . Esponendo in quanta stima sieno presso la società , e come tutti sieno in aspettazione della loro rettitudine. Dalla Causa. Con rilevare dalla propria causa quello che v’ è d’ onesto e d’ utile , dimostrando all’ in- contro la causa dell' avversario del tutto iniqua, turpe , e sommamente pregiudizievole al bene pubblico. Oltre i luoghi surriferiti, awene degli altri, , i quali servono per formare gli csordj in que- ste tre circostanze di tempo. Quando di già la causa ha alienato dal» r oratore gli animi degli uditori. (ij Pro Quinùo, {Sì) Pro Milane, . ^5 a. Quando scorgesi , che gli uditori sono già stati persuasi dall’ oratore contrario , che ha fa- vellato in primo luogo. 5. Quando sono gli uditori già stanchi di f »ìù ascoltare. Nel primo caso per procacciarsi a loro benevolenza ed attenzione , si può ri- correre a’ seguenti luoghi. Se il pregiudizio della causa nasce dal fatto, si può far ricorso alla persona , la quale per essere stata per io passato di tanto giovamento alla Repubblica , non merita ora a essere ri- dotta a pericolo della vita. Se il pregiudizio nasce dalla persona , come avverreobe , se si pretendesse , che ad una persona vile si ergesse una statua , in tal caso potrebbe 1’ oratore in- sinuarsi negli animi degli uditori , rilevando la cosa , c dimostrandola di tal condizione , che porti di sua natura il non doversi avere riguardo alla vile condizione della persona , ma bensì alla grandezza del benefìzio per suo mezzo ot- tenuto. Quando finalmente 1’ orazione dell’ avversa- rio ha già retiduti persuasi gli uditori, e per tali cagioni sono con l’animo da noi alieni, devesi procacciare la benevolenza e l’attenzione. , 1 . Con promettere di voler rispondere esat- tamente a quell’ argomento su cui 1’ avversa- rio ha fondato la sua causa. a. Prevalendosi della dubitazione , e dicendo di non sapere a che appigliarsi , e ciò che ri- spondere. Quando gli uditori sono stanchi di più ascoltare , e sono per tal cagione non di- sposti ad udire il nostro discorso , farà l’ ora- tore ricorso a qualche apologo o favola per eccitare il riso. Artifizio di formare gli Esordj particolari. L’ esordio particolare da noi già defHnito , essendo stato da alcuni retori diviso in quat> Irò classi , cioè Insinuazione , Exabrupto , Di- retto, ed Indiretto; e trovando noi questa divisio- ne utilissima , per vie maggiormente spianare la strada a’ giovani compositori , a questa un poco ci arrestiamo. Dell’esordio per Insinuazione e di quello Exabrupto abbiamo già fatto cenno: quindi diremo qualche cosa degli altri due , e prima del Diretto. Dicesi esordio particolare Diretto quando ciò che in ispecie trattasi nella proposizione di as- sunto , in genere se ne discorre nell’ esordio : per esempio, avendo a lodarsi la castità di Su- sanna , nell’ esordio mi metto a- lodare la ca- stità in generale , oppure la virtù nella quale, come nel suo genere è compresa la castità. Di- cesi poi esordio particolare Indiretto , quando ciò che nel genere, assume l’oratore nella pro- posizione , in ispecie lo tratta nell’esordio: sic- ché avendo a discorrere sull’ amore della pa- tria, nell’ esordio si riferisse con arte oratoria il fatto di Muzio. Scevola , o di Orazio Coelite. Bisogna però por mente a ben congiungere il proemio con la proposizione , perchè da que- sta congiunzione dipende il maraviglioso effetto di questi esordj. E quando Cicerone biasima gli esordj separati , egli intende parlar di quelli che non sono con maestrìa uniti all’ assunto , ma non già di quelli , che qn.-mtnnque sepa- . 'j5 Tali, vengono dall’ oratoro uniti alla proposi - z one con feliciti ; e di questi secondi pirla con vantaggio Aàsiotile , adducendo 1’ esempio del- l’esordio d’ Isocrate nella orazione in lode di Et lena. 11 voler poi determinare quale esordio aver debba un’orazione del genere deliberativo, quale quella del giudiziale , e quale quella del di- ‘ mostraiivo , sarebbe lo stesso d’ inceppar la mente di colui che deve formarlo , onde lo lasciamo in piena libertà dell’ oratore , il quale dopo aver tracciatò il suo assunto , gìudicberà quale più gli convenga di dover porre in prin- cipio della sua orazione. Arte di formare gli Esordj preoccapando. L’oratore deve bene immaginare eguale sia l’o- pinione dell’uditorio, quale l’ opinione che ha della materia ; se pensi che sia ardua, non giu- sta , odiosa. Quale opinione del tempo , del luo- go, delle persone , se pensi che la materia sia da trattarsi in altro luogo , in altro tempo , o avanti ad altre persone. Quale opinione abbia di lui , che parla , se pensi eh’ egli non sia di quella età , di quella prudenza , di quel consiglio , di quella sapienza , che necessite- rebbe in colui che avesse a trattare e a discor- rere sopra siffatta materia. Preceduta 1’ opi- nione dell’ uditorio , bisogna colpirlo con qual- che forma di cominciare , mediante la quale esso conosca d’ essere stato prevenuto j il che farà che gli uditori rimangano tosto guadagnati dalla prudenza e dall’accortezza dell’oratore. Quando l’oratore si serve delle forme del preoc- cupare , può dimostrare qualche sua passione secondo che porta la qualità della' materia su cui discorre. Se la materia è ardua , odiosa , pregiudicata, potrà servirsi di quelle forme di preoccupare , che manifestino il suo timore , se' la materia sarà utile, grata, piacevole, potrà ser- virsi di quelle forme di dire, che manifestino la sua letizia. L’ artifizio del preoccupare serve dal princìpio del discorso sino alla fine , pei>> chè sempre fa bisogno in qualche luogo un pic- colo preambolo prima d’ entrare nel discorso Questa preoccupazione poi può aver luogo. 1 . Per passare con grazia da una considera- zione ad un’ altra ; а. Per togliere un pregiudizio; 3. Per togliere 1’ odiosità ; 4. Per dire qualche cosa strana ; б. Fingendo timore d’aver a espugnare le ra- gioni degli avversar]. Questo è quel grande artifizio col quale l’o- ratore tende insidie a’ suoi uditori , onde muo- verli secondo voglia. Da questo grande artifi- zio dipende il farsi conoscere uomo saggio e pru- dente , di buon costume, di buona indole. Precetti da osservarsi io ogni sorta d’ Esordio. Perchè un esordio qualunque sia fatto se- condo le regole dell’ arte oratoria bisogna por mente alle seguenti cose : 1 . Non dev’ essere 1’ Esordio volgare , e co- mune, vale a dire che sia cosi proprio ed unito con lutto il resto dell’ orazione , che non possa adattarsi ad altri; ed il miglior mezzo è di aver presente questo precetto di Cicerone : « Con- j) siderate tutte le cose , allora finalmente bi- J> sogna pensare a quello che deve prima dir- y> si , cioè di quale esordio debba servirini. E se Dli qualche volta hovoluto cercarlo a principio, » non mi si è presentato nulla' che non fosse » o esile, o frivole, o volgare ». 3 . Devesi usare nell’ esordio ogni accura- tezza nel dire , e le espressioni più ricercate <]ui hanno il loro luogo ; poiché essendo gli uditori in questo momento più disposti a cri- ticare , non potendosi ancora occupare del sog> getto , che punto non conoscono , la loro at- tenzione è tutta ri volta alio stile , ed alla ma- niera di dire. Adunque una corretta natura- lezza , una elegante semplicità , sono il con- venevole carattere di un esordio. 3 . Una moderata umiltà , la quale deve a principio mostrare 1 ’ oratore non solamente nel- r espressione, ma in tutte le sue maniere , negli sguardi, e nel tuono della voce. Ma questa umiltà non vuol essere bassezza cd abjezione ; poiché deve l’oratore accoppiare all’ umiltà una certa dignità procedente dalla persuasione, della giu- , stizia ed importanza del soggetto che è per trattare. In qualche circostanza potrà prorom- pere con un tuono alto ed ardito, come quando si levi a difendere una causa già molto scre- ditata nel pubblico , dove un cominciamento troppo modesto potrebbe prendersi come con- fessione di colpa. Con 1’ ardimento , o con la robustezza dell’esordio dev’egli allora sforzarsi d’ arrestare la taccia che ha contro di se , e rimuovere le prevenzioni , affrontandole senza timore. 4 . Comùnemente però 1’ esordio vuol es- essere condotto in una maniera placida , e pa- rata, e ben di rado la veemenza e la passione vi può aver luogo , eccetto se il soggetto sia tale , che il ricordarla solamente desti qualche gagliardo loovinieiiio ed aSetto , e I’ ioaspel- tata presenza di qualche persona , o di qual- che cosa faccia prorompere 1' oratore in una invettiva , come si disse per 1’ Exabrupto. 6. Non devesi introdurre nello esordio veruna parte sostanziale del soggetto ; alirimcnii ver- rebbe a trattarsi un argomento due volte. 6. Finalmente , vogliono essere gli esordj pro- porzionati all’orazione, e non farsi che ad una statuetta mettasi una grossa testa, che ne op- prima il busto. i." Modo di formare l’Esordio. Ermogene dice , che tre partì principali aver deve 1’ esordio , cioè la proposizione , fa quale è come la base del proemio^ l’assunzione, ossia Teddizione , con- cui 1’ oratore in virtù della prima proposizione , ne ripiglia e ne assume un’ altra ; e l’esito, che è una conclusione , mediante la quale il proemio si unisce al- 1’ assunto principale dell’orazione. Alla propo- sizione , ed all’ assunzione si può aggiungere la loro ragione , ma le parti principali sono le tre accennate. Esempio (Boccaccio). Ogni vizio può in gravissima noja tornare di colui che 1’ usa ; e molte volte d’ altrui : E‘ tra gli altri , che con più abbandonate redini ne trasporta ne’ nostri pericoli , mi pare che l’ ira sia quello. La quale ni un’ altra cosa è, che un movi- mento subito ed inconsiderato , da sentita tri- stizia sospinto , il quale ogni ragione cacciata , INVENZIONE. e glij occhi della meme avendo di tenebre of- fuscali , in ferventissimo furore accende l’anima nostra ec. ec. ec. Acciocché da quella con più forte petto ci guardiamo , il caso di tre giovani , e di al- trettante donne, per l’ira a’ una di loro di- venuto infelicissimo , intendo di mostrarvi. 2 .° Modo. Considerala , e riflettuta la proposizione del- la quale 1’ oratore far deve la sua orazione, ne caverà ia ragione , formandone lEniime- ma , facendo andare avanti 1' antecedente , e dopo la sua prova con qualche illustrazione , se vi cadrà a proposito ; e dopo conchiudendo col conseguente , che conterrà la proposizione dell’ orazione. Alle volte 1’ oratore fa seguire alla proposizione certe proprie digressioni; il che e molto lodevole, facendo semprepiù cam- peggiare 1’ eloquenza. £ finalmente potrebbe anche farsi 1’ esordio in un Sillogismo Ora- torio. Articoi. 0 IlL Della Proposizione. La proposizione è quella nella quale 1’ ora- tore assume qualche cosa da provare, ed è quella in cui tanquam in cardine tota vertitur ora- tib. Va essa dopo l’esordio, e talvolta nelle cause fornite di narrazione dopo di questa , ac- ciocché meglio si vegga quello che cade in quistione , e che si assume a provare. La pro- posizione vuol essere espressa in poche e semplici parole, senza la minima afTcttazione , con una certa aria di novità , la quale ecciti negli ascoltanti sospensione di animo , e curiosità di vedere , come 1’ oratore riuscirà a dimostrare il suo proposto assunto. Due specie di proposizioni vi sono cioè la semplice , e la distributa , ovvero composta. La semplice è quella , che propone una soia cosa , come quella di Cicerone prò rege De- jotaro'. a. Is igiiur modo a te pericolo liberatus, » sed etiam bonorc amplissimo ornalus arguiiur 3) domi te suae interliccre voluisse: quod tu nisi y> eum fedriosissimum iudicas , suspicari profecto 3) non potes ». Questi adunque che tu hai libe- rato da’ gravi perìcoli, e fornito di estesissimi onori, viene accusato d’aver attentato alla tua vita in sua magione , e perciò se non lo sti- mi folle, al certo non potrai dubitare della sua fede. — La proposizione composta è quella , che divide tutta la cosa in due o tre parti , secondo che si crederà necessario ; le quali parti for- meranno altrettanti punti particolari dell’ ora- zione , i quali richieggono ognuno una prova particolare , come quest’ altra dello stesso Ci- cerone pe ’l poeta Archia: E ingiusto di ne- garsi il diritto di cittadino Romano; 1. Perchè è realmente citudino Romano ; a Perchè se non lo fosse, il meriterebbe. Bisogna poi osservare nella proposizione : . 1. Che le varie parti in cui dividesi il sog- getto , debbano essere realmente distinte fra lo- ro , sicché r una non sia nell’ altra compresa. a. Nella divisione deve proccurarsi di seguire r ordine naturale, incominciando da’ punti più facili, e quindi discendere a quelli più intrU gali , che sono appoggiali su’ primi. DISPOSrzrONE. 8 v 3. 1 varj membri dalla divisione dovranno riem- pire tutto il so;,'getto , altrimenti la divisione sarà imperfetia. 4 . Fuggasi la troppa moltiplicità de’ punti. Due o tre bastano , altrimenti faticoso riuscirà all’ oratore di dimostrare moltissime parti , e penoso sarà all’ uditore di ascoltarl e e ritenerle. ArticoIìO IV. Della Narrazione. La Narrazione è 1’ esposizione d’ un fatto qua- lunque , e potrà aver luogo in ogni sorte di orazione ; poiché in ognuna occorre di descri- vere de’ falli; ma è necessaria specialmente nel genere giudiziale, essendone una parte rilevan- tissima insieme e difficilissima J^er più riguar- di. L’ oratore deve dire il vero , ma nello stesso tempo non cose che pregiudichino la sua cau- sa, essendo i fatti ch’ei riferisce la base di tutta la sua futura argomentazione : e perciò il rac- contare le cose , che sieno strettamente ne’ li- mili della verità, presentale co’ colori più favo- revoli alla propria causa , mettendo in luce ogni vantaggiosa circostanza , e temperando ed inde- bolendo le contrarie ; richiede non poca dose di sagacità e destrezza. La narrazione può es- sere o intercisa , o continua, secondo che rac- contasi un fatto con digressioni, riflessioni mo- rali inerenti al soggetto , o pure senza queste cose. Essa poi esige Chiarezza , Distinzione , Pro- babilità e Concisione. Si avrà la chiarezza e la distinzione facendo particolare attenzione alle persone, a’ tempi, ai DISPOSIZIONE. ]uogliì , e ad ogni altra rilevante drcostaneadel fallo rlie si racconta. Si avrà la probabilità , mostrando nel carat- tere delle persone di cui si parla , che le azioni loro soli procedute da motivi naturali , e fa- cilmente credibili. . Si avrà la concisione , quando si lasciano da parte le circostanze superflue , ritenendo le sole importanti. ^el genere dimostrativo poi è da sapersi, che la narrazione non si fa tutta in una volta , ma sparti lamenle , altrimenti non sarebbe discorso, ma storia. Conviene adunque, che 1’ oratore sotto bella e plausibile idea distribuisca i fatti della per- sona ch’egli vuol lodare o biasimare, che li vada amplificando in maniera, ebe ne risulti la lode, o il biasimo. Quindi è che nel genere dimo- strativo la narrazione è l’unica prova , e l’ am- plificazione serve a darle risalto. Ricordisi ezian- dio , che le narrazioni di cjuesto genere poggiate sono sulle persone , sulle cagioni e su fatti, onde conviene far rilevare alcuni particolari, che dar possono risalto allo assunto. Si consulti Cicerone nella settima Verrina quando narra il supplicio di Gavio Cosano , e veggasi con quale maestria questo insigne oratore fa rilevare tutte le circostanze , con quale artifizio fa giungere l’esito d’un racconto nuovo ed inaspettato. Digitized by Googic Parte II. — disposiziomb. 85 A B TICOliO V. Della Prova y o Argomentazione (i). Cicerone definisce la Prova rationem , quae rei diibiae faciat Jidem: la manifestazione della cosa dubbia per mezzo di una certa. Per esempio , Davidde è padre , dunqne noa vorri , che Assalonne suo figliuolo sia ucci- so ; questa è ima prova, perchè la cosa dub- bia , cioè se Davidde voglia che Assalonne rubcllo sia, o non sia ucciso , si manifesta da cosa certa, cioè dall’ esser padre. Questa prova si manifesta per mezzo degli argomenti tratti da’ luoghi generali , da’ luoghi di Comparazio- ne , e dalle circosunze di persona , cagione e fatto , come da noi già si è accennato nelle Controversie. Quindi, per procedere con esattezza l’ orato- re considerata bene la proposizione , vedrà a quale facoltà appartenga , se al diritto natu- rale , se al civile, se al canonico, se alla po- litica . e quali sieno le controversie che deve porre in campo. Dopo questo apparato , disporrà le sue ra- gioni nel modo che crede il più confacente, dividendo le forti e convincenti dalle deboli e piccole. Quintiliano insegna una maniera di distribuire le prove , da lui detta economica, ed è quando 1’ oratore avendo qualche par- ticolare riguardo agli uditori , dispone F o-* (i) Per argomento s’iotende una dimostrazione. Qne. sto vocabolo deriva da Arguo che significa dimostro. DIsrOSraTONE. razione in modo , che possa ad essi piacere ; onde talvolta tornerà bene il cominciare, o il finire con qualche ragione per altro di non molta forza , ma che per conto della patria , dello stalo , degli uditori , di qualche celebre avvenimento, o di altra circostanza, sia per essere da essi gradila. E que.sia disposizione totalmente dalla prudenza dell’ Oratore di- l ArticoIìO VL Esposizione degli Argomenti , ovvero Con- fermazione. Non basta trovare gli argomenti opportuni , e disporli nell’ordine più acconcio; ma è d’uopo che sieno esposti in modo , che abbiano nell’ a- nimo degli uditori tutta la loro forza , e chiamasi esposizione degli argomenti o delle prove. I Dialettici hanno inventato otto maniere di esporre gli argomenti , cioè Sillogismo Entimema Epicherema Dilemma Sorile Prosillogismo Induzione Esempio. Ma al parere di Aristotile, la confermazione esser deve varia, ed adattata al genere delle cause. Nel dimostrativo bisognano qualche volta i DISPOSIZIONE. 8& siila^isini e {{U eatimemi , per lo lare o bia- simare, ma la priatiipal cura essere di es- porre , e mettere sotto gli occhi le azioni del sof^getto con l’ ampliQeaaione. Nel genere de- liberativo gli entimemi, che hanno per ante- cedente un esempio, sono molta al caso per in- durre gli animi. Il genere giudiziale poi esige entimemi , perchè in esso trattasi di provare concludememcnie l'asiunto. Anzi qualche volta per incalzar maggior niente la prova, potrà 1 o- ratore , come di passaggio , servirsi del sillo- gismo, e della indiiaione. E però da usare, dice il principe de’ Peripatetici , moderazione negli entimemi, cioè non debbonsi raunare tutti in un luogo, altrimenti per la loro moltitudine s’ impediscono fra loro , cioè non fanno il loro spicco , e lo stile non riesce oratorio , ma mi- nuto e scolastico. Conviene adunque fra gli en- timemi frammischiare altre cose , le quali ab- biano dell’ oratorio. Ciò posto , fissando il nostro sguardo sull’ en- timema, sull’esempio e sull’amplificazione , di questi prendiamo a discorrere , essendo essi gli strumenti più comuni cui gli oratori si ser- vono por esporre le loro prove. E finalmente prima di terminare P esposizione de’ precetti da seguirsi nell’argomentazione , noi faremo cenno del ripulimento , e della illustrazione , ondo abbiansi sotto P occhio i varii materiali di cni- potrà servirsi 1’ oratore nel trattare un argo- mento. DISPOSIZIONE. Ahticodo vii. ' DeU uso deir Entimema. . U oratore può servirsi dell’ Eniiinema in due maniere; o naturalmente, o alteratamente. Con maniera naturale , se la precedere 1’ antece- dente , inferendone di poi il conseguente; come sarebbe , Clodio fu insidiatore : dunque fu giu- stamente ucciso. Con maniera alterata , se fu f (recedere la conclusione , soggiungendo di poi ’ antecedente ; come sarebbe, Cilodio è stato giu- stamcnse ucciso , perchè insidiatore. L’oratore, a differenza del filosofo , si serve delle maniere alterate , primo perchè per mezzo di esse tiirne l’arte più ascosa; secondo, perchè gli entimemi alterati hanno forza maggiore di muovere gli affetti, per la ragione, che la conclusione posta subito in principio , dà maggior vivezza e mag- gior energia al discorso. Quell’ udir subito: Clo- dio è stato giustamente ucciso , mette in at- tenzione 1’ uditore d’ intendere 1’ antecedente da cui s’ inferisce. In tre circostanze di tempo si usa r Entimema : primieramente per istahi'- lire la pro|)osizioiie in modo , che l’ orazione fondata sull’ argomentazione entimematica abbia molo progressivo; secondariamente deve l’ora- tore servirsi dell’ Entimema ; quando l’orazione è talmente sensibile , che pare che per la trop- f )a sensibilità sia vile e bassa ; quindi sebbene a specie sensibile sia sempremai più applau- dita dell’ arie, ad ogni modo in quelle circo- stanze , nelle quali 1’ oratore si accorge d’ es- sere troppo sensibile , deve sollevare la sua ora- zione con 1’ uso dell’ Entimema ; che vale a dire . 8,f con r USO dell’ esempio deve valersi delle ra- gioni e delle congetture* Ultimamente l’ora- tore può servirsi dell’ Entimema , quando gli cale che 1’ uditore non prenda tempo a risol- vere , perchè P Entimema è un parlar corto , che viene alle strette , e che mette 1’ uditore in uno stato quasi di violenza , per la forma del dire. Articolo Vili. Deir uso detr Esempio. Può 1’ oratore in due maniere servirsi dell’ & sempio , cioè o per confermare le ragioni, o per illustrarle. Quando l’oratore servesi dell’Elsem- pioper confermare le proposizioni, deve disporlo nelP orazione entimematicamente con la forma dell’ induzione , mettendo molti esempii , che servono d’ antecedente, per inferirne la conclu-. sione , come fa Cicerone nell’ orazione Pro Mil- ione. Egli vuol confermare questa conclusione, che sia lecito uccidere un uomo scellerato , e porta r esempio di Servilio e di Pubblio Mas- sica , di Caio Mario , ed il suo stesso , coi quali esempi fa vedere non essere cosa ingiu- sta 1’ uccidere uno scelleraito; e un siffatto modo d’ argomentare chiamasi da’ Dialettici a par- iibus sufficienter enumeratis. Quando poi l’O- ratore si serve dell’ esempio per illustrare e ripulire qualche proposizione , allora dove di- sporlo senza forma enlimematica, e piuttosto nar- rando, che provando ; cioè in modo , in cui pre- ceda la narrazione dell’ esempio e di poi segna l’applicazione della proposizione, la quale da quel* r esempio che precede, ed in cui essa si .contiene, viene illustrata; ed in questo caso l’ esem- pio più proprio per illustrare, e rendere sen- sibile la proporzione, è 1’ esempio finto , cioè o la similitudine o 1’ apologo , non negando però che anche i’ esempio vero non sia a ciò valevole. Notisi che quando 1’ Oratore si serve dell’e- sempio , o sìa ]ier confermare , o sia per il- lustrare , ha sempre campo di passare alle ar- gomentazioni a minori ad minus, a majori ad minus , a pari, a contrariis , come si è già spiegato. ArticoIìO IX. DelV Amplificazione, e suo uso. L’Amplificazione può(i)prendersi in due modi, o formalmente , o materialmente : amplificazione formale, che i Retori chiamano delle cose, si trae da’ luoghi onde prendonsi le prove, ed è quella per cui il discorso riceve maggior vigore tanto nel persuadere , che nel muovere. L’ amplifi- cazione materiale , o sia delle sole parole, si trae, dalle figure , ed è quella per cui il di- scorso riceve maggior vaghezza. Le figure che campeggiar vi deggiono sono la Metafora, Rlper- hole , r Antonomasia, la Ripetizione , la Peri- frasi, e la Sinonimia. Di questo genere è quella di Cicerone nell’ orazione per Ligario : enim , Tubero , dislriclus ille tuus in acie Pharsalica gladius agebat ? cujus latus ille (i) Gntvior quaedam affirmatio quae mola ani- moTurn conciliai in dicendo fidem. Cic. DISPOSIZIONE, 89 mucro petehat ? qui sensus erat armorum iuo- rum'ì quae tua mensl oculi'ì manuel ardor animi ? quid cupitbas ? quid opiabas ? Che faceva, o Tuherone , quella tua spada impu- gnata nella battaglia farsalica V II fianco di chi ricercava quella punta ? quale era l’ intenzione delle tue armi? quale la tua mente? gli occhi? le mani? l’ ardor dell’animo? che bramavi? che desideravi ? L’ una e l’ altra amplificazione; ma principalmente quella delle cose , si può prendere in due altre maniere , o per una esten- sione di prova, o per una esagerazione della cosa provala. L’amplificazione che serve principalmente ad estendere le prove, è ordinata quasi più a far fède, che a muovere. L’ amplificazione che serve ad esagerare sopra la cosa, è quella che usasi nelle Narrazioni , per cui l’oratore intende di muovere gli affetti , e negli epiloghi delle prove, e principalmente in quella di tutta 1’ orazione dove suol essere il trionfo degli afietti stessi. L’ amplificazione, allorché serve per estendere la pruova , si fa con una forma contenziosa ; ma quando serve per esagerare, e per recar ma- raviglia agli uditori della cosa provala, allora si suol mettere sotto una forma lontana affatto dal contenzioso ; e quantunque 1’ oratore si di- stingua mai sempre dal filosofo appunto dal- l’ amplificare l’argomento, dal dilatarlo; ad ogni modo , quando prova , non discostasi tanto dal filosofo , come quando esagera : quindi nel Proemio , nelle Narrazioni , nelle Perorazioni , dove 1’ ampIifie.azione serve a recar maraviglia, e far vedere quam niaffna res sii , 1’ oratore è affatto distinto dal filosofo , il quale non si serve nè di Proemj, nè di Narrazioni, nè di Pe- go DISPOSIZIONE. rorazioni. Parlando dell’ amplificazione formale, varj sono gli artifizj. 11 primo prendesi dalle circostanze , e consiste neli’unire più circostanze insieme, perchè' da una circostanza sola si forma la prova ^ ma se alia prima circostanza si aggiunge un’ altra, ed alla seconda la terza ec. ogni circostanza 'aggiunta servirà per amplifi- care. Per esempio, se Tullio avesse detto: Quem jure non est ausus , hunc injuria potuit oc- cidere. Da questa sola circostanza avrebbe in- ferita la conclusione ; ma perchè ha detto , quem jure , quem loco , quem impune non est ausua , hunc injuria , iniquo loco , periculo capitis non dubitavit occiderel Questo aver aggiunto alla prima altre cir- costanze, è stato un amplificare. Il secondo artifizio si prende dalle comparazio- ni, e consiste nel comparare le circostanze della cosa comparata, con le circostanze della prò- posizione di cui si discorre. Per esempio, Cice- rone nell’ orazione cantra Pisonem fa la com- parazione tra il consolato di Pisene, c’I suo, e dice: Pisene fu fatto console , ma in qual tempo ? impeditis Reipublicae temporibus. Con quale unione di voli? dissidentihus Cons. Cae- aare et Bibulo ( ne’ tempi lorb'di della Re- pubblica ) ( allorché discordavano i consoli Ce- sare , e Bibolo ) ; ma io fui fatto in tempo congruo , non prius tabula , quam voce. Fui fatto console ce’voti di tutta l’Italia, di tutti gli ordini, di tutta la città. Il terzo artifizio consiste nel dividere un qualche tutto nelle sue parti , come sopra nel apportato esempio. Tullio poteva dire che tutti lo elessero console ; ma egli divide quella voce tutti nelle sue psrti , e dice : Me cuncta Jta-  /{(I, me omnea or dine à , me universa chi taa priorem consulum declaravit, L’ uso dell’ amplificazione può aver luogo ri- spetto alla parte più propria dell’ orazione. Circa la prova , deve amplificarsi quella cbe diccsi principale , e che serve alla fine del discorso , non |)retendendosi però che non dchhansi am- plilìcare le altre. Circa il tempo , deve amplifi- carsi la cosa dopo che è provata , e sarebbe ridicolo 1’ amplificare una prova che anche fosse posta in dubbio. Intorno al luogo dell’orazione deve amplificarsi precipuamente la Perorazione ; essendo questa la parte propria in cui trionfar deve 1’ Amplifi- Del Ripulimento. Il Ripulimento è quello in cui l’oratore non si avanza punto nella sua orazione , ma si sta fermo in una cosa , 1’ orna , la ripulisce , e la spiega. Questo ripulimento non ha luogo determi- nato nell’ orazione , ma entra negli entimemi , e può farsi in qualunque parte del discorso ; sin- golarmente in quella cosa , dice Coruificio , la quale preme all’ oratore , che resti bene im- pressa nell’ animo degli uditori. Il modo più ovvio di fare il ripulimento ’ è il. ripetere la stessa cosa in varie maniere ; così presso il Boc- caccio, Tito acceso di Sofronia , seco discorre: Cile dunque ami ? Dove ti lasci trasportare dal- 1’ ingannevole amore? Dove dulia lusinghevole speranza ? Apri gli occhi dello ’ntelletto , e te medesimo , 0 misero , riconosci. Dà luogo alla ragione , raffrena il concupiscibile appetito, tem- pera i desideri non sani , e ad altro dirizza ì tuoi pensieri; contrasta in questo momento alla tua libidine , e vinci te medesimo mentrccliè tu bai tempo. Ma per far illustrare il ripulimcnto con- vien ricorrere alle figure , e singolarnjcnte alle interrogazioni, ai dialoglietti , alle ripetizioni , alle antitesi , alle ipotesi, e a qualunque al- tro modo d’ esporre una cosa , che la renda vi- vamente quasi presente, e .sotto gii occhi del— r uditore. Ecco altri esempj. Che se parrà 'che tu, che giudice sei , non porga il tuo patro- cinio contro la potenza ed i favori , a coloro che di favori e di forze abbandonati si trovano ; e se presso di questo consiglio si misurerà la causa dal potere che altri hanno , e non dal- 1’ onestà eVessa contiene ec. (i) Ma se altro in ciò non si tratta, se non che ninna cosa manchi a coloro , a’ quali ninna cosa è bastevole : se ora di altro non si contende , se non che per colmo di questa opima e no- bilissima preda , s’ aggiunga la cond.mnagione del medesimo Sesto Koscio (a). Che tratta ora Sesto Nevio ? Di che cosa è la controversia ? Che giudizio è questo nel quale sono due anni già che dimoriamo ? Di che negozio si agita, in cui egli affatica tanti e si segnalati uomini? (3) fi) Pro P. Quinciio. (a) Pro R. jimerino,  Pro P. Quinclio. DISPOSIZIONE. Dalle Illustrazioni. Le Illustrazioni altro non sono che un ador- namento , che si dà alle prove , o sia agli ar- gomenti. Può un argomento essere illustrato in varie maniere: 1.” Con l’ induzione, la quale si ha (quando, per rendere vieppiù sensibile la prova, si ag- giungono due,o più fatti adattali, presi dal fondo della storia sacra o profana. > S2.“ Co’ paragoni , i quali sono o di Simili- tudine , o di Uissimiliiudine. . I riguardi che aver si debbono nella simi- litudine sono : 1. Che si prenda da cose note, e non già troppo recondite; 2. Che sia bene adattata alla cosa ; 3 . Che convenga con la qua- lità delle persone. Per la Dissimilitudine, questa di Ovidio, nella quale- paragona se stesso ad Ulisse , in ciò eh’ e- rano differenti , per far rilevare più chiaramente la grandezza de^ suoi mali , è suiHcientissima a darne un’ idea. file habuit fidamque manum , sociosque Ji- deles : Me profugum comite s deseruere mei : Ille sUam laetus patriam , victorque pete- bat : patria fugio vie tua ^ et exul'ego. llli corpus erat durum patìensque laborum : Invalidae vires , ingeniumque mihi. Ille erat assidue saevis agitatus in armisi uissuetus studiis mollihus ipse fui. 5.° .Con gli apologi , i quali sono racconti l StSFOSIZIONE. g4  — di cose, che afiutto esser non possono, come quelli di Fedro e di Esopo ; ma di cui gli oratori valgonsi per allettare e persuadere gli uditori. 4 “ Con le parabole , o sia racconti di cose, che non furono , ma che poterono , o potreb- bero essere. 5 . ° Con le favole, che sono que’racconti il cui principio è vero, ma la fine falsa. 6. “ Co’tesù de’ grandi scrittori ; ed il loro uso è si frequente , che appena trovasi proposizio- ne, la* quale non ne sia abbastanza fornita. 7. ® Cou le sentenze , ossia riflessioni morali, che si cavano dalla considerazione di varj og- getti particolari. 8. ' Con gli adagi , o sia que’ detti volgari , che contengono qualche concetto utile alla vita. Articolo XII. J)ella Confutazione. Cicerone delHnisce la Confutazione, esser quella con la quale , argomentando , si scioglie , s’in- deboljsoe , e si toglie via la confermazione degli avversar}. Grand’ e l’utilità che reca agli ora- tori il saper confutare ; ma grande e somma di (licolta s incontra nel farla acconciamente e cou forza. Il suo luogo nell’ orazione non è stabilito ; ma ordinariamente nelle accuse siegue la Con- fermazione , e nelle difese la precede. Ma l’o- ratore la fara dove la crederà più necessaria. . In fatti Cicerone prò Milane , dopo 1 ’ esor- dio, pianta l’ argomento teoretico : Esser lecito uccidere 1 insidiatore j e ciò per togliere sul ■' i  Lei principio dal cuor de’ giudici la massima ' tanto promossa da'* contrarj , che non doveva vivere chi confessava d’aver ucciso un uomo. Tre sono pertanto i modi per confutare : l’u- no è per via di riprensione, l’altro è per via di contenzione, e’I terzo per via di simulazio- ne. La Riprensione è specie di confutazione, per mezzo della quale si mostra , che la proposi- zione dell’ avversario non è universalmente vera, o secondo qualche sua parte non è vera. Per esempio, nell’orazione prò Roselo Amarino, Eru- zio vuol dimostrare , che Roscio fosse odialo dal padre, e porta per sua prova l’averlo il padre sempremai tenuto in villa. Cicerone ri- prende la proposizione , e dimostra non essere universalmente vero , che il mantenersi un fi- gliuolo in villa sia segno d’odio paterno. La Contenzione è specie di conlutazìone, per mezzo della quale non si dimostra che la pro- posizione dell‘ avversario sia falsa , ma solamen- te che la nostra sia più probabile; quindi il contendere non è altro , che dimostrare più ve- risimile e più probabile la nostra proposizione, che quella dell’ avversario ; e questo si fa (con aggiungere ad una ragione altre ragioni , ad un esempio altri esempi , di modo che il conten- dere non consiste in altro se non che nell’ ag- giungere ad una ragione , ad un esempio , con cui si è ripresa la proposizione dell’avversa rio, più ragioni e più esempi , come nella citata orazione fa Tullio , il quale dalla qualità delle possessioni date a coltivare al figliuolo, ripren- de la proposizione dell’ avversario , e fa vedere che 1’ averlo destinato alla coltura de’carapi, non fu per odio , ma per amore. Ad una tale congettura altre ne aggiunge, prese dall’amore DISPOSIZIONE. del padre , il eguale , mentre era in vita , la» sciava a suo ligliuolo libere le rendite d’ al- cune possessioni ; dal costume che in que’tem- pi correva , mentre i padri di famiglia erano solili d’ impiegare nell’ agricoltura i figliuoli loro più amati : e ciò chiamasi contendere, perchè è un far vedere più verisimile che oesto Roscio fosse dal padre amato , che odiato. La Dissimulazione è specie di confutazione per mezzo della quale nè si contende che una proposizione sia più vcrisimile dell’ altra , nè si riprende che la proposizione dell’ avver- sario non sia universalmente vera ; solo si dis- simula , si sfugge , si scansa la difficoltà : ma le maniere di sfuggire la difficoltà e gli ar- gomenti degli avvcrs irj sono senza numero , e r invenzione di essi dipende più dal giudi- zio dell’oratore , che da’ luoghi additati a que- sto proposilo da’ vani retori. Avvertasi che sebbene non possa chiamarsi vera confutazione quella , nella quale non si scioglie la difficoltà, ma si dissimula , con tutto ciò sarà mai sempre da perfetto oratore il sa- perla sfuggire , massimamente quando o la dif- ficoltà lo dovesse far dare nelle acutezze e nelle sottigliezze , o quando fosse indissolubile di sua natura perchè 1’ oratore cercar deve di vin- cere gli uditori in tutte le maniere , in cui è possibile di riportar vittoria; e giacché non si può riportar vittoria d’ un argomento che non si può sciorre col discioglimcnto reale, si ha da cercare di riportarla con lo scioglimento apparente, quale è quello appunto del dissi- mularla e dello sfuggirla. Oltre i hnqui spiegati artifìzj di confutare , DISPOSIZIONE.  i retori ne insegnano un altro, che consiste nel- lo sciorre tutte le opposizioni , ricorrendo alla divisione, la quale mette subito sotto gli 00 chi , quale delie due parti sia vera, quale falsa, quale verisiraile, quale più verisimile. Occorre talvolta finalmente, che rigettar deh-, basi qualche motto acuto e pungente. In tale circostanza una lunga e ben ridettuta rispo- sta riesce fredda e di nessun effetto. 11 solo mezzo di bene uscirne si è di ricorrere a’motti acuti. Così Cicerone , quando di cendogli Or- tensio neU’orazione perVerre: Ciceronis aenig- mata non infelligo j tosto rispose: Aiqui de- bea cum aphingem domi habeaa\ alludendo ad una sfinge di bronzo di gran valore , che aveva ricevuta da Verre. Articolo XIIlI. Perorazione. Due sono le parti della Perorazione , 1’ una chiamasi enumerazione , epilogo , o sia repli- cazione de’ capi principali di tutti gli argo- menti addotti nella prova e nella confuta-r zione ; e 1’ altra chiamasi mozione degli affetti. Noi adunque ci occupereino prima della se- conda parte , il che ci darà agio di fare un cenno sulle passioni oratorie ; e poscia della I irima , e così porremo fine a quanto possa 'oratoria disposizione. Delle passioni oratorie. Indarno alcuni troppo austeri metafisici si sono fatti a condannare F uso delle passioni 7 Digitized by Googl g8' msrosTXiose. nell’ eloquenta. È necessario prendere gli no- mini come sono, e non quali esser dovrebbe- ro. Che la Glosofia li guidi al punto d’ amare la verità per sè stessa, e senza nuli altro m’ teresse, ed allora l’eloquenza non avrà piu ricorso alle passioni. Ma intanto essa fara bene di seguir sempre lo stesso piano, armando in favore della virtù, quanto avvi nell’ uomo per mantenere e vendicare la virtù. Le passioni sono un istrumento pericoloso , quando “on ® dalla ragione governalo ; ma è molto piu elti- cace della stessa ragione quando accompagna e serve essa ragione. Per le passioni 1 eloquenza trionfa, e regna ne’ cuori : e chiunque ^prà eccitarle opportunamente, dispone della volouta degli altri a suo bell’ agio, fa passare gii mini dalla tristizia alla S>oja , dalla pietà alla collera. . , . Ma per far comprendere , che intendasi per la parola passione, bisogna che entria.no in qual- che dilucidazione sulle facoltà ed operazioni dell’ anima. _ Quantunque l’anima nostra sia una ed lu- divisibile, pure vi si possono distiuguere due cose. Dicesi , io concepisco ciò che mi dite; ma non voglio farlo. Quindi questa maniera di discorrere significa che P anima concepisce e vuole, ma che concepire non è lo stessto che La facoltà che concepisce chiamasi intelletto, quella che vuole , volontà. Un uomo avra molto intelletto , o pure molla intelligenza, quando concepirà bene, presto, e facilmente ciò , che eli verrà proposto. La funzione dello intelletto è dunque di vedere , conoscere , comprende - y 0 j e quella della volontà e di amare, odiare , approvare , disapprovare. blsiPoSrizitìNE. gg l?er l’ intima relazione che avvi ira la vo- lontà e r intelletto , tutto ciò che apparisce agli ocelli di quello, fa su di questa impressio- ne. Se l’impressione è piacevole, la volontà appro- va l’ oggetto che ne è l’occasione, e per lo con- trario disapprova se l’impressione è dispiacevole. Quando queste impressioni sono leggieri, pro- ducono sentimenti, moli, passioni dolci, comé r amicizia ^ P allegria , il gusto. Non è allora l’anima turbata da quelle violente scosse, che le fan perdere il suo equilibrio. Quando poi l’ impressioni sono vive , violente , allora chia- tnansi propriamente passioni^ Onde sono moti impetuosi che ci strascinano , o ci allontanano da un oggetto! Del pari , considerando la ma- niera cui la mente agisce sugli oggetti , essa prende il nome di genio, di giudizio, d’im- maginazione, di memoria; e perciò anche ri- spetto alla volontà , considerando la manicira cui si determina per un oggetto , acquista di- verse denominazioni. Se la volontà vuoisi unire all’ oggetto che l’è presente , è amore. Per ec- citarsi questa passione bisogna dipingere l’og- getto con qualità piacevoli ed utili a quelli a* quali si parla. Se la volontà tende d’ allonta- narsi dall’ oggetto, è odio ; e si eccita con op- posti mezzi a quelli die servono p^r 1’ amore; cosi X^ilho nelle Verrine nelle filippiche) nelle catilinarie. Queste due passioni) ambre ed odlo) soilo i cardini di tutte le altre , perchè compren- dono i due rapporti dell’ anima col bene é col male. Se il male è presente) chiamasi tri- stezza ) dolore ; se assente con apparenta di potersi evitare , è timore, se non potrassi evi^ tare è disperazione ; se è negli altri , ma chd n. — disposizione. potrebbe anche ricader su d i noi , è compas- sione. Lo stesso avviene del bene: se presente , è gioja ; se assente con mezzo d’ ottenerlo , è speranza ; se in altri , con nostro pregiudizio, invidia ; se si volesse strapparcelo allorché il possediamo, è collera. Ma intanto se l'oratore voglia ispirare questi affetti, è d’ uopo eh’ esso stesso li senta (i). Della Mozione degli affetti. Diconsi affetti alcune commozioni d’ animo , surte dall’ opinione d’ alcun bene o male. Questi sono chiamati da alcuni retori argomenti Pa- tetici. Essi sono importantissimi nell’ arte ora- toria, perchè sono come l’anima del discorso,, poiché somministrano una impetuosità, una vee- menza che rapisce e trae o forza il tutto , e perchè 1’ oratore esercita con essi sopra gli uditori un imperio assoluto , e loro ispira que* sentimenti che più gli piace. L’oratore adunque che si determina a fare la perorazione per mezzo della mozione de- gli affetti; tre cose, dice Aristotile, deve pra- ticare 1. Disporre gli uditori a sentir bene di se, e male dell’ avversario ; q ciò egli fa col mostrare la sua probità , 1’ animosità dell’ av- versario , e l’equità della causa, a. Accrescere o diminuire ciò di che si tratta , secondochè ( I ) Si vis me fiere : dolendum est primum ipsi Ubi, lune tua me infortunia laedent. Orat. À.rt. poet. v. loa. Digitized by Google PARTE ir. — DISPOSIZIONE. JOl più è all' oratore opportuno. 3. Muovere ne^li uditori quell’affetto che viene più all’ oratore in acconcio. Deve inoltre essere nella mozione degli affetti ùno stile conciso , e non periòdi- co , j>erchò questo toglierebbe la forza del par- lare. Usar deve moderazione e varietà negli affetti , perchè 1’ affetto iropM lungo stanca , e conviene perciò desistere da esso , o mode- rarlo con affetto di diversa natura ; e talvolta torna Lene il mescolar gli affetti dolci coi forti, per così toglier via la noia con la varietà. Gli affetti che muover si devono sono vari secondo la varietà delle controversie j ma i prin- cij)ali sono 1’ amore , 1’ odio , il timore , ed altri , che indicheremo qui appresso insegnando nello stesso tempo gli artilizj per muoverli. Artifizio per muovere T amore. L’ amore è quella volontà per cui deside- riamo del bene ad altrui nouper noi, ma per lui stesso , e aiamo pronti a farglielo. Per muovere, per esempio, gli uditori ad amare un benefattore, l’ artifizio consiste nell’ esporre i suoi benefizii, amplificandoli dalle circostanze delle persone del beneficante e del beneficalo Per muoverli ad amare un uonao liberale , è parimente necessaria la considerazione della persona liberale , e di quella che ha speri- mentata la libertà. Per moverli all’amore di un amico, 1’ artifizio consiste nel dar grandezza all’ amicizia dalle circostanze della persona a- mante , e di quella amata. Per muoverli ad amare le persone grate, devesi dare grandezza alla gratitudine con le circostanze delle perso- ne. A queste circostanze delle persone , si ag- Digilized by Google yARTE li, BISPOSISIONB, giungeranno sempre quelle del tempo, del lua. gq , de’ fatti. Artifizio per muovere T odia L* odio è 1’ opposto dell’ amore ; esso non è cck sa lodevole , ma qui non si la che insegnare i motivi thè possono eccitarlo. Debbesi , per esem- S io , muover 1’ odio contro un ladro; diesi gran-; ezza al fatto con le circostanze di persona y, di luogo , di tempo , di cagione , di fatto. Cosi , in un fatto di tirannia , per muovere gli uditori ad odio contro il tiranno , devest dare grandezza alla tirannia con le circostanze personali del tiranno, e di coloro a cui ^ usata la tirannia. Artifizio per muovere U timore. Il timore è un disturbo , che reca un male imminente. Dunque per muovere . gli uditori a timore , conviene esporre qualche fatto in cui opparisca , che la persona descritta possa to- gliere agli uditori le cose da loro amate e desiderate, come sarebbe che può lor cagio- nar la morte o qualche gravissima molestia , che già di queste cose fa precedere i segni. Circa poi la persona che sarà per incutere questo timore, conviene che l’ oratore amplifichi la di lei potenza , amplifichi i beni che ci può to- gliere , che sarà quella per conculcare le no- stre leggi , i nostri costumi , che profanerà i nostri tempi , i nostri altari , le tombe dei nostri maggiori , e finalmente descriverà 1’ ora- tore tali rovine con caratteri così vivi, che ecciti nel cuore degli uditori timore non solo , m^t sdegno nello stesso tempio. / Digilized by Googic FARTE IL — DrSPOstZrOSE. ICK> Àrlifizio per muovere la confidenza. i: . Cicerone dice esser la coofidenza quella di- sposizione per la quale , in cose di rilievo ed oneste , uno fida molta in se stesso, L’ artifizio dunque per muovere questa afiictto consiste nel ' dar grandezza a quel mezzo prossimo salutare per cui possiamo sfuggire la calamità che ci sovrasta. Se H mezzo ritrovato è facile , pronto,, prossimo , valevole a tener lontano ciò che ci reca terrore , conte .se fossero gli amici , i compagni, i parenti, i denari, le armi, ed altri simili , che conosconsi proprii ad' allonta- nare il male eh’ è minaccialo , servono per ec- citare cofidenza e 1’ artificio di muoverla deva consistere nel dar grandezza al mezzó facile ritrovato, con le circostanze delle persone, dando grandezza all’ amicizia , alla parentela , alla compagnia , alla ricchezza , alle armi , e di- minuendo tutte sifiaite cose in persona di co- lui eh’ è temuto , e qui elegantemente potrà l’ oratore servirsi della Dissimiliitudine. 1 Artifizio per maevers la misericordia. La misericordia , secondo Tullio, è .quel dis- piacere , che si sente per le sventure di al> cuno , che sia a torto travagliato. Aristotile poi dichiara quali siexro ì mali per cagione di cui noi ci muaviamo a misericordia , e dice che sono quelli che apportar sposso no. o la morte o qualche grave dolore. Si psen- dono eziandio per mali tutte quelle cose che ne sono i segm , come le vesti insanguinate di qualche nostro amico , i segni che appariscono nella terra , e da’ quali possonsi argo- mentare gra\i sventure. Si deve però sempre rappresentare come se quel male fosse vicino, il che si fa esponendo i conseguenti, gli effetti ec. Si noti esser altra cosa , che un oggetto mi- sero muova a misericordia , ed altra poi che quell’oggetto misero interessi gli uditori ad usar- la. Per muovere a misericordia , basta rappresen- tare l’oggetto , ed ingrandirlo con le circostanze delle persone e del fatto; ma per muovere gli u- ditori ad usare misericordia , devesi procurare di addurre anche qualche motivo utile , per mezzo del quale diesi 1’ ultimo compimento al movimento dell’ affetto. Artifizio per muovere l’ ira. L’ ira è il dolore d’ un affronto col deside- rio di vendicarsi. Questo affronto, secondo Ari- stotile, può esser cagionato o da qualche vio- lenza , o da qualche contumelia ; onde l’ arti- fizio di muovere l’ira consiste nell’ amplificare queste tre cose, vale a dire, nell’ ingrandire le circostanze delle persone agenti o pazien- ti , e le circostanze del fatto stesso , ossia del disprezzo , della violenza , della contumelia. Se la persona che riceve il disprezzo è molto eccellente in nobiltà , in ricchezza , in sape- re , e la persona che il fa è plebea , povera , ignorante, cresce la quantità e qualità del di- sprezzo. Se fosse la persona disprezzata un be-> nefattore , e quella disprezzantc un beneficalo, sempre più crescerebbe il disprezzo , e 1’ ora- tore avrebbe campo vastissimo da poter ampli- ficare. Artifizio per muovere la lenità. La lenità , ossia piacevolezza è la stessa cal- ma dell’ ira. Quindi per farsi calmare l’ ira con- viene ascondere il disprezzo , la violenza , la contumelia. Ogni dimostrazione adunque per cui si conosca che 1’ azione ingiuriosa non fu vo- lontaria , fa che l’ azione non si riceva come disprezzo , e conseguentemente che invece di muovere all’ ira , la sedi e 1’ accheti. E per- ciò la confessione d’aver fatto male , il penti- mento , le dimostrazioni di stima , 1’ impulso altrui, l’altrui autorità, l’impulso delfira , sono tutte circostanze con cui si scuserà il di- sprezzo , la violenza , la contumelia , facendo conoscere che ciò non fu volontario. Artifizio per muovere la vergogna. Aristotile deffinisce la vergogna, un dispiacere una perturbazione per conto di que’mali, o pre- senti o passati o futuri , i quali a noi pare che ci apportino disonore ed infamia. L’arliiizio per muovere negli uditori la ver- gogna consiste nell’ esporre qualche fatto o a- zionc turpe da cui sia svergognato il suo au- tore , e non solo debbonsi manifestare i vizj turpi e sordidi per eccitare vergogna , ma an- cora debbonsi manifestare i segni stessi indi- canti que’ vizj ; come sarebbe , non solamente è cosa vergognosa il timore in battaglia , ma i segni ancora del timore, come la fuga ec. , sono vergognosi. Quindi , tulli i segni che sono in- dizj d' intemperanza , d’avarizia, d’ ingiustizia, di fcllouia , di tradimento , sono tutti vergognosi; e l’oratore, che es[>onendo qualche fatto per muovere vergogna , ampltiica i sogni de’ vizj turpi , viene a dire quelle tose che sono atte a muovere confusione. Per amplificare il mal turpe , che è 1’ og- getto eccitante questa passione , si ri( orrerà alle circostanze della persona in presenza delia quale è stata commessa. E finalmente, ogni circostan- za , la quale fa che maggiormente si perda la buona stima , viene ad aggravare il motivo turpe eccitante vergogna. Oltre queste passioni vi sarebbero l’ emula- zione , il disprezzo, l’indignazione, e molte altre, il cui artifizio per muoverle riesce no- ioso a dischiararsi in questo ristretto. Onde l’a- ratore il quale avrà studiala la morale filoso- fia, conoscendo bene le cause dell’ emulazione, del disprezzo ec. , potrà nelle occasioni ricor- rervi per ottenere 1’ intento che sarà per pro- porsi nella perorazione. Articolo XV. Deir Enumeraziorie ovvero dell'Epilogo^ L’ Enumerazione , che chiamasi anche Epi- logo dal Greco effiXsty , è una breve ricapitola- zione delle cose dette , la quale si fa per rin- frescare la memoria di tutto quello che nel- 1’ orazione si è detto. Aristotile e Cicerone dan- no r ultimo luogo all’ enumerazione , facendo precedere la mozione degli alfeiti. In conse- guenza per quelle orazioni le quali avranno bi- sogno di tntt’ e due le parti della perorazione, rimarrà in arbitrio dell’ oratore , e secondo che vedrà gli animi disposti , di far precedere o la mozione degli affetti , o 1’ epilogò. Grca poi la maniera di farsi 1’ epilogo, e da sapersi non esser mestieri il riepilogare tutta quanta 1’ o- razione , altramente si farebbe pompa d' una faciliià di memoria , la quale annoierebbe gli ascoltanti ; e perciò si deve solamente toccare 1' assunto , ed i tfapi principali delle prove. Due cose , secondo il Yosio , debbono farsi in tale enumerazione : la prima si è di ripetere solamente quelle cose nelle quali consiste il forte deir orazione , e le quali bramiamo che restino impresse nell’ animo degli uditori ; la seconda è che l’ enumerazione sia breve bensì, ma non pero sterile e senza ornamento ; anzi deve farsi con parole scelte , e con energiche espressioni , ed essere con sentenze e con fi-« gurc avvisata, 6i noti che non è sempre necessario di farsi qnesta enumerazione , perchè nelle brevi ora-» zioni , ed in quelle che sono di tessitura fa- cile e chiara , 1’ enumerazione si trasanda. La perorazione di Cicerone nell’ orazione prò Mi^ Ione , e l’enumerazione di Buonaccorso da Mon- temagno , nell’ orazione eh’ ei fa fare a Catilina contro il console Qccrone , possono servir di esempio a quanto abbiamo detto in ordine al-» 1’ ultima parte d’ una orazione. (i) Antologia italiana ad uso delle scuole d’ uma-» tlità maggiore. Elocuzione. Eixjctjzione viene dal latino eloqui^ parlare: sicnlGca propriamente il carattere del discorso; ed è nel linguaggio de’ retori quella parte della rettorica, che tratta della dizione e dello stile dell’ oratore. E quantunque la forza de’ pensieri, e la scelta di essi sia l’anima del discorso, pure l’arte di esprimerli dà un maggiore risalto al- r oratore , ed alletta nello siecso tempo gli ani- mi degli ascoltanti. Noi dunque ridurremo quanto abbiamo a dire sulla elocuzione a due capi, cioè Gusto e Stile . Possiamo dei&nirc il Gusto una facoltà di ricevere le impressioni piacevoli o noiose pro- dotte in noi dalle bellezze o dalle difformità della natura. Questa facoltà è, sino ad un certo punto , comune a tutti gli uomini. In fatti ciò ch’è bello, grande armonioso, nuovo, brillante, S reduce generalmente piacere; al contrario il isarmonico, il difettoso, il rozzo, produce dis- gusto. Questo gusto naturale si sviluppa di buon’ ora ne’ragazzi , e manifestasi per la loro pre- mura e per la loro propensione , almeno mo- mentanea, per tutto ciò che li colpisce per no- vità e per maraviglia. ELOCUZIONE. ÌOg Il pià Stupido contadino prova un certo pia- cere nei racconti che gli si fanno ; e non è d’ altronde insensibile a’ grandi fenomeni della natura. Ne’ deserti dell’America, ove sterile la natura offresi , i selvaggi hanno i loro adorna- menti, i loro cantici guerrieri, i loro inni fu- nebri, i loro oratori. Dunque i principj gene- rali del gusto sono profondamente nell’ uomo scolpili , e ’l sentimento del bello gli è tanto naturale , quanto la facoltà di parlare e di ra- gionare. IN i uno è privo di questa facoltà: ma non è in tutti nella stessa intensità , essendo in ragione composta de’ temperamenti varii , della supe- riorità degli organi , e delle intellettuali fa- coltà. 11 gusto però è il più suscettibile di per- fezione; e ce ne possiamo convincere osservan- do l’ incalcolabile superiorità che l’educazione dà all’ uomo incivilito su’ popoli barbari. La ragione e ’l buon senso hanno sulle ope- razioni e sulle decisioni del gusto un’ influenza cosi diretta , che un gusto completamente puro può e dev’ essere riguardato come una facoltà risultante dall’ amor naturale dell’ uomo per tutto ciò eh’ è bello , e dal suo intelletto per- fezionalo. Ed infatti, le produzioni del genio non sono per la maggior parte , che imitazioni della natura , pitture del carattere , azioni e costumi degli uomini : quindi , il piacere che ne arrecano queste produzioni e queste pit- ture è unicamente fondato sul gusto. Ma se trattasi poi di pronunziare sul merito dell’ ese- cuzione del lavoro , qui comincia ad agire il giudizio , che avvicina la copia al suo ori- ginale. Leggendo, per esempio, la Gerusalemme e Ilo l»ArtTB Iti. — Et.OCtJZtÓNÉi 1* Eneide , una porzione considerevole del pia- cere che ci cagionano questi bei poemi è fon- data sulla saggezza del piano , sulla condotta dell’ opera , sulla concatenazione sorprendente delle parti col grado di verisimiglianza neces- sario all’ illusione , sulla scelta de’ caratteri fé- delmente imprestati dalla natura, e sull’ accordo finalmente de’ sentimenti co’ caratteri dello stile^. Il piacere che risulta da opere così condotte , è ricevuto e sentito dal gusto, come un senso interno ; ma la scovcrta di questa condotta ^ che ci alletta e ci rapisce , è dovuta alla ra- gione; e più la ragione ci rende capaci di scoprire il merito d’un simile piano, piu troveremo pia- cere alla lettura dell’opera. I caratteri distintivi del gusto si possono a due principalmente ridurre , delicatezza e pu- rità. La delicatezza del gusto consiste princi- palmente nella perfezione di quella naturale sensibilità, eh’ è la base di esso gusto: essa suppone quella finezza d’ organi che ci rende capaci di scovrire alcune bellezze , che sfug- gono all’ occhio volgare. L’ eccellenza del gusto tton consiste in altro che nel grado di superiorità’ che acquista dalla sua unione col giudizio. Colui il cui gusto Q sicuro, non lascia, giammai sorprendersi da bellezze fattizie , ha continuamente innanzi a se la regola invariabile del buon senso, che deve guidarlo in tutto ciò che vuole giudica- re ; egli valuta esattamente il merito relativo delle diverse bellezze che gli offrono le opere di genio , le classifica con ordine, ed assegna la sorgente, da cui attingono la forza di allet-- tarci. II giusto non è già un principio arbitrario Digitized by Google JPAHTE III. — nrocUZICNE. Iti soltomesso alla fantasia d’ ogni uomo, e sprov- veduto d’ una regola certa , che determina la giustezza o la falsità delle sue decisioni. La sua base è assolutamente la stessa in tutti gli animi : essa è ne’ sentimenti e nelle percezioni inseparabili dalla nostra natura ; i quali agiscono generalmente con tanta uniformità , quanto gli altri nostri principii intellettuali. Se questi sen^ tìmenti sono stati pervertiti dall’ ignoranza , o adulterati da’ pregiudizj , la ragione può rei-* tifìcarli , paragonandoli col gusto generale' per giudicare se siano nella loso purità naturale. È inutile adunque il declamare sui capricci e sull’ incertezza del gusto, poiché l’esperienza ha da lunga pezza dimostrato, che avvi un cer- t’ ordine di bellezze che collocate nella loro sfera , comandano la universale e durevole ammirazione. In ogni composizione , ciò che interessa 1’ immaginazione, e muove il cuore, è certo che piace in tutt’ i tempi ed in tut-» t’ i paesi , per la ragione che avvi nel cuore umano una certa corda , che mossa con giu- stezza non può non produrre il senso che l’è proprio. Da ciò proviene quello attestato di stima quasi generale , che i più illuminati po- poli han dato da tanti secoli a’ capi d’ opera d’ ingegno. Esaminiamo ora le sorgenti donde derivano ì piaceri del gusto. Qui s’ offre un campo vastissimo , che rac- chiude tutt’ i piaceri dell’ immaginazione , o ri- sultanti dagli oggetti che la natura presenta, o dalla imitazione e dalla descrizione di que- sti oggetti. Ma non è necessario di percorrerli tutti ; considereremo solamente i piaceri che derivano dalle produzioni letterarie , insistendo particolarmeme sul bello e sul sublime nelle opere d’ ingegno. Pochi passi si sono fatti in questa parte della filosofia critica; e ciò devesi attribuire alP estre- ma sottigliezza di tutt’ i sentimenti del gusto. E diiiicile il noverare i diversi oggetti che possono proccurare de’ piaceri al gusto , ed è più diiiicile ancora deffinire quelli che l’ espe- rienza ha scoverti , e collocarli nel loro vero si- to ; e quando vogliamo innoltrarci a cercare le cause efficaci del piacere che ne procurano sif- fatti oggetti , sentiamo allora la nostra insuffi- cienza. L’ esperienza s’insegna che certe figure del corpo ci sembrano più belle di altre ; e I irogredendo I’ esame , scopriamo che la rego- ariu'i d’ altre figure e la piacevole loro varietà sono il principio delle bellezze che vi trovia- mo. Ma volendo poi render conto a . noi stessi di quella regolarità , e di quella varietà che cagionano in noi le sensazioni del bello tutte le ragioni che ne possiamo assegnare sono sem- E re imperfettissime. E Montesquieu , il quale a preteso di spiegare i fenomeni del gusto eoa ragioni tratte dalia metafisica , non ha fatto , a. parer mio, che un metafisico romanzo. Sem- bra che la natura abbia avvolto fra dense nubi questi primarii principii del senso interno. Ma se la cagione prima di queste sensazioni è per noi oscura , la loro causa finale è poi facile a colpirsi ; il che deve consolarci. Del sublime nelle cose. \ Il piacere che risulta dal sublime o dal grande esige una particolare attenzione. Il suo carattere infatti è più preciso , più facile a colfirsi di quello dogli altri piaceri dell’ imma- ginazione , ed ha col nostro oggetto un rap- porto più diretto. La grandezza presentasi a noi sotto la più semplice forma nel vasto ed im- menso quadro della natura. Tali sono quelle S ianure ove la vista non ravvisa limiti , la volta cl cielo , r illimitata estensione dell’ oceano. Tutto ciò , che presenta grande estensione , produce generalmente 1’ idea del sublime , per- chè la nostra anima sembra estendersi , innal- zarsi , ingrandirsi per trovars’ in armonia con questi stessi oggetti. Una immensa pianura ci colpisce , una montagna , di cui 1’ occhio mi- sura appena l’ altezza , un precipizio , una torre elevata , dalla quale la vista abbraccia una va- sta circonferenza , eccitano sensazioni tanto più vive in quanto che sono involontarie. La gran- dezza del firmamento risulta per noi dalla sua elevazione ed estensione ; quella dell’ oceano proviene non solo dalla sua estensione , ma dal moto continuo , e dalla irresistibile impetuo- sità delle acque. Allorché trattasi di spazio, una sorta d’eccesso delia sua estensione, in qua- lunque senso , è inseparabile dall’ idea della grandezza che vi si unisce. Ed ecco perchè ì’ immensità dolio spazio, l’aggregato immenso de’ numeri, c la durata eterna riempiono 1’ a- nima di si grandi idee. La sorgente più feconda delle idee sublimi deriva dall’ azione d’ un gran potere, o d’una forza superiore ; e perciò viemaggiormente col- pisce la grandezza dei tremuoti , de’ vulcani , delle grandi conflagrazioni, dell’oceano solle- valo dalla tempesta , e d’un urto qualunque tra gli elementi. Un fiume, che scorre tranquil- lamente tra le due sponde, è indubitatamente 8 nrocussTONE. un bello spettacolo ; ma che si precipiti poi con 1’ impetuosità e’I l'ragore tl’ un lorrente , il quadro diverrà sublime. Le tenebre, la so- litudine , il silenzio , e tutte le idre fìnal- mente che partecipano del solenne e del reli- gioso , assai contribuiscono a produrre il su- blime. La volta azzurra che scintilla di stelle con ricca prolusione seminate , ci dà forse una idea più giusta delia grandezza, che non lo sa- rebbe allorché risplende per mezzo de’ fuochi solari. Osserviamo egualmente , che 1’ oscurità è favorevolissima al sublime. Tutte le descrizioni ebe hanno per oggetto l’ apparizioni di esseri soprannaturali, presentano ael maestoso, quan- tunque noi ne avessimo idea confusa; ma questo genere d’ impressione risulta dalla idea d’ un S otere , d’ una forza superiore che circondasi ’ una maestosa oscurità. Nulla di più sublime quanto 1’ idea che ci formiamo della divinità; e questo è il meno cognito, quantunque il più grande di tutti gli oggetti. L’ infinito di sua natura , 1’ eternità della sua durala , la sua onnipotenza sono cose che oltre|iassano la sfera delle nostre idee , ma esse le innalzano al più alto punto a cui possano attingere. E facil- mente comprendesi non essere con lo spirito solo che noi c’innalziamo e che arriviamo a queste sorte di bellezze. Esse parlano eloquentemente alle sole menti già penetrate dalla sublimità morale di questi grandi oggetti. E qui cade in acconcio spiegare che intendiamo per mo- rale del sublime. Esso ha. la sua sorgente in alcune operazioni della mente umana , ed in certe affezioni o azioni de’ nostri simili , che si conoscono sotto i vocaboli di magnanimità,  EtiOCUZtONB. Il5 eroismo / producendo su di noi un efietlo si- mile a quello eccitato dallo spettacolo de’ grandi oggetti della natura : 1’ anima riempìesi d’am- mirazione, ed innalzasi al di sopra della sua sfera. Ogni volta cbe in una critica situazione noi veggiaino un uomo spiegare un coraggio straor- dinario , fidarsi solo di se stesso , essere im- perterrito , disprczzare 1’ opinione dei volgo , il suo personale interesse, e per fine la morte che il minaccia ; 1’ elevatezza del suo animo si trasfonde nel nostro , ed allora troviamo il sentimento del sublime. Poro è fatto prigio- niero da Alessandro , dopo essersi valorosa- mente difeso. II figlio di Filippo gli domanda come voglia esser trattato. Da re, risponde Poro. Il piloto che portava Cesare, trema all’ aspetto delia procella. ' Che temi , ei disse ? Caesarem vehis\ tu porti Cesare. Ecco gli esempi del sublime di sentimento Del sublime nelle letterarie composizioni. Nella natura del soggetto descritto è d’uopo ricercare la base del sublime nelle letterarie com- posizioni. Per elegante che sia una descrizio- ne , essa non apparterrà al genere sublime , se r oggetto cbe descrivesi non sarà capace di produrre idee grandi , e inaravigliose : e ciò cb’ è bello , piacevole ed elegante solamente, viene ad esserne escluso. Non basta d’altron- de , ch’il soggetto sia sublinae, dev’ essere an- cora presentalo nella maniera più atta a fare una impressione viva ; e questa impressione dovrà essere forte concisa e semplice. Ma tutto ciò dipende principalmente dall’ impressione più o meno folle, che l’ojjgeito descriuo ovrà fall* sul j’oeta o sull’oratore. Se hanno deLolniente sentilo , non potranno giammai eccitare ne’ let- tori una ben profonda emozione. Gli esempi proveranno chiaramente l’ impor- tanza c la necessità di quanto si esige dallo scrittore. Chiama gli ahitator dell’ ombre eterne 11 rauco suon della tarlarea tromba: Treman le spaziose atre caverne , £ l’aer cieco a quel rumor rimbomba. Nè si stridente mai dalle superne Begìuni del cielo il folgor piomba: Ne riscossa girimniai ireiiia la terra. Quando i vapori io sen gravida serra. Tasso Ger. lib. IV . 3. L’Enfer s’èmeut an bruit de Neplune cn fureur. Plulon sort de son tióne, il pàlit, il s’ ccric , 11 a peur que ce dirli, daiiscet alTreux séjour , B’un coup de son tridrnt, ne fasse entrer le jour. Et, par le centre ouvert de la terre èbralée , Ne lasse voir du Stix la rive désolée, Ne dccouvre aux raortels cet empire odieux, Abhorré des mortels, et crainl méme des Dieux. Boileau. '..... Namque Diespiter, Igni corusco nubila dividens Plcrumque per purum lonantes Egit equos, volucremque enrrum. Horat. Ode 34 lib. I. La concisione e la semplicità sono essenziali al sublime , e la ragione è evidente. L’ emo- zione che la grandezza e la nobiltà d’un og- getto eccita nella nostra anima , 1’ innalza al di so]>ra di se stessa , produccndo non so quale  EliOCUZIOKE. II7 eniiusiasmo ^ che ci alletta sin oh' esiste , ma non si mantienie l’anima lungo tempo in (jue- sto allo grado d’ elevazione , e tende a rica- dere nel suo stato ordinaria Quindi se 1’ au- loie moltiplica le parole senza necessità , se offusca d’ ornamenti la descrizione d’un oggetto sublime, snerva la forza dell’ emozione , cd al- lora la descrizione potrà essere bella, ma non più sublime. Cosi Virgilio ci rappresenta Giove scuo- tendo l’Olimpo con un cenno del suo capo.. Annuii^ et lotum nuU* trem^ìfefiit Olimpum. Eneid. IX, to6. Rvavinoiy ofp-J3i vt^ias K^ovlAiy. ..... (/.s'/xy S' o/.’j(jwroi». J/iad. I. 5sì8 e 53o. . . . J.0V1», Cuncta supercilio moventis. Horat., Ode 4 > Oltre la semplicità e la concisione , Iji forza è una delle qualità indispensabili del sublime. La forza d’una descrizione consiste in gran parte nella sua concisione , ma essa comporta qual- che cosa di più , ed è principalnaente una scelta giudiziosa di circostanze capaci di mettere l’og- getto descritto nel lume ptu favorevole. In ciò. consiste la grand’arte dello scrittore , la grande difficoltà d’ una descrizione sublime. Una tem- pesta, per esempio , è un oggetto naturalmente sublime; ma per farne una descrizione subli- me , basterà forse di sopraccaricare a caso e senza gusto tutti gli effetti che può produr- re , e tutte le circostanze che 1’ accompagna- no ? No certamente , è d’ uopo scegliere in quell’aggregato di cose quelle che possono fare una più profonda impressione. Virgilio si è pe- netrato di tutte queste cose nella descrizione della tempesta. Sifpe eliam irvmensum coe/o venit agmen aquarum, MI foedam glonierant tvmpeslalern imbribua altria tic. Geuig. 1 > 3- 3:23 e teg. Ariosto descrive il rumore dell’ archibugio. Dietro lampeggia a guisa di baleno , Dinniizi scoppia , e nian'ia in aria il tuono ; Treman le mura , e sotto i piè il terreno , 11 ciel rimbomba al paventoso tuono. Ori. far. IX , y5. Del bello e dei piaceri del gusto. Il Lello è dopo il sublime, ed è quello che procura all’ immaginazione i ])iù vivi piaceri ; ma r emozione eh’ eccita , facilmente distin^jucsi da quella prodotta dal sublime. Es a è d’ un genere più dolce, ha del più amabile , del piu seducente , non innalza tanto 1’ anima , e v’ in- troduce una certa serenità. Il sublime cagiona sensazioni troppo forti per essere durevoli; quelle che risultano dal bello sono suscettibili d’ una più lunga durata. 11 suo dominio è molto più esteso , e la varietà degli oggetti che abbrac- cia è sì grande , che le sensazioni che pro- duce hanno tra esse diversi distintivi. Niente di |ùù astratto quanto la parola bello; appli- casi quasi a tutti gii oggetti ebe appagano is- chio ed allettano l’ orecchio ; alle grazie dello stile, a parecchie disposizioni dello spirilo, ed a cose anche che sono 1’ oggetto delie scienze puramente astratte. BI.OCU'ZfOMS. tig 11 colorn y secondo Blair , somministra il ca> ratiere più semplice della bellezza. £ proba- bile che 1’ associazione delle idee inlLuisca in qualche maniera sul piacere che ci danno i co- lori. Il verde, per esempio, può sembrarci bello, { )ercliè si liga nella nostra immaginazione con e idee di scene campestri, di prospettive ec : il bianco ci dipinge la innocenza. Indipendente- mente da quest’ associazione d’idee, tutto ciò che possiamo considerare di più circa i colori è, che sono i più delicati , e non già quelli più sor- prendenti , che diconsi ordinariaincnie i più belli , come le piume d’ alcuni augèlli , It fo- glie de’4iori, e r ammirabile varietà che spie- ga il ciclo al levarsi ed al tramontar dell’ a- stro benefico. Le figure ci presentano il bello sotto le for- me più varie e più complicale. La regolarità s’offre da principio all’ osservatore come una delle sorgenti principali della bellezza! Una figura è regolare quando tutte le sue parti sono formale dietro una regola certa che nulla am- mette di vano, di arbitraria, nè conosce ec- cezioni. Così un cerchio , un quadrato, un tri- angolo appagano 1’ occhio, perchè sono esse fi- gure regolari , ed ecco la loro bellezza. Inlanta una felice varietà è una sorgente di bellezze molto più feconda. La regolarità stessa allora ci alletta , quando legasi naturalmente alle idee di giustezza, convenienza, unità , le quali hanno un rapporto più diretto con le figure esatta- mente proporzionale , che non lo abbiano con quelle il cui aggregalo non è stato soggetto ad alcuna regola certa. La natura , il più abile degli artisti , ha ricercato la varietà in tuit’ i suoi ornamenti j ed essa afielta una specie di disprezEo per la regolaritJi. Quale prodigiosa va- rietà nelle piante , nei fiori e nelle stesse foglie? ' Il moto è un’ altra sorgente del bello ; è per se stesso piacevole , e tutte le cose in moto sono generalmente preferite a quelle che sono nel- 1’ inerzia. Il moto dolce appartiene solamente al bello; il violente e rapido, come sarebbe un torren- te , appartiene al sublime. 11 moto d’ un uc- cello che equabilmente fende lo spazio, è bel- lissimo; ma la velocità del lampo che solca i cicli, è imponente e magnifica. Quindi il su- blime e’ 1 bello sono sovente separati da .una nube leggiera , e qualche volta si approssimano quasi al punto d’ incontrarsi. il colore, la figura ed il moto, considerati se- paratamente, sono adunque le sorgenti del bello; s’incontrano intanto in una quantità d’oggetti, che improntano allora da questa riunione il carattere della più perfcita bellezza. I fiori , gli alberi , gli animali offrono a gara la deli- catezza de’ colori , la grazia delia figura, e spesso ancora il moto dell’oggetto. L’aggregato più completo di bellezze, che possa presentarci lo spettacolo della natura , è indubitatamente la veduta d’ un paesetto , arricchito d’ una suf- ficiente varietà di oggetti; qui un tappeto di verdura , più lungi alcuni alberi sparsi , un ruscello che serpeggia , armenti che pascolano. Che r arte aggiunga a questa bella scena or- namenti analoghi al colorito del quadro, come per esempio , un ponte gettalo sul fiume , il fumo che a globi esala dalle capanne traver- sando gli alberi , allora si che proveremo tutto ciò che hanno di più dolce , di più soave le sensazioni che caratterizzano il bello. La beltà della Gsonomia è più. variata , e più complicala di tutto ciò cb’ è stalo sioora oggetto del nostro esame. tt I suoi capelli eran crespi, lunghi e d’oro, j> e sopra gli candidi e delicati omeri rica- » denti ; e’ 1 viso ritondetlo , con un color vero » di bianchi gigli, e di vermiglie rose mesco - )) lati, tutto splendido, con due occhi in te- n sta , che parevano d’ un falcon pellegrino ; j> e con una boccuccia piccolina , le cui labbra » parevano due rubinetti. » ( Bocc. Novel. ) Ma la bellezza principale della Gsonomia consiste in quella espressione sincera dei mo- ti deir animo , della vivacità , del candore , della benevolenza , e di tutte le altre ama- bili qualità. Ed avvi di certe qualità dell’ a- nimo , che espresse co’ lineamenti del viso , o con le parole , o con le azioni , ci fanno pro- vare una sensazione eguale a quella della bel- lezza. Le qualità morali possono ridursi a due grandi classi. La prima contiene quelle alte ed eminenti virtù, eh’ eccitano granai sforzi, ed espongono a grandi pericoli , o a grandi calamità ; come 1’ eroismo , la magnanimità , 1’ avversione del piacere e ’l disprezzo della morte. L’altra classe comprende le virtù sociali , ovvero la comp.is- sione , la dolcezza , 1’ amicizia , la generosità, e (inai mente tutte le virtù dolci. Esse eccitano nell’animo dell’ osservatore una sensazione di J tiacere simile a quella della bellezza esteriore [egli òggctli , che quantunque d’una sfera molto più elevata , si può , senza degradarla collo- care nella stessa classe. Nelle letterarie composizioni il bello è un termine astratto, di cui è diUicile determinare il elocuzione. senso. Applicasi indistintamente a tutto ciò cbe piace sia nello stile , sia ne* pensieri. È un genere particolare , eh’ eccita nell’ animo del lettore una emozione dolce e piacevole , simile poco presso a quella che risulta dall’ aspetto della bellezza nelle opere della natura- li bello dunque^ dopo il sublime, è la sor- gente più feconda de’ piaceri del gusto. Ma non solamente per la bellezza e per la sublimità gli oggetti ci appagano : essi investono altri caratteri , come la novità e l’imitazione per cui anche ci allettano. Un oggetto il quale altro merito non ha che quello d’ essere nuovo o poco comune , eccita per questo solo una sen- sazione tanto viva quanto piacevole ; e da ciò deriva quella passione della curiosità sì natu- rale a tutti gli uomini. Gli oggetti , le idee con le quali siamo fa- migliarizzaii da lungo tempo , lasciano una im- pressione debolissima, che non può dare alle nostre facoltà un esercizio ben piacevole ; ma oggetti nuovi e straordinarj tolgono , per cosi dire, lo spirito dall’ apatìa dandogli un impulso repente e piacevole. L’ emozione prodotta dalla novità è più viva, più intima di quella che produce il bello , ma è di minore durala , perchè se l’ oggetto non contenga cosa cbe possa fissare l’attenzio- ne , il diletto prodotto dalla novità , subito sva- nisce. L’imitazione presenta al gusto un’ altra sor- gente di piacere , ed essa entra in tutte le arti d’ ingegno. I piaceri della melodia e del- r armonia appartengono del pari al gusto. Non avvi deliziosa sensazione , risultante dal bello e dal sublime , la quale non sia poi suscetti- r EliOCUZrONE. ia3 bile di ricevere un maggior diletto dal magico poterex de’ sensi. Da questa sorgente proviene il piacere del metro poetico , e di quella spe- cie d’ armonia , che trovasi, quantunque meno sensibile , nella prosa un poco ricercata. Se uno dimandasse ora a quale classe di pia- ceri , delle quali abbiamo fatto parola, debba riferirsi quello risultante da una bel’ opera di poesia, e di eloqunza ; gli si risponderebbe di non appartenere nè alla tale o alla tale altra classe in particolare , ma generalmente a tutte. Questo e il vantaggio particolare de’di- scorsi eloquenti, e delle composizioni accurate : il campo che percorrono è tanto vasto quanto fecondo, presentando nel loro aspetto tutti gli oggetti capaci di sedurre il gusto e l’ immagi- nazione , o che il piacere nasca dal sublime', o da qualunque genere di bellezza. Articolo II. Dello Stile. Passando ora a discorrere dello Stile, noi di- videremo la materia in tre Sezioni: nella prima accenneremo i suoi particolari caraueri ; nella seconda ci occuperemo degli ornamenti; e nella terza , delia struttiira oratoria del discorso. Dello Stile in generale , e di suoi particolari caratteri. Lo Siile (i) è la maniera con cui esprimia- mo per mezzo del linguaggio , ciò che conce- piamo col raziocinio; è il quadro fedele delle nosire idee , e dell’ ordine col quale sono li- gate nella nostra mente. In qualunque soggetto che si tratti lo stile aver deve due qualiia es- senziali , la chiarezza e la purità. Scriviamo per farci intendere; è neces.sario adunque di comin- ciare dall’(intenderci noi stessi , onde moslarci chiari e facili verso coloro che ci ascoltano (2). Questo (irìncipìo è così naturale, e d’ un uso COSI indispensabile^ che parrebbe quasi inutile di qui ricordarlo , ed intanto è trascurato da’ gio- vani.*. La premura di produrre , il desiderio di godere e di far godere agli altri delle nostre produzioni, fa prendere la penna prima d’es-  Siile signiGcava un tempo l’ago di coi si servi- v.vno per iscrivere sulle tavoleite incerate ; il quale da un estremo era puntuto , e dall’altro ammaccato, ^er cancellare , nel bisogno , ciò eh’ crasi scritto. Saepe atylum veriaa. Hor. (2) Ipaae rea verba rapiunt. Cic. fin. III. c. 17. F"erbaque proviaam rem non invita aequentur. Hor. Art. poet. v. 3 ti. Selon que notre idée' est plus ou moins obscure L’expression la suit , ou moins nette , ou plus pure. Ce que I' on concoit bien s’énonce clairement , Et les mols pour le dire arrivent aisément. Boiuav. ELOCUZIONE. 125 sersi ordinalo il filo delle idre , d’ aver ricer- cato , e messo tra esse quel legamento, quel* l’ armonia , senza cui lo stile più abboncTante d’ ornamenti stanca in vece d’ inienssare il let- tore. E se bisogna continuamente ritornare in dietro , rileggere più volle quello clic già s’ è letto per arrivare a capirlo, la mente si stanca, ed abbandona l’ opera. L’ uomo d’ altronde è naturalmente indolente ; sicché schiva un’ im- presa tanto laboriosa: e qualunque siesi l’elogio che possa darsi ad un autore profondo , cui si sono finalmente squarciate le tenebre , ben dì rado sarebbe uno inclinato a leggerlo per la seconda volta. L’ oscurità dello stile nasce principalmente dalla confusione delle parole, e dalla inesatta costruzione di esse ; e questo è il difetto più inescusabile in tutte le lingue. Una sovrabbon- danza di parole e di circostanze inutili , una precisione affettata contribuiscono egualmente all’oscurità dello stile. Delle volle dicendo molto, nulla si dice ; delle altre per non dir tutto , non si dice abbastanza; c finalmente per timore d’essere troppo semplice uno diviene oscuro. Ma non pretendiamo con ciò inferire esser mestiere il rinunziare di esprìmersi in una maniera in- gegnosa, nuova e penetrante, interdicendo una certa acutezza di stile ; noi vogliamo soltanto premunire i giovani contro gli scogli d’ un ge- nere di scrìvere, che li seduce facilmente col suo momentaneo splendore, facendo lor mettere in non cale tutto il resto : vogliamo loro inse- gnare, eh’ il gran segreto dello scrivere è ripo- sto nel conciliare la finezza dello stile eoa la chiarezza ; e che tutti que’ tratti che par- ranno brillanti oscurando poi quell’iudispensa- » Digilized by Googic ia6 PAfiTB Ilf. — elocuzione. bile biforme qualità , non potranno lunga.- mente brillare. La chiarezza dipende dalla scelta delle pa- role , dalla costruzione delle frasi , e dal liga - mento delle idee. Considerata poi sotto il rap- porto delle parole e delle frasi , esige purità e proprietà ne’ termini , e precisione nelle frasi. Sovenie si confonde la purità e la proprietà grammaticali : queste due qualità si toccauo in- fatti da vicino ; ma è facile di penetrarne la differenza. La purità del linguaggio consiste nel- r impiegare i termini e le costruzioni che ap- partengono all’ idioma cui ci serviamo , in pre- ferenza di quelli improntati dalle altre lingue, o non più usati nella nostra , o troppo muovi e non ancora autorizzati. La proprietà poi con- siste nel irascegliere per esprimerci i termini più convenevoli e più generalmente adattati alle idee che ci proponiamo di manifestare. Lo stile esser può puro , e lasciare intanto mo'to a desiderare circa la proprietà. Le parole esser possono malamente scelte , mal adattate al sog- getto , e presentare sotto un falso lume il pen- siero dell’ autore. Egli forse le avrà tutte at- tinte nella massa generale de' vocaboli ricevuti, ma non è stato nè felice , nè abile nella scel- ta. Lo stile nulladimeno è difettoso nella pro- S rietà , quando pecca contro la purità 5 e quindi alla riunione di queste due qualità ne risul- tano le grazie e la chiarezza. In tre maniere possiamo offendere la purità: 1.° impiegando pa- role non italiane, se in questo idioma scrivia- mo , e ciò dicesi barbarismo ; 2®. facendo una costruzione non italiana , il che dicesi solecis- mo (1) j 3 “. finalmente le parole e le frasi pos- (i) Solecismo trae la sua origiue della città di SoXo' sono essere scelte e disposte in modo da non si- gnificare ciò che ordinariamente significano, e ciò dicesi improprietà. Oltre la purità , lo stile esser può conside- rato , come avendo per oggetto 1’ intelletto^ clx’ esso vuol rischiarare ; P immaginazione ,.che vuol colpire ; le passioni , che si propone di eccitare ; e 1’ orecchio finalmente , che non deve mai trascurare : or dunque in questi varii rap- f iorti lo stile dovrà esser chiaco per l’ intel- etto , forte e veemente per le passioni , ed ai> monioso per l’orecchio. Non basta però d’ essere chiaro , bisogna essere ancora preciso. Anzi è difficile il concepire la chiarezza senza la pre-« cisione. La grand’ arte dello scrittore è di con- ciliar queste due qualità , e potrà ottenerlo ba- dando alla purità ed alia precisione del lin- guaggio. La precisione ha due scogli da evitare : la pro- lissità, che degenera in un abbondanza di pa- role insignificanti , e la estrema concisione , che conduce spesso nell’ oscurità. La strada da scegliersi in questi due eccessi , è di sfron- dare 1’ albero senza mutilarlo. Ecco l’immagine della precisione ; nulla deve dirsi di superfluo, e non ommettere ciò eh’ è necessario. Ma la precisione è qualche volta nel pensiero , e qual- fondala da Solonc. Vi si accurse in folla per popo- larla ; e gli Ateniesi vi andarono in gran numero. Ed essendosi confusi con gli antichi abitanti , per- dettero nel loro commercio la purità e la civiltà del loro linguaggio , e parlarono come i barbari. Da que- sto ^oìouo) gli abitanti di <oXoi vennero chiamati , e 4oXotKi'{;siy parlare una cattiva lingua , fare de’ sole- cismi. elocuztone. che volta nell’espressione. Quando Cesare scorge Bruto fra suoi assassini , ed esclama dolorosamen- te: Tu quoque , Brute ^fili mi = E tu ancora , o Bruto, mio figlio (i) , 1’ espressione è semplice, e la precisione del pensiero ha del sublime Ma , lo ripetiamo ancora , la precisione non può produrre un buon efiFetto , che quando e unita alla chiarezza. Litlora tum patriae lacryjnans porlusque reli n quo , Et carnpos ubi Troja fuit. ÈnEIO. ut j T. IO. Qui la precisione somiglia ad un solo e me- desimo tratto ; tutto ciò che poteva esprimere un gran pensiero , e tutte le particolarità pos- sibili, non darebbero un’idea più giusta e più. compieta della distruzione totale a una città celebre. Lucano , volendo dipingere 1’ abbat- timento e la costernazione profonda che re- gnava in Roma all’approssimarsi della guerra civile, impiega un tratto solo, eh’ è sublime per la sua precisione. Erravil sine voce dolor. Phar. a , v. af. Questi caratteri generali dello stile sono in- dispensabili allo scrittore in qualunque genere eh’ egli scriva ; ma avvene molti altri che di- pendono più particolarmente dalla natura del soggetto , e eh’ è d’ uopo conoscere e saper distinguere. È verità incontrastabile, che soggetti diversi esigono stili diversi , e che lo stile oratorio, per esempio , non può essere quello d’ un trattato filosofico. Ma ciò che deve maggiormente fis- (i) K»i' oJ, rsHvov. Plut. in Brut. XP' II. ELOCUZIONE. ] 2g sare l’ attenzione de’ giovani è che malgrado la varietà degli stili , essi debbono conoscere la maniera di scrivere d’ un autore in tutte le sue ^eie. Per esempio , la Divina commedia del Dante e le prose di qtjesto autore , la Gerusa- lemme del Tasso e le sue lettere, lo Spirito delle leggi di Montesquieu e le sue Lettere Persiane, L’ Éneidi di Virgilio e le Buccolicbe sono su- periormente trattate nel loro genere ; eppure si scorge in essi la penna dello stesso au- tore. Dunque uno scrittore di genio deve avere uno stile , ed una maniera d’ esprimersi tutta propria; e quando le sue composizioni non offrono un particolare carattere , ei sarà sempre uno scrittore mediocre , che lavora d’ imitazione , e. che non proverà giammai l’ impulso del genio Dionigi Alicarnasseo divide in tre specie i ca- ratteri generali dello stile , cioè stile austero , stile fiorito, e stile medio. Cicerone e Quinti- liano lo sieguono nella divisione , ma con certe distinzioni delle loro qualità rispettive : e que- ste distinzioni sono state adottate da’ moderni retori ; ma cosi astrattamente trattate , eh’ è impossibile 1’ aver idee giuste dello stile in ge- nerale, e delle sue particolarità. Noi procure- remo di supplirvi. La prima c la più interessante distinzione degli stili risulta dal maggiore o minore svi- luppo che dà 1’ autore ai suo pensiero. Da ciò risulta lo stile conciso e’I diffuso. Lo scrittore conciso rinchiude le idee nel minor numero pos- sibile di parole , impiega le più espressivej rigettando tutto ciò , che non aggiunge sen- sibilmente al pensiero. Si permette qualche or- namento , ma serve per fortificare , e non mai per abbellire la frase : tutto insomma tende alla precisione, cercando piuUoslo di la r pen- sare il lettore , che completamente soddisfare la sua immaginazione. Lo scrittore diffuso al contrario non crede giammai d’essersi abbastanza spiegato, e sembra dubitare talmente dell’ intelligenza del lettore, che nel presentare il suo pensiero sotto varie forme, stanca. Non cura di farsi capire a primo aspetto, perchè s’ è proposto di ritornare sulle sue idee ; c ciò che perde in forza, cerca di guadagnarlo in abliondanza ed in varietà. I suoi f ieriodi sono naturalmente lunghi ; e ben vo- ontieri profonde gli ornamenti che crede adat- tali. Onde lo stile diffuso è snervato ; e quando manca di robustezza è poi snervato senza essere diffuso. Lo stile prolisso non è già il diffuso : quello estendendosi sulla superficie degli oggetti, s’arrc- sta sulle idee accessorie; questo si trascina d’in- duzione in induzione, di conseguenza in con- seguenza, stanca la mente, e ricalcitra l’at- tenzione , quando la vuole soggettare alla sua penosa lentezza. Lo stile debole , e lo stile nervoso sono so- vente confusi con lo stile conciso c ’l diffuso ; e la nube che li separa è infatti difficile a sco- prirsi. Trovansi intanto degli scrittori molto com- mendevoli per la forza, e per 1’ abbondanza dello stile ; e tra gli antichi si possono cita- re Platone, Plutarco , Tito Livio ed altri scrittori. La forza o la debolezza dello stile dipende dalia maniera con cui un autore vede il suo sog- getto. Se con forzalo concepisce, tale lo e.spri- merà. Ne ha un’ idea vaga e confusa ? il suo stile Io scoprirà. Ma lo scrittore robusto , o che sia conciso o diffuso , ci lascerà sempre una impressione di quello ch’e’ ha voluto dire. Sem- pre pieno del suo soggetto ; le sue espressioni saranno tutte egualmeute caratterizzate , ogni frase, ogni figura contribuirà a rendere il quadro più commovente e più completo. Cuniiauaziune della stessa materia. Fin qui abbiamo parlato dello stile circa l’im- pressione del pensiero, lo considereremo ora circa gli ornamenti de’quali esser può suscettibile. Sotto questo punto di vista adunque sarà lo stile Secco, Semplice, Conciso , Elegante e Florido. Lo stile secco non ammette vcrun ornamento. Contento d’ essere inteso lo scrittore , non cerca nè di cattivar l’ orecchio , nè d’ appagare l’im- maginazione. Questo genere di scrivere è solo tollerabile nelle opere didattiche j ma esser deve sostenuto dalia solidità della materia, e dalla più grande chiarezza nella espressione. Lo stile semplice ammette piccolo numero d’ ornamenti ; e se da una parte non ci alletta per le grazie e per le finezze della composi- zione , non ci disgusta però dall’ altra con la sterilità e la durezza della sua maniera d’espri- mersi. E indipendentemente dalla più felice chiarezza, esige una severa proprietà , purità e precisione. Avvi questa dinerenza tra lo stile secco ed il semplice ; quello non è suscetti- bile d’ ornamenti , questo volontariamente li rifiuta. L’ autore che adotta lo stile conciso , non isdegna le bellezze del linguaggio , ma le fa consistere nella sola scelta e disposizione delle parole. 11 giro (delle frasi esser deve naturale, i periodi variati, senza affeltazionc, senza una ricer- « ata armonia; le sue figure, quando nè ini|jiegas- se , sono vive, anziché ardite o brillanti. Kè molto génio,nè molta immaginazione è necessa- ria per attingere a questo stile , ma con la di- ligenza e con l’attenzione possiamo arrivarvi. Questo è quello stile che bisogna assolutamente studiare, perchè conviene in qualunque sogget- to, ed in molti è indispensabile. L’ eleganza dello stile vuole la correzione , la giustezza e la purezza della dizione. Ma questi requisiti non bastano ; esige ancora una nobile libertà, Una maniera facile c naturale, che senza nuocere alla correzione nasconde lo studio e la riservatezza. Il punto essenziale e ditlicile è di conciliare l’ eleganza con la na- turalezza : due mezzi vi sono per riuscir- vi la scelta nelle idee e delle cose , e l’ arte di collocare le parole. Ma qualche volta la ma- teria presenta assolutamente oggetti spiacevoli a descriversi, cose vili e triviali. Che farà al- lora lo scrittore per essere elegante ? Dovrà porre in opera tutto il suo artifizio, per non trasandate le circostanze, che possono interes- sare e muovere il lettore, accennare alla sfug- gita quelle che, spargendo la chiarezza, sareb- bero in ."lira occasione da tacersi perchè di- spiacevoli. Maravigliosa è in questo genere la descrizione che fa Dante della crudel morte di fame, alla quale fu condannato dagli Ubal- dini Ugolino della Gherardesca , con quat- tro figliuoli , tutti rinchiusi nella torre di Pisa : Già cran desti > e l’ ora s’ appressava Che il cibo ne soleva essere addotto. E per luo (ogno ciascun dubitava, cc. Jnfer. Canio 33. Il padre Segneri descrive mirabilmenie le orribili penitenze de’ Solilarj veduti da S. Gio- vanni Cliinaco, i quali penetrati da una viva considerazione delle pene acerrime da Dio pre- parate a’ peecalori nell’ altra vita , seco propo- sero di volersi rinchiudere in un luogo soli- tario , che chiamossi carcere de’ penitenti , e quivi praticare tutti le possibili asprezze, amando meglio di menare in questo mondo una pe- nosissima vita, che d’ incontrare nell’altro l’eter- na morte. a Stavano alcuni, dice, tutta la notte diritti oran- do al sereno , altri ginocchioni, altricurvi; ma per lo più con le mani tutti legate dietro le spalle a guisa di rei , perpetuamente tenevano i lumi bassi , nè si riputavan degni di mirar cielo. Sedevano altri in terra aspersi di cenere, sor- diti , scarmigliati , e fra le ginocchia tenendo celato il volto ; ululavano sopra 1’ anima loro^ e la deploravano. Altri percuotevans’il petto, altri svellevano i crini, ^ altri putrefatte mi- randosi le lor carni , per gli alti strazii , co’ quali le avevjino macerale, pareva che solo in quella vista trovassero alcun sollievo, e si con- fortassero ec. ec. Pred. rii. n. y. La languidezza e la mollezza dello stile sono gli scogli prossimi all’eleganza ; e noi non lo diremmo giammai abbastanza con Tullio, quante sieno le cure che aver deve uno scrittore per riunire nella migliore maniera possibile la forza de’ pensieri con l’eleganza continua dello stile. Il Gladiatore e 1’ Atleta , die’ egli , non eser- citansi solamente a parare ed a ferire con de- strezza ; ma a muoversi con grazia . Cosi nel discorso, bisogna occuparsi nello stesso tempo a dare solidità a’pensieri, e piacevolezza e de- cenza air elocuzione. Lo stile fiorito è abbondante di pensieri f )iù piacevoli che for;i , d’ immagini più bril- nnti che sublimi , di termini più ricercati eh’ energici, e la metafora da cui impronta il suo nome è ragionevolmente presa da’ fiori , i quali offrono più vaghezza che solidità. Le bellezze passaggiere qui trovano il loro sito , quando non si hanno cose solide da esprimere. Ma questo stile sarebbe molto inconsidera- tamente impiegato ne’ sermoni e nelle orazioni forensi: esso conviene alle composizioni di puro allettamento, agl’idilìii, all’ egloghe, alle de- scrizioni delle stagioni. Questo è quello stile che più seduce i giovani, ed al quale ben vo- lentieri s’abbandonano. È raro che le loro prime composizioni non pecchino nella profusione degli ornamenti, la cui scelta eia distribuzione non hanno potute essere regolate dalla saggezza d’un gusto severo e rischiarato. E plausibile però che i giovani abbiano un genio ardito ed invento- re , e che i loro primi saggi abbiano della vanità : facilmente si toglie il superfluo e’I di- fettoso nell’ abbondanza : ma al contrario la ste- rilità è un vizio quasi irreparabile. Questo fu anche il sentimento di Cicerone, il quale bra-  Quemadmodum qui uluntur arniis aul palae- atra , non so/nm sibi vitandi ani feriendi ralionern esse habendam putant , sed edam ut cuin venustate moveaniur ; sic verbis r/ttidem ad aptam compositiv- nem et decentiam , senlenliis vero ad gravitalem ora- iionis utatur oraior. De orat. III. lao- EI,OCU5CtOME. l55 inava , che la gioventù s’ abbandonasse alla lo- condilà del dire . Dell’ Armonia dello siile. Oltre quell’armonia’ cliiamata imitativa, per- chè dipinge ed imita con la stessa combina- zione de’ suoni, come il vedremo nel seguente capitolo, avvi un’armonia generale dello stile, la quale abbraccia tutte le parti del discorso; non si attacca alle particolari circostanze ; e tende all’effetto generale del quadro. Questa è una delle più grandi difficoltà , ma però una delle prime bellezze dell’ arte dello scrivere (2). Ciò che i filosofi grammaticali hanno detto della formazione , e de’ principj fisici del lin- guaggio', deve far comprendere che ogni lin- gua è più o meno capace dell’ armonia cui ora ci occupiamo. Appartiene poi al poeta , all’ i- storico , all’oratore di bene studiare l’essenza e ’l genio della lingua in cui scrive per rica- varne il miglior frutto. Ma non deve d’ altronde a uesto studio degenerare in una puerile ricerca i minuzie. Tullio vuole che il giovane oratore dia alle sue frasi un giro armonioso ; fiat quasi structura quaeda/n ; ma non vuole che il la- voro e la ricerca appariscano » nec tamen fìat operose , percliè sarebbe lavoro frivolo ed im- menso « nam esset ^.quam infinitus, tam pue- rilis labor. » P^olo se efferat in adolescente facandilas. De orai. Quae siint res permitloenf aures ; sonus et nii- merus. Cif. ' Er,OCUzrONE. Il primo orgiino da cattivarsi è l’ orecchio , eh’ è naturalmente sensibile all’ armonia. Ma esso è superbo c sdegnoso, ed il giu- dizio suo è severo. Il minimo suono duro , una costruzione alquanto equivoca ; una chiusura disarmonica ne urtano la sensibilità. 11 pensiero più maschio e ’l più piacevole ferirà 1’ orecchio, se l’armonia della frase non lo alletta. Quam- vis enim suaves gravesque sententiae , tamen si inconditis vorhis efferuntur offendunt au- •res,quarum superbissimum est judicium. Cic. Quintilmno per esprimere lo stesso pensiero servesi del seguente paragone : Nihil intrare potest in affeclum , quod in aure , velut quo- dam vestibulo , statim offendit. Tun’i generi di letteratura non domandano uno stile egual- mente metrico; ma tutti vogliono uno stile grato all’ orecchio. Questi principj dell’ armonia sono dunque essenzialmente nella natura , la quale è tutta armonica , nè potrebbe un momento esistere questo ammirabile aggregato di cose senza il portentoso concento delle sue parti. Ogni pensiero ha la sua estensione , ogni im- magine il suo carattere , ogni movimento dcl- 1’ anima il suo grado di forza e di rapidità. Ora il pensiero dimanda lo sviluppo del periodo; ora i tratti di luce da cui lo spirito è col- pito sono tanti baleni , che succedonsi rapida- mente 1’ uno dopo l’ altro. Lo stile interciso conviene a’inmultuarii moti dell’animo; esso è il linguaggio del patetico veemente ed appassio- nato. Tutte le lingue hanno delle sìllabe più o meno lunghe o rapide ; e ciò è suiliciente per la prosa. Ma quello che possiamo dire intorno a questo, per rischiarare!’ inesperienza de’ gio- vani nelle loro composizioni e nello studio degli autori è che avvi armonia nello stile , che è rapido o lento , conciso o poriodico , stretto o sviluppato, secondo che trattisi di provare , o dipingere, muovere o ragionare. Esempio d’ uno stile rapido. nacqui sul Gange ; Vissi fra r armi : Asbite bo noltae. Ancor non so , che sia timor : piìi dilla vita Amar la gloria è mio costume amico : Son di Poro seguace , e tuo nemico. Met. ^les. nelUt Ind. AU. I. Se. 5. Altro esempio di Cicerone prò Milane. a Egli ( P. Clodio ) con lo stupro macchiato j» aveva le santissime religioni , rotti i gravis- » simi decreti del senato , erasi col denaro li- » herato apertamente da’ giudici , oltraggiato » aveva nel suo tribunato il senato , annullate n le cose latte da tutti gli ordini , me cacciato » dalla patria , bruciata la m'a casa , lacerati » i figliuoli e la consorte mia , intimata sccl- )) lerata guerra a Gneo Pompeo , fatte stragi » di magistrati e di privati , arsa la casa del » fratei mio , dato il guasto alla Toscana , cac- » ciati molti dalle case e da’ beni , c’ era sem - j) pre sulle spalle e premeva : non potevano » inCne le città , l’ Italia, le provincie e i re- p gni capir la costui pazzìa ec. » \ Esempio d’ uno siile vivo ed incalzante. Cic. Pbo. Mix.. Pehobsz. « Quest’uomo dunque nato alla patria morrà » in altro luogo che nella patria ? O se per ELOCUZIONE. » avventura per la patria riterrete le memorie » dell’ animo suo , e sasierrete che il suo corpo » non abbia sepoltura nell’ Italia? Scaccerà cia- 3) scuno costui da questa città con la sua scu- » lenza , il quale tutte le città, da voi scac- » ciatO; a se chiameranno? O beata quella tcr- » ra , che riceverà questo cittadino : questa in- » grata , se lo scaccerà , misera , se lo avrà » perduto! » *, Esempio distile vivoe rapido in una progressione tinaie. Se 1’ odio ti consiglia , L’ odio sospendi un breve istante e pensa , Che vana è la mina D’un nemico impotente , uiil l’acquisto D’ un amico fede! ; die Re tu sei, Ch’esule io soli; che fido in le, che vengo 'Vittima volontaria a questi lidi : Pensaci, e poi del mio destili decidi. Met. in Xeni. Armonia imitativa. I suoni senza essere figurati, possono som- ministrare, ed hanno somministralo all’ uomo, sia per la loro natura , sia per la loro durala, una specie di linguaggio inarticolato , per espri- mere almeno sino ad un certo punto un nu- mero di cose. Gli uomini non avendo da prin- cipio eh’ il gesto per comunicarsi le idee , imi- tarono la figura, il moto degli oggetti che vo- levano rappresentare. Ma quando questo lin- guaggio de’ segni si è trovato iusulficienie, è stalo mestieri ricorrere ad un linguaggio più espres- sivo: allora 1’ organo della voce ha necessaria- mente agito con più forza , cd ha fallo init-n- ELOCUZIONE. l3g dere de’ suoni rapidi, penetranti, forti , so- nori ec. tutti figurati dalle impressioni diffe- renti , che dall’ aria ricevevano , diversamente modificata dagli organi della parola. Questi suoni imitativi trovansi in tutte le lingue , di cui sono divenuti , per così dire , la base fondamen- tale. Ma la poesia che consiste nella fedele imi- tazione della natura , e che adattasi a dipin- gere lutto ciò eh’ è suscettibile d’ essere di- pinto per mezzo de’ suoni , ha ritenuto e per- fezionalo il linguaggio imitativo , ed è uno dei suoi caratteri distintivi: ed ogni poesia che nulla dipinge pe ’l moto del verso , e per la verità dell’ espressione imitativa , cadrà tosto in un eterno oblìo. Il che non si saprebbe troppo rl- S etere a quelli che aspirano alla riputazione i poeti , per aver semplicemente riunito alla rinfusa alcune linee d’ una prosa mal concepita, e che altro non tiene del poetico , che il me- tro monotono d’una rima situata macchinalmente all’ estremità di un certo numero di sillabe. Al contrario, aprite Omero, e da per tutto gli ren- derete quella giustizia che gli rendeva Virgi- lio , il quale riconobbe che Omero e la na- tura eran una sola e medesima cosa. La na- tura aveva appreso ad Omero che per distin- guere la bellezza , bisognava scegliere le più dolci vocali. Se voglionsi degli esempj dell’ ar- monia imitativa , non ne mancano in Virgilio in Tasso, ed anche nell’ Ariosto. ELOCUZroUB. Sezione li. Degli ornamenti. §. L Delle ^figure in generale. Cicerone c Quintiliano hanno definito le li- gure « certi giri di parole , certe maniere d’ e- )» sprimersi, che allontanansi dalla comune ma- » nieradi parlare.» Nell’infanzia delle lingue gli uomini incominciarono a dare de’ nomi agli og- getti che colpivano piu frequcn temente la loro vista ; e questa nomenclatura fu lunga pezza li- mitata; ma a misura che acquistarono cognizioni di un più gran numero d’ oggetti e che le loro idee molliplicaronsi , la quantità de’ nomi pro- porzionalmente s’ estese. Or dunque era , ed è tuttavia impossibile , che una lìngua sommini- stri de’ termini differenti per tutte le idee , e { )er tutti gli oggetti. Cercossi perciò d’evitare ’ imbarazzo di trovare incessantemente nuove f tarole , e per alleviare nello stesso tempo il avoro alla memoria, servirsi d’ una parola già adattata ad una cosa conosciuta per esprimerne una che non lo fosse ancora ; ma avendo con la prima una sensibile analogia. Ecco 1’ origine delle figure in generale ; le quali promanano dalla penuria , dalla necessità e dalla sterilità del linguaggio; ma poscia, quantunque le lìu- f ue si fossero accresciute ; si continuò 1’ uso elle figure , perchè allettavano l’ immagina- zione (ij. E facile il vedere perchè il liiiguag- (i) Modus tras/erendi verbi late palei, quem ne- ELOCUZIONE,  gio sia Stato più figurato ne* primi tempi della formazione delle lingue , e perchè si trovi co- munemente iu bocca di quelli , che la loro nascita ha situato lungi dalla sorgente dell’ i- struzione. Si fanno più figure fra gl’ idioti , che fra gli accademici. Ma sccondocbè le lingue si sono perfezio- nate ed arricchite , gl’ ingegni osservatori han considerato il vantaggio che può ritrarsi dal lin- guaggio figurato , tanto comune ne’ primi tem- pi. Hanno veduto , che le figure contribui- scono alle grazie ed alla bellezza dello stile , quando sono diligentemente impiegate ; eh’ esse arricchiscono una lingua , rendendola più ab- bondante ; che moltiplicano le parole , le frasi ; e che facilitano perciò 1’ espressione d’un gran numero d’ idee. Venne allora la classificazione delle figure, ricevettero de’ nomi , se ne li- mitò 1’ uso ; ed i retori le distinsero in figure di parole , ed in figure di pensiero. Ed infatti avvi una sensibilissima differenza tra le figure di pensiero , e quelle di parole. Le figure di' S ensiero , dice Tullio , dipendono unicamente a uno slancio dell’ immaginazione , e consistono in una maniera particolare di pensare , o di sen- tire, in modo che la figura rimane sempre la stessa , quantunque si combinassero le parole, che r esprimono. Ma per le figure di parole, se voi cangiate le parole, la %ura svanisce (i). cessilas genuit , inopia concia et angustiis ; post autem delectatio , jucundilasque ceUbraoit. Cic. de Orat. hi ,  Ltter confermalionem verborum et sententiarum hoc interest , quod verborum toUitur , ai verba mu- Figure di parole. Nelle figure di p irolc conviene fare una di- stinzione, che r uso stesso di queste esi‘>e , ed è quella di figure semplici di parole , e di tro- pi , che noi separatamente verremo a trattare. Figure semplici di parole. Le figure semplici di parole sono quelle per cui cercasi dare al discorso una maggior forza, ed una maggior vivacità e vaghezza ; ora ac- crescendo le parole , ed ora diminuendole senza punto cangiarne il significalo ; ed in ciò dif- feriscono da’ tropi la cui definizione daremo nel- r articolo seguente. Le principali figure sem- plici di parole sono i.“ la duplicazione , che prende ancora i nomi di Anafora Avjtpopx , di Epistrofe Eiriorpo^ri, di Simploce SuaTrXoxiri , di £ pana 1 epse E'7ray*XYi4-is, di Anadi piosi AvaJ tirXcBcn di Epizeussi secondochè si ripete una parola ne’ principj , nella fine ; nel principio del precedente membro , e nella fine del se- guente ; nella fine del membro precedente , e nel principio del seguente ; o quando finalmete la ripetizione è continua. Così Plinio il Vecchio dopo aver rappresentata la terra come un pic- ciol punto quasi indivisibile in paragone del- l’ Universo , soggiunge : (C Ecco ove noi cerchiamo a stabilirci , ed » arricchirci j Ecco ove noi vogliamo essere i tarìs ; aenienliarum , permansi , quiòusctimque ver-, bis uti velia. Dz Okàt. ELOCUZIONE. 145 » despoii , i denominatori ; Ecco ciò che agita » r uman genero ; Ecco ciò eh’ è 1’ oggetto della y> nostra ambizione , la materia delle nostre di- » spute, la cagione di tante guerre tra cittadini, » e tra fratelli ». E Gcerone prò Quin. Quid haec amentia , quid haec festinatio, quid haec maturitas tanta significai ? Non vini ? Non scelus ? Non latrocinium ? Non donique omnia potius , quam jus^ quam offi- cium , quam pudorem. E lo stesso nella seconda Filippica. Doletis tres exercitus popoli romani interf eclos'ì in- terfecit Anlonius. Desideratis clarissimos ci- ves ? eos quoque vobis eripuit Antonius. Au-~ ctoritas hujus ordinis qfflicta osti afflixit An- tonius (i). a.° La replica e la soppressione della con- (/) Altri esempli . Dai bei rami scendea , Dolce nella memoria, Una pioggia di fior sopra il suo grembo: ' £d ella si sedea Umile in tanta gloria Coperta già dell’amoroso nembo Qual fior cadea sul lembo. Qual sulle trecce bionde , Ch’oro forbito e perle Kran quel di a vederle. Qual si posava in terra e qual sull’ onde, Qual con un vago errore Girando, parca dir, qui regna amore; PzTBasca. ELOCUZIONE. giunzione copulativa. E, che chiamasi ancora Asindeto o Polisindeto, AawSerov, IIoXutfuyJgToy, Così un autore « Che stragi inaudite ! S''uc— » cide nel tempo stesso il fanciullo , il vec— » cbio, la sorella, il fratello, la figlia, la. ma— » dre , il figlio nelle braccia del genitore. » Le donne , i cavalier, l’arme, gli amori, Le corteaie , 1’ audaci imprese io canto. ÀBJOSTO. Ed il Tasso , C. IV. st. 5. Qui mille immonde Arpie vedresti , e mille Più cbe Palle mura Piace a te il campo e 1’ erbe Piace l’ intatta Vergine natura. Pindemonte , alla Salute. È risorto : or come a morte La sua preda fu ritolta? Come ha vinte 1’ atre porle , Come è salvo un’ altra volta Quei <he giacque in forza altrui ? 10 lo giuro per Colui Cbe dai morti il suscitò ; È risorta : il capo santo , Più non posa nel sudario : £ risorto : dal 1’ un canto De 1’ avello .solitario Sta il coperchio rovesciato ; Come un forte inebriato ^ 11 Signor si risvegliò. , Manzoni , La Risurrezione È dunque in van ch’io scampo Amor , dalla tua mano , Ed io qui fuggo invano Della tua face il lampo. PÌQdefflOQte f La Giovinezua. Ut EtiOCUlZrONB. 14 $ Centauri , e Sfingi , e pallide Gorgoni } Molle e molte latrar voraci Scille, E fischiar Idre , e sibilar Piloni : £ Vomitar Chimeré atre faville ^ E Polifemi orrendi , e Gerioui ; £ in nuovi mostri non piu intesi , o visti Diversi aspetti in un confusi , e misti. 5 . La Sinonimìa "XyvcùmtfMX consiste nell^espri- mere la stessa cosa con piu parole , aventi urt significato bensì analogo ^ ma con qualche dif- ferenza che. vieppiù 1’ accresca e rinforzi. Viene chiamata ancora Esposizione; ma allora il suo ullicio è di riunire insieme più sentimenti. Così Cicerone. « A voi ed al popolo Romano ar- » rechi pace , tranquillità , ozio , concordiak y> Ed in altro luogo : Abiit^ evasiti erupit eCi Lo stesso , prò Rasoio Amerino : » Tito Roselo non ha offeso un compagno nel » maneggio de’ danari ec. ma nove uomini ono-^ 7) ratissimi , compagni d’ un medesimo ordine^ » d’ una medesima ambasceria , d’ un medesi-^ » mo uQicìo , e d’ un medesimo carico « se-“ » dusse, ingannò , abbandonò , diede in mano » degli avversar ] , e gli gabò con ogni maniera » di frode. » Oltre queste figure semplici di parole ^ vtì ne sarebbero delle altre le quali o apparten- gono alla grammatica ^ o sono poco in uso ^ e perciò crediamo bene di non farne parola* Tropii Tropo viene dal Crcco tpoifos, la cui radice h Tpe-ìTiM, latino verta : conversione , transkto, tra- sposizione. Dunque i tropi altro non sono chd IO ELOCUZIONli. parole le quali alioiuanandosi dalla siguinca— zioiie primitiva, ne prendono altra aliena. Così il Tasso , Canto III. st. 45- Cade, e gli occhi , eh’ appena aprir si ponno , Dura quiete preme, e ferreo sonno. I principali tropi sono la Metafora, l’ Allego- ria , la Sineddoche j la Metonimia , 1’ Ironia, il Sarcasmo, TI perJiole , la Perifrasi, e la Ca- tacresi , de’ quali parleremo particolarmente. Mctaibra. La Metafora, da /seraupep*, /retn^ro, è upa fi- gura per la quale trasportasi la significazione propria di uno o più nomi , ad un’ altra si- gnificazione , dietro un |)aragone che si fa nella mente. La metafora differisce dal paragone per la sola forma, perchè nel senso e sempre lo stesso. Se io dico, per esempio, parlando di Ora- zio Coelite, eh’ et sostiene l’urto del nemico come una quercia gli sforzi d’ Aquilone , fo una similitudine , perchè stabilisco uu rapporto sen- sibile tra due oggetti. E se dico : Come una quercia immobile contro gli sforzi d’ Aquilone, Orazio sul ponte sostiene l’ impeto delle ne- miche schiere, fo un paragone , perchè esprimo tntt’ i punti del rapporto de’ due oggetti pa- ragonati. Ma se poi dico semplicemente: Questo Orazio Coelite è una im monile quercia , ecco una metafora la quale altro non è che un pa- ragone abbreviato, a cui l’ immaginazione sup- plisce. Questa figura , la più ricca di tutte , deve ia sua origine alla nostra disposizione abitua- le di rilerire le affezioni morali alle nostre fisi- clie impressioni , ed a far servire le une a for- - c ELOCUZIOMH. l47 lificare l’espressione delle ahre. Quintiliano dice che la Metafora brilla col suo proprio lume ne’^discorsi del genere elevato ; getta una gran variazione ne’ concetti , innalza e nobilita le cose più comuni , illude lo spirito , mostran- dogli una cosa e nascondendogliene un’ altra. Le metafore si possono prendere 1. " Dalle cose animate alle inanimate. 2 . ° Dalle inanimate alle animale. 3. " Dalle animate alle animate. 4/ Dalle inanimate alle inanimate. Perchè le metafore poi non sieno difettose bisogna por mente a’ seguenti avvertimenti : 1 . Non debbono essere prese da soggetti bassi e triviali , come quella di Tertulliano natu- rae generale lixiviun , chiamando il diluvio universale la lesciva della natura. 2 . Non bisoga che sieno forzate e prese da cose poco cognite , in modo che il rapporto non sia naturale , c’I paragone poco sensibile , come quella di Teofilo: Je baignerai mes maini ciana ies ondes de tea cheveux. 3. Bisogna ancora aver riguardo alle conve- nienze de’ varii stili , poiché avvi delie meta- fore che convengono allo stile poetico , e che sarehbono mal usate nella prosa : per esempio, disse un poeta d’ un fratello e d’^ una sorella che quantunque belli erano ambedue privi di un occhio. Parve puer , lumen , quod hahes concede torort , Sic tu coecus Amor , sic erit illa Fenua. Nel quale distico osservasi , dice il Dizio- nario Enciclopedico, che lumen significa occhio; ma questa parola in prosa non si prende nello stesso senso. 4- Si può mitigare una metafora combinan- Bt,OttJZlONE. dola in un paragone , o aggiungendovi qual- che correlativa come.Quasi , per cosi dire. L’arte dev’ essere per così dire innestala sulla natura. La natura sostiene 1’ arte, e le serve di base j c Tane abbellisce e perfeziona la natura. 5. Quando vi sono più metafore di seguito, non è necessario che sieno tutte ricavate esat- tamente dallo stesso soggetto , come si può scor- gere nel precedente esempio : innestata è preso dall’ agricoltura : sostiene e base , sono presi dall’ arciiitcttura. 6. Ogni lingua ha le sue particolari meta- fore , e che non sono in uso nelle altre liu— “ gae : per esempio , i Latini dicevano d’ un’ ar- mata = Dextrutn et sinistrum corna , e noi diciamo =l’ ala dritta e l’ala sinistra. Allegorìa. Quando la metafora è continuata diviene un’Al- legoria , ovvero una figura per la quale una cosa dicesi , ed altra vuoisene intendere. L’ allegoria trae il suo nome a-ro tou «XXo pifiv «vopsostv, «XXo Js / yoetv. DiSerisce dalla metafora , perchè questa s’occupa d’una sola idea, e 1’ allegoria ne conti- nua il completo sviluppo , presentando sempre il senso figurato in vece del senso proprio. Le al- legorie sono altre pure ed altre impure ©mi- ste , secondochè le parole sono o tutte meta- foriche , o avvene alcuna non metaforica per maggior chiarezza. Cicerone prò Mil. = Equi- dem coeteras tempestates , et procellas in illis duntaxat fluctihus concionum semper putavi Milani esse subeuntas. E lo stesso, prò Murena , <t Quodf return , quem Eurìpum tot motuSy tliOCUZrONK. l49 » t. inique variaa habere putatis flucium agi~ » tationes , quantas perturbationes et quantos » aeslus habet ratio comitiorum ? Dies in- • » terposilus unus , aut nux interposita , aaepe » perlai hut omnia , et totam opinionem parva » nonnunquam commutai aura rumoris. » E il Petrarca, volendo dimostrare lo stato delr r animo suo , ricorre ad un’ allegoria , che dir si può mista. Pasfa la nave mia colina d’ oblio Per aspro mare , a mezza notte il vemO' ec. E siccome 1’ allegoria è una continuata me- tafora ; così le regole assegnate per la metafora SODO quasi tutte adattate all’ allegoria. Ma inol- tre poi bisogna badare , che quando cominciasi un’ allegoria- è necessario di conservare in tutto il filo del discorso la stessa immagine da cui si ricavano le espressioni. Questo precetto è stato seguito da Orazio nell’ode 14 del I libro, ove considera la Repubblica sotto l’ immagine d’una nave , e tutte le cose eh’ ei dice sono adattate- alla detta nave^ O navis , referent , in mare te novi Fluclus ! O quid agìs ? Fortiter occupa Poriam ; nonne videa , ut Nudutn remigio lalus Pi malus celeri sancius Africo , Anletinaequc gemant ? ac sine funibu* Pix durare carinae Posmnt imperiosius Acquar? ISon tibi Sfint integra hntea t: Quamois politica Pinus Silvae filia nobilia Jacies et genus et nomea inutile ; Nil pic/is timida^ novità pnppìòus. Fidil. Tu , niai uen/is Debta liidibì inni , cave. ÈliOCUZIONE. Kuper soUicìtum quae mi Ai iedium. J^unc desiderium , curaqne non levìt , Jnterfusa nilentes Vites aequora Cycladas. . • Il mezzo più sicuro per accertarsi della giu- stezza d’ un’ allegoria è di tradurre letteralmente il senso figuralo pe ’l senso proprio , vedendo se tutte le circostanze si riferiscano egualmen- te , e tutte le immagini coincidano con la cosa espressa. Prima di chiudere 1’ allegoria crediamo bene dir qualche cosa dell’ allusione , la quale è an- che una figura rettorica. L’ allusione adunque differisce dell’ allegoria, poiché questa presenta un senso e ne fa inten- dere un’altro ; quella è la personale applicazione d’ una lode , o d’ un biasimo ; e secondo il Di- zionario Enciclopedico, è una figura per la quale dicesi una cosa, che ha rapporto ad un’ altra, senza far menzione espressa di quella a cui si riferisce. Così questa ni Ovidio nelle sue me- tamorfosi. Ulisse rimprovera ad Ajace d’ aver avuto costui nella famiglia uno esiliato pe ’l fra- tricidio. JUiAi Laerles pater est; Arcesius itU : Jupiler Aule, neque in his quisquam damnatus et exsul. E quest’ altro d’ Achille ad Agamennone . Jamais vaisseaux , partis des rives du Scamandre Aux champs tAessuliens osèrent-ils descendre ? Et jamais dans Larisse un làcAe ravisseur Me vini - il enlever ou ma femme ou ma soeur ? Ipliigen. elocuzione. iSt Metonimia. La Metonimia viene dal greco e si- gnifica trasposizione, cangiamento di nome, no- me preso per un altro ; e si ha quando 1 . Si prende la causa per l’effetto, come Marte per la guerra, Minerva per la sapienza Habent Moysen ^ et P rofetas. \j\xc. XVI. ig. Col nome di Mosè e de’ Profeti s’ intendono i loro scritti. 2 . L’ effetto per la causa , come Ovidio — AVc habel Pelion umbras. Met. Xri. V. 53i. L’ombra è presa per gli alberi, che la danno. Così il Boccaccio : ogni stella era già dalle parti d’ Oriente fuggita; effetto prodotto dall’ apparir dell’ aurora. 3. Il continente per lo contenuto, come Car- tagine pe’ Cartaginesi , il nappo per la bevan- da. Così nella Genesi, Terra corrupta est, cioè gli uomini, ch’escono sulla Terra. 4- Il nome del luogo ove una cosa si fa per questa cosa , come il Portico , c ’l Liceo per la filosofia di Zenone e d’ Aristotile ; perchè que- sti due grandi uomini dettavano -le loro, le- zioni P uno nel Liceo e 1’ altro nel Portico di Atene. fi. Il segno per la cosa significata , come lo scettro pe’l reame, la spada, la divisa, pe ’l mcsiier delle armi. ■ L quasi tutt’i tropi, nel senso stretto sono delle metonimie, percbè tutti fondali sopra un qualche cangiamento o una trasposizione di parole, e sopra un’ analogia che è compresa i.n «picsla figura. La Sineddoche viene da twsuSoyA che vaof dire compréssione , la quale si avrà nelle se- oucnii circostanze : « 1 . Quando si mette la parte pe 1 tutto co- me il Santuario per la Chiesa, il cuore per Tuoino. 0^1 * 3 . 11 tutto per la parte, come Sustulerunt Ì>ominum, in vece di corpus. Il giardino è fruttifero, ec. j •• 3. La materia in vece della cosa da cui si è fatta , come il ferro , T acciajo per la spada , il pino per la nave ec. • 4 . 11 genere per la specie , come gli am- mali son soggetti alla legge di collisione. 6 . La specie [ e ’l genere, come clu dicesse, un fiero aquilone ruppe le antenne , le vele squarciò, ove aquilone è presa pel vento. 6 . Il nome per eccellenza dato ad una per- sona, e che chiamasi ancora Antonomasia Av- TOVO/iz»sw, come Coriolano per Cajq Marzio -- 11 vinciior di Mitridate pel gran Pompeo, il conquistator delle Gallie per Q. Cesare ec. ■ Iperbole. È un tropo per cui si eccede nell’ esposi- jione del vero; ed esprime il disordine d’un animo al quale una gran passione tutto esagera : illustra mirabilmente l’orazione, ed è di tanto uso presso i poeti, che appena si trova una descrizione ove non campeggi questa figura. Diamone alcuni esempj.- Verròj farò là monti ov’ ora è piano, Monii d’ uomini estinti e di feriti : Fa.ò fiumi di sangue. Tasso , Ger. liò. IX. si. . E Cicerone, prò Leg. Man. — « Dirò questo » brevemente, ninno giammai essere stato sì » sfacciato , che dagl’ immortali Dei ardisse de- » siderare tacitamente tanti e così fatti doni, » quanti gl’ immortali Iddii a Gnep Pompeo » concedettero, » ' E lo stesso, prò M. Mar. « Non v’ è così abbondevole fiume d’ ingegno , , 1 ) nè tanta forza di parlare o di scrivere , nè » così . profonda eloquenza, la quale possa, non » dirò ornare, ma raccontare , Cajo Cesare , le n cose da te fatte. » Le iperboli alle volte sono troppo ardile , ed allora si modificano con le particelle quasi, presso a poco, per lo /?/«; quantunque ne’ poeti, che sono riscaldati dal loro èstro non sieno tanto da biasimarsi. Così Virgilio, nella dedica delle Georgiche v. 34 dice ad Augusto. ' Ipse libi jiim brachia contrahit ardens Scorpius , et coeli junt i plus parte relinquit. E Cicerone, prò Arch. poeta « 11 poeta è formato dalla natura , è incitato » dalla virtù dell’ intelletto, e ispiralo da certo » quasi divino spirito. Laonde con ragione il » nostro poeta chiama santi i poeti ; perchè » quasi qual altro dono e dote degli Dei sembra- n no essere presso di noi in maggiore stima, od amore. L’ Ironia – H. P. Grice: “He is a fine fellow” +> a scoundrel --  Eipovia è una figura con la quale una cosa si dice con le parole ed un’ altra se ne vuole intendere ; ma dev’ essere accompagnata dal gesto , dal sorriso e dal tuono di voce per potersi comprendere. Così Cicerone, prò Q. Lign- rio, volendo mettere in derisione 1’ accusa del- l’avvesario dice « Un nuovo delitto , Cajo Ce— » sare , ed innanzi a questo giorno non più » udito , Quinto Tuberone, mio parente , ti ha » denunciato, Quinto Ligario essere stato ncl- » l’Affrica ec. Laonde io non so dove rivol- » germi , poiché era io venuto con animo di » valermi alla salvezza di questo misero del )> non aver tu contezza di tal cosa. Ma poiché )> per diligenza del nemico é stato trovato quello y> che stava nascosto , giudico che sia neces- y> sario il confessarlo »• Quando i sacerdoti di Baal invocavano questo falso nume , per ottenere un miracolo che non avrehber certamente mai ottenuto , il Profeta Elia volendoli deridere, lor disse ironicamente : Clamate voce majore ,• Deus enim est et f arsitati loquitur, aut in diversorio est, aut in itinere, aut. certe dormit , ut excitelur. • ( Diz. Enciclop. E. di Lucca ). Sarcasmo. Il Sarcasmo, 2$3tpx3tSf4o? tutto tot sxpKx^stv, car- nes detrahere , carnem Idee rare, non é altro che una ironia pungente , accompagnata da di- sprezzo. Così il Tasso, lib. XIX. st. 6. Digitized by Googl Parte III. — elootzionb. i55 Vienne in disparte pur tu, che omicida. Sei de’ Giganti solo , e degli Ero'; L’ uccisor delle femmine ti sfida. Perifrasi. La Perifrasi Ilgpi?pot 5 (S è un tropo ^er cui ór- coscriviamo con molte j>arole ciò che po- tremmo dire con meno. i>i fa per due nni. 1. Quando non si vuol dire la parola semplice e schietta , o perchè sia indecente , o perchè sia spiacevole. Così il Boccaccio, Gior. 7. Nov. g, volendo esprimere , che la fortuna era favo- revole ad un giovane con 1’ offrirgli occasione di amor licenzioso , dice , che » Gli aveva parato dinanzi cosa a’ desiderj » della sua giovanezza atta, » E Cicerone , prò Mìl. in vece di dire , che gli schiavi di Mi- Ione uccisero Clodio , si esprime con questa Pe- rifrasi : Fecerunt servi Milonis , neque impe- rante , neque sciente , neque praesente do- mino, id quod suos quisque servos in tali re facere voluisset. 2. Per ingrandire e rendere maestoso il discorso; e perciò lo stesso autore nel principio del filocolo per accennare i Ro- mani, disse: Il valoroso Popolo anticamente di- sceso dai trojano Enea. Ed il Petrarca , per nominar P Italia , dice 11 bel Paese, che in parte il mar circonda e l’Alpi. E lo stesso , per dire nel sonetto 2. eh’ era Venerdì Santo, così esprimesi : ’ Era il giorno, che al suol si scoloraro Per la pietà del suo Fattore i rai. Vuoisi però badare , che la circonlocuzione non possa adattarsi ad altra cosa che a quella a cui st riferisce , onde possano 1’ oratore ed il poeta essere seguiti nel loro pensiero. La Catacresi, x«T«jfpYi(Jts, è un tropo per cui impiegasi una parola impropria in luogo d’ una adottata. Viene dal greco xaTotjfpaofroci , clic si- gnifica abusare , derivando questo verbo da JMtr» in significato peggiorativo, e utor, cioè usare della parola contro la sua signifi- cazione propria e naturale. S’impiega dunque la catacresi quando per difetto della parola propria ad esprimere un pensiero , si abusa d’ un’ altra che possa avvi- cinarsele, come chi dicesse, oc Andare a cavallo ad un bastone. La ragione condanna queste espressioni , ma la necessità le scusa , ed il senso che vi si appropria* salva la contradizione che presentano. 5 . 3. Figure di pensiero. Le figure di pensiero ( che i retori chiamano ancora figure di sentenze , figure sententiarum, schemata dal greco forma , abito , abi- tudine , attitudine ) altro non sono che un lin- guaggio espressivo , prodotto dalla passione o dall’immaginazione, più o meno riscaldate da- gli oggetti che se le parano dinanzi. Ed in- fatti allorché un uomo è in quello stato di cal- ma , in quella equabilità , secondo i filosofi , la quale risulta dall’ equilibrio del concupiscibile con l’irascibile, e eh’ è poi tutto ad un tratto colpito il suo cuore da un infausto o felice av- venimento, o il suo sguardo, la sua immagi- nazhne da una contemplazione o dilettevole o dolorosa; tosto cessa in lui 1’ equilibrio dei Digitized by Coogle PARTE III. — ELOCUZIONE. 167 Uue appetiti , e trovasi in un novello stato , il quale lo fa prorompere in un linguaggio di- verso da quello eh’ egli terrebbe essendo in cal- ma. E questo slato si allontanerà più o meno dall’ equilibrio secondochè la causa eindente sarà per 1’ uomo più o meno interessante. Ora i maestri dell’ arte ad esprimere i diversi gradi di questo istantaneo cangiamento hanno inven- tato delle figure, le quali si possono dire na- turali se vengono espresse dalla persona stessa che è stala sopraffatta dalla sensazione ; ed ar- tifiziali, o imitative, se è il poeta, o l’ora- 'lore , che parla , imitandone il linguaggio. Quindi le figure di pensiero saranno diverse secondo i vai-ii moti che si ecciteranno nel cuo- re, c secondo le varie idee che col[)iranno l’im- maginazione. E perciò, seguendo la traccia di altri retori, noi le distingueremo in due classi: nella prima comprenderemo quelle dettate dalla passione, e nell’altra quelle dettate dall’im- maginaziioue. Figure di pensiero dettate dalle passioni. Le principali sono l’Interrogazione, l’Escla- mazione, rimprecazione, la Preghiera, la Su- stentazione, la Reticenza, la Subjezione, la Com- municazione , la Correzione , la Permissione l’Antitesi, la Preterizione, il Giuramento. Interrogazione. Questa figura è la più energica, la più ra- pida in ogni genere di eloquenza ; e serve a stringere, incalzare l’avversario in modo che elocuzione. resti abbattuto ; e l’ ascoltante soggiogato con la veemenza dell’ oratore. » Quid tuus ille , Tubero,^ districtua in j) acie Pharsalica gladiua agebat? cujus k~ 3» tua ille mucro petebat ? qui senaua erat n armorum tuonimi quae tua menai ocuUI )» manua 1 ardor animi 1 quid cupiebaa 1 quii » optabaal » Cic. Pro. Lig. » Che faceva, Tuberone, quella tua spada ■» impugnata nella battaglia farsalica ? 11 fianco » di chi ricercava quella punta ? quale era lo » scopo delle tue armi ? quale la tua mente? » gli occhi? le mani ? l’ ardor dell'animo tuo? j> che bramavi? che agognavi? E lo stesso Cicerone, riell’ esordio della pri- ma Catilinaria. )) E sino a quanto , o Catilina , abuserai 7 > della nostra sofierenza? in sino a quanto il » tuo furore si befferà di noi? quando porrai y> termine a questa tua sfrenata audacia? ec. Quoi , Rome et l’ Italie en cendres Me feront honorer Sylla ? J’admireraì dans Alexandre , Ce quc J’aibborre en Attila? Esclamazione. Si avrà questa figura quando 1’ oratore, ab zando la voce , ed impiegando una interie- zione, ovvero sottintendendola , «prime un mo- vimento vivo di sorpresa , di sdegno , di pietà, o qualche altro gagliardo affetto , eccitato dalla grandezza e dalT importanza delia cosa. ELOCUZrONE. iSg Adamo Oh CgJio ! Oh giorno Oh vista ! Oh qual profonda e vasta Piaga spaccò quest’ innocente capo ! Ah rimedio non avvi. Ma un tal colpo Chi diette, o figlio? e qual fu 1’ arme ? ... Oh cielo ! V egg’ io , ben veggio di Cain la marra Là giacer sanguinosa.... Oh duoli Oh rabbia! £ fia possibil ciò ! Cain ti uccìse ? 11 fratello , il fratello ! ec. ec. In u4bele Tramelogedia. = Alfieri. • E Cicerone ironicamente prò Quint. « O rem incredihilein ! O cupiditatem in- » consideratam ! O rtuncium polucrem ! ad- )■) ministri et satellites sex. Naepii Roma » trans alpes in Sehusianoa lidus veniunt. O » hominem fortunatum , qui ejus modi nun- 1) Ci 05 , seu potius Peyuros habeat. w (( O cosa incredibile ! O cupidij'ia inconsi— » derata ! O messo veloce ! I ministri e par- » tegiani di S. Nevio , di Roma vanno in due » giorni nel paese de’ Sebusiani di là delle al- » pi. O felice uomo , il ^uale ha così fatti mes- » saggieri , o per meglio dire pegasi ! Ed il Tasso. Lib. XVI. st. 57. O Cielo ! o Dei ! perchè soiGfrir quest’ empj ? Fulminar poi le torri , e i vostri tempj ? Imprecazione. È una figura per mezzo della quale P oratore desidera che accada ad alcuno qualche danno Così Tullio nella prima Cati linar ia. c( 5 T«, tu Jupiter, qui iisdern , quibus haec » urbe , auspiciia a Romuìo es consti tutus , ELOCtrZIOJ^E. » qupm statorem hujua urbis atque imperit » vere nominamue , hunc , et hujus socios ti » tuia aria ceterisque templis , a iectia urbis » ac moenibus , a vita fortunisquc civium om-^ » nium arcebis ; et omnes inimicos bonorum^ » hostea patriae , lati ones Italiae . scelerunt » foedere inter se ac nefaria societate con- » junctoa , ac ternis suppliciis vivoa mortuos- y> que mactabis. Tu , Giove , che co’ mede- }f> simi auspicj , co’ quali fu edificata la citià^ y> fosti collocalo da Romolo , il quale con ve- » rilà chiamiamo Statore , cioè conservatora di » questa città e di questo imperio , rimuovi co- T) siui ed i suoi collegati da’ tuoi altari, da tut- )) t’ i templi , dalle case , dalla vita ; e dalle )> facoltà di tuli’ i cittadini : ed ammazza tut- » t’ i nemici de’ buoni , i ribelli della patria, i 5) ladroni dell’ Italia, con lega, e nefanda con* » federazione fra se congiunti , vivi e morti 3) ad eterni supplizj condannali. Cosi in Rodoguna , Cleopatra spirando, de*- sidera a suo figlio Antioco , ed a quella prin- cipessa tutte le disgrazie riunite. Rè^ne de crime en crime enfiti te voilà roi. Je t’ai défait d'un pére et di un frère , et de mai: Ruisse le del tous deux vous prendre pour viclimea^ Et laisser cheoir sur vous la peine de mea Crimea i Puissies-wus ne trouver dedurla votre .union Qu’horreur , que jalouaie , et que confusion ; Et pour voua aouhaiter tous lea malheura ensemble Puiaae natlre de voua un fila qui me reasemble , Preghiera. La Preghiera, detta ancora Deprecazioné , è quella figura per mezzo di cui s’ implora l’al- trui ajuto o cooperazione , ed è veemente a muovere il cuore d’ una persona. EliOCUZIONE. . l6l Non avendo fin qui per la possanza degli av- versarli potuto trovare nè egualità di ragione, nè parità d’ azione , nè giustizia di magistrati, prega e supplica te, G. Aquilio , e voi altri suoi consiglieri, die la stessa giustizia di’ è siala contrariata ed agitata da tante ingiurie, possa finalmente fermarsi e prendere sollievo innanzi al suo tribunale. Pro P. Quint, tom. a5. a6. Ed il Tasso ,Lib. IV, st. 6a. Per questi piedi , onde i superbi , e gli empj Calchi ; per questa mau , che il drillo aita : Per 1’ alle tue vittorie : e per que’ tempj Sacri , cui desti , e cui dar cerchi aita , 11 mio desir tu , che puoi solo , adempì. Susteutazione. La Sustentazione, delta ancora dubitazione, è una figura con la quale 1’ oratore mostra di sta- re con animo sospeso cd irrisoluto , e ritrovarsi in tali angustie , che non sa a qual partito ap- pigliarsi. Cicerone , Pro P. Quin. t. i. « ó'i vadimnnium omninn tibi cum P. Quin- » tio nullumfecit'. quo te nomine appellemu^7 » improbum ? at , etiam si deserium vadimo- » nium esset , tamen in ista postulatione , et » proscriptione bonorum improhissimus repe- » riebore? num malitiosum ? negus fraudult n~ » turni jam id quidem ano? as tibi, et prae- » clarum putas audacem : cupidum? perfidio— » sum ? Bulgaria et obsoleta sunt / rea aulem y> nova et inaudita. » E se Quinzio non era da te citato , come 11 l6a ELOCUZIONE, » ti chiameremo noi ? Malvagio ? Quando Lene » egli non fosse comparulo , nondimeno in chie- » dere che si vendessero i suoi Leni , trislis- » simo uomo dimostrali essere. Malizioso ? tu » lo neghi. Fraudolente ? Già questo ti at- » tribuisci , e te lo rechi a laude. Audace , » cupido e perfido 7 Questi son nomi antichi » ed in bocca di tutti, e questo tuo fatto è nuovo » e non piu udito. » Ma la dubitazione di Tito nel Melastasio, att. 3 se. 7 , è un pensiero senza pari, un tratto , che caratterizza lo ingegno di questo autore. E dove mai s’intese Più contumace infedeltà? Poteva Il più tenero padre, un figlio reo Trattar con più dolcezza ? ec. Reticenza. La Reticenza , detta ancora Aposiopcsi , viene dal Greco ATroata-irriatj, nome derivato da aifos- tajTO® io taccio , è una figura con la quale 1’ o- ratore s’ interrompe, tacendo il restrj del suo sentimento ; e viene impiegata ne’ moti di col- lera, di sdegno , di minaccia. Così Racine fa parlare la Principessa Atalia al sacerdote che 1’ avea tratta nel tempio. JSn r appai de tori Dieu tu t’étais reposé De ton espoir frivole es-tu désabusé ? Il laisse en moti pouvoir et son tempie et ta vie ; Je devrais sur 1‘ autel oà ta main sacrifie ; u-Je. . . nmaisdu prix qu’on mloffreil fautme conlenter Ce que tu m'as promis songe à V exécuter. EliOCUZIOKB. l63 E Tasso , Caitto. XIII, st. io.- Per lungo disusar già non si scorda De 1’ arti crude il più. efficace ajuto ; £ so con lingua anch’io di sangue lorda Quel nome proferir grande , e temuto , A cui nè Dite mai ritrosa, o sorda; TSé trascurato in ubbidir fu Plato. Che si? Che si!... volca più dir; ma intanto Conobbe , eh’ eseguito era l’incanto. S’ or si forte ti duoli., oh! che farai, Quando l’orrido palco, e la bipenne... Quando il colpo fatai... (Quando vedrai..., £ non fini ; che tal gli sopravvenne Per le membra immortali un brividio , Che a quel truce pensier troncò le penne , Si che la voce in un sospir morio. Monti, Basvill. C. 1. Cicerone, prò Rosaio Amerino. oc Si potrebbero dire molte altre cose , per » le (juali si conosce , che tu gran potere avevi » di ricevere il carico di quest’omicidio ; le quali » io trapasso non solamente perchè io non l’ac- » cuso volentieri , ma ancora, e molto p-ù , » perchè se io volessi raccontare le uccisioni , » che allora si fecero ec. dpbito che non fosse » tenuto, che le mie parole appartenessero a » molti. » Subjezione. La Subiezione detta ancora Preoccupazione è quando si previene ciò , che potrebb’ essere op- posto , rispondendosi , confutando e sciogliendo le obiezioni dell’ avversariò : « Sesto Roselo ha ucciso il padre. *E qual )> uomo era costui ? Forse un giovanetto corrotto e sedotto da uomini malvagi ? anzi )> egli è uomo di più di quararit’ anni. Forse » un antico sicario è già assuefatto alle uc- » cisioni ? Questo neppure I’ avete udito dal- » I’ accusatore. Lo spendere adunque nei pia-» j> ceri che secondano la cupidigia, la gian- » dezza de’ debiti , ed i soverchi desiderii del* » r animo , l’ hanno spinto a questa scellerag- » gine. Quanto alla lussuria , ciò ha pur- » gaio Eurizio, dicendo , eh’ egli non fu giam- » mai a convito veruno. E altresì certo , che » non ebbe debiti di veruna sorta. Quali cu- » pudigie poi possono essere in un uomo, il » quale , come fu opposto , abitò sempre ia » villa ? ». Cic. prò Ras. Am, Tu che ardilo fin qui ti sei condutto . Onde spfri nudrir cavalli e lauti ? Dirai: rannata in mar cura ne prende. Da’ venti dunque il viver tuo dipende? Tasso. Lìb. -9. st. 76. Conimnntcazione. La Commnnicazione è una figura con la quale 1’ oratore, sicuro della bontà della sua causa , o affettando d’ esserlo si rimette in qualche punto alla decisione de’ giudici, degli uditori, ed an- che a quella dell’ avversario. « Tu denique , Labiene » quid faceres tali in re ac tempore ? cum ignaviae ratio te in fugam atque in latebras impellerei ; im- probilas et juror L. Saturnini in Capitolium arcesseret ; consules ad patriae salutem ' ac libertatem vocarent : quam iamen auctoritatem f guam vocem , cujus sectam segni, cu- jus imperio parere potissimum velles ? Crc , prò. C. Rab. 8. Tu tìnalmente , Labieno , che avresti fatto in cotale accidente ed occasione ? confortandoli la dappocaggine a fuggire , e cacciandoli al bu- jo ; invitandoti la malvagità e ’l furore di Lucio Saturnino nel Campidoglio ;e chiamandot’ i con- soli alla salvezza ed alla libertà della pairia , quale autorità avresti piuttosto voluto seguire, quale invito , qual parte , ed al comando di . chi ubbidire? Corrosione.. > La Correzione, detta in Greco ’EitoLvop^cùSis composta da gTi' , «yji, òpSdaj, correggere rimet- tere in linea dritta , è una figura con la qnale l’oratore corregge ciò che ba detto, aggiun- gendovi altra cosa più energica e più conforme alla passione che 1’ occupa, o lo trasporta guani- guam guid loquor? te ut alla res frangat ? tu ut unguam te corrigas ? tu ut ullam me- ditere ? tu ullum ut exilium cogites ? liti— nam libi islam mentem Dii immortales da- rent. Clc. in L. Cat. g. « Quantunque che dico io ? che alcuna cosa' » ti spaventi ? che tu mai ti corregga ? che tu stimi mai di fuggire ? che tu pensi d’ andare j> in esilio ? O quanto desidererei che gl’iin- » mortali Iddii questa mente ti donassero ! » Filiurn unicum adolescentulum habeo, A h l qui dixi habere ' me ? imo habui , Ch.eme ; ' ' Nunc habsam , nec ne , incertum est, Tkhbnt. Heautouiini , Mi. I , se. i. EIX)CUZlON«. ■> Antitesi. L’ antitesi , che vuol dire nel suo reno si- gnificato , contrario , è una figura , che serve per opporre una parola ad un’ altra , un pen- siero ad un altro pensiero , per fortificare l’im- pressione che lo scrittore si è proposta di fare ; ma questa figura vuol essere impiegata con diligenza , c ben di raro. Est enim haec non scripia^ sed natalex; quam non didicimus , accepimus, legimus ; ve- Tum ex natura ìpsa arripuimits , hausimiis , expressimus : ad quam non docti , sed facti. non insti luti , sed imbuti sumus. Cic. prò. Mil. « Non è questa una legge scritta ma nata; Tt la quale non abbiamo imparata , non ap- )) presa , non letta , ma dalla natura cavata % bevuta e ritratta ; alla quale non siamo am- n maestrati , ma fatti , non istituiti , ma im- » bevuti E Giunone risoluta di perdere i Trojani esclama. Flectere si nequeam superos , Acheronta moveòn. Viaoii.To. a Se il Cielo mi si nega , armerò l’ Inferno, A"* es-tu que roi ? condamne. Es-lu juge ? examine. VOLTAIKK. Permissione. • È quando mossi dallo sdegno o dalla com- passione permettiamo che facciasi una cosa. £ questa una di quelle figure veementi , alte a scuotere gli' ascoltanti. . — ELOCUitONE. 167 Fassa pur questo petto , e fcrio scempio Col ferro tuo crudel fa del mio core. Tasso, Can. Xll, si. 76 ’. « Tu possiedi, dic’egli, le’mie ville, io conserv ° » la mia vita con 1 ' altrui pietà , ciò concedo , » perchè 1 ’ animo mio è sofferente , e perchè è » necessario : la casa mia a te è aperta , e a me » rinchiusa , lo sopporto. Tu comandi a tutt’i » mici servi , che sono molti , ed io non ne » ho neppur uno: questo anche lo sopporto » con pazienza ec. ec. Cic. prò Rose. Am. Preterizione. La Preterizione, detta ancora pretermissione, ed in greco ITapaXsKftff, deriva dal latino prae- ierire , che significa passar oltre , è una figura per mezzo della quale l’oratore finge di passar sotto silenzio, d’ ignorare alcune cose , eh’ egli poi chiaramente dice , solo accennandole. Quid vero ? nuper cum , morte ’ superioris uxoria , novis nuptiis domum vacucim fecis- ses , nonne alio incredibili scelere hoc scelus cumulasti ? quod ego praetermitto et facile patior aileri , ne in hac civilate tanti facino- ris immanitas aut extitisae , aut non vindi- cata 'esse videatur. Praetermitto ruinas for~ tunarum tuarum , quas omnes impendere Uhi proximis Idibus senties. Ad illa venia quae non ad privatam ignominiam vitiorum tuo- rum, non ad domesticala tuani difficuUatem ac turpitudinern , aed ad summarn reipubli- cae atque ad omnium nostrum vitam salu- temque pertineU Cic. in Cai. 1 n. 11. ELOCUZIONE. <c Che hai tu' veramente poco fa operato ? » avendo con la morte dell’ alli-a moglie resa j) la casa vota alle nuove nozze, non hai tu » accresciuta questa tua scelleMggine con un’al- » tra incredibile scelleratezza ? il che io tra- y> passo , e volentieri sostengo , che si taccia , 3) acciocché non paja che la crudeltà d’ un y> tanto misfatto si sia trovata in questa città, y> o non sia stata punita. Lascio uà canto le » ruine delle tue fortune, le quali tutte inten- » derni, che ti hanno a venire addosso a’ vi- » cini Idi. Vengo a quelle le quali non apparten- » gono alla privata infamia de’ tuoi vizj, non y> a’ tuoi domestici biasimi e vituperj , ma alla » vita cd alia somma salute di noi tutti. Giurameato. Il Giuramento è una figura con cui l’oratore adduce in testimonio Iddio e le cose sacre in evidenza di ciò che dice. Cosi Cic. prò P. Sylla. « Laonde voi, Dei patrii e domestici, i quali » avete in protezione questa città e questa » impero , ed essendo io consolo col divino » vostro ajuto , avete conservata questa libertà, » il Popolo Romano , e questi tetti , e questi )> templi, io vi chiamo in testimonio, che con » puro e libero animo difendo la causa di Publio » Siila, non per occultare, che io sappia al- » cuna sua scelleraggine , non per mlèndere 3) alcuna malvagia opera centra la salute di » tutti. Niuna cosa di costui , essendo io con- » solo, ho ritrovata, di ninna ho preso sospetto, » nulla ho inteso. ELOCUZIONE. i6g Lamento. Si fa uso di questa figura o nell’ epilogo, o alla fine d’ un argomento; ed è diretta a que- relarsi de’ torli ricevuti, e degli aggravii sop- portati. Omnia , Judices , in hac causa sunt misera atque indigna : tamen hoc nihìl ncque acer- bius , ncque iniquius proferri potest. Morti» paternae de servi» pataernis questionem lia- bere filio non licei • ne tamdiu quidem do- mìnus crii in suos , dum ex iis de patri» morie quaeratur. Cic. prò Ros. Am. « Tutte le cose , giudici , che intervengono » in questa causa , sono misere , ed inique : j) ma ninna più miserabile e più di questa ini- 7) qua. Al figliuolo non è concesso di poter j) per via ordinaria da’ servi del padre inve- » stigar quai sieno gli autori della morte dello » stesso padre; nè può aver tanto di signoria » sopra la sua famiglia , chq da essa que- j> sto fatto si possa intendere. Gradazione. La Gradazione è una figura con la quale si connettono le idee antecedenti con le susse- guenti sino alla fine, per dar un m.aggior peso a quello che 1’ oratore si propone di voler in- trodurre nell’ animo degli ascoltanti. Così Tullio in difesa di Milone. « Non solo si diede in potere al popolo , ma » anche al senato; nè solamente al senatu., ma n a’pubhlici presidj, ed alle armi; nè solamente » a queste, ma anche alla potestà di quello , a EliOCUZIONB. » cui il senato aveva commessa tutta la Rcpul^- y> blica, tutta la gioventù italiana, c tutte le •» armi del Popolo Romano. Apostrofe. L’Apostrofe, in greco xxosrpoi^i composta da affo e jrp£(^o , che vuol dire in latino verta,. ed in italiano Rivolto , è una delle figure più usitaie e da’ poeti e dagli oratori , la quale si adopra quando rivolgesi il- discorso a iiersone lontane, a persone vive o morte, o alle cose inanimate, come se capaci fossero d’ intendere e di rispondere ; e linalmente anche alle so- stanze, spirituali. Cosi Cicerone contro P. Clodio. « Voi, Albani colli e boschi, voi , dico, 3) affettuosamente invochiamo in testimonio ; e » voi rovinati altari degli Albani compagni , » ed eguali ne’ sacrifizj 'del Popolo Romano , » i quali costui precipitoso d’ audacia , e for- » sennato oppresse con quelle smisurate fabbri- j» che sotterranee , tagliati e distrutti i san- » tissimi boschi. Allora i vostri altari, e le vostre » religioni finirono , e la vostra virtù fu pos- » sente , la quale egli con ogni scelleraggine p aveva macchiata. E tu dal tuo alto monte la- » tino. Santo Giove, il cui lago, i cui boschi, » e i confini , costui spesso con ogni malvagio » stupro e malvagia opera aveva contaminati, » finalmente una volta avete aperti gli occhi » a punirlo a castigarlo. Una volta al vostro » cospetto quelle pene tarde a voi , ma giuste j> c debite sono state pagate. ELOCUZIONE. I7I « Hélas! nou* ne pouvons un moment arrèler les » yeux sur la gioire de la princesse, sans que la niort i> s’y mèle aussitòt pour lout oiTusquer de son om- » bre ! O mort , éloigne-loi de notre pensée, et laisse » Dous Iromper pour un moment la violeuce de no- » tre douleur , par le souvenir de notre joie. ' Bossuet , Or. fun. de la D. d' OH. Figure di Pensiero dettate dalt Im- maginazione. Le principali e più degne di attenzione sono l’Ipotiposi, la Prosopopea , l’Etopeja, la Proso- grafia, P Epilbncma , la Topografia, la Com- parazione , la Digressione. Ipotiposi. L’Ipotiposi, delta da’ Greci IjtOTwrosis , e dai latini Dernonstratio , è una delle più belle fi- gure la quale sia capace a mostrare la forza deir immaginazione. Essa adunque serve a di- pingere le' cose con tanti colori , e con tanta vivacità che parrebbero vedersi e toccarsi, e non ascoltarsi. Il suo proprio luogo è nelle de- scrizioni , ed eccone degli esempj. Virgilio dipinge la costernazione della madre d’ Eurialo nel momento che seppe la di costui morte. Miserae calar ossa reliquit : Excussi manibus radii, revolutaque pensa. llclas I l’état horrible oìx le del me l’olTrit, Revieiit à tout moment edrayer mon esprit. De princes égorges la clianibie clait rcinpiie. Dn puignard à la main l’implacable Alhalie, Àu carnage animait scs barbares soldati, Et puursuivait le cours de ses assassinali. BLOCUZroUR lya PARTO ni. — Joas laiss^ pour mori; frappa soudain ma vue, Je me figure encore sa nourrice éperdue , Qui devaiit les bourreaux s’était jetiée en vaio f !Et faible le tenait rciiversc sur son sein. Je le pris tout sanglant , en baignant son visage : Mes pleurs da sentimeut lui rendirent l’usage, Et soit frayeur encore, ou pour me carcsser. De ses bras inuocens , jc me sentis presser. Grand Dieu! que mon amour ne lui soit point Oneste. RacrKE , Alhal. Aci. /. Se. S. ........ .Vedi quel sasso , Signor , colà , che il soltoposto Alleo Signoreggia, ed adombra? Egli vi ascende In men che non balena. In mezzo al fiume Si scaglia; io grido in van : 1’ onda percossa Balzò, s'aperse, in frettolosi giri Si riuni, l’ascose: il colpo, i gridi Beplicaron le sponde , c più noi vidi. Metast. Olimp. Att. II. Se. i3. Cosi si combatteva e in dubbia lance Col timor le speranze eran sospese : Fìcn lutto il campo è di spezzale lance, Di rolli scudi , e di troncato arnese : Di spade ai petti , alle squarciate pance Altre' confine, altre per terra stese. Di corpi altri supini, altri . co’ volti Quasi mordendo il suolo , al suol rivolti. Giace il covallo al suo signore appresso. Giace il compagno appo il compagno estinto, Giace il nemico appo il nemico, e spesso Sul morto il vivo , il vincitor sul vinto, rion v’è silenzio e non v'è grido espresso. Ma odi un non so che roco, e indistinto; Fremiti di furor, mormori d’ira. Gemiti di chi langue e di chi spira. ElAXrUZlONE. 173 L’arme, che già si liete > 1 » vista loro, Faceano or mostra spaventosa, e mesta. Perduti a’ lampi il ferro, i raggi loro , Nulla vaghezza ai bei color più resta. Quanto apparia d’adorno e di decoro • Ne’ cimieri, e ne’ fregi, or si calpesta; La polve ingombra ciò, ch’ai sangue avanza. Tanto i campì mutata avean sembianza. Tasso , Can. XX. st. 5o , 5i , 5a. Dopo questa ipotiposi , che colpisce anche eli stupidi , ogni altro esempio in poesia sarebbe vano. Molli altri in prosa si possono vede- re in Cicerone prò Q. Ligario , prò scio A merino^ e prò P. Quincùio y i quali, da noi si tralasciano. Prosopopea. La Prosopopea, che vuol dire personificazione, è una di quelle figure , che più. adornano l’e- loquenza. Èssa rappresenta cose che non esi- stono, apre le tombe , e ne chiama gli estinti j fa parlare i numi, il cielo, la terra , i popoli, le città, i monti , gli esseri reali , astratti, ira»- naaginarii. « Perciocché se la patria , la quale m’ è più » della vita cara , se tutta 1’ Italia, e se la Re— y> pubblica mi dicesse , che fai tu , Marco Tul- >> rio ? Tu colui , che hai ritrovato esser nemico » della patria , e vedi che ha ad essere capi- » tano della guerra ; il quale tu senti essere » aspettato nel campo de’ nemici , autor del- » le scelleraggini , capo della congiura , sol- » levator de’ servi , e de’ perduti cittadini , so— » sterrai , che si diparta in guisa , che P®!® > » che da te non iscacciato , ma stabilito EliOCUZIONE. » nella città? Non devi tu comandare, ch’e- » gli si ponga in prigione , si strascini alla » morte, e sia con estremo supplicio fatto mo- » rire? Chi è colui, che te lo impedisce? il co- » stume de’ maggiori ? moltissime volte anche » i privati hanno punito con morte gli empj J) cittadini. 0 le leggi , le quali esimono dal y> supplizio i cittadini Romani? Coloro i qua- » li si ribellarono , non ritennero più in 3) questa città i privilegj de’ cittadini Ro- » mani. 0 pur temi 1’ odio di coloro i quali » nasceranno ? Bella grazia rendi al Popolo Ro- 3) mano, il quale te , uomo conosciuto solo per 3) te stesso senza alcuna prerogativa de’Mag- 33 giori , così tosto per tutt ’ i gradi degli onori » innalzò alla somma podestà , se per cagion 33 dell’ odio , o per tema d’ alcun pericolo non 3) fai stima dalla salute de’ tuoi Cittadini ec. 3> Dimmi un poco , quando per la guerra si sac- 33 cheggerà l’Italia, si affliggeranno le 'città, 3» ardendo le case, non istinti tu che allora debba cadérti sopra 1’ incendio dell’ odio? Je songeais, celle nuit que de mal consume Còle à cóle d’un pauvre on m’avait inhumé , Moi qui ne pus souffrir ce fàcheus voisinage, £n luort de qualiié je lui tins ce langage : Retire-toi , coquin ; va pourir loin d’ici, Il ne t’ appartieni pas de m’approclier ainsi. Coquiti ! répoudit-il d’une arrogance exirème , Va chercher les coquins ailleurs ; coquiu toi-mème lei tous soni egaux, je ne te dois plus ricn ; Je suis sur mou fumier, comme l«i sur le tien. Prosop. de M. Patris. ELOCUZIONE. 175 ■Etopeja. L’ Etopeja , che viene dal greco y|3os costu- mi , e «Oli, è una figura con la quale si descri- vono i costumi, le passioni, il genio, il tempe- ramento d’ una persona. Carattere di Cromwel. Fu quest’ uomo d’ un ingegno profondissimo, ippocriia raffinato , ed abile politico ; capace d’ intraprendere , di nasconder tutto ; attivo, in- stancabile e nella pace , e nella guerra ; di- ligente nel gabbar la fortuna, e pronto, vi- gilante ne’ prosperi avvenimenti ; e finalmente uno di quelli genii ferventi ed audaci , che sembrano nati per cangiare il mondo. E Tasso , Lib. II ,st. 68, 6g. Alete è l'un che da principio indegno, Tra le brutture della plebe è sorto , ec. ec. FrosopograQa. La Prosopografia è quella che dà la descri- zione viva ed esatta delle fattezze d’ una per- sona. Così Boccaccio descrive F. Cipolla nella ]Nov. lo. « Era questo F. Cipolla di persona piccolo, » di pelo rosso , e lieto nel viso , ed il mag- » gior brigante del mondo ; ed oltre a que- » sto , ninna scienza avendo , sì ottimo parla- » tore , e pronto era , che chi conosciuto non » 1’ avesse , non solamente un gran rettorico » lo avrebbe stimato , ma avrebbe detto essere }> Tullio medesimo, o forse Quintiliano ec. BI.OCUZIONB. Hitratto della Dea Calipso nel Telemaco. a Così parlando , Calipso aveva gli occhi rossi j> ed infìammati j ne’ suoi tetri ed incerti sguar- » di si scopriva la ferocia ; le tremanti gote co- » verte di nere e livide macchie cangiavano » spesso colore; un mortai pallore ingombrava » il volto : la forza del duolo e della dispe- » razione , rinserrando il pianto , appena qual- » che lagrima scorreva sulle guance ; era la voce y> rauca , tremante , e interrotta ». Ed il Tasso, C. IV, st. 7. descrive il re de- gli abissi. Orrida Maestà ec. Epifonema. L’ Epifonema è una figura , che consiste in una specie d’ esclamazione alla fine d’ un rac- conto , o in un detto sentenzioso sul soggetto cui si è parlato. Così Virgilio , dopo aver dipinto tutto ciò che la collera suggerisce ad una dea immor- znortale contro il suo eroe, esclama: « Tantae ne animts coelestibus ira! » ' Ed in altro luogo. « Tantae molla erat romanam condere genlem ? » Sìm. Sic vita erat; facile omnes per/erre ac pati: Cum quiùua erat cumque una , iis sese dedere . JSorum obsequi studiis, adversus neminis I^unquam praeporiens ill/s Sos. Sapienter vitam instituit ; namque hoc tempore Obsequium amicoa , veritas odium parit. Tsrent. Act. J, se. /. ELOCUZIONE. I77 Arrig. Più che convinto io <on , ch’io non dovea Mai ricercar regie fatali sozze * Non, che atterrito dall’allezza io sia. Del grado , no ; che quetto scettro istesso Ignoto peso agli avi miei non era ; Ma ben mi daol eh’ io non pensai , qnal vana » Instabìl cosa eli’ è di donna il core , » E un benefizio, quant’è grave incarco. • Se da chi far noi sappia , ei si riceve. Alf. Trag. M. St. Topografia. La Topografia è una figura con la quale si Fa la de.scrÌEÌone d’ un bosco , d’ un prato , d' un palazzo , d’una città , e di altro luogo , ma con colori vivi e naturali. Così Tasso de- scrive il palazzo d’ Armida — C. 16. Tondo è il ricco edifizio , e nel più chiuso Grembo di lui , eh’ è quasi centro al giro Un giardino v’ha, che adorno è Sovra 1’ uso Di quanti più famosi unqua fiorirò D'intorno inosservabile, e confuso Ordin di logge i Demon fabbri ordiro £ tra le obbìique vie di quel fallace Ravvolgimento impenetrabil giace. Siegue la descrizione nelle stanze a, 3 , 4 » S, 6 , 7 , e porzione dell’ 8. Si può anche leggere la descrizione che fa Fè<- nélon delia grotta di Caiipso. « Gette grotte etait taillée dans le roc en voùte -, a pleinc de rocailles et de coquilles ec. ec. Avv. de T. Liv. I. Comparazione. La Comparazione, che chiamasi ancora similitudinc, è una figura cui si serve l’ oratore, ma più il poeta per paragonare un oggetto con un altro, onde darne un’ idea più chiara , allettando nello stesso tempo l’immaginasionc del lettore» Qual 1* alto Egeo , perchè Aquilone o Nolo i Cessi , che lutto prima il volse , e scosse. Non s’accheta però; ma ’I suono , e ’l moto Ritien dell’ onde anco agitate, e grossf. Tal, se ben manca in lor col sangue voto Quel vigor, che le braccia a’ colpi mosse Serbano ancor l’impeto primo , e vanno Da quel sospinti a giunger danno a danno. Tasso. C. XIL Si. €3. Canzoni. La Pentecoste. Come la luce rapida. Piove di cosa in cosa , ^ £ ì color varj suscita, 'Ovunque si riposa; Tal risuonò molliplice La voce di’llo Spiro: ‘ L’arabo, il Parto , il Siro lo suo sermon l'udl. . ‘ ' Come d’ autunno si levan le foglie L’ una appresso dell’altra, infin ch’il ramo Rende a la terra tutte le sue spoglie Siinilmeiite il mal seme d’Adamo Gittasi da quel lito ad una ad una Per cenni, come augel per suo richiamo. Dantb. Cani. JJT. In/. Celatamente amor 1’ arco riprese. Com’uom, eh’ a nuocer luogo, e tempo aspetta. . Pbtbarca , Son . a L ’ Enfant tombe dans son sang , ses yeux }» se couvreni des omhres de la mort ; il les ELOCUZIONE. I7J) » entre ouvre a la lumière, mais à peine P a-t-il » trouvèe , qu’il ne peut plus la supporier. » Tel qu’un beau lis au milieu des champs, » coupé dans sa racine par le tranchant de » la charrue , languii et ne se soutient plus ; » il n’ a point encore perda cetle vive blan- » cheur , et cet éclat qui charme les yeuxj » mais la terre , ne le nourrit plus , et sa vie » est éieinte.' ainsi le lìls d^ Idomeucé , cotiime )) une jeune et tendre fleur est moissonné dès » son premier àge. Tel. Tom. 5. Avvertimento. Noi abbiamo date le defilinizioai e gli esemp)^ di tulle queste figure per mettere al caso i giovani di conoscerle, quando lor si presente^- ranno delle poesie , de’ discorsi oratorii , da analizzare; ma ricordiamo, ch’esse sono il solo ornamento dell’eloquenza, e che colui il quale, nel distendere un pensiero ballasse ad impie' gare or questa, or quell’ altra ligura, senza occuparsi nè della robustezza, nò della scelta degli argomenti , riuscirebbe ad abljagliare per brevi istanti il lettore, e non mai a convincerlo e persuaderlo. Avremmo dovuto far parola di varie altre figure , che incontransi presso gli antichi ed anche presso qualche moderno retore ; ma da noi esaminate, abbiamo considerato che altro scopo non ci saremmo proj^osli , che quello di caricar la mente de’ giovani d’altre peregrine voci , e di altre delHnizioni. E rifiettendo d’ altronde eh’ esse hanno analogia or con le une , ed or con le altre di quelle da noi spie- gate , ci siamo esonerati da questa fatica. it  T ELOCUWONE. Diapoaizione delle parole , ovvero Struttura oratoria del diacorao. La struttura materiale d’ un discorso può farsi o per mezzo delle proposizioni, o per mezzo de’ periodi ; quelle danno più concisione , que- sti più robustezza ed armonia : quindi il ser- virsi diiigenlemcnte delie due maniere ^ è quanto si richiede da uno scrittore. La proposizione è un senso compiuto , che costa di un soggetto d’ un verbo , e d’ un at- tributo , o d’ un soggetto , d’ un verbo , e d’uu oggetto; secondochè il verbo sarà sostantivo, o ag- gettivo, come -nella logica s’insegna. I dialettici distinguono varie sorti di proposizioni, la maggior parte delie quali sono veri periodi ; ma siccome essi si occupano nella manifestazione de’giudizj e dei raziocinii, della sola verità, e non già della robustezza e dell’ armonia dei pensieri , così da noi non si fa parola che de’ periodi. Le proposi- zioni dialettiche, che possono competere alla parte oratoria , sono le Semplici , le Composte e le complesse. Esempi!. P. Semp. Alessandro fu invincibile. P. Comp. Cesare , e Pompeo erano valorosi. P. Compì. Annibaie attraversò le Alpi con molta perdita di soldati. Omettiamo la distinzione delle parli di que- ste proposizioni , perchè sarebbe fuori del no - stro proposito ; come anche gli esempj d’ al- tre proposizioni composte e complesse , formate da un numero maggiore di parole , senza cessare d’ essere tali. Osserviamo però che una pro- posizione dialettica potrebbe anche divenire pro- S osizione oratoria ; cambinandosi la disposizione elle parole onde darvi una specie d’ armonia, ma ciò dovrò farsi con diligenza , vale a di- re , senza alterare il signihcato del peusiera Eccone un esempio.. Proposizione Dialettica. « Le umane grandezze, restano sepolte nella » notte de’ tempb Proposizione oratorie. « Restano nella notte de’ tempi le umane gran- » dezze sepolte. Dagli addotti esempj si potrà facilmente ravvi- sare la differenza che passa tra la proposizione ed il periodo, del quale passeremo ora a parlare. Del Periodo. Il periodo è stato in varie guise definito , e da Aristotile , e da Cicerone , e da altri re- tori ; ma noi ci atterremo alla definizione da- tane da un autore moderno , vaie a dire , un giro di parole composta di membri , c se vo^ bete di prtmosizoni, che hanno connessione ed armonia. Raccogliamo da un’ antica Rettorica essere stato Trasimaco il primo inventore del Periodo ; dopo Ini Gorgia, fjeontino ne fece la divisione , e Tullio finalmente vi diede 1’ ul- tima mano. Generalmente si distinguono due sorti di pe- riodù i semplici ed i composti. Il periodo scin.- ELOCUZIONE- pHc^ è quello che ha un .solo membro ; ma un membro non è altro che una proposizione; dun- que invece di chiamarsi periodo si dirà meglio proposizione oratoria della quale abbiamo dato un esempio. 11 periodo composto è quello che ha più membri ^ e se ne distìnguono di due, di tre, e di quattro. Ed un vero perìodo ora- torio non deve avere meno di due , nè più di quattro inembri ; oltrepassando poi i quat- tro membri , si chiamerà piuttosto ordine , di- scorso periodico. 11 periodo si divide in mem- bri j ed i membri in incisi. Per membro d’ un periodo s’intende una proposizione completa ; e per inciso s’ intende una voce, 1’ unione di due voci , e qualche volta 1’ aggregato di più, voci , che per se stesse formerebbero anche un membro, ma perchè dipendenti dal soggetto prim cipale , tutte insieme non formano che un in- ciso. Con gli esempii si potrà più facilmente ca- pire questa distinzione, Periodo, di due membri. «c Carissime dame , a me si para davanti » a doversi far raccontare , una verità , che. n ha troppo più , di quello ch’ella fu , di men- )) zogna sembianza: e quella nella mente mi ha n ritornata l’avere udito, un per un altro es- » sere stato pianto e sepolto. ( Bocc. n. 8. ^ In questo periodo sono molti incisi ; ma quel- lo , che deve 'più richiamare 1’ attenzione è » che ha troppo più di quello eh’ ella fu , » il quale come si scorge forma una intera pro- posizione , che diecsi subordinata , e che perù, non è il secondo membro di esso periodo, di- pendendo ^utio il. complesso di esso inciso da.! ELCOURIOSB. Jt85 •ckstantivo Verità^ a cui si riferisse il che na- miuatiro della segucnie proposizione. Altro esempio. ' » Quindi questo re , che il solo per quaranta » anni , stanco di pugnare contro i piti famosi » capitani Romani , e che nel prender la di- » fesa de’ suoi alleali , rendeva dubbia la sorte » dell’Oriente, muore; e lascia dopo lui per » vendicar sua morte, due disgraziati figli d’op- R posti sentimenti. Periodo di tre membri. r R poiché l’ usitato cibo assai sobriamente » ebbi preso : non potendo la dolcezza de’ pas- » sali raggionamenti dimenticare : grandissima » parte di quella notte, non senza incompara- » bil piacere , tutti meco riprendendoli , tra> £ passai. Altro Esempio. » Tre volte il giovane vincitore sforzossi di » fugare quest’ intrepidi combattenti; tre volte » fu respinto dal valore del Conte di Fontaine ; » che, trasportato di Già in Già nella sua sedia, » faceva vedere, malgrado i suoi acciacchi, che » uno spirilo guerriere è padrone del corpo. , » che comanda. Periodo di quattro Mviabri. » Manifesta cosa è-, che siccome le cos* Uitt- ELOCCZIONE. yì porali tulle sono Iratisitorie e mortati: così » in se e fuori di se essere piene di noja ed » angoscia , e di fatica , e ad infiniti pericoli » soggiacere : alle quali senza niun fallo nè » potremmo noi , che viviamo mescolati in esse, » e che siamo parte di esse, durare, Rè ripa- '» rarci: se speziai grazia di Dio forza ed ayve^ » dimenio non ci prestasse. , Bocc. Nov. i._ Altro esempio. » Se l’Eroe, che prendo a lodare non avesse » saputo che combattere, e vincere; senza che » il suo valore e la sua prudenza fossero ani- }> mali da uno spirito di fede e di carità ; con-< )> tento di metterlo nel rango degli Scipionì 3» e de’Fahii, alla vanità lascerei la cura di se » stessa lodare ; e non parlerei della sua gloria, che per deplorare la sua disgrazia. De’ Legamenti de’ membri. » Per attaccare un membro coll’ altro due li- gamenti vi sono , cioè i Congiuntivi ed i So- spensivi. l congiuntivi attaccano un membro con un altro , senza che il senso rimanga sospeso; ed i sospensivi per io contrario sospendono in uno de’ membri il pensiero , in modo che l’ ani- mp non possa quotarsi senza la couchiusione.. I. Esempio. » Questi miei giovani, con estremo mio di- » letto, commuovono il vostro animo; e pac-> Digitized by Coogle rARTU UI. BliOCUZtORE. l8S » mi che la fortuna gli avesse a bdla posto ofr » ferii al vostro sguardo. 11. L^ein[)io, n Poiché gli amici ebbero alquanto ragionata » sulle vicende della umana condizione ; io » nel dovere di lor r^immentare, che il luogo e’I » tempo imponevano silenzio. » Delle particelle sospensive alcune sono sin- golari , perché non han bisogno delle corre- lative ; e tali sono Mentre » Poiché , Quante- voltc ec. i participi! ed i gerundi!; ed altre di- consi accoppiative , perché han bisogno delie correlative; e tali sono Siccome, Quantunque ec, le quali sono ordinariamente seguite da Cosi, Pure ec. La particella E sebbene sia congiuntiva , pué divenire sospensiva , ed é allora quando si ri- pete in tutu i due membri, come sarbbe: Idr dio, il quale e i giusti sa rimunerare ; e sa punire i rei: Dovrebbe qui parlarsi delle particelle det- te riempitive , le quali iroyansi spesso nelle novelle del Boccaccio, ed in altri antichi au-r tori ; ma sarebbe lo stesso d’ entrare in certe minuzie che, oltre il non doversi imitare, ar- recherebbero grandissima noja. Data un’idea del periodo, parrebbe utile di co noscersi in quali circostanza Jo scrittore debba far- ne uso. Generalmente parlando il principio d’ uu discorsa grave e nobile dovrà essere j)ei:iodit:o , ma nel rimaneiite lo scrittore si lascerà dirigerò dal carattere de’suoi pensieri dalla natura del le ^miitagiiii che dovrit risvegliare , e dal soggcuoi BLOCUZrOME. finalmente del suo racconto. Quindi farà usu. ora di frasi vive , corte e brevi, ed ora di frasi lunghe , armoniose e robuste ; ed in ciò potrà ognuno riuscire, se ad un lungo e tenace eser- cizio di scrivere vorrà obbligarsi; poiché in tutte le cose, la natura dà il materiale, c 1’ uomo, poi devo lavorarlo. Del Numero. 11 Numero, tanto nella poesia, che nella prosa, è una certa misura, proporzione , o cadenza, che rende un verso , un periodo piacevole al- 1’ orecchio. Lasciando da parte ciò , che ri- guarda la poesia , qualche cosa diremo del nu- muro oratorio. In conseguenza nella prosa il numero produce una certa armonia semplice e senza aSettazione , e che 1’ orecchio gusta con piacere. Esso rende lo stile facile, libero, e cor- sivo, dando al discorso una certa rotondità. Il Boccaccio è uno degli scrittori che può, darci nell'italiano idioma un esempio costante del mumero ; quasi tutt'i suoi periodi sono ar- monici , rotondi , chiari , c finalmente d’ ua suono grato all’ orecchio. È pur vero , che quel continuo stile periodico stanca l’attenzione del lettore, nè sarebbe poi interamente da imitarsi; ma trattandosi di dover avere un modello per la formazione de’ periodi , dopo Cicerone per l’ idiom a latino, è da preferirsi per l'Italiano ad ogni altro, il Novelliere Fiorentino. - Le regole da darsi intorno al numero ora- torio, si possono restringere alle seguenti. 1 . L’ armonia deve più diligentemente ap- parire nella fme del periodo, perchè il senso. EXOCUMONB. essendo iuterajneiite terminato, 1 uditore, o il lettore , che sono rimasti per qualche tempo sospesi , qui daranno il loro giudizio, qui 1 orec- chio vuol essere più piacevolmente colpito. U cominciamento del periodo esige ant he molt per conciliarsi 1’ attenzione , ed il mezzo de- y’ essere ben congegnato, senza lungherie, senza equivoci e senza parentesi. 2 . Bisogna , per quanto si può , evitare 1 in., contro delle stesse sillabe. Non bisogna che il periodo finisca con luonosìllabi , con pronomi , o con altre pa- role accidentali. 4 . Dév’ essere recato ad una giusta lunghez- za, perchè se troppo corto, l’ armonia non potrà camjieggiare , e se troppo lungo , la mente umana essendo limitata, non potrà ad un tratto colpirne il senso, e le bellezze. 5 . Non si deve nella prosa far uso del metro poetico, siccome nella poesia non si tollera la frase prosaica perchè sono due maniere d’espri- mersi , le quali hanno de’ particolari nrivilegj. 6., Per aversi la chiarezza ne’ periodi , come anche nelle proposizioni , è d’ uopo collocare le parole nel sito ove vanno poste; ed in ciò sono da osservarsi le regole della grammatica. È vero, che una costruzione sempre diretta renderebbe il periodo monotono , ma per so- verchia simputli di trasposizioni non, vuoisi ren- dere il senso enigmatico. 17 . Si badi a,lla convenevole disposizione dei pronomi relativi, i quali potrebbero arrecare mollissimi equivoci nella esposizione di un pen- siero, ove figurassero più nomi proprj o altri 9 cui si riferiscono essi relativi. 8 . È. da schivarsi 1’ incontro di più nomi BROCirzlONS. mti dalla preposizione Di la quale serve a ri* siringere il significato. 9. deve aversi occhio ali’ unità onde le dU vene parti del periodo facciano l’impressione d’un, sol tutto ; e perciò, non vuol» cangiare 1’ a- genie principale, che regge il senso. 10. Debhonsi toghere tutte le parole chela, vece di dar vivezza alil espressiona, le snervano. > 1 . Bisogna che i membri vadano crescendo sempre di valore. ' Ad ognuno di questi precetti avremmo po- tuto accoppiare degli esempj ; ma sono per se stessi troppo ovvii per non dilungarci maggior- mente, stancando cosi la pazienza di coloro ^ che si darebbero la pena di leggerli, D’ altronde poi,| allorché abbiamo parlato del gusto, e dello, stile , varii esempli si sono da noi portati , i^ quali possono servire di norma a quanto ora,, a. proposito del periodo , abbut-no detio^  rAWTii IV, pflOMUNari. Pronunzia, La pronunzia, eh’ è 1’ ultltnà parte della Reir lorica, è quella che insegna all’oraiore a regolare, ed a variare la sua voce, ed i suoi gesti in una maniera nobile e conveniente al soggetto ehe tratta , ed al discorso che pronunzia , in modo che risvegli negli uditori delle favorevoli impressioni. Definisce Quintiliano la pronunzia : vocis et i>nltus et oorporis moderatio cum venustate. Cicerone cniama la pronunzia : quaedam cor- pnria eloquentia. E perciò per [uronunzia al- tro non devesi intendere che 1’ azione dell’ ora- tore; la quale per maggior cliiarezza conside- reremo sotto tre aspetti, cioè Pronunzia isolau- mente, Memoria, e Gesto. Ab.ticoi<o PaiMO. Della pronunzia, Varii precetti si possono dare intorno a que- sta , ma da potersi praticare solamente da quegli oratori i quali hanno ricevuto dalla natura un organo di voce capace di modulazioni. E vero che 1’ oraure Ateniese affrontò coraggio^ samenie i difetti che riteneva dalla natura , ram- picandosi sopra le più scoscese montagne , e pronunziando nello sresso tempo i più lunghi periodi ; rinchiudendosi per mesi interi in un gabinelto sotterraneo per perfezionare innanzi allo specchio i varii movintenti degli occhi , del tìso , delle mani , e di tutto il corpo ; ma chi sarebbe tanto perseverante , per obbligarsi a tali penosi esercizj ? 1 precetti adunque sono i se- guenti : 1.® La pronunzia dev’ essere corretta in modo che il suono della voce sia naturale e piace- vole, accompagnata da una certa nobiltà e delicatezza , che allontani ogni suono straniero e triviale. 3. ° Dev’ essere chiara ; il che si otterrà ar- ticolando tutte le sillabe , e sostenendo , o so- spendendo la voce con pause ne’ diversi mem- bri componenti il periodo. 5 .® Chiamasi pronunzia ornata quella eh’ è accompagnata da un felice organo, da una voce grande , ferma , durevole , chiara , sonora , dol- ce , ed insinuante ; poiché avvi una voce fatta per 1’ orecchio , e non tanto per là sua esten- sione, quanto per la sua flessibilità, capace di tuli’ i suoni dal più forte , al più dolce, e dal più aito al più basso. 4. “ Finalmente la pronunzia esser deve adat- tata al soggetto, e maggiormente nelle passioni, che vogliono essere espresse con varii suoni. Ed infatti nella gioja la voce è rapida, chiara ; nella tristezza è languente , bassa ; nella collera è impetuosa , interrotta. Se trattisi di confessare un fallo , la voce è timida e sommessa. Negli esordj è necessario un tuono di voce grave e moderato, nelle prove un tuono più elevato, nelle narrazioni un tuono regolare e simile a quello del conversare famigliare. ( Rol, Trai. deg. Stud. ) PRONUNZIA. Ufi f ‘ » A R T r c o i, o If. Della memoria. L’ essere dalla memoria tradito non è una cosa tanto dilTicilc ad accadere, e particolarmente in persona degli oratori , che arringano nel l'oro e sul pergamo, i quali innoltrandosi in qual- che punto intrigato della loro orazione, niente di più facile , che pongano in dimenticanza gli altri argomenti che lor restano a trattare. Un Demostene Principe de’ Greci Oratori , un Teo- frasto , un Eraclito caddero in tali dimenticanti ce ; per la qual cosa conviene , che P oratore si premunisca con que’ mezzi , che possano ser- vire d’ajuto alla sua memoria. Quindi giova molto: 1. ’ Il considerare 1’ ordine delle cose e delle parole di cui vogliamo ricordarci ; in questa ma- niera la memoria viene ajutata dall’ intelletto e dalla immaginativa , ed una cosa ridotta in tal forma , tira appresso di se 1’ altra ; come uno il quale avesse venti vocaboli da mandare a memoria, non dovrebbe alla rinfusa impararli, ma seguire 1’ ordine cioè dal i al 2 , e così di seguito sino all’ultimo. 2 . ° Se le cose saranno in gran numero , si ridurranno a pochi capi , e questi suddivisi a proporzione del bisogno. À questo fine molti pongono numeri , o lettere iniziali nel margi- ne d’ una carta , il che giova mollo per ri- tenere la memoria, sicché non iscorra cosa al- cuna senza avvedersene. 5.“ È opportuno lo scrivere di proprio pu- gno l’orazione che vuoisi recitare a mente, il* leggerla più volte con aita e sonora voce, recitandone ì capi principali , onde abbiasi wi-* nore diflicoltà nel momenio di esporla. E que- sto è quanto si può dire intorno alla me^ moria. Articolo III. Del gesto. Il Gesto riguarda 1’ esteriore dell’ oratore ^ «•he deve accompagnarsi al soggetto, che tratta. Molte regole si danno da’ retori intorno al gel- ato; ma a dirla francamente sono delle minu- zie le quali stancano la pazienza di chi le do- vrebbe scrivere , e di colui, che le dovrebbe l^gere ; d’ altronde 1’ esperienza ed il senno vi suppliscono. Nói perciò faremo parola delle cose più essenziali , che riguardano il gesto. 1.® Deve fuggirsi 1^ affettazione la quale nau- sea gli ascoltanti , ed offende la gravità degli oratori. a.° Tutt’ i moti ed i gesti debl>ono apparire dettati dalla natura e non dall’ arte. 3. ® Fuggire gli atti ed i gesti che sono prò— prj de’ commedianti , perchè J’ oratore non deve come essi imitare le altrui azioni. Tutto al più con 1’ indice , e le palme delle mani potrà ac- compagnare i varii oggetti che esprime ; ma le raant non debbono mai oltrepassare l' altezza del petto. 4. ® Nelle espressioni degli affetti deve in qual- .- che manier.i gestire coerentemente ; ma il capo dev’ essere diritto, il volto ed il viso deve ri- voltarsi verso quella parte óve la mano gesti- sce.' 5. ® Il volto vuoisi conformare alle parole ,  PRONUNZIA. igS c lo stesso' dicasi degli occhi , i quali non deb*- bono mai rimanere fissi in un luogo , nè va-- ganli or di qua , ed or di là , lenendoli sem* pre in moto. 6 . ® Il petto deve talvolta piegarsi verso gli uditori , ma non già a guisa d’ un semicerchio. 7 . ® La destra sempre gestisce , ma la sini- stra , accompagnando questa , non deve rima- nere oziosa. Per gli oratori sacri il gesto è alquanto più. libero , essendo ad essi permesso , or di sedersi , or di alzarsi ; or P andare alla dritta , ed ora alla sinistra del pulpito , abare alquanto più le mani per invocare 1’ assistenza di Dio , degli Angeli , c dei Santi. Fine. i3 ERRORI CORREZIONI miiono. IV. » 4. ansietà non il ese- guito 33 . » 6. antecedenlii 70 . » ai. quando. (Roscoo) . n 11. Sorte. . e chiamasi 87. » 3 i. segna.  lo. a minori ad minns. a quanto possa 9 Q. » IO. violente.. io3. ». cofidenza . avvisata.. . verso ultimo(gìu- sto) Ita. » i3. s’insegna. i3a. » ig. nelle idee i55. » aa. autore... i55. » So mi sono ansietà non il fatto eseguito antecedenti , i quanto (Roscio) sorta e ciò chiamasi segua a minori ad majus a quanto possa riguardare violenti confidenza ravvivata gusto c’insegna delle idee Boccaccio al Sol NOZIONI PRELIMINABI. Etimoi^oia e Definizione , ec InTen2Ìone ^ Articolo Primo Parli dell* oratore ivi Articolo II. Uffitii dell* oratore 16 Articolo 111 . Generi iS Articolo IV* Degli strumenti di cui 1 ’ oratore si serre ec Delle controversie oratorie .... ai Ogni proposizione assunta dal - r oratore aver dere stato ed es~ ser soggetta a controversia . .. 37 Articolo VII. Quale orazione possa arere due stati De’ luoghi onde si prendono gli argomenti 3 o De’ luoghi generali ivi Articolo X. De’ luoghi di comparazione De* luoghi delle circostanze De’ luoghi rimoti 47 Articolo Xlll. Artiiiz) cui dere l’oratore pre- ralersi ec Uso delle controrersie nelle j orationi esornatire ec 60 Articolo XV; Uso della controversia conget- D ell’ esordio 6d Artifizio di formare gli Esordii particolari Della proposizione 79 Articolo IV. Della narrazione Della prova , o argomentazione . Esposizione degli argomenti Uso dell’ entimema Uso dell’ esempio Dell’amplificazione Del ripulimeulo Delle illustrazioni Della conlulazione Delia perorazione Delia mozione damili affetti Dell’ enumerazione , ovvero epi- * loRo . ELOCUZIONE lofi Articolo Primo Gusto ivi Articolo II. Stile ia 5 Sezione Prima. Stile in Rcnerale 134 SrZlONE lì. Ornamenti 140 Figure «li parole 142 Tropi 145 Figure di pensiero Figure dettate dalla passione Figure dettale dall’ immagina- zione  Disposizione delle parole Del numero Della Pronunzia i(. Memoria » 9 ‘  Copia ec. A. S. E. Il Presidente dell’ Istruzione Pubblica , Monsignor Colangelo , Eccellenza Reve- rendissima — 11 Direttore della Stamperia F rancese desidera stampare i Pbecetti di bettorica di Luigi Pessiua — La supplico perciò accordargliene il per- messo. Presidenza della Giunta della Pubblica Istru- zione  11 Regio Revisore Signor D. Angelo Antonio Scolti avrà la compiacenza di rivedere la suddetta opera ^ e di osservare se siavi cosa contro la religione , ed i dritti della sovranità. — 11 Deputato per la Revisione de’ libri Canonico Francesco Rossi. Eccellenza Reverendissima. Per eseguire i comandi di V. E. Rev. ho letto il la- voro del signor D. Luigi Pessiua intitolato firecelU di Retlorica lo vi ho ammirata la vasta lettura , e la saviezza non volgare , onde da moltissimi scrit- tori di siffatto argomento ha egli tratte le migliori os- servazioni, che poi a bene della gioventù studiosa con sobrietà e chiarezza ha ridotto in precetti. - Nulla in- tanto avendovi incontrato , che offenda le verità della religione, o i dritti della sovranità, stimo che possa permettersene la pubblicazione, purché gli alti lumi dell’E. V. non giudichino altrimenti. Napoli 4 febbraio 1829. 11 Regio Revisore Angelo Antonio Scotti. Digitized by Google Napoli 10 Aprilo i 8 ap. PRESIDENZA. DELLA GIUNTA r BK LA PUBBLICA ISTRUZIONE. Viltà la domanda del Direltorc'della Stamperìa Fran- cese, con la quale chiede di volere stampare l’Opera intitolata: Precetti di Pittorica di Luigi jPessina ; Visto il favorevole parere del Regio Revisore Signor D. Angelo Antonio Scotti ; Si permette , che la indicata Operasi stampi: peri non si pubblichi senza un secondo permesso , che non si da- rà , se prima lo stesso Regio Revisore non avrà atte- stato di aver riconosciuta nel confronto uniforme la impressione all’originale approvato. Jl Preàdenle M. COLANGELO. Pel Segretario Generale e Membro della Giunta L’ Aggiunto Antonio CorrocA. ' Digilized by Googlc Digitized by Google Digitized by (^oogl DIgitized by Google %0 VvC. Nome compiuto: P. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e P.,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pessina: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Napoli -- filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Napoli, Campania. Studia a Napoli sotto GALLUPPI. Cura la sua storia della filosofia. Di idee liberali, prende parte ai moti. Pubblica un saggio sulla costituzione italiana che gli procura la persecuzione della polizia e il carcere. Recluso nell’isola di S. Stefano, sposa la figlia di Settembrini. Fugge dal regno, insegna a Bologna. Fonda “Il Filangieri”. Dei Lincei.  Muore nella suo palazzo in via del Museo, strada che prese in seguito il suo nome: Anche il palazzo dove visse. Aula a lui intitolata.  A lui è dedicato un busto alla passeggiata del Pincio. Saggi “Che cosa e il diritto private?” (Napoli: Poligrafico); “Procedura del diritto (Napoli, Jovene); “Il naturale e il giuridico – alla regia di Napoli” (Napoli, Accademia Reale delle Scienze); Il piu privati dei diritti (Napoli, Marghieri, Diritto e privacita (Napoli, Marghieri); Il privato del diritto (Napoli, Marghieri); Che e private nel diritto privato? (Napoli: Marghieri); “Il diritto privato” (Napoli: Priore); “Storia della filosofia” (Milano: Silvestri); Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia. Giurista (Napoli 1828 - ivi 1916). P. avversò il positivismo filosofico e metodologico applicato alle scienze giuridiche e l'empirismo semplicistico di antropologi, psicologi e sociologi criminalisti. La genialità della sua mente ebbe davanti a sé orizzonti più vasti di quello del diritto, e così fu non soltanto grandissimo giurista, ma filosofo, letterato e storico. E fu avvocato insigne e conferenziere affascinante.  Vita Appena ventenne, prese parte ai moti rivoluzionari del 1848. Un suo Manuale di diritto costituzionale (1849) gli attirò le persecuzioni della polizia borbonica per le idee liberali ivi professate. Più tardi, arrestato, rimase in carcere per quattro mesi, cui seguirono due anni di domicilio forzoso in Ottaiano. Di nuovo arrestato (1860) per le sue relazioni con il rappresentante del governo sardo a Napoli, dopo due giorni di prigionia riparò a Marsiglia; di qui andò in esilio a Livorno. Con decreto di L. C. Farini, dittatore dell'Emilia, fu nominato prof. di diritto nell'univ. di Bologna. Caduti i Borboni, fu sostituto procuratore generale presso la gran corte criminale di Napoli, quindi segretario generale nel dicastero di Grazia e Giustizia. Fu più volte deputato al parlamento, senatore (dal 1871), vicepresidente del senato (1889), ministro di Agricoltura, Industria e Commercio (1879) con B. Cairoli, ministro di Grazia e Giustizia (1885), con A. Depretis, infine ministro di Stato (1914); socio nazionale dei Lincei (1899). Membro residente dell'accademia reale di Napoli, fu presidente dell'accademia Pontaniana di Napoli e socio di molte altre accademie italiane e straniere. -ALT  Opere Con F. Carrara fu uno dei capi della scuola classica del diritto penale, alla quale, sotto l'influenza della filosofia hegeliana, diede con originalità ed equilibrio un indirizzo filosofico. La pena fu da lui concepita come retribuzione giuridica del male del reato, e oggetto della scienza del diritto penale fu, per lui, non il diritto ideale, oggetto semmai della filosofia, ma il diritto storicamente divenuto e positivamente vigente nello stato. Se non partecipò con molta assiduità ai lavori parlamentari, fu autorevolissimo membro di numerose commissioni costituite per la compilazione delle leggi penali: da quella incaricata della revisione e unificazione delle leggi italiane, per la quale scrisse la memorabile relazione pubblicata in testa al codice penale e al codice di procedura penale, fino alla commissione incaricata della revisione e del coordinamento del testo definitivo del codice di procedura penale nominata con decreto del 30 giugno 1912, dalla quale per altro poi si ritrasse per l'impossibilità di far trionfare alcune sue idee di riforma. Tra le opere si ricordano: Trattato di penalità generale secondo la legge delle Due Sicilie (1858); Trattato di penalità speciale secondo la legge delle Due Sicilie (1859); Elementi di diritto penale (3 voll., 1865); Il naturalismo e le scienze giuridiche (1876); La scuola storica napoletana nella scienza del diritto (1882); Manuale del diritto penale italiano (3 voll., 1893-95); Manuale del diritto pubblico costituzionale (1900); La crisi del diritto penale nell'ultimo trentennio del sec. XIX (1906); Il diritto penale in Italia da C. Beccaria fino alla promulgazione del codice vigente (1906); oltre alle raccolte di scritti varî (3 voll., 1899) e dei discorsi (7 voll., 1914-16). Promosse e curò l'Enciclopedia del diritto penale italiano.La scuola italica venne fondata da Pitagora che crea una filosofia matematica a CROTONE e TARANTO. L’anima, secondo Pitagora, è un numero che si muove. L'armonia dell'anima, o la sua rassomiglianza col divino costituisce la virtù; e la giustizia è l'equa retribuzione. La scuola di VELIA svolge pienamente l'idealismo dei Crotonesi; e la varietà, non negata da Pitagora, esclusivamente affermata dalla scuola gionica, venne assorbita dell'unità da Senofane, trascurata interamente da Parmenide – VELINO (si veda) --, e negata da Zenone – VELIA (si veda) --, il velino. Empedocle di GIRGENTI (si veda) ed Anassagora seguirono l'eclettismo, ma il primo fu più proclive alla setta dei crotonesi, ed il secondo alla scuola gionica. La scessi ha a fautori i sofisti I quali sorgeano da tutte le scuole. GORGIA di di Lontino o LIONZO (si veda), discepolo di Empedocle di GIRGENTI (si veda), è sofista, e tale era benanche Protagora, discepolo di Democrito. Ma questi non pensano che a sedurre il popolo colle loro vane disputazioni e colla loro effeminata eloquenza. Nulla possiamo dire della filosofia appo i romani perocchè essi, rivolgendo il pensiero alle cose pubbliche, non poteano ri-concentrarsi nella severa meditazione filosofica. Epperò, anche quando la filosofia del dritto e la giurisprudenza fiorirono del romano impero, i giureconsulti non fanno che freddamente seguire ora la filosofia dell’orto o del portico. E se alcuno ci obbiettasse le opere di CICERONE, di Senеса, o di PLINIO, risponderemmo che questi filosofi saranno sempre degni di venerazione de’ filosofi, ma che non fondarono alcun sistema NUOVO. Neander, origine e sviluppamento de’ principali sistemi gnostici. Walsch de gnosticorum systematis fonte Lewald de doctrina gnosticorum. Olearii, De philos. eclectica.  stitui. D. Italia. Anco in Italia ebbe il sensualismo degl’adetti. Ma in alcuni è originale, in altri una imitazione di Locke, di Gassendi, e di Condillac. Fra’primi possiamo annoverare ZANOLLI, MURATORI, BIANCHI, e VERRI.  Il primo di questi,  7 2 be spazio è la relazione di due 'corpi di stanti l'uno dall'altro, che il tempo è la successione o consistenza per gli es seri creati, e che la felicità rattrovasi la scessi, tenta formare i principii più stabili dell'umana credenza, assegna la sola probabilità alle idee morali, e riconosce che i sensi ci fanno aperti i fenomeni esteroi ed il loro ordine successivo, ma non la natura della causa. Kirwan sostenne che non possono aver luogo gl’esseri senza una causa, che lo nello stato di piacere assoluto non-misto a veruna pena. Da ultimo, Young, dettando un trattato sulla forza della testimonianza, la rinchiuse ne’ confini della probabilità, e sostenne che essa è capace di un convincimento superiore ad ogni altra esperienza, tentando la spiegazione di molti fenomeni intellettuali colla dottrina sulla forza attrattiva delle idee, dimostra che tutte le umane azioni si rifondono in semplici probabilità. MURATORI, che è il solo curato fra’ filosofi ed il solo filosofo fra’ curati, indagando le forze dell'umano intendimento, confuta la scessi mediante una morale poggiata su’ principii della ragione e dell'amor proprio – cf. Grice, SELF-LOVE, OTHER-LOVE. BIANCHI fa dipendere il piacere dalla cessazione del dolore.VERRI vuole che si fosse a’ suoi tempi effettuata la dottrina del sentimento o del senso morale. Fra’ secondi, BALDINOTTI nega che si puo discoprire le essenze delle cose co’sensi o colla riflessione ed ammise il principio che ogni nostra cognizione debb'esser di fatto. Lo studio di Locke, dopo l'opera di BALDINOTTI attira in Italia molti proseliti, fra'quali possiam nominare a cagion di onore SARTI, PAVESI, TETTONI, CAPOCASALE, e BRIGANTI. Iovano molti filosofi, arversi per fede a’principii del Lockianismo, cercarono bandirlo; egli vi avea radicato i suoi profondi germi che si estesero insino all’aurora del secolo presente. Fra suoi seguaci si distinsero SOAVE, TOMASO, e VALDASTRI. SOAVE, seguendo il sistema di Locke sulle idee acquisite, riguarda l'idea come l'immagine degl’obbietti e fonda la certezza sulle tre evidenze di Condillac. VALDASTRI fa derivare dalla sensibilità tutte le nostre idee, trasse il criterio del vero dal senso intimo e sostenne nulla esservi di vero in meta-fisica se non fondato sulla economia del nostro essere. An co Rezzonico, Corniani e Prandi danno opera alla propagazione del condillachismo. Ma gl’italiani, benchè sensualisti, non si nabissano nelle funeste conseguenze del materialismo francese, perocchè risenteno ancora l'influenza della vera e sapa filosofia, la quale mai è, che si scompagni dalle verità che crediamo DIVINA. C. Italia. Giovenale, Magneni, Rufini, e Miceli segueno l'idealismo ed hanno a scopo comune quello di determinare l'ideale principio costitutivo delle cose. Ma Pino da a luce la sua proto-logia che, quantunque tenuta in dispregio da’ sensualisti, pure non lascia di onorare l'autore e la patria di lui. Questo saggio venne diretto ad indagare il primo della verità de' principii e delle scienze, l'uno che in se racchiude il principio delle scienze tutte. Egli con prove ingegnose e con sottili ragionamenti dimostra che le parole non ànno il primo senso nelle umane convenzioni, che esiste un primo, causa ed origine dell'umana intelligenza, che il primo principio della ragione è divino.  Law e Hutton sono i suoi più forti sostenitori – Law negando ogni realtà obbiettiva alle idee di spazio e di tempo; Hutton inclinando alle opinioni del celebre Berkeley. è strato all'uomo, che le parole non sono [Borovshi, Notizia sulla vita e sul carattere di Kant; Jachman, Lettere ad un amico in torno Kant - Wasianki, Emmanuele Kant negli ultimi anni della sua vita.- Biografia di Emmanuele Kant. - Rink, Tratti della vita di Kant. Bouterweck, Em. Kant. Rimembranze. Grohman, Alla memoria di Kant. Cousin, Lezioni sulla filosofia di Kant -- versione italiana di F. Triochera con note del BENEMERITO [B.] Galluppi -- Kant, Idee sulla maniera di apprezzare le forze vive Principiorum metaphysicorum nova dilucidatio. Considerazioni sull'ottimismo. Sogni di un uomo che vede gli spiriti] SEGNI DELL’IDEE, nè le idee segni delle parole, che il primo pensiero dell'uomo è il mistero nel senso dell'uno o primo, ovvero del divino; che l'analisi è la distinzione della pluralità costituita dall'uno; e da ultimo che non già la dimostrazione matematica, sibbene la scienza del primo è la ragione primitiva della scienza. Dietro l'impulso di Premoli, dietro gli sforzi di qualche altra e università che cerca difenderlo, il misticismo ha in Italia parecchi coltivatori, fra'quali si distinsero FERRARI e LETI. FERRARI fa derivare la filosofia dalla rivelazione del divino, dalla esperienza, e dalla ragione, ed assevera che il filosofo dove seguir laprima in preferenza dell’altre. LETI, attenendosi ad un principio rivelato o positivo, tenta fondare un sistema cosmologico sul “Genesi.” Epperò, secondo lui, tutte le cose han principio dal divino, lapima si congiunge con uno spirito materiale costituito come la vera forma delle cose materiali, e contenente la luce, l'acqua, la terra, che sono volatili o fissi, e formano gl’altr’obbietti. Ma la riforma  conoscendo la propria fallacia ed illusione, De ti intese della massime a divinità determinare derivare di S.,edi le idee Tomuniaso gli Secco che immediatamente attribu, segue facendo da, le però il divino [Rousseau, Discorso sulla quistione se il risorgimento delle scienze e delle arti hanno contribuito a depurare i costumi. Discorso sull'origine e su’ fondamenti della ineguaglianza tra gl’uomini Lettere scritte dalla montagna; Del contratto sociale o principii del dritto Politico; Emilio o dell’educazione; Jacobi, L'idealismo ed il realismo Lettera a Fichte Alcune lettere contro Schelling Delle cose divine, Romanzi filosofici - Introduzione alla filosofia. Koeppen Della rivelazione considerata per rispetto alla filosofia di Kant e di Fichte Trattati sull'arte di vivere; La dottrina di Schelling Sul fine della filosofia. Guida per la logica. Saggio del Diritto naturale. Esposizione della natura della filosofia. Filosofia del Cristianesimo. Politica secondo i principii dell’Accademia. Teoria del Dritto secondo i principii di l’Accademia. Lettere ad un amico su'] C C filosofica sperimentale preoccupa gli spiriti per lo studio degl’obbietti sensibili; ed è questa appunto la ragione per cui le speculazioni del misticismo non ven nero accolte e ridotte ad una dottrina generale. tori. L'eclettismo ha de’ forti e valenti sostenitori. Ceva confuta Gassendi e Cartesio; la celebre Agnesi, prevenendo il Cousin, dice non doversi aderire a setta alcuna, ma scegliere tra le sentenze dei filosofi quelle che rispondono alla esperienza ed alla ragione. Corsini insegna non doversi seguitare ne i Cartesiani, nè il Lizio, ma le migliori opinioni di tutte le sette con una specie d’eclettismo. S. 7. venne sostenuto da molti 'Glo [L'Empirismo – Razionalismo] sofi, tra' quali si distinsero Luini, Gorini, Scarella, Ansaldi,Vico Stellini, e Genovesi. LUINI si oppone all'armonia prestabilita di Leibnitz accostandosi al pensiero della forma sostanziale [viene le categorie di Kant, ammettendo nello spirito certe idee prime, e discer de la percezione della convenienza o discrepanza di due idee dall'assenso dissenso a tale percezione. Secondo lui, la mente umana non può comprendere come convenienti due cose che re dell'anima, distingue nell'anima la sostanza 'le potenze i modi, afferma che nel percepire un oggetto noi ci distinguiamo dall'atto della percezione, che le potenze s'argomentano col ragionamento, che le forze sono una certa condizionata esigenza delle sostanze, che colla filosofia è dato di scoprire nell'anima una certa sovra-esistenza, e che il razionale non debbe superare il fatto. Gorini, elevando la dottrina dell'associazione, considera l'idea come semplice rappresentazione dell'oggetto, e sostenne il principio logico che la cognizione intuitiva è composta di due idee e la dimostrativa di tre. Scarella concilia il principio di contraddizione e quello della ragion sufficiente, prepugnano fra loro, il principio della cognizione stà nel predicato che chiaramente si vede convenire o disconvenire dal soggetto. Infine egli distingue gl’errori secondo le facoltà dello spirito, divide la psicologia in fenomenale e PSICOLOGIA RAZIONALE, classifica le facoltà, spiega i sogni con certe continue commozioni cerebrali, distinguel'anima umana da quella de’ bruti, indica due specie d'appetito, l'una sensitiva, l'altra razionale; ed ammette l'anticipazione in noi di qualche cosa innata, che dicesi idea. Ansaldi dimostra che il portico non è atto a diminuire i momenti di infelicità, confuta l'uomo macchina di Mettrie, il principio dell'associazione di Hartley, distingue il sentimento dalla sensazione; e provando che è impossibile dedurre il fisico dal morale, che le facoltà dell'anima sono indipendenti da’principii dell organismo, fonda il principio morale sopra una virtù costitutiva dell'ordine invariabile delle cose, lontanandosi dall’Utcheson e dalla dottrina dell’amor proprio – Grice: SELF-LOVE, OTHER-LOVE. Gerdil divide l’idee in idee di modi, di sostanze, e di relazioni, pone il criterio del vero nell’osservazione e nella esperienza regolate dalla ragione, dichiara l'idea dell'ente un idea di formazione, pone il criterio morale in un naturale criterio diapprovazione, che indipendentemente dalla considerazione e del proprio utile determina il giudizio o dettame pratico in virtù di una certa e conosciuta legge di convenienza – il principio di co-operazione -- di che l'uomo si compiace per natura; fa consistere l'ordine nel rapporto comune fra molti oggetti, deduce l'immaterialità dell'anima dalla diversità tra la sostanza pensante e qualunque sostanza corporea,  dall'impossibilità che la materia contenga la prima origine del moto di sostanza e di modo; deduce l'esistenza del divino dalla necessaria esistenza di qualchecosa ab eterno; pone per principio che le regole della morale per condurre al buon fine dove trarsi dalla natura umana, e colloca il fine o la e dalle nozioni. Egli si eleva ad un sistema empirico razionale fondato sulla storia e sulla ragione, e getta le fondamenti della scienza dell'umanità. Il suo metodo è ricavato dalla psicologia, dalla natura della scienza, e dal la geometria, ed in esso la facoltà inventrice, o la facoltà certa del sapere è preposta a quella dell'ordinare o comporre. Esso è l'analisi geometrica ben diversa da quella di Condillac. VICO venne a ridurre la filologia ad una vera forma di scienza e da ritrarre dalla mitolo  [Il nostro celebre concittadino VICO, conosciuto più a’ tempi nostri che a'suoi, più dagli stranieri che dalla sua patria, scrive la scienza nuova, monumento di gloria italiana, in cui egli avea indagato i principii filosofici della storia, precedendo di un secolo le teorie di Hegel, e Cousin . per а gia starei felicità nel bene sommo, o nell'amore divino. dire una vera storia; ei pose il   meta-fisica, che in sostanza è una vera teo-logia, si è di stabilire un vero appoggiato al senso comune ed all'ordine eterno delle cose, qual è il divino. Da questo priocipio VICO deduce che tutte le scienze emanano dal divino, rimangono comude  3 una na velle; che e criterio del vero: nel senso cerca surrogare il principio dell'autorità universale a quello della ragione individuale. Questo senso comune di Vico è un giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta nazione, o da tutto il genere umano. Secondo VICO, il vero è diverso dal CERTO, inquantocchè quello è riposto nella conformità della mente coll'ordine delle cose, e questo nella coscienza sicura dal dubbio, quello fondasi sulla ragione, e questo sull'autorità. La meta-fisica è quella che stabilisce l'ente e il vero, ed è legata necessariamente alla religione romana cattolica. Lo scopo della sua, nel divino, e tornano al divino solo; che il divino è l'infinito posse, nosse,   velle > ; corpo, contiene una virtù infinita di estensione che va all'infinito, e che dipende dallo sforzo dell'universo; e che il conoscere chiaro in meta-fisica è vizio, cosicchè approfitta in meta-fisica colui che si è perduto nella meditazione di questa scienza. Nella sua Psicologia VICO distingue la sostanza intelligente dalla corporea. Indi sostiene che quella è l'anima ed ha la sua  sede nel cuore, che in essa esistono le facoltà della memoria, della fantasia, dell'umano arbitrio; che la mente umana l'uomo è il posse, posse, nito, che tende all'infinito; che l’Ea te è Dio, e le creature esistono per partecipazione; che la causa unica è quella che per produrre l'effetto non abbi sogna d'altra; che l'essenza consiste ia una indefinita virtù; che l'anima è diversa dal corpo e dalla materia;che il 4 > 2 pe'pervi, che si danno gl’universali, o l’idee come forme delle cose che queste sono create dal divino, e che l'anima distingue l'uomo dalle bestie. Il non intende [VICO considera l'uomo come ente fioito procedente dal divino, superiore agl’altri animeli per la ragione, e in cui distinguesi la natura innocente dalla corrotta. L’uomo è naturalmente socievole, onde in lui una LINGUA. La sua vita propria è quella che è consentanea alla natura. A lui appartengono l'umanità o l'altrui commiserazione, il desiderio dell'utile, il carattere d'una comune cognazione di natura, l'istinto alla fede, il pudore, e infine la brama dell'onore. L'uomo insomma è un essere costituito d'intelletto e di volontà, corrotto in entrambi dagl’errori e dalle passioni, ma capace dello sforzo della mente al vero che come equo bene è il giusto, conformità della mente all'ordine è l'onesto. La giustizia, secondo VICO è la virtù universale. La virtù è la stessa ragione, e distinguesi in prudenza, come, temperanza e fortezza; e causa della società è l'onestà. Noi abbiamo verso il divino de’ doveri a soddisfare col culto, senza onestà non può darsi società civile, la giustizia dev'essere universale o architettonica, perchè uno è il divino. VICO nella sua Scienza nuova parte dall'idea o cognizione del divino che illumina gl’uomini e tutto dispone co'suoi ordini prestabiliti. A questa idea principale si rannodano le seguenti. Questo mondo è diretto dalla provvidenza divina. Questo mondo civile fatto dagl’uomini non è molto antico. In esso tutte le nazioni convengono sulla religione, sul matrimonio solenne, e sulla sepoltura. Su questi surgeno le nazioni più barbare. Tutte le nazioni percorrono III età: I età degli dei – GIOVE, MARTE, QUIRINO --, II età degl’eroi – ENEA, ASCANIO, ROMOLO --, III età degl’uomini – BRUTO, CICERONE, OTTAVIANO; III diverse lingue: I geroglifica, II simbolica, III volgare – il latino. Le nazioni furo prima di natura cruda, indi severa, quin di benigna, e poscia dilicala; la forma di governo è o teo-cratica o è delle repubbliche democratiche o aristocratiche, o finalmente è quella delle monarchie; formate le città nasco BO.le tras-migrazioni de’ popoli, ed il dritto naturale delle genti. Cresciute le nazioni, l'equità civile rafforza il dritto naturale. Tutto ciò dura finchè non sopravvengono delle grandi crisi per mutare il mondo civile. Queste vicissitudini umane formano il corso e il ricorso della nazione italiana nel quale si ravvisano III età, degli dei – GIOVE, MARTE, QUIRINO – II degl’eroi – ENEA, ASCANAIO – ROMOLO; III degl’uomini – BRUTO, GIULIO CESARE, OTTAVIANO; tre specie di natura: fantastica, eroica, e intelligente; tre specie di costumi: religiosi, colerici, e officiosi; tre specie di dritto naturale: divino, eroico, umano; tre specie di governo: I teocratico, II aristocratico o III democratico, e monarchici; tre specie di lingue, I mentale, II eroica e III di parlari articolati; tre specie di caratteri, geroglificii, eroici e volgari,  aleo VICO idea gli dini lesi doè nesto nė joni atri pri -in SUI are ; elit 10 specie di giurisprudenza, divina, eroica, ed umana; tre specie di autorità: divina, eroica ed umana; tre specie di giudizi: divini, eroici, umani; tre specie di tempi: religiosi, eroici, e civili. Tutte queste cose hanno apco un ricorso. Il corso e ricorso è fondato sul fatto. La storia ideale non è propria de Romani, tre Tor oé Iri. del co ed ute   ma di tutto il mondo. La Scienza nuova si offre sotto gli aspetti di Te-ologia ragionata, di filosofia, di storia delle umane idee, di critica filosofica, di storia ideale eterna, di sistema del dritto. naturale e delle geộti, di scienza de’ principii di storia universale. Questo grande uomo ha delle lodi e delle accuse, ma sarebbe lungo e difficile il giudicarle per vedere se le une o le altre preponderano. Epperò altro non facciamo che rimapere stupiti come intempi tantomeno civilizzati de' nostri che si addimandano civilissimi l’Italia abbia dato alla luce un ingegno sì 'straordinario e maraviglioso. La filosofia del VICO rimane ignota per lungo tempo all'Europa. Ma ha anco ra de continuatori fra’ quali vennero ad altissima rinomanza STELLINI e GENOVESI. STELLINI analizza le facoltà umane, affermando che il bene o l'ottimo stato dell'anima dipende dalla proporzione o dall'equilibrio di tutte, e fecede rivare la virtù dall'equilibrio tra le facoltà e le affezioni umane. Nella sua opera sull'originee su’ progressi de’costumi dimostra esservi tre epoche della natura umana, cioè quella de’ sensi che servono all'animo, quella dell'animo che serve a’sensi, e quella del mutuo commercio tra l'anima e i sensi. STELLINI integra, per dir così, la filosofia vichiana, in quantocchè Vico cerca nella storia la morale delle nazioni con quella degl’individui, e STELLINI fa la storia de costumi degl’individui colla morale delle nazioni, comprendendo l'assoluta necessità di dedurre i principii morali dalla natura delle cose che si offre spontanea alla nostra contemplazione, dando una unità sistematica alla scienza della morale, e riducendo la dottrina della virtù alla sola grandezza. FILANGIERI, PAGANO, ed IEROCADES proseguino quasi in silenzio la via luminosamente segnata da VICO e STELLINI, ma colui che si fa chiaro, e fra' Vichisti e tra gli’empirici razionali, è GENOVESI, nostro concittadino. Egli nella sua meta-fisica sostiene che non possiamo avere idee distinte intorno alla sostanza, che l'essenza consiste in varie proprietà, e che si distingue in reale, nozionale e nominale. L'anima secondo lui, è lo stesso subbietto pensante ed intelligente, ed è dotata d'intelletto e di ragione della percezione, del giudizio e del raziocinio; per ben filosofare è mestiere che si faccia uso di quelle idee che possiamo avere, che la verità sia chiara ed evidente, mai il filosofo non  il principio dell’autorità e dell'arte critica, cità della mente umana e della estensione della conoscenza. Secondo lui, la > 1 1 debbe scostarsi dalle dimostrazioni stabilite se non quándo ci si presentano dell’obbiezioni. Egli dichiara imperfetta la scienza teo-sofica e conchiude che ascendiamo al Verbo per via della ragione. Segue il principio che rion sidapno nemmeno l’idee intellettuali senza; un moto corrispondente nel cervello> ammette il principio del vero e del falso il cui criterio è l'evidenza intelligibile sensuale e storica > > . della capa   ra umana morale è mossa dal conoscere la natu in che trovansi due forze, l'una concentrica e l'altra diffusiva che entrambe dalla morale devono esser di rette alla felicità. Scopo della morale è quello di regolare e non distruggere l'uomo. La legge naturale è risposta de dae precetti di attribuire i proprii diritti al divino a te ed agli altri, e di fare tutto che conviene alla felicità del genere umano. Egli ripone la legge morale nella ragione e distingue questa come facoltà calcolatrice dalla regola che la governa e che consiste nel tenore dell'essenze e dei rapporti essenziali delle cose ordinate, e per la quale v’ba un'obbligazione perfetta che è della forza e della giustizia, ed un obbligazione imperfetta che è la legge dell'umanità. Egli dimostra ancora che l'utile è il più bello indizio di una legge generale che punisca o premii talune azioni, e che tutti i doveri si riducono si a rispettare le palu rali proprietà di ciascuno che ad acquistar le proprietà, perchè non s'invadano le proprietà di coloro i quali sono al medesimo piano dell'universo con noi. GENOVESI non è un filosofo originale, ma è originale pel suo metodo, per la sua chiarezza, per la sua critica; e se talvolta si desidera in lui maggior ordine, maggior precisione, ciò nasce appunto dalla difficoltà di riunire in un sol corpo l'intera filosofia italiana.  S all'immaginazione- De 2 Antropologia di Gorini-Luini, Meditazione Ansaldi, Riflessioni sui mezzi di perfezionare la filosofia morale. Saggio in torno traditione principiorum legisnaturalis- Elementa Logicae, Psychologiae, ac Theologiae naturalis, auctore Scarella Gerd il., Anti Emilio o Riflessioni sulla teoria e la pratica dell'educazione contro Rousseau. Piano degli Studii Logicae Institutiones Storia delle sette de’ filosofi. Principii della morale cristiana. Origine del senso morale. Memoria dell'ordine del divino e della immaterialità delle nature intelligenti. Philosophicae Institutiones quibus Ethica seu Philosophia practica continetur VICO: De nostri temporis studiorum ratione- Dell'esistenza De antiquissima italorum sapientia. De uno uni versi juris principio et fine uno liber unus. De Constantia jurisprudentis liberalter- Principii di scienza nuova STELLINI: Ethices Opera omnia PAGANO, Saggi politici Discorso sull'origine e natura della poesia. GENOVESI: Elementa metaphysicae. Elementorum artis logico criticae. La Logica. Istituzioni di meta-fisica pe’ principianti. Diceosina o sia Filosofia del giusto e dell'onesto. Per dar compimento alla esposizione dell'attuale filosofia italiana e insieme allo svolgimento storico de'si stemi filosofici non rimane che esporre lo stato della filosofia in Italia al secolo presente. I filosofi italiani oggdì si dividono nelle V classi dei sensualisti, degl’idealisti, de’ mistici, degl’eclettici e degl’empiristi razionalisti. La tendenza della filosofia italiana al dì d'oggi è l'Empirismo Razionalismo benchè si ravvisi qualche avanzo di sensismo, e som   qualche imitazione dell'idealismo alemanno non che del misticismo francese e del eclettismo scozzese. È il chiarissimo Barone GALLUPI che, colla potenza della sua dialettica, e colla severità del metodo analitico, rappresenta eminentememente la filosofia in Italia, movendo guerra sì all'idealismo di Kant che al sensualismo del Condillac. Noi per seguire l'ordine ideo-logico dei diversi sistemi di filosofia esporremo pri mamente le dottrine degl'empirici. Po scia verremo agl’idealisti, a’ mistici, ed agl’eclettici; e da ultimo agl’empiristi-Razionalisti.  POLI: Supplimenti al Manuale della Storia della filosofia di Tenneman. Gioberti: Del Primato morale e civile degl'Italiani. I capi del sensualismo italiano nel secolo presente sono Gioia, Romagnosi, e Lallebasque. GIOIA (si veda), fondando la sua filosofia sul la ricerca de’fatti, non fa che mirare aduna scienza popolare. Procedendo in tal modo egli trova tre facoltà fondamentali: la sensazione, l'attenzione ed il raziocinio. Indaga l'origine delle sensazioni e dell'istinto, ammise l’organizzazione e gli stimoli esterni come cause dell'istinto, e spiega l'anomalia delle sensazioni, e le loro leggi, por gendo un cenno storico sulle norme materiali che furono falsamente riguar date come norme misuratrici della in telligenza. Riguardo a'prodotti intellet tuali e morali, egli inclinò ad una i deologia fisiologica, che egli conchiude con una teoria del piaceree del dolore, in cui considera il dolore come n o n sempre proveniente da lesioni organiche, e il piacere come non sempre effetto della cessazione del dolore, e stabilisce l'azione reale del piacere e del dolore, e le loro sorgenti come inoti maggiori o minori del moto ordinario delle fi bre. Poscia dimostra che essi influisco  no sulla felicità, sulle facoltà intellet tuali,sulle affezioni sociali, e sulle passioni ; e rettificando le nozioni false sulla vita, mostra che le sensazioni u- nite alla forza intellettuale cisvelano l'e sistenza del me e del fuor dime epro ducono certe operazioni diverse dalle semplici sensazioni ; cpperò distingue la sensazione dalla idea e dal giudizio. Nella filosofia morale, GIOIA dove soggiacerealleconseguenzedelsuo si stema empirico ; ed infatti il suo prin cipio è che la morale è la scienza della felicità, riponendo egli la felicità dell'a vanzo delle sensazioni gradevoli su’mali; e che la virtù è una somma di atti uti li disinteressati. Il sistema di GIOIA è erroneo e difettoso, perchè tende a generalizzare il sensualismo, favorisce il sistema del piacere, approssima l'ideologia alla fisica, analizza superficialmente ed inesattamente i fenomeni psicologici, e deduce da un fatto incerto una teori ca o un principio. Ma la comunicazio ne della scienza al popolo, una filoso fia pratica e sociale, una mente vasta e perspieace, un giudizio avvalorato dalla induzione,una ammirabile chiarezza d'idee e di ragionamenti;ed una scelta erudizione, sono le doti che se fossero andate disgiun tedanonpochierroriavrebbero formato di Gioia un pensatore non mediocre. ROMAGNOSI (si veda) segue, nel suo metodo, ne'suoi principii, e nelle suededuzioni, l'empirismo, ma un'empirismo psicologico, da lui manifestato, cercando il principio del dritto nale nelle relazioni appoggiate Pe all'es senza ed alle reali connessioni delle co se, dimostrando che l'arte di governar la società deve riuscire l'ordine morale di fatto perfezionato, e che nella spo sizione dell'ordine teoretico e pratico debbe aver luogo la storia della natura umana e delle sue relazioni 3 nendosi la ricerca de'fenomeni e propo psicolo gici sperimentali, lasciando le astruse indagini della metafisica psicologica. E gli definendo la psicologia, la dinamica dell'uomo interiore; stabilisce le tre funzioni psicologiche del conoscere, del volere, e dell'eseguire, dichiara l'esi stenza del me e degli altri corpi il cui carattere esclusivo è la pluralità di so stanze compresa in un sol concetto ; e dimostra che le sensazioni sono i segni reali e naturali cui in natura corrispon dono le cose e i modi di esseri reali che il sentire è diverso dall'intendere che stà nel percepire l'essere e il fare delle cose ; che il senso intimo è una facoltà occulta che unisce all'uno il moltiplice, al semplice il complesso, che perciò è suo ufficio il conformare gliatti psicologici che qualificano l'in tendere, il dettare un sentimento in ogni giudizio, l'attrarre ciò che è ana logo e respingere ciò che ripugna ; che laleggedell'umana intelligenzaè funzione in cui il senso dell'azione ri cevuta e quello della reazione corrispo sta concorrono a produrre la percezio ne dell'essere e del fare ideabile delle cose. Nulla,secondo lui,avvi d'innato o a priori riguardo alle idee che tutte  e una   derivano dalla sensazione combinata col la reazione o dalla competenza dell'Io combinata con quella degli obbietti e sterni. Egli ripone il criterio del vero nel principio di contraddizione, consi dera la causa come un non so che rac chiudente il concetto d'una potenza pro duttrice di un atto o di un fatto; ne ga le idee iunate pel principio che l'Io vedendo tutto in sè stesso non può di stinguere dall'acquisito ciò che vi si rattrova d'innato; considera il valore della prova nella certezza, e nel dubbio, e conchiude che lo stato esterno e sensibile degli ele menti delle prove è fondamento univer sale e primitivo del loro impero. La morale, secondo lui, stànel proporzionare la natura de' mezzi secondo la speciale considerazione del fine. Il principio generale della sua morale è l'ordine della perfezione, cheper leg ge di fatto reagisce su quello della conservazione tanto coll'insegnare quan to col somministrareimezzi delmiglior  bilità, e nel dubbio nella proba Lallebasque congiunge alla scienza del pensiere la filosofia naturale. Secondo [È comune opinione che sot to il nome di Lallebasque tenga celato quello del caraliere BORRELLI:  essere umano; e che mira al benesse re all'utilità fisica o morale ed alla umana felicità che costituiscono l'uomo attuale e le leggi naturali per cui l'uo > mo, com 'essere perfettibile è tenuto a seguire l'ordine morale di natura. E gli distinse l'incivilimento dalla civil ne pose le basi nella natura nella religione, nell'agricoltura, nel governo, nella concorrenza; ed il prin cipio nell'incivilimento sempre dativo. Una mente vasta, un ingegno acuto e profondo ed una dialettica rigorosa formano tutti i suoi pregi; ma è in e qualche modo oscuro e confuso, né fu tanto innovatore quanto lo predica rono i suoi proseliti, e per l'empirismo da lui professato, e per le diffi coltà della scienza, là; g  lui,lasensazioneèprimitiva, conti nuata, riprodotta ed aumentata; ed è lo stesso che l'idea, tranne che questa si adopera più di frequente a signifi care le funzionidell'intelletto. In quan to al giudizio, egli distingue quello di occupazione da quello di attenzione;e riduce ogni giudizio a quello di diver sità; considera il raziocinio come l'atto onde due idee producono un giudizio per via d'una terza. Riguardo alla vo lontà egli sostiene che il calcolo voli tivo e l'atto prelativo si risolvono in un giudizio di preferenza pel quale la volontà sisviluppa come un'azionecon cui l'animo eccita i nostri organi a pro cacciarci ciò che abbiam prescelto. In trattando della scienza etimologica, egli ripartisce le lingue in radicali e produttive. Indaga l'origine delle parole e le loro cause, che sono l'imitazione, il bisogno, il comodo, l'arbitrio. Riconosce due mezzi per trovare le lingue radicali: la ricerca de'popoli che han comunicato con quello per la cui lingua han luogo le indagini etimologiche, e l'attignere dalla lingua derivata la noti zia di quelle che àn concorso a formarla. Un luogo stuolo di empiristi tenne dietro a questi Àtre pensatori. Gigli de finisce la filosofia la scienza di ciò che può conoscersi con esatte osservazioni e con esperienze bene istituite. SAVIOLI è seguace di Locke e di SOAVE. Troisi riconosce ne'sensi gli strumenti delle po stre prime idee. MAZZARELLAriconosce l'attività e la sensibilità come proprietà costitutive dell'essere semplice ;Bini dichiaratutte le idee provvenire all'ani ma col mezzo de'sensi. PEZZI nega l'e sistenza delle appercezioni e delle idee astratte. Accordino fadipendere tutte le facoltà dell'anima dalla sensibilità, e riguarda l'uomo neiprimi momenti della sua esistenza come una tavola .rasa ove non è impresso alcun carattere; MARA no distingue la percezione dall'idea e preferiscel'analisi. ABBÀ fa dipendere le idee dal senso e dall'azione dell'anima. ZELLI afferma che l'uomo riceve le losofico sulla coscienza. TESTA afferma che il sentimento non può fallire al ve e che l'osservare la natura e fi -prime idee per mezzo de'nervi ; Alberii dichiara pescibile tutto che esce dalla sfera del mondo sensibile. PASSERI riconosce l'influenza del fisico sulla rettitu dine delle nostre azionispirituali. SANCHEZ niega alla ragione la conoscenza dell'assoluto e trae tutte le idee da' sensi. GATTI dichiara esser la sensazione il risultamento di una conformazione spe ciale vivente. BONFADINI riconosce il metodo induttivo come mezzo logico della verità, e spiega l'origine delle idee coll'analisi e coll'astrazione. REGULEAS pretende nell'anima altro non esservi che il sentire. BRUSCHELLI trae l'esistenza del mondo e del divino dall'osservazione de' fatti che ne circondano. GRONES dichiara la metafisica la scienza delle cose astratte conoscibili per mezzo dell'osservazione costante e delle esperienze accurate. PIZZOLATO forma della filosofia una scienza fenomenical. BUTLURA poggia il sapere ro, studiarne i fatti sono i soli mezzi sicuri d'ammaestramento. BRADI riduce la certezza alla diretta cognizione del modo di essere speciale degl’obbietti. FAGNANI fonda il suo sistema gloso-fico sul dinamismo e sulla sensibilità. BRAGAZZI propone per facoltà d'apprendere l'osservazione de'fenomeni dello spirito e per criterio del vero la verificazione. COSTA sostiene la memoria e le altre facoltà a simiglianza della sensazione, ed ammette l'origine delle idee generali e normali dall'idea individuale. FERRARI segue il principio dell'associabilità interna e FELLETTI quello dell'utile umanitario. L'empirismo venne applicato alla pedagogia da PASETTI, FONTANA, TOMMASEO, e RENZI, alla storia da ROSSI, alla estetica da CICOGNARA e DELFICO, e dalla genealogia delle scienze da PAMPHILIS, ROSSELLI, e FERRARESE, che riunisce tutti i rami delle scienze a quella dell'uomo, seguendo il principio che in esse tutto è relativo a noi. [e Gioia : Il nuovo Galateo ca Tavole Statistiche sofia ad uso delle scuole Logica Statisti Elementi di filo Ideologia. Esercizio logico. Nuovo prospetto delle scienze economiche. Del merito e delle ricompensa. Dell'ingiuria, de'danni, e del soddisfacimento. Indole, estensione, e vantaggi della Statistica ROMAGNOSI: Che cosa è mente sana? Indovinello massimo. Della suprema economia dell'umano sapere. Vedute fondamentali sull'arte logica. Dell'insegnamento primitivo delle matematiche. Assunto primo della scienza del dritto naturale. Introduzione allo studio del dritto pubblico universale. Dell'indole e de'fattori dello incivilimento. Biblicteca italiana. Vari articoli di filosofia. L'antica filosofia morale. Genesi del dritto penale. Progetto del codice e della procedura penale. LALLEBASQUE: Introduzio De alla filosofia naturale del pensiero  la - - - cu mo Fa il - - - cato su! si dal per Ista OS ette mali Fel en -ia oi. Eila, alla . ea dal Fer àa cipii della Genealogia del pensiero. BORRELLI: Gia Troisi: L'arte di ragionare. Istituzioni metafisiche. Mazzarel Intorno a'principii dell'arte etimologica gli. Analisi delle idee la. Corso d'ideologia elementare. BINI: Lezioni logico-metafisico-morali. PEZZI: Lezioni di filosofia della mente e del cuore, riformata e dedotta dall'analisi dell'uomo. ACCORDINO: Elementi di filosofia. Regole dell'arte logica. Marano ABBÀ: Elementa Lo Pringices et Metaphysices. ZELLI: Elementi di metafisica. PUNGILEONI: Dell'udito vista. Alberic: Del nescibile. Passeri: - e della Della natura umana socievole. Sanchez: Influenza delle passioni sullo scibile umano. GATTI (si veda): Principii d'ideologia. BERTOLLI: Idee sulla filosofia delle scienze morali e politiche. GERMANI: Dell'umana perfezione. SCARAMUZZI: Esame analitico della facoltà di sentire. BONFADINI: Sulle categorie di Kant. REGULEAS: Nuovo piano d'istruzione ideo-logica elementare. BRUSCHELLI: Praelectiones elementares logico-metaphisicae. BUTTURA: La coscienza logica. TESTA: Introduzio ne alla filosofia dell'affetto. Filosofia dell’affetto. BRAVI: Teorica e Pratica del Probabile. FAGNANI: Storia naturale della potenza umana. Elementi dell'arte logica. BALDINI: Cenni sopra un corso di filosofia. RAMELLI: Prospetto degli studii filosofici nelle scuole comunali. NESSI: Schizzo intorno i principii di ogni filosofia. OCHEDA: Filosofia degl’antichi. GRONES: Ricerche metafisico-matematiche sulla lingua del calcolo. PIZZOLATO: Introduzione allo studio della filosofia dello spirito umano. SAVIOLI: Institutiones metaphysicae in Epitome redactae. ZANDONELLA: Elogio di Bacone. COSTA:Del modo di comporre le idee. FERRARI: La mente di Romagnosi. FELLETTI: In torno ad una nuova sintesi delle scienze. PASETTI: Sull'educazione fisico-morale. FONTANA: Manuale per l'educazione umana. TOMMASEO: Scritti varii sull'educazione. RENZI: Sull'indole de'ciechi. ROSSI: Studii storici. CICOGNARA: Ragionamenti su bello. DELFICO: Pensieri sulla storia e sulla incertezza ed inutilità della medesima. ricerche sul bello. PAMPHILIS: Genografia dello scibile considerato nella sua unità d’utile e di fine. ROSSETTI: Dello scibile e del suo insegnamento. FERRARESE: Saggio di una classificazione sopra le scienze del l'uomo fisico e morale. Delle diverse specie di follte. Ricerche intorno all'origine dell'istinto. Trattato della mòno-mania suicidia. Esame dello stato morale ed imputabile de'solli mono-maniaci.  Elementi di ito e dela. PASERI Paseri: Sanchez:In - - umano Bertolli: 1 orali epolis perfezione- a facoltà di orie di Kant uzione Praelectiones - Buttura : -latroduzio ilosofia tiia delPro e delap e logica- del ideo orso dinilo spetto del ali- NESSI filosofia – e sula oduzione a GRONES : lin - ee umano – in Epitome Bacone elletti . For :lo S 3. Non ostante il gran numero di fautori che si procaccia l'empirismo, pure si avverte ilbisogno di spiegare la natura umana non dall'esperienza, ma dalla subbiettività dell'uomo. Epperò sorgeno i razionalisti a combat, il secondo affermando l'assoluta necessità delle idee innate, o de principii apriori, ed il terzo annunziando esser la filosofia una scienza degl’enti di ragione. LUSVERLI considera le facoltà come COLUI il quale da una forma siste  ! un potere di produrre qualche effetto, dipendente dalla forza spirituale. DEFENDI riconosce ne'sordo muti l'idea dell'ente in universale, e PARMA nel fondo di ogni esistenza rattrova l'essere. CERESA afferma essersi im battuti nel vero coloro i quali riposero il principio del conoscere nella pura subbiettività che è sola infinita, spontanea, positiva, e tale che l'uomo per suo mezzo elabora la sua obbiettività. o tere le tendenze empiriche; ed aspira rodo a spiegare i problemi più difficili della filosofia; ma non si elevarono alle chimere ed alle astrazioni del trascendentalismo alemanno. Maggi, Bianchetti, e Receveur coltivarono il razionalismo pel suo lato obbiettivo. MAGGI cerca un sommo archetipo logico e supremo, P   1aspira 1 dificili ronoale Trascen ilBian: tempo, di spazio, di iriposero 0 ilha etiro, RECEVEUR  an na scienza considera che tipolos afermando ionate, 0 prodare Jalla fora nesont ersale; eld stenza rat essersi im pura possibilità dell'essere medesimo. Secondo RECEVEUR, quest'idea è è innata, poichè non proviene nè da'sensi nè dal sentimento dell'io, nè dalla riflessione; e da essa derivado tutte le idee acquisite diforma e di materia, di sostanza. Egli si propone di ricondurre la filosofia dell'intelletto sulla giusta via, combattendo i sistemi che hanno perturbate le menti e disonorata la filosofia, e stabilire un criterio saldo e irremovibile alla verità ed alla certezza. SERBATI segue ilprincipio che l'idea unica ed innata si è quella dell'ente nell'universale. Egli preferi che riducesi a’ due sce il suo metodo assiomi di non assumere nella spiegazio ne de'fatti dello spirito umano, nè meno nè più di quel che è necessario a spiegarli. Egli parte dal principio che l'uomo pulla può pensare senza l'idea dell'ente; che quindi la qualità più generale delle cose è l'esistenza nella pura suk 7 spontana I suo mez matica al razionalismo si e SERBATI. Egli si di di essenza, di causa, rma siste  moto, e di estensione. sso è il senti mento intellettuale, l'intelletto medesimo. Ecco i punti principali della sua teoria. L’anima ha due potenze originali: l'intelletto, che ha per obbietto essenziale la forma e la sensibilità che è esterna se ha per obbietto un corpo, interna se ha per obbietto l’io. La coscienza upisce la sensibilità all'intelletto con una sintesi primitiva, il cui effetto è la ragione scorgendo i rapporti generali, ed è la facoltà di giudicare congiungendo l'attributo al subbietto la sensibilità esterna è tratta ad operare colla materia prima, e la ragione produce le percezioni intellettive; donde la facoltà di generalizzare e la libertà all'indefinito svolgimento delle facoltà dell'uomo. Egli distingue la sensazione dalla percezione sensitiva, l'idea di una cosa dal giudizio sulla sua sussistenza, la percezione sensitiva dalla intellettiva, un atto dello spirito dall'avvertenza dell'atto. Finalmente dimostra che è impossibile che l'uomo percepisca una cosa diversa da sè;  I   che lo spirito comunica le sue proprie forze alle cose percepite; che l'idea del l'essere è fonte e criterio del vero e genera la cognizione de'corpi, di noi; del divino, ed anco la legge morale. Per tal modo l'idea dell'ente è, secondo lui, il primo principio innato nella psicologia e nell'ontologia, il criterio del vero e del certo nella logica, il principio supremo del bene e del dovere nella m o rale.  senti nedesi lasua Itoeso chee le quattro idee di spazio, di tempo, rigio io огро, lacr eleto to| gene CON Terce adal 0;he :cold acele Non rimane che dirqualche cosa in torno al nostro concittadino COLECCHI, seguace in qualche modo della filosofia di Kant. COLECCHI pone di sostanza, e di causa efficiente, colle quali espone le leggi della ragione che egli dichiara comuni ad ogni sistema fi losofico.Il principio del suo sistema è questo: l’io non potrebbe determinare la sua esistenza nel tempo senza una esi stenza interna, dal quale deriva che la cagione movente la sensibilità non può riponersi nello stesso me, cioè che il cel indef. uomo berce 7atto atto. eche   vario delle rappresentazioni nasce all'occasione del di fuori che modifica il sen so; che la riunione del vario nello spazio e nel tempo è opera della fantasia,  è e quindi chel'unità sintetica dell'oggetto nell'esperienza è un prodotto della fantasia di accordo con l'intelligenza. Secondo lui, l'induzione fisica è diversa dall'induzione matematica inquantocchè quella mena allo scetticismo e questa a cono scenze necessarie ed universali; se il rap porto tra le idee è neeessario, le idee e i termini di questo rapporto son tali anch'esse ; ogni nostra conoscenza in comincia da'sensi, e passa da questi al la intelligenza. Riguardo alle leggi della ragione egti sostiene che la ragione esi ge inogni esperienza come data la to talità delle parti dello spazio e degli arti colideltempo non confondendo quello che è con quello che appare,. lità delle parti del tutio dato nella divisione, la totalità delle condizioni nella catena delle cause e degli effetti, pro nunziando l'accordo delle due causalità la tota-  della natura e della libertà, il necessa rio nella serie de contingenti ed infine un ente assoluto, dotato di tutte le possibili realtà, il divino. Nella morale, egli sostiene che il principio della propria felicità non può elevarsi alla dignità di legge morale, che le due idee del giusto e dell'ingiusto sono originarie e non fattizie, e che le regole etiche, le quali dirigono l'uomo interno sopo essenzialmente diverse dalle giuridiche che dirigono l'uomo esterno. Colecchi non è solamente seguace del Kant; ma egli cerca armonizzare colla morale i pensamenti del Vico sulla filosofia e sulla legislazione; anzi poichè le verità del Kantismo eran sepolte nella scienza ila lica, Colecchi ha saputo raccogliere un seme da'principii di questa per produrre novelli frutti e contribuire allo a vanzamento delle filosofiche discipline. Receveur: Institutionum philosophicarum elementa Maggi: Critica sistematico-univerle e guida alla rigenerazione della filosofia. Bianchelti: Studii filosofici tuzioni logico metafisiche. Lusverli: Isti Defendi: Sul dolore estetico e sull'entusiasmo, ragionamento. Parma: Supplimenti sul sansimonismo. Serbati: Saggio sulla felicità. Saggio sulla unità dell'educazione. Opuscoli filosofici. Saggio sull'origine delle idee. Principii della scienza morale. Frammento di una storia dell'empietà pii e leggi generali di medicina e filosofia speculativa, Colecchi: Quistioni filosofiche. Ceresa: Princi.] Il sensualismo venne anco combattuto da taluni che, seguendo l'esempio della scuola teologica Francese, si elevarono al misticismo e fondarono la scuola de’ soprannaturalisti, che fanno prevalere la fede ed il sentimento sulla riflessione e sulla ragione. Primo fra questi, Palmieri attacca di fronte l'empirismo, mette in campo le idee innate come impressioni permanenti e modifcazioni dello spirito, afferma che sonovi nello spirito delle idee e delle impressioni non avvertite  e  la teologia hanno lo stesso scopo, cercano un solo vero discutono gli stessi principii, esse non ponuo essere due scienze. Mastrofini si vapta autore di una meta-fisica subli- .attualmente che la ragione per giudi care debbe seguire certe basi e regole impresse nell'anima; e ri-vendicando l'autorità de'libri sacri, confutando il Kantismo e negando alla filosofia la facoltà di spiegare lo stato èdell'uomo sostiene che tutti i suoi sistemi sono contraddizioni manifeste, e che il solo vero è il soprannaturalismo che è l'unico, e non contraddittorio, quando anche la ragione non potesse sentirne chiaramente l'evidenza. Manzoni stimando incompiata la filosofia che anno gli uomini sul giusto e sull'ingiusto indipendentemente dalla religione, e la distinzione tra la filosofa e la religione come una imperfezione, si accosta al soprannaturalismo, sostenendo che la filosofia morale va congiunta alla teologia, che la ragione naturale è imperfetta, e che se la filosofia e. Il nome di Licinio Ventebranz è anagrammatico ed é celato in esso quello di Albertini  me in cui applica la filosofia alla teologia; Ventenbranz predica una filosofia eclettico-cristiana; Perolari Malmignati sostiene che la sola filosofia verissima è la morale cristiana. Olivieri e Pasio sostengono una morale dedotta dalla ri-velazione. Cesare Cantử dimostra che, dovendosi basare la giustizia positiva sull'assoluta, non puo giammai mepare ad effetto questa sua condizione se non colla religione positiva; che l'umanità è regolata dal divino, che il linguaggio della parola è dato dal divino all'uomo e con esso tutte le idee primitive di giustizia e di rettitudine morale. Parma pretende che ogni sistema filosofico debba dipartirsi da un dato primitivo anteriore alla dimostrazione, e che sola la filosofia religiosa assume tutti gl’elementi del materialismo, dell'idealismo e dello scet  Riccardi fa consistere il difetto di ogni filosofia del vizio logico e morale di sostituire la parola natura al divino; e pretende la scienza essere essenzialmente religione, non potersi dar conto di alcuna cosa che risalendo al divino, la filosofia non dover concludere contro i fatti della ri-velazione, la stessa fisica esser falsa se a questa è opposta. Ventura cerca identificare la filosofia alla ri-velazione. Secondo lui, la filosofia statutta nel metodo, il fondamento della certezza è riposto nel senso comune, l'intelletto e la verità costituiscono un tutto indissolvibile, l'uomo si rapporta al divino, la convenienza dell'ente coll'intelletto forma ad un tempo il sommo vero ed il sommo bene, l'uomo debbe conosce  ticismo, epperò, secondo lui, la teologia è un ingrandimento dell'umana ragione, o la scienza dell'umanità illustrata da'più alti intelletti, la filosofia non è che la religione, essa comprende la teo-logia, 1'etica, la logica e la fisica e debbe re Dio mos  [Gioberti è un sostenitore del misticismo. Egli cerca surrogare l'ontologia al ta psicologia, e il metodo sintetico all'analitico; segue il dommatismo, cercando dedurre ogni cosa con logica stretta e severa; unisce la filosofia alla teo-logia, subordinando la prima alla seconda; e distinguendo la parte razionale da quella che è superiore alla ragione, incomincia dal primo ente, in relazione alla mente umana; e, dopo aver presentata una dottrina dell'assoluto si intrattiene a mostrarne lo svolgimento in tutte le forme delle scienze umane e divine. Secondo lui, la  un tutte le sue parti decidere coll'autorità generale. Intorno a Gioberti e mestiere leggere la nota di ROVERE (si veda) SULĽ ONTOLOGIA E SUL METODO ed un articolo di Massari cui è titolo: CONSIDERAZIONI SULL’INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA FILOSOFIA propo DI GIOBERTI (Progresso). V. de e combinati con essa formapo tre realtà indipendenti dallo spirito, cioè una sostanza ed una causa prima moltiplicità di essenze e di sostanze, ed un atto col quale l'ente si collega alle esistenze; il nostro pensiero intuisce questa realtà con un atto semplice e simultaneo che precede ogni intuizione particolare, e per cui mezzo l'intelletto percepisce leproprietà essenziali dell’ente mercè la ri-velazione; l'idea non può addivenire obbietto di riflessione senza la parola interna, quindi è necessario l'intervento del linguaggio per opera della ragione; vi è gran differenza fra l'intuizione e la riflessione, fra il metodo ontologico e il metodo psicologico, e d'accanto alle facoltà che a p > > sizione. L’ente crea le esistenze è la formola ideale che comprende tutte le nozioni dello spirito umano; ogni suo membro esprime una realtà obbiettiva assoluta e necessaria nell'Ente, relativa e contingente delle esistenze; questi due membri son legati dalla creazio una > e   non ha lasciato di cadere in molti gravi errori, specialmente quando egli prendono l'intelligibile, avvidell'uomo un istinto che mira al sopra intelligibile senza poterlo giammai conoscere. L'ente si offre al nostro pensiero come lecido e tenebroso; e da ciò sorge il legame e strettissimo tra la filosofia e la teologia tra’dogmi ri-velati e i razionali. Egli applica la sua formola ideale a molti problemi di logica, d'ideologia, e di meta-fisica; prova la sua fecondità e larghezza in lei rattrovando la ragione e la fonte del sapere; imprende a delinear nela storia attraverso le opinioni, le credenze, e le rivoluzioni de'popoli, ed a mostrare che dessa abbraccia la ragione di tutti sistemi potevoli di filosofia. La sua filosofia offre il primo esempio di una meta-fisica ortodossa, ma ardita ed originale; sicchè può dirsi aver egli tentato di mostrare i legami tra la filosofia e la ri-velazione cattolica estimando il progresso delle scienze sperimentali e lo svolgimento della civiltà ma attaccando il metodo psicologico, afferma che esso e  la cagione del mate  e quando sostituisce al metodo analitico il sintetico. È principio riconociuto da ogni sana mente che l'analisi di per sè sola non può menare allo scoprimento della verità; ma è falso che la sola sintesi si adatta a darci la nozione del vero. L'unico metodo è quello di conciliare l'analisi alla sintesi; perocchè vi sono delle idee che conoscia mo per mezzo della sola analisi, e delle altre che conosciamo per mezzo della sola sintesi. E poi l'accagionare Cartesio di tutte le dottrine materialiste palesa una immoderata avversione al psicologismo che da alcuni si vuole esser l'ultimatum della filosofia, ma dal quale noi stimiamo doversi partire per giungere al l'ontologia, alla conoscenza della legge che regge il mondo sensibile ed il mondo soprassensibile. Del resto Gioberti evitando ed il pan-teismo ed il " rialismo che nel secolo scorso ebbe lao go,   · rolar [Malmignati : Lezioni filosofiche. Parma: Sulle opere di Gerbet. Supplimento sul Sansimonismo. Cantù: Notizia di Romagnosi.  Riccardi: Lapratica de'buoni studi. Discorso sulla filosofia. Ventura: De methodo philosophandi. Gioberti: Introduzione allo studio della filosofia. Errori filosofici di Serbati. Teorica del sovrannaturale filosofia estetica. Saggio sul bello e Principii di Del Primato Morale e civile Lettera sulle dottrine filosofi degl’italiani co-politiche di Lamenoais.  parallogismo nel dedurre con ragionamenti a priori la scienza de' Gniti da quella dell'infinito, non fa altro che proclamare la verità della ri-velazione cattolica. Palmieri: Analisi ragionata de'sistemi e de' fondamenti dell'ateismo e della incredulità. Manzoni: Osservazioni sulla morale cattolica. Mastrofini: Le usure Olivieri: La filosofia morale. Pasio: Elementa philosophiae moralis cum notis. Albertini: Discorso critico intorno a’ pregiudizii ed errori ed a'tanto disputati due metodi d'insegnare le scienze astratte. Lo Spirito della Dialettica. Pe C C -  osserva che i sensualisti hanno preso una strada erronea occupandosi della quistione sull'origine delle idee e mischiandola con quella sulla realtà dell'umano sapere che essi non han conosciuto l'uomo che per le sole sensazioui tralasciando l'analisi dell'essere interno, che non hanno avanzato la scienza, non potendovi essere scienza Glosofica filosofica senza la cognizione dell'uomo intelligente e morale; epperò cadde in errore coloro i quali lo annoverarono tra'sensualisti. Il suo metodo è di ricercare tutto che i filosofi italiani hanno scritto intorno ad esso  .1  ida e de ta scien emo 1 oried -A Pour tosul Ro studi ala ra : tro 2 cibi do, iïdi osofi civile che zione della scuola scozzese. Oltre Sebastiani e Corradini, dobbiamo poverare S 5. Sonovi in Italia alcuni filosofi che si addano a coltivare l'eclettismo tra questi ROVERE (si veda) e WINSPEARE (si veda) Winspeare. Rovere, comparando, sceglien e fondendo i loro trattati, ecco l'ecletismo. Il principio che egli accoglie è di esaminare non solo i fenomeni sensibili, ma gl’interni, cioè i fatti e rigettare tutte le idee non comprovate dall'esperienza come fatti esteroi, o incompiute per aver trascurato una di queste serie; e, secondo lui, le ultime conclusioni della filosofia razionale debbono combaciare con le opinioni del senso comune, quindi pos sono tacciarsi di false quelle teorie che credono mostrare che il genere umano sia caduto in errore. Ora se tali sono i principii e tale è il metodo degl’eclettici e degli scozzesi, e se la scuola cui appartiene un autore debbesi rilevare dal metodo e dai principii, possia modire che l'autore si approssima all'eclettismo della scuola scozzese. Veniamo ora al le sue principali opinioni. La filoso > venne dagl’uomini cercata; ma questi hanno mancato di buon metodo non serbando proporzioni tra’ diversi elementi che costituiscono la natura; ne’ filosofi italiani ben meditati e specialmente nel Galilei vi è il vero metodo sperimentale. ROVERE lo riduce ad un mezzo che ha per fia esiste, della coscienza materia lo scibile, per fine il vero e lo fa consistere nelle V arti: preparatoria, inventiva, induttiva, dimostrativa, distributiva. Egli pone il criterio di certezza nell'intuizione immediata, o meglio nell'identificazione dell'oggetto con noi, distingue nella conoscenza l'atto di giudicare dall'oggetto giudicato, e cercando un legame tral'oggetto el'idea, lo colloca ove l'ente si converte col vero ed il conoscitore si identifica col cogoito; ammette l'intuizione immediata o l'atto di nostra mente il quale conosce le proprie idee e le loro vicende voli attinenze, nonchè l'intuizione mediata o l'atto di nostra mente, il quale per la certezza assoluta dell'intuizione immediata prova in un modo assoluto l'esistenza delle realtà estrinseche o i loro rapporti con lo spazio e col tempo; fonda la certezza sulla duplice intuizione sul senso intimo e sul senso comune, nega che i principii apodittici e gl’assiomi siano atti a dimostrazione o aspiegazione, fa derivar la causa dalla' > SCO unde 1. Sofia che me èil ile to eria pos Bano di 001 clet cer cu Idee Cati dal dire 2 SIDO 080 LIO SCO  successione delle esistenze e ripone il criterio del vero nella conversione del fatto operata dalla intuizione creatrice la quale è un prodotto della nostra spontaneità e mette capo al senso comune. L'ultimo che sia venuto in campo a sostenere l'eclettismo scozzese è Winspeare in suoi Saggi di filosofia intellettuale. Dalla prefazione ove egli fa manifesto il piano del lavoro si rileva che egli è parteggiano della scuola scozzese, pero chè la difende dalle accuse promosse contro di essa, e sostiene che seguirla svolgendo la è il solo mezzo per far progredire la scienza filosofica. Winspeare vuole ristaurare un sistema che egli stima più atto a far progredire quelle verità necessarie al progresso dell'intelligenza ed alla osservanza della morale. Un simile tentativo gli apporta sommo onore, perocchè lo à immaginato ed eseguito con molto studio e coscienza. Nul l'altro possiam dire intorno a lui poichè è una rapida rassegna delle dottrine filosofiche da’ Greci, non si può dedurre un sistema formolato ne’ principii e delle sue conseguenze . - che dal solo primo volume dell'opera, Corradini: Utilità della filosofia Prospetto delle Lezioni di filosofia razionale Sebastiani: Novum Systema Ethices- ROVERE: Del Rionovamento dell'antica filosofia in Italia. Lettere a SERBATI. Dell'Ontologia e del metodo Lettere a Mancini intorno alla filosofia del Dritto ed all'origine singolarmente del Dritto di punire. Winspeare: Saggi di filosofia intellettuale. Blanch: Articoli due sul Winspeare nel Museo di Scienze e Lettere. Per dar compimento alla filosofia italiana non rimane che esporre le opinioni di coloro che si diedero all'Empirismo-Razionalismo. Tamburini confuta Holbach, Condillac, e Kant; ri l' pose l'obbligazione morale del bisogno l'altra su’limmiti di essa. Riguardo alla prima, abbattendo la scessi, egli prova essere in noi reale la cognizione, esistere le facoltà intellettuali come cause delle  della perfezione che si appoggia all'umana natura, al senso universale ed all'ordine naturale, si oppose alle dottrine dell'amor proprio e dello interes combatte le opinioni di Condorcet sul progresso o meglio sull'umana perfettibilità da lui circoscritta al reale, al possile, alla storia, e considerata non come infinita, sibbene come progressiva; stazionarla, e retrograda. 1 se, per opera di Galluppi che combattendo le opposte dottrine di Condillac e di Kant, ne viene salutato a buon diritto il fondatore ed il sostenitore. Egli incomincia dal proponersi lo scioglimento di due importanti quistioni, l'una sulla realtà dell'umana conoscenza Pa. Gli sforzi del Tamburini prepararono la nuova era della filosofia italiana, la quale sorse insieme coll’Empirismo-Razionalismo per opera 2    US idee, e lo spirito giungere al vero al lorchè dietro la testimonianza del senso intimo afferma ciò che è e piega ciò che non è. Ecco perchè Galluppi appar tiene alla filosofia moderna, alla scuola psicologica di Cartesio. Nell'analisi dei fenomeni intellettuali egli ammette le verità primitive di esperienza interna contenenti principii a priori ed a posteriori riconosce il principio dell'oggettività della sensazione e della intuizione inmediata in quella; dimostra il passaggio dalla regione del pensiero a quella dell'esistenza per mezzo del punto di comunicazione tra la conoscenza intellettuale e la reale, pel quale egli ammette l’idea universale come legge dello spirito derivante dalla sua soggettività, la quale forma il giudizio analitico e si risolve in due ordini di conoscenze: le une di esistenza e le altre di ragione, queste servendo di base alle verità de dotte, e quelle supponendo l'applicazione delle verità razionali a’ dati dell'esperienza. Secondo lui, benchè tutti i giudizii puri sieco identici, pure lo spirito allarga la sfera delle sue conoscenze, ed il raziocinio ci istruisce, perchè ordina e classifica le nostre conoscenze, e perchè ci mena a conoscenze che 1 1 pon potremno avere senza di esso. Per mezzo della causalità da una esistenza sperimentale ci eleviamo ad esistenze che tali non sono; la sensibilità è esterna ed interna, questa percepisce il me e le sue modificazioni, quella ci rivela l'esistenza del fuor di me e delle sue modificazioni. Riguardo a’limiti delle nostre conoscenze egli cerca determinarli dimostrando esserci ignote l'essenze delle cose, e la natura divina, ed ignoto il modo onde le cause effettrici agiscono non che quello onde gl’esseri producono in sè o in altri quelle date modificazioni. Il sistema delle facoltà dello spirito introdotto da Galluppi ha per iscopo la ricerca delle facoltà elementari; e queste sono la coscienza e la sensibilità che presentano allo spirito gl’obbietti, l'analisi che li sepa  la sintesi che li riunisce, il desiderio, e la volontà che mossa da questo dirige le operazioni dell'analisi della sintesi. L'illustre filosofo di Tropea professa le medesime teorie in tutti i suoi saggi filosofici; se non che degl’elementi e nelle lezioni di filosofia, poggiate sull'empirismo-razionalismo, segue il metodo analitico procedendo dal noto all'ignoto. Egli divide la logica in pura o scienza delle idee e mista o scienza di fatti seguendo il principio dell'identità progressiva ed istruttiva, considerando come ufficio del ragionamento il rapnodare e subordinare le nostre idee, dichiarando il sillogismo un'analisi del discorso, e stimando molto importante l'entimema. Secondo lui, la religione naturale è l'insieme delle verità che si possono provare per mezzo della ragione, che ci svelano come dobbiamo pensare del divino, e de'suoi rapporti cogl’esseri creati. La ragione ne insegna che il divino è eterno immutabile uno iqboito; la sua eternità, non ha  ra, e }   successione fisica nè meta-fisica. La relazione fra il divino e le creature è quello di causalità cioè tutte le creature sono state create dal divino. L’esistenza di due principii eterni dell'universo è assurda. Il male non ripugna alla bontà divina. L’esistenza de'doveri ne vien manifestata dalla coscienza ed è una verità primitiva. Il dovere non può definirsi per e, chè è una nozione semplice, un’azione soggettiva che deriva dalla natura umana. Le verità morali sono necessarie ma sintetiche. Il principio del dovere è distinto da quello dell'utile che gli è subordinat. La massima: si giusto è primitiva. Il principio di BENEFICENZA non basta a mostrarci i nostri doveri verso gl’altri. Noi abbiamo de'doveri non solo verso gl’altri, ma verso il divino e *verso noi stessi* (amore proprio), la filosofia ci manifesta l'immortalità dell'anima umana, il congiungimento della felicità colla virtù, verità che vengono dimostrate dal premio della virtùe della pena del vizio, verità provate dalla naturale indistruttibilità dell'anima e dal desiderio costante negl’uomini di un bene supremo, rità enunciate dalla ragione non solo ma anche dalla ri-velazione che è un'azione immediata del divino sullo spirito umano con che il divino produce nello spirito le conoscenze che vuol produrre, e la cui possibilità deriva dalla semplice nozione dell'onnipotenza. Egli riponendo la legge morale nella retta ragione che dirige la nostra volontà al nostro benessere seguendo il sistema del dovere indipendente dall'utile, introducendo qualche cosa d'innato nella morale ed ammettendo il dovere come un principio sintetico a priori, si eleva dall'empirismo psicologico ad un ragionevole idealismo nella morale. Ecco le principali opinioni professate dall'immortale Galluppi, cui va tanto debitrice l'attuale filosofia italiana de’ suoi progressi, ed in cui non sappiamo se sia maggiore l'elevatezza e l'acume d'ingegno o la forza e la potenza del ragionamento. Molti altri filosofi dietro l'esempio del ve GALLUPPI pure si addissero all’empirismo-Razionalismo. Tedeschi la forza dell'anima come unica ed divisa, sostiene le idee assolute ed immutabili, distingue le idee io riflesse o prodotte dall'astrazione, e spontanee o prodotte d’un intimo impulso che de mena dal sensibile all'intelligibile sino alla cognizione della sostanza. Zantedeschi presenta un sistema di facoltà de dotto dal percepire dal sentire, e dal l'appetire intellettivo, sensuale, e razionale, considerando la logica come quella scienza che dirigela facoltà conoscitiva a perfezionarsi, stabilisce il metodo induttivo sulla causalità e l'analogia. La sua melafisica è la dottrina dell'ente che s'accosta alla teoria del VICO e degl’antichi italiani. Nella filosofia morale egli racchiude i principii delle azioni, come la coscienza, la libera volontà, e la legge morale, ed il precetto comune. Quod tibi non vis alio ne feceris. Mancino concepisce la filosofia come scienza dello spirito uma considera in sul > /   S corpo ; la filosofia è la scienza dello spirito umano in sè ed in tutte le sue relazioni. Per conoscere l'anima è me stiere l'analisi che scompone il partico lare per ridurlo a principii generali; la vila dell'anima stà nella cognizione-azio pe  no, e ne deduce uoa filosofia eclettica cioè equitativa e completa che accoglie il vero da per ogni dove; epperò divide la filosofia in soggettiva cioè diretta a disaminare le forze dell'iplendimento . ed oggettiva o diretta a disaminare gli obbietti della conoscenza; rionega l’Empirismo ed il Razionalismo ; e conside ra le iee come prodotte dalle sensazio ni, dalla coscienza, e dall'attività dello spirito e POLI è uno de'più for ti propugnatori dell'Empirismo-Razionalismo. Secondo lui, l'uomo consta di due elementi, anima che si riduce all'atto del giudizio o idea-volizione-coscienza; conoscere pon è che giudicare e giudicare non è che conoscere, ma il giudicare è il modo del conoscere e il conoscere è l'effetto del giudicare, il giudizio non è una sintesi tra l'attributo ed il subbietto perchè l'anima non ha forza sintetica potendo solo percepire e vedere, il giudizio ha le sue applicazioni come il bello, il buono, il vero, le sue perfezioni, che sono il buon senso, lo spirito, il gusto, l'ingegno, il carattere l'istinto e le sue relazioni che sono i rapporti dell'anima coll'età col sesso, coll'indole, colla fisonomia, col clima, col vitto, col sodoo, colle malattie o colle altre circostanze. Il giudizio è un tutto composto ed un effetto che non può sussistere senza parti componenti e senza facoltà generatrici, che sono due: volontà-intelletto ed intelletto-volontà fondate sul principio di simultanea in divisibilità; tutte le altre facoltà son modi empirici di queste due facoltà primitive che colle loro leggi sono attributi dell'anima. Il giudizio e le rispettive facoltà dell'intelletto e della volontà hanno per fattori supremi l'oggettivo ed il soggettivo messi tra loro in rap    donde il commercio del fisico col morale nell'uomo; la filosofia si Altri Empiristi-Razionalisti non hanno pubblicate delle opere; ma il loro sistema traspare da vari articoli di giornali e ragionamenti disparati. RICCI è amante del metodo empirico-speculativo; porto, rannoda alla religione ed alla teo-logia perocchè questi fattori dipendono dal divino; la vita dell'anima e il giudizio sono oggetti limitati perfettibili; questo perfezionamento è dato come legge di natura e come scopo all'anima ed alle sue facoltà, esso è riposto nel maggior aumento ed equilibrio possibile delle facoltà dell'anima congiunto al maggior grado possibile di scienza e di felicità, esso può ottenersi avendosi de’ mezzi facili e corrispondenti che si riducono all'uso reiterato e frequente degli stessi atti o delle stesse funzioni; quindi l'uomo perrendersi perfetto al maggior grado deve operare e usare per quanto può delle proprie facoltà, secondo la loro natura e la loro destinazione. Rivato limita il sapere filosofico   e e cioè il pro filosofico, sostenendo che l'uomo dee tutto studiare e nel mondo esterno e nello interno tutto riferire alla coscienza, Riccobelli si accinge a combattere il Trascendentalismo di Kant sullo spazio e sul tempo; Devincenzi pone per primo fondamento dell'ecletismo la cognizione perfetta di tutte le filosofie e scegliere il vero da tutte; e per lui l'eclettismo è quella modesta filosofia che nulla sprezzando esamina tutte le dottrine e segue il vero ovunque il rinviene. Cusani sostiene che lo spirito umano ha due sole vie nella ricerca del vero, cedimento empirico ed il razionale, che i principii assoluti sono anteriori nel loro stato fenomenale, ma contempora nei nella loro essenza alle idee necessarie, che la tendenza filosofica dev'essere l'Ontologia, e che dovrebbesi elevare una metafisica sul fondamento psicologico degli eclettici francesi e sul fondamento ontologico dei filosofi alemanni. Molti altri recenti filo C Supplimenti al Manuale della Storia della filosofia di Tennemann Ricci: Articoli sul Cousinismo (Antologia di Firenze), Rivato e sul + sofi han coltivate le scienze filosofiche pel lato d'un tal sistema ma i limiti di brevità che abbiamo imposti a poi stessi ci vietapo di noverarli. Tamburini: Introduzione allo studio della filosofia morale. Elementa Juris Naturae Cenni sulla perfettibilità dell'umana famiglia. Galluppi: Saggio sulla critica della conoscenza. Filosofia della volontà. Lezioni di Logica e Metafisica. Elementi di Filosofia. Lettere filosofiche sulle vicende della filosofia relativamente a’ principii delle umane conoscenze da Cartesio insino a Kant Introduzione allo studio della Filosofia. Memoria sul sistema di Fichte o sul Razionalismo assoluto l'idealismo Trascendentale di Kant Tedeschi: Sulla filosofia. Zantedeschi: Elementi di Psicologia empirica, di Logica e Metafisica, e di Filosofia morale. Mancino. Elementi di filosofia. Poli: Saggio filosofico sopra la scuola de’ moderni filosofi naturalisti.  Saggio di un corso di filosofia. Primi elementi di filosofia. Intorno al vero e giusto spirito filosofico. Riassum to sempre, identico stesso nell'India, nella Grecia nel cadere del medio-evo, nella filosofia moderna, e nel l'attuale filosofia. del Progresso. Gall è que gli che rappresenta eminentemente in Francia la filosofia empirica spingendola sino al materialismo. Il razionalismo ha pochi adetti, fra'quali la Baronessa de Stael; il misticismo ha de’seguaci; ma quegli che più di tutti imprese a difenderlo si e Lamennais. L'eclettismo comprende gl’eclettici propriamente detti o Cousinisti, gl’eclettici scozzesi, tra’ quali Jouffroy, e i filosofi Storici che muovono tutti dal Guizot; cosicchè tre sono i grandi campioni dell'ecletismo Cousin, Jouf ' In Francia la filosofia superando i limiti dell'ideologia e della psicologia empirica, a malgrado alcuni avanzi di sensualismo, ha cangiato la sua direzio ne; ed ha dato luogo alle cinque scuo le degli Empiristi, de'Razionalisti, dei Mistici, degli Ecletici, e de Filosofi   profondità dell'Alemagna, si presenta una lotta di varii sistemi.Qualche avanzo del sensualismo invalso nel secolo scorso as sume l'originalità italiana; ma l'Idea lismo ben presto gli fa guerra benchè numeri pochi seguai; il misticismo non ha'che pochissimi coltivatori,e l'eclet tissimo scozzese comincia ad introdur sinelleopere de'Filosofi italiani; ma  froy e Guizot. Il sansimonismo inva se i dominii delle scienze morali e sociali ; ed a malgrado le sue stranezze attirò de'fautori, frà quali alcuni sco standosene alquanto fondarono la filoso fia del progresso continuo, che è addi venuta la filosofiapredominante in Fran cia ma che debbe esser posta in accor do colla Religione Cristiana. Il fondatore del Sapsimonismo è Saint-Simon; e Leroux è quegli che lo ha tra mutato nella filosofia del progresso con tinuo. Nell'Italia, che è chiamata a tenere il giusto mezzo tra la eccessiva superfi cialità della Francia e l'eccessiva 9   l'empirismo-razionalismo combatte tutti questi sistemi e viene a fondarsi sulla ragione e sull'esperienza. Ogni sistema in Italia ha un grande ingegno che lo difende. Romagnosi segue ilsensualismo Rosmini l'idealismo, Gioberti il misticismo, Mamiani l'eclettismo scozzese e Galluppi l'Empirismo-Razionalismo. Questo sistema, proprio de’filosofiitaliani, che è l'ultima espressione dello svolgi mento della filosofia, debbe mirare ad una nuova formola più compiuta, e ten tare lo scioglimento de'più ardui pro blemi per mezzo dell'esperienza combi nata colla ragione; esso abbisogna di un metodo e diun prịåcipio che spie ghi il commercio de sensi colle idee del mondo esterno col mondo interno ; ed al suo ampliamento contribuiscono non solo leversioni delle operestraniere, ma anche altri lavori filosofici degli italiani che preparano una restaurazione definiti va delle scienze filosofiche. Noi di que sto sistema abbiamo lodevolmente par lato al cominciamento del nostro lavoro; e facciam voti perchè tutti gli Italiani pensatori presenti ed avvenire di unanime consentimento siraccolgado sotto una sola e medesima bandiera, sotto le inse goe dell'Empirismo-Razionalismo, ricono scendo per  loro capo e maestro l'immortale filosofo di 'Tropea Pasquale GALLUPPI. Nome compiuto: Enrico Pessina. Pessina. Keywords: storiografia filosofica in Italia, la storia della filosofia romana, Galluppi, diritto private. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pessina” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Petrarca: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Cicerone – la scuola d’Arezzo -- filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Arezzo). Filosofo italiano. Arezzo, Toscana. Grice: “There are a few studies on Petrarca and ‘filosofia’: “Petrarca platonico,” etc. – but his most important contribution is via implicatura, as when I deal with Blake or Shakespeare.” ir«^|#»rtit«» ,i\ARK TP Jt^ -'f \t. \3FICO ^1 PP TIGI03 i^C/->>. t -nF CARLINI LA FILOSOFIA di P. Saggio Tipografia Editric e Cooperativa Jesi V A SEVERINO FERRARI DELLE OPERE PETRARCHESCHE CONOSCITORE PROFONDO CON ANIMO RIVERENTE E GRATO La tradizione platonica e religiosa nel Medio evo Caratteri del misticismo italiano Il Cristianesimo e il Papato II pensiero religioso e la scolastica Dante e Platone P. e Aristotele P. ed Averroe P. e Platone Il criterio filosofico di P. è afl'atto religioso Filosofia della religione Paganesimo e Cristianesimo Se P. è cattolico Colui che fece per viltade il gran rifiuto Se P. è un mistico Varie specie di misticismo Il De vita solitaria II De ocio RELiGiosoRUM Ascetismo e misticismo sano II pessimismo di P. II pessimismo cristiano La vita umana secondo P. Il De REMEDiis UTRiusQUE FORTUNAE - P. e Leopardi L' acedia e le contraddizioni di P. hanno radice nel suo sentimento religioso P. non e strettamente un filosofo Ma ne’suoi scritti è un ampio contenuto filosofico (GRICE ON ONE SENSE OF PHILOSOPHER AND ONE IMPLICATURE) E ha ancora ingegno filosofico P. e la scienza Meriti filosofici di P. Il rerum memorandarum Carattere morale, sociale e politico della nuova filosofia P. e il ri-sorgimento filosofico religioso Il sentimento della natura Carattere psicologico della filosofia di P. Le Rime II Secretum Eternità di P. Il pensiero religioso può precedere o seguire il pensiero filosofico, secondo che l’uomo è credente o no : sempre poi esso ' è dalla filosofia iìiseparabile^ se vtwle divenir cosciente. Questo chiamo pensiero filosofico religioso: e penso che sia la remota cagione anche delle manifestazioni letterarie e artistiche de' nostri grandi scrittori. Della multiforme opera petrarchesca poi questo mi parve il segreto ; e però con amore mi misi a cercarlo. Non credo, per le mie piccole forze, di averlo scoperto; ma spero che questo saggio sarà poca favilla che gran fiamma seconda. Luglio Carlini. La tradizione platonica e religiosa nel Medio evo Caratteri del Misticismo italiano - Il Cristianesimo e il Papato. 'ift^ È ^^w ^M 'fìJS ^p^ Abelardo, w^ audio, 8uspecti»e fidei ». PLATONE, dichiarando che Dio è il puro I essere e la materia il non essere, scavava per primo, come anche il ^P. osservò (*), quell'abisso tra il finito e l'eterno, tra la materia e lo spirito, tra la natura e Dio, che poi né Aristotele né alcun altro filosofo riuscì mai a colmare. E però in rispetto a questo grande problema il Cristianesimo ebbe il merito di tentarne per la prima volta la soluzione con il dogma di Cristo, che é insieme uomo e Dio, l'universo finito e l' infinito. Di qui tutta la filosofia nel Medio evo; la quale nel pensiero platonico trovò molti addentellati sin dai primi gnostici, che diedero Alla religione un contenuto filosofico e alla filosofia un ufficio religioso. E Origene, succedendo nel secondo periodo della filosofia medioevale che é la patristica, rinnovella la dottrina platonica, affermando la preesistenza delle anime umane e l'eternità della creazione. Un'altra schiera di Padri si dedicava intanto sopratutto alla parte pratica della filosofia cristiana, alla morale: fra essi era Lattanzio, tanto caro a Francesco P.. Si giunge cosi ad Agostino, al pseudo Dionigi e a Boezio, che, raccolto tutto il lavoro precedente, diedero una meravigliosa filosofia cristiana; la quale, per l'universalità propria del nostro genio, ninna parte trascurò della filosofia psicologica, morale^ metafisica e politica. Ma, come è noto, già è sorto con questi filosofi fiorente il misticismo. Il misticismo per ciò non è solamente una filosofia speculativa, ma anche una tendenza religiosa, e morale e politica. Il Bartoli, parlando del misticismo del P., dice che esso fu « la peste bubbonica delle anime nel gran lazzaretto del Medio evo: là frase è speciosa, ma l'affermazione è troppo vaga. Già anzitutto il misticismo della filosofia straniera è ben diverso dal misticismo latino: quello fu sopratutto con lo Scoto e con l'Eckardt un'intuizione speculativa che ebbe per confine la stessa filosofia: questo si diffonde per le migliori menti e per il popolo, e ci dà un misticismo cristiano che è tutto psicologico e religioso, come nel De imitaUone GhHati. E questo carattere religioso e pratico che ebbe il misticismo in Italia è il segreto del pensiero e del sentimento italiano nel Medio evo, e sopratutto nel 1200 e nel 1300: esso, dice il Barzellotti, non ci apparisce bene « se non quando lo cerchiamo nell'idea religiosa che alimenta con la irrigazione secreta delle sue sorgenti sprizzate dal cuore del popolo tutto il sottosuolo della vegetazione di quell'età storica. 11 sentimento religioso poi, irrigando il misticismo italiano, per una parte tende spesso nel silenzio de' chiostri all'ascetismo; per l'altra va ad alimentare quella fortissima corrente, che derivando dalla nostra latinità ereditaria dà al pensiero italiano un indirizzo costantemente pratico e romano e sociale. Così la corrente cristiana e l'altra pagana, riunite nel sentimento religioso, 'sboccano parimenti nel cuore del popolo; laddove i grandi pensatori all'una o all'altra si aflBdano maggiormente: in FranI Cesco P. poi si sogliono chiamare senz'altro misticismo e paganesimo, e si equilibrano. » Né quest'equilibrio è cosa nuova: che nella coscienza italiana, come il Barzellotti dimostra, è tradizionale la contemperanza fra religione e vita, fra Dio e la natura, fra l'uomo e la società. Così l'istituzione francescana, per esempio, oltre che religiosa è al tutto democratica, e si diffonde fra il popolo nelle manifestazioni sue letterarie e artistiche non solo, ma anche politiche: laonde, venute di Germania le lotte fra guelfi e ghibellini, i comuni si chiaman guelfi, benché in fondo non siano né guelfi né ghibellini, o meglio siano l'una e l'altra cosa: nel senso che per una parte vogliono il ritorno all'antica grandezza, rappresentata nel concetto, non nel fatto del rinnovato Romano Impero; e per l'altra vogliono la vittoria della fede, rappresentata dalla Chiesa di Roma quale avrebbe dovuta essere, non quale era. Ond'è che il popolo italiano non dà né seguito né scuola alle speculazioni di Ioachim de Flore, l'unico mistico astratto sorto in Italia, e fra Salimbene nella sua Cronica dà a questi mistici visionari l'appellativo di uomini mezzo pazzi; e non dà neppure séguito né scuola alle grandi eresie e ai moti che non agitano un'idea politica e religiosa insieme: ond'é che Dante nella sua Divina Commedia non fa neppure parola dei grandi eretici di que' secoli e mette Federico II all'inferno. Né delle grandi eresie e mistiche concezioni medioevali pure Francesco P. fa parola ne' suoi scritti (^); e Abelardo stesso, il grande maestro di Arnaldo da Brescia che pur tanta comunione di idee doveva avere col P., passa inosservato nel De vita solitaria^ e se ne dà la ragione con queste parole: « Abelardo, ut audio, suspectae fidei. Da S. Benedetto, da Gregorio Magno, da Lanfranco, da Pier Damiano a Ildebrando, ad Anselmo d'Aosta, a Pier Lombardo, a Innocenzo III, a Tommaso d'Aquino, a Dante e a quanti altri si avvicinano più a questi, lo spirito latino romano ha concepito il Cristianesimo più che come un ideale nuovo di vita tutto interiore che ogni credente debba rifare a se stesso e vivere in comunione arcana con Dio, come una forte disciplina della coscienza sociale che prenda il suo valore principalmente dall'unità di consenso con cui essa opera su le menti e per mezzo delle menti su le anime umane: così il Barzellotti; il quale molto giustaihente conclude che il. popolo italiano al sentimento religioso congiungendo la tradizione pagana prende da quello ciò che a questa non repugna e riesce cosi, direi, a un classicismo religioso che dà al cattolicismo italiano un carattere profondamente diverso da quello delle altre nazioni d'Europa, anche delle latine. Questo ci spiega perchè il Papato proteggesse l'Umanesimo; e ci dice ancora che quella meravighosa resurrezione delle morte cose (come scrisse il' Machiavelli) non è infine che un risveglio intenso di un innato classicismo, e che la nuova filosofia del Rinascimento ha cause ben più remote che la presa di Costantinopoli. Andrebbe dunque ben lungi dal vero, chi pensasse che il pensiero religioso nel Rinascimento nostro filosofico fosse venuto a mancare: neppure il Valla (') intese combattere il cristianesimo più che nelle false interpretazioni che gl'ipocriti ne avevan date. E se il Ficino e Pico cercheranno di conciliare paganesimo e platonismo col cristianesimo, ciò non farà meraviglia più del P. che cristianeggiava Cicerone, Seneca e Platone e credeva con quest'ultimo in un'esistenza futura di premio delle anime nel cielo degli astri. Il pensiero religioso di Francesco P. tende adunque per una parte, come in Francesco d'Assisi, a un idealismo cristiano che è spesso in antitesi stridente con la Chiesa di Roma divenuta una mitologia del cristianesimo e un potere più che una fede; e per l'altra cerca nel classicismo un carattere sociale e politico e letterario, cristianeggiando la filosofia antica, combattendo le scuole del suo tempo che trascuravano la morale e l'averroismo che avversava la fede, e propugnando il sentimento patriottico e la restaurazione della Repubblica o dell'Impero, che è la missione a cui Roma, come Agostino aveva dimostrato, era dalla divina provvidenza destinata. Il pensiero religioso e la Scolastica - Dante e Platone - P. e Aristotele - P. e Averroe - P. e Platone - Il criterio filosofico del P. è affatto religioso. Vero filosofo è soltanto il buon Criatiano. E due correnti del pensiero religioso che Imetton fóce l'una al misticismo e al guelfismo, l'altra al paganesimo e al ghibellinismo, confluenti nel cuore del popolo italiano, divergono invece sempre più nelle scuole filosofiche del periodo detto defla Scolastica. Nella quale sono perciò a distinguere due direzioni principali: la prima condusse al Nominalismo, l'altra al Realismo; l'una fu un rinvigorire del misticismo, la seconda del razionalismo : e dico anche del razionalismo, perchè non bisogna scordare che nell'Italia meridionale la tradizione filosofica antica tenne sempre in onore la speculazione razionalistica, che fiorisce poi alla corte di Federico IL Così adunque Bernardo di Ghiaravalle, Ugo e Riccardo di San Vittore e poi Bonaventm*a di Bagnorea videro l'anima umana sciogliersi dal carcere del corpo e ricongiungersi nella pura regione degli aspiriti e perdersi in Dio: il primo di essi mostrerà nel Paradiso Dio a Dante; il quale, ritenendolo con Dionigi TAreopagita piii che viro a dimostrargli la gloria di Colui che tutto ^ muove che è il fine ultimo della Divina Commedia, diede a questa prima corona de' filosofi scolastici, presieduta nel cielo del sole da Bonaventura, molto più onore che non all'altra di cui è capo Tommaso d'Aquino. Per che (so che mi si giudicherà eretico) io credo che la filosofia di Bonaventura, richiamante il sentimento reUgioso italiano all'amore di una vita profondamente cristiana e all'antica povertà francescana é al culto della dottrina platonica, ch'ei stimò più conciliabile dell'aristotelica con quella della Chiesa; essendo per ciò molto più vicina all'indole del pensiero italiano che non la filosofia di Tommaso, che, come il Barzellotti notò {% « ebbe forse in se per eredità qualche goccia di sangue normanno e tedesco »; mi pare, dico, che il pensiero mistico e platonico trovi nella Divina Commedia un'eco molto maggiore di quella che comunemente si crede anche da valenti filosofi. Certo essi esagerano quando ingannati dall'onore reso nel limbo al mastro di color chs sanno, cioè al conoscitore maggiore che fu mai, dicono che la Divina Commedia è una Somma tradotta in versi (^). Comunque sia, è noto che Aristotele in sul finire del Medio evo, sopratutto per colpa degli orientaU panteisti, i quali più che commentarne i Ubri tendevano a travisarne il pensiero, apparve quale gigantesca minaccia contro la Chiesa e il sentimento rehgioso. E già su la fine del duodecimo e il principìo del tredicesimo secolo AiAimco di Bena e Davide di Dinantson condannati entrambi quali eretici, e nel sinodo di Parigi nel 1909 si decreta che sia proscritta da Parigi la lettura delle opere di Aristotele « de naturali philosophia Sorge allora l'altra scuola della scolastica che movendo dal mite razionalismo del credo ut intelligam di Anselmo, è tutta piena della grande Somma del santo di Aquino. Questi, avendo vigorosamente combattuto Averroe ("), si rivolse indi ai libri di Aristotele, di cui si procurò la traduzione migliore che potè, e cercò di vincere anche questo grande terrore della Chiesa, cristianeggiandone il pensiero e incatenandolo prigioniero al trionfo del cattolicismo. In verità fu una grande vittoria; ma degenerata in esagerazione e ridottasi la filosofia a una formula sofistica, s'inizia l'ultimo periodo della scolastica, che cade nel tempo del lavoro massimo di Francesco P.; il quale, visto il dissolversi del grande edificio, ne promosse in Italia prima di ogni altro la distruzione. I maestri di Teologia si eran ridotti a una profana e bugiarda dialettica, e imbrattavano il sacro nome di Dio facendo gl'indovini e gl'incantatori. E la filosofia medesimamente era una logica dicace; e come le teologia circoscriveva (dice P.) l'onnipotenza divina con 'gonfiati sofismi e a Dio poneva stoltamente legge, così quella prese a disputare dei segreti della natura con tanta leggerezza che parve spudorata. I dialettici finirono col prendere sommo diletto solo della contraddizione, e non gik di trovare il vero ma solo di altercare si proponevano; e gli scolastici in generale erano tutti ciarlieri e vanitosi e si davan vanto di essere solo essi filosofi: ma la loro non era la vera filosofia < che negli animi ha sede più che ne' libri e meglio di fatti si nutre che di parole > (*^). Di qui la grande guerra mossa ad essi da Francesco P. per tutte le sue opere, nelle quali si mostra acerrimo nemico della filosofia contemporanea. Ma in quest'opera di distruzione è merito grandissimo del P. l'avere salvato sempre il rispetto e il nome di Aristotele. « O esotica dottrina (egli dice de' dialettici e degli scolastici) (^*) e mai non sognata da quell'Aristotele di cui costoro infamano la memoria! »; e altrove: « essi si coprono con lo splendore del nome di Aristotele; ma Aristotele, uomo di ardentissimo ingegno, delle più sublimi cose a vicenda e disputava e scriveva. E se così non fosse, onde sarebbero a noi venuti tanti volumi, obietto di immensi studi e di sterminate vigilie? ) Che se alcune volte dovè schierarsi contro la dottrina aristotelica, egli fece ciò molto rispettosamente, come non di rado fa con Cicerone e con Seneca e con Platone medesimo. E se si trovò a doverne diminuire la fama tanto per lui preziosa, di eloquenza, egli premise che avendo scritto Aristotele di retorica e di arte Qpetica valorosamente, riteneva per certo che i traduttori latini o per pigrizia o per invidia o piuttosto per ignoranza l'avevano guastato (*®). Egli per ciò sostenne fortemente che s'ingannavan tutti trovando tracce d'eloquenza nelle traduzioni aristoteliche; e mise così grande desiderio di conoscere le dottrine nel testo, come poco di poi accadde. Credo che si possa concludere che anche per P. Aristotele è il ìnaestro di color che satino^ inteso nel senso delle parole su citate. Ma ciò non toglie ch'egli non potesse preferire Platone ad Aristotele per ragioni che ora vedremo. Del resto il grande colosso non era stato debellato dal grande d'Aquino? e P. non era libero ormai di scegliere quella filosofia che più gli piaceva? Neppiu'e nel De 8ua ipsius et multorum ignorantia egli mosse guerra al culto delle aristoteliche dottrine, ma all'arabo commentatore e ai presuntuosi suoi seguaci. Il grande panteista aveva intimorito il Medio evo col suo pensiero incredulo che si rivolgeva sopratutto contro il cristianesimo. AQUINO (vedasi) lo combattè valorosamente: tuttavia la vittoria non fu forse compiuta se alla metà del secolo XIV frate Urbano per il suo commento ad Averroe era con titolo d'onore chiamato Averroista philosophus 8ummu8, e Pietro d'Abano esaltava Averroe nel Conciliatore. E Dante, piuttosto che nel cerchio degli eresiarchi, perchè l'aveva collocato nel castello de' sapienti con gli spiriti magni? Renan non sa rendersi ragione per che P. si schierasse contro l'averroismo. Alcuno gli ha risposto che P. confessava di sentire ripugnanza per tutto ciò che venendo dagli Arabi tendeva ad ecclissare la gloria del genio classico: (**) sarebbe insomma una ragione al tutto umanistica. Mi pare che sarebbe meglio dire che egli doveva aver poca simpatia per un popolo maomettano che con i Turchi contribuiva a tener schiave le terre che videro il grande dramma di Cristo (^®). Ma ad ogni modo la ragione vera non è neppur questa. L'averroismo, che rappresentò per alcun tempo la libertà del pensiero contro le scuole teologiche, > aveva preso in alcuni luoghi d'Italia un significato tutt'altro che filosofico, tentando di rovesciare non solo il cattolicismo ma ogni pensiero religioso e di instaurare l'empietà (*^) : e contro di esso P. già vecchio combattè una memorabile battaglia. Ma da che quella setta più che filosofica era in alcuni luoghi, come in Venezia, divenuta scuola d'irrehgione; cosi non è poi a far meraviglia, come molti fanno, che nel De stia ipsius egli combatta Averroe non con argomenti strettamente filosofici, ma con pensiero essenzialmente religioso. Né scrisse per bile, avendo preso la penna solo dopo un anno e più da che seppe delle critiche de' quattro averroisti veneti, mentre un dì risalendo le acque del Po si sentì annoiato del non far nulla. Da molto tempo inoltre egli aveva pensato di scrivere qualcosa di simile, anche prima che Donato lo spingesse a ciò ("). Quando mise alla porta quell'averroista che in presenza sua e in sua casa bestemmiavo, di Cristo e della sacra Scrittura e del Cristianesimo, lo accompagnò con queste parole: « Vecchia è per me questa contesa con altri eretici pari tuoi ». E altrove scrivendo ad Antonio, figlio di Donato, gli raccomanda di tenersi lontano dall'averroismo: « sii divoto, cerca la scienza, ma più di quella la virtù. Averroe, nemico di Cristo sia da te fuggito come nemico. Così che il De sua ipsius in fondo è un trattato scritto non contro Averroe, sì bene contro l'irreligione che ne' suoi tempi imperava sovrana ("). Ne tuttavia al P. sfuggiva che la corruzione religiosa aveva la sua radice nel pensiero filosofico; e con tutta sincerità, invece di far pompa di un'erudizione che a lui dopo i lavori di S. Tommaso e di altri non doveva, credo, esser difficile procurarsi; impedito di approfondire la sua scienza filosofica dalle molte faccende e dalla salute tristissima; scrisse al padre Marsigli agostiniano, affinchè si preparasse con profondi studi a scrivere: « un trattato contro quel rabbioso cane ch'è Averroe, il quale agitato da infernale furore, con empi latrati, e con bestemmie da ogni parte raccolte, oltraggia e lacera il santo nome di Cristo e la cattolica fede »: e aggiungeva: <f Io, come sai, vi posi mano; ma parte per le faccende mie cresciute a dismisura, parte per manco della necessaria scienza fui costretto a deporre il pensiero. Se la battaglia contro l'averroismo fu fiera, benché tarda e breve; ciò non avvenne della lotta contro i nemici di Platone, la quale occupa gran parte della vita e dell'opera sua. Quali scritti di Platone conosceva P.? Si suol credere che solo del Timeo tradotto da Galcidio avesse egli conoscenza. Certo egli ne possedeva le opere in greco e alcune di. queste conosceva almeno in parte. Contro i denigratori di Platone così egli scriveva: « Ho io a casa sedici e anche. più (sexdecim vel eo amplius) de' libri di Platone: ed essi dicono che ne ha scritto uno o due »; e aggiunge: « stupebunt si haec audient >. E però il Fiorentino nota giustamente: « Una certa meraviglia farà anche oggidì il sapere che non solo in greco, ma tradotti in latino -aveva P. alquanti dialoghi non visti per lo avanti; perchè di questa traduzione non han fatto menzione neppure coloro che han discorso de' platonici libri posseduti dal gran poeta » (-^). Infatti P. afferma (*') che egli di Platone possedeva tutto ciò che da' latini fu nella lingua patria tradotto; e il resto egli, pur non giovandogli, tuttavia si dilettava vedere nella greca veste; e proponeva di dedicarsi allo studio di questa lingua: « né voglio (egli scriveva vent'anni prima di morire) al tutto deporre la speranza di fare in questa età alcun profitto, sapendo che tanto ne fece Catone nell'estrema vecchiezza ». Ora si noti che le lezioni di greco, da Barlaam impartite al P., sebbene brevi, pur non dovettero essere, io credo, un esercizio affatto grammaticale, come a' dì nostri costuma nelle prime scuole; ma probal)ilmente esse eran date su i testi stessi di Platone: e non è poi strano a pensare che Barlaam stesso gli facesse de' brani principali la traduzione (*^). So bene che di tutto questo non si può recar prove certe; ma d'altronde non posso credere che P., il quale cita sempre le dottrine degli autori a lui cari riferendosi o al testo o all'autorità di alcun altro che egli nomina sempre (sì che giunge, come nel Rerum Meìuorandarum, a notare le parole e le frasi ch'egli prende a prestito da Cicerone o da Seneca o da altri), parlasse poi più volte del Fedone, del Critone (*^) e del Fedro e del De Repubhca e del De Legibus e dell'Apologia senza conoscerne più o meno adeguatamente alcuna parte (^^). Certo oltre il Timeo anche il Fedro era stato tradotto in latino, come attesta Coluccio Salutati (^*); laonde si può tener per fermo che in Italia, non solo prima della venuta de' greci, ma prima ancora che Leonardo Bruni desse principio alle note traduzioni, Platone era stato in parte tradotto. E in ogni modo P. conosceva la dottrina platonica più e meglio che per i libri di Cicerone e di Agostino, nei quali essa è o monca o nascosta o trasmutata, per il libro non inelegante di L. Apuleio Medaurense intitolato De Platone; nel quale oltre che la vita sono esposte di Platone tutte le dottrine: « De Deo, de Ideis, de mundo, de anima, de natura, de tempore, de stellis erraticis, de animalibus, de providentia, de fato, de daemonibus, de fortuna, de partibus animae et corporeo singulari domicilio, de sensibus, de figura corporis humani ac dispositione membrorum, de divisione honorum, de virtutibus, de triplici virtute ingeniorum, de tribus causis appetendorum honorum, de voluptate,^ de labore, de amicitia inimicitiaque, de turpi amore, de trihus amorihus, de speciebus culpabilium hominum, de statu et morihus atque exitu sapientis^ de civitatibus,. de Repuhlica deque eius institutione legibusque optimis. Come si vede sono in questo schema contenuti tutti gli scritti di Platone, e forse esso è, direi, il riassunto che delle platoniche dottrine P. avea fatto. Or quale fu la cagione, per la quale P. a dispetto della filosofia contemporanea preferì Platone ad Aristotele? — Il Voigt, e dietro lui molti altri, movendo dall'affermare che P. non conosceva le dottrine né dell'uno né dell'altro danno risposte molto varie: trovando la cagione o in un innato sentimento di simpatia; o nel desiderio di contraddire, levando il primato ad Aristotele, alla filosofia del tempo; o nel volere P. seguire costantemente il giudizio di Cicerone e di Agostino. Le quali cose sono tutte vere; ma oltre che rimpiccioliscono grandemente l'opera del grande Aretino^ mi pare che non colgano il suo pensiero principale. In tanta idolatra adorazione del nome di Arw stotele si era arrivati al punto che un amico del P. gli scriveva confessando candidamente di credere che Platone fosse un poeta e non un filosofo. A lui fra meravigliato e indignato rispondeva P. f ^): l'universale consenso dei dotti ha proclamato Platone principe de' filosofi. Cicerone, Agostino ed altri mille, mentre Aristotele in tutti i loro scritti mettono sopra gli altri filosofi, eccettuan sempre Platone: or come tu vorresti farlo poeta? Tullio in certo luogo delle lettere ad Attico non chiamò Platone suo Iddio? Tutti o in un modo o nell'altro dicono divino l'ingegno di Platone »; e altrove invoca anche molte altre autorità, quali Seneca e Apuleio e Plotino « comecché insigne aristotelico ) f ^), e Ambrogio e Agostino. Ma non l'autorità solamente valse a fargli preferir Platone. Né d'altronde io oserò affermare che egli per conoscenza delle dottrine platoniche e aristotehche fosse in grado di tentar la soluzione di quell'arduo problema che poi affaticò tanti insigni intelletti. Egli è persuaso che Platone fosse divino per ingegno e insuperato, e che Aristotele fosse un d<iemonium di scienza: sa che alla sentenza di CICERONE (vedasi) e di Agostino si oppone il grande Averroe che preferisce Aristotele a Platone, ma non osa neppure di tentarne la confutazione e canta: ^ Non nostrum inter nos tantas componere litas. Che se nella questione filosofica egli dovè confessare di non poter esser giudice, non così fu nella parte religiosa della questione. P. aveva notato che Platone intorno a Dio e alla creazione la pensava come i filosofi cristiani; laddove Aristotele se ne scostava grandemente,:dicendo che il mondo non aveva avuto principio, e negando così la, provvidenza divina che Platone aveva ammessa (®'), Spesso poi nota che alla filosofia di Platone unus fuerit philosophandi finis et vivendi. E se nel De remediisy oltre ad altre cosuccie, lo biasima meravigliato che vecchio cedesse alcuna volta alla lussuria, pure (forse pensando a ciò che a lui giovine era avvenuto) non manca di osservare che per tutto il resto il grande Ateniese fu di ottimi costumi, e morì di ottantun anno, numero phe contenendo due volte il nove per fattore attesta la santità della vita sua (^^). Tornando ora alla dottrina platonica, egli ammirava quanto profondamente avesse gittato lo sguardo nella intimità dell'anima umana, e vedesse ciò che prima era misto e confuso divenire segregato e distinto: perocché «> seguendo la scorta della natura » vi scoperse la triplice sede dell'anima, cioè la triplice manifestazione sua (^^) dell'ira nel petto, della concupiscenza sotto i precordi, della ragione nel capo come in munita rocca quasi a indicare « l'impero e la sovranità di lei su le umane passioni. Inoltre P. osservava acutamente che Platone per primo aveva congiunto la filosofia naturale, appresa alla scuola italiana di Pitagora, alla morale e razionale filosofia, appresa alla scuola di Socrate: e ne concludeva aver la filosofia platonica per questa triplice unione quel carattere di universalità che le altre filosofie non ebbero. A questi pregi filosofici poi egli aggiungeva un pregio tale che, tutti gli altri superando, bastava a mettere Platone molto al di sopra di Aristotele: vo' dire l'avere veduto e dimostrato l'immortalità dell'anima, che è il fondamento della vera morale: questo era tal punto che diede poi travaglio anche a profondi filosofi. E P. lieto di ciò; convenendo con Cicerone che nel De Republica, parlando della salita delle anime al cielo, aveva detto che sarà tanto più agile quanto più vissero peregrine al carcere corporeo; nota che tale è il pensiero di Platone nel Fedro: « nihil aliud esse philosophiam nisi meditationem moriendi, ubi duae designantur mortes, altera naturae virtutis altera, quarum primam nullatenus nec accersendam nec timendam, sed aequo animo expectandam Non par egli di sentire già il cantore de' Trionfi e della morte non più triste delle ascetiche contemplazioni, ma bella nel viso di Laura? E qui P. confessa di credere con Platone nell'esistenza futura delle anime negli astri (^^), dove è la vita di perfetto amore: della dottrina platonica dell'amore è, si può dire, un vivo commenta gran parte del Canzoniere. # « « Ora tutte queste osservazioni, e altre ancora che per non uscir da' limiti importimi dal tema tralascio, io credo che abbiano una remota e viva sorgente nel pensiero cristiano di Francesco Petrarca, il quale credeva in un rapporto ben piti che casuale fra la dottrina platonica e la predicazione di Cristo. Egli dice che Platone solo fra tutti i filosofi antichi ebbe sentore della nuova fede: perocché ne' suoi viaggi in Egitto avrebbe avuto notizia e conoscenza della bibbia e della predicazione profetica. Tale credenza ch'egli derivava da Apuleio e da Agostino era stata un tempo tema di molte dispute; tanto che alcuni eretici avevano anzi detto che Cristo non predicasse infine che le dottrine platoniche. Agostino stesso del resto aveva, come anche il Petrarca notò (*®), trovato ne' platonici quasi tutto il proemio del vangelo di S. Giovanni (in principio erat verhum etc). E P. si diffonde con evidente compiacenza su questa questione, e conclude: « nemo dubitat quanta sit inter illìus opinionis et Christianorum fidem paritas »; si legga, ei dice, il settimo libro delle Confessioni di Agostino, « ubi reperietur in omnibus fere quae de verbo Dei dicuntur a nostris Platonem consentire, praeterquam in susceptione humanae carnis, ubi non contraddixit ille, sed siluit ). Filosofia della religione- Paganesimo e Cristianesimo - Se P. sia Cattolico - Colui che fece per viltade il gran rifiuto. Cristo più propizio che mai allora si dimostrò quand' era di creta ». I pare che si possa sin d' ora concludere^ 'che il pensiero filosofico di Francesco Petrarca non si può comprendere se non se ne cerca la radice nel pensiero religioso. Anzitutto è innegabile che egli al pari di tutto il Medio evo, come si disse, sentì il bisogno fortissimo di una fede; ma in lui oltre che il sentimento è anche un manifesto concetto religioso. Nel De ocio religiosorum (^') P., prenunziando pur lontanamente il Renan, risale all'origine e alla storia delle religioni positive; e trova che avendo voluto i re antichi eternarsi nell'arte, i successori ne fecero dei: sic paulatim religiones esse ' coeperunt. Vede sorgere così nell'Egitto il culto di Iside, presso i Mauri di luba, presso i Macedoni di €abiro, presso i Cartaginesi di Brama, presso i Latini di Fauno, presso i Sabini di Santo, presso i Romani di Quirino, presso gli Ateniesi di Minerva,^ in Samo di Giunone, in Pafo di Venere, in Lemno di Vulcano, in Nasso di Libero, in Delo di Apollo. I poeti contribuirono alle leggende, e co' poeti gli artefici, come in Grecia. Ma, egli aggiunse, questi dei furono uomini, e Cicerone stesso nelle Tusculane questo affermò. Ma la religione vera deve essere quella che fa capo a Dio veramente. Ed ecco presentarglisi allora le religioni medioevali: l'ebraismo, il maomettanismo, l'averroismo, il manicheismo e l'arianesimo; e' vistele tutte cadere nella contraddizione conclude: « sì Christo non creditur, cui creditur? »: all'Anticristo no, perchè egli verrà come nemico; al Messia futuro no, perchè egli è già venuto. Né tuttavia si dissimula la difficoltà di credere all'incarnazione, alla concezione, alla risurrezione di Cristo: « magna sunt, fateor, sed quid horum omnium impossibile Deo est? >. Inoltre egli vedeva in tutta la religione pagana e ne' suoi scrittori una lenta preparazione dell'idea cristiana. Le profezie stesse della Sibilla Cumana s'accordano meravigliosamente al racconto .de' libri santi, sì che un evangelista, dice, non avrebbe potuto parlar più chiaramente: e un'eco degli oracoli cumani ei vide, come è noto, in Vergilio. Ed ecco Platone essere il filosofo vero perchè in tutti i suoi libri cerca il Sommo sd Unico bene; e a Platone succedere, soltis imitator, Cicerone, al quale P. in più di una questione presta fede maggiore che agli scrittori cattolici; e a CICERONE (vedasi) succedere poi Agostino che, mentre Girolamo in sogno sentiva rinfacciarsi dal giudice eterno il nome di ciceroniano, egli al contrarlo non solo pasceva la mente dei libri di Platone e di Cicerone, ma confessava chiaramente avere in essi trovato gran parte della cristiana religione e per essi dalle fallaci speranze e dalle vane contese essersi rivolto alla contemplazione dell'unico vero. Ed ecco infine P., come in Platone l'eco delle ebraiche profezie, così in Seneca trovare tanta somiglianza con la cristiana dottrina che non dubita il romano filosofo esser stato in relazione epistolare con san Paolo (^*). Ed ecco dunque misticismo e razionalismo, fede j e paganesimo fondersi nel pensiero religioso di Fran- ^ Cesco P.. Al quale è quindi inutile affatto chiedere a quale scuola filosofica egli appartenga; perocché così risponderebbe: « io una volta sono Peripatetico, un'altra Stoico, talora Accademico e tal'altra non sono nulla di tutto questo, quando cioè si tratti di alcuna filosofia che alla vera e santa fede nostra sia od anche paia essere in contraddizione. Dentro questi confini soltanto è lecito a noi seguire le filosofiche sette, finché cioè non repugnino al vero e dall'ultimo fine non ci allontanino. Se mai di questo si corresse pericolo, a Platone,, ad Aristotele, a Cicerone, non ostante la sottigliezza di argomenti eleganza di stile autorità di nome, si volgano pur le spalle. Insomma, siccome suona il nome di filosofia, se vogliamo esser filosofi, dobbiamo amare la sapienza: e poiché sapienza vera f di Dio é Gesti Cristo, ad essere veri filosofi lui sopra tutto dobbiamo amare ed adorare: e in tutto e per tutto dimostrarci cristiani. Perocché soltanto il Cristianesimo è oggi la vera filosofia (^*). È egli P. nel sìw pensiero altrettanto cattolico, quanto cristiano? La risposta è più difficile a darsi di quel che non paia. Certo se per cattolicismo intendiamo le pratiche esterne del culto che accompagnano la fede, egli è cattolicissimo, adempiendo scrupolosamente i propri doveri religiosi (^^). Ma nelle sue opere egli non parla mai né di dogmi della Chiesa né di santi né di miracoli ("): l'inferno ha perduto il suo fuoco, e il Papato il suo entusiasmo. Non parlo delle lettere aine tiiulo <5he sprizzan fuoco diabolico sì che il pio Fracassetti si rifiutò di tradurle perché, disse, indegne non pur di cattolico ma di uomo ragionevole. Ma in una lettera senile (^^) egli annovera fra le quattro tentazioni della vita cristiana le continue crisi e le battaglie interne create dallo stato della Chiesa; lasciando così intendere chiaramente che gli scandali del Papato potevano a ragione indurre nella tentazione del dubbio su la veracità delle dottrine ecclesiastiche la mente del credente. E nel De vita solitaria (^*) egli dichiara apertamente che la cattolica fede aveva sofferta la maggiore iattura per colpa della Chiesa. E nel Be remediis (^') ricorda che i pontefici antichi non avevano tante ricchezze: essi erano guide del cristianesimo sacre al martirio. Oggi invece, egli dicessi usano tutte le turpitudini per giungere al papato: « quod sacrìlegium, pudendum vel diclu est, magnis saepe muneribus quin et pactis et sponsionibus spes enitur sacerdotii pinguioris »; e segue: « Ghristiano homini quomodo liceat ambire Pontificatum non video. Non modo largitione profusissima, sed, quod non multo minus est, turpibus blanditiis atque mendaciis indignis viro artibus sed comunibus adeo ut hasc fere iam unica sit in altum via ». « Queste parole ci danno chiaramente la ragione della diversità del pensiero petrarchesco da quello di Dante in una questione non priva d'importanza. Dante guidato da un pensiero politico, aprendo rinferno vede affacciarsi per primo un Papa: Celestino V, colui che fece per viltade il gran rifiuto. 11 P., che conosceva già l'Inferno dantesco, forse anche al verso del grande fiorentino pensava quando nel De vita solitaria ci presentò Celestino con queste parole: « (il suo rifiuto) vintati animi quisquis volet attribuat, licet enim in eadem re prò varietate ingeiniorum non diversa tantum sed adversa sentire »; ma per lui Celestino V, che non salì mai il trono pontificio, è il pontefice più grande, e si duole grandemente per pochi anni di differenza di non averlo veduto. E si rallegra che altri molti dell'ordine suo religioso abbiano rinunciato alle alte cariche ecclesiastiche; e soggiunge: « irrideant igitur, qui viderunt quibus prae fulgore auri et purpurae squailidus opum spretor et paupertas sancta sordebat, nos hominem hunc miremur »; e finisce con acre ironia ringraziando Iddio di aver dato al cri-^ stianesimo siffatta pusillanimità (pumllanimitatem huiuncemodi). E non solo al papato dà sì forti rampogne, ma arriva ben anche a inveire contro l'oro e le gemme e l'argento che adornano gli altari. Cristo, egli dice, più propizio che mai si dimostrò quando era di creta: voi dite di far questo per onorarlo, quasi che egli non amasse maggiormente le Spoglie dei poveri, la virtù e la devozione. E, aiutandosi oltre che col Vangelo anche con le sentenze di Seneca, conclude: « dell'oro vostro Cristo non sa che si fare, né delle vostre superstizioni ei punto si piace: non altro egli chiede che buone opere, onesti pensieri, umili desideri di cuore mondo e puro. Com'entra l'oro fra queste cose? Né con questo io credo di aver posto ben in chiaro il pensiero del P. su la Chiesa: so bene che occorrerebbe una più minuta ed esatta disamina. Ma credo che non a torto Paolo Vergerlo ih Giovine e Matteo Francowitz furon tratti ad annoverare P. fra i precursori di Lutero; e a ragione il Fleury espresse dubbi su la ortodossia di lui. Filosoficamente poi si può affermare che il pensiero di P. è un ritorno alle pure scaturigtini della predicazione di Cristo, e alimenta la grande corrente di sano misticismo che a traverso le diverse lotte filosofiche e le opposte scuole sboccò terribile nella riforma dopo più di un secolo. Se P. sia un mistico - Varie specie di misticismo - Il De vita solitaria - Il De ocio religiosorum - Ascetismo e sano misticismo. « Vita Solitaria liUerarum ignaris gravior ntorte et mortem alkUura ». L misticismo è la più alta espressione filosofica del concetto e del sentimento religioso. È quindi necessario affrontare- questo problema, intorno al quale molto si parla, ma poco si chiarisce nei libri che, specialmente negli ultimi tempi, trattarono dd P.. Innanzi tutto è bene intendersi: non credo che si possa parlare di una vera scìwla mistica in Italia: il misticismo è una qualità comune a molti sistemi filosofici che sono infine ben diversi, come quelli di Agostino o del pseudo Dionigi o di Bonaventura. Poi c'è un misticismo non di sistema filosofico alcuno, ma scaturiente dal sentimento religioso popolare: il quale assume anch'esso infinite gradazioni, come, per esempio, nella predicazione francescana o nelle profezie ioachimite. Negare nel P. un concetto e un sentimento mistico, come alcuni han fatto, non mi pare che risponda a verità: e neppure io credo giusto il considerare con disprezzo il misticismo del P.,.come il Bartoli e molti altri fanno, quale un ritorno à forme viete di filosofia e di regresso civile. Intanto P. già toglieva alla teologia tutta la parte arida e dogmatica, quando, oltre che parlare con disprezzo de' teologi del suo tempo, sosteneva, anche con l'autorità di Aristotele, non essere la teologia altro che un poema che ha Dio per subietto, e ricordava che i primi teologi furono poeti. Po i egli nella storia dell' uman genere non vide più con Agostino tutta una provvidenziale preparazione e una mistica rappresentazione di una futura città di Dio: che anzi qua e là in numerosissimi passi delle sue opere comincia con lui la filosofia e la critica della storia intesa nel senso moderno {^% e con lui veramente si passa dalla città di Dio di Agostino alla città terrena dell'uomo. Queste cose considerando si potrebbe forse concludere che i tanto decantati rapporti fra P. e la filosofia agostiniana sono in verità molto minori di quello che si crede. Si consideri infatti che, sebbene gli elogi e gli entusiasmi del P. per Agostino siano, più che numerosi, continui; tuttavia egli di Agostino cita sopratutto quella parte filosofica che ha rapporto con il sentimento e il concetto religioso e cristiano. Inoltre prendete le Confesaiones, che è il libro più caro al P., e voi v'avvedrete che egli mostra appena di aver compreso che la grandezza sua è negli ultimi libri che sono affatto metafisici, rappresentando l'ultimo volo di quella mente altissima. Più ancora egli si scosta dal misticismo più vero che è rappresentato dal De lerumlem CoeiesUy e che nel Paradiso di Dante ha sì grande cantore {^% San Paolo e Dante discendendo dal Paradiso si contentarono l'uno di tacere, l'altro di cantare: vidi cose che ridire né sa né può qual di lassU discende. Lo spirito umano, secondo Dionigi, sale a Dio, cioè alla verità, solo con l'aiuto delle schiere angeliche, le quali mentre ne aiutano la salita, col loro frapporsi vengono anche a ritardarla; e la natura ugualmente, pur essendo scala a Dio, è anche l'ostacolo maggiore che ce ne toglie la visione. Al più si può dire che alcune volte P. sale a cime tanto vicine all'idealismo che rasentano il misticismo filosofico: così egli crede che alcuno possa aliqtw afflatu divino divenir dotto uomo, in virtù di un maestro celeste « qui intus in anima docet hominem scientiam »: e par un ioachimita o un* precoce ontologo. Ma chi ben osserva s'accorge subito che egli anche una volta riduce la questione filosofica a una questione religiosa, affermando quod hoc non solum vera religio sentii, sed gentilis quoque consentii auctoritcts (*^). E altrove dice che laddove delle umane cose la verità per esperienza ci si mostra, di Dio invece nulla sappiamo se non ciò che dalle cose visibili può opinarsi. P. adunque liberato avendo, al dir di Carducci, Yumano dai vincoli teologici e mistici, « senti che la natura non è condannata, che non è abominazione quello che umanamente si agita in un petto d'uomo, che il bello è bene, che la vita ha il suo ideale, che l'anima si nobilita da sé idealizzando se stessa ». P. infatti ne' suoi libri De vita solitaria e De ocio religioaorum non si discosta meno che altrove dalla tendenza mistica che condusse gli antichi asceti ne' deserti della Tebaide o a popolare i chiostri per tutte le parti del mondo cristiano. Consideriamo brevemente il primo trattato che è quasi prefazione all'altro, come P. stessa ci avverte. Egli sin dal principio confessa bene di sapere che altri santi avevan scritto della vita solitaria, e fra essi Basilio; ma non ne conosce che- il titola (De solitaria^ vita^ latidibus); e non si è dato neppure pensiero di prepararsi a scrivere con lo studio de' predecessori suoi, fidando nella propria esperienza e nell'animo proprio. In verità la ragione è questa, che egli avrebbe fatto una fatica inutile e avrebbe perduto il tempo. Egli esalta la solitudine non per se stessa, ma per i beni che arreca, fra i quali primi la libertà e Vocium. La solitudine del P. non è una specie di misantropia come dicono, fra gli altri, il Ginguené e il Bartoli: tutt'altro; che anzi egli non pretende di imporre una regola ad .alcuno, convenendo che ognuno segua l'indole del proprio animo: a me, egli dice, « non tam pròprio studio alìove monitu ut ita sentirem quam naturae ipsius persuasione consultum est. Tanto è vero ciò che confessa di aver scritto questo trattato non per gli altri, ma per sé ('^). Egli vedeva nella vita solitaria l'ideale della vita letteraria: « quod vita solitaria litterarum ignaris gravior morte et martem allatura videàtur » ('*). Naturalmente l'uomo solitario del P. non ha che vedere con l'uomo selvaggio del Rousseau: in primo luogo perchè egli parla non ai fanciulli né agli uomini ignoranti, ma a chi già per educazione e per studio sa approfittare di quella vita; poi perchè protesta di non volere in alcun modo andar contro alla socialità dell'uomo; che anzi vuole che la solitudine sia rallegrata da una eletta schiera d'amici e sia così un lavorìo collettivo fecondissimo, un ocium operativo e utile alla società: « volo solitudinem non solam, ocium non iners nec inutile sed quod e solitudine prosit multis. i}ui enim ociosi prorsus eos miseros consentio, quibus nec honesti actus exercitium nec nobilium studiorum... ». E al Patriarca di Gerusalemme, al quale aveva diretti i due libri intorno alla vita solitaria, già si accingeva, se quegli non fosse morto, a scriverne altri due su la vita attiva: segno questo che fra le due opere non doveva essere contraddizione. Concependo così la solitudine quale luogo in cui l'uomo, non distratto dalle corruzioni delle città, può con lo studio essere utile alla umanità, alla quale vuole che i propri studi sian trasmessi ("), P. giunge alla vera definizione della vita solitaria chiamandola vita filosofica ('^). Nella solitudine infatti egli ebbe ispirazione e agio a scrivere la maggiore e miglior parte delle sue opere. Nel De vita solitaria egli ha trattato della solitudine del luogo; ma avverte che ve n'ha un'altra: quella dello spirito, che chiama ocium: la prima è la preparazione della seconda ('^). E scrivendo il P. in forma epistolare ai monaci della certosa di Montrieux non è però a meravigliare che, trattando della solitudine per quella parte che a monaci s'addiceva, la vita filosofica divenga vita religiosa nel De ocio. E non mi par giusto dire che questo scritto sia tutto un arido ascetismo: prima, perchè in esso si parla di molte cose che son tra filosofiche e religiose; poi, perchè il vacate ut vacetis che è l'intonazione del trattato va inteso nel senso di non Idborare, e il laborare è definito: currere post concupiscentias ('^), ossia menar vita mondana e immorale. Che se alcune volte, come nel primo libro, paia ad ora ad bra ri|:ornare il suono di quelle parole: quid prodest liomini ecc.; e nel secondo: vanitas vanitatum ecc.; e se P. vede gli angeli scendere dal cielo a tener dolce compagnia all'uomo che vive in solitudine (^^): io non negherò che il misticismo di Gersone non abbia lasciato in questi trattati alcun vestigio qua e là. Si tenga presente che il Medio evo non era ancora passato. Inoltre io* ricorderò che P., scrivendo st Marco amico suo (**), che voleva farsi frate, dopo avergli mostrato il pregio maggiore della vita politica spesa in servigio della propria patria in confronto con la grettezza della vita claustrale, lo dissuade da tal pensiero: e poteva citargli anche il proprio esempio. Del Secretum parleremo più innanzi. Intanto noto che molto erroneamente seguitano alcuni a chiamarlo De contemptu mundio e lo confrontano poi al De contemptu mundi di Innocenzo III, che il P. forse neppure conosceva. Quest'opera del noto pontefice è veramente un trattato ascetico, laddove il Secretum è la storia veridica dell'animo del P., che in esso trasfuse la foga del suo cuore innamorato di Laura e della gloria. Né il De Giovanni (^*) pure credo che colga il vero quando lo riavvicina al De contemptu saeculi di san Bonaventura, che volle davvero con esso persuadere gli uomini a lasciare il mondo e a ritirarsi a Dio. Senza dire che anche questo trattato non ha, per l'argomento, che vedere con le intitna confessioni del P. (che tale infine è il significato del Secretum); ma basta guardare alla conclusione del filosofo serafico per persuadersi che siamo ben lontani dal pensiero dal P. espresso nel Secretum e negli altri trattati su detti: « Fugite et salvate animas vestras. Convolate ad urbes refugii,^ ^d loca videlicet ubi possitis de praeteritis agere poenitentiam, in praesenti obtinere gratiam, et fiducialiter futuram gloriam praestolari. Il Petrarca non ha mai parlato in questo modo, che è la negazione della sua solitudine e del suo ocium, €ome abbiamo notato. Non si parli dunque di arido ascetismo. Né tuttavia si neghi che il sentimento religioso del Petrarca non ascenda alcune volte a un mite e sano misticismo. Imperocché anche a uno spirito sano e pur sinceramente religioso, il quale pensi che a questa mortai vita un'altra ha a succedere, nella quale si vedrà la vanità di ogni operazione e di ogni pensiero che non vadano al bene, può avvenire, io penso, di scrìvere e di sentire molte volte cose simili a queste: « Ogni volta che io per mezzo della mia ragione mi sollevo in quell'alta rocca aerea dello spirito che al pari delle cime d'Olimpo ci fa vedere sotto di noi le nuvole, io sento in qual tenebra, in qual nebbia di errori noi qui su la terra ci aggiriamo Sono fantasmi che ci tormentano, larve che ci spaventano, fulmini che ci atterrano e ci trasportano in alto come deboli canne. Il pessimismo del P.- Il pessimismo Cristiano - La vita umana secondo P. - Il De remediis utriusque fortunae - P. e il Leopardi - L'acedia e le contraddizioni del Petrarca hanno radice nel suo sentimento religioso. « Tota philosophorum vUa comtnetUcUio mortia est > m^'M o penso che con queste parole possa bene accordarsi ancora 1' amore alla vita, alla bellezza, a ogni grande idea umana, alla società terrena: intendendo che per un animo naturalmente religioso Y uomo anche quaggiù ha una missione a compiere e un ideale da conseguire. Vorremo con spregio chiamar mistici tutti coloro che credono in Dio e nella vita futura? Forse il segreto proprio della grande anima di Francesco P. non è il misticismo per se stesso: occorre invece ricercare quale concetto egli avesse della vita umana. Foscolo  nota che P. inclinava a una sensibilità morbosa, malattia ch'è propria degli uomini di genio: da questa dipendeva anche il continuo cambiamento di umore e l'animo per natura proclive alle passioni. Egli ci appare già nel trecento con i segni del morbo di Giacomo Leopardi. Francesco P. e Giacomo Leopardi sono due nomi che paiono contrari, e invece sono presso che sinonimi. P. per lungo tempo è stato considerato come il più felice degli uomini della nostra letteratura; il quale dalla generazione i cui padri avevano perseguitato e condannato l'Alighieri, riceveva lodi e trionfi in quantità. Ma chi ha letto tutte le opere del P. può confessare, credo, che la nota fondamentale del sentimento suo è sempreil dolore, e il pianto gli sta continuo su gli occhi. Al più egli fu felice sino al 41; ma dal giorno della sua coronazione le sventure non gli hanno lasciato tregua mai (**): furono morti di amici a lui più cari, dolori domestici tanto più grandi quanto meno egli ne parla: le passioni poi dell'anima e del corpo, che in uomo volgare non apportano grande turbamento, suscitavano in lui tempeste grandissime; la ricerca affannosa di una felicità ch'ei non trovava lo rendeva incapace di fermarsi in luogo alcuno. A tutto questo poi si aggiunga l'eredità che col cristianesimo il sentimento religioso gli aveva apportato: vo' dire il pessimismo. « È innegabile che la religione cristiana contiene* in sé più che i germi della funesta malattia: la quale tuttavia potè svilupparsi per un procedimento storico che, non essendo stato ancora ben definito, sarebbe argomento di importantissimo studio. Nella, predicazione di Cristo e ne' vangeli non c'è il disprezzo di questa vita e quel riguardare la natura un peccato (*^). Ma in seguito il cristianesimo, aiutato in ciò dal dogma e dalla filosofia, fonda il suo pensiero filosofico religioso su due basi essenzialmente pessimiste: la colpa originale e la predestinazione. Certo anche in Platone è qualche traccia dell'hoc lacrymarum valle nella dottrina del carcere corporeo; e anche Cicerone aveva detto, come P. -spesso ricorda: haec nostra quae diciiur vita niors est; così che anche ne' filosofi gentili egli trovava la vita dover essere commenlatio nwrtis. Ma le religioni classiche, greca e romana, ebbero appena un sentore della grande lotta che stava per scoppiare fra l'umano e il divino, fra il senso e la ragione, fra l'uomo e Dio. Nel Medio evo essa scoppiò terribile, e condusse il cristianesimo a parteggiare per Dio contro l'uomo e l'umanità, per lo spirito contro il senso e la ragione, per il cielo contro la terra. Nell'animo italiano popolare tuttavia noi abbiamo già osservato che il sentimento religioso non portò mai il popolo nostro a quest'ascetismo così fuori della vita umana e sociale, e che ciò fu merito principale della tradizione classica ereditata col sangue dai nostri padri.' ^E non ci fa meraviglia quindi che anche P., quasi inconsciamente, cercasse con la filosofia platonica di nascondere i due punti più pessimisti del cristianesimo su citati, credendo in un'esistenza futura delle anime negli astri e nella bontà naturale di ogni anima (®^). Ma la lotta esisteva latente sì, ma feroce: e P. è il primo uomo che nel Medio evo avverti il contrasto dei secoli, e nel suo animo profondamente religioso vide concentrate tutte le guerre passate: da una parte i padri della Chiesa e i santi del Medio evo; dall'altra i classici latini e la tradizione italiana e la corruzione del Papato. A un amico che aveagli chiesto qual giudizioegli facesse della vita, rispose^ ^ Sembrami la vita essere albergo di dolorosi travagli, teatro d'inganni, labirinto di errori, palco di giullari, deserto orribile, fangosa palude, tenebrosa spelonca, campo pietroso, tana di belve, sonno inquieto, ridente frenesia, speranza inutile, gioia bugiarda, riso scomposto, inutil pianto, ansia perpetua, morbo continuo, doppia malattia, titoli infami, vaso fesso, sacco sfondato, lusso idropico, avida stomacaggine, nausea famelica, fiore caduco, osteria di passaggio, carcere tetro, nave senza governo, laccio traditore, scoglio durissimo, vento impetuoso, turbine nero, pelago procelloso, sentina di libidine, abisso d'odi, canto di sirena, onorata vergogna, velata ignoranza, regno di demoni ecc. ecc Ed è peggiore ancora » f ^). ^ È inutile quindi chiedergli che cosa è la morte: egli vi risponderà che è la fine di ciò che dianzi ha detto della vita. E chi volesse su questo argomento confrontare P. con il Leopardi troverebbe che quasi tutti i Canti di quest'ultimo hanno già la loro ispirazione nel Canzoniere del primo. E pur tuttavia né P. né il Leopardi hanno nulla a vedere con il pessimismo tedesco o schopenaueriano: che dalle loro maledizioni scoppiano inconscie le benedizioni, nel pianto trovano la gioia delle lacrime, nell'odio l'amore; i loro versi indicanti disprezzo della vita se li metti insieme ne formano l'inno di ammirazione più bello. Ed é per questo loro stato psicologico perenne che nei loro scritti troviamo serpeggiare il dualismo,, come due fossero gli scrittori, e nella loro vita dominare sovrana la contraddizione. Il pensiero della morte riempie gli scritti e la vita loro; l'uno nel Secretum scrive: patrie iam hominem natum poeniteat (**); l'altro nei Canti: nasce l'uomo a fati4ui, — ed è rischio di morte il nascimento {^% E al P. e a Leopardi balena l'idea del suicidio con fiamma solfurea; e l'uno compone a morto il proprio corpo {^% e l'altro sente già le membra sue sciogliersi e confondersi nell'infinita vanità del tutto. In alcun luogo P. poi osserva: « D'esser vivo non si lagna nessuno: tutti della povertà, della fatica, della vecchiezza, della malattia, della morte metton lamenti, quasi che men della vita fossero queste cose secondo natura » (^^). Ed ecco balzare una concezione deUa morte tutta opposta, quella che il Carducci ricorda, la greca eutanasia^ e divenir bella nel bel viso di Laura e il P. desiderarla come dolcissima cosa. Anche nell'universo essi videro riflettersi ugualmente l'odio e l'amore. P. del Canzoniere diventa scrittore del De reniediis, che nella prefazione del secondo dialogo della fortuna avversa, vedendo l'odio divenir legge universale, giunge inconsapevolmente alla dichiarazione di un principio che è agli antipodi di tutta la sua filosofia: la lotta per l'esistenza, ch'egh, precorrendo non so come lo Spencer, dimostra lungamente per il genere minerale, vegetale, animale, umano. Ma se voi poi aprite le lettere, trovate al contrario: « Amore unisce e governa le anime e la materia e tutto l'universo » (^^). Cosi se voi prendete il Secretum, leggete a una pagina tutta l'esecrazione del peccato di amar Laura, e nell'altra: « nihil pulchriua excogitari queat »; e non solo egli ama lo spirito di Laura, ma anche il corpo: « animam cum corpore ». Quest'amore bello e umano ritorna ad ora ad ora anche nei versi dell'infelice Recanatese. Che cosa è l'uomo? * Nil miserius homine, nil debilius, nil pauperius »: così P.; ma intanto riconosce l'importanza dello studio psicologico, aggiungendo: « nimis magna res est ». Nella prefazione del primo libro del De remediis {^% considerando le umane cose, dice che noi siamo per natura condannati all'infelicità: le cose presenti ci annoiano, le passate ci attristano, le future ci fanno guerra. Così noi trasciniamo una vita, il principio della quale è posseduto della cecità e dall'obblivione, il mezzo dalla fatica e il fine dal dolore, e l'errore poi signoreggia tutto. Ciò non accade agli altri animali, i quali cercano di scampare solo dai mali presen^(i, di maniera che sarebbe quasi meglio che noi fossimo privi di ragione, perchè voltiamo a nostro danno le armi della nostra divina natura (^^). Ed egli è tanto persuaso che le ricchezze, gli onori^ gl'imperi siano grandi fatiche, più gravi della povertà e dell'esilio é della morte, che imprende a scrivere non per dilettare, ma per far opera giovevole e dissipare gl'inganni {^^^). E siu dal primo dialogo, parlando della gioventù, che suol riputarsi un bene perchè più lontana dalla morte, osserva amaramente: « se due andassero al patibolo chiamereste voi forse meno infelice il secondo, del primo? ». Così procedendo egli arriverà in questo medesimo hbro (^^^) a dichiarare che nessuno può quaggiù esser felice mai, neppure colui che è virtuoso, « qui aeque miser est habendtis ». E si toglie anche ogni speranza, e l'ultima dea fugge innanzi a questo sillogismo: * chi spera non ha, dunque lo sperare è privazione, dunque è un'infeUcità dell'anima »; laonde P., ridendo delle discussioni filosofiche intorno al bene, conclude: « bene sperando et male hahendo transit vita mortalium ». Né voglio ora neppur accingermi ad esporre il pensiero del P. intorno alla gloria e alla fama: tutti lo conoscono. L'autore del Favini ovvero della Otaria ha ridotta in nuova forma ciò che nei Trionfi € nel Secretum e in quasi tutte le opere petrarchesche è ripetuto. Al contrario, come il Leopardi per la gloria sopratutto scrisse e visse, P. medesimamente aveva confessato nel Secretum di aspirare alla umana gloria: « ut mortalium rerum inter mortales prima sit cura transitoriis »; d'altronde, aggiunge nel De remediis {^^% tutti i più grandi uomini haii bramata la gloria umana, benché questa sia molto grave per i continui affanni che apporta: « durum «erte, sed tollerabile, imo et invidiosum et optabile ». Ed ecco uscire una falange di critici poco benevoli i quali si dolgono che messer Francesco, dispregiando tanto l'umana vita, abbia sino alla morte cercato Laura e il dolce lauro. Certamente poi prende un grosso abbaglio il Koertiiig quando vuol fare del pessimismo del Petrarca un anticristianesimo (*^^): esso ne è anzi la logica conseguenza. Il pessimismo del P. e quello del Leo' pardi hanno per comune fondament o la noia di questa vita; ma poi si discostano grandemente in questo, che P. ha ancora un profondo concetto religioso; nel Leopardi al contrario è succeduto il dubbio alla fede, e la religione s'è trasmutata in un panteismo filosofico: Torquato Tasso col suo doloroso dubbio è forse, per nascosto tramite, l'anello di congiunzione fra il trecento e l'ottocento. Concludendo, noi intendiamo che la malattia del P. di cui si confessa egli stesso, cioè la famosa acedia o aegrUudo animi, sia veramente quel morbo terribile che il Cristianesimo ha lasciato in eredità alle anime che più sentirono il bisogno di amare e di credere insieme, di accordare la ragione con la fede, lo spirito col senso: l'ultimo grande malato di acedia, ma già inguaribile, fu il Leopardi. Certamente dunque errano coloro che sentenziano P. essere stato né più ne meno che uno scettico, e confrontano il Leopardi con lo Schopenauer: essi non tengon conto dell'importanza e profondità e varietà del pensiero religioso ne' grandi nostri. Tutte le contraddizioni di Francesco P. si riducono infine a questo: che il suo pensiero religioso vacillava fra la tristezza del cristianesimo e la serenità delle religioni antiche, fra l'autorità de' libri santi e lo scandalo vivente della Chiesa di / Roma, fra il Medio evo e il Rinascimento. Il pensiero religioso voleva in lui divenire pensiero filosofico; e nel terribile sforzo P. ne sofferse grandemente, ma aprì la via al quattrocento e a Telesio e a Pomponazzi e a Bruno e a Campanella. P. non è strettamente un filosofo [cf. H. P. Grice: Two senses of ‘philosopher’: professionally engaged in philosophical studies; disposed to provie general reflections about life. Ma ne' suoi scritti è un ampio contenuto filosofico - E aveva ancora ingegno filosofico - Il P. e la scienza - Meriti filosofici del Petrarca - Il Rerum memorancfarum - Carattere morale, sociale e politico della nuova filosofia. Andar dobbiamo in tracce di nuove cogniMtoni indefessamente finché ci duri la vita EL pensiero religioso adunque di Francesco P. sono da ricercarsi il pensiero e il concetto ch'egli ebbe della nuova filosofia. Con questo non intendo di scemare il merito suo. I suoi libri sono pieni della filosofia antica e moderna: e credo che tutto Cicerone sia in essi trasfuso, e che Agostino e Lattanzio e altri molti trovino in essi tanta parte delle proprie dottrine che volendo anche solo riassumerle non basterebbe un grosso volume {^^^). Ma nel grande crogiuolo, per così dire, della sua mente, tutto acquista uno scopo e un carattere subiettivo proprio del P. (*^'). Il quale perciò molto liberamente prende intorno al suo argomento le opinioni di ogni scuola che a lui sia utile, a costo di cadere in contraddizione filosofica {^^^). Quindi (egli stesso lo afferma) non è giusto, come molti fanno, chiamarlo né peripatetico né accademico, né stoico; e neppure eclettico, perché l'eclettismo {^^^) e una sapiente ricostruzione con argomenti tolti da molte filosofie, sì che formino Town unico edificio: nel P. questo non è. Né, €ome abbiam visto, egli è filosofo mistico né razionalista, benché misticismo e razionalismo abbiano sì grande parte nelle opere sue. Dunque il Petrarca, per questo rispetto non si può chiamare filosofo: ciò non toglie ch'egli nella storia della filosofia non abbia diritto a un posto importantissimo. Vero é che P. aveva ingegno filosofico e nelle sue opere sono infiniti i brani che ne dimostrano l'acutezza. Osserviamone alcuni brevemente. A Cicerone che aveva detto gli uomini sovrastare ai bruti per la favella, P. fa osservare che la facoltà discorsiva presuppone l'altra intellettiva, e che se quella mancasse basterebbe questa perché l'umana specie fosse molto al disopra dei bruti: ai quah tuttavia, se non furon dati l'intelletto la scienza e la memoria, é da riconoscere alcun che di simile all'intendimento e alla discrezione (^^^). E al pari di Dante che con novità aveva nel Convito definito la filosofia un amoroso tiso di sor pienza, egli, combattendo i cattedrari e plebei filosofi del tempo, affermò che essendo la filosofia amore, cioè desiderio di sapienza, ogni uomo che la vuole può amandola conseguire. Che se alcuno gli facesse obiezione che non tutti nascono con uguale ingegno, egli risponderebbe essere necessario star contenti fra i termini che al nostro ingegno posero Dio e la natura: « imperocché fino a tanto che aDdremo in traccia di nuove cognizioni, e andar vi dobbiamo indefessamente finché ci duri la vita, luoghi tenebrosi e oscuri ci si pareranno d'innanzi ogni giorno per entro i quali cercherà invano di penetrare la nostra ignoranza: e quindi a noi tristezza rancore e dispetto contro noi stessi; ed ecco la scienza che ti promettevi ricca sorgente di puro diletto fatta cagione di molestissimo affanno e della vita nostra non più fida scorta, ma morbo micidiale. Deesi con lo studio aiutar l'ingegno, non sforzarlo dove salire non poi^sa, che ciò facendo cade a vuoto » (**^). Anche in ciò mi pare che il verso dantesco spesso frainteso: state contenti umana gente al quia; non potrebbe desiderare miglior commento. Chi accuserà Dante Alighieri di avversar la scienza, per cercar la quale egli condotto di girone in girone, di balzo in balzo dà l'esempio più manifesto del cammino dell'umano sapere che di collo in collo ricerca affannosamente il vero? Nelle parole del P., in quell'andar indefesso finche ci duri la vita, è un forte sentore di quella dottrina che il Vico e gli Enciclopedisti chiamarono dei progresso. Certo non ne mancava la fede a chi scriveva: « Scorrano più* dopo noi altri dieci mila anni, si accumulino secoli a secoli, mai non sarà chiusa la strada a nuovi trovati » {^^% Evidentemente siamo ben lontani dalla filosofia del tempo che nelle scuole insegnava ogni verità essere nei modi del sillogismo contenuta. Ma « la dialettica (scriveva P.) è un mezzo e non un fine, come al contrario stimano essi »; ed ei voleva non che ne lasciassero lo studio, ma che s'affrettassero in quello, affinchè loro fosse scala a cose più alte. Egli per primo nel suo tempo diede esempio della nuova filosofia, ripristinando il metodo latino di trattazione che già aveva fatto mirabili prove con Seneca e con Cicerone e anche con Platone e con Agostino. Così sciolse le ferree catene che spesso nel Medio evo tolsero le ali a fortissimi ingegni, e- ravvivato alle fonti della natura e della vita umana il contenuto della nuova filosofia, essa potè poi spiccare il volo alla grandezza del Risorgimento e della moderna filosofia Quale concetto ebbe P. della nuova filosofia e a qual ufficio la destinava? Il Rerum memorandarum doveva esserne un primo esempio, iniziando un commentario di tutte le virtù. Ma, così come ci è giunto, non è che un insieme disordinato di alcuni appunti: i quali paiono colonne grandiose di un tempio non più eretto. Si comincia dalla prudentia, e dìstinguesi in memoria, intelligenza, provvidenza: Tintelligenza, pure ch'egli definisce cognitio rerum praesentium, distinguesi in speculativa e pratica: la perfetta è quella che <;ongiunge pensiero e azione. Così logicamente si giunge al concetto di una filosofia che sia medicina delle anime; e il suo ufficio è insegnar Varie di ben vivere. La stessa eloquenza diviene una parte della filosofia. Cicerone l'aveva infatti definita: « nil aliud nisi copiose loquens sapieniia »; e Catone: « orator est vir bonus dicendi peritus *: e P. unendo la sapienza della mente alla bontà dell'animo arrivò al concetto della vera eloquenza, come del primo frutto della nuova filosofia. Si comprende allora che quando spesso dice che Platone è più eloquente di Aristotele, non fa, come comunemente si dice, una questione retorica. E però con profonda verità afferma, sin da giovine, studiare non per divenir dotto, ma per migliorare la propria vita, E altrove esce in queste bellissime parole che io vorrei fossero meditate da coloro che in un modo o nell'altro oscurano la santità della vita del grande Aretino: Tutti non possono essere Ciceroni, Fiatoni, Omeri, Vergilii; ma buoni sì che tutti possono divenire pur che lo vogliano. È degno di molta stima, se buono sia, pur anche il pescatore, l'agricoltore, il pastore. Meglio l'uomo dabbene senza il sapere che non il sapere senza l'uomo dabbene. La virtù vera poi è quella che insegna a sentir rettamente di Dio e a operare rettamente fra gli uomini (**®). La nuova filosofia è dunque, come egli splendidamente dice, una cultura delVanimo, intendendo a darle due uffici nuovi: Funo educativo^ Faltro psicologico. « « In tanta barbarie e viltà ecclesiastica e feudale si comprende bene quanto grande fosse per la coscienza italiana il beneficio della nuova filosofia nel rispetto politico e sociale. Già il Carducci notava che il concetto della libertà è più vivo in lui che in Dante. E in verità in tutto degna del grande Astigiano è la uscita del P. di Parma assediata e piena di ignobili guerriglie: « Ed io fra queste strette sentii nascermi in cuore il desiderio di quella libertà che ardentemente sempre bramai, che fu lo scopa di tutti i miei voti, alla quale io corro di continuo »; e coraggiosamente di notte esce tra i nemici, è assalito e attorniato, cade e riman pesto e senza flato; si rimette in sella, solo; e sotto grandine e pioggia, mentre dalle mura lontane s'udiva il borbottare delle nemiche scolte,, sotto il cavallo si accovaccia e aspetta l'aurora. Ed è poi degna del Parini* l'altra lettera con la quale, dopo aver rinunziato alla carica di Segretario del Papa, racconta a un amico come egli causasse quel giogo d'oro con infinita gioia: « Io non voglio aver riguardo, scrivendo, alla dignità e alle ricchezze di chi mi legge: voglio che un papa e un re pongano nelle mie cose quell'attenzione medesima che qualunque altro, ed anche più se son più poveri d'ingegno. E il poeta della pace cliviene poeta di guerra per la libertà, senza la quale la pace è obbrobriosa. E scrive a Gola con spiriti di cospiratore, e pieno dì odio alla tirannide e di fuoco ribelle in una celebre esortatoria fa l'apologia dei Bruti. Altrove contro la tirannia additava il vero rimedio, la bontà dei cittadini: « se la patria avrà anche un solo buon cittadino, non avrà lungo tempo un cattivo signore >. Egli arrivò cosi, con Dante, al nuovo concetto della nobiltà, non più fondata sul sangue ó le ricchezze, ma su la virtù e l'ingegno: e queste cose ascriveva anche a Roberto e a Carlo IV, e aggiungeva: « tutto il sangue è d'un colore, e qual è quel re che non viene da schiavi, o quel servo che non viene da re? » ("•). Di qui ancora la concezione di un governo al tutto democratico, tanto che interrogato come cacciar si potesse di Roma la succeduta anarchia additò e dìihostrò lungamente nella cacciata dei nobili tiranneggianti il solo rimedio al male: « Via su dunque cacciate costoro e chiamate la plebe romana alla dovuta partecipazione dei pubblici onori. È cosa poi ben strana nel P. un accenno alla grande utopia del filosofo dì Stilo, che dopo più dì due secoli trovò neUa stessa isola di Taprobana la Città del Sole: « Nell'isola di Taprobana (scrive P.) che siede nell'oceano orien tale molto dì là dall'India e per diametro opposta alla Brettagna, si elegge per arbitrio del popolo il re, e non vi valgono o la ricchezza o la nobiltà del sangue, ma tutto il favore si attribuisce alla virtù; di maniera che la grandezza o il parentado non gli rimuove dalla elezione del migliore uomo: oh! santa e felice usanza che è questa, la quale piacesse a Dio che s'usasse a eleggere i nostri re, che forse non sarebbero succeduti per Taddietro ne' reami i figliuoli peggiori dei padri, e i nepoti piti pessimi che i loro antichi, e non avrebbero corrotto e guasto il mondo con la superbia e licenza loro »: là il re deve essere senza figli, e se mentre è re ne avesse, deve subito abdicare. Quale il pensiero politico dantesco, tale dapprima fu l'ideale politico del P.: cioè un imperatore che fosse come arbitro di pace fra le cristiane nazioni; ed è notevole che P. molto più chiaramente di Dante afferma doversi l'imperatore tedesco considerare italiano. Vero è che in seguito s'accorse essere vana ogni speranza in papi e imperatori. Allora ì due soli di Dante si oscurarono, e le due spade che tanto avevan travagliato la mente de' Dottori medioevali egli le vide spuntarsi. E dopo acerbissimi rimproveri a Carlo IV, finì col dichiarare che l'Impero fu sempre l'infausto pianeta d'Italia. E il pensiero e l'amore della grande Patria, ch'egli aveva sempre agitato, divennero più splendenti e chiari che mai. P. per primo nelle sue canzoni italiane e ne' carmi latini saluta c^hiaramente e dolcemente la santissima terra, la patria Italia, cinta di due mari e altera di monti famosi, onoranda a un tempo in leggi e in armi. E certo risuonò per molto tempo all'orecchio degli italiani quel memorando verso: che fan qui tante peregrine spade?; perocché il Machiavelli con quella canzone dà termine al suo Principe, e Stefano Porcari muore recitando quei versi, e Giulio II compendierà la grande opera del P. col grido famoso: ftiori i barbari. Chi condusse P. a tanta grandezza patriottica ? Il De Sanctis dice che l'amore del P. all'Italia fu un amore filosofico. Non credo. Forse più giustamente il Bartoli notò che nel pensiero religioso è in lui la radice del pensiero patriottico, e lo confrontò con il Lamennais. Ciò del resto è stato sempre sentenza comune a molti filosofi politici, che sin da Platone pensarono che vera religio est firmamentum reipUblicae. Le relazioni fra Chiesa e Stato sono per il Petrarca quelle medesime che fra Cristianesimo e Paganesimo, rampollando entrambi dal pensiero religioso. Quindi non l'Impero soggetto alla Chiesa, come in san Tommaso; non la separazione della Chiesa dall'Impero, come in Dante; ma Chiesa e Stato tendenti a un unico fine: la grandezza politica e insieme religiosa d'Italia. Ch* i* medemmo non 90 qnél eh* io mi voglio i A queste brevi considerazioni si può, credo, concludere che come l'Umanesimo nel trecento, intraveduto appena da Dante, ebbe nel P. il verace precursore; così il Risorgimento filosofico, che in Italia si fa cominciare nel quattrocento, ebbe inizio veramente con Dante e col P.: l'uno avendo alla filosofia dato carattere laico, l'altro avendo abbattuto le scuole del tempo e dato gU elementi della filosofia nuova. Quali sono questi elementi? Riassumiamo brevemente. Il Fiorentino ne' suoi studi su la filosofia del Risorgimento osserva che la disputa su la preferenza di Platone ad Aristotele costituisce, se non tutto il significato filosofico del quattrocento, almeno la parte più importante. E però, laddove tuttodì si afferma che il merito di ciò spetta a Giorgio Gemisto e agli altri greci venuti in Italia dopo la caduta di Costantinopoli, noi troviamo molto tempo prima doverne assegnare il merito a Francesco P. È vero: il motivo che spinse P. alla preferenza della dottrina platonica non è punto speculativo, e però rigorosamente filosofico. Ma certo si esagera ripetendo ch'egli seguisse in ciò non so* quale proprio istinto, che poi sarebbe un'inesplicabile leggerezza. P., abbiam veduto, non dispregia Aristotele: tutt'altro. Egli conosceva bene e lodava grandemente l'Etica aristotelica, ma diceva di non trovare in essa (ciò che è in Platone) l'ardore che la virtù conosciuta deve di sé suscitare. Poi abbiam notato che il pensiero religioso è la sorgente na-scosta così di questa, come di altre opinioni del P.. Ora il Fiorentino stesso osserva che le contese del quattrocento ebbero per vero motivo la questione del cristianesimo, al quale alcuni dicevano Platone accostarsi maggiormente, altri Aristotele. E P., che né platonico né aristotelico né ciceroniano voleva esser chiamato, ma cristiano, vide così chiaramente ciò che altri sentirono confusamente. Anche intorno alla dottrina aristotelica egli precorse le accuse, che affaticarono tanti ingegni nel secolo seguente: non avere cioè Aristotele conosciuta la provvidenza e la creazione, e aver negata la immortalità^^d^lTanima, senza la quale nessuna vera religione può reggersi. Certo i libri filosofici del P. dovettero avere un'efficacia grandissima su le nuove generazioni, se Gino Rinuccini quasi con le stesile parole, certo con il medesimo pensiero, ripete col P. che: « Platone è maggior filosofo che Aristotele perchè in sua opennione del- i Fanirna è più conforme alla fede ca ttolica : ma nelle ' cose ch'anno bisogno di dimostrazioni e di pruove Aristotele è il maestro di coloro che sanno. E Colacelo Salutati e Luigi Marsigli e tutta una valorosa coorte di pensatori si misero a seguitare la tradizione dal P. iniziata. E l'Aretino per bocca del Niccoli ridirà di Aristotele col P.: « se i libri aristotelici, così come corrono si portassero allo stesso autore, ei non lì riconoscerebbe per suoi, più che Atteone, i convertiio in cervo, non fu riconosciuto dai suoi €ani » (^^®). Così P. distinguendo Aristotele dai traduttori e mettendo in guardia i filosofi contro questi, suscitò grande desiderio di conoscere il pensiero genuino del grande Stagirita. L'Aretino stesso, sebbene platonico, misesi a tradurlo, e scorse che anche in qUesto non mancava (come P. aveva indovinato, ma inutilmente) quell'aureo fiume di eloquenza che era il pregio più generalmente riconosciuto in Platone. Di Aristotele i primi libri tradotti furono gli Etici e i Politici. Nelle dispute poi di eloquenza è vero che alcune volte si trascese a contese solamente formali, ma in generale (come P. voleva) essa fu congiunta con la filosofia: non vi fu cattedra di eloquenza cui non fosse aggiunto lo jsl;udio della filosofia morale (^^^). 11 problema dell'immortalità dell'anima fu il più — Siimportante che preoccupò i nuovi moralisti latini; finché si giunse al Pomponazzi che nel suo cele^ berrimo libro De immortalitate animae affrontava la grande questione e concludeva non potersi quella con le dottrine aristoteliche dimostrare: il suo libro fu abbruciato dalla Chiesa. Ciò poi non fa che mostrare, a mio avviso, quanto il sentimento cristiano informasse tutta Topera di questi umanisti, il Valla compreso, come si disse. E tutto cristiano è quell'idealismo di Marsilio Ficino, il quale tiene accesa una perenne lampada innanzi all'effigie di Platone, della cui dottrina egli fu in quel tempo il più grande maestro. Quelli che non ebbero molta attitudine filosofica preferirono ad Aristotele e a Platone i filosofi posteriori, dal P. per primo messi in onore: stoici, epicurei e specialmente eclettici; Cicerone fu il maestro di questi, che da lui si chiamarono Ci\ ceraniani: e fra essi furono, oltre il Valla, il Nizolio^ il Vives, il Ramo ed altri. Ma in ogni modo e i platonici e ì ciceroniani [furono ugualmente avversi alla Scolastica: i primi per la dottrina medesima che essa insegnava, gli altri anche per la forma barbara e per i procedi 1 menti artificiosi. Insieme alla morale filosofia P. aveva \/ risvegliato la filosofia sociale e polìtica. Già Dante alle dottrine scolastiche e alla concezione d’AQUINO (vedasi) del sole e della luna (rappresentanti l'uno il potere pontificio, l'altro l'imperiale) aveva sostituito l'altra dei due soli uguali e indipendenti fra loro. Il Petrarca vide i due soli oscurarsi: e però nel suo pensiero religioso e patriottico egli già prenunzia Giovanni Boccacci che deriderà finamente papi e papato, impero e imperatori; e Marsilio di Padova che stabilirà la Chiesa essere costituita da tutti ì fedeli, alla assemblea dei quali il papa deve essere ossequente, e, combattendo la donazione costantiniana, proclamerà l'assoluta povertà di Cristo. Il problema politico poi non sarà mai più abbandonato: anzi nella pienezza del Rinascimento sarà argomento de' studi di profondi pensatori, che son la gloria della nostra filosofica tradizione. La quale vediamo sorgere da molteplici connubi di opposti elementi: da una parte cioè congiunge il sentimento italiano profondamente cristiano all'odio contro la Curia e contro i corrotti e corruttori pontefici, e assale la cupidigia e l'avarizia della Chiesa; dall'altra tempra il misticismo inerente al cristianesimo col sano risveglio dell'eredità latina,, sociale e politica, A tutto questo poi si aggiunga lo spirito di libertà, del quale P. aveva dato sempre splendido esempio, ribellandosi per primo a tutte le autorità antiche e moderne, filosofiche e teologiche, qualora non gli garbassero. « Nihil saeculis nostris invisius quam haec duo: veritas et libertas >: così egli scriveva; e però è vero che dà il nome di divini filosofi a Platone, a Cicerone e ad Agostino, ma eoa grande alterezza soggiunge: « ma rautorità di essi a me non toglie la libertà del giudizio » (^**). E altrove, dopo di aver chiamato volgo spregevole quelli che déiVipae dixit si facevan arma di logica, soggiunge che debbon esser guide al filosofo: « et auctoritas et ratio et experientia . I tempi eran maturi perchè con la voce di Martin Lutero s'elevasse anche quella di Galilei e di Bacone. Seguitando a raccoghere nel Rinascimento italiano quelle auree fila che nel P. hanno principio, non sono certamente da trascurarsi i due caratteri principali che P., quasi senza avvedersene, diede al pensiero filosofico e religioso: cioè il carattere naturalistico e l'altro psicologico: l'uno condusse poi in filosofia al panteismo di Giordano Bruno e al naturalismo scientifico; l'altro diede al sentimento religioso italiano una forza potente a tradursi in grandissime manifestazioni artistiche e letterarie. II sentimento della natura in Francesco P. è affatto nuovo, e traspare profondo da tutte le sue opere. Leggendo la vita di questo letterato si rimane meravigliati della quantità de' suoi viaggi e dell'intensa curiosità che lo spingeva a vedere terre lontane e costumi stranieri. E oltre Vltinerarium Syriacum molte altre sono le cagioni per cui egli meritamente è annoverato fra i geografi più importanti di quel tempo. Così suscitando l'amore di nuove cose e distruggendo pregiudizi e allargando le idee, P. preparò gli animi ai benefici effetti che produsse la scoperta del nuovo mondo. I viaggi, dice il Kraus, hanno aperto gli occhi a quest'uomo straordinario, e per mezzo di lui l'umanità del Medio evo già declinante scoperse la magnificenza della natura che ci circonda. I viaggi infatti nel Medio evo si intraprendevano per fini militari o commerciali o religiosi; non per essere scopo a se stessi. P. superando difficoltà incredibili e pericoli e disagi per strade spesso difficilissime viaggiava: viaggiava per viaggiare e per vedere uomini e cose, popoli e costumi di lontane regioni. Così egli è il primo che si recasse a un'ascensione alpina col solo scopo di godere di lassù un'idea: la grandezza del paesaggio e dei monti. E di lassù egli scoprì nell'infinito panorama la storia del mondo e dell'uomo e dell'ultramondano: e al Medio evo, discesone, rivelò il nuovo pensiero. La lettura di sant'Agostino lassù e le considerazioni mistiche che dal profondo dall'animo gli suggerì, dimostrano quanto fortemente al sentimento della natura egli congiungesse lo spirito religioso dell'anima sua. Ma un'altra cosa scoprì P. dalla cima del Ventoux: scoprì che niente al mondo è più meraviglioso dello spirito umano. Dante nella Vita Nova dà senza dubbio un esempio di psicologica trattazione di cose umane; ma P. trovò un sentimento psicologico tutto moderno, il quale consiste nell'irradiare fuori di sé Fanima propria con le proprie passioni e nello stesso tempo dell'anima propria far centro di tutto l'universo. Il fiore piti bello del pensiero petrarchesco, disseminato nelle opere latine, è il Canzoniere. Il De Sanctis, nel suo saggio critico sul Pe-» trarca, gli rimprovera l'abuso della riflessione nelle poesie italiane (*^*). Questo deriva da quella finissima analisi che P. fa nel suo Canzoniere delle sensazioni e dei sùbiti moti della propria psiche. Le canzoni specialmente sono alcune volte una vera poesia psicologica: fra l'altre quella: i' vo pensando; è un piccolo Secretum^ e con l'ultimo verso: E veggio 1 meglio ed al peggior m'appiglio; ridicendo felicemente il noto: tMeo meliora prcboque, deteriora sequor; conclude l'esame di una situazione perenne dell'animo umano: così nel Secretum^ dopo i molti ammonimenti di Agostino, P. risponde ringraziando, ma poco persuaso di essersi convertito. E questa lotta fra senso e ragione che nel Petrarca è alimentata dal pensiero filosofico religioso, Jfa del Canzoniere un romanzo, nel quale l'amore per Laiu-a, sensuale dapprima, si raffina e purifica sempre più finché diviene sopratutto spirituale, e il poeta parla poi nei Trionfi con l'anima della morta amica. E forse tenendo conto maggiore di questo psicologico svolgimento non si sarebbe detto che Laura è parto fantastico del P., o che nel Canzoniere si cantano molte Laure o una Laura al tutto ideale (^*^). Chi sa ben leggervi^eiitro nelle Rime scorge tutto aperto il cuore di P.; il quale, facgndo^disè specchio, ci ha descritte le piu^nrrtinie fibre del suo seriliììreiito. Il mmidaè un accessorio per lui, per ciò che egli lo esamina colorato e trasformato dalle proprie impressioni. Talora, dice il De Sanctis, pare che scherzi con l'anima propria. Così, approfittando di questo specchio che il P. ci mostra di se stesso, non sarebbe difficile, credo, seguire nel Canzoniere lo svolgersi del sentimento filosofico religioso, notandone la parte che il misticismo e il pessimismo e la ragione vi prendono. Chi ha notato, per esempio, per qual tramite ascoso vengon fuori dal cuore del poeta i confronti tra Laura e Cristo e la Vergine?. A ogni modo è certo che il colore, dirò così, psicologico, che è il carattere vero e novissimo del sentimento religioso di P., è a lui tutto proprio e ben diverso da quello che è, per esempio, in Agostino. Si prenda il Secretum e si vedrà chiaramente quanta è la differenza fra esso e le Confessioni del santo. Agostino scrive fra la calma dello spirito, quando la passione essendo passata egU poteva tranquillamente raccontarla: P. scrive il Secretum nel momento più feroce della passione , e non per altro che per dar sfogo alle lacrime e parlare con sé della passione sua. Nelle Confessioni è la gioia del convertito; nel Secretum il dolore di chi cerca di convertirsi senza volerlo seriamente , perchè non persuaso che l'ascetismo e il misticismo siano tutta la «vita. Nello scritto del santo la sacra Scrittura, il vangelo, la metafisica; nel Secretum le sentenze pagane e il pensiero umano imperano. Nell'uno la propria vita 4 narrata quasi per propaganda cristiana e a scopo polemico contro gli eretici; nel* l'altro i fatti non servono che a indagare l'anima propria, che appare misteriosa e profonda e tenebrosa tanto che l'occhio a fatica vi discerne. Neppure nella Vita Nova s'arriva a tanto: essa è un commento a un aspetto solo della grande anima dantesca e non ne cerca le profonde latebre. Il Secretum è senza dubbio il primo vero ro* manzo psicologico, e toltane la forma dialogica e l'aridità che qua e là deriva dal tempo e dai modi personali del P., si potrebbe per alcuni rispetti confrontare con l'Ortis: certo non vi manca l'amore della patria e dell'arte e di tutto ciò che è bello e gentile, mescolato con quell'infinito dolore che si chiamò poi la malattia del secolo, di cui l'ultimo malato fu Giacomo Leopardi. # Il Segré nel congedare, lo scorso anno, i suoi Studi petrarcheschi (*^°) scriveva nella prefazione: L'età, di cui P. è stato l'iniziatore, è lì, lì per chiudersi, e i fulgidi albori di una novella, che scorgiamo disegnarsi baldi all'orizzonte, comincian di già ad offuscare una espressione di vita spirituale che con diverse vicende domina ormai da cinque secoli. Quella modernità petrarchesca fra breve, io credo, noi non la comprenderemo più »: ed egli esorta ad affrettarci, finché lo possiamo intendere, nello studio del P.. Ma (alcun frutto mi sia lecito trarre da questa modesto scritto) così vorrei io concludere: Come Dante diviene ne' secoli più grande per il suo verso divino, così P. per Yumanità del suo pensiero vivrà eterno. E sempre più necessario sarà l'interrogarlo; finché sarà continuo il contrasto tra la ragione e il senso, tra l'elemento eterno e il caduco che hanno loro sede nell'inteÙetto e nel cuore umano. De Odo religiosorum, dell'edizione latina delle opere tutte del P. stampata a Basilea, secondo la quale sono anche le citazioni seguenti.  Vedi Storia della letteratura italiana VII, Francesco P., ipsig. 55.  Vedi gl'importanti lavori su Italia mistica e Italia parganay già pubblicati nella Nuova Antologìa, ora riuniti nel volume Dal Rinascimento al Risorgimento (Sandron).  Questa è la conclusione dello studio Italie mystique di Emilio Gebhart.  Per Dante veggasi il Tocco: Quel che non c'è nella Divina Comìuedia ossia Dante e l'eresia (Zanichelli). Il P. poi nel De Odo  elogia Agostino perchè combattè coloro che avean predetto che il regno di Cristo non sarebbe durato più di trecentosessanta anni: forse P. pensò che le predizioni ioachimite e le altre fossero un seguito di quelle antiche avversarie del Cristianesimo. Egli infatti poco oltre distingue le eresie in rispetta solo al dogma dell'Incarnazione (laddove le profezie ioachimite riguardavano l'avvento dello Spirito Santo) in due classi: l'una egli dice, fece di Cristo solo un Dio, l'altra solo un uomo. E (cosa ben strana questa ignoranza in Dante e nel P. del moto ereticale contemporaneo) seguita dicendo: ma la verità è ora divulgata tanto che neppure su r animo di una vecchia (anicula) fa presa, perocché anche senza dottrina soio con la fede e la semplicità essa si difende. Invece il male del suo tempo P. afferma essere un* obiezione contro la fede, la quale, sebbene faccia molto paura a messer Francesco, pur non è una vera eresia, ma un dubbio incredulo e (come ei lo chiama) specioso; ed è questo: se Dio voleva salvare gli uomini poteva dar loro forza maggiore o comandare cose men dure. Egli non confuta il dubbio, ma si rivolge pregando a Dio, e afferma contro le predizioni in generale che è Satana che ci tenta alla prescienza, « quae nec possibilis est homini nec necessaria profecto nec utilis », « cita, fra altro, il De divinatione di Cicerone. E neìVEp, sen. I, 5 a Boccacci, a proposito della nota profezia fatta da un frate all'autore del Decamerone, scrive di diffidare delle profezie dei viventi: « nuovo e inusitato non è che fole e menzogne si coprano sotto il velo di religione e di santità, e del giudizio di Dio si faccia mantello alla frode e all'inganno ». Per il moto ereticale veggasi specialmente il lavoro di TOCCO (vedasi): L'eresia nel Medio evo (Firenze, Le Monnier).  Cfr. Vita solitaria, 1. II, sectio VII, 1. (7) Cfr. oltre il Barzellotti: op. cit.; anche il Fiorentino: Il Risorgimento filosofico nel Quattrocento (Napoli): opera postuma a cura dell' Imbriani. Cfr. La filosofia nel periodo delle origini in Vita Italiana, primo volume.  Così il Conti nelle sue importanti lezioni di storia della filosofia (AQUINO (vedasi) ed ALIGHIERI (vedasi)). Del resto questo non potè alcuno affermare del De Monarchia, nel quale il pensiero di Dante è ben lontano dal tomista. Cfr. anche un mìo lavoro (Del sistema filosofico dantesco -nella Divina Commedia Zanichelli), nel quale cercai vestigia di platonismo nella Divina Commedia.  Vedi Tocco: L'eresia nel Medio evo, Introduzione.  Così nel De unitate intellectus contra Averroistas.  Cfr. De Bemediis utriasque fortune^: I, dialogo. Gfr. passim scrìtti del P.. Per esempio EpiatóloB fam, I, e XII, 3 (le cito nell'edizione del Fracassetti).  Ep. fam. . Ep. fam. .  Rerum memorandarum, II: Aristoteles.  Vedi Renan: Averroés et Vaverroisme. Essai historique. deux part. Giovanni: Le prose morali e filosofiche di P. in P. e il suo secolo pubbl. nel VII centenario della morte del P..  Si vegga nel De Vita solitaria II, sectio IV, % in cui dopo avere confrontato i principi cristiani con Maometto, tratta: « De reprehensione regum et principum nostrorum qui somno, voluptacibus, turpibus lucris, subditorum spoliationibus oc caeteris vitiis imcumbunt, et nullus eorum Terrae Sanctae dispetti dio movetur ». (ao) Gfr. Senili XV, 6.  Gosì intendendo V opera del P., essa acquista ben maggiore importanza di quel che non parve al Voigt. (Il risorgimento dell* antichità classica traduzione italiana del Valbusa, Sansoni, Fireuze, Voi. I, I.), che accusa P. di avere esagerate le note critiche mossegli dai quattro averroisti veneziani per farsi bello con il suo libro De sua ipsius. Bartoli poi, certo seguendo il Voigt, dice che esse furono un innocentissimo scherzo! Si cfr. an^he ep. fam. V, 11 e 12. ep. sen. Ep. sen. Quanto all'empietà e irreligione del tempo si veggano, fra altro, le ep. sen. Vili, 3; V, 2.  Gfr. oltre Sine titulo, X; Ep. sen. XV, 6 e 8.  Vedi Fiorentino op. cit. Ili: il quale si fonda sul seguente brano del De sua ipsius: « Neque graecos tantum, sed in latinum versos aliquot nunquam alias visos (Platonis libros) aspicient... et quota ea pars librorum est Platonis, quota ego his oculis muItoB vidi, praecipue calabrum Barlaam modemum graia specimen sophiae, qui me eie. » (Op.). Il periodo monco e sgrammaticato fa pensare purtroppo a una lacuna che sarebbe importantissimo colmare. Forse per questo il Voigt non ne parla.  Ep. fam, XVIII, 2.  Veggasi infatti la nota 26: dal periodo ivi citato pare potersi ciò dedurre. (») Il Fracassetti nella ep, fam. III, 18 dà Fedone, e parlandosi delia morte di Catone potrebbe darsi che s'avesse a intendere Fedone anche nella ep. fam, IV, 3.  Cfr. Fiorentino: op. cit. III. '  Con quanto poco pudore P. si sarebbe fatto dire, per esempio, nel dial. II del Secretum da Agostino: « Hctec tibi ex Platonis libris familiariter fiata sunt »/...  Rerum mem. 1; Plato.  Quanto ad Aristotele dice nel De sua ipsius: « omnes morales, nisi fallor, Aristotelis libros legi, quosdam etiam audivi ». Ep, fam. IV, 15 e 16.  Ep. fam. XVIII, 2.  Cfr. Rerum Mem. I: Aristoteles.  Ho scritto creazione, ma P. non usa questa parola che sarebbe impropria. Cfr. De ocio religiosorum I. (Op.): 4( unum fabricatorem (è il demiurgo o architetto di Platone) mundi Deum a Platone, et a discipulo eius Aristotele unum principem ».  Notava poi che Aristotele era morto di sessantatrè anni, numero infausto: intorno a questo arino della vita climaterico cfr. anche Ep. sen. ALIGHIERI (vedasi) nel canto IV del Purgatorio non interpretando rettamente la dottrina platonica, la condanna.  Ep. fam. XII, 14. (*i) Rer. Mem. loc. cit. (*2) Vedi: parte settima di questo mio lavoro. Vedi De OciOy II .  Anche qui nota differenza da Dante: e. IV del Paradiso.  Cfr. ep. fam,; e per quel che segue sopratutto Ber, Mem. loc. cit. Inoltre come egli alia religione conformasse tutte le sue opinioni cfr. Ep. sen. Vili, 1.  Vedi De Ocio I (Op.). Anche il Ficino notò questo, come ricorda il Fiorentino (op. cit. II), nel Tom. 2, pag. 855. (47) Op. pag. 313 e II. (tó) Ep. fam. XVII, 1. Ep. fam. X, 5.  Ep. fam. II, 9. (ói) Sul preteso cristianesimo di Seneca vedi Fieury A.: JSaint Paul et SenSque: recherche sur Us rapporta du philo^ophe avec VApòtre. Paris. Ma oggi non ci si crede più. (M) Ep. fam. VI, 2; e XVII, 1.  Ep. Sen.; Ep. fam. XXII, 10.  Ecco, per esempio, come egli spiega l'origine delle stimate di san Francesco: « Dalle stimate di Francesco questa certamente è T origine; tanto assiduo e profondo fu il suo meditare su la morte di Cristo, che piena avendone Tanima, e parendogli d'essere anch' egli crocifisso col suo Signore, potè la forza dì quel pensiero passar dall'anima nel corpo, e lasciarvene impresse visibilmente le traccie ». Cosi nell'jg^. sen. Vili, 3. Quale differenza fra queste parole e il pensiero che jnosse Zola a scrivere il suo Lourdes?  XVI, 8.  il, sectio III, 4.  . E' notevole l'umorismo, che spesso divien •sarcasmo asprissimo, del P. quando parla dello stato della Chiesa. Cosi nell'ep. fam. 5 del libro XVII, vituperando il matrimonio aggiunge: del restp ci son turbe di sgualdrine «he rallegrano anche i vescovi e i monaci ecc.. E in un'altra il palafreno del Legato calcitrante contro quello dell'imperatore, gli fa comprendere "^che il Papa era la causa vera di tutti ì mali d'Italia e di Roma, perchè egli « è contento che Imperatore si chiami, ma punto non si fida di dividere con lui l'impero ». E già prima aveva amaramente osservato: « Ell'è gran cosa calcar la sede di Pietro» gran cosa ell'è vedersi assiso sul soglio dei Cesari! ».  Su '1 significato del verso, anche oggi variamente interpretato, vedi i commentatori; e Tocco: Dante e V eresia. Credo che quel che sono per citare dell'opinione del P. dimostri anche più decisamente trattarsi veramente in quel verso di Celestino V. (50) Ep. fam. VI, 1. (flO) Il Fracassetti naturalmente (vedi in nota) disapprova le parole del P.. (61) Forse anche il Voigt è di questa opinione, là dove dice che P. nel De sua ipsius più che il Cristianesimo in sé difende il proprio.  Ep. fam, X, 4,  Cfr. Fiorentino: La filosofia della storia di Francesc(y P. (in Giornale Napoletano di lettere e filosofia, 1874) e mio lavoro su l'Africa di Francesco P. (Bihliot. Petr. del Biagi e Passerini — Le Mounier.  Cioè il De vera religione citato dal P. molta spesso, e il De doctrina Christiana ecc.  Cfr. Ep, sen. Vili, 6: « Negli ultimi tre libri manifesta i suoi dubbi, e spesso ancora, per ciò che riguarda le divine scritture, la sua ignoranza ». E dalle Confessioni egli già vecchio diceva di aver preso amore allo studio della sacra letteratura, togliendosi alquanto dal soverchio amore per la profana. Insomma gli ultimi libri egli li considera, in quanto sono in seguito dei primi, sotto il rispetto tra filosofico e religioso, ma più assai religioso che filosofico. — Delle Confessioni, per la parte psicologica, riparleremo più oltre, a proposito del Secretum. Questo forse intendeva P. quando, parlando della Divina Commedia a un amico, avrebbe detto essere quella opera non d'uomo, ma dello Spirito Santo. (OT) De Bem. II, 40.  De ócio: Op. p. 306. (89) Presso la toniba del P. in Arquà.  Gfr. I seetio IV, 3. La misantropia era contraria al carattere medesimo del P.; il quale amava molto le liete brigate di amici, e scriveva lettere'a tutti continuamente. P. P. Vergerlo cosi nella Vita P.e scrisse di lui: 4( Erat mirae iucunditatis comitatisque singularis ut nulius esse cum eo moestus posset ». E anche il colore ascetico che ha qua e là il trattato è postumo. Si vegga VEp, «en. XVI, 3, nella quale P. narra le aggiunte fatte per compiacere gli amici appartenenti agli ordini religiosi, che con lui si dolevano di non aver egli parlato de' santi loro fondatori: e ci fu un domenicano che voleva far comparire tra i solitari anche san Domenico! Q^) Ep, fam, XVII, 4: « non in servigio altrui, ma per fame mio prò, e perchè dì quell'affetto mio per il sopravvenire di nuovi non s'abbia in me a ingenerare dimenticanza ».  Gfr. I seetio IV, 1.  Gfr. I seetio V, 1; e II seetio IX, 7. (74) II; sect. IX, 6. Inoltre: Ep. sen. XI, 3.  I; sect. IV, 9. '  II, sect. Gfr, ep, fam. VI, 1: « Ghe se le lettere famigliari come scherzando e quasi sempre nell'agitazione de' viaggi soglio dettare, quando si tratta di comporre un libro, di solitudine di quiete di tranquillità di assoluto e non interrotto silenzio sento bisogno ». E Leonardo Aretino nella Vita di Francesco P.: 4c Era solito dire che solo il tempo della sua vita solitaria poteva chiamare vita; perchè l'altro non gli era stato vita, ma pena ed affanno ». Gfr. inoltre Ep. fam.Vita Sol. I: sect. .  Ep. fam. Ili,   Op. cit.  FIDANZA (vedasi): OpuscuL (Opp. omn. Romae) .  Ep. fam. XI, 3.  Prose (Le Mounier): saggio sul P..  Ep. fam. II, 5: « Frattanto, il confesso, checché i filosofi ragionino intorno al modo di soggiogare le passioni, a me per brevi strade esse giungono e mi fanno bersaglio de* loro insulti. Che questa legge a me fu data insieme col corpo dal di che nacqui: molto per la compagnia di esso avere « soffrire ». E' la bancarotta della filosofia speculativa!...  La causa della differenza è data dal P. medesimo in un luogo importante del Rerum Memorandai'um (II, Dantes), nei quale (còsa, per quanto io so, non accennata pur da gi*andi critici che trattarono della nota questione su le relazioni fra Dante e P.) si accenna forse al vero motivo della freddezza del P. verso Dante: « Dantes Aligherlus, vir vulgari eloquio clarissimus fuit, sed moribus parum, per contumaciam, et oratione liberior, quam delicatis ac studiosis aetatis nostrae principum auribus atque oculis acceptum foret >. Ma se P. fu accetto, è a pensare che, mutati i tempi, nelle corti de' Signori si annidava, come dice il Voigt, l'umanesimo.  Gfr. le epistolae: passim. Per esempio adposterose fam. IV, 10. (8») Ho svolto questo pensiero un po' più ampiamente in un volumetto: Il pensiero italiano e la Criovine Italia, in: A. Carlini e G. Gasperoni: La Giovine Italia (Iesi, Tipografia Editrice Cooperativa, 1904, pag. 35). (W) Gfr. Secretum: diah I. e passim gli altri scrìtti dianzi citati. (»i) Ep. fam. Vili, 8.  Dial. II. Per altri raffronti vedi mio Studio su V Africa citato, specialmente per il raffronto fra Magone (che è Petrarca) e il iTeopardì.  Canto di un pastore ecc. Ma già c'era 11 biblico: « natile homo de muliere, brevi vivens tempore ecc. ».  Secretum I, Africa I e V, Mime (ediz. Carducci e Ferrari): . Per il Leopardi cfr. Vita Solitaria v. 34 e seg. e V Infinito ecc.  Ep, fam. II, 8.  « Rapido stellae obviant firmamento, contraria invicem dementa confligunt, terrae tremunt, maria fluctuant ecc. » E seguita lungamente. Nota fra altro le fini osservazioni dell'odio nell'atto generativo. Concludendo: * nil sine lite atque offensipne genuit natura parens »; e: le còse più forti sono il sepolcro delle più deboli ecc. Ep. fam.  Opera di bizzarro e coltissimo ingegno è il Le remediis. Con copia meravigliosa di esempi, detti,» fatti, sentenze di filosofi, di scrittori, di guerrieri, di scienziati greci, romani, sacri, antichi e moderni; con fatterelli di storia e interpretazioni di miti e di costumi e saltuaria conoscenza di tutto lo scibile; sono qui raccolti con un criterio morale e psicologico svariatissimi argomenti di considerazioni diverse. Il De remediis somiglia grandemente ai Pensieri di Giacomo 1 Leopardi.  E in ep. Fam.: io non so se non sia meglio talvolta starsi nell'errore contento, che non sempre essere triste per la conoscenza del vero ».  Così nella citata prefazione. Han torto coloro che si lamentano della noia che la lettura di questo trattato produce: esso non era un'opera letteraria, ma un vademecum, per cosi dire, di utilità morale, fatto non per i filosofi, ma per la comune degli uomini. Cfr. Ep, sen.  Il pensiero filosofico de' Trionfi è già neìV Africa: per il cfr. col Leopardi vedi mio studio citato. Nel Secretum sono anche (come nello scritto leopardiano) già •enumerati i vari casi della fama. Per le Epistola poi vedi qua e là diffusamente; per esempio ecco il tessuto della prima delle familiarea (no» bisogna travagliarsi per la fama prima di morire perchè vivendo non possiamo ottenerla): « Raro è che trovin plauso scritti e imprese di chi ancor vive: comincian dalla morte le lodi degli uomini. Vuoi tu che sian lodati i tuoi scritti? e tu muori. Anzi finché rimanga in vita alcuno de* tuoi contemporanei non avrai piena la lode che assetisci. Per la molta dimestichezza ancora ed il frequente •convivere T ammirazione degli uomini suol venir meno. Gli «ruditi poi e i pedanti sdegnano d'indagare il merito dello scrìtto, se credono di conoscerne Fautore. Giungono viventi a fama solo coloro che con grida sostengono la loro gloria: ma morti perisce la fama loro. La gloria è un flato di vento: è un fumo, un*omhra, un nulla ». Si confronti ora questo tessuto con l'altro dello scritto leopardiano, e si vedrà che è identico nella tesi e nello svolgimento e nella conclusione: sì ch'io credo il Leopardi essersi ispirato al P.. Cfr. terzo dialogo.  I8S. Cfr. P. 's. Leben und Werken (Leip.).  Per questa parte basti citare i grandi lavori di Pierre de Nolhac: P. et rhumanisme e l'altro De codicibìis et patriium medi aevi ecc. (107) Non è giusto dunque rimproverare al P. le continue citazioni: chi ben le intende vedrà che esse non sono vana pompa di erudizione, ma un fenomeno artistico e filosofico importantissimo.  Per citare un solo esempio, egli crede spesso con gli Stoici che la felicità vera consìsta nella virtù sola, e nello stesso tempo li chiama crudeli e preferisce i Peripatetici che ammettono che anche il dolore è un male (cfr. De Bem.) e poi ep. fam. Voigt, per esempio, lo crede stoico; il Bartoli e il Koeting scettico; il Kraus (F, P. in seinem Briefwech" .sei) sccMtico; molti accademico; molti mistico ecc. (liO) Quanto alla parte considerevole che ha il razionalismo, basti citare il De remediis, nel quale la E(mione da sola sostiene i dialoghi col Gaudio e col Timore; nel Secretum Agostino che cita sempre i classici e i pagani è 1* imagine della ragione, che egli invoca molto più spesso e volentieri dei libri santi e dei dogmi. Cosi nelle altre opere del P.. In conclusione egli non è mistico perchè rctgiona, non è razionalista perchè è credente, cioè ha una fede indiscussa. Ep, fam. I, 7. Cosi nel Secretum (dial. II) distingue il verlmm oris dal verhum mentis, (iw) De Bem. quella parte (I, 12) che forma il 1. dialogo del De Vera Sapientia (il secondo dialogo è del Cusano). ivi.  Cfr. De odo (Op.): « Optat adversarius noster non ut discamus, cui ignorantia nostra gratissima, scire permoléstum est ». ^p. fam. I, 8. Ep. fam. I, 2. 'anche De Bem.: Quest'ufficio egli notava che ebbe già la filosofia antica, e però aggiunge; « perchè non Tavrà la nuova filosofia cristiana, la quale è somma, e vera filosofia? ».  Ep. fam. I, 2.  Non parlo di alcuni miserabili denigratori che giacciono meritamente ignorati. Ma di numerosi critici moderni pur anche autorevolissimi, i quali hanno iniziato un genere di critica che, per questo rispetto, è tutto fondato su la diffldenea delle parole del P., il quale ne' loro libri diviene un monumento di orgoglio, di vanità, di leggerezza, di menzogna, di avarizia, di parassita, di buontempone, di lussurioso, di traditore, e via via. Insomma per farlo uomo^ dacché prima ne avean fatto un dio, lo han fatto un po' birbante, un birbante geniale e burlone a cui molto si può perdonare. Chi ha dato il cattivo esempio, credo che siano stati i tedeschi. Il Voigt, per esempio, nella sua nota. opera, monumentale opera sul Risorgimento, alcune volte mi pare evidente che non abbia compreso Tanima italiana e lo spirito del P.. Kraus arriva a fare del P. un esteta né più né meno, e fuori dell* estetica non vede. in lui nient*altro; e ragiona cosi: P. dice la tale o tal* altra cosa? non credetegli, perchè parla per posa o per fantasia poetica. Insomma facciamo si del P. un uomo, uomo con i suoi difetti: ma non esageriamoli; non separiamo Tuomo dalPartista, il cittadino dal letterato, anche perchè andremmo contro la nostra storia, la quale dimostra che da Dante al Carducci Tonestà della vita ne* maggiori scrittori non si disgiunse mai dalla grandezza artistica. Il Kraus del resto (op. cit. VI) non cita bene quando dice che P. per un*idea estetica preferiva zoppicar d*un piede piuttosto che d'un verso: il P. al contrario (cfr. Ep. fam.) biasima i poeti del tempo ì quali preferivano zoppicare in morale piuttosto che in poesia. Ep. fam,  Ep. fam. I, 8. (IM) Ep. fam. V, 10. Ep. fam. XIII, 5. Cfr. la celebre canzone: Italia mia ecc. (i«) Cfr. De Bem. I, 105.  Cfr. fra altro Varie, 48. Né era solo fuoco di paglia, come suol dirsi: che nel De Bem. (II, 118) pur riprovando il suicidio di Catone, fa l'elogio di Bruto: « patrìae servi tus et tyranni facies potius repellenda quam morte declinanda sunt »; e se Catone si uccise per non vedere il volto del tiranno, ci fu chi lo riguardò: « Brutus aspexit et illius potius morte tollendum, quam sua morte fugiendum censuit: id est enim viri opus, hoc feminae ». Dante nella Divina Commedia approvò Catone, punì Bruto; ma non sì venga ora a dire che nel P. è minore grandezza che in Dante, nel rispetto politico!  De Bém.  Ep, fam. IV, 7 ecc. Ep. fam. XI, 16 e 17. Gfr. un mio articolo sul pensiero politico di Dante, in Giornale Dantesco (diretto da G. L. Passerini) X, 8-9. Del resto il pensiero politico del P. è lo stesso di Gola, Quanto sbaglia il Kraus a giudicar Gola un pazzo! Ma il Gaspary già ha avvertito che per P. Impero e Repubblica sono la stessa cosa (cfr. Storia della lett.: P.).  Ep. fam. XIX, 1. Cfr. Ep. fam. XXIII, 2; XIX, 12 e De Rem. I, 116. ( Vedi Canzone ali* Italia. Quanto al patriottismo del P.: per T emancipazione deiritalia dal giogo straniero (ut corpìM italicum labe barbarica purgatum medullitus agnoscam) cfr. ep. fam. XI, 13 e XVIII, 16; per Tunione di tutti i popoli e principi italiani, ol^re le Bime, cfr. ep. fam. XVII, 6; XIX, 9; per la grandezza d'Italia cfr. poi passim tutte le "opere latine e volgari, ma mi pare che nella celebre canzone alF Italia sìa tutto riassunto mirabilmente il pensiero petrarchesco. (135) Si noti che P. loda Roberto, nel De Ocio (1. II Op. p. 315) per una ragione affatto religiosa: « Siculus rex Robertus sub cuius temporali regimine aeterno regi servientes suaviter quievistis (parla ai monaci di Montrieux) ». Cfr. Dante che chiama similmente, ma con disprezzo, Roberto re da sermone. Cfr. Ep. sen. XIV, 1: come Dio premi l'amor di patria. Op. cit. Ili e seg. (138) Vedi in Fiorentino, loc. cit. Fiorentino: loc. cit. (141) Ep. fam. XX, 6; III, 6. (i«) Secretum, III. (1^) Certo FHumbolt, che nel Gosmos diceva nelle lettere del P., tranne che in quella che descrive Tascensione al Ventoux, non aver trovato il sentimento della natura, non le lesse bene. Ecco per esempio un bellissimo argomento di arte moderna: la festa di san 6. Battista in Colonia: Ep. fam, I, 4: « Era la vigilia del Battista... e il sole si avvicinava al tramonto. Tutta la riva era coperta da immensa e splendida folla di donne. Io ne stupii: Dio buono! che belle figure, che volti, che abbigliamenti. Chiunque avesse avuto libero il cuore da altra passione, avrebbe trovato di che innamorarsi. Io m*era fermato in un punto alquanto piii alto, onde ben si scorgesse quel che accadeva. Incredibile e non punto molesto era il concorso: e le vedeva a mute a mute tutte festose, e parte aventi nel grembo erbe odorose, rimboccate le maniche in su i gomiti, lavar nel fiume le mani e le candide braccia, non so quali dolci parole mormorando fra loro in lingua a me ignota ». E P. si duole di non intendere le loro parole. Per questa parte si veggano specialmente gli articoli dello Zumbini (Il sentimento della natura e Ascesa al Ventoux in Studi Fetrarcheechi), e il Carducci (P. alpinista) e il Pierre de Nolhac, e il Bourckardt (la nota opera sul Risorgimento italiano, II, 74 ecc.). Fra le altre bellissime descrizioni nelle lettere, si notino: ep. fam, XIX, 13: una splendida e nuova pittura delle bellezze della Riviera; VIII, 5: un freschissimo quadro delle bellezze alpine; Senili VII, 1: mirabile descrizione del lago di Garda. Quest'ultima darebbe buon argomento a chi ne volesse fare un confronto con la bella, ma fredda descrizione dantesca (Inferno, XX 70 e seg.), per rilevare roriginalità e l'elemento tutto moderno proprio al sentimento della natura del P..Affatto filosofico è il seguente sonetto: S'amar non è, che dunque è quel chHo sento? Ma, s'egli è Amor, per Dio che cosa e quale? Se bona, ond'è l'effetto aspro mortale? Se ria, ond'è si dolce ogni tormento? S'a mia voglia ardo, ond'è 'l pianto e lamento? S'a mal mio grado, il lamentar che vale? viva morte, o dilettoso male. Come puoi tanto in me, s'io no *l consento? E s*io "l consento, a gran torto mi doglio. Fra sì contrari venti in frale barca Mi trovo in alto mar, senza governo, sì lieve di saver, d'error sì earca, ch'i' medesmo non so quel ch'io mi voglio; e tremo a meeea state, ardendo il verno, (146) L'ultimo lavoro in proposito è quello del Sicardi: Gli amori estravaganti e molteplici di Francesco P. e l'or more unico per M. Laura de Sade (Hoepli 1900); nel quale combatte il Cesareo e altri, e conclude Laura essere stata runico amore del P.. Per i limiti stessi di questo scritto non ho creduto apportuno svolgere maggiormente Pesame del Canzoniere.  Cfr. Bime (ed. del Carducci e Ferrari):. (148) Cfr. ep. fam. VI, 4 e XIII, 7 nelle quali confessa ch'egli scrive per sfogar l'animo, perchè (dice) ha bisogno di scrivere. Firenze, Mounier. Considerato il filosofo precursore dell'umanesimo e uno dei fondamenti della filosofia italiana, soprattutto grazie alla sua opera più celebre, il “Canzoniere”, patrocinato quale modello di eccellenza stilistica da BEMPO. Filosofo moderno, slegato ormai dalla concezione della patria come mater e divenuto cittadino del mondo, P. rilancia, in ambito filosofico, l'agostinismo in contrapposizione alla scolastica e opera una rivalutazione storico-filologica dei classici latini. Fautore dunque di una ripresa degli studia humanitatis in senso antropo-centrico -- e non più in chiave assolutamente teo-centrica – P. -- che ottenne la laurea poetica a Roma – gode la sua vita nella riproposta culturale della poetica e la filosofia antica e patristica attraverso l'imitazione dei classici, offrendo un'immagine di sé quale campione di virtù e della lotta contro i vizi. La storia medesima del Canzoniere, infatti, è più un percorso di riscatto dall'amore travolgente per Laura che una storia d'amore, e in quest’ottica si deve valutare anche l'opera latina del Secretum. Le tematiche e la proposta culturale petrarchesca, oltre ad aver fondato il movimento culturale umanistico, danno avvio al fenomeno del petrarchismo, teso ad imitare stilemi, lessico e generi poetici propri della produzione lirica volgare dell'aretino. Il padre appartene alla fazione dei guelfi bianchi ed è amico d’ALIGHIERI, esiliato da Firenze per l'arrivo di Valois, apparentemente entrato nella città toscana quale paciere di Bonifacio VIII, ma in realtà inviato per sostenere i guelfi neri contro quelli bianchi. La sentenza emanata da Gubbio, podestà di Firenze, esilia tutti i guelfi bianchi, compreso il padre di P. che, oltre all'oltraggio dell'esilio, e condannato al TAGLIO DELLA MANO DESTRA. A causa dell'esilio del padre, P. trascorre l'infanzia in diversi luoghi della Toscana. Prima ad Arezzo, poi Incisa e Pisa, dove il padre è solito spostarsi per ragioni politico-economiche. A Pisa, il padre, che non perde la speranza di rientrare in patria, si riune ai guelfi bianchi e ai ghibellini per accogliere Arrigo VII. Secondo quanto affermato dallo stesso P. nella Familiares, indirizzata a Boccaccio, a Pisa avvenne, probabilmente, il suo unico e fugace incontro con l'amico del padre, ALIGHIERI. La famiglia si trasfere a Carpentras, vicino Avignone, dove il padre ottenne incarichi presso la corte pontificia grazie all'intercessione di Prato. Nel frattempo, P. studia a Carpentras sotto la guida di Prato, amico del padre che è ricordato dal P. con toni d'affetto nella Seniles. A questa scuola, presso la quale studia, conosce uno dei suoi più cari amici, Sette, al quale P. indirizza la Seniles. Anonimo, Laura e il Poeta, Arquà P. (Padova). L'affresco fa parte di un ciclo pittorico realizzato mentre è proprietario Valdezocco. L'idillio di Carpentras dura fino ad allorché lui, il fratello Gherardo e l'amico Sette sono inviati dalle rispettive famiglie a studiare diritto a Montpellier, città della Linguadoca, ricordata anch'essa come luogo pieno di pace e di gioia. Nonostante ciò, oltre al disinteresse e al fastidio provati nei confronti della giurisprudenza, il soggiorno a Montpellier è funestato dal primo dei vari lutti che P. affrontare: la morte della madre. Il figlio, ancora adolescente, compone il Pangerycum defuncte matris -- poi rielaborato nell'epistola metrica -- in cui vengono sottolineate le virtù della madre scomparsa, riassunte nella parola latina electa. Il padre, poco dopo la scomparsa della moglie, decide di cambiare sede per gli studi dei figli inviandoli nella ben più prestigiosa BOLOGNA, anche questa volta accompagnati da Sette e DA UN PRECETTORE che segue la vita quotidiana dei figli. In questi anni P., sempre più insofferente verso gli studi di diritto, si lega ai circoli letterari felsinei, divenendo studente e amico dei latinisti Virgilio e BENINCASA (si veda), coltivando così i studi filosofici e la biblio-filia. Gl’anni bolognesi, al contrario di quelli trascorsi in Provenza, non sono tranquilli. Scoppiarono violenti tumulti in seno allo studio in seguito a LA DECAPITAZIONE DI UN STUDENTE, fatto che spinge P., con il fratello e SETTE a ritornare ad Avignone. I tre ri-entrarono a Bologna per riprendervi gli studi fino all’anno in cui P. ritornò ad Avignone per prendere a prestito una grossa somma di denaro, vale a dire 200 lire bolognesi spese presso Zambeccari. Ser Petracco muore permettendo a P. di LASCIARE FINALMENTE LA FACOLTÀ DI DIRITTO A BOLOGNA e di dedicarsi agli studi filosofici che lo appassionavano. Per dedicarsi a tempo pieno a quest'occupazione dove trovare una fonte di sostentamento che gli permette di ottenere un qualche guadagno remunerativo. Lo trova quale membro del seguito di Colonna. L'essere entrato a far parte della famiglia, tra le più influenti e potenti dell'aristocrazia romana, permise a P. di ottenere non soltanto quella sicurezza di cui ha bisogno per iniziare i studi, ma anche di estendere le sue conoscenze in seno all'élite filosofica romana. Difatti, in veste di rappresentante degl’interessi dei Colonna, P. compì un lungo viaggio nell'Europa del Nord, spinto dall'irrequieto e risorgente desiderio di conoscenza umana e culturale che contrassegna l'intera sua agitata biografia. È a Parigi, Gand, Liegi, Aquisgrana, Colonia, e Lione. Particolarmente importante è allorché, nella città di Lombez, P. conosce Tosetti e Kempen, il Socrate cui vede dedicata la raccolta epistolare delle Familiares. Poco dopo essere entrato a far parte del seguito di Colonna, prende gli ordini sacri, divenendo canonico, col fine di ottenere i benefici connessi all'ente ecclesiastico di cui è investito. Nonostante la sua condizione di religioso -- è attestato che P. è nella condizione di chierico – ha comunque un figlio nato con una donna ignote, figlio tra cui spiccano per importanza, nella successiva vita del poeta. Secondo quanto afferma nel Secretum, P. incontra per la prima volta, nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone, 7, che cadde di lunedì, la donna che è l'amore della sua vita e che è immortalata nel Canzoniere. La figura di Laura suscita, da parte dei critici letterari, le opinioni più diverse. Identificata da alcuni con una Laura de Noves coniugata de Sade -- morta a causa della peste. Altri invece tendono a vedere in tale figura un senhal dietro cui nascondere la figura dell'ALLORO filosofico -- pianta che, per gioco etimologico, si associa al nome femminile -- suprema ambizione del filosofo P.. P. manifesta già durante il soggiorno bolognese una spiccata sensibilità filosofica, professando una grandissima ammirazione per l'antichità romana. Oltre agli incontri con Virgilio e Pistoia, importante per la nascita della sensibilità filosofica di P. è il padre stesso, fervente ammiratore di CICERONE e di tutta la giurisprudenza latina. Difatti ser Petracco, come racconta P. nella Seniles dona al figlio un manoscritto contenente le opere di VIRGILIO e la Rethorica di CICERONE e un codice delle Etymologiae di Isidoro e uno contenente le lettere di s. Paolo. In quello stesso anno, dimostrando la passione sempre crescente per la Patristica, P. compra un codice del De Civitate Dei di Agostino e conosce e comincia a frequentare Sepolcro, professore di teologia alla Sorbona. Il professore regala a P. un codice tascabile delle Confessiones, lettura che aumenta ancor di più la passione del Nostro per la spiritualità patristica agostiniana. Dopo la morte del padre e l'essere entrato a servizio dei Colonna, P. si buttò a capofitto nella ricerca di nuovi classici, cominciando a visionare i codici della biblioteca apostolica -- ove scoprì la Naturalis Historia di PLINIO il Vecchio -- e, nel corso del viaggio nel Nord Europa, P. scopre e ri-copia il codice del Pro Archia poeta di CICERONE e dell'apocrifa “Ad equites romanos”, conservati nella Biblioteca Capitolare di Liegi. Oltre alla dimensione di explorator, comincia a sviluppare le basi per la nascita del metodo filologico moderno, basato sul metodo della collatio, sull'analisi delle varianti e quindi sulla tradizione manoscritta dei classici, depurandoli dagl’errori dei monaci amanuensi con la loro emendatio oppure completando i passi mancanti per congettura. Sulla base di queste premesse metodologiche, lavora alla ricostruzione, da un lato, dell' “Ab Urbe condita” di LIVIO. Dall'altro, della composizione del grande codice contenente le opere di VIRGILIO e che, per la sua attuale locazione, è chiamato Virgilio ambrosiano. Da Roma a Valchiusa: l'Africa e il “De viris illustribus”; Marie Alexandre Valentin Sellier, “La farandola di P.”, olio su tela, Sullo sfondo si può notare il Castello di Noves, nella località di Valchiusa, il luogo ameno in cui trascorse gran parte della sua vita fino all’anno in cui lasciò la Provenza per l'Italia. Mentre porta avanti questi progetti filosofici, P. intrattene con Benedetto XII, un rapporto epistolare -- Epistolae metricae -- con cui esorta il pontefice a ritornare a Roma e continua il suo servizio presso Colonna, su concessione del quale poté intraprendere un viaggio a Roma, dietro richiesta di Colonna che desidera averlo con sé. Giuntovi nella città eterna P. puo toccare con mano i monumenti e le antiche glorie dell'antica capitale dell'impero romano, rimanendone estasiato. Rientrato in Provenza, P. compra una casa a Valchiusa, appartata località sita nella valle della Sorgue nel tentativo di sfuggire all'attività frenetica avignonese, ambiente che lentamente comincia a detestare in quanto simbolo della corruzione morale in cui è caduto il Papato. Valchiusa -- che durante le assenze di P. è affidata al fattore Chermont -- è anche il luogo ove P. puo concentrarsi nella sua attività filosofica e accogliere quel piccolo cenacolo di amici eletti -- a cui si aggiunse il vescovo di Cavaillon, Philippe de Cabassolle -- con cui trascorrere giornate all'insegna del dialogo filosofico colto – “un gruppo di gioco”. Più o meno in quello stesso periodo, illustrando a Colonna la vita condotta a Valchiusa nel primo anno della sua dimora lì, P. delinea uno di quegl’autoritratti manierati che diventeranno un luogo comune della sua corrispondenza: passeggiate campestri, amicizie scelte, letture intense, nessuna ambizione se non quella del quieto vivere. È in questo periodo appartato che, forte della sua esperienza filosofica, incomincia a stendere i due saggi che sarebbero dovute diventare il simbolo della rinascenza classica: l'Africa e il De viris illustribus. Il primo saggio, in versi intesa a ricalcare le orme virgiliane, narra dell'impresa militare romana della seconda guerra punica, incentrata sulle figure di SCIPIONE l'Africano, modello etico insuperabile della virtù civile della repubblica romana. Il secondo saggio e un medaglione di XXXVI vite di uomini illustri improntata sul modello liviano e quello floriano. La scelta di comporre un'opera in versi e un'opera in prosa, ricalcanti i modelli sommi dell'antichità nei due rispettivi generi e intesi a recuperare, oltre alla veste stilistica, anche quella spirituale degl’antichi, diffusero presto il nome di P. al di là dei confini provenzali, giungendo in Italia. L'ALLORO con cui P. è incoronato ri-vitalizza il mito del filosofo laureato, figura che diventerà un'istituzione pubblica in paesi quali il Regno Unito. Il nome di P. quale uomo eccezionalmente colto e grande filosofo è diffuso grazie all'influenza della famiglia Colonna e SEPOLCRO. Se i primi hanno influenza presso gl’ambienti ecclesiastici e gl’enti a essi collegati -- quali le Università europee, tra le quali spiccava la Sorbona -- SEPOLCRO fa conoscere il nome dell'Aretino presso la corte del re di Napoli Roberto d'Angiò, presso il quale è chiamato in virtù della sua erudizione. Approfittando della rete di conoscenze e di protettori di cui disponeva, pensa di ottenere un riconoscimento ufficiale per la sua attività filosofica “innovatrice” a favore dell'antichità, patrocinando così la sua incoronazione filosofica. Difatti, nella Familiares, confide a SEPOLCRO la sua speranza di ricevere l'aiuto del sovrano angioino per realizzare questo suo sogno, intessendone le lodi. La Sorbona fa sapere al Nostro l'offerta di una incoronazione filosofica a Parigi. Proposta che, nel pomeriggio dello stesso giorno, giunge analoga dal senato di Roma. Su consiglio di Colonna, P., che desidera essere incoronato nell'antica capitale dell'impero romano, accetta la seconda offerta, accogliendo poi l'invito di re Roberto di essere esaminato da lui stesso a Napoli prima di arrivare a Roma per ottenere la sospirata incoronazione. Le fasi di preparazione per il fatidico incontro con il sovrano angioino durarono, P., accompagnato dal signore di Parma Azzo da Correggio, si mise in viaggio per Napoli col fine di ottenere l'approvazione del colto sovrano angioino. Giunto nella città partenopea è esaminato per III giorni da re Roberto che, dopo averne constatato la cultura e la preparazione filosofica, acconsentì all'incoronazione a filosofo in Campidoglio per mano del senatore Anguillara. Se conosciamo da un lato sia il contenuto del discorso di P. – la collatio laureationis --sia la certificazione dell'attestato di LAUREA da parte del senato romano – il privilegium lauree domini Francisci Petrarche, che gli conferiva anche l'autorità per insegnare filosofia e la cittadinanza romana -- la data dell'incoronazione è incerta. Tra quanto affermato da P. e quanto poi testimoniato da BOCCACCIO (si veda), la cerimonia d'incoronazione avvenne in un arco temporale. In seguito all'incoronazione incomincia a comporre l'Africa e il De viris illustribus. Gli anni successivi all'incoronazione filosofica sono contrassegnati da un perenne stato d'inquietudine morale, dovuta sia a eventi traumatici della vita privata, sia all'inesorabile disgusto verso la corruzione Avignonese. Subito dopo l'incoronazione filosofica, mentre P. sosta a Parma, sa della scomparsa dell'amico Colonna, notizia che lo turba profondamente. Gl’anni successivi non recarono conforto al filosofo laureato. Da un lato le morti prima di SEPOLCRO e, poi, di re Roberto ne accentuarono lo stato di sconforto. Dall'altro, la scelta da parte del fratello di abbandonare la vita mondana per diventare monaco nella Certosa di Montreaux, spinsero P. a riflettere sulla caducità del mondo. Mentre soggiorna ad Avignone, conosce Cola di Rienzo -- giunto in Provenza quale ambasciatore del regime repubblicano instauratosi a Roma -- col quale condivide la necessità di ridare a Roma l'antico status di grandezza politica che, come capitale dell'antica Roma le spetta di diritto. È nominato canonico del Capitolo della cattedrale di Parma, mentre è nominato arcidiacono. La caduta politica di RIENZO, favorita specialmente dalla famiglia Colonna, è la spinta decisiva da parte di P. per abbandonare i suoi protettori. Lascia ufficialmente, l'entourage di Colonna. A fianco di queste esperienze private, il cammino del filosofo P. è invece caratterizzato da una scoperta importantissima. Dopo essersi rifugiato a Verona in seguito all'assedio di Parma e la caduta in disgrazia dell'amico Correggio, P. scopre nella biblioteca capitolare le epistole ciceroniane “ad Brutum”, “ad Atticum” e “ad Quintum fratrem.” L'importanza della scoperta consistette nel modello epistolografico che esse trasmettevano: i colloquia a distanza con gl’amici, l'uso del tu al posto del voi proprio dell'epistolografia medievale ed, infine, lo stile fluido e ipotattico indussero l'aretino a comporre anch'egli delle raccolte di lettere sul modello ciceroniano e senecano, determinando la nascita delle Familiares prima, e delle Seniles poi. A questo periodo di tempo risalgono anche i Rerum memorandarum libri, l'avvio del De otio religioso e del De vita solitaria. Sempre a Verona, P. ha modo di conoscere Alighieri, figlio d’ALIGHIERI, con cui intrattenne rapporti cordiali. La vita, come suol dirsi, ci sfugge dalle mani. Le nostre speranze furon sepolte cogli amici nostri. Ci rese miseri e soli. Delle cose familiari, prefazione, A Socrate. Dopo essersi slegato dai Colonna, P. comincia a cercare altro patrone presso cui ottenere protezione. Pertanto, lascia Avignone, col figlio, giunge a Verona, località dove si è rifugiato l'amico Correggio dopo essere stato scacciato dai suoi domini, per poi giungere a Parma, dove stringe legami con il signore della città, Luchino Visconti (si veda: “Morte a Venezia”). È, però, in questo periodo che inizia a diffondersi per l'Europa la terribile peste nera, morbo che causa la morte di molti amici del P.: i fiorentini BENE (si veda), Casini, e Albizzi; Colonna e il padre, anche Colonna; e quella dell'amato ALLORO, di cui ha la notizia. Nonostante il dilagare del contagio e la prostrazione psicologica in cui cadde a causa della morte di molti suoi amici, P. continua le sue peregrinazioni, alla ricerca di un protettore. Lo trova in Carrara, suo estimatore che lo nomina canonico del duomo di Padova. Il signore di Padova intese in tal modo trattenere in città il filosofo il quale, oltre alla confortevole casa, in virtù del canonicato ottenne una rendita annua di 200 ducati d'oro, ma P. utilizza questa abitazione solo occasionalmente. Difatti, costantemente in preda al desiderio di viaggiare, è a Mantova, a Ferrara e a Venezia, dove conosce Dandolo. Prende la decisione di recarsi a Roma per lucrare l'indulgenza dell'Anno giubilare. Durante il viaggio accondiscese alle richieste dei suoi ammiratori fiorentini e decide di incontrarsi con loro. L’occasione è di fondamentale importanza non tanto per P., quanto per colui che diventerà il suo interlocutoreL Boccaccio. Il filosofo e novelliere, sotto la sua guida, incomincia una lenta e progressiva conversione verso una mentalità ed un approccio più umanistico alla filosofia, collaborando spesso con il suo venerato praeceptor in progetti culturali di ampio respiro. Tra questi ricordiamo la la scoperta di antichi codici classici romani. P. risiedette prevalentemente a Padova, presso Carrara. Qui, oltre a portare avanti i progetti letterari delle Familiares e le opere spirituali riceve anche la visita di BOCCACCIO in veste di ambasciatore del comune fiorentino perché accetta un posto di docente presso il nuovo studio fiorentino – meno prestigioso dall’antichissimo di Bologna -- Poco dopo, e spinto a rientrare ad Avignone in seguito all'incontro con Talleyrand e Boulogne, latori della volontà di papa Clemente VI che intende affidargli l'incarico di segretario apostolico. Nonostante l'allettante offerta del pontefice, l'antico disprezzo verso Avignone e gli scontri con gli ambienti della corte pontificia -- i medici del pontefice e, dopo la morte di Clemente, l'antipatia d’Innocenzo VI -- gl’indussero a lasciare Avignone per Valchiusa, dove prende la decisione definitiva di stabilirsi IN ITALIA. Targa commemorativa del soggiorno meneghino di P. situata agli inizi di Via Lanzone a Milano, davanti alla basilica di S. Ambrogio. P. inizia il viaggio verso la patria, accogliendo l'ospitale offerta di Visconti, arcivescovo e signore della città, di risiedere a Milano. Malgrado le critiche degl’amici fiorentini -- tra le quali si ricorda quella risentita del Boccaccio -- che gli rimproveravano la scelta di essersi messo al servizio dell'ACERRIMO NEMICO DI FIRENZE. P. collabora con missioni e ambascerie -- a Parigi e a Venezia; l'incontro con l'imperatore Carlo IV a Mantova e a Praga -- all'intraprendente politica viscontea. Sulla scelta di risiedere a Milano piuttosto che nella natia Firenze, bisogna ricordare l'animo cosmopolita proprio di P.. Cresciuto ramingo e lontano dalla sua patria, P. non risente più dell'attaccamento medievale verso la propria patria d'origine, ma valuta gl’inviti fattigli in base alle convenienze economiche e politiche. Meglio, infatti, avere la protezione un signore potente e ricco come Visconti e Galeazzo II, che si rallegrerebbero di avere a corte un filosofo celebre come P.. Nonostante tale scelta discutibile agl’occhi degl’amici fiorentini, i rapporti tra il praeceptor e i suoi discipuli si ricucino. A ripresa del rapporto epistolare tra P. e Boccaccio prima, e la visita di quest'ultimo a Milano nella casa di P. situata nei pressi di S. Ambrogio sono le prove della concordia ristabilita. Nonostante le incombenze diplomatiche, nel capoluogo lombardo elabora la sua filosofia, dalla ricerca erudita e filologica alla produzione di una filosofia fondata da un lato sull'insoddisfazione per la cultura contemporanea, dall'altra sulla necessità di una produzione che puo guidare l'umanità verso i principi etico-morali filtrati attraverso l’accademia e il portico. Con questa convinzione, P. porta avanti gli scritti iniziati nel periodo della peste: il Secretum e il De otio religioso; la composizione di opere volte a fissare presso i posteri l'immagine di un uomo virtuoso i cui principi sono praticati anche nella vita quotidiana -- le raccolte delle Familiares e, l'avviamento delle Seniles -- le raccolte poetiche latine -- Epistolae Metricae -- e quelle volgari -- i Triumphi e i Rerum Vulgarium Fragmenta, alias il Canzoniere. Durante il soggiorno meneghino P. inizia soltanto il dialogo “De remediis utriusque fortune” in cui si affrontano problematiche morali concernenti il denaro, la politica, le relazioni sociali e tutto ciò che è legato al quotidiano. Per sfuggire alla peste, P. abbandona Milano per Padova, città da cui fugge per lo stesso motivo. Nonostante la fuga da Milano, i rapporti con Visconti rimanono sempre molto buoni, tanto che trascorse tempo nel castello visconteo di Pavia in occasione di trattative diplomatiche. A Pavia seppelle il piccolo nipote di due anni, figlio della figlia, nella chiesa di S. Zeno e per lui compose un'epigrafe ancor oggi conservata nei Musei Civici. Si reca a Venezia, città dove si trovava il caro amico Albanzani e dove la Repubblica gli concesse in uso Palazzo Molin delle due Torri sulla Riva degli Schiavoni in cambio della promessa di donazione della sua biblioteca, che era allora certamente la più grande biblioteca privata d'Italia. Si tratta della prima testimonianza di un progetto di bibliotheca publica. La casa veneziana è molto amata da P., che ne parla indirettamente nella Seniles, quando descrive, al destinatario Bologna, le sue abitudini quotidiane. Vi risiede stabilmente -- tranne alcuni periodi a Pavia e Padova -- e vi ospita Boccaccio e Pilato. Durante il soggiorno veneziano, trascorso in compagnia degli amici più intimi, della figlia sposatasi con Brossano, decide di affidare a Malpaghini la trascrizione in bella copia delle Familiares e del Canzoniere. La tranquillità di quegli anni è turbata dall'attacco maldestro e violento mosso alla cultura, all'opera e alla figura sua da IV filosofi averroisti che lo accusarono di ignoranza. L'episodio è l'occasione per la stesura del saggio “De sui ipsius et multorum ignorantia”, in cui P. difende la propria "ignoranza" in campo del LIZIO a favore della filosofia dell’ACCADEMIA, più incentrata sui problemi della natura umana rispetto alla prima, intesa a indagare la natura sulla base dei dogmi del filosofo di Stagira. Amareggiato per l'indifferenza dei veneziani davanti all’accuse rivoltegli, P. decide di abbandonare la città lagunare e annullare così la donazione della sua biblioteca alla Serenissima. La casa di P. ad Arquà P., località sita sui colli Euganei nei pressi di Padova, dove vive il filosofo. Della dimora P. parla nella Seniles. Dopo alcuni brevi viaggi, accolge l'invito dell'amico ed estimatore Carrara di stabilirsi a Padova, in Via Dietro Duomo a Padova, la casa canonicale di P., assegnata a lui in seguito al conferimento del canonicato. Il signore di Padova dona poi una casa situata nella località di Arquà, un tranquillo paese sui colli Euganei, dove poter vivere. Lo stato della casa, però, a abbastanza dissestato e ci vollero alcuni mesi prima che potesse avvenire il definitivo trasferimento nella nuova dimora. La vita di P., che è raggiunto dalla famiglia della figlia, si alterna prevalentemente tra il soggiorno nella sua amata casa di Arquà e quella vicina al duomo di Padova, allietato spesso dalle visite dei suoi amici ed estimatori, oltre a quelli conosciuti nella città veneta, tra cui si ricorda Seta, che daveva sostituito Malpaghini quale copista e segretario del filosofo laureato. Si mosse dal padovano soltanto una volta quando e a Venezia quale paciere per il trattato di pace tra i veneziani e Carrara. Per il resto del tempo si dedica alla revisione delle sue opere e, in special modo, del Canzoniere. Colpito da una sincope, muore ad Arquà mentre esaminava un testo di VIRGILIO (o CICERONE), come auspicato in una lettera al Boccaccio. Peraga è scelto per tenere l'orazione nel funerale, che si svolge nella chiesa di S. Maria Assunta alla presenza di Carrara e di molte altre personalità laiche ed ecclesiastiche. Per volontà testamentaria le spoglie di P. sono sepolte nella chiesa parrocchiale del paese, per poi essere collocate dal genero in un'arca marmorea accanto alla chiesa. Le vicende dei resti del P., come quelli di ALIGHIERI, non sono tranquille. La sua tomba espezzata all'angolo di mezzodì e vennero rapite alcune OSSA DEL BRACCIO DESTRO. Autore del furto e Martinelli, un frate da Portogruaro, il quale, a quanto dice una pergamena dell'archivio comunale di Arquà, venne spedito in quel luogo dai fiorentini, con ordine di riportare seco qualche parte del suo scheletro. La veneta repubblica fa riattare l'urna, suggellando con arpioni le fenditure del marmo, e ponendovi lo stemma di Padova e l'epoca del misfatto. I resti trafugati NON SONO MAI RECUPERATI. La tomba, che versa in stato pessimo, venne sottoposta a restauro dato lo stato pessimo in cui il sepolcro versa. Il restauro però, a seguito di complicazioni burocratiche e di conflitti di competenza e questioni anche politiche, e addirittura processato con l'accusa di violata sepoltura. Avennero resi noti i risultati dell'analisi dei resti conservati nella sua tomba ad Arquà P.. Il TESCHIO, peraltro ridotto in frammenti, una volta ricostruito, è riconosciuto come femminile e quindi non pertinente a P.. Un frammento di pochi grammi del cranio esaminato con il metodo del radiocarbonio, consente di accertare che il cranio ritrovato nel sepolcro è femminile. A chi sia appartenuto e perché si trovasse nella sua tomba è ancora un mistero, come un mistero è dove sia finito il suo proprio cranio. Il resto dello scheletro è invece riconosciuto come autentico. Riporta alcune costole fratturate. Ferito da una cavalla con un calcio al costato. Nello studio, affresco murale, Reggia Carrarese, Sala dei Giganti, Padova. P. manifesta sempre un'insofferenza innata nei confronti della cultura a lui coeva. La sua passione per i classici latini liberate dalle interpretazioni allegoriche lo pone pongono come l'iniziatore dell'umanesimo italiano. In “De remediis utriusque fortune”, ciò che interessa maggiormente a P. è l'”humanitas”, cioè l'insieme delle qualità che danno fondamento ai valori più umani della vita, con un'ansia di meditazione e di ricerca tra erudita ed esistenziale intesa ad indagare l'anima in tutte le sue sfaccettature. Di conseguenza, pone al centro della sua riflessione filosofica l'essere umano, spostando l'attenzione dall'assoluto teo-centrismo all'antropo-centrismo moderno. Fondamentale nella sua filosofia è la riscoperta dei classici, sopra totto di CICERONE – E LIVIO (“Ab urbe condita”) e PLINIO (“Historia naturalis”). Già conosciuti, sono ati oggetto però di una rivisitazione che non tene quindi conto del contesto storico-culturale in cui le opere erano state scritte. Per esempio, la figura di VIRGILIO è vista come quella di un mago/profeta, capace di adombrare, nell'Ecloga IV delle Bucoliche, la nascita di Cristo, anziché quella d’Asinio Gallo, figlio del politico romano Asinio Pollione: un'ottica che ALIGHIERI accolse pienamente nel Virgilio della Commedia. P., rispetto ai suoi contemporanei, rifiuta il travisamento dei classici operato fino a quel momento, ridando loro quella patina di storicità e di inquadramento culturale necessaria per stabilire con essi un colloquio costante, come fa nel libro delle Familiares. Scrivere a CICERONE o a Seneca, celebrandone l'opera o magari deplorandone con benevolenza mancanze e contraddizioni, è per lui un modo filosoficamente tangibile -- e per noi assai significativo simbolicamente -- di mostrare quanto a loro dovesse, quanto li sentisse, appunto, idealmente suoi contemporanei. Oltre alle epistole, all'Africa e al De viris illustribus, opera tale riscoperta attraverso il metodo filologico da lui ideato e la ricostruzione dell'opera liviana – LIVIO (si veda) -- e la composizione del Virgilio ambrosiano. Altro aspetto da cui traspare questo innovativo approccio alle fonti e alle testimonianze storico-letterarie si avverte, anche, nell'ambito della numismatica, della quale P. è ritenuto il precursore. Per quanto riguarda la prima opera, P. decise di riunire le varie decadi (cioè i libri di cui l'opera è composta) allora conosciute in un unico codice, l'attuale codice oggi detto l’Harleiano. P. si dedica a quest'opera di collazione, grazie ad un lavoro di ricerca e di enorme pazienza. Prende la III decade, correggendola e integrandola ora con un manoscritto veronese vergato da Raterio, ora con una lezione conservata nella Biblioteca Capitolare della Cattedrale di Chartres, il Parigino Latino acquistato da Colonna, contenente anche la IV decade. Quest'ultima è poi corretta su di un codice appartenuto al preumanista padovano Lovati. Infine, dopo aver raccolto anche la I decade, P. puo procedere a riunire gli sparsi lavori di recupero. L'impresa riguardante la costruzione del Virgilio ambrosiano è invece molto più complessa. Iniziato già quand'era in vita il padre, il lavoro di collazione porta alla nascita di un codice composto di fogli manoscritti che contene l'omnia virgiliana (Bucoliche, Georgiche ed Eneide commentati dal grammatico Servio), al quale sono aggiunte quattro Odi di Orazio e l'Achilleide di Stazio. Le vicende di tale manoscritto sono assai travagliate. Sottrattogli dagli esecutori testamentari del padre, il Virgilio ambrosiano si recupera solo quando P. commissiona a Martini una serie di miniature che lo abbellirono esteticamente. Il manoscritto finisce nella biblioteca dei Carraresi a Padova, tuttavia, Visconti conquista Padova ed il codice è inviato, insieme ad altri manoscritti di P., a Pavia, nella Biblioteca Visconteo-Sforzesca situata nel castello di Pavia. Sforza ordina al castellano di Pavia di prestare il manoscritto allo zio Alessandro signore di Pesaro, poi il Virgilio Ambrosiano torna a Pavia. Luigi XII conquista il Ducato di Milano e la biblioteca Visconteo-Sforzesca si trasfere in Francia, dove si conserva nella Bibliothèque nationale de France, circa CCCC manoscritti provenienti da Pavia. Tuttavia il Virgilio Ambrosiano è sottratto al SACCHEGGIO FRANCESE da Pirro. Sappiamo che si trova a Roma, di proprietà di Cusani, poi acquistato da Borromeo per l'Ambrosiana. Il messaggio petrarchesco, nonostante la sua presa di posizione a favore della natura umana, non si dislega dalla dimensione religiosa. Difatti, il legame con l'agostinismo e la tensione verso una sempre più ricercata perfezione morale sono chiavi costanti all'interno della sua produzione letteraria e filosofica. Rispetto, però, alla tradizione medievale, la religiosità petrarchesca è caratterizzata da tre nuove accezioni prima mai manifestate: la prima, il rapporto intimo tra l'anima e Dio, un rapporto basato sull'autocoscienza personale alla luce della verità divina. La seconda, la rivalutazione della tradizione morale e filosofica classica, vista in un rapporto di continuità con il cristianesimo e non più in chiave di contrasto o di mera subordinazione; infine, il rapporto "esclusivo" tra P. e il divino, che rifiuta la concezione collettiva propria della Commedia dantesca. Comunanza tra valori classici e cristiani La lezione morale degli antichi è universale e valida per ogni epoca. L’umanita di CICERONE non è diversa da quella di Agostino, in quanto esprimono gli stessi valori, quali l'onestà, il rispetto, la fedeltà nell'amicizia e il culto della conoscenza. Sul legame degl’antichi è significativo il celebre passo della morte di Magone, fratello di Annibale che, nell'Africa ormai morente, pronuncia un discorso sulla vanità delle cose umane e sul valore liberatorio della morte dalle fatiche terrene che in nessun modo si discosta dal pensiero cristiano, anche se tale discorso fu criticato da molti ambienti che ritenevano una scelta infelice porre in bocca ad un pagano un pensiero così Cristiano. Ecco un passo del lamento di Magone: Edizione dell'Africa stampata a Venezia, nella stamperia di Manuzio. Nel particolare, l'Incipit del poema. Heu qualis fortunae terminus alte est! Quam laetis mens caeca bonis! furor ecce potentum praecipiti gaudere loco; status iste procellis subjacet innumeris, et finis ad alta levatis est ruere. Heu tremulum magnorum culmen honorum, Spesque hominum fallax, et inanis gloria fictis illita blanditiis! Heu vita incerta labori dedita perpetuo, semperque heu certa, nec unquam Stat morti praevisa dies! Heu sortis iniquae natus homo in terris! Vista del Mont Ventoux dalla località di Mirabel-aux-Baronnies. Infine, per il suo carattere fortemente personale, l'umanesimo cristiano petrarchesco trova nel pensiero di sant'Agostino il proprio modello etico-spirituale, contrario al sistema filosofico tolemaico-aristotelico allora imperante nella cultura teologica, visto come alieno dalla cura dell'anima umana. A tal proposito, REALE (si veda) delinea lucidamente la posizione di P. verso la cultura contemporanea. La diffusione dell'averroismo, col crescente interesse che suscitava per l'indagine naturalistica, sembra a P. che distragga pericolosamente da quelle arti liberali, che sole possono dare la sapienza necessaria per conseguire la pace spirituale in questa vita e la beatitudine eterna nell'altra. La sapienza classica e cristiana, che P. contrappone alla scienza averroistica, è quella fondata sulla meditazione interiore attraverso alla quale si chiarisce a sé stessa e si forma la personalità del singolo uomo. L'importanza che Agostino ebbe per l'uomo P. è evidente in due celebri testi letterari del Nostro: il Secretum da un lato, in cui il vescovo d'Ippona interloquisce con lui spingendolo ad un'acuta quanto forte analisi interiore dei propri peccati; dall'altro, il celebre episodio dell'ascesa al Monte Ventoso, narrato nella Familiares, IV, 1, inviata seppur in modo fittizio a DSepolcro. La forte vena morale che percorre tutte le opere petrarchesche volgare tende a trasmettere un messaggio di perfezione morale: il Secretum, il De remediis, le raccolte epistolari e lo stesso Canzoniere sono impregnati di questa tensione etica volta a risanare le deviazioni dell'anima attraverso la via della virtù. Tale applicazione etica negli scritti (l'oratio), però, deve corrispondere alla vita quotidiana se l'umanista vuole trasmettere un'etica credibile ai destinatari. Prova di questo binomio essenziale è, per esempio, “Delle cosa familiar”, indirizzata a CICERONE. Esprime, in un tono di amarezza e di rabbia al contempo, la sua scelta di essersi allontanato dall'otium letterario di TUSCOLO per addentrarsi nuovamente nell'agone politico dopo la morte di GIULIO CESARE e schierarsi a fianco d’OTTAVIANO contro MARC’ANTONIO, tradendo così i principi etici esposti nei suoi trattati filosofici. Ma qual furore a danno di MARC’ANTONIO ti mosse? Risponderai per avventura l'amore alla repubblica, che dicevi caduta in fondo. Ma se codesta fede, se amore di libertà ti sprone come di sì grand'uomo stimare si converrebbe, ond'è che tanto fosti amico di OTTAVIANO? Io ti compiango, amico, e di sì grandi tuoi falli sento vergogna. Oh, quanto era meglio ad un filosofo tuo pari nel silenzio dei campi, pensoso, come tu dici, non della breve e caduca presente vita, ma della eterna, passar tranquilla vecchiezza. La declinazione dell'impegno morale nella vita attiva delinea la sua vocazione civile. Tale attributo, prima ancora di intendersi come impegno nella vita politica del tempo, dev'essere compreso nella sua declinazione prettamente sociale, quale suo impegno nell'aiutare gl'uomini contemporanei a migliorarsi costantemente attraverso il dialogo e il senso di carità nei confronti del prossimo. Oltre ai trattati morali si deve però anche registrare che cosa significa per lui nella sua stessa vita, l'impegno civile. Il servizio presso i potenti di turno – Colonna, Correggio, Visconti, e Carrara -- spinse i suoi amici ad avvertirlo della minaccia che tali regnanti avrebbero potuto costituire per la sua indipendenza intellettuale. Però, nella “Epistola ai posteri” ribadì la sua proclamata indipendenza dagli intrighi di corte. I più grandi monarchi dell'età mia m'ebbero in grazia, e fecero a gara per trarmi a loro, né so perché. Questo so che alcuni di loro parevan piuttosto essere favoriti della mia, che non favorirmi della loro dimestichezza: sì che dall'alto loro grado io molti vantaggi, ma nessun fastidio giammai ebbi ritratto. Tanto peraltro in me fu forte l'amore della mia libertà, che da chiunque di loro avesse nome di avversarla mi tenni studiosamente lontano. Nonostante l'intento autocelebrativo proprio dell'epistola, P. rimarca il fatto che i potenti vollero averlo di fianco a sé per questioni di prestigio, facendo sì che il poeta finisse «per non identificarsi mai fino in fondo con le loro prese di posizioni». Il legame con le corti signorili, scelte per motivazioni economiche e di protezione, getta pertanto le basi per la figura del cortigiano. Se ALIGHIERI, costretto a vagare per le corti dell'Italia soffre sempre per la lontananza da Firenze, fonda, con la sua scelta di vita, il modello del cosmopolita, segnando così il tramonto dell'ideologia comunale fondamento della sensibilità d’Alighieri prima, e che in parte è propria di BOCCACCIO. La sua caratteristica è l'otium, vale a dire il riposo. Parola latina indicante, in generale, il riposo dei patrizi romani dalle attività proprie del negotium, la riprende rivestendola però di un significato diverso: non più riposo assoluto, ma attività intellettuale nella tranquillità di un rifugio appartato, solitario ove potersi concentrare e portare, poi, agli uomini il messaggio morale nato da questo ritiro. Questo ritiro, come è esposto nei trattati ascetici del De vita solitaria e del De otio religioso, è vicino, per sensibilità del P., ai ritiri ascetico-spirituali dei Padri della Chiesa, dimostrando quindi come l'attività letteraria sia, nel contempo, fortemente intrisa di carica religiosa. P., con l'eccezione di due sole opere poetiche, i Triumphi e il Canzoniere, scrisse esclusivamente in latino, la lingua di quegli antichi romani di cui voleva riproporre la virtus nel mondo a lui contemporaneo. Egli credeva di raggiungere il successo con le opere in latino, ma di fatto la sua fama è legata alle opere in volgare. Al contrario d’ALIGHIERI, che aveva voluto affidare la sua memoria ai posteri con la Commedia, P. decise di eternare il suo nome riallacciandosi ai grandi dell'antichità. P. -- a parte una letterina in volgare -- scrive sempre in latino quando deve comunicare, anche privatamente, anche per le annotazioni AI MARGINI dei libri. Questa scelta del latino come lingua esclusiva della prosa e della normale comunicazione scritta, inserendosi nel più ampio progetto culturale che ispira P., si carica di valori ideali (Guglielmino-Grosser). P. preferì usare il volgare nei momenti di pausa dall'elaborazione delle grandi opere latine. Difatti, come più volte definì le liriche che confluiranno nel Canzoniere, esse valgono quali nugae, cioè quale elegante divertimento dello scrittore, a cui dedicò senza dubbio molte cure, ma a cui non avrebbe mai pensato di affidare quasi per intero la propria immortalità letteraria. Il suo volgare, al contrario di quello d’Aligheri, è caratterizzato però da un'accurata selezione di termini, cui il poeta continuò a lavorare, limando le sue poesie -- da qui la limatio petrarchesca -- per la definizione di una poesia aristocratica, lemento che spingerà il critico Contini a parlare di monolinguismo petrarchesco, in contrapposizione al pluristilismo dantesco. ALIGHIERI e P.. Dalle considerazioni fatte, emerge chiaramente la profonda differenza esistente tra P. ed ALIGHIERI: se il primo è un uomo che supera il teocentrismo medievale incentrato sulla Scolastica in nome del recupero agostiniano e dei classici depurati dall'interpretazione allegorica cristiana indebitamente appostavi dai commentatori medievali, ALIGHIERI mostra invece di essere un uomo totalmente medievale. Oltre alle considerazioni filosofiche, i due uomini sono antitetici anche per la scelta linguistica cui legare la propria fama, per la concezione dell'amore, per l'attaccamento alla patria. Illuminante sul sentimento che P. nutrì per l'Alighieri è la Familiares, scritta in risposta all'amico Boccaccio, incredulo delle dicerie secondo cui lui odia Alighieri. Afferma che non può odiare qualcuno che conosce appena e che affronta con onore e sopportazione l'esilio. Prende le distanze dall'ideologia, esprimendo il timore di essere influenzato da un così grande esempio se avesse deciso di scrivere liriche in volgare, liriche che sono facilmente sottoposte allo storpiamento da parte del volgo. L“Africa” è un poema epico che tratta della seconda guerra punica e in particolare delle gesta di SCIPIONE. Costituito da dodici egloghe, gli argomenti del “Bucolicum carmen” spaziano fra amore, politica e morale. Anche in questo caso, l'ascendenza virgiliana è evidente dal titolo, che richiama fortemente lo stile e gli argomenti delle Bucoliche. Attualmente, la lezione del Bucolicum petrarchesco è riportata dal codice Vaticano lat. Dedicate all'amico Sulmona, le Epistolae metricae sono lettere in esametri, di cui alcune trattano d'amore, mentre per la maggior parte si occupano di politica, morale o di materie letterarie. I Psalmi penitentiales ne accenna nella Seniles, a Sagremor de Pommiers. Sono una raccolta di sette preghiere basate sul modello stilistico-linguistico dei salmi davidici della Bibbia, in cui chiede perdono per i suoi peccati e aspira al perdono della Misericordia divina. Il “De viris illustribus” è una raccolta di biografie di uomini illustri dedicata a Carrara signore di Padova. Nell'intenzione originale dell'autore l'opera doveva trattare la vita di personaggi della storia di Roma da ROMOLO a Tito, ma arriva solo fino a Nerone. In seguito P. aggiunse personaggi di tutti i tempi, cominciando da Adamo e arrivando a Ercole. L'opera rimase incompiuta ed è continuata dall'amico e discepolo padovano di P., Seta, fino a Traiano. I Rerum memorandarum libri sono una raccolta di esempi storici e aneddoti a scopo d'educazione morale in prosa latina, basati sui Factorum et dictorum memorabilium libri del filosofo latino VALERIO MASSIMO (si veda). Iniziati in Provenza, furono continuati allorché P. scoprì le orazioni ciceroniane a Verona, e ne fu indotto al progetto delle Familiares. Difatti, furono lasciati incompiuti dall'autore, che ne scrisse soltanto i primi 4 libri e alcuni frammenti del quinto libro. Il “De secreto conflictu curarum mearum” è una delle sue opere più celebri e fu composta, anche se in seguito fu riveduta. Articolato come un dialogo tra lui stesso e un santo alla presenza di una donna muta che simboleggia la Verità, consiste in una sorta di esame di coscienza personale nel quale si affrontano temi intimi del poeta, da cui il titolo dell'opera. Come emerge però nel corso della trattazione, Francesco non si mostra mai del tutto contrito dei suoi peccati (l'accidia e l'amore carnale per Laura): al termine dell'esame egli non risulterà guarito o pentito, dando così forma a quell'irrequietezza d'animo che contraddistinse la sua vita. "La vita solitaria” è un trattato di carattere religioso e morale. L'autore vi esalta la solitudine, tema caro anche all'ascetismo medioevale, ma il punto di vista con cui la osserva non è strettamente religioso: al rigore della vita monastica P. contrappone l'isolamento operoso dell'intellettuale, dedito alle letture e alla scrittura in luoghi appartati e sereni, in compagnia di amici e di altri intellettuali. L'isolamento dello studioso in una cornice naturale che favorisce la concentrazione è l'unica forma di solitudine e di distacco dal mondo che P. riuscì a conseguire, non considerandola in contrasto con i valori spirituali cristiani, in quanto riteneva che la saggezza contenuta nei libri, soprattutto nei testi classici, fosse in perfetta sintonia con quelli. Da questa sua posizione è derivata l'espressione di "umanesimo cristiano" di P. . Il “De otio religioso” è un'esaltazione della vita monastica, dedicata al fratello Gherardo. Simile al “De vita solitaria”, esalta però soprattutto la solitudine legata alle regole degli ordini religiosi, definita come la migliore condizione di vita possibile. Il “De remediis utriusque fortunae” è una raccolta di brevi dialoghi scritti in prosa latina. Basata sul modello del De remediis fortuitorum, trattato pseudo-senechiano composto nel Medioevo, l'opera è composta da scambi di battute tra entità allegoriche: prima il "Gaudio" e la "Ragione", poi il "Dolore" e la "Ragione". Simile ai precedenti Rerum memorandarum libri, questi dialoghi hanno scopi educativi e moralistici, proponendosi di rafforzare l'individuo contro i colpi della fortuna sia buona che avversa. Il De remediis riporta anche una delle più esplicite condanne della cultura trecentensca da parte di P., vista come sciocca e superflua. Ut ad plenum auctorum constet integritas, quis scriptorum inscitie inertieque medebitur corrumpenti omnia miscentique? Cuius metu multa iam, ut auguror, a magnis operibus clara ingenia refrixerunt meritoque id patitur ignavissima etas hec, culine sollicita, literarum negligens et coquos examinans, non scriptores. Perché persista pienamente l'integrità degli scrittori antichi, chi tra i copisti guarirà ogni cosa dall'ignoranza, dall'inerzia, dalla rovina e dal caos? Per il timore di ciò si indebolirono, come prevedo, molti celebri ingegni dalle grandi opere, e quest'epoca indolentissima permette ciò, dedita alla culinaria, ignorante delle lettere e che valuta i cuochi, e non i copisti. L’occasione per la sua “Invectivarum contra medicum quendam libri IV,” una serie di accuse nei confronti dei medici e la malattia che colpe Clemente VI. Nella Familiares gli consiglia di non fidarsi dei suoi archiatri, accusati di essere dei ciarlatani dalle idee contrastanti fra di loro. Davanti alle forti rimostranze dei medici pontifici nei confronti di P., questi scrisse quattro libri di accuse, una copia dei quali fu inviata poi al Boccaccio. Il “De sui ipsius et multorum ignorantia” e composta in seguito alle accuse di ignoranza che quattro lizij gli rivolgeno, in quanto alieno dalla terminologia e dalle questioni delle scienze naturali. In quest'apologia dell’umanismo risponde come lui e interessato alle scienze che interessassero il benessere dell'anima umana, e non alle discussioni tecniche e dogmatiche proprie del nominalismo. Invectiva contra cuiusdam anonimi Galli calumnia -- di carattere politico, e una nvettiva rivolta ad Hesdin, sostenitore della necessità che la sede del viscovo di Roma e Avignone. Per tutta risposta sostenne la necessità che il viscovo di Roma appartiene a Roma, sua sede diocesana e simbolo dell'antica gloria romana. Di grande importanza sono le epistole latine in prosa, in quanto contribuiscono a costruire l'immagine autobiografica idealizzata che offre di sé e quindi la sua eternizzazione. Basate sul modello di Cicerone, ricavato dalla scoperta delle “Epistulae ad Atticum” compiuta da lui a Verona, le lettere sono aggruppate in quattro raccolte epistolari: le Familiares (o Familiarum rerum libri o De rebus familiaribus libri), epistole dedicate a Socrate; le Seniles, epistole dedicate a Nelli; le “Sine nominee” -- epistole politiche in un libro; e le epistole “Variae”. È rimasta intenzionalmente esclusa dalle raccolte l'epistola “Ai posteri”. Le lettere spaziano dagli anni bolognesi sino alla fine della sua vita e sono indirizzate a vari personaggi suoi contemporanei, ma, nel caso d’un libro delle Familiares, sono rivolte fittiziamente a personaggi dell'antichità. Sempre delle Familiares è celebre l'epistola incentrata sull'ascesa al Monte Ventoso. Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono / di quei sospiri ond’io nudriva ’l core in sul mio primo giovenile errore quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono. P., Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono, prima quartina della lirica d'apertura del Canzoniere). Il “Canzoniere” è la storia poetica della sua vita interiore vicina, per introspezione e tematiche, al Secretum. La raccolta comprende 366 componimenti (365 più uno introduttivo. Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono: sonetti, canzoni, sestine, ballate e madrigali, divisi tra rime in vita e rime in morte di Laura, celebrata quale donna superiore, senza però raggiungere il livello della donna angelo della Beatrice d’Alighieri. Difatti, Laura invecchia, subisce il corso del tempo, e non è portatrice di alcun attributo divino nel senso teologico stilnovista-dantesco. Anzi, la storia del “Canzoniere,” più che la celebrazione di un amore, è il percorso di una progressiva conversione della sua anima. Si passa, infatti, dal giovanil errore (l'amore terreno) ricordato nel sonetto introduttivo Voi ch'ascoltate in rime sparse, alla canzone Vergine bella, che di sol vestita in cui affida la sua anima alla protezione di dio perché trovi finalmente pietà e riposo. L'opera, che gli richiese anni di continue rivisitazioni stilistiche -- da qui la cosiddetta limatio petrarchesca -- prima di trovare la forma definitiva sube ben varie fasi di redazioni. I "Trionfi" e un poemetto allegorico in volgare toscano, in terzine dantesche, compost a Milano -- è ambientato in una dimensione onirica e irreale (strettissimo, per scelta metrica e tematica, è il legame con la Comedia). Viene visitato d’Amore, che gli mostra tutti gl’uomini che cedeno alle passioni del cuore. Annoverato tra questi ultimi, P. verrà poi liberato da Laura, simboleggiante la Pudicizia (Triumphus Pudicitie), che cadrà poi per mano della Morte (Triumphus Mortis). P. scoprirà dalla stessa Laura, apparsagli in sogno, che ella si trova nella beatitudine celeste, e che egli stesso potrà contemplarla nella gloria divina soltanto dopo che la morte lo avrà liberato dal corpo caduco in cui si ritrova. La Fama poi sconfigge la morte (Triumphus Fame) e celebra il proprio trionfo, accompagnata da Laura e da tutti i più celebri personaggi della storia antica e recente. Il moto rapido del sole suggerisce al poeta alcune riflessioni sulla vanità della fama terrena, cui fa seguito una vera e propria visione, nella quale al poeta appare il Tempo trionfante (Triumphus Temporis). Infine il poeta, sbigottito per la precedente visione, è confortato dal suo stesso cuore, che gli dice di confidare in Dio: gli appare allora l'ultima visione, un «mondo novo, in etate immobile ed eterna, un mondo al di fuori del tempo dove trionferanno i beati e dove un giorno Laura gli riapparirà, questa volta per sempre (Triumphus Eternitatis). Già quand'era in vita fu riconosciuto immediatamente quale maestro e guida per tutti coloro che volevano intraprendere lo studio delle discipline umanistiche. Grazie ai suoi numerosi viaggi in tutta Italia, gettò il seme del suo messaggio presso i principali centri della Penisola, in particolar modo a Firenze. Qui, oltre ad aver conquistato alla causa dell'umanesimo Boccaccio (autore, tra l'altro, di un De vita et moribus domini Francisci Petracchi de Florentia), trasmise la sua passione a C. Salutati, cancelliere della Repubblica di Firenze e vero trait d'union nella generazione petrarchesco-boccacciana. Coluccio, infatti, fu il maestro di due dei principali umanisti: Bracciolini, il più grande scopritore di codici latini del secolo ed esportatore dell'umanesimo a Roma; e Bruni, il più notevole rappresentante dell'umanesimo civile insieme al maestro Salutati. È Bruni a consolidare la fama di P., allorché redasse una Vita di P., seguita da quelle di Villani, Manetti, Sicco Polenton e Vergerio. Oltre a Firenze, i soggiorni del poeta in Lombardia e a Venezia favorirono la nascita di movimenti culturali locali desti declinare i princìpi umanistici a seconda delle esigenze della classe politica locale: a Milano, dove operarono letterati del calibro di Decembrio e Filelfo, nacque un umanesimo cortigiano destinato a diventare il prototipo per tutte le corti principesche italiane; a Venezia si diffuse, invece, un umanesimo educativo destinato a formare la nuova classe dirigente della Serenissima, grazie all'attività di Giustinian, di Barbaro, e di Barbaro. Bembo e il petrarchismo Magnifying glass icon mgx2. svg Pietro Bembo e Petrarchismo. Se P. è visto soprattutto come capostipite della rinascita delle lettere antiche, grazie al letterato e cardinale veneziano Bembo divenne anche il modello del cosiddetto classicismo volgare, definendo una tendenza che si stava progressivamente già delineando nella lirica italiana. Difatti Bembo, nel dialogo Prose della volgar lingua, sostenne la necessità di prendere come modelli stilistici e linguistici P. per la lirica, Boccaccio invece per la prosa, scartando Dante per il suo plurilinguismo che lo rendeva difficilmente accessibile: «Requisito necessario per la nobilitazione del volgare era dunque un totale rifiuto della popolarità. Ecco perché Bembo non accettava integralmente il modello della Commedia di Dante, di cui non apprezzava le discese verso il basso nelle quali noi moderni riconosciamo un accattivante mistilinguismo. Da questo punto di vista, il modello del Canzoniere di P. non presentava difetti, per la sua assoluta selezione linguistico-lessicale.» (Marazzini) Contini, grande estimatore di P. e suo commentatore. La proposta bembiana risultò, nelle diatribe relative alla questione della lingua, quella vincente. Già negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione delle Prose, si diffuse presso i circoli poetici italiani una passione per le tematiche e lo stile della poesia petrarchesca (stimolata anche dal commento al Canzoniere di Vellutello), chiamata poi petrarchismo, favorita anche dalla diffusione dei petrarchini, cioè edizioni tascabili del Canzoniere. A fianco del petrarchismo, però, si sviluppò anche un movimento avverso alla canonizzazione poetica operata dal Bembo: allorché letterati come Berni ed Aretino svilupparono polemicamente il fenomeno dell'antipetrarchismo; poi, nel corso del Seicento, la temperie barocca, ostile all'idea di classicismo in nome della libertà formale, declassò il valore dell'opera petrarchesca. Riabilitato parzialmente da Muratori, P. ritorna pienamente in auge in seno alla temperie romantica, quando Foscolo prima e Sanctis poi, nelle loro lezioni tenute dal primo a Pavia, e dal secondo a Napoli e a Zurigo, furono in grado di operare un'analisi complessiva della produzione petrarchesca e ritrovarne l'originalità. Dopo gli studi compiuti da Carducci e dagli altri membri della Scuola storica, il secolo scorso vide, per l'area italiana, Contini e Billanovich tra i maggiori studiosi del P.. P. e la scienza diplomatica Magnifying glass icon mgx2.svg Diplomatica. Benché la diplomatica, ovvero la scienza che studia i documenti prodotti da una cancelleria o da un notaio e le loro caratteristiche estrinseche ed intrinseche, sia nata consapevolmente con Mabillon, nella storia di tale disciplina sono stati individuati dei precursori che, inconsapevolmente, nella loro attività filologica, hanno analizzato e dichiarato l'autenticità o meno anche di documenti oggetto di studio da parte della diplomatica. Tra questi, infatti, vi furono molti umanisti e anche il loro precursore e fondatore, P. Ifatti, l'imperatore Carlo IV chiese al celebre filologo di analizzare dei documenti imperiali in possesso di suo genero, Rodolfo IV d'Asburgo, che sarebbero stati stilati da Giulio Cesare e da Nerone a favore dell'Austria che dichiaravano tali terre indipendenti dall'Impero. P. rispose con la Seniles in cui, evidenziando lo stile, gli errori storici e geografici e il tono (il tenore) della lettera (tra cui la mancanza della data topica e della data cronologica propria dei diplomi), negò la validità di questo diploma. Onorificenze Laurea poeticanastrino per uniforme ordinario. Laurea poetica — Roma. A P. è intitolato il cratere P. su Mercurio. L'epistola, scritta in risposta a una missiva in cui l'amico Boccaccio gli chiedeva se fosse vera l'invidia che P. nutriva per Dante, contiene l'accenno all'incontro, in età giovanile, con il più maturo poeta: «E primieramente si noti com'io mai non ebbi ragione alcuna d'odiare cotal uomo, che solo una volta negli anni della mia fanciullezza mi venne veduto.» (Delle cose familiari). La critica, se l'incontro sia da attribuirsi a Pisa o ad altre località, è divisa: Ariani e Ferroni, nota 6 propendono per la città toscana, mentre Rico-Marcozzi pensano a un incontro avvenuto a Genova quando la famiglia di ser Petracco si stava dirigendo in Francia. Pacca4 opera un'interpretazione intermedia tra le due città, benché ritenga che sia più probabile Pisa come luogo effettivo dell'incontro. Dello stesso parere, infine, anche Dotti. Si legga il brano dell'epistola, in cui P. ricorda il loro primo incontro e il piacevolissimo periodo trascorso nella località francese: «e noi fanciulli ancora impuberi partimmo in un cogli altri, ma fummo con speciale destinazione per imparare grammatica mandati a scuola a Carpentrasso, piccola città, ma di piccola provincia città capitale. Ricordi tu que' quattro anni? Quanta gioia, quanta sicurezza, qual pace in casa, qual libertà in pubblico, quale quiete, qual silenzio ne' campi! (Lettere Senili). P. mostrò, nei confronti di tale scienza, sempre un'avversione innata, come è esposto nella Familiares, in cui P. scrive a Genovese che a Montpellier prima e a Bologna poi «ben altro in quegli anni fare io poteva o in se stesso più nobile o alla natura mia meglio conveniente: né sempre nella elezione dello stato quello ch'è più splendido, ma quello che a chi lo sceglie è più acconcio preferire si deve.» (Delle cose familiari). Come però ricorda Wilkins, la scelta di P. di entrare a far parte della Chiesa non fu soltanto dettata dalla cinica necessità di ottenere i proventi necessari per vivere. Nonostante non avesse mai avuto la vocazione per la cura delle anime, P. ebbe sempre una profonda fede religiosa. A sviluppare la tesi dell'identificazione di Laura con tale Laura de Sade è la stessa testimonianza di P. nella Familiares, II, 9 a Giacomo Colonna, il quale cominciò a mostrarsi dubbioso sull'esistenza di questa donna (si veda Delle cose familiari, Più precisamente, nella Nota, Fracassetti fa riemergere la vita della presunta amata del P.: «Da Odiberto e da Ermessenda di Noves nobile famiglia di Avignone nacque una fanciulla, cui fu dato il nome di Laura. Fa fatta per man di notaio la scritta nuziale fra Laura ed Ugo De Sade gentiluomo Avignonese. Due anni più tardi nella chiesa di S. Chiara di questa città, a quell'ora del giorno che chiamavano prima, P. allora di poco più che ventidue anni la vide» Si legga l'episodio di come fossero stati dati alle fiamme dei libri di VIRGILIO e CICERONE, cosa che suscita il pianto in P.. Al che il padre, vedendolo così affranto «d'una mano porgendo Virgilio, dall'altra i rettorici di Cicerone: "tieni, sorridendo mi disse, abbiti questo per ricrearti qualche rara volta la mente, e quest'altro a conforto e ad aiuto nello studio delle leggi".» (Lettere Senili Il codice, dopo la morte di P. passa nelle mani di Francesco Novello da Carrara, nuovo signore di Padova. Quando questa città verrà conquistata da Visconti, anche il patrimonio bibliotecario petrarchesco passò nelle mani dei duchi milanesi, che lo conservarono nella loro biblioteca di Pavia. Fu poi sistemato nella Pinacoteca Ambrosiana, grazie all'intervento del suo fondatore, il cardinale Federigo Borromeo arcivescovo di Milano. Si veda: Cappelli. Da questo momento in avanti, P. non esitò a chiamare Avignone la novella Babilonia di apocalittica memoria, come testimoniato dai celebri sonetti avignonesi facenti parte del Canzoniere. Oltre a motivazioni di carattere morale, ci fu anche la profonda delusione che suscitò la decisione di Benedetto XII di non recarsi a prendere possesso ufficialmente della sua sede vescovile e ristabilire così pace in Italia (Ariani). P. scrisse, riguardo alla morte del vecchio amico e protettore, due lettere commoventi: la prima, al fratello di Giacomo, il cardinale Giovanni (Delle cose familiari; la seconda, all'amico Tosetti, soprannominato Lelio (Delle cose familiari, traduzione di Fracassetti). Nella Nota alla prima Fracassetti ricorda come P., nella Familiares, avesse avuto, in sogno, il presagio della morte del Vescovo di Lombez venticinque giorni prima della sua effettiva scomparsa. Cappelli 55. Significativa la ricostruzione storico-letteraria compiuta da Amaturo, ove si rievocano le figure di intellettuali che si legarono alla biblioteca capitolare veronese (Matociis, Dante e Pietro Alighieri, Benzo d'Alessandria, Vincenzo Bellovacense) e le rarità che essa conteneva (codici contenenti le lettere di PLINIO il Giovane; parte dell'Ab Urbe condita liviana che P. utilizzò per la ricostruzione filologica del codice Harleiano; le orazioni ciceroniane citate; il Liber catulliano). Boccaccio esprimerà la sua indignatio nell'Epistola X indirizzata a lui, ove, grazie alla tecnica retorica dello sdoppiamento e a topoi letterari, Boccaccio si lamenta col magister di come Silvano (il nome letterario usato nella cerchia petrarchesca per indicare il poeta laureato) avesse osato recarsi presso il tiranno Visconti (identificato in Egonis):«Audivi, dilecte michi, quod in auribus meis mirabile est, solivagum Silvanum nostrum, transalpino Elicone relicto, Egonis antra subisse, et muneribus sumptis ex pastore castalio ligustinum devenisse subulcum, et secum pariter Danem peneiam et pierias carcerasse sorores». Inoltre, bisogna ricordare che la scelta di risiedere a Milano era anche uno schiaffo alla proposta delle autorità fiorentine di occupare un posto come docente nello Studium, occupazione che gli avrebbe concesso di rientrare in possesso dei beni paterni sequestrati. L'arcivescovo Giovanni II Visconti, difatti, proseguì la politica espansionistica dei suoi predecessori a danno delle altre potenze dell'Italia centro-settentrionale, tra le quali spiccava Firenze. Le ostilità tra Milano e Firenze perdureranno fino a quando salì al potere come duca dello Stato lombardo Francesco Sforza, che intraprese una politica di alleanza con Firenze grazie all'amicizia personale che lo legava a Cosimo de' Medici. Durante l'epidemia di peste milanese, morì il figlio Giovanni (Pacca), nato da una relazione extraconiugale. I rapporti con il figlio, al contrario di quanto avvenne con la secondogenita Francesca, furono assai burrascosi a causa della condotta ribelle di Giovanni (Dotti) accenna all'odio che Giovanni provava verso i libri, «quasi fossero serpenti»). Come ricordato nella Familiares. Si separa dal figlio Giovanni, che tornò ad Avignone in seguito a non precisati dissapori (Familiares); tre anni dopo sarebbe tornato a Milano. (Rico-Marcozzi) Il ravennate Malpaghini fu presentato da Donato degli Albanzani a P. che, rimasto colpito dalle sue qualità letterarie e dalla sua pronta intelligenza, lo prese al suo servizio quale copista. La collaborazione tra i due uomini, durata appunto si interruppe il 21 aprile di quell'anno, quando il Malpaghini decise di lasciare l'incarico presso l'Aretino. Per maggiori informazioni biografiche, si veda la biografia di Signorini. P., nella Seniles informa il fratello Gherardo, tra le altre cose, anche della sua nuova dimora sui colli Euganei, dandone un quadro piacevole e ameno: «E per non dilungarmi di troppo della mia chiesa, qui fra i colli Euganei, non più lontano che dieci miglia da Padova mi fabbricai una piccola ma graziosa casina, cinta da un oliveto e da una vigna che dan quanto basta a una non numerosa e modesta famiglia. E qui, sebbene infermo del corpo, io vivo dell'animo pienamente tranquillo lungi dai tumulti, dai rumori, dalle cure, leggendo sempre e scrivendo. Lettere Senili. La lettera non può essere considerata "reale", ma piuttosto una rielaborazione voluta dal P.. Difatti, a quell'altezza, il giovane P. non era ancora entrato in contatto con il padre agostiniano, e la scelta della data (corrispondente al Venerdì Santo) e del luogo (la salita al monte rievoca l'immagine della Passione di Gesù sul Calvario) rendono ancora più "mitica" l'ambientazione. Si veda, per quanto riguarda la ricostruzione filologica e cronologica dell'epistola, il saggio di Giuseppe Billanovich, P. e il Ventoso, in Italia medioevale e umanistica, Roma, Antenore, Il ventiquattresimo libro delle Familiares è composto da lettere indirizzate a vari personaggi dell'antichità classica. Per P., infatti, gli antichi non sono lontani e irraggiungibili: la costante lettura delle loro opere fa sì che CICERONE, ORAZIO, Seneca, VIRGILIO vivano attraverso queste ultime, rendendo i rapporti tra P. e i suoi ammirati scrittori classici vicini per la comunanza di sentimento. L'Otium degli antichi romani non consisteva unicamente nel riposo dagli impegni quotidiani, indicati sotto il sostantivo di negotium. Per CICERONE, l'otium non era soltanto il riposo dalle attività forensi e politiche, ma soprattutto il ritiro nella propria intimità domestica col fine di dedicarsi alla letteratura (De officiis). In questo caso, il modello petrarchesco è affine a quello stoicheggiante dell'oratore romano. Si veda il riassunto operato da Laidlaw, che ripercorre la concezione all'interno della letteratura latina. Per CICERONE, nello specifico si vedano le pagine Laidlaw, Termine di origine catulliana, P. lo prende in prestito per descrivere le liriche come diversivo, passatempo. La questione delle nugae volgari e, più in generale, delle opere latine, è esposta nella Familiares (Delle cose familiari) Guglielmino-Grosser I testi sono raccolti nel codice Vaticano Latino come ricordato da Santagata, Bisogna ricordare che Il Canzoniere non raccoglie tutti i componimenti poetici del P., ma solo quelli che il poeta scelse con grande cura: altre rime (dette extravagantes) andarono perdute o furono incluse in altri manoscritti (cfr. Ferroni). L'inquietudine petrarchesca nasce, quindi, dal contrasto tra l'attrazione verso i beni terreni (tra cui l'amore per Laura) e l'aspirazione all'assoluto divino, propria della cultura medievale e della religione cristiana, come ricordato da Guglielmino-Grosser. P. mantenne, nell'ambito della lirica volgare, quell'aristocraticismo stilistico-lessicale prima accennato, in cui si rifiutano molti usi lemmatici presenti nella tradizione poetica italiana e che P. rifiuterà, accogliendone un preciso gruppo ristretto ed elitario. Come ricorda Marazzini, Si delinea una tendenza del linguaggio lirico al 'vago', inteso nel senso di una genericità antirealistica (al contrario di quanto accade nel corposo realismo della Commedia), testimoniato anche dalla polivalenza di certi termini, i quali, come l'aggettivo dolce, entrano in un numero molto grande di combinazioni diverse. Eppure la lingua di P., selezionata e ridotta nelle scelte lessicali, accoglie un buon numero di varianti canonizzando un polimorfismo...in cui si allineano la forma toscana, quella latineggiante, quella siciliana o provenzale...» Di Benedetto170. Si ricorda anche che, seppur in forma minore, era presente nel mondo letterario italiano del '400 anche un'ammirazione verso il P. volgare, come testimoniato dalle edizioni a stampa del Canzoniere e dei Trionfi uscite dalla bottega dei padovani Bartolomeo Valdezocco e Martino de Septem Arboribus (cfr. Ente Nazionale P., Culto petrarchesco a Padova.). Riferimenti bibliografici la notte Casa P. Arezzo, Regione Toscana Wilkins Ariani21. Più specificamente Bettarini. Dopo essere stato accusato di aver falsificato un istrumento notarile è così condannato al pagamento di 1000 lire e al taglio della mano destra. Dotti Bettarini e Pacca Per informazioni biografiche, si veda la voce Pasquini. Il ricordo di P. al riguardo è riportato in Lettere Senili, Pasquini. Quanto a P., il magistero di Convenevole si colloca indubbiamente. La Casa di P., su arqua P..com. Pacca Si legga il brano della Lettere Senili, Il brano è ricordato anche da Wilkins Ariani Wilkins Rico-Marcozzi. Si recò a studiare a Bologna, seguito da un maestro privato; e Wilkins in cui si ritiene che questo maestro avesse «l'incarico, almeno per Francesco e Gherardo, di fungere in loco parentis. Ariani Ariani, Wilkins, Dotti Bettarini. Cappelli Pacca Rico-Marcozzi; Ferroni Wilkins, Wilkins, Rico-Marcozzi. Colonna reclutò P. per la sua corte vescovile di Lombez, in Guascogna: ne avrebbero fatto parte il cantore fiammingo Ludovico Santo di Beringen e l'uomo d'armi romano Lello di Pietro Stefano dei Tosetti, che P. battezza in seguito, rispettivamente, Socrate e Lelio. Ferroni Pacca Alinari, su alinariarchives La distinzione tra le due scuole di pensiero emerge in Ferroni, Ariani ricorda che il primo sostenitore del filone allegorico-letterario fu il giovane Giovanni Boccaccio nel suo De vita et moribus domini P.. Ariani. Dotti, specifica che questo san Paolo è acquistato per procura a Roma e che il volume proveniva da Napoli. Ariani. Per maggiori approfondimenti biografici, si veda la biografia di Moschella. Moschella, Suggello ideale dell'amicizia tra i due fu il dono, da parte di Dionigi, di una copia delle Confessiones di s. Agostino.Billanovich, Wilkins e Pacca Wilkins; Wilkins Rico-Marcozzi. Nel frattempo aveva raggiunto Roma accolto da fra Giovanni Colonna al termine di un avventuroso viaggio, e dove nella sua prima lettera contemplando dal Campidoglio le rovine dell’Urbe, manifestò la meraviglia per la loro grandezza e maestosità, dando forma a quella riscoperta dell’antichità classica e al rimpianto per la sua decadenza che divennero i cardini etici, estetici e politici dell’Umanesimo. Pacca Dotti, Dotti Mauro Sarnelli, P. e gli uomini illustri, Treccani). Ariani Certo il privilegio toccava, del tutto straordinariamente, a un poeta che ancora non aveva pubblicato molto per meritarselo: ma la protezione dei potenti Colonna e la rete di estimatori che aveva saputo intessere per tempo sono evidentemente bastate a valorizzare al massimo le epistole metriche, la fama dell'Africa. e del De viris, le rime volgari già note...» Dello stesso avviso anche Pacca e Santagata. Moschella. Dionigi fa ritorno in Italia; dopo un breve soggiorno a Firenze, giunse a Napoli (cfr. P., Familiares), dove l'aveva voluto il re Roberto d'Angiò, che per l'agostiniano nutriva una profonda stima, oltre a condividerne gli interessi per l'astrologia giudiziaria e per i classici latini. Wilkins. La conoscenza dell'antica tradizione e delle due o tre incoronazioni celebrate da singole città in tempi moderni, insieme all'aspirazione a diventare famoso, accese inevitabilmente in P. il desiderio di ricevere a sua voglia quell'onore. Egli confidò dapprima il suo pensiero a Dionigi da Borgo San Sepolcro e a Giacomo Colonna, e ne venne a conoscenza anche qualche persona che aveva legami con l'Parigi. Si legga il brano della lettera dove inizia la decantazione delle lodi nei confronti del re napoletano: «E chi dico io, e lo dico con pieno convincimento, in Italia, anzi in Europa più grande di re Roberto Delle cose familiari, traduzione di Fracassetti) Wilkins; Rico-Marcozzi. Sulla base dei contraddittori racconti di P. si dovrebbe dedurre che nello stesso giorno questi avesse ricevuto l’invito a cingere la corona sia dal Senato di Roma sia da Parigi e avesse chiesto consiglio al cardinal Colonna decidendo di scegliere Roma (IV 5, 6), per ricevere la laurea "sulle ceneri degli alti poeti che ivi dimorano".» Difatti P. riteneva che l'ultima incoronazione a Roma fosse stata quella di Stazio e che quindi, se vi fosse stato incoronato, sarebbe stato direttamente un successore degli antichi poeti classici da lui tanto amati (Pacca). Cfr., ad esempio, Rico-Marcozzi; Wilkins, Ariani, Pacca74. Rico-Marcozzi. Sono le date fornite da P. ([Familiares]), e la più probabile sembra essere la seconda; tuttavia Boccaccio situa l'evento il 17 e il documento ufficiale, il Privilegium laureationis, almeno in parte redatto dallo stesso P., reca la data. Lacultur, biografia di P., su lacultur.altervista.org. Wilkins; Dotti. «In Avignone egli vedeva simbolicamente la corruzione della Chiesa di Cristo e l'intollerabile esilio di Pietro.» Paravicini Bagliani. Moschella. Petrucci. Wilkins, Così Ariani, Wilkins sostiene invece che Cola sia giunto ad Avignone a Wilkins4 «Cola si intrattenne parecchi mesi e in quel periodo strinse amicizia con P.. Cola era ancor giovane e poco noto; ma i due uomini avevano in comune un grande entusiasmo per la Roma antica e cristiana, una grande preoccupazione per lo stato presente della città e una grande speranza per la restaurazione dell'antica potenza e dell'antico splendore.» Il Mondo di P. Ariani, il quale ricorda, a testimonianza della rottura coi Colonna, Bucolicum carmen, VIII, intitolato Divortium (cfr. Bucolicum carmen. Santagata ricorda inoltre come i legami tra P. e il cardinale Giovanni non fossero mai stati buoni come con il fratello di lui Giacomo. A differenza di Giacomo, il cardinale resta sempre il dominus. Rico-Marcozzi. Pacca e Cappelli. Dotti, Wilkins, Ariani. Troncarelli. Waley. Pacca, Padova, sRico-Marcozzi: «Giacomo II da Carrara, signore di Padova, che gli fece ottenere un ulteriore e ricco canonicato da 200 ducati d'oro l'anno e una casa nei pressi della cattedrale». Ariani. Una prospettiva generale del rapporto tra P. e Boccaccio è esposto in Rico, Branca87. Rico-Marcozzi. Solo in autunno si trasferì ad Avignone, per scoprire (almeno secondo quanto affermato in Familiares) che gli si offriva la segreteria apostolica, già a suo tempo rifiutata, e un vescovado». Ariani, Ferroni; D. Ferraro, P. a Milano. Le ragioni di una scelta, Rinascimento; Firenze: Olschki, Viscónti, Galeazzo II, su treccani. Pacca, Amaturo. Ma è fuor di dubbio che tra il poeta e i suoi nuovi signori si istituiva come un patto di mutuo interesse: da un lato egli si avvantaggiava della posizione di prestigio che gli offriva l'amicizia dei Visconti; d'altro lato acconsentiva tacitamente a essere adoperato in missioni diplomatiche, non numerose invero, né discordanti con i suoi ideali civili. Ariani Cappelli La riflessione petrarchesca si indirizza sempre più ad hominem e ad vitam, all'uomo concreto nella sua circostanza concreta, si nutre di meditazione interiore, progetta un'opera capace di delineare una parabola esemplare in cui lo scrittore propone se stesso e la cultura di cui è portatore come modello capace di confrontarsi su tutti i terreni.» Rico-Marcozzi: «il Secretum...composto in tre fasi successive. Ferroni Ariani Cappelli Wilkins Vicini Retore originario di Pratovecchio, Donato degli Albanzani fu intimo amico sia di P. che di Boccaccio. Per quanto riguarda i rapporti con il primo si ricordano, oltre le missive indirizzategli dall'Aretino, anche alcune egloghe del Bucolicum Carmen, in cui è chiamato con il senhal di Appenninigena. Si veda la voce biografica Martellotti. U. Dotti, P. civile: alle origini dell'intellettuale moderno, Donzelli Editore, Wilkins, espone dettagliatamente le trattative tra P. e la Serenissima, citando anche il verbale del Maggior Consiglio con cui si procedette all'approvazione della proposta petrarchesca. Per ulteriori informazioni, si veda Gargan, Lettere Senili, traduzione di G. Fracassetti, Si ricordi la visita dell'amico Boccaccio, quando però P. si era recato momentaneamente a Pavia su richiesta di Galeazzo II. Nonostante l'assenza dell'amico, Bocca ccio trovò una calorosa accoglienza da parte di Francescuolo e di Francesca, trascorrendo giorni piacevoli nella città lagunare (Cfr. Wilkins, Rico-Marcozzi -- fece ritorno a Venezia dove fu raggiunto dalla figlia Francesca maritata al milanese Francescuolo da Brossano. Pacca, Ma...bisogna dire che il vero valore del De ignorantia consiste nella vigorosa affermazione della filosofia morale sulla scienza naturale. Ed è questo il motivo della sua inferiorità rispetto a scrittori come Platone, CICERONE e Seneca; perché per P. la cultura "è subordinata alla vita morale dell'uomo. Casa del P., Arquà. Wilkins Ariani Wilkins, Billanovich. P. designacon indicazioni esplicite anche per noi remoti quale loro custode un letterato padovano, Lombardo della Seta, mediocre per ingegno e per dottrina, ma cliente premuroso del maestro, di cui in una intima familiarità negli ultimi anni aveva lentamente conosciuto le abitudini e filialmente soddisfatto i desideri. Così...era promosso subito a buon segretario. Ariani Baldi, Razetti, Zaccaria, Dal testo alla storia, dalla storia al testo, Paravia Wilkins La tomba di P.. Canestrini e Dotti, Millocca, Francesco, Leoni, Pier Carlo, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Si veda Analisi Genetica dei resti scheletrici attribuiti a P.. Si veda inoltre P.il poeta che perse la testain The Guardian sulla riesumazione dei resti di P.. Ricchissima la al proposito: si ricordino i libri citati in, tra cui Cappelli, L'umanesimo italiano da P. a Valla; i saggi curati da Billanovich (tra cui l'opera sua più importante, Billanovich, P. letterato, uno dei maggiori studiosi di P.; i libri di Pacca, Ariani e Wilkins. Pacca e Cappelli, Garin. Si veda il lungo articolo di Lamendola al riguardo, in cui si espone anche la chiave di lettura dei classici latini nel corso dell'età medioevale. Dotti, Nassar, Numismatica e P.: una nuova idea di collezionismo, Il collezionismo numismatico italiano. Una storica e illuminata tradizione. Un patrimonio culturale del nostro Paese., Milano, Numismatici Italiani Professionisti, Billanovich Per la datazione cronologica, cfr. Billanovich. Il P. formò tra i venti e i venticinque anni il Livio Harleiano»; Le scoperte e i restauri degli Ab Urbe condita eseguiti dal P. sul palcoscenico europeo di Avignone; Cappelli, Billanovich, Billanovich, Un riassunto veloce è esposto anche da Ariani63. Cappelli42 e Ariani62. Cappelli, Albertini Ottolenghi, Albertini Ottolenghi. Significativo il titolo del settimo capitolo di Ariani. Lo scavo introspettivo. Ferroni10. Ferroni, Ferroni e Guglielmino-Grosser. P., Africa, Cappelli e Guglielmino-Grosser Dotti,: I versi vennero infatti riconosciuti bellissimi, ma tali da non convenirsi alla persona cui erano posti in bocca, in quanto degni piuttosto di un personaggio cristiano che di uno pagano.» Santagata. Il gesto di fastidio con il quale si liberò quasi sùbito delle superfetazioni scolastiche ha il suo esatto corrispettivo nel rifiuto dell'imponente edificio logico e scientifico della filosofia Scolastica a favore di una ricerca morale orientata, con la guida determinante dell'agostinismo, verso il soggetto e l'interiorità della coscienza. Delle cose familiari, Guglielmino-Grosser, confrontando Dante, il quale non ha trasmesso ai posteri dati biografici della propria vita, e P,, afferma che quest'ultimo «fornendoci una grande quantità di informazioni dettagliate sulla sua vita quotidiana, vere o false che siano, mira a trasmettere di sé un'immagine concreta. Dotti, sulla base della Familiares delinea il senso del messaggio umanistico lanciato da P.: parlare con il proprio animo non serve. Bisogna affaticarsi ad ceterorum utilitatem quibuscum vivimus, per l'utilità di coloro con i quali viviamo in questa terrena società, ed è certo che con le nostre parole possiamo giovare: quorum animos nostris collucutionibus plurimum adiuvari posse non ambigitur (Familiares). Il colloquio umano è dunque lo strumento dell'autentico processo umanistico. Sua mercé si saldano e si congiungono gli spazi più lontani...I comuni principi morali, dunque, e l'indagine costante e irreversibile sono la molla di un processo che non può aver fine se non con la morte dell'umanità medesima, e il discorso, il colloquio e la cultura ne sono il filo conduttore. Viaggi nel TestoAutori della letteratura Italiana, su internetculturale. Si ricordino i celebri versi di Pd in cui l'avo Cacciaguida gli profetizza la durezza dell'esilio: Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale Guglielmino-Grosser Guglielmino-Grosser Marazzini Santagata. La riforma di P. consiste nell'introdurre entro l'universo senza regole della rimeria coeva la disciplina, l'ordine, la pulizia formale, lo stesso aristocraticismo propri delle più compatte 'scuole' duecentesche. Luperini, Il plurilinguismo di Dante e il monolinguismo di P. secondo Contini. Delle cose familiari, traduzione di G. Fracassetti, Pulsoni Pizzimentig Opera: Altichiero, San Giorgio battezza Servio re di Cirene; Si veda, per maggiori informazioni, Pacca, Per maggior informazioni, si veda il saggio di Fenzi. Si veda il saggio di Dotti sulle Epistolae metricae. Pacca, Pacca, Ferroni. Amaturo, Cappelli Ferroni, Pacca; Santagata; Amaturo, Le epistolae retrodatate furono, secondo Santagata, probabilmente scritte ex novo perché fossero aderenti al progetto culturale-esistenziale idealizzato da P.. Guglielmino-Grosser; Ferroni; Ariani; Dionisotti. Salutati e dopo la morte del P. e del Boccaccio, il più autorevole umanista italiano, unico erede di quei grandi.» Dionisotti. Dopo lungo intervallo, Boccaccio compose in volgare una succinta vita di Alighieri cui fece seguire un'assai più succinta vita del P. e un conclusivo paragone fra i due poeti. Cappelli, Di Benedetto. Si veda la voce enciclopedica curata da Praz e Benedetto Ariani Pacca, P. e Bresslau, Lettere Senili, traduzione di G. Fracassetti, M. Albertini Ottolenghi, Note sulla biblioteca dei Visconti e degli Sforza nel Castello di Pavia, in Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, Raffaele Amaturo, P., con due capitoli introduttivi al Trecento di Carlo Muscetta e Francesco Tateo” (Roma, Laterza); M. Ariani, P., Roma, Salerno), Bettarini, P., Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, G. Billanovich, P. letterato. Lo scrittoio del P,, Roma, Storia e Letteratura, Billanovich, Gli inizi della fortuna di P., Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, G. Billanovich, Il Boccaccio, il P. e le più antiche traduzioni in italiano delle Decadi di Tito Livio, in Giornale Storico della Letteratura Italiana, Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, Firenze, Sansoni, H. Bresslau, Manuale di diplomatica per la Germania e per l'Italia, Annamaria Voci-Roth, Roma, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali-Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, Giovanni Canestrini, Le ossa di Francesco P.: studio antropologico, Padova, Reale Stab. di Prosperini, Cappelli, L'Umanesimo italiano da Petrarca a Valla, Roma, Carocci); G. Contini, Letteratura italiana delle origini, Firenze, Sansonie, A. Benedetto, Un'introduzione al petrarchismo cinquecentesco, in Italica, Dionisotti, Bruni, Leonardo, in U. Bosco, Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dionisotti, Salutati, Coluccio, in Umberto Bosco, Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, U. Dotti, La formazione dell'umanesimo nel Petrarca (Le "Epistole metriche"), in Belfagor, Firenze, Leo Olschki, U. Dotti, Vita del P., Roma-Bari, Laterza, E. Fenzi, Sull’ordine di tempi e vicende nel Bucolicum carmen di Petrarca, I generi della lettura, Firenze, Pensa Multimedia Editore, Giulio Ferroni,Cortellessa e Pantani, L'alba dell'umanesimo: Petrarca e Boccaccio, in G. Ferroni, Storia della letteratura italiana, Milano, Mondadori, Gargan, Gli umanisti e la biblioteca pubblica, in Cavallo, Le biblioteche nel mondo antico e medievale, Roma-Bari, Laterza, Guglielmino e Grosser, Il sistema letterario, Storia, Milano, Principato); Marazzini, La lingua italiana. Profilo storico” (Bologna, Mulino); Martellotti, Albanzani, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, M. Moschella, Dionigi da Borgo San Sepolcro, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Pacca, P., Roma-Bari, Laterza, Agostino Paravicini Bagliani, Colonna, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Emilio Pasquini, Convenevole da Prato, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rime (Bari, Laterza); Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro, Giuseppe Fracassetti, Firenze, Le Monnier, P., Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro, Fracassetti, Firenze, Monnier, Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro, Fracassetti, Firenze, Le Monnier, Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro, Fracassetti, Firenze, Monnier, P., Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro; Lettere varie libro unico, Fracassetti, Firenze, Monnier, Lettere Senili, Fracassetti, Firenze, Le Monnier, Lettere Senili, Fracassetti (Firenze, Monnier); Il Bucolicum carmen e i suoi commenti inediti, Avena, Padova, Società Cooperativa Tipografica, P., Africa, Léonce Pinguad, Parigi, Thorin, Petrucci, Angio, in Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, M. Praz, Petrarchismo, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Pulsoni, L’ALIGHIERI (si veda) di Petrarca: Vaticano latino in Studi petrarcheschi, Padova, Antenore, Rico e Marcozzi, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rico, La conversione del Boccaccio, in Luzzato e Pedullà, Atlante della letteratura italiana” (Torino, Einaudi); R. Sabbadini, Le scoperte dei codici latini” Firenze, Sansoni, M.Santagata, I frammenti dell'anima. Storia e racconto nel Canzoniere, Bologna, Mulino, M. Signorini, Malpaghini, Giovanni, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Troncarelli, Casini, Bruno, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Waley, Colonna, Stefano, il Vecchio, in Dizionario biografico degli italiani Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Wilkins, Vita, Rossi e Ceserani (Milano, Feltrinelli); Donata Vicini, Musei civici di Pavia, Milano, Skira, Petrarchismo; Pre-umanesimo Umanesimo Canzoniere Petrarchino; Biblioteca di Petrarca Incoronazione poetica Casa del P.. Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. P., Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ente ufficiale per gli studi petrarcheschi in Italia, Boccaccio, Epistole e lettere, Biblioteca Italiana, F. Lamendola, Il culto di VIRGILIO nel medioevo, Centro Studi La Runa. Romano Luperini, Il plurilinguismo di ALIGHIERI e il monolinguismo di P. secondo Contini, Pacca. Catalogo dei Compositori e delle opere Musicali sulle rime di su Artemida. Le tre corone fiorentine della lingua italiana. Francesco Petrarca. Petrarca. Keywords: implicature, cicerone, I lizij, lucrezio, filosofia Latina, filosofia romana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Petrarca.” Luigi Speranza, “Il dialogo filosofico – Platone, Cicerone, Petrarca e Grice.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Petrella. (Sansepolcro). Sansepolcro, Arezzo, Tocana. P., Bernardino. Nasce a Borgo del Santo Sepolcro -- oggi Sansepolcro, in provincia di Arezzo --, da Domenico P. Non è noto il nome della madre. È allievo di Francesco di Niccolò PICCOLOMINI (vedasi) a Padova, dove -- Riccoboni e Lohr -- comincia a insegnare logica «in secundo loco» -- succedendo a TOMITANO (vedasi) con lo stipendio annuo di 40 fiorini e avendo come concorrente ZABARELLA (vedasi) -- e poi filosofia, sempre «in secundo loco», quale collega di MERCENARIO (vedasi). Torna sulla cattedra di logica, questa volta «in primo loco», avendo come concorrente AMALTEO (vedasi) e succedendo a ZABARELLA (vedasi) con uno stipendio annuo di 140 fiorini – ZABARELLA (vedasi) in precedenza ne prendeva solo 60 -- che, con progressivi aumenti, giunse alla cifra assai elevata di 500 fiorini, a condizione che non fosse richiesto un ulteriore aumento. A differenza delle altre università italiane ed a Oxford, dove la logica è solo una disciplina propedeutica e come tale venne affidata a docenti all’inizio della loro carriera, a Padova questa disciplina gode di grande attenzione -- anche sul piano delle retribuzioni -- presso i riformatori dello studio, che ricorrevano a professori di provata fama ed esperienza, incrementando così il numero degli studenti. Una riforma sul modello padovano, intesa a valorizzare di più l’insegnamento della logica, è proposta invano ai maggiorenti dello Studio di Pisa da VERINO (vedasi) il Secondo che, oltre a TOMITANO (vedasi), cita a mo’ di esempio il caso di P.  e la sua lunga esperienza nell’insegnamento di una disciplina frequentata d’una infinità d’anni con gran sua reputazione et utilità et con gran frutto degli scholari -- Grendler. Dopo aver collaborato a una raccolta encomiastica in versi dedicata a Geronima Colonna d’Aragona -- Tempio, Padova --, pubblica a Padova, apud J. Jordanum, L. Pasquatus excudebat, le Quaestiones logicae de intentione Philosophi in II libro Posteriorum, de medio demonstrationis potissimae, de speciebus demonstrationis, dirette, sia pure in maniera non esplicita, CONTRO i testi di ZABARELLA (vedasi) che circolano manoscritti fra gli studenti padovani, cui seguirono i Logicarum disputationum libri septem (Patavii, apud Paulum Meietum, seconda edizione, accresciuta dallo stesso autore, Venetiis, apud F. Valgrisium -- , dedicati in buona parte alla confutazione delle tesi di ZABARELLA (vedasi), che nel frattempo aveva dato alle stampe l’Opera logica. In effetti la fama di P. è legata alla lunga polemica con Zabarella e i suoi sostenitori, riflesso dell’affinamento del discorso metodologico nonché nel clima di forte competizione che caratterizza in quegli anni l’insegnamento della logica a Padova. La polemica è avviata in sordina da P. nelle citate Quaestiones logicae. ZABARELLA (vedasi) evita di rispondere direttamente, lasciando questo compito ad Persio -- docente di lingua greca a Bologna e fratello del telesiano Antonio Persio --, che pubblicò a Venezia, presso Felice Valgrisio, i Logicarum exercitationum libri II, cui fa seguito il Logicarum exercitationum liber III, apologeticus primus, in quo de natura logicae disputatur -- Bononiae, apud. Rossium. Con la discesa in campo di Persio la polemica si fa più vivace, assumendo anche toni acri. A sostegno di P. apparve la Propugnatio di MARZIALE (vedasi), dietro il quale, a detta di Persio, si celava lo stesso P.: l’opera risulta oggi introvabile, ma essa è ampiamente citata da Persio. Questi replica, infatti, alla Propugnatio con le Defensiones criticorum et apologetici primi adversus Bernardini P. logicam -- Bononiae, typis Rossii. Nel frattempo anche Piccolomini era intervenuto nella polemica, allargando l’ambito della discussione al metodo della filosofia morale e della teoria politica.  Le critiche di P. a ZABARELLA (vedasi) sono a pieno raggio, a partire dal tema più generale, ossia la definizione e il soggetto della logica -- con la distinzione fra il «soggetto dell’ARTE», ovvero i concetti, che esprimono la realtà, e il «soggetto dell’ARTEFICE, le intentiones secundae ovvero i puri termini. La discussione si sposta poi: sulla distinzione fra la definitio -- cui era attribuita una propria capacità conoscitiva, mentre Zabarella l’aveva ridotta a un semplice supporto alla dimostrazione -- e la demonstratio. Sulla teoria della dimostrazione P. separa nettamente la demonstratio potissima, che prende avvio da principi indimostrabili, dalla dimostrazione propter quid o causale, e contro i logici recentiores rivalutava quest’ultima rispetto alla demonstratio quia, che invece risaliva dagli effetti alla causa); sui quattro metodi della logica (risolutivo, divisivo, dimostrativo e compositivo), che Zabarella aveva ridotto a due -- compositivo e risolutivo --; sulla classificazione delle «scienze subalterne e subalternanti», nonché sul termine medio del sillogismo. Ragnisco, che dedicò un ampio studio a questa polemica fra logici padovani, da un giudizio poco positivo su P., denunciandone «la sottigliezza arida, la lungaggine delle distinzioni, la debolezza del ragionare» -- Zabarella. In realtà P., che rifuggiva da una considerazione tecnica e formalistica dello strumento logico, nella sua polemica contro Zabarella e i logici recentiores si richiama al tradizionale legame tra logica, metafisica e filosofia della natura, sostenuto in particolare dagli scotisti. Per lui la logica, in quanto scientia al pari delle altre scientiae, ha come suo campo d’indagine i concetti che definiscono la realtà -- ossia le intentiones primae -- e non le intentiones secundae. Ma in tal modo, mantenendo lo stretto legame fra il termine e la cosa, egli si preclude l’effettiva conoscenza della realtà sensibile, limitando l’indagine alla «scomposizione negli elementi che già vi erano», e alla loro ricomposizione, sicché il metodo della logica si riduceva «a un circolo vizioso, a un dibattito astratto su forme ideali separate -- Garin.  Morì lasciando numerosi scritti sulla logica aristotelica, in parte inediti.  Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Padova, Archivio notarile, 4851, c. 621r; Padova, Archivio storico dell’Università, Mss. bollettario, Riccoboni, De Gymnasio Patavino commentariorum libri sex, Patavii, apud Franciscum Bolzetam, v; G.F. Tomasini, Gymnasium Patavinum libris V comprehensum, Utini  (rist. anast. Bologna; L. Jacobillus, Bibliotheca Umbriae, I, Fulginiae 1658 (rist. anast. Bologna), Cinelli Calvoli, Biblioteca volante, IV, Venezia (rist. anast. Bologna), ; Facciolati, Fasti Gymnasii Patavini […] collecti ab anno MDXVII, quo restitutae scholae sunt, Patavii  (rist. anast. Bologna, Ragnisco, Giacomo Zabarella il filosofo. Una polemica di logica nell’Università di Padova nelle scuole di B. P. e di G. Zabarella, in Atti del r. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, serie ; Id., La polemica tra Francesco Piccolomini e Giacomo Zabarella nella Università di Padova, ; A. Crescini, Le origini del metodo analitico: il Cinquecento, Udine, Garin, Storia della filosofia italiana, Torino, Vasoli, La logica, in Storia della cultura veneta, III, 3, a cura di G. Arnaldi - M. Pastore Stocchi, Vicenza; Ch.H. Lohr, Latin Aristotle Commentaries, II, Renaissance Authors, Firenze; A. Poppi, Introduzione all’aristotelismo padovano, Padova 1991, p. 37; G. Santinello, Tradizione e dissenso nella filosofia veneta fra Rinascimento e modernità, Padova, Grendler, The Universities of Italian Renaissance, Baltimore-London 2002, pp. 253, 255 s.; E. Veronese, Gli illustri ingegni dello Studio di Padova. Una canzone di Giacomo Balamio, in Quaderni per la storia dell’Università di Padova, XXXVII (2004), pp. 139-163 (p. 153, nota 43, con ulteriori indicazioni sulle fonti e sulla bibliografia); D. Bouillon, L’interprétation de Jacques Zabarella le philosophe, Paris. C  i / P. EX VRBE BVRGO SANCTI j SEPVLCHRI LOGICAM IN PATAVINO CYMNASIO PRIMO LOCO PKOFITEN. TIS LOGICARVM DISPVTATION VM. lAd Pcrillujlrcrru , ac rcltgtoftsftmurru Eptfcopurru NICOLAVM T ' ornaboriurru Patrttiurru Florcrjttnttrru. Qwm duplici rerum notabdium indiccqus in tcto opcre cw.mcmur. CVM PRIVILEGIO. /A i PATJVI Apud Paulum Mcictum. eum^ Opt. M ax.precor ? ut te dtu m~ cotumenj/orentefy confer uet.Vale. Patautt.IIL Id.J^ouembr.fi J Itcidtefefio Di. zfllartini. 2). INDEX EORVM CAPITVM QVAE INSINGVLIS libris continentur. Primi libri capica hxc func. ^ i UC *ron^t:y*, fiTIlJiJi wl L J X* Lr*n 1 1 t nriff^i - rl/i tr i>\! nr»i Q Ogica uniucrfalitcr fumpca an fit, eiufqj genus quodnam fic cap. i *—* Ex aliorum fenccncia obieaiones quardam dc gcncrc Logica: cap.r Supcnores obiectioncs loluuntur cap.j L>e iogicariubiecto cap.4. iNonnuliorum icncentia de iogica? iubieao . eap.^ tjpinio luperius notata impugnatur ', capu> Ue nnc iogicg DJlaplina^ciulug ac logici operantis ada-quato fubjeao, , cap.7 hx anorum lcncencia opinio /iuaonsiyvpugnacur de hnc cxccrno logw ~~ ca? aiicipiinar, adarquacoq? logici opcrantis iubiccto cap.g R tfp ondctur pra-djcta* lmpugnanoai cao.o ^ienuaiis iogicardehnitio j ; ; carvx v trum logna nt lcuntia ca p t , , cx mcncc aiiorum, bcotj, # Jacmorum tcrc omnium nocaca (enccncia . ^ , impugnacur ^cap.ra ' Ponca impugnano dertruitur ; C ap.r 3 L»c quaiuonc propccr quid tic iplius loeicx cap.r* uc lugicz iibrorum ordinc , cap, , e L x dijurumicnrcncia Auaons opinio impugnatur ', . cap.r£ Jutlauua: coiura dccerminacioncm Aucions reipondetur cap trir>rnm . . , r, aupcnus addutta: opinionis impugnatio ca | v .Jj Opioio AuUoris dc uijiiuiupiji cunliijo 10 lecuodo Foli: i«bro ~ cTp - " b± aliorum (cnccutiA uumiuu* uujcujonc* contra opimonem Auctori- 1 lauma iuuuin.3 JUIUUUIUT a (\ \ ci f . . J J iiii t ^^i. J uuctunt«LLJu iui.uiccundoPoitcriorumiibro opjaio Aucio — ris falfa oftenditur. ca P»  ^oluitur asfignata inftantia cx philofophi progreffu in toto fecundo Po ftcriorum libro ca P* ' 3 Auerroi quoquc opinioncm Audoris aduerfari alii oflenderc nituntur. ca.i 4 Rcfpondctur obieaioni fundatar fuper nonullis Aucrrois audoritatib js.ca. . 5 Soluuntur rationes,& auaoritatcs euertuntur,in quibus opinio Aufto* ris fundata fuit cap.i0 Exammatur Aduerfariorum rcfponfio ad Commentatoris auctoritatcm in fcptimo Diuinorum commcnto quadragefimo fccundo  Dc librorum mfcriptionc Ioannis Grammatici opinio cap.ig Supra notatar opinionis explicatio cap. 1 9 Opinio Auaons czp.io ioru Ordinc rcfolutiuo,ex notione fcilicct ipfius fcire fimplicitcr principiorum potistimar demonftrationis conditioncs inueftigantur cap»i Ex aliorum fententia nonnullar obieaiones ponuntur contra ea,quar fcri pta funt in explicanda ipfius fcirc fimplicitcr dcfinitionc cap.t Propofuar obicaiones foluuntur cap.j 'Potisfimar demonftrationis conditionum unaquarq; probatur cap.4 Nccefiarii, ex quo potisfima dcmonflratio conltat,diaicp dc omni pofto rioriftici cxplicatio ca P*S" Ex aliorum fcntcntia nouadifTercntia intcr illa duo di&a dc omni, eiufqj impugnatio cap.£ Dc co, quod pcr fe cft cap.7 diuifionc cap.g Propofita modorum diccndi per Ie,cV cx accideti diuifio impu^natur. f ~ r 1 ' rT" ^ 7" De primo modo diccndt per le cap»ii -'Dc fccundo modo diccndi pcr fe  Dc cau(a, luper qua rundatur tccundus modus dicendi per fc  * tA prardictis obieaionibus. AQUINO (vedasi) dctcnditur De rcrtio.cV quarto modis per lc cap.ic Dcclaratur contcxtus decimus primi libri Poltcriorum cap.i 6 fcx aliorum lcntcntia lmpugnatur communis interprctatio fuper dcci/ mo contextu pnmi ^ott: lub initium, cacfl defcnditur cap. 1 7 Dc tcrtia conoitionc aa neceiianum elicntialc requitita. uidcliccc . Ar V, niucriali /'oitcnonrtico cap.i g fcx anoi uin luiuuua pi Auicaiioucni generis de lpccic pnmam.cV uniucr " falcm eflc, probatur unica rationc,ad eamqj nonnullorum retpon* ltoponicur Addufla rcfpopfio confutatur, aliac| fortaflc accommodarior in me, ^ium anertur, cap.a^ 4 Capita quarti libri, anrrv; t)c ea dcmonftracionisfpccic.qua potisfima appcllant Auaoris inftitutu cap. i Ponuntur omncs tcrmini pocisfimam dcmonftracioncm ingrcdicntcs cap.a Oitcnditur omncs potisiimar dcmonitrationis propolitioncs babcrc prav dicatum uniucrfalc, fcu primum ca r»3 Nonnulla ponuntur notanda ,quibus facilius cognofci posfic in quo mo do dicendi per fe prardi&ar dcmonftrationis propoficiones exiftanc cap.4. In quo modo dicendi per fe rcpcriacur condufio,& minor propoficio pro poficar demonftrationis. In quo modo diccndi pcr fc reperiatur maior propofitio potisfimar dc* monltrationis cap.6 JMonnuliorum lcntencia,quar ctiam communis clt,circa maiorcm propofi cioncm, ui nc in iccundo.no n in quarco modo diccndi pcrlc cap.? Prardiaa opinio, quar communis etc, impugnacur cap.t fcx icnccntia nonnuiiorum Anltotchs artiucium dcclaratur circaquar* tum modum dicendi per le tmpugrnriur ca, qugin lupcriorc capiccdiaalunt cap x £x aiioruti. icnccnua acciocncium a duabus cautis cmanantiu nccesfitat dcclaratur per comparacione caufar cxtcrnar cum intcrna  Impugnancur ca, qua; m lupenorc capicc nocaca tunc .  a, fcxaiiuiu"' fentcncia quumuao acmomtrationis taaar per caulam exter nam propoi.cioncs,cx conclulio lint pcr lc .. cap. , , Qusc iu lupenui 1 capne aiaa lunt magna cx partc confucantur ~ caftT^ xjjuuui uc uiuui Furteriunicicuto repenri in omuibus DroDofir innibus ~ liiius uuusiimx dcmonitrationis, qua concluditur, hnminrm rWlki icui tuc prupicr animai rationalc "  ^apica qumai libn. Explkatur primum corollarium c numcro corum, qux cx Gmplicitcr nc ceflario infcruntur Ejj accidcnti difpucacur dc fcienciis fubalccrnis "cap» Coromums opinio dc fcienciis fubaltcrnis a nonnullis impuenatur cap, '^Uiorum impugnatio refellitur C3 p Duo corollaria cxplicantur C3 p De modo pcognofccdi principia^aliacp fcictiar ratiocinatiuz prarcognita cap.J Dcconucrfioocpotisfimardemonftrationisindefmitioncm impueoacur corum opinio,quicxiftimanr,maius extrcmum prxdiO* dcmonara tionis fcmper eflc propriam pasfionem.nunquam eius genus cap, 7 Impugnatur coru opmio.qui arbitrantur,maius cxtrcmu pocufimar dem5 ttracionis fempcr dcberc ec pasfionis gcuus,nunquam cius nomcn cap,g Corroboraturnonnullorum opinio mcdia Mcdia opinio conwtatur^AuaorifQ) fcntcntia ponitur cap x Capicafexcilibri. V ' Difpuutionis dc fperiebus demonftracionis termini explicantur cap , Semcnua Auaoris dc fpccicbus dcmonftrationis ca p a cap. 1 5 Auicennac rationcs contra demouftrationem quia cap . Auiccnnjr rationes diiloluuntur r /'* Latinorum rationcs contra demonftrationem propter quid tantum cap.c Soiuumur latinorum rationcs dc demonftrationc propter quid tantum cap.tf A udoris fcntentia explicatur de difTcreutia incer deaionfrrationem potif fimam,cV proptcr quid tantum cap t 7 Ex aliorum fcntencia nullam dTc dirTcrentiam intcr potisfimam demon» ftrationem,cV proptcr quid tantum cx parcc medii abfq ; noftra co/ umi i «uiuucs luiuuntur  La aiioiuni umcuLu iciicnitur ca diiterentia.quar lumitur a medio nobis 'pnmum, uei non pnmum noto R atfeiiHiuA mpuiui i canuc auaucns reipondctur cao» f i inu uiiiuuuu j quJiiiis accepru rcrciiicur uu.uiumu. u^ju* ui vapiic LJra-ccaenti contra /iuttork 1^^;,«, ) anara iu r.r. ■ toctuiaauaontatem iiuui pmioiopm m irnmdo Poft^o? Tur: hbrr: — t* 1 .cundum uctrrcm irvrmnrtr» fPl!i '».i»'g>, *.i5L{j auuci un aeciaratur r-nn • Capica feptimi libri. iiuiii ii.i nillll t AL)l|C«iniUl I Qujc in.jnpenon capite aiiata ruerunt rcnciuntur ~ Cd p.j La uiivmu tniicmu quxja coy;niiu maxime di^na proDonnnrnr nn K„c mmimur lunnameniuoDieuionis m lupenon capicca noI^K alhrsr aauerm^ ibi^ommcmoracas demonllracioncs rar> d Confuiaraur nii umuu, qu«r ui lupcriun capicc dicta iunr. ran. Omnia lupenons capius impugnantur  " can.x Lx iiiciHenonruuiorum ueciaratur /iriltotclis lcntcntia in un^rrfm puefecundi Poitcriorum libn tr\ ri cap. cap. r "''-» m prrcedenti capiterefcllunt~~ ^pnnu auuuns cnca lhuiuiuuui lencenciam in capitc dC caulis. buDia quaraam proponuncur,eorurnqj lolutiones ~ ' ~  + r - . cao. i a %JE%V fe,ualet confequentta ad abfiracla.xt.a. sAtliua pbtlofophta perqutdmam fcfitus fignificctur.8. c. Acius qut demofiratur quotuplex fit. 17^ L Ad cognojcendu an uniuocu, uel &- quiuocufit qt defintendu J>pont ; tur qtttd agendum fit . jo. b. no demoftrattone,nec aitqua alta rattoctnattonts/pecie,fed fola de ftnttione rejpondetur.^o.b. aAd quam fctentiam fpeclet redde requbd. t22.b. Alta eft rattoform&, ut forma eft , altaeftratto form&,ut tnrna terta.76. c. Aho paclo fe re habere quando a- ptitudo,tf quando aclus de fub teclo demonftratur . Ammal fecundum q$ dtal uiuere quot modts tntelitgiposfit. p7.a Animal rattonalecur dicaturcau fa effictens,etfinaitsrtfibtlttatis.  f. a. ^ oAnmahs dtuifio immedtata.2.b. Applicatio tnfirumentt etus natu- ram non uirut ij.a. tArtfiotelts artifiaum tn modts dt cendt per /e.r>2.b. jirs a quo ente extra animam pen deat . fol. 2.pag.2.b. Artis res conftdcrataquid fit.j.b aArtts modus confidcrandi qutd fit. tbidem. Jirtificis operantis res confiderata qutdfit.^.b. dArt/ficis operantis modus confidt randtqutdftt. . Artiumfints. n.a. jSucrroes qutd tntelltgat per fubie- clu, quando tn ulttmo captte ept ** tomcs libri categoriarum afie- rtt, decem categorias efefubte- tlam tnloitca.j.b. o C Caufii exislendt,& infercndi fimui qu&nam fit. Causa mferedtfolu qu&na fit.ibide. Caufa efficiens quando competat pdtisfim&dcmoftrationi. i^S.a. . Caufz proxima fujftctes quafpecie demofftrationis efftciat. , Caifa proxtma non fuffictcns qua fpccbcm demojlrationis ejftciat. widem . Caiif& ) cJ t caifata qttot modis pof fifttdifpom.ijLj.d. fauftuariantur, ut cffcclus uaria- ri contin^tt. . a. • ! 1 1 fatfirum altas cffcueras,alias exi jlfrfiatas. Cauja cjfecirix per quam pr&pofi- tionem -denotetur. 6 j fe qu& nafit.SS.a faufa efftctcns pcr accidcns qu& na fit. fbidcm. Cauftta extern&,quam intern& u- de necesfitatem efentialem ha- bcant- no.b. Cognitto £f cum ratione,^ fme ra tionc acqutritur. Coznitio accidentium multum con fert ad cogncfcendu quid. . c. Comunis condttio dis defimttonis,et ois defcriptionis qu& na ftt. Compofita exillis conflituunturjn qu& rcfoluuntur.j.b. Conclufio potisfim& demonftratio- nis cur fit perpetua. . b. (foclufio demoflrationis quomodo fit efsetialis dcfinttio pasjtots Condtttoncs primi,(f fccundt mo- dt pcr fe quot ftnt . S2. a. Condittoncs uniucrfalis poflertori- fiici qu&nam fint.pj-.a. fonexio olurn contextuufecudi Po jlerwrum Itbrt.sfi.c. infra. Cofiderare inftrumetafctedt, ut m ftrumeta fut ad quejpcttct. v .!> Cur rcs ipf&, ncque logicx dtjciplt- n&, neque logict operantts fmt res confiderata. j. a. • Curuitas cutus na jit forma .6 D Daturfctcntia communis ad rca lem,& rationalem .  Dc defimttone trattatur tn feptimo Diutnorum libro in ordtne ad tjuodquid eft. Defnitio dtiplex eft, utdelicct, no- minis,&rei. 1. q. Definitio reicx qutbus coftet. Defimtio nominis comp/eM qud namfit. 20. *• Defimtw nomtnis pofita in princi- pto capitis de nomine nonefitn- tegra, completa. ibidem. b. *Definttto quomodo posfit fiert enun ctatio. tbtdemc. Definitto anfit inter infirumenta logtca collocanda. Definttio cqfideratur a /ogico 2 c.d 'Defimtio ^lethodt proprie fum- pti, qtutnam fit 26.d. *Definitio pro ut efi prtncipiu demo- ftrationis gddicat.jo.c.e-/ 3 f.c Definitione quxnam qutftto nota fiat. 33. a. Defmitto non efi finis methodi de* monflrattua.^^. Dcfimtio,qu*ex demonfiraticne £ fe eltcttur,qu£nam fit.^S.a. ]J)efinittofubfiatid quomodo elicia turex demonflrattone. tbtdem. Defimbtle ut defintbi/e pcr quidha beatur. Definitto tpfius fctre fimpltciter qudnamfit, eius explicatto. 6 ' 2.a. Definttionem reinon effe aUamna turam ultra rem illam,quomo do debeat intelltgi. 17 6 .b. Definitio tndemonfirabt/ts qud na\ fit. tStf. b. Definttio tneft,non fubiicitur. Definitio efientialts pasfioms cur non posfit effe mator cxtremi- tas in potisfima demonflratto- ne. too.c. Defimtto proprietatum cur dica- tur dtfinttto per additametum. Definttio nonfecus, acdemonUra tio efi perpetuorum .127. c. Definitto quorum nam umuerfa- Itum fit. tbtdem. Defimttonem expltcantem nomi- nis figmficationem fumt alujaa do pro tpfamet nomtnis figmfica ttone. Definitionem exprimentcmrci qui dttatemacctpipro tpfamet qut- dttate. ibtdem. Defimtio tota pasfionis qu&mo— .j do cx dcmonfirattont eliciatur. Definitiones ab omni caufarumgc ^Hcre fumuntur. 16 3. c. De zsWedto pro ut eft caufa rei ^ttbi ^nflote/es uerba fecertt. Demonfiratio (juta cur altcjuando dicaturfyllogtfmus. Demonftratto applicatafcietuquo modofiat fctentia tlUjCut appli- catur.i j. a. Demonftratio compofita efi ex ma wUria^forma.31. c. Demonfiratioms forma qud nam fit. ibidem. Demorjftrattonts materia qua na fit. tbtdem,tf 61 . Demonfiratione quot qtufitaoffe dantur.jj.a. Demonfiratto cjuomodo coferat ad cognttionem definittonu. jtf.b. Demonslrabt/e 3 ut demonfirabi/c^ J> qutd habeatur. Demonflratto a quo habeat } ut fit demonfiratio -^8.a. Demofiratio } de qua agitur ab A- rtfiotele in primo PoHertorum in quafnam definitiones refdiua tur.jjb. Demonfiratto acaufaproxima efi fimt/is copoftttorit NatHr*.j8.b Demonfiratio quomodo fit caufa fcienttA.6 i.d. Demcmflratio potisfima ex {juibt+f- prtoribt4f prtnctpus progredta- tur.68.b. • • t Demonfiratio quidofifdat.i7^.a Demonftrabilia ex qutbusnamde monfirart debeanf. ti} .b. ^ Demonfiratto quandodtcatur ejfe definitiopotefiate proxima, "f£ quando potefiate remota. Dcmovttratio quando fiat aclu de firittto. ifj.b. -v* l ' vr*d Demonfiratto ad quid dtrigatur. Demonfimtiones, §l#ia } Propter qiud tantum } pottsfima quo modo progrediantur . .d.($ ijS.a. Demonfiratio debet habere propofi ttones neceffarias. 1 $ p.b. Demoffrationes pottsfima quomo dofe habeant tnter aliasdcmon flrattones. Demonfirationem potisfimam a- pudaArifiote/em fignificarifub ncmine demonfirattonisfimplt- citer.i/i.c. De natura potisfima demofiratio- nis qutdfit.m.a. Deomni , quod fciripotefi , quot qu&rantur.i.b. De ratione infirumenti, ut infiru- -^ mentum efl,quid fit.tj-.a*: ' ^ De rdtioncf \Uogtfmi quidfit. 70 . b Deratione Dtcitde omnipofteno- fitci qutd fit.tbidem . c . Defiruilo ma*is umuerfMrJefirtn tur quoque mtnus ttmuerfale* %^t^9^ ' £ Dia/et1icam 3 qu£0$o librts ^Topi- 5 corum ttfhtirietur, hbrii iota L& gtcam cum ^RJjcftoncapht/o/o x ' phus comfarat.fb/. Kpdgr&fcQ Dialechcddocet ;n utram^fuepar tem dTfptftarc.ifadfa^™^^ "Dia/eaictSyUogtfmititilitas. 17J Diclto } propter, ut p/urimum qutd denotef.tif.c. Dtclum dc omni commnnms efi > gftrfe>$$ umucrfdtc. p.c. Dtclum de ornm Poficriorifiicum qutd fit.tbtdem. ^Diclum deomni ^Pof/criorifiicum in quonttm fupcrct dttltim dc_s emnt priorifitcum.tbidcm.d. Diftum de omni,ac diclum de nul iofuntradtx , ctprtnctpium tn cj(t fyllogfmus refoluttur.^o.c. Dtdum deornnt inqutbusJyUogtf mis aclu, & tn ojutbus potefia- tcreperiatur.yt.c .V. .cjv\ Dtffercnttd tn logtcA defintttone a quo fumanturfol. Dtjferentta,qua methodw propric dtcla ab ordtne feparatur .2y.a Dijferenttae cfuado tnqualecjutd, & quando tn qu/d prxdtcan- i^/w** 4&rfa ^Vh\ttm\3L Dtffercntta tnter ejjenttalcm acct- dent/sfroprit, &jubjlanttae de fimt/onem, fi . a. Dtfferentta inter formas fubstan ttales~ l & acctdenta/es . /oj .a. D/fferenftaw efienttalem effetnter demqnsfrattonem pottsfimam , (ef propter qutd tantum ex par ^tfqu$torunj.ij.j.c. A 'Dtffcrcntta triter caufalemy etqui . dttattuam definttionem quoma do cognofcatur.id' 3 .a. Dfcrimen inter demonstratione ', de cjua phtlofophus loquttur tn prtmo Tostertorum,tf cam,de quaucrbafactt tnfecundoltbro contextu undccimo,undc Juma tur.tSd ' .b. Dtfcrtmen inter partem demon- stratiuamM^Topicam quodna fit./j.a. Difcrtmentnter primum,f$ fecu- dummodum perfe.Sj.a. Dtfcrtmen tntercjuartum, & pri mum modum dtcedt per je.nec nontnter quartum,et fecundu. /oS.a . i\\va - h . Difcrtmeninter fctenttas fubalter nantes,(c? fubaliernatas. Dtjcrtmen fctenttarum habitara- ttoe fubteclt cjuotuplex fit./2^..b Dtfcrtmen definittonum tn quo c% i^jijiat.tjt.b. fcwV. Dtuerfam effe rationem inter cla- uis tnaurationem , (ef mtnor/s propofittonis pQttsfimae demon- strattonis immedtatione. I7i-c. Dtuerfa fctentunequt eofdem ter mtnos, neque tafdem propoftiio nes fecundum unum , & eun- dem confiderandt modum con- tempUntur,ncquttntcgra t ade demonfiratione utuntur I20.d. Dtuerft, Mat-erte ad dtuerfarum formarum recepttonemdtrtgun tur.i2j..b. Diutfto LogtU a quo fumatur . Diuifo demonflratioritPnb Auer- Wrot fatla. tytifi v o\\vr,A\«\v\ Diuus Doclorqutd ftbi uelttjquan v do dtctt,ACCtdcns proprtumpth dere a Jubttclo.S \f.b. Dvmus utttitattr.i&.c. Dum unum tju&rimusMuo inutni re pofumui non ftmptrftd alt- quando. 160.C d. Eadem eft proportto inter tcrmi- nos fimpltces, et nomen, ac uer- bumrfu* efi tnter cnunctationc, {fpropofittoncm. /7. c. Ea , quA fepefiunt , quomodo fub demonftrattonem, ac fctenttam cadant. tw. b. Ea, quA exaccidtnttfunt, alienif- ftmaeffea demonftrationis natura. Ecltpfis quodnamfubicclum dcno tet. ij j.c. Effeclus quacmsainferat. 14.2.C Eftctcnsquotup/exfit. Effictens uerum , non uerum quodnam ftt. tbtdem. Effictentts proprta natura quAna fit,/6 ^L. a. Elemcnta quare dtcantur fimpli- cia Itcct fint compofitacxmate ria,tfforma.j.c. Enttsdmfio.2.d. Enunciationis dupbcem traclatio mmfictt pht/ofbphtu.Enunciatio ex uerbo eft, uelex cafu ^trbi.2o.c. Enunciatio eftgenus ad affirmatio nem^negattonem. tbtdem. Eorum,quA nonfemper fiunt,quot fint genera.u 2. b. Efie in fubtetto fundamcntum eft tpfiw dta de subjecto . Eflfeammalnon efttdcm, quod ui- ucre. 97. b. Ejje utfuale cur lincA dtcatur dijfc rentta acctdenta/ts. i22.a. Effe prtnctpta nobis not* tmmcdia tc , & medtatc qutd dcnotet. tjo. d. Efsenttafpecierum quo inftrumen to cognofcatur. j?.d. Efsentta pasfionum proprie ditta quAnam fit./oj.b* Efsentiapasfionum /argo modoac cepta (jUA namfit. tbtdem. Efsentia/es proprupasfionis defini ttones cur non posfint efsc me- dtum tn demonftratione. 162. c. Explicatio opintonis loannu Gra- mattct de infcriptione fccundi b brtTottcrtorum. jS.c. Exp/tcatto dectmi contextusprimi Itbrt Foflcrtorum.SS.a. Facultas quotuplexfit. fol. i.pag. Facultatis nome quomodocunque fumatw tott logicA tton conue- mt. tbtdem.c. Finisinternus logicA quidfit.S.a. Ftnts cxtcrnus /ogicA qutd fit. tbt~ dem. b. Ftnis GrammattcA quidftt. 2 j.b Finisqutbusnam tnducat ncccsfi- tatem.6 j.b. Formatto apud ^ucrrccm qutd ftt.j2.a. Forma partis, quA eft a/tera pars * compofiti y a quanam materia contradtfttnguatur. So.c. Forma totius quid fit. tbtdem. Forma fubtcttt eft caufa efficicns proprtetatum ciufdcm fubteUi. Formt fcnfitiua fupponit uegetati uam,non econtra. 97. b. Eorm& fubftanttaics carent caufa inb&rcnti&, babcnt tamcn effi- ctens cxtrinfccum,aquo produ cunturin ipfumejfe.io j.a. Forma quomodo fit % caufaeffethrix accidcntium fui (ubttttt .iSo.c- Fruftra cft rat'to,ubt fuperabundat (cnfus.tyt.b. Ccneratto curab Ariftoteie dtca- tur Natura.f j.a i!j enera ca%fvrum quot ftnt. 62.C ij cnus conucnicnttA, non dtfcrepa tu canfa cfi earum (pecierum, qux fub fc contincntur. Cicnus quotupltx ftt . Cenus tnnominatum quomodo dif ferat a dcfinitione.j-p .b. Ccnus innominatum qutd fif.ibide (f enus nominatum qutd fit.ibtdcm (jenus quare dicatur gcrere utcem rnatcru.St.a. Ccnus accidtntt* proprti aquo re ftringatur . tji.d. Cjenus fecundum fe quid fignifi- cet.tbtdem. Cjradus demonftrationis quot fint. C rauttas a quo nam in iapide fluat 1 Grxcorum fcre omnium fententia, fundamentafydepbtlofopbi con ftlto tn fccundo "FofiertorUm it- bro. 31. a. *V"v^3» Habens quidttatemex quibusnam ^Sfonftct. $0* ' W\ fc» t Habttus communiter acccpti di- uifio.2.a. Habitus tllt quinque a f j Anftotele v& cnumeratt infexto libro de Mo rtbus cap. j.rcf 4.. a quo confti- tuantur. tbtdcm. Habitus inUrumentarii, ncmpe io .^gtca, Crttmmatica a quoco Jiituantur. tbtdcm. b. -Habttus raftondisdtuifto a quofu matur. tbtdeWid*- HabttuspTAciput , babitusin- Jirumentarii a quaparte entts *^entfc*n+$t: 2 . .a. w. HSitus inftrumentartt quomo- do intcrfc diucrfi fiant. foi. 2. Habttus pr&cipui , et infirumcn- tarittn quo cjnucniant foi. 2.Nabitus rationafis intctteclusdtui fio. 2j.a. Hacctria, uideticet,uniuerfaieffe •^* cundum quod tpfum } (f pri- muminunum,tf idemconcur rcre.pj.. c. Hdc dtclto , quatenus ,fecundurn unam tantum ftgntficationem > (tf tliam proprtam apud sAri- fiotelemfempcr legttur. p6 '. c. Homtnis conftderatto multtpiex efi.7.c. Homo quid addat animali ratto- nalt. Homo,e4 focrates cjuomodo sit tde, (*? quomodo differant. Idem dtuerfa ratione in diuerfis e- iufdem DifcipltnApartibus con Jiderartpotefi. 17.lt> Idem fe tpfum uenart nonpotefi . 29. d. Idcm infe ipfum non refoluitur. Idem fc ipfum componere abfur- dum effe.yo.d. Idem tn fe tpfum agere non potefi. Impltcat contradtclionem dicereli brum categortarum efe logicu, gfrebus ibt conftderatts non ejfe tmpofitas fecundas intentiones. 21. k. -\ \VVV, ; r\\ In Aptlogo cjuid colltgere teneamur. . Infertora tccidunt fuperioribus . In Itbro categoriarum res aclu fccundu nottonibus fubttciuntur . tu c. In Itbro Prtdicamentorum quomo dopbtlofophus agat determinis Jimpltctbus in rebus fundatis. 17. a. In Itbro Terihermenias qucmodo phtlojophus agat de itfdem fim- pitctbus termints. i7.a. In prtnctpio prtmi Trtorum quo- modo phtlofophus agatdettfde fimplictbus ter mtnts ..b. In cjuo habttu rationait ftt uerum per fe.fol. 2 .p. ln cjuibu spropoftttontbus ftt uerTi , & in cjutbusftt faifum, nomen pro Jubieclo, uerbum pro pra dtcatofumt.. d. U . a. In cjualtbet qu&fitone quid qu&ra- tur. 3*. a. In quem fenfum phtlofophus reii- ciat,c4 tnqucm Jenfum admit- tat defintttonem. . b. Injtrumentt condttioncs a quo flu- ant. 6 1. d. Infirumentorum logicorum dtui- fto.28.c. Infirumentum fpiritaU quomodo appltcatum fctentu fiat fcientta tUa, cut appltcatur. ij b. Intelieclus a quo ente extra anim2 pendeat.fol..Intelieclio qutdfit .tjb. Intelieclus quomodofiat res intelU cla.ij.b. Intentio philofopht in logica dtfcipU na naquAnanupt.  .b. Jntentionts prtnctpium eft jtnis exe cuttonts. 16 '. c. Jntenttot/ts finis efl principiurru executionts. tbtdem. Jntettophtiofopbi tn Itbro categoria rumquAnamfit. Jntettopbtlofopbt tnltbris Pofterio- rumqu&nam[it...c.tf . Jntentto pbtlofopht in Itbrts Prto- rum.7o.a. Jnter bomtnem,(f atai cadtt altud fubieftummcdtum. pS.b. Jn tertio modo pcr fe quAna fubftan tia conttncatur. . c. Jn uno quoque prAdtcamento efi quodqutdefl.So.b. Joannis Cjrammattct opiniodein- fcripttonc fecundt Itbrt Pofierto rum.j7.c. Lapidis conditto naturalis qu&na fit. . c Latinorum fere otum sententia, (f fundamenta de pbtlofopbt confi- lio tnfccudo Tofiertorum.j2.b Ltbrt Pcficrtorum cjuare tnfcri- pttfintPojtericres.jp. b. Ltiri Prtorum quaretnfcrtpttfint Trtores. tbtdem. Ltbrt Tofiertorum Cjuare mfcripti ftnt refolutortt. 0 a. Ltnea nonefiuerum fubietlum re- nec ucrum fubtctlum curui fetunclim acceptt. 8 p. c. Linca ut linea ad (juamfcientiam fpcclct. . b. Ltnea ut utfualts ad cjuam fcien- tiam pertineat. tbtdem. Ltnea (juomodo aGeometra defi- niatur. Ltnea wfualts cjuomodo a Perfpe- cltuo defintatur. tbtdem. Linea pbjficacjuomodo confidere- tur a Cjeometra. ibtdem. Linea matbemattca quomodo con- fideretura Perfpecltuo.ibtdem. Ltt t cr& cur ad altcjucm mittantur Locos argumentorum effeab argu mentis diuerfos. pp.c. Jj>ct dcmon/lratiuiyfialttjua fint , quAtn Toftcrwribus dtct mere antur. ioci demonfiratiui^mna cffeposfint.pp.dtf loo-a. LogtcAuttlttas* i6.b. LogtcA proportto ad totam pbtlofo pbtam. ibtdem Logtca artificiofa rcgit intelletlum ne crret tnfuts operationtbus,re clajfpbilofophandtratio efi. 1 c. Logicabomtmlusa r.atura infita cfi. tbtdcm. J.ogtCA ffutd nomtnis tbtdem. Lo'tica genus (juidfitfol t.par. 2 a Logtce proxtmum genu s cjuidfit, & quidfit proxtma differen- tta 2 b. Logtca per cjuid a Grammattca dtfttnguatur.2 b. *** LogicAdefinitio.2.cio.b.(y n. c. Logica in quo conuentat cum habt^ tibus prtnctpalibus.ct tn quo ab illis dtfferat . foL .d. Logtcatnquo conuemat tnqua dtjferat aGrammattca, . a* Loztc* res confiderata quodnam ftt. i- c Logict operantis res: confidcrata quodnam ftt.j. d* Lcqu&demonftrattua nu cupaturin ufu pofita femper ex proprtts uniufcuiuf^ fcietiA^cui applicattir, prtnctptis porgrcdi* tur. ij. a. Logica ggquidfuit inucnta. if.a* M- Maior propofitto tlltus dcmonUra t;onis  (jua concludttur homine ■ rtfibikto cjfe J>£ animal rationa lc ytnqm moda dtcendtper /i repertatur.iof. a. o^Pfaior extremttas potisfimA de~ monslrattonis cju&nam fit. . c. Matorpropofttto potisftmA demon ftrattonts eftin quarto mododi~ cendi pcr fe.ioi.b.& ioj.a. MathematicA quomodo dtcantur habere matcriam.iS 2.c. Materia ex qua quomodo colloce tur tn fecundo modo dicendi pcr fe. .. c. Materia ex qua cur non collocctur in fccundo modo dtccndtperfc, ficuti matcria inqua. 104.. a. cPllateria in qua ad quod genus caufe reducatur.  j.a. ^llateria cx qua cft altera pars compofiti.So. b. Materia no epars quiditatis . ibi.c Materia quomodo posfit dtct pars quiditatis.S i.a. cZWateriadup/ex eft S2, c.  enti& proprtus .p.b. Modus confiderandt logici cfuina fit. ' .a. Modus confiderandi Metaphifici (fuinamfit.j7.a. Modus confiderandt a quofuma- tur.t26.a. Modtts definiendt a quo fumatur. ibidem. N- . Natura non cognofcit.Natura pottsftm& demonflratio- nisin cfuibusnam condttionibus confifiat.uS .c. Natura demonftrationis cfl uana abfcfue cognitione nofira. ijt.a. J^Qaturam demonfirationts ab- fque nofira cognittone mtnime confiderart pofse. 1 jj.c. Necefsartum efuid ftt.. ^Qjcefsartum latttudtne habct. Nccefsarium accidetale undepro ueniat.6 p.a. Nectfsarium effentiale unde oria tur. ibidem* Necesfitas duplex eft. Nthti conftderatur ab Artifice,/jf reccdat  per quam inefi fubieclo. l^jf.d. Pcr™*?™* idefi,per caufam ,pro>. pter quam res efi, qutnam cau fa ab i/trifiotelcintelligatur. fj.a. Per dcmonfirationes ceUbratas quid intclligat uiuerroes .  S. a. *Per magnam partem cclebrataru demonflrattonum qutd intclli- gat  b. Pr&dtcationaturalis,tf pr&ter na turam qu&nam fit.8o.a.( a. ^Prtmus modus dicendi per fe cur nonposfit fiert fecundus , & c conucrfo. Trtncipta demonflratiorits quomo- do fctantur. 6 S.a. Princtpia dsmonfirationis quomo- do fint uera. p.Prtncipta quando pofunt transfer ri de gensrein genus. Principta demonfirattonis debent efie nota ut fint ejfentialia  PoHertorum Itbro agat de De- fintttonepro ut ex demonfiratt9 ne eltcitur.j6.b. Quomodo philcjophus definitionis traclattonem tn Jecundo Pojie- rtorunu libro cum. demonftra ttonis traftattone^confundat. Quomodo demonfiratio, dcpnt- "7/0 fint tdem, & quomodo dtfft rant.jj-.a. Quomodo naturalis philofophus , fcieniu fubalternaU confi- derent formas m materia . 12 j. c. Qho ordine condttiones principio- rum pottsfim* demonslrattonis inuefitgentur.Si.c. Quod qutd efi rci quot modis fumi posfit.2p.d. Quot fint gcnera eoruifu , qmdc qualtbet fpectt fciri pojfunt . Ratio (ssWcthodt in gencrc qutd fit. Rattones toptCA quarc absAri- ftotele^j logtca nuncupcntur . Ratio generis a fuarum fpecic- rum rationc dtuerfa ejl . Ratio 9 qua probat philofiphus in primo Pofteriorunu contextu trigefimo parietcm non rcfpira re, cur ab eo dicatur demonjlra tioquod. ij6. a. {Rccentiorum opinto, eorum% fun- ^amcntum de phibfophi confi- lio in fecundo libro Pofterio- rum.$4..a. Isjeilum eft tudex fui ipfius,(f obli qui.. a. Rem altquam confidcratam , qux plurtbus modis confiderari pof- fit, adunum ex ilits coar&ari , reftringi qutd fit.p. b. ^B^rum alit alteram caufam ha- bent altauero mtnime. 1{js per qutdcognofcantur . 4.: c. 1{js funt fundamentum fecun- darum intenttonum. j. b. confiderata pluribus cH com munis.p. b. I^js cognofcenda quot fint .Res a qua caufa habeat ut fit . 63. b. %js demonUrandae quot ftnt . j. b. H^jsper fe cxificns quanam fit. 7S-I>. *Rfs a quo conftituatur S) tfnvmi- nctur. ,4. %jfolutioquidftt.j8.b. c R^hetorica docet in utramquc^ partem dtfputarc.fol. . *-^wuWu\>V\v^ v:\j\4\ $t£fprtn cipta.xi.a. Scientu fubicBum quodnam cfic debet. . d. Scicntta in communi de quonam entcfit. . d. Scicntta a quo conUituatur , nominetur. 123. d. Scicntu fubaltcrnata quando fa- ctunt s ($> quando nonfactunt numerum. i2#.a. ScienttA Jubalternantes , ($* fub- alternata quando in rc confi- derata dijferant , in modo confiderandi concurrant .  . c. Scirc fimpliciter pro quo fcircfu- matur.6 2.c. Scircfophiftico modo pro quofcirt accipiatur, ibidcm. Scire caufamejfetlHS quando fit fctrcpropter qutd.ij.2.c. Sctreper pofterius in cornparatio- nem ipftus fcire per prtus habc tur pro tp/ofcirc fccundum ac- cidens. i.a. / Scopus deflnitionis fcparatur afco po dcmonUratioms.^.o.b. Secundarum tntcnttonum difttn- Bio.^.c. SccundA intentiones abfque primis ejfe non pofunt.^.a. Secunda nottoncs latius patent, ^ quam inftrumenta nottfican- Secundum (juodtpfum qutdfit. #S b.tf ..C. Secundt modt dtcendi per fcex- plicatio.8 i.c. Secundi modtdiccndi perfepr/tdi cataqu&nam fint. ibtdem. Secundus modus prtdicandi per fe in qua caufa fundetur. 8 3.a. tfj+.d. Secundumquod tpjum quid ftgni fcet.py.a. Sigmficatto nominis alicuius rci quando tntelltgatur.i 31 .b. Simt/ttudo ncn cfi idcntttas. 14-b. Simtlitudo, disfimilttudo intcr phtlofophum , jophifiam in quo confiflant.6 2.b. Simttas cutufham fit pajfio. Simitas qnidfignificet,^ quidde notet tbidem. Sine ucrbonullaaffirmatio,uelne gatiocft.2o.c. Subaltcrnantes, fubalternatas fcientias conuemre in fubieflo materiali.i22.a. Subalternantcs , fubaltcrnat* fcientiA quare dtjfcrant. tbt- dcm . Subieclumadxquatum tam $s4r- tis , quam  fubicftunu pro~ prias pasfwnes , earumjj d lam eius partcm difputatricem , qux odo.libris Topicorum continetur , hanc enim philofophus comparat cum Rhetorica,cV ei fimilcm cflc dicit, non totam Logicam, quando in principio primi hbri dc Rhetorica inquit, Diale&icam , & Rhetoricam fimiles eflcipter fe, & urramque dynamin, idcft, Facultatem quau*j dam dTc, quoniam har folar Difciplinar doccnt in utramque partcm difputarc, & c nos aptos reddunt ad utramquc partem arquc tucndam, Patet itaque Facultatis: nomen fiue communiter, fiue proprie fumatur, toti Logic-e non conucnircPra: terea, per nos, qui Logicam dicimus cflc Facultatcm, diflicultas, quar alios ur^ gct, non foluitur, cum enim conftet, Logicam habitum efle intelligcndi, & cre/ dendum fit, plenam, & fufTicicntem cflie habituum enumcrationcm in fexto libro deMonbusabAnlTotele pofitam, ad quorum nullum Logicar habitum redigi pcfle facile demonftratur; ft Facultatem alium queudam habitum eiTe putamus prarter illos quinque , Ariftotelcm in babituum cnumeratione mancum , ac di/ minutum facimus; fi uero non alium ,fed corumaliquem , id a nobis decla* randum, & argumenta folucnda erant, qua: in oppofitum fieri folcnt; quanv obrcm fortaflc mclius dicendum crit , Logicar genus cfle Difciplinam, feu Ha bitum mftrumentarium» Superiores obie&ioncs foluuntur. Cap.I I L /\ Llatis obicdionibus ita rcfpondcmus, ut ad primam dicamus,nos accipcre Facultatcm primo modo fumpuro,& contra inftamiam, negamus Logicx liber Primus 2 genustunc^campIisfimumArcmotisfimu - cbremFacultas,feu Hab.tus rationalis Logic* gcnus rcmotum fit, cum eius quoq; prox.mum effc posfit, nam licct habitus ratic nalis gcnus fit plunbus com nrnnc , non tamcn eft a Logica rcmotisfimum, fed ci proximfr, fi Lo*ica accipia tur pro ut d.ftinguitur ab Intcllcdu, Scicntia, Sapientia, Prudentia, & Artc. Id autcm man. eftument, fi habitus communitcr acccpti diuifionem in mcdium allcramus. Habitus ergo communitcr acccptus ucl corporis, ucl Animi eft Ha bitus anim. ucl cft moralis,uclrationalis, habitus rational.s ucl eft principalis uel in(trumcntarius,principalis autcm ucl contcmplatiuus , ucl ad.uus, ucl cffel ct.uuseft. Hacpofita diuifione,dicimus, difTcrcntiam princ.palcm add.tam iiabi tui rationah conftituercquinqueillps habitus in fcxto hbro dc Monbus cap tcr tyo,& quarto enumeratos, uidelicet, Intcllcaum, Sc.ent.ar^Sap.cntiam, Prudcn ttam, & Artcm, qui hab.tus praxipui dicuntur; cidcm ucro habitui rationali al, ^eram inftrumentariam d.fferentiam adiundam  ahis diflmguatur, alioquin ab cis non difTerrct, cum gcnus conucnicntiar, non dt fcrcpantiar caufa ftt carum fpccicrum, qua: fub fc continentur  dum , quod operationis fubicdum appcllant , cfle res omncs , fiue carum primos conceptus,ucl primas intcntioncs,in ca occupantcs cundcm locum,que in Artc Itatuaria occupat ars , cV lapis, in fabrili fcrrum , ac lignum,& in Mcdi* cina humanum corpus ; nam qucmadmodum ftatuario proponitur acs tanqul- materia, in quaformam ftatuar efticiat, quareius artis fcopus , ac finis cft , ita Logico proponuntur rcs omncs,fiucearum conccptus tanquam fubic&um , itt quo fecundar intentioncs effingantur , uc fint inftrumenca nos iuuantia ad rcrfi notitiam adipifcendam . Quam fcntentiam cV omnium tcftimonio , & Auerrois auctoncate confirmant , omnes cnim dicunt,Logicum fccundas intcntioncs cra. clare primis applicatas,quod nihil aliud fignificat, qua m primas intentioncs clTc fubiccium, in quo Logicus crTicit fccundas, quac funt hnis Logicar,fccunda: cnirn c finc primis neque cfsc, ncque mente concipi pofsunt. Auerroes autcm in ultimo capite Epitomcs Iibri Catcgoriarum afserit,decem Cacegorias clTe fubicdum 6c in fcicntns & in Logica, duobus|tamen diuerfis modis , in Logica quidem quatcnus cis contingunt inccllccla iccunda , ideft , quatenus eis fecundae inteny tfones imponuntur, in fcientiisucroquatcnus funt conceptus rerum ,quae cx* tra animamfunt , quafi dicat , quatcnus funt cognofcibiles, rcs namqueca gnofcimus pcr ipfarum conceptus,quos mente apprchcndimus. Logicus itaquc rcs omncs confidcrat , nou fecus ac philofophus , diuerfa tamen ( ut dixia mus ) ratione. Opinio fupcrius notata impugnatur. C AT. VI. d TT AEC opinio ,quantum coniicerc poffum \ cum ueritatc non conucnit» Alncque cnim Logicac difciplinac > ncquc Logici opcrantis rcs iplactunc ■ M Liber Primiu y fubicaum feu res confidcrata , non Logics d.fciplin*, quia in ea,ficuti in ** i cnamcis Art.bus res confiderata funt inftrumcnta iam confctfa & abfoluta • nequc ctiam Log.ci operantis, nam fi res ipfarcflenc eius rcs confiderata feu' operac.onis fubic^um , non fecus ac ftatuarii *s, & lapis, profcdto res eficnt pars materialis Logicorum iuftrumentorum , ficutiars, & lapis fhtuar.qucm, admodum igiturflatuarius,gratiacxcmpli , cx are, & f.gura mercurii eff.cic c.us itacuam , ica Log.cus ex rcbus, & fccundis intcntion.bus dcbcrct fua iu, Itrumcnta conftrucre, quod tamcn falfum cft,uc clarcinfcrius apparebic Ad omn.um uero tcflimonium, qudd fcilicet fateantur omnes, Logicum fecundas Jntcnt.ones traflare primis applicatas , * in eis fundatas , d.cimus , ucrba illa juam .11, afTerunt n.fi m bonum fcnfum ca uerba redigantur , ut falicec rcs fuu fubKTctum , idcft, fundamcntum, in quo fundantur fecuudar intencioncs tam fim plices, quam compofitar a' Logico confidcrata:. a>a communi fentcntia non b reccd.t Aucrrocs loco ab eis citato, quia pcr dcccm Caccgorias intclli^.c fubic ttum pro fundamento, in quofundanturfecundarintentiones fimpl.ces caquam lubicdtum operationis Art.ficis, nempc Logici, ex quibus conrtruic fecundas .a tentiones compofitas. Manifcftum igicur eft ex jii , qus hucufq ; d.x.mus,res non efTe fub.eaum Logici opcrantis , fcd fundamentum fecundarum Inccncio, iium quod antc iiimorum oculos ponimus. Sit in l.br.s Priorum cx rceul.s ibi a philofopho trad.tis compofitus fyIlogifmus,quem in fua principia reloluemus, uc rede cognofcere posfimus ex qu.bus fuerit conkaus,cum compofita ex Z Jisconfcruantur,inq ua :rcfoIuuntur . Syliogifmus itaquc immcdiatc rcfolui, turm propofitiones , qua: qoq funt res , fed fecundarintcntioqes in rcbus fun. datar; propofitioucs dcindc in terminos fimplices , qui etiam non funt rcs , fcd fecunda- Intcncones repus applicat* Subiedum itaque operationis, feu materia, r mi qU fi m l ^ L ° g,CU / in S y ,Io S ifl * 0 ™™ conftrudione, non funt rcs,fed C termin. fimphces, & propofitiones, qu.a ficuti in rerum naturalium eencrat.o, peelcmenta , m quar corpora naturalia refoluuntur/unt lubicdum operationis uatursinmixco™ p ro duaione,& harc uidclicet mixta in animal.u gcnc.atione, Jta term.n, fimplices, quos rcbus appl.catos afTumit Logicus in l.bro caceeoria, rum, func c.us fub,e perationis, tundatur in rebus. Non funt itaquercs ^ - fubicdum operationis Logicorum inftrumen torum, fed fundamentum, cum Iccund* Jntentioncs abfq; primis, & rcbus. fubfiftcrc non posfinc, ( B > Logicarum Difpur. Defne Lojrictdi/cip/tnx, chtfq^ac Lofictope- rantts adaquato fuktctto* C i>. F//. T"\EcI.into Logicar difciplinar fubieao,reIiquum eft,utad cius finem indagan dum perucniamus. procuius notitia confideranclum ell, Logicar non fccus ac Mcchanicis Artibus dupliccm conucnirc fincm, internum unum, alterum cx ternum,quafi fmem gencrationis,& reigenicar. fincm intcrnum Logicar dicimus cfleablolutionem cxplicationis fubicfti cius, quem finem alTecutus fuit Arifto, tcles dv.m Logicsc libros abfoluit,cV Addifcentcs cundcm finem funt alTccuti du b pertinuiua aj partcs Logicar didjcerunt.per quar poffunt ad libitum formarein iTrumenta Loaica,- cxternum uero cx Ariftotelis fentcntia in primo Top, cap t nonodlc utrique philofophiar parti adminiculari, tradcndocis methodos, ac rc gulas dillmgucnch uerum a fallo. bomimq,- a malo,hinc eftquod philofophus in Morahb.:s rmem , ac fcopum actiuar philoiophiac nominare maluit aclionem , qua'm cogmtionem, uc agcndo chgamus bonum, cV malum fugiamus. Difcipli nar itaquc non fccus, ac Mechanicar artes, ita fe habcntcs ucrfantur in attinentia bus ad finem internum tanquam in re confiderata,modum ucro confiderandi rc cipiunt a rclatione ad fmem cxternum,cx quo duplici fine oritur earum adarqua tum fubicdtum, ut gratia excmpli, Artis naualis fubiedum adarquatum eftnauis quatcnus nautis inieruirc dcbec,Logjcar autcm ada*quatum fubiedum func inftrti menta quatoijs utrique philofophiar parti inferuirc dcbent ad fecerncndum ue^ rum a fallo,bonumq ; a malo; Logici ucro operantis adarquatum fubicdum funt c fecundar Intentiones fimpliccs,quatenus cx illis inftrumenta,quar funt fecunda: fn tentiones cornpohta-, conftruere intcndit. Ex quo mamfetTislime apparcc, fubic cTi a gica: dcfinitioncponcrcalium fmem,quam cum, uc d fccruat ucrum a falfo. Ec Kccc Ariftoteles in Morahbus fincm, ac fcopum actiuar piulolophiar adionem no minare malucrit, quam cognitioncm, id ab eo hac rationc factum eflc dicunt , quoniam adio ibi principalem Iocum ccnct, cum fit ultimus, ac prarcipuus finis, ad qucm omnis carum difciphnarum cognitio dirigitur , quare non poterat ali^ tcr loqui Ariftotelcs dc finc, & fcopo adiuar philolophix. De Logici opcrancis adxquato fubiedo, inquiunc , eos cfle dxridendos ,qui fccundas notioncs tat^ cjuam rero confidcratam , deindc , ut iuilrumcnta notificandi ponunt canquam modum confidcrandi. Qjjem crrorem uc dcccganc, notandum dTc uolunt, fubic &o modum confidcrandi apponi ad coar&andum non rcm confidcratam , ut multiputanc, fcd cius confidcrationem , quod cum maxime dignum cognitu fit, & a paucis animaducrfum , tali exemplo dcclarant; Si quis diccret eflc in ali» cjuo libro fubie&um animal quaccnus elt rationalc , Is non redc dicerct , quia fi harc locutio eflcc admicccnda', oporccrcc omnc animal cflc rationalc, qui cnim ita loquicur , uidctur fupponerc , omni animali rationalc inefle, uci faltem non * fimplicitcr animal fumic, fcd rcftritf um , & pro folo hommc, uc perinde fit, ac fi dicerct, Homo quatcnus rationalis , ficcnim reaediccretetiam fi eadcm rcm bis cxprimeret , fcmel quidem canquam rcm confidcracam , deinde icerum can* quam modum confiderandi , quoniam in conftituendo uero fcienciar concenv platiux fubic&o modus confidcrandi arqualis efle debec rei confidcracar , licec cnim dicerCjHomoquaccnushomo, fcd non rcdcdicirur, animal quaccnus homo , nifi animal pro hominc folo accipiatur , dum cnim dicit animal quacc* nus cft homo , non omnc animal ftatuit rcm conlideratam eflcjfed folum homi* ncm, quia bos non poceft confidcrari quatenus homo , cuius confideratio, cum fic multiplex, rcftringitur, poteft .n. homo confiderari ut fanabilis, ut fxlicitatis capax,& aliis fortafle modis,ideo dum dicimus.fubie&um effe hominem ut homo cft,uel ut efl rationalis, ad hanc unam confiderationem homine coar&anius , &  fngido,& duruni a x molh; ruunt(dico) huiufmodi inconuenientia, quia non ica per calidum, frigi d dum, durum , & mollc fignificatur attiua philofophia, ficuci perbonura,6t nulum . An ucro dcridcndi finc , qui ponunt lccundas nocioncs fimphccs tanquam rcm confidcratam ; dcindc , ut inftrumenta notificanii , lielt # ' Libcr Primus o quatenus ex illis inftrumenta notificandi, quarfunt fecuudar Tntcnfiones' compo fitar, conftruenda funt, ramquam confidcrandi modum Logici opcrantis , Aliis judicandum rclinquimus. Quod autcm ad rcliqua pertincc. Eos & fibi iplis , & plnlofopho aducrfari, fuamcp poficionem non fatis animaduertcrc exiftimamus, .Aflerendo cnim non rem confideratam, fcd eius ccnfiderationcm reftringi debc rc, iibi ipfis rcpugnant, cum alibi dicant, Crcs quidem confidcrata non cll cuiuf 3uc fcicntia* propria, fcd poccft ci cum aliis cfle communis, modus autcm confi crandi cuique proprius eft,ix* rem confideratam reftringit,qua-ipfa perfccom rnunis erac,] nec dicere polTunt,id uerum eflc dc rc confiderata , fcu dc fubie&o materiali in fcicntiis conccmplariuis, in opcratricibus autcm minimc,quia ftacirn fubiungunt, Cita in operatricibus folemus fubic&um a fine rcftriclum nominarc, tic cu dicimus fubie&um ln arcc Mcdica efTe corpus liumanu,uc fanandfu] dcindc, pucanccs inucro fubie&o fcienciar concemplaciuarconftituendo modu confidera ili arqualem clTe debere rci confideraca*,fimul cx* p!ulofopho,& fibi ipfis concradi cunt,na philofophus in fccundo phyficoru contextu decimo oc~tauo,cx" uigcfimo aic,m rc confidcraca potTc conuenircplures conceplaciuas fciencias, in modo ac confidcrandi nequaqua,& ipfi(ucpaulo ancc diximus)afTirmanr, re confiderata fion cfle cuiufque fciencrar propria,fcd polTe plunbjs communc elTc, mo iu aute cofidcrandi cuiquc proprium. Si icaquc rcs confiderata poccft eflc plunbus cora rnunis,& modus cofidcrandi cuique proprius eft,quomodo afleruncjn cofticuen do ucro {ubic&o fcieciar conceplaciuar modu cofidcrandi arquale" cflc dcbcrc rei cofideratar? dcmu, poncndo id, qct neghgunc,pofitione fuam paru animaduercc rc uidentur. dcclaro cos poncre qct negugunt,nam re aliquam confiderata,qnar pluribus modis confiderari posfit,ad uuu cx illis coardan,& reftnngi,nihil aliud cft,qua v m oe"s alios cius confidcrandi modos cxcluderc,& unum illoru feligcrc; ut gratia cxepli,cu posfic Homo confiderari,ucl uc fanabilis,ucl uc farlicicacis ca pax,fi Aliquiscxcludedo ut e farlidcacis capax , accipcrct ut cft fanabilis,dicc/ retur ad huc,no ad aliu cofidcradi modu homine rcftringerc,crgo ponunc , q$ cicgliguc Harc cu uera finc,cancu abeft,uc in duplici uerfcncur errorc, qui ponuc fecundas nociones fimpliccs prouc suc inftrumenca notilicadi,idcft,pro uc ex lllis coftruenda sut inftrumeca notificadi,elfc Logici opcranris adarquacu fubicctu,uc potius eorti fentccia fic penitus ad mcnce phuoloplu, accipiunt.n. fccuda» nono ncs fimplices late,pro ut ec a Gramacico confidcracur,cafq;admodu conliierau & Logici reftringunc,qct fecundu Ariftocehs pccpca loco fupcrius cicaco facicn du erat,& hoc prarftarc,uidchccc,re aliquam ad unu cx pluribus eius confideradi tnodis coardareaiihil aliud eft,quaVn eiufdem rci cofiderationcm rcftnn^erc EJfentialis Logtc* Ttefimtio. C A T. X. COnftituto (quantum pcr nos licuit ) Logiccs gcncrc , fubicclo, cV finc, confcqucns cft , uc cflcntialcm cius dchnicionem ponamus,qu* cum ci io LogicarumDifput. a gcnerc,& difFcrentiis proximis cfficiatur, rationi congruere uidcrctur, ut pro generefibi aflumeret habitum intclledus racionalcm , fub quo cum reliquis prl cipalibus habitibus proximc contincntur habitus inftrumencarii ; uerum ft rcs dili^enter con(idcrecur,in cius definitionc Logicus non dcbct habitum colloca* rc, quoniam Logicus,ut Logicus,cum conftdcrarcuon poceft, alioquin cogcrc tur etiam intellcctum copfiderarc,cum habitus dicat ad intcllectum relacionem, & a quo rclatiuorumJunum confidcratur , ab codcm confidcrctur & alccrum, fcd a Logico (ut clarc patctj incellc&us non confidcratur, crgo ncc habicus.mc lius icaque( nifi fallor) fuo muncrc fungccur Logicus , ft in Logiccs dcfinitionc pro cius proximo gcncrenon habitum intelle&us rationalem,hcet fub co (ut fu pra dilputatum fuit) Logica contincatur, fcd difcipiinam acceperit. Et cum iaro tletcrnunatum fttjLogicaefubiectum efle inftrumcnca pcrfcda,& completa, ii* ncm ucroucrique pmlofophia: partiadminiculariad fccernendum ucruma fal ^ fo,bonumcp a malo , a quibus ,nimirum fubie&o,& ftnc differentiac fumuntur, hunc in modum eius definicio(uC opinorjponi dcbetjLogica eft difciplina inftru mcntaria probansinflrumentautriquc philofophia-parti tnfcruientia ad feccr* nendtm uerum a falfo.bonumq? a malo. in generc contraclo pcr difTcrentiam a fubicclo dcfumptam Grammatica cum Logtca conuenic , habct enim eciam, Gramrratica pro fubiecco inftrumenta, fed hne ab ea diftmguitur Logica , ete* nim Grammatica non conftderat fua inflxumenta quateuus inferuirc debeanC utrique philofophiar parti ad feccrnendum ucrum i falfo, bonumcjj a malo , ul facit Logica» Vtrum Logica J!t fcicntU. C A P. XI. c EXaminatis duobus fimplicibus Logicar quarfttis, uidclicer,An fit , cV quid fic, rcliquum eft,ut alia duo compoiita declarcmus , quorum unum nempc propccr quid fic,alteru pra?fupponic,uidcliccc,qualcfic, ftcuci in iimphcibus quid fic prarlupponic an ftt; quarc confonum racioni eft , uc in compoficis a quacftco qualeftc incipiamus,dicimus icaq;, illud nihil aliud efse,nift ponerc in numerti, idcft,facerecnunciacioncs de cercio adiacencc, in quibus alcerum alceri inhaerct interie&a copula,uCgracia exempli,quando quaerimus,ucrum homo fic albus, rifibilis,c\ huiufmodt , harc quarftio appellacur Quale ftc qua pofica huius termi nicognitione, quarripoflec de Logica, utrum ci prardicatum aliquod iungacur uideliccc,An lic ftmplicitcr fciencia,&huiufmodi alia mulcajcuius quacftionis fub tilisDodor unacum tccafere Latinorumfcholaparcem affirmaciuam tuecur, quia iudicans, Logicam efle fcienciam racionalem,cogicur eciam aflerere,Logi* cam elTe ftmplicicer,& abfoluce fcienriam,nam quod elc fub fpecic alicuius genc ris,non potcft non efle fub gencreilliusfpccici, fed fcientia rationalis eft fpecics ^ fcicntiae communicer fumptae ad rcalem,& rationalcm , ergo Logica , cum fic kicticia racionalis,cric quoquc fcicncia fimplicitcr accepca,quae fuodatur in ente ctiam Liber Primu^ etiam communicer fumpco;nam ficuti datur cns commuoe ad eus cxtra animu, a tfcad cns in animo.ica dacur fcicncia communis ad fcicnciam dc rc excra animu, idcft,dcencc rcah,& ad kicociam dc rc in animo, ideft, dc cncc rationali . qua: communitcr acccpca fciencia , cumlic efFe&us dcmonftrationis communiter fumptarad realem,& rationalem dcmonftrationcm,babec fubicctum, pasfioncs , & principiatamquam mcdia ad cas pasfioncs dc fubie&o dcmonftrandas , qua: omnia ut communia ad rcalcm, & rationalcm dcmonftrationem accipiuncur. Efse autcm Logicamfcientiam fimplicitcr, & abfolutc fumptam,intelligrndo dc Logica doccntc,quam Grarci uocant fciun&am a rcbus, liac ratione Doctorfub tilis probat . Logicus e£l fcicns,crgo Logica eft fcicutja,quia a concrctjs,ubi cft prardicatio pcr fe, ualet confcqucntja ad abftra&a ; Antecedcns probatur hunc •nmodum,Logicus demonftrat, crgo Logicuscft iciens; dcducitur Antecc/ elcns hoc paclo,in Logicafunt ca omnia, quar ad dcmonftrationem facicndam requiruntur,ergo Logicus demonftrat . Sj uero intelligaturdc Logica,qua: cft in ufu,idctl,dc Logica (ut Crxci dicuntjrebus applicata,negat jllam cflc fcientia, tiuia hoc paclo coufidcrata non cft cx propriis , lcd ex communibus. ucrum nc ijuifpiam crcderct,dum putac Logicam eflcfcientiam,cum fentire,Logicam ciTc lcicntiam rcalcm,dubitat contra partcm affirmatiuam,quamtuctur,uc appareac  tur acerrimc impuenarc , probautcs contra Dodorcm fubtilcm Logi» cam non cflc icicntiam abfoluce , cx quo fcquitur, cam ncc cflc quidcm icien tiam rationalcm,cum tcncat femo, confcqucntia a fupcriori ad infenus ncgatiuc. QuotI,rclicla(ut dicunc ) argumencoru mulcjtudinc ,oftcndunt racionc ex ipfius ^ rci nacura dcducla,qua: huc m modu ab cis formatur. Tota traftatio Logica cft dc fccundis notionibus,hx autcm opus noftrum funt,& arbitratu noftro cfle.ac non cifc poilunc , non funt igitur rcs nccoTaria: , (cdcoucingouccs , ;ca ut fub  Logicarum Difputl * fcicntiam non cadarit ,' cum fcientia fit rcrum tantummodo ncccflariararn ; qui rc patct Logicam fimiliorem cflc Artibus,gua % ni fcicntiis in rcrum confideraca rum conditione.fcicntiacnamque in rebus fimplicicer ncccflariis ucrCintur, Lo» gica ucro,& Artcs omnes in rcbus contingentibus,quae a 1 nobis producuncur: habita etiam racionefcopi,& finis.Logica Artibus fimilis e(T, fcicntiis uero dik fimilis,nam fcicntiarum finis eft fola rerum confideratarum cognitio y Artium uc ro non cognitio, fed effcccio , fi quam enim cognitioncm habcnt , caiH ad c/Te Gionem dirigunt , Prarterea ualidisfimis Ariftocelis auftoricacibus, & in pri^ mo priorum fub initium fccunda: , ac cerci* fcdtionis , & in pnmo To/ picorum capite nono candcm rationcm confirmant; nam philofophus in prima Priorura Iocis citatis afleric fe conftrutTionem Syllogifmorum doccrc, ncm* pe quomodo efficicndi fint , & quomodo facile a s nobis ficri posfic ,ut nofl ad cos efTiciendos apti reddamur, at quisnon uidct talem clTc Artcm oma D nem docentem ? In nono autem capite primi hbri Topicorum air , pro* blematum aliaperfc rcfpiccre eIcdionem,6V fugam,qua! quidcm funt problema ta ad a&ionem pertincntia corum enim fcopus non eft cognitio, (cd cleelio,uel fuga, idcft, agcrc uel non agcrc ; alin pcr fe tendcrc ad uentatcm , 6V fcientiam , ut funt problemata fpeculaciua,quorumnullus alius eft fcopus , quaYn fcicntia ueritatis ; alia dcmum utriquc parti philofophiarauxiliari, qua* funt problcma* ta Logica, hax ctcnim funt inftrumcnca , quibus utltur tum acliua , tum con tcmplatiua philofophia ; itaquc fcntcntia Ariftotclis cft , rcrum Logicarum non cfie fcienciam , cum pcr hanc condicionem fcparet problcmata fpecula^ tiua abacTiuis,& Logicis, utfcilicer, fola fpeculaciua fcopum habeanc lcicrr tiam. Addamus nos m fauorem huius opinionis aliam philofophi audoria tatcm in fecundo Diuinorum contexcu dccimo quincto infine,ubi ait , ab^ furdum efle fimul fcientiam , & modum fcienti? qua-rere , ex qua philolo* t phi au&oritace clare pacct , Logicam , quar pcr modum fcicntia: cxprimi-» tur , non clTe fcientiam , alioqum non re&c ibi philofophus locutus fuiflet. Quod ucro fpe&at ad argumenta in oppofitum , corum uanitatem oltcna dcre facile cfle dicunc , primum cnim argumcncum , fi ualidum "cllec, non magis in Logica , quaYn in Artibus omnibus cfTcclricibus locum habcrct; Si namque Artem aliquam docentcm flatuamus , ut medicam , uel ardifu catoriam , illa quoque fubic&um proprium habcbit , de quo multa dc* nionflrabit pcr propria illius artis principia , omnis enim Doclrinafitex prxcognitis , cV per ratiocinationem a x noto ad ignotum ; QuiJ igicur ? Ars ardificatoria doccns erit fcientia fpeculatiua ? Ad primum icaquc Do etoris fubtilis argumencum refpondences , neganC anteccdcns, Logicrfscv nim ncque cft fciens , nequc demonflrat , nequc habet ea omnia , quacad ueram dcmonftrationem ucrar fcicntia: efTedricem requiruntur , non cnim d fubie&um tale habet, quale ad fcicntiam contcmplatiuam rcquiritur; fciencia quidcm fubieclum poftulat artcrnura , non continecns , quod arbitrio noftro cf fc,ac non clTcpoffit; at Syllogifmus , & omncs (addamus nosj fccundx notioncs Liber Primus x funt opus , c* figmentum noftrum,quarc idoncum fcientiar fubieflum non funt. Pro intclligentiarcfponfionisadalccrum fubtilis Dofloris argumentum quo probac Logicam in ufu pofitam non effefcientiam , aducrtcndum efle fcribunt Logicam duas mtcr cartcras habcrc partcs,demoftratiuam unam,quam in libris Pofleriorum Ar.ftotcles tradit , &altcram dialcc>icam , dc qua agit in libris Topicorum ; inter quas illud inquiunt cflc difcrimcn, quoM dcmonfrratiua dum praxepta, ac regulas docet,non fit fcientia,fcd inftrumcntum fcicntiarum,ut uc ro appl.catur rcbus , fit ucrc fcicntia,non quidcm fcicntia, quar dicatur Logica, (cd lc.entia naturalis,ucl gcometrica , uel alia,quia tunc procedit cx propriis il> lius fcicnciar pnncipns,cui applicatur. Faculcas autcm topica nonmodoutdo/ ccns non fit fcientia , fcd ncquc ut in ufu pofita,quia dum alicui fcientiar applica tur, non fumit propria cius fcientiar media,  ptercaqudd ibi confidcrat ea, quarfunt neccflaria, & artcrna* ueritatis , ut gracia txcmpli, demoniTratio eitfyllogifmus fcientialis, dcmoaiTratio coniTac cx ueris, prinus, immediatis, prioribus, uotioribus,& cauiis conclufionis,& infmita huiuf modi alia. Prarcerca, licet Logicus non habcat rcalcfubie£tum,quod realisfcien tia poftulat,& proptcrea reahtcr non dcmoniTret, non fcquitur idcirco cum no ciTc fcicntcm , cum abfolutc fcicntia non folum dc rcali , fed ctiam de rationali fcientia ducatur; fat igitur eiT, uc Logicus demoniTret dcmonftrationc racionali, atq; ideo rationali fcicntia fit fcicns,licet non dcmoniTrec reali dcmonfcrationc, quare primum argumentum manet adhuc 111 roborc luo.Quatenus ucro fpe&at ad altenus argumeoti diiTolutioncm , antequam in mcdium afleramus quid dc d illa fcntimus , aduerccndum c(Tc duximus , DocTorem fubcilem a ucritate non rcccdcrc , quando dicic , Logicam in ufu poiitam non ex propriis, fed cx communibus proccdcrc,fi pcr Logicam incdligit partcm Topicam;(i au-^ Liber Primus tem totam Logicam intelhgac , cum ucritatc ( quod pace tanti uiri dictum fit) a minimc eonuenire, quoniam ca pars, quar dcmonftratiua nuncupatur,in ufu po/ fttalempcr ex propriis uniufcuiufque fcientia-,cui applicatur, principiis progrc^ ditur.Hocanimaduerfo, rcfponfio ad alterum argumentum aliquiddifficultatis .patitur,quia dc ratione inftrumcnci,ut inftrumccum eft,quod amplectitur inftru mcntum rebus applicatum.A ab illis feiunttum.ncc non corporcum,& fpiritale, cft folum alteri inferuire.cV propterea cfle inftrumcntum,non autcm ut fiat rcs illa,cui applicatur.quoniam applicatio inftrumenti,quodcumquc illud fucrit, dJ fitquid accidcntale,eius naturam non uariat. Demonftratiuum itaquc inftrumc tum,quod fpiritalc eft,applicatum fcicntiar non poteft ficri ucre, & formaliter fci cntia illa,cui applicatur , fed utique caufalitcr.quatcnus fcilicct parit,& aggenc* rat fcicntiam,quemadmodum gencratio ab Ariftotclc dicicur natura,pro utcft uia in naturam : ficuci igitur gcncratio non cft ucrc natura, licct fit uia in natu* ram,ita inftrumcntum fpiritalc applicatum fcicntiar non fit ucrc ca fcicntia,cui ap plicatur,quamuis pariat,& aggcncrct fcicntiam illam.alioquin idemcflet facies» c* fa&um . Philofophi autem au&oritate in tcrtio libro dc Anima cxiftimamus «on faceread propofitum,quia philofophus ibi comparat potcntiam intclligea tcm rei intcllcdar , ipfi ucro comparant inftrumcntum fpintalefcientiar; Prartc rea,non uidetur cum ueritate conucnirc,ut Mcns noftra intelligcns fiat ucrc res lpfa,quar intelligitur, alioquin Intellc&us intdligcns lapidem.cV Iignum,ficrct uc rc lapis,n cis fecundas notiones im, 1 poncrct; quod clarius confirmant,(lum aiunt, ( uocibus cnim primjr notioms ip, fe alias fccundas uoccs imponit,quod facere incipit in illo primo capitc iibri de interprctationCjUbi fummo cum artificio librum illum cum libro Catcgoriara conneclit,accipicns uoces fignificatriccs rerum iam confidcratas in libro Cate^ gonarum, & in eis imponcrc incipicns fecundas notiones,a fimplicibus cxordi' cns ,qua?(unt nomina,c\ uerba,&c. ) fi itaq.-in principio libri dcintcrprecatione incrpit philofophus imponcre fecundas notiones uocibus res fignificantibus,de quibus agit in libro Categoriarum,rcs in libro Catcgonarumnon func fccun* dis notionibus opertar. " lnfimtu contra dcterrninationem sAuftorit refpondetur. . b T-J AEc opinio fuper duobus di&is fundata, qua impugnatur fententia noftra, «*- -Lirjjutroque non paucas uidetur pati difhcultatcs , & primo circi pnmum diclu , ut fcilicet nomen, & uerbum nullum refpc&um de notcnt adenunciatio ncm,(cd abfolutam habeant fignificationcrri/ibi ipGs aduerfantur,& ab Anftote lc ( quantum coniiccrc polTum) rcccdcrc uidcntur. Sibi ipfis eos aducrfin patct, r>am uolunt nomina,& uerba dTc partes enunciationis,dum dicunc, C fcd dc fim plicibus tcrminis pnmsincellc&us operationi rdpondentibus , qui ucrcpartei cnunciationis funt,agitur ia pnincipio hbri de intcrprctationc , & fijnt nomma, fk ucrba,exjiis dicit Ariftotcles enunciationem conltitui,non ex fubttantia.qua to,& quali,ut patet legentibus totum Iibrum de intcrpretationc,in quo nulla un cjuam fit mentio fubftantia- , uel quaoti,tanquam partium enunciationis,fcd fcm pcrnominis,& ucrbi. ) Si nomina,& uerba confidcraotur in hbrodc intcrpreta. c tjonc ut funt partcs cnunciationis^umuntur in ordmc ad iUam, cum partcs ha* beant refpeclum ad tctum.Oppoficum po(teatuentur,dum inquiunt,( duplcx i* gitur eft tra&atio de fimpliciDus terminis,una abfoluta m principio hbn «ie in* tcrpretatione, quando agitur dc nominc,& ucrbo, altcra notans rtfpcclum ad? cnunciationem, quando m ipfa cnunciationis trattatiotie uocantur iubieclum, & pracdicatum,quo in loco nulla fit mcntio nominis,& uerbi, nifi qiutcnus in c^ nunciationc fuot fubieclum , & pra:dicatum,hac cnjm ratiopc rcfcruntur ,fcd non quatenus nomioa,& ucrbafunt. ) Eosdcmum ab Anftotclc rcce Jcre,omni bus manifeftum effc exifbmo,qui diligcntcr pr imam fc&iontm hbn Perilicrme* iiias,& ultimum capucfecundarlcclionis legcrint; attamcn eorum mcdiis id o^ flcndcrcpIacct,accipiendo, ut faciunr ipfyiominis,& ucrbi dcfinitione>,fcd pri^ tnum pondero pjiilofophi fententiam in capitc dc nomine, in quo cum nominis ^ dcfinitioncrn pluribus aliis communcm tradidcric , ciufqj nonnullas particulas dcclaraueritjCJicludit a nominis dcfinicionc nomen jufinisuoi,quufignificacio* D 20 Logicarum Difpat. a dcfmite, & quod cfl,& quod non efl; ex quo colligitur dcberc addi troCitx defi r ricni alteram difTcrentiam, uidchcct , flgnificans aliquod fmitum , ut defmirio jlla hunc in modum fit ; Nomcn cft uox fignificatiua fecundum placitum, (ine ttmpore, cuius nulla pars fignificatiua ciT fcparata, finite aliquid fjgnificans. ue/ i um quia fic intellccTa nominis dcfinitio comprehendic etiam eius cafu?;,cxc ludit lljof ab huiufmodi definitione, quoniam iuncTi cum ucrbo ncquc ucrum,nequc falfum chcunt, non.cn auccm fcmper,- ex quo Jtcrum colbgicur, tradira* nommis dcfinitK m clcbere appcni aliam difTercntiam, uidelicet,ut iuncTa ucrbo dicat uc rnm, aut talfum, atq; jdco faciat aut aiTirmatiuam,aut ncgatiuam rnunciationc.. Cum i^irur complcra nominis dcfinitio ex ArifTotcIc pcc ea,qu.T habetintoto illo captte,hunc in modum efTe dcbeat, uidclicct, Nomcn etT uox fignificatiua ad pljcirum, finita, (inc tcmpore, cuius nulla pars figniGcatiua cfl fcparata , & quar lunrTa cum ucrbo dicit uerum , ucl fjlfum,& proptcrca facit cnunciationem; lu l ce cbrius pattr, nomcn di fjiuri ab A niTocdc in ordme ad enunciationcm, cum m «a rc penatur uerum, ud folfum. Std in hoc fortaiTc hallucinati funt illi, quii ticjidciunt, dtlinincrcm nonunis ab AulTotelcpofif.irw in principio capitis cf U inicgram, d ccmplctam cius c.chnitiol.tm,qBed falfunveflc ex lubfcqueiui^ ru  « propterca lccundis notioni, • Btn IdKUr, Res uero adJu ,n hbro Carcgoriarum fecund.s notionibus fubii. c faclc comprehend, potcft ct tituIo,& .otentione, atq, ex iis qu« fa falfc ftS^f" P r ' d ' C — SSS t^antuV 9 * m qla ' '" P lunbus « «Bteotione fumitur, d,cimus .ntentionem philofopni eiTc ,uan,T ' n °, ^ ° mniUm D0 " 0DUm  rerum m orLe ad affirS £X n £Sr T» in qua uerum - & filfum c ° ntincn - s, L fornaarc,ac formatas enunciationes ucras,& falfas coirnofcere noT Smus, q U x q ul dcm mtcntio ex iis,q U * ante Categorias ^3 "cn - J^tf nab T Ur ' CUm i taqUf i0 Lbr ° Catcg^ria r"m co „ ■ SaSu^fe d P r * d,Ca ;' on «. clar L e P"« « Ar.ftotrlis intenrione ■D, aau l U bnc,& f U bflerni fecndis notionibus; & clarius hoc ex titulo habo ^SS^T^^rT^'^^ Su^ecunTno o . ur S A ' P r * d , ,Ci,to ' Quod f"bieao,tamquam forma matcrir, faniti, d % «afla dcBominanBDe, l.brum illum PncaWntBrum hbrum placnit phflo *2 Logicarum Dijfcuf. fof lls> hunctvpirr. Fx iis quoque, qoat in fingulis pi^dicametific; # r praxipoctrt pra-dicamcnro fubfraotiar tra&antur, manifcfbifirrlc hoc irjem colltiprurjiri^qtio prgdkamcnro muJra rcpcriuntur,qua- ad rrm noftram attinoit.fednoncad oftc dcwdtjm qubd intfndimos fatiscflcpoffuntfubftanriJrdiuifto to*rimam,6V fecurj 3«3am, dtfcriptioncs , 6V rommunitates, qUac omnia manifeftisfime m-dicant rcs • ibtCOHfiderarijmordioc ad fccundasnotioncs; A licct ex communiratirnit alfa quir uickafitur clTcptifita* (ccundum naturam fubfranttar, 6V urfextra intcllcclurn tffywoW ramcri pojjunt ad modum prardicandi; Cc ad propofitidrH4 conftitutio i»cmn-*>fid.:i r.i.->m;. , .f:u! u:->) ( nr,.: /.mcJJi aoxi wi tnutl : De Lopc* difcifhmt ti^tiWf flfcifom >^4c de modo frogredknh Wprtc*yti , eam dcftimi po(Tc ab Ariflotclis fcopo.qucm diximus cflc pra*ccpta tradcrc t r 5 i^uCridifrirrrumeTita ignotum manifcftantia,in'ter qoa? pra-cipuc proprcf dcmr5- frrarioncm syllogifmum philofophus fpcOat;qui, cum duplicitcr confidcrari posf»r,ueI quo ad conllirutiuas, ucl quo ad fubieftiuas partes', induxrVnos ad' crcdcndum^ur I ogicardifciplina* hbri in duas (cccntur parccs, inquafum prima.' contincntc libros Catcgoriarum,Pcrihcrmcnias, & Priorum r agic philofophus dc iis,qua: fpeclarit ad fyllogifini communiter accepti conftfuccrdricmjrivfcudS 1 * 1 daojcro comprHicndcnte rejiquos omnes libros deeiuldcm fyllogTfmipartibus; : Libcr Primus 2 fubie&iuis tra&ar» hinccft ( nififallor ) qudd Auerroes io prarfatione (upcr lu brospoftcriorum fcribit,Logicam in duas pnrcipuas fccari partcs,quarum un3L uniucrfalcm,fcu communem,altcram particularem.fiue propriam uocat; pcr par tcm communcm innuit libros Categoriarum,Pcrihermcnias ) & priorum, in qui frusfut dizimus) agitur dcfyllogifmo in communi quo ad cius conftructionem; pcr propriam ucro poftcriorcs analyticos, Cc cartcros omnes fubfcquen* tcs libros, in quibus agitur dc Syllogifmo contraclo,idcft,dc (yllogif mo quo ad cius partcs fubieciiuas.pofita librorum Logicar diui ConCjCirca modum progrcdicndi in huiufmodi prarcep* tis in ea difciplina tradendis pro inftrumentorum conftruclionc i^notum notificantium , dici* mus , Anftotelcm his omnibus uti, ncmpc , Diuifione,Rcfoh]tione, & Compofitionc» Deo , qui Trtnvj s unuf ejl , Laus , Honor , Gloria fit. - :1 V ) P. LOGICARVM DISPVTATIONVM DE PHILOSOPHI PROPOSITO IN POSTER IORIB VS AN ALITICIS. Ejfentialem Jpecierum defimtionem intcr Log/ca infirumcnta c/Te cottocandam. C *A P . /. VMadcius demonfcrationis, qua? potisllma nuncu» patur , cflentialifcp fpccierum dcfinitioms intclligcn^ tiam iuucnes introducere cogicaucrim , abfoluta de uniucrfa Logica difputarione, Poftcriorum analycia corum, in quibus barc inftrumencafcientiis omnibus appnme neccflaria tradantur,prolegomena prius xaminare non inutileforc mccum ipfc iudicaui, eoru cnim auxilio inflicutum noftrum ficilius cxequi potc rimus.ut autc in huiulmodi ncgorio ordmacim prri/ grediamur, ea induomcmbra iccarc dccrcuimus , in quorum pnmo dcphrto fophi inccntionc in Poft: libris, accipicndo intcntionem pro fubie&a materia, in fecundoucro dceorum infcriptionc ucrba facicmus; Quoniam uero dc philofo fhi intcntione in primo libro nulla cft apud eius explicatores controucrha,om ncs cnimunoore .atcntur,agcrc ibi ph.lofophum dc principiorum dcmonflra/ tionis c6dicionibus,fcu dc maccria dcmoftrationis.cu de cius forma in prionbus a&u fit,ab huiufmodi fpeculacionc fupcrfedebimus, foluq* circa philolophi intcn tioncl(ecudolibroucrfabimur,uarii.n»dccius propollto ibi uaria locuti sut.cuq; inter Ariflotclis intcrprctes mulci fint,qui fubftincrcconaucur in eo hbro agi ad tnentcm philofopln dc dcfinitione prout infcrumencum cfc concradiflinclu a dc monflrationejargies qct quid e comuncad fubftantia,oVaccides;facerc no poiTu tnus quin difpuccmus, an ld ueru fir^qct ab ilhs uidctur (upponi.ccfcilicet huiuf* tnodi difinitionem intcr inftrumenta Logica collocadam ,ahoquin tiana effee 2^ Logicarum Difput. * corum fpeculatio. Dicimusitaq; (fumpto altius principio) Jlabituum InteHes clus rationalium, alios effe primarios , alioi fecundanos , fcu inftrumcncarios^ primarii, qui pcrfc, non alccrius gracia confiderancur, ( in lis cnim pcr fe ucrum eft) quinquc func , uc rcftacum rcliquit pliilofophus in fcxto libro de Moribus cap.3» uidelicet, Incelle&us, Sciencia, Sapiencia, Prudencia, & Ars, ab enccqjor* tra animam riuunc, qua dc caufa dicuncur eciam rcrum habicus, nam fciencia,fa piencia,  ne ab ca difbnguitur; grammatica: cnim hnis,& fcopus eft regulas traderc re■• i:i>r.iii'yaiil SfioiiwU^^ tbomluiurl ds.irl :jCt cjp. u. ITJ 07J ' "P\l;fmitioncm, licct oon ratiocinctur, efTc Logicum inftrumentum probatur 'ratione, & aucloritatibus confirmatur. ratio hunc in modum fc habct, dcrl nicio conG d cratur a Logico, crgo dcfinitio cft Logicum inftrumcntum; Antc* cedcns Liber Secundus I 26 *z cedens clariffimum cft cx Ariftotele in feptimo diuinorum texxom: quadrage a fimofecundo,& ex Aucrroefupcr illo contcxtu; confcquentia probatur,modus confiderandi Logici cft ut inftrumentum notificandi ex Auerroe in prologo f>rimi Poft: & iti L ; pit: Logic: circa principium, fed nihil confidcratur ab Arti. fjce,quodrccedatabeius modo confiderandi,ergo defiuitio.cum a Logico co fideretur, non poteft ab eo confidcrari nifi ut inftrumcntum notificandi, cft igi tur dehnitio Logicum inftrumentum.Confirmatur hoc audoritacc philofophi m fexco Topic. cap.primo,& cercio,quibus in locis ait , definitionem facerc ut cognofcatur (ubft3ntia,fiueaccipiatur fubftantia pro ciTentia,fiuc pro fubftantia concradiftinda ab accidentibus. illud idem habetur in fecundo Poft j hbro ca* pite fecundo : ubi philofophus ait ( amplius,fi definitio fubftancia: quardam co, gnitio cft, &c.J dixit, quardam cognitio.uc denotaret, non folum ratione, fed etiam fine ratione acquiri cognitionem.Et in eodcm capitc uolens philofophus . inueftigarcquoinftrumentoqua-ftioQuidfitnota fiat, proponit primum non nulla examinanda, mter qua- ponit hoc, an idcm posfit fciri demonftratione , & dcfmitionc, cx quo manifcftifiime uidetur uellc philofophus,defmitionem facere ijc faatur,atq ; idco dTe Logicum inftrumentum,alioquin Quarftio abeopropo Ijta prarccr racionem adduda fuifTec.fi defmicio non faccret fcirejqua fcicncia per definitionem nulla ex cius fenccncia in fcpcimo Diuinorum concexcu quarco me lior , atcp prarftabilior eflc poteft . Demum in primo dc Anima,& in primo Di umorum utrobiquc tex: com. 4 g. uulc difciplinas omnes pro inftrumenco uti demonltratJone,& definitione,inquiens, ( atqui omnis difciplina per prarcognita aut omnia , aut al.qua cft, & aut per dcmonftrationem, aut per definitioncm. ) cjuam philofophi fencenciam fccuti func Thcophraftus,& Alcxandcr, refercnce fcuftratio m fccundo poftcriorum Commentario fuo quadragcfimo fcxro p 0 / fucrunc enim & ipfi duas fcicntias , dcfinitiuam fcilicct , & demonftratiuam c # proptcrca duo inftrumcnta,nimirum, definjcioncm , & dcmonftracioncm. ex qua philofoph. racione colligicur non dTc ad mcncem eius , uc omnc Logi, cum inltrumcncum fic cumillacionis necesficace. quareconfirmacum rcdd.cur quodtradita_habicuum racionalium diuifio nobis ance oculos pofuic, nempedc fmicioncm cUc Logicum inftrumcncum. Ex aliorurru fententia obiezlioncs qmdam contra ea, qu* dc defnitione proxime didafunt. . JS^JOnnulli contra ea ) quardida funt , inftare nituntur \ probando pluri, d bus medns, non elTc dcfinicionem inter inftrumcnta Logica connumc, randam , & primo definitionemethodi proprie fumptar, quar cft, intelleaua* le mltrumcntum facicns cx notis cognitioncm ignoti,fcu intelleauale infW E 27 Logicarum Dilfpiit. a mentum notificans quod prius ignorabatur. intelle&uale inftrumentum Metht. di gcnus cft, quod ordtncm quoque c.omplcditur; tecere autcm ex rjotis cogni tioncm ignoti,ucl notiftcare quod pniw ignorabatur, eft difterenti*, qua mctlio dus propric dicla ab ordinc feparatur; ba?c cnim mcthodus illationis ncccsfita* tcm habet, alioquin non diccrctuc notilicans, cum netincarercm jgnbtam non posfit cffe fine illationis necesfitacc; ordo autcm minime. Hac pofita metbodi proprie dictac definitione , inftant hunc in modum , deiinitio mcchodi propric diclar non compctit deiinitioni,crgodcfinitio non eft mcthodus proprie (umpta; Confcqucnt» eft clara per locum topicum a dcfinitionc ad dciimtum , Anto ccdens probatur , definitio non progreditur ex noto ad cognitioncm ignoti cum illationis necesfitatc, quod eft mcthodi proprie difise dtlinitio, crgo defmj tioni non competic dcfinitio mcthodi propric dicla:; Antccedan probatur, fi dcfinitio progredcrctur cx noto ad coguitionem ignoti cum illationis neccsfi/ b tatc, ipfacfiict terminus a quo notus,e\ quiditas, ad cuius cognitioncm pcr dca finitioncm ducimur, cflct termitius ad qucni ignotus; fcd lioc eft falfum, cum.n. defmitio, & quiditas non dilcrcpcnt nifi ut fignificans, 6c figniiieatum, nonpon teft dehnttio cffc nota, dum quiditas ignoratur, crgo ddmitio non proirrcdirur cx notoad cognitioncro ignoti cum.illatioms neccsfttatc. Sccundo, cadcm cft ratiodefinitionis adqutdicacem abcafigniticatam , &' nommisad rem , qux ab ipfo ftgnificatur , crgo fi dcfinitio cfl mcthodus, & inftrumentum Logicum no>? tificans quiditatcm, nomco etiam mccbbdus crit, & inftrumencum Logncuri» rcm ipfam notificans , fcd hoc cft faKum, crgodcfinicio non eft Logicum inftrd mcncum, fed inftrumcntum tantura fignificandi , ut patct cx cius dcfinitionc-ab Ariftotele pofita in primo T0p.cap.4v quarhuncin modum fe.habec, (cftautcmi tcrminus quidcm oratio quid eratcffcfignificans,) ubiterminus pro dcflnitio* 3 nc accipitur , & licct.Anftotclcs infcxto Top. cap. 3»nccnon in primo hbrox c de Amma, 6t in primo Diuinoruni ucrobiquctex: 4«. comparans defimuor nem cum dcmonftrationc dicat, qudd dchnitio cft cx notioribus , ficutido monftratio , non uulc philofophus eodcm modo definitioncm , ac demon> ftrationcm ex notionbus cflc, nimirum cum illationc ignoti cx notis,fedfiv lum in hoc communi uult carum fimilitudincm confiftcre, ututraquecx no* . tioribus conftet , alio tamcn , & alio modo , nam demonftratio cum illationis ncccsfitatc progreditur , defmicio ucro minimC ; quo fit, ut altcra quidem fic methodus , & inftrumcntum fciendi, nempc, demonftratio, alterauero, uidelia cet definitio, nequaquam» Tcrtio , Ariftotelcs in primodc Anima,4.cV.c. con tex: quarrit, An fit aliqua communis mcthodus inucftigandi quid cft in omni* bus fubftantiis , mcthodos ctiam aliquas nominat,fubiungit enim, an fit dcmori ftratio , an diuifio, an aliqua alia methodus ; At uero fi definitio , uel metho> dus dchnitiuaeflctproprium inftrumcntum , & propria mecho.lus , qua noci*' d fjcatur quid fit, uana ccrtecffcc quarftio Ariftotelis co ia lpco, non cnim opus crat dubitare, & ad alias mcthodos confugcre , cih» iu promptu cffcc comr- munis mcthodus inucftigandi omncs rcrum quiditatcs , nempe dibnitio #\ a Lihcr Secundus 28 feu mCthodus dcfinitiua; igitur uidic Arirtoteles definitionem non eflc mctho • dum.uclinftrumentumnotificandiquid fic/cd clTc illud, quod per mcthodum notificaturquando latet; nam quarrere quid res aliqua fit,eft dcfinicioncm eius cjuarrere,pro!nde definitio quando eftignota fmis efl methodorum , non mctlio dus; quandd autcm nota eft,notum cft etiam quid rcs fit , ncc methodo indiget, qua inuclbgctur; proptereaibi Ariftoteles non ipfam dcfinitionem,fcd alias me thodos nominat . Quarto, & ultimo,Ariftotelcs in fecundo priorum cap. 25. ucrba facicns de incIuctione,ait,omnia enim crcdimus aut pcr fyllogifmum,auC cx induftione . qua-lcntentia legituretiam in pnmo Poftjcontextu. 33. fecundu fcctioncm uctcrem,in primo Rheroricorum , & in fexto cthicorum utrobique cap.^.fi itaque omnia crcdimus aut per fyllogilmum,aut ex induc~tione,defmitio noncft ihftrumentum ex noto faciens fidcm ignoti,alioquinmale dixiflet pbilo fopluiSjOmnia credimus aut pcr fyllogifmum,auc cx indu£tione,cum ctiam per , delinitioncm credamus.Ad rationem in oppofitum refpondent,negando confc quentiam,licct enim Logicafic diicaplma inftrumcntaria,tamen non eftnecefsa r»um,ut quidquid in Logica traftetur,inftrumetum notificandi fit/ed uel inftruv mentum,uelfaltcm ad Logica inftrumenta refpcctum aliqucm habens; dcfini/ tio igitur in Logica trattatur non ut inftrumcntum ,fed uel tanquam principifi, ucl tanquam finis Logicorum inftrumcntorum . Ad Ariftotelem uero locis d tatis dicuntjdefmitioncm facerc ut cognofcatur,& fciatur fine illationis neccsfi tate,idcirco non efsc methodum,& inltrumcntum fcicndu Soluuntur tradit& obiediones. . V "\7T facilius intelligi posfit quo tendant adduftjc obicftiones , repctenda eft c * diuifio Logicorum inftrumentorum,qua- hunc in modum fc habcbat, Lo* gicorum inffrumentum aliud inferuit ad fingulas fcientiarum, Artiumcp partes congrue difponendas,aliud adnotificandum quarprius ignorabantur; inftrume ti Logici inferuientis partium d«fpofitioni, quod etiam ordo uocatur ,aliud eft rdolutiuum,aliud compofitiuum.aliud diuifiuum;inftrumcnti autem Logici fci cntiis inferuicntis notificando,quod methodus quoquenuncupatur, aliud cum rationc, ahud finc ratione notificat; cum rationc notificat fylIogifmus,& omnes cius fpccies, fine ratione uero definitio, ut patet per ea,qua? lupra diximus in ca pitcprimo,& fecundo. Hac pofita Logicorum inftrumcntorum partitione, fu> mamus modo ex ea methodum cum fuis fpeciebus,cV uideamus quarnam fit ca- rum omnium ratio. dicimus itaq; , rationcm mcthodiin gencrc nullam aliam eflc , nifi notificarc ; eius uero fpecierum diuerfam elTe , alia enim cfc noti" ficarc cum iliationis ncccsfitatc , alia autem minime ; prima competit fyl/ d logifmo , ciusque fpecicbus , b fwn , m tluci) Jt> :u lv~i A imir.ii: .n Pr*M* ofinioms Im^iuo. liV ,«3i*J mu* >wk±, mum^wk aigfocl \uiQ « ?ujil non, hin \ i :p vU*55Uol cpnro jT irt fri \f. I .ioL.ify'jtir, r i imjxolnrrtooni ox : ■7 pbrf. '.'pils .. tjr! - r:- »if HAEGopinio ( pace tantorum uirorum fcripferim j non uidctur attingere mentcm philofophi; fi cnim elTct uera, fcqucrctur, Ariftocclcm in hac Difei phna diminucum ruilfc, quoniam inftrumentum, quoad ipfius quidu"t cognicio ncm ducimur, defiderarctur,& ab co prartcrmilfum fuilTcc, quod Logica* adueri- d farecur, cum ad cam fpeclet, ut perfccta dici posfic , nobis inftrumcnta tradcre , quibus ad omnium quarficorum cognitionem liccat perucnirc; harc autem duo Logicarum Difyue. a funt demonftratio fcilicct, ac definitio, nam demonftratione, An fiit , Qualefir,' & Propter quid fit oftenduntur,definitione uero notum tit Quid fit. fi itaque eorum fcntentiam admktamus, ut in Pofterionbus analy ticis fola demonftratio tra&etur.inftrumcntum' defmitiuum , quo quarftioni Quid fit fatisfacere polTe» mus, philofophus non tradidiliet,quare mancus, reprchenfioneqj dignus foret* ( ontutata huiufmodi opinionc, ad fundamcnta, quibus innitebatur, refpondem» dum cft, & primo ad Grarcorum fundamcntum dicimus, illud falfum cfle, quia de Mcdio,pro ut eft caufa rei, fatis fupercp uerba fccit Ariftoteles in primo libro Poftcriorum, agendo enim de conditionibus principiorum demonftrationis, a/ git ctiam de Mcdii conditionibus, non pro ut eft caufa illationis.quia dc illo hac ratione egit in primo Priorum,fed pro ut eft caufa fei. Ad conhrmationem re fpondemus, Anftotclcm neccsfitate coaclum,non ex profelTo facerc ibi mcntio nem de Qua-fitis,cV de Mcdio, ut infra explicabimus, ubi apparcbit ctiam quan t> ti momenti fit eorum refponfio ad obiec~tionem de definitione,de qua per fc (ut dicunt) ab Ariftotcle agi in leptimo Diuinorum, falfum cft,cum ibi deddmitio netra&ctur in ordine ad quod quid cft. Quo ucro ad Alberti ratjonem,dici* mus, eam ncgocium non facefccre, doccndo enim philofophus conditiones , dc omnia ad potisfimam demoftrationcm rcquifita in primo libro,docct etiam quo modo huiufmodi demonftrationis Medium, pro ut eft caufa rei, inuenirc posfi* mus, nam percepta do&rina, quam ibi philolophus tradidit, optimedemonftra» tiuum Medtum inuenire poterimus; Sed Medium non poteft efle demonftratiuu, nifi fit ctiam caufa rei, ergo agendo in primo hbro de conditionibus principio rum dcmonftrationis, agit quoqucdc Medio dcmonftratiuo,idcft,de Medio pro> ut rei caufa eft: At de fyllogilmo, non fat erat cum docuiflic omnia ad fyllogifa mi conftru&ionem requifita, uerum debcbat ctiam doccrc quomodo in rattoci nando abundarc, idcft, Mcdium fyllogifticum adinuenire posfimus ; dum enira agit dc fyllogifmi compofitione, deMcdii Syllogiftici inucntioneminimeagit, idcircodeiyllogifmo duo philofophus debebat raccrc; fcd dum agitdecon*- ftrucltone dcmonftrationis quo ad ekis materiam,idcft, dum in primo libro agic demateriac demonftrationis inucntione , agit ctiam de inucntione Medii deyf monftratiui , pro ut eft caufa rci , cum dcmonftrationis materia fit cius Me' dium; quare clarepatet, firoilitudincm, quam intcr fyllogifmum , & dcmon ftrationem Albertus ponit , non clTc admodum tutam , fcd difficultatis ali^ quidpati ,nonfecus ac Diui Do&oris fundamentum , uoluit enim tantus Vir a N complcxo incomplcxum principium, feu Medium diftinguerc contra fcnten* tiam philofophi, qui dcmonftrationis materiam aliquando principia, ahquando Medium uocauit: traftando itaque philofophus in primo libro Pofteriorum de principio complcxo, tradat ibi quoquc de mcomplcxo , & de Medio, quod cft complexi pars prarcipua; non eft igitur Ariftotelis intcntio in fccundo Poftcrio Ttrrnjintnrfpfi Quo/ d rum libro de Mcdio dcmonftrationis agere, pro ut rei caufa cft. Liber Secundus 34- Quorundam recentiorum opinio 9 eorum% fundamenturn de pbilofophi * confiuo in fecundo Ubro Poferiorum  '. EX reccntioribus noftri tcmporisnonnulli huius uidetur clte opinionis ,ut ^ Ariftoteles in poftcrioribus analyticisduas tantu methodos tradiderir, dc moftratiua fcilicct,& refoluciua.demonftraciua quidem primo, relolutiua uero fccundo loco, & pro ut pcndet a x demonftratiua , cuius rci argumcntum ex eo «Iefumunt,quia in principio primi priorum,ubi philofophus cam in pofterioribus quam in prioribusanalycicis intentionem fuam proponir,& in Epilogo fub cal cc fccundi Pofteriorum,ubi colligit ea omnia,quar dixit ufquc ad locum illum, unicademonftratiuam methodum propofuit, eamq,- unam collegic, nullam dc mechodo rcfoluciua mencionem faciens, quamuis ab eo confiderccur in Pofte= rioribus analycicis.Huius ordinis racio eft,quia uoles philofophus nobis mccho b dfi,& inftrumentu traderc,quo ad reru cognicionc ducercmur,pfecta cognicioa ,nc primu rcfpicerc debcbac,qua: ab eo inftrumeco producitur,quod naturam in eius operacionibus imitacur,- hoc autem eft potisffma demonftratio,quailli mc thodum dcmonftratiua appellac;ficuci.n.natura du opcracur procedica caufa, ita dcmonftratio pocisfima,dum in nobis aliquara reru cognitione geticraulu/ rc igitm- optimo in hac fua pnncipali intentione folu quaruam fic mechodus g/ t ectam fcirntiam tradens confiderauit,non omnino fpcrnens noftrx infirmitatis confiderationem , immo ad humani ingenii imbecilhtatcm oculos conucrtens, «oluit ctiam doccre nos uiam,qua in corum notitiam ducamur,quarlicet fccun dum propriam naturamfintnota,nobis tamen ignotacfsc contingif; ha*caute funtcau(ar,& principia,ideo dcmethodo quoque refoluciua loqui uoluit, quar posad principiorum cognitioncm pcrducic . huius rcfoluciuar methodiduas ponunt fpccies , demonftrationcm fcilicct ab cr7c&u,& indudioncm,quar cftica c citatc intcr fc plurimum difcrepant,dcmonftratio cnim ab effcdtu ufurpacur ad jCorum,quar ualde obfcura,& abfcondica fuut,inuentionem,ioduclio uero ad co jrum tantumodo inucntionera,quar non pcnitus ignoca func,& lcui cgencdecla/ rationc. quoniam ucro uidebant obiectionem de dcfinitionc aducrfus latinos tnilitarc ctiam contra fcntcntiam fuam, rcfpondenc,dehnicionem non confidera ria Logico,nccin Logica craclari ut inftrumcntumfcicndi, cum methodus,feu l.ogicum inftrumentum non fit,fed uel pro u: ad prarcipuam mcthodum, ncm pc ad dcmonftratiuam tanquam cius pnncipium dirigicur,ucl pro ut cft mccho dorum finis; de ea primo modo coniideraca agicur in primo,alcero uero modo accepcain fecundo pofterioru libro.fundamcntum huius opinionis illud eft,q3 ad res omnes cognofcendas duarmethodi fufhciunt,dem6ftratiua, & refolutiua, riam omne,quod cognofcendum proponitur , aut eft fubftantia , aut accidens ; fubftantia quidcm tunc plcne cognofcitur quando pcrfecia ipfius habecur dc/ finitio , harc fi notafit , nulla cget raethodo ut inueftigctur ; fi ucro igno/ d ta , pcr aliquam mcthodum ucnanda cft , pcr dcmonftracioncm quidcm uc/ I Liber Secundus 1 36 rum ncuter quiditatiua rerum dcfinitio cft,non internus , ut patet per Iongum » progreflum apud Ariftotelem in fccudo pofceriorum a v principio fecundi cotcx tus ufque ad decimu.neq; ccia excernus,quonia dcfinitio contra fcntentia philo lophi in pruTopicoru Ca^eflet cognicio,&fcicncia inharreciaipasfionis in fubie cto,ergo quiditatiua reru dcfinicio mcthodi demonlTratiuse finis dTe non poteft, «ifi dicant, defmitionc effe fmc methodi demoftranuar, prout ex ea elicitur; fed hoc dicerc nihil cft,quia definitio,quar ex demonftratione p fe clicicur,e cantumo do cllcntialis definitio cu caufa pasfionis dcraonftrata:, non ac fubftanti* dcfini tio eft,nifi paecidcns, co quia racdiu.qct eft caufa pasfionis,ac dicit propterqd, stp eft in pocisfima demoftratione fubie&i dcrinino,ut declarauimus in propria difputationedemedio.Pra:tcrea,iiccc iu parcealiquafecudi Pofterioru libri Ari ftocelcs agat de defmicione, uc ex demonftracione clicitur, id came paccides, cj nf> pfcfacit;cu.n. in pri.lib. docucric , cria quarfica,nepc, An fic,Qualc fic,&Pro i pcerquid fic oflendi pdemoftracionc.m iearacLo cocextu fecundi poftcrioru in cipic inueftigare quomodo y gd cft haberi posfit,&in decimo cotcxtu decermi nac,dcfinitionc, & fi de defiuno p dem-oftratione minime probari potefl, cx dc moftrationc elici,quafi uellt innuerc.fi ahqua ex parte confert demonftratio ad cognicione defmicionis,id no aliunde cucnirc,nili quia ex ca clicitur. p accides itaq; , non p fc in fecundo poflcrioru libro agit philofophus de dcfinitione pro uc ex deraonftracioneelicicur.fed Arc/fex no curac ea^qo* func t> accides,ergo .falfunieft, Ariftoccleper fcibiagcre dc definitione prouc clicicur ex demoftraa tione,cum dc ea Jiocnominecgcnc in primo libro,nara cunc dcfinitio cx demo ilracioncopcimeelicicur, quando dcmonftracionis principia conftaut ex onu nibus fuis conditionibus, fi cnim potjs/imar demonftracionis principianon cjO 'fcnt immediata, ncq; caufx curcisec pasfio demonftranda , ex ca non pofset clici pcrleaa ciufdcm pasfionis dcfmitipjucrum de conditiombus principiorum «• potisfimar dcmonftratiouis pcr fcagic m primo\vbro,cifqi in fccundo nullas pra: ftantiores addit , crgo in primo libro pcr fc quoqxiefimul agic dc dcfraicione, qua: ex potisfima dcmonftracione clicicur»Cum iam explicacum fit.Recentionj opinioncm racione fui noneflecx menceplnlofophi , rcliquytn cft, ut illud ide dcclarcmus racione fundamcnti, & primo ex rerum coguofctodarum natura, qux duar funt,fpccierum fcilicet proprietates^earumqp fpecieru dfcntia; propric tates methodo dcmonftraciua optime pcrcipiuntur,fpecicru ucro dTcutia,&qui ditas mcthodo refoluciua nequaquam, fed fola dcfinitione cognofcitur, ut m fu pcrioribus didum fuit; methodo cnim rcfolutiua, qua: cft dcmonftracio quia,ad inucniuncur folum ea principia , qua: poftea in demonftratione a priori dicunt propcer quid, paffionifq? dcmonftranda: caufalem definitionem , quod illis cona ccdimus ; principia ucro , qua: rcfpe&u dcfiniti dicant quidicaciuam defmicione, .demonfcracione quia ab Ariflocelc non inucftigatur,ut infra dcclarabimus.prx tcrea,qua:flioni quidfit ignoca: nulla facisfacic mcchodus rcfoluciua,ncquc dcmo d Hraciua,^fed folum dcfinicio, qua omncs fubflancias cognofcimus, ergo prarcer mechodu demonilratiua, & rcfolutiuam, datur ctia inlbrumcntum dcfmiciuum, Logicarum Difput. 3 quo manifcftatur \ & nota fit quarftio quid fit. cum cx rerum cognofcendaruni natura dcclaratum fit,noti eflc cx fcntcntia philofophi Rccentiorum opinionem afferentium duas illas mcthodos ad tradcndam rcrum omnium cognitioncm fufficere, rcliquum cft,utilludidcm apcriamuscx ipfo methodi,feu Logici in* ftrumcnti communitcracccpti progrcflu ca,qusr prius ignorabantur,notifican* Cis » Dicimus itaq; dc rationc huiufmodi Logici inftrumcnti non efle, ut a N caufa od cfleaum,& e conucrfo progrcdiatur,(ed folum ut notificet,quod fieri potcft, & curo ratione,& finc ratione,fi cum rationc,fit ucrc (cicntificus progreflus,uel i caufa ad cfTcaum,ucl ab erTeau ad caufam,& inhuncfcnfum Recentiores op/ timc dicunt; fi uero finc ratione,ut patct dc definitionc,corum fententia non pro batur,cum in rei defmitionc nullo pa^o fiat huiufmodi progrcflus ratiocinatio b ni accommodatus, quare dccipiuntur (nifi rallor) Reccntiorcs, quia id gcneri at tribuunt, quod uni cius fpeciei competit, fufpeda itaquc nobis uidctur harc o> pinio tam cx partc fui, quam cx partefundamcnti. Opiniozdufiorisdc Pbdofopht conftlio infecundo Pofl: iitro. £ *, QVoniam quar fciuntur,aliquo inftrumentofciri oporttt, idcirco quar de re aliqua qusrruntur,cu quarantur ut fciatur, aliquo inftrumento fciri opor • tet; At quac dc rc aliqua quarrutur,ut ( fi ficri posfit) fciitur,quatuor funt,uidcliV cet, An fit,quid fit,Quale fit,& proptcr quid fit.crgo harc quatuor aliquo inftru tnctofciri oportetrdemoftrationefciutrtur An fit ,qUale fit,&proptcr quid fir, defmitione uero quid fit,cum illis dcmbnftr*tio,huic autcm dcfinitio fatisfaciat. Vcrum cofiderare inftrumenta fcicndi,ut inftrumenta funt, ad Logicum fpeQac c in libris Pofteriorum,crgo in illis dcmonftratio a priori,& a poftcriori,nec non definitio confiderari dcbc«t,cura fcicndi inftrumcnta fint . Dixi demonftratio-; rem a x priori propter pcrfedam demonftrabilium cognitionem, qusr a dcmon- ftrationc pcr caufcm producitur.demonftrationem ucro a pofteriori propter iti genii noftri irrbecillitatcm,ad quam rcfpiciens philoibphus uoluit ctiam dcmo ftrationcm Quia confiderarc,ut eiusauxiho ad illorum cognitione ducamur, qusr fecundum propriam naturam funt nota,nobis tame ignota, ficuti funt cau far, & principia. At quoniam in primo libro cx communi omnium confenfu agi tur dc demonftratione,ut tflc posfit inftrumentu abfoluens ouxfita, An fit, Qua le fit,& Propter quid fit, fequitur ut in fecundo agi debcat dc dchnitionc , quac posfit eflc inftrumcntum fatisfaciens quarftioni Qtiidfit. Pra*tcrca,cx Ariftote* lis fentcntia duo dc qualibct fpecic confidcrarc dcbemus,fubftantiam fcihcct , & accidentia propria, quar omnia cx mcntc eiufdcm philofophi in fecundo Poftc*  rc,fi in fecundo Pofteriorum librodc definicione tracteret a demonftrationeco tradiftinda; debuiftet enimin primo librototum dedemonftratione fermonerri abfoluerc, dcinde m fecundo fcorfum de definitione loqui, fi ( ut nos alTerimus.) dub diftincTa inftrumcDta funt demonftratio,& definitio. Liber Secundus \ ^ Trddifl& rationesfoluuntur. a CAP. XI. ^\JT ordinatim ad propofitas rationesrefpondeamus, ad primam negamus falfitatem fecundi confcquentis,ad probationcm, qudd, pofita ueritatc no* ftra-opinionis, non fcpararcmus, ficuti ucllcuidcmur, lcopum definitionis a fco po demonftrationis, ratioqj noilra nihil roboris habcret, quando ex co qudd in fpcciebus duo funt cognofccnda, fubftantia fcilicct, & accidcns proprium, colli gimus, duobus inftrumentis rediftindis ad corum noticiam acquircndam opus  riatas,ut efTeSus uariari contingitjcum enim cfTe&ufi alii fempiterni, ncceflariiqj fint,alii ucro ut plurimum,eodcm modo ipforum caufas uariari nccefle cit,ut iU lar,quarum effeclus neccflarii funt,neccflaria: , illar autem,quarum effcctus funt ut b plurimum,ut plurimum ctiam fint,nam fi efsent neceflariar, efTcclus quoque cort tra fuppofitum neceflarii elfent. His pera&is, in contextu decimo feptimo,& in/ fraufquc ad mcdietatem uigefimi fecundi Ariftoteles ex profclTo agit de inuc tioneprardicatorum quiditatiuorum,atq? ideo deinucntione quiditatiuar defini tionis in ordine ad defmitum,ut clTc posfit inftrumetum, quo farisfaciamus qua: ftioni quid fit,idcp non fine ratione, cum cnim in primo Poftcriorum traftaue/ ritdcinuentione demonftrationis,cuius opctria quarfita oftenduntur,uidelicct, An fit,Qualc fit, & proptcr quid fit, cinecclTarium fuit in fecundo libro aggre/ di proprium tra&atum de inuentionc dcfmitionis, tamquam de akcro initru* mcnto, quod fatisfaccret quarftioni Quid fit, cui nulla demonftracio fatisfacerc potefL quo in negocio pertra&ando qua mcthodo progrcdiatur paulo infenui cxplicabimus . fed quifpiam & optime contra fcntentiam noftram hunc in mo/ dum inftarc pofsct,fi mtcr modos imaginabilcs ad habendum qtf quid eft, quos rciccit philofophus , rcponitur ctiam dcfinitio, quorfum dc cius inucntionc ita agit,utcfle posfit inftrumcntum, quo manifeftum redatur quid fit ? Adhu/ iufmodi inftantiam refpondemus,philofophum in huncfcntum reiiccre definitio ncm , ut fcilicct ex ca tamquam cx inflrumento ratiocinatiuo non concludaa c tur quid fit, in alium uero fenfum,ut fcilicct dcfinitio fit inftrumentum fimplici Quarfuoni Quid fit fatisfaciens,eam minimecxcludere,fed penitus admittere,dc finitio cnim uel quarhbet cius pars ad quarflionem Quid fit refpondctur . Cum itaquc a v decimo nono contcxtu ufquc ad uigefimum fccundum de methodi di uifiua? utilitatepro definitioncinucnicnda ex propria fentetia fatis , fupercp di fputauerit, na&us hic occafionc,de cadcm diuifionein altcra partc uigefimi fca cundi contextus, & in toto uigcfimo tcrtio ucrba facit pro ut cft utilis ctiam ad omnium problematum caufas inuenicndas . Hac fa&a problematum men/ tionc,cum eorum plurima,qua: cx partc terminorum diucrfa funt, ratione mc/ dii eadem efle posfint,cogebatur philofophus id aperire,quod detcrminat in co textu uigefimo quarto. Et licct fuperius uerba fccerit dc caufis, & caufatis, quar fimul funt,nec non de his,quar no sut fimul,&docuerIt quomodo in iis eX necef fitatc confequentia fiat, nunc in uigefimo quintto contextu de caufis , & cau^ d facis , qua: iunt fimul, idcm rcpctit, & cxquifice magis , quia huiufmodi Liber Secundus .1 ^ fpeculatio ad problcmatum caufas inueniendas multum confert; dubitat igitur t an exiftente caufato.ex nccesfitate fit caufa,ficuti cxiftcntccaufa , exneccsfitate fupponitur ttTe caufatum ♦ Si dicatur, caufato cxillente , non cfse cius cau* fam iIlam,quarpro caufa poncbatur.tunchuiufmodi caufati aliam caufam ponc re nccclTarium erit.quare ciufdem cfTcdus plures caufar dabuntur , quod tamen a propna demdnftratione alienum cft : fi autem dicatur,exiftcnte caufato , cau= famcfse,& cconuerfo,tunccaufa, & caufatum inuicera demonftrari poterunt, quare in demonftrationibus dabitur circulus; quar omnia (ut fui moris eft ) exe plis illuftra^difhcultatesqj propofitas diligentcr difsoluit.His omnibus cxplica tis,in contextu uigefimo fexto colligit quar propofuit m principio primi prio^ tum,ubi poncns intentionem fuam m illis,& in Pofterioribus,camcp in Hpilogo rcpctens,dc defmitione niliil dicit,non quia omnia,quar ufque ad locura illum docucrat.ad dcmonftrationcm pcrtincant, cum in fecundo Pofleriorum pcr fc de inuentione definitionis,ut efse posfit inftrumcntu fatisfaciens quarftioni quid fit,  mo feptimo,diccns,cam eflc principium indcmonftrabile; quarc,fi ignoretur, no poteft pcr dcraonftratiofrjcm indagari, fcd aliqua alia uia, quam ipfc ibi no cott t Liber Secuncfus 46 fidcrat, quia in ca partc Ioquitur folum dc illa definitione,quar pcr dcmonftratio » nem innotefcit, harc autcm efl definitio afTeaionis , ut in ca partc manifcftisfi, mum eft,& ut alTeric ctiam Auerroes in primo commentario fexci Metaphyfi* corum libri; fimiliter clarum eft, uiam ducentcm ad cognofccndum quid fit in accidencibus non cflc definitionem, fed dcmonftrationcm, in finccnim primi ca picis proponit Ariftotelcs declarandum quomodo pcr dcmonftrationemdecla, rctur quid fit , & in contcxtu quadragefimo feptimo colligit fc dcclaralTe quo, modo fit dcmonftratio ipfius quid fit,& quoraodo quod quid eft monftrctur ; fed totam illam partcm legentibus manifeftum eft, Ariftotclem nihii aliud docc re, quam quomodo demonftratio ducat ad cognitioncm ipfius quid fit , non eft jgitur dcfmitio inftrumentum duccns ad cognofccndum quid fit, fcd dcmonftra tio. dcinde Ariftoteles in contcxtu quadragefimo oftauo incipit traclationem dc genenbus caufarum,& docct eorum quodiibet pofle in demonftrationc mo , dium efle;& in ca caularum confidcrationc uerfatur ufque ad contcxtum fcxage fimum odauum , quar tota traftatio abfqueullo dubio de demonftratione eft , uia nihil dicitur ibi dc dcfinitione. poftca in contextu fexagefimo nono incipit cclararcuiam ucnandi prardicata eflentialia,quar prardicantur in eo quod quid cft, & confticuunt cam dcfinitionem , quarcft principium indemonftrabile; ncc tnagis cft definitio iubftautiar, quam accidcntis, prardicata enim , quar uocantur quiditatiua, non poffunt demonftrari dc illo, dc quo in co quod quid cft prardi, cantur, fiue fubftantias, fiuc accidcntia dcfinienda confidercmus , quemadmodfi cnim non poflumus pcr caufam demonftrarc homincm cfle rationalem , uel cllc animal, uel efle corpus; ita ncquc albedinem efle colorcm, ucl cflc qualitaccm,ne que eclypfim dTe priuationcm Iuminis,ncque tonitrum eflc fonum; polTumus qui dem per caufam demonftrare priuationcm luminis de Lunafubieda/ed non de eclypfi;& acccnfionem dc fanguine cordis, fcd non de ira,mfi idem de fc ipfo de, nionftremus. Cum igitur ca, quar prardicantur m quid tam in gcnere fublW c tiar, quamin generibusaccidcntium, demonftran non posfint,tameu ignota ef fc contingat, docct ibi Ariftotelcs qua uia dcbcant inucftigari , an uia diuifiua , ut ccnfuit Plato, an aliaua alia mcthodo; quarc tota llla traftatio eft de illa defi nicionc, quam Ariftoceles antea in contextu quadragefimo fecundo rciecerat, diccns, eam efle principium per fe notum in fcicntia, uel fi ignorari contingat , non pofle per demonftrationem innotefcere, fcd pcr aliquam aham mcthodum, quam in ca partc quarrit ; inftrumentum i^icur idoncum ad uenandum quid fic non eft ipfa definitio, quaudoquidem harc ignota proponitur, & quaricur inftru mcntum, quo inueftigetur; fed inftrumentum eft ipfa uia diuifiua,uel uia compo fitiua, per quam docct ibi Ariftotelcs quomodo ciufmodi prardicata uenari dc^ beamus,& horuminueftigatioeftinueftigacioipfius definitionis ignocar.quia ue nari ipfum quid fic,& ucnari dcfinitione idcm fignificac; quarc nihil inamus eft, , nihil ab Arifto*le alienius, qua v m diccre, definitionem efle methodum, & inftru mcntum, quo ipfcin ea partedocct uenari prardicata in quid , ut patct tum lc* gcntibus ucrba Ariftotelis co in loco^tum rcm ipfam pcr fe confidcracibus; crgo t 0^ , Logicarum Difput. t io ea quoque parte, quar a v contextu fcxagefimo nono ufqucad oauagefimum quartum protenditur, manireftum eft tum Ariftotclem non loqui de fola defi.ni tione fubftantiar, tum etiam non conliderarc detinitionem ut methodum ,  linquitur, cum cfle rationalcm, quar hominis differentia fi cflct ultima, non poflet amplius aggregatum cx animali, & rationali pcr alias diflerentias diuidi,qua* rc cx ea tamquam cx contrahente,& cx gcnerc tamquam cx contrahibih hcrec b quidiratiua hominis dcfinitio; ucrum -fi rationale non cflet ultima hominis diffc rcntia (latcnt enim ut plurimum ultimar rcrum dirTcrcntia*) tot cflent a nobis in tragenus accipicndayi quibus detinibilealicnum non fit,quot fimul iuncla: ulti/ mam cius difFcrcnttam circumlcnbcrcnt. cum itaque rationalcex mentePlato nis ultima hominis difTcrentia non fu, animali appofitum hominis definicionem ron cfTicit, fcd genus nominc carens, quod licet inquid prardicetur, ficuti defini tio, ab ea tamcn difTert, quia definitio cum definito conuertitur , gcnus uero no mine carcns ccmmunius cft. dixi genus nominc carcns,quia gcnus in duplici dif fcrentia cfl, nominatum um;m,alterum nominc carcns; nominatum gcnus illud cft, quod folo nominc profcrtur, nulla ci addita diffcrcntia, ut animal; gcnus ue ro nominc carcns cft aggrcgatum cx gencrc nominato,& una, ucl plunbus dif fcrcntiis, ut animal rationale, quod cum latius patcat, quam homo, rurfus diuu dcndum cft pcr mortalc, atcp immortale,& cum probatum fucrit, hominem no c (flc m mortalem,manikftisfimc apparct, cum mortalitati fubiacerc; applicetur dcinde mortalc animali rationah,fi aggrcgatum, quod oritur cx animali rationa li,cx mortali, cum homine conuertctur, ut uerc conucrtitur, eius dcfinitio crit , fin minus, cnt genus nomine carcns, quod cft deinceps diuidcndum , quoufquc aggregatum cx gencre, & difTercntiis cum definito conuertatur. Et in huncfen lum ucra cft pinlofophi fententia aflercntis, ca, qua: ponuntur in dcfinitionc,pcr fe communiora cfle , qua x m dcfinitum, ac dc eo in quid prardicari, quando fcili^ cetultima differentia latet,ciufq$ loco fumitur aggrcgatum cx pluribus diffca rcntiis ultimararquiualentibus. Nec conturbent nos aUquar definitionis partcs, uidelicet, diffcrcutisr, cum diclum fic, ca, auar in definitionc collocantur , in co quod quid cft dcdefinito prardicari ; nctortc confiteri cogamur cas in qualc quid non prardicari, proptcreaqudd differencia: a gencrc fcparaca: optime in qua Ic quid prardicantur, at generi coniun&ar, cum ucl gcnus nomine carcns, uel de d fimtionem faciant, non poflunt prardicari nifi in quid. Eccc quomodo pcr diuia fionem habctur ordo in partibus defmitionis, ita utuna, uidcliccc, minus com/ munisalteri communiori fucccdat, ncculla practcrmittitur. harc methodus iu> | fcruic Liber Secundus I j Q - fcruit ad inueftigandam defmitionem non folum fpeciei fpccialisfima-, fed ctiam a febalternar,ad cuius iterum definitionem indagandam,aliam ci propriim,non au rem fpccici fpecialisfimar ponit methodum , quarcft aggrcgatum ex methodo diuifiua , cV compofitiua liunc in modum fe habens. primum debet fpc, cies illa fubalterna diuidi in alias fpecies infra fe poficas, fi non in omnes , faltem in aliquas; deindc accipienla» funt earum fpecierum dehniciones acauifi tx per priorcm mctliodum , # dibgenter confidcranda* funr,an habear i n l£ a!i quid commune; cum cognitum fit,cas in aliouo communi conuenirt,(S:Ii6c no aliunde,mfi metliodo compofitiua a fingularibus progredicndo, fumcndum eft poftmodum gcnus gcncralisfimum illius pnrdicamenti.in quo definibile,&eiu* ipecies collocantur.cui fi appofitum fucrit illud commune pcr mechodum com poficiuam inuentum,efTicictur cx huiufmodi aggregato quiditatiua fpccici fub altcrnx dcfinitio.Vc gracia excmpli, fi quifpiam inueftigarc uellct dcfinitioncm atumahs, quod cft fpecics fubalterna, deberct primoan.mal in fuas fpccies diui a dcrc ncmpe,in hominem,cquum,& leonem; prarcerea,efsent ab co cxprima mc thodo accipienda- illarum fpecicrum definitiones,ut fcilicct Iiomo fit corpus a, b nimatum fcnfitiuum rationaIc,cquus ucro corpus animatum fenfitiuum irratio lialc hinnhibile,& leo corpus animatum fenfitiuum irrationale rugiens; quibus detinitionibus ita acccptis/deberet ulterius uti mcthodo compofinua a fineula ribus lutdiximus)uniufcuiufque fpeciei pregrodiendo.ex qua quidcmethodo manifeflisfimc apparet illud comuuc cfTe animatu> fenfitiuum, cum in anima, to,&fenlitiuoconueniant indiuidua otnnium animalis fpecierum; demum cum cogn.tum fueric ,carum fpecicrum genus gcneralisfimum efTccorpus gcnerabi le,# corruptibile, ci communc illud,quod inuentum erat in illis dcfmition.bus mcthodo cotf.pofitiua,addere deberet,&ita inuenta eflet animalis dcfinitio uide !icet,corpus animatu fcnficiuum. Ad cognofcendu poftea an uniuocum,uel arqui iiocumntquod dcflniendum proponitur, uidendum crt quomodo fe habcac communc iIIud,quod fpeciei fubalcernar definibilis ratio eft, ti .n. unu & ide* fue Tit m omnibus fuis fpeciebus,carumcp indiuiduis,non potert dcflnibile illud non c  in fccundo Poftcrioru libro ex mentc commetatoris tractatur cfsentialis utri^ ufq; dcfinitio.fubiccti (cjlicct,& cius pasfionis demonftrandar . Ex qua ratioci* C natione clare patet, cum ueritate non conucnirc minorcm propofitionem Aducriarjorum rationisjoptimccp afferuiflic Aucrrocm, ut ca, qua: di&a funt in primo, fint di&a propter fecundum. Altera Commentatoris au&oritas opinio' ni noftra: mirtf^equadrat,quia nulk dcfmitio cft rc diftin&a a demonftratioa ne,dc tota propriLr Um ftcade«ii»»,«kfmitione,cl;mim eft,cam a deraonftratia ne re non diftingui,uim m utraq; iidcra tcrmini rcpcriantur uariati folum fccu dum fitum; manifcftunietiamcftdc fubicQi dcfinicionc,qux licct a dcmonftrar tionc diffcrat ratione fort*ar,ac finis,rationc matcrix ab ca non differt,cum mc dium,quod materia deraoruVation is cft,in potisfima demonftratione fit femper fubiccli dcfinitio,cui Dicto fcnt?tia. Auerrois non repugnat,quando ait,raro mc diuindcmoftrationeefsc fubiecu ^etinitionem, quia cx eius fcntentia rararetia funt potisfimar demonftrationcs ; qaafi innucrc ucbt non fcmper,fcd raro in dcmonftrationc cffc mcdium fubie&i d>fmitioncm, Quia non in omnibusdc d monftrationibus mcdium cft fubicfii defmitio , fcd folumin illis , qux raro inueniuntur proptcr cxquifitam carum pcrfcctioncm , ut funt potiflimx demonftrationcs ; rc&e igicur loco citato dixit Aucrroes non cffc fcilicct inter Liber Secundus 5-4. demonflrationem, de qua agitur in primo,& definitionem,de qua tra&atur in fe a cundo, magnum difcrimen. Et quando diximus alias, detinitionem, de qua agi* tur in fecundo Poftcriorum libro, cifc inftrumentum a' demonftraticne, de qua agitur in pnmo,redirtindum, intelleximus,eam efleinftrumenrum a demonltra tione ucre diltmftum , quia licct materialiter fint idcm , formalirer tamen diffe* runt, quare duo, non unum, inflrumcnta funt diucrfis quarfitis fatisfacientia. VI tima ctiam Commcnratoris audoritas non fecus,ac fecunda, nobis uidetur faue re ; quando ucro Aducrfarii pctunt, cuiufnam in fecundo Pofteriorum libro dc monftrationis principia fignificent quid fit, uel fubiedi, uel pasfionis; refpondc mus, ca fignificare quidfitlubiccli , quoniam m potisfima dcmonftrationc mc/ dium fcmper eft quiditatiua fubicdi dcfinitio,Iicct confideretur ut propter quid pasfionis, cuius fignificant ctiam quid fit principia illa non proprie,cum eius nc que gcnus, neque proxima diffcrentia fint, fcd quia funt caula eius quiditatis.un dcmotus Aucrroes dixit,medium efle quiditatem extra quiditatem. Ad obie* fiioncm uero rcfpondentes, ncgamus, Aucrroi opinionem noftram aduerfari,li cct cnim in primo Poftcnorum commentario undecimo,& in propria qua*ftio b rc dc mcdio dcmonftrationis corum fcntcntiam confutet, qui dicebant,medium cfle fubietf i dcfinitioncm, id facit Aucrrocs, quia illi uolebant, medium in potif fima dcmonftratione cfle per fe fubicdi definitioncm,& pcr fe caufara utriufip cx trcmi, at nos cum eo aflerimus,medium in potisfima demonftratione cfle per ac cidcns quiditatiuam fubiecli dcfinitionem,quia non confideratur ut cius quidi tatiua dcfiuitio, fcd folum utcaufalis dcfinitio pasfionis demonftranda-; optimc igitur dixit Auerroes, cafdem propofitiones, quar in primo Iibro dcfignant pro pter quid,in fecundo dcfignarequid fit communead fubftantiam , & accidens proprie quidcm rationc fubftantia: , ratione ucro pasfionis demonftranda: non adeo propne, fcd quatcnus (ut diximus) funt caufa cius quiditatis. allata iam rc, fponfione ad omnes Auerrois auclorirates, rcliquum cflet, ut oftendercmus cas ad totam pasfionis dcfinitioncm non tcndcrc, cum in fecundo Pofteriorum no agat ex profcflb Ariftotelcs de illa defmitionc, qua: cx dcmonftratione clicitur, c ut eft tota pasfionis definitio, uerum quia de hoc fupra contra Rccentiorum opinionem difputauimus , ab huiufinodi ncgocio fupcrfedentes , ad locum jl/ lumLettorem dimittimus. Soiuuntur ratwnes 3 audoritates euertuntur y tnquibus optnio cAuttoris fundata fuit. C /^ 1 VM in plerifqj fuperioribus capitibus& Ariftoteli,& Auerroi opinionem ^•^noftram rcpugnare probaucrint Aduerfarij, nuuc, utcius fallitas lucc cla^ rior appareat, rationibus,& au&oritatibus , quibus crat innixa, hunc in mo> d dum rclpondcnt , & primo prima: rationi , concedcndo , dcfinitioncm , ut di* 57 Logicarum Difput. a citquid, a^Logico confiderari, non tamen ut inftrumentum.fed ut finem inftru mentorum,d: methodorum,demonftratiua? fcilicet,& refolutiua\ Sccundaruero rationi, concedendo id,quod nos alTcruimus,duo fcihcct clTe in fpecicbus cogno fcenda, fubftantiam,& accidcns proprium;(ed quando poftea inferimus, ergo de dcfinitione in Logica agcndum clTc,ut de inftrumento fubftantisr cognofccndar, hanc confequentiam neganfjnam debet quidcm Logicus ageredeinftrumento, quo fubftantia ignota notificarur, fed illud non cft definitio,at methodus rcfolu tiua. Ad Ariftrtelis audoritatem in fcptimo Diuinorum tex: com: ^z. codcm modo rcfpondent, quo refpondcntad primam rationem ; Vcrbis autcm Auera rois in pnncipio commenti fupcr eo contextu duos fenfus tribuunt , primum quidcm, Auerroem nominarc definitionem in numero plurali , cum dicat , ( de definitionibus, ) deinde inftrumetum in numero fingulari, quare non uidetur ap pellarc definitioncm inflrumcntum, fcd folum dicere , dchnitiones confidcrari a b Logico quatcnus datur inflrumentum ahquod Logicum, quod ducit intcilcLttJ ad cognofcendas quidfrates rerum, ideft, carum definitiones, quafi dicat, def.ni 1 tioncm a Logico confiderari quatcnus pcr inflrumcntum Logicum innotefcic , inftrumcntu autcm cft dcmonflratio.. Sccundu ucro (enfum ucrbis illis tnbuunt, concedcndo, Auerroem uocare definitionem inflrumcntum Logicum, non ra* men ut fit rc diftin&um a demonflrationc, fed quatenus eft idem, quod dcmort ftratio,nam demonflratiocftdcfmitio, & definitio eft demonftratio, ideo detini tioqua rationepoteft uocari demonftratio,cadem ratione potcftdici inftrumen tum, quo ducimur ad cognofcendum ipfum quid fit, demonftratio cnim ducit ad cognofcendum ipfum quid fit. hanc cflc Auerrois mentem patet confideran/ tibus alia cius uerba in eodem loco, non poteft enim diceredchnitionem extra demonftrationem fumptam, & ab eadiftin&am, inftrumentum cfTe, quod dccla rct rci quiditatem,quia ftatim cofiderationem hanc primo philofopho attribuic, c diccns, (philofophus aute quatenus fignificat quiditates rerum, ) dcfinitio enim rcfpeSu naturar,cV quiditatis rerum non eft nifi eius fignificatris, fed ad ipfius re rum quiditatis ignota? cognitionem nos ducere non poteft ; hac igitur ratione afTerit Auerrocs eam a primo philolopho confiderari, no a* Logico,quareut ia ftrumentum fignificandi quiditateeft confidcrationis mctaphyficac; quo fitut cadem ratione a Logico confiderari non posfit , fcd aliqua alia. Examinatur aAduerfariorum refponfio ad (ommentatoris auttoritatem infeptimo Dminorum Commento quadrageftmo fecundo,  L d f~\ Vantum utriquc noftra? rationi Aduerfariorum folutiones fatisfaciant,qua" ^-v.tiq;fit ponderis corundem rcfponfio ad prardi&am Ariftotelis au&orita tem hoc in ioco necclTarium eflet examinarc; quoniam ucro harc omoia tamqua I Liber Secundus j6 falfa in capitc o£huo a nobis rcie&a fucrunt , ad illucl caput Le&orem rcmicti/ a tnus. Quod uero attinet ad Commentatoris au&oritatem, ncc prima, nec fecuti da refponfio arridet, non prima, quia licct Aucrroes nommct dehnitiones in nu mero plurali,& inftrumentum in numcro fingulari, propterca non colliturquin ex cius (entcntia definitio fic inftrumentum , (icuti non fcquitur quin dcHnitto h> gnificct rcrum naturas, quamuis dcfinitioncs nominct in oumcro plurali , &. Cu gmficat,innumcro fingulari, quando ak; Philofoplius autem de definiciouibus tra&at pro ut figniftc.it naturas rerum» uult igitur diccrc Commeatator, Logi/ cum confiderarc dc dclinitionibus, pro ut definitio iuftrumentum eft.quod indu tic intellectum ad intclligcndum quiditates rcrum, philofophum autem confidc rarc dc dcfmitionibus, pro ut dcfiuitio fignificat naturas rcrum Infuper,fi dcfint tio a Logico confideraretur quatcnus pcr inftrumentum Logicum,idcft,per dc nionftraiioncm nota ftt, quar Logicum inftrumentum cft, fruftra philofophus ageret iufccundo hbro de inucntionc dcfinitionis . Prarterea, dato hoc,utdcrl= nitio per dcmonftrationcm nota ruc, quomodo per illam noca ficr Ccrte ucl tjuia pcr demonftracionem concluditur,ucl quia ex ea ehcitur, no.i primo,ut pi b tcc per ea, quar dicit Ariftotclcs in fccundo Pofteriorum a fccundo contextu ufquc ad dccimum, crgo (ecundo modo, fed hoc paclo de dttinitionc tra&atur iin primo bbro dum agitur dc inucntionc demonftrationis, quia eatcnus detini/ ut,quemadmodum demonftratio a Logico confidcrata quatenus eft inftru' t mcntum.quod conftat cx principiis immcdiatis,cV fccundum ouod ipfum , lar> giens inharrentiam propria: pasfionis in fubie&o, potcft ctiam a philofopho con fiderari; ut cius ope aliquid aliud addifcat, uidclicet,exiftcntc demonftrationc in ftrumento ex principiis immediatis,& fccundum quod iplum,non liccrc tranfccn derc de ^cnere in genus demonftratiuc; ita definitio a Logico confiderata pro ut eft inftrumentum quiditatis rcrumfignificatrix, a x Metaphyfico quoquefic confiderata ufurpetur , ut eius auxilio rerum quiditatis,& naturar, quam pcr(e confidcrat Mctapbyficus, conditiones,& proprietates nonnullas inucftigarc pof fit, quare Logica cum Mctaphy fica confideratiooc non confundicur» Deltbrorum infcriptione Ioannisgrammstici opinio. ■ k  Bfoluta prima huius fecundi libri partc, reliquum eft ut breuiter declarc/ mus cur fecundus liber refolutorius appelletur, quia dc primo non tam uc hementcr Ariftotelis cxpofitores altercantur. loanncs grammaticus duas cau/ fas uidecur afTerre, quarum altera cft, qudd cum dcmonftratio dicatur refolu/ tio, pars autcm demonftrationis fit prarfcns tra&atus ueluti docens de medio dc monftrationis, hinc fit,ut etiam fecundus Poftcriorum liber appelletur refoluto rius, ficuti & primus,qui dicitur refolutorius, quoniam dcmonftratiua mecho' dus, de qua in eo agitur,rcfolutionis cft fpecies, ex refolutione enim nobis prin cipia demonftrationis inueniuntur a x prionbus nobis afcendentibus ad priora na tura, uiddicct, ad caufas; primo enim coguoicimus fenfu Lunam deficcre, Intel leclus autcm poftca ratiocinando caufam jnuenit, proptereaqudd dicit , Luna d deficit, fed quod deficit obftruitur, ergo Luna obftruitur. Harc cft rcfolutio cx caufatis fioa man b Liber Secundus cg, caufjiisincaufas progredicns , dcinde demonftratio ex caufis in caufata de a fcendit huncinmodum, Luna obftruitur , fed quod obftruitur deficit , ero-o v •. i vygE- - * *-4 * r w • w * i «ilJ IsJOffJtfif llTL 1 sA l3l > 1 1 / I T 1^*1  f 4 4 ^ • TTarc Philoponi fentcntia quodam modo uera eft, quoda autem modo falfa , » A cx ca partc uera eft,du inquit,dcmonftrationem efsc rcfolutione, fedaliqua indiget explicatione,na clameft demoftrationeQuia efsc refolutionc",at mcdiu, de quo ex eius fententia Ariftoteles agit in fecundo libro,non eft mediu dem6 ftrationis quia^, fcd eius, qua m primo libro philofophus principaliter tratfat |j«eautc ex comuni omniu opinione no eft dcmonftratio Quia,fed propter qd, quod habct proportioncm cum materia, nempc ex principiis neccfsariis , &. ex co , quoa cum forma proportioncm habet, nimirum ex (yllogifmo , qui demonftrationccommunior eft, ut teftatur philoiophus in principio quarci ca pitis primi libri priorum,ualct enim diccrc.eit demonftratio, ergo fyllogifmus, non autem e conuerfo ; cuius rci ratio tft, quia demonftratio iolum circa ma# teriam nccefsariam uerfatur , fyllogifmus uero ad unamquamquc materia ap/ plicari poteft. 6Vquamuis in hbrispriorum communiccr accipiacur, confidera/ turtamen principali intcntione in ordinead dcmonftrationem,ut uelleuidetur philobphus in principio primi hbri,& in pnncipio quarti capitis eiufdcm hbrij nec non in ccntextu uigtfimo (cxrofccundihbn poftcriorum ,quibus inlocis dc fyllogifmo,ac dcmot ftratione folum facla fuit mcntio ab Anftotelejcuius rci fatis prcbabile argumentum fumi etiam pofsct cx modo procedendi, quo phij C lofophus utifolet,nam in oibusaliis ferchbns Logicar dilciphnac fyllogifmidc finitioncm rcpctit,in poncrionbus uero minimc,quall ueht innucre,fc ibi, uideli cetin prioribus,fyllogifmum confiderarcin ordinead demonfrrationem. prarte reaaduertcndum cft,m hbris ptftcriorum dtrroftracioncm ab Ariftotcle pri> roo loco confiderari,fccundo aute dtttmtionc.quia demoftratio emcaciusali/ quidnotu facit,quam dcfinitio,licet dcfiniuo circa nobihus obie&um ucrtetur; hinc faclum cft,ut ncque in proccmio priorum , ncquc in cpilogo pofteriorum dc dcfinitione mentionem feceric,quamuis de ea,ut dc inftrumento fatisfacien/ te quarftioni ipfius quid fit,trac>et philofophus in fecundo poftcriorum . His po litis,dicimus,illos iure optimo priores,hos uero pofteriorcs infcriptos fui(Te,cu in hbris priorum agatur de partc demonftrationis communiorc , in poftcriori* d fcus autem de partc minus communi ♦ Declarata prima infcriptionis parte,acl fecundar explicationem acccdimus , diccntcs ,nullam deprimo libro inter A» riftotdis intcrprctcs controucrfura cfsc , omncs cnim arbitrantur , cum Liber Secundus rcfolutoriuminfcribi.quiaibiphilofophusordinc rcfolutiuo potisfimar demon/ a ftratioms principia pcrfcrutatur; dcfecundo autcm maximc dubium cft, qucrn non fecus, ac primum, rciolutorium infcribendum eflc opinamur, ud quia methodus compofitiua , qua quidcm methodo in co libro prardica* ta quiditatiua , & proptcrea quiditatiua defmitio in ordinc ad dcfinitum ab Anftotcle quarritur, quadam rationc cft rc(olutio,quatcnus fcilicct in ca a N magis compofito ad minus compofitu,ut a fpccic ad genus pro» gredimurjuel quia in eo agitur dc dcfini tione,quar rcfolutio dicitur,omnis .n. definitio rcfoluit dehnibile in fua principia,ut ex quincto con= ! O W .1 G a i 3 3 (3 textu pnmi hbri Phyfico rumaxime notu,ac manifeftum ,c(t , . f -: : 1 Laus iterunu, Honor,tf Gloria T>eo Optima MdxiMOiQui T rmus, vnus efl.  . I / J> ;n wjiarj ( inut upsii zotnnup oon^&tc$ -. K pbuM up sb . zuckaoiMbo? sisrc V"> ?n o it P. LOGICARVM DISPVTATIONVM DE EA DEMONSTRATIONIS SPECIE , O.VAM PO, tisfimam nuncupant, 7 5? JE F %4 T l O, Vperiorc librofatis ( nifi fallor ) de iis rcbus difputauU mus , de quibus in pofteriora analytica nos prarfari cporTebat; nunc infhrutum noftrum aggrcdientes, di camus,corum,quar dc quahbet fpccie fciri po(Tunt,duo geneta C&/ubftantiam fcilicet, feu cflentiam , & cius proprictates. qua: omnia ex fententia philofoplii in fc cundo Poftenorum fub initium non uno,fed duobus inftrt mentis cognofcuntur , nam dcfinitionc fubflan* tia, demonftratione uero nota: fiunt proprietatcs,qua: (luunt a"forma,non autcm accidentia communia,qua: Ortum ducunt acomplexionc ut igitur Iuuenes,in quorum gratiam,& utilita tcm fcnbimus, maxima cum facilitatc duo tlla genera corum, qua* de qualibet fpccic fciuntur, pcrcipcrc posfint,de demonftratione primum, poftea de defini/ | tionc ecmpendjofam eis traditionem facerc decrcuimus,nc latum quidcm(ut a* iunt ) unguem a philofophi fencentia in poftcrionbus analyticis rccedentcs,- Quatenus itaquc ad dcmonftrationem pcrtinct^dicimus, cum ca prardicetur dc potisfima , proptcr quid tantum, cV quia,intentionem noftram in prarfenti di> fputationc non cflc,de dcmonftratione quia,6V proptcr quidtantum agere, fed foludc potisfima.quo ad cius matcria,qua? nthil aliud eft.nifi principia illis coar Ctata coditionibus , dc quibus primo pofterioru libro philofophus uerba facit» Ordinere/olutiuo,ex nottone fctlicet ipftus fcirc ftmpltciterprincipto- rum potisfim* demonfirattmis condtttones inuefiigantur. C. //. i CED Nonnulli hacin partc obiiciunt, nos Ariftotclis methodum pcrucrterc, *^maximaqj reprarhcnfioncdi^nos ciTc, dura quacrere,ac decUrarc uolumus , Liber Tertius 6\ qiodnam caufa? gcnus in pofita defmitione philofophus fignificaucrit ; proptc* » rA f *i 1 ■ • l  ST ' 1 - . r .. v v*J>. • ^v-» « n i « i . . t Tropo/tU obieftionesfoluuntur. ™;.XXL . c *a ?. ii l D - ' ^jfF&tZ £1 * i -- J r  S i i f f r IU 1 1 iJ ^ ■ } O til *• j * i C i * \ " ' P7 JT TT/?T*^H  A Ntcquam propofitas obicdioncs diflbluamus, notandum eft, pasfioncs prac ■^^ter propriam clTentiam, quar conftatcx gencrc,& dirTerentia,habere caufam rxtra cflentiam,a N qua ipfar,& carum elTentia producitur; quar caufa ncquc f6rma, & ccque matcria in qua rci dcmonftrandae cflc potcfl,quia ambxfunt dc eius pro> 6) Logicarum DiTput. t pria f flcntia, extra quam (ut diximus) eft caufa illa, liinc fadum eft, ut in &?in\) tionc ipfius fcire ftmplicitcr philoiophus dixent,(pcr cauiam, proptcr quam r:s cft, ) hoc cnim modo loquendi Hjiat, eiqj per diametrum opponi posftt, cum agens debcat agere in palTum rcdc difpofttum, Luna cnim cum fit materia in qua ipftus defedus, rcducitur ad gc* mis caufar matcriahs. Prarterea, haec caufa pasfionis efTedrix cfle potcft uelin eq  ientiam fubiedi, a qua habet ut ftt, per cflentiam fubiedi dc codem fubicdo de* monftrabitur, crgo mcdium,& caufa, proptcr quam cft res demonftranda, in po tisftma dcmonftrationc fubicdi ratio erit» Infupcr , philofophus in primo Poftc riorum contextu trigeftmo nono fecundum uetcrem fedioncm uult, ut demon ftratio faciens maximefcireprogrcdiacur pcr caufam non caufatam , fed caufa non caufata nulla alia eft nift ratio iubiedi, quia quando demonftratur unum ao eidcns dc fubicdo per aliud accidens, dcmonftratur pcr caufam caufatam , cr/ go dcmonftratio illa maximcfcirc oon facit,& propterea non cft pocisfima ; in> tcntio igitur philofophi loco citato eft, utmedium in dcmonftratione faciente maxime kire, quar potisfima cft, fubicdi ratio ftc , cOnftdcrata tamcn tamquam S propter quid pasfionis dcmonftranda?. Eccc auomodo philofophus fe ipfuntdev tt rmmacdc qua caufa incelligat in illa ipfius icirc fimpliciter definitionc,nam fi in toto primo libro philofophus accipcrct nomcn caufa: gencraliter , uidchcet , pro Liber Tertius pro rei caufa proxima , quarcumq; illa fucrit , non dixiflet in primo poftcrio/ rfi loco citato,dem6ftratione facientcm maxime fcire progredi per caufam non caufatam ; prarterea , fpharrica figura in demonftranda luminis in Luna accrc/ A tione efset ciuidcm Lunarforma , cVcaufa non caufata , quod tamen , & op/ timc , Aduerfarii negant ; confequentia probatur , & primo,fpha:ricam n> guram efse Lunar formam , nam per cos demonftratio illa eft potisfima, er* go cius conclufio per Ariftotelcm habec fecundum quod ipfum , atq; ideo prardicatum ineft fubieclo per efTentiam fubiedi , crgo per fubiecli efTcntiam demonftrari debct ; fpharrica igitur figura , pcr quam luminis in Luna ac/ cretio potisfima demonftrationc demonftratur , clfet ratio , uel forma Lunx. Secundo , & ultimo , fpharricam figuram efse caufam non caufatam , pro/ ptcrea quo N d pcr Aduerfarios huiufmodi demonftratio , cum fit potifiima, ra cit maximc fcirc , fcd per Ariftotelem loco cicato demonftratio, quar facit ma aimefcirc , per caufam non caufatam progreditur, crgo fpharrica figura , per quam luminis in Luna accrctio demonftratur , illius accretionis cffet caufa B non caufata . hac pofita ( ut cgo opinor ) ucritatc , philofophum , fcilicct, non loqui generaliter cic caufa in primo Pofh metiiodum Ariftotelis non perucr/ timus , dum dcfinitionem illam interprctantcs , quarrimus quodnam caufae genusinca philofophus fignificarc uoluerit, quia non cft Ariftotclis intentio in libns poftcriorum tra&acum facere dc caufis , ita ut in co, progrcdiendo or/ ciinar doctnna? , prius agat dc caufis uniuerfaliter , deindc particulariter de fm gulis caufarum generibus, icd cius intcntio cfl , in primo hbro inuenirc condi/ tiones principiorum illius dcmonftrationis , quar atiis perfedior cfl , in fecun/ do ueroinuenircquiditatiua definitionisprardicata,ut ex illis conflatadefinitio cfse posfit communc inftrumcntum ad quid fubftantia: , & ad quid acciden/ tium , ut abunde in prarfationibus eoruni librorum declarauimus . & licct in fc cundo farpcphilofophus decaufis uerbafaciat , id quafi coaclus facic , ut ui/ dcrecft in iliis prarfacionibus . intcntioncm autcm fuam in primo libroafse/ quicur philofophus ordinc rcfolutiuo cx notionc finis,qui necesfitatem inducit C iis , quar funtad finem , non ex notionc finis cuiuslibct dcmonftrationis , fcd folum eius , dc qua intendit, quia finis cum agentis inccntionc proportioncrrr baberc dcbct. Cum itaq; philofophus (utdiximus) ordihc refolutiuo inuenire intcndat conditiones principiorum demonftrationis propter quid ftmplidcer, qua: potisfima d»ci folcc , ab alio fcirc incipere non poteft, quam a x fcirelimplicr tcr , quod ab omni genere caufar non producitur , fcd fcrlum a formali, non (uc paulo fupra diximus ) pasfionis demonilrandar , quia rorma rci dcmonflran/ darcft dccius cfscncia , & potius in conclufione, quam in principiopotifiima: dcmonftrationis continctur ; fcd fubiecti , a qua (ubiecti caufa formali cmaunc res potisfuna.dcmonftrationc demonftranda* ne igicur Addilcentes crederent, omnia caufarum gcncracfsc caufam illam , propccr .qtum res demonftFan/ D da eft , optimc ( nifi fallimur ) definitioncm illam interpretantes quarri» mus, quodnacn caufac gcnus Ariflotelcs jn ca Ugnirjcarc uolucnc , quan/ 67 Logicarum Difput. 1 do dicit , ( propter quam rcs cft) , licct cnim fcicntibus id notumfit , Addi^ fccntibus fortafle ambiguum efle polTet . Tancum igicur abeft , ut maxima reprarhcnfione digni fimus, ut pocius laudandi uideamur , cum ex Addifcea tium mentibus ambiguicatem remoucre concmur » Ad aliam aduerfariorurr» rationcm ncgamus confequentis falficatem , ad probationcm fundatamfu* pcr Auerrois au&oritatibus in trigefimo nono , & quadragefimo fecund» commcntariis fccundi libri Poftcriorum , dicimus , Aucrrocm , quando locis cicacis ait , potisfima? dcmonftrationis medium nunquam eflc formani, incclligerc pafsionis , non iubie&i formam , cum aflerac , & optimc , for> mam in conclufionc potius , quam in mcdio demonftrationis contincri, nam forma fubic&i nunquam in conclufionc , fcd fcmpcr in medio potifiima: de» monftrationis concinecur , cum abillapasfio demonftracionc pocisfima de* monftranda habeat ut fit , & confeructur. & licet Auerrocs dicat, raro,cVper accidens medium in dcmonftratione efle dcfinitionem fubiecii , non aducr* fatur ci pofitio noftra ,raro cnim fubiedli definicioin demonftratione me» b dium eft,quia rarar funt, & raro fiunt potisfima: demonftrationes , inqui^ bus per Ariftotelis , & Auerrois fundamcnta non poteft efle mcdium nifi fubiedi dcfinicio , ut a nobis copiofe didum fuit in propria difputatione dc medio potisfima: demonftrationis. djxit, pcr aocidens medium cfsc fubicai, dc finitionem , non quia fit uerc pcr accidcns , fed quia ut formalis definitio fu> bicdi non confideratur; ucrum ut caufalis defmicio pasfionis dcmonftrandx» Eartim conditionum unaqm^ probatur. . ////. /"^ ONFIRmata ex obieaionum Tolutionc tradit* dcfmitionis explica; t ^ tionc , ad fingulas propofitionum pocisfima: demonftracionis condi^ tioncs probandas reucrtendum eft-, quarum prima de fc mantfeftisfima eft quia fi falfa conclufio , nimirum, diamctcr eft commenfurabilis cofta: qua* draci , uel homo cft non rifibilis , fciri non potcft , lcquitur , ut fciacur tantum ucra, fcd uerum demonftratiue non coliigitur nift cx ucris, idcrt, ucrumnon fcitur cx ; falfis, alioquin falfitas efset caufa fcientia: , qua? pcr dcmonftrationem habctur , atcp • idco cfset caufa ueritacis , quod eft abv 1 furdum , crgo demonftratio eft cx propofitionibus ucris . dixi ucrum do monftratiuc , idcft, rationc materiar nccefsariar , circa quam uerfacur dc monftratio , non colligi nifi cx ucris , quia fyllogiftice , hoc eft, rationc formarex falfis quoquc colligi potcft , ficuti ncccfsarium cx non ncccfsa^ d no. Efie ctiam dcmonftrationcm cx primis, & immediatis , feu cx indc monftrabilibus, ( idcmcnim (unt, £ fc inuiccm cxplicant ifta: du* con, ditioncs ) cx co patet , quia k potisfima: dcmonftrationis principia cflcnt Libcr Tertius 68 incdiata,& demonftrabilia,abfq; dcmonftrationc fciri mini ne poHcnt, quoniam a demonftrabilia,ut eiufmodi, per dcmonftrationcm liabcntur,ficuti per dchnitio ncm babcntur definibilia,ut definibilia,fed hoc eft talfum , alioquin daretur pro/ grcfsus in infinitum,qui ab omni dcmonftratione rcmouctur,crgo potiflimar de monftrationis principia funt immediata,&'indemonftrabiIia,lumiuetameninteU lcclus iciuntur.Principia illa cfsc caufas conclufionis, cx hoc patct, quia tunc ali cuid fcimus, quado cius caufam cognoicimus , fi icaque tunc conclufionem fci/ cnus,quando cius caufam cognofcimus , potisfima; demonftrationis principia fliint caufr conclufionis,cum dcmonftratio in uirtutcprincipiorum cam fciri fa/ ciat.cx quo probatur, illa cfsc quoque priora concluilone hunc in modum, cau (x funt natura priorcs caufato,fed potisfima* dcmonftrationis principia funt cau (ar conclufionis , ut probatum eft , crgo potiifimae dcraonftrationis prin* cipia lunt priora coclufione . Vltimo ,efscconclufione notiora,hac ratio/ nc manifeftum cft ; proptcr quod cft unumquodq; , illud magis cft , fcd per b -principia nobis rcdduntur hotar conclufioncs , crgo principia iunt nobis no xiora conclufione,ideft, illud cuius caufa cognofcimus aliquid certa, & infallibi h cognitione,eft infallibiliter,&magis notum,fed principia potisfimar dcmonftra tionis funt illa,quorum caufa cognofcimus conclufioncm cognitione certa , & «nfalhbili,ergo principia potisfima* dcmonftrationis iunt infalhbilitcr , & magis •nota,quam conclufio.Scd quia priora,& notiora dupliciter funt,naturafcilicct,  diflify de omni pofleriortfttct cxpltcatio. Cum ncceflarium latitudincm habcat, aliud cnim cft, quod uocatur accidc talc,fcu tccundum quid,aliud ucro , quod appcllatur clTcntiale, uel fimplicu tcr ; potisfima demonftratio non conftat cx nccdTario accidentali,quodfunda* tum in tcrminis no conucrtibilibus cfficitur cx partc unius tantum tcrmini pro pofttionis,cx partc fcilicet prardicati, quando gcnus dc fpccie prardicacur, uc ani mal de hominc,nam licct prardicatum fubicao neceflanum fit.eo quia fuperiora ncceflario funt in inferioribus , non tamen prardicato fubic&um cx ncccsfitate compctic,cum infcriora accidant fuperionbus ; fed conftat ex neceflario fimpli citer,qudd fundatum in tcrminis paribus, & conucrtibilibus prouenit ex partc b utriufcp termini propoficionis,namficuti prxdicacum eft iubiecco necelTarium, itafubicctum eft nccelTarium prardicaco,uC patecquando prardicatur toca defini tiodedefmitojuel ultima difTerentia, auc propna paslto de fubietfo; cx quoco fequenter habcmus potisfimx dcmonftrationis prmcipia elTe uera non concin» gentcr,fed fimpliciter. neceflarium itaqj fimpliciccr tres condiciones requirie, uidelicet,d»clum de omni,pcrfe,cV uniucrfale; debent lgitur potisfimar demon* ftrationis prinCipia trcs illas conditiones habcre,quarum defeclu fimpliciter nc cclTaria non eflent. Et quoniam uniuerfaliora fcmper prarmitti debent,cum in^ tcr pofitas conditioncs una fit aliis uniucrfalior , ab uniuerfaliori cxordium fli^ mcmus,fed uniuerfalior conditio eft didum dc omni,nam quando dicimus, cy gnus cft albus,harc propofitio eft dc omni,cum omnibus cygnis, & in quolibet tcmpore albedo compctat,attamcn non cft pcr fe, ncquc in primo, ncquc in foj cundo modo,cum prardicatum nonfit dc quiditatc fubiedi, ncc fubic&um dc c conceptu prardicati ; non habccctiam uniucrlale prardicatum , quod fignificat adarquationcm fui cum (ubicdo,cum albedo folum cygnis non compctat; a db cto igicur dc omni poftcnoriftico,tamquam a conditione magis comuni,qua tn per fc,ct uniucrfale,incipicmus,dicentcs , dictum dc omni pofteriorifticum efse, quod utiquc non in aliquo quidem fic , in aliquo autem non, ncquc aliquando quidcm,ahquando autcm non,ideft, dictum dc omni poftcrionfticum cfle,quod habet non folum fubiedi uniucrfitatcm,cum dc fubiedo , & de omnibus fub cq contcntisprsedicatumucredicatur,fcd Ctiam tcmporis perpetuitatcm , cum fcmpcr cuilibct fubieao idcm prardicacum infic , uc homo cft animal, harc propo ficio habct chaum dc omni pofterionfticum,quia ammal,dchominc, & de om mbus particulanbus homioibus prardicacur, prarterea,fub quahbet tcmporis dit d fercntia homini,& omnibusfubco contcntis animal incft. Ex quo patct,dictum / * de omni pofterionfticum fupcrarc dictum de omni priorifticum,eo quia habct tcmporis pcrpctuitatem , qua carct dictum dc omni prionfticum cuius rci ra* Liber Tertius 70 *'o eft, quia in pofterioribus confideratur materia neceflaria,a qua tcmporis * Petuitas cmanat, in prioribus ucro ncquaquam,cum in eis non de materia, fcd r atum agatur dc forma (yllogiftica,a qua folu fubiecti uniucrfalitas ortu duciCr Exaliorum fententianoua dijferentiainterilla duo dilladc omni 3 eiufy impugnatio.  A Uo difcriminc prardicationcm dc omni pofteriorifticam a prioriftica difcrc •^**pare,& co quidcm a N paucis animaduerfo Nonnulli opinantur ,qudd fcilia cet poftenoriftica folam propofitioncm fignificec , prionftica uero non folam propofitioncm , fed totum dcnotet fyllogifmum . hanc opinionem ipfi confir* b tnant Auerrois teftimonio fupcr primo priorum pluribus m locis, & prarcipuc in capitc quin£to,& uigefimo quarto, nam in quincto ait, dictum de omni duas ncceiTario poftulare conditioncs,unam, ut maior propoficio femper fic uniuerfa, lis, alccram,uc minor fic fcmper affirmatiua . in uigcfimo aucem quarto inquic, dictum de omni efie in prima rigura a&u, in aliis ucro non actu , fed poteftatc, hinc optimc Ariftotcles in capite dc prima figura non ufus cft alia rationcad modos utiles primar figurar confirmandos, quam dictis de omni,ac de nullo,per. di&um enim de omni duorum affirmantium modorum efficaciam oftendit, g diccum autcm dcnullo duorum negantium.uulc igitur Auerrocs , dictum dc Omni integrum figniticarcfyliogifmun^non fimpliccm propofitionem.Hrc opi fiio( nifi fallor) pcccat in utroq,- dicto , primum cnim cum uericatc conuenirc Don uidctur,ut fcilicct prioriftica prxdicatio dc omni totum denotct fyllogif* tnum,alioquin per locum topicum adcfmkoad dcfmitionem dicto dc omni prioriftico compctercc fyllogifmi dcfinitio,qdod fallum cft,nam de racione fyl/ logismi eft,ut in uirtute principiorum cx ncccsfitatc conclufioncm mferat , lcu c ut cum illationis neccsfitatc aliquid norum faciat; dcratione uero dicti dc om *ii prioriftici cft,ut nihil fumi posfit fub fubie£to,de quo non dicatur prardicatu, aut, ficuci prardicatum, de fubic&o uerum cft,ita de omni concenco fub fubie&o ucrum cfscpoceft,quod illacionis neccsficaccm non indicat , nequc uc mcdiurn de minori cxtrcmo prardicerur , qct una cu prardrcationc maions cxtrcmitatis demedio necesficas fyllogiftica? lllacionis poftulac. prarterea, dictum de omni, non fecus ac diftum dc nullo eft radix , & principium, in quod fyllogifmus rc foluitur ,quoniam fyllogismus in propoutiones, propofuiones, in tcrminos, termini ucro in dictum dc omni,& di&um denullo rcfoluuntur,ergo dc primo ad ultimum fylldgifmus refoluicur in dictu de omni ,6V diccum dc nullojdi&u igicur de omni inceger fyllogifmus cffc no poctft, alroqyiiuidcm in fc ipfum re* ioluerctur , atq; idco feipfum componcrct , cum compofitum in ca refoluatur, 4 cxquibus componitur ,quod cft abfurduro,ucfcilicet,idcni icipfum componac y\ Logicarum Difput. g Nifi uelint , di&um de omni prionfticum efle totum fyllogifmum naturalcm , qui radix efl: omnium artificiabum fyllogifmorum affirmaciuc concludcntium, quos in libris priorum Anftottles tractat,(ed hoc dicert(quantum connccrc pof fum) nihil cft, cum omnium tam naturalium,qua x m artificialium fyllogifmorum cademfit ratio, omois cnim (yllogifmus, quicumquc ille fucrit, uel naturalis , ucl artif;cialis,eft ratio,in qua quibufdam pofitis neccfle cftaliud eucnireper ea, quar pofita funt, quod diclo de omni prioriflico minimc competit; in fe ipfumqj non rcfoluitur neq ; naturalis, ncqj artificialis fyllogifmus, non cft igitur didum deomni priorifticumncquc integer naturalis, ncque intcgcr artihcialis (ylloa gifmus. Cum ueritatc etiam non conucnit quo ad altcrum diclum , ut fcilicct prardicatio dc omni pofterionftica folam propofitionem fignificet, totumqj fyL logifmum non dcnotet, ficuti facit^prioriftica, conceflo nunc tamquam ucro, lia cet falfum fit , ut prardicatio de omni prionftica totum denotet fyllogifmum. " dcclaro , iaclo prius hoc fuodamento,ut fcilicet agcrc dc demonflratione,& agc redefyllo^ifmo ad matcriam nccelTariam contrafto, (eu agerc dcmateria ne» b ccflana forma* (yllogifticsc fiibieda idcm fit,namhorum utrumquc, uidelicet materia neccflaria, & forma (yllogiftica, demonflratione communius eft, cuili/ betcnim materia: (yllogifmus appbcari potcft , circacp neceflariam materiam non folum dcmonflratiuum ,fcd etiam definitiuum inflrumcntum ucrfatur,at dcmonftratio, & fyllogifmus ad matcriam necclTanam contra&us conuertun^ tur. hoc pofito fundamento , dicimus,cum demonflratio aggregatum fit cx fyl Jogifmo> & materia neceflaria, rationi confonum non uidcri , ut pofterioriftica prardicatio dc omni folam propofitionem fignificet, nam ft a fubie&i uniuerfita^ te priorifrica prardicatio de omni habct,ut totum denotet fyllogifmum,fequitur ut etiam pofterjorifhca, cum ipfa quoque prartcr temporis perpetuitatemjfubie &i uniuerfitatem habcat; non folam igitur propofitioncm fignificat , fed totuna quoque fyllogifmum denotat pofterioriflica prardicatio dc omni , fi prioriflica prardicacio dc omni denotct ipfa quoquc totum lyllogifmum. Quod ucro atti* c nct ad Auerrois au&oritates, dicimus, cas opinioni noflrar potius fauere,quata obcflc, naro in capitc quin&o per ca uerba non uulc, ut maior prppofitio femper uniuerfalis,& minoriemper arfirmatiua, fint ipftus di&i dc omni propofitiones , fed ut illorum fyllogifmorum , in quibus aclu rcpetitur diOum dc omni , ficuci funt fyllogifmi primsr figurar, maior propofitio iit feniper uoiuerfalis, & minor fcmper affirmatiua. cx quo capitc, qucmadmodum ex uigefimo quarto,ncc non cx capitc dc prima figura ipfiufmct philofophi, non chcitur , di&um dc omni intcgrum fyllogifmum cffe,feu totum fyllogifmum deno tarc,fcd aclu rcpcnri in fyllogifmis prima: figurar.affirma tiuc cocludetibus,potcftate uero m fyllogifmis alia rum figurarum,quod nemo fanse mentis ncga cJ rc potcft,cum oium fyllogifmorum affir matiuc concludcntium lit rajix, dfuoddmcatum* Liber Tertius 72 De eo , quod per fe ejl. t . ^NRationc iam abfoluta difti de omni pofterioriftici,fequitur id,quod cft pcr ^Mc ipfo uniucrfali communius, ualcc cnim diccrc, eft uniuerfale, ergo pcr fe, fcd non c contra, eft pcr fe, crgo uniucrfalc, quia harc propofitio , homo eftani/ mal, eft pcr fe in primo modo,& tamen uniuerfalc prardicaturn non habct, quoa fiiam animal cum homincnon conuertitur, quam cerminorum conuertibihta/ tcm uniuerfale poftcrionfticu rcquiric, uc fuo loco cxplicabitur; eft itaque huiuf modi uniucrfali communius ipfum per fe, quod nunc diuiditar in quatuor moi dos, quorum primus, fccundus,& quartus funt modi prardicandi, cercius ucro , ut ita dicam, clTcndi modus cft;& hcct finc mulco plures modi pcr fe, uc paccc in quindo Diuinorum libro cap. dc per fe,his camcn Ariftocelcs fuic coritcntus,ut E> cx tali diuifionc apparcrct multiplex e(Tc ipfum pcrfe, nequc omncs cius modos pocisfimar dcmonftrationi accommodari pofle . fcd Aliqui hanc, quar commu/ nis cft, opinioncm quo ad utrumquc dier fe, quia licet modus eflendi pcr fc non fic modus per fe prardicandi,eft tame pcr fe, fabcr ucro (ucdiximus) non eft philofophus. Ad id ucro, quod in fecuna da rcprehenfionc quamtur quoad altcrum di&um, cxiftimo hunc in modum rc fponderi poflc, cum philofophus pofucrit aliquos modos diccndi per fc, conuc* niens erat , ut ctiam modos diccndi pcr accidens illis per fc cx oppofito refpoa dcntes adduceret, qui quidem non crant hac dc caufa fpernendi,quia habent mo dos diccndi pcr fc oppofitos; fpreuit autcm alios modos per fe,quia non eft nc cedarium in aliaiius a-quiuoci diftin&ione omnia eius fignificata enumerarc,fcd utiquencceflarium crat poncre modos pra;dicandi,& modos clTcndi pcr fe, uc ofteudcret ipfum per fc multiplex,& arquiuocum efle. B, • Ex aliorum fententta de noua modorum dicendi per Je , ex accidenti dtuijione .. i SFri7F.i1 A*n*!r **^i7 • a * • . 1 t * > 1 wf\ ~ t —\ t ~ ' 1 mi% c«i Ji « .'  , ;uiu...i k.iiiuu, iji j 1 ^ ) J) 1 nfAlJ H Dluifione ha&enus a nemine cognitaNonnalli manifeftare conantur,modos per fe ab Ariftotcle confideratos clTc omncs modos enunciandi, dctcrmio5 do prius, id, quod diuidendum proponicur,non cflc modos clTendi,ncque modbi cnunciandi, quia modos docerc, quibus fimpliciccr rcs funt, non eft officium Lo gici, & modos cnunciandi confiderare, atq$ diftingucre ad librum dc Intcrprea tatione, non ad hbros Pofteriorum fpectat; fcd efie modos enunciandi in fcien» tiis ufitatos pro ut a N modis ciTcndi deriuantur,& cum eis conueniunt,feu modos dTcndi pro ut indeuarii modi enunciandi dcducuntur , quos omnes,nullo prac C termilTo , Anftotclcm ibi recenferc hac diuifionc a ncminc f ut diximus) ha&cnus co^nitamanffeftarc conantur,In omni (inquiunt) propofitione uel prxdicacum & iubiectum re ipfa non diftinguuntur, ucl funt duar rcs diucrfae , quarum alccraw&> , rnuIwDOfll m:Liup rnsup^mulsD 5; u!; ».■»& ;ns> sAucrrois tcfiimonio modorum dicendi pcrfi diuifio confirmat* impugnatur.  C KTOua illa modorum dicendi per fc diuifio ab illis confirmatur pluribus A« 1 >*uerrois aucloritatibus , nam in commcntariis fuis.30» 32.» 33. &. 34. pri mi pofteriorum cxpreffc uult Aucrrocs,nullum cnunciationis gcnus dari,quod fit in (cientiis ufitatum,practcr ea,quar Au&orcs prardi&a: diuifionis commemo rarunt , quandoquidem aut alicuius rei exiftcnciaenunciatur,aut res dc rc prac dicatur,caq* ucl ci coniun&a,uel difiun&a eft. fi autem aliquis alius afFcratur ab intcrprctibus modus dicendi pcr fc,illc facilc pofset ad aliquod illius diuifionis mcmDrum redigi, ficuti & ipfi rcdigunt quinctum modum pcr fc a Thcmiftio cxcogitatum in primo PoftcriorumCap.x» quando fcilicct accidens deaccidc te prardicatur, ncmpc, fuperficies cft colorata,- quia fi ucra cft diuifio prardicati inharrentis fa&a ab Ariftotelc.nccefsc cft, uel colorem efsc dc defmitione fuper D ricici,& ita primum cflc moduro.ud colorcm in fua dcfinitionc accipcre fuper/ ficicm > & ita cfsc proprictatcm fuperficiei,proinde cfsc fccundum modum , non Liber Tertius 1 c|uinctum ; uel tandem neutrum efsc de altcrius definitione, & ita non cfse tno/ dum diccndi per fe, fed potius eiTc modum diccndi per accidcns, cuius mcmia nit Ariftocelcs. hx func Aucrrois autloritates,quibus illi fuammodorum diccn A di pcr fe nouam diuifionem corroboranc.Quidquid fic dc opinionc Commenca toriscirca hanc diuifioncm ,fupponocum fuiflc huius fcntentiar, ut quacuor finc modi cnunciandi pcr fcjoullumcp aliud enunciationis gcnus dari prarccr ca, quar attulerunt prardidar diuifiouis Au&orcs, fcd quomodo ex mcntc Aucrrois alTercre pofsunt in tcrtio modo per fe cfse propofitiones iu ufu in fcicntiis,cum dicat Aucrroes,quar in tcrtio modo per fe funt.non efsc io fubie&o,ncc dc fubic clo prardicari? harc aute cx Ariftotelis fcntecia in antc prardicametis capitc fccun do no pofsunt cfse nifi fubftanciar indiuidux , quar in (cicntiis nullo pa&o ufurpa tur, quo ucro ad Thcmifcium dc illo quinclo modo diccndi pcr fc, cxiftimamus iure eum optimo impugnatum fuifse,quia illa propofitio, de qua ctiam philofo/ phus mcntjonem fecit in quincto Diuinorum contextu uigenmo tertio fub ini tium,rcduci potcftad iecundum mochim diccndi pcr fc, cum fit color affc&io B fuperflciei. Scd quid rcfponderi poterit ad Ariftotelem in eodcm contcxtu circa fincm,quando dicit, fupcrficics eft pcr fe alba? harc propoficio ufurpatur in fcicntiis, & camcn non eft pcr fc eo modo, quo dccerminatum cfc pcr fc ab Ari ilocclc in prarfenci parcc, quod indu&iuc probari poccfl , nam in prirao modo non cft, quia prardicacum non eft de conceptu fubiccti ; non eft etiam in fccun do, quoniam fccundus rcquiric terminos conucrtibilcs, cuiufmodi non funt,fu pcrficics , & album, nam licct omnc album fic in fuperflcic , non tamcn omnis fuperficies eft alba,- non cfse eciam in tcrtio modo patct fccundum corum diui- fionem,prardicatum cnim cfl a fubie&o re ipfa ditcinctum , quod repugnat ili tcrtio modo ; manifeftum eft ctiam noncfsc in quarto,quoniam eius prjc^ica tum eftiunctum fubiecto,& ipfi inharrens, quod ex corum fententia quar'0 mo do non competit, ergo prartcr modos per fc iam defcriptos in pximo •ofterio rum dantur ctiam aln,quibus in fcientiis utimur,& ad illos reduci nor pofsunt* nifi uclint, propofitioncm illam clse per accidens in primo,& in fecn»do modo, C fed hoc nihil cft, quia pcr Ariftotelem quar pcr accidcns funt in ill* duobus mo dis oon funt pcr fc, fcd propofitio illa,uidelicet, fuperficics elt alKab Ariflotelc dicitur pcr fe. fortafsc diccrc pofsent,pro uno,& codcm intcll£i>cfsc propoficio ncs in ufu in fcicnciis, & cfTc utilcs dcmonftracioni,qualis nr*i cli propofioio illa; fcd tunc contra fc habcnt, tcrtium modum non efhccrrpropoficiones,& fi illas cfficcret,non forc utiles dcraonftrationi,cum fint firujulares,# binariar ; Prarcca rea, quarcus modus fecundumfuumtocumambirum non cft ucilis dembnftra tioni,dcqua principalitcr ucrbafacit philofopbus in primo poftcriorura, crgo in adduda diuifionc non omnia mcmhra huiufraodi demonft racioni utilia func; quamobrcm nou efse in hoc reccdendum a v communi opinionc , dc qua facta cft mcntio D fub initium octaui capitis, tutius cxiflimamus» 75» Logicarum Difput. A De primo modo dicendi per fe. COnftituta ipfius pcr fc diuifione in quatuor modos , adfingulos explican dos acccdimus,& primo ad primum,diccntcs, pnmum modum ciTe illum , in quo prardicatum c(l dc quiditatiua rationc fubiedi,cui ineft,& hoc erit cx fen tentia Commentatoris uel tota dcfinitio, ut homo eft animal rationale, uel par tes eius, nempe, gcnus, & diffcreutia, ut homo eft animal, nec non homo eft ra/ tionalis , aut pars gencris, aut pars differentiae. Nonnulli dcclarantcs quid pcr partem generis, & diffcrcntiar intcllcxcrit Aucrroes, dicunt, cum intellexiiTe ge/ nus remotum,& rcmotam difTercntiam, per fimpliciter autem genus,& differen tiam, proximum genus, ac differcntiam proximam, genus enim remotum pars cft effentialis proximi gencris, ut corpus refpe&u animalis, cum in animalis defi nitionefumatur; Differentia ucro rcmota non ita dicitur pars differenria- proxi mar, led alia rationc, quandoquidem omnis differcntia tam proxima,qua x m rcmo B ta fimplex forma cft, qua- partibus caret; uerum quia per differcntiam proxima rcs diffcrt ab omnibus alns rcbus, per remotam uero non ab omnibus,fed ab a* liquibus, idco diffcrcntia remota dicitur pars differcntia? , proxima ucro dicitur fimpliciter differentia, & alias omnes compleditur, ucl faltcmfupponit,quiafine illis nullo patfoeffc, aut cxcogitari poteft. quod quidem remotum genus,& re mota diffcrcntia eatenus dc fpccie prardicantur per ie primo modo, licct in cius «Icflnitionc non exprimantur,quatcnus in proximo gcnere, quodcxprimitur, tu contincntur,ut patct de corpore,& deanimato, quae cxplicite non ponun* tun n hominis definitionc, fcd implicite pro ut in animali, quod in illa dchnitio nc ncnunatur , aclu inclu(a,& comprehenfa funt, idcmcnimeft dicere animal; acdicciccorpusanimatum fcnfitiuum,f»definitio idcm eft, ac dcfinicum. Poha ta uerbomm Auerrois dcclaratio ex eo fupcr hoc primo modo diccndi per (e ' minitne (b8 falKmur) colligi poteft, cum ibi aliam dc partibus differcntia? fentcn C tiami*ibcre iideatur,inquit cnim,(cnm uero dicimus.quod prardicatum eft per fe, cft>t praeetcatum fit in dcfinitionc fubicdi.aut lccundum qudd eft dcrinitio perfe&ayauc parsl cn nitionis,qucmadmodum acccptio hnc* in dcfinitione tna guli, nam tnanguli 4 c hnitio eft,qui comprchenditur a tnbus lincis: igitur linca in dcfinitione trianguh ?roceditpcr modum partis fcgrcgantis, ideff, diffcrciv * tia% Et quemadmodum ptiM&um, quod accipitur in dcfinitionc linex,& hoc,quo niam iinea definitur, euius ex«rema funt punclum , aut punda i igicuj* punctum rcfpctlu lmear fe habet per modum partis fegrcgancis,quoniam diffcrentia ipfins pcrficitur ex numero,& pundo: hoc cft, quia func duo puncla. ) harc Auerrocs, cuius uerba hunc habcnt fcnfum, uideliccc, in alicuius rei dcfinitionc fumi poile integram differentiam pluribus di&iombus exprciLm,ucin tnanguli dcfinitionc D tres lincas,& in linea: detinitionc duo pun&a, nam trungulus eft figura plana tri bus Lincis comprehenfa, ncc non Linca eft Longitudo finc latitudinc, cuius ex> Libcr Tertivs jffo trcma ifunt duri puncta.at fi in defmitionc trianguli ponatur linca fine numero; & in defimtione linearfine numero ponatur puncrum,uidelicet, triangulus cft fjgura plana a lincis comprchenfa, & linea ett longitudofine latitudine,cuius A excrema funt punfta; linea , & punctum in definitione trianguli , & linex pro cedunt per modum partis differentia:,cV funt in primo modo dicendi per fe,ficu ti tota differcntia . per partes igitur differentiarnon intclligit Aucrroes differe tias rcmotas ,ideft, fuperiores in codem prardicamento difTcrcntias,quas fup, ponit proxima d>ffercntia,ficuti pcr partcs gcneris intelligit gencra rcmota uf= quead gcneralislimum, fed mtelbgit uercpartes,ex quibus integra diffcrentia conftituitur, eafcp non fccus,ac complctam diffcrctuiam, uult efse in primo mo do dicendi per fe, ex quo duo cliciuntur,unum, ut prardicatio fit naturalis,quse cft, quando dcfubicaopradicatum enunciamus , ficuti cxtra animum re uera in eo ineft ,quando fcilicct prardicamus accidcns de iubftantia,& caufam dc cau fato fubflantiali,ut homo cft albus , & homo eft rationalis, rc enim ucra,& aL B bedo, c\ rationabtas in hominc funt.Prardicatio ucro prartcr naturam oppofito modofc habct, quando fcilicct de fubiedo enunciamus aliquod prardicatum, quod extra animum re uera in co non ineft.ficuti album cft homo,ucl rationale cft homo , ncquc enim albedini , nequc rationalitati incft homo , fed e contra, Alterum, quod elicitur ex primo modo dicendi per fe , cft , omnia prardicata primi modi efseformalia, & quiditatiua prardicata , quar in fingulis prardicamc tis reperiuotur , cum in uno quoq; prardicamento ex philofophi fcntcntia in pri rno Topicorum Cap. fcptimofit quod quid cft\ hinc patet primum modum fundari in caufa formali principalitcr , confccutiue autcm in caufa matcriali cx ::Vi - ,hrj> De fecundo modo diccndi per fe. CEeundus modus dicendi per fe eft, in quo fubie&um eftde conceptu pnedf* ^cati in eodem fubic&o cxiftentis, utgratia exempli, quando dicimus , nomo eft nfibilis , linea eftrccla, uel curua, 6V numerus eft par, aut impar, nam in deft nitione rifibrhratis ponitur homo, cui incft, in definitione rc&i, ucl curui colloca tur linca , in qua infunt , & in definitione paris , aut imparis ingrediturj nume/ rus, cui inexiflunt; hincfaclum eft, ut philofphus dixcrit, pcr fcefsc inlecundo modo, quibufcumque inexiftcntium ipfis, ipfa funt in oratione quid cft declaran C te,ideft,per fe in fecundo modo lunt, quando ipfa, hoc cft, quando fubiecta func in orationeipfum quid eft declarante,idcft, quando fubiecta funt dequiditatiua definitione quibufcumque inexiftentium ipfis, ideft, omnibus prardicatis , quac in illis fubiectis inexifrunt.undepatet in fectindomodo dicendi per fc non efsc prar dicata nifi accidentia propria,cum in corum prardicatorum definitione ponatur (ubieclum ut difTcrentia. quarquidem propria accidcntia,cum fuorum fubie&o rum efsentiam iequantur,ciTentialia acciclcntia nuncupari folcnt,dupliciaq? funt, alia enim unica diclionc proferutur,ut rifibilc rcfpe&u hominis,alia ucro di&io nibus oppofitis,ut par,& impar refpc&u numeri. manifcftiffimum ctiam cft, in hoc modo non fecus, ac in primo, cfsc naturalcs prardicationcs , cum in utroq; modo pra-dicatum fubiecto incxiftat . cuarc iniuria fanc quidcm omnibus Ari D ftotelis expofitonbus attribuunt nonnalli,ut cx corum fentcntia philofopus una duntaxat primi modi dicendi pcr fc conditioncm ftatuat, u )dclicct,prardicatum cfsc .m Liber Tertivs j 82 cfse de tubiecti definitione,unamq$ fecundi,fubicctum,fcilicet,efse dc conccptu prardicaci; quia fi omncs fentiunt, prardicationes per fe potisfimam demonftra/ A tjonem ingrediences cfscex mentc philofophi naturalcs, ex eius quoquc fcnten tia aftirmare coa&i funt,utriulq; modipcaidicatum fubiecto inefse dcbcrc, quod tamquam. prarccptum in hoccontexcu ab Ariftotele traditum fupponentes,alio quin afsercre non potuifscnt,pra;dicatione$ per le else naturales,qua:runt duta xac modum, quo prardicaca in pnmojcV in fecundo modo dcbeant inefsc, in pri mo,uc fiut dequiditacc fubiecci, in feoundo ucro, utfubiecta fintde corum defif nicione, Ecce,ipfos etiam cxmcnce pluiolopbi.duas ucriufquc modi codiciones ftacuere,unam explicite,alteram implic!ite \ Qua coguica ab omnibus fcre Ari- ftotelis explicatonbus uentate, non pivtueruut uerba ilk (oaa vv*p%«.-n or t&T-jt &qua-fequuntur,)ftc exponere, uc cis attribuitur,uidelicct,qua*cumqucpra: dicata infunt in dcfmicione,ita ut ucrba illa («» ™ 71 idefl, in dctiiiicione, fi/ B gnihcent id, in quo pr^dicatum inefsp dicitur, quoniani fupponitur ab illis (ut 3 «jiximus) prsedicata m utroqoe modo inefsefubie&oinon m definitione, cum na turalker definitioncm incffe.non fubiici ab omnibus cx fcntentia philofophi co ccdatur; fed exponunt,omnia pra:dicata,qua- naturaliter defubiecto prardican* tur in eo quod quid eft, ita ut in eius ckhnitione fumantur,efsc in primo modo -dicendi pcr fe,& aua* de fubiecto naturaliter prardicantur,ita ut in eorum defini tione ponatur {ubiectum, cfsc in feoundb modo.Cum itaquc in utroquc modo fint prardicationcs naturalcs,clare patet,primum modum nunquam fccundum, necfecundmn unquam pofsefieri primum, alioquin in illis darctur prardicatio •pra-cer naturam,fi enim harc propoucio in primo modo^uidelicet, homo eftani mal rationale,qua* habet naturalem pra*dicationcm,per cerminorum conuerfio »cm ficrct in fecundo,nt animal rationalc eft homo,abfquc ullo dubio in ea fie *ret prardicatio prarcer naturam, C 2)* /«/>«- qua fundatur fecundus modn-dkendi fer yo. . t-ft s • I* ' #Tt t • >* £.1*1 f *i , ir nr* ? 4 •%  • . r» * • f^! • 1 1 *f* V7*T. r* f " 1 * • n T T^S hac rationc explicatis.uidendum nunc t\ in quo gcncre caufa: fundc/ ***• -^tur hic fccundus modus,in caufa cnim m?«criali cx qua,& formali minime, quia folum ad pnmum modum pertinent-^-rincipalitcr (ut diximusj una, altc/ ra uero cx confccutione; nec ctiam in c-^fa etficicncr,& hnali, quoniam folum •quartum modum conftituunt,crgo i** nulla,fccuncjus igitur modus cfsentialem ccrminorum connexum non habcbit,qaamobrem eius propofitiones non cruc perfe.SoIuit D» Thomas hancdub.itationem pro cuius folutionis intelligcntia aducrtcndum cfl,materiam duphccm ctse,unaminternam , quar eftalcera pars compofiti,nucupaturcp matcria cx qua,altera ucro externam,quxdicicur matea ria in qua,(eu fubiectum adu exifles ex matcria,c\forma compofitum, ut homo, qui compofitus cfl cx fubftantia animata fenfitiua , 6V rationalis qualicace ,quac D refpcclu hominis forma , rcfpectu uero hominis propnetatum efl caufa erTc/ M 1 frj Logicarum Difput. arix; quare accidens proprium a fubicdo cx duplici gcncrc caufar flucrc uide» Atur, primum quidem ut a x matcria in qua, deinde ut ab eflicicnce. hoc pofico, in quic D» Dodor,omnem propofirionem , in qua de fubic&o accidens propnutn prardicatur , efle per fc duobus fimul modis, fecundo, & quarto , propcer illam duplicem deriuationcm accidcntis proprii a fubie&o , nam quatcnus oritur ab co ut 3 caufa efTicientc, catenus cfl per fe quarto modo, quatcnus autem ab eo» dem fubieao nafcitur ut a materia cxcerna, catenus pcr fe cft fccundo modo,qui hoc difcriminc a primo difcrepat, quia ad primum pertinct materia incerna co modo, quo diximus, ad fecundum autcm pcrtinct matcria excema. aflfirmac ita cjueD. Thomas, fccundum modum fuhdari in matcria extcrna, qua: reducitur ad genuscaufarmaterialis,&cum fett proprietatlbus nexum facic efleutialem «. Nonnulli contra tantumuirum infurgunt, ac dicunt, cum abfq r ullo dubio hac in rc falfum cflc,quiafi fola pendentia accidentis propri/ a fabiedo ut a matc^ B riacxternafaciteflentialem conncxum.d fecundum modum diceiiJi perlecon ftituit, fequitur, omncaccidens, eciam commune, de fubiccio prardicaci fccundo rnodo dicendi pcr fc, quoniam non minus accidens commune,qua v n proprium a fubiefto pendet tamquam a materia extcrna, neq ; apparec cur fubixium ma gis dicatur materia accidentis proprij, qtaa\n communis ; itaquc fi duas has in* ter fc conferamus propofitiones,homo cft nfibihsoV homo elt albus, co tantum difcriminc difTerent , quia illa crit pcr fe duobus modis fimul , fccundo, & quar^ to; ha?c ucro fccundo foium , non quarto ,^uod ett manifcfte falfum ,  quarc etiam accidens communc inerit in fubiedo per fe, quod quidcm nemo «^crcrct; fi effcarix,crgo ha?c facit utfubic aum fumatur in dcfinitioneacddent.s, ?r oinde fccundum modum conflituit , non quartum, alia namque pcndentia a fubyjao prarter cas duas non rcmanct , ut ctiam D. Thomas fatctur, crgo pendentia a fubiefto ut a caufa efMricc ad fecundum modum pertinet, quia finehacnon feruatur propria illius modi condino>t,fcilitct,fubicaum fumaturin deflnitionc prardicati. Confutata D. Thoma: opinionc , dicunt , cum in hoc recle fcnfiflc , quia putauic duobus Dtantummodis accidcns proprium a fubicdo pcndcrc , fcd in co deceptum ef, fc, quoniam dixic , akcram pcndcntiam conflitucrc fecajndum modum , aU" tcram ucro quartum , ca m utraraq; ad fccundum modum pcrtincre • f -  TertivoJ neutramad quartum conftanter afTcucrant ;idq^ Ariftotelcm ipfumfignificafle A afbrmant pcr duas illas fccundi modi conditiones,qua*'antea dcclaratar fuerutyl ch/oniam enim fubicctum eft matcria excerna accidcntis,idco dixic, prardicatG itrfubiecto propofitionis extra animum inexifccre, hax tamcn condicio non cft propriafecundi modi dicendi per fe, cum compecac cciam prardicacioni ex ac/ tfdenti; quoniam ueroidem fubicctum efc etiam caufiitfTecfrix eiufdcm accidc fW prsedicati, ideo dixit r fubicctum fumi in definicionc prxdicati r quar cftpro* pna fecundi modi conditio,quam fi ab co auferamus-,. & quarco modo tribuaa iV>us,nulla fecundo modo remaoebic propriacondicio,qua i reliquis modis dia flmguatur» • rrel i\ wq v ■ (tA prkdiftis obieftiomhus DSThomas dcftnditur.. B SI uerba D. Thomar reOe intclligantur, tantum abcft ut liac in re dcceptus fit,ut potius ueritatem fil maxrme a(Tccutus,dum enim dicic , accidens pro/ prid fluerca'fubiccto,non excludit caufam cfficientcm quoniam per fbtMe&Udl intclligic materiam in qua, ideft, fubiectum cx matcria j^Sfrrna compofiruni,  bicctum fumatur in accidcntis proprii definitione.non fequitur,ut proindc fc* cundum modum conflituat,nifi quando eftannexa materia*, cum cx duabus fu biccti partibus fola forma in caufa fit,ut totum fubie&um fumatur in definitio nc propriorum accidcntium; ut ucro cfFiciens in materia , fi accipiatur homo pro toto fubie&o, ex hoc tamen non fcquitur quod illi infcrunt,ergo ctiam aU bumfumctin fua dcfinitionchominem,quia noneodcm modocadem uigetra cio ,ut fupra dictum cft; non fuit igitur deccptus. D. Thomas quando dixit» alteram pcndentiam accidentis proprii a fubiecto conftituerc fccundum mo' du,altcram ucro quami.Quod deroum ad Ariftotelis confirmationcm fpc&ar, B ab co nihil aliud loco citato habemus, nifi efficiens in materia conftituere fccun dum modum dicendi pcr fe,ideft,fubie£tum a&u exiftens , quod nihil aliud eft, quam efticies in matcria, fumi in definitionc prardicati,quam conditioncm fatc mur cfsc propriam fccundi modi ,ncc ab eo illam auferimus,&quarto tribuimus cadcm ratione, alioquin nulla propria conditio fccundo modo rcmancrct, qua arcliquis diftingueretur, fed cam utriquc modo diucrfa tamcn rationcadapta mus,in fccundo enim cx mcnte philofophi dicimus fubiectum propoficionis, & rci, quod eft cfficicns in matcria.leu fubicctum cx materia , & forma compofuu fumi in definitiooe accidentis proprii ut difTercntiam,6Y propterca ut eius par» tem efscntialcm,in quarto uero fubiectum propoficionis folum , quod eft altera pars compofuifuidelicct,forma(ubiccti, fumiin definitione ciufdem accidcntis proprii ut proptcr quid, & caufam extra ueram cius cfscntiam, unde patet,hos duos modos non confundi, ut infra declarabitur.Ex iis igitur,qua: hucufquedi C £t* funt, colligitur, qusccumque non funt prardicata ucl primi, uel fccundi mo/ di dicendi pcr fe,accidcntia efse in hunc fenfum 5 quatenus fcilicet a primo,6V a x fe cundo modo diftinguuntur, ut gratia excmpli , animal cfl muficum,fcu, animal cfl album; nam muficum,& album,qua:funt pracdicata,non ponuntur in dctini' tione animalis, quod eft fubicctum.hinc pacec, propofitioncs illas non efsein pri mo modo diccndi per fe, ncque etiam esfe in fecundo,quia fubiectum non ponia tur in dcfinit ionc prardicati, idcfl,animal non ponitur ncq; in mulicyieque m aL> bi dcfinitionc, De terttQ,& quarto modis fer fc. EXphcatis"duobus modis per fe,primo fcilicet,& (ccundo, reliquos aggredl mur , & primo tertium;qucm dicimus non efficere prardicationem , in co cmm cx fententia philofophi id collocatur,quod dc fubiecto non dicitur, utfub D ftantia prima,qux de fubicdo non prardicatur ; quarc nec fuhftantiac fecunda?, 87 Logicarum Difpat. A rrqur ulla accidcntia funtin hoctertio modo,nam detubftantiisfecundi;nirione,quir adtertium modum fpcclant,ad quartum & ultima explicandum acccdimus, afTcrentes, eum ellc, in quo ponuntur caufar excrinfec* ranonc clknnx corum effccTuum, quos producunr, uc patec de animah raciona» !i,& tcrrar interpofutonr,quar dfcuotur cfTe extra dlcntiam rifibilitatis.cV eclipfis; ba- autem exrrinfcca- cauiar funr efltcivm.cA' hnalis,qua: caufa efTicicns duplex elT; B una ucra, alrera non i.era cauia efficicn^ uera ca cft, qua? non fempcr ctl cfTecxui annexa, ut uiderc c(\ cfc ftatuario ra«) dum dicit,JE* rffr*, ^u^huJ^ iJ^Lr &quar tcquuorurJideft,item alio modo,quod quidcm propcrr ipfiim in cft unicuique^pcr fe, &cartcra,oam diflio illa(proptcr) ut plurimum denotac cau fcm c Ficieo£em,cx- finalcm, ut propjccr tcrrar intcrpoficioncm xjc priuacio lumi* nis (olis id luna, proptcr aniraal rationalccft aptitudo hommis ad ride'dum,pro ptcr filmm patcr aroat pra:ccptorcm,d iauiufmodi. Sw^gicur m principio huius decinn contcxtus debcc axxipi pra-pofitio illa^ fau ^urnpta fuic m calcc no ovA »bi (ut omoibus cJarum cfrjfumpca fiijc.uc significatcaulam cm"cienccm,dc fmalcm fcquitur ctiam hic cam aqcipi.uc sigoifjcac hu»u4»odi caufas , quando D igitur plulofophus ait^QHarfunc pcrfcsiciujt m illa *mt i Q 5? 3 Logicarum DiTpuc. fubieclis, propter ipfacp funt, & ex nece.sfit.itc, ) fcnfus illorum uerborum efscr, i primum,& fecundum moduro.non fccus ac qtiarrum,haberc nexum caufa* cfFi/ ' cicntis,ac finalis,cx: caufati,quod non mdttur cum ucrkatc conucnire.quarc for taiTc mehus dici pofsct, Anftotelem in principio huius dccimi contcxtus ac= cipere ( e/)a) pro ( xaiu ) , ut ( Jiaum ) pro ( xa^atym )ideft, proptcr ipfa, pro, pcripfa,feu pro pcr fc, ut fere omncs commuuiter intcrpretantur, cuius jntcrprctationis auxilio,& corum ucrborum scfus,& fcopus optime colligitur contra illorum fcntentiam, qui ailerunc , coru uerborum nequc fenfum,nequc fcopum ab aliquo ha&enus plenc intclle&um fuilTe. ( dta- ) uero non folum cum cafu gcncrandi accipi pro(jta-ja) j ideft, fignificare ( per) ,fcd ctiam cum cafu ac cufandi,patct apudcofdem,qui conuertetes in latinum fcrmoncm ucrba illa plii lofophi in calce decimi noni contcxtus, uidclicet , ( A/Vto apa e/j« *a} tc /u% J ' > j ; '"*>!3i") QVH%V Ti jDo tertia conditiont^ ad necejjariunu efsentiale requijita, uideli cet , de umticrfalt pofleriortfttco. p^oisu qr.Bv C *A P. X V III. tb 03 rfhot-j X7 Xplicata fccunda conditione ad necefsarium cfscntialc requifita , reliquum 'eft,uc tcrtiam,& ultimam declaremus,uidclicec , prardicatum uniuerfale, in quo pofita cft tota cfscntia potisfima? demonftrationis ; quarc pro cius intcllige tia aduercetidum efT,uniucrfalc in duplici difterencia clTe,unum pro primainccn tione , alrerum pro fecunda. relicco uniuerfali pro prima incencione , qua* ad Logicum non fpcclac nifi pro uc in ca fundatur fecunda , accipimus uniucrfalc pro fccunda inccncione , quffdicitur eciam ens racionis , & a Lo= gico pnncipalicer confideracur.Scd hoc uniuerfale,cum fic mulciplcx , non av que in cmnibus Logicsc parcibus accipicur; ut igicur cognoici posfic quav uii fn illa uniuerfahs fignificacio aVpofterioriftico confiderata , non cric ab re iu mcdiuoi arTerre qua* fiot huius uniucrfalis figmficata in communi. dicimus itaq; uniuerfale hoc Logicum fumi aliquando pro natura quadam com muni rata apta dc plunbus pra*dicari , dc quo uniucrfali e^ic Porphirius in prardicabilibus } & Anftoceles in libro penhcrmenias; uel accipi inccrdum pro A figno diftnbutiuo uniucrfalitaris, quod folct appcllari nota quantitatis , ficuti cir, omne,cV nullum, dc quo cgit philofophus in codcm libro pcrihermenias; dc mum fumi pro prardicato primo, ideft, pro eo, quod dicit conuerrionem prardia cati cum fubiecTo,^ hoc appellatur uniucrfale poftenorifticum, de quo ucrba fe cit philofophus in primo Poftcriorum contcxtu undccimo, attribucns ei tres co d"itioncs,uidclicet, di&um dc omni, pcr fc, & fccundum quod ipfum , ut carum opcillud fcpararet a quohbec alio Logici uniuerfahs fignificato , ne incellcttus addilcctium redderctur confufus, fi ance eius diuifioncm,cum mulciplcx fit,illud dcfiniuilTcc; unde apud me aliquid difTicultatis patitur communis interprctatio, ut, fcilicct , duas prardicaci uniucrfalis dcfinitiones in undccimo illo contcxtu plulofophus pofuerit abfque eius diftinftione abaliis uniucrfalis Logici fili,nfibjlecompecic bomini fecundum quod ipfum, ergo uniuerlalicer, ac pri mo.cx cconucrfo,nfibilecompecic homini primo,ergo uniuerfalitcr,& lccundu quodipfum. Factamencioncde prardicaco primo,non cft frlentio prjtcreuns e, quod tamen falfum efh Nonnulli huic rationi rcfpondentcs, dicunc, duplic^ ifle fignihcatione huius uocis (quatenus,) poteft.n. fumi lacc,& facis impropric, potcftec fumi ftricle, quar cft propria cius fignificacio; lacc quide,& araplefumi' tur,quando nil aliud fignificac, quam intcrnum principiu/eu interna ratione,pro D indc cxclufione principii cxccrni,& externar racionis.in qua accepcionc propofia tio harc eft ucra,homo quacenus homo cil animal,uc .n. nihil aliud fignihcarc uo Liber Tertius s>s lumus,quam hominc ex interna ratibnc eflc animal,no cx aliquo cxterno princi pio quod quide ucrisfimu eft,quoni5 homo £ iotcrna ratione cft fcnciens, & anU mal ; in hoc igitur fenfu Aduerfarioru ratione conccdenda eflc fetcntur. altcra cius uocis fignificatio maximc propria , ut ipfius uocabuli cofideratio poteft o/ itcdere, eft,ut dicat,eande cflc utriufq; tcrmini rationc.ut fi dicamus,homo quatc nus homo cft rifibilis,ucra cft harc propofitio ct in fecunda acceptione, qa figni, ficat.eandc cflc racione.qua homo eft homo,& qua cft rifibihs,t> propna.n. rbrx m2 habct homo ut fit homo,'& p. eande" habet ut fic rifibilis , uerc igicur homo quatenus homo eft rifibilis,quia ex codc principio pedct nfibilitas,cx quo pedcc humanitas; fcd hxc no eft ucra,homo quatcnus homo cft animal , quia non cx code principio homo habct ut fic animal,cx quo habct ut fic homo, fiquide pcr fcnsu eft animal,homo uero no £ fcnsu,fcd pcr racione; non igitur qua rationc c homo.cade eft animal,fed aha,& alia rationc, itaq; homo non quatcnus homo c animal,quarc fecundu hancpropria fignificatione Aducrfarioruargumcncun5 cocludic concra philofophu,& comcncacorc" , qui in hac fignificacione accepc/ runt ca conditione (quaccnus ipfum. ) hac diftin&ionc ipfi, quado Logic5 publi ceraterprctabatur,inucnerut,eacp illis plcnisfimc (atisfccit,quaqua.n.apud nullu aliu ca ance ld tepus legcrac,came uidcbac,ipsa cum rci, tum cc uocabuli fignifi' cationi minficc confcntancam cflc ; poftca ucro cis contigic, ut candcm lege* rcnt apud loanncm gandaucnfem in quarftione dccima fecundi Metaphyfico. rum , quod cos ( ut aiunt ) fumraa hrtitia afTecic , cum uidcrcnt cruditum jllucn uirum fua au&oritatc ipforum fcntcntiam comprobaflc, sAddufla reftonfioconfHtatur,aliafyfortafseaccommodatiorm medium afertur . . T^Iftinaioncs,quar non fint defumptar ab aliqua ucl philofophi , uel grauisfi/ moru peripateticorum audoritate,uoluncariar merico nuncupari poflunc , cum in quouis hominc quodhbet imaginari poficum fic ; iotcr quas locum habc rc uidctur pofita diftinclio de duplici huius uocis (quatenus ) fignificatione,Iatc fcilicet,& fatis impropric, ucl ftndc, & proprie; quouiam apud plnlofophum fni fallor ) fecundum unam tantum,& illam propnam fcmpcr lcgitur, & prarcipue cum rcs ipfa, & uocabuli fignificatio idminficcpoftulcnc, noca enim rcduplica tionis in ahquo , ncmpr, in hominc , dum dicitur, homo quaccuus homo,& huiuf modi , non poteft in eo dcnotarc nifi illud principium , rationc cuius homo efl Jiomo, quod cius forma cft. a qua fentencia non uidecur reccderc loanncs gaii/ dauenfis loco cicaco; nam cxiftimanccs cius Aducrfarii non eflc in auimali plurcs formas fubftancialcs diftindas,fcd unam , & eandem darc cflc ucgecaciuum , & animal, id probabant aucloricatc philofophi fub initium hbri de iuucncuce, & fcncaute, dicentis,(fiericnimnequit,utanimal, qua animal,cft,non umac.) fi cnim in ammali una, & cadcm forma non darct cfle uegccaciuum,& animal , ex | ncccsfitacc animali, quatenus animal cft, contra fcotcncum philofophi, non inck Logicarum Difpuc. fct uiuere, quod pro uegerari accipitur. refpondens Gandauenfis ad hanc dirTi' cultatcm,au£toritarrm illam philotophi declarando, ait, animal fccundum quod animal uiucrc, duphciter intclligi polTe, uno modo, ut animal llt primum fubie tlum uitx , & fic non intclligic Ariltotelcs, quia fi hoc efTet ucrum , tunc quid quid uiucret, uiucret per animal , quia hoc dicit ( fecundum quod , ) omnibus, fcilicct,ine(Te per naturam eius , ut pacet primo Poftcriorum. alio modo intclx ligipofle , animalfecundum quodanimal uiucre , ideft , cx nccesfitatc uiue/ re , ita ut includat necclTario principium, per quod uiuit animal , & fic cft ucrum , nam licct uegctatiua anima fit alia a fenficiua , tamen cx ncccsfitatc includitur in animali . Eccc , do&isfimum Gandaucnfem accipcre ( fecuna dum quod ipfumj fcmper eadem fignificacionc , pro ut, fcilicct, fignificat for/ mam cius ,cui applicatur, & hac dc caufa aic , dupliccm haberc fcnfum pro/ pofitioncm illam , quxcft, animal fccundum quodeft animal uiuit, unum , ut forma fcnfitiua , pcr quam animal eft animal , fupponat uegeratiuam , a N qua prouenit uita , non autcm e 1 conucrfo ! alterum , ut eadcm forma fenfitiua , qua animal cft animal , faciat animal fubie£rum * primum uitar ; quarc primo , non fecundo fcofu atTjrmat audoritatcm illam philofophi intelligi dcbcre . hanc Gandaucnfis lcntcntiam eandcm clTc cum fcntentia philofophi loco citato , indicant ciufdcm philofophi ucrba , dum inquit > ( In hifcc quidem , quibus utraque ifta , cfle animal ( inquam ) ac uiue/ rc compctunt , unam , & candcm clTe partem ncccfTc est, qua uiuunt, simul et animalis nuncupationcm fortiuucur , fieri cnim ncquic , ut animai, qua animal cft , non uiuat : at qua uiuit , hac cfTe animal , haud qua== quam nccdTc cft : nequc cnim idem eft clTc animal quod uiuerc . ) quo/ rum ucrborum fcnfus ( quantum coniiccre polTum ) huiufmodi cft , illa, in quibus rcpcritur anima fcnficiua , & ucgctaciua , habcnt hoc , ut fcnfiti/ ua fupponat ucgctatiuam , non autem e conucrfo , hinc eft, quo v d animal ca partc , qua eft aoimal , uiuit , ideft , torma fcnfitiua , pcr quam ania mal eft animal , fupponit ucgetatiuam , a qua prouenit uica ; e contra autem , uegctatiua non fupponit fenfitiuam , cum planta: uiuant quidem, fcnfu uero carcant . hunc Ariftotclis locum fi illi dihgcnter ponderafsent, optimc animaducrtiiTcnt , ei dupliccm illam fignificationcm huias uocisfqua tcnus ) accommodari non poffe, nec ita facilc dixilTent , fuam fententiam loannis gandauenfis fummar eruditionis uiri auclorirace c6mprobatam fuifTe , cum alicer ipfe fencirc uidcacur. fcd nunc concedamus huius uocis( quacenus ) duplicem pofTe dari fignificacionem, late, fcilicet,&ftride,prima fignificatio non nullas pacicur difTiculcatcs, quoniam cxplicandum erac, cuiusnam,pra:dicati,fci licet , anfubiedi , incernum illud principium, feu incerna illa ratio fignifica* ta ab hac uocc (quatcnus) eftct principium, ucl ratio ; fi cnim prardicati , ut gratia cxcmpli, quando dicimus, homo quatenus homo cft animal , idcft , ho/ n,o cx inccrna racione animalis cft animal , fcqucrecur ccncra fuppoficum, uc homo non quaccnus homo , fed quatenus (enfitiuus eOcc animal ; fi ucro fubie&i. Liber Tertius o S {iib:cai,ut,fciIicet,homo quatcnus homo ficanimal,ideft,uc homo cx intcrua ra tioneliominis fit ammal.tunc prima accepcio crac declaranda, quomodo, fcili cec,homo quaccnus liomo poffit ef;c animal.cum cx coclcm princioio non ha* A bcac uc fic animal.ex quo habcc uc fic homo.hcuci dcclaratur a Gandauenfe quo modo animal quaccnusanimal uiuar,cum a diuerfis principiis oriancur cfsc ani mal ,& uiuere.non crat igitur ponenda duplex illa lignificatro huius uocis fqua reous) uc cius ui Aduerfariorum rationi contra Arittotelis, # Auer-roi? pofi' tionem fatisfacere poiTent-,quoniam co modo diffoiui potcft;quo difsduitur illa i celcbcrrimo Gandauenfe,ut, fcilicet,homo quatenus homoftt animal , poteft dupliccm haberc fenium ; unum,ut homo cx peccsllcatc fic animal,quia forma ho minis, nempe,racionalitas,qua homercfc homo,fupponic formam fcnfitiuam,qua animal eft animal,non autem e conuerfo,quoniam forma fcnfitiua norvfupponit rationalitatem,cum bruta animalia fenfum habeant, ratione uero careant . altc rum autem,ut homo fit primum fubiectum,cui copecac animal. pofito cius pro/ pofitionis hoc duplici fcnfu,ad argumcntum in oppofitum refponderi potcft, iU B Jud concludcrc in primo fenfu, iecundum qucm Ariftotcles, & Auerrocs illam propofitioncm in prarfcnti partc non intclligunt, in fccundo uero fcnfu nequa» quam,eo quiaex icntentia Aucrrois intcr hominem,& animal caditaliud iubie fium medium,cui primo compctitanimal,uidclicct,aIiquodanimal , cuhisope (ut diximus in calcc dccimi noni capitis) difponitur homo ad recipicncUm pro priam, ac fibi detcrminatam formam; & cx mentc philofophi in hac tcrtia con> ditionc requifita ncceflario clTentiali prardicatum conucrtitur cumprimo fubicclo,ut patet dc hac pasfionc trianguii,uidclicct, habcrc trcs anga los arqualcs duobus re&is, quar quidem pasfio nec cum figura, ncc cum arquicrurc conucrtitur , at folum cum triangu lo , quia cius primum efl fubicctum , fed hoc non repcritur in gcnerc quando dc fpecic prardicatur» ^nornoi ai/niHijqui^q zl tnift vnohLiilacr Laus iterum,Honor 3 tf GloriaTteo optimo Maximo, Qui Trmus^Vnus ejt % . i»L svlp 3i«oq aoo »n» iguj jmin.iknvwsh i t bo/r t ( fj jb i { » i m rr - mJ-nj.nujfl tibbiri ,ujmu O 51 lii lt4J TUJU7-1J boI fiiupoiiJ sbiii non L il'j~> 25 »p a (ntn muAu \}Ql *UJ0B3"I?m P. LOGICARVM DISPVTATIONVM De ea dcmonUrationisfyccic, quampotisftmam afppcllant ^Autloris mfjtutumj. C cus cfset de cfsentia argumenti, & aurifodina dc cfsentia auri» quod noo uide turmultum cum ueritate conuenirc , acfialiqua fint, quar in pofterioribus dici mereancur loci dcmonftrat\ui , a quibasj argumcnca demonftratiua Liber Qjjartus: 100 fumi posfint exiftimamus illa efse , uidelicet, dignicaces, poftulata, definitiones, caufam,& effcctum, cx hoc tamen non fequitur, locos haud e(Tc ab argumencis diucrfos,cum argumcnta altcrius probationi adhibcantur,loci ucro nequaqua, nam dignicas, dehnicio,cV alia.qua* diximus cfselecos dcmonftraciuos ,fi loco* rum nomcn mcrcantur,alccrius probacioni non adhibentur,fed harc dignicas,feu hax dehnitio,& fic de reliquis. quarc forcade mclius dici polTet,uc,fciliccc, dida de omni pofteriorifticum,perle,&uniucrfalefintconditiones ncccfsario cfscntia li requificx per qucd efsenciale neceflarium principia , fcu media p>risfima: dc* monftrationis func demonftraciua. Dcclaratis itaquc fuperiore hbro omnibus illis conditionibus , rcliquum cft accommodarc cas demonftrationispotisfimx pnncipiis,atqj conclufioni, ut indc manifeftum reddacur.huiufmodi demonftra tioncm conftarc cx nccclTario cfscnciali,quod erac probandum . Et quamuis in ulcima eondicione infmt alixdux, undc ii probaretur, propoficiones pocisfimx demonftracionis cfsc uniuerfales.efsct ctiam probatum, cas cfse per fe,& dc om tii,quia fcmper condicio minus communis contrahit ad fc (ut diximus ) condi^ tioncm magis communcm; dccreuimus tamen in iuniorum gratiam aperire, dcmonftrationcm potisfimam habcre didum dc omni,pcrfc, & uniuerfalc. Tonuntur omnes terminipotisfimam dcmonjlrationem ingrcdicntes. . \7Taddifcentes finem,qucfummopcrc optant,facilius confcquantur, aduer» y tcre debent,demonftrationem potisfimam ex partc formx,qux fyllogifmus cft, habere trcs terjninos,maiorem,fcilicet, cxtrcmitatcm,minorcm , & medium tcrminum. ucrum quia demonftratio cft inftrumentum, quod parit fcicnciam proprietatum,qux fpcciebus infunt,fcientiam ucro cfscntix carum propriecatu minime , nifi quacenus huiufmodi efscncia cx dcmonftracione ipfa clicicur. hinc cft, utmaior cxtrcmitas debeat efsc propria pasfio , non pasfionis dcfmiti.) rfscntialis , cuius rei ratio cft , quia mcdium in potislima demonftrationecic caufalis definitio primi cxtrcmi , quarcfi cfscntialis dcfinicio pasfionis per aliam eiufdem pasfionis caufalem dcfinitionem demonftrarctur , necef;e ef* fcr, utin maion propoficionc prxdicarecur cfscntialis dcfinitio dc caufali,fcd propoficio , in qua prxdicatur definitio dc defmitione, non eft per fc ncc in primo, nccin lecundo modo , nec in quarco reducibili uel ad primum , uel ad fccundum , circa quos modos ucrfacur pocisfima demonftracio. er» go demonftracio illa , in qua concludicur clscncialis definicio pasfionis dc pafa ?ione pcr aliam ciufdem pasfionis caufalem dcfmitioncni , non poccft cfsc potisfima , ut, gratia cxempli , propccr animal racionale eft apcicudo homu nis ad ndcndum , fcd ntibilitas eft proprer animal rationale, crgo rifibi/ Iicas cft apcicudo hominis ad ndendum » huius dcmonftrauonis maiorcm 9 * ioi Logicarum DiTpur. A propofttionemjn qua prardicatur dTcntialis dcfmitio dc caufali, non efse in pri/ mo modo, patet,quia in primo modo dicendi per tc collocancur ea,qua: funt de rationc dicente , hoc eft hoc , quod non rcpentur iu maiorc tlla propofttione, quia animal rationale no eft propne,uerecp aptttudo hominis ad ridendum/ed eius caufa,& propter quid, quare fcnfus ilhus propofitionis eft,ut animal ratio nale fit caufa,a qua fluit aptitudo hominis ad ndcndum. pra:tcrea,in primo mo do prardicatum eftde quiditatefubie&i,quod non repcntur in illa propofttio/ nc, ct.i5 ft termini conuertantur,quia una defraitio non eftde quiditate alterius dcfinitionis, non eflc etiam in fccundo modo manifeftum eft,quia animal ratio* nale,quod eft in cafubiectum,tantum abcft , ut ponatur in cfsentiah dehnicione prardicati tanquam differentia.quod poftulat fecundus modus,ut potius dctini/ tioncm illam non iogrcdiatur, quia cfsentiarfut dictum eft) non poteftcfscaha B cfsentia,(ed utique proptcr quid,& caufa,a qua efscntia tlla cmanat, ficuti cft ani mal rationale refpectu aptitudtnis hominis ad ridendum. demum non else in quarto modo rcducibili uclad primum,uel ad fecundum,paret,quia nccpra? lu catum eft de quiditate fubiccti,ex quo no reducitur ad pnmum, ncc iubicctuiu eft de quiditate pra:dicati,quapropter non reducitur ad fccundum. Ent itaq; in quarto modo ut quartus contra nonnullorum (entcntiam alTcrentium , qu ucu modum nonconftderari in unicapropoficione; potisfima igiturefscnon potcft demonftracio illa, in cuius maiori propofttione prardicatur efsentialis derimtto de caufali, fcd tantum propter quid; quare maior extremitas in potisftma de monftratione crit propria pasfio , minor uero erit illius pasftonis dcterminata fpecies, non pasfto ipfa, dc qua concludatur cius efsentialis definitio pcr aliam ciufdem pasfionis caufalcm dcfioitionem,quia ( ut diximus } demonftratio illa noti eft potisfima;medius autcm terminus non poteftefse nifi quiditatiua defini C tio minoris cxtrcmitatis, ideft,fubiecti,licct non fumatur ut quiditatiua fubiccti definitio,fed ut caula efiicicns non ucra pasfionis,nam ft propria pafsio habet ut ftt a x quiditatiua fubiedi dcftnitione, fcircqp fimphcitcr ex Ariftotele eft rem £ caufam cognofcere,a qua res illa habet ut hc, mcdius terminus non poteft fe nift quidtcatiua fubiccti dcfinitio, fumpta tamen ut caufa efflciens non uera pasfionts, cui femper eft anncxa, ad dtfTerentiam caufa: cfTicicntis ucrar,qua: no fcmpcr comitatur cfTcclum,ex quo patct, non cfsc ex mcntc philofophi corum fentcntiam.qui dicunt, unam pasfioncm pcr aliam potisftma dcmouftratione o* ftendi potfc. cum una non fit caufa ut altcra ftc, 0[ienditur } omnespotisjimxdtmonftrationis propofitiones hatere prfidicatumuniucrfalc } fcu pnmum. ^/^Onftitutis potisftmac demonftrationis terminis , accipiamus loco cxcmpli ^illara uulgatisfimam, in qua concluditur , hominem rifibilem clTc proptcr • animal rationale, hoc pacto, animal rationalc est risibiIe, homo est animal rationale, ergohomo eft riiibilis. Omnes propofitiones huius dcmonftracioms has benc prardicatum primum, & uniuerfale; dixi pra-dicatum primum, qma ha?c di" dio fprimumj non folum fubiedo, ficuti (fecundum quod jpfum ) fed eciam prar dicaco (quidquid dicanc aln) accommodari poteft,r U m dcnotet prardicatum im mediatum, uel lubiecti, ucl caufar immediatione. Conclufionem illius dcmonftra tionishabcreprardicatum primum primicate fubicdi, non indigct probacionc cum incer hominem,& nfibile non cadac aliud fubicctum mcdium, cui rifibilicas primo infic, ficuci manitVftisfimura eft, eam non Jiabere pra:dicacum primum pri micacc caula-, cum inccr hominem, & rjfibilc cadac caufa mcdia,uidelicct,animal rationalc, pcr quod rifibihcas incft homini; eft icaque conclufio illa mediata & immediaca,mcdiaca mediacione caufa*,ahoquin non polTct dcroonuTari,immcdia taueroimmcdiacionefubieai.aliccrnon habcret prardicatum uuiucrfalc, quod B prarter nexum dehuiciuum rcquiric fui cum fubiedo conucrfioncm. minore quo que, uideliccc. homo eft animal rationale, haberc prardicatum pnmum omni pri mitace clarum cft, cum incer dcfinicionem quiditaciuam , & defiuicum mhil ca^ dat medii, ldcirco haberc prardicacum uniuerfale. ultimo, maiorcm propofitioa ccm habere & ipfam prardicacum primum primitatc caufx compertisfimum eft cum intcr animal rationale, & nfibile non cadat alia caufa media , a qua rifibi! litas habcatut fit, & conferuccur. Cum itaquc prardicatu.n primum.uel uniucr falc prarccr ncxum defmitiuum dicat femper adarquacioaem fui cum fubiefto col ligicur, pra?dicaca prima, fiue uniuerfalia non ciTc nifi cria, uidclicec, tocam defi, mcionem, ulcima difTerencia,& propriam fpecici pasuone,quonian hxc folu cria funttermini pares,# conucrtibilcs; colhgitur ctiam , potisfimam demonftracio nem non reperiri nifi in tcrminis conuercibihbus, \l v r : tur in fecundo modo dicendi per fc , quia in huiufmodi materia non infunt pro/ prictates fpccificar, ucrum fi in aliquo modo dcbet collocari, uon poteft colloa cari nifi in primo, non principalitcr, quia in co prardicata funt formalia,(ed con fequcnter, ueluti caufa fihe qua non potcfl forma fubfifterc, idcft , ueluti uehicu lum defcrens formam, licet Latini aliter fentiant, uolunt cnim matcriam cx qua non fecus,ac formam,efle in primo modo dicendi per fe, cum cx corum fenten/ tiatota rciquiditas conftetex tali materia, & forma. quam opinioncm philolb/ phi fententia: repugnarc fupcriore libro capitc duodecimo a nobis difputatum fuit. cum cxplicatum fit in quo modo diccndi pcr fc fit conclufio, uidendum cft in quo modo fit minor propoficio,uidclicct,homo eft animal racionalejdicimus, cam eflc in primo modo, quia pracdicatum non folum eft de quidftatc fubicdi , fcd eft cius ipfamct quiditas,fcu definitio quiditatiua; nec poteft in alio modo rc peririminor propoiitio potisfima: demonftrationis, quia non demonftracur pro pria pasfiodc fubic&o in huiufmodi demonftratione nifi per eiufdem fubiecli dc iinitionem, quarin primo modo primar figurar fubiicitur in maiori propofitionc pasfioni dcmonftranda?,& in minori dc fubie&o prardicatur; nec obftat minorem aliquando rcpcririin fecundo modo , quando , fcilicct, demonftratur pasfio dc lubic&o pcr aliam ciufdem fubic&i pasnonem, quia dcmonftratio illa non cft po tisfima, ut fuo loco declarabitur. ln quo modo dicendi per Je reperiatur maior prcpojitio iffius potisfimt demonjirationis .ft:W*gi->**l-» wwrmjri 2u$Lcwc rrumsk ^i^^itss^HB/fUfum V M dixcrimus in auo modo diccndi pcr fe rcpcriatur conclufio,& minor propofitio illius uulgatisfimardcmonftrationis^quam loco exempli accepi mus, rcliquum cft, ut uidcamus in quo modo fit maior propoficio , ncmpe, ani» mal rationalceft rifibile. non eft in primo, tum quia prardicatum non cft dequi ditatc fubie&i, tum quia ctiam in illa propofitione non ponitur uera caufa fors malis rifibilitatis. noncft infccundo, quiafubic&um non cft decflentia prardica ti, nam animal rationalc non cft ncq; gcnus, ncq; diflcrcntia rifibilitatis, non cft icf Logicarum Difput. ctiam in tertio, quia in eo collocantur folum fubftantiar primar , quarfignificanc A Jioc aliquid, cVde fubieclo non prardicantur. Bric igitur propofitio illa in quar/ to modo, in quo collocantur caula? excerna:, uidclicet, dTiciens,& finalis, nam animal rationale quatenus cft extra rifibihtatcm, & illam cflicir, dicitur cius caufa cfFiciens, dicitur etiam caufa finalis, quia rifibilitas rcducitur ad animal ra tionale, tanquam perfe&ibilc ad fuum pcrrcciiuum. cum itacp animal rationa^ Jc refpc&u rifibilitatis fit tfTicicns , 6V finalis caufa , fequitur , propoficio// riem illam cflc pcr fe in quarto modo , qui rcduci poteft ad pnmum , & fccundum ♦ voiq jDt^t^iioa tn~ • i HtomMictl r*\ ijvp t bl -i m n wnz Ah otfcrft Qhnvmm tuj NonnuHorum fententia , ejuA etiam commmis efi 3 circa rnai orem frofoftttonem, ut ftt in fecnndo 3 non in qUartomodo dtcendi per fe . \.A.. EX altcraparte nonnulli communem opinioncm fequentes, aflerunt, maio/ rcm prcpofitionem c(Tc per fe fempcr fccundo modo,nec minus , quam con clufionem» ut autem hoctacilius declarcnt , inquiunt , elfc in memoriam ea o* Jtnnia reuocaoda, quar dixerunc dc duplici cmanatione accidentis proprii a x fubic cTo,ncmpc, tanquam £ materia'cxtcrna, in qua recipicur, '•' «b'*m> pnk:itA anh n ;*J|d;in uitjifcrTiq majf^uicv;^ SorqiW';! . Uxcopinio tCfUA communig eft , impugnatur. . zijiiDQtfi^vpv.' 1 ' /5 Wjfflu) 'HJj«ni4£$u >^,oii v )h i "jH>yjb')i xnulir muborn hs TT AE C opiniojicct fit communis,non uidetur mihi undequaq? tuta, quare, 4 cum philofophandi uia nemini fit intcrclufa , ueritatis amore ductus non uereboream, quantum in me ent, huncinmodum impugnarc; ncmo fanarraeu B tis cft,qui non intclligat, rationale fignificare formam hominis, & denotare ma teriam,uidelicet, carncs,& olTa, fcd quarritur pro quo intelligatur rationale in illa propofitione, uidelicec , racionalecft rifibilc,uel folum pro cfficiencc abfq; maceria,idcft, pro forma hominis, quar nfibilitatis eft caufa ffhciens.ucl pro crti cicnte in maccria,ideft,pro homine compofito ex matcria, & formajfi refpondea rcnt,illudintclligi pro compolico ex materia, & forma , multafequcrentur abfurda,& primo,minorem potisfimat dcmonftrationis ncn efsc pcr fe,nam fi ra tionaleinfubiecto maioris intelligerctur pro hominc com|>ofito ex maceria, & forma, intelligereturetiam procodemin prardicato minoris,alioquin medium non efsct idem in utraq; propoficionc.acqj idco ratio efsct in qiutuort?rminis; fi itaque m ambabus propofitionibus intelligerctur pro eodem , crgo dicere in minon,homocft rationalis,efscc pcrinde,ac diccre.homo cft homo, qua- propo* fitio,licet fic uerisfima,non cft per fc eo modo , quo decermihatum cft pcr fe ex mencc philofophi in primo pofterioru contexcu nono. pra*terca,concctsa huiuf modi fenccncia,medium non cfsec excra efscntiam pasfionis dcmonftrandar con C tra Aucrrocm in fecundo poftcrioru com. trigcfimo octauo,6V contra feipfos, afserunt cnim alibi, omnem caufam efficientc,quarcunquc illa fuerit,ucl interna, uel cxtcrna,cfsc cxtra efsenciam erTeccus; deducicur confcquentia , fi rationale, quod pro mcdio fumitur, idem efset,quod homo,& homo eft pars efscntia? rifi fibilicatis demoftrandar,quia in eius definicioneponiturutdirTcrcntia, rationale quoque efset pars efsentia? eiufdcm rifibilitatis,ergo medium non cfscc cxtra cf (entiam pasfionis demonftranda. Vltimo fcquerctur, quando defmimus rifibilia tatcm pcr homincm , dum dicimus, rifibilitas cft aptitudo hominis ad riden-» dum,ut pcrindc etTet,ac fi dicerctur , rifibilitas cft apcitudoracionalis .id l ridcn dum,crgo fruftra cfscntiali nfibilitatis dcfinicioni adderctufr cius cau( >,ihoquin uercc nugacio in tota rifibilitacis definicionc , quonfam idcm bis rcpctcre rj tur, diccrccuim cogcrctnur, risibilitas cft aptitudo racionalis ad ridendum P 107 Logicarum Difput. proptcr rationale, fcu , rifibilitas cft aptitudo hominis ad ridendum proptcr jiomincm.Si ucro rcfpondercnt,ibi rationalc intclligi folum pro efFiciente abfs quematcria, contra corum determinationem maior propofitio noo efsct.ficuti conclufio,in fccundo modo dicencji pcr fe,quoniam in fccundo modo, no fecus ac in primo,pra?dicatum dcbet incfsc fubiccco , quar conditio non rcpericur in ca propoficione, rationale eft rifibile,quia ex eorum fententia neutrum alteri iu» t ft.cum itaq; rationalc, fcu animal racionalc, licec dc nocct maccnam, incelligaa tur in maiori propoficione folum pro caufa etTicicntc , quoniam de eo fecunda buiufmodi fignificatum prardicatur rifibile; melius fortafse cric diccrc,maiorerm illam propofitionem ciJc in quarto modo diccndi pcr fe, qui huiufmodi caufam, & hnalcm poftulat,pro ut tamen rcducibilis eft ad fecundum. quomodo autem ad modum illum rcducatur,declaro,& dcclaratio fumitur cx iis , qua? fupcrius in quarco capicc noCauimus,fi cnim rifibilicacis racio fumacur propricideft.fine caufa,propofitio illa maior,quar eft,animal rationalc cft rifibilc, feu, rationale eft rifibile,non eft pcr fc in fccundo modo, quia rationalc non eft ncq; gcnus , neq; ditferentia rifibilitatis , & propterea non cft de cius propria ratione ; uerum fi ciufdem rifibilitatis ratio accipiarur largo modo, pro aggregato, fcilicct, ex uc ra cfscntia,& eius caufa,tunc illa propoucio eft in fccundo modo diccndi per fe, quiaeius fubiectum eft dc rationc prardicaci,non camen ica proprie , ficuci con/ dufio,propccrcaquo x d fubiecCum conclufionis cft compofitum ex matcria,&for ma,atq; idco cft fubjcctum propofitionis,& rei,feu inharrentia*,&pars cfscntialis rationis prardicati,cum fit cius dirTercntia,cui quidcm fubiecco ucrc pasfio dici* tur incfse; fubiectum autcm illius maioris eft folum fubic&um propofitionis,cti fit forma rationciiominis,& caufa cfriciens non uera,quar fapic naturam formx, ratione rifibiliratis, in cuius integra definitione ponitur ut pars, pro ut,fcilicet, eft propter quid, & caufa cfficiens,a qua rifibilitas,efsencialifqj eius ratio rluit,& cali fubicctonon ineftproprie prardicatum,quar condicio,uidelicec, prardicatum ineflc fubiecto, rcquiricur ad ucrum fccundum modum dicendi per fe; fcd dicu tur ci inefsc, quacenus ab co emanat,& hac de caufa maior propolitio non cft propric in fecundo modo,fed ad illum reducibilis, nam ad cum reducicur quar cus modus,quando demonftratur propria paslio dc fubiecto, ad primum uero modum,quando dcmonftratur cfsentialis pasfionis definitio de ipfa pasfione, rti mirum.aptitudo hominis ad ridcndum dc rifibilitatc pcranimal racionale hunc in modum , propter animal rationale cft aptitudo hominis ad ridendum, fed ri fibilitas eftpropteranimairationale,ergo rifibilitas cftaptitudo hominis ad ri* dcndum. in hac dcmonflratione,licct potisfima non fic,ucin fupcrioribus demo ftratum fuic , minor propofitio eft in primo modo,ficuti & conclufio , cum animal rationalc , quod cft prardicacum illius propofitionis , fit dc ratione ri> Gbilitatis,quar fubiectum eft,fi accipiatur tota ratio,ideft,racio cum caufa,aoimal enim rationale eft caufa efTeutiar rifibilitatis . cum itaq; in quarto modo , ficuti in primo,&in fecudo.fiSc propofitiones,neccfTe cft,ut caufa cxterna fit uel prardi catu,uel (ubiectu;fi rucric prardicatu, tunc quartus modus concurrit cu primo, Liber Quartu! 108 ficuti cnim in primo modo prardicatum ponitur in dcfmitione fubiccti , ita etia A in quarto, qui tamen ab co diftinguitur,quoniam prardicatum in primo modo L ucleftquiditasfubiccti,ut, homo eft animal rationalc,uel pars quiditatis,ut,ho/ mo cft animal,&,homo eft rationahsjin quarto ucro prxdicatum eft fcmpcr cx tra efsentialcm fubiccti rationcm proprie acceptam.ut patet in illa propofitio/ nc; uidclicct,rifibihtas eft animal rationalc,fcu, rifibilitas eft proptcr animal ra* tionale, ncquc cnim animal rationale eft efsentialis ratio rifibilitatis , neq? pars eius, fed caufa,a qua rifibilitas,& cius efscntia ortum ducunt; fi autcm caufa illa cxternafueritfubicctum,utuidereeftin illa propofitione,ammal rationale cft ri fibilc.conuenit tunc quartus modus cum fccundo,quiaficuti in fccurido modo ponitur fubicctum in definitionc prxdicati, ut, homo in dcfmitionc rifibilitatis, ita in quarto animal rationalc ponitur in eiufdem rifibilitatis dcfinitionc ; differt tamcn quartus a fccundo , quoniam in fccundo modo fubiectum fu* mitur pro compofito cx materia, & forma , idcft , pro matcria in qua , & -cftpars cficntiar prardicati, in quarto autcm fumitur iolum pro cfficientc B i abfquc matcria , & cft extra efscntialem prardicati definitionem . de fenfu 'tiero carum propofitionum , rationalc eft rifibile, & e conuerfo , rrfibile cft rationalc,ut,fcihcct, in quo fubiccto incft rationalitas, in codcm infit riftbilitas, cV in quo fubiecto incft rifibilitas,in codem initt rationalitas , quia neutrum rc uera altcri incft,fcd utrunquc alicui tertio,dubia res eft,nam pofita ucritatc hu/ ius dicti, fcqucrctur primo,rifibilitatcm non inefsc fubiccto a Logicarum Difput, Exfcntcntia nonnuUorum Ariftotclts artificium dcdaratur circa quartum modum diccndi pcr (c. . Li C E T quartus modus potisfiroa: demonftrationi fit utilis.quia tamcti cft hoc ex accidenti, ideft,raro,nam raro cucnit, ut caufa efTiciens,qua: col> locatur in quarto modo,cum cffc&u rcciprocctur, & pofita ponat , atqj ablata aufcrat,ficuti fc habct tcrrar obiedio cum lunar dcfc&u,hinc nt, ut nonnulli affir rocnt, quarturo modum ab Ariftotelc omifsum fuifsc in modorum utilium e* numcrationc,quam fccit in dccimo contcxtu fccundum fc&ionem uctcrcm,quo niam in Difciplinis nulla ratio habcnda eft eorum,qua:cx accidcnti funt, & ra» ro cucniunt,aiserunt tamcn,Ariftotelis artificium expeodentes, non omnino ab B coneglc&um fuifsc; fiquidem in quarto capitc primi libri Poftcriorum poft quam modos omncs diccndi pcr fe,& per accidens cnurocraucrat, docct,duos priorcs habcrc nccefsarium tcrminorum connexum , dc quarto nihil dicit ; in fcxto ctiam capitc probans.principia dcmonftrationis cfsc pcr fe, ac ncccfsaria, cos tantum duos modos confidcrat , ut in ca partc legere pofsumus, qua: inci/ piensa'contcxtu quadragcfimo quarto dcfinitin quinquagcfimumfcxtum fc CUndum frftionem Aucrrois, in quo conclufionem facicns omnium,qux dixc* rat,inquit(pcr fc igitur oportct & mcdium tertio,& primum mcdio incGc. ) qui bus ucrbis fignificatfc loqui dc illis tantum prsedicatis,qua: infunt in fubiectis, non dc difiundis, proiade dc duobus tantum prioribus modis, non dc quarto. itaquciAriftotcles pro illa tantum demonftratione rcgulas ibi tradit,qua: fitpcr intcrnas caufas^ion deilla,qua: fit pcr cxtcrnas,quoniam raro contingit,utcaa (a cxterna ad demonftrationem utilis fit ; uoluit tamcn demonftrationcm pcr C caufas cxtcrnas reducendam cfsc fub rcgulas,& prjeccpta cius , qua: fit per cau fas intcrnas,idq? ab Arillotclc notatum.atqj prarceptum fuifsc pnmi illi animad ucrterunt , # eft (inquiunt) magnum philofophi artificium nemini cognitum; locus,in quoid tcftatum rcliquit Ariftotclcs, eft particula fexagcfima quincta fccundum Aucrrois partitioncm primi libri pofteriorum,ubi loquitur dc (cien* tia.ac demonftrationc eorum/quarfarpc fiunt.cum cnim in prarccdcnrc cius lie bri partc potisfima: dcmonftrationis conditioncs docuiflet,&eas tantum dcmo flrationcs,quar ex internis caufis fiunt,refpcxifsct,in his cnim locum habcnt duo foli priores modi diccndi pcr fe; poftea uidcns facile cucnturum cfsc,ut cas, quae pcr cxtcrnas caufas fiunt,a v gcnerc dcmonftrationis rcpcllcrcmus,admonc/ rc nos uoluit , eas quoq; cfsc ucras dcmonftrationes,carumcp principia , fi re&e confiderentur , cfsc ncccsfaria non minus, quamilla , quar. inaliis dcmonftra n tionibus afsumuntur» Liber Quarcus no Impugnantur ea 3 qu& infuperiore cap. difta funt. A C A i ,ft ( . j  r ,- k *_• n . mmjm t . #v*> i ,' iii *4 t ■ i f h 1 1 > W I «V ARbitrantes nonnulli accidentibus , tum a fubicfto , in quo inhacrcnt, tum a caufa, a x qua producuntur, cmanantibus , ut uidcrc eft dc Lunar defe&u, & huiufmodi aliis, caufam effearicem, uon fubicaum , cxiftcndi nccesfitatcm indu/ ccrc,ut id, quod dicunt, facilius intclligatur , confcrunt accidcntia harc cumi]^ li$, qust ab intcrna caufa fluunt , fic cnim manifcftior fict corum ncccsfitas. di^ aum ab illis cifyccidens proprium pcndcrc a (ubicao tanquam a duplici cau^ fa, uidclicct, ut a matcria cxtcrna, & ut ab efficicntc pcr cmanationcm, ucluti n fibilc ab hominc, quia latct in hominc cauia cffcarix rifibilitatis , quar cfl ipfa ho minis forma; igitur fi ficri poffct, ut har duar caufar rifibilitatis a fe inuiccm fepara rcntur,cV cffctin homine rifibilitas , in quo ratiooahtas non ineffct^neccffariurri non effct,hominem rifibjlcm cffc, fcd poffct non cffc nfibilis , quia refpcaus, quc habet homo ad rifibilitatem,cft refpeaus fubicai recipientis.cV potentiar pasfiu*, quar dicitur cffe potentia arquc rcfpicicns utrunque oppoficum; homo lcaq; qua tcnus cft materia,cVfubicaum rifibilitatis, nullam illi accidcnti infcrt cxiftendi nccesfitatcm, fcd tam habcre,qua x m non habcre illam potcll quoniam igicur fc> iunaa caufa effearice non eft neceffanum homincm cffc rifibilcm.fi abfquc illa ri fibilis effc poffet, ca fola cft, quar illi accidcnti ut in hominc infit neccsfitatem im ponit ; idco rifibilitas neccffanacft homini non propter pendetiam abco ut a ma tcna rccipicntc, fcd proptcr pcndcntiam a v caufa fua effearice, qua: cidcm (ubie Go infita cfl. fimili ratione in accidentibus, quorutn caufa cflfearix externa cft,U cam mcnte cum fubicao .accidcntis coniungamus , accidcns fcmpcr incft non tT.inus.quam illud, quod caufam intcrnam habct , & hac rationc ciusinharreiv tia fit ncceffarja propter uim caufar efflcicntis; pcndent cnim harcquoque accide" tia & afubicao tanquam matcria,* a caufa produccnte; at it* co djfferunt, quia Liber Quartus 112 fubicaum,& caufa produccns non funt coniunda, ut in illis, fcd difiunaa; itaquc A 1, fubicaum non accp,amus folum, ac nudum , fcd unitum uirtutc caufa- eflcien t,s, accdcnua ,lla funt ci ncceflaria; ut Lunam f, confidcrcmus cum ob.cdionc tcrrar , nccdTc eft ,n ca ficri cclipfim , fed non cft neceflarium dum folam Lunam refp,cmus ergo accdentia harc,quar rationc fubiefli non fcmpcr funt.femper ta men funt habita ratmne caufar , quia ccrtam caufam nccelTario confequuntur, Ex h,s autem fum,tur facilisintcrprctatio quorundam ucrborum ArifLehs in pnmocap,tc fccund, libri Pofteriorum, quar licct iGrarcis optimc dcclarcntur mult,s tameft negocum facclTunt; loqucns ,bi Ariftotcles dc quarftione ,Ila co I plexa qua» uocatur proptcr quid, dicit, pcr cam quarri caufam corum , quar per fc, ucl pcr accdcns ,nfunt alicui; uidctur itaq ; illa, quar per accidcns pr*d,can. tur, ad demonftranonem admitterc, quod quidcm nulla rationc uidccur cflc co ccdendum; Grarc, fic mtcrprartantur; pcr fc infunt , ut in hominc r,fib,Iitas pcr accdcns ucro, ut ccl.pfisin Luna ; cft cnim cx accdcnti dum folius Lunar ratio habetur, attamen cft pcr fe adhibita caufar cxtcrnar confidcrationc,pcr fc finqua) 1 lecundo modo, qu,a m dcfinitionc edipfis ponitur Luna,atnon poncretur (Tnul la elTet cxtra Lunam caufa, quar Lunam cogcrct obfcurari, caufa namque extcr na factcchpfim neceflario, & perfcin Luna inefle. Eft autem aducrtendum nc propter amb.gu.tatcm in d.fT.cultatcs labamur, duo efle genera eorum.qu* no femper f.unt, .dcocp cx accidcnti flcri dicuntur; illa cnim, quar cafu cuen,unt,cx accdcnt, funt, & fub fcentiam, ac demonftrationem non cadunt,quoniam raro fiunt non folum hab,ta ratione fubicdi, fcd ctiam habita ratione caufar , nullam en,m certam caufam neceflario cofcquuntur.quia flunt prarter intcntionem cau fe efficcntis, quar pcr fc aliud quidpiam efficerc uolcbat; eclipfis aurem raro f,t & (ubfccnuam cad,t, quia rat.onc tantum fubied, raro fit , fcd fcmper rationc caufar: corum igitur, quar raro, & ex accidenti fiunt , al,a fub fcicntiam cadunt aua non cadunt . ' Impugnantur ea y qu* modo notata funt.. , C J7 X imposfibili illa fuppofitione ut per comparationem caufc externar cum mterna declarare po(Tcnt necesfitatcm eorum accidcncium,qu* excra fubie, o2t ' , n 7 tUm ' Ut P ro P° fit r„ alTcquantUr ' Ut P° tius °P° rr «'  la oon eft caufa fufTiciens ad oftendendum eclipfim inellc Lunx, quia prarccr tcr rgc intcrpofitioncm requiritur ctiam Lunam efte modo prardido difpofitam ad cclipfis receptionem, fi crrim Luna non a x folc , fcd dc fe lumen habcrct , a cerra interpofita minime prohiberecur lumcn illud , nequcctiam prohiberccur , con cefto eam a" folc lumen recipere , fi ci diamctralitcr non potfet opponi. Ex quo clarepatet, dcmonftracionem deeclipfi Lunarper folamtcrrar interpofitionem oon clTe potisfimam , cum fic conftruda per caufam non fufficientem. Quodat/ tinet ad uerba philofophi in iecundo Pofteriorum capitc primo,ca non uidctur fufciperc cxpofitionem,quam ponunt, per illa .n. , qux infunc p (e intclligit A/ riflotclcs ea,quar infunt scper,uc nfibile m homiue.per illa uero , quarinfunt per accidens, intelligit ea,quar mfunt raro , ut cchpfis in Luna; fed dato,philofophum B accipcrc( per fe)ut lonac uox , & (per accidcns ) pro ut contradiftinguitur a per fe , conccdimus, habita folum matcriar Lunar confidcratione abfq; eius na/ cura , eclipfim ineflc ci pcr accidens, non pcr fe m fccundo modo , quia fecun/ dus modus fundatur in materia in qua , quar eft fubicftum actu exiftcns, compo fitum cx maccria , & forma ; negamus camcn eclipfim ctTc in Luna pcr fe in fc/ cundo modo adhibita caufar cxternar confideracionc , quiaper eam Luna non cfta&u Luna, &. propcerea non eft materia m qua ad fecundum modum rc* Cjuifita , fcd utiquc adhibita Lunarnatura, per quam Luna eft aclu Luna , & lubicctum requificum ( utdiximus) ad fccundum modum djccndi per fc abfq; «errar interpofitionis confidcrationc . dcmum circa llla duo genera eorum,quar -non fempcr hunt , quando dicunt , cclipfim raro fieri, & fub fcicnciam cadcrc , t quia raciOnctaritum fubieai raro fic,fcd fcmpcr rationc caufar; dict jm hoc quo ad utranquc partem patitur diflicultatem, cV pnmo quo ad primam , quia non C raro , fed nunquam fit cclipfis habita folum rationc fubie£ti , fiue illud fit materia abfquc forma, fiuccompofitum exmatena,& forma , cum eclipfis , eo quia actus eft , non (olum a natura fubic/ cti, fed etiam a v terrar intcrpofiriooc rluat tanquam ab obieclo extra . Secundo , cV ultimo quoad fc/ cundam , quia pcr caufam intelligunt tcr/ rar intcrpofitioncm abfque Lunarnaa tura , quod non admodum cum ucntatc conucnu rc difputatum f: ' . -winoq t : " qsnu «ij. , n - cfc. icii* : 0 f cofi3oirm & , f:: niicnfOOD mtjpilc cnxlucj isq aoa t iyjiyiii&Mw . Logicarum Difput. Ex aliorum fentcntia quomodo demonftrationis faBdpercau fam externampropofitiones 3 (f conclufio fint pcrfc* r A Sferentcs,dcmonftrationcm , qiw tam pcr extcrnam , quam pcr intcrnarri caufam fit, potisfimam ciTe,dcclaratis iis, quar ad dcmonftrationcm pcrcau famintcrnam fpc&arc uidcbantur, cxplicarc nituntur quomodo in dcmonflra^ tionc pcr caufam cxtcrnam , nimirum , quando demonftratur cclipfis dc Luna per terrar interpofitioncro, propofitioncs, cV conclufio fint per fe» uerum ut id fa. cilius perficcrcnt, duobus modis demonftrationcm illam formandam cfTcexifti mant,primo fic,Quod prohibetur radiis folaribus a N tcrra obicda,id oblcuratur, atqui Luna prohjbctur radiis folaribus a s terra obie&a , Luna igitur obfcuratur; B Secundo autcm modo hac rationc, iilud,inccr quod,& folem terra interponitur, obfcuratur, at intcr Lunam,6V folem tcrra intcrponitur, ergo Luna obfcuratur» fed utcuque formetur dcmoftratio, non facit fide, nifi tanqu5 notum fuppona-» mus,Luna? lumen a N radiis folaribus efTici» dc maiori propofitionc, ac prardi&aru demonftrationu coclufione claru eft in quo modo perfe fint ; conclufio .n. fccU du Ariftotclis prarcepta cftin fccundo modo diccndi per fe,cum fubic£tu,cui prac dicatum incft, in eiufde prardicati definitioneponatur; maioruero eft in quarto modo,cuni ibi fic pofica caufa cxterna,quar idonea eftad dcmonftrationem, quo niam adepta cft fecundi modi conditioncm, habct cnim fubieclum, quod in prar dicati dcfinitione accipitur. de minori autcm propofitionc quomodo fit pCr fe non eft facile demonftrare, nam in ea prardicatur dc Luna intcrpofitio terrar,fcu impcdimcntum fciclum a terra interpofita , quorum tcrminoru neuter altcriufc caufa cft. mulci ad lioc mulca dicunt,fed rcli&is alioru rc.ponfionibus,e5 omniu C tutisfima c(Tc cefcnr,ut aileucrcnt, minore illa propofitione nullo modo efle pcr ic; quod dicunt non eflcita abfurdum,ut uidccur , fi naturam dcmonftrationis , finemcp fpe&emus, c\ uerba philofophi rc&e, ac profundc perpendamus; finis ,na cogni tio fubicrii jj demonftrationc non quarritur,fimilicer neq; cognitio medii,fed,& fubicdlum, cV mcdiurn antcdemonftrationem cognita fupponuntur; cota igitur uis demonftracionis ad affe&ionetn quarfita dirigitur; promdc ca fola in dcmon^ ftrando attcndcda fiint , quar ad ipfius affe&ionis plcna fcientiam requiruntur t ha*c cum multa finc, duobus tamen prarcrptis omnia perftringi poflunt,cum .n», affe&io pendeat tum a N fubicclo, tum a N caufa,quod ad fubie&um attinct, uult de^ monftrari de proprio fubie&o, cuiprimo ineft, non dc aliquoalio , uc rifibile dc homine, non de animali, & trcs anguli arquales duobus re&is dc triangulo, non dc arquilatero , ncque dc figura;.quod ucro attinct ad caufam , uulc dcmon* D ftrari pcr caufam proximam , & fibi acquatam , qua una pofita, ponitur , & qua ablata, aufcrtur , non per caufam aiiquam communem , & rcmotam» harc A •3U Liber Quartus u * duofiadfint, non cft dubitandum, potisfimam, ac prarftantisfimam eam demon ^ ftrationem elTe, cum de re propofita nulla potior cxtrui queat; hoc autem dum dicimus, aflcrimus in demonftratione fumme eflentialem connexum cffe dcberc affeclionis tum cu medio.gquod demonftratur, tum cu fubicclo.de quodemon ftraturj mcdii ucro cum fubie&o non eft ncceflarius talis cflentialis connexus nc quc rcquiritur ut alteru altcrius caufa fit, cti ncq ; fubie&um proptcr mediu , nc que mcdiu proptcr fubicdu in demonftratione fumatur , fcd utrunquc propter affe&ione. Ha:c omnia ita ucra sut,ut ex ipftus rci infpcftione omnibus nota efle dcberent, fi tcmponbus noftris philofophos haberemus, qui rcrum naruras per^ Ccrutado philofopharctur,nec folu uerbis Anftotelis addi&i.eao^ farpius perpcra" intclligetcs,ad ea rcs ipfas accommodarc foliti eflent,nil aliud quarrcntes, quam quiddicat Ariftotcles, nequealiunde,quam ex ipfius uerbis argumeta ad oium cognitione,& eoprobatione fumetes. hacfua rationc cofirmant Ariftotelis au/ cloritate in fecudo Poftcrioru, ubi fa-pe dicit,potisfima ce ea demoftratione,qua cclipfis de Luna dcmonftratur £ obie&ione tcrra-Jicctpropofitio minor in ca ^ demoftratione no posflt ullomodo ee £ fe» nec obftant uerba Anftotelis in par ticula illa quinquagefima fexta primi ljbri Pofterioru dicetis, >>«>(>* (' tCwi j •.•orn*o u0fl;3u0ia.iuu(jiu aijii^ib /. j iiviu/inoj i»rntx QuAin/uperiori capite diBafunt magna exparte confutantur. f t /■* 9 * rft ffi • • f T' f*f* '\ I M * ttftifif 1 #*• f • « k f } f 'i i f i r • ^ tt *C '1 l f f* * t ( ( f #**f i I ""h '\ m r • *"•' ' Ju " ■ NVllapotcft dari potisfima dcmonft'ratio(fiuc fiat illa per externam.fiue per ioternam caufam)quar nou habeat omocs propofitioncs perfe; quod fipro C batu fucrit, non folum aliis, fcd ctiam ipfifmct abfurda fortafle uidebitur refpo Tio illa,quam tutisfima efle arbitratur, ut, fcilicet, minor propofitio dcmoftratio nis dc Lunar dcfcdu per terra: interpofitione,qua dicunt eflc potisfima.nullo mo do fit p fe. & primo ad id probandu acdpio pro fundameto ea,qua: ipfi ahbi co codunt,ut,fcihcct, fpcr fc ipsu, & quatcnus ipfum, nihil aliud fignificarc uidean^ tur,quam percflentiam propriam ,quando cnim fubicdum per fuam eflentiam babet aliquod prardicatum,dicitur per fc ipfum,& aaatenus ipfum illud haberc, quafi dicatur, ex eius fubiecli elTcntia, non cx aliarationc illud prardicatum fubicclo compctere. ) pofita huius fundamcnti,quod cft ctiam philofophi, uc/ ritatc , argumentor hunc in modum; Conclufio formata: demonftrationis quar eft , crgo Luna cclipfatur, habct quatcnus ipfum , feu fecundum quod D ipfum , idcm cnim fignificam ,alioquin non ciTct qua-fitum potisfima dcmon» ii7 Logicarum Difput. ftratione demonftratiuum,ergo pcr iactum fundamentum eclipfis dcbet compe A tcrc lunar cx ipfius lunac cfscntia , non cx alia rationc; fed per Anftocclcm affe/ fiio alicuius fubiecti non poteft dc co demonftrari nifi per caufam, propter qua talifubicaocompctit.quarquidcm caufain uirtutc ipfius fccunduro quod ipfii oon potcftcfsc nifi ciuldcm fubiccticfsentia,mcdium igitur ad demonftrandam cdipfim dcluna crit lunar cfscntia, non autem alia ratio, crgo minor propofuio» non poteft cfsc nifi per fc, cum in ea mcdium de fubiecto,cuius cft efsentia, prav dicetu^fedpcrcosillanoncftpcrfcjcrgodemonftratiodc lunar dcfectu non cft potisfima contra propriam corum dcterminationcm.ncc confugcrc pofsunc adillud nouumdogma dcduplici (ipfius quatcnus ipfum) fignificacione,dc qua duplici figniucationc fupcrius difputatum fuit,quia ratio illa interna.quac rcqui ritur ad quatcnus ipfum,pro ut idcm eft cum prardicato uniucrfali , non potcft e(sc nifi ratio fubiccti, merito cuius ftatim fequitur.minorcm propofitionem de bcreeffc perfcin omm potiffima demonftratione. nifi dicant, aliud cfsc ( quate/ B nuripfum} in demonftrationc potisfima, quac fit per caufam intcrnam, aliud in dcmonftratione potisfima,quac fit per caufam cxtcrnam; quod quam fit cx men te philofophi ipns iudicandum rclinquimus.Sccundo, & ultimo , ad illud idcm probandum accipio altcrum phnofophi.cV corum fundamcntum,ut,fcilicct,pro pofitionon posfitdici dcmonftratiua,nifi fit necelTaria necesfitatc omncm con/ tingcntiam cxcludente,quac nuncopari lolct nccesfitas cfscntialis,feu,fimplicitcr t hoc iacto fundamcnto,arguracmorfic,mmor illa propofitio ,at intcr lunam,& folcm tcrra interponiturjteu^lunainter fe,& folem pacitur terrac interpofitionej ucl eft dcmonftratiua, uel non cft; fi non eft demonftratiuajdcmonftratio potif (ima conftabit cx aliqua propofitionc non dcmonftratiua, quod cft inconueni/ ensj fi ucro cft dcmonftratiua,pcr fundamcntum crit ncccftarianeccsfitatc om« nem contingcntiam cxcludcnte,fcd huiufmodi non potcft clTc, nifi habcat prav dicatum uniucrfale ; uerum non potcft propofitio dici uniuerfalis , quin fit pcr C fe,cum minus comune,quod eft ipfum uniucrfale, contrahat ad fc communius , quodcft modus diccndi per fc , crgo dc primo ad ultimum ; fiilla propofitio cft dcmonftratiua,dc ncccsfitatc fequitur,ut fit per fe; formetur itaquc ratio ca tcgorica hunc in modum, omnes propositiones ncceflariac ncccfsitatc cfscntialS funt pcr fe,fcd omncs propositiones cuiushbctdemonstrationis potifsimar,uel Ct illa a caufa intcrna, ucl a x caufa cxterna, funt nccefsariar neccfsitatc efscntiali, crgo omncs propositiones cuiuslibct demonstrationis potifsimar, siue sit illa a caufa interna,siuc a x caufa cxtcrna,funt g fe, minor igitur illius demonftrationis dc lunar dcfectu propter terrar intcrpositionem contra corum fententiam erit pcr (e,alioquin no cfTct ncccfTaria simplicitcr,atq; idco non elTet demonftratiua» maior huius rationis non indigct probatione , cum cx fundamcnto etiam ab illis concefso ucritatem fortiatur;& minor cft philofophi rationeprin» cipiorum in primo pofteriorum contextu feptimo , decimo quindto , deV pcimofcxto , dccimo fcptimo , & dcciroo o&auo , rationcucro concluho^ nis in fcptiroo, dccimo quincto , dccimo fcxto , & dccimo nono. nisi dicanc, Liber Quartus 118 per principia Ariftotelcm intclligcrc mcdium , ita ut fenfus sit ] princi/ A jjia dcmonftrationis funt ncceflaria , idcft , mcdium potisfim* demonftrationis debct ellc : neceffanum , non contingcns , ubi non determinat , minorcm debere eflc neceffanam ; horc rcfponfio cflct potius fug* , quam ucra refponfio L qu.a mcdmm femper idcm cffcdebet in utraq; propofitione, crgo minor non fecus ac ma.or . crit ncceffaria , a* afcaio, nis caufa cft cflcdrii; ficuti ctiam non re^c fcquitur, dum inquiunt,nulla prarft* tior demonftratio pro Lunar defe^us fcientia conftrui poceft, quam per mediam tcrrar loterpofitioncm, crgo demonftratio de Lunar defcau pcr mediam terrx in tcrpofitioncm eft potisfima, quja ad hoc ut aliqua demonftratio fic potisfima.de bet habere cond.ciones demonftucioni potisfim* requifitas , quibus uidetur ca rcrc illa dcmonftracio de Lunar defeftu pcr folam terrx incerpoficionem; non cft cmm in materia neceflaria ncccsfitacc effentiali, qu«r omnem contingmtiam ex cludit, ncqucpro mcd.o habet caufam non caufatam,in quibas duabuscondi- C tionibus tota potisfimar dcmonftrationis natura confift.c. demonftratrcmem il lam non cffc in materia ncceffaria fimpliciter, cx corum feutentia clare patet cu uel.nt , mmorcm illius dcmonftrationis non effe per fe , nam fi per fc non cft hcceftquidem uniucrfalis, in qua conditione com.necur necesficas effentialis' dcftruaocnim communiori, deftruitur quoqucminus commune. pro medio ticronon haberc caufamnon caufatam , qur per Ariftotelem in pnmo Pofte, riorurn contextu trigcfimo nono fccundum ucccrem feaionem fac.c mixime cire,ratisman.fcftumeft,cumpernaturam Lunx, cx co , fcilicet ,,qudd a N f 0 * Ic lumen rcc.pit, & cum fole ita fe habct, ut ci diametralitcr opponi posfic dc monftrcmusaliquando, Lunam terra obieaa deficere'. demum potisfima noncf Ic dcmonftrationem de Lun* defe^u pcr folam tcrrar intcrpoficioncm , oftcudi D potclt cx corum ucrbis, uolunt cnim , ( ut duimus fub imtium prjeccdcntis ca. us> Logicarum Difput. ] pitis ) demonflrationem dc luna: defe&u pcr mediam tcrrar obiectionem,quo' dA modocunquc formctur,non facere fidcm^nifi tanquam notum fupponamus, lu rxlumcn a radiis folanbus cffia;ft jtaquc jn uirtutc altcnus medij fidcmfacit, pcr folum tcrrar obiect,um non potcft tiTe potisfima.Harc omnia(nifi fallor) ita ucra funt, ut cx ipfius rci infpeclione illis quoquc nota cfsc deberent, nifi, durn xcrum naturasperfcrutantur , nimium ab Ariflottle recedercnt, ut faciuntin Iiac matcria, cum philofophus nunquam in fccundo Poflcriorum potisfimasdi cat tfsedcmonftrationcs dclunar dtfc&u,detonitruo,c\defoliorum cafu,illi uc ro affirmatiuc oppofitum exiftimeot,quafi ex natura rcrum Ariftotcles non fit philofophatus; licct cnim ibi carum, in quibus mcdium cft tantu caufa efTcdrix pasfionis, mcmincrit,id folum(quantum coniicerc pofsumusjhac dc caufa fccit, ut innucrcr,potisfima? dcmonflrationis medium , quamuis non posfit efse oili cfscntialis (ubiccti dcfiuitio,non debcre confidcran nifi ut proptcr qnid aflfc&io nis demonftranda*. B Dtftum de omni pofteriorifticurn repertri in omnibus propnjttionibus tlltus pottsftm&demonftrattoms tfua concludttur Joomtncm rt- ftbtlem ejjepropter antmal rationaic. . monflrationis, qua oftcnfumfuit, homincm rifibilem cfsc proptcr animal rationalc,cfsc pcr fc,& in quo modo/upereft ut oftendamus, cas habcrc ctiam diclum dc omni pofterionfticum ; io quo negocio non mulcum laborabimus, cum dc fe patcat , cas baberc uniucrfalitatem iubiecti, & tcmporis perpetuitate, quar duar conditiones rcquiruntur ad dictum Jc omni poftcriorifticum; nam ri C fibilc prardicatur in maiori propofitionc fub quahbct tcmporis difTercntia dc a^ nimali rationali,& dc omni contcnto fub illo.codcmq; modo animal rationalc dc hominc in minori,ncc non rifibile dc code homine m conclufionc , crgo pro pofitioncs illsr habcnt didum de omni pofterionfticum.cum itaquc ha&cnus dc rnonftratum fit,omncs conditioncs nccclTarii effentialis conuenirc omnibus pro pofitionibus potisfima? dcmonflrationis, concludcudum cft,no folum principia iedctiam eius conclufioncm cfsc ncccfsariam ncccsficatc ctTcntiali omncm con tingentia excludente, ex qua ncccsfitacc cfsenciali coca pocisfimac dcmonftratio nis natura cmanat,cum pcr cam demonflraciuus fyllogifmus a quolibct alio syl Jogifmo diftinguatur. Laus tterum } Honor 3 tf (Jloria T>eo Optimo maximo, F I N I  ofi o iber Qjjinctus DEEA DEMONSTATIONIS SPECIE , QJVAM VO, CANT POTISSIMAM. JZxplicatur primunu corollariunu e numero corurru , qu& ex fimplicitcr neceftario inferuntur. 3* B . | Cum dcclaratum fit prarcedcnre libro , neccflarium, circa quod ucrfatur dcmoftratio potisfima, eflc illud fimplicitcr neceflarium , quod omncm contingentia excludit,reliquum eft, ut cxplicemus nonnulla corol laria,quai ex eodem fimplicitcr necciTario inferuntur, quorum primum eft, non liccre demonftratiue tran fcendere de gcnerc ingcnus, ideft, defubie&o unius in fubiectum altcrius fcientiar» nam fi licerct , mcdia , C & extrcma contra philofophum non cfsent cx eode genere,qtiamobrem principia,& conclufio non haberet prardicatum uniucrfalc, cum termini diuerfarum fcientiarum non fint pares, & conuertibiles. pcr diucr fas fcicntias debentintelligi illa?,quar habent difbn_ta(ubiccta,ut Geomctria,A' rithmetica.o- naturalis philofophia. in quibus non datur huiufmodi tranfitus, quia fcientiar,qua? habetit diftin&a fubiecta , ex neccsfitatc habcnt ctia diftin_hs pasfiones, ucl accidentia per fc,nec non diftinfta mcdia , cum unumquodquc fu biectum proprias pasfioncs , carumqj detcrminatas habcat caufas ; quarc fi in eis darctur tranfitus dcmonftratiuus, propofitiones,6V conclufio ( ut diclum eftj noh haberent fecundum quodipfum, & uniuerfalcpra:dicatum,&proptcrcano efsent demonftratiuar. cum itaque omncs tcrmini demonftrationis uni t&ntum dctcrminata; fcientiaraccommodari debeant , propofttionesq? cx tcrminis con ftituantur, fequitur,ut,ficuti cofdcm terminos fecundum unum,& eundem confi D dcrandimodum diucrfor fcientia: non contcmplantur, ita ncquc eafdcm propo -J_ -U i i izi ; Logicarum Difput. fitiones codem modo confiderarcposfint; pra:terea,cum cx propofitionibus de ar\ monftrationes formentur,diuerfa*cp fcientia* lifdem propofitionibus eodcm mo do confideratis non utantur, rationi confonum eft , ut etiam intcgra uti non posfinc eadcm demonftracionc; Tranfitus igitur de una in aliam fcientiam dari non poccft riec rationc fimplicium terminorum , nec cx parte propofitionum , ncc dcmum ratione totius demonftrationis , nifi quando unus fcicntificus altea rius habitum induit ad euitandos errores, qui contingere pofscnt circa ca, qusc detcrminanda funt in propria fcientia,uc facit philofophus in primo Phyficoru a textu fexto ufque ad quadragefimum primum , ncc non in primo dc Anima, & alibi,inducns habitum Metaphyfici,eiufcp rationibus utensjfeu quando demo flratio per fe facia in una fcicntia infcruire potefc confiderationi , quar in aliqua slia fcitntfa fieri dcbear,ut uidcre cftdeeadem demonlrracione, qua uucur Ari ftoteles in primo Phyficorum conrextu quinquagefimo primo, -fubie&um alcerum in icicntiis fubalternis dcbcat intcllmif ut nonnulli uidentur f uellc) fubic&um aliqua altcratione afTctium , huiufccmodi alterano applicara v facit earum fcitntiarum fubie&a adeb inter fe dift m&a , ut unum non posfit rnriTe utnufque adarquatum fubie&um. pro lntelhgcntia huius intcr eas difcri/ minis , notandum cft , corum , quar fcicnuficus raferior, uidclicct , pcrfpc/ f diuus dc radiofa linca dcmopftrat , alia cflc , quar radiofar lmea* infunc , D quatcnus linca cft , ncmpc , ut fit re&a , ud curua , nec non ut fupcr ca R 12} Logicarum Difput. fieri posfit triangulusa*quilaterus,& his fimilia, quar omnia radiofarlinearconr  . rum ,gcomctriar; alia ucro cfsc, qua: radiofa: lincar infunt cx partc qua tft radio fa, ut,fcilicet, radiofa linca fupcr rc tcrfa,& polita relie&atur , quod non gcome* triar,fed folum pcrfpe&iuar pasfio eft. hoc pofito,uulc philofophus, ut fubalterna^ tar fcicntia* (it rcddcrc duntaxat qudd quantum ad pasfiones,qua: de eius fubie clo demonftrantur,licct fint pasfiones fcicntiar fubalternantis, & huius rei ratio cft,quia ad cam fcientiam fpe&at rcdderc quod, a qua confidcratur subiectum , reddere uero proptcr quid fupcrioris eft fcicntia*,quoniam cius funt proprieta» tes,quac de fubicdo inferioris fcicntiar dcmonl trantur, cum hoc tame congruic, ut inferior,idcft, fubaltcrnata fcicntia posfic quandoquc reddcre,& qudd,6c pro ptcr quid,quoderit quando de fubie&ofuo demonftrabit quac in co infunt mc ritofuijut gratia exempli, fi perfpe&iuus dcmonftraret dc linea radiofa,ut cflet rccla,aut curua,uel uc fupcr ca ficrct triangulus arquilacerus, tuncpcrfpe&iuus, B non geomctra, darct qudd , quia perfpectiuus,non geometra, ^ontcmplatur li/ neam radiofam; proptcr quid autcm non pcrfpe&iuus, fcd folus geometra rcd dcret, huiufq; rci ratio cft , quia dTe redtum,uel curuum, nec non fieri triangu/ lum arquiiatcrum accommodantur radiola: linea:, non quatcnus eft radiofa , fcd cx partc qua lincacft; ucrum fi pcrfpcdiuus demonftraret, r uus magnitudo eft,contemplatur.aliar in re confiderata non differunt, fed in mo dotantum confiderandi,ut diuina fcicntia ens confidcrar, quatenus eft ens, na* turalis uero cns,quatenus cftmobilejproptcrea ha* fcientiar diuerfar funt, quia uar a x formis diucrfis eonftituuntur.etia fi materia cadchabeat.res diuerfar dicc ar sur, Aliaruero eade rc cofiderant,fcd una cu additione.altera cii defeclu ; qcf tertifi mcbru propter fubalternas ab Aucrroe ponitur, ut ocs confitentur, fupc rior .n.traclat eade rc cu defectu fcnfilis qualitatis » qua inferior cu talis qualita tis additionejfcd quia pingui mincrua alu diclu hoc Auerrois accipiut,nos pro fundius ipsu coteplari oportet;cu n. fubieOu utnufqucfcientiar habcat &rc co C (iderata,&modu c6fideradi,uidedu eft in utra haru duaru partiu Auerroes fub alternaru fcietiaru ducrimen coftituat,na fi in ambabus diflfcrant, ccrtum eft,tcr tium,& primu diuifionis mcbruin cundc fcnfum cadere , proindc non tria elTc mcbra,fed duo; fi ucro in folo modo confidcrandi,non in re confiderata, fimili/ tcr tertiu mcbru idc eft,ac fccundu,quarc duo tatu mcbra funt,non tria,crgo rc manct ut dicamus, Aucrroem intelligere difcrimen cfle in fola re confidcrata, non in modo cofidcrandi.quar cft rc uera fcictiaru fubalternaru c6ditio,fic.n.fa cilc cft tueri,eas no facerc numcru , & eadc fcictia eiTe, no duas diuerfas . dici/ mus igitur , has fcientias in rc confidcrata non penitus diffcrre , fed accidentali tantum difTcrentia ; in modo autem confiderandi nullo pafto difTerre , fcd cun/ dcm fcruari in fubaltcrnata, ac in fubalternante coniiderandi modum ; additio D namquc fenfibs qualitatis ( quod ncmo ha&enus intcllexit ) fit foli rci confi/ R 12) Logicarum Difput. dcrata:,non ipfi modo confidcrandi ; ut in mufica rcs confiderata eft numerus 'A fonorus, modus autem confiderandi eft ut numerus, non ut fonus ; in perfpe&i/ ua rcs confidcrata eft liuca in uifu accepta,modus autem confidcrandi eft ut li riea,non ut in uifu; quod ab Ariftotele clara uocc prolatum legimus in tertio cap tc libri dccimi tcrtii mctaphyfica: , quarc hanc ipfius fcntcntiam extitiflc ha« udquaquam dubitarc debcmus ; bcct cnim in particula uigcfima fecundi libri Phyftcorum contrarium dicerc uidcatur,dum inquit, pcrfpe&iuum confidcrarc lincam non quatcnus cft mathematica,fed quatenus eft naturalis;tamcn non eft diccndum Ariftotelemfibi contradiccrc , fcd pingui mineruaibi fumerchanc diclioncm,quatcnus, qua* ibi non fignificat modum confidcrandi,(ed difcrimen folum perfpecliuar, ac geometriar qualecumquc illud fit; cum cnim hanc llli con traponat,idco ad cam dirTcrcntiam efficacius denotandam utiturca uocc, qua> tcnus , qua fignificarct perfpecliuam uergerc quodammodo ad naturalem, ob illam, quam diximus , accidentalem difterentiam adie&am ; at fi putallet , B perfpectiuam clTe uere naturalem.ccrtc in principio ciufdem contextus non ca uocaflet mathcmaticam. fignificauit etiam hanc fententiam Ariftoteles in con tcxtufcxagcfimo nono primi hbri pofteriorum fecundum Auerrois diuifionc, quando de fubic&o inferioris fcientiar loquens,dixit ipfum etfe alterum t ideft,al' teratum , fubieclum enim scientia superioris nulla qualicatc altcratum dicitur, fed fubiectum infcrioris,promde non aliud eflc dicitur,fcd alteratum, Ex his igi tur ratio facile colfigi potcft , cur pcrfpe&iua aliquando uocatur geometria , & mufica appellatur arithmctica , & omni fubalternatar nomcn fubaltcrnanti* attribui poteft; nam ubi idem penitus cft modus confiderandi.ibi cadcm cft for ma conftitucns,a qua cuiufquc rci nominatio fumi folet. Tradtta impugnatto rcfcllitur. C I I. ovSbr ! Ty Efpondentcs ordinatim ad obicctioncs,& primo ad primam,ncgamus,fccu v turum,fcictiam infcriorcm efse partcm fcientiar naturalis , modus cnim co fiderandi mufica: non cft fonus.fed fonorum, & pcrfpecliua: non cft uifus,fed ui fualc cfle ; & licct huiufmodi fubaltcrnata: fcientia: confidercnt formas in matc ria,quemadmodum naturalis philofophia,proindc non fcquitur, cas efle partcra fcientia: naturalis,quia philofophus naturalis confiderat formas iUas cx carum principiis fubftantialibus,ipfar ucro cx carum accidcntibus; uidcntur itaquc pcr fpediua,& mufica,quamuis inter mathcmaticas connumcrcntur , acccdcrc pc tius ad naturam philofophiar naturalis, quam ad naturam mathcmaticac difci» plinac , ut tcftatum rcliquit philofophus in fccundo Phyficorum contcxtu D uigcfimo ; idcirco non tollitur quin aliquar pcrfpectiuar,& mufica: demonftra^ tioncs fiant cx principiis fumpris c fupcrioribus fcicntiis fubaltcrnantibus , Liber QvindusoJ j 2 6 quando, fcilicet, de fubieclis fcientiarum inferiorum demonftrantur pasfio' ncs pcr fc fcientia: fuperioris , ncc tunc inconucnicns cft cx fententia Anftotelis in primo Pofteriorum contcxtu uigefimo transferrc priacipia de gencrc in ge/ nus, quamobrem dcmonftrationes aliquar faclar in perfpe&iua optime appellan- * tur geomctricar , & aliqua? in mufica ercclar uocantur arithmeticar , cum in illis principia, & media geometrica, inhis autcm arithmctica fint. quemadmodum itaquc geomctria , & arithmetica funt mathematicar, ita mathcmaticx funt pcr fpc&iua, & muftca, quar quidcm fubalcema: fcientiar fecundum communem coo, fidcrandi modum, quem poflunc habcrc, non taciunt numerum, illum tamcn fa* ciunt fccundum proprium confidcrandi modum , quarc uera omnia remanent quar dc fubaltcrnis afferic Ariftotelcs. Quod uero fpeclac ad illoru opinione,cxi/ ftimamus,eam cu ucritatcnon conuenirc,tu quia rationi, tum quia philofopho aduerfah uidetur; rationi quidc repugnac,quonia fi idcm eflcc modus cofideran di gcomecrar, & pcr(pecliui,idem et cflct utriufquc modus definicndi.cu modus confidcrandi fumatur a modo dcfmiendi,& e contra , crgo perfpcctiuus deberct dcfinirc linca uifualcm eo modo, quo geometra definit linca; fcd confcquens cft falsU,crgo & illud, cx quo fequitur. falfitas confcqucntis patct , quia geometra 8 definicndo lincam , aic , linca eft longitudo finc latitudinc , cuius cxtrema funt duo pun&a, perfpectiuus autem definicndo lineam uifualcm, inquit , linea wifualis cft longicudo habcns latitudinem,& profunditacem, nam Iinearuifuali : cum fit corpus, fupra longitudinem, quam accipit geomctra in dcfinitione \i, ricar, addit perfpcdiuus latitudinem,cV profunditatem , quas a linca rcmouet geo rnetra. contradicit quoque philofopho in fecundo Phyficorum contextu uigc limo , ubialTerit, modum confiderandi pcrfpcdiua; diucrfum dTc a x modo confi dcrandi geometriar , cum uclit lineam phyficam, quar cft tcrminus corporis na curalis, confiderari a x geomctra mathematicc, idcft , fimplicitcr quatcnus linca cft,non quatenus eft phyfica, mathcmatica uero lincam a x perfpectiuo confidera ri quatcnus phyfica eft. non fumitur igitur di&io lllafquarcnusjab Ariftotelc(ue dicunt ipfi) pingui minerua, pro ur, fcilicct , fignificat folum difcrimcn pcrfpe* &iux , & gcometriar, qualecunquc illud fit; fed accipicur fcmper pro ut modum C confiderandi , formalemq* rationem fignificat, nec indc fcquicur ( uc dcclaraui/ mus) perfpe&iuam cflc partem nacuralis philofophiar» Ad Ariftotelem uero in dccimotcrtio libro Diuinorum contcxtu Cercio ( admiccendo nunc Ariftocelis ciTelibrum illum, ac decimum quarcum) refpondemus, hac dc caufa id ab co di ftum cfTe, quia aliquando perfpectiua demonftrac dc linca uifuali propriecaces ci compeccnces, quaccnus cft linca , & mufica dcmonftrac inccrdum dc numcro io* noro pasfioncs ci compccenccs pro uc numcrus cft,& tunc non cft inconuenicns, ut fubaltcrnantes, ac fubalternatar fcientix dirTerant in rc confidcrata , in modo autcm confiderandi concurrant, at inconuenicnseft diccrc , fcmpcr gcomctriar, ac perfpedtiuar , ncc non arithmeticar, & muficar effe cundcm confiderandi mos dum, non contradicit igitur Ariftotclcsfibi ipfi. harc cadcm refponfio (nifi fal/ D lor) confirmationi cx Auerroe dcfumptar in primo Poftcnorum commcntario 127 Logicarum Difpuc. fcxagefimo nono optime fatisfacerc uidetur, nam quando fcientia fubaltcrnata, nimirum, perfpc&iua , dcmonftrat de fuo adarquato fubie&o, nempc, dc linca uia fuali, ut fit refia, uel curua, quar pasfio per fc compecit fubiedo georaetrix , uidc hcet,linca: quatcnus cft linca, tunc necelTe cft, ut fcientiar fubalternantcs, cV fubal tcrnata? differant in rc confiderata,in modo uero confiderandi conueniat,& hoc pa£to continentur in tcrtio Auerrois diuifionis membro; frucro confidcrentur fcientia: iubalternantcs , & fubalternaca: pro ut dcmonftrant de fuo adarquato fubk&o pasfioncs ci pcr fccompctentes,tunc abfquc ullo iuconucnicnti in iccua do ciufdcm diuifionis mcmbro collocantur» *Alia duo corollaria explicantur. Declarato primo corollario, quod ex neccflario fimpliciter infcrtur, ad re« liqua duo cxplicaoda accedimus, quorum alterum eft, necelTarium efle , ut concluuo potisfimardcmonftracionis ucranquc propofitioncm uniucrfalcm ha* bentis perpetua fit. cuius rci racio cft, quoniam principia, fi tunt uniuerfalia,{unt ctiam neceflaria, fempitcrna, atcp pcrpetua, cum uniuerfalc femper fcruetur ucl in aliquo cx fuis (ingularibus, ut patct dc uniucriali politiuo, dc hominc, icilicct, equo, & fimilibus; ucl in fua caufa cum tcmporis determinationc , ut uidcrc cft de Lunar defedu , qui femper eft, quia fcmpcr in determmatis temporibus intcn folem , & Lunam fit tcrrar intcrpoiitio , qua: cft caufa cfficiens non ucra didi Lu nar defedus;fed ex arr.babus propoficionibus neccllariis , fcmpicernis , & pcrpc^ tuis non poteftfcqui nifi necciTaria, fcmpiterna,atcp perpctua conclufio, crgo xiftcntibus pnncipiis potisfimar demonftracicnis uniuerlalibus , conclufio nott poceft cfle nifi pcrpctua . Quoniam ucro definicio cft auc pnncipium demon* ftrationis , aut demonftratio pofitionc diffcrens, aut conclufio quardam demon ftrationis, idcm cfledebet iudicium de definitionc , & dcmonftrationc , ut, fcili' cet,nonfccus,acdemonftratio,fit perpctuorum ; ncc obftat Commcntatons au&oritas in primo dc Anima commcntario oftauo , ubi aic , dcfinitioncs efle rerum particularium cxtra intclleclum , quar corrupcibiles funt , quia nonat' firmat Commentator ciTe corruptibilium definitiones , fcd dixit hoc , ut dcno» taret , dcfinitiones non efle uniuerfalium cxtra animum a&u exiftentium , ut uidcbaturuelle Plato, fed corum uniucrialium , quar realitera fuis fingulari/ bus non fcpararitur. Explicato fecundo corollario, tertium aggrcdimur, quod eft , ut conclufio demonftranda non posfitfciri pcr principia communia com^ munitcr accepta , fed lolum per fibi appropriata ; nam fi pnncipia non eiTcnt appropnata demonftranda: conclufioni , fed communitcr acccpta , non ciTcnt iccundum quod ipfum, & proptcrea non eiTcnt uniuerfalia ; fed principia poa tisfima: demonftrationis eflc uniucrfalia difputatum cft fupcnus, crgo cxiftentibus priocipiispotisfima: dcmooftratioois uoiuerfalibus, fcquitur dc oecesfitatc, illa dcbcre cffe appropriata conclufioni ciufdcm potisfima; dcmooftratioojs. A De modo pruogrufiendi principia , alta% fcieritia ratioci- natim prtcognita.  T_J AEC appropriata principia in qualibet fcicntia ratiocinatiua diucrfo mo» x a do a duobus ahis prarcogojtis,a x fubicdo, fcilicct, & a pasfione, prarcogno fcuntur , nam de principiis ultra quid nominis oportet prarcognofcere qudd, ideft, ca cflc ucra, dc pasfione quid eius nomcn fignificet, de fubicclo uero utru que, quod, fcilicet,& quid nominis. fcd nc quifpiam crcderct, unam, cV candem cfle prareognitionem qudd principiorum,c\ fubiecli, aduertcndum dTc duximus, prarcognitionem qudd, feu quia eft, duplicem cfle, fimplicem unam, altcram co B pofitam. prarcognicio quia eft fimplex, quar competit fubieSo , idcm fignificat , ac prarcognofccrc an conceptui uniucrlali, dcquo aliqua pasfio quarritur,cxtra animum aliquid refpondcat, quia fat eft in omni doctrina , & difciplina ratioci' natiua dcfubie&o, ideft, dc conceptu illo uniucrfali prarcognofcere uc fic in re* »um natura, hoc eft, ot cxiftat cxtra animum rcs aliqua particularis ci correfpo .3L»inu o!Jt v noeo^b ,ftabi  jidul^b uuijca HIS explicatis, quar ad potisfimar demonftrationis confticucionem concur/ rcre,eamcp confcqui uidcbantur,reliquum eft, ut aliquanculum digrediamur circamodum, quo definitiopasfionis ex dcmonftracione elicicur,& rurfusin dfc monftracionem redtgitur, cum dittum fuerit fub initium tertii libri , nos de pofe tisfima folum demonitraticne clTc derba fiduros, quar potentia eft toca pasfiofc nis Hefinitio per eam demonftrata;. dicimus itaque interomnes defmitionis fpe/ C cies alicuius pasfiotiisab Anftotele pofitas in pnmo Poftenorum contcxtu ufcs gcfimo fecundo, & iu fecundo libro concextu decimo , cam omnium perfedrisfi/ mam dTe, quar cOnftat cx caufali. & elTcntiali defmitione illius pasfionis, nanvafc cidentia propria, prarter efTennalem definitioncm conftantcmex genere, cV ,, (cxco Top,corum hbro capice ccrtio , confcqucncia uero hunc in mWP.P&W' to« 1 4cmooftratio, cum fit potentia definitio, i a eotamdefi, • fl.c.pncmmutatur.ergoqmdqu.d dcmonftracionis pacs cft , ,dcm dcfinicionis B quoquc uc pars fic uein qua loco maions cxcrcmi ponitur afTccTioms genus, eT drfi$ nitio potelTate proxima,cum in ca nulla pars perfccTar definicionis illius ancdTio nis dcfidcrccur ; & dcmonlTratio pro maiori excremo a/Txtiouis nomei habes, eft definitio poteftate remota,cum in ea non fic cxprelTum eiufdc arrcctionis gc 0 nus,crgo demoniTracio,in qualoco maioris cxtrcmi ponicur arTcclionis genus, mclior,aco^ exquiftcior elT ea demonftratione,in^ua pro maiori extremo collo C catur ciufdem afTedTionis nomen.altcra ratio elT,quoniam melius eft notioribus uocibus uti,quam ignotioribus,fed nobis notrus clT genus, quamfpcdes,notior cnim nobis elT fonus , quam tonitrus, & nocior pnuacio luminis , quam cclip^ fis.cuicunqucenim nocusclT conicrus,eidem fonum quoque cognitum elTc ne^ cefTc clT,non tamen r conuerfo.prWs *u. inuenics,quibus nocus elT fonus in mul tis rebn^ narnraIit>o3,quJ nullaconitrus notitiam habent,ita plurimiiunt,qui da ri luminis priuacione cognofcut , fecLca", qua: in Luna tit,ig ;orant, crgo demon ftratio, qux pro maiori cxtrcmo habet afTeciionis genus, mchor clT ca dcmon^ {tratione,quar habet eiufdc arTecTionis nomcmcorroborata propria fentenmjol uunt argumcnta , quaraducrfus extremas opjniones adducta fucrunt; ad pria mum argumentum concraeos, qui pucanr,maius extrcmum femper dcberc cf/ (\ fe arTecTionis nomcn , dicunt, non cile necelTarium,uc in dcmonftracionc expri* D tnacur arTccTionis gcuus , licec cmm non cxpnmatur , fuppomcur tamen cx S z i r$3 l Logicarum Difput. r - necesfitatc cognitum antc dcmonftrationcm,proinde illa deraohftratio eft defl nitio,fi non poteftate proxima,at faltem remotiorc,quia fa&a dctnonftratione, additurnullo ncgocio gcnus ipfum praxognitum in extra&ione definitionis. ad fccundum argumcntum ncgant confcquentiam,ad probationem rcfpondet, quando demonftratio in dcfinitioncm conucrtitur, non rcmanercnome pasfio nis ut cft pars definitionis , fed ut dcfmitum, cuius c* dcfinitio effe dicitur , gc/ rus uero additur ut definitionis pars non exprcffa in demonftratione, fcd antc dcmonftrationcm cognita.ad Ariftotelis audoritatcm dicunt, cum nomcn af/ fedionis,& cius genusaccipiantur a philofopho ut unum,& idcm , nonutdi/ ticrfa, ibf fumcrc Anftotelcm gcnus affe&ionis pro eiusnomine.Ad argumcn tum contra cos, qui exiftimant , maius extremum fempcr dcberc effe affe&io/ nis gcnus , nunquam cius nomcn, rcfpondcnt,non fumi gcnus affcdionis,ut gc nus cft, & ut latius patcns,fcd ut arquale.immo ut idcm, quarc conclufio cft per ic , & uniuerfalis , non cnim Omnis priuatio luminis in Luna incffc demonftra/ B tur,fcd illa folum,quar dicitur ccliplis ; pcr fc quoque, & uniucrfaliscftmaior » propofitio,nam maius cxtrcmum non cft latius termino medio , dum fumitur coardatum,& reftridum ad hanc fpccicm,cuius gratia cxtruitur dcmonftratio, crgo medium eff arquata caufa maioris extrcmi , & cum co rcciprocatur , & propterca maior propofitio eft uniucrfalis. ad Ariftotclis au&oricatem locis ci tatis rcfpondcnt, philofophutn, licct intertcrminos dcmonftrationcm ingredi/ cntes explicitc non pofucrit gcnus affcclionis,fcd cius nomcn,pofuiffc illud ims plicitc, quia idcm funt , idcm cnim gratia cxempli (unt cclipfis,& priuatio lumi nis,ncc non tonitrus,& fonus, quart abfquc ullo difcriminc utitur nominc, dc gcnerc affe&ionis. sZMcdiaopinio confutatur 3 propria% /cntcntia ponitur. . Cum mcdia opinio non omnino ucra cflc uidcatur, adcrcdcndum indu/ cor,cxtrcmarum altcram ueram , alccram falfam cffe ; quac autcm ucra , & quac falfafit,oftcndi minimc poteft,nifi ultimum corum fundamcntum pcrpenda tur,uidclicct , gcnus effeutialis definitionts acridcntis proprii ucl a fubieciore/ ftringi,uel a dincrcntia quadam potcntiali cogitata,ac fubmtellrft;»,quam ab co fubicdo dcducimus. gcnus cilentialis dcfinicionis accidcntis proprii, cum co la tius pateat,coardari dcbere,& ad ipmm rctlringi pcr fubic&um,cui inhacret, ta quam pcr diffcrcntiam,fatis,fupcrcp id tcftatum rcliquit philofophus in feptimo Diuinorum plunbus in locis,nam hoc pa&o contradum genus fit ciufdc acci/ D dctis proprii nominalis,fcu cfsentialis dcfinnio,quac cumdefinito conuertitur, & cu eo facitpropoficione uniuerfale; fcd ditticulcas cft dc gcnerc,quado pracdi catur dc fubic&oflct ponitur loco differctiar,cu accidctia propria ab aliis diffc/ Liber Qvindus j 134. rat pcr illud,cui inharet, ut pcrmanea in eorii excmpIo,'cum gcnus ad cclipfim> tumirum, priuatio luminis, (eu defeaus, prardicetur dc Luna , quarricur , an dc ca prardicccur in fui communicacc , uel contradc ad eclipfim ; non concrade , A quia cunc genus cflet contraaum uel a diflerentia illa pocenciali cogicaca,ac fub incellcda, quam i fubicdo deducimus, uel ab ipfo fubicdo; fi a diffcrcncia.quam a fubiedo deducimus, fruftra luminis priuacioni, feu dcfcftui adderetur Lunain cxcrahcnda cclipfis definicioae ex dempn{tracione,cum dtfeaus fic reftridus ad cclipfim pcr diffcrenciam pocentialcm cogicacam, ac fubinteilcaam, quam a Lu na dcriuamus; fi ucro a fubieao, nugacoria cffcc pra-Jicacio , quan Jo m conclu/ fionc dicitur, ergo Luna priuacur iuminc, quia idcm cflet, ac fi dicerecur , ergo Luna priuatur luminc Lunar, fieri cnim non pocefl , uc elTcncialis , fcu nominalis dcfinicio alicuius accidcntis proprii dc fubjeao, quod eft cius diffcrentia, prardi cccur abfque nugacionc , fi genus illius accidencis dcbcac ad illud concrahi pcr fubieaum, cui inharrct; (equicur icaquc uc de Luna in fui communicacc prardicc* lurud priuari lumine,uel dcficcre, crgo illius dcmonflracionis, in qua pro maio ri extremo ponitur Ioco pasfionis genus cius , ncc maior, nec conclufio cflct B Dniucrfalis, & proptcrca dcmonftracio illa non cffet potisfima. hac pofita prardia ai fundamcnti confideratione, corum rcfponfio non difloluic obieaionemfaaa contra putantes,maius cxtrcmum in dcmonftrationc dcbcrcfempcr clTc pasfio^ ris gcnus, nunquam cius nomcn; quamobrcm credimus magis cfle cx fcntentia phiiofophi primam, quam fccundam opinioncm, proptcrcaprimam clTe ueram , t& fccundam talfam. fed quoniam primar opinionis uericaccm nonnullar in cona trarium morar dubicaciones infirmare uidcbancur, cis refpondcrc conabimur , UM prius his duobus fundamencis , quorum primum fic , ut, fcilicec , propria pasfio unum fignificct, & alccrum denotct,fignificat quidem fuam formam.quar fumitur aliquando pro co, cuius cfc forma, & denotac fubicaum,cui mharrcc, ut gratia cxcmpli,fimicas, quarefl: nafi;pasfio,fignificac curuitatcm, quar forma fimi tacis clt, & denocacnalum fibi fubieaum, fi ei nafus non addacur,quoniam Cunc intcllcaus in firoitatis intclleaioncm ratiocinatur , & tcndic ad nafum canquam C ad ccrminum cmanacionis fimitatis, cum pasfio a fubicao fiuaC; at quando fimi, tati additur nafus, non amplius eum fimitas denotat, quare intellcaus quicfcit, & ampliusad nafum tanquam ad fimicacis cerminum non raciocinacur , nafus icaquc addicus fimicati nou ciTicic uugacionem; & illud, quod di^um eft de fimi tacc, & nafo , ucrum cciam eft dc rifibilicatc, & hominc , dc cclipfi , ac Luna, & dcfimihbus, ut, fcilicct, homo additus.rifibilicaci, & Luna adiica cchpfi aoncd ficianc nugationcm, ficuti nugationem cfliciunt quando homo additur cflcncia li rifibilitatis dcfjnicioni, quarcft, aptitudo hominis ad ridendum, & quandoL u, naadditur cflcnciali eclipfis dcfimtioni, quarcft, priuatio Iumiais Lunar, feu pri. uatio luminis in Luna, in illis cnim dcfinitionibus, quar de fuis definicis prardica tur, cxprimuntur homo,& Luna, quare bis in propoficionibus ponuntur homo, & Luna, in fubicao,fcilicct, & prardicaco, quando dicimus , homo habet aptitu D oiactti hominis ad ridcndum, & Luna pnuatur luminc Lunar, ucl priuatur lumi Logicarum DiTput. ne in Luna. fecundum fundamenrum fit , alicjuando fumi defjnitionem expticl A rem nommis figniticationcm pro ipfamec nominis-fignificarionc , ftcuti accipi folcc dcfmitio cxprimens rci quidiratcm pro ipfamcc rci quidirace. his poficis ru darotnris,formaliterad obiccliones rcfpondemus, & primo ad primam, licecde rnonftratio, ac definicio idem re clTe debeant, non eft nccelTarium , uc cx cifdem terminis omnino conftituantur> nam gcnus in definitione concralucur per difTc rentiam, & ita contraclum prardicacur dcdchnicoin primo modo diccndi pct ic, cum fic cflentialis cius dcfinitio, in dcmonftratione uero non pocefl contra&e prardicari de minori cxcrcmo, cjuod eft dcfinicionis difTcrencia , fine nugatione v ut pacct pcr ca, quar diximus in primo fundamcnto ; quamuis icaque pasfio , & cius gcnus non finc iidcm termmi uoce, fcu di&ione, func camen iidem fignifica tionc, & cflentialiterjCjuod fat cft ad hoc, ut demonftracio,ac dcfinicio finc idcm rc, hinc fic, uc facilc pasfto,qua: in dcmonfcracionc etl maius excrcmum , mutcj tur in fuum genus,quando demonfrracio conuercicur in derinicioncm. Ad fccun J3 dam bbie&ioncm, ncgamus confequenciam,ad probationem rcfpondcmus,quI uis totademonltratio in tocam detinitionem mucccur, non fequicur propccrea> ut quidquid dcmonftracionis pars clT,idem quoque dcfinitionis pars dTe dcbcac, quiadcmonftratio non eft acfu, fcd potentia definitio; fi dcmonftratio dTct aelu definicio> abfquc ullo dubio rauo elTec alicuius momcnci , ucrum ( uc di&uro cfc ) cum fic potentia definicio, non concludic ; quando cnim demonfcratio i ic atlu dcfinicio , pasfio, qua- demonflrationis crat maius cxcrcmum , rcdditur dcfmitum , & pasfionis clientia collocacur in cius definicionc ut genus , & pros ptcrca uc pars; cum icaque defmicio quid nominis fic oracio cxplicans quid fi> gnificac nomen , non porelf nomen ipfum ihgredi detinicionem ut pars, fcd cius lignificario , quar in ca locum gcneris occupac» ad Ariftotelem in conccxtu odauo fccundi Pofferiorum hbri rcfpondcmus, eum accipcrc ibi nominis, feu. C pasfionis fignificacionem pro nominc fignificancc, uel pro ipfamet pasfionc, ctTen tialitcr enim idem funt eclipfis , & dcfedus , nec non conicrus , & fonus , difTc* runc fclum in hoc , quia cclipfis , & tonicrus denocanc fubie&um dctcrmina^ tum, nam cclipfis denocac Lunam , & tonicrus nubem , defe&us uero, & fonus dcnotanc fubiccium indccerminacum , cum plura, & diucrfa fubic&a rcfpicianc. ilemum ad Auerrois auctoricaccm in fccundo Pofceriorum commcntariis qua dragcfimo primo , & quadragcfimo fcpcimo , quam pcrpcndcrunc mcdiam o/ pinionem fequentcs aduerfus primam opinionem , rcfpondcmus pcr fecundura fundamcntum , ibi commentatorem acciperc dcfinicioncm dcclarancem nomi D tium , feu aflccfionum , ncmpe, echpfis , & conitrus fignificacioncm , pro ipGu mcc torum nominum ,feu earum afTcdionum fignificacionc,idcfl, pro dcfe&u, cjucm fotuni fignihcat cclipfis , & pro fono , quem figmficat tonicrus , alioquin tion poflec aurugere nugacione,quando prardicacur defcclus.ut dcfiuitio cclipfis, de Luna,& fonus, ut dcfinicio couicrus, dc nube, fcd illac demonftrationes non fubc pocisfimar, uc probatum fuic , quando,fciliccc,genus afTc&ionum commu Dicci acccpcum prardicacur de carundcm afTc&onum fubiccto,quod geric uiccrn Liber Qvin&us 136 \- d)fTcrentia:,quarefecunda ratio,quam illi adducunt ad oftendcndum pro Auer roc roeiius cflegenus afFcclionum , quam afTe&iones inter dcmcnftrationis ter rninos collocarc,non ualct nifi in hoc , ut tuncfacilius cx illa dcmonftrationc A chciatvr dcfinitio.Quo ad primam ratioaem dicimu*, Aucrrocm, quando uulc melius ciTe in dcmonftratiaoe dcclaratiotrcm nomibisj ku norolnis definitione accipere, cnja^ra ipfum nomcn, non intelligcre ut nominis,fcu pasfionis dcfinitio dc differentia prardicctur , proptcr caufam fuperius-adduClam, iddT, propter nugationem, quar in illa prscdicationc ficret,fed dc nominc, aut dc pasfionc, tuc cnim fccundum ipfum dcmpqftratiqeft defi^kio potentia proxima: ucrum hu iufmodi demonftrationcs,in quibus cfTcntialis,fcu nominalis afTcdionis dcfinitio de ca CQn^u4itur pcraliam ciufdcm ajTc$ioniscau&rro dciinitioneoi, mihife/ pcrfuerunt fufpe&ar,quamuis Aucrrocs uelit,cas c(Te prarcipuas inter ortincs po tisfimas deraonftrationcs;& fundamenta,quibus inducor ad id crcdcndum,func ciufdemmet Auerrois,nam irUecundo poftcrioruni commcntariotrigefimooa tiauo ait,quod prardicatio dcfinitionis dc dcfinitione cft. ueluti prardicatio pro= prii deproprio,at prardicatio proprii depropno (inquit ipfe) non cft pcr fe,non g cft igitur per fe prardicatio dcfinitionis dedefinitionc , quarquidcm prardrcatio dctinitionis dc dcfinicione fcmper in maiori dicTarum demonftrationum propo fitionc rcperitur. Prarterea, plurityus in locis afserit Aucrrocs, dcmonfirationc dingi ad illud,quod eft ignotum, fed nohiinalis afTe&ionis definitio femper eft nota, cum ante dcmonftrationem de afTe&ionc prarcognofcatur quU fignificet tiomcn,crgo fecundum Auerrois principia huiufmodi dcmonflrationcs mihifu fpecTar uifarfunt melius itaque fortaftc dicendum eflfe exiiTimamus,fumi debcrc in potiffima dcmonftrationc pro maiori extrcmo potius nome afTc&ioniSjquarn cius gcnusjfcu nominalcm dcffnitionem, ex qua demonftratione fscillime pau« cis mutatis clicitur afTc&ionis dcfinitio cum caufa , propcercaquod facilc muta# tur affedio in fuum gehtls^cum ante demonftrationcm ficprarcognita alTe&ionis dcfinitio nominaIis,quar eius gcnus cft; pofito itaque loco afTrctionis ciusgenc rc, tota afTecTionis defmitio ehcitur,ut gratia excmpli,demon/tratur dc hominc C ' rifibilc elTc , idcft, homini rifibilitatem meOe per animal rationale,(i modo loco rifibilitatis ponatur cius gcnus,uidelicct, aptitudo ad ridcndum , cjuod quidem rifibilitatis gcnus de ca antc demonftrationem prarcognofcitur,harc elicitur dc^- finitio,uidclicet,aptitudo ad ridendum hominis proptcr animal rationale , qua; de nfibilitatc tanquam dc (uo definito uere enunciatur * £t harc fatis di&afinc dciis,quar adpociffimac demonftrationis principia pertincnt» Lam 3 Honor 3 et GlorU  cidcnulis, nam intcr demonftracioncm quia , & alias fpccies efscntialem diftin* ftjonem eiTc,apud grauisfimos Anftotchs intcrprctes nulla controuerfia eft, Dijputationu termini cxplicantur. .)t jnijnq t.C* .^qJRcoi /• :iv.r.zb xmilh3oej|)$ xup^ti^b QV O D attinct ad primum difputationis mcmbrum, placet.cius tcrminof aperirc,ne ulla inter difputandum oriatur confufio.dicimus itaqj , demon» ftrationem quia pregredi ueia cauia rcmota.ut gratia cxempli,quando demon ip ftratur , parictem non refpirare, quia nop cft animal,uel abcfTcdu ad caufam, ut fi aliquis per non fcintillare probaretplanetas propc cfle , feu pcr rifibilc efsc concludcrct homincm dTc rationalcm, huiufmodi progrclTus, qui fit ab eflcclu ad ,5U Liber Sextus 138' ad caufom, dicitur demonftratio quia, fcu a poftcriori, ab efte&u, demonftratio figni, & ut fit folum, quia folum nobis eiTe caufar oftendic, quod prius crac igno tum. demonftrario uero propter quid tantum progreditur a y priori ad pofte= A rius, uel a caufa proxima ad caufatum.quar alio nominc appdlatur demonftra* tio fecudi ordinis, fecudar mcfurar,& caufar tantum.proptercaquod oftendicno bis tatu propter quid efTe&us.cum in ca ratione fiac progreflus ab clTe cauf* no to p dcmoftratione quia ad proptcr quid cfTe&us ignotu.ut fi retrocedamus ab efle prope planetaru nobis noto f> no fcintillaread propter quid ipfius no fcin tiIIarcplanetarum,necnon a rationahtace hominis nota nobis p nhbile elTc ad propcerquid rifibilitatis in eodcm homine, huiufmoh progrelTus uocatur dc> moftratio propter quid tatu. demu potisfima demonftracio dla eft, quar progrc ditur etia a caufa ad caufatu nota tamc nacura quatcnus caufa,&nobis non mc diate,idcft,non mcdiante demoftracionc quia, fcd immediatc,uidehcet,bencficio fcnfusjquacenus/cilicct^huiulccmodi caufa cft nobis scfaca,ur, crit illud medium inucntum , idcft ,nobis cognitum pcr dcmonftracioucm quia abfolucnccm ( ut didum cft ) folum ciTc caula? , exoricur dcmonftratio cau T jj9 Logicarum Difput, ■,. , A (z tantum,notiflcans duntaxat proptcr quid effcaus. quara Aucrrois opinionc ^ Ariftotcli maxime confentancam cflc arbitramur. %dtiicenni rationes contra demonflrationcm quia. CsAP, Ul HA N C partitioncm, quam ucrisfimam eflc opinamur, impugnarunt gra# uisfimi philofophi,nam fubtilisfimus,ac do&isumus Auiccnna dcftruit dc> inonftrationem quia.latini ucro noftri pcnitus inficiantur demonftrationera pro ptcr quid tantum,quorum omnium rationcs cxaminabimus,illifcp fatisfacicraus, Auiccnna dcftruens primo demonftratione quia,quar fit pcr caufa rcmota hac utitur dcmonftratione, in rationc quia g caufam remota" maior propofitio no cft neccflaria,crgo non cft ucrc dcmonftratiua; confcqucntia notisfima eft, quia B deroonftratio dtbct habcrc propofitioncs ncccflarias , ut patctcx Ariftotdc in primo Pofteriorum pluribus in locis; antcccdcns etia clarisfimu eft,cu caufa 16 ginqua non infit neccflario caufatis,placet tamcn illud illuftrarc Ariftotelis cxe plo in primo Pofteriorum contextu trigefimo,dc quo fa&a fuit mcntio in ca« pite fecundo,uidelicct, omnc refpirans eft animal, nullus paries eft animal, ergo nullus paries refpirat. hic fyllogifmus, cum medium habeat caufam rcmotam, fit folum in fecunda figura , quia caufa remota eft uniucrfalior caufato,ex quo pon poteft nifi prscdicaridc caufato, cfficitur crgo fecudafigura,in cuius maio ri prardicatur caufa dc caufato. illius maioris propofuionis , omne refpirans efl animal,nulli dubium cfledebct,animal, cum fit caufa longinqua rcfpirationis, non incflc ncccflario refpiranti, quare roanifcftisfimeapparcc, antcccdcns illius rationis ucrisfimum eflc. ultimo dcftruic Auicenna demonftrationcm quia per immediatos efTeclus huuc in modum. in raciouc quia ab cfTc&u proccdentc fit C petitio in principio,crgo ratio quia non poceft eflc demonftratio. confequentia notisfimaeft, probaturantcccdcns,principia dcmonftrationis quia debent cflc cflentialia,quoniam dcmonftratio fic cx iis , qua: funt per fe , & debent cfle nota ut fint eflentialia .alioquin ignorarcmus an eflent propria, ucl communia; fi dc bnit efle nota ut fint cflentiaua,hoc crit aut pcr induclioncm,aut per caufam;fed pcr induclionem id fieri non poteft,ut habetur dc Cygno,&dc Coruo,iu quibus an cflentialia.ucl accidcntalia fint albedo,& nigrcdo , per indu&ionem non co* gnofcitur,ergo per caufam,fi pcr caulam,crgo in demonftrationcquia fit pcti/ tio in principio,cum in eius propofitionibus fupponatur quod debet probari.ut, gratia cxempli,omne rifibiic eft rationale, omnis homo eft rifibilis, crgo omnis homo cft rationalis.miuor huius rationis debet efse nota utfit efsetialis,& hoc, ut dicTu eft, per caufam, crgo quia homo cft rationalis, in roinorc igicur propo Dfitioncnotum crit,homincm cflc rationalem ,quodtamcn in conclufionc collir gitur, fi itaquc ratio quia ab cffe&u efset demonftratio, in dcmonftrationcfio rct pctitio in principio, quod falfum cft, Prartcrea, ratio quia ab cfledu non eft •iu Liber Sextus 140 CX uniuerfalibus,ergo ratio quia ab efFr&u non eft demonftratio. confeauentia dariifima eft cx Ariftotcle in primo Poftenorum farpc affcrcnte demonftratio» nem dcbcre conftare cx uniucrfahbus • probatur anteccdens , nam ratio a po» \ ftcnon alTumit in principiis cfTec"turo,fcd effe&us c numero eorum cft.qua: fingu lariaiunc , crgo ratio ab effc&u non cftcx uniuerfahbus. confirmantur omnes iftar racioncs duabus nunc Anftotclre au&oritacibus, quarum prima eft in prin cipio quinrJh contcxtus primi Poftcriorum,ubi philofophus, poftquamdmc,de monftratiuam fcientiam eflc cx ueris,primis, xujau^ vrtorj*iftnormo ab tgiibint rtutm >i Aukenm rationes dtffbluuntur . CtAT. IIII. 0 "P R ATprima Auicennar ratio , qua deftrucbat dcmonftrationem quia a*C -L / caufa rcmota hunc in modum. in ratione quiaper caufam rcmotam ma* ior propofitio non eft ncccfTaria,crgo non cft uere dcmonftraciua ♦ ad hanc nc* gatur antecedcns,ad exemplum, quo illuftratur, dicimus, falfum efTc , maiorcm illam propofitionem , uidclicct,omne refpirans cft animal, non cfle neceflarian, nam liCetc(Teanimal fit remota caufa refpirandi,idcirco non fcquitur,ut animal collocari non debeat in dcfinitione refpirationis ,ergo neceflario ineft anircul rcfpiranti. crant aliar duar rationcs cuertcntes demoftrationem quia ab efTe&u, cjuarum prima huiufmodierat , in ratione quia proccdenteab effedu fic peti tio in principio , crgo ratio quia non potcft cfTc dcmonftratio. ad hanc ne* gatur antcccdcns , ad probationem dicimus , illam peccare per infufticiens tcm cnumerationcm , nam quando ait, propoficiones demonftrationis quia dcbcrcclTe notas ut fint cflentiales,idqj uel pcr indudioncm,uel pcr caufam.dici mus,cam pcccarc,quoma propofitioncs illar pofsunt cfTc notar ut fmc ciTencialcs " ' T x #-- " V.' • I. . ;J L 141 Logicarum Difput. ctiam pcr fecundum modum dicendi per fe,ut patet prardicto exemplo pro ma r A jori cettitudinc illius probationis,nam minor illa propofttio, ncmpe,omnis ho* / 4bo eft nfibilis, cognofcitur ctle eiTentialis , quia iubiextum cius cft dc conceptii pra-dicati, ponitur enim bomo in defjhicjone rifibilitatis ; cum itaquc ftt in fe> cundo modo diccndi per fe, redditur eciam nota ut fit elTentialis abfque indu> clione,& caufa.Sccunda ratio crat huiufmodi, dcmonlTratio quia ab cfTc&u no cft ex uniucrfalibuSjCTgp non cft dcmonftratio.ad haqcoegatur amtecedens,ad probationcm dicimus,efTccTum, ratione qua eftfingularis, non ingrcdi demom ftrationcm,fed quatcnus cx pluribus fingularibus etfccTibus fit cffecTus uniucrfa lis, ut colligitur cx Ariftotelein primo Poftcrioruiu capitc uigcfimo quarto circa finero,feu contexcuquadragefimo tertio circan1edium,nec non in fccuor do Poflcriorum in calcc primi textus,& in conrextu ultimo,cum enimcxema pli gratia,pcr Lunar dcfectum ofTcndimus tcrram interponi inter Lunam, & So Icrn, non accipinius fingularcm defecTum,fed dcfecTum uniucrialcm,qui ex plu> J3 nbus fingulanbuc detccTibus ctTicitur» Ad primam philofophi aucTontatcm dc (| ifumptam cx quincTo contextu primi PoiTcriorum in confirmationem omnium rationumdicimus,ex illa aucToritateelici , dcmonftrationcm quia ciTc fyllogiC- mum in comparationcm dcmonftrationis potisfimar,fcd non fimpliciter,dc abfo Jlntc. acl kcundam in contcxtu ocTauo fccundi hbri PoiTeriorum refpondemu?, -pbilofophum pcr demonftrationcm quia intelligerc eam , in qua fumitur aecia 'des remotum,non illam,in qua accipituraccidens eiTcncialc,nimirum, propria ;pasfio,quando inquit,demoniTrationcm quia non parere fcichtiam,cVproptcrea non cflc dcmonftrationcni. & fi quifpiam inftarct, di&um illud philofophi debc re etiam intelligi de demonftrationc quia,in qua fumitur accidcns ciTentiale; rca fpondcmus,id ucrum efle dc fcientia perfecTiflima, ut, fcilicet,demonftratio quia non pariat icientiam perfecTisfimam , ficuti dcmonflratio potisfima , non aucein ut fimplicitcr,& abfolute non J>ariat fcicufiam. Latworum rationes contra demonftrationem propterquid tahtUtn o.. cnL^^ p t jr . Hon r'.'n ifirrttnr . ^ifM ji orini'.' 1 . Ij.^iu. mvncnttoqoic/ rofiiit AViccnnac fcntentia fic cxplicata circa dcmonflrationc quia,ciusq ; rationi# bus diflolutis,nunc uidcndum cft, quid fcnferint latini circa dcmonftratio/ ncm praptcr quid tantum. Rcfpondcnc fere omnes,eam fuiflc figmentum.d ibr mniu commentatoris, quoniam in docTrina philofophi non poteiTdari liuiufmo di dcmonnratio,quod probant,& primofic, dcmofiratio quia prartcr id, qct ad jpsa pcrtinct, prarflat et jllud ide , qd 5 Auerroc oftendit demoftratio jjf» quid D tantu,crgo malc ab co diftinguitur demoiTratio jog quid tantu a dcmoftrationc quia. confequcntia nota e,probatur antcccdcns,in demoflrationc quia a poftcrio rj ciitaus dcclarat causa clTc^at po poccft dcdararc caufam eiTe,Qifi fciatur,causi * Liber Sextus A 142 illam cffe caufam eiufdem cffcclus, fed hoc cft fcirc propter quid , ergo dcmon* fn-atioquiapraM:erid,quodadipfampertincc, prarftac cciam illud iJem , quoi ti per Auerroem oftendic dcmonftracio propccr quid tantunl. probatur allumpcu, A jlla caufa, qux per cffcdum monftratur, uel fcicur ellc- .propria dliuscffeclus, ucl non, fi fcicur, habecur intcntum, tl uero non, per lllum erTeduna noo magis una, quam alia caufa poceric iofcrri, quis cnimprohibcbk, ignoraco ignecu cUe cau fcm fumi, quin infcratur, fi fumus cft, cciam lapis ? & jta pcr effeaum nunquam dcueniemus in cognitionem caufa: decerminatar. fi igittir progredicndo aUclIc &u ad caufam, fcimus caufam illius effe&us,& fcire caulam ctfedus citlcire cius propccrquid, demonfcratio quia dabicelTc caufar, & propter quidcffecTus, qua* re dcmonftratio quia oltcndiccV quooViuumeOj&quQd IpccTAcad dcmonilfatio nem propter quid tantum, fecundo, & ulcimo, diuifio Aucrrois repugnac Ari ftotelis diuifioni, crgo falfa, confcqucntf^cxiftcncc maniftlla, probatur antecc' dcns, nam philotophus in primo Foftenorum. 30. diuidcns ipfum fcire in fcirc quod, & fcirc propcer quid, innuit duasfolum dan fpccics demonl"lracionis,aIcc wim quia^alccrampropccr quid, qua: eadcm cft cum pocisfima commcncacoris, B & hoc cx natura rei, quilibec cnim progreffus uel cft aj>'tffcc'tu,ucl acau(a,undc manifcftisfimc apparct,Aucrrois partitionc recedcrcab Anftocele,& a uericacc. Solutintur Latinorum rationes de demonjirationcpropter ' \ quid tantum \ .  r *•  frm ff"!*?! iWQ^fii^vcfr )" r m >">ril oTt'i •Ttwxai ftiui} no quo fumitur uera diftin&io intcr fpecies demonftratioms, non posfit oriri nifi demonftratio proptcr quid tantum, licet cx parte quarfitorum uidcatur poflc ctiam erTici dc« monftratio potisfima, ad,ercdcndum inducor, ucrba commcnti nonagefimifex B ti, & illius traclatus, qui eft dc demonftratione , cfle dcprauata , deberecp in eo t ommento dclcri di&ioncm illam, (nifi, ) ut legatur, fpecies aotem fecunda conv iequcntiar cft, ut fequatur poftcrius ex priori, hoc cft, caufatum ex caufa, & non conucrtatur res, in hac fpecic non adducitur demonftratio fimpliciter tantum>, & quar fcquuntur; ni uelimus dicere,Commecatorcm pcr demonftratiouem* fim plicitcr tantum intellcxifle dcmonftrationcm proprerquid tantum , cum folcat aliquando demonftrationcm proptcr quid tantum appeliare dcmonftrationem fmplicitcr,ut patet de illa dcmonftrationc, qua oftendicur eclipfis dc Luna pro ptcr terrarinrcrpofitioncm ; cx eius cnim doccndi mcthodonon poteftdTc de* monftratiO illa nifi dcmonftratio propter quid tantum,cum habeat principia no tanatura, nobiscp mcdiatc, & tamcnin fecundo Pofteriorum commento qua> dragefimo uocatur ab co demonftratio fimplicitcr , dc cuius rationc eft fecun/ dum Commentatorcm,ut cius pnncipia fint nota natura , & nobis immediate , C quarc pcr dcmonftrationcm fimplicitcr non potcft ibi intelligerc nifi demonftra ticncm propter quidtantum. in traclatu uerodc demonftrationc non longea fmedcbct addi(non) uerbo illi (fir, )ut legatur, tcrtia pars eft,ut fequatur poftc rius ad efle prius, & non fcquatur prius ad cffc poftenus , in hac non fit demon^ ftratio caufar, & eflcndi folum, idcft, non fic dcmonftratio potisfima, decuius ra tionc eft, ut det caufam, 6V cfle, & ita uniformis fcmper eflcc Auerroes. manifc^ ftum igitur cft ex mente Commentatoris,diftingui inter fe demonftrationcm fira pliciter, feu potisfimam , c\ demonftrationem propter quid tantum ex natura niedii, atcp-ideo ex natura rci, non autcm cx noftra cognitionc. hanc realem di fiinelioncm rcfpe&u pnncipiorum eflectiam ad mcntcm philofophi,probatur ex cms fundamcntis hunc in modumjfi dcmonftratio potisfima, 6V proptcr quid tS tum non difTcrrent eflentialiter,fed folum accidcutaliter,ut uoluot Latini, omnia D illa gmera caufarum , quar ingrediuntur proptcr quid tantum , ingrederentur etiam potisfimam ; confequens cft talium, ergo & illud, cx quofcquitur : confc qucntia cft clansfima, nam fi aliquod caufargenus uni; & pon altcn demouftra^ tioni •V LibenrScxttigoJ ^14^ tioni accommadaretur, non folum accidenraliter,fVJ ctiam cflentialicer demon /f" ftrariones illar difhngoerentur, quod eflct contra latinorum fcntcnciam. proba* tur falfkas confequentis cx ipfomec phi!ofopho,ait cnim Arirtoteles in fccundo Pofteriorum contextu undecimo, & in fccundo Phyficorum contcxtu fcptua gefimo fccundo in demonftratione propter quid ingredi quatuor caufarum ge nera,& propcerca quartum modum dicendi pcr fe, ut quartiim,idclT, caufam ef ficientem ucram,quar a x potisfima demonftratione excluditur , ut pcr Ariftote* lem mprimo Pofteriorum contextu dccimo manilcfti greditur ex principiis natura, nobiscp primum, feu immediatc cognitis,oftendic duo quarfitajefTcjfcilicct, & propter quid cfTcclus, at dcmonftratio proptcr cjuid tantum conftans ex principiis natura.nobifqj non primum , & immcdiatc , fcd mcdiatc cognitis , oftendic folum unam quarftionem,ncmpe, propter quid efTe&us. confirmatur hocfutfupra diximus ) Anftotelis au&oritatc in fccundo Pofteriorum contcxtu odauo , ubi aHcrit , proptcr quid quarri , cognito qudd , nonnunquam ucro , & ' j I) fimul manifcfb 147 Logicarum Difput. 1 £ x dwrurru fententia nullanu ejf^j dtffercniumu inter pottsftmanu demonRrationerru , (f propter qutd tan~ tHrrucxpartai noa ftrsr, quia demonftracio proptcr qutd(uc difputacum tuic m fupenonb^s) fe Iia* '. bcc ueluci gcnus ad potisfimam , & ad eam.quar cum gcnerc aequiuoce dicicur B proptcr quid tantum,omnis emm potisftraa cft propter quid,fcd non econCra, cum dcmonftracio proptcr quid fit uniuerfalior demonftraciooe ponsftraa.dra monftratio igitur propcer quid , quando in regrdfu abquoties fit per caufam jtormalem non fecus,ac potisfima ,cuncab ea non difTcct ratione medii abfoluce fumpti,fed concurrentcnoftra cognicione, quoniamin pocisfima dcmouftracio occaufa illaformalis eftnota natura^uobifcR primum, feu immediatc , proinde oftendit huiufmodi dcmonftratio duo quaratajcfle, fciliccc,& proprer quid cfle/ £tus; in dcmonftrationc uero propter quid tantum fic di&aad diiT.vcntiam po tisfimar, quar eft ecia proptcr quid,cum omnis pocisfimaCuc diximus.) fic propcer  crTecTus; quarc non folum rationc mcdii primum,& non primum nocixiifTcrc po C  u.niant demonftratio potisfima,& propterquid.diflcrunc tamcn in alns condicionibus, quia huiufmodi cau(a proxima poteft ciTc ucl fufficiens,uel non,prarterea,primum,uel non primum nobis nora,fi.fuerit fufficiens,nobifcp prjmum nota, cx ca fit potisfima demonftrario,fi uero no (uf ficies,nobisqj no primu nota,cx ea oritur dcmoftratio proptcr qd tatu,ut patct per ca,quac diximus,& in fepcirao, D & in prarfcnti capitc paulo 145* Logicarum Difput. ^ Ex aliorum fentcntia refcUttur ca dtjferentia 3 qm fumitwr k 5>UU0 mcdio nobisfriwum , uel non frimum wto, . ti .L-iur! : vjyiui iuh**p Wiirororrc^Tr i p otyisb rr ! jiloqq > ni om ERAT altcra ditTcrentia inter potisfirtiam dcmonftrationem ,* cV proptcr quid tantum, pot»sfimam,fci|icet,mcdium habcrc nobis primo nocum,noa «x cffcclu jnucntum, proptcr Cjuid ucro tantum habcrc mcdium non primo no bis noram,fed ex effe&u notiorc declaratum , ut autcm buiufmodi diiTcrcntiam ii demonftrationjs natura alicnam c(Tc olTendant,hunc in modum aducrfus cam argumentantur . Harc diffcrentia non eft fumpta cx conditionibus principioru) .demoftrationis ab Ariftotclc adductis,crgo a natura dcmonflrationis non deri uatur^proindc fpccics uariarc no poccfl; confcquentia cft clara,affumptum pro* B patur, principia dcroonlTrationis uocataeab Auerroiftis proptcr quidtantum ablquc dubio uera funt,funt ctiam prima,fcu immcdiata, quia nil aliud cft, pria cipia cflc immcdiata,quam nullum dari mcdium intcr maiorcm cxtremitatem, cV tcrminum mcdium dc fcntentia philofophi in capitc dccimo primi libri Po (tcriorunvhabct huiufmodi dcmoniTratio principia priora, & caufas condufio pis,cum in ca progreffus fiat a x caufa ad effecTum; habct ctiam illa notiora natus ra,& nobis,natura quidem , quoniam omnis caufa cft notior erTecTu fccundum riaturam; nobis ucro,quoniam omnis demonlTratio fitpropter noftram cogni tioncm, quarca notionbus nobis progrcditur ; fin minus, cfl prorfus inucilis ; quod dc ca non cfl diccnduro,crgo eiu$ principia & patura,ctC nobis notiora co clufione clTc oportcc» dcmum, principia demonflrationis proptcr quid funt dc omni, funt per fe,& funt quatenus ipfum, omncs igitur conditiones habct, & in nulla difcrcpat a potisfima,ergo difTcrcntia harc cx natura demonftrationis non C accipitur,proindc ipfi dcmonltrationi accidentaria elT. rc ucra ca diffcrcntia in nobis tantum cft,non ipfademonftrationis natura , quandoquidem nobis con/ tingit,ut caufam primum notam habeamus,cVut non primum notam cx cffe&a notiorc inucniamus.fcd ad ipfam demonftrationis naturam id minimc pertinct, bincfactum clT,ut Ariftotclcs idnunquam confideraueric,dumodo.n.principia fint nota natura, & nobis,quse conditio communis clT omnibus demonftrationi bus a priori,& a caufa proxima,nil refert an nobis primum nota fuerint,an inue ta per aliud;propterca illud eileciale dcmoftrationi cfle dicicur,hoc ucro accidc tanu,qct naturS demoftrationis uariarc no poteft» Prartcrca.fi ca fececia admicta tur,feq:ur,huic homini eandc demonftratione cfle potisfima, altcri autc homini c(Tc proptcr quid tantum,quod abfurdum cft. confequcntia probatur,nam con ccdit Auerroes in commentariis. 1 8z.& 183. primi libri Poftcriorum , aliquas P cffe rerum caufas fenfiles, cx quibus apud cum fic potisfima demonftratio, quo* piam primo notar occurrunt, nec inueniuntur per aliud ; quoniam igicur ctiam C ffc&us aliquis a tali caufa producTus fcofibilis cfTc potcft , idco fi contingat ab Liber Sextus lyo aliquo prius caufam fcntiri, qua m effeaum, & ex ca illum cfleaum dcmonftrari, demonftracio rcfpc^u illius potisfima crit, nocificabie cnim, cV qudd cffcaus fiej & cur fit; ut fi quis nullam habcns folaris eclipfis cognicionem, uideae Lunam in A tcrpofitam inccr folcm, # nos, ftacim pcr caufam cognofccc cclipfim ficri, qua ancea nunquam cognoucrat; fi uero alius,qui prius cam cclipfim noueric fme cognitionc caufar, ucniat poftca in cius caufar cognitioncm , pcr cam cognofcct propcer quid fiat cclipfis, fed non qudd fic; cadem igicur dcmonftracio huic erit propccr quid,quar alcch pocisfima fuic; nullamcjj in f? ipfa mutationc paffa fiec di ucrfarum fpccicrum refpeau diucrforum homjnum; quod fi abfurdum eir,uc ccr cc cft abfurdisfimum , dubicaodum minimc cft , hanc diffcrcnnam e nacura dc fnonftrationis fumpcam non cffc, fcd accidcns cffe ipfi demonftracioni , cV accv denf quidcm feparabile,cum uni,cV cidcm mcdio concingac, ut fic primo nocum alicui,& alccn non primo notum refpcau ciufdcm cffecius» Rationibusfufcriori capitc adduilis rc/pondctur. B 1 1 «1 IAMad probacioncm aucem dicimus, falfum cffc demonftrationcm proptcr quid tan tum fcmper haberc principia immcdiaca, cum progrcdiatur aliquaudo pcr cau fam caufacam, uc uiderc cft de cclipfi Lunar , dc cius luminis accrccione,& hu* iufmodi,qux funt demonftraciones propccr quid , & camen progrediuncur pcr caufam caufacam,ideft,pcr mcdium caufatum,& propccrea pcr pnncipia cau faca , idcm cnim cft principium demonftracioms , & dtmonftrationis medium» demonftratio uero potisfima fempcr debct haberc mcdium non caulacum , feu principium immcdiatum, quarc principia effc immcdiata, non euVuc dicunc ipfi) oullum dari medium incer maiorcm excrcmitacem , & cerminum medium , fed C Ctiam nullum dari mcdium inccr minorem,cxcremicatcm,& mcdium cerminum, alioquin pro mcdio cffec fumpca caufa caufaca concra naturam potisfimar demo ftrationis. Practcrca, falfum eft, dcmonftrationcm propter quid cantum habcre principia noca nobis co modo, quo habec demonftratio potisfima,quar eft ctiam proptcrquid, fcd proptcr quid pcrfeaa,nam dcmonftracio potisfinn habet prin cipianotanobis immediacc, idcft, ablquc ulla demonftracione, (olocp fcnfus bc fieficio, demonflracio ucro propccr qoid cancum fdico proptcr quid tantum ad differenti3 demoftraeionis ppquid perfcaar,& potisfimar^habet prjcipia nota no pis mediaec, ideft, medianccdemonftracionc quia, cVa pofteriori. quar quidem differcncia, licec in nobis cautum effe uideacur, multum tamcn facic ad dcmon^ ftracionis naturam, nam cffc principia nobis nota immediacc denotac principia D demonftrationis effc indemonftrabilia , quarconditio percinct ad pocisfimar de* fnonftrationis nacuram; cffc ucro principia nobis noca mcdwcc indicac principia i ry r Logicarum Difput. cjemonftracionis efle demonftrabiha , qua? conditio recedit abi eiufdem potisfi/ ^ mardcmonftrationis natura, fcd non recedit a natura demonftrationis propter quid tantum. Clareitaquc patct,hanc difTerentiam non efie quid dcmonftratio ni accidentarium, cum cius naturam uariarc posfic,fatiscp ab Ariftocele fuiilc ca fideracam, cum in Logucsc difciplinar, & philofophiae libr.s farpc dicac ipie, prinx cipia fcnfu, & uia innata nobis fieri mamfefta; uana igitur eiTec demonitrationift natura ablque cognicionc noltra. Demum falfum eft, principia onrojcuiusquc ^enrionftrationis propter quid eilc quatcnus ipfum, quando cnimfciufa, & cauia tutn hcc pa&o funt difpofita , ut caufam fequatur caufatum, non auceme con* tra r ficuti,exempli gracia, ignem fequirur illuminatio, & calor, fed non e con» *urrfo,in bis non polTe fieri demoQftrarionem poti^fmram , quamuis cilc cauiae: fuenc notum, non autcm eflc erTedus, manifclt im eft,cum potisfima demoaftra tio poftulettcrminos parcs,& tamen imliisfic demonftcado a caufi. proxima, & propterca propter quid, quar non hibec quacenus ipfum , ergo dacur aliq '1! monftrationi requificas. quo ad alceram racionem, qua dicunc, fi ea fencentia ad mittatur, fequetur huic hominj eandemdempnftra^ionem elTe pocisfinnm, altc ri autem efle propter quid tantom ncgatbr corrfcquentia,ad probationem dici' mus, falfum efle in caufis & caufatis fenfibilibus ut aliquis prius fentiat caufam , 'quim cfTeclum, & hunc cognofcat fine caufa? cognition^quomodo enim potcft quifpiam(fi fequamurcorum excmplum) fentirefolis eclipfim,& non fentirc Lu nam , quarillius eclipfis.caufa cft,- mccrponi jncerfolem, & nos ? fimul abfqucut )o dubioutrunqucfcntit, ac cognofcic. hinc optimephilofophus in fecundo Po fteriorum contextu primo fecus fmcm dixit, (fi uero cflemusfupcr Lunam, noa utique quxrcrcmus, ncquc fi iit, uidcliccc, eclipfis Lunar, ncquc propter quid fic, fed fimul manifcftum eftct utrunquc. ) quia tunc utrunquc eflec.iailile; fruftra ita quc cft racio, ubi fuperabundac fcufus; quar enim ienfus comprcheufionc cognita C iunc ommdcmonftracioneeuidentiorcm habcnc perfuafionem. O Lil . mu.L^ui /ijuoirrmj & . m^isiitrmixi rnnoism r>5:.i frimtafninL rn"ds(T tvui mtut fr> cnqyjdttUtr,?. : tr • i.i \: aorrob mcri.t :• : oiup r»:noiri tn\ JLfDp ii3qoi quicur dc dcmonftratione a caufa rcmota , hanc cnim tali cxcmplo dcdarac, Ci quarratur propcer quid paries no rcfpirat,&rcfp6dcatur,quia no eft animal,tali$, coftruetur dcmoftratio,omne rcfpirans eft animal,paries n6 c aimal.ergo parics no rcfpirat,quar quide no demoftrat proptcr quid,cu proxima caufa addu&a no fit,fcd(olu qudd; in hocexeplo Anftotchs ccrcu cft,cxiftentia rci quarficar nocS efse ante illam demonftrationem,&antequam quarratur proptcr quid parics no rcfpirct,quis.n.cft,qui ignorct parictem non rcfpirare ? imo Ariftotclcs talc pro blema addacit tanquam notum quo ad quarftionem an fit,iaquit enim ( fi quavD ratur propter quid oon rcfpirat pariesj, at ccrtum cft non quarri proptcr quid cft oifi qutado notum cft quddfic , ut ait Ariftotclcs in fecundo libro poftcno ij) Logicarum Difput. £ rum contextu primo, cV trigcfimo nono fccundum Aucrrcis partitiiincm,nuny quam emm qurrimus proptcr quid ahqua res fic,nifi prius conlbcuamus notum eflc qudd fit; attamcn facTa dcmonftratione, dicit Arifroteles-per eam notificari qudd cft, non propter quid clt, auafi dicat : quarficum eft propter quid non rea fpirat parics, hrc autem demonfrratio qurfboni non fatisfecit, fed folumdecla rauic qudd fic, parictcm, fciliccr, non rcfpirarc. fi itaquefcntcntia Aucrrois ad» mittcrctur, lalfum diccret Anftorelcs.quoniam cnim ante demonfcrationem no tum crac paneccm non refpirare, demonftratio illa non declarar quod, quareni )nl notificat; ccrte rcs hrc nimis clara cfl,ncc alia rationc Arifcoceles dcfcndi po tcft, nifi diccndo,ipfam dcmonftrationis uim, & nacuram fpc&andam eflc, quan* do quid per eam oftcndatur infpicerc uolumus; fiquidem illa demondrationc cx propria cius natura oftcnditur, parietcm non rcfpirare, quamuis cnim nocum id tuerit omnibus hommibus, pcr hoc tamcn ipfa uis dcmonftrationis minime tol h |itur,fcd frmpcr talis feruatur, ut notificet rcm eflc, fed non cur fic. crcerum ad j lcnicrcm huius dogmacis confucacioncm oftcndunt cx Ariftotelc in crigefima rona parcicula fccundi libri Poftcriorum non modo nacuram demonftracionis fpcdando, uerum ctiam nosipfos deraonftrantes inlpiciendo, omnem demon^ Orationcm notificantem propter quid eft, nofincarceciam quod cfr, nobifqj tra dcrcnouam utriufquc cognitionem, quam antedemonftrationem non habebap fnus; nam philofophus loco citato reddens rationem cur illc,qui rcm clfccogno fcicfinc cognitionc caufr, non cognofcat quid rafit,hanc racionem adducit, quianequc rcm illamefle cognofcic, mfilcuiter, & ex accidcnci: cum enim res ita cognofci dcbcat, uti eft, uc aucem fit habeac a fua caufa, fequitur tunc uere cognofci eam ctTe, quando pcr caufam, propccr quam cft , cognofcicur ; non eft autcm rcpugnantu m ucrbis ArilTotelis,ut forcasfis clTc uiderur.cum dicat prius rem cognoia qudd fit, pofcca hoc idcmneget; nam fignificac duphcicer cogno fci rcm cflc, uno quidcm modo lcuicer, & confufe, & abfque cognitionc caufr , altcro modo pcrfccTc, rics; quarc fi ad hoc quarfitum rcfpondens dixent, quia non cfl animal, hoc pa» cto m tccunda figura fyllogifmum conticicndo,omnc rcfpirans cflanimal^paries oon cftanimal, crgo parics non rcfpirat, dctnontTratio non ciT:c propccr quic^ Liber Sextus fedquod; noo cfletpropter quid,etcnim (ut inquit Ariftotcles ) non dicitur ^ caula,non ut in tali iyllcgifmo non fit acccpta caufa j quia rc ucra cft (yllo gifmus a priori , & a caufa, fcd quoniam caufa remota , qux cius lyllogiU mi mcdium eft.comparata proximar habctur pro non caufa.ElTet cx alccra par tc qudd,non co modo,quo dicunt ipfi, quia, fcilicct,notificac qudd,nempe,parie tcm non refpirare.quomam hoc,cum omnibus raanifeftum fit, non poceft ab ca ootum ficri,licct rationc formarfyllogiflicx infcratur; fcd uccx hoc denotetur eius impcrfc&io.ficuti enim ratio a poftcriori coparata rationi a priori dicitur im pfe&a , ica demonftratio a x caufa remota comparata demonftracioni a caufa proxima eft imperfecla,& hac dc caufa (ut diximus ) nuncupatur demonftratio cjudd, fcu quia. adidautcm, quoddicunt, fi fetctia Aucrrois admitteretur, fal/ fum diccret Ariftotcles,quoniam demonftratio illa non declarando qudd,quia notum crat,nihil notificarer, negatur hoc,nocum .n. redditquod priusa s quat rentibus ignorabatur, uidehcct , non efle animal eflficcre ut parics non refpirct , qunmuis nOn fit uera caufa,& uerum propter quid; fatiffecit itaquc illa demon ftratio propofita* quarftioni quantum licuit, quia oftcndit caufam ad quarfitum, quarcunque tlla fuerit.Nec obftac huic noftrar rcfponfionidi&um phtlofophi,ut dclicet,m his non propter quid,fed ipfius quia dcmonftrationcm eiTc, quoniam philofophus non uult dicere, demoftrationem illam non elTcpropter quid, quia nullam caufam notificac, uerum quia non habet caufam proximam, fed remoa cam, quamobrcm mcrctur potius ( ut fupra diximus ) nomen demonftrationis 3uia, quam ipfius propter quid; proinde,mco quidcm iudicio , non infpiciendo emonftrationisnaturam,Ariftoteles dcfcdi potcft.Harc oia.qua? hucufquea no bis diclafut,poflut inferuirc etia refpofioni ad ca,quarfubfcquucur, nepe,( carteru ad plcniore huius dogmatis c6rutationc,&c. ) cu itaquc dctur demoftracio pro pter cjd tatu ut aha demoftrationis fpccies a potisfitm cfletialiter diftincla/irma remanet ca dcmoftrationis diuifio, qua Aucrroes ex mctc philofophi in pnmo Poftcrioru capitc dccimo facit, qux huc \ modu fc habet,ois demoltratio aligd notu facies, eflentiale progrcilu habct ucl a caufa ad efTcc"hj,uel ab effc&u ad cau fam,fi a x caufa,aut proxima.aut rcmota,a x caufa proxima ht demoftratio propter cjuid comunis ad potisGma,& proptcr quid cancum.fi.n. fut clTcntiahs progrek fus a caufa proxima nobis immcdiate cognita, efficitur una fpccics demonitra* tionis, quar dicitur potisfima, fi uero fiat a caufa proxima nobis mediatc cogni ta,uidchcct, mcdiantc demonftrationequia, orituralcera fpecics, quar ab Auer* roe appcllatur proptcr quid.fcu caufar tatu ; ac fi eflcntialis progrcflus fiat ucl i caufa rcmota,ucl ab effe£tu,tcrtla efTicitur fpccies,quar ab omnibus uocatur dc moftratio uelqudd.uel quia.no folu igitur ex partc medii,fcd etia rationc quar fitoru daturCut declarauimus)crcs dcmonftrationis fpccies, quare firma nbn rc manct ca demonftrationis diuifio, qua ipfi feccrunt.ncc argumetu ex Auerroe fumptu (nifi fallimur ) ab eis difloluitur , ciim probauerimus dari difcrimen in» Ccr dcmonftrationem potisfimam , & propter quid tantum in principiorum conditionibus , ac pofle dcmonftrari propccr quid finc dcmonftratione ipfiui X t iy7 Logicarum Difput, quod . fed aliquis de hac diuifionc forfiean nobis obiicerct, ut in ca pofuerimui quodaduerfarii facilcnegarc pofscnt, dari, fcdicec, demonilracionem propcer quid communem ad pocisfimam,& proptcrquid tantum , qua propccr id pro# barc ipfiusmet pbilofophi auftoritatc dccreuimus. Nam in primo Pofi contex tu decimo Ariftotclcs fele&ionem facicns corum modorum diccndi pcr fe, qui eam dcmonflrationem ingrediuutur,quam ipfc fimplicitcr uocat,alh ucro po» tisfimam,dcterminat,eos duntaxat huiufmodi demonftrationem ingredi.qui nc Xum caufa*,& caufati ncceflarium habent; hi funt primus, # fecundus, quarcus vcro ut quartus minime, quamuis cnim ipfc quoquc prardiclar dcmonftrationi adhibeatur,non (ecundum fuum totum ambitum, idcfi,non ut quartus ci adhi* betur,fcd quatenus concurrit cum primo,& fccundo,quod cucnit quando cau» fa efficicns cft cffeflui anncxa, in ciufcp dcilnitionc ponitur, at quando cft ab eflc du difiun«5ta,in ciusq; dcfinitioncminimccollocatur,non potcft huius caufar ge nus prjrdiftar dcmonflrationi accommodarj. in fccundo autcm Pofteriorum c«5 tcxtu undecimo.cV in fccundo Fhyficorum contcxtu fcptuagcfimo fccundo a£ ferit,quatuor gcncra caufarum mcdium cfsc in dcmonftrationc a priori, feu pro ptcr quid,cV propterea quartum modum fccundum fuum totum ambitum in ea fibilocum ucndicarc. quamobrcm uidcturphilofophus locis citatis innuc/ re,difTcrentiam e(Tc rationc mcdii, atcp idco «flentialcm intcr cas dcmonftratio» ncs propter quid,quaru una fimplickcr.fcu potisfima , altcra ucro propter quij tancum appcllatur.cum itaque huiufmodi dcmooftrationes ita intcr fe ditifcriic, vt una,uidclicct,propter quid tantum,altcra,nimirum.potisfimadTe non posfic, ad crcdendum inducor.ut etiamcx mcotc philofophi dctur demonftracio co« munisad potisfiroam,cV proptcr quid tantum Dixi,ctiam cx mcnte philofophi, quia cx ca caufarum,&caufatorum difpofitionc.de qua in capitc feptimo ad mc tem commentatoris copiofc locuti iumus , & prarcipuc cx ultimo mcmbro id manifcflisfimum apparet» Ex aliorunu fintentia aufloritatenu illanu pbillofophi in ■ Jecundo ^PoRcriorunu iibro contextu oclauo fecundunu ueterem Jeclionem ai Juerroiflu non in telltgi,cife[\ aduerfartde claratur* I li /. -• . Erv A T pro Aucrroiftis locus illc pulchcrrimm philofophi in trigcfiau nona particula fccundi libri Poflcriarum , cuius harc funt uerba, ( ficuci cnim propter quid qua-rimus , habentes quia eft , aliquando autem  monftrationis autcm natura non in quarftionc prarccdentc, (ed in iis, quar nocifi caotur, conftituta eft , & abhis appellationcm fumcrc debct, non a prarcedenti* bus quarftionibus, quar a fola animi noftri accidentaria afTeftionc pcndcnt , quo* niam aliquando Icuicer, & ex accidenti cognofcimus qudd eft , aliquando id pc nitus ignoramus, ob id alio, & alio modo quarftioncm proponimus; attamcn uc D cumquenos quarramus, cadcmfempcr fcruaturuis notificatiua demonftratio» nis.Patct igitur locum illum Ariftotclis in fecundo Poftcriorum libro ab Aucr roifris non intclligi, & cis caufam crroris fuifle, Ariftotclcm in illis tribus di&is confidcrare cas quarfciones etiatu ut dcmonfcracionem prarcedences, non folu u t I  $60 pcr Jcmonftrationem notificatas; carum cnim ut prarcedcntium difTcrcntia nul a lumdifcrimen facic in qua-fitis , qua: funt dcmonftrationis finis , ncquc diucrfas dcnonftrationis fpecies conflituit; fcd quando Arifloteles flatim in fcqucntibus ueibis qua-fita illa non amplius ut prarccdcntia, fcd folum ut pcr demonftratio/ ncn notificaca confidcrat , duas tantum demonftrationisfpccies ponic rationc qcarfitorum notificacorum diflin&as, dicit cnim duobus modis cognofci rcm cf Tc auc per accidens, aucpcr caufam ,duas dcmonftrationis fpccics fignificans , cjm coim omnis demonftratio aliquid cflc oftcndat, alia id facic per caufam, alia fiiccraditionccaufa:, Addunc aliud argumentum aduerfus Auerroem f uc ipfi dicunc) efTicacisfimum, nam Ariftotcles ibi doccc, per cam demonftrationcm , quar rcm efTc oftendic non pcr fuam caufam, minime cognofci quid cfl , fcd pcr cam cancummodo, quar rem efTe demonftrac per fuam caufara; boc pofico,argu *> mentantur hunc in modum , fola dcmonftratio oftcndcns rcm elTe pcr caufam Yuam eft illa,quar declarat quid cft, quo fic uc omnis dcmoftratio declarans quid cft oftendat rcm cfleper fuam caufam, hoc cnim aflenc eo in loco mamfefte Ari ftotcles; acqui demonftratio,quam uocanc propccr quid tancum,fcu caufa: caiufi, dcclarac quid eft,ut Auerrocs fatecurin crigefimo nono, & quadragefimo com mcncariis fccundi libfi Pofteriorum , harc igitur dcclarat rcm clTcpcr caufam fuam, declarat igitur rcm cfle, quod Aucrroifbc ncganc, Impugnantur ea,qu*in fuperiori capite dtttafunt. . A DmifTa uerborum Ariftocclis in crigefima nona particula fccundi Iibri Posfteriorum intcrprctatione, quam eis dat inftantia,non potcft autioncas illa philofophi aduerfariorum fcntentia: non ofTicere,quoniam fi ea, qua: quarruntur, luc ratione qujcruntur.ut (fi fieri posfitj fciantur , interdumqj per Ariftocdrm cognofccntibus qudd licct qua:rcrc proptcrquid, deneccsfitace fcquicur, dari ahquam demonftrationem , per quam folum proptcr quid manifcrtum fiar,nan\ fi tam m qua:ftionc proptcr quid, quam in quarftionc an fic , poft fatiam demona ftrationem notum redderetur utrunquc quarfitum > qudd ,fciliccc, & proptcr cjuid, non rcdV dixilTcc philofophus in particula illa tngcfima nona fccuud; Po* 'neriorum, aliquando auccm , 6V fimul mamfefta fiunt, quia fcmpcr, non aliquaci do id cueniret , fi, dum quxnmus folum propter quid habcrites quod,mox,facla dcmonftratione,redderccur nocuni & propter quid , & qudd;fed caufa huius cr roris fuit , cxiftimare, nos femper, dum unum quarrimus , duo inucnirc, nam li^ cct hoc didum locum habeac in quarftione an fic quando illam cognofcimus a x priori per fuam caufam proximam » quia tunc ,dum quarrimus an fit, ignora^ mus utranquc quacftionem , locum camen non babec nec in eadcm qua:ltionc O ^uandoillam cognofcimus apofteriori » &fccundum accidcns » tunc cnim X }6i Logicarum Difput. A per Ariftotelem in illo o&auo contextu fcimus rem eflc, & quod , ignonntes quid, & propter quid; rcc locum habec in quarftione proptcr quid , quoniam id in ca inuenire non poiTumus, quod non quarrebamus, uidclicec, ipfum quoJeft, quia illud ante qua-flionem ipfius propter quid fcicbamus,immo ignoraco qjdd non poteft quarri propter quid. Ncc obftat, Ariftotelem dicere, ipfum quod ef fefcuum fccundum accidens, quia loquicur comparatiue, id cnim ucrum eftin comparationem ipfius propter quid, nam fcire pcr pofterius in comparationrm jpfius icirepcr prius babcturpro ipfo fcirc fecundum accidcns; ueritati autcm non conucnit, fi fcirc qudd fc cundum fc confideretur,etcnim fcire non fuiflet ab Anftotclc rcfte diuilum in primo Pofteriorura libro contcxtu trigefimo, fi fcU re qucd finc caufa* cognitionc ut patet de animali rationah,quod dicimus cfle nfibilicatis caufa «fficiecc nu ucra, oa (ub qualibei teporis dirteretia, poftta aoiraali ronali,ponitur rifibilitas,*} ab ajW caufa produ, D ci no potc(t;&h,oc cfficics 06 mru illud e,quod Coincidit cu forma. quando igi tur dicimus, mediu non potTe collocari tuti in gcnccc cau(a?ctfteie3tW}'A finaliSi pcr caufam cfficicntem intclligimus emcicnte non ucr.l cjuacenus, fcihcet^cauta?, cfficicnu accidit, utfit fcmpcr WtfcftuianacjBa, tuoxpctoim i«^»t ^ ?" bbrnAr-  I 16*4 tiatura,qux eft non fcmpcr efTc&um fuum comitari. cum itaquc determinatum A fit a v nobis, pet rationem primi extrcmi non polTe ab Ariftotele intclligi nifi caufalem dcfmitionem,qua: exphcat propterquid eiufdem primi extrcmi,iiv conucnicnsqj non fit,ut idcmelTc posfit propter quid pasfionis demonftrandar, & quid fubiecli , iure optimo m hacdifputationc quarcndum exiftimauimus, utrummedium, quodeft ex mcntepbilofophi ratio,idcft, caulalis defimtio pafo fionis dcmonftranda», fit fcmperin demonftratione potisfima definitio quidita tiua fubiccli. per demonftrationem potisfimam quid intclligi dcbeat , fatis, fu^ perc£ oxplicatum fuit a nobis in prarcedcntc libro» per mcdium intclllgi debct medium rci,qudd eftcaufa.a qua pasfio dcmonftranda habet ut fir, & confcruc tur; ex quo fit,ut ab huiufmodi mcdio rei,quod cmanarc dicitur £ matcria nc/ cciTaria necesfitatc Gmplicitcr,circa quam uerfatur dcmonftratio potisfima.ne/ ccftaria colligatur conclufto,nam dc medio confcquentiar, leu lllationis.quod di B cimus clTc,quando cx concesfis quibufdam conclufio dc nccefitatefequitur, in prarfcntia neucrbum quidcro,cum illud proucniatex parte formar ipfius dc» monftrationis , qua? fyllogifmus eft , de quo pnmo in ordine ad dcmonftrario= nero ucrba facit plulofophus in hbris priorum.lccundo autem loco ut commu/ niscftad oranem matenam. dcclaratis tcrminis propositx difputationis , quid dc ca alufcntiant prius cxarainarc decreuimus» sAliornm Opinio. PLcriquc ncgatiuam partcm fuftinentes huncin modum argumentantur,cauC &, ptopter quam unumquodque accidcns eft,debet clTe medium , quo illud dcmonftratione potisfima demonftretur, at multa accidentia funt,quorum cau fa- non funt corum fubiecTorum forma?,fcd alia accidentia, crgo multa acciden/ tia funt, qua* per alia accidentia , non autem per eorum fubiedorum dcfmitio/ ncs demonftrantur potisfima demonftrationejabfurdum igitur eft dicere,in om nideraonftrationepotisfimaprimi cxtremi rationem fempcretfequidiratiuam fubiccTi dcfinitionem. maior propofitio clara cft ex definitione ipfius fcire fim/ pliciter, minor fatis,furjercp declarari potcft & Ariftotehs, & Auerrois teftimo nio,na philofophus in primo Pofteriorum contextu tngefimo dcmonftrat au* gmcntum luminis in Luna per cius fphacrjcam figuram , in fccando ucro libro contextu o&auo , cV uigefimo quin&o oftcndit Echpfim de Luna per terrse interpofitionem, tonitrum dc nubcper ignis extin&ionem, foliorumcp tiuxum dearboribus perhumoris congelationeni,in quibus demonftrationibus mediu eft ratio primi extrcmi ,fubiecli autem quiditatiua definitio minime . Verura re ullus amplius cauilladi locus relinquatur , eas dcmonftrarioncs efle potiln> D tnashac ratione probarc nituntur , illa demonftratio eft appellanda potisfima , V Y 2 it j Logicarum Difput. A c\ux pcrfc&am rci fcicnciam nobis tra fueuifle uocare demonftrationem propter quid non potisfimam, ficuci eft illa de Luna: dcfcclu propter terra? intcrpofitionem, fub nomine demonftrationis fim= plicitcr, ut facit in citato commento quadragcfimo fecundi Poftcriorum , non autem fub nominc dcmonftrationis potisfimar, licct apud Ariftotelem fimplici ter, & potisfimc idcm fignificent, nec re uera aflcrere poceft Auerroes, demom- ftrationem illam de Lunar defe&u proptcr tcrrar interpofttionem efle potisfima , proptercaqudd fuis aduerfaretur principiis, nam pro comperco habet, pnnci/ pia potisfimar dcmonflrationis dcberc efie nota natura, & nobis; natura , quate^ rus caifa- funt,nobis ucro non mediate, uidclicet,per dcmonflrationem quia,fed B immcdiarc,auxilio ipfius fenfus. cum igiturterra? interpofuio nobis infra Luna exiftcnnbus bcncfic io fcnfus nota cfle non posfit,quia oculis noftris penitus 00 culta cft, clare patct, demonftrationem illam de Lunar d. fcdto propter terra? in* terpofitioncm non pofleex Auerrois fententia dici potisfmam fed propcer quiJ tantum. pro inttllii»entia rcfponfionis ad fccundam ciufdem Auerrois auctori/ tatcm in quarto Phylicorum commcnto trigcfimo primo, aducrtendum cft, ali quid poflc cfle caufam propriorum accidentium duobus modis, ucl exiftendi, & infercndi fmul,uel folum infercndi.caufa exiftendi,& inferendi fimul non poteft cfle ex eius principiis nifi forma fubiedi, cum per eundem Aucrroem id , quod dat cfle fpcciei, det etiam confequentia ad ipfam cfle, quar funt illms fpeciei pro-* prictates; caufa ucro infcrendi folutn eflc potcft aliud accidens propnum ; nam fi de cius fentetia unum accidcns proprium alicuius fubiedi daret elTe alceri pro prio accidenti ciufdcm fubiccli, efletmedium ad illud alcerum accidens propnu l potisfima dcmonftratione oftendendum, ergo in maiori propofitione accidcas de accidente prardicarctur prardicatione fubftantiali.cum maior per eos in omni potisfima demonftratione uel per caulas externas,ucl per caufas internas dcbeat clTe per fc; fed ex mcnte Commcntatoris in fecundo Pcftcriorum commento tri gcfimo oOauo fub initium confequcns eft falfum, cumibtdicat Auerrocs fquo jiiam prardicatio dehnitionis de definitionc non cft fubftantial»s,qucmadrnodum jncxiftcntia propnorum fibi inuicem non eft prardicacio fubftanciali >, ) ergo fal fum cft antccedens , ut, fcilicet, unum accidcns proprium fit caula exiftcn Ji ali/ cuius alterius proprii accidentis ciufdem fubiecu» hac pofita animaduerlione,di cimus , Auerroem, quando ait in lllo trigefimo primo commento quarri Phyfi corum, (fcdnon omnc id, pcr quod redditur caufa aecidentium fubiecli, eft defi nitio ipfius, ) per caufam mtclligcre caufam infercndi folum, & ita optime loqui tur, quia non id omne, pcr quod redditur caufa illationis accidcntium proprio rum alicuius fi.biccti,cft eiufdemfubie&i definkio,at ex eius fcntentia utiquefubie cli dttmitio cft id omne, per quod rcddicur accidentium propriorum caufa exi flendi , & infcrcndi fimul. quarc parum cum ucritate uideptur conucnire quar Liber Septimus 168 afleruot de Commenfatorc, efle , fcilicet , ex cius fenteutia aliqoorum acciden* A tium caufas in potisfima demonftrationealia accidentia, cum fccundo Pofterio rum Jibro commcntario illo trigcfimo oaauoafWr, prardicationem proprii dc propr.o non efle fubrtantialem, finc qua fubfhnciali prard.cacione non poceft tfc pocasl.ma dcmonrtratio Demum ad al.as duas eiufdcm Commentatons au flor.tates, & pra-cipuead illam in quinquagefimo fexto commentario pr.mi Po Jtcxiorum rcfpondemus, Auerroem per demonrtrationes celebracas non incelli, gere tancummodo potisfimas, led omncs demonfrrationes d priori in compara, nooem dcmonarationum i porteriori, quar potius fyllog.im., quam demonftra lioncs Duncupan folcbant ; intcr quas demonitratioues i pnori ut in (uperiorc Iibro oiknfum fuit , contincntur demonflrat.ones propccr qui J potisfimx & proptcr quid non pocisfima- quamobrem optime d.xit, magnam partcm demo rat.onum celebratarura, ideft, a priori eifc per accidentia eUcntialia, incellizen B dopcrmagnampartcm cclcbratarum dcmonftrationum omnes illas , quxfunt proptcr qu.d non pot.sfimz, racionc uero pocisfimarum, quar funt inter al.as dc loonltrat.oncs tanquam aurum purum incer mincralia,& adamas inter gcmmas loedium cx fentent.a Commcntacoris,atcp ctiam ipfius ph.lofophi non potcft ul Jo paflo clTeaccidcns,aIioc,uindicendume(Tet,grauisfimum Commcntatorem tu.fle inconitant.sfimum in huiufmodi fpeculatione, & ab Ariftotelc loneisfime dccliDare. Quod fpedat ad propriam eorum opinionem , fi animaduemlfenc illa duo Anftotelis tundamenta,fuper quibus collocata ert huius difputationis parj aH.rmatiua non tam facile pronunciaiTent, fentcntia Commcntatoris eflc ex me te pnilofophi , ut raro medium iu potisfima demonftrationc fic etiam caufa & ^uiditatiuaminoriscxtremitatis dcf.nitio, cum cx illis fundamcntis oppoficum colligatur, quod luce clarius apparebit, quando inferius dc opinione noftra ucr ba faciemus ubi alTcrimus et.am nos, medium cfle pasfionis demonftranda: cau C fam pcr fc, fub.caiuero per accidcos,oon tamcn eo modo.quodicunt ipfi uc fcilicct,ci raroadueniat, cuminpotisfimadcmonltrac.onecaufa, & propter quidpasfionis fitfcmper^ ucibiprobabimus) quiditatiua fubicdi defuntio -fed quia non confideratur ut caufa, & quiditatiua (ubicdi dchuitio. Ex diorum fenfentia tjuxdam cognitu maxime dtgna pro- fonmtur , qutbut deflrmtur fundamehtum obtecl/o- rits tnfupertori capite a nobis aliau tduerfus tbi commemoratas demonftrattones. lu^foU *V .1  tf^f^ ' ,\; Vndaimcntum, quodoosfupcriori capiiemouebati ut crederemus, demon, itracioncsabi comraemoracasnon efle potisfimasi fuit (quemadmodum co ^ lulocodijunuw^contcwutquwaas priifflibbhpo^ utautem huiuf. \ \6oronis cnim dcmonftratio proptcr quid cft dcmonftratio primi gradus. Confutantur firc ornnia, qu* injuperioric^itc dicla (unt* MNES unanimitcr conccdunt, unamquamque potisfimam demonftra* ^-^tioncm cflc dcmonftrationcm proptcr quid, e contra ucro non ita apud B omncs conftaf,ut cis uidetur cffe manifcftum,nam fupcrius (quantum pcr nos U cuit) oftendimus,demonftrationes de accrctionc luminis in Luna,dceius defe» clu,dc tonitruo in nube,dc foliorum cafu,& his fimilibus,non elTc potisfimas, dfc tamen uocantur propter quid,ergodancur dcmonftrationes propcer quid,qua: ex do&rina philofophi non pofTunt efle potisfimayion cnim quarlibct dcmonftra tio proptcr quid perfcclisfimam rei fcicntiam tradit , fcd folum illa,qua! racit uu iciatur pcr caufam non caufatam; ncc admodum cx ea partecucum uidctur cflc quod dicunt,omnero,fcilicet,demonftrationem proptcr quid cfle potisfimam, co quia in dcfinitioncm conuertatur, propterea qudd dcmonftr atio dc lunac dfc fcclu per folam terra; intcrpofitione non cft potisfima, ut probatum fuit in quac to libro,& tamen in definitioncm conucrtitur. Adillud uero,quo x d harc appella tio 1 uidelicct,potisfimademon(tratio,& fi rcprehcndenda non eft, apud Ariftocc lem non repcriatur,dicimus,cam fignificari fub nominefimpliciccr demonftra» C tionis, nam ficuti apud Ariftotelem in libris Pofteriorum datur fcicntia, & fcirc fimplicitcr, ita datur fimpliciter dcmonftratio,q eft eciam quid , fcd(ut dixi* mus)non ois demonftratio quid cft potisfima , Quod aut exeplo dc duabus fcrreis clauibus,inaurata una,& altera non,oftendercnituntur,non cfle, feilicet , conditione necclTariam demonftrationi adcfhcienda prarftantiorcm fcicntiam, ut minor cius propofitio,ficuti maior,immediata eflc dcbcat,fcd ut in dcmoftra tionc huiufmodi coditio fc habeac non fecus,ac in altera clauc inauracioad apc rienduro,cV claudcndum,non poflum nonmirari eorum ingenii fubcilitacCm m cxcmplificando,& pcipuc io addu&o exeplo,quod prima frontc uidctur pfcfer/ re aliquid probabilitatis,at fi diligentcr confideretur, eius opc propofitum noa aftequuntur,diucrfa cnim cft ratio intcr clauis inaurationcm, & minoris propo* fitionis potisfima? demonftrationis immediationcm,cum illa claucm , cuiadue^ D nit,aptiorcm non reddat adproprium munus excrccndum claucnort aurata, quamuis ci aliquid nobilicatis largiacur j hax ucro fic conditio ncceuaria,' M Libcr Septimui 172 & confcrcns ad prarftantiorem rcientiam cfhciendam , proptereaquoJ ex Ari- A ftotelc in primo Pofteriorum contextu trigefimo nono fccundum fcdionc ucte A- tem inter demonftratjiones a pricri illa prarftanciore' fcicncia cmcic,qua* fic g cau fam non caufatam, fcd catifa non caufata eft definicio fubie&i,quar cum in mino/ ti propoficione potisfimar demonftrationis defubietto prardicetur , cft in caufa, ut illa propofitio non fecus, acrruior, immediata ficcrgo immcdiatio minoris neceflario requiricur ad prrftantiorcm (cienciam ctticienda m ,- quam quidem ionditionem contincri intcr condiciones potisfimar r (cu fimpliciccr dcmonftra* tionis pofttas ab Anftocele in primo Ppftenorum liac rationc probatur; coclu flo fimplicitcr dcmonftrationis.quafcumque illa fueric.uel pcr excernas ] ucl per Htteruas caufas ,dcbcchabcre fccundum quod ipfum, alioquin non dTet demo (tratiua, crgo minor cft immediaca.ar#eT»iens cft philolophi in primo Poftc> riorum concextu decimo nono, confcquemia probatur ,fccundum quod ipfum B excorum fentcntiaeft , quando prardicacum compctic fjbictto pff ciuflcm fubie&i eflentiam , cV non ex alia racione , erg ) in concljfi ine prarJica* tura inerit fubie&o pcr rationem fubie&i, ergo perrationen fubiecti demom ftrabifU^cum pasfio dcbeat per eamxsrukm dimonftrari, pcr quam iucft fubie/ &0;fi itaquc ratio fubie&i eritmcdium,quod m mimri propoficione pocisfimar. demonftracionis de iubie&oprardicatur,uon poceft eile it!a minor pronofitio ni fi immediata, quia inter dcfinitioncm quidiuriuam , 6V J.hnicum fublbntialc nihil cadic medii ; cx quo clarc pacet.demonftraciones dc accreciooe luminis in Luna,dc eius defcdu,dctonitruo in nubj,& defoliorum cafu in arbonbus , cii tninonem mcdiatam habeanc,non faccre maxime fdre, idcirco non efle potisfu mas dcmonftrationcs; continetur naquc minoris imm:diatio inrcr conditioncs potisfimardcmonftrationis ab Ariftotcle poficas m primo Poftcnorum hbro. tjuod ucro fpe&at ad eorum rcfponfipnem Anftocclis auctoritaci in secundo ca C pite primi libn Posteriormn dicimus, argumentu super ca rundatfi non cilc solu tu, quia demonstrationes illa? singula; quibus aific aptan posse conditiones co rum principiorum, qua? prima sunt, vel potissimae sunt, vel non; si potisfimar non sunt, non raaunt contra nostram determiuationem, quia conccdimus etiam nos cx mente philofophi in dcmonftracione , quar pocisfima non fic , polTe dari minorem mcdiatam; fi uero func pocisfimar.dc neccsficace, propteradduc^a fundamcnta minorem habere dcbcncaclu immcdiacam contra eorum opinio^ nem.Duo autcm illa philofophi loca in principio primi hbn Topicorum , & irt primo Pofteriorumcapitcdccimo pro eorum opinionis confirmationc , tan/ tum abeft , ut fententiam noftram infirment, uc pocius eam miximc corrobjr rent, quiaphilofophus in primo Topicorum non definic dcmanftracionem po tiffimam , fed dcmonftracioncm communicer accepcam , cuius minorem rhe> diatam cflenullumeft inconueniens ; in primo autcm Pofteriorum loco cica/ to philofophus ucique exemplificac dc dcmonftracionibiis proptcr quid , ut funt illar de accrctionc luminisin Luna , dc dc eius defcctu fcd huiufmodi D demonftrationcs ( ut probatum fuit ) non iunc pouffimar , dc quibus Z a.  Logicarum Disput. , solis ucrum est, ut omniacarum principia c(Tc dcbcant immediata. cui ucritati A non repuenat Aucrroes in iam citato commento ccntcfimo fexagefimo nono primi Pofteriorum,licct utatur codcm Joqucndi modo , quia non loquitur ibi dc demonftratione potisfima.fed cum Ariftoteie probat , demonftrationcm u/ niuerfalem meliorcm,& perfecliorem efle particulari , co quia progreditur pcr caufam proximam,& immediatam rei deraonftrandar , quod non facit demon» ftratio particularis. dcmum pro diflblutione illius ualidisfimi argumenti , quo> utuntur ad comprobandum, eam,quam dixerunt,AnftotcIis mcQtcm fuiflc, acl uertcndum cft cx philofophi fcntcntia in primo libro dc Anima contcxtu o&ua gcfimo quindo, quo x d Rc&um cft iudex lui ipfius , & obliqui, cogaita cnim rci ueritatc , omnes cius obliquitatcs notar redduntur. hoc pofito,dicimm,«x con» ditionibus illius dcmonftrationis,quam priiicipalitcr philofophus intedic m prja mo Pofteriorum libro, factlc apparcrc poffc,quot modisabcadcmonftraciones alia? dcclincnt, & deflciant; nam ex quo illa facit uc fciacur per caufam.ab ca de* B clinat dcmonftratio quar facit ut fciatur per cffeoftd?m9ffb "nttoisi viiQ.iTj* uiuuiri^ > uhi)? ffoQ t>iP^ .oijift: 1M> uVmjj j? cuncjiD Problematis refolutio cxplicatnr. •b btiMM^rDon. ^IMiir "frtiil , rr, *noi3£1 H" ■!* '^"tTTtJ iU lh.il JJl n.jJ!f?wflP5nOi J-JliJ i.l^J- )'J >nT>b smiV;! REiecla huius difputationis partc negatiua, amrmatiuam ample&imjr,quam ueriorcm, magifq? clTccx mente philofopbi probabimus, allata pnus m me #um fuppoficione, quar huiufmodi eft, ea, fcilicet, q uar per demonftrationem o* ftenduntur, non folum eiTeproprietatcs,f Logicarum Difpuc. ^ rum trigefimo nono contextu inter dcmonflraticnes""a priori llla prjrflantiorc A fcientiam cflficit, quar fir per caufam non caufatam, tHel caufa non caufata eft qui- ditatiua fubicfti dcfinitio, crgo in potisfimademonftrationcfemper quiditatiua fubiccli dcfinitio cft ratioilla pasfiauis dcmonftranda: , quam mcdium efle dicit ©hilofophus in fecundo Pofteriorum o&auo, & uigefimo quin&o contextibus , hinc optimc dixit Aucrrocs, illudj quod dat clTcfpccici, darcconfcqucntia ad cf fc, qua: (unt illius fpecici proprietatcs, ut ipfcquoque innuerct , mcdium in po^ tisfima dcmonftrationcfcmpcr eiTc formam fubie&i, ut tamen dicit rationem, efTe homini rifibilicarem, cum homo,& animal rationalc fint idcm . Secunda ra tio,fi medium in potisfima dcmonftrationc efiet quiditatiua fubie&t defmitio,fe querctur, potisfima demonftrationem non clTe ex principiis propriis, confequcs cft falfum, crgo & antccedcns, falfitas confequentis patct per ea, qua dixit phi/ lofophus in primo Pofteriorum contextu uigefimo tertio contra Brifoncm, Sc contextu uigefimo quarto in principio, confcquentia dcducitur, nam fi animal rationalc, cxcmpli gratia, cft mcdium ad concludendum rifibile de homine,eric ctiam medium ad concludeudum de codcm homine difciplmabile , & reliquas OQmes cius proprictatcs, quoniam non cft maior ratio ut una potius, qua m alia: hominis proprietates de eo dcmonftrcntur per animal rationale, quod eft quidi tatiua hominis definitio.quiditatiua igitur fubie&i definitio non eric principium D uni tanium accommodatum, fed potius omnibus eius proprietatibus commu/ ne , & propterca dcmonftratio pocisfima pcr huiufmodi mcdium non eflet ex proprns pnncipiis. Tcrtia, & ultima racio , fi mcdium in potisfima demonftra= Liber Septimus 176 tione cflct quiditatiua fubie&i definitio, maior propofitio illius demonftrationis i concra fcncenciam philofophi m primo Pofteriorum eflct demonftrabilis, proba tur confequcntia,quoniam incer fubic&i defmitionem,& pasfioncm demonftran dam interie&a efteiufdem pasfionis definitio,per quam poterit pasfio illa demo ftrari dc fubiecti definitionc. His rationibus fatisfacicntcs, ad primam ncgamus confequcntiam, ficri.fcihcet, in potisfiraa demonftracjonc pecitioncm principii, fi roedium in ea fit quidicatiua fubie&i defmitio; ad probacioncm , ncgatur antc ccdcns,nimirum, fupponi jn illa dcmonltrationc id, quod debcret probari; ad cius declarationem, negamus,in maiori propoficionc illius dcmonftracionis.aua concludimus rifibilicacem incflc homini proptcr artlmal racionalc, fupponi ho^ mini rifibilitatem lnefle, quia,fajfum cft , ut ibi anirrial rationalc, & homo idcra fint non cnim pro codcm accrj)iuntur aftimal rationale,& homo in illa dcmon ftracione, nam animal rationalc fumitur folum pro forma.homo ucro pro com ^ofico ex materia, cV forma, uc facis, (upercp difputauimus in quarto libro capir : tfc ot"tauo,ad qucm locum Lc&orcm remictimus. ncc obftac Commentacoris au *-&6r1cas aiTcrcntis, rci dcfinitioocm non ciTcalum naturam ultra rem iilam,quo 'fciam uerba eius ucra funt de primo definito, qua: forma cft, fcd quando deiini* f f um accipitur pro compofito ex matcr» , & forraa, # dehnitio pro torma tan^ tUrn, utclarcpatct in prardi&a demonftratione dc hominis rifibilitatc propter animal rationalc, tunc Auerrois fententia non habct locum, nam homoanima «fr rationali addit carnes, fintentia de ordine ab aArfilotcle feruato inde clarando mediunu demonfirationis ejfecmfam , fefdc conncxionc capitu undecimi fecundi Potterio- rum cum prdcedentiius. C *A g f bri, luce clarius patet,medium in potisfima demonftratiooe a N nullo alio cau  JLogicarum Difput. fcd caufar externr duat funt ) cmcicns,& fmis , fequitur igitur ut tria (W ad fum> A mum gcncra caufarum.quarmcdia dcmonftrationum clTe poiruntjefticiens/inis} & caufa interoajixc autcm duplex cft,nam accidentium ab interna caufa pcn dentium alia per defmitionem fubic&i , alia per alia accidcntia ciufdem fubie&i demonftrantur,tamen idem cft cau/ar modus,quo accidcns ab alio accidcntc, & quo a forma,fcu natura fubie&i producitur , utraque cnim poteft uocari caufa cfTctfrix per cmanatione,efficiens naquc duplex cft, aliud cum uera actione cffi cit,& eftproprie di&um cfffcicns/empctcp cxternum eft , quoniam idem in fc ipfum agere non potcft ; al/ud ucro , quod minus propric dicitur efficiens, per emanationem potius t tticit.quam per ucram aclioncm, cum femper abfquc ulia patientis rcfiftentia efticiat ; ita forma eft caufa efTcfirix accidentium omnium iui fubiccli , emanant enim omnia ab ca; ita etiam accidens caufa cft cfTe&rix al tcrius accidentis in eodem fubic&o» hac pofita ucntatc, manifcftum eft, per cau fam formalem accidentis propric fumptam,& ab his tribus modo nominatis di B ftin£tam,dcmonftrationem ficri non poflc, fed pcr caufam formalem pro dcfini* tionc acccptam , ut apparebit in cxplicationc undecimi capitis fccundi Poftc/ riorum libri. Omnia fuperioris capitis impugnantur. C e/f P. JT. A Flrmiffima dup illa philofophi fundamcnta fuperius commcmorata manifc^ ftiflimc indicant, cthcicns cxtrinfecum tantum, ut cft fola tcrrar interpofitio ad dcmonftrandam Eclipfim de Luna,& internum, quod fubiecli accidcns fit ad aliud accidcns de eodcm fubie&o demonftrandum, ut fpharricum cffe ad often C dendam luminis accrctionem de luna, medium cffc in demonftratione propter quidtantum,in potiffima uero minime, in ca cnim id folum efhciens pasfionis dcmonftrandz locum habet,quod eft quiditatiua fubicdi dcfinitio,nam harc pro mcdio fumitur ucl fola,quando, fcilicct,fpcciei aptitudincs demonftrantur, quae ab cius forma tantum producuntur, ut rifibilc cfle de hominc , uel cum aliquo alio concurrens, nempc,cum obie&o cxtra,quando aclus dcmonftratur, ut ccli pfari dc Luna.quare non uidetur admodum tuta eorum fentetia, quando dicue, aliqua accidentia fubdemonftrationem cadentia (intelligendo de potisfima de monftrationc ) 2 fola caufa cxterna produci , & per lllara folam demonftra^ ri ; ficuti mihi fufpeda cft quoquc alia corum fententia , quando innu» unt , eundcm cfsc caufar roodum , quo accidcns ab aho accidente , & quo 2 lorma , leu natura fubie&i producitur ; nam fi omnia accidcntia propria, D quar fub potisfimam dcmonftrationem cadunt , cmanaot a s forma fubiecti, quomodo poteft unum ab altcro cmanarc , ita ut una proprietas alteram producat r datur utiquc ordo intcr plurcs aiicuius fpccici propnctatcs , ' Liber Septimus 1S0 iot , fcilicct, una prius altera emanec a forma, non tamen ut unaabaltera A producatur , cum omnes ( quod ipfi quoque concedunt) d forma fubic&i habeant ut fint. qua pofita ueritate , luce clarius patct, demonftrationcpro* ptcr quid potisfima fpecierum affc&iones non pofle dcmonftrari nifi pcr fola fubiccli caufam formalem,ut tamcu dicit earum afTc&ionum ratione, & propter quid,a&us autem ipfos fimul per obic&um extrinfecum,J( J tl v • r. r f i> j l (|  emanatione Huir^infira efc,quar quide uel e ipfa forma , fcu natura fubiccti,ut ratioralitas in homine rrfpectu nlibilicacis,ucl cftaliquod ac 1 8 r Logicarum Difput. uult,totum accidentis fubie&um efie mcdium,hoc enim eft minu? extremum in dcmonftratione; fed uult, medium eflfe aliquid illi fubie&o infitum>& ab eo in* ^ feparabile.a quo per necefTariam emanationem accidcns demonltrandum dcri uatur.Anflotcle autcm in illo capitedc caufis nullam aliam matenam intcllige re,mfi eam,quar dicla fuit, magna confirmatio ex ipfius uerbis fumitur in coa> textu duodecimo,poftquam enim dcclarauerat in undecimo quomodo per fin gulum caufargcnus fiat demonftratio proptcr quid, docec in duodecimo con* textu contingerc interdum ,ut idem effe&us fimul ex duabus caufis pendeac, nempe,cx fine,& ex necesfitate materiar, quod cxemplo lucerose dcclarat,fi quis enim quarrac proptcr quid per lucernam lumen eggrediatur, poceft refpondcri caufa macerialis.poccft eciam rcfponderi caufa finalis; materialis quidem, fi dica mus, uitrum haberc paruos,& infcnfibiles poros,'partes autcm luminis Cenuiflt mas efsc,& illis poris minores,propcera ex nccesficace id, quod fubcilius cft, cra fire per foramina ampliora; finalis uero,fi dicamus, ne homo offcndat,tur ab Anftotele.in codcm contcxtuj potcfteadem fentcntiami C rihce comprcbari; inquit ibi Ari(totcles,effeclus naturalcs alios clTe propter fia ncm, alios clTeex neccflTitatc,ied dtrpliccm tiTe ncccsfitatcm, altcram quidcmfe cundum naturam,&cum intcrna fubie&i propcnfionc,altcram uero prartcr natu ram,& uiolcntam^ utramquc cxemplo motus lapidis dcclarat, dicens, lapide ex ncccsfitate tum fudum, tum dcorfum ferri,non tamcn fecundum eandcm no ccsfitatcm ,deorfum cnim fertur naturali nccdfitatc :y quar cft raacerix ncccffu tas,naturalis .n. conditio lapidis cft gtat»itas,a qua deoriu ferturcx nccesficace, quam uocac Ariftotelcs materiat neceffitace; ide lapis proie&us afcendic exnca ceffitatc,cu rcfiftcre ncqueat uioIecianproiictetis,ha*c tame no cfLmateria: neccf fitas,fed impofita eft a motoreextcrop cocra illius macenar nacura; (upca igitur nccdlitatc naturali.fi dcmonftrcmus cur lapis deorfum feratur, cric lapis minus excremum , dcorfum ferri cric maius cxtremum , cV grauicas medius termi' D nus; quam dcmonftrationem dicit Anftotcles clTc cx caula matcriali,feu cx roa icna* neccsfitate, ncc tamcn lapidcm ftatuere poflumus mcdium tcrminum,ied Liber Septimus grauitatcrrvqua: ucl forma Iapidis cft, uel accidens a forma fluens j & eft illius A motus caufa efTe&rix per emanationem, non caufa materialis proprie difra ; fed ca dcmonftratio eatcnus dicitur facla pcr caufam matcrialem , quatenus mediu tftcaula interna, & illi fubie&o infita, cum fubiecTum maceria accidcntis eOe di catur; etTe&us uero ab extcrno agentc produ&i polfunt quidcm dici cx neccsfi> tatc ptoducli, non tamcn cx nccesfitate fubie&a: matcria: , fed potius ex agentis cxtcrm nccesficace, Dcmum cxemplo mathematico, quo in capiceillo undeci/ mo utitur philofophus, ad hanc ucritatcm facile dirigimur , de caufa cnim ma* teriali exemplificans, aic, (Propter quid eft rcclus in femicirculo? auc quo exifte tc^re&us? fit uciquc rcdus in quo,A, dimidium duorum re&orum in quo,B,qui est in semi-circulo.in quo, C, uc igicur, A, rcctus infic ipfi, C, ei, qui eft in fcmicir Culo, caufa eft ipfum, B, boc enim ipfi, A, irqujle cft,!ioc auccm, C, ipfi, B, duo fum namquc rccTorum dimidium: cum igitur, B, fic dimiJium duorum re&o^ B rum, A, ipfi, C, meft, hoc autem crat, in femicirculo reclum eiTe.hoc uero idem tft ipfi quid erac eiTc, co qudd hoc fignificac oratio. ) harc geomecrica Ariftotc |is dcmonflraciocx caufa nutcriali propriedicla clTcnon poceft,cum quia Ma/ themauci in fuis demonftrationibus hac caufa non utuntur,fcd fola formali tutn ctiam quia mathcmaticam materiam fumendo , quam intcllcclualem materiam wocant, non apparet quomodo mcdium iliius demonftrationis fic caufa maceria fiuc cum maiorc extrcmo , fiuc cum minorc ipfum conferamus , dimidium cuimduorum reaorum non eft materia anguli in femicirculo exiftentis , fcd cft ipfemct angulus in femicirculo exrftens; non cftctiam matcria anguli rcdi.quia & fi dimidmm fignificat partcm, & pars locum obtinet mareriar, tamcn non est materia nisi cius, cuius est pars, et cuius est dimidium,ciTcc igitur matcria cfuo/ rum rcclorum , fcd non unius recli, quemadmodum unius redi materia dTec di midium uniusrecli; at dimidium duorum re&orum refpe&u unius redi matec C ria nulio.pado cft,fed eft ipfemct unus redus; quomodo igicur mcdium illud cft materia? cerce non potcft aliuddici, nifi quia anguli in femicirculo natura cft, a qua ex neccffitate emanat, ut angulus illc fit recrus , quemadmodum a nacura Jiominis emanat rifibilitas abfque pendcntia ab ulla cxterna caufa ; fubic&um c* nim refpe&u accidentis dicitur matcna,& quodcumque naturam fubie&i neccf fario confcquitur, id cx fubie&t matcria: nccesfitatc cmanarc dicitur, quod non folum in rcbus naturalibus,Ted etiam in mathcmaticis locum habet,ha: narfcque & fi materiam propric fumptam non confiderant, habent ramen aliquo modo materiam per fimilitudincm iCucmadmodum enim itmis fumrmv ral^ri inh,*. Logicarum Disput. formalcm uero, cV materialem impropricnonnulli (ut diximus)a(Tcuerant,quo ^ modo autcm improprieformalis,3c maceriahs caufa pro mcdio accipiatur, fub tilisfimc (ut fcmpcr folcnt) dcclarant,& primo dc formali, hac ratione id cucni' rc,ut impropric fumatur pro mcdio, quia quarlibctex tnbus aliis caufis , dum in rei dcfinitione ponitur, forma appellari poteft; fed huiufmodi ratio (quod co/ rum pacc didum fit) non uidctur elTc ad propofitum,quoniam formar.ut fiat mtf diuro, nihil confcrt, qudd quarhbet cx tribus aliis caufis, dum in rei defmitione? fumitur, forma appellari posfit, nifi addatur, ut pcr fingulam harum fiat demo flratio, nam fi quarlibet ex eis pro medio accipiatur,& cx rci dcfinitionc fumpta fortiatur nomcn formar, omnes enim defmitionis partes formar funt , commu/ tiis una (ut alias diximus) & altera propria,utique hac rationc impropric forraa medium cfie polTet; fed Iicet dc caufa efTiciente,& finali, quar re uera medium eC» fc poflunt, id uerum fit, de materiali omnino falfum e(t,ctenim arTcdionis dcm3 ftrandar fubie&um, quod eius materia eft, minoris extremitatis, non meJii teri B mini locum fibi uendicat in demonftratione, quare caufa iila, quam ponuntdd formx filentio in capitc de caufis, non uidctur efle cx mcntc phirofophi , nifi di* cant (ut uere dicunt) improprie materiam cfle medium, quaccnus, fcilicct, cail fam, quam inficam habet, nempe, formam fubflantialcm, uel aliquod aliud acci* dens ab ea infeparabile, nobis ad demonftrandum prarbet , fed hoc fecum afTert contra cos maiorcm difTicultatem, quia fi afTeclionis fubic&um hac ratione im> proprie dicitur medium, fequetur, eius formam, ficut & accidens ab eo infepa* rabilc, eflc mcdium propric, quod tamcn ipfi negant , non cnim rationi confo* num uidctur etTe,ut fubie£tum,& ea,quar in fubie&o fuot,improprie fiht mediurrij fed utiquc, fi unum improprie, ut altcrum propriefit,& e contra; nam fi demoti ftrarc pcr fingulam trium illarum caufarum, materiar,fcilicct, efficientis, & flhir, eft (ut dicuntjpcr formam dcmonftrare, quando mcdium crit cfTiciens,ucl hnisj erit etiam forma, diucrfo tamcn modo, nam efTicicns, & finis proprie>forma uc C ro impropric; a pari dc caufa matcriali, & formali, fi cnim materia fuerit mediii impropric, forma eius , & accidcns ab ca infeparabilecrunt medium proprie ; eorum itaque expofitio, quomodo, fcilicct, matcria impropricfitmedium,non uidetur cum ucritatc conuenire; fed concdTa hac cxpofitionis ueritate, non u'u ■df o quomodo alceri lcntentia: fuar refpondcre posfint,exiftimant cnim ipfi, illas -quaeuor caufas, pasfionis, non fubiedi, formam, matcriam, cfTiciens,& fincm ctf fe, ergo matcna, quando nobis caufam prarbct ad demonftrandum, non potcft* darc ncc prpprie, nec improprie pasfionis formam, cum ipia nequepropric, n dcratatamcn utproptcrquid pasfionis, quar ibi demonfcratur , licec abftrahat a matcria fcnfibili; & quamuis mcdictas cfuorum re&orum non fic maceria nc^ cjtie pasfionis , ncqucfubiecli, dicitur tamen ea dcmonftratio eiTc factapcr cau fam matcrialcm, quia mcdietas duorum rc&orum alicuius alterius maccria eft , iKmpc,duorum reclorum,nullumcp inconuenicns cft, cum fubicctum,& pasfio in ca conucniant; ncc dcbet in cxemplis undequaque uentas dcfidcrari, fat cnim cft, ut pars geratuicem matcria-, cuiufcumquefit pars,dummodo ( ut diximus) in ca fubiedum,& pasfio dcmonftranda conucniant. Opinto propria circa pbilofopbi fententtam ineo ctpitedc caufis. D C t j^v r :*> tiiLiu* ru n irj>X5 oiiJ^wt taiij lumil uuo jnui&i u r : > > />r«nu iun givj j^Eiccla aliorum expotltionc ad caput illud dc caufis, cxiftimarnus cfTc fortak fc Liber Septimus 186 fe-melius, fidicamus, Ariftotelem in eocapite prodemonftratioirrerrredio acci> A perc proprie omnia caufarum genera, nam per formam lubiecTi demonftratur de eodcm fubic&oaliqua cius propriai pasfio, ut nfibile de Irortrine propcer ani* tnal rationale;& perfubie&i matcria,a qua producitur ahquo 1 accidens,dcmon ftratur accidens illud de eodc fubic&o,ut corruptibile de homine,quia eft copo fitus ex carnibus,& osfibus; lllud ide ucru eft ec dc fola caufa r pasftonis erTxtrice, quarnofitquichtatiua fubiedi definitio,.rrec non dc caufa finali eiufde pasllonis dcmonftt anda*, ea\ fcilicec,pasfione dc fubiecto fuo pcr illas demonftrari; cr qur bus quatuor caufis r forma,& matcria fubie&r in huc fensu abfquc ullo incoucnie- ti dici poflct mediu improprie,cY p accides.qa non cofiderantur ut forma,& rrr* ccria (ubiccliifcd ut cautar pasftonu crTednces,quando ab eis eman5t pasfiones de «oftrandsr. qua pouta ucritatc, no rcpugnat pmlofophus in lllo undecimocav pitc recundi Pofterioru iis,quardemedio demonftracionis fuperius m fcxco capr tc detcrminaurmus, quandoui. dicirmis, causapasftonis erTectrice, quar pro me= B dio ab Ariftotcle accipitur in fccudo Poftcrioru o£tauo,cV uigcftmo qum&o c5 tcxtibus,fempcr eiTc quiditatwa lubiecti defioitionc,tntelligimus m demoftratio nc op quid potisfima,philofophus ucro,quado loco cirato alTeric,omnia caufaru gcnera (umi pro mcdio in dcmouftracione,intelligit. m denvonllratione po quid comuni ad potisfimam,cV non potisfima,dirigens causa formalead pocisfima.re liquas uero ad no potisfima; de qua quide caufa rormali non cxepliricat in illo undccimocontcxtu fecundi PoftcTroru,qliia in prarcedcnti contextu decimo fa/ tis copiofc dc ca ucrba fecie, du dcclarauit mediu in demoftracionc cffe defmicjo cc mdetuonftramTc, qu* nulla alia e nififorma, & qurdicatiua fubie&i dchnitio. Diuersa uero eflc dcmonftracione,dc qua loqurtur in primo Pofterioru ab ea,de «ma uerba facic m fccudo libro loco cicaco, indicat diuerfa confbtutio defmitio »0 ipfius rcirc , pmlofophus .n. in nrimo Pofterioru contexcu quin&o dcfinicns co omnc icirc pcr causa,fcd fcirenmplicrter,& pcrfccllfi.dixit, (fcrrc aute arbitrax C tnor onuqtrodquc (impliciter,i€d non fophiftico modo,qoi cft fecundu accidens, cu caus3 exiftimamus cognofccrc;pp qua rc$ cft,qudd rllius caufa eft, & no co* tingcre hoc alitcr fc habcrc,)m qua definitioa propofttione tu ratrone fubiefti, tu ct rationeprfrdicati detcrminate pbrlofophus locutus cft,rationcfubiccti,fcu dc 6oiti,quaDdo dixit/fcirefimphcitcr>ut innucret,fc nolleagere de omni fcire/ed dc co,quod potisfirrrar demoftratioms cfTcctus etfyationc uero prxdicati, aut dc finitionis, quando dixit, (cu caufem exrftimamus cognofcerc,propter quam rcs cft qudd illius caufa cft,& oon contmgcrc hoc alrter fc habcrc) ur rndicarct, fci 187 Logicarum Difput. . principia io primo Pofteriorum ordine refolutiuo Ariftoteles inueftigat.non eP A fc candcm cum ea, de qua loquitur in fecundo hbro capite illo undccimo , fcd textu primi Pofteriorum libri,oportcrc utiquc ucfciamus quot func omncs cau far,& uc illas quarramus dc una,cadcmqj re,ft hoc fieri posfic,auc de uno quoquc cncium quacramus eas caufarum fpccies , quar illius func quare ex co Auerroi* loco nullo pacTo habecur, nec haberi poieft cx mcnte cius, ut definitio ipfius fcl B re a philofopho tradita in capite de caufis eadcm fit cum ca,quam tradidic in pr» nio Poftcriorum contcxtu quin&o, cum diucrfo modo utrobiquc fucrit pofica, Dubta qu&damproponuntur, eorumjjblutioncs. . ^c^i, J A Riftoteles in fccudo Poftcriorum libro docet, unam unius rei caufam efley -*-**non plurcs, qua? tradat cognitionem ipfius proptcr quid, eamqj uulc cum fuo efFedu reciprocari,ut pofita ponat,& ablata aufcrac efTe&ura,quare ficri non potcft,ut idcm eflecTus per caufam formalcm potisfima dcmonftrationc, pcra> lias ucro demonftracionepropter quidcancum dcmonftrccur,alioquin eucniret, unius rci plurcs forc caufas quarftioni propcer quid eftfatisfacientes,quod & A* nftoceli, & rationi aducrfatur,quandoquidem qui plures caufas alTcric fepara- tim acceptasfatisfacerequarftioni propcer quid decadem rcfa&ar, is pugoancia dicit, & proprium ipfc dogma eucrtic, quiafi plurcs ciufdem efTc&us calcs cau* far ponantur, fequitur , nuflam dlc caufam, propter quara rts fic , a quauis enim earum cffc&us cx nccesfitate habet ut fit, fequitur, ab altcra cum efTcntialitcr nr> pcndcre» Aducrfatur ctiam Aucrroi opinio noftra, nam in trigcfimo nono , & quadragcfimo fecundo commcncariis fecundilibn Poftcriorum dcclarSs Auer rocs ca ,quar ab Ariftotcle dicuntur dc potisfima dcmonftratione, inquit, cius tticdium fcmpcr cfTc caufam erTcdriccm, ucl finalcm, nunquam formam^fed for> mam in conclufionc potius dcmonftrationis , quam in medio contineri. Satif* facientcs allatis obiccbonibus , dicimus ad illam Ariftotclis audoricatcm Ioc» ; citato , philofophum intclligcre ibi dc caula formah , quar fola dat elTe rci D laqj ( ut probatum cft in fuperionbus) tradit cognitionem ipfius propter quid' fmiplicitcr; quarc clarum cft , ficn pollc , ut idcm cffc&us pcr cauiam formalcni' Liber Septimus /(]uodfidct (atho/tcsad uerfetur, uelfit contrabonos mores , uei contra Trmcipes. Frater M aximianus Xnqutfttor uifa fiprafcipta fide Lictntii tmprimtndi dtdit. Vifaprardiaa attefhtione ego>Petfus Macth*us Coruinus Vicariui probaui di&am Licentiam» n . Nome compiuto: Bernardino Petrella. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Petrella,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Petrone: la ragione conversazionale dei sanniti e la setta d’Imera  – il megliore dei mundi attuali – CLXXXIII, LX LX LX I -- Roma – la scuola d’Imera -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Imera). Filosofo italiano. A Pythagorean, who claims that the number of worlds is CLXXXIII -- arranged in the form of a triangle: LX on each side and one at each angle. Petrone.

 

Luigi Speranza -- Grice e Petrone: la ragione conversazionale del determinismo dei sanniti e dei liguri – il fato o il caso? – l’implicatura conversazionale – la scuola di Limosano -- filosofia molisana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Limosano). Filosofo italiano. Limosano, Campobasso, Molise -- Grice: “I like some phrases by Petrone: ‘il mondo del spirito,’ ‘idealista’, etc.’” Grice: “Some of his philosophese is totally untranslatable to Oxonian, such as ‘la nostra guerra’.”  Insegna a Modena e Napoli. Cerca di conciliare l'oggettivismo dei lizij con il soggettivismo critico. Dei lincei. Collabora a “Cultura Sociale politica e letteraria”. In “Il Rinnovamento” si espressa criticamente sulla condenna del modernismo da Pio X. Altre saggi: “Filosofia come analisi” (Pisa, Spoerri); “Psico-Genesi” (Roma, Balbi) – cfr. psico-genesi nella teoria della comunicazione di Grice --;  “I limiti del determinismo” (Modena, Vincenzi);  “Idee morali del tempo” (Napoli, Pierro); “Uno stato mercantile”;  “La premessa del comunismo” (Napoli, Tessitore); “Confessioni d’un idealista” (Milano, Sandron) – cf. MAMIANI ROVERE – Confessione d’un meta-fisico – AGOSTINO – “Confessioni” -- ; “Lo spirito” (Milano, Milanese); “A proposito della guerra nostra” (Napoli, Ricciardi); “Etica” (Palermo, Sandron); “Ascetica” (Palermo, Sandron); “La vita nova” (Cecchini, Roma, Storia e letteratura); “Filosofia politica”; “La terra nell’economia capitalistica”; “Il latifondo siciliano”; “La legge aggraria”; “Il diritto al lume dell’idealismo critico”; “La conezione materialistica della storia” spirito”; “L’etica come intuizione” -- – contro LABRIOLA (si veda) --. “La storia interna” “Il valore della vita”, “L’inerzia della volonta”; “La’energia profonda dello spirito”; “La fase della filosofia del diritto”; “I caratteri differenziati del diritto” -Cf. Tyrrell. (cf. A. M. G. – “Tyrrell e Tyrrell”). Avevamo già corretto le stampe di questo articolo, quando ci giunse l'ultimo numero del rinnovamento di Milano -- pieno di tutto fiele contro l'enciclica. Nella sostanza si accorda pienamente col programma dei modernisti, ma nella violenza della forma e nella irriverenza del linguaggio lo passa di molto; e trascende con  P. -- L'Enciclica di Pio X -- a stravolgimenti indegni dello spirito e del senso dell'enciclica. Ed ancora sullo stesso periodico. Ma peggio ancora spropositò su questo punto nel Rinnovamento mostrando di aver ben poco compreso e del modernismo e dell'enciclica che lo condanna. Dizionario di filosofia, Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Per saggiare a fondo il valore del realismo giuridico dell’antico DIRITTO ROMANO, è uopo, anzitutto, indagare, se e fino a che  punto esso risolva o dia sicurtà di risolvere quei  problemi che ogni ricerca del diritto, la quale  aspiri al titolo di FILOSOFICA – alla Hegel --, si propone e che non sono del tutto ignoti alla filosofìa del dritto romano tradizionale. Tre sono i problemi che ricorrono tuttora nella filosofia o che segnano l’intervento della scesi filosofica bene intesa. Il primo concerne l’origine, .la portata, i limiti del conoscere. Il secondo concerne la natura dell’ essere che è l’oggetto del conoscere. Il terzo il valore e le leggi  dell’operare. Il primo è il problema gnoseologico e,  nella filosofìa del dritto romano, può formularsi così: quali  atti e funzioni ‘psicologiche’ si richieggono perchè si formi, rigorosamente parlando, una nozione del dritto – quale il diritto romano?  Quale ne è il criterio, il principium cognoscendi? La  ricerca induttiva dei fenomeni del dritto presuppone o no una nozione del dritto, una serie di abiti  o (li funzioni psicologiche, che valgano come premesse  e come leggi del processo induttivo ? II secondo è  il problema ontologico ed è espresso da queste domande: in che si sustauzia il diritto romano? Quale è il  la natura che subest, che sottosta immutabile alle  sue evoluzioni fenomeniche? e, nell’ipotesi che la  ricerca dell’ essere e della sostanza sia illegittima,  nella ipotesi cioè fenomenistica, quale è e donde il  nascimento del fenomeno giuridico? Il terzo è il problema etico e la maniera onde può venir risolto corrisponde esattamente alla maniera onde si formula e si  dibatte il problema ontologico: esso si domanda, quali sono le norme della condotta giuridica doverosa;  se le disposizioni del potere POSITIVO del Hegel sullo stato prussiano siano, semplicemente perchè tali, dotate di valore etico-imperativo; se, invece, non vi sia un criterio normativo,  superiore ad esse e giudice di esse, ottenuto altronde; se ci si debba limitare alla semplice accettazione delle disposizioni autoritative ossia del DRITTO POSITIVO o se, invece, non sia legittimo e corretto  domandare il titolo RAZIONALE di esse o IL DRITTO DI QUEL DRITTO: è insomma, a dir breve, il problema  del dritto NATURALE. Il realismo giuridico non può evidentemente sottrarsi a questi problemi che ogni uomo, conoscendo,  non che filosofando, si propone e che, per quanto  egli premediti di sviare o eludere, non si lasciano  rintuzzare in verun modo. Ed in un modo o nell’altro, di dritto o per traverso, se li propone e li  agita lo stesso realismo giuridico. Il quesito conoscitivo non è per esso un problema, in quanto ue  presuppone la soluzione che è, come tante volte si  è visto, volgarmente empirica. Gli altri due quesiti,  poi, quello ontologico e quello etico, sono (la esso  piegati alle esigenze del suo empirismo conoscitivo: il  primo di essi è snaturato da problema di essere  in problema di origine ed al secondo si oppone un  diniego esplicito. Il clie per altro, non toglie che  cosi quella forma speciale onde si pone e s’ interpetra uno dei problemi, come quella esclusione o  soluzione a priori che si ritorce all’altro non sieno  la conseguenza d' una scepsi critica, sottintesa se  non espressa, ed implicita nell’ assunto fondamentale  dell’empirismo, quand’ anche non condotta di proposito deliberato da questo o quello interpetre dell’assunto stesso.   Resta solo a vedere, se il problema vada posto  come vuole l’empirismo o come vuole la filosofia, o,  dove l’uno e 1’ altra lo pongono ad uno stesso modo,  se vada risolto nell’ una forma o nell’ altra. E dico a  bella posta — LA FILOSOFIA— senza vermi predicato che  la determini in un senso più che in un altro e che la  limiti ad una scuola più che ad un’ altra. L’ empirismo  si annunzia in antitesi non a questa o quella filosofia,  ma alla filosofia in generale, o, se si vuole, è una forma di filosofia che si oppone a quella che fin qui  era tenuta per tale, alla metafisica, e non a questo  ed a quel sistema, ma al criterio comune a tutti  i sistemi, al yenus proximum di essi. Termine di  contrapposizione all’empirismo sarà, adunque, per  noi l’assunto impersonale della filosofia, senza che  le varietà individuali di essa ci occupino punto.  Il che va inteso in senso relativo e limitato a quel  possibile consenso che, traverso le lotte dottrinali,  è dato ravvisare, nella tradizione storica della filosofia, a chiunque la interpetri con intelletto d’amore . Il criterio della esperienza ed il problema gnoseologico   della filosofia del dritto.Adunque l’esperienza, ossia la osservazione e la  comparazione dei dati fenomenici, è il criterio conoscitivo universale del realismo giuridico, di guisa che  la critica di esso si traduce iu una critica della esperienza. Questa critica non data veramente da  oggi: essa è vecchia, nè comincia dal Kant, come si  peusa comunemente, ma risale a Platone, che primo  rivendicò le ragioni della scienza e della filosofìa  contro la doxa e 1’ empirismo dei sofisti. Per quanto  vecchia, essa non ha perduto, tuttavia, la freschezza  della novità, e va rievocata oggi che il positivismo,  nella forma più matura della teoria delfassociazione  e di quella dell’ evoluzione, ha risollevato i fasti  dell' empirismo. Diremo, adunque, anche a costo di apparire noiosi ripetitori, che 1’ esperienza non è in grado, da  per sè sola, di scovrire il momento universale e necessario del dritto, nè il nesso causale dei fenomeni  .giuridici, più di quello che essa noi sia di scoprire  il momento necessario ed il nesso causale di altri ordini di fenomeni. L’esperienza ci dice che una  cosa è fotta così e non altrimenti, ma non che la  cosa non possa essere altrimenti che così. L’esperienza ci dà la coesistenza e la successione dei fenomeni e può darci anche la legge empirica (la cosi  detta legge di conformità che impropriamente si chiama legge) di tale coesistenza e successione, ma non  ci dà nè può darci mai la legge di necessità. Essa  ci dà la ripetizione delle coesistenze e delle successioni di dati fenomeni, ma non la legge di tale ripetizione: essa ci dice che una cosa si ripete cento, mille,  diecimila volte, ma non che si debba ripetere .necessariamente. L’ultimo dei termini della serie progressiva e faticosa delle esperienze non ci dice niente di  più e di meglio di quanto ci dica o ci abbia detto il primo, e l’ultima ripetizione vale le altre. L’accrescimento del materiale della esperienza è un processo  quantitativo, dal quale nessuna alchimia trarrà una  qualità nuova. Noi chiediamo il quia, ed il quid,  doveccliè i progressi della esperienza non ci promettono che una cognizione sempre più vasta del quale. La teoria dell’associazione, che data da Hume, si  avvisa di eludere il problema, con l 7 apporre a questa  legge di necessità una portata puramente psicologica.  La necessità oggettiva, essa dice, è un inganno; la necessità è puramente soggettiva ed è la coazione interiore verso un dato nesso o una data serie di nessi  logici delle nostre rappresentazioni. La categoria della  necessità è una oggettivazione illusoria, una proiezione al di fuori dell’abitudine interna di un dato  nesso ideale. Ma, checché si deponga in favore di  tale tesi, non si scema l l’equivoco GRICE EQUIVOCO che la vizia. La  coazione interiore può ben nascere dall’abitudine, ma  la necessità logica della ragione è ben’altra dalla coazione psicologica del sentimento. Questa ultima, non  che necessaria, è accidentale di sua natura, perchè  il dominio psicologico è il dominio del variabile, del  contingente, del casuale. Del pari l’esperienza non può colpire il momento universale delle cose. La universalità alla quale essa può pervenire è,  tutt’alpiù, universalità sui generis, universalità relativa  e provvisoria, il che è tutt' uno che negazione della  universalità scientifica. Il maximum dello sforzo cogitativo al quale possa pervenire l’esperienza, secondo  un noto principio del Kant, è il seguente per quello  che abbiamo appreso fin qui, non si trova veruna eccezione di questa o quella regola data » non già quest’altro questa è regola universale e non ha veruna eccezione. E ciò, perchè le conclusioni dell'esperienza  sono limitate e condizionate quanto la esperienza, la  quale è eminentemente analitica e non assicura e non  garentisce che il suo responso immediato. L’esperienza ci dice che date coesistenze e date successioni di  fenomeni si sono ripetute fin qui, ma non ci assicura  che si ripeteranno in avvenire. È vero bensì che noi  » oggettiviamo ed universaleggiamo ogni giorno le ri sultanze di quella esigua e ristretta esperienza per[Vedi la bella illustrazione che di questi pensieri della  critica kantiana fa il Volkelt. Erfahrung und Denken. Kritische  Grundlegung der Erkenntnisstheorie. (Hamburg Volkelt] sonale che ne è consentito di fare e le atteggiamo  sub specie aeternitatis, ma, con ciò stesso, noi superiamo i termini della pura esperienza, noi invochiamo  ed applichiamo per la nostra cognizione un altro criterio che quello sperimentale. In ogni giudizio che  formuliamo v’ò un tacito sottinteso che precede l’esperienza e la integra : ed il sottinteso è questo: che  quella ripetizione delle coesistenze o delle successioni, la qual ripetizione non abbiamo osservato ancora o non potremo osservare in avvenire, è conforme  alle ripetizioni o alla serie di ripetizioni già osservate. Il processo induttivo presuppone 1’ habitus, la  funzione mentale che si formula nel principio d ’ identità : dal quale segue che quanto si predica di una  cosa o di un rapporto già esperito va predicato, altresì, di tutte le cose e di tutti i rapporti esperibili,  le quali o i quali sieuo della stessa natura sostanziale della prima o del primo. Ne l’esperienza è più atta a conoscere il perchè  delle cose, il cur, di quello che noi sia a conoscerne  la universalità. La successione dei fenomeni, sia pure  conforme a regola, non è causalità: e dall’esservi fra   1 fenomeni di una serie un rapporto di prima e di  poi non segue, per altro, che la mente dell’osservatore, la quale nel supposto è tabula rasa, argomenti  dal semplice rapporto empirico di antecedente e conseguente la possibilità di quello ideale di causa e  di effetto. L’esperienza ripetuta delle stesse sequele  di un dato fenomeno e di un altro non può creare  ex nihilo sui quel rapporto di causalità che ai primi  [VERA A. Melanges philosophiques] gradi ed ai primi passi di quella esperienza era inconcepibile. Senza dubbio, il rapporto di causalità è  nelle cose (lo scetticismo di Hume non ha chiuso il  problema) ma non è una specie impressa sulle cose,  visibile e palpabile a nudo, esperibile iusomma. La  nozione di quel rapporto è, direi quasi, un’anticipazione dell’ intelletto sulla esperienza e sulla stessa  natura. Ogni nesso causale che noi formuliamo presuppone 1’ habitus, la funzione mentale del nesso  causale in quanto tale. Noi diciamo « questa cosa è  effetto di quell’ altra » solo perchè sapevamo che,  risalendo la serie regressiva dei fenomeni, ciascuno  dei termini di questa serie è un effetto, ossia è un  prodotto da una causa, finché si perviene al termine  primo che non è più effetto, ma causa sui. In vero,  senza questa funzione mentale, noi avremmo uu bel  discernere delle affinità e delle conformità logiche  tra l’operare di una cosa e la natura di fatto d’una  altra cosa che la segue: tra Luna e l’altra cosa noi  non vedremmo mai un rapporto causale, se a quel  nesso di conformità non si associasse spontaneamente,  nel nostro pensiero, quella funzione mentale, che io  chiamerei il sottinteso della causalità. Chi analizzasse questa serie di sottintesi e questa prescienza  e vedesse quanto è facile e seducente, ad un metafisico che sia artista ad un tempo, atteggiare quella  prescienza a forma di ricordo di una vita psichica  oltremondana, vedrebbe forse che la dottrina platonica sapere è ricordare è più presto una deformazione poetica di un sano principio filosofico, che  un principio falso di sua natura. La nostra scienza,  e non è prescienza, ha per sottinteso un certo grado di prescienza. A Corate enunciò lo stesso principio  in altra forma, quando disse « sapere è prevedere.  La previsione di un fenomeno esperibile ma non  esperito è, evidentemente, prescienza intellettiva. Un logico recentissimo della scuola critico-positivista, il Masaryk, ci porge una indiretta conferma,  che qui ò opportuno ricordare, di questi supremi  principi della critica della conoscenza.   I fenomeni particolari sono tuttora (così VA del  Saggio fri logica concreta) gli elementi costitutivi del  l’universo, come l’oggetto proprio della conoscenza  umana: ma noi sono immediatamente. Il nostro intelletto non può cogliere ed intuire di un lampo l’unità delle  cose : il suo processo è, per di tetti vità connaturata,  eminentemente astrattivo. Epperò esso conosce le  cose non per intuito diretto, ma mediante le leggi  e le proprietà essenziali che a quelle cose ineriscono.  Queste leggi e proprietà sono il prins, non il posterius della conoscenza. V’ha due generi di scienze:  scienze astratte e scienze concrete: le prime conoscono le leggi delle cose e le seconde l’essere di  fatto delle cose. Or bene le scienze astratte sono  il fondamento, il presupposto delle concrete, appunto  perchè le cose non si conoscono che per le loro  leggi e proprietà essenziali. La biologia, che è scienza  astratta, perchè ha per oggetto le leggi della vita  precede ad es. la zoologia, che studia gli animali viventi, ed è la confritio sine qua non della sua esistenza.  So le scienze concrete presuppongono le scienze astratte, è assurdo supporre che le prime forniscano la  base delle seconde. Ciò sarebbe una inversione di  termini. Precisamente l’opposto è vero. Le cose non- si intuiscono o esperimentano di un tratto solo nel  loro essere, ma si conoscono in funzione di una legge  e di una proprietà essenziale che precede e rende possibile l’esperienza. Gli è questo che ci spiega come e  perchè le scienze astratte abbiano fatto progressi di  gran lunga maggiori che le concrete. Gli è che queste sono posteriori a quelle, onde la loro maturità  segue, in ragion di tempo, il progresso di quelle [Questi principi del Masaryk sono fondati sul vero,  benché il modo ond’egli si esprime sia tutt’altro  che proprio. La sua terminologia è mutuata dall’empirismo per formulare una nozione sovra-empirica. Quello che egli chiama processo astrattivo va chiamato processo di sintesi spontanea ed originaria,  perchè l’astrazione presuppone la conoscenza del  concreto onde si astrae, il che contraddirebbe al  supposto. Prescindendo da ciò, resta, intanto, stabilito che  non solo la filosofìa, ma lo stesso positivismo critico ed illuminato insegnano d’ accordo che alla  conoscenza analitica delle cose particolari deve precedere la conoscenza della specie universale, che è  come una sintesi, una deduzione spontanea ed originaria, un’ anticipazione mentale dell’ osservazione.  L’ esperienza affidata alle sue forze sole è così lungi dal fornirci un concetto scientifico delle cose, che  anzi essa, senza 1’ ausilio di una virtù intellettiva che  è prima e sovra di lei, non potrebbe neanche venire  alla luce e legittimarsi come esperienza. Versucli eiiier coucreten Logik (Wien). Or bene, ripeto quanto lio detto più su, questa  difetti vità dell’ esperienza sussiste nell’ ordine delle  conoscenze giuridiche, come iu ogni altro ordine di  conoscenze. Anche ivi la nozione universale deve precedere 1’ esperienza particolare: la scienza sintetica  delle proprietà essenziali del diritto deve precedere la  scienza analitica dei fenomeni giuridici particolari e  non seguire da essa. Anche ivi una estensione, un impinguamento del materiale di fatto può accrescere la  notizia delle cose, non la scienza, come bene afferma Hartmann. Il materiale dei fatti é il sottosuolo,  non l’oggetto della scienza. La osservazione empirica di un fatto giuridico non ci dice nulla sul momento universale e necessario del dritto, nulla sui  nessi causali di quei fatti ed è, però, inetta ad  adempiere, non che una sintesi filosofica, ma una  semplice sintesi scientifica: di guisa che, sulla scorta  di essa, neanche la fenomenologia perverrà ad ottenere quel principio sintetico e quell’ universale logico del dritto che, come tante volte si è visto,  rappresenta il suo termine ideale. Per dirla più [(lì Die Bereicherung an Blossem Stoff des Wissens vermehrt  uur die Kuncle, aber nicht imraittelbar die Wissenschaft. In dem aber die Wissenschaft erst da anfiingt, wo in den Beziehuugen des Stoffs und den allgenieinen in ihm wirkenden  Kràften oder Momenten das Gesetzmiissige, Ordnungsmiissige  oder Planmàssige, logiseh oder sachlich Nothwendige aufgesuclit wird, zeigt sich eben, dass 'der Stoff als solcher nicht  don Gegenstand selbst der Wissenschaft bildet, sondern nur  die Unterlage derselben, dass aber der eigentliche Gegenstand  der Wissenschaft dasjenige ist, was an den Beziehungen des  Stofìes allgcmein und verniinftig ist — Gesammette Studien u.  Aufsiitzc] esplicitamente, quella osservazione empirica, ammesso pure che la si estenda il più che sia possibile,  non ci darà, di per se sola, non che una filosofia,  neanche una scienza del dritto. Perchè egli è fuori dubbio che la scienza abbia  per soggetto l’universale ed il necessario delle cose. L’ACCADEMIA, il LIZIO, e fra noi, CICERONE, hanno del pari messo fuori  disamina, che oggetto della scienza é la vóyjaig nepi  òoatav e che l’esperienza, che apprende il particolare, non va confusa con la scienza che apprende  l’ universale. Gli stessi principi sintetici della  fenomenologia che siamo venuti divisando non provengono dall’ esperienza, ma dalla speculazione del  pensatore. La storia consegna al v. Ihering il fatto  della lotta e del fine interessato, ma, quando egli  generalizza P esperienza di quel fatto a momento  universale del dritto, eccede i termini della esperienza, per soddisfare ad una vocazione speculativa  che è anteriore all’ esperienza. La ragione di Dahn  ed il giusto del Lasson sono cosi poco creature delP esperienza, che quella è un ricordo della opinio  necessitati della metafisica, ovvero una forni ola  logica della razionalità della Volhsbewusstsein (la quale, a sua volta, è una ipotesi demo-psicologica che  trascende ogni esperienza) e questo è P applicazione  al dritto di quel logos Hegeliano, che è P ultimo  residuo di una notomia degli atti conoscitivi, la  quale ha il suo punto di partenza nell’ esagerazione  dell’ a priori. Il principio del rispetto verso la forza [Rep. Vedi pure: Fed. ; Mat.; Mag. Mor.] imperante (Achtung) e quello della pre volizione della norma (Anerlcennung) sono non fatti di esperienza  0o - o'0£,ti va, ma impostasi intellettive di alcuni fatti accidentali di esperienza psicologica. Il realismo giuridico si avvisa di conoscere le  proprietà essenziali e le leggi del dritto col mero  processo della induzione e della comparazioue. Noi  abbiamo visto testò il Post, nell’ analisi comparativa dei fotti particolari della vita dei popoli, fermare il segreto del substrato universale di quei  fotti e di quella vita. Ma, l’osservazione e la comparazione non sono possibili senza una teoria preesistente, la quale ci faccia discernere quello die  va osservato da quello che non va osservato, e che,  nel materiale disordinato dei fotti, ci consenta di  sceverare quel momento che concerne e preoccupa  la nostra scienza da quegli altri momenti che non  ci concernono punto e che le altre scienze differenziano dalla nostra. Senza il filo d’Arianna della speculazione, l’osservazione e la comparazione dei  dati di fatto diventano un labirinto inestricabile e  dal quale non v’è più uscita. Se non sappiamo  prima, per un’ anticipazione intellettiva, che cosa è dritto, nè possiamo discernere i fenomeni giuridici  da quelli che non sono tali, uè negli stessi fenomeni  giuridici possiamo sceverare quello che in essi è  proprietà essenziale da quello che non lo è. Anche nell’ordine delle conoscenze giuridiche è vero che l’intuizione è cieca senza la categoria. Vi debbono  essere, nella moltitudine dei materiali storici messi  a profitto dall' indagine e e dalla comparazione, delle quantità conosciute ehe permettano all’osservatore di orientarsi nei suo cammino. Il che è riflesso, nelF ordine del pensiero, di quello che, come vedremo, ha luogo nell’ ordine delle cose. Perchè, evidentemente, nel suo processo evolutivo l’umanità deve pure avere avuto delle soste, deve pure aver segnato delle fermate e dei punti di riposo, nei quali momenti si è venuto deponendo, consolidando,  sarei per dire cristallizzando, il presunto fluttuare  dei fenomeni. La pressura della logica e quella che  lo Schopenhauer chiamava die List der Idee domina, del resto, gli stessi induttivisti della giurisprudenza e li trae a smentire coi fatti quanto lian  professato a parole. Dopo aver respinto 1’ a priori,  essi sono ben lungi dal farne a meno: e di presupposti a priori tolti in prestito alle nostre odierne  intuizioni giuridiche o alla nostra speculazione filosofica le loro ricerche sono piene. Tanto egli è arduo, impossibile anzi, nel rifare a rovescio il processo della evoluzione giuridica, fare a meno di un  contrassegno ideale di quello che è dritto o di un  criterio intellettivo che ci aiuti a discernerlo dagli  altri fenomeni del cosmo! Il metodo comparativo, adunque, che si avvisa  d’inferire dal semplice raffronto dei fatti la nozione  del momento giuridico di essi, è una vera petitio  prineipii. Un’ anticipazione ideale di quello che si  cerca bisogna averla per forza, se no quello che  si cerca non si trova. È una cosa molto elemen fare codesta: chi non sa quello che vuole non trarrà  mai un ragno dal buco. Ottima la ricerca delle forme storiche della proprietà immobiliare nel mondo orientale, a mo’ d’esempio, o il raffronto tra esse e quelle dei popoli occidentali, ma, se voi non avete  prima una nozione quale die sia della proprietà immobiliare, quella ricerca e quella comparazione non  la farete mai. La storia è pur sempre storia di  qualche cosa. L’ordinamento seriale dei fenomeni sotto il genere dritto e sotto le specie famiglia, proprietà ec.  (scelgo a bella posta l’ordinamento seriale più facile ed elementare) e tutta la serie dei principi e  delle rubriche e delle classificazioni della giurisprudenza storica e comparativa sono, per necessità di  cose, un presupposto e non un risultato della comparazione e della storia. Nò si opponga che il com  cetto del dritto emerge dal fondo stesso della osservazione e della comparazione ed è ottenibile  mettendo a raffronto un gran numero dato di oggetti affini tra loro, astraendo dalle differenze indi-[fi) Schuppe. Die Metkoden der rechtsphilosophie. Man kommt nickt von der gesckicktlickèn Betrachtung  zu dem Gewordenen, sondern gerade umgekehrt: man suckt, von diesein ausgekend, seine Erfahrung nack ruckwarts in der Zeit zu erweitern Der Versuck, aus der Gesckichte herauszusammenfugend zu ersckaffen, kame auf ein Mlsslingen oder  eine Selbsttausckung kinaus: es giebt nur Gesckiehte von Etwas. Wenn die sogenannte genetiscke Metkode die vollkomneren  Gestaltungen aus den unvollkomneren sick erzeugen, so solite  nie iiberseken werden, dass im Nackweise dos Keimes das  Wozu er sick entwickeln, Wessen Keiui er sein soli, sehon vorsckwebt; nur vom vollendeten Erzeugniss fragen wir zuriick  nack den keimartigen Anflingen. Stammler. Die Metkoden der geschicktlicken Rechtstheorie] vicinali di ciascuno e ferrnaudo quel genere, quella  nota universale e comune, in che convengono tutti  ad un tempo. Imperocché, appunto perché abbia  luogo quel raffronto, si richiede un’ anticipazione  sintetica della natura sostanziale del dritto. Per discernere in che gli oggetti sono affini, occorro che  vi sia, anzi tempo, un contenuto ideale, in rapporto  al quale 1’ affinità o la dissomiglianza è concepibile.  La osservazione e la comparazione vi darà il fatto  della convenienza, solo quando voi preconoscete di  avanzo, sarei per dire presentite, per una cotale  anticipazione irriftessa dello spirito, quello in che  si conviene e la ragion formale della convenienza.  La nota comune è una premessa del processo astrattivo. Bisogna degradare il fenomeno della conoscenza  alla più volgare materialità per convincersi che gli  elementi, i quali in ipotesi sono conformi, si lascino  connettere in un rapporto di conformità per una  percezione immediata del loro essere di fatto. Perchè gli elementi b. c. d. lascino vedere un elemento  comune con a. e si vadano sussumendo in un rapporto comune A. occorre almeno che a, ossia il  termine di raffronto, abbia colpito il pensatore e  gli appaia come un momento di cosiffatta natura,  da servire di regolo agli altri, come a dire un equivalente ideologico preesistente del contenuto che si  ottiene poi formulato nel rapporto A. Se l’intelletto  dell’osservatore è una tabula rasa, egli non vede  nè differenze nè somiglianze nei fenomeni, nè dritto  nè torto nella storia: le differenze sono percepibili,  solo quando si sa quello da cui si differisce e. del  pari, le somiglianze, solo quando si sa quello cui l ‘ì   si somiglia: in altri termini i rapporti sono percepibili solo in finizione del loro oggetto ò della loro  ragione formale. Egli, adunque, l’osservatore, non  vede che una serie di fotti indifferenti che non  sono nè il diritto, nè il suo rovescio : di cui noi,  messi al punto, non potremmo nè anche assicurare  che cosa sieno: perchè ci difetta la virtù astrattiva  che sarebbe necessaria per vedere come andrebbero  le cose della nostra intelligenza nella ipotesi di un  processo anormale di questa.   Alla induzione ed alla comparazione deve, adunque, precedere un intuito speculativo del dritto.  ]Sel campo della giurisprudenza, come in quello  delle altre discipline, il processo conoscitivo s’inizia  da una sintesi primitiva e spontanea, si svolge e  dirama e differenzia per l’esperienza, l’analisi, la riflessione e va a metter capo alla sintesi riflessa della  deduzione. La storia del processo fenomenico ed inventivo  è un compito meramente analitico che si esercita  sopra una sintesi scientifica preesistente. Per descrivere le fasi evolutive di una cosa bisogna già  possedere il concetto dell’ essere della cosa, ossia  della sua forma definita ed evoluta e della sua configurazione stabile e consolidata. Es ist vor Alleni unumgiinglich, class der Entwiokluiigahistoriker das genaueste und deutlichste Verstiindniss  von der reiteri Gestalt besitze und bekunde, von welcber er  die Entwickeluug verfolgt. Die Eutwickelungsgeschichte ist  steta und lediglieli eiue analytischo Aufgabe. Scheinbar naives Aufsuchen der Verbindungsstiicke und gliickliches Probiren, ob sie passen, ist ein ganz eitles Unterfangen. Die Ent[La filosofìa speculativa del dritto aveva adunque  ragione. Di che una preziosa riprova ci forniscono  gli stessi empirici della giurisprudenza, la mente dei  quali è munita, anzi tempo, non che di un intuito  o di un presentimento del dritto, di tutto un corredo di conoscenze speculati ve, più o meno deformate,  tolte in prestito precisamente a quella filosofia. E  senza il suo ausilio 1’ esperienza si sarta trovata a  mal partito. Ciascun fatto o ciascuna serie di fatti  non malleva che se stessa: ed il filosofo dell’ esperienza non avrebbe mai visto il lume dell’ idea.  L’induzione è sempre limitata ad un dato numero  di fatti, il qual numero, lo si moltiplichi a talento,  dista pur sempre infinitamente dalla universalità  -che si estende a tutto il possibile. Gli stessi principi generali non vi sarebbero più : 1’ allgemeine  Reclitslelire è un generale die, viceversa, è un particolare. A causare tali perigli, resta che, in difetto di  speculazione propria, si usurpi l’ altrui. Ed ecco,  allora, che la premessa maggiore del realismo e  della fenomenologia è una premessa metafìsica. Questi declamatori dell’ esperienza e dell’induzione sono in fondo dedutti visti. La filosofia ha trovate alcune  verità con un procedimento misto d’ intuizione di  rapporti ideali e di esperienza psicologica. Essi riprovano queste verità con l’allegazione di fatti spe- [wickelungsgeschichte des Organismus setzt ein hohes Stadium  der Anatomie voraus, das sie alsdann erhohen kann. Aber die  Entwickelungsgeschichte kann der descriptiven Anatomie nicht voraufgeben. Cohen. Kant’ s Theorie der Erfahrung Zw.] rimentali, quando noi facciano con nn tessuto di  raziocini. Il loro metodo è analitico e regressivo:  onde quando essi rimproverano di deduzione la vecchia filosofia, questa potrebbe dir loro che essa  della deduzione, accanto ai difetti, aveva benanche  i pregi, dovechè ad essi non restano che i difetti soli. Il criterio storico-evolutivo ed il problema  ontologico della filosofia del diritto. Si è detto innanzi come la maniera, onde l’empirismo concepisce il problema dell’essere del dritto, equivale esattamente alla maniera ond’ esso concepisce il problema del conoscere. Dopo aver detto  die criterio unico della scienza è l’esperienza, logica  vuole che l’empirismo dica che l’oggetto della scienza  è tale, quale bisogna che sia perchè rientri nei limiti della esperienza, e che, quindi, il dritto non  abbia altro essere che l’essere mutabile, contingente  e fenomenico, o, per dir breve, non altro essere che  il divenire. Come in tanti ordini di cose, così nel  dritto, il criterio scientifico si è venuto snaturando  nel criterio storico e, conseguentemente, il problema  ontologico nel problema genetico. Del dritto, come  di altri oggetti, si studia non più la sostanza ma la  genesi, non più l’essenza ma l’evoluzione, non più  il substratum ma il processo; nè solo si studia l’una  cosa e non 1’ altra, ma si afferma come inesistente  quella che non si studia, o si presume di non studiarla, appunto perchè la si dà per inesistente. È  il criterio storico-evolutivo, che riassume il genio scientifico (lei secolo e che pervade scienza e filosofia.  Se ne volete 1’origine, dovete far capo all’ aspetto dogmatico del fenomenismo kantiano e, più lungi  ancora, alla critica Lochi aria, alla teoria, cioè, della  inconoscibilità della sostanza. Tolta, invero, la ricerca della sostanza, non rimane che il fenomeno soletto al lievi, al divenire, alla storia. Se questo criterio lo si proseguisse nella sua  forma logica e coerente, esso non porgerebbe ai suoi  settatori un saldo sostegno. Così coni’ è, esso è viziato dalla radice, perchè poggia sopra una inversione del problema filosofico e perchè confonde volgarmente due termini che vanno distinti, scienza e  storia. I fenomeni particolari che registra la storia  sono non solo inesausti, ma inesauribili nel loro numero: la umanità ha invocato sempre l’ausilio delle  idee per dominare l’universalità dei possibili, senza  di che non si sarebbe mai svincolata dalle strettoie  di una perpetua ignoranza. La storia ha per oggetto  il nudo individuale; quello che sta a sè e non può  predicarsi degli altri; quello che può essere conosciuto solo per un atto di esperienza ex professo e  discontinua, e che, per essere singolo, si consuma  in un singolo atto mentale e consuma l’atto stesso;  quello che non ha nesso con altri e non può nè subordinarsi ad essi nè subordinarli a sè, e che è incomunicabile: quello che dà luogo non ad un concetto, ma ad una moltitudine di percezioni saltuarie,   sempre esposte alla sorpresa del nuovo, dell’imprevisto, dell’azzardo.  Schopenhauer — Die Welt u. 8 . w. — Ergiinz: L’empirismo, messo allo stremo, li a studiato, pertanto, di sfuggire alla logica del suo criterio.  Invece di escludere la speculazione, esso fa atto di  riconoscerla, ma piegandola alle esigenze del suo  criterio; nò nega la sostanza, ma la traduce nel circolo  del suo sistema, llesta, per esso, oggetto della scienza  l’essere, ma l’essere appunto sta, o si presume che  stia, nel divenire. Il suo intento non è, in fondo,  negativo, ma dialettico. L’ esse della filosofia morale  e giuridica è appunto il fieri della evoluzione del  costume e degl’ istituti giuridici.   Quella serie di proprietà sostanziali, quella essenza specifica della natura e della coscienza umana  non sono negate o rimosse, adunque; sono semplicemente interpetrate in un modo diverso. Esse non  sono più un a priori — della' storia, un termine che  è fuori del processo storico e che rende possibile  lo stesso processo; ma si rappresentano come un a  posteriori primitivo, come un prodotto dell’esperienza  collettiva e della razza, un prodotto che si solleva,  a sua volta, a causa di nuove formazioni, di nuovi  fenomeni, ma è ab initio una formazione, un fenomeno esso stesso. Messo da banda il flusso eracliteo i settatori del criterio storico-evolutivo si credono licenziati ad ammettere delle proprietà specifiche della natura etica umana, quando s’ intenda  che queste proprietà sieno non un essere, ma un  divenire o, per meglio dire, un divenuto; quando si  intenda che esse sono forse un a priori a petto alla  esperienza individuale dell’ uomo che si trova in  uno dei momenti derivati, della evoluzione, ma sono  certo un a posteriori della esperienza delle g enei azioni preesistenti. Nella serie dei momenti evolutivi, ciascuno di essi è un posterius delle esperienze  sociali trasmesse dal momento anteriore; solo clie  queste esperienze diventano generative di altre posteriori, a petto alle quali esse sono un termine  primitivo. L’esperienza collettiva che supera la dispersione e la difettività dell’esperienza individuale, l’abitudine (latamente intesa) e 1’ eredità che la trasmette  e la consolida, la tradizione storica che ne raccoglie  le risultanze : ecco i supremi presidi, con l’aiuto dei  quali 1’ empirismo moderno si avvisa di superare le  difficoltà dell’antico, di trascinare l 1 essere della  scienza e della filosofia nel flusso del divenire e di  evitare, ad un tempo, le ritorsioni di quella logica  inesorabile, che lo forza a dibattersi sterilmente  nell’ assurda impresa di logizzare la storia o di storizzare la logica, di formulare e dogmatizzare il  mutevole, l’evanescente, l’ individuale e di travolgere, ad un tempo, nella rapida scorrevolezza dei  fenomeni transeunti quello che è e che sta, l’eterno, l’immutabile, l’assoluto. Se. non che, anche in questo contenuto più ricco di valore ideale che assume il criterio storico-evolutivo, esso è ben lontano dal sottrarsi a quella  logica di sistema, . che, volente o nolente, lo rimena  all’ assurdo d’ invertire i termini del problema filosofico e di scambiare la scienza con la storia, la  sostanza col fenomeno, le facoltà e le attitudini  connaturate con le esperienze e gli abiti acquisiti.  Finché, in omaggio al paradosso, si riconosce l’ammissibilità di un processo all’ infinito e, rifacendo  la serie regressiva delle esperienze, il primo termine  di quella serie si rappresenta come una esperienza a sua volta, il vizio radicale dell'empirismo rimano  sostanzialmente lo stesso. Finché la razza è una  moltitudine d’individui, la quale moltitudine non  può fornire un elemento nuovo ehe non sia orininari amente contenuto in ciascuno degl 'individui che  la compongono, finche l’abitudine e l’eredità sono  forze trasmissive e non creative, le quali, quindi,  presuppongono un quid che si ripeta o consolidi o  trasmetta, la contraddizione implicita nell’ assunto  empirico rimane tal quale. L’ empirismo allontana,  risospinge indietro il problema nella storia, ma non  lo risolve. Nella serie delle fasi evolutive v’ è sempre un priuSy un termine primitivo, che, come esso  c’ insegna, non è un essere ma un divenire, non è  una sostanza ma un fenomeno, non è attitudine  all’ esperienza ma esperienza senza attitudine. Ed  in questo termine primitivo rinasce il problema  elie si credeva composto: il divenire è possibile senza l’essere? ed i fenomeni giuridici sono possibili  senza l’essere giuridico"? senza una coscienza giuridica già data, senza una facoltà connaturata del  dritto, sono possibili le esperienze giuridiche? Ogni  momento individuale dell’ evoluzione giuridica, lo  si derivi pure da una serie inferiore preesistente,  non ha forse bisogno d’ un ciliquid che lo determini  e lo differenzi come tale dal momento anteriore ? e  questo aliquid non è un essere che precede e rende  possibile il divenire? Nella continuità dei fenomeni  deve pure esservi, non foss’altro, l’infinitamente piccolo di Leibnitz, che prima non era ed ora è, ed è quindi la radice, il substratum di quello che v’ è  di nuovo nel rapporto reciproco dei termini successivi della serie, di quello cioè che differenzia i  singoli momenti della continuità. Questo infinitamente piccolo non può essere prodotto dalla prima  esperienza, se questa, per logica di cose, lo presuppone. Come mai quelle esperienze giuridiche o quella  serie di esperienze, che saremmo impotenti a far  noi ex novo, se fossimo dello tabulae rasae, e che  noi possiamo Aire, secondo il criterio storico-evolutivo, solo perchè l’eredità e la tradizione storica  ha deposto e trasmesso nei nostri poteri psichici  tutto un contenuto ideale che tesoreggiamo di continuo, come mai, dico, quelle esperienze sarebbero  esse state possibili, senza verini possesso anteriore  di una facoltà connaturale, a quegli uomini primitivi, i quali, a quanto insegnano gli evoluzionisti, uscivano a mala pena dalla specie inferiore dell’animalità? Perchè, senza dubbio, proseguendo a rovescio il corso dell’evoluzione giuridica, vi sarà seni  pre un assolutamente prius die non è più specie ma  individuo, che non è più esperienza collettiva e storica ma nuda esperienza individuale. Il criterio storico-evolutivo che, per aver riconosciuto la legittimità dei processo all’ infinito, ha  posto, come termine primitivo delle esperienze, la  esperienza stessa e, come causa degli effetti, l’effetto o la serie degli effètti stessi, deve raccogliere  i frutti del suo inconsulto procedere e deve togliere  sopra di sè la contraddizione di un termine derivato  che si postula come termine primitivo. La filosofia tradizionale, la teoria nativistica come  per dileggio la chiama l’ Jliering, aveva adunque  ragione quando poneva a sostrato primitivo e causale la natura deir uomo e non il processo della  storia, la coscienza giuridica e non le esperienze  edonistiche ed utilitarie. Il fenomeno della evoluzione presuppone il noumeno della creazione, nella  filosofia del dritto come nella cosmologia : il divenire presuppone l’essere che diviene e che sussiste  lo stesso attraverso e non ostante il divenire. Senza  una coscienza giuridica bella e data, l’esperienze  giuridiche non sarebbero nate, perchè è la facoltà  che crea le esperienze e non le esperienze la facoltà. Ed invero, senza una coscienza giuridica universale connaturata in ciascun membro della razza  o della specie, l’intimo consenso in certe verità giuridiche fondamentali, attestato dalla stessa osservazione serena dei fatti, non sarebbe mai venuto alla  luce. L’esperienza, la quale procede a furia di esperimenti, di correzioni, di prove rudimentali, incerte,  provvisorie e che è sempre varia da soggetto a soggetto, da caso a caso, non può aver potuto determinare, per la contraddizion che noi consente l’universalità e 1’ unità della ragion normativa e della  coscienza. Si riduca questa unità e questa universalità alle semplici proporzioni di una funzione formalo e vuota di contenuto, ebbene non sarà mai  concepibile come quella unità della forma della coscienza inorale possa essere uscita dal fondo di  esperienze soggettive, senza un fondo comune di  attitudini preesistenti, senza un addentellato di sorta. 1/ antropologia dell’ evoluzione può aver provato, si conceda per un momento, che il contenuto  della morale e della giustizia varia da popolo a popolo, da tempo a tempo, ma non può aver provato  che ne varii altrettanto la forma. Essa, anzi, riprova indirettamente che la materia infinitamente  diversa del dritto reca in sè V impronta di una costante unità di leggi e di funzioni, le quali sono, alla coscienza morale dell’umanità, quello che al  pensiero le leggi e le funzioni a priori della conoscenza; e che muta il contenuto dell’ atto morale,  ma immutabile ne è la ragion formale; ossia le condizioni necessarie all’atto morale come tale sono immutabilmente concepite e, sarei per dire, plasmate  nella forma assoluta d 7 un imperativo incondizionale,  d’un dovere. Si assuma il più semplice degl’istituti  giuridici del più semplice dei Natur-Viilker, ebbene l’analisi vi scopre sempre questa proprietà ideale :  il convincimento di una legge estra-soggettiva, che  è fuori e sopra l’arbitrio individuale ed alla quale  è doveroso prestare obbedienza. La pretensione giuridica del selvaggio contiene un elemento spirituale  che è condizione comune a tutte le pretensioni giuridiche di tutti i popoli più culti. Quella pretensione è appresa come una legge impersonale, non  solo rispetto ai soggetti presenti sui quali si esercita, ma altresì rispetto a tutti gli altri soggetti,  che sieno per trovarsi nella stessa condizione dei  primi, e, quindi, rispetto allo stesso soggetto pretensore, ove egli in tale condizione venga a trovarsi.  Motivo etico della pretensione o del comando, quel  motivo, cioè, per cui l’una o l’altro è appreso come  autorevole e fonte di obbligazione doverosa, è sempre  la conformità presunta di quella pretensione o di  quel comando ad una legge. Che la conformità presunta non sia conformità reale importa poco: resta  sempre stabilito ohe condizione necessaria dell' atta  giuridico, condizione universale e comune a tutti i  popoli della terra, è l'intuito dell'atto stesso sotto la  ragion formale del giusto. Ohe questa proprietà ideale  non si trovi così nettamente distinta e differenziata  nella coscienza morale del selvaggio, importa ancor  meno. L’analisi è creatura della riflessione scientifica,  laddove l’idea del bene e del giusto è un intuito sintetico della coscienza: 1’ assenza del l'un a è ben lungi  dal provare quella dell’altra. L’analisi rende molteplice e successivo rispetto a noi quello che è uno e  simultaneo rispetto alla natura: confondere questi due  aspetti è convertire in ipostasi reale un fenomeno  della nostra difettività conoscitiva. Senza dubbio, l’unità e la comunanza della semplice-ragion formale del bene e del giusto non basta  a fondare una morale, nò una filosofìa del dritto.  Un’etica senza contenuto è una logica del bene e del  giusto, non una nomologia. Quella unità della coscienza si traduce in piena iudifferenza e la percezione  della ragion formale del giusto in un mero momento  psicologico. Ma, se questa unità formale della coscienza morale è poca cosa rispetto alle esigenze ed agli  uffici dell’ etica positiva (e però noi non ci ristiamo  a lei, ma ammettiamo un contenuto morale, quale  quello che ci detta la filosofìa teleologico-cristiana, e  sulle orme della scuola di Max Mailer vediamo, nelle  tristi condizioni morali dei Natur- Volker il prodotto  di un pervertimento derivato) è molto rispetto alla  critica della sociogenesi della evoluzione. La quale si  chiarisce così contraddire apertamente non solo alla teleologia inorale, ma benanche alla critica, più negativa e più «pregiudicata, della ragion pratica. Come per avventura, le incerte esperienze dei soggetti sub-umani abbiano potuto determinare l’unità  della ragione e dell’intuito formale del giusto, vale  a dire quell’ unità che è il residuo non eliminabile  di un’analisi corrosiva della moralità umana: ecco un  enigma che il criterio storico-evolutivo non riuscirà a  decifrare mai. Gli è che la presunzione della tabula rasa non  è meno infondata nella sociogenesi, di quello che  lo sia nella ideologia : anzi nell’ una è più insostenibile che nell’altra, perchè il dritto è una idea cosi  complessa che anche delle scuole filosòfiche, le quali, nella serie regressiva dei fenomeni della conoscenza, pongono come termine primo la esperienza,  hanno sentito il bisogno di concepirne l’idea e la vocazione come connaturata nell’ uomo, come un habitus  della natura. L’ atto giuridico e 1’ atto morale non  nascerebbero mai, ove nella volontà dei soggetti non  vi fosse una cotal disposizione naturale al bene e al  giusto, la qual vocazione, a sua volta, difetterebbe  ove non vi fosse un intuito originario del bene e  del giusto. Ignoti (chi noi sa?) nulla cupido. La volontà non è, da per sè, una legge, come volle il RAZIONALISMO CRITICO di Kant, ma nemmeno è indifferente a qualsiasi legge,  come vorrebbe il plasticismo degli evoluzionisti. Kon  è autonoma di fronte alla Legge Suprema ed al  supremo legislatore, ma è tale di fronte al resto,  à o’ dire che nella volontà umana v’ è una vocazione primitiva verso quello che è buono e che è  giusto, vocazione indipendente dalle condizioni dell’esperienza e della storia. Dicendo ciò, non si oltrepassano i limiti della lìlosolìa per entrare nell’orbita della teologia (benché un rimprovero siffatto,  ci affrettiamo a dirlo, sarebbe per noi un titolo di  onore). Principio conoscitivo del bene e del giusto  rimane, con tutto ciò, l’analisi della coscienza, come principio ontologico dell’uno e dell’ altro, la NATURA UMANA. Noi siamo i veri positivisti, noi, die  ci reggiamo sul saldo sostegno della physis, ma della pliysis non deformata dalle preoccupazioni materialistiche. Rifacendo la serie regressiva delle cause, la filosofìa pone una causa prima che muove  la natura senza esserne mossa: intenta a discoprire  V origine prima di tutte le cose che sono nel tempo,  la logica la costringe ad uscir fuori del tempo. L’evoluzionismo può deridere questa logica, ma non  rintuzzarla. L’ esclusione di un assolutamente prius  è impossibile. E ad esso, dico al positivismo, non  rimane che o attestare, con tacito assenso, la presenza del soprannaturale, ovvero rimaneggiare con  ostentazione di novità e di maturità quella povera teoria mitologica della spontaneità creatrice degli  uomini primitivi. Quell’ assolutamente prius, quel  termine primitivo delle esperienze, se non è una  creazione del SOPRANNATURALE, deve essere una generatio aequivoca della natura primitiva : una genialità eroica, un salto mortale degli esseri sub-umani.   Per. sfuggire alle ritorte della logica, il criterio  storico-evolutivo non ha altro spediente che quello di adagiarsi in esse, di accettarle deliberatamente,  di sistemarle anzi: quello, cioè, di bandire addirittura il problema delle origini, facendo sorgere la  risoluzione di un problema insolubile dalla disperazione professata di risolverlo. Questa esclusione del  problema delle origini, come di cosa inconcepibile in  sé, è postulata dalla logica del divenire. La continuità evolutiva dei fenomeni dell’ universo esclude,  per logica di cose, ogni nozione di principio o di  fine. Questi due termini estremi rappresentano  il discontinuo, il vacuo, il salto per eccellenza, onde sono fuori della evoluzione. L’ evoluzione è panteistica: è 1’ eternità trasferita da Dio al mondo: ora  non va dimenticato che 1’ eternità esclude cosi l’origine come la fine. Gl’evoluzionisti odierni lian  poco compreso la portata del criterio evolutivo, perchè ad essi ha fatto difetto quella penetrazione,  metafisica che la fece comprendere cosi egregiamente al Leibnitz: ond’ essi, pur professando la teoria dell’evoluzione, seguono ciò non pertanto a cincischiare il problema delle origini! Ma ciò non toglie che la loro dottrina si dibatta tra le strette di  questo dilemma: o accettare la logica dell’ evoluzione e quindi cessare di essere positivisti e confessarsi per animali metafisici di una specie alquanto diversa dagli avversari: o deviare da quella logica e    fi) b as Princip dor Continuitlit verbot in der Reihe der  Erschein angeli alien Unsprung. Kant. Kr. d. r. Vera. (Ed. di  Ilarteustein). E lo aveva ben compreso il v. Savigny.] zwisclien Gesclilechter und Zeitalter nur Entwickluug  aber nicht absolutes Ende uud absoluter Anfang gedacht werden kann. Vom Beruf unsero/ Zeit u. s. w. Ili Aufl. cadere nelle contraddizioni di un primitivo che è  derivato o di un a posteriori che è primitivo. La ritorsione del secondo corno del dilemma è stata analizzata parecchio fin Qui. Giova solo aggiungere  qualche- cosa su quella del primo. Ed anzitutto, che  i positivisti, accettando la logica del criterio evolutivo, diventino di punto in hello metafisici non è chi noi vegga. L’ esperienza è limitata alla condizione  del tempo; l’evoluzione è, invece, fuori del tempo, è,  ripeto, la eternità trasferita dal mondo di là al mondo di qua e, nello stesso mondo di qua, dalla sostanza ai fenomeni. Confessi, adunque, il positivismo  che il criterio storico-evolutivo è un criterio sovraem pirico; che esso non abolisce la metafìsica ma  ne fa una per suo conto; che non elimina il SOPRANNATURALE ma converte invece ih naturale in soprannaturale. Confessi altresì, che, quando promette di  darci il nascimento ed il processo fenomenico delle  cose, esso mentisce sapendo di mentire. Il criterio  dell’ esperienza e della storia, strettamente considerato, ci dà i termini disparati e sconnessi e non il  vincolo di quei termini, i fatti compiuti e non la  legge del loro divenire. Il continuo sfugge alla storia: essa non ci dà che una moltitudine di vacui e  di discreti, tra i quali la mente umana riconosce un  ordine che reca la impronta della metafisica che  v’ è in lei, ossia di quella somma di concetti che  essa ha di già sulla natura degli esseri soggetti al  divenire storico. Ed ecco così che il realismo giuridico, la filosofia del dritto genetica e fenomenologica vien meno del tutto al suo programma : non  solo l’essere dei fenomeni giuridici, ma e il nascimento e il divenire di questi esseri esso ignora. Residuo positivo della critica mossa alla filosofia è la  scepsi pura nel campo del dritto; una scepsi dogmatica più cbe quella filosofia e elie non soddisfa  nò al criterio filosofico, nè alla esperienza.  li positivismo giuridico ed il problema etico   della filosofia del dritto — Il dritto NATURALE. Il dritto non è soltanto una idea ed una sostanza,  ma, altresì e soprattutto, una norma. Esso è idea  umana e, quindi, non è idea quiescente, ma forza,  nè solo anticipa l’essere, ma detta il dover essere.  È una idea imperativa per eccellenza ed, appunto  perchè tale, essa, ripeto, è forza: forza ideale e virtù  morale, s’intende, e non coercizione fisiologica o psicologica.   La filosofia che attingeva lume da questi sovrani  criteri riconosceva, in correlazione al dritto positivo,  un dritto ideale: questo era per lei una legge e  quello un fatto; un fatto che desume il suo valore  dal rapporto che ha a quella legge, dall’essere esso  una forma di attuazione, d’ individuazione di quella  legge. Questo fatto poteva adequare, se non in tutto,  in buona parte quella legge, ma non l’adequava necessariamente: ed, in tutti i casi, il suo valore era  misurato dal limite di approssimazione al dettato di  quella legge. Astraendo il dritto positivo da quel  parziale contenuto ideale che vi sta dentro, da quello die fa sì die esso sia non solo positivo ma dritto^  di quel diritto positivo non rimane, per la fìlosoiìa r  die il fatto bruto, indifferente, sfornito di significazione. Così per la filosofia seguiva un doppio processo: il dritto naturale conduceva al dritto positivopel bisogno della sua effettuazione empirica ed il  dritto 'positivo rimenava al dritto NATURALE pel bisogno di un titulus jitris e di un sostrato razionale.  L’un termine non era 1’ altro, ma aveva rapporto  air altro. Erano due correlata, non due contrari.  Perchè non erano tutt’ uno, legittima era la ragion  d’ essere dell’ uno e dell’altro ad un tempo, e, perchè erano tutt’ uno in qualche cosa, in qualche rispetto, Fano dei dite non negava, non contraddiceva  assolutamente l’altro. L’ideale non era del tutto inaccessibile al reale e, perciò stesso, intrinsecamente difettivo ed erroneo: il reale non era del  tutto contrario all’ ideale e, quindi, assolutamente  ingiusto e condannevole. Questo rapporto che era  concepito tra i due termini faceva sì che Puno conferisse all’ autorevolezza dell’altro. Il dritto positivo  attingeva la sua virtù imperativa dal dritto naturale, ossia dall’esserne esso una varietà fenomenica,,  ed il dritto NATURALE desumeva da quello la possibilità di trasferirsi, d’individuarsi nei limiti del relativo e del condizionato, nella storia. Così la filosofìa  era tanto più vicina alla dialettica sapiente della  vita, quanto più era lontana dalla dialettica fantasiosa della logica; e come, nell’ ordine delle idee r  essa segnava la via di mezzo tra Pottimisino ed il  pessimismo, così, nell’ordine dei fatti, tra l’umore  conservativo e l’umore rivoluzionario. Il positivismo si atteggia anche qui, anzi soprattutto qui, ad avversario reciso della filosofia. Come  nell’ ordine teoretico esso predica l’esclusione sistematica dell’ a priori e l’ apoteosi dell’ esperienza ut  sic, così nell’ ordine pratico esso dogmatizza l’esclusione della norma doverosa e 1’ apoteosi del fatto.  Ed è giusto. L’ esperienza gl’ insegna l’ essere o  l’essere stato, non il dover essere: la storia non gli  dà che fatti o, tutt’al più, che leggi empiriche di  fatti. L’evoluzione gli fornisce una legge di causalità naturale che è la negazione recisa della legge  morale: nessuno dei criteri, ai quali esso fa ricorso,  gli suggerisce la nozione del dovere. Tuttavia, poiché la necessità morale è un rapporto che è più facile escludere tacitamente, per  esigenza di sistema, che negare di professo, e poiché  il positivismo moderno é abbastanza raffinato per lu singarsi di fare a meno dei rapporti ideali della metafisica (benché noi sia quanto é necessario per persuadersi della loro verità), esso si tiene ben lungi dal  rassegnarsi al puro fatto del dritto positivo ; bensì  non resiste alla tentazione di interpetrare questo fatto  in funzione di una legge che gli conferisca a priori  valore ideale ed assoluto. È dritto quello che é imposto dai poteri coattivi ed é dritto in quanto e perchè è imposto ; ma, quest’ autorevolezza giuridica, se  coincide col fatto stesso del comando, non coincide  tuttavia col fatto del comando attuale, ed è conseguenza o espressione di una virtù presupposta nel  fatto del comando abituale, del comando in quanto comando. Il principio — EST IVS QVIA IVSSVM  ed  è la formula del positivismo e noi f abbiamo veduta assentita implicitamente e per ragion di contrasto  dal v. Jheriug e dal Daliu, professata espressamente dal Lasson e dal v. Kirchmann, idealeggi ata, in  omaggio allo psichismo, dal Bierling.   Quella forinola, per quanto positiva, implica un  sottinteso razionale. Ed il sottinteso è il seguente : il  fatto del comando è la sorgente appunto del dritto: o  altrimenti: l’essenza del dritto consiste nel comando.  Il positivismo lia, pertanto, anch’esso la spa massima: l’attitudine che esso assume di fronte al fatto non è  puramente passiva, o, se è tale, lo è o si avvisa di  esserlo coscientemente e razionalmente. Non v’è bisogno di analisi minute per vedere quale e quanta  conferma indiretta, (conferma formale, s’intende) rechi questa massima del positivismo alla metafìsica  del dritto naturale. Il compito razionale del dritto  naturale non è propriamente escluso, ma applicato  ed atteggiato in modo diverso che prima; è una materia, nuova che si contrappone al contenuto antico  di quel dritto, non una nuova forma. La filosofìa  aveva per criterio conoscitivo del dritto NATURALE la ragione indagatrice dei tini dell’ universo e della  natura morale dell’ uomo: il positivismo ha per suo  criterio l’esperienza immediata dei precetti del potere positivo. La filosofìa aveva per principio ontologico del  dritto l’ordine morale della stessa natura dell’uomo e degli stessi fini delle cose : il positivismo, invece,  il fatto stesso della coercizione potestativa, in quanto  tale : nell’ una come nell’ altro, le disposizioni positive sono un fatto che in tanto ha valore in quanto  gliel conferisce il rapporto vero o presunto di conformità di detto fatto ad una data legge o ad una data massima. Varia solo il contenuto della massima  e della legge, che nella filosofìa è sintetico, dovechè  nel positivismo è analitico : perchè nell? una è attinto altronde e nell’ altro è spremuto dal fatto stesso  delle disposizioni positive o, che è lo stesso, pre-implicato, con dialettica a priori, nel fondo di esso  fatto. E che la massima del positivismo si traduca in  un’ analisi vuota, in una petizione di principio, non  v’ è dubbio alcuno. La forza coattiva del comando è  criterio del dritto, solo perchè il dritto si è preconcepito come forza e forza fisiologica; solo perchè la  nozione di una potenza spirituale del dritto in quanto  dritto, ossia in quanto norma di ragione, si è anticipatamente esclusa, come nozione che trascende l’esperienza, solo perchè si è posto o postulato, anzi  tempo, il principio che la forza, che noi intendiamo  morale, degl’ imperativi giuridici non si differenzia  dall’ attuazione materiale e dal successo di fatto;  solo perchè si è stabilito antecedentemente che la  condotta dell’uomo non può essere determinata che  dai motivi empirici e psicologici della sanzione positiva ; solo perchè si è presupposto che il dritto  non è una idea, ma un fatto e che l’assenza dell’attuazione del dritto è sempre ed in tutti i casi  assenza del contenuto e della virtù imperativa del  dritto stesso. Ed invero, se la coincidenza della forza,  etica con la forza fisica, del dritto col fatto, non  fosse un presupposto, onde e come il positivista si  farebbe a provarla ? Con l’esperienza ? Ma l’esperienza gli consegna il fatto semplice e nudo, la nuda  e semplice forza fìsica ; se e fino a che punto 1 uno e l’altra sieno dritto o forza morale, 1’ esperienza  non lo dice e non lo può dire, perchè ignora che è  dritto e che è forza morale. ]STè lo suffraga la storia, la quale può provare concludentemente la presenza o meno dell’attuazione di fatto del dritto, non la  presenza o meno deila necessità di tale attuazione. Il  positivismo deve, per necessita di cose, far capo alla  speculazione, per dimostrare il suo assunto; se non  che, è appunto la speculazione che ne denunzia l’illegittimità, perchè, se il dritto positivo ed il dritto NATURALE sono termini semplicemente correlativi, il fatto  ed il dritto, la forza bruta e la forza morale sono  termini addirittura contradditori, tra i quali non vi  è presunzione di coincidenza o di accordo che tenga. Portando poi la questione in altro campo, è bene  por mente che, per tacciare di sterilità la idea ed  il dritto e per predicare come sola forza viva delle  cose il potere coattivo e materiale (ed il convincimento radicato di quella sterilità è il motivo psicologico che persuade al positivismo il culto del potere coattivo) occorre aver dimenticato, o non aver conosciuto e compreso giammai, quanto la forza spirituale di talune idee universali, di alcune esigenze morali, di alcuni canoni giuridici sia stata superiore, nel corso della storia, alla forza materiale dei poteri  dominanti e quanti trionfi sulla tenacità di resistenza  dei tatti abbia ri portato tuttora la forza ideale del dritto. Le quali conferme di fatto la filosofia le accetta e le  oppone  sorte di agli avversari, senza, per altro, vincolare alla  esse la sua, perchè (è bene ripeterlo) la forza ideale, la virtù imperativa del dritto è, per essa, indipendente dal successo di fatto o dall* osservanza   <ìgì soggetti. Il (lovorG g dovere, clie lo si adoni pia  « no; e la violazione è un mero fatto che opera si  elie 1’ idea non divenga un fatto, ma non sì che  l’ idea cessi di essere idea. Doveehè il positivismo  da questa confusione tra idea e fatto prende le mosse  e questa confusione solleva a sistema. Suo assunto è  il seguente: 1’ idea non è idea perchè non è un fatto: o  altrimenti: l’ idea non esiste in quanto idea, perchè  non esiste in quanto fatto. Il qual paradosso non può  essere legittimato che da un sottinteso non meno  paradossale: l’idea non esiste come idea, se non in  quanto non è più idea. Se, adunque, il secreto tentativo di conferire a  priori alla nuda forza materiale valore e contenuto  ideale cade nell’ insuccesso, vien meno altresì quel1’ apparenza di legittimità, onde il positivismo si face bello. La logica delle cose rimuove quella pretesa dialettica del dritto con la forza, denudando  quest’ ultima di quell’ involucro spirituale nel quale  si veniva dissimulando. Ed allora ai positivisti si  pone un dilemma dal quale non vi è via di uscita:  o riconoscere la legittimità della nozione del dovere  e, quindi, rientrare nei termini della filosofìa del  dritto naturale, o professare apertamente l’immoralismo della forza. Perchè tra l’una cosa e 1’ altra [ Ist clas Recht nur Recht, uutorschieden von Willkiihr  mici Gewa.lt, wenn and soweit es eine dea Willen vcrjìjlichtcnde  Kraft in sich triigt, so Htellt sichjeder; der von Recht spricht  nnd Weiss was er sagt, auf dem ethischcn Stand]) nuli, aut doni  Boden des Scimollenden. Alle naturalistischen nnd miterialistificlien Doctrinen kdiìnen daher nur durch Iuconsequenz, dureli  Urklarheit und Confusion oder durch sophistische Rrsclileichun-,  gen vor der Identifìcirung von Recht und Gewalt siedi scliiitze n — Vìvici — Natur recht non v’è via di mezzo che tenga; il contrapposto tra  la physis ed il nomos, tra la necessità fìsica e la  necessità morale, è irriducibile: chi non voglia assentire alla logica della seconda non può, ov’egl’abbia mediocremente a cuore la coerenza filosòfica,  rinunziare alla logica della prima. E, quando si confessi apertamente che il titolo che fonda la legittimità esclusiva del diritto storico e positivo è laforza  materiale dei poteri governanti, allora noi non avremo più alcunché da opporre e ci terremo paghi di  darci per vinti. Il problema, allora, non è più da  dibattere, nè da risolvere, perchè difetta quel consentimento in un prius della ricerca, che pure è necessario  per sostenere una polemica qualsiasi. Il positivismo  potrà, a buon dritto, millantare il privilegio che godono tutte le forme di scepsi assoluta, tutti i sistemi  negativi, tutte le demolizioni dottrinali della verità  e della natura: il privilegio di esser fuori della critica, perchè si è fuori della coscienza umana. Se non che, di questa logica di sistema non tutti  sono accorti; ne sono, anzi, ignari pressoché tutti.  Ed è forse questa ignoranza il motivo della loro tenacità. Essi usurpano, senza volerlo deliberatamente,  le esigenze ed anche un po’ le soluzioni del dritto  naturale, lieti che una materia presa d’altronde risparmi ad essi la fatica ed il dolore di saggiare a  londo la insostenibilità del loro assunto originario.  Del resto questa apoteosi del dritto di fatto e della forza non è il sèguito di un proposito meditato e rigorosamente positivo, ma di una esigenza tutta/  negativa che domina i nostri positivisti. La esclusività che essi appongono al dritto positivo, è la conseguenza della esclusione clic essi Inni fatto dianzi di alcune forme storiche del dritto naturale; forme storiche che essi hanno scambiato sul serio con  la sostanza stessa del dritto NATURALE, in orna irgio a quel vecchio espediente solistico di fare  un fascio della scienza e degli scienziati, della  idea e delle applicazioni, dell’uso e dell’ abuso, della realtà oggettiva e della percezione soggettiva. E  di sistemi o di concepimenti individuali o collettivi  di dritto naturale ve ne ha parecchi e di diversa  natura; onde la impresa d’ insinuare i propri criteri  positivisti tra una critica e l’altra di questo o quel  sistema sbagliato di dritto naturale sembra larga  prò metti tri ce di successi. Se non che, alla prima  analisi cui si sottoponga (e parlo di un’ analisi elementarissima e superficiale) quel termine polisenso  che è il diritto NATURALE, i successi del positivismo, come di ogni cosa che poggia sovra un equivoco GRICE EQUIVOCO,  si dissipano d’un tratto.V’ha anzitutto una forma di dritto NATURALE, la quale, benché prenda le mosse dallo schematismo  universale della NATURA UMANA e dalla premessa dello STATO DI NATURA, ha tuttavia carattere e tendenze  originariamente empiriche e si presenta non già  come una dottrina creativa di dritti o di esigenze morali in contrapposto al dritto positivo, ma  piuttosto come una semplice astrazione ed elaborazione concettuale del dritto storico vigente. V’ ha, indi, una [Ciò è messo discretamente in luce da Bergòohm  risprudenz u Rechtsphilosophie.  Ju-] altra forma di dritto NATURALE, quella ohe, per abusata terminologia si chiama diritto NATURALE (NATURRECHT) per antonomasia, ed è il diritto NATURALE dell’AuJhUirung e DELLA RAGIONE, di cui è conosciuta la  storia assai più, forse, che il carattere e l’indole  vera, che è razionalista nel metodo, subiettivi sta nei criteri, anti-storico nelle esigenze, umanitario nel contenuto; che e la scuola in cui il diritto nou è pi 11  astrazione o generalizzazione dell’esperienza storica,  ma un lofjo della ragione creativa, e nel quale lo  STATO DI NATURA è (almeno in quanto ha di meglio) meno una premessa di fatto storico, che un mito (H. P. GRICE), una ipotesi razionale postulata a legittimare una data serie  di obbligazioni giuridiche o la possibilità stessa di  una obbligazione giuridica: che ha nel suo attivo e  nel suo passivo, ad un tempo, la dottrina (atteggiata in modo particolare) dei dritti dell’uomo e la  grande rivoluzione. V’ha, poi, il dritto NATURALE  della filosofia perenne; che non è forma ma sostanza delle forme; che è anteriore, per ordine di tempo, così al NATUR-RECHT empirico come al NATUR-RECHT RAZIONALISTICO e che non è nè l’uno nè l’altro, benché l’uno e l’altro nella lor parte migliore si approssimino ad esso; che emerge dalle profondità  della coscienza umana iu qualsiasi luogo ed in  qualsiasi tempo e che la cultura romana antica (CICERONE) specula non  meno che la cultura moderna; che non è patrimonio di questa o quella filosofìa personale, ma della  tradizione storica ed impersonale della filosofia;  che non è contrario sistematicamente al criterio storico, ma non lo è nemmeno al criterio speculativo;  che rifiuta la ragione, come virtù creativa delle cose, ma la tieu salda come potenza conoscitiva dei rapporti ideali e delle norme mperative; che supera  il subiettivismo assoluto dell’AujMarung, ma non  ne trae argomento a rinnegare le esigenze oggettive della coscienza umana come tale ; che è illuminato da una concezione teleologica dell’universo e della vita, ma non profana per questo il suo finalismo nelle aberrazioni del panteismo ottimista e  del pietismo storico; che si rappresenta i dritti dell’uomo circoscritti dalla funzione correspettiva del  dovere, ma non sconosce la sostanza ed il valore imperativo dei dritti attinenti all’uomo come tale, anzi  questi diritti rivendica tuttora e consacra. Ora è *questo* dritto NATURALE che, in nome della  filosofia, si oppone oggi al positivismo, perchè è esso  che segna il sostrato permanente delle forme storiche particolari; e questo dritto NATURALE è così lungi  dall’ essere posto a mal partito dalla critica che i  positivisti oppongono a questa o a quella forma  onde questo o quel filosofo, ovvero questa o quella  scuola di filosofi lo ha concepito: che anzi taluna  di quelle critiche se la potrebbe appropriare esso  stesso, senza infirmare per questo il suo contenuto  sostanziale. E dico a bella posta: taluna: perchè parecchie, la maggior parte, di quelle critiche, sono  del tutto infondate. Quelle, in specie, che si dirigono al dritto naturale razionalisti co, ossia al dritto NATURALE, sono sì arbitrarie e, ad un tempo, sì pretensiose che si rende urgente il bisogno di rintuzzarle in nome della sana e serena filosofìa. Di già  quel dritto naturale non ha avuto ancora, nella lotta  delle dottrine, quella piena giustizia, della quale i torti innegabili, ina pur sempre largamente compensati non gli scemano la legittima aspettazione. Dagl’avversari, che lo fraintendono o lo giudicano  con criteri unilaterali, agl’amici (cito tra questi Spencer del The nxan versus thè stette e della Jnstice)  che ne appropriano quello che esso ha di men buono, è tutta una gara ad abbuiarlo, a rimpicciolirlo,  a deformarlo: alla quale non poca parte confermai suoi tempi, lo Stalli, per aver voluto, in omaggio  alla sua dialettica possente, predicare della sostanza  del dritto naturale le note e le categorie applicabili  al solo panlogismo hegeliano, che si traduce, a sua  volta, in un sistema intrinsecamente realista e positivista. È di moda, ad es., tacciarlo di astrazione concettuale, abusando del doppio senso della parola  astrazione, e non si pensa che esso rappresenta precisamente il contrapposto di ogni astrazione concettuale della realtà empirica, differenziandosi, appunto per questo, da quel dritto naturale che  immediatamente lo precede. L’ astrazione non è  punto un procedimento trascendentale e sovra-empirico, come si crede comunemente: essa è, anzi,  una delle tappe del processo induttivo. L’astrazione  è, propriamente, un processo di semplificazione  logica dei dati empirici, non un criterio conoscitivo  che trascenda i dati stessi. Assumere la parola   Parrebbe averlo egli stesso confessato, là dove (Geschichte der Rechtsphilosophie) illustra lo aspetto empirico del natur-recht dichiarando apertamente che solo con  1 Hegel può dirsi “der ununterbrochene Faden logischer  Forderung durchgefuhrt. Aastrazione nel senso di una intuizione sovra-empirica è assurdo. Bisogna aver dimenticato così l’etimologia del vocabolo, abstrahere, come fi analisi del processo conoscitivo. L astrazione è la via traverso la quale si perviene all’universale logico: il quale universale logico è l’unico sforzo cogitativo che si possa consentire  l’induttivismo e l’empirismo Se, adunque, astrazione non significa che questo, non è arduo vedere  quanto arbitraria sia la censura mossa al diritto  NATURALE. La ragione del NATURRECHT è così poco ragione astratta da una serie di concreti preconosciuti, che anzi essa è una creazione, una conoscenza ex  novo ed intuitiva. Il diritto NATURALE è, nel fondo,  ont elogistico: ond’esso ha per suo criterio l’intuito  creativo della ragione, anziché l’esperienza del reale,  fi analisi, la riflessione, l’astrazione. Il genus proximum dell’ uomo, ossia del soggetto  dei dritti connaturati, è, ivi, meno un residuo dell’astrazione dalle differenze specifiche, ossia dalle  varietà contiagibili e storiche, che una speculazione  a priori e so vraem pirica delfi università reale della  natura umana. E dico che è tale nella sua esigenza  e nel suo interesse filosofico, senza punto giudicare  se quella esigenza o quell’ interesse siano stati sempre e coerentemente soddisfatti. Ed è appunto dall’essere fi intuizione, l’Anschauung, il suo processo  ed il suo criterio, che segue la sua virtualità, sarei  per dire la sua impulsività etica. L’ astrazione è  puramente logica; è negazione esplicita della vita,  della forza, delfi attività, delfi ethos. Carattere del  dritto NATURALE è, invece, la sua potenza attiva, la sua forza suggestiva di riforme e creativa di rivolgimenti: suo prodotto immediato è quella obsessione  spirituale che investi l’umanita, tiascinandola in  quel salto dal pensiero all’azione, dalFideale al reale,  dalla natura alla storia, vero salto nel buio, che fu  la rivoluzione. V’ lia bensì l’astrazione concettuale  anche nel dritto naturale: ma questa astrazione, anziché essere il prodotto d’ una esigenza sovra-empirica come si crede dai piu, è più presto la conseguenza naturale di quella iuiìltrazioue empirica che  vi si venne formando, allorché i suoi cultori, non contenti di aver annunziato una serie di principi e  di averli speculati a priori, il che, metodicamente  parlando, era perfettamente giusto, vollero fare un  passo più oltre e costruire, per via di un'analisi  concettuale di quei principi, la serie degli atteggiamenti concreti della vita giuridica. Per una simile  costruzione logica miglior presidio non si offeriva ad  essi che 1’ astrazione, ossia la semplificazione logica  dei concreti ottenuti dall’ esperienza. L’intuizione  non poteva servire alla bisogna, perche è propriodell’intuizione cogliere i rapporti ideali e 1’ universale delle cose o, più brevemente, le idee, non i  concreti od i fenomeni. Essi, adunque, travagliati  da una esigenza empirica, fecero capo all’astrazione; e  dal mondo reale e dalle condizioni sociali ed economico-politiche del tempo loro astrassero tutto un contenuto storico e particolare, il qual contenuto essi  hanno predicato dell’ umanità intiera, jiervertendo,.  così, in universale logico, l’universale reale e, nella  indifferenza dialettica, 1’ unità della natura umana.  E qui che la critica dello Stali! e degli altri acerbi rampognatoli coglie, senza dubbio, nel segno, ina non  già perchè il dritto naturale sia caduto nelle speculazioni a priori della ragione, bensì perchè esso  è caduto nel circuito dell’analisi e dell’empirismo,  o, se l’astrazione si voglia assumere, per un momento, nel senso che le conferiscono i nostri avversari,  non perchè essi abbiano astratto troppo, ma perchè  anzi hanno astratto troppo poco. La natura traccia  le linee fondamentali. I dettagli dell’ esecuzione li  lascia alla stòria ed alla volontà positiva. Il vero  dritto NATURALE ci dà una serie di criteri o di principi del dritto, i quali sono, bensì, un dritto, ma  un dritto ideale e potenziale. Essi, quei criteri o  quei principi, sono un prerequisito del dritto fenomenico, ma non sono ancora, propriamente parlando,  un dritto fenomenico bello e dato; il qual dritto è  la risultante complessa di condizioni empiriche, nelle quali quei principi e quei criteri s’individuano  ma non si consumano. Questo principio è eflicacemente illustrato, uon senza  per altro un po’ di formalismo, da Feuerbach, Das  Reclitsgesetz, obgleìch durch sich selbst aUc/emcinf/ultig. kanu  dennoch als blosses Vernini ftgesetz nicht allgemeingeltend werden. Soli es wirklioh herrsclien, so muss dieses Reehtsgesetz aus dem Reicke des Vernunft in das Reich der Erfahrung,  aus der intelligiblen Welfc in die Welt der Sinne hiniibergetrageu werdeu. In dem Gesetze des Reehts erkenne idi nodi  nicht dio Reclite selbst, in ihm habe ich nur das Princip und  das Criterium ihrer Erkenntniss; dio Frage ; worin besteht das  rechtliche uberhaupt; nicht aber die Frage: was Rechtens sei  uuter diesel oder jener Bedingung, in diesem odor jenem Vorhiiltnisse. Ueber Philosophie und Empirie in ihrem Verliiiltnisse zur positiven Rechtsvnssenschaft=Landshut. L’ esigenza empirica che deforma il dritto NATURALE sta appunto in questo, nel serbarsi infedele al  suo assunto, nel sottoporre quello che dovrebbe essere una speculazione del dritto naturale a quella  serie di condizioni alle quali è sottoposta la conoscenza del dritto fenomenico, nel trasferire alla nozione di quello le note che sono pertinenti alla nozione di questo; di guisa che essi muovano come  da un sottinteso: il presunto dritto naturale va trattato alla stregua del dritto fenomenico. Ad essi è mancata quella potenza o, forse meglio,  quella tenacità di tensione intellettiva che era necessaria per comprendere che il dritto naturale deve anzi  tutto rimanere dritto naturale, e che il giudizio sulla  esistenza di esso non deve essere sottoposto al regolo o al criterio moderatore dei giudizi sull’esistenza del dritto positivo. Anche qui, adunque, essi  sono in colpa non già per aver voluto far troppo di  dritto NATURALE, ma per averne fatto troppo poco; e  chi ha meno dritto di rampognarli di ciò è il positivista. Ai principi del dritto NATURALE si potrebbe,  a buon dritto, torcere quel rimprovero che fa il LIZIO alle idee di dell’ACCADEMIA: essi, quei principi, sono  ipostasi intellettive delle realità fenomeniche individuali. Di qui 1’ aspetto malsano del dritto naturale :  la realtà della storia contorta in un falso schematismo logico: quello che sarebbe dovuto essere storico  relativo provvisorio, rifuso in una forma logica universale e rappresentato come eterno, assoluto, immutabile: la storia, insomma, negata come storia e  riaffermata come speculazione logica. Così, quel subiettivismo, che era la realtà di fatto del tempo dell’ AujUiirung si predica come natura dell’ uomo  in tutti i tempi. Alla proprietà ed al contratto si  conferisce quel contenuto rigidamente individualistico  che corrisponde alle mire secrete del sistema economico che si veniva affermando in quell’ ambiente storico, del sistema capitalista. La nozione dei  dritti connaturati alterata e deformata dalla miscela  inconsulta di elementi positivi e di pretensioni e di  attribuzioni acquisite.  Gli si appone a colpa, altresì, la nozione dello  stato di natura. Ma, se lo assumere uno stato primitivo della umanità governato da una legge spontanea  di natura e non da una legge o da un sistema di  leggi umane positive, se, dico, assumere questo stato  di natura a rigore di fatto storico può essere ed è  un abuso della mitologia, assumerlo, invece, come  una ipotesi lìlosohca, è, fuori dubbio, un processo  rigorosamente scientifico e fors’ anco metodicamente  necessario. Ogni pensatore che voglia differenziare  mediocremente il contenuto della vita sociale, che  voglia sceverare quello che è permanente da quello  che è transitorio, il substratum dai fenomeni, che  voglia discernere nettamente quello che in una data  associazione di persone va attribuito alla natura originaria di ciascuno dei membri da quello che vi si è  venuto soprapponendo per la reciprocità d’ influsso  dei membri tra* loro e per tutto il tessuto dell’ azione  sociale, ogni pensatore, dico, che voglia fare tutto  questo, deve porre lo stato di natura e contrapporgli  [Cfr. il nostro saggio ‘La terra nell’ odierna economia  capitalistica’ (Roma) lo stato sociale sopra v vegnente, deve distinguere limpidamente l’uomo della natura dall’uomo della storia.  È superfluo qui ricordare Spencer, il quale a  questa astrazione dell’ uomo della natura dall’ uomo  della storia (che per lui, naturalista reciso, si converte in un’astrazione dell’ unità biologica dall’unità  sociale) ha reso omaggio non solo nelle opere ultime  nelle quali egli restaura di professo il dritto NATURALE, ma anche nelle opere anteriori, le quali segnano il  climax del suo pensiero filosòfico. Il convincimento,  anzi, della legittimità di una contrapposizione dell’unità biologica alla unità storica, o, che per noi è  lo stesso, della legittimità di una ipotesi dello stato  di natura, è, forse, l’anello di congiunzione del suo  novissimo dritto naturale con la sua sociologia ed in  genere con tutta la sua filosofia sintetica, 1’ addentellato dell’ uno nell’ altra. Ricordo, poi, un illustre  positivista, come Kirchmann, il quale ha esplicitamente riconosciuto la necessità che le scienze morali,  prive come sono del sussidio dell’esperimento, invochino 1’ ausilio di ipotesi scientifiche per sopperire a  quel difetto, e, tra queste ipotesi, rivendica, di proposito deliberato, quella dello STATO DI NATURA). Non [Es ist die Wissenschaft der Sittlichen genothigt, nicht  bloss aut die sifctlichen Zustande der rohen und attesten Volker  mit besouderer Sorgfalt einzngehen, sondern sie muss noch  hinter die àltesten gesehiclitliclien Zustande zuriiekgehen und  durcli Hypothesen die einfachsten Zustande zu ermitteln suchen.  Diese Hypothesen kdnuen in ein phautastisches und fur die  Wissenschaft nutzloses Spiel ausarten. Allein mit Vorsicht  geiibt, ersetzen sie das Hulfsmittel der Experimente in der  Naturwissenschatt und sind nicht zu entbehren. Daher erklart es  8ich, das8 8chon LIZIO und spdter die Begriinder des Natur. ] L’uso di questa ipotesi va, adunque, rimproverato al  dritto naturale, ma l’abuso : ossia non la ipotesi  come ipotesi, ma la maniera particolare onde la si  atteggia. Quanto poi all’altra nozione del contratto sociale, che è quella che più si rimprovera al dritto NATURALE (e, tenuto conto delle conseguenze logiche  di essa, a buon dritto) va notato che nei più grandi cultori di quel dritto (cito ad es. il Kant) il contratto sociale non è già un fatto storico, ma una  ipotesi RAZIONALE evocata a legittimare l’ordine giuridico dei rapporti umani, anziché a scuoterlo e  corroderlo. La teoria del contratto sociale è la risultante di due fattori : del sottinteso o presupposto  contrattuale, secondo il quale unica fonte legittima  di obbligazione autorevole è il consenso dello stesso obbligato; e della esigenza, che animava i cultori del dritto NATURALE, a legittimare il vincolo o  la serie dei vincoli sociali, anche quelli che non  lasciavano trapelare o supporre la presenza di un  consenso preesistente. Il CONTRATTO sociale è quel di  là dell’esperienza attuale, quell’ assolutamente prius  della storia, che sopperisce al difetto del consenso  attuale, con l’allegare una specie di consenso abituale, una Anerkenmmg, direbbe il Bierling, una mas- [rechts nùt TJrzmtanden des Memchen beginnen, welche uber die  Geschichte hinausreicheii. Der oft dagegen erhobene Tadel trifffc  nicht das Verfahren an sich, sondern nur den damit getriebenen Missbrauch. Es karrn desshalb auch hier dieses Mittel  nicht uiibeimtzt bleiben: aber die Vorsieht gebietet, es auf das  Nothwendige und Gewissere zu beschriinken. Grimdbegrifte  sima dell’assenso. Il contratto sociale esprime quindi  la dialettica che il pensiero dei cultori del dritto  naturale ebbe tentato tra la premessa logica del  contrattualismo e le esigenze della conservazione  sociale, tra la invincolabilità assoluta della libertà  naturale, postulata come principio, ed il complessodei vincoli sociali, riconosciuti come fatto. Il che  si deve al fatto, riconosciuto dallo stesso Stalli, che essi, se per la logica, sarei per dire per la  consequenziarità, del loro principio erano, o meglio  avrebbero dovuto essere, rivoluzionari, nel fondo  del loro pensiero e della tendenza loro erano, invece, conservatori: senza dubbio degl’ingenui conservatori. Ohe se si voglia porre a carico loro  appunto il non aver compreso che il vero STATO NATURALE dell’ uomo è lo STATO SOCIALE, che non v’ ha bisogno di una ipotesi razionale quale che sia per  legittimare vincoli sociali i quali si legittimano da  sè, che si pensi, almeno, che il torto innegabile [Das NATURRECHT ist nachgiebig, wo es die Wirklichkeit gegen sich hat, es liisst sich jeden Zustand gefallen und  sucht ihu dnrcli IJnterlegung einer stillschweigenden Einwilligung zu rechtfertigen, uni sein theoretisches Interesse zu befriedigcn : die Revolution, dagegen, will die Macht der Wirklichkeit brechen, sie vernichtet jede Einrichtung, die uicht  aus ihreu reineu Vernunftbegriifen folgt. Ienes erdichtet fiir  jede Verfassung, die Mensehen liiitten sie gewollt, darait es sich  als frei denken kdnne, diese duldet keine Verfassung, die sie  niclit gewollt, dainit sie wirklich frei seyen. — Gesch. d. R.  phil. Quest’ antitesi del dritto naturale alla rivoluzione  è licondotta dallo Stalli ad una causa diversa che da noi. Ma  ciò non conta: importa che quell’ antitesi sia stata riconosciuto da quel profondo intelletto.] del dritto naturale va dovuto, in buona parte, alla  difficoltà di discernere i vincoli sociali, che sono  davvero conformi alle leggi della natura umana,  da quegli altri vincoli clic non sono tali. L’errore  loro, sarei per dire, è, in parte, un errore delle  cose. Niente più naturale all’ uomo dello stato sociale e pure niente, ad un tempo, più violento di  esso (antitesi questa che deve essere stata colta  da MANZONI, non ricordo più in qual punto delle  sue opere): perchè lo stato sociale, accanto ad una  serie di obbligazioni perfettamente legittime, perchè  perfettamente naturali, reca pure con sè (è il suo  lato debole come di ogui cosa di questo mondo) un  cumulo di coercizioni arbitrarie, giacobine, irrazionali che la natura convellono, incatenano, deformano. Che meraviglia, dopo ciò, che il dritto naturale  abbia colto questo secondo aspetto delle cose soltanto e niun conto abbia tenuto del primo, di guisa che si sia reputato in dovere di legittimare  quello che non sembrava legittimo a prima giunta  e di costruire con la volontà quello che non forniva la natura °ì Nei fenomeni di questo nostro mondo,  che non adempie in sè la perfezione e l’ideale, ma  della perfezione del di là è soltanto un baleno, v’è  tante e così aspre antitesi! ed è così facile invertire  un solo dei termini dell’antitesi nella realtà tutta  intiera!  Il dritto NATURALE può avere molti torti, ma questi sono compensati ad usura dal molto di buono  che vi è dentro: da quella nozione di un dritto indipendente dalla sanzione positiva e superiore ad  essa, che si attiene all’uomo in quanto uomo, che è patrimonio ind6Ì6bil6 della sna natura, quello appunto die costituisce il suo essere di uomo, la sua  umanità. E l’umanità-, ecco l’aspetto sano del diritto naturale; che in esso è, fórse un universale  logico e formale, una formula del razionalismo dell’Aujklàrung, ma (die si deve ad esso se sia potuto  divenire nella mente dei contemporanei e dei posteri un universale reale. Prima che esso ravvivasse il  culto della personalità individuale, si vedeva questo  o quelV uomo, in questo o quel ceto, in questa o  quella condizione economica e sociale: grazie ad esso  si vide Tuo ino. Esagerò il suo assunto e cadde nello  individualismo: ma 1’ umanità gli deve saper grado  di questo individualismo, se da esso ha potuto sprigionarsi, con un processo di auto-correzione, la sana  individualità, ossia la dignità umana. In questo il  dritto naturale razionalistico si confonde col dritto  naturale assoluto della filosofia tradizionale; ed è la  espressione di quel dritto che ogni uomo possiede  come la parte più sacra di se stesso, che l’uomo sente pria di conoscere ed aspira nell’atto stesso di  conoscerlo, che non si sa se sia più un sentimento  od un intuito, una idea od una volizione. Il dritto  naturale rientra, allora, nei termini della dottrina  cristiana, perchè il dritto dell’uomo è l’espressione  della preziosità inestimabile dell’ umana persona redenta da Cristo; e, come tale, è inoppugnabile, e rimane tale senza fallo, finche non declini la coscienza morale dell’ umanità.   ^è io saprei per qual modo il positivismo, il  quale si è travagliato e si travaglia nella critica del  dritto naturale, possa col labile sostegno dei suoi angusti criteri oppugnarlo davvero. Un sistema die  predica V esperienza, come criterio scientifico esclusivo, non lia altro argomento da opporci clic Questo:  il vostro preteso dritto naturale 1’ esperienza non  ce lo attesta; nessuno ci lia fatto toccar con mano  la sua esistenza nel passato, o nel presente; si può  metter pegno che nessuno ce ne farà toccar con  mano V esistenza nel futuro: il vostro dritto NATURALE, adunque, non esiste. Orbene questo argomento  è cosi innocuo che esso non tocca nemmeno il dritto NATURALE, nè i suoi cultori. I quali potranno ben  rispondervi: sapevamcelo ! ma il nostro dritto NATURALE è quello che è, appunto perchè noìi è fenomenico, ossia oggetto di esperienza. Koi siamo  si poco scossi dal vostro raziocinio che lo abbiamo  prevenuto: il dritto NATURALE è, per noi, una idea e  non necessariamente un fatto, un dover essere e  non un essere, una necessità morale e non una cosa  empiricamente esistente. Ohe il dritto naturale sia esistito o meno nelle  condizioni dell’ esperienza e della storia, che sia  stato attuato o individuato da 'questo o quel dritto  positivo, a noi importa, a rigor di termini, poco;  perchè il nostro quesito non è se esso esista o sia  esistito davvero, ma se debba esistere: onde l’inesistenza di fatto di esso non è argomento contrario  alla nostra teoria, come non le sarebbe argomento  favorevole la sua esistenza. Quando, in nome del  criterio sperimentale, si esclude la nozione del diitto NATURALE, si cade in una petizione di principio. Si dà per provato quello che si doveva appunto  provare: che unico criterio conoscitivo della esistenza  delle cose sia l’esperienza, o, meglio ancora, che non  vi sia altra forma di esistenza che la esistenza empirica.  Ed in questa petizione di principio si risolve tutta la  critica esercitata dal positivismo sul dritto naturale.  Gli studi di filosofìa del dritto di Wallaschek e più  di tutto il saggio di Bergbolim, nel  quale è condotto un esame molto accurato del dritto NATURALE, sono piene di argomentazioni suppergiù del contenuto e del valore della seguente,  tormolata dal primo di quegli scrittori: Ausser dem  bestehenden Rechi gìebt es Icein anderes Recht, demi  es ist ein Widerspnich, anzunelimen, dass, ausser  dem bestehenden Recht, nodi ein Rcclit bestelit, das  nicht bestelit. É chiaro che un simile modo di  ragionare è il portato logico della ideologia positivista, come è chiaro che ivi si confondono malaccortamente duo cose, che vanno divise o distinte, o,  almeno, sulla diversità o pluralità delle quali volgeva appuntò il quesito. L’ esistenza empirica delle  cose va distinta dalla esistenza metafìsica delle cose  stesse. Ora è appunto a questa esistenza metafisica che  fanno accenno i rivendicatori del dritto NATURALE. Ai quali inopportunamente si fa rimprovero di assurdo paradossale, con una proposizione sofìstica diquel genere, dove il verbo essere vien preso in un  membro in un senso e nell’altro in un altro.  Line andere ivichtige Frage bleibt ja immer, ob  das Recht, das bestelit, aneli bestehen solite, aber  der Begriff des Rechtes, das sein soli, darf nicht verwechselt werden mit dem, das thatsàchlich vorhanden  ist, und nur dieses letztere ist Recht, das erstere soli  es sein. Ma, di grazia, quando mai il dritto NATURALE ha preteso di affermare la sua esistenza empirica di fatto, ossia la sua esistenza di diritto  positivo? Esso ha sempre preteso di essere quello  che è, e quando ha detto: io sono: intendeva dire,  non già: io esisto davvero: ma: io debbo esistere.  L’essere del dritto NATURALE è precisamente il dover  essere: il dritto NATURALE è una norma ed è come  norma, cioè a dire come dover essere. Che non sia  punto un fatto, il primo ad esserne persuaso è esso  stesso. Appunto perchè non esiste necessariamente  nelle leggi positive, esso rivendica il suo dritto di  esistere. Ed in questo dritto ad esistere, non già  nell’esistere davvero è riposto il suo essere. È veramente deplorabile che questi principi così elementari debbano essere ribaditi quando pareva che nessuno potesse dubitarne!  L’empirismo è così scarso di prove contro il  dritto NATURALE, ch’esso non può neanche fermare  assolutamente che quel dritto non sia possibile  nelle stesse condizioni future dell’ esperienza. Vale  a dire, esso non solo non ha autorità di asserire che  il dritto NATURALE non sia ovvero non debba esistere,  ma non ne ha nemmeno per assicurare che esso non  possa esistere. Perchè il possibile ed il futuro eccede il potere dell’ esperienza, la quale è limitata al  passato ed al presente; il poter essere o il sarà sono  quasi così lungi dal poter essere affermati e negati  dal positivismo che aspiri ad essere logico, quanto lo è il dover essere. Esclusa, così, la possibilità di uno di quei richiami al futuro che sono tra i  ripieghi prediletti dell’ empirismo, toltogli il modo  di dettar legge alla storia, ad esso non resta che  contenere le sue negazioni nella sfera del presente.  Allora la scepsi che esso esercita sul dritto NATURALE va formolata nella tesi seguente: il dritto NATURALE non esiste come dritto NATURALE, perchè non  esiste come dritto positivo: una tesi sbalordi toia  che presuppone, in chi la . sostiene, il difetto assoluto della più elementare analisi ideologica e che  segna, mi si lasci dire la parola, la vera bancarotta  del positivismo giuridico. Stammler. Igino Petrone. Petrone. Keywords: determinismo, l’eroe, Ennea, eroe stoico, l’eroe sannita, il sannio, la lega sannitica, spirito, inerza della volonta, due direzioni dell’inerzia della volonta, contro Gentile, contro Nietzsche, umano, non sovrumano, filosofia del diritto, lo spirito, liberta dello spirito, il limite della pscogenesi della morale, il principio dell’amore proprio, il principio della benevolenza, amore proprio conversazionale, benevolenza conversazionale, il sentimento morale, filosofia del diritto, communismo giuridico, la simplificazione di labriola, contro labriola, criticismo, idealism critico, meditazioni di un idealista, GENTILE contro Petrone., Croce contro Petrone; l’identita sannia, psicologia del sannita, i romani contro i sannita, la prima guerra sannita, la seconda guerra sannita, la terza guerra sannita; la repubblica romana, l’espansionismo dei romani nell’Italia, I romani contro i sanniti; bassorilievo dei sanniti, i liguri e i sanniti, le popolazione italiche, economia e psicologia del Molise, il sannio, la complessità dello spirito della filosofia italiana; il linguaggio sannita; il linguaggio umbro, il linguaggio osco; il linguaggio falisco, limosano, musanum, limosanum; un stato mercantile chiuse, Fichte contro Marx, Nietzsche, il valore della vita, il problema morale, la filosofia del diritto, diritto positivo, diritto naturale, la filosofia politica nel criticismo, azione, l’etica e l’ascetica, l’etica dell’eroe come azione, l’energia dello spirito contro l’inerza della volonta – l’inerza della volonta nell’elezione dei fini; l’inerza della volonta nell’elezione dei mezzi; il spirito contro la volonta, i limiti dei determinismo, l’indeterminismo dello spirito, la causa dello spirito, causa spirituale dell’agire umano, lo spirito umano. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Petrone” – The Swimming-Pool Library. Petrone.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pezzarossa: la ragione conversazionale della fisica, la geografia e l'astronomia, sposate insieme, fanno sì che un italiano discopra il nuovo continente, ed un altro italiano gl’imponga il nome -- l’eloquenza lombarda – l’implicature conversazionali – la scuola di Mantova – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Mantova). Filosofo italiano. Mantova, Lombardia. Grice: “He wrote a LOT! Including a study (or ‘ragionamento,’ as the Italians call it) on the spirit (spirito) of Italian philosophy, which reminded me of Warnock, the irishman, and his search for the soul of English philosophy!” -- Giuseppe Pezzarossa (o Pezza-Rossa – Grice: “In which case, he is in the “R”s”). Studia a Mantova. Insegna a Mantova. Co-involto nella repressione che porta al martirio di Belfiore. D’idee tendenzialmente liberali e  preoccupato sulle condizioni sociali disagiate create dalla sorgente rivoluzione industriale che pure ai suoi occhi rappresenta un'occasione di progresso. La pubblicazione del suo saggio di filosofia gli procura guai con la congregazione dell'indice. Partecipa attivamente ai moti. Condanato al carcere. Pezza-Rossa e uno dei XX che partecipano alla riunione costitutiva del comitato rivoluzionario. Saggi: “Critica della filosofia morale” (Milano, Stamperia Reale); “Lo spirito della nazione italiana” (Mantova, Elmucci); “Saggi di filosofia” (Mantova, Caranenti). C. Cipolla, Belfiore I comitati insurrezionali del Lombardo-Veneto ed il loro processo a Mantova” (Milano, Angeli); Pavesi, Il confronto fra don Tazzoli e don Pezza-Rossa in una prospettiva filosofica, in Tazzoli e il socialismo Lombardo” (Milano, Angeli). La prova sull’esistenza esteriore. Confutazione dello scessi. ALIGHIERI e la filosofia. Lo spirito della filosofia italiana. Sistema di psicologia empirica. Il fondamento, il processo e il sistema della umana esistenza. Il sistema politico e sociale della nazione italiana; il sucidio, il sacrifizio della vita e il duello, supra il suicidio; “La grammatica ideo-logica; ossia, la legge comune d’ogni parlare dedotta da quella del pensare” (Milano); la Facolta inventrice. I romani vinti dai longobardi conservano la proppia legge. La filosofia dell’esperienza. Il metodo sperimentale. Lo Spirito della filosofia italiana. Ragionamento. Mantova. L'Autore non pretende io questo Ragionamento a novità di principii, nè a confutazione di scuole, ma lo vien cercando le varie fasi della italiana filosofia e lo spirito, che la condusse al grande rinnovamento opera tosi nel secolo di GALILEI. Da Pitagora a Leone X, durante la fortuna romana, nelle tenebre della barbarie, esotto il giogo della scolastica, gli parve discontrare, quando più, quando meno, sempre conosciute e conservate le tracce del metodo vero e positivo, ed intorno a questo espone le proprie impressioni, così semplicemente come le ha a sentire.  dome che dimostra la modestia dei padri nostri, i quali, non del Pezza-Rossa, Prof. Giuseppe. Parlando dell'antichità della filosofia italiana, osserva come l'Italia è la prima che da a questa scienza un sistema, e le impose un nome. Acume e   vero conoscitori, ma piuttosto amici del vero s'intitolarono. Le basi principalidelloro metodo consiste nell'esperienza e nella osservazione. Fanno quindi un altro passo onde meglio procedere nella investigazione delle verità, ed è quello di riconoscere l'ufficio che la ragione esercita sopra i fatti, sì nel mondo esteriore che nell'interiore, sendochè, non al senso, ma alla sola ragione è dato il giudicare. Di questo modo l'antica nostra filosofia seppe dare ai sensi, si sentimenti ed alla ragione ciò che loro compete, e impede che i primi si levano al di sopra della seconda, e questa rifiuta l'autorità e la potenza di quelli. Così dei secoli anteriori al dominio romano. Ma la prevalenza delle scuole straniere non tarda molto a comprimere la scuola nazionale, e la sopravveguente barbarie la fa quasi dimenticare, sebbene del tutto non la spegna. Senonche, colla conquista del mondo sube le influenze filosofiche dei popoli conquistati, accetta dottrine d'ogni maniera, egizie, asiatiche, druidiche, ma greche sopra tutto; e de fe' tale un amalgama che a stento potrebbe chiamarsi “filosofia”; o a meglio dire, ciascuno appigliossi a quella scuola, che meglio sffacevasi alle sue tendenze. Pare strano, ma è pur vero, Roma corrotta, e degenerata nei costumi, affaticossi particolarmente a rialzar la morale, non tanto forse per rilevarla daddovero, quanto per palliar meglio col suo manto la nutrita liceoza, testimonio Sede ca. La scuola pitagorica, odiata, ma temuta e ammirata, appalesavasi quindi di tratto in tratto nelle manifestazioni di alcune anime forti. E CATONE, il censore, va me a capo della nobile schiera. Il nome di pitagorico non mai cessa dal significare uomo virtuoso e incorrotto. La qual indole morale e severa, dice il Pezza Rossa, sotto cui presentossi la filosofia italiana, fa si ch'essa non venisse dal nascente Cristianesimo tanto combattuta, quanto lo furono tutte le altre. Il Cristianesimo infatti sorgea potente e divino, non figlio del l'umano pensiero, ma avvolto nel manto dei flosofi, ma rivelatore della semplice verità. Al suo mostrarsi, tutte le scuole cadute erano in basso, e le poche verità, alle quali eran gionte, rimanevano dalle violenti polemiche siffattamente svisate, che impossibile omai tornava l’osceverare con certezza il vero dal falso. Ami carle fra loro, no concedevan le gare e i particolari interessi; ricondurle alla pristina semplicità, è impresa da nemmeno tentarsi. Che fa dunque il Cristianesimo? Egli indisse guerra a tutte più o meno le speculative dottrine, mostra che fallacierano, disutilieper piciose, e colla santità della propria morale fonda la prima di tutte le filosofie: quest'è la filosofia delle azioni. Scaduta la parte speculativa, non rimaneva all' italiana filosofia che la parte pratica, la parte da lei coltivata sempre con severa costanza e che meglio poteva rispondere agl'insegnamenti cristiani. Apollonio infatti, di cui Girolamo dice ch'è un prodigio inudito, degno di esser conosciuto in tutt’i secoli, avuto dal popolo in concetto di mago, ma filosofo reputato dalla gente di senno, Apollonio chiede a sè medesimo che cosa vogliasi in un filosofo per essere veramente pitagorico? E quindi risponde. Richiedersi elevazione d’animo, gravità, costanza, buona fama, sincera amicizia, frugalità, pace, e virtù. Fregiato di così belli ornamenti, il pitagorismo si propone in morale un lodevole fine, il perfezionamento della umana natura, risultante dallo speciale perfezionamento di ciascun individuo. Nessun'altra filosofia poteva meglio consonare al vangelo. I primi sapienti del Cristianesimo, prima di edificare, trovarono però di dover distruggere il vecchio edifizio fin dalle fondamenta, e gridarono contro ogni filosofia. Tertulliano ed Origene vogliono che, dopo il vangelo, non  più mhaestieri di ricerche, nè di curiosità dopo Cristo. Nessuna scuola è da principio ri. Se non che, distrutta colla dialettica l'arte del ragionare, e affidati gl’uomini al solo senso comune, in mezzo all'incipiente barbarie, nulla presentavasi tanto naturale quanto la scessi: e questa infatti mostrossi. È noto che sotto il nome della scessi, spesso è insegnato a sprezzare vergognosi pregiudizii. Non devesi scordare che il dubbio è il padre della civiltà; e che, se il secolo di Cartesio è di GALILEI avesse ardito dubitare, le scienze e le arti non sarebbero per anche ripste. Foperò una scessi di sola teoria, doo di pratica; stette del pensiero, non nelle azioni: e perciò, s'egli da l'ultimo crollo alla filosofia speculativa, non porta alla morale un grave nocumento. Ed è appunto nella morale che la italiana filosofia sopravvive. Il grande BOEZIO vide l'estrema bassezza, in cui la sapienza era caduta, e saggiamente pensa a raccorre in un sol corpo le positive cognizioni, che dal gusto generale si sono salvate, e qual breve enciclopedia de’ suoi tempi le presertò sotto l'smabile nome: De interpretatione e Consolazione della filosofia. Nomeche in sè solo abbraccia il carattere di tutta up'êra. Cbi cerca le cagioni, in forza delle quali stelte viva, anche nei secoli detti barbari, la pratica filo  sparmiata: l'acqua di Talete, l'infinito di Anassimaddro, il fuoco d'Eraclito, l'omeomeria di Anassagora, l'etere infinito di Archelao, i numeri di Pitagora, gl’atomi di Epicuro, gl’elementi di Empedocle -- tutte in somma le antiche speculazioni furono guerreggiate. I santi padri non lemono chiamar sogoi molti pensieri di Aristotile, del Lizio, molti di Platone delirii dell’Accademia. Ma in quello che gl’ecclesiastici scrittori studiano le scuole per combatterle, non poteano a meno di scontrarsi qua e colà in principii verissimi, ai quali non si poteva niegare adesione, e questi raccogliendo insieme e collocandoli sotto il patrocinio del vangelo, se ne giovarono a comprovare l'armonia del vero filosofico col religioso. leo non  sofia, le troverebbe in parte della politica stessa de' barbari invasori. Semplici e rozzi, cupidi solo di bottino, occupano solo il territorio, lasciando ai XX eleggi, e costumi, e religione, mutando l'aspetto materiale, non quello degli spiriti; sia che l'ignoranza li rendesse inetti a far mutamenti, o sia che li movesse rispetto per genti tanto più umane, sebbene meno forti di loro. Oode che procede codesta loro maniera di conquista, o da calcolo, o da impotenza, egli è certo che recarono desolazione senza recare alcuna propria filosofia: a tal che la italiana, accompagnata da toote altre in epoca di prosperità, ma sola rimasta in quella della sventura, anzichè cedere e prostrarsi, potè parificarsi, alla guisa dell'oro sul crogiuolo, e spogliarsi di quelle macchie, che la fortuna le ha apportate. Passa quindi la dimostrare come la buona filosofia pratica comincia a fruttare anche ottima teoria, sebbene il risorgimento fosse ritardato dalla scolastica, ed impedito dall’accademia. Or ecco le vie, egli ripiglia, per le quali gradatamente lo spirito filosofico avanza, guadagnando sempre terreno. Il Leoni coavea, pel primo, portato allo stu dio padovano la cognizione di Aristotile genuino del Lizio, e mostra to come inscientemente lo siavea contorto e dinon sue dottrine fatto maestro. Quando sorge quel potente ingegno di Pomponaccio [POMPONAZZI (si veda)] che si dove riguardare siccome il quinto anello della gran catena filosotica italiana, dopo Pitagora, CATONE, BOEZIO ed ALIGHIERI. Pigmeo di corpo, ma di spirito gigante, penetra meglio che altri nello spirito della patria filosofia, e siccome, a farla rinascere, convene, prim ad’ogni altra cosa, abbattere il colosso peripatetico del LIZIO, egli coraggiosamente sostende che, secondo Aristotile nel Lizio, voluto sostegno della morale e della religione, potevasi dimostrare l'anima non essere immortale, miracoli non potersi dare, non vi essere provvidenza, ma in ogni cosa dominare il destino. Strabiliarono tutti a conclusioni di tanta conseguenza, e  pretesero che da lui solo derivassero tali dottrine, dal peripato del LIZIO non mai. Accagionarono di empietà il gran mantovano, che ha senza dubbio incontrata lama la ventura, se il cielo non avesse posto a capo della chiesa on Leone X, e datogli un BEMPO per consigliere. La sapienza e la tolleranza medicea permisero al POMPONACCIO quello che prima non è stato permesso, separare dalla teologia la filosofia, conduce una linea di confine tra gl’obbietti della fede e quelli della ragione. L'esempio del gran maestro fa seguito da numerosi discepoli, tra quali hanno fama Scaligero, Sepulveda, Porzio, Benamico, Giovio, e da Cardinali, Contarini, cioè, e Gonzaga. È imitato con isforzi contemporanei da Cesalpino, da Cremonino, da Zabarella, e forse da quel Vanini, che, mal comprendendo Pomponaccio, spinge lo sfrenato ingegno allo stremo, e corge la miseranda fioe che tutti sanno. Imper ciocche, gli è pur mestieri confessarlo, la fortuna del primo e la sinistra interpretazione de'suoi principii, non solo a tutti ispira coraggio, ma ad alcuni fio an che baldanza. Tale si fa CARDANO, a cui la fecondità del genio troppe più idee somministra di quelle che il suo giudizio puo ordinare. Ma dice: loslu dio della natura doversi ridurre all'arte ed alla fatica, e però venne salutato come l'uomo delle invensioni. Tale BRUNO, che proclama sfrenatamente la filosofia del dubbio, filosofia che ovunque dissemina, viaggiando Italia, Francia, Alemagna, e che fu poscia da Cartesio abbracciata e sviluppata con tanta gloria, com’ha a confessare lo giudice non sospetto, Leibnizio. Si ridestarono allora i principali pensieri de’ pitagorici, e meravigliando si conosce che la flosofia italiana, in tutte le sue fasi da CATONE IL CENSORE ad oggi, e io tatte le sue manifestazioni, non ha all'ultimo che un fondo solo, il metodo esperitivo e naturale. A questo metodo avvia l’Italia VALLA, e NIZZOLIO, ed ACONZIO, e POLIZIANO, e finalmente CAMPANELLA, che, vent’appi, sale in bigoncia, e disputa con tanta forza contro le fallacie scolastiche, che i vecchi sclamarono maravigliati: essere in lui passato lo spirito di TELESIO. Egli sostende che il senso è un fondamento della scienza, che dalla dimostrazione positiva e sensibile vasce la intellettiva, perciocchè sentire è sapere. La ragione tanto essere più certa, quanto più al senso vicina. Non però doversi andare cogli empirici che pretendono ragionare per le sole apparenze variabili, accidentali, sfuggevolissime, ma sìanche dietro verità costanti, che badoo principio nell'anteriore sentimento, e del testimonio di tutti gl’uomini. Con longbe e perigliose fatiche giunse quindi f palmente l’Italia a ridur in principii quello, che in pratica ha sempre tenuto. Scaddero allora i sillogismi, le formole, le categorie, le ipotesi, gl’a priori, con totti gl’altri vincoli della ragione, e sostenuto dall' analisi e dall'esperienza, il nuovo metodo spiega il volo alle più eccelse scoperie. Alla scuola italiana attiose Copernico il suo sistema astronomico, da Galilei poscia rivendicato. Da GALILEI che mostra immobile e improntato di macchie il sole, e Giove di satelliti circondato. Da Galileo, che, per mezzo di nuove lenti, interroga l'armonia misteriosa dei cieli, e con esperimenti sorprende la patora nei segreti delle arcane sue leggi. RUBERTI TORRICELLI, colla invenzione de’ barometri e de’ microscopii, apporta alla fisica novella vita. Cavalieri, Maurolico e Tartaglia rendano fruttuose le matematiche colle applicazioni. VINCI (si veda) dà buona legge all'estetica. Buonarotti, l'uomo delle IV anime, fisa il buon gusto nelle arti. MACHIAVELLI scopre ai sudditi ei ai regnanti i segreti della politica. L’accademia del cimento affatica senza posa delle esperienze, le dabbie verità rischiara, e le certe diffonde. La fisica, la geografia e l'astronomia, sposate insieme, fanno sì che un italiano discopra il nuovo continente, ed un altro italiano gl’imponga il nome. Ogoi arte insomma, ogni scienza, ogni di sciplina quasi per incanto risorge. Ed è cosa per verità sorprendente il vedere nei dettati di quell'epoca gloriosa tanta copiosità di filosofie, da contenere, quasi in germe, tutte le altre scoperte verificate dappoi. Conserviamo adunque, conclude l'autore, il prezioso retaggio, che da’ nostri maggiori ci è tramandato e, che più è, adoperiamo di renderlo fruttuoso. Accioc chè, dopo aver portata agl’altri la scienza, non venghiamo giustamente paragonati alle nubi, le quali si disfanno in quel medesimo che d'amica pioggia fecondano le campagne. Esponendo i proprii pensamenti, il Pezza-Rossa, con singolare modestia, non si erige a filosofo, ma stimola ed invoglia gl’altri a frugare in questa materia, pago di poter dimostrare che noi siamo ricchi di tanta domestica dottrina da non invidiare la forestiera. Che il buon metodo non l'abbiamo a cercare lontano. E che sarebbe ingratitudine il disconoscere l’antica sapienza di CATONE IL CENSORE, da cui tutto surge, per seguire alcune splendide fantasie oltra-montane. Nome compiuto: Giuseppe Pezza-Rossa. Giuseppe Pezzarossa. Pezzarossa. Keywords: il martirio di Belfiore; lo spirito della nazione italiana; eloquenza lombarda. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pezzarossa” – The Swimming-Pool Library. Pezzarossa.

 

Luigi Speranza -- Grice e Pezzella: la ragione conversazionale -- Cesare deve morire – l’implicatura conversazionale – la scuola di Napoli -- filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I like Pezzella – His “La memoria del possibile” would make Benjamin think twice! – and I do not mean HIS Benjamin, but mine!” Si laurea a Pisa con una tesi su Benjamin. Presso la Scuola Normale Superiore diviene ricercatore di ruolo. Collabora a un seminario con Derrida. Consegue sotto la tutela di Marin il doctorat a Parigi (Grice: “the reason why which few consider him Italian!”) e il DEA in Réalisation cinématographique seguendo i corsi diretti dal documentarista Rouch a Nanterre. Insegna estetica ed estetica del cinema. Tenne un seminario a Parigi in collaborazione con Michaud. È redattore della rivista Altra-parola e collabora col centro per la riforma dello stato a Firenze. La filosofia di Benjamin e quella di Debord sono punti di riferimento della sua propria. Studia la persistenza delle forme del mito all’interno della modernità -- e in tal senso si occupa di Bachofen, introducendo Il simbolismo funerario degl’antichi, col sostegno del Warburg Institut di Londra. L’intersezione tra mondo mitico e modernità estrema lo porta a interessarsi della poesia e del pensiero di Hölderlin e della scuola di Francoforte. Vicino alla tradizione della filosofia dialettica, apprezza soprattutto la versione esistenziale che ne viene data nella filosofia dopo i seminari di Kojève su Hegel. Di Benjamin considera soprattutto la polarità tra immagine di sogno e immagine dialettica, che utilizza come strumento interpretativo di opere cinematografiche e letterarie (cfr. La memoria del possibile e Insorgenze). Per P., lo spettacolo –nella formulazione teorica che ne da Debord -- è la forma di vita dominante del capitalismo, in particolare della sua industria culturale e del cinema. Secondo la terminologia usata nel saggio su estetica del cinema, distingue lo stereotipo spettacolare dalla forma critico-espressive. Si è interessato all’intersezione fra tematiche politiche e psicoanalitiche: la dialettica del riconoscimento, la formazione della soggettività nel capitalismo, l’incidenza dei traumi storici collettivi sulla psiche individuale -- cfr. il saggio sulla voce minima. Esplora la filosofia politica d’Abensour, con cui condivide la rivalutazione del pensiero utopico e la rivalutazione del socialismo come prospettiva politica alternativa al populismo. Collabora alla redazione e all’edizione dei volumi di Altro Novecento. Comunismo eretico e pensiero critico, per conto della Fondazione Micheletti di Brescia. Altri saggi: “L'immagine dialettica” (ETS, Pisa); “Il tragico” (Il Mulino, Bologna); “Conversazione di Narcisso con Narcisso – Conversazione con me”  (Manifesto, Roma); “Il volto di Marilyn” (Manifesto, Roma); “La memoria del possibile” (Jaca, Milano); “Estetica del cinema” (Mulino, Bologna); “Insorgenza” (Jaca, Milano, “Le nubi di Bor” (Zona, Arezzo); “La voce minima. Trauma e memoria storica” (Manifesto, Roma); “Altrenapoli” (Rosemberg, Torino”; “I fantasmi” (Cattedrale, Ancona); “Il volto dell’altro”; “L’ospite ingrate” (Quodlibet, Macerata); “I corpi del potere” (Jaca, Milano);  “Repubblica”; “Il bene comune” (Il Ponte); “Gli spettri del capitale” (Il Ponte); “Il tempo del possible”; “Attualità della Comune di Parigi” (Il Ponte); Utopia e insorgenza. Per Abensour”; “Altraparola, Micheletti, Brescia); Alle frontiere del capitale. Comunismo eretico e pensiero critico, Jaca, Milano. Nome compiuto: Pezzella. Keywords: Cesare deve morire, Narcisso, “conversations with myself”, Antonino, nubi di Bor, Freud, Narcissismus -- Refs.: Luigi Speranza: “Grice, Pezzella, Benjamin and Benjamin: la memoria del possibile,” Villa Grice – The Swimming-Pool Library. Pezzella.

 

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