LUIGI SPERANZA, "GRICE ITALO: DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z P PE
Luigi Speranza -- Grice e Peano: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – il deutero-esperanto
di Grice -- formalisti ed informalisti –
modernisti e neotradizionalisti – la riforma della lingua d’Italia -- la scuola
di Spinetta di Cuneo -- filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Spinetta
di Cuneo). Filosofo italiano. Spinetta di Cuneo, Piemonte. Peano citato da
Croce nella “Logica, o della sicenza del concetto”. L’unico italiano citato da
nome da Croce nella Logica. La polemica Croce e il logicismo. Croce, Peano, e
la lingua universal – Per che la lingua d’Italia non e formale per Croce. Grice: “My type of philosopher; he quotes from Breal, Mueller – I wish I
could!” Spinetta di Cuneo, Piemonte. Grice: “As I reduce “the” to “every,” I am
of course following Peano, who predates Russell!” -- important Italian
philosopher. Linceo.
P. Fa la sua comparsa una delle proposte di lingua internazionale inventata d’italiani
che conosce più risonanza, il latino sine flexione di Peano, presentato nella
Revue de Mathématique -- La Revue de Mathématique è creata dallo stesso P.
Egli, assieme a molti altri filosofi, vi pubblica propri studi e ricerche
sulla logica e sulla storia della matematica. Il suo creatore non è in realtà
un linguista o un esperto di lettere - sebbene partecipa più volte a dei
congressi dove vienneno discussi problemi, oltre che di matematica, anche di
filosofia, didattica e linguistica - ma, come per altri filosofi, i suoi
interessi principali sono la matematica e la geometria. Dopo frequentare il
liceo classico a Torino, s’iscrive al corso di laurea di matematica e nello
stesso anno in cui consegue la laurea comincia ad insegnare presso Torino alla
cattedre di algebra, geometria analitica, e calcolo infinitesimale. Le sue
scoperte in ambito scientifico gli valgeno importanti riconoscimenti, la
partecipazione a numerose accademie, come quella dei Lincei, e gli permetteno
di mantenere frequenti contatti con i massimi esponenti del campo della
ricerca matematica. Proprio per questo, egli intrattenne numerosi carteggi con
gli altri filosofi, ed è perciò incentivato all'apprendimento delle lingue
straniere. Nonostante la lingua latina avesse smesso d’essere la lingua
internazionale delle scienze, P., che crede ancora fortemente nella sua
internazionalità pubblica i suoi studi sui concetti primitivi di zero, numero e
successore, intitolati “Arithmetices Principia”, proprio in latino – Grice:
“Whereas the only Latin Whitehead and Russell had allowed them to play with
PRINCIPIA in the title one – Moore was worse with his Principia ethica! -- . P.
si dedica similmente alla stesura di una imponente enciclopedia di concetti e
teorie matematiche, il FORMOLARIO, di cui furono stampate cinque edizioni, la
prima delle quali in francese e l'ultima proprio nella lingua internazionale da
lui elaborata, il Latino sine flexione. Le informazioni biografiche sono
tratte da treccani.it/enciclopedia Dizionario Biografico, cur. Roero. Eco, La ricerca della lingua perfetta in
Italia, Roma-Bari, Laterza. P., Vocabulario de latino Internationale comparato
cum anglo, franco (o gallo), germano, italo, russo, Greaco et sanscrito,
Torino, Cooperativa. L'esigenza di creare una lingua internazionale deve essere
nata in P. proprio in risposta alla necessità di comunicare in maniera precisa
e veloce con quanti più studiosi e colleghi di ogni nazione. Ma l’evento che da
il via alla composizione pratica di questa lingua è probabilmente la
pubblicazione, avvenuta qualche anno prima e curata da Couturat, di frammenti
inediti di Leibniz, nei quali il filosofo tedesco discute intorno
all'istituzione di una lingua universale. La scelta, ricadde sul latino, sul
quale egli opera una minuziosa opera di semplificazione, su esempio anche della
lingua immaginata prima da Leibniz, che prevede una drastica regolarizzazione e
semplificazione della grammatica, con una sola declinazione e una sola
coniugazione, l'abolizione dei generi e del numero, l'identificazione d’aggettivo
e avverbio, la riduzione dei verbi a copula + aggettivo (“... is shaggy” –
Grice), e come rivela nelle parole di apertura del vocabulario de latino inter-nationale,
quando dice «In scriptio precedente "De latino sine flexione", me
explica idea de Leibniz, que declinatione et conjugazione non es
necessario. L'uso della lingua inventata allora, evidentemente a posteriori, è
indirizzata alla comunità scientifica - la quale si suppone avesse già delle
discrete basi della lingua antica. Così P. ne parla in un altro articolo. La
differenza fra questa nuova applicazione e le precedenti è che mentre in
matematica le idee sono precise, e le uguaglianze esatte, qui invece le idee o
parole su cui si opera sono un po’elastiche, e l’uguaglianze sono solo
approssimate. Quindi sostituendo l'uno all'altro membro dell'eguaglianza, spesso
si trascura il COLORE (implicatura, Farbung) della frase. Ma ciò è un vantaggio
nel linguaggio scientifico – formale: Grice: formalists ad informalists
--, che tende al massimo di semplicità. Vedasi l'articolo
Il latino quale lingua ausiliare internazionale di P.,
wikisource.org/wiki/Il_latino-quale_lingua_ausiliare_internazionale. Sulla base
di studi compiuti su altre lingue moderne, P. decide d’eliminare una buona
parte del lessico latino dal vocabolario della sua lingua, così come avevano
già fatto altre lingue romanze 9000 nomen, 1700 adjectivo, et 2500 verbo Latino
es mortuo in Franco. Ergo lingua moderno ignora numero enorme de voce de
latino classico. P, Vocabulario de latino Internationale comparato cum
Anglo, Franco, Germano, Hispano, Italo, Russo, Graeco et Sanscrito. I casi nel latino
sine flexione si esprimono solamente mediante l'uso di preposizioni, così com'è
al giorno d'oggi per le lingue romanze, e non solo. In particolare si indica. Il
genitivo con la preposizione DE. Il dativo con AD. L’ablativo con AB,
ex, ecc. L’accusativo si desume dalla sintassi, secondo l'ordine SVO
(nominativo-verbo- accusativo – PARIDE AMA ELENA) o secondo la costruzione qui
(accusativo)-nominativo-verbo. Il nominativo non prevede l'uso di preposizioni.
I nomi si desumono talvolta dal nominativo, talvolta dal genitivo, applicando
le seguenti regole. Mantenendo la forma del nominativo (per esempio nel caso di
parole di terza declinazione come il lat. MATER > «mater», o il lat. NOMEN
> «nomen»); dal
nominativo mutando le desinenze -US, -UM, -U, -ES (per esempio il latino
classico LUPUS, BELLUM, CORNU, DIES) in «-o, -o, -o, -e» (in latino sine
flexione «lupO, bellO, cornO, diE»). Dal genitivo, cambiando la desinenza -i in
-o e -is in -e (es. lat. URBS > Lat. s.fl. «urbe»). La conseguenza di questo
tipo di semplificazione è la ri-unione di tutte le parole sotto un unico caso,
l'ablativo. I pronomi personali sono: me, te, is (ea, id), nos, vos, iis
(eae, eos). I pronomi dimostrativi sono isto e illo. Il pronome relativo è ‘que.’
I pronomi indefiniti sono: omni, ullo, nullo, alio, multo, e pauco (cf.
Grice on Altham pleonetetic – Geach). Come sostene Leibniz, la categoria del
genere non ha senso in una lingua razionale, poiché i referenti inanimati di
per sé non hanno genere. P. decide di indicare il genere, per i soli referenti
animati, con le parole «mas» e «femina» (ad esempio al posto di lat. MATER EST
BONA P. preferisce le forme indeclinabili «mater est femina bono. Ma poiché
nell'idea di 'madre' è già contenuta l'idea del femminile, è sufficiente «mater
est bono. Cf. Bachelor is bona – Grice/Strawson, In defense of a
dogma. Il
femminile si mantiene poi nel caso dei pronomi personali «is, ea, id»
(es. «ea est bono»). Come per il genere, anche il numero non è marcato
morfologicamente. Per indicare il singolare e plurale è sufficiente apporre
«uno» e «plure» (ad esempio la frase latina UNUM OS HABEMUS ET DUAS AURES [it.
'abbiamo una bocca e due orecchie'] in Latino sine flexione diviene «habemus
uno uno ore et plure duo aure», che semplificato - visto che nell'idea di 'due'
è già contenuta quella di 'plurimo' - appare «habemus uno ore et duo
aure». Ai verbi devono essere omesse le desinenze di persona, modo e quasi
sempre del tempo. La forma del verbo deve essere scelta dalla sua forma
all'imperativo (del tipo lat. EGO CURRO > Lat. s. fl. «me curre»). Per
comporre la forma dell'infinito è sufficiente aggiungere il suffisso -re alle
forme dell'imperativo (del tipo «curre» > «currere») e allo stesso modo si
formano anche le forme del passivo (es. sul verbo latino AMARE si ha la forma
indeclinabile ama, il cui infinito e passivo sono “amare.” Così al presente
attivo si ha «me AMA te – PARIDE AMA ELENA» e al presente PASSIVO «me AMARE te;
ELENA AMARE PARIDE. Vi sono alcuni casi particolari. Solo nel caso dei verbi
es, pote, vol, e fi, le forme INFINITE sono «esse, posse, volle, e fieri». I
verbi deponenti vengono trasformati in attivi per limitare le irregolarità. Per
esprimere i tempi si aggiungono locuzioni come «heri, jam, in passato, nunc,
cras, in futuro, vol, debe», ecc. Esempi: lat. EGO SCRIBO > «me (nunc) scribe»; lat. VOS
LEGITIS > «vos lege»; lat. NOS
AUDIVERAMUS > «nos IN PASSATO aude». Per indicare la funzione del verbo
(modo) si usano le particelle si, ut, quod, ecc. e alcune perifrasi.
Esempi: lat. LAUDANDO > «dum lauda»; lat. LAUDATO >
«qui aliquo lauda»; lat. LAUDATURO > «qui lauda IN FUTURO». P. spiega
anche come si compone il vocabolario o LESSICO del Latino sine flexione. Ogni
nome e verbo deve essere invariabile. Devono essere presenti anche i vocaboli
internazionali - scientitici - come «dyne, metro» ecc. I vocaboli possono
essere scelti non solo dal latino classico ma anche da quello che egli identifica
come latino popolare, ovvero diremmo oggi le lingue romanze o i volgari,
qualora questo esista in almeno due di questi (come ad esempio caballus. La
derivazione e la composizione dei vocaboli devono essere ridotte al modo
seguente. I diminutivi si ottengono preponendo la parola «parvo» [it.
'piccolo/minuto']. I sostantivi astratti derivati da aggettivi sono sostituiti
dagli aggettivi. Così il lat. ALTITUDO > «alto», il lat. BONITAS > «bono.Gl’aggettivi
che derivano da sostantivi sono sostituiti dal sostantivo al genitivo. Così il
lat. AUREO > «DE oro», il lat. ROMANO > «DE Roma. I sostantivi astratti
derivati da verbi sono sostituiti dai verbi. Così il lat. VIVERE EST COGITATIO
> «vive es cogita»; e. i sostantivi che esprimono colui che fa l'azione sono
sostituiti da perifrasi. Così il lat. LAUDATORE > «qui lauda», allo stesso
modo degli aggettivi derivanti da verbi, così il lat. ERRABUNDO > «qui saepe
erra». Gl’avverbi derivati d’aggettivi valgono tanto come aggettivi quanto come
avverbi. Così il lat. BREVI > «brevi», it. 'brevemente/breve.’ Per
esprimere opposizione è sufficiente apporre il prefisso ne- (su analogia con le
forme latine SCIO/NESCIO, FASTUM/NEFASTUM, ecc. Così il lat. DIFFICILE >
«ne-facile», ABNORMALE > «ne-normale». In alcuni casi è possibile
utilizzare anche la preposizione «ab» Le informazioni sono tratte dalla
trascrizione del saggio di P., De latino sine flexione. Lingua auxiliare
internationale,gutenberg. Nonostante il latino sine flexione sia stato pensato
come lingue di comunicazione scritta, l'autore dà anche qualche informazione
sulla sua pronuncia, che è simile a quella dell'italiano, ma non in tutti
i casi: c k t t th ph f ch X
h h rh qu ku P. sul finire del suo saggio
asserisce che l'adozione di una lingua storico naturale come lingua
internazionale è improponibile per via dei suoi risvolti politici. Così si
spiega la sceltadel latino, lingua antica e ormai lingua di nessuno stato
particolare e, se vogliamo, perfetta proprio perché senza esercito. A
sostegno della sua tesi riporta gli studi di altri filosofi che nel tempo hanno
avanzato proposte simili alle sue, tra i quali compaiono i lavori di Lullo,
Kircher, Dalgarno, Wilkins, Leibniz e decisamente più recenti, quelli di ROSA
(si veda), Zamenhof, Schleyer, Couturat e Leau (Histoire de la langue
universelle). P. da mostra di conoscere la storia delle proposte di lingua
universale anche nel suo saggio Il latino quale lingua ausiliare
internazionale, Atti della Reale Accademia delle Scienze di Torino, dove elenca
le tipologie di proposte che sono state avanzate per risolvere il problema
della confusione linguistica, quasi babelica, e in particolare si sofferma
sulle due principali correnti dei suoi tempi: chi propone una semplificazione
del latino e chi propone la creazione di una lingua internazionale a partire
dal lessico internazionale. Ma poiché le parole facenti parte del lessico
internazionale sono quasi tutte di origine latina – cf. Hare: dictor/dictum,
Grice, implicatura, Strawson: prae-positio, Austin, per-forma --, P. ritiene
più sensato ricorrere alla prima tipologia proposta, quella a cui in effetti è
da ricondursi anche il progetto del latino sine flexione.Vedasi P.wikisource.org/wiki/11
latino-quale lingua ausiliare_ internazionale. A differenza del
deutero-esperanto di Grice, non usato ma da Grice, il latino sine flexione è
utilizzato anche da altri filosofi come VACCA (si veda), in Sphoera es solo
corpore, qui nos pote vide ut circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI (si
veda), in Mensura de circulo iuxta Leonardo[VINCI (vedasi) Pisano, e PANEBIANCO
(vedasi) che discute proprio della lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione
de lingua internationale es signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova,
Boscardini). Vedasi ALBANI, BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi) è anche un grande
appassionato di Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista".
Quest'ultimo, come si evince anche dal titolo della sua opera, vede nella
lingua internazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti
internazionali, e in particolare al capitalismo spietato. Inter-linguista,
quale que es suo opinione politico aut religioso es certo precursore de novo systema
sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis facile,
commune ad illos non pote es actuale systema de "homo homini lupus",
sed es systema sociale in que toto homines fi socio. Per ben adempiere a un
tale compito, la lingua perfetta di PANEBIANCO (si veda) deve seguire gli
stessi principi di quella di P. Es evidente que essendo id sine grammatica, id
es de maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo
quasi impossibile ad fac ambiguitate, excepto ad praeposito [“As when the
conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of
bringining in a conversational implicature”]. Etiam es multo plus
rapido compone et scribe in isto lingua que in proprio lingua nationale. Si
capisce allora che egli auspica che il latino sine flexione assurga a lingua di
comunicazione non solo internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi
auspici si spingono sì avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua
madre di tutti i popoli. Nonostante sia stata utilizzata in più occasioni e sia
tra le lingue ausiliarie internazionali italiane che conosceno più fortuna, la
lingua di P. non raggiunse mai la fama e la diffusione d'uso che in vari
momenti raggiunsero altre LAI, come ad esempio l'esperanto – se non, tra i
griciani, il deutero-esperanto. Ad ogni modo, rimane indubbia la qualità
del progetto di P.: un filosofo che vede nella parola un'unità semplice e
combinabile, indeclinabile, capace di esprimere il mondo in maniera esatta,
così come fanno i numeri. Sua è infatti la citazione, parecchie equazioni
logiche sono nello stesso tempo equazioni etimologiche.
wikisource.org/wiki/il_latino_quale_lingua_ausiliare_internazionale, la lingua
di P. si limita a giustapporre, a comporre i suoi elementi invariabili secondo
un ordine logico, eliminando gl’imbarazzi della grammatica latina
classica. P. divenne presidente dell’Accademia internazionale di lingua
universale, e la ri-nomina Academia pro Interlingua. L'accademia nasce sotto la
presidenza di Kirchhoff con il nome d’accademia internazionale di VOLAPÜK.
I suoi membri potevano utilizzare la lingua a loro più congeniale e intorno ad
essa orbitarono esponenti dei più prestigiosi progetti di lingue ausiliarie
internazionali. L'accademia pubblica la proposta di una nuova lingua universale
di base latina con il nome, appunto, d’inter-lingua, sotto la quale si cela il latino
sine flexione del suo presidente, con qualche leggera modifica (come ad esempio
l'uso della desinenza -s per indicare il plurale). P.’s postulates, also called P, axioms, a list of assumptions from which
the integers can be defined from some initial integer, equality, and
successorship, and usually seen as defining progressions. The P. postulates for
arithmetic are produced by P. He takes the set N of integers with a first term
1 and an equality relation between them, and assumed these nine axioms: 1
belongs to N; N has more than one member; equality is reflexive, symmetric, and
associative, and closed over N; the successor of any integer in N also belongs
to N, and is unique; and a principle of mathematical induction applying across
the members of N, in that if 1 belongs to some subset M of N and so does the
successor of any of its members, then in fact M % N. In some ways P.’s
formulation was not clear. He had no explicit rules of inference, nor any
guarantee of the legitimacy of inductive definitions which Dedekind established
shortly before him. Further, the four properties attached to equality were seen
to belong to the underlying “logic” rather than to arithmetic itself; they are
now detached. It was realized by P. himself that the postulates specified
progressions rather than integers e.g., 1, ½, ¼, 1 /8,..., would satisfy them,
with suitable interpretations of the properties. But his work was significant
in the axiomatization of arithmetic; still deeper foundations would lead with
Russell and others to a major role for general set theory in the foundations of
mathematics. In addition, with Veblen, Skolem, and others, this insight led in
the early twentieth century to “non-standard” models of the postulates being
developed in set theory and mathematical analysis; one could go beyond the ‘...’
in the sequence above and admit “further” objects, to produce valuable
alternative models of the postulates. These procedures were of great
significance also to model theory, in highlighting the property of the
non-categoricity of an axiom system. A notable case was the “non-standard
analysis” of Robinson, where infinitesimals were defined as arithmetical
inverses of transfinite numbers without incurring the usual perils of rigor
associated with them. Fu l'ideatore del latino sine flexione, una lingua
ausiliaria internazionale derivata dalla semplificazione del latino
classico. Nacque in una modesta fattoria chiamata "Tetto Galant"
presso la frazione di Spinetta di Cuneo. Fu il secondogenito di Bartolomeo P. e
Rosa Cavallo; sette anni prima era nato il fratello maggiore Michele e
successivamente nacquero Francesco, Bartolomeo e la sorella Rosa. Dopo un
inizio estremamente difficile (doveva ogni mattina fare svariati chilometri
prima di raggiungere la scuola), la famiglia si trasferì a Cuneo. Il fratello
della madre, Giuseppe Michele Cavallo, accortosi delle sue notevoli capacità
intellettive, lo invitò a raggiungerlo a Torino, dove continuò i suoi studi
presso il Liceo classico Cavour. Assistente di Angelo Genocchi all'Torino,
divenne professore di calcolo infinitesimale presso lo stesso ateneo a partire
dal 1890. Vittima della sua stessa eccentricità, che lo portava ad
insegnare logica in un corso di calcolo infinitesimale, fu più volte
allontanato dall'insegnamento a dispetto della sua fama internazionale, perché
"più di una volta, perduto dietro ai suoi calcoli, [..] dimenticò di presentarsi
alle sessioni di esame". Ricordi del grande matematico (e non solo
della vita familiare) sono raccontati con grazia e ammirazione nel romanzo
biografico Una giovinezza inventata della pronipote Lalla Romano, scrittrice e
poetessa. Aderì alla massoneria, iniziato nella loggia Alighieri di Torino
guidata dal socialista Lerda. Morì
nella sua casa di campagna a Cavoretto, presso Torino, per un attacco di cuore
che lo colse nella notte. Il matematico piemontese fu capostipite di una
scuola di matematici italiani, tra i quali possiamo annoverare Vailati,
Castellano, Burali-Forti, Padoa, Vacca, Pieri e Boggio. Peano precisa la
definizione del limite superiore e fornì il primo esempio di una curva che
riempie una superficie -- la cosiddetta "curva di Peano", uno dei
primi esempi di frattale -- mettendo così in evidenza come la definizione di
curva allora vigente non fosse conforme a quanto intuitivamente si intende per
curva. Da questo lavoro partì la revisione del concetto di curva, che fu
ridefinito da Jordan (curva secondo Jordan). Fu anche uno dei padri del
calcolo vettoriale insieme a Levi-Civita. Dimostra importanti proprietà delle
equazioni differenziali ordinarie e idea un metodo di integrazione per
successive approssimazioni. Sviluppa il Formulario mathematico, scritto
dapprima in francese e nelle ultime versioni in interlingua, come chiama il suo
latino sine flexione, contenente oltre 4000 tra teoremi e formule, per la
maggior parte dimostrate. Da un eccezionale contributo alla logica delle
classi, elaborando un simbolismo di grande chiarezza e semplicità. Da una
definizione assiomatica dei numeri naturali, i famosi assiomi di P. che vennero
poi ripresi da Russell e Whitehead nei loro Principia Mathematica per
sviluppare la teoria dei tipi. I contributi di Peano sulla logica furono
osservati con molta attenzione da Russell, mentre i contributi di aritmetica e
di teoria dei numeri furono osservati con molta attenzione da Vailati, il quale
sintetizzava in Italia il passaggio tra l'esame delle questioni fondamentali e
l'applicazione di metodiche di analisi del linguaggio scientifico, tipica degli
studi logici e matematici, e anche specifica gli interessi di storia della
scienza, allargando la prospettiva anche agli studi sociali. Per questo P. ha
dei contatti molto stretti con il mondo degli studiosi di logica e di filosofia
del linguaggio nonché gli studiosi di scienze sociali empiriche (Cfr.
Rinzivillo, P., Vailati. Contributi invisibili in Rinzivillo, Una Epistemologia
senza storia” (Roma Nuova Cultura). Ha ampi riconoscimenti negli ambienti
filosofici più aperti alle esigenze e alle implicazioni critiche della nuova
logica formale. E affascinato dall'ideale leibniziano della lingua
universale e sviluppa il "latino sine flexione", lingua con la quale
cercò di tenere i suoi interventi ai congressi internazionali di Londra e
Toronto. Tale lingua e concepita per semplificazione della grammatica ed
eliminazione delle forme irregolari, applicandola a un numero di vocaboli
"minimo comune denominatore" tra quelli principalmente di origine
latina rimasti in uso nell’italiano. Uno dei grandi meriti della sua opera
sta nella ricerca della chiarezza e della semplicità. Contributo fondamentale
che gli si riconosce è la definizione di notazioni matematiche entrate nell'uso
corrente, come, per esempio, il simbolo di appartenenza (“x ∈
A”) e il quantificatore esistenziale "∃".
Tutta l'opera di P. verte sulla ricerca della semplificazione, dello sviluppo
di una notazione sintetica, base del progetto del Formulario, fino alla
definizione del latino sine flexione. La ricerca del rigore e della semplicità lo
portano P. ad acquistare una macchina per la stampa, allo scopo di comporre e
verificare di persona i tipi per la “Rivista di Matematica” da lui diretta e
per le altre pubblicazioni. Raccolge una serie di note per le tipografie
relative alla stampa di testi di matematica, uno per tutti il suo consiglio di
stampare le formule su righe isolate, cosa che ora viene data per scontata, ma
che non lo era ai suoi tempi. Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia
Ufficiale della Corona Commendatore della corona L'asteroide P. è stato battezzato così in suo onore.
Il dipartimento di Matematica di Torino è a lui dedicato. Molti licei in
Italia portano il suo nome, come ad esempio a Roma, Cuneo, Tortona, Monterotondo,
Cinisello Balsamo o Marsico Nuovo, così come la scuola di Tetto Canale, vicina
alla sua città natale. Saggi: “Aritmetica”; “Algebra” (Torino, Paravia,);
“Forma matematica” (Torino, Bocca); “Calcolo differenziale”; “Calcolo integrale”
(Torino: Bocca); “Analisi infinitesimale” (Candeletti); “Calcolo infinitesimale
e geometria” (Torino: Bocca), “Logica della geometria” (Torino: Bocca)”; “Principio
dell’arimmetica” (Torino, Paravia); “Giochi di aritmetica e problemi interessanti”
(Paravia, Torino). Provai una grande ammirazione per lui quando lo incontrai
per la prima volta al Congresso di Filosofia, che e dominato dall'esattezza
della sua mente. Russell. Amico, Storie della scuola italiana. Dalle origini (Zanichelli,
Bologna); Celebrazione, Luciano e Roero Torino); “Storia di un matematico” (Boringhieri).
L. Romano, “Una giovinezza inventata” (Torino,
Einaudi); Racconta episodi del rapporto con il prozio Giuseppe. Assiomi di P., Glottoteta, Lingua
artificiale, Matematica, Latino sine flexion, Cassina Calcolatori ternari M. Gramegna
Treccani Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. E P. stregò
Russell. The third kind of term, things, are only the entities indicated by
proper names, but they have no additional relation with other terms. This leads
Russell to consider the sole denoting concept which presupposes uniqueness -- "the.”
Russell admits the great importance of this term, recognizes the merit of P.'s
notation, and attributes to P. the capacity to make possible genuine
mathematical definitions defining terms which are not concepts, the meaning of
a word with its indication-reference and the meaning of a denoting concept with
its denotation. P. does something more than provide the standard notation. The
pre-eminence of a description over other forms of denotation is definitive. The
notation for a description is inspired in the Peanesque symbolism (i.e.
"laeb"). Membership to a class is replaced by a propositional
function (i.e. (l£)(<I>X)). A propositional function is explained as a
certain denoting function of <l>x, which, if <1>£ is true for one
and only one value ofx, denotes that value, but in any other case denotes (P).p.
Perhaps most interestingly for us is the insistence on the indefinability of
"the" – P.'s inverted iota is already used -- together with the
notion of denotation. The article, as published, adds the expression of the
main definition in terms of propositional functions together with the previous
manuscript definition in P.'s terms of existence and uniqueness, albeit if not
in symbolic form. The two essential definitions are Principia, * 14.01.02: .
\jI(IX)(epX) • =.(3b) : epx •=~ .x=b : \jib E ! ( 7 X ) ( e p X ) • = . ( 3 b )
: 4 > x . =• . x = b. This expresses the conditions of existence and
uniqueness essentially with P.’s resources, i.e., in terms of quantification
and identity, although adding propositional functions. P. has different vresources
to eliminate the definite article – his inverted iota -- from a proposition. P.
actually recommends this line in cases where the required conditions of
existence and uniqueness are doubtful, precisely through a sort of definition
in use. The descriptor is by no means indefinable in his system. Russell:
"I read Schrader on Relations and found his methods hopeless, but P.
gave just what I wanted (Letter to Jourdain, in Grattan-Guinness). If, as
Russell maintains in Principia, following P., that a definition is to be always
nominal, the definienda is only an abbreviation. Russell formulates his principle
to preserve the admissible part of Bradley’s analysis -- (his methodological
and analytical resourses -- and almost the entire Moore, in so far as they were
compatible with the requirements of Peano's logic. Some of the mostti mportant ideas
and symbolic devices that made Russell's theory of descriptions possible are already
present in essays Peano that Russell knows well. We may proceed by a detailed
comparison between the relevant parts of Russells theory -- including
manuscripts now published-and some of Frege and, . . ht as well as a discussion
of numerous possible obJectlons that P.’s mSig s, . . fl db could be posed to
the main claim. Even if Russell was not actually influenced by those insights,
the parallelisma are close enough to be worth analyzig, especially in the case
of P., whose writings are not very well known. (r) can be clearly found in Frege and Peano,
that (2) was almost admitted by Frege and was admitted explicitly-including the
symbolic expression by P.. THE SYMBOLIC ELIMINATION OF "THE" IN P.. The
source in P. of the symbols relevant to Russell's theory of descriptions have
been noted and sometimes explained (see, .for instance, 1988a and 199Ia, Chap.
3). I will confine myself to recalling that they were the letter iota (i) for
the unit class, and the same letter inverted (1), or denied ("fa), for the
only member of thiS class, i. e., the definite article of ordinary language. P.'s
ideas evolved in three stages towards greater precision in the treatment of a description.
This last P. starts from the definition in terms of the unit class. He then adds
a series of possible definitions (the ones allowing an alternative
logic al order), one of which offers this equivalence. P. introduces his
fundamental d~fimt~on ~f the u:l1t class as the class such that all of its
members are identical. In P.’s symbols, tx =ye (y =x). Likewise, P. defines
indirectly the.unique member of such a class: x = "fa • = • a = tx.
However, concerning the definability of the definite article, P. adds the crucial
idea that any proposition containing “the” can be reduced to. the for,? ta eb,
and thiS, again, to the inclusion of the referr~d .um~ class in the oth~r class
(a ~ b), which already supposes the elimination of the symbol t: Thus, P. says,
we can avoid an identity whose first member contams thiS symbol. Here we find
the assertion that the only individual belonging to a unit II As an anonymous
referee pointed out to me, one ~aj~rdifferenc~between P. and Russell's
treatment of classes in the context of descnption theolJ' is that, while, for
Peano, a description combines a class abstract with the inverse of the umt
class operator, for Russell the free use of class abstracts is not available
due to the discovery of paradoxes. P. does not explicitly state that the
mentioned expression would be meaningless, but rather "nous ne donnons pas
de signification a ce symbole si la classe a est nulle, ou si elle contient
plusieurs individus.” But this is equivalent in practice, given that if we do
not meet the two mentioned conditions, the symbol cannot be used at all. There
are, however, other ways of eliminating the same symbols according to P.. One which
is very similar and depends on the same hypothesis: laE b. = : a = tx. :Jx • Xc
b(ibid). class (a) such that it
belongs to another class (b) is equal to the existence of exactly one element
such that this element is a member of that class (b). In other words: "the
only member of a belongs to b" is to be the same as "there is at
least one x such that (i) the unit class a is equal to the class constituted by
x, and (ii) x belongs to b" (or "the class of x such that a is the
class constituted by x, and that x belongs to b, is not an empty class").
This seems to be equivalent to Russell's definition. P., of course, speaks in
terms of classes instead of a propositional function, i. e., in terms of the property
or the predicate, which define a class – P. often read the membership symbol as
"is" -- which expresses the same idea in a way where any reference to
the letter iota has been eliminated. We can read now "the only member of a
belongs to b" as the same as "there is at least one x such that (i)
the unit class a is equal to all the y such that y =x, and (ii) x belongs to
b" (or "the class of x such that they constitute the class ofy, and
that they constitute the class a, and that in addition they belong to the class
b, is not an empty class"). Thus, the full elimination underlies the definition,
although P., in lacking a specifically explicit philosophical goals, shows no
interest in making this point. Peano is totally aware of the importance of this
device as a way to reduce the definite article to more primitive logical concepts,
i.e. to eliminate it, as a result of which the symbol would cease to be
primitive. That is why P. adds that the above definitions
"expriment la P[proposition] 1a Eb sous une autre forme, OU ne figure plus
Ie signe 1; puisque toute P contenant le signe 1a est reductible a la forme
1aEb,OU bestuneCIs, on pourra eliminer Ie signe 1 dans toute P.” Therefore, the general belief according to which the symbol
"1" was necessarily primitive and indefinable for P. is wrong. By
pointing out that in the "hypothesis" preceding the quoted definition
it is clearly stated that the class "a" is defined as the unit class
in terms of the existence and identity of all of their members (i.e.
uniqueness): Before making more explicit the parallelism with Russell's theory,
let us consider possible objections against this rather strong claim. All of
these objections are either misconceptions or simply have no force with regard
to P.’s main claim. This is why"a"is equal to the expression ''tx'' (in
the second member). The objection could still be maintained by insisting that
since"a" can be read as "the unit class", P. did not really
achieve the elimination of the idea he was trying to define and eliminate, as
it is shown through the occurrence of these words in some of the readings
proposed above. However, as I will explain below, the hypothesis preceding the
definition only states the meaning of the symbols which are used in the second
member. Thus, "a" is stated as "an existing unit class",
which has to be (1) It is true that the symbol "1" has disappeared,
but in the definiens we still can see the symbol of the unit class, which would
refer somehow to the idea that is symbolized by ''tx'', so the descriptor has
not been really eliminated. The answer is very simple: for P. there were at
least two forms ofdefining this symbol with no need for using the letter iota
(in any of its forms). However, the actual substitution would lead us to rather
complicated expressions,14 and given P.'s usual way of working (which can be
First, by directly replacing tx by its value: y 3(y = x), as defined above.
Making the replacement explicit, we have: 14 Starting from this idea, we can
interpret the definition as stating that "la Eb" is only an
abbreviation for the definiens and dispensing with the conditions stating
exist- ence and uniqueness in the hypothesis, which have been incorporated to
their new place. Thus, the new hypothesis would contain only the statement
of"a" and"b" as being classes, and the final entire
definition could be something like the following: la Eb • =:3x 3{a =y 3(y =x) •
X Eb}, a, bECls.::J :. ME b. =:3XE([{3aE[w, zEa. ::Jw•z' w= z]} ={ye(y= x)}]
•XEb), a E Cis. 3a: x, yEa. ~x.y.X = y: bE CIs •~ : ... (Ibid.) understood in
this way: " 'a' stands for a non-empty class su~h that all of its members
are identical." Therefore, we can replace "a", wherever it
occurs, by its meaning, given that this interpretation works as only a purely
nominal definition, i.e. a convenient abbreviation. characterized as the
constant search for shorter and more convenient formulas), it is quite
understandable that he preferred to avoid it. In fact, the operation is by no
means necessary, for the symbolic expression above was already enough to obtain
the full elimination of the descriptor. We must not forget that the important
thing is not the intu- itive and superficial similarity between the symbols
"la" and ''tx'', caused simply by the appearance of the letter iota
in both cases, or the intuitive meaning of the words "the unit
class", but the conditions under which these expressions have been
introduced in the system, which were completely clear and explicit in the first
definition.IS "k e K" as "k is a class"; see also the
hypothesis from above for another example). But this by no means involves
confusion with i~clusion,as. it is shown by the fact that P. soon added four
defimte properties precisely distinguishing both notions, which made it
po~siblefor.hi~~.~ for Russell himself, to preserve the useful and convenient
readmg is (2) The supposed elimination is a failure, for (i) it depends upon
Peano's confusion of class membership and class inclusion, so that (ii) a
singleton class (la) and its sole member (lX) are not clearly distinct notions;
it follows that (iii) "a" is both a class and, according to the
interpretation of the definition, an individual (iv), as is shown by joining
the hypothesis preceding the definition and the definition itself This multiple
objection is very interesting because it can be taken as proceed- ing from the
received view on P., according to which his logic not only falls s~ort ofstrict
logical standards, but also contains some import- ant confuSions here and
there. However, the four points can easily be s~own t? be mistaken.
(Incidentally, I think this could have been recog- mzed With pleasure by
Russell himself, who always thought of P. and his school as being strangely
free oflogical confusions and mistakes.) . Fir~t, it ~n hard~y be said that P.
confused membership and mcluslOn, given that it was he himselfwho introduced
the distinction through his symbol "e" (previously to, and therefore
independently of, Frege). If the objection means (which is rather unlikely)
that P. would admit the symbol for membership as taking place between two
classes, it is true that this was the case when he used it to indicate the
meaning of some symbols, but only through the reading "is" (e.g. full
clarity that"1" (T) makes sense only before individuals, and ''t''
before classes, no matter which particular symbols we use for these notions.
Thus, ''ta'', like "tx", both have to. be read as "the class
consti- tuted by ...", and" la" as "the only member of
a". Therefore, although P., to my knowledge, never used "lX"
(probably because he always which could be read as " 'a and b being
classes, "the only member of a belongs to b" is to be the same as
"there is at least one x such that (i) 'there is at least one a such that
for eve~,': and z belonging to a,.w = z' is equal to 't~ey such that y =. x',
and (ii) x belongs to b,where both the letter Iota and the words the unit
class" have disappeared from the definiens. aeCis.3a:x,yea.-::Jx,y.
x=y:beCIs•~:. . l a e b . = : 3 x 3(a = t x . x e b), 15 There is a well-known
similar example in the apparent vicious circle of Frege's famous definition
ofnumber. the reply to objection (1). There are other, minor objections as
well. Second, "la" does notstand for the singleton class. P. stated
with thought in terms of classes), had he done so its meaning, of course, would
have been exactly the same as "la", with no confusion at all. Third,
"a" stands for a class because it is so stated in the hypothesis,
although it can represent an individual when preceded by the descriptor, and
together with it, i.e. when both constitute a new symb.ol as a w.hol~. Here P.'s
habit could perhaps be better understood by mterpretmg it in terms of
propositional functions, and then by seeing" la" as being somewhat
similar to <!>x, no matter what reasons ofconvenience led him to prefer
symbols generally used for classes ("a" instead of"x").
There is little doubt that this makes a difference with Russell. It could even
be said that while, for Peano, the inverted iota is the symbol for an operator
on classes, which leads us to a new term when it flanks a term, for Russell it
was only a part of an "incomplete symbol". I am not sure about P.'s
answer to this, but at any rate for him the descriptor could be eliminated only
in conjunction with the rest of the full express- ion "la e b", so
that the most relevant point of similarity again can be found in P.. Last,
there is no problem when we join the original hypothesis and the definition: as
I have pointed out in the interpretation contained in the last part of (3)
If, as it seems, "a" is affected by the quantifier in the hypothesis,
then it is a variable which occurs both free and bound in the formula (if it is
a constant, no quantifier is needed). I am not sure about the possible reply by
P. himself Perhaps he did not always distinguish with present standards o f
clarity between the several senses o f "existence" (or related
differences) involved in his various uses of quantifiers,r6 but in principle
there is no p'roblem when a variable appears both bound and free in the same
expression, although in different occurrences. At any rate, I cannot see how
this could affect my main claim; the important thing here is to recognize the
fundamental similarities between the elim- ination of the descriptor in P. and
Russell. However, in the several readings I proposed I hope to have clarified a
little the role of ".3" in P. . (5) P. could hardly have thought that
he was capable of eliminat- ing the descriptor, for he continued to use the
symbol and his whole system depended on it as a primitive idea.IS The only
additional reply is that only reasons ofconvenience can explain the retaining
ofa symbol in a system in cases where the symbol can be defined, i.e.
eliminated. (After all, Russell- himself continued to use the descriptor after
its elimination by means of his theory of descriptions.) But, as we have seen,
there is no doubt P. thought that the descriptor could easily be eliminated
from propositions. (4) Russell rejected definitions under hypothesis, therefore
he would have rejected the Peanian definition of the descriptor. Of course, we
must admit that Russell (like Frege) rejected this kind ofdefinition, but this
took place especially in the context of the unrestricted variable of
Principia.I ? Besides, he himself used this kind of definition for a long
period once he mastered P.'s system. It was because he interpreted these
definitions as P. did, i.e. merely as -a device for fixing the meaning of the
letters used in the relevant symbolic expressions. Thus, when for instance one
reads, after whatever symbolic definition, things like" 'x' being
..." or" 'y' being ...", this would really be a definition under
hypothesis, but, of course, only because the meaning of the sym- bols used
always has to be determined somehow. Anyway, there is no point in continuing
the discussion ofthis objection, given that it is hard- ly relevant to my main
claim. Even if P.'s original elimination of the descriptor does not work
because of its taking place in the framework of a merely conditional definition,
the force of his original insight could well have influenced Russell; at any
rate, it is worth knowing in itself (6) The reduction mentioned, even if it
really took place, was by no means followed by the philosophical framework
which made Russell's theory of descriptions one of the most important logical
successes of the century. Thus, P. did not realize the importance of the
elimination. This last point can hardly be denied, but P.'s goals were very
different from Russell's, so I think that to point out a "lack" like
this makeslittle sense from a historical point ofview. 16 I would like to
recall here that it was P. himselfwho discovered the distinction between bound
and free variables (which he respectively called "apparent" and
"real"), and probably-and independently of Frege-also the existential
and universal quantification (see my I988a and I99Ia for a detailed account of
both achievements). Quine wrote that "1" was a primitive and indefin-
able idea in P. However, now that we have exchanged several letters concerning
an earlier version ofthis article, I must say he has changed his mind. His
letter to me ofII October 1990 contains the following passage: "I am happy
to get straight on P. on descriptions. I checked your reference and I fully
agree. P. deserves all the credit for it that has been heaped on Russell (except
perhaps for Russell's elaboration of the philosophical lesson of contextual
definition)". As for the sense in which the philosophical consequences of
the elimination of the descriptor were not very important for P., I have faced
the problem in my reply to an objection. And also in previous stages, through
the (finally unsuccessful) attempt at a substitutional theory based upon
propositions, with no classes and no propositional functions. . For according
to him the descriptor cannot be defined in isolation, but only in the context
of the class (a) from which it is the only member (la), and also in the context
of the clas~ from which that class is a member, at least to the extent that the
class a is included in the class b, although this supposes no confusion between
membership and inclusion; see the second point of my reply to objection (2)
above. I think this is just the right interpretation ofthe whole
expression"1a Eb". In any case, I cannot help being convinced that
none of these objec- tions seems to have any force against my main claim: that
the elimin- ation of the descriptor was present in P. with essentially the same
symbolic resources as in Russell. This is equivalent to the first two claims at
the beginning of this paper: P. clearly stated the conditions of existence and
uniqueness as providing the true significance of the descriptor; and (2) he had
enough symbolic techniques for dispensing with it, including those required for
constructinga definition in use. We have a few relevant passages, but the
clearest one occurs. There we can read that" Ta" is meaningless if
the conditions of existence and uniqueness are not ful- filled. Thus, even the
third claim was made by P.. Perhaps under certain different interpretations of
P.'s devices it could be shown that his elimination of the descriptor was not
exactly equivalent (in the tech- nical sense) to Russell's. Yet even if so, I
think that from the historical viewpoint, which means to do justice both to P.
and Russell, it is important to know that P. had these resources at his
disposal,' and that they may have influenced Russell. However, we can see the
heritage from P. in a clearer way if we compare the definition with the version
for classes in the same letter: . The parallelism is therefore complete, but
before finishing this paper I want to insist on my main claims by resorting now
to one of Russell's manuscripts, "On Fundamentals. First, we find there a
definition stated in terms similar to P.'s, and with almost exactly the same
symbolic resources: Finally, I am not accusing Russell of plagiarism. I only
affirm that some ofthe ideas and devices which are important for the
eliminative definition of the descriptor were already present in Frege and P.,
including the conceptual and symbolic resources, and that these works are ones
that Russell had studied in detail before his own theory was formulated. Second,
the later improvement of this definition is precisely in the sense of making
clearer that, although the method of the propositional function was preferable
to the one of class membership, the symbolic expression of the conditions of
existence and uniqueness is preserved. Even the idea -- also coming from P. -- according
to which we cannot define the expression “la" alone, but always in the
context of a class (which in Russell became the form of a propositional
function), appears here. Benacerraf, and Putnam, Philosophy of Mathematics (Cambridge). The first appearance of Russell's
definition, under the form which was adopted as final, took place, not in
"On Denoting", but in a letter to Jourdain: According to that, all
other influences must be regarded as secondary. Concerning Meinong's influence,
for Russell the principle of subsistence disappears as a consequence of the
eliminative construction of the definite article, which was a result of the new
semantic monism. Russell's later attitude to Meinong as a "main
enemy" was only a comfortable recourse (v. however, Griffin). As for
Bacher, Russell himself admitted some influence from his nominalism. In fact, Bacher describes mathematical objects
as "mere symbols" and he advises Russell to follow this line of work
in a letter (only two months before Russell's key idea): "the 'class as
one' is merely a symbol or name which we choose at pleasure" (quoted by
Lackey [Russell). Finally, for MacColl it is necessary to mention his essay
where he spoke of "symbolic universes", which include things like
round squares, and also spoke of "symbolic existence". Russell pub-
lished his essay as a direct response to this author, and there we can see some
conclusions from the unpublished manuscripts, although still by solving
peculiar cases in a Fregean context. I agree with Grattan-Guinness that MacColl
was an important part of the context of Russell's ideas on denoting (personal
communication), but I have no room here to devote to the matter. There is,
however, a previous occurrence of this definition in the,manuscript "On
'JI(lX)(<I>x)•=•(:3b):<j>x.=x.X =b:'JIb. (Grattan-Guinness Substitution" written with only slight symbolic
differences. I am indebted to Landini for the historical point.
'JI(t'u)•=:(:3b):xEU.=x.X =b:'JIb. Peano, G., as. Opere Scelte, ed.
U. Cassina, Roma: Cremonese, Studii di logica matematica". Repr. Logique
mathematique. Repr. Analisi della teoria dei vettori, repr. Formules de logique
mathematique. CONGRESSO INTERNAZIONALE DI
FILOSOFIA BOLOGNA. Una questione grammatica RAZIONALE,
speculativa, filosofica – morfo-sintattica, semantica, prammatica. STftBILIMEMro
iJOLICiKMNCO EMILIHMO BOLOarifì. Discorso. UNA QUESTIONE DI GRAMMATICA
RAZIONALE. Leibniz, nel suo saggio “de grammatica rationali” pone le basi
di un nuovo campo di studi, che solo in questi ultimi tempi comincia ad essere
coltivato. Il compianto VAILATI (si veda), rapito or sono due anni da immatura
morte alla filosofìa, presenta al Congresso della Società Italiana pel
progresso delle scienza, tenutosi a Firenze e pubblica un saggio, La grammatica
dell’algebra, ove studia a che cosa corrispondano gl’elementi grammaticali –
sintattica, semantica e prammatica – in una formula – logica o algebrica. P. tratta
del valore logico – semantico -- delle categorie “grammaticali” – sintattica,
semantica, prammatica. La grammatica latina di DONATO (la prima,
essecutata in eta volgare) classifica le espressioni in categorie o, meglio, parti
del discorso, -- le otto parti dell’orazione -- chiamate I nome sostantivo, nome
aggettivo, pronome, verbo, avverbio, preposizione, intergezione, etc. Il
loro numero è generalmente nove. Alcuni grammatici posteriori al Donato ne
hanno meno. La grammatica greca di Dioniso ne hanno dieci, compreso l’
articolo – soppresso nella lingua latina, ma represso nella lingua italiana e
nella lingua francese. Questo numero dieci è fìsso nella grammatica
francese ispirata da DONATO. I italiani sono più variabili, o volatili –
la prima grammatica del volgare e di un filosofo che parla una forma molto
primitiva del toscano! Peano si propone di esaminare se questa classificazione –
di DONATO, basato nel VARRONE, o nella grammatica volgare del toscano –
“grammatica sine authore – sia meramente formale o REALE, cioè se l’essere una espressione
nome sostantivo, nome aggettivo (Grice da un solo essempio, “shaggy”) o
verbo, o avverbio (“non), o preposizione, o congiunzione (“e,” “o”, “se”) è una
proprietà dell’ente che l’espressione indica, ovvero solo meramente della
forma dell’espressione La questione presenta un interesse di
attualità, ora che molti si occupano di lingue inter-nazionali, più o
meno artificiali. Il Volapiik, in grande voga or sono venti anni, termina
ogni nome aggettivo colla desinenza indo-europea, aria, o indo-germanica “-ico”
del tipo latino “prosaico,” “publico,” “classico,” ed ellenistico “logico,” “geometrico,”
“conico,” ecc. Questa idea, sotto forme diverse, e adottata da alcuni filosofi
di interlingue più recenti. Il Deutero-Esperanto di H. P. Grice, nelle varie
forme, fa terminare ogni nome sostantivo in “-o” e ogni nome aggettivo in “-a.”
(L’essempio di Grice: “shaggy-a”. Quindi i filosofi di queste lingue
ritengono che la classificazione delle parti del discorso – parti dell’orazione
-- e non meramente formale, ma reale. Un esempio rischiarerà la
differenza fra proprietà reale e proprietà formale – use and mention –
Grice, la parola ‘MOTHER’ used as a paper-wright. Le proposizioni, L’uomo è
animale razionale,” “ “Uomo” consta di quattro lettere” esprimono rispettivamente
una proprietà reale o materiale ed una formale di “uomo”. Si suol anche dire
che la prima esprime una *proprietà* dell 'ente uomo (linguaggio oggeto) e
la seconda una proprietà dell’espressione ‘uomo’ (meta-linguaggio).
Si tratta di vedere se la proposizione: “uomo è sostantivo” e
del tipo formale o reale. Un criterio che spesso permette di distinguere
una proprietà reale da una formale o meramente verbale – o espressiva -- è la
versione della proposizione in altra lingua, come nel francese. Cosi se al
posto di uomo metto l’equivalente francese ‘homme’, la proprietà reale rimane vera – French men are rational --,
la formale non è più verificata, perche “homme” consta di cinque lettere, non
quattro, come nella lingua italiana. Questo criterio non basta sempre. Per
es. se sostituisco l’italiano “uomo” con, allora, il latino “homo,” tanto la
proprietà reale quanto la proprieta formale risultano verificate. La
versione della proposizione nelle lingue europee, non permette di
riconoscere chiaramente se sostantivo sia una proprietà meramente formale
dell’espressione o reale del topico che si tratta, perchè la grammatiche della
lingua italiana (‘sine autore’) adotta la nomenclatura della grammatica latina
di DONATO che si adatta loro abbastanza bene, perchè una lingua
neo-latina come l’italiano o il francese sono tutte parenti prossime del
latino. Esse non sono che varie fisionomie di una stessa
lingua. Qualche differenza già si intravvede. II latino “homo” è
certamente un nome sostantivo perché ha tutta la declinazione: nominativo:
homo, familiaris o genitivo: hominis, dativo: homini, causativo hominem,
ablativo homini, locativo homine, vocativo, homine, etc. Invece l’inglese “man”
è dato nei vocabolari o come un sostantivo, = I. uomo, o come un *verbo*
attivo, nel senso di equipaggiare una nave, di provvedere di soldati un
forte, etc. La differenza si fa più evidente, confrontando lingue di
origine differente. La distinzione fra la proprietà reale e la proprieta formale
si incontra pure in matematica o arimmetica (Austin, Frege). Il segno “=” indica
sempre l’eguaglianza fra i valori dei due membri (Clark Kent = Superman). Ma
“Clark Kent e meno da Superman, x<y, o mai da Superman (x>y) e un
assurdo. Da x~y, segue che ogni proprietà *reale* di a: è pure una
proprietà reale di y. Le proprietà formali possono essere diverse.
Delle due proposizioni: */, è frazione minore di 1. s /
3 è frazione irreduttibile, la prima esprime una proprietà reale,
la seconda una formale di s / 3 . Essendo */ 3 = */, sostituendo alla prima
forma la seconda, la prima proposizione rimane vera, la seconda
falsa. Bréal, nell’ Essai
de sémantique (Paris), dice: Il y a des langues qui ne distinguent pas
les categories. La stessa osservazione è ripetuta più volte da Mùller. In “The
science of Thought, London, egli spiega che le dieci categorie del LIZIO
– I SUBSTANTIA OvGlu, II QVALITAS stoGÓv, III QVANTITAS tcoióv, IV RELATIO xyóg
ti, V tcov. •xot £, VI xbìó9'CU ì VII tytup sroiffr, VIII nàd'ft IX X tv
-- dopo essersi fuse, decomposte e trasformate, diedero luogo alle dieci
parti dell’orazione delle grammatica di DIONISO e DONATO (per la lingua latina).
Mùller osserva che il LIZIO trasse le dieci categorie, non dalle
grammatica greca di DIONISO (ancora da scriversi), ma dalla *lingua* greca. E
che se il rettore del LIZIO (questo Aristottele)i, invece che un
provinciale che adotta il greco volgare parlato a Stagira, fosse stato (o
parlato) semita o cinese, avrebbe latto una differente classificazione in
categorie. Ma possiamo osservare il carattere formale delle categorie *grammaticali*
-- d’espressione --, nella lingua italiana nostra *senza* ricorrere a una lingua
non europee. Considero ad esempio la proposizione di Fedro [1, fij. Sic
est locutus “leo,” ego primam tollo, nominor *quia* “leo” – Huxley: Rightly is
a pig named ‘pig’. Qui, “ego = leo.” (Io sono un leone – tu sei la crema del
mio caffe). Ma “leo” (o crema) è nome sostantivo secondo le grammatica senza
autore – italiana --, ego è pronome, dunque: pronome =
sostantivo, cioò ogni pronome è un sostantivo ed ogni sostantivo può
essere rappresentato da un pronome – “questo,” “quello” – Bradley, thisness,
thatness, Merton/Magdalen, Oxford. La differenza fra nome sostantivo e
pro-nome (cioe, quello che sta PRO nomine -- non e pertanto reale; ma
meramente formale o dell’espressione, e precisamente *morfologica* -- o lessica
– la forma, morphe – morfologia morfo-sintassi. I pro-nomi nella lingua latina
hanno una declinazione differente dalle cinque dei nomi sostantivi *propriamente
detti*, quindi conviene, come osserva l’autore della grammatica senza autore, di
farne una categoria a parte. L’identità fra pro-nome e nome sostantivo è
indicata dalla stessa espressione grammaticale – da Dioniso a Donato – “pro-nome,”
che significa letteralmente: che *e le veci* di un nome o nome sostantivo,
ma che si deve intendere che ha il valore di un sostantivo. Il valore di
un pronome cambia con il contesto del discorso o della profferenza (the context
of utterance, citato da Grice, tratto da FIRTH e GARDINER --, secondo la
persona che parla – il proferente -- ed a cui si parla – il recipiente. Ma ciò
non modifica l’eguaglianza fra pro-nome e nome sosntantivo. Anche in algebra le
lettere “x” ed g hanno un valore *variabile* (non costante) colla questione. Ma
se in una questione risulta x = 2, segue che x è un intero, pari e primo
al pari di 2, cosi si da “ego leo” segue che “ego” ha la proprietà di
essere un nome sostantivo, al pari di “leo” -- supposto che la proprietà
di essere un nome sostantivo è reale. Anche l’*avverbio*, qua e là, ha un
valore dipendente dalla persona che parla --- o del ‘profferente,’ come
dicevano i dialettici delle scole. Pure l’avverbio “là” non si mette in
una classe a parte, ma si mettono nella stessa classe degl’avverbi, con “bene,”
“liberciliter” etc., che hanno un valore *costante* e non sensitivo al cotesto.
E se ne fa una classe sola perchè tutti indeclinabili. Chi scrive in una
lingua europea, come l’italiano, o il francese, può fare a meno di
risolvere il problema se il “pro-nome” --
come Grice’s “I,” or “Someone” -- è un nome sostantivo. La lingua dei
Romani, come dice Varrone, si ha
sviluppata per secoli prima che ad essa si applicasse la nomenclatura
grammaticale – a Roma, i grammatici erano i schiavi. Chi scrive in Deutero-Esperanto,
sotto una delle sue varie forme, deve cominciare a risolvere questo
problema per sapere se ai pronomi deve dare o no la caratteristica “-o.” E
mentre la maggioranza dei filosofi non considera il pro-nome quale nome sostantivo,
una minoranza, con a capo LEMAIRE lo considera *logicamente* -- o
concettualmente, o in termini della grammatica filosofica o grammatica
razionale o grammatica speculativa -- come un nome sostantivo e dà loro
la desinenza “-o.” Passo ora alla relazione fra il nome sostantivo (“leo”) ed il
nome aggettivo (“shaggy”) – AD-IECTVM. Il
Larousse dà le definizioni seguenti. Un “nom substantif” e un “mot qui *dèsigne*
une personue, ou une chose.” Un “nom adjectif” e un “mot qui seri à *qualifier*
une personnem ou une chose. Considero i due giudizi: Pietro
è buono. Paolo e bravo. Pietro è poeta. Paolo e filosofo. Essi hanno la
stessa costruzione; “buono” (o “bravo”) e “poeta” (o “vago”) servono egualmente
a, per usare la terminologia naif del Larousse, *designare* ma anche *qualificare*
la persona Pietro (o Paolo). Cf. Grice on Pegasus pegasusises. Sono amendue
nomi di classi di enti. Ma “buono” (o “bravo”) è nome *aggettivo*, “poeta” è nome
*sostantivo*. Dunque: aggettivo = sostantivo. ( fv ad -'iv ’ à. La
differenza fondamentale fra il nome sostantivo e il nome aggettivo è che,
in generale, l’aggettivo è accompagnato da – si aggiunge a -- un sostantivo,
con cui concorda in numero – singulare, duale, plurale --, genere – maschio,
epiceno, femina --, e caso – retto o
monimativo, o obliquo: genitivo, o familiare, accusativo o causativo, dativo,
ablativo, locativo. Quindi la necessità di un capitolo della grammatica (non
razionale) che spiega queste flessioni nell’italiano del nome aggettivo nel
grado positivo, e quelle dei comparativi (comparativo e superlativo), etc. Ma
questa differenza evidentemente appartiene alla morfologia della lingua latina
e della lingua italiana o la lingua francese. L’aggettivo può benissimo restar
solo come in: veruni dico, audaces fortuna juvat, miscuit utile
dulci. Cosi nella lingua italiana, “dico il vero” [dico vervm] = “dico cosa
vera,” “dico la verità, onde risulta: “il vero” = “cosa vera” = “la verità”.
La concordanza nella lingua latina vive ancora nella linua italiana,
limitata al genere e numero. Il caso è morto – eccetto nelle forme
pronominali, “ti amo”; ed è del tutto scomparso in una lingua agglutinativa
come la lingua inglese. Quindi per esempio, nell’Enciclopedia Britannica,
nell’articolo sulla grammatica, leggiamo che la distinzione fra nome sostantivo
ed nome aggettivo non è applicabile nella lingua inglese (Che idiota ha scritto
questo articolo?). Questa distinzione fra nome sostantivo e nome aggetivo sta
nella veste. Spogliata la parola – o l’espressione, come dice H. P. Grice -- della
veste della concordanza latina, non c’è più criterio per distinguere il nome
sostantivo dal nome aggettivo. Dal fatto che nella lingua latina “bonus”
concorda col soggetto – essempio: Cesare --, chiamno “bonus” i schiavi grammatici
nome aggettivo. La grammatica di DONATO, che è la prima grammatica
importante, è dell’era *volgare*. Varrone non necessita grammatica! Si
commette un anacronismo e si scambia la causa coll’effetto quando, prima, si
definisce il nome aggettivo (“bonus”) e poi si enuncia la regola della
sua concordanza col nome sostantivo (“dictator bonus”). Come si parla la
lingua latina per secoli, prima che nascessero i grammatici, cosi si può
continuare a parlare in una lingua moderna come la lingua italiana o la lingua
francese, lasciando ai schiavi grammatici la stupida cura di decidere se la
differenza fra il nome sostantivo (“dictator”) e il nome aggettivo (“buono”) e meramente
formale o reale. Ma chi scrive in una delle forme di Deutero-Esperanto è
costretto a dire dopo ogni parola: questo è un nome sostantivo, questo e un
nome aggettivo e questo è un verbo. Ciò ha senso nella forma latina, che
e lingua che H. P. Grice chiama NATURALE, a questa, il Deutero-Esperanto, lingua
artificiale, o, come prefire H. P. Grice, ‘inventata’ -- avendo soppressa
la forma latina, la distinzione non è più possibile. In
conseguenza, i seguaci del Deutero-Esperanto, discutendo di una cosa non
esistente come se esistes, arrivano a risultati fra loro contradditori.
Per esempio, in un sistema si ha l’eguaglianza: Pietro è
buono-aggettivo = Pietro è
buono-sostantivo. In altro sistema – il Deutero-Esperanto di Grice -- solo la
prima forma è lecita. Ivi, “buono-sostantivo” significa “bontà” e si
riferisce a quello che Grice chiama ‘SECOND-order predicate calculus.”
Parimenti l’articolo che ossessiona Strawson è messo dalla maggioranza dei
deutero-esperantisti fra i nomi aggettivi. Ma Lemaire osservando che l’articolo
“il” deriva da un antico pronome demonstrativo nella lingua latina (“ille”),
che è, per Lemaire, un sostantivo, pone l’articolo definito fra i nomi sostantivi!
(“Il presente re di Francia e calvo”). Poche parole sul carattere formale
del verbo. La proposizione latina, Ars longa, vita brevis, corrisponde
all’Italiano, l’arte è lunga, la vita è breve. Nella lingua italiana, vi è il
verbo “essere” – la copula -- che in latino non sta detto. Il
latino “brevis” corrisponde all'ialiano “è breve”. Ma “è breve” è il PREDICATO
TOTALE della proposizione o orazione, e quindi è un verbo. Dunque, si
conclude, anche la forma latina abbreviata “brevis” è un verbo. Ma questo
è un aggettivo, dunque l’aggettivo — verbo / i u C ttj. Alcuni filosofi
della lingua dicono che, in vita brevis, il verbo, la copula, è
sottinteso – sous-entendue – IMPLICATED, implicito --, e che la frase o
l’orazione è elittica e entimematica. Ciò significa che l’ “est” non sta DETTO
(ma impiegato, implicato) ed è cosa evidente. Non bisogna intendere però
che la parola “est” sia stata sottintesa (sous-entendue, empiegate, implicata) o
soppressa, non espressa, ma so-pressa; cioè, che essa parola “est” – o
IZZING, come prefirisce Grice -- sia l’abbreviazione di una frase ipotetica più
antica contenente l’ “est.” Man mano noi risaliamo nella storia, troviamo
la mancanza (soppressione, implicatura, impliciture) della copula “est” sempre
più frequente. La incontriamo in greco ed è ancora frequente in
russo. Altri esempi da Max Muller – da non confendere con Max Miller, il
comediante giudeo-inglese cockney -- nix
alba = nix albet; sarculum acutum = sarculum caedit. Quindi la
forma originale della proposizione e soggetto (-aggettivo; l’ausiliario “essere”
è posteriore. Pare che il suo significato primitivo dell’IZZING di Grice fosse
di respirare. Dice Muller. An auxiliary verb is the
shadow of a verb, which originally means ‘to grow,’ (become), to dwell, to turn,
to breathe. L’identità nome aggettivo = verbo può parere una novità al
pubblico moderno, benché nota ai filosofi della lingua. E evidente ai scolari
del LIZIO, chi affermano che “antropos,”
“uomo,” è “onoma”, nome, mentre “levxóv” è “rhema,” verbo. Se nome sostantivo =
nome aggettivo ed nome aggettivo = verbo, segue che sostantivo — verbo.
Eccone alcuni esempi diretti. Nel greco tivò'Qanog ùv&Qcòxcp òca
jióviov, homo homini deus, e nel pessimista latino, homo homini lupus, il
“deus” e “lupus” valgono come “si comporta come un amico (deus)” e “si
comporta come un nemico (lupus)”, e perciò sono verbi. VACCA (si veda) che
visita gran parte della Cina coll’occhiodel filosofo, mi cita la
frase cinese che risulta dalta triplice ripetizione del simbolo di uomo,
letteralmente tradotta diventa: uomo, uomo, uomo» e significa: l’uomo
tratta umanamente l’umanità. Nulla impedisce di dire che il primo
simbolo è un nominativo, il secondo un verbo, il terzo un accusativo, ma
nessun segno indica questa proprietà. Cosi nella scrittura che noi
deducemmo dagl’arabi (non dai romani), “222,” possiamo dire che il primo ‘2’
rappresenta centinaia, il secondo, decine, e il terzo unità, e cosi
enunciamo varie proprietà delle varie figure “2,” *non* del numero
2. Le parole soggetto e predicato di una proposizione, sono termini
relativi alla proposizione. Si potrebbe studiare se le parole ‘sostantivo’
ed ‘aggettivo’ possano avere valore relativo. Ma mi basta l’aver provato che non hanno valore
assoluto, e che una definizione di sostantivo è *impossibile* -- cf. Grice on
‘Fido is shaggy,’ – “It is impossible to expect the philosopher to provide
meaning-specifications for all parts of speech, so I will restrict myself to
the ‘predicate,’ “shaggy.””. Vedasi sullo stesso soggetto il
saggio su «Discussione de Academia prò Interlingua. Nome compiuto: Giuseppe
Peano. Peano. Keywords: implicatura, l’operatore iota. Refs.: Luigi Speranza,
“Peano e Grice sull’articolo definito,” -- Luigi Speranza, “Peano e Grice
sull’operatore ‘iota’, Deutero-Esperanto, l’errore di Quine, il carattere non
primitive dell’operatore iota. -- H. P.
Grice, “Definite descriptions in Peano and in the vernacular,” Luigi Speranza,
"Grice e Peano: semantica filosofica," per il Club Anglo-Italiano,
The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Peano.
Luigi Speranza -- Grice e Pecoraro: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del conflitto – la
scuola di Salerno -- filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza
(Salerno). Filosofo
italian. Salerno, Campania. Grice: “He must be the only philosopher who
philosophised about ecstasis!” Grice: “Many don’t consider him an Italian philosopher seeing that he
got his maximal degree without (not within) Italy!” – Filosofo e storico della
filosofia italiano. Dopo studi
giuridici presso la Facoltà di Scienze Politiche, si laurea in Filosofia presso
l´Università di Salerno con una tesi sulla filosofia di Cioran. Collabora con
il Corriere della Sera, Il Messaggero, Il Giornale di Napoli come cronista di
nera e di giudiziaria. Si avvicina ad alcuni artisti contemporanei che
gravitano intorno all´Accademia di belle arti di Brera organizzando due Mostre
a Ravello e dedicandosi al coordinamento editoriale dei rispettivi cataloghi. Tra
i partecipanti:Paladino, Pisani, Galliani, Knap, Montorsi, Melioli, Battaglia.
Un'esperienza che è importante in seguito, quando i tratti metafisici e di
rivolta dell´opera d´arte contemporanea verranno riscoperti in chiave
nichilista. Fonda "Quadranti" dedicato a Marotta dell´Istituto
italiano per gli studi filosofici di Napoli. È possibile dividere il
percorso di studi e del suo pensiero in due momenti distinti. Il primo,
attivismo filosofico, comprende tutte le attività e le iniziative tese a
vivacizzare e svecchiare il dibattito critico e filosofico; la divulgazione di
temi e autori poco studiati -- tecnoscienza, Nichilismo, Filosofia del
suicidio, Metafisica e Teatro, Vattimo, Esposito, Agamben. Contatto con Vattimo,
Esposito, Givone, Volpi, Mattei, Ferraris. Studia nichilismo, suicidio e
filosofia negative, politica e morale. Una filosofia disperata e
negativa, assolutamente slegata da prospettive etico-politiche. Si tratta di
una filosofia fondata sul nichilismo e su una tradizione di filosofi maledetti.
I voyeuristic "esteticamente salvificano di un datato phatos
esistenzialista, del “tutto è vano” risultato ultimo della sua analisi
filosofica del suicidio, della psicanalisi e dei lacci concettuali e storici
tra nichilismo, nullae negazione. Il risultato è una filosofia
anti-fondazionale, che poggia le sue radici in una inter-soggettività
pessimista e malincolica, che nega qualsiasi etica, sociale e politica
estremizzando così l´accusa contro l´umano e tutte le sue costruzioni sociali,
storiche e morali. In questo orizzonte
di assenza di senso, decadenza e corruzione metafisica, l´unica, eventuale,
maniera di ribellarsi e resistere si concretizza, paradossalmente, nell´appello
alla responsabilità e all´azione di un noi (Freud ego et nos) tragico-nichilista
-- Ricerca un orizzonte di senso diverso
e più profondo che lo porta, però, alla perdita quasi totale dei suoi
precedenti fili conduttori. Interessi,
letture, pubblicazioni, ricerche si frammentano e perdono in intensità e
chiarezza. Decisive, in questa fase, sono le questioni etico-politiche, la
critica dell´umanismo sociale contemporaneo e l´impegno filosofico. In primo
luogo devono essere segnalati, per l´importanza che rivestono, i due Seminari
tenuti presso l´Istituto per gli studi Filosofici di Napoli dedicato al “Bio-potere"
e la Bio-politica" Riformula il concetto di bio-potere usando come chiave
interpretativa il "Bios" di Esposito. La bio-politica discute e mette
alla prova la sua lettura radicalmente sistematica”della volontà di potenza,
avvento dell´oltre-uomo e ultrapassamento del nichilismo. Oltre a questi due
temi, il rigetto del relativimo, lo studio delle relazioni tra massa e potere;
l´affermazione di una visione essenzialista dell´umano, la riscoperta della
psicanalisi, del movimento Modernista. Elabora di un percorso teorico che,
fondandosi sulla necessità di pensare il presente e non il future di una
filosofia dell’attuale e sulla
convinzione che le categorie filosofiche sono obsolete e dannose per spiegare e
trasformare il mondo, si concentra in due diversi ambiti di ricerca in una
complessa e non risolta tensione tra aspirazioni pluriversalistiche e l´impegno
filosofico nella realtà e nella cultura. Il primo etico-morale si occupa delle
condizioni di possibilità di forme dell’inter-soggettivo nell´epoca dei
"diritti di tutte le cose del mondo" e della reazione alla crisi di
fondamenti, delineando quindi le basi di una filosofia del dovere di stampo
post-illuminista. Il secondo opolitico-sociale– attraverso la
critica del politicamente corretto e della retorica democratica, la de-costruzione
del concetto di democrazia attraverso la ripresa dell´idea di servitù
volontaria, la lotta contro il fascismo tende a ripensare il concetto di democrazia
e la pratica democratica" nei sistemi di potere e, più specificamente, si
dedica all´esame delle possibilità di una trasformazione radicale del pensiero
filosofico e di una concezione del “politico” in senso non tecnicista e non
"sinistroide-reazionario". Saggi: “I voyeuristi” (Salerno, Sapere);
“Metafisica e poesia” (Roma); “Cosa resta della Filosofia?”; “Dal sacro al
Profano”; “Dall´Arcaico al Frammento” “Bio-potere, Bio-politica”. Nome
compiuto: Rossano Pecoraro. Pecoraro. Keywords: fascismo, voyeuristic. Leopardi,
I voyeuristi, conflitto e mediazione, voir, voyant/voyeur. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Pecoraro” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pecori: la ragione conversazionale – filosofia
italiana – filosofi italiani dall’A alla Z – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Firenze, Toscana. P. is
a canon (canonico) and author. While his exact place of
birth is not specified in the search results, his major works focus on Tuscan
history, suggesting a strong connection to that region. He is a significant
figure in the historical study of the Italian city of San Gimignano. Other Publications
His most prominent other publication is a detailed historical work: Storia
della terra di San Gimignano: This extensive history of the town and
surrounding area of San Gimignano is published in Florence by the Tipografia
Galileiana. It covers the city's history from its origins to the modern era,
with a focus on its fortress and castle. This work is considered an important
source for historians studying medieval Italian cities. P. is also mentioned in connection with a
genealogical work, possibly as a subject or collaborator: Memorie genealogico-storiche della famiglia P.
di Firenze: This work, which focuses on the genealogical history of the Pecori
family of Florence, was collected by Passerini.
His work delle istituzione della rettorica is less detailed in the
provided snippets, but these other publications establish his primary focus as
an Italian historian and local chronicler of the Tuscany region. Luigi P. DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI DI RETTORICA II
presente libro è posto sotto la salvaguardi* ilella lealtà dei Tipografi c
degli Editori Italiani. DELLE ISTITUZIONI DI RETTORICA PROPOSTO LUIGI P. 3 f
FIRENZE COI TIPI DI 11. CELLIfil E C. AI GIOVINETTI STUDIOSI. Già da qualche
tempo è nata tra gl’uomini di lettere una lodevole gara di promuovere in ogni
maniera di studj l'istruzion vostra, o giovinetti, coll'age- volarvene la via
mercè di ben ordinate opere elementari, di dotti e succosi commenti, d’accurate
edizioni di classici ; nel che spendono con indefessa sollecitudine ed ottimo
intendimento l'ingegno e l'opera. Ma frattanto nelle scuole nostre lamentasi il
difetto d'un libro di precetti rettorie! accomodato all'età vostra ed alla pre-
sente condizione dei tempi , e d' indole tutta italiana. SÌ è cercato, é vero,
ora di raffazzonare la Rettorica dell'inglese Blair, ora d'ampliarne g
d'arricchirne il compendio con dotte e sagacissime aggiunte, ora di
racconciarne altre, ed altre farne di nuovo; ma tut- tavia tra i libri di
rettorica più comunemente conosciuti non se ne riscontra in generale dai savj
istitutori vo- stri alcuno abbastanza soddisfacente , sia perchè non
interamente adatto per le scuole d'Italia, sia perchè riesca troppo vacuo , sia
Analmente perchè troppo ele- vato per gli studj elementari dell'arte. Per
queste e simili altre ragioni ancor io che da parecchi anni fo rettorica nelle
scuole del mio Comune, Al GIOVINETTI STUDIOSI non trovandomi abbastanza
soddisfatto de' trattati rct- torici in uso, me ne doleva e per l'onor nostro e
pei discenti; e alla fine conoscendo che i discorsi soli a nulla approdano, mi
posi in animo di provvedere a tal difetto come meglio poteva e sapeva. Sentiva
ben io che a far cosa che pregio avesse , mi mancavano per avventura le forze;
ma attingendo lena dal buon vo- lere, mi sobbarcai ' animosamente alla prova ;
se fui troppo ardito nel tentarla non so; tuttavia mercè di Dio venni a capo di
queste istituzioni elementari di ret- torica ch'io pur v'offro, o Giovinetti.
Il dirvi quali esse siano panni superfluo; perocché, oltre all' impegnarmi in
una prolissa prefazione , che voi probabilmente non leggereste, se studiandole
vi riescono profittevoli , sarà certo argomento della loro bontà ; se no, per
quanto parole io vi spendessi attorno, non mi verrebbe fatto di persuadervi in
cent' anni ch'elle sono un gran che. Vera cosa è però che se que- sto mio
lavoro avesse pregio pari all' amore ond' io lo conduceva , potrei star sicuro
del fatto mio ; ma chi non sa ti Che molle volle al fallo il dir vien meno? a
(Dante , Inf. Canio IV). Contuttociò se mi richiedete perché dunque io ve
l'offra , vi risponderò schiettamente e senza lustre d'equivoca modestia, che
se per coscienza e per fattone speri- mento non mi paresse nulla nulla
accomodato all'utile vostro, non mi ci arrischierei gran fatto; oltre che ini
solletica una certa lusinga che non sia per riuscirvi discaro, riguardando al
fine ch'io m'ebbi di far cosa Al GIOVINETTI STUDIOSI 7 tutta italiana ; di che
spero mi saprete buon grado ; se poi , avvegnaché in siffatte cose il voluisse
sai est non vale , non avesse al concetto ben corrisposto l'ese- cuzione , mio
danno ; chè voi a giusta ragione getterete via il libro, e le tarme faranno il
resto. Qual ordine io abbia dato a queste mie istituzioni ret loriche voi lo
vedete dall' /ridice ; solo voglio avver- tirvi che nel trattare dei
componimenti in prosa inco- minciai dai più brevi e più facili, perchè mi parve
più conforme all'età vostra il farvi ascendere a mano ti mano dalle cose umili
alle più elevale. Nei compo- nimenti poetici poi tenni la via opposta, perchè i
varj generi di poesia comprendendo talora più specie di com- ponimeati di
natura più o meno umile o elevata, par- verni giovare all'ordine e alla
chiarezza esporre prima le leggi di quelli di grado più nobile , e quindi scen-
dere a quelli di grado inferiore , le leggi dei quali non sono d'ordinario che
una modiGcazione delle prime; e perchè mi do a credere che dobbiate essere
abbastanza addestrati nella ragione del comporre, percorsa che abbiate l'ardua
via dei precelti che a' più gravi com- ponimenti in prosa appartengono. Debbo
però confessarvi ancora eh' io non vi dirò cose nuove, dato pure che si potesse
dopo quanto si è scritto da Aristotele a noi in fatto di lettere ; ma 'solo mi
sono studiato di raccogliere dai sommi scrit- tori dell'arte il fiore delle
loro dottrine; e queste io poneva per lo più a fondamento dei precetti , perchè
mi avvisava che confortando questi coll'autorità di chi me- ritamente è in voce
di maestro , riuscir dovessero vie- più apprezzati ed efficaci. E notate che i
fonti , donde ordinariamente ho attimo, sono latini o italiani, che g AI
GIOVINETTI STUDIOSI è tutt'uno, perchè a vero dire la ricchezza di casa non mi
faceva venir voglia di quella di fuori ; e se in ciò ho il torto per il vezzo
che corre, pazienza ! a me basta aver dalla mia Cicerone il quale soleva dire :
« Quum essel egregium non quaerere externa, domesticis esse contentos (1) ».
Finalmente perchè più de'precetti valgono gli esem- pj , ed io non ne sono
stato avaro con voi ; anzi ho cercato di esemplificare quando mi era consentito
dalla natura dell'insegnamento , con bellezze tolte dai classici si latini che
italiani , perchè mi pareva che ciò, oltre al tenervi anche per questo lato
sempre più esercitati nello studio delle due lingue, vi aprisse il campo a'confronli
, potesse accrescere e perfezionare il vostro gusto , e a un tempo inspirarvi
più facilmente l'amore per quei sommi esemplari latini, su'quali si formarono i
nostri grand' italiani. Accogliete adunque con benevolo animo , o Giovi- netti,
se altro non potete, almeno ii buon desiderio che fu di giovarvi nel modo che
seppi migliore, e se non riscontrerete in questo mio lavoro altro merito che un
po'di diligenza nel raccorre ed ordinare quanto da altri si disse intorno
all'arte del dire , io vi assicuro che ne sono appieno soddisfatto ; e tanto è
vero ch'io qui vo'far mìe lo stesse parole di Quintiliano : a Sicut a ipse
piurium in unum confero inventa , ubicwnque iti- li genio non erti focus, curae
testìmonium promeruisse a contentus.... (2) d. Vivete felici. (I) Ofiat. ad
{frullini. (ì) Insti!. , L. Ili, c. 1. PROEMIO. 1. Promuovere , mediante lo
splendore del bello , il culto del vero e del buono a perfezionamento religioso
, morale e civile , è il fine delle lettere ; quindi nobile e venerando n' ò il
ministero. 2. A bene e lodevolmente riuscirvi, riebiedesi ingegno sveglialo ,
fantasìa vivace e giudizio retto. Arroge robusta e facile memoria, della quale
si sa che i Greci con profondo avvedimento dissero esser Dea Mnemosine , madre
che fu delle Muse , le quali a tutto il regno delle ottime arti pre- siedevano.
Riebiedesi inoltre quell'ingenito sentimento del bello, che suole appellarsi
Gusto, ondo i pregi e i difetti si sentono e si scorgono nelle opere dell'arte.
Dall'eccellenza e congiunzione poi di tutte queste doti nasco quello che
chiamasi Genio nel suo più ampio e vero significato; po- tenza creatrice che da
e vita e affetti e parole ai versi, ai marmi, ai dipìnti; scintilla divina ed
anima dell'arte. 3. Questi boi doni di natura però richiedono al loro pieno
sviluppo, incremento e perfezione , il magistero dell'arte, la quale non senza
ragione fu detto essere più cerla che la stessa natura (1); imperocché col lume
dei precetti mostra !a via sicura che guida più speditamente al conseguimento
del fine , e può in certo modo rassomigliarsi a sperlo cava- liere, che
frenando generoso cavallo ne regola l'impeto senza allentarne il corso. 4. E
dovendo il cultore delle lettere farsi sacerdote del buono e del vero, gli è
d'uopo informare la mente ed il cuore alle pure e sublimi dolcezze del bello,
addestrare l' intelletto nelle morali e logiche discipline , essere non mez-
zanamente versato nella storia, ricco di soda e molliplice doltriua , attento
ed instancabile nello studio della natura e dui grandi esemplari greci , latini
e nostrani. Così , e non altrimenti formasi quello squisito e sicuro giudizio
che di ogni egregia scrittura fu detto principium et fona ( Orazio, A. P. v.
109). 5. Dato un cenno delle doti naturali che si ricercano in chi desidera di
dedicarsi con lode allo studio delle lettere, e detto come quelle si
perfezionino per arte . per ottimi studj e por diuturno esercizio , a noi che
ci proponiamo sol- tanto di dare un corso elementare d'Istituzioni Reftoriche ,
non resta che dar mano alla esposizione dei precetti , chè il trattare
distesamente di quelle appartiene a più sublime ammaestramento. (li Rhel. ad
Berta., Detta Elocuzione. La Rellorica è l'arie del boti diro. E poiché il
discorso non è che la manifesta zio ne del pensiero , ne conseguila che il ben
pensare è il fondamento del ben parlare. Principali clementi ne sono il vero e
ciò che al vero s'assomiglia , l'or- dine, la proporzione e il decoro per le
idee; la proprietà e l'eleganza per la espressione di queste. 2. Lode di ben
parlante s'avrà pertanto colui che alla verità, squisitezza e ordinata
disposizione delle materie, congiungerà con bell'arte convenienza di stile e
d'elocuzione. 3. E poiché la lingua è di tutto questo principale stru- mento ,
incominceremo dal dire delle doti d'una colla fa- vella, che sono: Purità,
Proprietà, Chiarezza, Forza ed Armonia. g. A. Della Purità. 4. La Purità
consiste nell'adoperare non tanto le voci e !e frasi schiette e natio della
lingua , quanto ancora quei collegamenti , costrutti c trapassi che, al diro
del Giordani , sono la parte viva dell' idioma , e strettamente propria della
nazione. Molto poi rileva il serbare e parlando e scrivendo questa purità;
perocché chi la offende, toglie, al dire di Cicerone (1), gran parte
d'ornatezza al discorso, e accatta » sé il tristo biasimo d'ignoranza o di
negligenza della più. cara delle cose di casa, qual'è la lingua. |1) De Orai-. Si
vizia pni in purità della favtìlla ora coi barbarismi e neologismi ,
inirodiiceado cioè vocaboli e modi d'impronta forestiera senza bisogno; ora
cogli arcaismi, usando locu- zioni latino o greche già morte , o nostrali già
ranco e ca- scanti per troppa elà , e riprovate dall'uso; ora cogl'ùtfo- tismi
, adoperando goffe maniere raccolte dal fango plebeo; finalmente co' solecismi
, sgrammaticando. 6. Non per questo si divieta l'usar nuovo voci por nuove
idee, massime per l'avanzarsi che fanno le scienze e le arti, chiarito elio ve
ne sia veramente il difello, purché facciasi con avvedimento e sobrietà , e non
con quella scapigliata licenza , onde per disonesta mania di forestierume si va
da buon tempo imbrattando di francesismi e peggio , il candore del bel nostro
idioma , si che lo scamparne è proprio un miracolo. È lecito altresì riporre
incorso alcune voci d'an- tico conio , ornai disusate comecché di buona lega ;
vuoisi in ciò peraltro non comune perizia della lingua , giudizio nella scelta
, e parsimonia nell'uso; perocché se il far rivi- vere certe voci può renderci
più ricchi , il non saperlo fare con arte, ci rende oscuri e fastidiosamente
affettati ; diretti che non seppero del lutto sempre scansare il Cesari e il
Botta , ed erano elettissimi ingegni. Anche il retto uso di certi idiotismi,
che formano l'atticismo della lingua, aggiunge grazia, venusta ed efficacia
alle scritture, massime popo- lari , come vedesi tra gli altri , nel Gozzi e
nel Giusti. Il peccar poi per modi errati e per costrutti, cui i buoni gram-
matici riprovano, è tal bruttura che non v'è ragione che valga a scemarne la
vergogna. 7. Se vorrai dall'abuso delle innovazioni guardarti, e do- vrai da
buono italiano volerlo, allienli agli scritti del 300 e del 500, che ti
forniranno tal ricchezza di lìngua da non desiderare più oltre, studiandovi
sopra con quel savio di- scernimento che potrai apprendere nel Trattato sugli
Scrit- tori del Trecento del Perticari. L'attenta osservazione sulla lingua
viva del popolo, e per noi è il toscano , ti porrli sulla buona via per l'uso
degl'idiotismi, avvertendo di spargerli colla mano e non col sacco , e
soprattutto che non discon- vengano col tuo subbiotlo ; di che pur si biasima
il Davaniati, quasi abbia nella sua celebre traduzione scemato ta- lora
co'fìoreotinismi la dignilà delle Storie di Tacito. La pe- rizia poi dell'arte
grammaticale ti salverà dal resto. 8. Se a tutto questo porrai ben menle, i
tuoi scritti an- drai! lodati per limpida purità ; nò ti curare so altri,
perchè t'ingegni di scrivere in buon toscano , si riderà di te chia- . mandoti
purista, perchè sappi che sei in buona compagnia, avvegnaché lo stesso Tullio negava,
nou che altro, il nome di uomo a chi avesse in pubblico meno che Ialinamente
parlalo [De Orai., Lib. Ili, e. 14). §. 2. Della Proprietà. 9. La Proprietà ,
dote suprema della Elocuzione , nasce dalla corrispondenza esatta della parola
coll'idea. Tale poi n'è la virtù, che colui che parla o scrive con proprietà
sembra , al dire del Gasa , che mostri- le cose non colle parole, ma con esso
il dito. 40. Essa dipende, secondo il Colombo, da tre cose, dalla scelta delle
parole , dalla loro convenevole unione e dal loro opportuno collocamento (1). E
qui primieramente giova notare col Niccolini, che i vocaboli propri esprimono
interamente le idee , delle quali sono immagini ; che i meno propri le
esprimono a metà; gl'impropri, non solo non le rappresentano , ma altresì le
deformano (2). Sarà giudiziosa pertanto la scelta delle parole , ove queste
esprimano vera- mente nè più nè meno dell'idea che vuoisi significare. Eccone
un bel riscontro nella seguente terzina di Dante: o Come d'un stizzo verde,
ch'arso sia o Dall'ini de'capi che dall'altro geme , a E cigola per vento che
va via ». ( Inf.). (4 ] Della doti d'una colta favella. Le*. IV. (2) Intorno
alla Proprietà, Voi. IH, pag.197; Eàìz. ài Le Mounier. In luogo di stizzo
pongasi ramo , e l'idea non sarà intera: invece che cigola, dicasi fa remore, e
l'idea non solo non è più quella, ma è deformata. 11. Principale sorgente della
improprietà è a comune voce de' relori l'uso dei cosi delti Sinonimi , cioè di
vocaboli aventi in apparenza un medesimo significalo. É stato lu- minosamente
dimostrato non darsi a rigore fiiologico veri Sinonimi in una lingua, i quali
altrimenti , come dice ii Niccolini , farebbero duo lingue in una. I Greci , e
tra i Latini Varrone , Tullio e Quintiliano notarono ancb'essi di- stinte differenze
tra vocabolo e vocabolo, e le Sinonimia non essere che gradazioni d'una
medesima tinta. Si vide pertanto, merefc dell'osservazione sull'elimologia e
sull'uso comune delle parole lenute per Sinonimi , sibbene rassomi- gliarsi
queste per un' idea comune , ma differire tra loro per un'idea accessoria lotta
propria di ciascuna di esse , o al- meno differirne per ragione di grado, per
esser le une più nobili o poetiche delle altre , come sarebbero ora e adesso ,
veglio e vecchio , ed altro siffatte. 12. Manifesta poi è la differenza in
cavallo, destriero >■ poledro, invanirà ed ambizione, in timore e paura , in
lasciare. e abbandonare , in perdere e smarrire, in inventare e scoprire, e in
altre mille, come chiaro ti mostra il Grassi nel suo Sag- gio de' Sinonimi , e
più eslesamente nel suo Dizionario il Tommaseo. Imperocché cavallo ti
rappresenta la specie, de- striero t'indica l'uso, poledro l'età. Essendo
l'ambizione, cu- pidigia d'onori, la vanità boria più o meno ridicola di titoli
, ben potrai dire che Cesare e Napoleone furono ambiziosi. Vani non mai. Il
timore è un'apprensione dell'animo non di rado ragionevole; la paura per lo
pifi è viltà; però ben dirai di soldato che fugge che egli ha paura della
morte, e niun timor dell'infamia. Si lascia una cosa per un certo tempo, o per
inavvertenza ;s'abbandona per sempre e deliberatamente; laonde Virgilio lascia
per un po' Dante appresso alla porta di Dite, ma questi teme lo abbandoni [
Inf. C. Vili ). Sì perde ciò che non vi ha che poca o ninna speranza di riavere
; si spera, le cose smarrite di ritrovare. Il Poeta avea smarrito ■ nella selva
la diritta via , e solo per la paura che ascia dalla vista della lupa perdè la
speranza dell'altezza (ivi, C. I). Final- mente s'inventa cosa che prima non
era in quel tal modo fog- giata, si scuopre ciò che era soliamo nascoso; quindi
Flavio d'Amalfi inventò la bussola, e di questa Colombo s'ajutò a scoprire
l'America. F. bastino questi pochi esempj a tenerci in guardia contro ai
pretesi Sinonimi (1), per l'amore che dobbiamo a vero lt. indissimo per la
proprietà. ■13. Ad aggiungere intera questa bella dote della favella viene
oltre la scelta delle parole raccomandata la loro con- venevole unione e il
loro opportuno collocamento. Richiedesi adunque che le idee siano nella debita
corrispondenza tra loro , perchè ben vi consuonino le parole che le rappresen-
tano ; la qual coerenza il Colombo non appieno riscontra in quel verso del
Petrarca ( San. II , P. I) : o Com'uom che a nuocer luogo e tempo aspetta o.
notando che il luogo non si aspetta, si sceglie. Più mani- festa poi si pare la
disconvenienza dicendo : tracannare il cibo , trangugiare il vino, perocché
sebbene ambedue le voci esprimano propriamente l'ingordigia o nel bere o nel
man- giare, tuttavia l'una conviensi solo al cibo, l'altra alla be- vanda.
Finalmente essendo anche la giacitura delle parole uno de'lratli della
fisonomia propria di ciascuna lingua , e ad essa dobbiamo guardare , se non
vogliamo offenderne la proprietà ; e sebbene la lingua nostra sia tra le
moderne una delle pi ii libere nei collocamento delle parole , tuttavia ha pur
essa certi limili , cui non è dato valicare impune- mente. Di che viene , forse
non a torlo , appuntalo lo stesso Boccaccio , che dando talora alle parole una
trasposizione troppo libera, a mo'de'Lalini cui studiavasi d'imitare, tolse
alla lingua 'quel non so che di verecondo e d'ingenuo che tanto piace negli
altri scrittori di quell'aurea eia. Regola ge- nerale pertanto si è che le
parole si dispongano a un di- H) Potòrio peraltro dirsi ver.imenle Sinonimi
abbadia e badia , cornei/so e consentimene, reso e renduto, vista e veduto,
concesso e conceduto, e j ochi altri simili. presso secondo l'ordino naturale
delle idee , e che nel collo- care gli aggellivi, gli avvorbj e le altre parti
del discorso . póngasi mente soprattutto alla maggiore o minore importanza di
ciò che hassi ad esprimere (1). E di tutte queste doli della proprietà avrai
egregi esemplari nei trecentisti, la cui grazia ed efficacia nasce appunto
dalla proprietà delle voci e dalla semplicità dei modi in che sono ancora
singolarissimi da tutti. S. 3. Dfilla Chiarezza. 14. Aristotele dirittamente
chiamò grande virtù del di- scorso la Chiarezza ; prima la diceva Quintiliano ,
e noi la diremo altresì necessaria; perocché sarebbe stoltezza, par- lare
altrui e non curare di farsi intendere; onde Tullio in- segnava : Primum ut
pure et latine loqttnmur; deinde utplane et dilucide (2). Ora essendo
principale effetto della Chiarezza che i concelti traspariscano nelle parole, dirò
col Poeta, come festuca in vetro, ella ha pur questo pregio in sò che, siccome
i! sole penetra all'occhio ancora di chi non vi mira , così essa fa piano ed
agevole il discorso eziandio a chi non v'attende (3). Aggiungi che lo rende
anche piacevole, essendo la evidenza nelle scritture uno de'più cari attributi
della bellezza. 15. E sebbene molto alla Chiarezza conferiscano, come abbiam
detto , la purità e la proprietà , nulladimeno a con- seguire intera questa si
rilevante virlù della Elocuzione , fa d'uopo stare attenti altresì alle
seguenti regole: I. Studiare convenientemente il nostro subìetto a fine di
acquistarne chiare le idee e bene ordinarle nella mente , perocché d'ordinario
chi chiaro intende , chiaro ragiona. II. Pensar mollo e scriver poco, e soprattutto
senza pre- cipitazione, chè limpido scorre il ruscelletto, torbido il torrente.
(1) Colombo, op. cil. Lez. IV. (2) De Orai. , Lib. IH , c. 32. 13] Qoim., 7nsl.
Lib. Vili , c. 2. Schivare del pari e la siringala parsimonia delle pa- role e
la lussureggiante ridondanza, chè spesso quella genera oscurità , questa
confusione. IV. Osservare diligentemente !e attinenze grammaticali delle parole
per la loro retta giacilura, ponendo mente a ben collocare gli aggettivi o gli
avverbj si che ne apparisca senza ambiguità la relazione, al che, come nota il
Giordani , non bene attese l'Arici ove disse : « Onde il versar dei bruti e
Sacrilego fu il sangue e disonesto s; sembrando a prima giunta sacrilego
riferibile a sangue (1). V. Guardarsi dagl'iperbati troppo ardili e dalle
costruzioni troppo contorte, quale forse potrebbe sembrar questa dell'Al- fieri
: a Ma il sospettar, natura ■ Passi in chi regna , sempre. ( Polin. , AH. IV,
bc. I ). VI Disporre l'agente in guisa che col paziente non si confonda; perocché
sei Latini , per la varia desinenza dei loro casi , parlavano chiaro dicendo :
Antonìum vieti Augu- sta* noi non possiam dire col Petrarca : E quel che ancise
Esisto ovvero: Vincitore Alessandro l'ira vinse, riuscendo ambiguo quali siano
i soggetti delle due proposizioni , se non si sapesse dalla storia essere
Agamennone l'ucciso , Alessandro il vinto. VII. Adoperare aggiustatamente i
pronomi personali e relativi, scansarne la frequenza e distintamente disporli;
circa al'qual uso non fu si esatlo l'Alighieri in questo suo verso ebe però
riesce ambiguo : Lo qual trasse Fotin dalla via dritta (Inf, C. XI), dove Io
quale è usato in luogo di cui al quarto caso. Vili. Finalmente studiarsi di ben
collocare, e dove pro- prio dàn luce, quegl'incisi ed aggiunti che voglionsi
alle pro- ti] Giorni., T. II , pag. m. La Pastorizia dell'Arici. posizioni
inframetlere , acciocché anzi che d'ajuto , non ser- vano d'impaccio al
lettore; il che non bene avvertì il Boc- caccio quando nella vita di Dante (P.
II, c. 3}, scrisse: « E come che egli di avere questo libretto fatto negli anni
« più maturi si vergognasse molto ». Qui è incerto se negli anni più maturi
scrivesse quel libretto , oppure se ne ver- gognasse; la qual' incertezza
cessa, posto che sia quell'ag- giunto dopo si vergognasse' 'molto , a cui si
riferisce. Tali sono le principali regole che dai relori s'assegnano per chi
ama ne' suoi componimenti quella chiarezza che forma il pregio più caro delle
più lodate scritture. fi. 4. Della Forra. 16. A dare maggior rilievo alla
purità , proprietà e chia- rezza della Elocuzione, giova assaissimo quella
virtù che le aggiunge vivezza ed efficacia , e che chiamasi Forza. Nasce questa
dalla maniera risoluta e scolpita onde comunichiamo altrui i nostri concetti ;
quindi ogni ridondanza di parole, che rallenti il corso delle idee, nuoce alla
Forza , perocché, siccome ben nota Quintiliano , obstal quod non arfjuvat. 17.
Debbonsi pertanto tenere sgombre le sentenze dagli aggiunti ed epiteti vani e
insignificanti, schivare le ripeti- zioni inutili, non stemperare i concetti
tra inopportune pe- rifrasi , e non dire più di quel che fa d'uopo. Rimossa per
tal modo la superfluità che sgagliarda, pongasi studio a ciò che dà forza ; e
primieramente mirisi alla più stretta unione delle idee tra loro; rendansi
spiccati i pensieri mercè di vocaboli propri e significativi, quanto meglio si
può; si adoperino opportunamente le ellissi, gl'idiotismi, i modi vivi e recisi
della lingua parlata; si rappresentino destra- mente particolareggiate le cose,
e ingegnosamente si collo- chino le parole dov'hanno con maggior vibratezza a
risal- tare , disponendole, per quanto lo comporta la natura della lingua ,
secondo l'ordine delie ideo e i gradi della respetliva lor forza, e chiudendo
il periodo col verbo, coll'avverbio. 0 coli'oggi'ttivo , quale di questi più
capace si scorga a rin- vigorir la sentenza. Eccone gli esempj: « Ambo le mani per dolor mi morsi i>. [
DlNIB ). ([ Ma se piii tarda , avrà da pianger sempre ». ( Petrarca ). « Che
furo all'osso , corno d'un can , forti b. (Dante). 18. Se non che accanto alla
Forza del discorso è un vi- zio che a'men cauti può sembrar quella, ed è lo
Sforzo. Questo non è che una faticosa ostentazione di quella virtù, mercè
d'ampollose e forzato espressioni, corno si palesa in questi ed altri
simigliaci modi: avviarsi con risonanti passi - l'urlante possa decorrenti -
tremar l'acciaro al fianco ec. Dal che nasce effetto contrario, perocché mentre
è proprio della forza di scuotere e sorprendere, lo sforzo non produce che freddezza
e disgusto. Cerchisi adunque la forza nella natu- ralezza del concetto
semplicemente espresso , non nel rim- bombo d'altisonanti parole ; e non si
dimentichi che grande operatrice della Forza è la brevità , come ci dimostrano
principalmente Tacito c l'Alighieri. g. 6, Dell'Armonia. 19. Le parole son
segni d'idee e suoni a un tempo, quindi atte a produrre eziandio una certa
armonia. Elleno sono ro- buste, languide, lente, scorrevoli, soavi ,
strepitanti o mu- tole, secondo il loro accento tonico, la natura eia propor-
zione delle vocali e delle consonanti che le compongono. Per questa si grande
varietà di suoni , non avvi genere di ar- monia della quale la nostra favella
non sia capace ; e poiché le parole ove le consonanti prevalgono alle vocali ,
riescono all'orecchio gravi e maestose , ed al contrario riescono tenui e soavi
quelle che han più vocali, così dall'accorto accop- piamento delle une collo
altre, risulta quella grata conso- nanza che aggiunge grazia e piacevolezza al
discorso. 20. E quanto quest'armonia rilevi, apprendiamolo da Tullio. Nulla
avvi, ei dice, che abbia si stretta attinenza coll'auimo nostro , quanto il
suono e la voce, laonde le sentenze per nobili che sieno , ove duramente
s'esprimano, of- fendono le orecchie, quorum judicium est super bissimum (1); e
qui , come in sul vestibolo , trovando intoppo , secondochè notava Quintiliano,
non scendono all'anima. Por la qual cosa noi sappiamo essere stali dell'armonia
studiosissimi e Iso- crate, e Demostene, e Cicerone e Livio tra gli antichi, e
tra i nostri il Casa, il Firenzuola, il Castiglione, il Giordani ed altri non
pocbi. 24. L'armonia suole dai relori distinguersi in generale e in
particolare. Dicesi generale quella che sempre nel di- scorso richiedesi , e
che consiste in quella consoniinza nu- merosa , facile e piana che in tutto
quanto il componimento variamente si spande. Essa si ottiene alternando alle
parole tenui le gravi , alle fluido Te lente, olle languide le robuste, alle
brevi le lunghe, talché si conlemperino a vicenda i suoni dolci ed aspri;
mescolando ai brevi i lunghi periodi, bene intrecciati tra loro e con giusta
cadenza conchiusi. È poi da fuggirsi quello che diccsi latinamente iato, il
quale nasce dall'incontro di troppe vocali, e particolarmente simili, come scntesi
in questa proposizione del Passavanti : giammai non avea avuta alcuna
avversità; e in pari modo quella cacofonia o bisticcio, clic s'ode per la
successione di piìi sillabe somi- glianti, o di piti parole di egual desinenza
, come nel verso dei Petrarca : Dì me medesmo meco mi vergogno, e in questo
periodetto del Cavalca : sempre confortavate a perseveranza et a costanza, per
isperanza delVelerna salute. Finalmente, debbesi schivare la frequenza dei
monosillabi, e il seguito di più parole aspre e di dillicil pronunzia ,
rendendo quelli trop- po stentato il periodo, questo duro e sgradevole, come
sen- lesi in questi due versi dello stesso soavissimo Petrarca: o Nè sì fa ben
per uom quel che il ciel niega. - a E suoi terrier di for , come dentearsi ».
22. In generale, l'armonia dev'essere adattata ai compo- nimenti , cioè
maestosa nei gravi, riposata nei mezzani, fa- » (1) De Orai., et Bruivi de st.
Ora!, cile negli umili. È da guardarsi
poi che per troppo amoro di essa non cadasi nello sdolcinato e nel lezioso, chè
nulla avvi di più sazievole d'un periodare a cantilena, dove soverchio appaja
l'artifizio, come taluna volta intervenne allo Speroni, scrittore peraltro
valorosissimo, che in una delle sue Ora- zioni, così comincia un suo periodo: a
Noi Padovani, gene- « miniente siamo allegrissimi, non solamente per noi mede-
« simi, per l'onor nostro particolare ec. », e cosi via via , per buon tratto,
come nota il Colombo (loc. cit. , Lez. III). Spontanea e notevole adunque
apparisca in tutto quanto il discorso l'armonia , vuoi per la scelta e
collocazione delle parole , vuoi per la struttura de'periodi, in guisa che
l'orec- chio, che di cotal dote e giudice supremo, se n'appaghi. In- tanto
educalo alla richiesta armonia, leggendo a voce alta e ben modulala le opere
dei migliori, perchè ti sìa guida sicura ne'tooi scritti, che in egual modo ti
andrai pure leggendo. 23. L'armonia particolare poi , detta propriamente imita-
tiva, consiste nell'esprimerc con modi speciali il suono, il moto e quasi non
dissi la natura delle cose. Questa però amano per proprio diritto i poeti ,
siccome quelli che a vieme- glio dilettare mirano piti studiosamente alla
imitazione ; tut- tavia nè i prosatori la sdegnano, ove la opportunità la ri-
chieda; quindi secondo la regola dell'arte, la variano col variar degli affetti
, facendola vivace nella gioja, lugubre nel dolore, concitata nell'ira, soave
nella calma, scorrevole e piana nelle dolci affezioni dell'anima, spezzala e
fremente nella tempesta di gagliarde passioni. Ecco come Cicerone ci fa
squisitamente sentire la serenità d'un animo lieto. > Etsi a nomini nihil
est magis oplandum, quam prospera , aequa- « bilis , perpetuaque fortuna ,
secundo vitae , sine ulla of- « fensione , cursu; tamen si mihi tranquilla et
pacata omnia * fuissent, incredibili quadam et paeue divina, qua nunc ve- «
stro beneficio fruor, laetitiae voluplate caruissem » (Ad Quir. post reditum).
Frequentissimi poi, com'èda credersi, ne sono gli esempj ne'poeti, e fra i
mille che ne porge Virgilio, sceglieremo questo , ove descrive con suoni dolci
e scorrevoli la giocon- dità degli Elisi ;
<r Devenerc locos laetos , et amoena vireta a Forlunatorum nomorum ,
sedesque beatas. « Largior bic campos aether et lumine vestii « Purpureo;
solemque suuui, sua sidera norunt ». iAm., L. vi). Nè men bello è questo di
Dante , ove con suoni forti e ga- gliardi descrive il rovinio di furiosissimo
uragano: a Non altrimenti fatto che d'un vento a Impetuoso per gli avversi
ardori , a Che fier la selva , e senz'alcun rallento o Li rami schianta,
abbatte e porta fori: a Dinanzi polveroso va superbo, a E fa fuggir le fiere ed
i pastori ». [Inf.,C. IX !• 24. Quell'armonia poi che più sottilmente imita il
suono , il moto e cert'allre particolarità delle cose, non sembra con- venga
alia prosa quanto alla poesia; onde in questa se ne incontrano in buon dato
bellissimi esempj. Eccone alcuni ove s'imita per parole gravi il moto lento,
per tenui il rapido: a llii inler sese magna vi brachia tollunt ». (Georg-, L. IV j. « Ella sen va
notando lenta lenta ». < Inf. , C.
XVII ). « Yade, age, nate, voca Zcphyros , et labere pennis ». lAen., L. IV). «
Lieve, lieve per l'aere labendo ». [Pahini , Il Heisog.). Altri che dipingono
luoghi tetri con parole lunghe e cupe, o luminosi con vivaci e gaje : a Et caligantem
nigra formidine lucum ». [Georg., L. IV). « Oscura, profonderà e nebulosa ». {
laf., C. IV ). « Ducerei apricis io
collibus uva colorem ». ( Bel., IX). « Ed "una melodia dolce córreva « Per
l'aer luminoso d. (Pura-, C- XXVII ). Odasi negli esempj seguènti il suono che
imita lo scalpitare di cavallo correlile, lo strepilo d'un cocchio e il clangor
della tromba : « Quadrupedante putrem sonilu quatit ungula campum ». ( Atn., L.
Vili). a Gli scommessi cocchi « Forte assordanti con stridente ferro n. (Pah.,
Il Mail.). « At tuba terribilem sonitum procul aere canoro « Increpuit ».
(Aen., L. IX ). Il i-umor cupo di corpo che cade, quanto bene imitavasi dai
Latini con un monosillabo finale, altrettanto suole dagl'Ita- liani imitarsi
col verso tronco : 0 Procumbit bumi bos. o Praeruptus aquae mons ». a Calossi
gorgogliando e s'affondò ». E l'Alfieri dipinse con tal forma di verso quella
sospensione dell'animo che nasce per cosa che ne colpisca : « Stupida , immola
, spettatrice sta ». (Prfin., A. V, so. 11). dove tu sentì la felice imitazione
del virgiliano arrectisque auribus adsiant ( Aen. , L. I }. 25. All'armonia
imitativa finalmente serve altresì la figura delta dai retori Onomatopea, per
la quale si formano o si adoperano vocaboli somiglianti nel suono alla cosa ,
come bombarda, schioppo , squillo , fischio e simili. Eccone esempj : « Di
molte noto fan dolce tintinno ». ( farad. , C. XIV ). « Quest'inno si
gorgoglian nella strozza ». {Inf., C. VII). « Aita , aita « Parea dicesse , e
dall'arcate volte « A lei l'impietosita eco rispose ». (Pah., li Meisog.). Qui
odi proprio il guaire della cagnolina e il risponder dell'eco. Avverti però che
cosi fatti artific] riescono lodevoli, quando non troppo studiati, nè troppo
frequenti ricorrono, essendo non ultimo dei segreti dell'arte quello
dell'opportu- nità e della parsimonia. Capitolo II. - Del linguaggio figurato.
\. Distinguesi il linguaggio in proprio e in figurato. Di- cesi proprio, quando
manifestiamo propriamente e semplice- mente idee e concetti; figurato, se
questi e quelle signifi- chiamo in modi che dall'ordinario si scostano.
L'Alighieri nell'esempio che qui appresso poniamo, favella propriamente nel
primo concetto, Gguratamenle nel secondo : a Tu lascerai ogni cosa diletta
<r Più caramente ; e questo è quello strale « Che l'arco dell'esilio pria
saetta o. (ftr.,'C. XVII). 2. 11 linguaggio figurato dovette precedere il
proprio ; im- perocché gli uomini sul principio a significar le cose ebbero a
valersi dei vocaboli tolti da oggetti che avessero con quelle alcuna
somiglianza o attinenza , e per esempio chiamarono dente il ferro dell'aratro ,
capo il primo della tribù , e cosi va DigitizGd 0/ Google DI RETTOniCA 25
discorrendo. In seguito dirozzandosi ed ampliandosi la lingua , quel dir
figuralo che s'usò per bisogno , servi a dare orna- mento e vivezza ai
discorso, in quella guisa, come ben noia Cicerone , che le vesti usate per
necessità contro i rigori delle stagioni, furono appresso di fregio c di
distinzione. Vera cosa è però, che alcuno voci originalmente improprie diven-
nero in forza dell'uso, che n'è l'arbitro e il signore , siccome proprie nel
linguaggio comune , quali sono capo dì casa , oc- chio dì vite, letto di fiume
ed altre siffatte. 3. L'immaginazione , la passione , l'uso e lo stesso amore
dell'eleganza, generalmente influiscono sul parlar figurato; quindi avviene che
questo si naturalmente congiungasi col proprio che talora neppure ce ne
accorgiamo. Ma poiché il proprio seco porla chiarezza e precisione , il
figuralo orna- mento ed efficacia , devesi con arie questo e quello contem-
pcrare in guisa che a vicenda si giovino , a fine di rendere il discorso lucido
quanlo animato, e secondo la natura di questo, far che l'uno all'altro
lodevolmente prevalga. 4. Dopo accennalo l'origine e la natura del linguaggio
figurato, diremo degli elementi che lo compongono, dei Tra- slati cioè e delle
Figure. Aut. 1. - DOl Trattimi. 5. [ Traslati, delti ancora con greco vocabolo
Tropi, sono trasferì meri li di parole da cosa a cosa. I principali sono la Metafora,
la Metonimia, la Sineddoche, l'Iperbole, la Peri- frasi, l'Ironia, l'Allegoria
e l'Enigma. Essi aggiungono tale efficacia e leggiadria al discorso, che Tullio
li chiamava come altrettante slelle che bellamente l'adornano e rischiarano
(1). E poiché la Metafora è fra i Traslali la prima per l'uso e per
l'eccellenza, incominceremo da questa. 5. 1. Della Metafora. 6. La Metafora
viene da S. Agostino definita: De re pro- pria ad rem non propriam verbi
alicuius usurpata translatio. HI De Orai. Fondamento di essa è la somiglianza, e tulli i
maestri dell'arte la riguardano con Cicerone non altrimenti che una breve
similitudine. Difallo la Metafora, fiume d'eloquenza, non è che il compendio di
questa comparazione : eloquenza che scorre copiosa a! pari d'un fiume. 7.
Questo trasporta mento di vocabolo da significato pro- prio ad improprio si fa
o trasferendo il vocabolo da cosa animata ad inanimata, come: Ridono or per le
piagge erbette e fiori ( Petr. 1; e viceversa , come : Io non piangeva: sì den-
tro impietrai ( Dan. ); ovvero da cosa animata ad altra pure animata , per es.
: Brulo con Cassio ncll' Inferno latra ( Dan.); e per converso , tal è : Tornan
d'argento i ruscelletti e i fiumi (Alam.)- 8. Si noverano dai relori altri due
Traslali , che possono piuttosto riguardarsi siccome due diverse specie di
Metafore di molto ardila natura , e quindi solo dai poeti , ed eziandio con
misura , adoperali; tali sono la Metalessi c la Catacresi, che talora vengono
l'una coll'altra scambiale. La Metalessi, o Transunzione , della dai Latini
Participatio , consiste ap- punto nel fare una cosa partecipe delle qualità
d'un'altra , come leggesi in Dante luogo d'ogni luce muto, aura morta, dove, il
sol tace ec. La Catacresi era detta dai Latini Abusio, perchè ella è difattì un
tal quale abuso o improprietà di vo- cabolo , cui può solo scusare o il difetto
del proprio , o me- glio l'intento di dare maggiore evidenza e forza ai
concetto; tuttavia s'ode frequente nel popolo che dice sottile malizia, mente
grossa , e via discorrendo; ma meglio ancora si sente negli esempj CDe ne
porgono Virgilio e Dante, per tacere di altri : « Hunc ego si potui tantum
sperare dolorem ». U«n.,L, IV). a Parlare e lagrimar vedrai insieme ». (Inf.,
C. XXXIII). 9. E poiché Aristotele meritamente esalta la Metafora , come
principale ornamento della elocuzione, e regina delle figure chiamala il
Perlicari , è prezzo dell'opera il dire dei pregi onde per essa abbellasi il
discorso , e mostrare a un tempo i difetti che male adoperandola. Io deturpano.
Primiera mento giova alia lingua , perocché la Meta- fora l'arricchisce di
parole e di frasi , servendo essa non solo a bene e brevemente esprimere certe
idee che meglio non potrebbonsi, come ne chiarisce il comune uso, allorché
dice: co//o del piede 0 del vaso, dente della ruota 0 della sega, ingegni della
chiave, uscir dei gangheri, fare d'ogni erba un fascio ec. ; ma eziandio a
colorire e lumeggiare delle idee intellettuali e morali i più leggieri rilievi
, ed altresì le più sfuggevoli sfumature; al che certo non basterebbero i soli
vocaboli propri. Vedasi se con questi polrebbonsi esprimere 1 diversi modi
della mente e dell'animo, con pari brevità e chiarezza, che colle metafore
concepire, riflettere , .discor- rere con profondità , con acutezza ec. ; cuor
tenero , puro , ardente, freddo, inflessibile ce. Vedasi se senza l'ajuto della
Metafora, avrebbe potuto il poeta spiegare lo stalo d'una mente dubbiosa che
brama d'esser chiarita , con più. d'evi- denza che colla terzina seguente : a
Ma io veggi'or la tua mente ristretta a Di pensiero in pensier dentro ad un
nodo, a Del qual con gran disio solver s'aspetta 0. (Par., C. VII). E non
solamente giova a rendere più copiosa la elocuzione , ma serve altresì a
scolpire talmente le idee , che ce le pone come dinanzi agli occhi, e come dice
il Perticar! , quasi den- tro dell'animo ce le conficca (4). Siane argomento
l'esempio di Dante , ov'accenna al mistero della SS. Trinila : « 0 Trina Luce ,
che in unica stella « Scintillando a lor vista si gli appaga » ec. ( Par. , C.
XXXI ). U. fnoltre la Metafora e, come nota Aristotele, fonte inesauribile di
maraviglioso diletto; perocché agii uomini, (1; Leit.al Marnimi, Race, di Leti.
Precettive, di P.Fanfani, Edi- zione Barbèra. al dire di Tullio > piace
d'esser tratti dalla mente ad altro da quello che suona il vocabolo , o
volentieri contemplano a un tempo due cose che hanno tra loro qualche analogìa
che risvegli idee gioconde, o qualche somiglianza non prima avvertila , come
fiore dell'età , aurora della vita per gioven- tù: ovvero odore di santità ,
parole di buon sapore, febbre d'ambizione ec. E grandissimo diletto porgono
altresì quelle Metafore che tolte pur da cose piacevoli, le si associano a ciò
che vogliamo significare, come rosea guancia, splendida, gloria, ridente campagna
e simili; non che quelle che offrono l'intelligibile in forma sensibile, come
scorgesi nell'esempio del Poeta qui sopra addotto, e in quest'altro che
tra'suoi mille trascelgo, ov'insegna non essere che ignoranza o errore ogni
altra scienza che non viene da Dio : o Lume non è , se non vien dal sereno a
Che non sì turba mai , anzi è tenèbra , a Od ombra della carne , o suo veleno
d. (Por., C. IX). 12. Finalmente oltre che all'eleganza , serve anche al de-
coro, modestamente velandosi per la Metafora ciò che non può dirsi aperto senza
offendere il pudore e la convenienza. La vereconda poesia e la sacra eloquenza
se ne giovano all'uopo con molto bel garbo, siccome quando questa parla di
tassa Babilonese, di gìgli maculati, di talami offesi, quella dice col Petrarca
: a Ricordati che fece il peccar nostro « Prender Dio per scamparne « Umana
carne al tuo verginal chiostro ». ( Canz.a Maria). Serve non meno per la sua
brevità ed evidenza , non di rado alla forza ed efficacia, come sentesi in
questa del Poeta: « Che se le mie parole esser den seme a Che frutti infamia ai
traditor ch'i'rodo s. ( hf., C. XXXIII). Dlgilizedby GoOgk di rettowca 29 13.
Che se le Metafore bene adoperate aggiungono al discorso nobiltà e splendore ,
ove non s'usino con senno e con arte, lo guastano, ed anzi che luce vi spargono
fumo. Ciò incontra principalmente , quando la Metafora manca del suo proprio
fondamento che, come sopra si disse, è la somi- glianza, o almeno n'è troppo
remota; nel primo caso cll'è falsa, nel secondo è oscura. Non sapendo io
scorgere ana- logia tra spada e inebriare, riescemi falso il dire che la spada
della vittoria inebriò la terra; oscure si parranno per av- ventura queste
Metafore di conio modernissimo : processi dell'intelligenza e del cuore,
discendere dalla sfera ideale, elasticità di genio ec. , ed altre cotali, fatte
calare dallo nu- vole del trascendentalismo. 1 1. Viziosa dipoi si fa la
Metafora , 1 se di troppo in- grandisce le cose piccole , come chiamando col
Marini tesori dell'or/ente le lacrime di bella donna ; 2.° se attenua più del
dovere le grandi , come colui che chiamò le nevi bianchi gì- gli delle Alpi, e
meglio che non in si balzana Metafora, ap- parisce ove per imitare questa
bellissima del Poliziano : E le biade ondeggiar , come fa il mare , si dicesse
: E tremolare il mar , come le biade ; 3." Se per isconcia bassezza
discon- viene alla dignità del discorso, come in quel verso appun- tato da
Orazio : a Jupiter kiòernas cana nive conspuit alpcs. . Del qual difetto non
parve a taluno esente il delicato l'e- ira rea , ove cantò: Alle Italiche
doglie fiero impiastro». E più d'una volta pare vi peccasse l'Alighieri , non
piacendo al Tasso ch'egli chiamasse il sole lucerna del mondo, nò il Casa lo
loda ove a Beatrice fa dire : a L'alto fato di Dio sarebbe rotto « Se Lete si
passasse, e tal vivanda a Fosse gustata , seni" alcuno scotto a Di
pentimento ». [Purg., C. XXX). sembrando al primo sentirvi puzza d'olio , di
taverna al secondo. E se può per il luogo scusarsi la metafora: aver brama di tal
tigna [ inf. , C. XV } , non pare cosi dell'altra : I iT lascia pur grattar
dov'è (a rogna [Par., C. XVII) , essendo queste, come dice il Cosfa , immagini
sconvenevoli e ple- bee: tanto quell'austero ingegno disdegnò talora per l'idea
fino il decoro della parola. 15. Nè già sono di buon conio quelle metafore che
stanno con qualche repugnanza tra lóro. Nè qui citerò quelle strane di cbi
voleva che i fuochi sudassero a preparar metalli, odi chi pretendeva
d'avvelenar l'oblio coli' inchiostro , o che l'i'n- chiostro illustrasse la
porpora, con altre siffatte del secento ; ma solo dirò che lo stesso Orazio
venne censurato per questo verso: 9 Urit enim fulgore suo qui praegravat artes
». (Ep. I, L. li, v. 13) dove non ben tra loro concordano le metafore d'abbruciare
e d'aggravare; che neanche il Petrarca la ove dice che se Amore o Morie non
gliel impediscono, farà tal lavoro che n'andrà fino a Roma la fama , vien
lodato per tali metafore insieme repugnanti : « Se Amore o Morie non da qualche
stroppio « Alla tela novella ch'ora ordisco, « Io farò forse un mio lavor sì
doppio « Che infino a Roma n'udirai lo scoppio ». [San. VII, P. III). 16.
Indire accattano biasimo al loro autore quelle me- tafore , le quali si
confondono col semplice , come se chia- merai stelle gli occhi di bella donna,
o fulmine di guerra un capitano , e poco di poi aggiungerai che quelle guar-
dano , che questo trionfò sul carro di gloria : in tal guisa ecco guasta tutta
la bellezza di quei traslali (1). Dalla qunl (1) Una cos'i falla stranezza riscontro
nel scguenle Epigramma d'un secentista : « Deh I Colia alì'om&ra giace I «
Venga chi veder vuole n Giacere all'ombra il sole ». 3f confusione del semplice col figuralo forse
non seppe ben guardarsi il Tasso medesimo , ove parlando di Silvia da un Salirò
legala colle slesse sue chiome ad un albero, dice: a Già di nodi sì bei non era
degno a Così ruvido tronco: or che vantaggio « Hanno i servi d'amor , se lor
comune a È con le piante il prezioso laccio? » (Am., AH. DI, se. I). E di più ;
non solo biasimevoli , ma ancora ridicole diven- gono, allora che si pretende
di trarne conseguenze, come se metafore non fossero , ma espressioni di
rigorosa pro- prietà , attribuendo all'oggetto metaforico le qualità e gli
effetti slessi del proprio , come nel famoso finale del sonetto del Marini per
S. Maria Maddalena : « Se il crine è un Iago , e son due soli i lumi, a Non
vide mai maggior prodigio il cielo a Bagnar co'soli e rasciugar co fiumi s. Ma
per non dire di simili mattezzc, che pur frequenti riscon- tratisi in certe
prose e versi del XVII secolo, accennerò solo che di tal difetto trovansi
tracce e nel Petrarca, e, benché rarissime, nello slesso Ariosto, il quale
contando d'una lettera ricevuta del suo Ruggiero da Bradamanle, dice : a Le
lacrime vietar che su vi sparse a Che con sospiri ardenti ella non l'arse ».
(Ori. Fur., C. XXX). Che se tali vizj si hanno ancora nei grandi autori, tanto
più noi dobbiamo star sull'avviso per non cadere in mela- foro che vuoi per
repugnanza , vuoi per confusione col sem- plice, stiano fra loro male
d'accordo. 17. Sono ancora da schivarsi , per quanto si può , quelle metafore
che a temperarne la durezza o l'ardire han biso- gno del quasi, dirò coni ed
altri tali raddolcimenti , come usò Dante:
« Ma passava m la selva tuttavia , a La selva, dico, di spiriti spessi
». thf.,C. IV). . Ove però non si possa fare di meno non si dimentichi ,
secondo il precetto di Tullio , di rammorbidire con alcuno di quei modi il
traslato: siane questo un esempio: « trarre le ragioni dalle viscere , come
suol airsi, dell'argomento ». 18. Non però basta che le metafore vadano immuni
da tutti questi difetti, perchè veramente dilettino; fa d'uopo altresì che
siano adattate al componimento , e soprattuilo conformi al gusto della nazione.
E primieramente distin- guendosi L'elocuzione prosaica dalla poetica in gran
parte per le metafore , ne segue dover queste pur differire tra loro ; onde
mentre la poesia le ama ardite e rigogliose, ben più rimesso le ama la prosa ,
sebbene ne' generi più elevati talvolta usurpi ancora quelle quasi poetiche.
Inoltre anche la poesia non le ammette tutte indistintamente ; perocché la
lirica le desidera splendide e vivaci , l'epica lé richiede magnifiche , gravi
la tragica , castigate la pastorale; quindi avviene che certe metafore, che mal
convengono ad un ge- nere di poesia , riescono dicevolissime ad un altro , e a
mo' d'esempio , se la metafora impiastro dispiace nel Pe- trarca lirico, appar
bella nel Rosa ■ satirico , ove dice: o A chi la povertà filt'ha nell'ossa i
Refrigerante impiastro è la speranza ». (Sai. II). Tanto importa aver l'occhio
a' luoghi, come assennatamente diceva il Davanzali. 19. In secondo luogo devesi
por monto che le metafore siano accomodate all'indole della lingua e al gusto
della nazione. Ogni clima ed ogni terreno ha i fiori e i fruiti suoi propri ,
che tratti solt'altro cielo non sempre fan buona prova; così certe metafore e
certi modi di dire che sono pieni di naturalezza , di garbo e d'efficacia in
una lingua e appresso un popolo , in altra riescono o strani , o ridicoli ,
o freddi. La poesia biblica imprime un
non so che di grandioso e spiccato nelle sue immagini mercè di certe metafore
ar- ditissime , le quali per noi sonerebbero sconce ed ingraie, come per es.,
inebriato sagittas meas sanguine (/s,, C. XXI) ; Domimo excitatus est, tamquam
polena crapulatus a vino {Sai. LXXVII) ; Anima mea liquefitela est [Cani., C.
V). An- che tra i Latini se ne riscontrano parecchie, le quali troppo
fedelmente tradotte per noi riuscirebbero difformi , come : hebescere acKffl
auctoritatis ; campos talis aere secabant ; Cererem corruptam undis; gravem
stomachum Pelidae; a te- nero lingue, ed altre mille (1). Peggio poi adoperano
coloro che per malvezzo d'imitazione tolgono immagini e metafore dallo opere di
oltremonle e d'oltremare , come già fecero gli Ossianeschr, che dall'Ossian
volgarizzato dal Cesarotti tol- sero , quali ghiotte squisitezze, questi ed
altri simili modi : Figlio del canto, figli dell'acciaro, gran signor
de'brandi, ro- tola la morte, urlano i torrenti ec. Siffatte metafore son belle
ove nacquero; per noi riescono ampollose e ridevoli (2), e per di più guastano
la lìsonomia della lingua e della let- teratura italiana. 20. Finalmente è da
notarsi che, sebbene le Metafore siano giuste , convenienti ed appropriate ,
richiedono ancora opportunità e parsimonia, perchè non sappiano d'affettazione
e d'inutile sfoggio. Cicerone diceva: « verecunda debel esse « translatio, ut
deducta esse in alienimi locum , non ir- « ruisse videatur (3) ». E tale è appunto,
quando appari- sce naturale ed opportuna, cioè richiesta dalla chiarezza, dal
decoro , dall'eleganza. Al Muratori sapeva d'ostenta- zione il vano uso che il
Pallavicini fa delle metafore in que- lli La descrizione dal corpo umano che
leggesi ne] Timeo di Pla- tone, e della divina da Longino; eppure vi sono
Melafore che per la delicatezza della nostra lingua sembrerebbero strane, quali
sono : Ca- tullo il capo , (Simo il ' cu ll o T'arpioni le vertebre , Sondalo
-del le vene il cuore , ed altro cotali. - V, ComrcEiIt, Delia losc. RtSquema ,
Gior- nata HI, Disc. % (2) Costa, Eloc, P. I. (3) De Orai., Lib. Ili, c. 4).
3 sta sentenza: « La corteccia del
viaggio fu il visitai' la a duchessa , ma la midolla fu il trattar col papa (1)
». Al- trettanto diremo del Bartoli, ove dice : « Chiamò a consulla i pensieri
nella camera della mente ». Siccome la troppa luce abbaglia ed offende , cosi
le troppe Metafore offuscano il di- scorso e lo rendono sazievole ; di qui la
ragione del precetto di non affastellarle o incrocicchiarle di soverchio, come
no- tasi aver fatto alcuna volta Orazio stesso e il Petrarca , seb- bene
ambedue di finissimo gusto. L'abuso delle metafore , poi fu strabocchevole nel
secento , tanto che il Rosa so ne burlava in quel celebre verso della Sat. II:
« Le Metafore il sole han consumato » ; nò il settecento seppe fuggirlo
abbastanza , come apparisce negli stessi Filicaja, Guidi, Frugoni (per non dire
degli Arcadi), i quali pure si mostrarono dimentichi del salutare nenimis,
comecché meglio castigali. A fine di serbare pertanto ancora in questo
quell'aurea sobrietà che rende s\ cara la elocuzio- ne, studiati quanto sai e
puoi, di congiungere alla casta semplicità del trecento la nobile splendidezza
del cinque- cento , se non vuoi per troppo amore di eleganza , che a te pure
sia detto come a colui che dipingendo un'Elena aveala sfarzosamente vestita :
Non sapesti farla bella , l'hai falla ricca { Fifa d'Apelle }. 21. E qui mi
scusi Poinore per le buone lettere italiane, se più che non si suole, mi sono
traltenuto intorno alla Me- tafora. È certo che dal retto uso di questa in
grandissima parte dipende la buona elocuzione : e difatto le stranezze
secentistiche null'allro sono per Io più che abusate meta- fore; e quel parlar
vaporoso, e come diceva il Giusti, tutto frasi aeree, che in cerle prose e
versi dell'età nostra s'in- contrano, non è che un miscuglio di nebulose
metafore, che nella caligine^avvolgono idee e concelti. Pertanto il mostrare
pio. ampiamente ai giovani la natura e l'uso della metafora , acciocché meglio
ne distinguano la bellezza , e fuggendo i [*) Slor. del Cene, di Tr. , G.
Ut. delirj passali e le fantasticherie
presenti , sappiano con di- scernimento e buon gusto ad esempio de'grandì scrittori
adoperarla, parventi far loro utilissima cosa, perchè tengo per verissimo ciò
ch'allri disse , che chi sa ben usare le Me- tafore, sa ancora essere buon
poeta e buon oratore (11. g. 2. Della Metonimia, dell' Antonomasia o
dell'Epiteto. 22. I Greci chiamarono Metonimia , e i Latini Denominalo quel
traslato onde nominatisi le cose per qualche loro stretta affinità o attinenza;
quindi se fondamento della Metafora si vide essere la somiglianza , quello
della Metonimia è la relazione. Colai mutamento di nome poi allarga o ristringe
il significato delle cose. Essa si fa 1.° nominando la causa invece dell'elio,
come: ma negli orecchi mi percosse un duolo ( Dan. ) , e viceverso ; lai' è :
Dopo lunga tenzon ver- ranno al sangue (Dan.); 2° ponendo il contenente per il
contenuto, come: S' Affrica pianse', Italia non ne rise (Petr.); o questo per
quello, per cs. : Vident simul arma jacerc , Vina simul ( Virus.); 3.°
nominando il possessore per la cosa pos- seduta: Jam proximus ardet Ucalegon
(Vinc); o il p7 - o(e(- tore per la cosa protetta, come: Ed ha falli suoi dèi
non Giove e Palla, ma Venere e Bacco (Por. ); o il Fiume per la nazione, per
es. : Piacemi almen eh' e' miei sospir sien quali Spera '1 Tevere e l'Arno
(Petti.); o il tempo per gli uomini in esso vissuti , come : Il trecento diceva
, il quattro- cento sgl-ommalicava , il cinquecento chiacchierava, il secento
delirava , il settecento balbettava (Alf. ); i.° nominando il segno per la cosa
significata, per cs. : La reverenza delle somme chiavi (Dan. ) ; o l'autore per
l'opera, come: Non è il suo studio nò in Matteo nò in Marco (Amos.) ; ovvero la
materia ond'ò falla la cosa, o Io stromento che serve alla azione, tali sono:
Et moestum illacrimat templis ebur, aera- que sudan t (Virg,): Ed in sua vita
Fece col senno assai e colla spada (Dan.); finalmente nominando l'astratto per
il concreto, come: Sì eh" io fui sesto fra cotanto senno (Dan.). [4] leti.
Prec. Molto somigliante alla Metonimia e di pari effetto è Y Antonomasia ,
detta dai Latini Pronominatio , che consiste nell'adoperare il nome appellativo
o patrio , invece del pro- prio , come quando dicesi V Apostolo per S. Paolo ,
il Filosofo per Aristotele, il Poeta per Dante, il Venosino per Orazio. S'usa
talvolta chiamare col nome di quei che fu sommo in qualche arte o scienza , chi
in quelle pur si distinse , come VApelte o il Sofocle italiano per Raffaello e
l'Alfieri, il Plinio francese per Buffon ; altrettanto dicasi delle virtii e
dei vizj, chiamando Curj e Fabrìzj gli ottimi cittadini, Mecenati i pro-
iettori delle lettere e delle arti , e via discorrendo; e molto leggiadramente
se ne valse il Foscolo Ih dove accennando ai Poemetti del Panni, dice: a E tu [
Talia ) gli ornavi del tuo riso i canti a Che il Lombardo pungean Sardanapalo
». 2i. Molto affine a queste due forme di traslati e quella dell' Epiteto ,
esprimendosi per questo non solo le qualità delle cose , ma altresì ora la
causa, come: Cura ambiziosa, voglia avaro; ora l'effetto, quale sarebbe:
Cupidigia cieca, bianca paura ■, ora il modo , per es. : Vegliate o dotte carte
; ora finalmente le circosfanjae , come: Dure, illustri porte , purpurei
tiranni ec. Aggiungi che l'epiteto spesso esprime un concetto storico o morale,
come: Veterna Roma, la feroce Numanzia , V infida Cartagine, la paziente
Sparta, la molle Capua , lWoja Napoli , la bellicosa Germania ec. Spesso ancora
esprime l'eccellenza delle cose , designandole per qualche particolar luogo o
persona; tali sono gli epiteti: Ibe- riche lane, Tirio ostro, Ircana tigre ,
Indica gemma, ,4ra&o incenso, Cipria nave, scultura Michelangiolesca,
grazia Raffaellesca e via discorrendo. 25. Qui però giova notare che la poesia
ne suole esser più larga che non la prosa , siccome quella che ama di me- glio
lumeggiare e immagini e concetti collo splendore degli epiteli. Se non che
eziandio in poesia fa di mestieri usarli con senno e misura, come adoperarono i
Greci e i Latini, dai quali i nostri pure appreser quest'arte, che consiste
primieromente nella opportunità, perchè non pajano oziosi; nella giustezza,
perche non riescano oscuri; e soprattutto nella sobrietà, perchè colla loro
ridondanza ingombrando le sentenze, non rendano freddo e pesante il discorso.
Senza le quali condizioni meglio giova all'efficacia la semplicità degli
antichi, che il lussureggiar de'moderni, come sentesi negli esempj che qui
poniamo a riscontro : Dahie, hf., C IX. « 0 voi che avete gl'intelletti sani ,
« Mirate la dottrina che s'asconde « Sotto il velame degli versi strani ».
Frugoni , Epist. al Bajardi. « Ben sordo alle sue note il volgo ignaro a Rado
intese, o non mai qual sieda, e dentro « I sacri ornati carmi alto s'avvolga «
Saper che ad arte agli occhi suoi si vela ». Boccaccio , Giorn. VII. « Ogni
stella era già delle parti d'oriente fuggita , se « uon quella sola la quale
noi chiamiamo Lucifero, che an- « cor luceva nella biancheggiante aurora.
Autore secentista riportato dal Ranalli. h Non ancora i solleciti galli destata
avevano la sonnac- « chiosa aurora, nè l'innamorata stella df Venere paventava
« di essere de'suoi amorosi furti accusata dai risplendenti « raggi del
rinascente giorno ». g. 4. Della Sineddoche. 26. Altra forma del traslato è la
Sineddoche che differisce dalla Metafora e dalla Metonimia, in quanto che
quelle hanno per principal fondamento la somiglianza e la relazione, que- sta
ha il più e il meno , consistendo Dell'osar vocaboli di si- gnificazione
particolare in senso generale, e viceversa, come- nominando il tutto per la
parie, 0 questa per quello; cosi adoperò
il Petrarca freddo anno per verno , e Dante ove dice : Risposi lui con
vergognosa fronte, invece di volto; ovvero ponendo il genere per la specie, o
la specie per il genere, come appresso Virgilio : Quadrupedemque citum ferrata
calce fatigat , o dove invece d'ogni vento ei dice : £oco foeta furen- tibus
austrt's; o finalmente usando il plurale per il singolare c viceversa , come
Cicerone ove dice : Stultos Curios , Fa- bios , Camillos, nosmetipsos eie. : o
il Petrarca : Ma se il la- ttilo e il Greco Parlaìi di me dopo la morte, è uh
vento. 27. E qui è da avvertire che si la Metonimia come la Si- neddoche sono
molto comuni al poeta, e l'oratore se ne vale anch'egli , ma piii
riserbatamente. Inoltre ben c'insegna il Costa, che esse addivengono viziose,
quando l'immagine della cosa da cui toglìesi la parola non ben s'associa alle
idee che voglionsi in altri risvegliare. Notisi quanto destra- mente Virgilio
dipinge una nave veieggiante per alto mare , della quale da lungi non scorgesi
che il gonfiar delle vele e lo spumeggiar delle onde, allorché dice: « Vela
dabant loeti, et Spumas salis aere ruebant (1) ». E d'egual tempra sembra a me
il verso del nostro Poeta : « Secando se ne va l'antica prora ». i ktf. , C.
vili ). ' Cambisi vela e prora, e tosto sparirà il perfetto accordo che vi ha
tra le idee e l'immagine che ivi si rappresenta. g. 4. Della Iperbole. 28. I
Greci chiamarono Iperbole quella forma di trnslato che consisto nel dare olle
cose un' immagine Iragrandc co» colori tolti da ciò che ha in sò del
maraviglioso e dello straor- dinario , onde può dirsi ancora una Metafora
esagerata. Di- fatto ella è naturale al pari della slessa Metafora , e si ode
(1) Eloc, P. r. i» bocca del popolo in
mille suoi modi proverbiali , che son tutti evidenza e vivacità , come : In un
baleno, volar come il vento, come il pensiero, toccar il cielo con un dito,
dello fatto , andar co pie di piombo , a passi di formica , esser lutt'occhi e
tutl'orecchi ec. 29. L'Iperbole, d'ordinario nasce dalla immaginazione o dalla
passione vivamente riscaldate , le quali amano di di- pingere le cose non quali
sono, ma quali in quel concila- mento loro appariscono, Non per questo essa
distrugge la verità , ma come noia il Salvini (1) , è simile alle statue co-
lossali . che nella loro smisuratezza hanno misura, e nel trapassare che fanno
la proporzione, la conservano, non sfigurando, ma solo ingrandendo le forme. Il
perchè può stabilirsi per canone dell'arte nostra, esser l'Iperbole una
fantastica esagerazione del vero, entro i confini d'una certa proporzione. I
secentisti (salvo sempre i bei nomi d'un Ga- lileo, d'un Bartoli, d'un Segncri
e d'altri valentuomini che pure in quell'età furono delle lettere nostre
sostegno e splen- dore) per quello slesso famelico che rendevali nelle
Melafoijj audacissimi, travalicavano pure i giusti limiti dell'Iperbole, e
colla smania di poggiare per questa via al maraviglioso ed al sublime, cadevano
nell'ampolloso e nel ridicolo, fino a dire che il Campidoglio sudò sotto boschi
di palme, che il mondo s'accecò ne'lampi degli eroi , che un Mongibello ardente
di sospiri asciugò il mondo in ogni parte ove fu pianto per la morie del Bembo,
ed altre tali e si strambe mattezze. 30. Iperboli sì sperticate originavano da
una soverchia amplificazione del traslato. Difatto i sospiri, a mo'd'esempio,
hanno un alcun che di simile al vento e al fuoco; ma se gì' in- grandisci fino
a dar loro l'azione vera di questi , posi sul falso e cadi nel ridicolo. Nella
Iperbole adunque allienti ad una giusta proporzione; rammenta che lavori su
d'un traslalo ; che scherzi, quasi non dissi, coll'inverisitnile : però
va'eauto , non spingerti più del dovere per non dar nel freddo o
nell'ammanierato ; usala con sobrietà , e dove pro- prio si richiede, cioè
quando veramente l'immaginazione e (*) Lez. I al Son. L'alto Fattore 6C. la passione gagliardamente concitate, la fan
parer giusta e naturale. Nelle descrizioni , per esempio, di cose che forte
eccitano la fantasia, come battaglie, tempeste, terremoti, possono adoperarsi
iperboli alquanto spesso e vive ; nel tu- multo di grandi affetti , il cui
linguaggio è naturalmente iperbolico, ben si convengono quelle ardile e
veementi. Cosi l'esperienza e l'esempio de' sommi scrittori apertamente c'in-
segnano. Iperbole descrittiva. « . . . . Horrificis tonat Aetna ruinis, «
Interdumque atram prorumpit ad aethera nubem, « Turbine fumai) tem piceo et
candente favilla e Attollitque globos flammarum , et sidera lambii n. {Am., L.
III). Iperbole passionata, t Poco sofferse me colai Beatrice, « E cominciò ,
raggiandomi d'un riso « Tal, che nel fuoco faria l'uom felice ». I Par., C.
VII). 5. 6. Della Perifrasi. 3). La Perifrasi, o circonlocuzione è una più
ampia me- tonimia , la quale con un giro di parole descrive la cosa senza
nominarla, dipingendola pe'caralteri suoi proprj ; il perchè vi si richiede
somma precisione a fine di cessare ogni ambiguità. Il Petrarca che descrive
l'Italia con un'esat- tezza senza pari, ove dice : II bel paese Che Appennin
parte, il mar circonda e l'alpe , non mi sembra abbastanza felice nella
seguente perifrasi : Poi vidi quella che mal vide Troja. Qui la mente erra tra
Elena e Pentesilea, che questa mal vide Troja , perchè vi mori , quella perche
fu cagione dell'eslermi- nio dell'infelice città. Oltre di ciò vi si ama la
brevità , chè le troppo stemperate nuocono alla forza del discorso , avver-
tendo col Colombo che coi vocaboli propri e'si paga, come dire , in oro, e in
un attimo si dà mollo; colle molte parole significanti una sola idea , sì dà lo
stesso in men buona moneta , e ci si mette più ài tempo. Mentre Dante usa il
nome proprio , dicendo : Facean sonar lo nome di Maria , odasi quanto per
significar con perifrasi Io stesso nome riesce lan- guido il Boccaccio : « Lei
nomò del nome di Colei che in sè « contenne la redenzione del misero perdimento
, che addi- « venne dell'ardilo gusto della prima madre ». Finalmente
oltr'esser brevi e precise, vogliono le Perifrasi esser anche opportune , chè
ove appariscano esser fatte a sfoggio d'inge- gno, sanno d'affettazione; nè
piacciono se , anzi che nobili- tare l'idea, la sfregiano. Tale a me sembra
quella cbe Dante fa del Paradiso : . * « Che lecito ti fìa l'andare al chiostro
a Nel quale è Cristo abate del Collegio ». ( Purg. C. XXVIÌI). 32. La ben
locala Perifrasi poi aggiunge al discorso e splendore e decoro. Giova difatto a
serbar reverenza alle cose, come fa Dante, che invece del Nome Santissimo di
Dio, si vale a significarlo di bellissime circonlocuzioni , quali tra le altre
sodo: « Colui lo cui saver tutto trascende ». « Mi volsi a Quei che volenlier
perdona ec. (1) ». Per essa si rattempera l'acerbezza delle cose in sè
spiacevoli, come in Livio si legge che C. Vibio esortasse i compagni a bere il
veleno, guardandosi dal dire che ne morrebbero, ma significando Io stesso con
questa ingegnosa Perifrasi : « Ea polio corpus ab cruciatu , animum a
contumelìis, ocu- <t ìos et aures a videndis audiendisque omnibus acerbis
in- k dignisque, quae manent victos, vindicabtt » {Hist. L. XXVI). Serve
altresì a mantenere il decoro e il pudore in cose cui disconverrebbe esprimere
coi vocaboli propri; onde Virgilio (1) V. Teooomia Danlesca , ove si registrano
72 modi a significare Dio e suoi attributi. Appendice alla Letture di Famiglia
, V. II , N." * , p. 42. Firenze, Tip. Galileiana. parlando dello Arpie dice : foedissima
ventris proluvie* , e Dante con assai di verecondia lutto esprime, dicendo: «
Ou^ 1 ' è l'anima antica a Di Mirra scellerata , che divenne a Al padre, fuor
del drillo amore, amica ». [M/I, C. XXX). Giova finalmente a dare maestà alle
cose, come fa Virgilio là ove canta di Fabio: « Tu Maximus ille es « Unoa qui
nobis cunclando reslituis rem ». [Acn., L. VI ). non che a dipingere con piii
vivi colori le immagini , come vedesi nei seguenti esempi : Mezzodì d'Eslatc (
Vino., Geor., L. IV ). « ,Iam rapidus (orrens sitientcs Sirius Indos o Ardebat
coelo , et medium Sol igneus orbem « Hauserat; arebanl herbae, et cava (lumina
siccis « Faucibus ad limum radii tepefacta coquebant ». Sera d'EstMQ {Inf. , C.
XXIV ). e Quando il villan che al poggio si riposa, a Nel tempo che Colui che
'I mondo schiara, « La faccia sua a noi lien meno ascosa, a Come la .mosca cede
alla zanzara , « Vede lucciole giù per la vallea, « Forse cola dove vendemmia
ed ara ». 33. Assai frequente è presso i poeti questo traslato che tanta
vaghezza accresce alla elocuzione; più raro e più ri- stretto s'incontra presso
gli oratori, avvegnaché di siffatta maniera ornamenti meglio si convengano alla
splendida poesia , che non alla severa oratoria. È da avvertire però , che n'è
grandemente schiva la poesia del cuore, perchè, Digitizcdby Google 1)1
BETTOBiCA 43 corno noia il Tasso , l'affetto per la parte della elocuzione .
richiede proprietà e null'altro [Leti. Poet.). g. 6. Dell'Ironia e del
Sarcasmo. 3i. Se per le due forme di traslafo ora discorse allargasi il
concetto, per Y Ironia, per V Allegoria e per l'Enigma di cui siamo per
trattare , si vela ad arte e si restringe. E di- ialto, incominciando
dall'Ironia , questa consiste nel valersi di parole di lode che vuoi dal tono
della voce, vuoi dal con- leslo , rivelano un finissimo biasimo sotto di quelle
coperto. Quando vi si usa invece del mal nome il buono , chiamasi ancora
Antifrasi, com'è nel saluto Tereuziano al servo che aveva fatto mala guardia
del figliuolo: Salve , bone vir, cu- rasle proiW; e nell'Ariosto, ove Polinesta
al comparire di vecchio barbogio esclama: Ve' che galante giovine! ed altri
modi siffatti che odonsi tutlodt nella bocca del popolo. Di tal natura sono
eziandio le seguenti : Giunone a Venero (Vmg. , Ann., L. IV). « Egregia™ vero
laudem , et spolia ampia refertis , « Tuque, puerque luus: magnum et memorabile
nomen, « Una dolo Divam si foemina vieta duoruui est ». A Firenze ( Dante ,
Purg. , C. V ). « Or ti fa lieta, chè tu hai ben onde: « Tu ricca, tu con pace,
tu con senno, o S'io dico ver, l'effetto noi nasconde ». 3o. L'Ironia poi, nel
suo piti ampio significato, appar- tiene, com'altri disse, alle ragioni del
ridicolo; ma chi l'ado- pera , se mostra sulle labbra il sorriso , ha l'ira
de'generosì nel cuore, null'altro proponendosi che' di riprendere con essa il
vizio, e scuoterne i viziosi, o se altro non può, segnare almeno le codarde
brutture d'ogni maniera, col marchio d'un disdegnoso dispregio. Socrate ne fu
maestro, adoperandola condita d'arguto e fino lepore contro i Sofisti; e Tullio
la chiama genits perelegans , et cum gravitale salsum (Oiut. . L. II, c. 67). Vuoisi però che l'Ironia sia
breve, perchè Torte colpisca; non maligna , non petulante, e soprattutto non
'frequente ; ma onesta, dignitosa, urbana e ben cal- zante. Grandmarle adunque
abbisognò al Parioi , perchè si .bellamente conducesse it suo mìrabil poema
delle Parti del Giorno, ove dice il Giusti, una fina e tremenda Ironia pas-
seggia da un capo all'altro. Guai a chi volesse con ìmpari forze imitare
l'esempio ! Vedasi ora, come Cicerone adoperò contro di- Godio l'Ironia, e con
quanto sottile acrimonia l'usò Dante contro i Capetiogi ( Purg. , C. XX ). «
Sedstulli sumus, qui Drusum, qui Africa QUO) , Poro- si pejum, rtosmelipsos cum
P. Clodio conterrò audeamus. * Tolerabilia illa fuerunt: Clodii mortem aequo
animo ferre a nemo potest. Luget senatus , moeret equester ordo ; tota n
civitas confecta senio est; squalent municipia ; afflictan- « tur coloniae:
agri denique ipsi tam beneGcum, tam sin- a gularem, tam mansuetum civem
desiderant » (Pro Milone). « Lì cominciò con forza e con menzogna « La sua
rapina ; e poscia per ammenda a Ponti e Normandia preso e Guascogna. « Carlo
venne in Italia, e per ammenda « Vittima fe'di Corradino, e poi a Ripinse al
ciel Tommaso , per ammenda ». Lo stesso Poeta coll'esempio c'insegna che non nelle
parole soltanto , ma ancora in certi atti della persona , coi quali quelle sì
accompagnano, s'acchiude un'acerba Ironia, come: « Vegna il cavalier sovrano ,
« Che recherà la tasca coi tre becchi ; « Quindi storse la bocca , e di fuor
trasse " « La lingua , c'ome bue che '1 naso lecchi d. {h{., C. XVII]. .
36. Quando a beffarde parole si rende più beffarda ri- sposta , l'Ironia
diviene Sarcasmo. Ad Argante che avea chiamato Tancredi forte uccisore di
donne, questi risponde: a Vieni in
disparte pur tu che omicida a Sei de'giganli solo e degli eroi: < L'uccisor
delle femmine li sfida ». E sa pure d'amaro Sarcasmo quel verso , ove Dante
punge l'avarizia di M. Crasso , toccando dell'oro colatogli nella go- la, dopo
che gli fu recisa la testa » : « 0 Crasso , « Dicci , chè '1 sai , dì che
sapore 6 l'oro ». iPurg., C. XX). §. 7. Dell'Allegoria e dell'Enigma; 37. V
Allegoria h un sottil velo sotto del quale si na- sconde un senso diverso da
quello che mostrano le parale; tjuindi essa altro non è che una continuata
Metafora. L'usano poeti ed oratori , ora per prudenti riguardi , ora per legge
di decoro , ora per semplice ornamento ; perchè né lutto può dirsi sempre ed
aperto, e perchè talvolta grato riesce il. ve- dere una cosa attraverso
d'un'altra. L'Allegoria dicesi pura , ove ai vocaboli traslati non se ne
frammischino de'propri, altrimenti dicesi mista; e poiché è della stessa natura
della Metafora, segue di questa le medesime leggi, richiedendo del pari
somiglianza , convenienza e misura ; nè può, come dice Quintiliano, muovere da
una tempesta per andare a finire in un incendio ( Lib. Vili , c. 6 ). Ecco
esempj d'Alle- goria pura. Orazio giustamente riguardoso , rappresentando la
repubblica sotto la figura di nave malconcia dalla tem- pesta , volle esortarla
a quietarsi dalle civili discordie: « O Navis , referent in mare te novi «
Fluctus. O quid agis? fortiler occupa a Porlum etc. » (Od. XIV, L. I). Il
Perticar!, parlando della lingua italiana, graziosamente adorna il suo concetto
con questa leggiadra Allegoria. « Cosi
it al modo do'saggi coltivatori (gli eccellenti Italiani) fecero « più
bella e magnifica quesla pianta , levandole d'intorno a molte vane frasche e
dannose , recidendone i rami già « fatti secchi e da fuoco, e innestandovi
alcuni altri tolti « dai tronchi greci e latini , i quali subito vi si
appresero , « e tanto felicemente si fecero a! tutto simili al tronco Ìta- li
liano, che più non parvero rami adottivi , ma naturali (1 ; ». A 'quali esempj
altri due n'aggiungeremo d'Allegoria mi- sta. Cicerone nell'Orazione contro
Pisone cosi dice: « Nequo « taai fui timidus , ut qui in maxìmis lurbiuibus ac
flucti- « bus reipublicae navem gubernassern , salvamque in porlu «
coilocassem, frontis tuae nubeculam, aul collegae tui con- « taminolum spiritum
per horres cere m. Alios ego vidi ven- ti tos; alias perspexi animo proccllas;
aliis impendcntibus « tempesta tibus non cessi ». li Dante così incomincia la
Cantica del Purgatorio : « Per correr miglior acqua alza le vele « Ornai la
navicella del mio ingegno, « Che lascia dietro a sè mar si crudele ». 38,
Finalmente VEnigma e un'Allegoria più oscura, nella quale, come ben nota il
Ranalli (2), vogliamo meglio esseri; indovinati che intesi ; e cita ad esempio
il famoso Veltro di Dante. Si riferiscono all'F.nigma quei colali componimenti
che sotto un velo più o meno denso nascondono d'ordinario una semplice idea-,
tali sono gl'Indovinelli, ì Logogrifi ec. , che per verità poco approdano
all'onor delle lettere. ' Art. 11. - Dello Figuro. 39. Abbiamo parlato dei Traslati:
resta ora a dire delk; Figure, cui i Greci chiamavano schemi, quasigestus
orationis, come Tullio spiegava. li poiché il gesto aggiunge anima alla parola,
cosi il parlar figurato accresce efficacia ai pensieri. . ii) Degli .scrittori
del trecento, Lib. II, c. XI. (i; Principi di Bolle Leti., ?. I , c. 2. M REI
TOBI C A 47 vivezza alle immagini e calore agli affetti. Se non che come il
gesto vuol esser naturale, conveniente e sobrio, tale pur esser deve l'uso
delle figure ; perocché se l'uno e l'altro rendono col difetto languido il
discorso , coli'eccesso lo de- formano. Le figure pertanto sono quelle varie
forme di locu- zione, che sebbene dettale in certi casi dalla slessa natura ,
tuttavia si scostano dall'uso comune ed ordinario del dire. Ve ne sono alcune
che semplicemente consistono o nell'ag- giunger parole , o nel sopprimerne
alcune , o nella loro col- locazione', e queste nascono o da un movimento
dell'animo, o da un certo amor d'eleganza. Tali sono il Pleonasmo, \'El- lissi,
il Polisindeto, l'Asindeto, la Sinonimia, la Zeugma, VApozeugma, V Isocolon, i
Parifìnienti , i Pariconsonanti , e la Paronomasia. Altre sono vere e proprie
figure , delle quali la naturai sorgente sono l'immaginazione e la passione, e
non di rado l'una e l'altra insieme, e queste sono: La Com- parazione o
Similitudine, l'Esempio, V Antitesi e Parallelo, la Ripetizione, la Gradazione
e la Congerie, il Dialogismo o Sermocinazione , {'Interrogazione e
Soggiungimento , la Comu- nicazione, la Correzione, la Dubitazione, la Sospensione,
la Reticenza, la Prolepsi o Preoccupazione , la Concessione, la Preterizione,
la Preghiera, l' Imprecazione , l'Esclamazioni- ed Epifonema, V Enfasi, V
Impossibile, Vfpotiposi, la Proso- popea, l'Apostrofe, la Visione,
l'Accumulazione. Parleremo ora in due distinte Sezioni paratamente di tutte
queste va- rie forme delle figure. Sezione I. g. I, Del Pleonasmo e
dell'Ellissi. 40. II Pleonasmo è sovrabbondanza di parole, che ben usato da
vezzo al discorso , e porta seco un esprimer piii al vivo. È comune il dire:
L'ho veduto con quest'occhi, t'ho udito con quest'orecchi ; e chi cosi parla,
intende di dar forza al concetto, nò male si appone. Ero pei Latini d'efficacia
e ve- nusta il dire , come fa Virgilio : Sic ore loquutus; voccm his auribus fiatai etc. , com'è per noi: Qual io
mista; tu tene fai beffe tu ec. Fuggansi però quei pleonasmi dove il di più è
veramente ozioso , come in. questo del Boccaccio : Muover le palpebre degli
occhi. il. V Ellissi ai contrario è figura d'abbreviamento, con- sistendo nel
tacere alcuna parola o per impeto di passione, come in quel luogo ove Niso
esclama: Me, me, odsum qui feci, ov'è taciuto occidite {Aen. , L. IX ); o per
consiglio di verecondia , come io Dante ; a Non v'era giunto ancor Sardanapalo
« A mostrar ciò che in camera si puote ». ( Par , C. XV ). ove si sottintende
commettere; o finalmente per isquisitezza d'artifizio, come appresso lo stesso:
« E come quei che con lena all'annata « Uscilo fuor del pelago alla riva, u Si
volge all'acqua perigliosa , e guata ». {/»/:, c. i ).. Non dice che cosa et
guati, e non dicendolo quante idee non risveglia in chi legge ? ( Colombo ,
Lez. II ). Il Pleonasmo, siccome prossimo al vizio, non è si fre- quente
iie'buoni scrittori; rada è ancora l'Ellissi come figura reltorica , chè come
grammaticale e usilalissima , come ad ogni tratto e leggendo, e più ancora
parlando, s'incontra. §. 2. Del Polislndelo e dell'Asindeto. 42. Chiamasi
grecamente Polisindeto o Asindeto la ripe- tizione o soppressione delle
copulative. La prima suol farsi quando vogliamo porre sotto gli occhi altrui
con rapida suc- cessione gli oggetti.; la seconda , quando vogliamo fermare
l'altrui attenzione sopra ciascuno di essi. Sono esempi del Polisindeto e
questo di Virgilio: di rettomca 49 » RuU oceano nox .« lnvolvens umbra magna
lerramque, polumque, * Jlyrmidonumque dolos. (Ann., L. II). V. questo del Casa:
« I posteri udiranno le opere vostre, 'i a tutte ad una ad una le sapranno, e.
com'io spero, le ap- « proveranno tutte, .siccome diritte e pure e ciliare e
grandi « e meravigliose » [Graz, a Carlo V). Sono esempj dell'Asin- deto e il
famoso veni, vidi, vici di Cesare , e il verso in cui Virgilio descrive
Polifemo : a Monslrum horrendum , informe , « ingens , cui lumen adempiimi n
(Aen. . L. Ili ) , e questa sentenza del Guicciardini: « Grandissima è, come
ognun sa, « in tutte le azioni umane la potesti) della fortuna : ma ine- «
stimabile , immensa , infinita ne' fatti d'arme e (Star. d'Ita- lia ., L. Il ).
g. 3. Della Sinonimia e della Zeugma ed Apozcugiaa. 43. Queste tre figure sono
molto nelle delizie degli ora- tori , siccome quelle die aggiungono spirilo e
veemenza al discorso. La Sinonimia difatti consiste nell'unire più parole
quasi. dello slesso significato, in modo peraltro sempre cre- scente , come a
meglio ribadire il chiodo, li notissima quella di Cicerone contro Caldina :
Abiti, excessit, evasit, erupit. Aggiungo l'esempio che ne porge il Segncri : a
Sempre teme, sempre palpita, sempre trema (Pred. XXX, n. 10). E Al- berto
Lollio in lode dell'Eloquenza : <t Senza l'ajuto di que- ir sia nobilissima
facoltà non è arie alcuna che possa com- « piutamentc il suo ufficio eseguire ,
anzi sono tutte mutole, a senza lingua, senza voce e senza spirito ». 44. La
Zeugma si forma coll'apporre a più sentenze un solo verbo, come il Casa
nell'Orazione alla Repubblica di Ve- nezia : « Temo uon le mie laudi sieno da
molli reputale lu- ti singhe , e la mia verità bugia, e la mia gratitudine in-
o ganno ». L'uose mi; ma al contrario si fa distinguendo più sentenze con
opporre a ciascuna di esse un verbo partico- lare, quando con un solo e comune
potevano conchiudersi; cosi adopera
Cicerone ove dice di Pompeo: a Ut ejus sempei- « voluntalibus non modo cìves
assenserint, socii ottempera- li verini, hostes obedierint, sed etiam venti tem
pesta lesque « obsecundarint » {Pro lega Manilio,). §. 4. Dell'Isocolon , dei
Parifìnienti , dei Poricon sonami o dello Paronomasia. 45. A certe squisitezze-
d'elocuzione, che i retori riscontra- rono di bella efficacia nei grandi oratori
, assegnarono un luogo tra le figure d'ornamento, e chiamarono fsocolon quella
che dà a'membretti d'un periodo quasi un'egual misura e termine con una certa
armonica uniformila ; il perchè assai giova al numero dell'orazione, salvo che
nè troppo spesso ricorra , nè v'appaja ricercatezza. Così il Casa nell'Orazione
in lode di Venezia: « Ch'io conosca adunque le magnanime « virtù della vostra
patria, mi dee ciascuno attribuire a « ventura; e che io' Io approvi, a bontà;
e ch'io presuma « di poterle acconciamento narrare altrui, ad onoro; e « che in
ciò fare mi affatichi , a gratitudine ». 46. Chiamarono poi Parifìnienti quella
figuro , ove ciascun membretto delia sentenza, termina con parola dì medesimo
caso, tempo e persona , come vedesi in questa di Cicerone : a Ad hanc amenliam
natura peperit, volunlas exercuit, for- ti tuna servavit » ( In Catil.); e
parimente in questo del Casa: « Anzi è il dimorare appo voi a ciascuno chi
ch'egli sia per « la vostra possanza sicuro , e per la vostra dovizia comodo, «
e per la vostra mansuetudine dilettevole » (Orazione a Carlo V). Dissero
Pariconsonanti quella ove ciascun mem- bretto chiudesi con parola che termina
con egual suono. Ecco- ne un esempio tolto dalla Filippica IY di Cicerone: «
Hac vir- " tute majores vostri primum universam Italiani devicerunt, «
deinde Chartogincm excùkrunt, potenlissimos reges , bel- ìi licosissimas gentes
in dilionem hujus imperii redegerunt ». 47. La Paronomasia, detta ancora
Alliterasione , consìste- nell'usar parole di suono simile, o solo differente
per alcuna vocale, com'è in quel verso del Tasso: « Rapido disserra a La porta,
e porta inaspettata guerra » [C.ervs. , C. XX): DI RETTORIE A 51 e parimente
ove Cicerone dice: a En, cur magisler ejus ex oratore arator factus sìfc » {Filipp.
III). Avverti però d'es- ser molto sobrio nell'uso dì queste figure, e
specialmente le due ultime schivale quanto più. sai, perchè i Pariconso- nanti
per noi sanno troppo di ritmo poetico, e la Parono- masia è un giuoco di parole
da usarsi soltanto ov'è luogo di facezie. Da quest'ultima difatti par che nasca
ciò che chiamasi Bisticcìo, che quanto in certe cose da scherzo suol riuscire
brioso, purché con sobrietà e naturalezza introdotto, altrettanto riuscirebbe
in coso gravi biasimevole. Sono tol- lerabili in Ennio e in Dante, perchè
devesi aver riguardo^ all'età in cui scrissero, i seguenti: « 0 Titc tute Tali,
libi lanla lyranne tulisli d. (Esmo — ). « Io credo ch'ei credclLe ch'io
credesse ». [ Inf., C. Xlll ). Di molta vaghezza poi riesce, perchè usato a
tempo e a luogo, questo del Lippi : « Ben tu puzzi di pazzo , che è un pezzo ,
« Disse Pìuton , bcsliaccia , per bisticcio ». IMaimanMe. Canlarc Vi). S EZIO.
ve II. g. 1. Della Comparazione o Similitudine. 48. La Comparazione o
Similitudine si fa paragonando una cosa ad un'altra a fine di meglio chiarirla
o adornarla (I). Ora per l'analogia che questa ha colla Metafora , ne segue (1)
« . . .. .c queslo fa per ornare il dello suo , o per renderlo più - approvato,
o per darlo ad intendere meglio, e per farlo sì aperto <■ rome ae in
presenzia e dinanzi agli occhi dcll'udilore sì il facesse ». F. Gcidotti, Fiore
di Retiorica , Tr. II, %. M. le medesime leggi , la prima delle quali è la
somiglianza; non sì però che le cose paragonate debbano strettamente insieme
convenire nella loro esteriore apparenza , bastando che convengano negli
effetti che nell'altrui mente d'ordina- rio producono (1). Tal' è questa di
Dante, ove i termini dcllii comparazione sono ben mollo diversi ; or Chè l'uso
de'mortali è come fronda t In ramo, che sen va ed altra viene ». I Par., C.
XXVI). 49. Conviene però che le comparazioni non si tolgano da oggetti che
siano o troppo remoti, o consimili, o usati soverchiamente; perocché i primi
per la debole e mal nota attinenza spargono ombra piuttosto che luce; i secondi
rap- presentando quasi la slessa cosa , non giovano nè alla chia- rezza ne al
diletto; gli ultimi rendono fredda e poco gra- devole la comparazione , perchè
da troppi usata , è ornai divenula logora, come quella del leone, della tigre,
del torrente ec. Se non che ove questi stessi oggetti si sappiano rappresentare
con una cert'ario di novità , possono anch'essi formare tuttavia materia a
piacevoli similitudini. Tal'è la seguente ove Dante dipinge la postura
dell'ombra di Sordello : o Ella non ci diceva alcuna cosa ; ' Ma lasciavane gir
solo guardando « A guisa di leon , quando si posa ». [ Purg,, C. VI ]. E qui
noterò di passala che , siccome lo scorgere le attinenze delle cose sotto
aspetti non prima osservati è proprio del genio , questo appunlosi manifesta
nella novità delle com- parazioni; quindi Omero e Dante ancora in queste si mo-
di ■ E non fa bisogno che la similitudine che sì pone, sia per « ogni cosa
simiglinole alla ro;a a che si assomiglia ; ma solamente a (erta cosa, cioè a
quella che fa prò ni dicitore che la pone ». F. Goi- toTTi, loc. cit. strano sommi e quasi sempre originali ;
perocché se il Gl'eco studiò da gran maestro ìa natura , l'Italiano talvolta la
sor- prese, quasi direi, ne'suoi slessi misteri. Colui pertanto che sa
accortamente spigolare in così fatto campo, può tuttavia irar bella materia a
similitudini splendide e nuove. òO. Finalmente la comparazione , olire ad
essere oppor- tuna , perchè non comparisca oziosa , dev'essere adattata al
subbìelto, tendendoa viepiù magnificarlo, se nobile; a viepiù, ingentilirlo, se
leggiadro; a farlo più spaventoso, se lerri- bile. Quasi ogni genere di
componimento se ne adorna e in prosa e in verso; solo è da avvertire che ,
poiché il soffer- marsi a riscontrare i varj punti di rassomiglianza fra due
oggetti è proprio delia mente quand'è in calma, però le lunghe e formali
comparazioni disdicono, ove la passione predomina ; laonde viene appuntalo il
Metaslasio d'aver tal- volta posto in bocca a persone da gagliardi affetti
concitato tali comparazioni, leggiadrissime in se stesse, ma 1\ dove sono,
inverisimili. Dilani la poesia drammatica , e in gene- rale la passionata, sta
contenta a queste semplici similitudini: Come fblgor ratti; or più che tigre mi
s'avventa adirata; guai uom conscio a sè stesso in core , ed altre simiglianti,
com'è da vedersi nell'Alfieri. Ora porremo esempj di com- parazione formale, a
Ut saepe homines aegri morbo gravi « cura aeslu feerique jaclanlur, si aquam
gelidam bibcrint, « primo relevari videntur; deinde multo gravius, vchemen- «
liusque afflictanlur; sic hic morbus , qui est in republica , « relevalus
islius poena, vehementius vivis reliquis ingra- « vescet » (Cic. , In
Calilinam. ). * Quale i fioretti dal notturno gelo a Chinali e chiusi, poiché
'I sol gl'imbianca, o Si drizzan tulli aperti in loro stelo, « Tal mi fec'io di
mia virtute stanca ». [ Iaf., C. 11)- Si
g. 2. Dell* Esempio. 51. Questa figura ha qualche affinila colla
similitudine,, perocché io sostanza s'adduce in esempio il detto o il fatto di
persona autorevole, applicandolo al caso nostro, a fine di trarne argomento a
noi favorevole, per l'analogia che vi riscontriamo. Gli oratori, massime i
sacri , se ne valgono assai , come di figura di grande convincimento; nò i
poeti se ne mostrano schivi , dove faccia loro buon giuoco. Tra ì primi vedete
quanto destramente se ne vale Cicerone contro Catilina : « Etenim si sureimi
viri et clarissimi cives Sa- li lumini , et Gracchoruin , et Flacci , et
superiorum corn- ei più riunì sanguine non modo se non contaminarunt , sed «
eliam honestarunt ; vercndum certe mihi non crat, ne a quid hoc parricida
civium interfecto, invidiae .mihi in po- li sieritatem redundaret t; e tra i
secondi Dante: t Deh ! or ini di' quanto tesoro volle e Nostro Signore in prima
da San Pietro « Che ponesse le chiavi in sua balia? . « Certo non chiese se non
: Vienimi dietro, e Ne Pier, nè gli altri chiesero a Mattia a Oro o argento ,
quando fu sortito « Nel luogo che perde l'anima ria ». [Inf., C. XIX). g. 3.
Dell'Antitesi e del Parallelo. 52. Come la comparazione e l'esempio si formano
pei simili , cosi pei conlrarj l'Antitesi, consistendo nel contrap- porre o
parole a parole, come: privatus illis census erat brevis , commune magnum [ Or.
Od. 15, L. II ) ; ovvero con- cetti a concetti, come Cicerone : « An vero vir
aniplissimus e P. Scipio, poutifex maximus, Tib. Gracchum, mediocriler «
labefaclanlem stalum reipublicae privatus inlerfecit : Ca- ci lilinam vero,
orberei terrae caede atque iucendis vastare a cupicntem , nos consules
perferemus? e; o finalmente immagini a immagini, come nell'Alighieri: a Li
precedeva al benedetto vaso « Trescando alzato , l'umile Salmista , a E più e
men che re era in quel caso. a Di conlra effigiala, ad una vista « D'un gran
palazzo, Nicol ammirava a Si come donna dispettosa e trista ». [Purg., C. X).
53. Questa figura , rendendo piii nettamente spiccale per ii loro contrapposto
le idee, aggiunge forza e vivezza al discorso; vuole però esser breve, rada,
calzante e na- turale , altrimenti ristucca e sa di ricercato, come ogni altra
cosa ove l'arte s'appalesa. Gli ottimi scrittori ne trassero buon effetto,
perchè appunto ne furono parchi, e perche più che nel contrapposto delle
parole, ne riposero la bellezza in quello delle immagini e dei concelti ; arie
, come già fu detto (1), difficilissima, e per cui solo può meritare l'ag-
giunto che le fu dato di bellissima Ira gli ornamenti della eloquenza (2). Ma
quelle antitesi di parole , dove apparisce più d'ingegno che di giudizio,
meritano, come dice il Co- lombo, d'esser mentovale a solo fine di screditarle;
chè i giovani han bisogno di chi li distorni dalle cose la cui ap- pariscenza
può avere forza di sedurli (3) ; e a porre in mala voce questa figura molto
valse l'abuso che se ne fece da quei secentisti, che idolatri del Pelrarca, non
seppero le vere bellezze, ma si i di felli , e massime questi, imitarne.
Dopoché' dalla penna di quest'amabile poeta caddero le an- titesi: 0 viva
morte, o dilettoso male. Rime aspre e fosche far soavi e chiare , ed altre
colali ; fu creduta l'antitesi no- bile palestra dell'ingegno, e versi e prose
ne ridondarono, si che talora avevano sembianza del caos ovidiano , dove (1)
Giusti. Vita del Parini. (2; S. Asostino. (3,i Lez. cit. Frigida pugnabant
calidis, humeniia siccis , « Mollia cum duris, sine pendere habentia pondus ».
( Jfe/., L, 1). I retori chiamano Parallelo quella figura che consiste nel
porre in bilancia due cose diverse per rilevarne la diffe- renza. Assaissimo se
ne giovano gli oralori e gli storici , e ce- lebre è quello che i! Machiavelli
pone per proemio al Lib. Ili delle Istorie: a Le inimicizie che furono nel
principio in Roma « intra il popolo e i nobili , dispulando, quelle di Firenze
n combattendo si diflinivano. Quelle di Roma con una legge, « quelle di Firenze
con l'esilio e con la morte di molti cit- « tadini si terminavano. Quelle di
Roma sempre la virtù « militare accrebbero, quelle di Firenze al tutto la
spensero. « Quelle di Roma da una ugualità di cittadini in una disu- «
guaglianza grandissima quella città condussero: quelle n di Firenze da una
disuguaglianza a una mirabile ugualità « l'hanno ridotta n. 55. Correndo grande
affinità Ira V Antitesi e il ParaRelo, hanno comuni tra loro alcune regole,
cioè che le parole si corrispondano in certo modo tra loro , come se dirai : l
gio- vani amano il linguaggio dell'immaginazione, non soggiun- gere : L'età
senile preferisce quello della ragione ; ovvero : La ricchezza è oggetto
d'invidia; i poveri di compassione, dovendo contrapporre vecchi a giovani,
povertà a ricchezza. Richiedcsi puro una certa corrispondenza ne'membretti che
stanno in contrapposto, si veramente che nasca naturale e senza troppo
artifizio. Eccone un bell'esempio tolto dall'Orazione che M.Rinaldo degli
Albizzi , capo de'fuorusciti Fiorentini, disse al duca di Milano per indurlo a
prender l'armi in fa- vore di quelli: « Tu movevi adunque le armi nelle passate
« guerre contro a tutta una città ; ora contro ad una mi- « nima parte di essa
le muovi : venivi per torre lo Stato a « molli cittadini e buoni ; ora vieni
per tórlo a pochi e iri- « "sii : venivi per tórre la liberta ad^una
città, ora vieni « per rendergliene » (Machiavelli. Star. Fior.). Digitizcd by
Google m nEiToniCA S7 8 i. Della r.ipetlztona. 56. Quesla figura , opportuna metile usata , aggiunge
assai forza al discorso , perocché la stessa voce ripetuta più volte è, come
dice il Colombo, quasi colpo replicato di mar* tello che ficca più addentro il
chiodo. Ora si fa raddoppiando di seguito la slessa parola, a viemeglio
affermare e confor- tare, e cosi chiamasi ancora Conduplicazione; e tali sono:
Nos , nos , dico aperte , consitles desumus ( Cic. }. Non son colui , non son
colui che credi ( Dante ). Dunque cke è ? perchè, perchè ristai? (id). Ora si
fa ripetendo la stessa parola al principio d'ogni membretto del periodo, come:
o Nihiine te nocturnum praesidium palati! , nihil urbis (r vigiliae, nihil
timor populi , nihil consensus honorum cr omnium , nihil hic niunifìcenlissimus
habendi senatus a locus, nihil horum ora, vultusque moverunt? a (ClC. in Catti.
}. 57. Alla ripetizione assomigliasi in parto ciò che dicesi lìipigliamento ,
che consiste nel ripigliare al principio d'un membretlo della sentenza la
stessa parola onde termina il precedente, come in quest'esempio di Dante: a
Luce inlellellual piena d'amore , a Amor dì vero ben pien di letizia , b
Letizia che trascende ogni dolzore e. (farad., C. XXX). g. 5, Della Gradazione
e della Congerie. 58. La Gradazione , detta dai Greci climas (scala), sale o
scende, com'è l'occorrenza; dove convien che salga, fa d'uopo che delle cose
che tu nomini , la seconda sia mag- giore della prima, la terza della seconda ,
e cosi delle altre, in modo che l'ultima sta maggiore di tutte. S'adopera al
contra rio, se non conviene che scenda. E questa una figura di molta forza , e
se ne valgono volentieri gli oratori. Siano d'esempio quella notissima di
Cicerone : a Facinus est vincirc » civem romanum; scelus verberare; prope
parricidium lie- ti care , quid dicam incrucem tollero? » (In Verrcm.). Bella è
pur questa che usò Calilina presso Sallustio, nell'arringa ai soldati , presso
ad attaccar la battaglia : i Quapropter vos <i moneo uti forti alque parato
animo silis, et quum prae- a lium inibitis, memincritis vos divilias, decus ,
glorìam , a praeterea liberlatem alque patriam in dexlris portare ». 59. Molto
somigliante a questa figura è quella detta di Congerie, che è quell'accumulati
che fa l'oratore, special- mente in sul chiuder dell'orazione , di più. cose
insieme in modo sempre crescente, a fine di destar più vivo in altrui l'amore o
l'odio per qualche cosa o persona. Alberto Lollio per farci meglio amare la
lingua nostra molto opportuna- mente se ne valse dicendo: o Essendo adunque la
lingua « toscana la piii bella , la più nobile , la più ornata , la più. «
usata , la meglio intesa e la più perfetta di tutte le altre a che vivono , e
vedendo voi qualmente non solo tutte le « accademie d'Italia, ma eziandio tutti
gli uomini di scienza n e d'ingegno e di giudizio eccellenti, di lei
onoratamente « parlando e scrivendo, per tale la conoscono; ed avendo e io già
manifestamente mostrato in quanto grande errore « incorrono tutti quelli che
abbandonando lei che è nostra « propria c naturai favella, colle straniere
espongono i loro a pensieri: volgetevi, volgetevi allegramente con acceso «
desio al bello e prezioso acquisto ». g. 6. Del Dialogismo, o Surmocìnaziooc.
60. Il Dialogismo è quella figura, onde s'introduce altri a parlare tra loro o
con noi , e perchè meglio che altrove , riesce gradilo ne' componimenti
familiari, non di rado s'in- contra nelle Epistole e nelle Novelle. Eccone duo
graziosi csempj , d'Orazio l'uno, del Eocaccio l'altro. DigitizGd 0/ Google DI
BETrQBICÀ 59 a Caluber Vescere , Sodes. Hospes. Jam satis est. Cataber. Al tu quantum vis lolle.
Hospes. Benigne. Calaber. Non invisa feres pueris munuscula parvis. Hospes.
Tarn teneor dono , quam si dimitlar onuslus. Calaber. Utlibct; haec porcis
hodio comedendn relinquis; » (Ep. VII,
Lib. 1 1. a 0, disse Calandrino, cotesto è buon paese; ma dimmi: n che si fa
de'capponi, che cuocon coloro? Rispose Maso : Mangiansegli i llaschi tutti.
Disse allora Calandrino : Fo- « stivi tu mai? a cui Maso rispose: Di' tu s'io
vi fu'mai? n Sì vi sono stalo cosi una volta come mille. Disse allora »
Calandrino : E quante miglia ci ha ? Maso rispose: llacce- a ne più di millanta
o (.Voi;. Ili, Gior. 8). §. 7. Delta In [err opzione e del Soggiuneimenlo. Gì.
Chiaro s'intende non essere la Interrogazione una lìgura rellorica , quando non
serve che a dimandar per sa- pere , come quando Farinata interroga Dante : Chi
far li maggior lui? ma sibbeno ella e tale, e bellissima ed usiiata presso
oratori e poeti, quando si adopera a dar anima, veemenza e concitazione al
discorso. In parecchi casi ricorre naturalmente e con molta efficacia questa
figura; 1." Quan- do l'oratore certo della verità di ciò che dice , vuole
altri convincerne per via di domanda, quasi, sicuro che chi ascolta debba
assentirvi ; cosi Cicerone contro Caldina : « Quam multos fuisse putatis , qui
, quae ego deferrem , « non crederent? quam multos , qui propler stullitiam non
« putarent? quam multos qui etiam defenderent? quam '< multos, qui propler
improbitatem faverent? » 2." Quan- do mira a stringer l'avversario sì che
non trovi, o assai difficilmente , scampo a difesa ; cosi lo slesso Tullio
contro Tuberone : « Quid cnim tuus ilio , Tubero , dislrictus In a acie
Pharsalica gladius agebat? cujus lalus mucro ilio « petebat? quis scnsus erat
armorum tuorum? quae tua DigitizGd bjr Google 60 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI «
mens, oculi , ardor animi? quid cupiebas? quid opta- li bas? » 3." Quando
s'adopera a mo' di rimprovero.o d'ec- citamento, corno Venere a Giove: « Hic
pietatis bonos? Sic nos in sceptra reponis? » {Acn., Lib. 1). e Virgilio a
D'ante : « Dunque che è ? perchè , perchè ristai ? « Perche tanta villa nel cor
alleile? « Perchè ardire e franchezza non hai? n ihf., C. 11). i.° Quando
finalmente sgorga dall'anima da'più gagliardi affetti commossa. Odasi con
quanta veemenza scoppia la in- dignazione del Console contro Caiilìna in queste
interroga- zioni : « Quousque tandem abulere, Catilina, patientia no- « stra ?
quamdiu nos eliam furor iste tuus eludei? quem « ad fìnem sese effraenala
jactabit audacia? » Sentasi l'affannosa ansietà d'un padre nelle seguenti : «
Di subilo drizzato , gridò : come a Dicesti egli ebbe? non viv'egli ancora? «
Non fere gli occhi suoi lo dolce lome? » il„f.,C. X). Sentasene in ultimo la
disperazione. a Ahi ! dura terra 1 perchè non t'apristi? » llnf.. C. XXX11I].
62. Talvolta alla Interrogazione si fa succedere la rispo- sta , la quale
dicevasi dai Latini Sttbjectio, che vale Soggiun- gimento. Un tal modo ha molla
forza a convincere; ond'è mollo in uso specialmente presso gli oratori e i
poeti didasca- lici. Eccone gli eseuipj: « Quid tandem ìmpedit te? mosne «
majorum? at persaepe eliam privati in hac republica per- ii niciosos cives
morte muliarunt: an leges, quae de eivium ti
« romanorum supplicio rogatae sunt? at nunquam in hac k urbe ii , qui a
Bepublica defecerunt , civium jura lenue- « runt: an invidi am posterìtatis
limes? praeclaram vero 'c populo romano rcfers gratiam ce. » (In Catil.). « E
che , dira lalun , muovi tu pure « Sull'orme de' romantici ? su quelle « Del
gran Torquato io movo. Il suo poema « Guardò l'opinion de'padri nostri . a E fu
maraviglioso : ornar le carie « Rivinti di fole antiche? a te noi vieta « Lo
ragion , pur che tu l'uso ne faccia a Che si fa delle fole. Allegorie « D'alti
pensier sien elle d f Cosi*, Serm. IV). S. 8. Della Comunicaitone. 63. Quando
l'oratore è intimamente e a buona ragione persuaso , che il detto o fatto suo
sia secondo giustizia e verità , suole appellarsi al giudizio di quelli stessi
a cui parla, chiedendo loro consiglio o approvazione, e questo artifizio
oratorio dicesi Comunicazione. Bella e vivace figura, ma gran senno ci vuol
nell'usarla, acciocché non partorisco effetto contrario a quello ricercato.
Ecco come l'usa destra- mente Cicerone. « Sed quid ego argumentor? quid plura «
dispulo? te, Q. Petilli , appello, optimum et forlissimum « cìvem ; le, M.
Calo, testor, quos milii divina quaedain •i sors dedit judices d (Pro Mil. ). E
Dante pur l'usa, la ove Beatrice lo punge rimproverandolo. a Di', di', se
questo è vero: a tanta accusa a Tua confession conviene esser congiunto ».
\Purg. C. XXXI]. g, 9. Della Correzione.
64. La Correzione consiste nel far mostra di disdirci , per quindi soggiungere
di piti , e fare con tal artifizio più scolpilo nell'animo altrui la sentenza.
Cosi l'adoperò Cice- rone contro la impudenza di Catilina : « Hic lamen vivit:
« vivit? immovero in Senalum venit «. E Dante: « E non mi si partia dinanzi al
volto, a Ami impediva tanto il mio cammino ». I taf. c. I ). §. 10. Della Dubitazione.
65. Tra gli artificj oratori evv ' P ur questo , di mostrarsi incerti e
perplessi intorno a ciò che è da dire o da lacere, non meno che per ciò che sia
da fare: la qual figura chia- masi Dubitazione. Perchè din apparisca spontanea,
l'obbielto che ci tiene intra due, dev'esser veramente di rilievo, e por ogni
Iato arduo c scabroso , altrimenti diventa una puerilità. Cicerone, de! quale
come d'Omero, può dirsi tal molitur inepte , mollo a proposito l'usa nella
Verrina VII. « Quid agam, judices? quo accusationìs meae rationem e conferam ?
quo me vertam ? ad omnes enim meos impe- ti tus , quasi murus quidam , boni
nomen imperatoris op- ti ponilur ». 66. E non è solo un artificio oratorio; ma
talora ell'ò altresì figura di passione, e vcemenlissima; c prende forma e
linguaggio di disperato dolore dond'ella nasce. Odasi in queste parole di C.
Gracco: a Quo me miscr conferam? « quo me vertam? in Capiloliumne ? at fralris
sanguine « redundat. An domum ? malremne ut miseraci lamcnlan- « lemque vìdeam
et abjcclam ? » Parole che strapparono, a testimonio di Tullio, le lacrime agli
slessi nemici del Tri- buno (I). E nota ò pur quella pietosissima che fa Didone
in mezzo alle smanie del crudele abbandono. (I) De ora!., L. Ili, Cap. 5i.
Digitizcd by Google DI BETTORlCA 6.1 a En, quid ago? rursus ne procos irrisa
priores « Experiar? Nomadumque petam connubia supplex, « Quos ego sim toties
jam dedignata maritos? n Iliacas igìlur classes, atque ultima Teucrum « lussa
sequar ? . . . . » « Quid lum?sola fuga nautas comilabor ovanlcs? « An, Tyriis
omnique marni stipata meorum « Inferar? et, quos Sidonìa vix urbe revelli, «
Rursus agam pelago, et ventis dare vela jubebo?» {Aea,, l, VI). g. U. Della
Sospensione. 67. Molto somigliante alla dubitazione è questa figura per la
quale il dicitore presso a contar cosa per se mara- vigliosa ed incredibile, a
meglio procacciarsi attenzione e fede, mostrasi alquanto incerto se parlar
debba o lacere. Cos\ Enea presso a dire clic dalla tomba di Polidoro usci- rono
gemiti e parole, s'interrompo esclamando: « (Eloquax, an sileam?) gemitus
lacrimabilis imo « Auditor tumulo, et vox reddita fertur ad auros ». {Aen,, L.
111). E il Monti nella Basvilliana : « Perocché dal costoro empio furore « A
gittar strascinato (ahi I parlo o taccio?) ti De'ribaldi il capestro al mio
signore, « Di man mi cadde l'esecrato laccio s. [ Can. I ). 68. La figura di
Sospensione poi giova anche più , quando e adoperato a toner per alcun tempo
sospesi gli animi de- gli uditori; accennando loro cosa di molto rilievo, e
indu- giando a manifestarla, perchè più vivamente sorprenda. Gli oratori e t
poeti, specialmente drammatici, se ne servono con molta efficacia. Ne torremo
da quest'ultimi l'esempio, che è quello dell'Alfieri, quando Filippo
scaltramente s'in- finge d'accusar Carlo innanzi ad Isabella del reato di
fellonia. a . . Delitto n Cotal s'aggiungo a'suoi delitti tanti « Tale , appo
cui tult'allro è nulla ; la!e « Ch'ogni mio dir vien manco. Oltraggio ei fammi,
a Che par non ha; tal, che da un figlio il padre « Mai non l'allende; lai, che
agli occhi mici « Già non più figlio il fa Ma che? tu slessa « Pria di saperlo
fremi?... Odilo, e fremi a Ben altramente poi ». [Alt. Il, Su. 2) §. 13. Odia
Relicenza. 69. La Reticenza più. che sospensione, è troncamento di discorso , e
si fa quando vogliamo che gli uditori imma- ginino più di quello che noi
diremmo a parole. Ove tal ligura nasca proprio dall'animo commosso da qualche
grave cagione, e non se ne abusi, è di mirabile effetto. Chi può dire che cosa
mai minacci a'venti Nettuno in quel suo celebre « Quos ego.... Se4 motos
praestat componerc fluctus » (Aen. , L. I). É beue lo imitò il Tasso nella
minaccia d'Ismeno a'dcmonj : « Che sì, che sì... Volea più. dir, ma intanto a
Conobbe ch'eseguito era l'incanto ». I Ger., C. Vili). lìellissima poi ■mi
sembra la reticenza che Dante usa con- tro a'due Frali Gaudenti , che furono
nel 4266 potestà di Firenze : « Io cominciai: 0 frati, i vostri mali... <•
Ma più non dissi n. llaf., C. XX111). §.
(3. Della Pfeoc cu pallone. 70. La Preoccupazione, detta dai Greci Prolepsis,
consiste nel prevenire le obiezioni che altri per avventura potesse opporre a'
nostri argomenti , ed è, quasi non dissi, un por- tar le armi fin dentro alle
trincee del nemico; se non che molta destrezza si richiede, perocché- quanto ha
forza a convincere adoperata con senno , altrettanto perde di valore , se non
imbrocca diritto , potendo esser ritorta contro a chi l'usa. Di questa figura,
la quale è assai familiare agli ora- tori , i veri maestri souo i dialettici ■,
i relori non possono mostrarne che la forma , la quale può riscontrarsi negli
esempj che appresso. Il primo è del Segneri che l'usa con- tro quei che si
rifiutano di perdonare a'nemici. « Odo, ei a dice, già la scusa che voi mi
voleto addurre. Dite che , « se non vi fate voi la giustizia di vostra mano, ne
va di o sotto la vostra reputazione... Sì? grande opposizione, a grandissima,
non lo niego. .. Ma donde inferite voi così « gran discapito della vostra
reputazione? perchè le leggi « del mondo gridan cosi? ma se noi ritroviamo che
persone « anche nobili più di noi han praticato questa legge me- li desima del
perdono, senza che quindi rimanga conlami- a nata la loro chiarezza , anche in
faccia allo stesso mondo, « ci sdegneremo di pralicarla anche noi ? e che ?
chiamerete e voi dunque infami i Basilj, infami i Nazianzeni , infami a gli
Alauagj , infami i Grisoslomi , perchè ci lasciarono b esempj sì memorabili di
perdono? d (Qìiares. , Pred. Ili, 5). L'altro è del Tasso , quando l'oratore
Alete così parla a Goffredo : o Tu che ardilo fin qui ti sei condutto, a Onde
speri nutrir cavalli e fanti? « Dirai : l'armata in mar cura ne prende, a Dai
venti adunque il viver tuo dipende?... ( Ger. , CU). fi g. li. Della Concessione. 71. Alla figura
precedente si rassomiglia in parte la Concessione, perocché se con quella
togliamo di mono all'av- versario le armi che uniche gli restavano contro di
noi , con questa simulando di spontaneamente concedergli alcuna cosa , quasi
l'obblighiamo a rilasciare a noi quanto deside- riamo, a meglio strappargli di
pugno la vittoria , come fa Tullio nel seguente esempio: <r Tribuo Graecis
literas; do n multarum artium disciplinam ; non adimo sermonis le- ti porem ,
ingeniorum acumen , dicendi copiam ; denique « ctiam si qua sibi alia sumunt,
non repugno; lestim'onio- « rum religionem et fìdem nunquam ista natio coluit »
(Pro Fiacco). E benché tal figura sembri più da oratori che da poeti, pure nè
anche a questi disdice, come vedesi in Virgilio, ove Didone nota: « Veruni
anceps pugnae fuerat fortuna. Fuisset. « Quem metui moritura ? . . . . (Jm.,
!.. IV). li nell'Alfieri, ove D. Garzia così parla a Cosimo: « Ucciderai Salvia
ti , a Forse non reo: nemici altri verranno: « Fian spenti? ed altri
insorgeranno. - 11 brando « Del dilCdar, la insaz'Sabil punta a Ritorce al fin
contro chi l'elsa impugna » {A". I. BC I). g. 15. Della Prelatizi □ni'.
72. Usasi la figura di Preterizione, quando dicesi di vo- ler tacere quello che
appunto intendesi maggiormente di dire ; il qual ornamento del discorso assai
giova sia per viemeglio velare l'accusa o il rimprovero contro l'avversario,
sia per ragion di decoro o d'artificioso riguardo, a In « tal guisa, dice F.
Guidoni, si viene meglio a mettere in n suspizione l'uditore, e dargli le cose
ad intendere (ad- ir tamenle, che specificare le cose alla distesa » (Op. cit.,
Tr. I, §. 16 ). - Se ne incontrano esempj presso gli oratori ed i poeti. Così
Tullio : a Nam ilia nimis antiqua praetereo, quod Q. Servilius Ahala Sp. Melium
novis rebus studcntcm marni sua occidit » (In Catil.). E parimente il Casa: <r
Io « voglio tacere la compassionevole storia di quella dolente a e mendica
Reina di Napoli, che egli ha, secondo i suoi « difensori dicono, in cortese, ma
sterile e perpetuo car- « cere tenuta ». Come pure presso Virgilio e l'Alfieri:
a Quid repetam exustas Erycino in littore classes? ii Quid lempestalum regem,
ventosque sonantes o Acolia exeilos? aut actam nubibus Irim? » {Atn., L. X;. «
Clit Ah ! non più ; taci ; a Una madre l'ascolta « Pil. È ver, perdona; a Io
non dirò , corn'ei di sangue il piano n Rigasse , orribilmente strascinato. . .
a Pilade accorse;... invan; ... fra le sue braccia a Spirò l'amico d. (Or.,
Att. IV, se. H ). g. 16. Della Preghiera. 73. La Preghiera, ovvero
Ossecrazione, si fa allorché o confidando nella bontà della causa , o spinti da
vivissimo desiderio , o dalle angustie di mali gravissimi che si soffro- no , o
che almeno si temono, imploriamo la clemenza, la liberalità o commiserazione
altrui , per quanto v'ha di più caro e di più venerando in cielo e in terra.
Cosi Cicerone per il re Dejotaro: « Hoc nos primum metu, C. Caesar, « per
fidem, et constantiam, et clementiam tuam libera, « ne residere in te ullam
partem iracundiae suspicemur. a Per
dexteram te islam rogo, quam regi Dejotaro hospes a hospiti porrexisli: islam,
inquam, dexteram non tam in ti bellis et in praeliis, quam in promissis et in
fido fìrmio- « rem o. E Didone appresso Virgilio , cosi pietosamente scongiura
Enea a non abbandonarla : « Mene fugis? Per ego has lacrimas,dextramque tuam
te, o (Quando aliud mihi jam miserae nihil ipsa reliqui) « Per connubio nostra,
per inceplos hymenaeos, a Si bone quid do le memi, fuil aul libi quidquam ' a
Dulce meum, miserere domus labentis, et islam , <i Oro (si quid adliuc
precibus locus) exue meatem ». iAci., L. IV}. Devotissima poi è la preghiera di
S. Bernardo alla Vergine per Dante : o Ed io che mai per mio veder non arsi n
Più ch'io fo per lo suo, tutti i miei prieghi a Ti porgo , e prego che non
siano scarsi , o Perchè tu ogni nube gli disleghi « Di sua morialilà co'prieghi
tuoi , « Si che il sommo piacer gli si dispieghi. a Ancor li prego, Regina, che
puoi i> Ciò che tu vuoi, che tu conservi saui, h Dopo tanto veder gli
affetti suoi. n Vinca tua guardia i movimenti umani; o Vedi Beatrice con quanti
beali a Per li miei prieghi li chiudon le mani ». (Par., C. XXXIII). 8- 47.
Della Imprecazione. 74. Quando l'animo e gagliardamente concitato da ira, da
odio , da brama di terribile vendetta , naturalmente pro- rompe in parole di
tristo augurio contro cui vorrebbesi ar- mato e cielo e terra. Di qui la figura
detta d' Imprecazione, l'uso della quale può solo scusarsi o per la veemenza
della passione, o per il profondo sentimento d'una nobile indi- gnazione per
fatto atroce ed abominando. Gli stessi Profeti, tra'quali il mitissimo David,
non di rado l'adoperarono con- tro l'empia ingratitudine degli uomini.
Riuscir!) pertanto op- portuna, grave e veemente, se suggerita da forte ed alta
passione , o da generoso movimento dell'anima, ed espressa in modo ardente sì,
ma sempre dignitoso. Nè rari sono gli esempj; e ^ Eccone uno del Segneri, il
quale infiammato di santissimo zelo contro chi nega il perdono, prorompe in si
terribile imprecazione : « Pera il miserabile, pera chi nega a a Cristo una
domanda si giusta : e questo Sangue che lo n dovea salvare, e questo il
condanni. Non trovi pietà, non n impetri misericordia. Cada egli: prevalgano i
suoi nemi- « ci . . . si estermini la sua casa: si dissipi la sua roba : si «
disperda il suo nome » (Pred. Ili, sul fine). E appresso Virgilio, dopo aver
Didonc imprecato ad Enea e guerra e sterminio dc'suoi , e morte immatura, e
privazion di sepol- cro, soggiunge : c Esodare aliquis noslris ex ossibus
ultor, « Qui face Dardanios, ferroque sequare colonos. a Nunc, olim , quocumque
dabunt se tempore vires , n Li torà litoribus contraria, fluctibus undas «
Imprecor, arma armis; pugnent ipsique nepotcs ». {Aen., !.. IV). Notissima è
poi quella nuova e terribile di Dante contro ai Pisani. « Ahi! Pisa, vituperio
delle genti « Del pel paese là dove il sì suona ; « Poiché i vicini a te punir
son lenti ,. a Movasi la Capraia e la Gorgona, « E faccian siepe ad Arno in su
la foce, « S\ ch'egli anuieglii in te ogni persona ». Utif. C. XXXII!). 75.
Appo i poeti vale ancora come forinola di giura- mento. Tal'è l'imprecazione
che Didone fa contro sè stessa: Sed roihi vel lellus oplem prius ima dehiscat,
n Vel pater omnipotensod'gat me fulmine adumbras, « Palientes umbras Èrebi,
noclemque profundam, « Ante, pudor, quam te violo, aut tua jura resolvo ».
[Ann., L. IV). Così Dante fÌDlamente l'usa con Frale Alberigo : « Perch'io a
lui: Se vuoi ch'io ti sovvegna, a Dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo, a Al
fondo della ghiaccia ir mi convegna ». [In/-., G. XXXIII). §. 18. Della
Esclamazione e dell 'E pi fonema. 76. L' Esclamazione e l'accento dell'anima
commossa o da dolore, o da paura , o da maraviglia o da ira, e s'accom- pagna
d'ordinario con una dì quelle particelle aspirafive dette dai grammalici
interjezioni. Essa vuol esser breve, opportuna e non frequente, perchè non
riesca inefficace e stanchevole. Molti ne sono gli esempj per entro agli
autori, e basterà citarne alcuni. Piena di dolore è quella, ond'Enea parlando
d'Ettore apparsogli tutto lacero e sformato , esclama : i Hai mihi! qualis erat
! quantum mulatus ab ilio e Hectore etc a. (Aen., L. II). Paurosa è questa di
Dante : o Omè! vedete l'altro che digrigna o. Itof., c. XXJtl. Esprime
maraviglia , ove il Poeta esclama : <t 0 dignitosa coscienza e netta, a Come
t'è picciol fallo amaro morso! » (fttrff., C. IH). DI RETT0H1CA 1\ Finalmente
accenna ira, quando prorompe dicendo: a Ahi Pistoia, Pistoia! che non stanzi q
D'incenerarli, si che più non duri, a Poi che in mal far lo seme tuo avanzi? s
(Par., C. XXV). 77. L'oratore o il poeta , terminalo che ha la esposizione di
cose d assai grave momento, suole talvolta conchiudere con una semenza enfatica
per far meglio rilevare delle cose narrate o la grandezza, o l'atrocità, o la
maraviglia; la qual sentenza chiamasi Epifoncma , figura molto simile alla
Esclamazione, se non che è molto più veemente, e da usarsi solo nelle cose
veramente gravi e rilevanti. Così Vir- gilio, esposte le ragioni onde Enea
tanto sofferse prima di por piede in Italia, conchiude : a Tanlae molis erat
Romanam condere gentem ! » ( Am. , L. I j, E parimente Melibeo presso lo stesso
poeta, contate le sue disgrazie, esclama : n En quo discordia cives « Produxit
miseros 1 en queis consevimus agrost d (Bcl.,I). E Dante commosso alla vista
dei tormenti de'dannali : a 0 vendetta di Dio , quanto lu dei a Esser temuta da
ciascun che legge a Ciò che fu manifesto agii occhi miei! » (/»/., C. XIV ). S-
19. Dell'Enfasi. 78. V Enfasi molto s'assomiglia ail'epifomena, consistendo
essa pure in un parlar sentenzioso; se non che più s'accosta al sublime per la
vibratezza e concisione ; il porche molto in brevi parole esprimendo, scuote
gagliardamente l'anima, si scolpisce nella memoria, ed investe il pensiero e la
imma- ginazione. Tal ò l'esempio che leggcsi nell'Autore ad Eren- nio (Lib.
IV): <t Noli, Saturnino, nimium populi reverentia a frelus esse : inulti
jacent Gracchi ». E Danto ne porge au bell'esempio, ove indignato allo vista
degl'iracondi esclama : a Quanti si tengono or lassù gran regi, a Che qui
staranno come porci in brago, ii Di sò lasciando orribili dispregi ! o {Inf.,
c. vni ). g. SO. Dell'Impossìbile. 79. Usano talvolta i poeti, più di rado
anche gli oratori, a meglio accertare alcuna cosa , una specie dì giuramento
che consiste nel dare per possibili fenomeni per sò slessi impossibili, anzi
che sia il contrario di ciò che affermano: però tal figura dicesi
d'Impossibile. Cicerone l'usa dicendo : « Trias undaeet flammae in graliam
redeant, quam cum An- ■ tonioRespublica » (Phil. Hi). E Virgilio cosi /adire
aTitiro: a Ante leves ergo pascentur in aelhero cervi , a Et frela destiluent
nudos in littore pisces . . . ., « Quam nostro illius labatur pectore vultus b.
(Ed. I). E il Petrarca: <r Lasso, le nevi fien tepide e nigre, « E '1 mar
senz'onda, e per l'alpe ogni pesce: t Prima ch'io trovi in ciò pace nè tregua
n. ..... ( San, 37 ). $. 21. Della Ipoliposi. 80. Assai dilettevole e leggiadra
riesce quella figura detta dai Greci Ipotìposi, che consiste nella descrizione
di cose o di persone si al vivo pennelleggiate, che al dire di Quintiliano,
cerni potius Videatur, quam audiri. » (Lib. IX, 2). Infatti non par di vederlo
Farinata noi brevi traiti onde lo dipinse il Poeta? * Non mutò aspetto, « Non
mosse collo, nè piegò sua costa ». (Inf., C. X). SI beli' arte, donde deriva
tanta evidenza , e nella quale fu- rono sommi i classici d'ogni nazione, è
opera di felice fanta- sia e di buon gusto, mercè di cui con elementi tolti
dall'im- menso campo della natura, seppero quelli creare immagini di cose e di
persone vere e parlanti , dando loro colore, ri- lievo e movenza con parole
proprie ed elette, con epiteti si- gnificativi, e con altri bei tratti di
pennellate maestre. 81. E perchè la Ipoliposi descrive luoghi, tempi, fatti e
persone, viene distinta in varie specie, le quali sono : I To- pografia t II
Cronografia, III Prammatografia , IV Prosopo- grafia, V Etopeja, ed altre di
minor conto. Eccone di ciasche- duna gli esempj : I. Topografia, o descrizione
di luogo. a Gerusalem sovra due colli è posta « D'impari altezza, e vòlti
fronte a fronte: a Va per lo mezzo suo valle interposta, a Che lei distingue e
l'un dall'altro monte: a Fuor da tre lati ha malagevol costa: a Per l'altro
vassi, e non par che si monte ; a Ma d'altissime mura è più difesa « La parte
piana e incontra Borea stesa d. { Geriti. , C. Ili J. II— III. Cronografia e
Prammatografia, o descrizione di tempo e di fatto. a In quella parte de!
giovinett'anno, « Che il Sole i crin sotto l'Aquario tempra , « E già le notti
ai mezzodì sen vanno: Quando la brina io sulla terra assempra « L'imagi ti e.
di sua sorella bianca, « Ma poco dura alla sua penna tempra; a Lo villanello ,
a cui la roba manca, a Si leva e guarda , e vede la campagna « Biancheggiar
tutta, ond'ei si batte l'anca; « Ritorna a casa, e qua e Ih si lagna, « Comc'l
tapin che non sa che si faccia ; « Poi riede e la speranza ringavagna, «
Veggendo il mondo aver cangiato faccia a In poco d'ora, e prende suo vincastro,
a E fuor le pecorelle a pascer caccia ». ( hf. , C. XXIV). IV. Prosapografìa ,
o descrizhn di persona. a Fu questo nostro poeta dì mediocre statura; e poiché
a alla matura eia fu pervenuto, andò alquanto curvetto; a ed era il suo andare
grave e mansueto; di onestissimi a panni sempre vestito in quello abito che era
alla sua ma- a turita convenevole. 11 suo volto fu lungo, e '1 naso aquili- a
no, e gli occhi anzi grossi che piccioli, e lo mascelle gran- a di, e dal
labbro disotto era quello di sopra avanzato. Il a colore era bruno; e i capelli
e la barba, spessi, neri e cre- « spi; e sempre nella faccia malinconico e
pensoso » [BOC- CACCIO, Vita di Dante). V. Etoppja , o descrizione del costume.
« L. Catilina nobili genere nalus , fuìt magna vi et animi « et corporis , sed
ingenio malo , pravoque. Iluic ab adole- « scenlia bella intestina , caedes ,
rapinae , discordia civilis i grata fuere , ibique juvcntulem suam exercuit.
... Ani- a mus audax, subdolus , varius , cujuslibet rei simulator ac a
dissimulalor, alieni appctens, sui profusus, ardens in cu- a piditatibus, satis
loquentiae, sapientiao parum. Vastus a animus immoderala, incredibiìia, nimis
alta sempercupie- o bai » (Sàllust., Bel. Catti.). DI 11E1T0RICA 75 g. 22.
Della Personificazione. 82. La Personificazione , delta dai Greci Prosopopea,
con- siste nei dare azione , sentimento e discorso a cose inani- mate, o ad
enti astratti e fantastici, come so persone fos- sero vive e reali. Balla
immaginazione , che naturalmente ama di trasfondere in tutte le cose il soffio
della vita, nasce sì leggiadra figura. Ella è comunissima a' poeti, come di
loro diritto; ma non di rado se ne arrogano l'uso anche gli oratori , siccome
quella che al diro di Quintiliano, rende l'orazione non solo svariata, ma
eziandio concitala e vivace. 83. A ben usare di (juesta figura giova la
distinzione che giudiziosamente ne fa il Blair (Lcz. XVI). La Prosopopea , ei
dice , ha tre gradi: il primo ed infimo consiste ncH'attri- buire a cose
inanimate alcuna proprietà di ciò che è ani- mato ; laonde può quasi
riguardarsi come una semplice metafora ; quindi , e in verso e in prosa può
indistintamente adoperarsi, come sitiunl herbae, prata rident etc. Del secondo
grado possono dirsi quelle maniero di discorso, nello quali vediamo cose
inanimate, o enti di ragione operare come chi veramente ha vita ; ed una tale
personificazione s'addice ad ogni genere di componimento , purché non ricorra
con troppa frequenza e ricercatezza; e di tal natura sono le seguenti: q
Aliquando gladius ad occidendum hominem ab ipsis por- ci rigitur legibus »
(Cu», prò Mii). « L'erbetta verde e i fior di color mille a Pregan pur che '1
bel piè le prema e tocchi ». ( Petrarca j. Il 3." grado finalmente è
quello ov'esseri inanimali o ideali operano e parlano, nè più. no meno d'esseri
vivi e ragio- nevoli. Qui veramente si pare la virtù, animatrice della im-
maginazione ; perocché se ne' primi due gradi dà prova d'un certo ardimento
dando vita a cose che non l'hanno, in que- sto terzo più audacemente s'innalza,
e nel suo fervido entu- siasmo non solo dà vita e discorso alle cose inanimate,
ma Deziandio crea vivi fantasmi, e sotto sensibili Torme dà loro atto e
persona. Questa specie di personificazione pertanto, sebbene se ne adorna
talvolta altresì l'oratoria sublime, pure è più specialmente propria della
poesia, di cui forma in gran parte l'ornamento e la vita. Giova ora recarne
alcuni esempj , e il primo lo toglieremo dall'oratore. Tullio fa che la patria
cosi parli a Catiliua: « Nullum jam tot aunos a facinus extitil , nisi per te :
nullum flagilium sine te. « Tibi uni mullorum neces , libi vexatio, direptioque
so- li ciorum impunita fuit ac libera. ... Superiora ilio , quam- « quam
ferenda non fuerunt , tamen , ut potui , tuli : nunc a vero me totam esso in
metu propter te unum , quidquid « increpuerit , Calilinam linieri : nullum
videri contra me « consiliuru iniri posse, quod a tuo scelere abhorreat, non «
est ferendum. Quamobrem discede , atque hunc mihi ti- lt morem eripe: si Ycrus
, ne opprima r , sin falsus, ut lan- •( dem aliquando limerò desinam » fin Caf
il. ). Venendo a' poeti, Lucano così dipingo Roma che offre si innanzi a Cesare
per rattenerlo in sul Rubicone: a Ut venlum est parvi Rubiconis ad undas, «
Ingens visa duci palriae trepidanti^ imago « Clara per obscuram vulln
moeslissima noctem, » Turrigero cunos effundens vertice criocs , « Caesarie
lacera , nudisque adslare lacerlis , e Et gemìtu permixla loqui : quo (euditis
ultra? a Quo fertis mea signa , viri? si jure venilis, k Si cives , hucusque
licet ». (Phan., Lib. I). E il Petrarca : « Italia, che suoi guai non par che
senta, a Vecchia oziosa e lenta , « Dormirà sempre, e non fia chi la svegli? «
Le man l'avess'io avvolte entro a'capegli ». ( Cnns.lll, P. III). L'Apostrofe
ha mollo stretta analogia colla prosopo- pea; anzi tal fiala non ha luogo che
per questa; imperoc- ché non solo consiste nel rivolgere il discorso a persone
estinte o lontane , ma ancora a cose inanimate; o ad enti ideali, a cui
l'immaginazione nell'impeto degli affetti attri- buisce , come a persone, senso
ed intendimento. Quando l'animo è commosso da qualche violenta passione, nè
pos- siamo disacerbarla altrimenti , siamo naturalmente tratti a ■ disfogarci,
parlando a' lontani, agli estinti, a ciò che ne circonda , o che ha qualche
attinenza con ciò che ci agita prò lbnd«im ente. Vero e però che talvolta anco
narrando o descrivendo, ci rivolgiamo a persona lontana , come se fosso
presente , e questo si fa o per esornazione , o per rianimare il discorso, come
quando Virgilio tacendo la rassegna delle schiere di Turno, dice: a Nec tu
carminibus noslris indictus abibis, a Oebalc etc. ». [Aen., L. VII ). Ma
l'Apostrofe passionala, perchè sia naturale dev'esser dettata , anzi quasi
spinta sul labbro da un affetto, vivo e gagliardo , altrimenti riesce fredda e
mendicata ; perocché senza una forte passione non si scusa quel rivolgerci che
facciamo a chi uon può per distanza , per morie o per na- tura propria udirci ,
e che pure chiamiamo a parte dell'af- fetto che ci scuote l'anima , per averne
o conforto , o ajuto o vendetta. Dal che conseguila: 1." doversi
l'apostrofe ado- perare , quando proprio la passione c'infiamma; Scusarla
opportunamente , con parsimonia e con brevità. Cosi que- st'animata figura
prenderà il linguaggio suo proprio, schi- verà l'andar per le lunghe, e dietro
a minuzie, e sorpren- dendo e commovendo l'uditore , renderà veemente ed
ellìcace il discorso. I 8b'. Siano di conferma alle regole gli esempi dei
sommi. Tullio indignato per la empietà di Clodio , così esclama : « Vos enim
jam , Albani tumuli , atque luci, vos, inquam, « imploro atquo obteslor,
vosque, Albanorum obrutoe arae, « sacrorum populi romani sociae et aequales ,
quas ille « praeceps amenlia caesis, prostra tìsque sa nclissimis lucis, a
subslructìonum insanis molibus oppresserat » (Pro MiL). Cosi Enea sopraffatto
dallo tempesta , o disperando salute, esclama : « ,...0 terque , quolcrque
beali, a Queis ante ora palrum , Trojae sub moenibus altis, « Contigli
oppetere! o Danauro fortissime gentis^ « Tydide, mene Iliacis occumbere campis
« lion potuisse? tuaque animam banc effundere dexlra? » [Aen-, L. I]. E
l'Alighieri commosso da nobile sdegno pei vìzj della sua patria, prorompe in
questa generosa apostrofe: « La gente nuova e i subiti guadagni n Orgoglio e
dismisura han generata , a Fiorenza , in le si che tu già ten piagni ». {Inf.,
C XVI). §. Si. Della Visione. 8fi. La fifone, delta dai Latini Descriptio,
consiste nel descrivere cosa passala o futura, come se la vedessimo allora
allora cogli occhi proprj. E qui pure si vuole che l'imma- ginazione sia
commossa da qualche grave passione, perchè quasi da essa lanciali in mezzo alla
scena, ne diveniamo spettatori e narratori a un lempo. Ancora questa figura
trat- teggiata con vivi colori , e usata a proposilo , sorprende e commuove gli
uditori. Cicerone e Dante ce ne forniranno gli esempj : « Videor cnim tnihi
hanc urbem videre, Iucem « orbis terrarum , atque arcem omnium genlium, subito
a uno incendio concidenlem : cerno animo sepullos in pa- DI AliTTOItlCA 79 a
tria miseros, alque insepultos acervos civium : versatur « mihi ante oeulos
adspeclus Cethegi , el furor, in vostra « caede bacchanlis » (In Gatil.). «
Veggio in Alagna entrar Io fiordaliso, « E nel Vicario suo Cristo esser catto.
« Veggiolo un'altra volta esser deriso ; « Veggio rinnovellar l'aceto e 'I fele
, « E tra'nuovi ladroni essere anciso. « Veggio il nuovo Pilato sì crudele, «
Che ciò noi sazia , ma , senza decreto , « Porta ne! tempio le cupide vele ».
(Purg., C. XX). S- 2-'j. DoirAccum unzione. 87. Avviene talvolta che una
splendida immaginazione, o un trasporto d'infiammata passione, aggiunga una
sopra l'altra piìi figure ; al che si da nome d'Accumulazione. Ave- vaia già
accennata Longino (1), come sommamente efficace a commuovere; se non che, come
ben nota il Colombo (2), che ne riporta ad esempio l'enfatico esordio della
Predica XXXIII del P. Segneri, un linguaggio dove lo une alle altre figure si
succedono, s'intrecciano, si mescolano, si che ne formano un cumulo, deve solo
tenersi dall'oratore, quando atroci e compassionevoli casi spingano al colmo il
suo entusiasmo , e lo traggano quasi fuori di sè. Ove sì gravi cagioni non
siano, darebbe prova più di vaneggiamento che d'arte. Noi staremo contenti a
due esempj meglio imitabili , il primo de' quali dettato dalla passione ce lo
porgo Tullio in una delle Verrine: « Quem absentem non modo sino crimine, « et
sine teste, veruni oliam sine accusatore damnasti? « quem hominem ? Dii
immorlales 1 non dicam amicum <i tuum, quod apud homincs carissimum est, non
hospitem, a quod sanctissimum est; nihii aliud in eo, quod reprehendi H) Mei
Sublime; Lvi. XX. (Sj Op. cit. , Lei. IL
u possit involilo ; nihil quod homo frugalissimus , atque i
iutegerrimus, le hominem plenum stupri , flagilii, sceleris o domum suam
ìnvilavit n. 11 secondo credo le Grazie stesse lo dettassero alla innamorata
fantasia del Petrarca ; tanto le piii care figure vi gareggiano per adornarlo
di ve- nustà e di delicatezza : o Da'be'rami scendea a ( Dolce nella memoria )
« Una pioggia di fior sopra 'l suo grembo; a Ed ella si sedea a Umile in tanta
gloria , a Coverta già dell'amoroso nembo. a (inai fior cadea sul lembo, « Qual
sulle trecce bionde « Ch'oro forbito e perle « Erau quel di a vederle; « Qual
si posava iu terra, e qual su l'onde; « Qual con un vago errore a Girando,
parca dir: Qui regna Amore ». (Con. XI, P. I). 8i. Abbiamo Cinqui dichiarato
cogli avvertimenti e cogli esempj che si seppero migliori , la natura, i pregi
, i difetti o l'uso dei traslati e delle figure che sogliono avere gran-
dissima e splendidissima parte nella Elocuzione, secondochò vi campeggiano
l'immaginazione e l'affetto. Male però si apporrebbe chi credesse riposta la
vera bellezza del discorso unicamente nell'uso a dovizia delle figure.
E'parrebbe di- menticare avere i Greci dipinte nude le Grazie , ministre di
Venere. La schietta semplicità è il più caro ornamento del dire, e i buoni
trecentisti ne sono una prova. La par- simonia e l'opportunità del linguaggio
figurato , cui natura detti , e l'arte senza che appaja , diriga , sono il gran
se- greto dell'arte , essendo verissimo ciò che soggiunge Quinti- liano : a Ego
illud de flguris adjiciam breviter, sicut ornant « orationem opportune posilae, ita
ineptissimas esse, ciim a immodice petunlur » (Lib. X , c. 1 ), 89. Inoltre
alle avvertenze particolari già date intorno all'uso di ciascuna figura , giova
altre aggiungerne di gene- rale applicazione. E primieramente nell'uso
de'Traslali e delle Figure, bisogna distinguere il verso dalla prosa, do- vendo
in questa esserne più parchi e più sobrii che non in quello; perocché certe
arditezze che piacciono ne'poeli, di- sconvengono interamente ne'prosatori. Non
basta : anche le diverse specie della poesia e della prosa richiedono un par-
lar figurato diverso , dovendosi nelle umili adoperare tropi e figure rimesse e
temperate, nelle più nobili quelle ma- gnifiche e grandiose , avvertendo pur
tuttavia di tenersi ne'giusti limiti del prosatore per non invadere i doniinj
del poeta (1), memori del precello del citalo Autore delle Isti- tuzioni : a
Non per omnia poetas esse oratori sequendos , « non liberiate verborum , non
liceutia ngurarum » { L. X , c. 1 ). 90. In secondo luogo dovesi procurare di
comprendere bene l'indole e l'importanza del nostro argomento, perchè tale
essendo da riempirci di sè e la niente ed il cuore , agiti e muova
l'immaginazione e l'affetto , donde poi scatu- riscono tutte quelle acconce figure
che . sembrano proprio venute da sè nel discorso ; chè quando si mentisce la
pas- sione , anche lo figure riescono fredde ed insipide. 91. Finalmente,
sebbene derivino queste da legittima sor- gente, dobbiamo tuttavia guardarci
dal troppo , naturai ne- mico del bello. Perocché quel voler dir tutto e sempre
in modo diverso dall'ordinario , e sia quanto si vuole splen- dido , allontana
dalla semplicità , toglie la grazia della va- rietà , sa d'affettazione e
scuopre l'arte. Non dimentichiamo in ultimo che le figure non debbono
apprendersi dai libri de'retori , ma solo dalla natura che u'è la vera e
principale !1| « Talunile ragioni della poesia e della prosa confondono; quindi
■ è invalsa a'noslri tempi una prosa la quale somiglia alla poesia , ed • una
poesia che somiglia alla prosa ». Niccouni , Delle Transizioni in Poesia, T.
Ili, pag. 8S2. Ed, Le Monnier. maestra. I precetti di quelli giovano a ben
regolare.gli slanci dell'immaginazione e dell'anello, ma non poLranno giammai
fare le veci di questa. Capitolo Ili. - Della Eleganza. 1. Polendosi
distinguere l'Elocuzione in piana , nitida ed elegante, gioverà dir brevemente
delle prime duo, per quindi meglio intendere la natura di questa che dicesi
elegante. Si da pertanto il nome di piana a quella elocuzione, hi quale procede
semplice e dimessa , solo intesa alla chiarezza mercè di vocaboli puri e proprj
, e della loro più naturale collocazione. Ama però di adornarsi qua e la di
eerte meta- fore e figure temperate che servono a dar luce e vivezza alle materie,
ed è paga d'un'armonia andante ed eguale. È da guardarsi però che non cada nel
languido e nel secco; vizio che riuscirebbe nocevolissimo anche a scritture di
non comune dottrina. 2. D'un grado alquanto più elevalo è quella Elocuzione che
chiamasi nitida, quasiché modestamente risplenda di bella perspicuità, non solo
per la purezza e precisione delle parole, ma ancora per un certo gusto nella
scelta e nella graziosa disposizione delle medesime. S'ammirano in essa i modi
schietti ed ornati d'una colla favella , sparsivi con sobrietà e naturalezza.
Ammetto tropi e figure tanto quanto possono conferire alla grazia e
all'efficacia. Inclina piìi alla brevità che all'amplificazione , e chiude i
suoi periodi con isvariata , ma sempre naturale cadenza. Una tale elocuzione ,
che può, come ben noia il Blair, coll'industria e colla di- ligente attenzione
all'arie di scrivere, ottenersi anche da chi non ha grande slancio di fantasia
e d'ingegno, procaccia però non tenue lode al suo autore. 3. S'onora poi del
nome d'Elegante quella elocuzione la quale scevra di difetto, per quanto è dato
ad opera umana , ^a bellamente ornata di tulli i prcgj più splendidi e
cari. U Eleganza pertanto è quel non so
che di grazioso c piacente che. si ammira nel discorso , ove si trovano in
bell'armonia accordate tutte le doti d'una colta favella; dove il parlar
proprio ottimamente si accoppia e s'attempera col figuralo; dove finalmente
risplendono semplicità, delicatezza, vernati e grazia. 4. E poiché dicesi
appunto Eleganza dallo scegliere {eligere) il più bel fiore del dire nel dar
forma ai concetti della men- te, e vita alle immagini della fantasia, è prezzo
dell'opera trattar distintamente dei pregj che la compongono. 5. E
primieramente ricerca por la purezza o proprietà de'vocaboli ciò che v'ha dì
piii schietto, di più espressivo e calzante , e s'abbella di quelle squisitezze
della lingua che ne formano , per dir cosi , l'atticismo (1). Serba in tutte le
sue parti la convenienza, sia delle parole sia delle forme , dando a queste e a
quelle nobiltà e splendore coll'usarle op- portunamente, e col leggiadramente
disporle. Le voci cuoio <■ spago sono certo volgari , eppure divengon nobili
sotto la penna di Danto , quando dice: h Vedi Guido Bonatti . vedi Asdente, . «
Che avere inteso al cuoio ed allo spago « Ora vorrebbe , ma tardi si pente ». [
fnf., C, XX). (1) Ecco alcuno di queste squisitezze (ratte da' buoni
trecentisti. - Sprovvedutamente gli venne dato nel laccio. - Tener silenzio. -
Quello grazie che scope maggiori, dei beneficio fatto gli rese. - Usava una
cortesìa che mai la maggiore. - Usare a chiesa. - Far ragione. - Ac- conciarsi
dell'anima. - Com'uomini furiosi si dettero ira' Greci, - Mi venne fatto di. -
Venire a mano degli avversarj. - Veduta la mala parata. - Far buona prova. -
Fare il viso dell'arme. - Aggiustar fede ad al- cuno. - Mandare per alcuno o
per alcuna cosa. - Stare a posta d'alcuno. - Mi gode l'animo , non mi soffio il
cuore di vedere ec. - Di gran cuore. - Andare per la maggiore. - Averne in buon
dato. - Crederò di essere un gran fatto, ed altre mille; chò opera infinita
sarebbe volerne regi- strare anche una millesima parte. Possa pero questo
centellino far venir voglia a'giovani di berne largamente alle sorgenti. Tanto
è vero che non v'ha d'uopo, come ben noia Io Za- nolti [Ar. Poet. , Rag. Il),
che lo scrittore usi per l'ele- ganza tutte le parole sceltissime, quasi che
non possa dir cosa naturalmente, e cosi appunto come sì direbbe senza studio;
che anzi è proprio dell'eleganza stessa il fare che divengano nobili eziandio
le parole plebee, sapule adoperare con convenienza e con garbo ; chè al dire di
Cicerone , !e parole son sempre abbastanza adorne , ove appariscano spontanee.
6. Gran parte dell'eleganza poi consiste nell'ottima scelta do'vocaboli e
de'inodi semplici e figurali, e nel loro opportuno collegamento, si che gii uni
agli altri prevalgano, secondo che più o meno domina l'immaginazione e
l'affetto. Dante mostra tutta la calma dell'animo suo , quando si fa a nar-
rare che : Aìel mezzo del cammin di nostra vita - Si ritrovò per una selva
oscura, - Chè la diritta via era smarrita. Odile naturalezza e semplicità ! Al
contrario, eccovi l'accento dell'ira in questi versi, ove quasi ogni voce è un
traslato: « Faccian le beslie Rosolane strame « Di lor medesmo , e non tocchin
la pianta , « S'alcuna sorgo ancor nel lor letame ». ( Inf. , c. XV ). 7. Nasce
altresì l'eleganza dal significare immagini e con- cetti comuni in modo non
comune e peregrino , senza però scostarsi dalla natura della lingua.
Elegantissimo per esem- pio è Virgilio, ove per dipingere la voga de'rematorì,
dice: * Infindunt paritcr sulcos , totumque dehiscit « Convulsum remis,
rostrisque tridenlibus aequor ». {Aen., L. V). E altrove per dire che era
mezzanotte si vale di questa locuzione : « Iamque fere mediani coeli nox numida
metani « Cornigera! », [Am., ivi). Parimente piena d'eleganza è l'immagine che
Dante ci di- pinge dell'aurora nascente : « L'alba vinceva l'óra matutina, «
Che fuggia innanzi , sì che di lontano o Conobbi il tremolar della marina ». £
[ Pvrg. C. I ). E in simil modo quando dice , per significare non è morto: a
Questi non vide mai l'ultima sera »; ( Pwnff. , e i ). ovvero, quando per dire
invecchiando, usa tal'espressione : « Già discendendo l'arco de'mìei anni ».
(Purg., C. XIII). E di siffatti esempj d'eleganza ne troverai a -dovizia per
entro a'classici sì antichi che moderni. 8. Dole somma dell'Eleganza poi è la
semplicità, la quale consiste in quella fluida e naturale spontaneità di
dettalo, ove non apparisce ombra d'artifizio. Vi s'incontrano certa- mente
traslali e figure, ma con tanta sobrietà e naturalez- za , che pajono più
presto fiori nàtivi da se che trapiantati. Prende pure forza ed evidenza dal
retto uso dell' iperbato e dell'ellissi grammaticale , e tutto con un fare
disinvolto e con una certa sprezzalura che lanto piace, perchè vela meglio la
mano dell'arte. Ama finalmente un andamento libero di periodo e di numero , in
guisa che paia , al dire di Tullio, essere opera di chi ha più a cuore le cose
che le parole Se amerai la bella semplicità , eleggiti a maestri di questa tra
i Latini Cesare, tra' nostri il Cavalca, il Passavanli e gli altri di
quell'età, che fu detta dell'oro non pei lussi e per le pompe, come dice il
Perlicari (2), ma per la molta ingenuità e per l'arte pochissima. (1) Okàt. ad
Brùtum. [2) Degli Scrii!, del Trec, L. lì, C. X. I St. Un altro attributo
dell'Eleganza è altresì la Delica- tezza che sia in gran parte nello scansare
tulio ciò che ad uomo di fino discernimento e di senso squisito può sembrare
degno di biasimo e spiacevole; e tale riesce principalmente ogn' immagine ed
ogni concetto che offende la convenienza e il decoro. Cosi parve a molli
sconvenevole l'immagine di quella sossa e scapigliata fante dipinta
dall'Alighieri nel C. XVIII dell'Inferno , e sgrazialo giudicò il Colombo il
se- guente modo del Segneri : « Questo è trattare il Xome divino, rome se fosse
uno straccio da lavandaia n. 10. La Eleganza richiede eziandio la Venustà (
Venus pei Latini ) , la quale altro non è che la bellezza considerata in quanto
ella piace , e che in sostanza deriva dal perfetto accordo o armonia delle
parti , dal cui aggregato risulta un indefinibile diletto. A me pare di
riscontrare tutto queslo nell'immagine d'un angelo così dipinta dall'Alighieri:
« A noi venia la creatura bella « Bianco- vestita , e nella faccia quale « Par
tremolando matulina stella ». ll'urg., c. XII). 11. Tutte queste doli insieme
congiunte formano ciò che appellasi Grazia , senza della quale non si dà
eleganza com- piuta. Questa soavissima prerogativa , onde la elocuzione
dolcemente alletta e rapisce, menlre pur si sente ovunque si trova, non può
spiegarsi a parole. Solo può dirsi che dove non è semplicità , candore ,
delicatezza , venustà e garbo , ivi non e grazia. Essa ò un felice dono della
natura, che per arte non si acquista , e solo può ricever da questa al pia al
piii qualche ajuto. Da chi mai apprese Raffaello quella ineffabile grazia che
spira dai sembianti dello sue Vergini ? e chi mai seppe in questa raggiungerlo?
Tuttavia ogni buon artefice si studia di seguirlo più da presso che può, e ne
ha lode; e noi pure ne ritrarrem vantaggio, se ci fa- remo a studiare nei
classici quella delicatezza di concelti ed amabilità d'immagini, ove lutto
sembra natura no'suoi modi semplici e varj ; di che tanti nobilissimi esempj
spesso ci porgono. Tra questi scelgo la graziosa immagine che il poeta ci
dipinge nelle terzine seguenti : « E Ih m'apparve « Una donna soletta che si
già <• Cantando , ed iscegliendo fior da fiore , a Ond'era pinta tutta la
sua via. « Deh , bella donna , ch'a'raggi d'amore a Ti scaldi, s'i'vo'credere
a'sembianli, « Che soglion esser lestimon del cuore , o degnati voglia di
trarreti avanti. a Come si volge , con le piante strette « A terra ed intra se
, donna che balli , e E piede innanzi piede appeua mette; a Volsesi in su'
vermigli ed in su'gialli a Fioretti verso me , non altrimenti « Che vergine che
gli occhi onesti avvalli ». [Purg., G. XXVIII J. 12. Se dunque l'Eleganza
consiste nella leggiadria dei modi e nella limpidezza delle espressioni , senz
1 artifizio e senza mistura di rozzo e di plebeo ; se riunisce in sè i fiori
della elocuzione semplice e delia figurata, senza eccesso e senza difetto,
trascegliendo i più vaghi e i più confacenti, e dai tesori della immaginazione
eleggendo per adornarsene le gemme più lucenti e più schiette; se ricerca
l'accordo de' colori al pari che quello de' suoni , e fa che dalla varietà di
questi e di quelli risulti un'unita armoniosa e dilettevole; se finalmente vuol
essere adorna di semplicità , di delica- tezza , di venustà e di grazia , non
potrà giammai ritro- varsi in quella elocuzione tutta fiori e frasche, tutta
lisci e smorfie , la quale per quel suo volere ad ogni costo parer bella ed
elegante, riuscirà precisamente tutto il contrario; e per la smania appunto di
molto piacere, si renderà spia- cevolissima. Ciò notino bene i giovinetti, c si
tengano per avvisati. Abbiamo fin qui discorso della Elocuzione, conside-
randola sotto il doppio aspello di semplice e di figurata; abbiamo dimostrato
colla scorta di sommi maestri , che i suoi pregj più cari stanno nell'usare
parole schiette e pro- prie, da tutti intese, e dai migliori scritte e parlate,
schi- vando del pari [e qui valga l'autorità del Niccolini [1)), e l'audacia
de' novatori e la gretta affettazione de' pedanti; nel dare alle immagini ed ai
concelti il loro vero e conve- niente colore; finalmente nell'accoppiare con
discernimento e sobrietà il figuralo col proprio , la forza e l'armonia , la
.semplicità e l'eleganza , seguendo con bell'arte la natura , e apprendendo dai
padri della nostra divina favella le caste bellezze che le diedero quei' del
trecento , e la copia e la gentilezza che le aggiunsero quei del cinquecento.
Ab- biamo adunque a mo'de'pittori ammannite le tinte; resta ora a dire del come
distenderle ; e perchè comprendon essi e concetto e disegno ed esecuzione col
vocabolo STILE, e noi di questo ragioneremo conformemente al proposito nostro.
2. E innanzi tratto convien notare che la parola Stile non trovasi appo i
retori adoperata in un solo e fermo si- gnificato. Tolta ad imprestito dall'
istrumento onde gli anti- chi scrivevano su tavolette incerate, valse sul primo
a significare per metonimia generalmente scrittura , come tuttora usasi
pennello per pittura, scarpello per iscultura , c vìa discorrendo. E in questo
senso da Tullio veniva a ragione riguardato Io Stile « optìmus et
praestantissimiis <li- « cenili effector et magister a {De Orat-LA); chè non
v'ha dubbio essere l'esercizio dello scrivere di mirabile ajuto a scriver bene.
E vero altresì che si usò ancora a designare la varia forma del dire , onde
trovasi : Stylus eoncinnus , rudis, negligens eie.; ma quando dagli antichi
retori si di- fi ) Intorno alla proprietà in fallo di lingua. Voi. Ili , pag.
198, Erti, dì I>e Mormier, stingucva lo siile in grave, veemente, o sublime,
in medio o temperato, in umile o semplice, miravasi alla grandezza o lenuità
de' pensieri e della loro espressione a un tempo; (joando poi dai moderni si
distinse io secco, piano, nitido, elegante e florido, non solo si fece del
pensiero e dello sua espressione una sola medesima cosa , ma s'ebbe in vista
più della sostanza l'estrinseca forma. 3. Non cosi però la pensarono altri
egregj maestri, presso de' quali riscontrasi che certo e'ponevano differenza
tra Stile ed Elocuzione. Il Flaminio, dando precetti sull'arie di scri- vere,
dico che siccome le materie sono diverse, cqsl richie- dono siile e locuzione
diversa (i). E il Tasso, dopo avere in un luogo dichiarato che per istile non intende
l'elocu- zione semplicemente, ma quel carattere che dall'elocuzione e dai
concetti risulta (2), in un allro dice più aperto che lo siile nasce
principalmente dai concetti; e per ultimo il Monti insegnava che non nelle
parole esso consiste, ma si nel movimento del pensiero per mezzo di quelle (3);
le quali sentenze mi sembrano comprese nella filosofica definizione che il
Gioberti da dello siile, chiamandolo l'elemento spiri- tuale della parola (4).
4. Posta in sodo per tali autorità la differenza che pur v'è tra siile ed
elocuzione , siccome è tra l'intelligibile, che è il pensiero, e il sensibile
che n'è la forma, può dirsi nell'arte nostra esser lo stile l'impronta
de'nostri concetti mercè dell'elocuzione da cui prende forma e rilievo. 5- Ma
nella stessa guisa che la parola rivela il pensiero, così il pensiero rivela
l'uomo; laonde fuvvi chi assai acuta- mente disse che lo stile è l'uomo (
Buffon). Nè ciò era già sfuggito agli antichi , dappoiché appresso Tullio si
legge : •< Tantum autem efficilur sensu quodam ac ralione dicendi, a ut
quasi mores oratoris eflìngat oratio > (Ofiat. L.II). E Varrone ne accerta
che « apud veteres et genera dicendi fi) Leti, a Luigi Calino; Race. cit. pag.
8. (gj Lea. Sonet. car. 179. (3J / Poeti del l tee,; p au s. Ut, 5, S. [41
hitrod. olio Stati, della Fitos.; Voi. I, pag. 333. Ìli) o characteres vocantur » ( De re rust. L. IH
, c. 2 ). Anche nei lessici si nota che carattere vale altresì maniera di
scrivere e di parlare, come pei Lalini Stylus. Dalle quali testimonianze
apparisce considerarsi lo stile eziandio come l'espressione del carattere
proprio dello scrittore. 6. Essendo pertanto lo stile come il riflesso
dell'uomo interiore, lo che dicesi carattere, ne segue dovere tra que- sto e
quello sussistere una certa rassomiglianza (1). Ed in- vero pongasi attenzione
al carattere degl'insigni scrittori, tramandatoci dalla storia, e lo stile
delle loro opere in verso o in prosa, e si vedrà esser l'uno immagine
dell'altro. H carattere dolce e dignitoso di Virgilio, e quello auslerissimo
dell'Alighieri si riflettono al vivo nello stile dell'Eneide, e della Divina
Commedia. Tale rassomiglianza riscontrava il Giordani ancora tra lo stile e il
carattere del Botta (2i. E la ragione si è, perchè l'uomo o parli o scriva,
dovrb sempre manifestare sè stesso; ed anche nel parlar doppio rivelerà il suo
carattere doppio. 7. Ora poiché ciascuno ha il suo carattere proprio, ne segue
debba ogni scrittore avere uno stile suo proprio, dove a differenza di quelli
chiamati da Orazio servum pecus , pensi colla propria mente, non coll'altrui,
avvertendo bene a proposito il Perticati che a chi vuole copiare in sè un altro
innanzi che dipingere sè stesso, le parole non sono più. somiglianti all'animo
proprio (3). Difalti chi ha scritto o detto ciò che ha pensato da sè , o
nell'anima propria sen- tito, mostra sempre una cerl'aria originale, che tanto
più (1) « ... Alla Bn fino ognuno imprime nelle sue sciilturo il carat- « [eie
della sua immaginazione, del suo ingegno c del suo intelletto », rLAUPMSDi,
lotterò sulta proposta del Monti). E il Sai-ione avea già detto: « Gli stili
pertanto saranno variali come i tempera mentii i secoli, « le professioni, gli
sludj » ( Saggio «rifarla storica, C. VI , §. t). E il I'ohnaciabi più
chiaramente soggiunge : «Lo siile dipende princìpal- - mente dalla maniera di
sentire e di pensare degli nomini, la quale è u varia secondo lo diverse nature
ce • ( Dell'uso delle trasposizioni e delle parole composte nella poesia
italiana ). (Sj Leti, al Gritlenzonl, Haccc.il., pag,t30, (3: Senti, ilei Trec.
, L. », c. IX. _■; .1 i :l'"J L 1 .- Ci
vi campeggia, quanto piti libera si slancia la mente nello regioni del
pensiero e della immaginazione. 8. Se non che, siccome usando domesticamente e
a lungo con alcuno, vien fatto di contemperare col carattere di quello il
proprio, senza che ne perdiamo la fisonomia, cosi l'assiduo studio dei grandi
autori giova a perfezionare lo siile, come usò Dante con Virgilio, dal quale
apprese l'arte di dar grandezza alle idee , convenienza e sobrietà al dise- gno
, verità e colore poetico alle immagini, onde potò con ragione chiamarlo
maestro a Del bello stile che gli ha fallo onore ». Aggiungi che le circostanze
di tempo, di luogo, di stato odi educazione, come influiscono sul carattere
dello scrittore , cosi sullo stile. Il carattere de' trecentisti schietto ma
ruvido pe'tcmpi , rifleltesi a maraviglia ne' loro scrini ; altrettanto dicasi
del forbito ed elegante dei cinquecentisti , del tronfio ed esageralo dei
secentisti. Immaginoso e il carattere degli orientali, e simile n'è lo siile
che chiamasi biblico. Dicasi lo slesso del carattere delle moderne nazioni ,
che ben si impronta nello stile de' loro grandi autori. Nò forse questa ('■
l'ultima ragione , perche in Italia non ben provarono le imitazioni delle
letterature straniere, dove sforzandosi il carattere proprio nazionale si
dovette necessariamente ca- dere nel falso. 9. Non è men vero finalmente che il
più delle volle il carattere degli uomini prende un atteggiamento conforme alle
occasioni senza smentire sè stesso ; e lo stile eziandio s'accomoda, serbando
sempre l'indole propria, alla natura dell'argomento , capace di desiare
nell'animo dello scrittore sensi ed affolli ora tenui , ora sublimi , come
riscontrasi in Dante, del quale quanto ò affettuoso lo stile nel dipingere la
pietà dèdite cognati [Inferno ,C.V), allretlanlo è terribile nel pcn nel leggi
are la tragica morte del Ghcrardesca { In- ferno). Di qui in arie il precetto
di conformare !o stile alla malcria, passando dal tenue al grave, dal piano al
concitato, secondo la ragione delle cose che vanno nel discorso svolgendosi.
Tonio è vero che l'arie è, e dev'esser sempre , la fida interprete della
Datura. 10. Stando periamo Io siile nella invenzione, ordine e convenienza de'
pensieri, ed essendone l'elocuzione la ve- ste , la quale può essere più o meno
nitida , più o meno elegante, secondo che si abbclla di parole schiene,
proprie, gemili , leggiadre ed armoniose , per l'analogia che abbiamo
riscontrato sussistere Ira lo stile e il carattere, riuscirà più consentaneo
alla sua natura, se ne trarremo da questo la divisione. Ora poiché avvi pur
questo di comune , che seb- bene infinita sia la varietà de'caratleri, e come
già notava Cicerone, infinita sia parimente quella degli siili, tuttavia nella
loro stessa infinita varietà se ne riscontrano alcuni , i quali per de'traltì
loro propri più spiccatamente rilevano; il perchè prendendo di ciascheduno le
note più distinte ed appariscenti , come si usa nel distinguere i caratteri ,
cos'i distingueremo gli stili, cioè in nobile, severo, facile, gajo ,
melanconico e scherzevole. Di questi parleremo distintamente ; dipoi diremo
de'duc generi nei quali lo siile principalmente si svolge, e che sono il
diffuso e il conciso; finalmente delle sue precipue doli , cioè della
Perspicuità e del Decoro. $. t. Della Siilo Notilo. 11. Lo Stile Nobile
grandeggia con accomodata varietà in tutto il discorso per elevatezza di
sentimenti , per gravità di concelli, per magnificenza d'immagini. Se a tutto
questo aggiungi copia e semplicità, avrai ciò che chiamasi grandilo- quenza. A
lato di questa virtù però sta la gonfiezza , secon- dochè n'avvisa Orazio:
Professus grandia turget (A. P. v. 917); e ciò per la sconcezza di pensieri
falsi e d'immagini ampol- lose, non che per la smania d'amplificare olire il
dovere il nostro subietlo , valicando i limili del buon senso e della ragione.
È chiaro pertanto che allo siile nobile si conviene altresì nobile argomento
(1). dì • Grave è della quella favello , la cui materia è di gran fallo, « et
ha in sé ornate parole e belle sentenze n [Rellor. di F. Guidotto, Tnrt. I). ni
RETT0R1CA . 93 12. Eleganza di dettato, ornatezza di traslati, sobrio uso delle
figure più splendide, piena e sostenuta armonia è la veste propria dello stile
nobile. Ciò che ne guasta la bellezza è ogni soverchio , sia no! linguaggio
figuralo , sia nella pompa di fiori troppo vivaci, sia finalmente nell'uso dì
vocaboli o troppo vieti o troppo poetici ; perocché nulla avvi di più
spiacevole della ostentazione d'un lussureggiatile ornamento. La Eneide, le
Orazioni di Cicerone, le Storie di Livio, la Gerusalemme Liherala , le Orazioni
del Casa eie Storie del Guicciardini porgono bellissimi esempj di siile nobile.
13. Talvolta avviene che lo stilo nobile s'innalzi al grado piii elevato, e
allora prende un distinto carattere che chia- masi Sublime, del quale qui
toccherò so! quanto giova al mio proposilo. li. L'essenza del Sublime è
l'infinito (1); quindi i'idea di Dio , d'eternità , di mistero, siccome
infinita e supcriore all'umano intelletto, ò essenzialmente sublime; laonde av-
viene che lutto ciò che ha in sè dell'infinito , partecipa del sublime. Tale sì
è la vista dell'Oceano che appar senza li- mili , quella del firmamento
stellalo privo di luna ; la cima d'una montagna che ira le nubi s'asconde ; una
paurosa voragine , il cui fondo si perde nel bujo, ed altresì un cenno, una
parola , il silenzio medesimo , siccome cose che tengono dell'indeterminato ,
possono esser sublimi (2). Tarquìuio che in risposla al messo del figlio tronca
i più alti papaveri; gli [Spartani che a Serse chiedente loro la resa delle
armi ri- spondono : Vieni per esse; il silenzio d'Ajace nel Canio ilei Morti in
Omero [Odis. , L. SI ) , così bene imitato nel VI del- l'Eneide, quando Didone
sdegna di pur guardare Enea, sono terribilmente sublìmi. 15. Sorgente
grandissima di sublime è pure la straordi- naria violenza d'una forza
sterminatrice (3), come lo schianto del fulmine , il mugghio della tempesta ,
il fracasso del tur- li) Gioberti. De! Serio. (2) KtccoLim: Dei Subì, di
Michel. T. Ili , ed. oil. (lì) Blair. L"z. IV. bine, il rovinio del
terremoto, l'eruttar del Vesuvio, In scontro di due eserciti tra il fumo
ravvolti delle tonanti ar- tiglierie. Arroge a ciò la forza morale che si appalesa
: 1 nella elevatezza del concetto , come la risposta di Scevola a Por- sena : «
Et facere et pati forila, romanum est »; e il Vir- giliano : « Imperium sine
fine dedì »; c l'Oraziano: « Et cuncta terrarum subacta <t Praeler atrocem
animum Cotonis ». ( I-ìb. Il , Od. I), 2." nell'enfatica vigoria del
sentimento , come ii> Livio : « Annibal peto pacem ; in Dante : Qual i'fui
vivo, tal son mor- to ( !nf. , C. XIV ) ; e infinitamente più il biblico : Ego
sum qui sum; 3.° nella stupenda energia dell'azione ; quindi su- blime è
Leonida coi trecento alle Termopili, Orazio al ponte, Muzio all'ara, Farinata
al Congresso d'Empoli, Pier Cap- poni in atto di stracciare i capitoli di Carlo
Vili. Tutto que- sto inchiudo un non so che di tragrande e d'austero che leva
l'uomo sovra di se (1). 16. Consistendo pertanto il sublime essenzialmente nel
concetto , la naturale sua dote è la semplicità. Quanti han parlato del Sublime
da Longino a noi, tutti hanno a gran ragione ammiralo il mosaico fìat lux, et
facto, est lux; su- blimissimo concetto, che nella sua somma semplicità esprime
l'onnipotenza di Dio, che con una sola parola crea il più stu- pendo spettacolo
dell'universo , la luce. L'idea del sublime sempre s'associa a tutto ciò che
trae da tenui cause effetti grandiosi; quindi lutto ciò che vi s'interpone,
rallentando la forza del concetto, ne distrugge il sublime. Lo slesso Fiat lux,
ove s'accompagnasse alla descrizione del primo lampo che tremolando si stese a
coprir la faccia delle cose , dipinte in quell'istante di nuovi e maravigliosi
colori , non più sublime, ma solo polrebbesi dir bello. Siane d'esempio
l'energico quanto semplice: Quid times? Caesarem vehis , U) Lokgiho. Del
Sublime, Sez. VII. - Gtob. Del Bello. - tftccc.L- Le! Sublime di Michetangiolo.
stemperalo com'è in ben 10 versi da Lucano (1), nei quali non solo si perde il
sublime, ma diventa, al dire del Mura- tori , una rodomontata; tanto è vero che
breve intervallo parte il ridicolo dal sublime, a lato del quale sia il tumido
e l'ampolloso, per la ragione che gli estremi d'una virtù ra- sentano il vizio
che ne simula le sembianze. Finalmente il sublime non s'insegna ; esso sgorga
dall'anima vigorosamente temprata a ciò che avvi di più grandioso nel santuario
della religione e del cuore, perchè solo inspiratici ne sono fede e virtù. 17.
Essendo poi proprio del sublime scuoter l'anima colla maestà dell'infinito e
del terribile, non dilettarlo collo splendore del bello, alla semplicità del
concetto ama con- giunta altresì quella delle parole. Richiede pertanto una
espressione breve, viva e spiccata, sì che nell'anima si scol- pisca, e la
fantasia più che non è scritto, vi legga. Omero, Dante e principalmente la
Bibbia ce ne forniscono esempj e locuzioni. E poiché, come insegna il
Niccolini, gran danno recherebbe all'Eterno che Michelangiolo dipingeva nella
Si- slina , lo splendido colorito di Tiziano , cosi guasterebbe il sublime ogni
fiore che pretendesse dì abbellirlo ; invano poi si cercherebbe, dove
s'affogasse in mezzo alle metafore, alle iperboli ed alle sfolgoranti parole ,
a somiglianza di colui del quale Orazio si rideva dicendo : « Projicit ampullas
et sesquipedalia verba ». ( a. P., v. 97). (41 « Speme minas, inquii, pelagi ,
venloque furenti ■ Trade sinura: Italiani si coelo auctore ree li sa s , Me pete.
Sala libi caussa haeo est jiisla timoris , " Veclorcm Don nosse tnum ,
qiiem numida n iniqua m « Destiluunt , de quo male lune fortuna mereiai', -
Cura post vota verni. Modias perrumpa procellas, « Tutela secure mea. Coeli
isie , frelique, ■ Non puppis nostrae labor osi. Hanc Caesare pressare • A
fluetu defendet ouus...Quid tanla strago paretur b Ignorasi quaerìt pelagi ,
noelique tumulili * Quid praestet fortuna mini «. E qui giudico non male a
proposilo riportare alcuni esempj di sublime , (ralli da classici autori, e per
primo il famoso cenno di Giove, che descrivesi nella Iliade, L. I, v. 642. a
Disse , a E accennò i neri sopraccigli : al sire « Saturnio i crini ambrosii
s'agitarono « Sulla testa immortale, e dalle vette « A'fondamenti n'ondeggiò l'Olimpo
». ( Trarf. del Foscolo (1) ). I seguenti ne sono imitazioni più. o meno felici
: « Annuit, et totum nutu tremefecit Olympum ». ( Aen., L. X, v. H5J. a Cuncla
supercilio moventis ». (Or.Od., I , L. Iti ). « Se il capo accenni , trema
l'universo ». ( Alf. Saul., A. Iti, s. 4). Sublime ò pure Virgilio , dove
descrive lo sforzo de'giganti , e la facilita onde Giove ne atterra le opere: a
Ter sunt conati imponcre Pelio Ossam « Scilicet, atque Ossae frondosum imponere
Olympum: a Ter Pater extructos disjecit fulmine monles ». (Georg.). E Dante
nella terribile scritta della porta d'Inferno: « Ed io eterno duro : « Lasciate
ogni speranza, voi che entrate ». ( Inf. , C, IH ). (1) V. Consideraz ; OGÌ chi
Foscolo sul Conno di Giove. DI RET CORICA 97 Non sarà inutile aggiungere a
questi un esempio di falso sublime, tolto dai versi dei Cesarotti iti lode di
Bonaparte: « . . . . Alla meonia tromba ■ n Le labra accosto, e d'inluonar
m'attento " Napoleon : di tanto nome ai suono « Scoppia Ja tromba , e va
spezzala al suolo ». § 2. Dello Siile severo. 19. Meno grandioso del nobile è'
Io Stile severo. Il suo autore , mirando piii alla forza che alla eleganza ,
ama i ro- busti pensieri robustamente espressi. Pago della grandezza delle cose
, poco si cura degli ornamenti , ove non siano quelli che Quintiliano chiamava
sacri e virili. Vedetelo in Tacilo, in Danle, in Machiavelli, in Michelangelo ,
ingegni di tempra uguale , che o trattino la penna o lo scarpello , si mostrano
sempre e del pari scultori maravigliasi. Pro- fondo ne' concetti, grave
ne'sentimenti lo scrittore severo parla d'ordinario alla ragione. Pieno la
mente del suo su- bietto, ne lo presenta quasi in rilievo, scolpendolo a tratti
ruvidi anzi che no, ma sempre spiccali ed energici: quindi invano cerchi in lui
lunghe digressioni e seguito d'idee ac- cessorie, schivo com'è d'ogni
minutezza, sia che narri, sia che descriva, sia che ragioni. 20. L'elocuzione
dello Stile severo piti che splendida, è vigorosa; quindi sue doti principali
sono: decoro e pro- prietà di vocaboli , nel che appunto consiste la gravita e
il segreto della evidenza; collocazione di parole ordinala più alla forza che
al numero ; uso di metafore e di figure che meglio si confanno alla efficacia
ed alla brevità. Finalmente preferisce le parole gravi e robuste alle tenui e
deboli , non meno che i periodi brevi a' lunghi; tuttavia il tutto contempera
in giusta proporzione , onde nasce quell'armo- nia sua propria che è la
sostenuta senza durezza. 21. Secondochè scema di forza, d'ornatezza e d'armonia,
la elocuzione dello siile severo prende il nome d'arida, secca ed aspra ;
sgradevole maniera, e appena tollerabile, cpjando siavi sodezza d'argomento e
di dottrina ; e appunto solo per questo vive la Scienza Nuova del Vico che , al
dire del Monti , ò come la montagna di Golconda , irta di scogli e gravida di
diamanti (1); tuttavia quanto pochi ne sono i lettori ! 22- Allo Stile severo
solo convengonsi subbielti gravi c d'importanza , che coi tenui mal saprebbesi
adoperare , senza offendere la natura delle cose. Ben acconcio pertanto sarà
alla trattazione di materie filosofiche , sloriche e mo- rali , e procaccerà
lode non volgare al suo autore, se questi sapra alla profondità e squisitezza
della dottrina maestre- volmente congiungerlo eoa dignità, senza sforzo e
senz'ari- dezza. Ci sono maestri di Stile severo nelle loro storie Tacito e
Machiavello , nel suo poema Lucrezio , nelle sue tragedie l'Alfieri. S 3. Dello
Siile facile. 93. Facile dicesi quel carattere che nulla avendo in se d'aspro e
di duro , si mostra soave , e di leggieri a tutto pieghevole con modi franchi e
disinvolti ; e tale è lo siile che ha nome di facile. Nulla avendo di ruvido o
di contorto, procedo semplice e piano , e a tulle materie ottimamente
s'accomoda , traendo da esse secondo la loro nalura e con- cetti e immagini e
sentimenti. Esso pertanto è il riverbero ora della mente, ora della fantasia,
ora del cuore, secon- dochè l'una o l'altra campeggia delle tre. facoltà;
quindi componesi di pensieri o generosi , o gentili, o ingenui; s'ab- bella
d'immagini o splendide , o graziose, o modeste; s'espan- de finalmente in
sentimenti o gravi, o festivi, o affettuosi, e singolarmente sinceri, mirando
in tulio questo alla con- venienza di ciò che forma il suo argomento. 2i. Lo
Stile facile pertanto volentieri si congiunge a quella elocuzione che dicesi
piana o nitida, e che dai retori fu detta ancora mezzana o temperata, la quale
appunto sta tra il grado elevato e l'umile, e senza esser ne l'uno uè l'altro
partecipa d'ambedue. Difalli dal primo toglie quegli (I) Della necessità
delVFAoiwnza, Io (rodili Iona. ornamenti piii rimessi clic danno al discorso
vita, splendi- dezza od amenità ; dal secondo la ingenuità e la grazia
dell'atticismo ; e da tale congiungimento nasce quella dizione della da Tullio
ornata , dipinta e poli la , che non solo di- letta , ma «ine satietale
deleclat ( De ()rat. , Lib. Ili, c. 26, 27). 2-j. Dal che conseguila esser dote
specialissima dello stile facile una certa semplicità di concelti e di forme,
che è come la tinta generale del quadro. Essa, come ben noia il Blair ( Lcz.
XIX ) , può andar congiunta col più alto or- namento; e in conferma cila qual
perfettissime esemplare Omero. Una tale semplicità che forma senza dubbio la
vera eccellenza d'ogni componimento, e che sebbene siavi l'arte più fina ,
tuttavia appare natura , sembra consistere nel ben cogliere le pure bellezze
naturali , e nel ritraile con facile e sottil magistero, tanto che, come diceva
Orazio: « Sibi quivis « Sperei idem, surlel multimi, fruslraque laboret ». [A.
P. v.ìiO,. È da avvenirsi per ultimo che questa si lodala semplicità, che 6 da
considerarsi coni 'una luminosa orma del genio, ò tal virtù che se la natura
non ne pone prima il fonda- mento , non può colla sola arte raggiungersi: con
questa bensì può perfezionarsi, semprechè se no nasconda la ma- no ; che
finalmente ella e tal dote, che senza di essa non si dà nò vera grandezza , nè
vera bellezza ; chè nulla di più contrario a questi pregi avvi dell'artificioso
e dell'affettato. -Belli esemplari di Siile facile sono principalmente Cicerone
nelle Epistole , e Ovidio nelle Metamorfosi Ira i Latini ; tra'nostri il
Cavalca, il Passavanli , l'Ariosto, il Redi e il Mclastasio , per tacer d'altri
valentissimi. . §. V. Dolio Siile g»jo c del melanconico. 26. Uom di carattere
gajo e d'ordinario compagnevole , e volentieri usa con sollazzevoli brigale,
novellando spiri tosamento e con grazia, in cgual modo lo siilo apparisce 50/0, quando componevi di eoncetii e d'immagini
geniali ed amene , ulte a ricreare lo spirito con qualche ulile e dilet- tevole
novità, e s'abbandona a quegli affetti nei quali l'ani- ma s'espande nel
conversare onesto e lieto; quindi ben s'adatta alle novelle , ai dialoghi ,
alle lettere e ad altri com- ponimenti di feslevol natura. La sua elocuzione
vuol esser limpida, e vaga di metafore e figure graziose, ama pro- verbi e
idiotismi vivaci e spiritosi , modi semplici e fami- liari , e un'armonia
briosa e andante. Catullo ed Orazio in alcuni loro carmi , ed in alcune novelle
il Boccaccio e il Firenzuola , e in molti tratti i comici si latini che toscani
no forniscono piacevoli esempj. 27. Al contrario , siccome il carattere
melanconico ama la solitudine, e rifuggo da ciò che è festa e riso, cosi Io
stilo che può da quello denominarsi, s' intesse d'immagini pietose e di teneri
sentimenti , e aggirandosi tra i cipressi dei sepolcri ripete il gemito della
sventura, a fine d'ecci- tare ne' cuori sensi di pietà, e trasfondervi ancora
la miste- riosa voluttà della mestizia. Sì veste poi d'un'elocuzione grave
nelle parole, nei traslati e nelle figure, ed ama in generale un'armonia lenta
e pietosa, a suoni rotti e brevi. Se lo Stile gajo è naturalmente ciarliero, il
melanconico a rincontro è di poche parole, chè loquace è la gioja , taci- turno
il dolore. Esso conviene ad ogni componimento al quale possa ripetersi : « Non
fa per te Io star fra gente allegra ». [Pelr., C. XI, P. It). Ne incontrerai
nobili esempj in Tibullo, nel Petrarca, nel Foscolo e nel Leopardi. §. ti.
Dello Siile scherzevole. 23. Proprio del carattere scherzevole è di muovere
pia- cevolmente a riso le brigate con motti e con facezie , e tanto più quanto
lo scherzo apparisce spontaneo e scoccato all'im- provviso e con aria
disinvolta. Lo Stile scherzevole del pari DI RETIOBICA 101 rallegra con
graziose piacevolezze , e con sali ora giocosi, ora un tantino pungenti ,
sparsi con destrezza e con garbo, e soprattutto con naturalezza. L'arte di far
ridere è piii dillìcile che non si crede; e se la natura non ci pone sul labbro
la parola giocosa , se vi trapela nulla nulla lo studio, accade tutto il
contrario; e se altri ride, ride di colui che voleva far ridere. È vano i! dire
che l'elocuzione vuol essere facile e spontanea , condita di modi popolareschi
c giocosi, e d'uti'annonia scorrevole e gaja. Uu così fatto stile ben s'adatta
a lettere d'amici, a novelle , a capitoli , a tulto ciò che mira ad alleviare
col riso l'uggia de' figliuoli d'Adamo. Orazio in alcune salire ed epistole, in
alcune novelle il Boccaccio , e generalmente i nostri poeti giocosi ne danno
spiritosissimi esempj. g. 6. Dello Stile diffuso e conciso. 29. Dalla diversa
estensione che chi parla" o scrive dà a'suoi pensieri, è 'nata appo i
relori la distinzione dello siile in diffuso e in conciso. E poiché , generalmente
parlan- do, l'uno dall'altro differisce nella forma del periodo entro la quale
sta compresa la sentenza , mi sembra opportuno dir prima che cosa e il periodo.
30. Quel giro pieno e perfello.di sentimenti e di parole, nel quale appagati si
riposano la mente e l'orecchio, dicesi comunemente Periodo. Aristotele lo
distingueva in semplice e in composto; semplice, quando non ha per entro alcuna
posala, come: « Assai manifestamente comprcndesi quello « esser vero che
sogliono i savj dire , che sola la miseria « è senza invidia, nelle cose
presenti » (Bocc. , G. IV, Inlr. ); composto, se non è tutto d'una tirata, ma
procede con riposi; lai è questo del Guicciardini: ' Io finalmente vi a
conforto, re cristianissimo, all'accordo; non perchè per « sè stesso sia utile e
laudabile; ma perchè appartiene a « principi savj, nelle deliberazioni
difficili e moleste, ap- « provare per facile e desiderabile quella che sin
necessa- « ria, o che sia manco di tutte le altre ripiena di difEcultk » e di pericolo » (Parlala del d'Oranges a
Carlo Vili, Sfona d'Italia, Lib. II). 31. Questa maniera di periodi composli ,
le cui parti sono appiccale insieme colle congiunzioni , ma però indi- pendenti
l'una dall'altra , e che potrebbero adoperarsi da sò sole, ciascuna contenendo
una perfetta sentenza, molto s'addico alle narrazioni, al parlar didascalico, o
dovunque si ridiede maggiore semplicità. D'un'allra maniera e d'un tono più
solenne c maestoso, e di cui servonsi volentieri gli oratori , specialmente
negli esordj , e dovunque ricercasi più. magnifica eloquenza , sono quei
periodi parimente com- posti , le cui parli diconsi membri, incisi ed
incidenti. 32. 1 memon sono quelle proposizioni principali che co- stituiscono
il principio e il termine del periodo, e si collegano fra loro merce dei nessi
o particelle correlative siccome.. . cos'i , sebbene. . . tuttavia , non solo.
. . ma ancora, come che. . . non perciò , prima. .. che , ed altre simigliami.
Inciti poi di- consi le proposizioni subalterne, le quali talvolta ne con-
tengono altre minori legato per relativi , e quesle si chia- mano Incidenti.
Cosiffatti periodi riescono talmente disposti e concatenali , che in virtù
delle parlicelle sospensive o cor- relative, non può aversi il senso
perfettamente din tornato e scolpilo fino al termine del periodo. Tutto ciò ben
si riscon- tra nell'Esordio di Cicerone , Pro Archia. « Si quid est in u me
Ingerii! , judices , quod sentio quam sit exiguum ; a aul si qua excrcilatio
dicendi, in qua me non inficior a mediocriler esse versalum ; oul si hujusce
rei raiio aliqua « ab oplimarum artium studiis ac disciplina profecta , a qua
or ego nullum confiteor aelalis meae lem pus abhoi ruisse : a earora rerum
omnium voi in primis hic A. Lìcinius fruclum a a me ripetere prope suo jure
debet j>. Qui i membri sono due; il 1.° da si quid eie. , fino ad abh
irrw'sse , il 2." da earum rerum eie, fino alla fine. Gl'incisi poi del
primo membro son Ire : 1." Sì quid est in me ingemi; 2." aut siqua
exercitalio dicendi; 3.° aut sì hujusce rei ratio etc. Final- mente gV
incidenti contenuti in ciascuno degli incisi sono : Quod sentio quam sit
exiguum; in qua me non inficior medio- criter esse versatum ; a quo ego nullum
confiteor aetatis meae tempii s abliorrìtìsse. Per ciò che riguarda poi
l'estensione del periodo , mi piace di riportare il precetto di Tallio che
n'avvisa : « nec circuitus ipse verborum sit aut brevior quam àures t expectent
, aut longìor quam vires, aut anima patialur o ( De Orai. , L. IH ). Quindi
soggiunge non dovere il periodo composto aver meno di due membri , ne più di
quattro : che se talvolta havvene di maggior numero , non può chiamarsi
periodo, ma diceria periodica. Tal' è quella sua dell'esordio per l'orazione ad
Quirites post reditum : a Quod precatus a Jave Optìmo maxima eie. ».
Osserveremo in ultimo che a fine di spargere per entro all'orazione la varietà
congiunta all'armonia , e dì togliere a un lempo il fastidio d'un anda- mento
troppo monotono e grave, ò necessario alternare i periodi composti ai semplici,
non che i composti della prima maniera con quelli della seconda , guardando
altresì d'ado- perare questi ultimi, dove !a gravita della materia vera- mente
il richieda. 3i. Sebbene lo siile diffuso e conciso stia più propria- mente Dei
concetti e nei sentimenti , ben potendosi , come nota il Blair ( Lez. XVIII } ,
dettare a periodetti staccati , ed esser tuttavia estremamente diffusi, quando
vi sia vacuità di pensieri , come talora riscontrasi in Seneca , e forse più
ancora in certi moderni scrittori imbrattati di forestierume; con tuttociò
suole appellarsi stile diffuso quello ove il pen- siero grandeggia largo e
maestoso in periodi per Io più com- posti , e che si aprono e si chiudono con
armonia piena e sonoro ; conciso poi quello , ove il concetto più ordinaria-
mente vien ristretto in un periodo semplice, o al più bi- membre con poco o
nulla d'incisi. 35. Lo scrittore diffuso pertanto espone i suoi concelti con
copia e magnificenza ; li presenta sotto varj aspetti , vuoi per antecedenti ,
vuoi per conseguenti, da loro tutto il rilievo di che sono capaci , mercè dei
chiari-scuri e delie mezze-tinte; finalmente gì' invigorisce e gli abbella
coll'or- natezza di convenienti figure, coll'eleganza delle parole e colla
leggiadria delle frasi. 36. Lo scrittore conciso a rincontro chiude i suoi pen-
sieri in un giro quanto più può ristretto. Schivo d'ogni ridondauza – H. P.
Grice: over-informative, otiose, Albritton, Tapper-- , trasceglie tra i concetti i soli opportuni ,
tra le parole le meglio espressive, ed ama, come il Buonarroti, gli scorci ardili.
Pensa più che non scrive , e scrivendo mira piti che all'eleganza alla
proprietà ; negli stessi ornamenti più che altro ricerca la forza , e nella
brevità dei periodi la energia. Il Davanzali , gran maestro di siffatto stile ,
diceva che esso afferra il punto e picca (1). Vedasi per cagione di esempio lo
stesso concetto espresso diffusamente da Cicero- ne, concisamente da Cornelio:
« Sani bellicas laudes solent quidam estenuare verbis, « easque delrahere
ducibus , communicare cum militìbus , « ne propriae sint imperatorum. Et certe in armis militum «
virlus , locorum opportunitas , auxilia sociorum , classes, « commeatus ,
multum juvant. Maximam vero partem quasi o suo jure
fortuna sibi vindicat; et quidquid est prospere « gestum , id pene omuo ducit
suum ». ( Pi o M. Marcello). e Itaque jure suo nonnulla ab imperatore miles ,
plu- « rima vero fortuna vindicat, seque hic plus valuisse, « quam ducis
prudentinm vere potest praedicare ». i Vili Thrasybuli . N.° 4j. 37. Quantunque
lo stile diffuso e conciso dipenda essen- zialmente dall'indole dello scrittore
, laonde vediamo incli- nare al diffuso il carattere nobile , facile ed
espansivo , quello severo e passionalo al conciso , tuttavia l'arte sug-
gerisce esser meglio attenersi quanto più sa al diffuso colui che parla dalla
cattedra sacra o accademica , nell'aula par- lamentaria o forense, affinchè sia
da tulli meglio e spedita- mente inleso. Lo- stile conciso poi può molto
lodevolmente adattarsi alla espressione degli affetti che amano natural- mente
brevità e forza , non meno che agli scritti destinati alla stampa , sui quali
il lettore ha campo di adoperare la debita attenzione per intender tutto e
bene. È vero peral- (1 ) V. Pi voi , Della Vita e delle Opere di Bern. Davamati
, p. lini , rdiz. Le Monnier. DI B. ETTO RICA 405 tro che la natura dello
scrittore sempre apparirà , come vedesi in Livio , in Tacilo, nel Guicciardini
, nel Machiavelli ed in ogni altro valoroso scriltore. 38. Ambedue questi
generi di stile riescono common- devoli , si veramente che vengano con misura
adoperati. Ma allorché la copia del dire trabocchi in ridondanza , e ì pen-
sieri troppo amplificati galleggino in un mar di parole , o si ripetano troppo
sott'altra veste, essendo la sinonimia delle cose men tollerabile che queila
dei vocaboli; allorché al di- fetto de'sentimenli e dello immagini vuol
sopperirsi coll'am- pollosilìi de' lussureggianti ornamenti e col rimbombo dei
lunghi e sonori periodi , lo stile diviene prolisso, e per con- seguenza vario
, slombato e stucchevole , quale appunto era quello che gli. antichi sfatavano
col nome di Asiatico, dove par di dir molto e pur si dice pochissimo (1). 39.
Lo scoglio, ove non di rado va od urtare lo stile con- ciso , è l'oscurità. È
oramai antico dettalo: cumbrevis esse laboro , cscurus fio ( Oiuz. , A. P. v.
25 ) ; e anche Cicerone l'aveva dello : coìicisaa sententiae, interdum etiam
non satis apertae (In Brut.). Perocché per la smania di dir mollo in poco,
talora vien fatto d'esprimere il concetto o non intero o per isbieco, o di
tralasciare certe idee intermedie, che col- legando i pensieri lumeggiano il
discorso. Olire a ciò v'è rischio dì cadere nell'aspro, nello smilzo, nello
spezzato ed epigrammatico, e render lo stile, come dice il Gozzi , mi- nuzzalo
e pestato, e trito in polvere, tanto che il lettore nou pare che legga , ma che
singhiozzi {%). 40. Ad evitare pertanto la fastidiosa lungaggine del pri- mo
genere , e la importuna oscurità del secondo ; gioverà , H) Il Barloli
accennando al dire profuso, scriveva : « Avete osser- n vale le prime lellern
dei privilegi scrini in pergamena? Quanti traiti ■ di penna , quante cifre ,
quanti scherzi in arabesco concorrono a for- « maria 7 e poi in fine ella non è
più che un' A , o un B , una lettera « come le altre che semplicemente si
formano. Questa è la immagino • vera dello siile Asiano. In un mondo di parole
non vi dice più di ■ quello che altri vi direbbe in un solo perìodo ». ;2)
Ltlt. al Pasquali, Race. seguendo sempre la natura propria, sfuggire nel
diffuso ogni superfluità, nel conciso ogni soverchia stringatezza; atte- nersi
in quello al largo e al magnifico , in questo al serralo e ai sobrio senza
difetto ; non cercare finalmente nè brevilà nè abbondanza per sistema , ma
accomodarsi , per quanto è dato, alle materie, a' luoghi e alle persone. Tali
ne sono i confini, quos ultra cilraque neqtal consistere rectum. 41. Non sarà
fuor di proposito notare che una risposta breve , recisa e senlenziosa suo!
chiamarsi laconica, cioè a mo' degli Spartani che a Filippo che li minacciava
di guerra , l'isposero : « Gli Spartani a Filippo. Dionigi a Corinto ». Tale
può dirsi il modo onde presso l'Alfieri Antigone risponde a Creonte: a Creonte.
Scegliesti? « Antigone. Ilo scelto. « Creonte. Eoion ? « Antigone. Morie. m
Creonte. L'avrai: . . » (Antigone, Ali. IV, se. 1). 42. Il discorso, nel quale
risplendc la Perspicuità, è simile a limpida acqua a traverso la quale vedonsi
le pie- (ruzze e le minutissime arene del fondo. Essa nasce prin- cipalmente
dall'ordine, dalla chiarezza dei pensiero e della elocuzione. Della chiarezza
che ricercasi nelle parole, di- cemmo quanto ci sembrò opportuno al §. 3 , C. I
; di quella che vuoisi nel pensiero , poco è a dire; perocché se non lo
concepisci chiaro, non c'è arie che valga per chiaramente significarlo. Al più,
al più possiamo dare qualche avverti- mento. E primieramente non porre la penna
sulla carta , senza aver prima buon corredo di dottrina soda e ben digesla;
sceglili , come dice il Venosino , materia da'tuoi omeri; meditala
profondamente e in ogni sua parte; stu- diane ogni attinenza e relazione;
insomma fa' d'averla come schierala tutta dinanzi alla mente. Le parole poi
ven- gon da sè , e te lo dice anche Orazio : Verbaque provìsam 1)1 RETIORICA
107 rem non invita tequentur , sempreche (ben s'intende) sappiasi, a dovere la
lingua. Cos'i la chiarezza de' pensieri , rifletten- dosi nella espressione
senz'opacità d'ambiguo e d'incerto, darà al discorso quella vivida luco che e
gran parie della Perspicuità. 13. Questa poi risplendo intera per la retta
disposizione delle parti che debbono concorrere allo svolgimento della materia
che trattasi ; la quale disposizione e ciò che chia- masi ordine. Questa virtù,
senza di cui non può nel discorso essere che confusione ed oscurità, ben si
consegue da co- lui, il quale mercè il diligente studio raccomandato di sopra,
ha chiara e distinta l' idea del suo argomenlo, sia in gene- rale , sia in
ciascuna sua parte ed attinenza. Imperocché l'intelletto per tal modo
facilmente scorgendo qual disegno meglio convengo alla trattazione delle
materie, qual'csspr debba la connessione e l'armonia delle parli , le dispone e
coordina in guisa che tutto quanto il discorso riesce all'al- trui comprensiva
facile e chiaro. ii. Devesi pertanto in primo luogo far si che le linee principali
del componimento si corrispondano tra loro in modo che il principio guardi il
fine, il fine penda dal prin- cipio , e il mezzo si conformi e all'uno e
all'altro ; seconda- riamente che le parti subalterne siano tra loro talmente
disposte e collegato , che le prime servano a dar luce e forza alle seconde ,
queste alle terze , e così di seguito , in quello forma che gli anelli d'uno
ealena succedonsi e strin- gonsi insieme; finalmente che non s'intralcino tra
loro le cause e gli effetti , gli antecedenti e i conseguenti , le cir-
costanze di fatto , di persona , di luogo e di tempo , saltando senza nesso
logico dall'una cosa all'altra , e ritornando su'propri passi con vane
ripetizioni e andirivieni. Non per questo s'escludono già le opportune digressioni
, anzi ven- gono in ispccial modo raccomandale, perchè la connessione e
conformila delle parli non vale uniformiti), la quale reu- dendo appunto la
trattazione dell'argomento monotona e sazievole , devesi con acconcia varietà
destramente schivare. 45. Assaissimo poi conferisce alla perspicuità la scelta
assennata delle circostanze, guardandosi dal poco come dai troppo, perchè se le
moltissime (ronde fan danno alla pianta, le pochissime la rendono brulla. Nè
meno le giova il serbare l'unita delle sentenze , tenendo sempre d'occhio al
soggetto principale delle medesime; al che non bene mirò it 'Davan- zali in
questa proposizione: « Lo stigì» il diavolo a spogliare a i conventi :
dicendoli pieni di rabbie, di lussurie, d'igno- « ranza, d'ambizione e di scandali
, e scopriensi l'un l'altro, « e davali in commende a uomini di conto ». Qui
stigò si riferisce al diavolo, dicendoli ad Arrigo Vili d'Inghilterra,
scopriensi a conventi , davali di nuovo ad Arrigo (1). Vuoisi inoltre notare
che non di rado serve ancoro alla perspicuità il disporre le sentenze e le
immagini in guisa che crescano sempre di forza, facendo precedere le men forti
ed animale alle più gagliardo e vivaci , quasiché la luce maggiore di queste
faccia anche quelle meglio rispondere ; e ciò pure vedesi spesso dai grandi
scrittori molto efficacemente ado- peralo. 46. Dalle quali cose conseguila
doversi con ogni studio allendere alla chiarezza delle parole e delle idee , e
al retto ordine delle materie saviamente distribuite, e all'armonia del tutto
colle sue parli maestrevolmente collegate, se amia- mo d'adornare i nostri
scrini di quella perspicuità, la quale sola può, per dirla col Stentini [A. P.
, Lib. 1) salvarli dalla polvere e dalle Inrme; perocché ripelerò col
Corticelli: t Non « basta a un dipintore, che nel suo quadro ciascuna figura «
sia bella e ben falla , so poi le figuro non son ben dispo- « ste , e non hanno
fra sè proporzione c convenienza » [Della Tose. Eloq., Gior. 1, Dis. VII). g S.
Del Dot-oro. 47. Dicevano i Latini: caput artis est decere; il perchè
appellavano decor quel bello che nasce dalla convenienza delle cose in fatto e
in dello. Ed anco i pittori chiamano decoro quella ragione che ne guida
l'intelletto e la mano, a fine di non peccare contro la verosimiglianza , sia
nel H) V. Vita del Umana., pag. ilvi , ediz. eli. di itETronicx 409
rappresentare il subbielto per sè slesso, sia respetlivamenie al luogo , al
tempo e al costume. Dote necessaria dello stile pertanto è altresì il Decoro,
nel serbare il quale sta appunto il sommo pregio dell'arte. 48. Nulla avvi ,
dice Tullio , di più difficile nella vita , non meno che nel discorso , che
conoscere distintamente ciò che convenga e ciò ohe no (\) ; eppure da tal
conoscenza dipende la vera lode dello scrittore , dicendoci anche Orazio: a
Dcscriptos servare vices, operumque colores « Cur ego si nequeo , ignoroquo,
poeta salulor? » [A. P., 86). Certo ella e opera piti dell'ingegno che non
dell'arte ; tut- tavia questa può all'ingegno esser d'ajuto, agevolandogli a
tal conoscenza le vie. 49. Ogni argomento ha le convenienze. sue proprie ed i
suoi propri colori , vuoi rispetto alla sua natura , vuoi ri- spetto al suo
fine. Nell'imprenderne la trattazione adunque., innanzi tratto fa d'uopo
considerare generalmente la natura di esso; vedere sotto qual aspetto torni
meglio rappresen- tarlo : distinguere a qua! genere di prosa o di verso più
presto si adatti; aver l'occhio altresì allo persone per le quali si tratta ,
alle circostanze ed alle occasioni, tra le quali e per le quali si tratta. In
particolare poi devesi por mente alla varietà delle parti ondo componesi il
tutto , e secondo che dominala ragione, la fantasia o il sentimento , o che si
narri , si descriva , si dimostri o si commuova , adattare pensieri , immagini
ed affetti a ciascuna dì queste parli , passando dal magnifico all'umile, dal
concitato al tempe- rato, dall'aspro al tenue, e via discorrendo. E tale, se
mal non avviso, ò il descriplas servare vices d'Orazio. 30. A rilrar poi
fedelmente i colori del nostro tema gio- verà pure far uso di un'elocuzione
conveniente alla natura di esso, al modo onde ci siamo proposti di svolgerlo,
alle persone, a' tempi e a' luoghi, opportunamente svariandola (1J De Orai.,
Uh. I, C. E!). MO secondo la natura delle cose, in quella guisa che il pittore
stende con belle gradazioni i colori d'ogni più minuta parte del quadro, sempre
in armonia con quella che n'è la tinta generale. Finalmente conviene che anche
il 'numero dei pe- riodi ora distesi , ora brevi , ora lenti , ora scorrevoli,
ora spezzati, ora pieni , si accordi con giusta consonanza alla na- tura del
componimento, ed alla molteplice varietà delle sue parli. 51. A questi sommi
capi io credo possa ridursi tutta l'opera dell'arte intorno al decoro, senza
del quale non solo non si dà vera bellezza, ma anzi, come n'avvisa il Perti-
car! {op. cil. L. Il, e. 8) , ogni piti piccola macchia, comecché tenue contro
questa virlii guasta ogni più perfetto compo- nimento. Essendo adunque il
decoro cosa di tanto rilievo, ne polendo Tarlo soccorrere che assai
incompletamente, giudico possa esserne più sicuro maestro l'esempio dei sommi,
l'assiduo studio dei quali grandemente io raccomando a cui non manca ingegno e
brama di bella lode, ripetendo col Vida : « Quid deceat, quid non, tibi nostri
oslendere possunt e. (A. p. L. li. V. (si) i AHTi I. - Della Ini! (aziono. 1 .
I,' imitazione (ì riposta nel ben ritrarre la natura con- formemenle al vero,
al buono e al bello che sono il fine su- premo dell'arte; laonde il Poeta disse
che questa quanto puote,$egue la natura, come il maestro fa il discente (fnf.
C. XIJ ; e Quintiliano avea già detto che il più dell' arte consiste nella
imitazione. Dìfalto quegli artefici, cui l'universale giu- dizio tiene per
sommi, poggiarono alla perfezione dell'arte quanto più dappresso si fecero alla
natura, ritraendone con verità e leggiadria le inesauribili bellezze. Tal' è la
imita- zione classica che differisce da quella che copia senza scelta ed alla
rinfusa qualsivoglia esemplare offre la natura. La imitazione può dirsi di tre
sorte. La prima, più elevato, e per conseguenza nobilissima, è quella a cui
pre- siedo il genio guidalo dal guslo. .Essa è l'arie nel suo più ampio
significato, in quanto che e solo inlesa a farsi fida seguace e interprete
della natura ; quindi a questa è volto il suo studio; da questa prende il
bello, il vario, il semplice, il sublime, e con vivi e veri colori le sue
immagini penncl- Jeggia. Di qui quella impronta originale che suggella le opere
dei grandi autori, dallo studio dei quali deve apprendersi l'arto di ben seguir
la natura, come ci mostrò l'Alighieri collo scegliersi a maestro Virgilio;
perocché tale studio lungi dal tarpare l'ingegno, anzi l'avviva e rafforza,
cosicché segna luminoso le proprio orme ancora quando preme lo altrui; e a
chiarircene basta l'esempio dello stesso nostro Poeta, per tacermi di altri. 3.
La seconda maniera d 1 imitazione è d'un grado meno elevato, ma di pregio non
comune pur essa. Se Omero e Dante , ingegni più poderosi di quanti mai
onorarono la umana sapienza, si mostrarono si originali nel ritrar la na- tura,
che ne furono sempre riveriti come primi pittori, gli altri egregi che se li
tolsero a maestri dell'arte di ben imitare, ci mostrarono coli' esempio qual
debba essere l'imitazione degli ottimi modelli. E primieramente anche questa
richiede non tenue dote d'ingegno e di gusto; consiste poi non già
netl'usurpare gii altrui pensieri, ma nel saper cogliere, come dice Dionigi
d'Alicarnasso (1), con gli slessi artifìcj una di- versa vena di bello;
nell'osservare di quelli in generale il disegno e il modo onde dare alle
materie il conveniente sviluppo, ordine e forma; nello studiarne l'uso e il
magi- stero degli accessorj a fine di ben congiungere la unita colla varietà ;
nel far si che senza dipartirsi gran fatto dalla na- tura propria, si prenda
dai migliori un cerio che di buon sapore e di buon colore, con lai dissimulala
imitazione che neppure si paja; finalmente nel porsi in bella gara con essi
nella verità dello stile, nella dipintura delle immagini e do- gli affetti,
nell'eleganza e venuslà delle forme, nella grazia (t) Ari. licllor. e nel nitore dell'espressione, nella
convenienza e soavità dell'armonia. In somma questa seconda maniera d'
imitazione sta nel trarre, a mo' d' ingegnosa ape, il succo de'fìori più
leggiadri nel ricco giardino de' Classici, e fattolo nostra so- stanza
travasarlo ne' nostri pensieri: concludendo col Gozzi « che T imitare non è un
legame, quando si sa fare; che esso « non è altro, che a poco a poco andar
dietro alle orme « d'uno o di piti che li guidino per un sentiero che non «
sai; ma come tu sei giunto ad un certo segno, se avrai « buon intelletto e
forza, puoi prendere un volo; e lasciarti « indietro quegli stessi che tu
averai imitato » [Difesa di Dante, Dio/, il). 4. La terza maniera poi, che è
l'infima , può fino a un certo termine procacciar lode, quando nell' imitare un
illu- stre scrittore, ancora che se ne seguano molto dappresso le orine,
tutiavia si usa una certa nobile franchezza, non già copiandone, ma sì
ritraendone le vere bellezze con un fare largo e alla libera , chè prova è pur
questa di non volgare ingegno. Tale non è però quella gretta imitazione che
muove timida sulle pedate altrui; che se mai se ne scosta un tanti- no, fatti
pochi passi e incerti vi ritorna sopra; che copiando alla rinfusa bellezze e
difetti , quelle guasta , questi ingrandi- sce. Siffatta è l'imkazion di coloro
, cui Orazio stimatizzò col marchio di servii pecorume; i quali poiché decipit
exemplar viiiis imitabile , scambiano per manco d'ingegno i veri pregi con
quelle mende, qws aut incuria fudit, aut fiumana parum cavitnatura ( On. , A.
P. v. 352 ) , e credono se non di vin- cere , almeno di emulare il loro autore
, se di queste sup- poste bellezze, quanto più sanno esagerate, le loro cose
infarciscono. Quel valersi poi alla peggio delle ricchezze altrui , a vero dire
, non è a chiamarsi imitazione , ma ra- pina, e chi non se ne fa coscienza,
ricordi la cornacchia della favola , la quale furtivi* coloribus, fece di sè
non poco rider la gente, 5. Dalla imitazione, quale che sia, nascono quelle ebe
in arte diconsi scuole. Quando alcuno autore tiene per al- tezza d'ingegno il
campo o nella prosa o nel verso, molti sia per ammirazione, sia per vaghezza di
lode, studiansi di calcarne la medesima
via. Se le forze valgono loro al cimento , noa è ciò senza gloria ; rimangono
in breve ora nella oscurità quelli cui falliva nell'ardua prova la Iena. E qui
mi tacerò di Dante, perocché al pari di Hichelangiolo nella scultura , non ebbe
veri e propri imitatori ; quindi mentre fu ed è maestro e duce di lutti, non
formò una scuola speciale, chè l'arditezza del poderoso suo volo dovette
sgomentar gli altri dal seguirlo sì allo. Non cosi il Petrarca, - tenero e
gentil maestro d'amore, la cui scuola fiorì anche troppo; e se egli ebbe egregi
imitatori, archimandrita dei quali fu il Bembo, tanti più n'ebbe che di loro
svenevolezze fecero assai tempo echeggiare il Parnaso italiano, con poca lor
gloria , e con minor prò della patria e dell'arte. Ebbe imitatori anco il Boccaccio
, ma senza le costui grazie riu- scendo anzi che no pesanti, ben presto
fastidirono. Il Mari- ni, uomo d'ingegno immaginoso, sdegnando lo grettezze de'
Petrarchisti, osò spingersi a libero volo; ma abbando- nandosi troppo alla
sbrigliata fantasia, diede nel falso e nell'esagerato, e capo divenne di quella
scuola che rese proverbiale il secento. A fine di far in Italia rifiorire il
buon gusto, s'instiluiva in Boma l'Arcadia, riponendovi^ in onore il Petrarca ;
e non le mancaron talora bei nomi che la illustrarono; tuttavia per lo più
traboccò nelle con- suete leziosaggini di poeti in amore camuffati da pastori
della decrepita mitologìa ; le nenie dei quali non erano che sbiadile
imitazioni, tutl'arte a mera lusinga degli orecchi (1). Sorgeva il Frugoni, fecondo
e vivace intelletto, e nuova e splendida orma segnava all'italica poesia; ed
ecco dietro a lui ben lunga tratta d'imitatori , i quali non dolati del pari di
poetica virtù, al pomposo ed al lussureggiante onde il maestro talora copriva
il vuoto del pensiero, prodighi d'am- polle e di parole aggiunsero frasche ed
orpello. Alla scuola frugoniana succedeva Vossianesca. 1 poemi d'Ossian, bardo
caledonio, raccolti da Macpherson , siccome e' spacciava, 01 a Quest'Accademia
è adesso degna d'ogni ìorte, e lasciale le paslorellerie . nome.il «arenile
chiamava, ajuia e promuove ogni piti nobile disciplina ■ F anfani , Lettere
Prece!!., noia a pag. tra i montanari
scozzesi , aveva» levalo lai fama, che pa- . revano minori al confronto quelli
d'Omero, e quasi non tlissi la stessa Bibbia. Il Cesarotti, ingegno vasto e
polente quant'altri mai dell'età sua , e che al dire del Botta , poteva essere
il restauro delle nostre lettere, e quasi ne fu la ro- vina , dopo fattosi
campione de' yal/iviz-zanli , prumossc in Italia il gusto della poesia
ossiauesca colla sua celebre tra- duzione d'Ossian in versi splendidissimi. I
nostri verseg- giatori abbagliati dalla novità di quelle fantasticherie d'im-
pronta caledonia, ne imitarono a gara le strane immagini, i foschi ed esagerati
colori, e le forzate ed ampollose espres- sioni ; in guisa che per poco
l'italica poesia non più forma alcuna serbava di se medesima (1). Breve vita
però s'ebbero gli ossia neschi , ai quali succedettero i romantici, della cui
scuola altrove diremo. 6. Delincati i caratteri della imitazione ne' diversi
suoi gradi, e tracciatene le regole, vedulo come in ogni grado di essa può
conseguirsi lode più o meno splendida e dura- tura, e come la gretta maniera di
quegl'imilalori, la cui immagine riscontrasi al vivo dipinta nelle pecorelle
del Poe- ta (2), non tanlo è loro di biasimo, quanto ancora ne resta non di
rado oscurala la gloria della patria letteratura, è prezzo dell'opera dare
altresì qualche cenno degli autori che debbonsi scegliere a maestri. Nè si tema
, giova ripe- terlo, che la savia imitazione de' sommi ritenga il libero volo
della mente; che anzi, come ben noia il Colombo, essa ajula a volo piti allo, o
almen più sicuro, essendoché il porsi a gara con quelli eccita l'ingegno e
raffina il gusto (Op. ciL, Lez. III). 7. Serbare l'indole propria e quella
delle patrie lettere, è gloria d'ogni buono scrittore : a tal fine perLaiiLo
gioverà U) Dotta. Star, filai. , Lio. L, 4783-1789. - Cantù , Stor. Univ. , Ep.
XVII, C. 20- (2) a E ciò the fa la prima, e l'altre fanno, « Addossandosi a lei
s'ella s'arresta, a Semplici e (juete, e lo 'mperenà non sanno ». [Purg. C.
111). DI RE T TORI G A 4 1 5 scegliersi i migliori Ira'grandi che meglio
consuonano colla nostra natura, e da quelle nazioni il gusto delle quali più
presto si confa a quello della nostra. E poiché debbono es- sere gli ottimi,
non saranno in gran numero, chè e'son rari dovunque. Si preferiscano quelli ,
al dire del Gozzi , che, come gran corpi, hanno « salde ossa, polpe solide, tr
molto sangue, nervi potenti, muscoli gagliardi, tutte forti <( e
proporzionate membra ; i tisicuzzi e i tristanzuoli , con « un poco di bel
colore sulla pelle , non ci lusinghino. . . . a Quelli si abbiano d\ e notte
tra mano, e si squadernino " e si svolgano ; ma si prenda ad imitarne uno
soprattuiti , •( non per metterci per sempre in ceppi , ma per volar poi « da
per noi animosamente , dopo buona scuola ; perocché « chi sempre imita è pecora
; chi non ha imitato mai , cer- « vel balzano (1) ». 8. Scelto l'autore che più
ne talenta , e studiatolo con lungo e grande amore , si vada pure raccogliendo
dagli altri quell'oro che vi risplende , sempre anteponendo quelli che sono in
voce di maestri , massime in quel genere di prosa o di verso , a cui vogliamo
più specialmente porre l'ingegno. Fondamento allo studio della bella
imitazione, e mezzo onde abituare la mente alle cose grandi ed ai grandi
pensieri, sono Omero e Dante. Dipoi il poeta apprenda l'elevatezza in Pindaro ,
la grazia in Anacreonte , la nobiltà in Sofocle e in Euripide , l'eleganza in
Terenzio , in Virgilio e in Orazio, la delicatezza nel Petrarca , la vivacità
del colorito nell'Ariosto e la purezza del disegno nel Tasso, la forza, la
splendi- dezza e la gravità nell'Alfieri , nel Parini , nel Foscolo e nel Leopardi.
Il prosatore sludj la breviloquenza in Demostene, in Tucidide e in Sallustio;
la maestà e l'abbondanza in Platone, in Plutarco, in Cicerone, in Livio, nel
Boccaccio e nel Guicciardini; la vibratezza e l'energia in Tacito e nel
Davanzali ; la naturalezza e il candore in Cesare, nel Cavalca o nel
Passavanti; la precisione e la facilità nel (4) Un. dei Goni a Race. Galilei e
nel Redi. E di questi esemplari greci, latini ed ita- liani dirò a'giovani
studiosi ciò che Orazio diceva a'Pisoni: a Noclurna versale manu , versate
diurna o. (A.P , v. SG9 -J. 9. Lo studio comparativo declassici fora altresì
loro ma- nifesto come e quanto Virgilio e Orazio imitassero Omero, Pindaro ,
Anacreonle , Teocrito e Callimaco , come non sde- gnassero , massime il primo ,
di razzolar l'oro in Ennio. Ri- scontreranno in Dante e nel Petrarca il loro
studio sui poeti di Mantova e di Venosa ; nell'Ariosto e nel Tasso , per nulla
dire del fiore , della vivezza e della grazia che tolsero dalla divina Commedia
e dal Canzoniere , scorgeranno nel dise- gno , nel colorito . negli episodj,
nel linguaggio degli affetti e nella verità delle descrizioni, la felice
imitazione della Iliade e della Eneide. Ecco con quali autori dovranno i gio-
vani vaghi di bella lode , entrare in nobile gara ; e se baste- ranno loro le
forze dell'ingegno, potranno emularli * e quasi non dissi talora anco vincerli,
come del Bojardo fece l'Ariosto. \0. E poiché tutte le regole da Aristotele
fino a noi det- tate non formeranno mai un lodalo scrittore , se non vi si aggiunga
l'esercizio, in quella guisa che tutte le teorie di qualsivoglia arte non danno
senza la pratica neppure un artefice mediocre , viene raccomandato in principal
modo l'esercizio del comporre. Incominciate pertanto dal prendere ad imitare
un'immagine o una breve descrizione dell'autore da voi scelto , ingegnandovi dì
dare o all'una o all'altra ve- rità ed eleganza quanto sapete maggiori. Non
v'incresca quella inferiorità in cui vi troverete sul primo in faccia al vostro
esemplare; niuno divien maestro in un attimo. Ri- tentate piii e piti volte la
prova: saepe stylum verlas , di- ceva Orazio, cancellale, correggete, rifate; e
se non per anco raggiungete l'eccellenza di quello , vi sarà dato però di
andargli più e piò dappresso ; e ciò vi conforti a bene spe- rare. In egual
modo fatevi ad imitare ora una più estesa descrizione, ora una narrazione , e
di mano in mano salile a componimenti più lunghi o di maggior lena. Cosi pari a
ge- nerosi poledri, di buon cibo pasciuti e maestrevolmente ad- destrali, vi
slancerete a libero corso, e riporterete anche voi non igDobili palme. H. A
fine di dar maggior luce a'precetti , gioverà porre a riscontro alcuni esempj
d'imitazione tratti dai classici: n Qualìs speluuca subito commota columba
<t Cui domus , et dulces latebroso in pumice nidi , a Fertur in arva volans,
plausumque exterrita pennis ■ Dat tecto ingenlem ; mox aere lapsa quieto «
Radit iter liquidum, celeres neque commovel alas ». ( Aeri. , L. V). « Quali
colombe dal desio chiamate « Con l'ali aperte e ferme , al dolce nido a Volan
per l'aer dal voler portate ec. ». ( ln{. , C. V). ■j Pone me pigris ubi nulla
campìs « Arbor aestiva recreatur aura ». (On., Od. «2, L. I ). a Potnmi ove il
sole uccide i fiori e l'erba , « 0 dove vince lui '1 ghiaccio e la neve ec. ».
[ Pbtbabca , Soq. 95, P. I ). « Purpureus veluti quum flos succisus aratro «
Languescit moriens , lassove papavera collo « Demisere caput , pluvia quum
forte gravantur «. [ Aen. , L. IX )• « Come purpureo fior languendo muore « Che
il vomere al passar tagliando lassa , « 0 come carco di soperchio umore - a II
papaver nell'orlo il capo abbassa ec. d. [ OH.Fur., C.XVIII]- <t Magno curarum flucluat aeslu », \Acn.,
L. Vili). « Che il no e il s\ nel capo mi tenzona ». ( Inf., G. Vili ). « Nè sì
nè no nel cor mi sona intero ». ( Peiu., Son.tlG, P. I). « In gran tempesta di
pensieri ondeggia-». ( Gems. Lib., C. X). « Iliaci cineres, et Damma extrema
meo rum a Tester , in occasu veslro nec tela , nec ullas « Vilavisse vices
Danànm : et, si fata fuissent « Ut cadcrem , meruisse manu. . . . ». [Ann., L.
11). « Voi chiamo in testimonio , o del mio caro « Signor sangue ben sparso e
nobili ossa, « Clie a!!or non fui della mio vita avaro, « Nè schivai ferro , nè
schivai percossa. « E se piaciuto pur fosse !a sopra « Ch'io vi perissi, il
meritai coll'opra ». { Gtr. ùb., C. Vili). Non la finirei si tosto , so volessi
riportare di tali csempj anche solo i migliori ; tuttavia mi si consenta
d'aggiunger quello della celebre comparazione omerica del cavallo colle sue non
meno celebri imitazioni. « Come destriero che di largo cibo a Ne' presepi
pasciuto, ed a lavarsi « Del fiume avvezzo alla bell'onda , alfine , « Rotti i
legami, per l'aperto corre, o Stampando con sonante ugna il terreno; « Scherzan
sul dosso i crini , alta s'estolle DI ItETTOTttC.V ■ « La superba cervice, ed
esultando « Pi sua bellezza , ai noli paschi ei vola « Ove amor d'erbe o di
puledre il tira ». [Iliud., C. VI, Trad. del Monti). « Et Liim sicut erjuus ,
qui de praesepibus aclus n Vi n eia suis magnis animis abrupit, el inde « Feri
se se campi per cacrula , laelaque prata a Celso pectore, saepe jubam quassat
simul altam, « Spiritus ex anima calìda spumas agii albas ». ( Eknjo, Pram. VI
). ■< Qualis ubi abruptis fugit praesepia vinclis « Tandem liber eqous ,
campoque potìlus aperto , « Aut ille in pastus , armentaque tendil equanim,
" Aut. assuelus aquae perfundi flumine noto « Emical , arreclisque fremii
cervicìbus , alte « Luxurians, luduntquc jubae per colla , per armos ». \Am.,L.
XI.) a Come destrier , che dalle regie stalle « Ove all'uso dell'armo si
riserba , « Fugge e libero allin per largo calle « Va tra gli armenti al fiume
usato , o all'erba. « Scherzai) sul collo i crini e sulle spalle , ■ a Si
scuote la cervice alla e superba; a Suonano i piè nel corso , e par che avvampi
« DÌ sonori ni triti empiendo i campi ». ( Gcrus. Lib., C. IX). « Deslrier che
all'armi usato a Fuggi da chiuso albergo , « Scorre la selva e il prato , a
Agita il crin sul tergo , e E fa co'suoi nitriti a La valle risonar, a Ed ogni suon che ascolta « Crede che sia la
voce « Del cavalier feroce « Che l'anima a pugnar ». [Mbt*3t., Ales. : , Alt. II, se.
10]. Aut. 11. - Dell* Traduilooe. ti. Essendo
la Traduzione uno de' principali esercizj che addestra alla imitazione, ed una
piti stretta imitazione ella stessa , parmi opportuno esporne qui la natura e
le regole. 13. « La Traduzione consiste nel trasportare un'opera « da un'altra
favella con fedeltà, mantenendo i lineamenti, « i colori, le movenze e lo
spirito dell'originale » (1). Ella è una copia dell'altrui dipintura, della
quale non basta ri- portare la composizione e il disegno, se non vi si
riproducono le stesse finezze dell'arte, si che quasi non sappia distin- guersi
dall'originale la copia. ii. Il tradurre da una lingua ad un'altra un'opera di
amena letteratura, e specialmente poetica, è appunto, come pareva al Gargallo,
quasi una lotta tra'due scrittori; laonde il Pallavicino richiedeva nel
traduttore non minore ingegno che nell'autore. E primieramente vuoisi tra essi
una certa conformità di carattere, acciocché più facilmente riscontran- dosi
ambedue nel modo di concepire le cose e di sentire gli alletti, siavi quella
somiglianza di stile, che tanto a ragione ricercasi. Difatti il Leopardi voleva
ehe il traduttore rappre- sentasse tutto il carattere dell'autor suo; lo che
non può farsi altrimenti che dando, per quanto è possibile, a'suoi concelti la
impronta medesima che seppe dar loro l'autore. Non basta , soggiungeva il
Giordani , che il traduttore ci riferisca nudamente le sentenze, le quali in
tal modo non sono che un'eco; vogliamo eriandio tutto quello che d'indole e
d'arte sua propria in significarle e disporle adoperò l'autore mede- (1)
Montanti. SuWorte del tradurre. Trallalo aggiunlo al Blair. 1 2) simo. ÀI che gioverà assaissimo avere
altresì sufficiente con- tezza de'tempi, de'costumi, della religione, delle
opinioni, dell'eia e della condizione di esso autore, siccome cose che più o
meno influiscono, tutle sull'opera di luf. 15. In secondo luogo è necessaria una
profonda cogni- zione della lingua propria e-di quella del lesto; e poiché ogn'
idioma ha un' indole sua particolare, e per conseguen- za alcune proprietà del
lutto inalienabili, sta'al precetto oraziano: Nec verbum verbo curabis recidere
fidus Jnterpres. [A.P.v. 135); precello in tutto conforme all'esempio già
datone da Tullio nella sua traduzione delle due Orazioni di Demo- stene ed
Eschine, intorno alle (inali dice egli slesso : Non ver- bum prò verbo necesse
habuì redclere, sed genus omnium verbo- rum, vimque servavi [De opt. gen.
Orai.) Inteso pertanto che avrai il concetto, non li fare schiavo della parola,
ma rendilo in quel modo che nella tua favella vi corrisponde e per evi- denza e
per forza. Non cambiare il figuralo del lesto col proprio; e quando ancora
t'incontri in metafora o in locu- zione che volta letteralmente non suoni con
pari eleganza e proprietà, e tu cerca nell'idioma luo vocaboli e forme figu-
rate che non la cedano a quelle per vivezza e splendore. Gioverà altresì alla
forza e all'evidenza serbare talvolta la giacitura delle parole e l'armonia del
costrutto, per quanto la natura della lingua il consente, della quale
iraducendo serberai sempre schietta la fisonomia. Ricorda finalmente, massime
nelle traduzioni poetiche, quella verissima sentenza: che una grande fedeltà
divenla una grande infedeltà (1). Te ne sia testimonio nelle sue traduzioni il
Salvini. 16. Inoltre fa di mestieri por mente al genere discrittura che
imprendesi a tradurre, non che alle diverse parli che la compongono , a fine di
dare e al tutto e alle parti il con- veniente colore. Al che forse non sempre
mirò l'Alfieri nella traduzione dell'Eneide, dove senti più presto il tono
della tragedia che non quello dell'epopea; e il Montanari nota che se il Caro
va talvolta innanzi a Virgilio nel linguaggio pas- (1) Delllle, Pcoem.alla
Traduzione delle Georgiche. sionato, molto indietro gli resta dove richiedesi
l'eroico. Oltre a tutto questo v'ha d'uopo di molto discernimento e finissimo
gusto a ben distinguere le vere bellezze originali per riprodurle con pari
venusta e grazia 1 7. Finalmente perche più s'accosterà alla perfezione quel
volgarizzamento, che piti fedelmente ritraendo la fisonomia dell'originale,
farà meno desiderar questo, e indurrà quasi a credere che l'autore non avrebbe
fatto altrimenti, se r.ella lingua del traduttore scriveva, dovrà conservare
eziandio quelle speciali qualità, fossero anche difetti, le quali spiccano nel
testo, perchè concorrono esse pure a rendere viepiù simigliarne la copia.
Dipintore valente riporta nel ritratto anche i nèi dell'originale, e per tal
via consegue che si riconosca tra mille. Si loderà l'ingegnoso ripiego d'Apelle
nel ritrar di profilo l'effigie del re Antigono, per nasconderne i! difetto
dell'occhio; ma questo può ad altri sembrare corti- gianeria. 18. lì sotto tale
aspetto appunto va meno lodato l'Alfieri nella traduzione del Catilinario e del
Giugurtino, perchè oltre alla forza ed alla compressa maniera che vi scorse, c
che non di rado ben riprodusse , non vi fece trasparire quell'eleganza che un
certo colore d'antichità per gli stessi arcaismi si studiosamente Sallustio
ricercava ; tanto è stretto l'obbligo del traduttore di conservare anche i
minutissimi li- neamenti del testo. Lodalissimo a rincontro va il Davanzati per
il suo stupendo volgarizzamento, dove, checché no paja al Monti, che per alcuni
fiorentinismi, non tanti però quan- t' altri si avvisa, dice tramutate in
commedia le tragedie di Tacito, o e la forza e la postura delle semenze e
que'lra- « getti di lingua, e que' rapidi tratti direi di pennello, a ma- li
raviglia ritrae, sì che quantunque in altra favella, tu senti « di leggere
Tacito, e vedi e odi non ali ri che lui » tanto ei seppe gareggiare con esso,
dice il Tommaseo, in quella forza del dire, che dimostra chiaro una forza
corrispondente (1] Moktas , loc. oli. _ . 1 1 ! : l'"J i: ; C d'animo e
d'intelletto (1). Senza le quali doti ogni traduzione so non riuscirà fredda e
melensa, sarà certamente sbiadita, e somigliante alle stampo d'egregio dipinture,
dove si ri- scontrerà precisione di disegno, esattezza di linee, fedeltà di
movenze, ma non mai il rilievo e la vivezza del colorito. 19. Che poi
l'esercizio del volgarizzare sia stato in ogni tempo riguardato siccome
utilissimo alla imitazione declas- sici, non credo possa mettersi in dubbio
dopo l'esempio di Cicerone, assiduo traduttore de'Greci, ed a cui potrei ag-
giungere molli altri, Ira' quali citerò solo il Caro, >1 Ba- gnoli e
l'Alfieri; i primi due traduttori di Virgilio, per for- marsi uno stile conveniente
alla maestà ed eleganza del- l'epopea, il terzo di Sallustio, per appararvi la
robustezza e la breviloquenza della tragedia. 20. E qui basterà della
traduzione; se non che a comodo dei giovani citerò i nomi de'più eccellenti
traduttori , ri- mandando all'opera citata del Montanari chi desiderasse do'
buoni volgarizzatori più cslesu notizie. Peri trecentisti pertanto vanno per la
maggiore le traduzioni delle Vite dei Santi Padri che abhiamo del Cavalca , del
Catilinario e del Giugurtino di Fra Bartolommeo da S. Concordio, della Citta di
Dio di S. Agostino , attribuita a Fra Iacopo Passavanti e delle Decade di Tito
Livio d'incerto. Del XVI secolo vengono celebrati i volgarizzamenti dell'Eneide
di Virgilio e della Rettorica d'Aristotele per il Caro, delle Storie di Tacito
per il Davanzali , di quelle di Tito Livio per Iacopo Nardi , di Seneca,
Trattato de'Benefizj per Benedetto Varchi, de'Com- menlarj di Giulio Cesare per
il Baldelii. Del secolo seguente si loda la versione di Tito Lucrezio Caro per
Alessandro Marchetti, e quella delle Vite de* pittori antichi per Carlo Boberto
Dati. Tra i moderni poi che colsero nobili palme nel (Il Dteion. Estetico. - Il
Leopardi soggiungo: a II Davanzali, pa- « drooe assolalo di quella onnipotenle
lingua Aorenlina, ci lia dalu hi » nervosissima e originalissima traduzione di
Tacilo, la quale come pi fi '■ l'uomo considera, più dispera d' imitai e ».
Disborso promesso alla tra- duzione della Titìinomarhta di Esiodo. Voi. Ili,
Edi/. Le Uon. campo de'volgarizzatori, si segnalarono i! Pompei colle vile di
Plutarco , il Cesarotti colle Orazioni di Demostene , il Monti coli' Iliade
d'Omero e colle Satire di Persio, il Fo- scolo con alcuni canti dell' Iliade ,
il Pindemonte coli* Odis- sea, il Borghi con Pindaro, Felice Bellotti coi tre
Tragici Greci , il Costa e Giovanni Marchetti con Anacreonte, Giu- seppe
Arcangeli con Callimaco, Tirteo ed altri Greci , l'Arici colla Georgica ,
Dionigi Slrocchì con Callimaco, colla Buccolica e la Georgica , Tommaso
Gargallo con Orazio e Giovenale, l'infaticabile Cesari coll'Epislole di
Cicerone e con Terenzio, e per ultimo il Maflei colle nobili sue traduzioni di
Schiller, di Gesner, di Moore, di Byron e di Milton. Esposto quanto ne sembrò
necessario intorno alla Elocuzione ed allo Stile, acciocché educato il gusto
alle squisitezze delle varie forme del dire, sappiasi adattare bello e
convenevole abito ai pensieri della mente ed alle immagini della fantasia,
seguono gli ammaestramenti che intorno alla INVENZIONE vengono dettati dai
relori. L'Invenzione b il ritrovamento della materia idonea .il nostro
subbieito; laonde generalmente comprende lutti i componimenti si in prosa che
in verso, i quali possono di- stinguersi in componimenti di genere Umile ,
Mezzano ed Elevato. Incominceremo da quelli in prosa di genere untile, ac-
ciocché andandosi dal più facile al meno, rendasi ai giovani in sulle prime
mosse più piana la via, per la quale c'in- camminiamo. Capitolo L - Dei
Componimenti in prosa , di genere umile. §. 1. Della Favola. \. La Favola, o
Apologo che dirsi voglia, trovasi da tempo antichissimo in uso presso gli
Orientali. Da questi forse l'ebbero i Greci , i quali si la ingentilirono , che
la noia raccolta delle Favole Esopiane ha servito di modello in ogni eia, e
presso ogni nazione. La Favola pertanto può" defi- nirsi: un breve e vìvo
racconto d'un'azione che fingesi fatta da enli animati o inanimati , acconcia a
(rame una 126 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI conseguenza che per la somiglianza
renda altrui sensibile, e però chiara e spiccata , un"aslratta verità
morale. 1. L'intera natura fornisce al favolista gli attori del pic- colo
dramma , essendoché v'introduce a dire o a fare, come se fossero persone,
animali, alberi o che altro mai. Questi finti escmpj , ment re dilettano per la
novità , sono molto va- levoli a persuadere d'una verità la mente di chi per
età o per condizione è meno atto a dedurre da generali principi pratiche
conseguenze. Una favolelta capaciterà d'una buona massima i fanciulli più. che
un lungo sermone; e' per ta- cermi reverente delle Parabole del Divino Maestro
alle turbe della Giudea , solo dirò che la storia ci mostra che meglio d'una
faconda dicerta valsero per quei d'imera e per la plebe romana gli Apologhi di
Slesicoro e di Menenio Agrip- pa ; tanto è vero che plebrja ingeniti magis
exemplis, quam ratione capiuntur (1). 3. A ben condurre la favola pertanto,
conviene: 1." Ser- bare l'indole degli animali e la natura delle altre
coso che vi s'introducono, per non offendere la verisimiglianza ; 2."
Porre in chiara analogia l'azione dipinta colla massima finale, acciocché sia
tosto e facilmente appresa; 3." Che il racconto sia breve, in dettato
semplice, sparso di nitore e di grazia, acciocché l'ammaestramento riesca più
efficace, mercè del diletto. Se poi in verso o in prosa poco rileva, benché in
arte preferiscasi il verso. 4. Dopo le Favole d'Esopo, che i Latini ebbero si
ele- gantemenle tradotte da Fedro, e che noi pure per varj del buon secolo
avemmo volgarizzate con dovizia di voci e di modi elettissimi, ogni nazione
ebbe le sue; l'Italia però, come nel resto, precedette le altre, e nel
Novellino, bel fioretto del trecento, si contano alcune favolette vaghis- sime
per semplicità e candore. Leggiadri ssi me sono quelle che il Firenzuola
intrecciò ne'suoi Discorsi degli Animali, e per tacer d'altri prosatori di
Favole , nominerò per ultimo il Gozzi , che per festività e per grazia non ha
tra' moderni chi lo*pareggi. (1) Mìccio, Saturnali, Lib. VII , C. 4. a. Servir!) per esempio il citalo Apologo del
poeto Slesi- coro a' suoi concittadini, oliò quello dello Stomaco e delle
Membra addotto da Menenio, è abbastanza noto nella storia romana. Del Cavallo.
<r Stesicoro, avendo gl'Imenei eletto por generale dcll'escr- « cito Fai ari
lor capitano , e disegnando dargli una guardia « per la sua persona , dopo
dette le altro cose soggiunse (i questa favola. Slavasi prima il cavallo solo a
godersi la ■( prateria : venne un cervo a turbargli il suo pascolo; della gì
quale ingiuria volendosi vendicar contro al cervo, do- ■< mandò l'uomo, se
potesse insieme con lui darnegli ca- ' stigo : SI bene (rispose l'uomo) quando
tu pigliassi il <i freno in bocca, ed io li salissi sopra con una lancia in
« mano. E consentendo il cavallo a questo; e montandogli « l'uomo addosso , il
cavallo invece di vendicarsi divenne k servo dell'uomo. Ora guardale ancor voi,
che volendovi ci vendicar de' vostri nemici, non v'avvenga come al eavallo. ■(
Voi vi siete già messo il freno, poiché avete dato l'ini- « peno a un capitano.
Se gli darete ora la guardia , e la- « scereLc che vi cavalchi , sarete già
falli servi di Falari » [Caro , lìettorica d'Aristotile]. §. 3. Dell,-,
Lettera. 6. La Lettera, secondochè bene la definisce Cicerone, est mutuus
ab&entium sermo , che ò "quanto dire un conversar ]»er iscritto con
chi ci è lontano. E poiché colui che conver- sando parla con urbanità, con
naturalezza e convenienle- niente a'tempi ed alle persone , si ha per costumalo
, e con piacere s'ascolta, e tali vogliono esser le lettere per meri- tare Jode
tli belle. La familiarità n'è il principal condimento; e questo si consegue
scrivendo come si parla , alla disin- volta , senza studio e come detta il
cuore; perocché, conio insegna il Flaminio, lo scriver familiare ha da esser
tutl'uno col parlare (11 ; e per questa
ragione appunto le furono dette familiari. Ma poiché in un modo traUiam cogli
amici, in un altro con chi è da più di noi , o da meno , così le let- tere
prendono un ben distinto caraltere, perocché scrivendo a'cari nostri, parla
l'affetto di padre, di figlio o d'amico, con dolce dignità , con amorevole
rispetto , con confidente dimestichezza ; scrivendo ai dappiù lo penna va più
ratte- nula per sentimento di modestia e di reverenza; ai da meno , si procede
con un certo riserbo misto a gravità ; co- sicché in questo apparisce non di
rado un po'd'arte , in quelle di parenti e d'amici , senlesi più facilmente la
schietta natura, il perchè riscontriamo in generale anche negli ec- cellenti
scrittori essere Ira le loro lettere migliori quelle in cui piii s'espande il cuore.
7. II line della lettera può essere d'informare alcuno, d'interrogarlo, di
consultarlo , di pregarlo, di ringraziarlo, di esortarlo o riprenderlo, di
raccomandargli persona, di scu- sarsi , di congratularsi ó condolersi seco , ed
altri infiniti atti- nenti alle varie contingenze della vita; quindi quello di
dare opportuna risposta a ciascheduna di siffatte lettere; laonde in generale
dividonsi in missine e responsive; in particolare di- consi d'avviso o di
ragguaglio , di domanda, di consulta o di preghiera, di ringraziamento,
d'esortazione , di riprensione, di raccomandazione , di scusa, di
congratulazione, di con- doglianza, d'augurio, d'invito, di negoy ec. In tutte,
come in ogni altro eomponimenlo , richiedesi principio, mezzo e fine; cioè
parole come d'esordio a conciliarci l'altrui grazia e benevolenza , esposizione
dell'argomento con fatti , motivi e ragioni , opportuna conchiusìone, ove
d'ordinario primeg- gia l'affetto di tenerezza , d'amicizia , di devozione , di
con- fidenza , di giubbilo o di mesiizia. In tutte, massimamente nelle lettere
di ragguaglio e di negozj , richiedesi per prin- cipale qualità la chiarezza ,
studiandoci di dare alle nostre idee nesso ed ordine; perocché se chi parla
confuso, oltre al non farsi intendere , esponesi alle beffe , quanto più deve
cercare di spiegarsi chiaramente chi scrive a persona lontana, |1) Liti. a\
Cimbì. ìlacc. per non essere franteso con danno proprio o d'altrui, e senza
pronto riparo per la non pronta spiegazione ? Arroge che per i più la lettera è
specchio e misura dell'anima e dell'ingegno dello scrivente. 8. È vano il dire
che lo stile epistolare vuole concetti semplici , naturali e conformi alla
condizione ed età si dello scrivente che della persona a cui si scrive ;
richiede soprat- tutto schiettezza di sentimenti , e venuti proprio dal cuore,
chè nulla avvi di più nauseante dell'affettazione in una let- tera , e che dia
più sfavorevole idea del suo autore. Richiede del pari elocuzione facile ,
piana e disinvòlta , e principal- mente senz'ombra di ricercatezza ; anzi nelle
lettere di più confidenza non stara male un po'di quella negligenziuola , che
celando l'arte meglio rivela la natura; conciosstachè , come scrive un moderno
, ciò che proprio innamora , sia una certa sprezzatura elegante , ed un fare
alla mano e casalingo. 9. Difficile, per non chiamarla impossibile, e forse
inutile opera è il darò particolari precetti per ciascuna specie di lettere,
variando all'infinito le occasioni per le quali scri- viamo e a cui ben
dobbiamo por mento; cosicché migliori maestri del cuore e del buon senso non
sapremmo additare per compor buone lettere , nè per dettarle con eleganza mi-
gliori esemplari di quelle di Cicerone tra' Latini , tra'nostri di quelle del
Caro, de'due Tassi, dePiledi , del Bonfadìo , del Perticari , del Giordani , e
specialmente del feslivissimo Gozzi, del quale ci piace di riportarne ima ad
esempio, dando però la precedenza ad una di quelle di Tullio che ne fu a tutti
gli altri guida e maestro. « Jlf. T. Cicero Papirio Paclo S. D. <t Heri veni
in Cumanum : cras ad te fortasse : sed , « quum certum sciam , faciam te paulo
ante cerliorem ; a elsi M. Ceparius , quum mihi in silva Gallinaria obviam a
venisset , quaesissemque quid ageres , dixit te ih letto « esse, quod ex
pedibus laborares. Tuli sciticet moleste, !< ut debili ; sed tamen constitui ad te venire,
ut et viderem «te, et viserem, et coenarem etiam. Non enim arbitror 9
« coquum eliam le arlhrilicum babere. Expecta igitur , ti hospitem cum minime edacem , tum
inimìcum coenis « sumpluosis. Vale
». (Ex Lib. IX, Ep. XXIII). « Ad Anton. Federigo Seghezzi. a Voi siete costà
pieni di dogi , di procuratóri , -di ma- li schere e di giuochi. Qui il nostro
spasso è godere un poco « di fresco in sulla sera, che con questi bollori non
è- poco « utile : e credo che in Venezia non avrete tanta consolazione. « Fra
la mia pigrizia nello scrivere e la poca voglia che « ha lo Storli di pagare ,
basterà che quel libro si cominci « a stampare nella valle di Giosaffà. Non
aspettate più quei "« denari ch'io vi dissi, perchè il iìltajuolo ci
domanda in- « dugio fino a S. Martino , essendo stalo disertato dalla gra- «
gnuola. Datemi qualche notizia del fatto vostro , e quanto n sia avanti la
raccolta di rime piacevoli che fate pel Co- li mino di Padova. I Gozzi
riveriscono la signora Daria , c « voi e il fanciulletlo. Amatemi e scrivetemi.
Addio. « Di Vicinale, addi 8 Luglio 1714 ». S- 3. Del Dialogo. 10. Siccome
talvolta avviene che per lettere si trattino altresì argomenti riguardanti
scienze o pubblici negozi , onde elevandosi da! genere umile al mezzano, non
più let- tere familiari , ma scientifiche e politiche sogliono dirsi ; cosi il
dialogo servendo alla trattazione ora di cose tenui, ora di gravi , trovasi
appartenere quando al genere umile, quando al mezzano. Qui dunque convien
parlar del dialogo di piti dimessa natura. . . H . II dialogo, che s'aggira
sopra comuni e modesti argo- menti , rappresenta una conversazione di due o più
interlo- cutori che s'intertengouo ragionando insieme su cose riguar- danti per
lo più la vita ordinaria e la loro propria condizione. E poiché
gl'interlocutori sogliono essere o i genitori e i loro figliuoli , o il maestro
e i suoi discepoli , ovvero due o più L'.tj l :>.'"J Lv amici, o alcuni
del popolo , può riguardarsi una scena, come dicesi , di famiglia , o popolare.
12. Sotto tal forma dialogica è, e dev'esser sempre, un fine morule ed
istruttivo. Introdottosi con quella naturalezza che si sa maggiore il discorso
, ciascuno parli secondo il pro- prio carattere , età e condizione , e si
svolga il toma propo- sto, non in aria cattedratica, ma, come suol dirsi, alla
casalinga, rallegrando ìa trattazione delle cose coll'amenilii e col brio del
conversare festevole. Lo scrittore pertanto , siccome fìnge di nascondersi , si
nasconda davvero , e l'arte sua sia quella di non mostrar l'arte , dipingendo
al naturale i suoi interlocutori , s\ che questi o non altri , sembri di
ascoltar realmente. Siano adunque semplici i concetti , fami- liari le immagini
, vivo e disinvolto il dialogo , facile e popo- lare la elocuzione. I
dialoghetti di Pietro Thouar per fanciulli ne possono essere un imitabile
modello. Capitolo II. - Dei Componimenti in Prosa di genere mezzano. &. * .
Del Dialogo. 1. Imprendendo a dire de 1 componimenti in prosa di ge- nere
mezzano, incominceremo da quelli di formo dialogica, quasi seguitando la
trattazione del paragrafo precedente. Ivi dichiarammo appartenere il dialogo al
genere umile ed al mezzano : del primo dicemmo quanto parvo fosse necessa- rio;
ora tratlerem del secondo. 2. Il Dialogo, che per la natura delle cose gravi
che vi si trattano , ha qui luogo conveniente , è anch'esso una con- versazione
che fingesi il più delle volle tenuta tra uomini autorevoli per eia , per grado
e per sapienza, i quali stanno ragionando insieme o di scienze , o di lettere ,
o d'arti , o di qualsivoglia altro rilevante argomento. Una tal forma , sic-
come adattalissima al genere didascalico , fu già adoperata da Socrate co'suoi
discepoli, onde diecsi ancora Socratica. Il Dialogo pertanto ove i personaggi
che non di rado lo sostengono , e !e dottrine che vi si svolgono, s'elevano
sull'or- dinario, è di natura nobile ; quindi richiede dignità di cose e di
parole conveniente al carattere degl'interlocutori , non senza però quella
gioconda urbanità che con tanto diletto tra'ben costumati si usa. 3. 11 Dialogo
di tal natura può in due modi condursi , o introducendo gl'interlocutori com'in
iscena a favellare, o riferendone quale istorico le proposte e risposte. Nel
primo modo l'autore non apparisce ; nel secondo ci è sempre di- nanzi ; quello
è drammatico, questo uarratìvo ; quello per avventura più piacevole e spedito,
questo piil grave, ma ritardato dall'» disse , eì rispose; finalmente il primo
dipinge una scena che quasi coll'udìrla si vede ; il secondo la narra, come se
l'autore ne fosse stato testimonio d'udita. Del primo modo si valse ne'suoi
Dialoghi Platone , Tullio del secondo, l'esempio dc'quali chiarisce abbastanza
essere tutti e due adatti e belli. 4. li Dialogo pertanto riesce utile e
dilettevole; utile, perchè proposta qualsivoglia questione sopra un punto di
scieuza , di morale , di critica letteraria o artistica , riceve pieno il suo
sviluppo, mercè le opportune obiezioni e solu- zioni che fannosi a vicenda
gl'interlocutori ; di qualità che veggonsi in bella e naturai forma schierati
gli argomenti prò e conlra della trattala controversia ; riesce dilettevole,
perchè mentre pasce l'intelletto di succosa istruzione, reca all'animo un dolce
sollievo , infiorando eziandio lo più. astruse e più aride questioni colla
festività d'un'urbana conversazione. 5. La legge del verisimile poi vuole che
si tratteggino fedelmente i caratteri de'personaggi ; quella dell'onesto , che
trionfi maisempre il vero , il buono , il bello ; quella, del di- letto , che
il Dialogo proceda svarialo secondo la natura dell'argomento e
degl'interlocutori, facile e disinvolto, sparso opportunamente d'immagini gaje,
di sali e di bei motti po- polareschi , e dettato con nitidezza , con venustà e
con garbo. N'avrai elegantissimi esempj , oltre agli stupendi Dialoghi già
citati di Platone e di Tullio , in quelli dello spi- ritoso Luciano Ira gli
antichi, e Ira'moderni nostri nel Pan- DI RETTOUICA 133 dolfini , nel
Machiavelli , nel Gelli , nel Castiglione , nel Ga- lilei , nel Tasso , nel
Gozzi , nel Monti e net Leopardi. Eccone ad esempio un tratto di quello del
Pandolfini. Nipoti. « E quelle altre due spese, cioè le necessarie e « le
volontarie, con che ragione abbiamo noi a seguire? Agnolo, a Le spese necessarie
quanto più tosto si può. Figliuoli. « Non pensate voi prima qual modo sia il
mi- <i gliore? Agnolo, << Cerio sì; nò credete che in cosa alcuna a me
« paja da correre a furia , ma fare tutte le cose pensata- li mente; perocché
quello che è necessario a fare , mi piace « subilo averlo fatto, non fosse per
allro , che per avermi « scarico di quel pensiero ; e però fo le spese
necessarie « presto ; le volontarie con modo buono e utile. Figi, e Vip. «
Qual' è ? Agnolo. « Indugio parecchi termini ; indugio quanto « posso.
Figliuoli. « E perchè-? Agnolo. « Per bene. Figliuoli. « Desideriamo saperlo,
perchè crediamo buona « cagione vi muova. Agnolo. « Dicovelo: per vedere se
quella voglia ces- « sasse in quel mezzo, e, non cessando, pure ho spazio » di
meglio pensare in che modo spenda meno, e meglio <• mi soddisfaccia. Nipoti.
« Uendiamvi grazie. Ci avete insegnato schi- « fare molte spese , le quali ,
come giovani , non ce ne sa- li pevamo raffrenare, e però a' vecchi dobbiamo
credere e « rendere riverenza, domandare noi giovani, e volerò dai a vecchi
consiglio » {Trattato del Governo della Famiglia). g. 3. Del Ragionamcnlo. 6.
Chiamasi nell'arte nostra liagionamento o Discorso quella scrittura , ove
l'autore imprende a mettere in chiara luce o in sodo una sua dotlrino o teoria
; e poiché suo pre- cipuo fine è l'istruzione altrui , gli è d'uopo di grande
per- spicuità nell'ordine delle idee e degli argomenti ; lo che potra
procacciarsi col ineditare a lungo il suo tema , e collo svolgerlo
ponderatamente e con calma. Si leggerà quindi non solo con vantaggio, ma ancora
con diletto, se vi si dirà sol quanto basta e non più , e se alla dottrina ed
opportuna erudizione si congiungera stile lucido e temperalo non che elocuzione
pura od elegante qua e là rifiorita di quelle figure semplici e caste che detta
un'immaginazione guidata dalla ragione. Il Discorso prende nomo ancora di
Dissertazione se vi si dilucida qualche oscuro passo d'autore , o vi s'illustra
qualche punto di scienza razionale , fisica , slorica , archeo- logica ec. ; se
poi vi si sostiene qualche opinione controversa, o vi si combatte l'altrui,
chiamasi Polemica, in quella, ol- tre alle doli sopra esposle , ricliiedesi
ampio corredo, d'eru- dizione, e sana critica ; in questa eziandio molta
urbanità, perchè non divenga, a cornuti vituperio, seme di gare puerili e
peggio. I discorsi del Machiavelli su Livio, i Ra- gionamenti dello Zanetti
sull'Arte Poetica, le dissertazioni del Borgbini sull'origine di Firenze ne
sono bellissimi mo- delli ; se tale ò poi per la lingua , non è certo per la
urba- nità l'Apologia del Caro, la quale cito, perchè se no fugga la vergogna,
come appunto mostravasi ebbro l'ilota al fan- ciullo spartano. g. 3. Del
Discorso Accademico. 7. E l'Accademia un illustre consesso di doni , raccol-
tisi a fine di conferire colle proprie investigazioni all'incre- mento delle
scienze , leltcre edarti. Nelle solenni adunanze Accademiche pertanto suol
farsi lettura di ragionamenti e dissertazioni , di lezioni , d'elogi e
d'orazioni. É chiaro che in ciascuno di questi componimenti l'accademico deve
pro- porsi di giovare alla scienza o all'arte , o almeno col dipin- gerne la
nobiltà e l'eccellenza, d'inspirarne sempre più vivo nei cultori l'amore. 8.
Dei ragionamenti dicemmo ; solo aggiungerò che de- stinandoli a pubblica
lettura, l'autore s'attenga ad una giu- sta brevità , e si studii di dar loro
un abito nuH'afTalto pom- poso, ma schiettamente adorno , qual si conviene a
chi si fa DI RETTORIE! 135 innanzi a gente culta e civile. Della lezione accademica
poi dirò che modestamente proposto all'altrui grave senno il tema , si svolga
con eletta serie d'argomenti e di dottrina, con lucido ordine, con sobrietà e
senza pretensione, tenendo sempre il tono persuasivo , mai il declamatorio , e
tanto oieno il dittatorio. Materia di siffatte lezioni è d'ordinario o l'espo-
sizione di qualche scoperta scientifica o letteraria , propria' o d'altrui , o
l'esame critico d'opere, o l'illustrazione di qualche passo d'autor olassico ,
dal iato storico, ermeneutico, filo- logico ec. 9. L'Elogio, che dicesi anche
Memoria, e un'onorevole ricordazione della vita e delle opere di cospicui
accademici o d'altri valentuomini , chè il far ciò è debito verso di essi ed
utile altrui. Dettone intorno alla vita civile e letteraria sol quanto basta in
sua lode, mostrisi con critica assen- nata l'eccellenza delle opere, e quanto
l'autore ben meri- tasse per queste della scienza, delle lettere e della
patria; se ne pongano in chiara luce i pregi, ma non se ne nascondano ì
difetti, cosi s'aggiungerà fede alla lode, e si gioverà all'arte, a cui nulla
più nuoce quanto il dissimulare le mende dei grandi, le quali possono per
l'esempio troppo adescare i mediocri. 1 0. L' Orazione finalmente ha qualche
cosa di più elevato. S'apre d'ordinario con essa l'adunanza, mostrando o ram-
mentando lo scopo della medesima; si usa in occasione d'innalzare pubblici
monumenti, di distribuir premj ono- rari, 0 d'altro grande e straordinario
avvenimento, sempre però dentro alla cerchia accademica. Potrà l'orazione com-
parire alquanto pili adorna degli altri componimenti sopra notali, ma non già
meno feconda di succosa dottrina e d'utili pensieri , istruendo intorno al
magistero delle arti , destando coll'escmpio della gloria altrui fiamme d'emula
virtù e spargendo copia di civile sapienza. Se ti farai a leg- gere le belle
prose del Giordani, del Niccolini e dell'Arcan- geli, vi troverai eccellenti
modelli di lezioni, d'elogi e d'orazioni accademiche, i quali mostrandoli
quanto senno e dottrina seppero i loro autori congiungere alla semplicità ed
alla grazia d'uno stile facile e d'una elocuzione eleganlissima, faranno che tu
non vorrai imitare quelle prolisse e camuffate dicerie accademiche di un Icmpo,
gii» di sopo- rifera memoria per la loro sonora vacuità. g. 4. Della Lezione
Cattedratica. H. La Cattedra è luogo di grave insegnamento, e chi vi siede ha
l'obbligo di diffondere negli animi adolescenti la luce della scienza e l'amore
per questa; di qui la ne- cessita di soda e non comune dottrina e di nobile
eloquio. Le lezioni pertanto del professore sogliono comprendere la sposizione
piti o meno eslesa della sua scienza, e formano un tutto connesso e coordinato
allo sviluppo del largo suo tema. Il discorso proemiale suol dirsi prolusione;
dove toc- calo della utilità , necessità ed eccellenza della propria
disciplina, dichiara l'ordine coi quale divisa procedere nel corso delle sue
lezioni, affinchè, accennala la meta, resti cosi segnata la via a più
agevolmente conseguirla. Nelle lezioni poi scomparte con savia economia il cibo
del suo ammaestramento si che i giovani intelletti non n'escano giammai
aggravali pel troppo, o non ben satolli pel poco; e soprattutto guarda che il
cibo sia sano; perocché se mal nutrisce il non digesto, e non abbastanza lo
scarso , il mal- sano avvelena. 12. 11 professore poi che sa di parlare ad
amici, anzi a figliuoli , spoglio affatto dell'austero sopracciglio della bur-
banza , ragiona con essi con dignitosa gravità, mista [ad amorevole
benevolenza. Si guarda dalì'avvolger la scienza tra le fosche caligini
d'un'aslrusa metafisica, e per quanto quella il comporta, la rivela alle menti
splendida e chiara. Sa che a renderla amabile molto giova un bell'abito , ed ei
l'adorna non mica con lisci e frastagli , ma qua! s'addice a nobile donna, colla
grazia della semplicità e colla venustà di pura, propria e forbita elocuzione.
Ammorbidisce talvolta certe ruvidezze e aridità inseparabili dalla scienza con
ac- comodate immagini tolte dai tesori della natura, della sto- ria e della
erudizione ; cosi istruisce e diletta i suoi cari discenti , che coll'amore
alla scienza ed a lui ne ricambiano le cure, Sene volete cscmpj , il Monti, il
Foscolo, il Parini e il Colombo, per tacer d'altri, ce ne forniscono nel loro
genere in buon dato e pregevolissimi. g. 6. Del Trattalo. 13. Il Trattato è
pure diretto alla istruzione, e può con esso in qualsivoglia materia
ammaestrarsi. Il pregio prin- cipale del trattato pertanto non è, ne può esser
altro che la verità della dottrina che vi si spiega; il secondo n' è la distribuzione
delle parli, che bene tra loro armonizzando ingenerano ordine e chiarezza;
l'ultimo n'ò la perspicuità del dettato. 14. Quale che sia la materia , morale
, metafisica, fìsica, razionale, letteraria , artistica, economica, o qua l'ai
Ira mai, fa d'uopo stabilirne saldi ed inconcussi i principj, e non torcere
giammai dalla gran triade dell'umana sapienza, del vero cioè, del buono e del
bello. Data giusta e compiuta definizione del nostro subbietlo, se ne
dispongano le pani secondo lo divisioni e suddivisioni, che dalla definizione e
dalla natura di esso deriveranno , di forma che le prime servano sempre di
luce, di nesso e di passaggio alle se- conde, e cosi va discorrendo fino alla
fine. Siane l'elocu- zione pura, nitida e facile, e soprattutto chiara per
bella proprietà e giacitura di parole. Pongasi mente eziandio alla qualità
delle materie di cui fannosi i trattati, e delle per- sone per cui fannosi. Nei
trattati di cose gravi e pei dotti, sia grande e profonda dottrina in stile e
dettalo nobile e dignitoso ; in quelli scolastici sia idonea e ben ordinala sa-
pienza sposta iu modo breve , terso e piacevole; finalmente in quelli per il
popolo, siano utili verità senz'astrattezze, e dichiarate nel suo schietto e
natio linguaggio. Perfetto mo- dello n'è Cicerone negli Vffisj; imitabile è
nelle sue Istitu- zioni Quintiliano; bello è il Trattalo d'Agricoltura di Pici-
Crescenzio, volgarizzamento del buon secolo, leggiadrissimo per dettato quello
del Passavanli sulla Vera Penitenza; stupendi quelli di Galileo sulla sua
scienza , elegante quello del Pallavicini sullo Stile, aurei quelli del
Costa (Ili NT AM sulla Elocuzione e del
Perticar! su' Trecentisti , per passar- mi d'altri non meno degni di studio c
d'imitazione. §. C. Della Novella e del Racconto. 15. Finquì abbiasi parlato
dei componimenti in prosa nei quali , essendo per la maggior parte di genere
didasca- lico, prevale l'utile al diletto; resta ora a dire di quelli dove il
diletto prevale all'utile, conciossiachè nelle opere letterarie questi due
elementi debbano necessariamente combinarsi , quantunque in grado diverso
secondo il line , se non vogliamo che l'utile scemi d'efficacia per manco dì
diletto , e che questo senza di quello non si riduca a un vano suono di ciance.
1G. Incominceremo dalla Novella, siccome quella che può dirsi uno dei primi
giojelli della nostra letteratura, e alla quale va debitrice della sua piti
splendida gloria la prosa italiana. È la Novella un breve racconto piii o meno
fan- tastico, dove narrando qualche lieto o pietoso avvenimento, o riferendo
qualche astuzia, scherzo, pronta ed arguta ri- sposta, si cerca d'ammaestrar
dilettando. Può la Novella slare da se spicciolala , come vediamo nel
Firenzuola , e possono più novelle collegarsi tra loro , di forma che tutte cospirando
ad un fine unico , facciano un grande e intero componimento (1), come
riscontrasi nel Decamerone. Ora è l'autore che narra, come usò Franco
Sacchetti; più d'ordi- nario vengono dal novelliere introdotte sollazzevoli
persone, che novellando Ira loro piacevolmente inlertengonsi ; cosi il
Boccaccio, il Firenzuola ed altri. 47. Il subbietlo della novella può o
interamente trarsi dalla propria fantasia, ovvero da renli avvenimenti e fatte-
relli curiosi , i quali se di fresca data , riusciranno ancora più piacevoli.
Breve anzi che no, o almeno sempre propor- zionala al subbietto vuol esser la
narrazione; nè ammette lunghe digressioni , nò soverchia complicazione
d'intreccio, essendo uno de'bei pregi della novella l'esser per chi l'ascolta
il, IUsali.i. Ammaeslrameatì , lib. Ili, r.. 2, K>. facile a ritenersi.
Volentieri però si adorna di pittoresche descrizioni e di movimento drammatico,
e sopra t Latto ama, col tenere alcun tempo intra due l'alimi espilazione, di
produrrò grata sorpresa con impensato scioglimento. Il fine morale poi vi sia
sempre , e più eflicace riuscirà , se l'au- tore non lo dichiara aperto, ma fa
che lo traveda il letto- re . ossia che gli dipinga la pura voluttà di chi ben
oprando a lieto fin si riduce , o la mala fortuna a cui d'ordinario fan
capitare le umane follie; perocché sembra non molto s'addi- ca al novelliere
l'affibbiarsi palese la giornea di moralista,. 18. Convenendo alla novella ogni
argomento, dal più mesto al piii burlevole, si appropria altresì ogni stile ed
ogni, colore. Gli svariatissimi subbie Iti delle suo novelle dieder agio al
Boccaccio, « come ben osserva il Sismondì, « di mostrar tutte le ricchezze
dello siile più nobile e « più grazioso Le novelle che sono variate con arte «
infinita, in quanto al subbietto e al modo di trattar- li lo, dalle più
commoventi e più tenere fino alle più « facete, e sventuratamente fino allo più
licenziose, sono o splendido e certo testimonio del suo mirabile ingegno e o
della sua eccellenza nello scrivere. .. Qui è comico, qua « tragico: ora è
popolare e familiare a! tutto: ora s'innalza « alla più sublime eloquenza:
narra, ragiona, descrive, e a il suo stile è sempre vario, sempre vivo, sempre
natura- ti le a (1). Queste giudiziose parole, mentre suonano lode al celebre
Certaldese, contengono in pari tempo le principali regole per ben dettare
novelle. E Stringe proprio l'anima, che tante gemme siano non di rado avvolte
nel fango schifoso della oscenità, tanto che- il razzolarvi dentro sia pei ben
costumali giovinetti perniciosissimo. Se ne guardino adun- que per quanto sia
loro a cuore il pudore, il cui danno, come santamente diceva l'illustro
Itosminr, non e compen- sato da una montagna d'eleganze; e ben potranno in
egual modo nelle Novelle di quest'autore, scelte a bella posta per essi,
apprendere e la fedeltà de 'caratteri , e la freschezza 11}. Ved. Op. di Qioo.
Boccaccio. Edii. di Flr. per P. Pantani, Le Mounier , 1857 , p. vi. 4 40 DELLE
ISTITUZIONI ELEMENTARI delle dipinture, e la varietà dello siile , e la
leggiadra ame- nità del colorito; doli inseparabili dalla pregiala novella, che
di tutte il Boccaccio è pur sempre maestro. I novellieri cinquecentisti,
tra'quali per ogni conto va primo il Firen- zuola , se giunsero a ben imitarne
le grazie, lo vinsero per avventura nella licenza. Con questi adunque va'eauto
del pari , e meglio ti approderà la lettura delle novelle che ab- biamo del
Cesari, del Colombo e del piacevolissimo Gozzi. 19. Molto affine alla Novella è
il Racconto, il quale con- siste nel riferire un breve fatto o detto che può
essere al- trui d'ammacsiramento o d'ammirazione. Pie differisce poi non solo
nella sua natura più modesta, ma eziandio nella sostanza, essendoché la novella
s'aggira più ordinariamente su cosa finta, o se su vera, molto la rifiorisce e
l'avviva co'modi suoi l'immaginazione dell'autore; mentre il racconto non è che
la schietta narrazione d'un fallo vero, o almeno per tale ricevuto. Appo gli
antichi però n'era comune il nome, secondochò riscontrasi nel Libro detto delle
Cento Novelle, in quelle di Giovanni Fiorentino o di Franco Sac- chetti, dove i
fatti coniali sono per lo più di ragione sto- rica. Questi autori poi ci
porgono bei modelli della sempli- cità e del candore, onde vogliono esser
condotti questi brevi componimenti. Siane esempio questo del Sacchetti. a Dante
Alighieri, sentendo un asinajo cantare il libro a suo, e dire: Arri, il
percosse, dicendo: Cotesto non vi a miss'ìo; e lo rimanente, come dice la
Novella ». « Andandosi un dì il dello Dante per suo diporto in a alcuna parie
per la città di Firenze, e portando la gor- a giero e la bracciajuola, come
allora si facea per usanza, a scontrò un asinajo, il quale aveva certe some di
spazza- o tura innanzi; il quale asinajo andava drieto agli asini, a cantando
il libro di Dante , e quando avea cantato un a pezzo , toccava l'asino e diceva
: Arri. Scontrandosi Dante a in costui, con la bracciajuola li diede una grande
balac- a chiala sullo spalle, dicendo: Cotesto arri non vi miss' io. a Colui
non sapea nè chi fosse Dante, nè per quello che « gli desse; se non che tocca
gli asini forte, e pur: Arri. « Quando fu un poco dilungato, si volge a Dante,
cavan- a doli la lingua, e facendoli con
la mano la fica, dicendo: « Togli. Dante veduto costui , dice: Io non ti darei
una dello a mie per cento delle tue ». '§. 7. Del Romanzo. 20. Fu detto esser
le lettere l'espressione del secolo: e veramente nel trecento si pajono colla
ruvida semplicità di quel tempo; eleganti e cortigianesche nello splendido cin-
quecento; tumide o sdolcinate nell'eli» seguente tronfia e molle. 11 seco!
nostro ambisce al vanto della popolarità, e le lettere anch'esse danno la
preferenza sull'epopea alla poesia del Romanzo, siccome il più atto a ritrarre
le più svariate scene della vita civile, e ad aggirarsi in mezzo del popolo.
Del Romanzo adunque che sembra a'nostri di tenere il campo nell'amena
letteratura, è proposito nostro ora trattare. 21. Il Romanzo è un'estesa
narrazione d'avvenimenti o del tutto immaginati, o misti più o meno di reale, a
fine d'istruire e di commuovere dilettando colla leggiadra e viva dipintura
degli uomini c delle cose, quali poterono essere, o veramente furono. Un tal
genere di componimento si co- nobbe Ira'Greci sul dechinare della loro
letteratura, e n'è saggio, per non dire d'altri minori, il Dafne e Cloe di
Longo Sofista. Ne'rozzi tempi dell'era nostra sì favoleggiò in verso e in prosa
dei Cavalieri della Tavola Rotonda, e dei Pala- dini di Carlo Magno, dai
Trovatori Provenzali in quella lin- gua mista di gallica e di romano, la quale
si disse romanza, donde venne al racconto, e dì poi piii specialmente a quello
in prosa, il nome di Romanzo. In tal modo le narrazioni più o meno favolose
furono in seguito appellate general- mente romanzi. 22. Ora polendo in certa
guisa riguardarsi il romanzo siccome un poema in prosa, vuol esser condotto a
un bel circa con quelle stesse regole che governano il vero poema; quindi
richiede unità d'azioue, si che il subbie Ilo principale sopra d'ogni a|lro
grandeggi, ne mai si perda interamente di vista; orditura naturale nel suo
intreccio, altrettanta nel ■suo progresso, verisimile, nel suo sviluppo;
dipintura d'azio- ni grandi per pietà o per maraviglia; verità e varietà nei
caratteri sempre eguali a sè stessi; proprietà di costume, collegamento delle
parti accessorie o episodiche col fatto principale; movimento d'affetto,
ricchezza d'immagini, splendidezza e convenienza di dettato. Accoppia peraltro
il serio al ridicolo, studiandosi di dare un ritratto piti com- piuto della
vita umana quindi suo gran teatro è la na- tura, e le sue scene sono le città,
le campagne, i dorati palagi , le casupole e le piazze, il sacro silenzio del
chiostro, lo strepito feroce dc'eampi di guerra, la calma serena di limpido
lago, il fremito d'un mar tempestoso e la terribile maestà delle alpine
giogaje. Finalmente la sua forma ora è narrativa, ora drammatica, or
descrittiva; laonde lo stile ora è nobile e disinvolto, ora vivo e popolare,
ora florido e pittoresco, sempre poi nitido ed evidente (2). 23. I primi
romanzi pertanto furono cavallereschi ed erotici come fra gli al tri i lìealìdi
Francia, e il Fihcopo del Boccaccio; dipoi vi si trattò di lettere e
d'educazione, e furono chiamati filosofici, come il Candido di Voltaire;
letterarj , come i Viaggi d'Anacarsi di Barthèlemy, educativi, come il Telemaco
di SI. Fénélon: fuwi il satirico, qu'al è il ì). Chisciotte dello Spa- gnolo
Michele Cervantes, il quale col ridicolo frustò e corresse l'esagerazione dello
spirito cavalleresco, e la romanzomauia de'suoi tempi. Finalmente si divise in
ideale e storico. L'ideale o fantastico che dir si voglia, è un racconto d'av-
venimenti iateramente immaginati dalla fantasia dell'autore, come il Paolo e
Virginia di Bernardino di Saint-Pierre. Storico dicesi f|uelio che riferisce
fatti, la cui sostanza è tratia dalla Storia, cornei Promessi Sposi dell'
illustre Man- zoni. E qui cade in acconcio dire due parole sul Romanzo Storico
, del quale molto si è parlato prò e contro , e non so se debbamì dir con
Orazio: Adhuc sub judice lisest»(A. P. v. 78). (Il Gioberti, Primato, pag. iOi.
(21 Lo stesso Giobei li osserva che i romanzi di forma epistolare sono meno
perfetti , perché non possono per ordinario dipingere la situazione dei
parlanti , quasi allori sequestrati dalla scena; e il dialogo cade facilmente
nel languido e nel fastidioso. Taluni sì mostrano avversi a questo nuovo genere
di componimento , tra'quali lo stesso Manzoni che , mentre i suoi Promessi
Sposi sono per giusto lilolo delizia e gloria dell' Italia, si è fatto incontro
al Romanzo storico , e coll'arme d'una stretta dialettica gli ha contrastalo a
palmo a palmo il terreno. Le opposizioni pertanto che si mettono in campo
contro il romanzo storico possono ridursi principalmente a due: 1.* sulla
invenzione ; 2. 1 siili' ordimento. Esaminiamo adunque gli argomenti contrarj ,
e colla scorta di valentuo- mini di lettere [1) studiamoci di dare a questi una
risposta quanto sapremo più soddisfacente. 25. Dicesi essere il romanzo storico
una narrazione di ciò che è nelle storie , e di ciò che è solo portato della
im- maginativa dell'autore; l'uno coll'altro non di rado mischiarsi eziandio io
un solo medesimo fatto; esser dunque un com- ponimento Ìbrido, dove trovansi
alla rinfusa commiste facla atque infecta; quindi avvenire che ove le cose
inventale, siano in modo dipinte, che non differiscano dalle vere che per la
incomunicabile qualità'di esser tali , qual regola avrà il lettore per ben
distinguere i! vero dal falso ? E questa incertezza non distruggerà quella
illusione che è pure sforzo e premio dell'arte., nell'atto stesso che quella
illusione prc- ducesi, essendo repugnanza tra il concetto e l'esecuzione? Ed
ecco che non aggiungendosi il fine del diletto , quello pure ci sfugge della
istruzione (2). 26. Cerio assai poderosi appariscono questi argomenti contro un
tal genere di componimento. Ma primieramente chi scrive romanzi e chi li legge,
proponesi forse d'inscgmii'e e d'apprendere in essi la Storia propriamente
della? Cosif- (1) Parlando del Romanzo storico , mi fan giovalo di quanlo no
(lìce il Niccolini nel suo Discorso | Vedi Voi. Ili, p. 273 , ed. ci!.) , o di
ciò che il Gotti nella sua lelleia al Ghinozzi , e Adolfo llartoli nel suo
Dialogo sul medesimo argomento. V. Appendice alle Letture di Fa- miglia , Voi.
It , p. 436 ; Voi. Ili , p. 6 ; lip. Galileiana, D.ipo di ciò , mi credo
scusalo dalle frequenti citazioni. (2) Manzoni , Del Romanzo Storico. fatta
stranezza , nè io nò altri crede. Ciascun sa non essere il romando che opera
piti o meno di faniasia, e che il ro- manziere non vuole, uè (leve altro
proporsi che penuelleg- giarc con colori tolti fedelmente dalla storia certi
tempi ed avvenimenti, e trarre mercè della illusione della verisimi- glianza il
lettore in mezzo a que'lempi e a quegli avveni- menti per is traimelo con suo
diletto; nè può nè deve il let- tore pretendere di più, 11 dir poi che la
meschianza del vero e del falso, del reale c del fantastico, è madre della
confu- sione c morie del diletto , è principio che mal s'accorda coi canoni
dell'amena letteratura, alla quale se logliele l'onni- potente soccorso della
fantasia, vi muore tisica fra le mani. Non si dimentichi giammai che l'arie
imita e non copia; e l'imitazione non sia nel solo vero, ma nel connubio di
que- sto col verisimile, non consistendo il fine speciale del poeta nel formare
una storia semplicemente vera, ma nel vestirla verità di quelle forme che la
rendono dilettevole. Vedetelo nell'Epopea, nella Tragedia, nella Pittura; tutte
pili o meno han loro fondamento nella storia e nella tradizione ; l'imma-
ginazione v'aggiunge il rcslo, e tale mischiane del fanta- stico col reale
lungi dal trarre in inganno il lettore , e dal distruggerne la illusione,
mirabilmente l'istruisce e dilella. La tradizione dava ad Enea il vanto d'aver
fondalo una co- lonia trojana nel Lazio, e l'epico vi descrive i viaggi e le
fatiche sostenute dall'eroe con lutti quegli avvenimenti che la sua splendida
fantasia crear seppe al vero simigliatiti. La Storia riferisce che Virginio
uccise di coltello la figliuola . per ritorla alle oscene voglie di Appio , e
il tragico dipinge il terribile fatto con tutte quelle circostanze che se non
fu- rono , poterono essere. Conia la Storia il passaggio dell'Adda fatto col
suo esercito da Giovanni delle Bande Nere, e il pittore ce lo pone solt'occhio
con tutto quell'apparato, mo- vimento, ardor militare che l'immaginazione gli
detta di più conforme al vero. Ora potrà dirsi che Virgilio, l'Alfieri e il
Bezzuoli per la meschianza del vero col falso, tradirono l'arte nè istruendo,
nè dilettando ? Mainò, perocché, come dice il Solviui, tulli andarono a un
medesimo fine d'imitare il vero , e perfezionare la natura coll'arle (1) ; nè
può esser diverso U fine del romanziere , i! quale non differisce dal poeta e
dal pittore che nella forma o nei mezzi che adope- ra ; togliete difatto il
verso all'Iliade e all'Odissea, e non avrete che due romanzi. Dunque
allorquando la storia ci fa sapere che nel secolo XVII vi erano certi signori
feuda- larj , i quali nell'orgoglio della loro prepotenza ogni libito faceansi
lecito impunemente , e il romanziere ce li concre- tizza in quel D. Rodrigo che
tutti a maraviglia li rappre- senta , non ne trarremo istruzione pari al
diletto grandis- simo ? Il romanzo storico pertanto non è ohe un'ampliaziono
della storia ; questa non ci dà contezza che d' una parte minima delle cose che
diconsi realtà storiche, dalle quali necessariamente rampolla una serie
infinita di sloriche pos- sibilità , che nella mente di chi cerca il vero,
compiono la storica narrazione , alla quale danno non di rado la vita e il colore
che dall'altra parLe le mancano. Il romanziere per- tanto, sempreebe la sua
fantasia venga nelle sue creazioni guidata dalla ragione per entro i domìnj
della storia , inne- sta !e cose possibili alle reali , fattosi interprete
della storia medesima. La sola cosa che si richiede da esso , dice il ci- talo
periodico romano , si è di essere illusi con destrezza ; 10 che vale che , se
ama d'inventare , inventi però fatti che non si sappia positivamente che non
avvenissero. Data per vera , come certo fu , !a peste di Milano , quante madri
de- solate non avran cercalo di meglio comporre sul carro fe- rale la esanime
spoglia delle loro care creaturine? Ed ecco che tutte ve le rappresenta il
Manzoni in quella suo del Capi- tolo XXXIV sì pietosamente descritta. Il perchè
, ove le cose inventate che il romanziere intreccia a quelle di ragione H)
Lettere al Montanti , Race, cil., p. 22. - a II Poeta non dovrà n mai
sostituire il friso al vero , ina potrà bau congiungore il probabile n colla
verilà; anzi simboleggia mio, idoleggiando, lanlasticmdo lo ve- li rità, le
verrà, diremmo quasi, veslendo di carne e di polpa , e sot- 11 loponendo agli
sguardi più ottusi e grossolani, che non le vedi abbai o ■ altrimenti nella
esilissima loro astraiione ». Ciò. Cattai., T. Vili ; Ser. Ili, N." 183.
Il Cristo , ossia tota Nuova Epopea. storica sembrino necessariamente
concomitanti il fallo ge- nerale, giovano grandemente a spargere su questo una
più viva e limpida luce che piacevolmente rischiara. 27. Ter ciò che riguarda
l'ordimento del romanzo storico, quelli che gli fanno mal viso, van dicendo
esserne la inven- zione libera e senza legge. È questo pure un falso supposto.
Quello scrittore che si propone di dipingere un tempo qua- lunque , si è già
prescritto i suoi limiti : guai se li valica ; è tosto riconosciuto per falso ,
perchè inverisimile, e il libro si geLta via con dispreizo o con beffe. Il buon
romanziere adunque ritrae dalla storia le tinte onde colorire il suo qua- dro ,
e fa che le opere , i pensieri , le opinioni , le parole , i costumi , le
tendenze de'suoi personaggi siano a'ioro tempi quanto sa meglio conformi ;
perocché sa che sarebbe assai ridicolo vestir Bonaparte coll'armatura del
Barbarossa, egual- mente che far parlar quest'eroe siccome quello, dovendo i fatti
e i personaggi del romanzo storico , come leggiadra- mente dice il Nìccolini ,
esser fiori i quali non possono na- scere che sotto quel cielo e in quella
determinata stagione ; e lo stesso Gualtiero Scott, che ben doveva
intendersene, diceva avere il Romanzo e la Storia comune l'origine ; scopo del
primo essere il mantenere, per quanto lice, l'apparenza del vero , e ciò col
verisimile che su questo si fonda. Dun- que esso ha le sue leggi impreteribili
nella storia, onde viene meritamente appellato storico. 28. Finalmente lo
pongono altri in mala voce per quel ricordare prolisso d'ogni piti frivola cosa
; per quel descri- vere per filo e per segno case, giardini, piazze, tempj ,
armi , vesti , masserizie e che so io , tanto da disgradare in minuzie un inventario
notarieseo; per quello siilo che tal- volta per farsi popolare, cade nel
gaglioffo e nel plebeo, o che per inalzarsi divien turgido e nebuluso ; e più
ancora per quella pazza mania che ha una certa scuola di colorir tutto in nero
, e di evocare con compiacenza quasi direi sa- tanica , nomi di uomini e
memorie di delitti atrocissimi. Ma questi veramente sono difetti non già del
romanzo, ma s\ del romanziere. Che se in dettato elegante, florido e in
bell'armonia svarialo conformemente alle materie, vi si narrerìi qualche grande
storico avvenimento , adornandolo dei fiori più vaghi dell'immaginazione e del
sentimento, deco- randolo di vere e pittoresche descrizioni di persone, dì
fatti e di luoghi, con a guida costante la storica verisimiglianza, e soprattutto
drammatizzandolo a viva scuola di moralità religiosa , civile e domestica , io
tengo per fermo che possa il romanzo storico esercitare in tutte le classi
della civil so- cietà una non volgare nè tenue parte educatrice. 29. Padre di
questa nuova e fecondissima letteratura , come la chiama l'illustre Niccolini ,
fu Gualtiero Scott , in- gegno portentoso dell'Inghilterra. Ebbe in Italia
imitatori degni di lui , e basti per tutti lo stupendo Manzoni. Per opera di
altro insigne inglese , il Cardinal Wiseman , il Romanzo storico ha d'un nuovo
fregio arricchito la letteratura sacra, e l'egregio modello della sua Fabiola
produrrà , io spero , quando che sia il suo Manzoni al Romanzo religioso ita-
liano (1). Capitolo HI. - Dei componimenti in prosa di genere elevato. Sezione
I. ~ Storia g. 1. Origine e progressi della Storia. \. La Storia può dirsi nata
nel seno della religione. Gli uomini naturalmente avidi di tramandare ai futuri
la me- moria d'insigni avvenimenti , la raccomandarono sul primo a un gruppo di
pietre, a un'informe colonna , ai simboli , cui i sacerdoti dipoi consacravano
nei riti e nei geroglifici dei tempj. La poesia , che sacra cosa pur era ,
traeva in- spirazione dalle tradizioni, e queste conservava perenni. Finalmente
la scrittura rese stabili questo stesse tradizioni |l) Si è dimostrato che
l'abate Giulio Cesare Parolari dì Venezia liivàe prima del Wiseman il Romanzo
rei ìrìoso all'Italia, colla sua Allotti , o Nteue Cristiane. DigitizGd &/
Google 1 48 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI patriarcali e monumentali , e Mosè fa
storico divino. L'Egit- to , la Grecia, Roma ebbero anch'esse ne'loro sacerdoti
e pontefici gli scrittori de' loro fasti ed annali. 2. La Storia lascio le
sacre ombre del tempio, forse per opera di Cadmo Milesio, certo di Erodoto
nella Grecia, e e di Q. Fabio Pittore in Roma. Non per questo ella riteneva
tuttavia della sua infanzia , ed ammise prodigiose tradizioni e racconti
favolosi più. atti ad appagare la fantasia che la ragione , comparendo però
nella sua stessa rozzezza piena di maschio vigore, e con impronta originale. AI
maraviglioso sostimi ben tosto il vero, ina nudamente registralo, e solo di ciò
che più gagliardamente colpiva la immaginazione. Cre- sciuta ia civiltà de'
popoli , essa pure ne seguiva l'impulso, e avvoltasi qual nobile matrona in
isplendide vestimenla, di severità s'alleggiava e di grandezza. Se non che
fatta dipoi mula per terrore, o adulatrice per viltà , videsi dalla bar- barie
astretta a ricoverarsi per entro ai religiosi silenzi del chiostro , dove tornala
all'aulica semplicità andava in ru- vide spoglie accozzando alla meglio ciò che
poteva , non bastandole in quel fino bujo la vista a ben disccrnerc il vero dal
falso. Allo spuntare de' primi raggi della nuova civiltà tornò a respirare acre
più libero , e nelle cronache civili serbò quell'aria religiosa e quella
ingenua bonarietà che dai chiostri ritrasse. Ma non guari andò che memore
dell'an- tica sua splendidezza , se ne mostrò assai vaga, e quasi l'aggiunse.
Finalmente strettasi in saldo vincolo d'amistà colla critica, indaga con questa
il vero nell'ordine di tempo e di luogo , scorge nella serie degli umani
avvenimenti le eterne leggi della Provvidenza, e adorna di matronale decoro
librando sopra equa lance uomini e cose , stampa indelebile nota di gloria o
d'infamia in fronte ai re ed alle nazioni. • g. 2. Ufficio e doti della Sloiia.
3. La Storia è l'esposizione vera degli umani avveni- menti a fine d'istruire i
popoli sulla scienza della vita ci- vile, e di migliorarli presentando loro
come in uno specchio la bellezza della viriti e la turpitudine del vizio mercè
il racconto delle buone e delle ree azioni. Primo ed essen- ziale ufficio della
storia adunque è d'essere con tulli e sempre nobilmente veridica ed onesta ;
sublime sacerdozio di civiltà , che rettamente esercitato fa che la storia sia
come il supremo tribunale dell'opinione , e divenga , al dire di Tullio, il
testimonio tempi, la luco della verità, la vita della memoria, la maestra della
vita, l'annunciatrice dell'an- tichità ( De Orat. , Lib. II, c. 9 ). Imperocché
la storia regi- stra nelle eterne "sue pagine le origini , i progressi e
le permutazioni dei regni , le virtii e i vizj , la sapienza e gli errori degli
uomini e delle nazioni , seguendo lo svolgimento dell'umano intelletto
conformemente alla civiltà; quindi e la luce del passato che si riverbera
nell'avvenire. 4. La verità è il nerbo , anzi l'anima stessa della Storia. Per
quanto sa e può, deve adunque lo storico esser ban- ditore del vero , in quanto
servir può d'ammaestramento ai popoli. Guai se per negligenza o per malizia,
comecches- sia l'adombra o lo tradisce ! è a sè stesso d'infamia , e di danno
inestimabile ai posteri. Per ben adempire pertanto le parti di storico fa di
mestieri, come di gè diceva Sallu- stio, quod a spe, metu, partibus reipublicae
animus liber sii. Perocché ove lo scrittore sia allettato da speranza di premj,
di favori o d'onorificenze, o blandirà, o dissimulerà; ove da timore venga
rattenuto , dirà il vero , seppur lo dirà , ma mozzo o innacquato; peggio poi ,
ove sia mosso da spi- rito di parte ; perocché preoccupalo l'animo suo da amore
o da odio, giudicherà uomini e cose tutt'a rovescio, tra- sformerà il male in
bene , il vizio in viriti ed e converso, secondo la passione , e non dicendo ,
com'è suo debito . tutto quanto è , e com'è il vero , mentirà ai posteri ,
tramandando loro col marchio dell'infamia il nome di chi fu degno del-
l'aureola della gloria e viceversa ; e pervertendo le idee di giustizia e di
moralità, diverrà pernicioso al vivere civile. 5. Perchè la Storia addivenga
sicuro testimonio dei tempi, deve lo scrittore raccogliere e disporre gli
avvenimenti de- gni di memoria con giudizioso ordine cronologico; descriver
l'indole delle diverse età ; rappresentare i suoi personaggi quali veramente
furono , per il carattere , per i costumi , per la educazione e per la cultura
; dei popoli riferire la religione, le leggi, le istituzioni, !a natura, i
pregiudizj, la civiltà , finalmente i vizj e le virtii pubbliche e private. 6'.
Perchè poi sia ili fatto la luce della verità , non basta che lo scrittore si
studii d'essere imparziale , se altresì non accerta meglio che sa e può le cose
che narra , o per testi- moni degni di fede , o per autentici documenti, ed in
ispe- ziallà col trascegliere sagacemente , . e dirittamente com- prendere e
questi e quelli. 11 filo della critica sostenuto da un ingegno penetrativo ,
accurato e paziente , potrà ben guidarlo per mezzo agl'intricati laberinti
delle umane azio- ni , e delle testimonianze orali e scritte non di rado oppo-
ste e conlradiltorie , a ben discernere fra tanto falso quel po'di vero che
rilucer deve ad ammaestramento delle età avvenire. 7. Perchè finalmente la
Storia sia la maestra della vita, deve lo scrittore, massime nelle cose piii
memorabili, rap- presentare I consigli che precedettero i fatti, significare se
retti o no que'consigli gli paiono alla stregua del giusto e dell'onesto; delie
opere non solo dichiarare ciò che fu fatto o detto, ma eziandio il come ; degli
avvenimenti esporre le cause e gli effetti , e delle persone illustri per gesta
gloriose delincare a brevi tratti il carattere e la vita. Deve oltre a ciò con
ogni studio conoscer l'uomo ne' suoi vizj , nelle sue virtù, nelle sue passioni
e ne' suoi errori, e distinguere i tempi , i luoghi e le circostanze, a fine di
giudicare dei fatti narrati con dirittura d'animo e d'intelletto, perchè vera-
mente la Storia delti salutari ammaestramenti di civile sapienza. 8. Alle
raccolte materie devo lo storico dar ordine e forma. Scòrto il nesso che
insieme fra loro collega gli avve- nimenti , gli è d'uopo questi seguire nella
loro successione, come auelii di lunga catena ; dividere' per distinte epoche
dalla natura e grandezza degli eventi tracciate il suo la- voro , e innestarvi
con bell'artifizio le parti episodiche per quanto v'hanno d'attinenza ,
schivando le lunghe e non ben connesse digressioni, facendoci Tullio sapere
che: nihil Digitized by Google di hettomca 151 est in historia , pura et
illustri brevitate dulcìm (In Brut.). Così studiandosi di dare maggior
possibile unità alla mate- ria , fare dall'ordine stesso scaturir la chiarezza
(1). 9. La forma poi richiede principalmente gravila e deco- ro; quella le
cose, questo le parole risguarda. Nella scelta dei fatti che sono degni d'esser
ricordali e idonei ad utilmente istruire , non che dì quelli che sebbene meno
rilevanti, pure son tali che spargono luce sui primi e li rinlìancano, consiste
la storica gravità , a cui naturalmente si accompagna uno stile nobile e
dignitoso (2) : quindi vi disconviene tutto ciò che sa di concettoso e
d'arguto. Si serberà poi tutto il deco- ro, ove si adoperi nitida ed elegante
elocuzione, la quale fa- cilmente si pieghi insieme collo stile alla varia
natura delle materie, assumendo da queste ora il carattere narrativo, ora il
descrittivo , ora l'oratorio , ora il veemente. Il troppo basso, il ricercato,
il lezioso assai scemano il decoro, men- tre ben vi sì addice la facile
spontaneità congiunta a un certo grado d'ornatezza , e talora anco d'animata
vivacità, essendoché lo storico è l'immagine del savio ed amorevole vecchio,
che narrando agl'intenti nipoti gli avvenimenti della sua prima età, de' quali
fu testimone e gran parte egli stesso , in rammemorarli si sente talora
infiammato di giove- nile caldezza. 10. Gli ornamenti che assaissimo valgono ad
accrescere coll'uliiilà il diletto, sono i caratteri e le pitture storiche,
sembrando per tal modo quasi di vedere co' propri occhi uo- mini e cose. La
descrizione de' caratteri storici pertanto con- siste nel penuelleggiare con
traiti vivi e decisi le qualità morali , e talvolta anche le fìsiche delle
persone. Il pregio delle pitture storiche è riposto nella giudiziosa scelta
delle particolari circostanze dei fatti , e nel tratteggiarle con bella (1j
Vedi per lutto quello il dotto Saggio sopra Varie slorica di G. F. Nahone ,
Torini) , 1773. (2i Non sono perù da rigettarsi certo minute noliiìn o
aneddoti, die bastano talvolta a far meglio conoscere le cose fi le pKrsone. Vi
fu chi disse con assai d'acutezza e^cie gli aneddoti le spie segrete della
Storia. Ove peraltro credasi che l'inserire tali r.ose per enlio alla nar-
razione possa nuocere alla storica gravità, pongansi in nota. evidenza. Tutto
ciò dà al racconto, anima e calore. Sia de- gno però di special nota quello che
vuoisi cosi descrivere ; perocché non solo riuscirebbe fastidioso, ma anche
ridicolo, il ritrarre a ogni piò sospinto ogni volgar persona o cosa. Di questa
difficil'arte sono principali maestri Sallustio, Tacito e Livio fra i latini,
fra'nostri il Giambullari, il Machiavelli e il Guicciardini. Ne siano d'esempio
il carattere di Siila di- pìnto da Crispo, e la morie di messer Corso Donali
descritta dal Machiavelli. a Sulla gentis patriciae nobilis fuil, familia
proptì jam a exliueta majorum ignavia: litcris graecis alque latinis a juxta
alque doctissume erudilus: animo ingenti: cupidus o voluplalum, sed gloriae
cupidior: otio luxurioso esse: » tamen ab negoliis nunquam voluplas remorala ,
nisi « quod de uxore potuit honeslius consuli: facundus , cal- li lidus , et
amicilia facilis: ad simulanda negotia altitudo « ingenii incredibilis: multa
rum rerum ac maxumae pecu- « niae largilor » {Ilei. Ing.). « Erano le sue case,
c le vie dintorno a quelle, slate « sbarrate da lui , e dipoi di uomini suoi partigiani
affor- « lineate, i quali in modo le difendevano, che il popolo a ancora che
lusso in gran numero, no» poteva vincerle. « La zuffa pertanto fu grande con
morte e ferite d'ogni « parie. E vedendo il popolo di non potere dai luoghi a
aperti superarlo, occupò le case che erano alle sue pro- li pinque, e quelle
rotte, per luoghi inaspettati gli entrò « in casa. Messer Corso perlanlo
veggendosi dai nemici a circondato, ne confidando piii negli ajuti di
Uguccione, « deliberò, poiché egli era disperato della vittoria, vedere n se
poteva trovare rimedio alla salute-, e fatla tesla egli a e Gherardo Bordoni ,
con molli altri de'suoi più forti e a fidati amici, fecero impeto contro ai
nemici, e quelli « apersero in maniera , che poterono combattendo passar- ci gli
, e della cilla per la porta alla Croce si uscirono. Fu- a rono nondimeno da
molli perseguitati, e Gherardo in sul- •< l'Affrico da Boccaccio
Cavicciul'ti fu morto. Messer Corso a ancora fu a Rovezzano da alcuni cavalli
Caldani, sol- « dati della Signoria, sopraggiunto e preso. Ma nel venire e
verso Firenze , per non vedere in viso i suoi nemici vit- ti toriosi, ed essere
straziato da quelli , si lasciò da cavallo e cadere., ed essendo in (erra, fu
da uno di quelli che Io a menavano, scannalo; il corpo de! quale fu dai monaci
a di S. Salvi ricollo, e senza alcuno onore sepolto. Onesto <• fine ebbe M
esser Corso, dal quale la patria e la parte e de'Neri molli beni e molli mali
riconobbe; e se egli e avesse- avuto l'animo più qgielo sarebbe più felice la «
memoria sua d (Stor. Fior., lib. Il, an. 1308). 14. Un altro gradevole ed utile
abbellimento usavano gli antichi , che non va molto a sangue agli odierni ,
voglio dire le descrizioni e le parlale. La descrizione è una più estesa e
ragguagliala dipintura d'un qualche grande e stre- pitoso avvenimento, come di
battaglie, di tumulti, di lem- peste , di terremoti , di pestilenze , di
pubbliche feste e spellaceli. Qui grand'arte richiedesi di disegno e di colo-
rito , sia per la scella e disposizione dc'parlicolari , sia per la viva ed
animala loro espressione,; tanto clic venga a rappresentarsi un quadro distinto
nelle parti, e armoniz- zante pel tulio. A ciò tanlo conferisce una giusta
sobrietà, quanto nuoce una minuziosa profusione di cose e di parole. Le parlale
o concioni che dir si vogliono, sono quelle arringhe poste dallo storico in
bocca d'alcun personaggio, a mo' degli epici e de' tragici. Il Blair ed altri
riprendono tal uso, come contrario alla veracità storica, essendoché per esso
formosi un colai misto di reale e d'immaginato; il perchò preferiscono il
metodo di quei che in persona pro- pria espongono per sommi capi la sostanza
degli altrui pub- blici discorsi. Così adoperò il Machiavelli riportando quello
da Farinata tenuto nel congresso di Empoli. « A questa sì « crudele sentenza
(di disfare Firenze) data contro ad una « si nobile citlà non fu cittadino nò
amico , eccetto che o Messer Farinata degli liberti, che si opponesse; il quale
a apertamente e senz'alcun rispetto la difese, dicendo non « avere con tanta
fatica corsi tanti pericoli, se non per « potere nella sua patria abitare , e
che non ora allora n per non volere quello che già aveva cerco , nè per rifiu-
ti tare quello che dalla fortuna gli era sialo dato, anzi per a esser non minor
nimico di coloro che disegnassero altri- a menli, che si fusse sloto ai Guelfi
; e se di loro alcuno « temeva della sua patria, la rovinasse, perchè sperava «
con quella virtù che ne aveva cacciati i Guelfi difen- t derla » (Stor. Fior.,
lib. II, an. 1260). 12. E per fermo un tal metodo non è mica biasimevo- le, e
per avventura maggior fede accatta allo storico; ma non per questo io reputo
men bello il primo modo, non solo perchè adoperalo dagli storici antichi e dai
migliori nostri recentissimi mantenuto, ma ancora perchè riesce dì grande
istruzione e diletto, senza reale offesa del vero. E difallo ove lo storico
faccia parlare i suoi personaggi proprio come per il loro carattere, per le
loro opinioni , e per la natura delle cose è verisimile abbiano parlato, come
può re- starne adombrato il vero? Guai alla storia, se tali possibilità non
assumessero sembianza di realtà; ed a questo credo mirasse il Manzoni, quando
scriveva: anco del verosimile la storia si può qualche volta servire {Op. di
Ales. Manzoni, Milano, p. 487). Giova poi all'istruzione, perchè lo storico,
senza che paja, porge ammaestramenti e consigli di sa- pienza civile ,
facendoli ancora più autorevoli, corno usciti di bocca ad uomini di slorica
nominanza. Aggiunge final- mente diletto, perchè apre allo scrittore uno
svariatissimo campo , ove far bella mostra di eloquenza politica, militare e
popolana, e perchè da con tal forma drammatica un più vivace movimento alla
storia, il guajo sta soltanto e vera- mente nell'abuso che di descrizioni o di
parlale si faccia. 13. Troppo in lungo mi trarrebbe l'addurre esempj delle une
e delle altre, incontrandosene delle maravigliose in Tucidide , in Senofonte ,
in T. Livio , in Cesare , in Sal- lustio e in Tacito tra gli anlichi; e tra i
moderni nel Ma- chiavelli, nel Guicciardini e ne! Botta. Bastimi tra le mille
citare le descrizioni della pestilenza d'Atene presso Tuci- dide , dei Romani
alle Forche Caudine nel lib. IX di T. Livio , e del passaggio del gran S.
Bernardo per Napo- leone nel lib. XX del Botta (1); per Io parlate, vedi in il)
Storia d'Italia , da! 1739 ni mi. 1f>0 Sallustio quelle di Calilina ai
congiurati , num. 20 ; ai sol- dati, num. 78; nel Machiavelli quella d'uno
de'signori al Duca d'Atene, nel lib. II delle Storie, anno 1341. 14. Essendo la
Storia un quadro più o meno esteso della vita civile, deve di questa porgere
una fedele immagine nella svariatissima serie de'suoi elementi. Ora mercè il
tan- to avanzarsi della civiltà, riebiedesi a buon dritto dagli scrittori di
storie più assai che non. potevasi dagli antichi. Agevolate le vie immensamente
più che per quelli non erano, per acquistare esalta cognizione de'luoghi, delle
cose e delle persone; ampliata da validissimi soccorsi di acco- modate
discipline la critica a viemeglio disecrnere e giudica- re, corre obbligo allo
storico di essere ben versato non solo in geografia ed in cronologia, chiamate
sapientemente dalVico i due occhi della Storia, ma eziandìo nelle religioni,
nelle leggi, nei costumi , nelle scienze morali , politiche ed economiche.
Guardisi però dall'ostenlare un tanto corredo; sia corno il sangue che non
visto scorre nelle vene e da vita. Oltre a ciò non apparisca di narrare per
filosofarvi su, ma le sue osservazioni siano brevi e come spontaneamente
dettate dalle cose già esposte. Sa troppo di sentenzioso a mo'd'esem- pio ,
quella massima , pur troppo vera , di Tacito : Proprium humani ingenti est
odisse quem laeseris (1) , mentre questa nou men vera di Sallustio par delta
quasi non volendo: « Terrebat eum natura mortaltum , avida imperii et praeceps
a ad eccplendam animi cupidinem » (2). lì parimente quest'ai- ira del
Machiavelli: « Queste esecuzioni alia plebe soddt- « sfacevano , perchè sua
natura è rallegrarsi del male » (3). -13. Peggio poi adopera chi ad ogni tratto
sospende il racconto per innestarvi a diritto o a torto le sue filosofiche
meditazioni , valendosi della Storia quasi di pretesto a scio- rinar sue
sentenze; lo che trae al declamatorio e al falso. Non conviene allo storico
scambiare ufficio, arrogandosi quello della filosofia della Storia; ciascuno
deve stare ne'pro- (1] VilaAgrieohe. (8) Bell. Jugurt., a. 6 (3) Star., prj
termini, lenendo in ciò per guida il Machiavelli che tra'no- stri fu il primo a
far buon uso della filosofia nella SLoria, ed avvertendo per ultimo che a lo
stringer mollo in poco, « e in quelle considerazioni che per tal guisa si
fanno, « esser parco ad un tempo e profondo , non è, dice il Nic- <i colini,
impresa da tutti » (1). 16. A conseguir lode non peritura di valente storico
gioverà oltre lo studio costante e profondo del cuore umano, apprendere il
segreto dell'arte dall'eloquente Tucidide, dal- l'acuto Machiavelli , dal
grandioso Guicciardini e dal grave Parula ; sccondochè a questo o a quello
meglio inchina la na- tura dell'animo proprio. Laonde attenendosi
giudiziosamente al magistero d'alcuno di questi grandi esemplari, e a un tempo
opportunamente valendosi dell'ampio tesoro della scienza moderna, verrà fatto
di corrispondere al vanto di che l'eia nostra s'onora , di proseguire cioè d'ardenlissimo
amore gli studj storici, onde forma quasi il suo speciale carattere. §. 3.
Delle varie specie della Sloria. 47. Occupa per merito e per difficoltà il
primo luogo la Storia Universale, che comprende tutto quanto il tempo e lo
spazio finqiu misurato dalla vita del genere umano; opera immensa da quasi
sgomentare il più poderoso ingegno. Due sono i melodi per essa, V Etnografico e
il Sincronia tico: col primo si procede per popoli o nazioni ; col secondo si
narra di lutti insieme per ordine cronologico. In quello si par- ranno per
avventura più distinte le parli, in questo meglio armonizzale; nell'uno e
nell'altra poi deve guidarne con- tinuo il filo che sta in mano della
Provvidenza Divina. Essa 6 un vastissimo quadro dove i falli particolari
appariscono a gran tratti di mezzo alle masse delle tinte generali. Tra le
molte Storie Universali che ban grido nell'Europa, ba- sterà al nostro scopo
citare il Discorso del Bossuet, sulla (J) Prose, Voi. Ili, p. a82, edlz. clt. «
Disconviene del pari che le Storie siano nudi registri o Irallali di politica a
[ Napions, Storia Universale , cui tutto quanto informa una grand' idea
religiosa, come pure quella recentissima di Cesare Cantù, celebre opera
italiana. 18. Ne segue la Storia Particolare, e questa dislinguesi in Antica e
Moderna , in Nazionale, Provinciale e Municipale. La caduta dell'Impero Romano
suole assegnarsi siccome termine di divisione tra la Storia antica e la
moderna. La Nazionale comprende i fatti di tutta una nazione , come ia Storia
d'Italia del Guicciardini: se comprende quei d'una sola provincia, come la
Fiorentina del Machiavelli, la Ve- neziana del Parula ec. può dirsi
Provinciale; Municipale poi, se registra le memorie d'un solo municipio , come
quella di Verona di Scipione Maffei. Può inoltre ristringersi a un certo
determinato tempo, come quella di Firenze del Nardi dal 1187 al 1552 , e quella
dal Segni dal 1">27 al 1555; ovvero a un certo tale avvenimento , come
Iti Sallustìana della Guerra Giugurtina, e quella del Porzio della Congiura de'
Ra- mni ili Napoli. Prende eziandio un nome speciale dalle mate- rie che
tratta. Dicesi Storia Sacra, se de'fatii stupendi ragiona del popolo di Dio;
Ecclesiastica, se spone le glorie della Chiesa di Crìslo; Scientifica,
Letteraria, Artistica ec, se tratta delle origini e progressi delle Scienze,
delle Arti ec. 19. Di più dimessa natura sono 1." gli Annali, ove sono
descritte le cose avvenute anno por anno, 2.° le Cronache che narrano alla
buona ciò che di più notevole avviene quasi di per di; 3." i Commentar] o
Memorie, dove lo scrit- tore per utile proprio o per altrui ricorda fatti dì
qualche rilievo, de'quali fu egli stesso autore o testimonio; i.° le Vite,
ossia racconto de'coslumi, sludj ed azioni di uomini per qualsivoglia titolo
famosi; 5." le Genealogie, ossia la de- scrizione di famiglie per lo più
illustri; 6." gli Aneddoti, ov- vero falli o detti curiosi, raccolti per
proprio ed altrui passatempo. 20. Ai precetti in generale superiormente esposti
per la ^Storia nel suo "più nobile significato, gioverà qui aggiun- gere
brevi osservazioni per le minori sue specie. E primieramente parlando delle
Storie Municipali, sic- come quelle che servir debbono di sussidio alla
compiuta 1,Storia nazionale, vogliono essere una dipintura genuina e fedele
della natura, dei costumi, delle istituzioni e prero- gative del popolo che
costituiva il municipio. Chiunque pertanto a si nell'opera s'accinge , ritolga
dalla polvere degli archi vj pubblici le molle notizie, e forse preziosissime,
che vi giacciono sepolte, e inspiri in esse una vita novella. "S'at- tenga
, finché lo consente un'equa ed assennata critica , alle antiche c costanti
tradizioni (1). Trascclga giudizioso i fatti, e gli esamini scevro da ogni
preoccupazione, o nulla lasci di ciò che può render più intero la immagine
de'tempi e delle persone. Sia accurato quanto veridico, e ad uno stile facile e
piano cougiunga purità e grazia di dettato. Darà bel compimento all'opera, se
vi aggiungerà ricca copia di do- cumenti, di statuti d'iscrizioni ec. 21. Venendo
ora agli Annali che, sebbene per l'esempio datocene da Tacilo di poco o nulla
differirebbero per gra- vila ed elevatezza dalla Storia propriamente delta,
tutta- via sogliono considerarsi di grado alquanto inferiore, e il loro pregio-
principale si è un rigoroso ordine cronologico, una chiara e precisa narrazione
dei falli degni di nota e ben accertati, ed una facile e nitida esposizione che
riveli a un tempo la verità e la schieltezza dell'annalista; il qua- le renderà
ancora più utile l'opera sua, se qua e là vi sparge, senza parere, rapide
sentenze e giudizj , quali sa deltare una critica sana ed imparziale. Ne
abbiamo un no- bile esempio negli Annali dell'illustre Muratori. 22. D'ordine
ancor meno elevato di questi tengo risi le Cronache, comecché di quella di Dino
Compagni possa dirsi come degli Annali di Tacito, cioè che per poco non va alla
pari con quella che strettamente chiamasi Sloria. Sì distin- guono pcrtanlo col
nome di cronache quei racconti, dove lo scrittore apparisce quasi interamente
inteso a serbar me- moria dei falli giornalieri , vuoi pubblici vuoi privati ,
senza (1) b Talvolta il fondamento di certe tradizioni è storia veridica a
adornala di circostanze favolose da chi si compiacque d'inlesser fregi a al
vero ; se poi sono interamente false, si può da esse ricavare il co- "
slume dell'età a cui appartengono ». (Napkike, Op. eit.J. porli a troppo severa
disamina. Ben si scorge che lasciasi guidar dal buon senso, e così come li
narrerebbe a voce, li scrive. Questa semplicità che tanto si fa ammirare nei
cronisti antichi, vuol esserne tuttavia il più coro condi- mento. Ma la cronaca
ora forse tiensi per vieta , dappoiché in sua vece sottenlrò il Giornalismo,
nel quale non di rado si desidera colla schiettezza de' modi l'altra ancora più
rara delle cose. Laonde se vuoi essere lodato scrittore (li effemeridi,
congiungi alla buona coscienza ed all'esempio degli antichi cronisti per le
cose la elegante venusta che risplende nell' Osservatore del Gozzi per la
forma, e le tue scritture, va'certo, non saran quelle d'un giorno. 23. A quanto
abbiam detto per gli /Infiali e per la Cro- naca poco più è da aggiungere pei
Commentar j , perocché non ne differiscono questi che per la estensione di
tempo e di fatti, standosi conlento lo scrittore o a dare esatto e minuto
ragguaglio d'un qualche grave speciale avvenimento, di cui fu parte o
spettatore , o a registrare la memoria di persone o di cose che all'età sua
abbiau levato alcun grido; del resto vi si richiede egualmente ordine, sempli-
cità e schiettezza. Subliniissimo esemplare sono i Commen- tari di Cesare, i
quali Cicerone non rifinava mai d'ammirare per la ingenuità, venustà e grazia
[1); e dove si può ap- prendere ancora l'altro bell'artificio di nasconder sè
stesso, usando la terza persona parlando di sè: imitabil modestia d'uomo s\
grande! 24. Benché lo scriver vite sia men grave ufficio del comporre istorie,
tuttavia può riuscir non meno utile - , pe- rocché può il biografo meglio dello
storico porgere in- tera la dipintura di quegli uomini che per virtù religio-
se, politiche, civili e militari, e per altezza d'ingegno stamparono orme
gloriose nel cammin della vita. Ov'egli s'ingegni dì descrivere fedelmente il
carattere, l'educazione, gli studj, le azioni si pubbliche che private
dell'illustre cittadino, e di delinearlo qual veramente apparve sacer- dote,
magistrato, guerriero, sapiente, e quale si fu tra le (JJ De CI Orai. Brutta.
domestiche mura, ben meriterà delia storia e delia patria: della storia ,
perchè ne compie l'opera , riferendo quei par- ticolari che pur giova sapere, e
che per la gravita ed indole sua essa è costretta a passare sotto silenzio;
della patria, perchè offerendole più vivo il ritratto di quei che s'illu-
strarono colle opere, può il loro esempio riuscirle fecondis- simo ad incremento
di gloria. 25. Ove il biografo narri di uomo che nel suo secolo grandeggiò,
ecco aprirglisi amplissimo campo per descrivere storicamente que'lempi .
secondochè poterono su lui influi- re, ed egli a rincontro so vr' essi ; e qui
l'opera sua s'eleva quasi alla storica dignità : se non che quale che siasi il
suo subbietlo, sì studii d'esser fedele espositore dei pregi e dei difetti del
medesimo , nè soverchia affezione gli faccia giam- mai smarrire la verità , non
dimenticando che scrive una vita, non un elogio ; c che i difetti degli uomini
grandi non sono ai posteri meno profittevoli delle loro virtù ! Accertati i
fatti e , dove j' uopo il richieda , confortati con documenti , ti disponga con
ordine di tempo : e detti breve in forma chia- ra , nitida ed elegante. Più dei
precetti varrà lo studio dei grandi esemplari che di vile lasciarono Plutarco
tra 'Greci, Cornelio Nipote e Tacito tra'Latinij e tra' nostri il Boccaccio, il
Segni, il Nardi, il Vasari , e ultimamente bell'esempio ne diedero pure il Balbo
nella vita di Dante, il Giusti in quella del Parìni, il Vannucci e l'Arcangeli
iu quelle elegantissime di alcuni elassici Latini. 26. La letteratura sacra si
adorna anch'essa di questo nobile ed utilissimo genere di componimenti. V
Agiografia, o descrizione delle vite dei santi risale ai primi tempi del
Cristianesimo. Schiva di sua natura d'ogni vana pompa ed ornamento, vuol esser
nella forma tutta candore, semplicità ed unzione. Null'aUro proponendosi
l'agiografo che d'allet- tare a virtù il lettore colì'esempio sublime dell'eroe
cristia- no, attinge la eloquenza dalle cose stesse schiettamente narrate, non
dalla .squisitezza dell'arte. Richiedesi però sobrietà nella scelta dei fatti ,
ordine nella loro distribuzio- ne, religiosa gravità nello stile, dignitosa
naturalezza nel dettato, e principalmente vivo amoro ad ogni religiosa virtù,
DI RETTOHICA 161 per formarsi intero nell'animo il concello della santità , e
adeguatamente sigili fica rio, essendo certissimo che un santo siirh sempre il
miglior biografo d'un aliro santo. Eccel- lenti modelli ne porsero tra
gl'infiniti scrittori ecclesiastici latini principalmente S. Atanasio, S.
Girolamo, S. Grego- rio Magno, e il Venerabil Beda ; tra gl'italiani il Cavalca
nelle vite dei Santi Padri, gli autori dei Fioretti e della Leggenda di S.
Francesco , e tra i più moderni il Barloli e il Cesari. §7. A cui prendesse
vaghezza di narrar sè slesso ai posteri, innanzi tratto abbia fondata coscienza
che questi avrebbero di lui parlalo senza che ne parlasse egli stesso; di poi
nell'anli vedere l'altrui giudizio , guardisi dall'amor proprio , pessimo dei
cortigiani , e conti quale fu e che fece, e non quale vorrebbe parere ; oltre a
ciò schivi quelle mi- nuzie di sè , che senza renderne più compiuto il
ritrailo, anzi che istruzione e diletto , recano ai lettori tedio e sian-
chezza. V Autobiografia finalmente vuol essere genuina, attraente, curiosa, e
scritta con bella semplicità, brevità e grazia. Ne avrai bellissimi esempj
nelle autobiografìe pub- blicale dal Barbèra nel 1857, nella Vita Nuova di
Dante, in quella di Vittorio Alfieri , nelle Mie Prigioni di Silvio Pel- lico,
e particolarmente in quella di Benvenuto Cellini, imi- tabile in gran parte e
per ischìettezza e per brio. Non credo inopportuno notare per ultimo che i
filologi chiamano Vita quella dislesamente scritta; Mot/rafia, il com- pendio o
sunto (1); Necrologia quel breve e pietoso racconto che del costume ,
de'principali pregi ed azioni si fa di qual- che onorevole persona che scende
nel sepolcro meritamente compianta. 28. Dice il Banalli : « Come le Storie
descrivono le città '( e gli slati , e nelle Vite abbiamo la descrizione degli
no- ci mini, cosi vollesi anco fare descrizioni di famiglie, che « ancor esse
rampollando dalle slorie hanno lollo il parti- ci colar titolo di Genealogie ».
Consistono queste nel dare lino dallo stipite la serie ordinata degli uomini
d'un 1 illustre M) V. Ugolini, Parole e Modi errati ec. casata obel'un
dopol'allrosi succedettero , notando il modo di lai successione , e dando di
ciascheduno esalti cenni bio- grafici ; utile lavoro di che può la sloria
assaissimo giovarsi, ove non si blandisca la boria signorile, e dove il solo
vero dissepollo dagli archivj animosamente si dica. È vano qui ripetere che a
illustre maleria si conviene abito illustre; solo si raccomanda ordine e
brevità. Celebri sono i lavori di tal sorta che ci han dato delle Famiglie
illustri italiane il Lilla, e delle Fiorentine il Passerini, con lode degli au-
tori grandissima. 29. Poche parole spenderemo intorno agli Aneddoti, in- fima
specie della Storia. Consistono essi in raccolto di fatti curiosi e di arguzie
spiritose d'uomini per lo più di storica celebrila , dove spesso il diletto può
esser maggiore della istruzione. Vogliono quindi esser narrali con bel garbo,
con facilità e con vivezza. Alcuni piacevoli esempi se Qe riscon- trano tra i
nostri novellieri antichi. 30. Quale che sia la specie di storico componimento
che lo scrittore si elegge , ove desideri di ben provvedere non che alla Sloria
, a sè stesso , abbia il coraggio di potersi col Poeta ripetere : « E s'io al
vero son timido amico , « Temo di perder vita tra coloro « Che questo tempo
chiameranno antico ». (Par , C. XVII). Della 1 se ri sfon e. 1. La Iscrizione è
una breve istoria di persone odi cose. L'origine può dirsene antica quanto la
scrittura , ed ogni nazione vanta le sue. Somma n'è l'importanza, e spesso ,
un'Iscrizione a caso scoperta aggiunse luce e certezza alla DI RETTOfllCA 163
Storia, o ne tolse l'errore che, fosso caso o arte, eravisi intruso.
L'Iscrizione, per la sua pubblicità e per la longe- vità che trae dal marmo o
dal bronzo ov'è scolpila, assu- me un carattere autentico ; di qui la sacra
necessità che sìa vera. 2. L'Iscrizione dividesi in monumentale , sepolcrale ed
onorano. La prima, cosi delta perchè a'monumenli s'appo- ne, chiamasi sacra, se
fatti o opere sacre ricorda; civile. se civiche. Propria de' sepolcri b la
seconda , e dicesi ancora Epitaffio. La terza si legge impressa negli archi,
statue, co- lonne , e su qual'altra opera vien destinata ad eternare per-
sonaggi illustri e gloriosi avvenimenti , ad argomento di pubblica onoranza. 3.
Prima ed essenzial dote delle Iscrizioni o Epigrafi, come oggi pure si dicono ,
è la veracità. I posteri han dritto a non essere ingannati intorno a ciò che
con tanta pompa e con perpetue cifre loro si tramanda. Stia lungi adunque
l'iperbole e l'adulazione dall'epigrafe, e massime dalla se- polcrale. Il
cimitero è sacro alle ceneri di chi è in luogo di verità ; ci pensi chi scrive
per quello. 4. Inestimabil pregio dell'Iscrizione chiama il Ranalli la brevità
, e dice benissimo , perocché la breve Iscrizione e facilmente si legge , e
meglio eccita in noi sensi di pietà e d'ammirazione. Arrogo a ciò che essa è un
ricordo , e que- sto bea si ritiene solo quando in poche parole si chiude. In
ultimo non esca di mente che il nome dei grandi e delle grandi cose bastano a
sò : è sublime elogio il solo ricordarle; e specialmente negli epitaffi, fa'di
dire in pochi tratti e spiccali il sommo di quel che fu e di quel che fece il
tuo defunto , e vi parli soprattutto l'affetto. 5. Le parli dell'Epigrafia ,
secondo l'illustre Orioli, sono: La narrazione e la clausula , e non di rado un
ante/isso che lieo luogo d'esordio. Vera sempre , e nelle sepolcrali anco
pietosa , vuol esser la narrazione , morale la clausula. Tal- volta
all'antefisso si sostituisce una specie di formula , co- me : D. 0. M. ( Deo
Optimo Maximo ) per le Iscrizioni sacre ; Ad perp. rei mem. per le altre
monumentali ; per gli Epi- taffi l'altra invocatori^ : A ^ () [ Alpha,
Chrìslus, Omega), o il D. M. S. (Biis
Manibus Sacrum), usalo dai Gentili, e perciò non punto a noi dicevole. 6. Scopo
della Epigrafia e , dice il Silvestri , di accen- nare, non già di descrivere
le cose; quindi vuoisi evidenza e dignità , dì forma che quelle vcggansi di
primo intuito nel loro aspetto e il più degno e il più alto a farne cara e ono-
revole la memoria. Nell'epigrafe pertanto si dee parlare a tulli , ma non col
linguaggio di tutti ; donde la grande dif- ficoltà di serbare colla chiarezza
il decoro; il perchè vi si richiedono voci proprie e nobili , da tulli inlese
ed a niuno spiacenti vuoi per troppo violo squallore , vuoi per troppo audace
novità; rare le metafore e con senno introdotte, rarissime le perifrasi ;
locuzioni e coslrutti per brevità vigo- rosi, e splendidi di maestosa
semplicità; formule e modi che rendano meno frequenti certe voci accessorie ,
senza le quali il discorso italiano non sta , collocandole si che l'occhio e
l'orecchio non ne siano offesi o aggravali; accorgimento grandissimo in
disporre le parole in guisa che servano alla melodia, e nulla tolgano alla
chiarezza, usando di rado, e solo con bel garbo l'iperbato; finalmente una
singolare struttura del periodo, che ben d'ordinario è uno solo che tutta
l'epigrafe comprende , ove le parti compariscano tra loro dislinle e lumeggiate
a vicenda le une dalle altre , e dove sentasi quel numero lutto suo proprio ,
cosi rotto e spezzalo che opportunamente ne obbliga , sospendendoci ad ogni
membro, e quasi a ogn'inciso, a meglio percepire e fermare nella memoria i
concelti del monumento , e che meglio serve per avvenlura alla espressìon
dell'anello. Il metodo ortografico poi vuol essere il comune , non vergen- do ,
dice l'Orioli , buona e filosofica ragione di variarlo. Quindi è che a ben
riuscire nella epigrafia ricercasi prin- cipalmente somma perizia della lingua
e non comune squi- sitezza di gusto. Che se taluno , come Io stesso Orioli
nota, credesse che , perchè tali componimenti sono brevi e sem- plici , fosse
facile farne de'buoni, s'ingannerebbe d'assai, perchè, siccomo appunlo
l'epigrafe vuol essere semplice e breve , non soffre vizj , e perchè non
essendo d'ogni ma- niera di bellezze capace , è più dillicile il dargliene [
Vedi DigitizGd by Google Silvestri , Disc. Sulle Iscriz. del Muzzi; ed Orioli ,
Discorsi SulFEpigr. Italiana, Bologna, 1826). 7. Fu questione tra i letterati,
se meglio era preferire nelle iscrizioni la lingua Ialina all'italiana ,
siccome di que- sta più precisa e maestosa. Per le sacre e monumentali più
solenni, starei per la latina, perchè appar più veneranda, e da'dolti d'ogni
nazione c comunemente inlesa ; per le altre ed in ispeziaìtà per gli epitaffi
vorrei l'italiana, es- sendo dal fallo ornai deciso che la lingua di Danle è
pur capace di brevità e di grandezza. Se ami piii estese notizie intorno
all'Epigrafìa , consulta per la latina le opere dottis- sime del Morcellì c
dello Schiassi ; per l'italiana , gli scrini del Muzzi, del Silvestri e il
ciialo discorso dell'Orioli. Esempj bellissimi di Epigrafi latine porge , oltre
i notati Morcelli c Schiassi , lo slesso Silvestri ; d'italiane il Muzzi che
n'e sa- lutato padre e maestro, il Contrucci e l'elegantissimo Gior- dani. Da
ciascuno di questi tre epigrafisti ne torremo una ad esempio , notando che la
terza va corredala d' Antefisso , di Narrazione e di Clausula. CANOVA STATUARIO
DOPO LI GRECI ESEMPLARI INCOMPARABILE GLORIA DI ITALIA MARAVIGLIA DELL’EUROPA
USCITO DELLA VITA MORTALE ZABRINSKl DEVOTO A TASTA VIRTÙ E TANTO NOME 0 M.
ERESSE Mumi- DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI IL ANTONIO CESARI VERONESE COGLI
SCRITTI E COLI-' ESEMPIO MANTENNE GLORIOSAMENTE LA FEDE DI CRISTO E LA LINGUA
D'ITALIA. MDCCCXXX. Giordani. HI. IL TRIONFO MARATONIO TURBANDO I SONNI A
TEMISTOCLE RISCOSSE DAGLI 07.1 IL GIOVINETTO LA GLORIA DELL'ARDITO LIGURE
ACCESE DI EMULO ARDORE AMERICO VESPUCCI A COMPIERE IL DI5CUOPHIMENTO DI
QUELL'EMISFERO CHE DA LUI TOLSE IL NOME. RARI I GRANDI ESEMPJ RARISSIMO CHI Li
SEGUA E SORPASSI. Co UT MICCI. SOratoria. tur I. Della Eloquenza In generale.
). L'Eloquenza , dice il Foscolo , e la facoltà che dà co- lorito, disegno e
spirilo alla poesia, all'oratoria, alla sto- ria (1); quindi può in generale
riguardarsi siccome l'ani- ma della parola, onde efficacemenie in altri trasfondiamo
tulio ciò che gagliardamente pensiamo e sentiamo entro di noi stessi; ed una
tale efficacia è ciò che appellasi per- suasione , la quale vuol esser
ricercala da chiunque o parli o scriva, sia oratore, sia storico, sia poeta,
sia filosofo; quindi nel fallo persuasore ed eloquente suona lo 'slesso. (1)
Ln. d' Eioq. Della morale Letteraria , lez. I.
1 2. Il gran Tullio pose di questa, come d'ogni altra no- bile
disciplina, per principal fondamento ia sapienza, senza di che non più.
eloquenza ei la chiama , s\ veramente una vacua profusione di voci (4).
Aristotele poi voleva che l'ar- tifìcio del dire sì deducesse a guisa di rivo,
dalla morale e dalla civile dottrina. 11 midollo adunque della vera elo- quenza
in generale è la solidità delle cose. 3. Che se il sapere è la hase della
eloquenza , questa aggiunge efficacia al sapere adornandolo, e così a vicenda
si procacciano ambedue pieno il trionfo sull'animo umano; che anzi lo stesso
Tullio afferma: « Sapientiam sine elo- « quentia parttm prodesse ; eloquentiam
vero sine sapientia « nimium obesse plerumque , prudesse nunquam » ($). Ed ecco
perche nei miti greci Calliope, musa dell'Eloquenza, vien delta regina tra le
sue sorelle ; perchè fu chiamata voce divina la eloquenza di Piltagora ; e la
lingua dì Pla- tone degna di Giove , volendo con tutto questo significare
l'unione della sapienza e della splendida parola, il perchè non è da
maravigliarsi se non dico gli oratori ei poeti, ma gli storici , i filosofi , !
fisici c gli stessi matematici furono elo- quenlissimi nella Grecia , dove da
ognuno si reputava l'elo- quenza di tutte cose regina. Difallo Tucidide meritò
per la robustezza del dire che le sue storie servissero d'esempio al gran
Demostene, il quale dicesi che per ben otto volte le trascrivesse; Aristotele
fu da Cicerone appellato fiume aureo ed immenso; soavissimo Ttjofraslo,
Ippocrale emulo di Plaione ; e sappiamo che lo stesso matematico Speusippo
teneva nella sua scuola il gruppo delle Grazie. 4. La Eloquenza in particolare
poi, delta propriamente Oratoria, viene da Tullio definita : e Sapientia
copiose loqueiis, « ad motus animorum, vul<jique sensus accomodata » (3) ,
la quale uel suo magistero è, come la descrisse il Monti , l'arte (1) Orai, ad
Dr., et de parlinone Orai. (8) De hveato.ne , Lib. I. Anche F. Guidoiio dice :
■ La bolla fa- <t velia in fé ha tanto d'utilìlade, fe colui che sa ben
favellale, ha in " sè senno e giustizia ». Fior di Reltor. Piologo. (3) Do
Portinone Oratoria. di dar persona a! pensiero e colore alla voce ; l'arte d'insi-
gnorirsi rlel cnare e di forzare !a volnnth , arie nobilissima e potentissima
(1). Vediamone ora la storia. .hit 11. Origene c progressi dell'Oratoria. ì.
Sebbene quel l'arringa re al popolo , che s'usa tra i go- verni liberi, della
per questo eloquenza popolare , avesse già nel fóro d'Aleni» risonato, dove
acquistarono grido di valorosi dicitori c PisisLrato , e prima di lui Solone, e
poco appresso Temistocle, e sopra ad ognialtro si fosse per robusta eloquenza
segnalato Pericle , dello però Olimpio , quasi al pari di Giove tonasse , sì
che per ben quarant'anni resse ar- bitro i destini della sua patria ; e dopo di
lui ali ri oratori pur fiorissero , i quali al dir di Cicerone , « granrfes
erant « verbis , crebri ssntealiis . compressione rerum breves, et ob « eam
ipsam causam interdum suboscuri » (De ci. orat. n. 9); tuttavia l'arte oratoria
propriamenle detta ebbe cuna, a teslimonianza dello stesso Aristotele e d'altri
greci scrit- tori , in Sicilia. Cacciati da Siracusa i tiranni, e istituitosi il
reggimento a comune, si tennero dai capi del popolo pubbliche arringhe ; e
Corace e Tisia, accuratamente stu- diando la natura del cuore umano, no
trassero le princi- pali regole della eloquenza , e la ridussero ad arte.
Disce- polo di quest'ultimo fu Lisia , giudicato dallo stesso Cice- rone
oratore quasi perfetto , il quale recatosi in Atene destò di sè grande
maraviglia per la nobiltà e grazia del dire, come già prima di lui eravi slato
ammiralo Tìsia. 2. In tal modo istituitasi in quesla città l'arie siracu- sana,
vi capilo pure dalla Sicilia il celebre Gorgia Leon- lino, splendido ingegno,
che per ismodata vaghezza di novità e d'artificio , alla sobria e robusta
eloquenza di Lisia sostituì la propria , tutla lisci e smancerie reltoriche,
ridondante d'anlilesi, d'arguzie e d'ampollosità , che, come dice il Foscolo,
blandì i vizj e l'ignoranza de! popolo, am- MJ Della decessila dell' Eloquenza.
Introduzione al corso di queslo studio. . DI R ETTORI C A 1(Ì9 roaliandogli
l'intelletto colla pompa delie figure, chiuden- dogli il cuore alla voce degli
affetti e dei vero , lusingan- dogli i sensi coll'azione teatrale e colla pompa
dc'periodi aculeati e sonanti (1 1. Questo luccio mie ed armonioso non- nulla
inebbrìò. come suole avvenire , talmente gli Atenie- si , che tenevano per di
solenne quello in cui era dato loro d'ascoltare il siciliano oralnrc, e la
costui scuola ben presto fiorì ; ma fu quella dei Sofisti , genia superba
quanto vana, che proponevasi arrogantibus sane verbis d'insegnare quemadmodum
causa ìnferior (ila enim loquebantur) dicendo fieri svperior passet (2).
Socrate ne ruppe il prestigio, e colle armi terribili della sua logica gli
ammutolì e disperse. 3. Ma la eloquenza avea ornai gettalo le sue radici , e
parecchi non ignobili oratori già conlavansi in Atene, e basti per ludi
Isocrate, il quale benché talora risenta dei difetti di Gorgia suo maestro,
tuttavia Cicerone ne loda la soavità, e paragona la scuola isocratica al
cavallo troja- no, feconda di oratori, come questo di guerrieri (3). Ma quegli
per cui l'arie del dire pervenne a tal grado di eccel- lenza che mai la
maggiore , fu il gran Demostene, disce- polo che fu d'Iseo, valente pur esso.
Fornito di ferrea vo- lontà valse a correggere gli stessi difetti che nella
pronun- zia e nella persona t.enea da natura , del resto prodiga seco
de'inigliori suoi doni; perocché dotato di straordinario ingegno e d'un'anima
veemente, mostrò che l'eloquenza po- teva sul suo labbro ciò che voleva: nè
avvi elogio che superi quello che ne faceva il grande oratore romano,
appellando- lo: piane quidem perfectum (4). Alla for/.a dello armi di Filip- po
egli oppose quella della parola, e se per la prepotenza della fortuna non valse
a salvare la liberta della Grecia , potò animosamente differirne l'ora fatale.
Le sue Filippiche colle quali smascherava le astute insidie dell'ambizioso Ma-
cedone , sono il più. sublime monumento di quella fulmi- ni Dell' origine e
detrufllr.io tlet&i UUemlwa. (2: Cic. De CI. Orator. 9. (3) 1(1. , De Orai.
Lib. II. (i) Id,, De CI. Orator. uea eloquenza che sgorga da un gran cuore
infiammalo per santissima causa. Sdegnoso d'ogni le acciaio si slancia
impetuoso in mezzo all'argomento , e s\ lo svolge colla potenza d'una logica
dritta quanto stringente, che (rionfa dell' intelletto , e quindi coll'accorto
maneggio degli anelli sicuramente la volontà padroneggia. Egli colla forza
dell'in- gegno riunir seppe la maschia energia di Pericle e la ro 7 busta
brevità di Tucidide , a quanto di grande appreso aveva nella scuola di Platone
, e a qnanlo di belìo avea riscontrato nell'arie d'Isocrale. Grande fu puro
nelle cause civili, e lale soprattutto si mostrò in quolla celebralissìma della
Corona, colla quale porse occasione ad Eschine suo emulo di giunger fino a noi
per quella orazione onde tentò di coulraslare a Demostene stesso la corona
civica statagli già dal sonalo ateniese decretata. Cosi la greca eloquenza, che
per il gran cittadino ed oratore si allo poggiò, dopo di lui ammutolì , e non
ne rimase che il simulacro nelle garrule scuole dei retori, tra'quali primeggiò
Demetrio Va- lereo , che a testimonio di Cicerone , delectabat Athenienses
magìs quarti inflammabat. ì. Quale fu Roma nella sua libertà ruvida e austera ,
(ale esser dovette la eloquenza dei succinti Cetegi e degl'in- tonsi Catoni.
Rammorbiditasi per le grazie della Grecia do- ma la scabra natura dei Romani ,
l'arte del dire cominciò ad aversi in pregio , tanto che C. Gracco teneva
dietro a sè un flaulisla per la intonazion della voce ; uè guari andò che i
giovani vaghi dì onori, gareggiarono nello studio della eloquenza, siccome
quella che dirittamente guidava a 'primi seggi della repubblica. Marc'Antonio ,
avo del Triumviro , e L. Crasso, due degl' interlocutori nel dialogo
sull'Oratore, furono da Tullio celebrati come i più eloquenti tra i Romani ; e
quando egli slesso montò per la prima volta sui rostri, tenevano gloriosamente
il campo Colla ed Ortensio. Cicerone doveva tutti superare, nò esser dipoi
superalo da alcuno. Del primo ei si studiò d'imitar l'eleganza, del secondo la
elevatezza; ma l'ordine, la forza e la veemenza non potè apprendere che da
Demostene e da sò stesso. Nobile, gran- de, maestoso quanto la sua Roma incede
il grand'Arpinale, e temperando insieme la copia di Platone e la soavità d'Iso-
crate , ila alle sue orazioni un'armonia piena ed incantevole. Insinuatosi
dolcemente negli animi , a suo talento li rapisce c governa , e trae giudici ,
popolo e senato dove e com'egli vuole. Qual fosse poi la concitazione
dell'indignato suo animo in faccia alla iniquità ed alla tirannide, il dicono
le Verrine, le Catilinarie e le fatali Filippiche. Tullio, del quale
Quintiliano con gran senno diceva: llle se proferisse sciai, cui Cicero valile
placebit , fu principe della eloquenza romana, la quale spirò con esso , e iu
Roma i declamatori, siccome i relori in Grecia , la composero tra inutili nenie
entro al sepolcro. 5. Ma se col cadere della libertà politica cadeva la elo-
quenza de'roslri, un'altra ne sorgeva piena d'i ni mortai giovinezza da quella
libertà a cui Cristo ci ha affrancati , giusta l'espression dell'Apostolo { Ad
Calai. , C. IV, n. 31 ). l.'Uomo-Dio la in sii luì va allorquando alla sua
Chiesa in- giungeva di bandire alle genti la Buona Xovellu; perchè fu detta
eloquenza sacra ed evangelica. Quella dei tempi apo- stolici è di miracol
divino, e conviene venerarla silenziosi. Diremo di quella dei santi Padri che
ne furono i veri c sapienli educatori. Nel secolo IV apparve tra i Greci grande
e copiosa in S. Atanasio, limpida e maestosa in S. Basilio, magnifica e adorna ne'due
Gregorj di Nazianzo e di Nissa ; e nell'età seguente si mostrò degna della sua
origine in S. Giovanni patriarca di Costantinopoli , che per l'aurea copia del
dire si appellò Crisostomo o Boccadoro, e perla elevatezza, forza e soavità può
senza fallo denominarsi il Demostene sacro. Nel secolo III tra i Latini si
sollevò a bella eleganza , e a succosa robustezza ne'due apologisti Minuzio
l'elice e Tertulliano, e a splendida abbondanza in S. Ci- priano. Nel seguente
acquistò forza c rapidità per S. Ilario, grazia e vivacità per S. Ambrogio,
grandezza e tulliana vcnusià per S. Girolamo, facilità ed unzione per S.
Agostino , e soprattutto risplendetle di magnificenza , di robustezza odi
sostenuta armonia in S. Leone il grande, che merita- mente s'appella il
Cicerone della Chiesa. Per la qual cosa il Perticar! parlando dell'eloquenza
che i santi Padri inspiratisi nell'ardita e altissima elocuzione defili antichi
profeti, adoperarono nelle omelie e nelle grandi concioni , non du- bita
d'appellarla florida, alta e quasi direbbesi equestre (1). Vero è però che i
tempi di gusto non castigato ne' quali vissero i santi Padri, lasciarono nelle
costoro opere qua c la alcune vestigia; ma ripeterò coll'illustre Arrigoni: *
Mi « fa mole tutto volte che sento alcuno , che per qualche « frase un
po'lurgida in S. Cipriano, per qualche metafora « troppo forte di Tertulliano ,
per qualche antitesi un « po' troppo sottile di S. Agostino, e. aggiungo io,
per un « po'di turgidezza e di ricercata armonia in S. Leone, tac- « eia come
scorretla l'eloquenza tutta de'Padri (2) ». li qui dirò: voi che fate gli
schifiltosi aristarchi coi sermoni dei santi Padri , non scorgete poi alcun neo
nello orazioni dei classici, vostri e nostri maestri? perchè non dovrà porgli
uni egualmente che per gli altri valere la risposta che so vorrete danni con
Orazio : « Verum ubi plura nitenl in Carmine, non ego paucis « Offendar
maculis? (A.P., v. 354 ). 6. Ma la notte barbarica si stese di poi su tutta
l'Euro- pa, e tenebre secolari ricopersero ogni scienza ed arte. 11 nuovo
giorno dopo lungo crepuscolo alfine risplendetle nell'aureo trecenlo, e parve
che tutto risorgesse alla vita. Poesia, storia, eloquenza profana, per opera
specialmente dell'Alighieri, del Petrarca, del Villani e del Boccaccio, ricomparvero
o Rinnovellate di novella fronda » [Purg,) La cattedra cristiana però per
venerazione verso l'antica lingua dei Padri, avea tradizionalmente continuato a
riso- ti) Sugli Scrittori dal tracexlo, Llb. II. C. P. (2) Dtsscrlasinne j U [f
a Sacra Eloquenza. DI HETTORICA nare d'un Ialino ornai rozzo e corrotto, uso
sebbene un colai poco ringentilito pel restauralo studio declassici, pure non
interamente dismesso cbe sul terminare del XV seco- lo (1). Vera cosa è però
che per parlare ad italiani della sola sacra eloquenza italiana, il B. Fra
Giordano da Rivallo aveva dopo il 1300 incomincialo a predicare in volgar lin-
gua, e le sue Prediche, olire alla cara leggiadria del dei- lato, che al dire
del Pertica ri , è gemile, polito e gagliar- do (2), danno chiaro argomento del
nobile ingegno dell'au- tore, da merilar giustamente che il Segneri ne facesse,
siceom'è fama , non lenue studio. Quale del resto in generale si fosse la sacra
eloquenza, Dante cel dice: a Ora si va con molli e con iscede « A predicare, e
pur cbe ben si rida, « Gonfia il cappuccio e piìi non si richiede ». (Pur., C.
XXIX). iNè essa gran fallo progredì nel secolo XV, abbenchè fioris- sero in
buon dato sacri oratori leuuti anco da'dolli per e!o- quenlissimi -, tuttavia -
lo storico della noslra letteratura apertamente dice non essere le loro
orazioni che aridi trat- tati di scolastica o di morale teologia , piene di
citazioni di autori sacri e profani, ove vergiamo accoppiati insieme S.
Agostino con Virgilio, e il Crisostomo con Giovenale (3); per il che egli
n'attribuisce la fama e l'efficacia alle doli esteriori, e massime in alcuni al
santìssimo esempio onde accompagnavano la Divina Parola, siccome fu di S.
Bernar- dino da Siena, e de'suoi allievi Alberlo da Sarziano, Ro- berto da
Lecce, Gabriello Barletta ed altri. 7. Ed eziandio l'età seguente, in cui
l'eloquenza civile si levò a nobile altezza mercè gli storici Panila,
Machiavelli e Guicciardini, e gli oratori Bartolommeo Cavalcanti, il Gui-
duccioni e iì Casa, non mollo vide avanzarsi la sacra, se Hi Tib*b. Star, della
iHler. Hai., Lib. Ili, c. i. |2' ScriU. del Trerenlo, Lib. Il, c. VI. (3) Op.
cit. Lib. HI, e. IV, n. 8. Digiiizcd &/ Google 174 DELLE ISTITUZIONI
ELEMENTARI vero e ciò che diceva ne il Bembo: * Che deggio andarvi a « fare (alle
prediche), se allro non si ascolla che il Dollor « sellile garrire conlro il
Dottore angelico, finché non viene « in campo Aristotele che termina la
questione propo- li sia? » (I). E così e , quando per far vana pompa d'umano
sapere si lascia da parie il Vangelo. Eppure di attenersi a questo aveane dato
nell'ullimo scorcio del passalo secolo l'esempio U Savonarola, la cui
eloquenza,, sebbene alquanto scompigliata e inelegante, tuttavia era naturale,
vivace ed immaginosa, e v'era la rara arte di muover gli affetti, onde sembra
talora non che parli, ma che tuoni, che fulmini, che scuota (2). Anzi nella
prima meta dello stesso secolo XVI avealo pur dato il celebre Egidio da Viterbo
, poi cardinale, cui il Sadoloto e io stesso Bembo appellavano chiarissimo lume
del loro tempo; e Paolo Cortese, splendido ornamento di questa mia terra
natale, ne lodava al sommo la soavità, la forza e l'eleganza del ragionare {3 ;
nè altri fu in quel- l'eia che veramente meritasse qualche lode , quantunque
levassero di sè grandissimo grido e il Musso e il Fiamma e il Panigarola. nei
quali qualche traccia già si scorge di quel pessimo , usto che segnalò l'età
seguente. 8. E pe- io megliore passandoci di coloro che dal per- gamo cr'^.iano
facevano indegna e ridicola mostra di strane ed ardi e immagini, di concelli
iperbolici, di spiritose ar- guzie e d'altre puerilità , parleremo del P. Paolo
Segncri, che della sacra eloquenza meritamente può dirsi illustre restau-
ratore e principe. Questo celebre gesuita , nato in Nettuno, terra della
Campagna di Roma, vide la mala via che da lunga pezza tenevasi
nell'evangelizzare i popoli, e si studiò di ripararvi. Allo studio assiduo e
profondo della Bibbia e de'SS. Padri volle congiungere quello non meno accurato
degli esemplari greci e latini, e massime di Cicerone, beffandosi del
pregiudizio già invalso con grave danno dell'apostolica scienza, onde tenevasi
per disconvenevole a cristiano ora- ti) Gatti , Saggio dell' Eioq. S-jcra. (2)
Idem, Op. cit. (3; Tiba». , Voi. VII, Lib. III. C. VI, N. 8. :; tore lo studio
dì scrittori gentili. Pieno il cuore e la monte della grandezza della religione
, e delle squisitezze dell'arie classica, diede alla eloquenza cristiana quel
nerbo, quella maestà , quell'unzione e quel colorito che mai , 0 solo ne' Pa-
dri avea posseduto. Destro nello svolgere por ogni lato il suo tema, e nel
rinlìanearlo coi più validi ed acconci argo- menti per espugnar l'intelletto,
quanto accorto nel magi- stero dopiti gagliardi affolli per muovere la volontà
, strin- ge, incalza, assale per ogni lato, finché non crede certo il suo
Irionfo. Magnifico nello siile per nobiltà di concetti e splendidezza
d'immagini, l'adorna d'elocuzione chiara, spon- lanca, naturale, e l'alleggia,
come dice il Giordani, quasi amico schiettamente parlante a'suoi lettori; né il
Perlicari dubitò di dire che il Segneri con facondia smisurata non 1 raccoglie
acque che piovano, ma sgorga interi fiumi da « una spalancata sorgente; né con
piti veemenza si può « inondare, scuotere, aggirare, rapire ». Conlultociò ebbe
anch'esso i suoi difetii , e non a torto si appunta di qual- che paralogismo, 0
non ben posata proposiziono, talora di non temperato zelo che lo trasporta in
immagini o Talse o esagerate, 0 in enfasi declamatoria, e parimente di sover-
chia copia d'erudizione (e Torse neppure avvedeasene , tanta ne possedeva)
mista di sacro, di profano ose vuoi, anche di mitologico; finalmente di qualche
metafora e concettiizzo del tempo. Ma olire che, come scriveva il Roberti a
Lodo- vico Preli, e il Tiraboschi pure l'accenna, egli non giudicò conveniente
una total riforma tutta in un fiato (I), chi non sa essere cosa impossibile
respirare un'aria ammorbata, e non risentirne in qualche modo i malefici
influssi? Ciò nono- slante il Segneri tiensi a ragione per maestro della sacra
eloquenza italiana, il cui studio congiunto ai perfeziona- menti della scienza
apostolica e dell'arte del bello, addol- tivi dai tempi, riuscirà, io penso,
sommamente profiilevole alla sposizione della divina parola; perocché tengo col
Per- licari che sia gran danno del pulpito, che del Segneri si M) Fon>Ar.uni
, E.icmjii di bella scrivere in prosa, nelle noie. Tilub. Op. di. Voi. Vii, Vb.
\U. S- H. 17C faccia studio così raro e leggiero; e che la religione perda uno
de'modi più validi, onde si regnano i cuori, perdendo una tanta eloquenza (4).
9. Tra i pochi che ebbero il senno e la virtù d'imitare il Sogneri , contro il
dominante malvezzo, Tu il P. Francesco Maria Casini , ed ebbe lode d'egregio
per robustezza , per nobiltà e per grazia , benché talora partii egli pure
qualche tenue tributo al suo secolo. E mollo valse l'esempio; peroc- ché dipoi
l'eloquenza sacra risonò su' pergami d'Italia con assai di forza , di dignità e
d'eleganza ; c tra quelli che me- ritamente ebbero grido di valorosi , si
distinsero il P. Giacco, il Tornielli', il ltossi , il Venini, il Roberti, il
Canovai ed in ispezial modo il Cesari. Si riprende , è vero , nel Tor- nielli ,
un certo sfoggio di descrizioni , e un'armonia un po'lroppo ricercata , la
quale pur si nota nel Rossi ; nel Ve- nini vorrebbesi talvolta più energia
d'affetti , meno lisci e meno attillatura nel Roberti , più castigatezza di
lingua nel Canovai, meno affettazione delle forme trecentistiche nel ; Cesari;
con tutlociò tulli più o meno aggiunsero novello decoro alla sacra eloquenza ,
e le loro orazioni possono riu- scire di non lieve utilità agli studiosi di
questa santissima arte , avvertendo però sempre che a Di lei madre è la Bib-
bia , e il Vaiu/el padre » { Gozzi , Serm. ). Art. III. - Della Oratoria in
generale. 1. L'Oratoria in generale è l'arte d'indurre in altri il
convincimento e la persuasione, dimostrando e commoveudo colla potenza della
parola. Il convincimento e vóllo princi- palmente all'intelletto, e a ciò
richiedesi forza di dialetti- ca; la persuasione è diretta alla volontà, e
questa padroneg- giasi colla savia trattazion degli affetti. L'ima cosa è monca
senza dell'altra, e debbono tulle e due andar del pari congiunte; il perchè
Cicerone diceva due essere le prin- cipali doti dell'oratore: una subtìliter
(ììsputmuii , ad docen- dum; altera graviter agendì, ad animos audientium per-
ii) FOBSAClAtll , toc. eli. movendos (1). Se l'eloquenza adunque sia in una
eletta copia di vasti e forti pensieri che , come dice il Giordani , nelle altrui
menti si dilatino, e meltan radici e germoglino; se sta in -una forza di
raziocinio non repugnabile, e in un ardore impetuoso e non resistibile
d'affetti (2), solo il buon senso ed un cuore bene dalla nalura temprato,
educatosi quello alle scuole de'fitosofì, questo agli esempi del bello e del
buono, potranno formare l'eccellente oratore ; onde si disse che l'arie può
solo far l'uomo facondo, la nalura coll'arte ben può farlo eloquente. 2. E
seguendo noi la dottrina degli antichi , i quali in- segnavano cinque essere le
precipue parli dell'oratoria, la Invenzione, la Disposizione, la Elocuzione, la
Memoria e l'Anione parleremo di ciascuna di quesle in altrettanti titoli
distinti. Titolo ì. - Della Invenzione. 3. È cerlamente principale ufficio
dell'oratore escogitare tulio ciò che di vero o dì verisimile può rendere il
suo di- scorso probabile , attingendo con ogni diligenza ed accurata
meditazione dai filosofi e dalla natura del proprio argomento lo prove cui
repula migliori; e questo è ciò che dicesi In- venzione (1). A soccorrere
pertanto in questa difficil parte l'ingegno, i sofisti ritrovarono mollo
sottilmente alcuni ar- tifìci oralorj che si dissero Topici o luoghi comuni; i
quali solevano aut ex stia siimi re, aut assumi foris ; quindi dislin- guevansi
in intrinseci ed estrinseci. I primi erano la Defini- zione, l'Etimologia,
l'Enumerazione, il Cenere e la Specie, le Cause e gli Effetti, la Somiglianza e
Dissomiglianza e le Circostanze. I secondi riducevansi da Cicerone al
Testimonio che dividesi in divino ed umano. Il divino era pei Gentili ciò che
formava la loro divinazione, cioè gli oracof», gu oti- gurj, i libri sibillini
ec, per noi sono certamente le Sacre HI De dar. Oralor. (2) Leti, al Capponi ,
Race. cit. , p. H. 13) Cic. , De Inoentione ; Lib. II, c. 7. \7& Scritture;
l'umano sono le storie, le leggi, gli statuti, i do- cumenti, il giuramento, il
deposto testimoniale ec. 4. Queste norme, alle quali chi troppo strettamente si
attenesse, ridurrebbe l'oratoria ad un freddo meccanismo, e la orazione ad una
vuota cicalala, rinchiudendosi da sè slesso in un campo angustissimo, non vedo
perchè non pos- sano all'oratore riuscire profittevoli, purché con senno e con
destrezza adoperate, quando se ne fecero maestri quei sommi che furono
Ansimele, Cicerone e Quintiliano. È certù che all'oratore fa di mestieri
amplificare il suo subbietlo, tra per accattarsi fede, tra per commuovere gli
animi (1); perocché ciò non conseguo, dicendo brevemente e come di passaggio le
cose, ma diffusamente rappresentandole, perchè l'uditore ben le comprenda, se
ne convinca e ne resti nel debito modo commosso. Di qui la necessiti! dell'am-
plificazione oratoria. A questa sono di certo sussidio gli ar- gomenli che non
di rado si attingono dai fonti reiterici; laonde non reputo vana cosa il
parlare alquanto di questi. ìi. Noverasi per primo la Definizione , la quale
consiste nello spiegare o descrivere una cosa per le sue proprietà, a fine di
trarne argomento opportuno al nostro assunto. Ci- cerone definita la gloria : «
illvslris ac pervagata multorum ■i et mag-norwn vel in suos cives , vel in
patriam , vel in omne K genus hommum fama meritorum » (Pro M. Marcello), ne
conclude non aver Cesare peranco alla sua gloria appien soddisfallo , se prima
non meglio provvede alta salvezza della repubblica. 6. Dalla Etimologia o
derivazione della parola si suol talvolta trarre prova di ragione ; se non che
fa d'uopo in ciò andare molto a rilento, sia per non dar ombra di ri-
cercatezza, sia per non cadere in fallacia; chè l'etimologia non è sempre di
sicuro argomento. Volendosi pertanto lodare la gentilezza e l'onesta delle
antiche corti , potrebbesi dir con Dante che la cortesia trae origine dalle
corti, tanto che valse cortesìa, quanlo dire uso di corte. li parimente
parlando della giustìzia, potrebbesi non senza fondamento [<) Cic. De
PartiKou. Orai, C. XV. di rkttomca 479 argomentile che ella sta nel diritto
{jits stat) serbato saldo in chicchessia. 7. Molto beila e stringente
amplificazione sogliono i va- lenti oratori trarre dalla enumerazione dello
parti le quali il tutto compongono. Cicerone ce ne offre un nobile esem- pio
nell'Orazione prò lege Manilio, dove svolgendo ad una ad una le doti d'un
ottimo comandante, quali sono scien- za militare, virtù, autorità c fortuna,
dimostra tutte ri- trovarsi in Pompeo, e no conclude doversi adunque eleg- gere
a capitano della guerra Mitridatica lo stesso Pompeo. 8. Altro fonte
d'amplificazione è il passaggio dal genere alla specie, ed e converso. Siccome
le qualità del genere convengono logicamente anche alla specie, e quelle della
specie b\V individuo , ne conseguila che la lode o il biasimo che si
attribuisce al genere o alla specie, competesi ben d'ordinario alle singole
cose o persone che sono in quello o in questa comprese. Cicerone movendo dalla
specie con queste parole: « Sit igitur sanctum apnd vos humanissi- « mos
homines hoc poetae nomen , quod nulla unquam « barbaries violavit. Saxa et
soliludines voci respondeot: « besliae saepe immanes cantu flcctunlur alque
consistimi: a nos instiluti rebus optimis non poetarmi] voce movea- « mar? »,
conclude a favore d'Archia doversi dal popolo romauo onorare in esso il poela
decorandolo della cittadi- nanza (Orat., prò Archia). Qui però giova avvertire
che per ismania d'amplificare, non troppo si spazii pel genere, quasi
dimenticando la specie , con discapito di questa e con tedio di chi ascolla;
che si usi grande accorgimento nella conclusione, perchè non involga fallacia ,
come chi lodando la Poesia qual nobilissima arte, pretendesse conchiuderne esser
pur nobilissimi un Cherilo, unMevio , o qual altro di tal conio. 9. Largo campo
all'amplificazione porgono eziandio le cause e gli effetti, che molto sono
nelle umane cose da con- siderarsi. E poiché per la si rettissima attinenza
loro si può dall' indole degli effetti quella argomentar dello cause , e vi-
ceversa, l'oratore ne trarrà bel costrutto di valide prove, «love sappia, non
sofisticando, e questo e quelli con sano e sottile discernimento rintracciare,
liceo come il Salvini dimostra dagli effetti l'eccellenza dell'Amicizia : « Non
ci « ha cosa che più alletti e attragga gli umani intendimenti, « quanto la
considerazione della natura dell'amicizia. Ella n fa essere la generazion
nostra placida e compagnevole; « e non a guisa delle altre greggi, stolida e
vile, ma sa- « via, civile ed onorata. Mille beneGcj da quella a noi ne a
vengono, mille soddisfazioni, mille conienti ; ella è fonte a d'ogni nostro
comodo, d'ogni nostro vanlaggio, d'ogni no- li stro bene; nelle prosperila ci
accompagna ; nelle infelicità a non ci abbandona; partecipe de' nostri beni e
de' nostri a mali, fa quegli essere maggiori e più cari, questi minori a e più
lievi a sostenere » (Tom. 1, Diss. 20). 10. Dalla Somigliamo e Dissomiglianza
si trae parimente copia di gagliardi argomenti, giovando esse a porre in più
chiara luce la conformiti) o difformità che intercede tra la cosa che trattasi
ed altre che trascelgonsi al paragone. Ve- dasi quanto opportunamente Tullio sì
vale della somiglianza : a Quis nostrum tam animo agresti ac duro fuit, ut
Roscii « morte nuper non co m movere l ur ? qui cum esset senex a mortuus,
tamen propter excellentem artem ac venustatem, « videbatur omnino mori non
debuisse. Ergo ille corporis « motu tantum amorem sibi conciliarat a nobis
omnibus: « nos animorum incredibiles molus, celerilatemque inge- « niorum
negligemus? » (Orat. Pro Archia Poeta). Dalla dissomiglianza poi balza per la
legge dei contrapposti più spiccala la ragione della lode o del biasimo. Appare
mani- festo nell'esempio dello stesso Cicerone: a Nara caelerae a arles neque
temporum sunt, neque aelalum omnium, <r neque locorum. Haec studia lilerarum
ndolescenliam alunt, a seneclulem obleclant, secundas res ornanl, adversis per-
a fugium et solalìum praebenl, delectant domi, non im- a pediunt foris,
pernoelant nobiscum , peregrinantur , rusti- t cantur n (Orat. Pro Archia). E a
tal classe possono pure riferirsi que'modi d'argomentare che diconsi a minori
ad majiis, come: « Hajorcs nostri saepe, mercaioribus ac navt- a culaloribus
injuriosius tractatis, bella gesserunt: vos tot « civium romauorum millibus uno
nunlioatque uno tempore necatis, quo tandem animo esse debclìs ? » (Orat. Pro
Lege Man. ). Ovvero a majori ad mimts , del quale un breve ma chiaro esempio ce
l'offre Terenzio, ove dice: « Quem feret, sìparentem non fert suum? » Quindi
ancora quel- l'altro modo che dicesi de'contrarj, che sono ciò che in pit- tura
i chiaroscuri. Vuoisi lodar la pace 7 le si contrappongano gli orrori della
guerra. Ci giova esaltare gli ameni ozj della campagna? si dipingano !e nnje e
i tumulti della citta. Amasi di mostrare la tristizia de'tempi presenti? si
tratteggino al vivo le severe viriti di quell'eia che si disse sobria e pudica.
Da siffatti contrasti ridonda al discorso luce e vi- vezza, come apparisce nei
grandi autori. Vedasi quanto efficacemente Tullio argomenta pei repugnanti a
favor di Milone: « Quem igitur cum omnium gralia noluit, hunc « voluit cum
aliquorum querela: quem jure, quem loco, n quem tempore, quem impune non
estausus, hunc inju- « ria, iniquo loco, alieno tempore, periculo capitis non
■< dubitavit occidere? s. H. Finalmente l'oratore suole magnificare a gran
prò della sua causa ciò che no forma il subbietto, schierandone in istretlo
ordine dinanzi agli uditori gli aggiunti e le cir- costanze, affinchè da ciò
che precedette, accompagnò e seguì il fatto, si chiariscano sulla natura del
fatto medesimo. La Miloniana n'è un esempio quasi continuo. Allorché l'oratore
vuol persuadere a'giudici essere slato Clodio l'insidiatore,'; incomincia dall'esporre
gli antecedenti, dicendo: « llle erat, « ut odissel primum defensorem salutis
meae, deinde « vexatorem furoris , domitorem armorum suorum. . . Palam e agere
coepit, et aperte dicere, occidendum Milonem ». Quindi novera ad una ad una le
circostanze di tempo , di luogo, di persona, di mezzi ec: e finalmente moslra i
conseguenti, dipingendo a vivi colori il ritorno di Milone a Roma con ne! volto
la sicurezza dell'animo, a testimo- nio di sua innocenza, concludendo: « Magna
vis est con- fi scientiae, judices, et magna in ulramque parlem, ut « neque
timeant , qui nihil commiserint, et poenam sem- « per ante oculos versari
pulent, qui peccarint ». Le cir- costanze poi le quali sogliono essere relative
o all'agen- ti igife ed bjr te, o al
luogo dell'azione, o ai cooperatori, o al numero delle volle, o al fine, o al
modo, o al tempo in cui venne l'azione compiuta, si leggono comprese nel
seguente esa- metro: « Quia, quid, ubi, per quos, quoties,cur, quomodo, quando
». 12. I luoghi topici altresì, che si dissero estrinseci, for- niscono, a chi
sa ben usarli , larga sorgente di -prove, e tanto più valide, quanto maggiore è
l'autorità donde si traggono. Irrepugnabili pertauto sono gli argomenti di
testimonio di- vino attinti dai libri rivelati; poderosi quelli di testimonio
umano o desunti dalle scritture di coloro che sono univer- salmente tenuti per
sommi in divinità e in filosofia, o tratti da carie d'indubitata autenticità;
autorevoli quelli che ne somministrano le leggi, gli slatini e le storie, che
lengonsi ornai per fededegne; gravi sarebbero eziandio le prove de' de- posti
giurali, se l'umana malizia non osasse talora per la esecranda sete dell'oro, o
per abominevole empietà profanare la sanlilà del giuramento per gli stessi
Gentili inviolabile; onde- il Tragico nostro non senza ragione esclamava: o A
giurar prcsli i menlilor son sempre ». Da tutto ciò pertanto si fa manifesto,
come maneggiando sagacemente i fonti intrinseci ed estrinseci degli argomenti,
può l'oratore valersene siccome d'armi di offesa e di difesa; ma guardisi dai
crearsi delle regole dell'arte altrettante pastoje, tra le quali resii
compressa la molla eccitatrice della vera e grande eloquenza. Non dimentichi
che questi luoghi suggeriti da'retori, appunto perchè comuni, possono com- parir
troppo logori, se l'arte non ben lì nasconde, o non dà loro una cerl'aria di
novità. Lo che gli verrà falto, se saprà valersene come di guida nello studio
del suo argo- mento, tanto che ne senta ripiena la mente ed infiammato il
cuore, essendo vero l'antico assioma che dice: Pechts est quod disertos (aeil
et vis mentis ». Siccome la forza d'un esercito in battaglia non sta nel solo
numero de'soldali, ma nel sagace ordinamento delle schiere; nè il bello archi
tettonico d'un edificio consiste giìi nell'ornatezza delle parti, ma sì nella
loro simmetrìa; così la potenza d'un discorso oratorio non è riposta soltanto
nella sodezza de'rilrovali argomenti, nella verità delle immagini e nella
energìa del sentimento, ma sibbcne nella ordinata distribuzione delle parti,
donde nasce appunto la chiarez- za, il vigore, la durevole ed efficace
persuasione. Per la qual cosa ritrovalo che avrà l'oratore ciò che gli gioverà
dire intorno al suo tema , gli è d'uopo dare convenevole or- dine alle parli
che formar debbono il suo discorso; lo che chiamasi DISPOSIZIONE, dice Ryle –
non H. P. Grice! E poiché la nalurà c'insegna , e l'arte ne ha perciò fatto
precetto , che chiunque vuole persuadere altri di una cosa , incomincia dal
cattivarsene comecchessia l'animo ; quindi espone l'obbietto suo, lo svolge
nelle sue circostanze , lo conforta con ragioni , all'uopo ne rimuove le
opposizioni, finalmente conchiude o pregando, o promettendo, o esor- tando, o
minacciando, secondo che giudica piti opportuno; così le parti del discorso
oratorio sono: 1.' Esordio; ì.' Pro- posizione; 3.' Narrazione; 4.'
Dimostrazione; Perorazione; le quali tutte gli antichi comprendevano, a fine di
giovarne la memoria , nel seguente esametro : « Exorsus , seco , narro , firmo
, refello , peroro »'. ■ 15. Nella stessa guisa cho di tulle le ritrovate cose
deb- bonsi le piti convenevoli al nostro assunto Irascegliere , ri- gettando le
meno salde , le meno proprie , le meno oppor- tune; così non sempre fa di
mestieri ordire l'orazione nè con tutte quelle parti, nè precisamente con
quell'ordine che sopra indicammo. Sta al savio oratore il discernere quando e
dove richiedasi la narrazione, quando la confuta- zione, quando lo stesso
esordio , e via discorrendo. Nel comporre il suo discorso abbia sempre volta la
mente agli udi- tori , e se vuol questi a sè benevoli , sia ei primo di sè
stesso rigido censore , correggendo o repudiando tutto che spiace- rebbegli in
altri. Sludii soprattutto la opportunità delle cose da dirsi , acciocché,
secondo il precetto oraziano, esponga quelle che deve , a proposito , altre ad
altro tempo differi- sca, altre tralasci [A.P., v. 42), essendoché derivi prin-
cipalmente dall'ordine l'efficacia e la venusta d'ogni com- ponimento. Premesse
queste brevi avvertenze in generale, tratteremo ad una ad una delle varie parli
dell'Orazione. Dell'Esordio ti della Proposizione. \ 6. L' Esordio, detto dai
Greci Proemio, è la introduzione del discorso, o come lo definiva Tullio:
Aditus ad causata. - Siccome buon citarista suole con grato preludio apparec-
chiare favorevolmente gli animi alle sue melodie (1); così prestante oratore
esordisce con accomodale parole la sua orazione , a fine di procacciare alla
sua causa uditori do- cili , benevoli ed aiterai. 17. Gli antichi chiamarono
principium quell'esordio , nel quale l'oratore per via breve e spedila entra
nel suo subbiel- to, come d'ordinario usava Demostene; esempio imitabile da chi
a ragione si affida nella giustizia della propria causa. Di- cevasi poi
insinuatio quell'esordio, col quale l'oratore studia- vasi con bello e
dignitoso artificio volgere gli animi a favore di sè e della sua causa; e
questo principalmente giova, quando si tema negli uditori una qualche sinistra
preoccupazione. Egregio maestro n'ò Tullio , come si vede Ira gli altri nel-
l'esordio- dell'orazione per la Legge Agraria contro di Rullo. Egli console
popolare doveva contro il tribuno del popolo oppugnar quella legge che il
popolo lusingava. Il punto era assai scabroso per l'oratore. Innanzi tratto
adunque protesta sè esser di lutto debitore al popolo ; non mirare che al mag-
gior bene di esso ; non avversare egli tal legge, anzi lodarne i Gracchi ;
averla sul primo vagheggiata ei pure, ma esa- li) Qointil. , inU,, L. IV, c 4.
minatala piii a fondo averla riscontrala non veramente al popolo vanlaggiosa ;
che ne odano pertanto le ragioni : se giuste , rigettino la legge; se no , ei
primo stara col popolo per quella. - L'oratore parlò , e la legge fu a pieni
voli ri- gettata dal popolo ! Questi esordj , che diconsi ancora tem- perati ,
sono altresì i piii comuni. 18. Talvolta avviene che l'oratore concitato da
qualche rilevante e straordinaria cagione , incomincia improvviso con viva ed
infiammata enfasi, sia per atterrire, sia per incoraggiare , sia per
trasfondere in altri la gioja ond'è ri- colmo egli stesso. Siffalli esordj
chiamansi veementi ed ex abrupto , i quali però vogliono essere brevi e
adoperali solo da chi sentesi sicuro di sè , e quando la gravità della ma-
teria o delle circostanze veramente lo esiga ; chè sarebbe fuor di proposilo
per cosa di picciol momento levarsi a dire si allo. Cosi adoperò Cicerone,
quando ei console mentre slava consultando il senato intorno alla minacciata
repub- blica, vide entrar nella curia Io stesso Gaiilina. A tanta audacia e i
padri e lo stesso console allibivano ; ma succe- duta in questo allo sgomento
rapida una vampa di nobile indignazione , avventandosi colla veemenza del
fulmine sul comune nemico , proruppe in quel notissimo; Quousque tan- dem
abutere, Caldina, palientia nostra eie. Esempj di esordj di tal maniera ci
lasciò anche il Segneri nelle Prediche del Giudizio, della Passione e del
Paradiso. 19. Tullio insegna dovere l'esordio essere all'orazione talmente
congiunto , che paja membro attaccato a tutto il corpo (1), e come dice altrove:
Penitus ex ea causa, quae tum agatur, ejfloruisse.. - Potrà pertanto ricavarsi
dalle circostanze o del subbielto, o della persona, o del luogo, o del tempo, o
anche dello stesso oratore; ovvero da qual- che fatto o dello storico , come
non di rado usa il Segneri. Ma, come nota il Corticclli , « il più artificioso
si è quello prò- « posto da Ermogcne ( PelClnvens. , L. I, c. 1 ) che lo chia-
« ma proemio dell'opinione. Consiste in questo , che l'oratore « conosca la
disposizione degli uditori per rispetto alla ma- li) De Orai., L, 11, C.
80. u teria , della quale si traila , e
secondo quella (!* s'insinui a a parlare o lietamente, o mestamente, o cen
altro movi- ti mento di passione, conforme alla presente contingenza » (1). In
somma ciò che veramente rileva si è che l'esordio abbia stretta attinenza col
subbietlo ; il perchè fa d'uopo diligen- temente pensar' prima a ciò che è da
dirsi , per quindi trarre argomento d'esordio ; e benché Cicerone avesse già
avuto in costume di tenerne apparecchiati alcuni per ogni caso, riconosciutone
per le avvertenze di Attico l'errore, stette dipoi col fatto saldo al precetto
di far che l'esordio sbocci veramente dall'argomento. Difalti non avvi soggetto
che, rigorosamente parlando , non abbia un colore lutto suo proprio; queslo
deve naturalmente riverberare nell'esordio: dunque l'appiccare alla meglio un
proemio comune a qual- sivoglia discorso è contro ogni regola di ragione. Anche
l'ar- chitetto che sa bene dell'arte sua , fa che la facciala indi- chi a prima
giunta la natura dell'edilìzio (2). 20. E continuando nel paragone dirò che
siccome dalla facciala sogliono d'ordinario i risgtiardanli giudicare del-
l'edilìzio , cosi spesse volte avviene dell'orazione, e perchè l'uditore è
naturalmente più attento , e perchè formasi più favorevole concetto
dell'oratore che fino dalle mosse appaga il cuore e la mente. Devesi adunque
nell'esordio usaro no- biltà e limpidezza di siile, leggiadria d'immagini e
aggiu- statezza di concetti; bella, elegante e fiorita la elocuzione; sostenuta
con grazia e con soavità l'armonia; e ciò che prin- cipalmente rileva, lutto
sia conveniente alle circostanze ed alla natura dell'argomento. Agli esordj di
ragion tempera- ta, i quali secondo Cicerone vogliono essere verecunda, non
elatis incensa verbìs, sed acuta sententiis , ben si adattano le figure
splendide e vivaci; le ardenti e gagliarde a quelli veementi , abbenchò qui
pure non siavi miglior maestro Mi DtlVEloq. Tose, Giov. Viti, DIs. ì. (2) ■
...Il dicitore faccia il sua proemio bene e breve e di poche ■ parole ; e che
il faccia ch'aro e aperto, ... e che il faccia Dio , che « si accordi col fatto
che vuole dire. » F. fìuidotlo. Fior di Rettor. Tr. 1 , g. 13. J Digitizcd
t>y Google di retorica <87 del cuore. Finalmente conchiuderò con Cicerone:
« Oportet « ut aedìbus ac templis vestitala et aditus , sic causò prin- cipia
proportione rerum praeponere [De Orat., Lib. II, §. 79). Cosi l'esordio
congiungendo dignità, verecondia, convenien- za, proporzione ad un non so che
dì nuovo e di elegante, senza che l'arte per grande che siavi , null'affatto
apparisca, renderà gli uditori docili e benevoli; ne richiamerà poi in- tera
l'attenzione la proposta del tema , colla quale d'ordi- nario chiudesi
l'esordio. 21. La Proposizione pertanto è la sposizione dell'assunto. Questa
sia breve , chiara e distinta. Oltre a ciò comparisca naturale alla mente
dell'uditore; perocché se sa d'artifizio, ei tosto teme di sorpresa, ponesi in
guardia, e cosi addi- viene più restìo alla persuasione. Ecciterà più viva
l'atten- zione, ov'abbia eziandio bell'apparenza di novità , guardan- dosi però
di non cadere, per amore di questa, nello strano e nel paradossaslico; difetto
secentistico, cui lo slesso Se- gneri non tulle le volte seppe schivare. La
proposizione, il cut oggetto è di fissare il punto della questione, o è d'un
solo membro, o di due, o di tre, i quali si chiamano i punti dell'orazione. Ove
la materia da trattarsi possa bene in un solo punto comprendersi, gioverà
attenersi, secondo Cicero- ne (1), alla proposizione semplice, siccome quella
che celando i punti degli argomenti, meno ancora ne discuopre l'artifi- cio.
Quando poi l'argomento lo consenta, siccome una sa- via divisione assai approda
e a chi parla e a chi ascolta, potrà bene adoperarsi sull'esempio degli antichi
e de'mo- derni. Al contrario perchè riuscirebbe di confusione un numero
maggiore di punti , savio è il precello di chi a soli tre li ristringe. Sia la
proposizione semplice, duplice o triplice, deve sempre comprendere intera la
questione; i punti debbono essere l'uno dall'altro dislinfi ; progressivi tra
loro; espressi in proprie e semplici parole. Eccone al- cuni esempj a conferma
de'precetti. (0 De Orat., Lib. Il , e. 4t. Proposizione Semplice. « Non è mai
utile quello che non è onesto » (1). Proposaime Duplice. o Nelle occasioni
prossime di peccare enlriamo soli, ed entriamo già vinti o (2). Proposizione
Triplice. « Primum mibi videtur de genere belli; deinde de ma- il gniludine ;
tum de imperatore deligendo esse dicen- <r dum d (3). g. 2. Della Narrazioni*.
22. Poiché il savio e prestante oratore ha saputo con- ciliarsi l'altrui
benevolenza ed attenzione con accomodato esordio e coll'opportuna proposta del
suo tema, scende nel campo delle prove, mercè delle quali si studia d'insinuar
negli animi il convincimento che gli deve agevolar la via alla persuasione (ine
precipuo ed unico della eloquenza ora- toria. Non di rado avviene, e massime
nelle orazioni giu- diziali, che l'oratore trattar deve per prima arme di prova
la narrativa de' fa Iti , donde l'esito finale della sua causa in grandissima
parte dipende. Per questo i maestri asse- gnarono alla narrazione il primo
luogo nella parie dimo- strativa. 23. La narrazione è la storia dei fatti
relativi all'argo- mento, quali veramente, o verisi mi I mente avvennero. Essa,
secondo Tullio, vuol essere breve, chiara, probabile (*). M) Segnem, Predico
sulla falsa politica. (2; Sacro Oratore cilato dal Corticelli. 13} Oc, Pro Lege
Manilio. De Inventine, Sarà breve, se s'incomincia, non a gemino ovo, come
scherzevolmente dice Orazio (1), ma donde veramente si dee; se si conta ciò cbe
è necessario a sapersi, e si tra- lascia ciò ohe, se non nuoce, neppur giova; e
se pari- niente si resta, quando si deve; ove si descrivano i fatti secondo
l'ordine dei tempi e dei luoghi , ove sì lumeggino con tutte quelle circostanze
atte a sparger luce sovr'essi , e non s'ingombrino d' inutili frasche e
d'intralciato digres- sioni; probabile, quando la spedizione delie cose sia
con- forme al vero , tanto che se in quel modo non avvennero realmente ,
tuttavia potevano o dovevano essere cosi av- venute; quando si ponga ben mente
a serbare la dignità e il carattere delle persone, e la natura delle cose, e si
cerchi di seguir più dappresso che si può, la fama e l'opi- nion dei savj. 24. E
poiché siamo sulla narrazione, piacerai d'avver- tire qui col Fornaciari (2)
coso opportunissinia ai discenti. Narra lo storico, narra l'oratore; ma v'fe
divario tra loro. 11 cronista , come pur vedemmo a suo luogo, riferisce sec-
camente i fatti; l'autore di commentar] largheggia di più, nè è schivo di
fiori; lo storico propriamente detto ama piti o meno di grandeggiare ia
dipinture, in descrizio- ni, in arringhe, in filosofiche digressioni; ciascun
altro narra secondo che vuole istruire o dilettare ; lutti poi se- condo la
nota legge del decoro. E l'oratore altresì ha nella narrazione un'arte tutta
sua propria ; imperocché presenta il fatto nell'aspetto che giova al suo fine;
trasceglie e ri- leva quelle circostanze che meglio gli approdano; anche in
narrando volge talvolta la parola direttamente agli udi- tori ed a'giudici;
desta la maraviglia e la curiosità, e poi a non pensato fine riesce ; ora
colloqui di persone intro- duce, e muove doglianze, sdegni, letizie, cupidità,
e insi- nua frattanto la persuasione , gettando i semi di quegli affetti che
intende di eccitarvi a suo tempo ; nè raro è che chiuda con apostrofi, o con
epifonemi la narrazione. (1) Art. Poe*, v. 147. (S] Es. di bel. str. inprota. -
Narrazioni, noia (. 2!i. Inoltro la brevità che richiedesi nella narrazione
oratoria non consiste nelle poche parole, ma nel giudizio- samente schivare la
superfluità delle cose. Ciò chiaro appa- risce dall'esempio che in prova
n'adduce Bartolommeo Ca- valcanti nella sua Retlorica. « Io andni a cercarlo in
corte; « domandai di lui; risposemi un servitore ch'egli era altro- o ve ;
parliimi di quivi e tornai in piazza n. La narrazione è breve nella forma,
lunga nella sostanza. Certi particolari, certe digressioncelle, certe
circostanze o artificiosamente ve- late, o pcnnellcggiate con vivezza di
colori, danno alla nar- razione verità, forza ed evidenza : tutto sta nella
scelta , per la quale richiedesi gusto e discernimento, e questo e quello
s'invigoriscono e si perfezionano collo studio dei sommi esemplari. Leggete
Tacito, Livio, e principalmente Cicerone fra i Latini , fra i nostri in
sfrigolar modo il Boc- caccio e il Segneri; congiungete alla lettura lungo e
fre- quente esercizio, e riuscirete assai felicemente nelle vostre narrazioni.
26. Ove la natura dell'argomento non richieda la nar- razione per prova
principale, spesso avviene che l'oratore debba or qua or la nel corso della sua
orazione qualche fatto narrare sia per prova secondaria, sia per istruzione,
sia per vie meglio eccitare gli affetti a cui mira, sia final- mente per solo
diletto. Una tal narrazione , fatta non troppo di sovente, ma sibbene con
opportunità, e giusta le regole superiormente assegnate, riesce di grande e
bell'ornamento, al quale un altro pur se n'aggiunge, ed è la descrizione o ipotiposi
di persona, di cosa, di tempo o di luogo. Questa sorta d'amplificazione assai
giova, perchè ponendo quasi sot t'occhio le cose, e molto valevole a vivamente
commuo- vere ; se non che vuoisi ancora in questo grandissima so- brietà,
adoperando l'ingegno descrittivo solo quando il richieda l' importanza della
cosa, e l'effetto finale dell'ora- zione, disconvenendo alla dignità oratoria
ì'inlertenersi ad ogni piè sospinto a dipinger minutamente turbini, rovine,
pestilenze, battaglie e che so io; imperocché descrivere non è persuadere, e il
giudizio della causa, dirò con Dio- nigi d'Alìcarnasso, non pende dal ben
descrivere una lem- pesta ; onde queste non sono talvolta clic vane pompe e
prodigalità dell' ingegno (fieffor., p. 452, ed. cit.). 27. Ben d'ordinario
alla narrazione viene soslituiia la spiegazione o definizione oratoria del
soggetto, o una ben distinta sposizione dello stato della controversia. Molto
rileva al successo della causa il por bene fino' dalle mosse la questione;
[>er la qual cosa fa d'uopo studiarla a fondo ed in ciascuna sua parte, e
premerne, come suol dirsi, il succo a fine di giitar salde le fondamenta.
Questa importantis- sima parte dev'esser del pari breve, chiara , spiccata ed
espressa in parole semplici e proprie per cessare ogni falsa intelligenza ed
anfibologia. $. 3 Dulia Dhuosl t'aziono. 28. Esposto che ha l'oratore per via
di narrazione o di spiegazione quanto repula opportuno al proprio assunto, gli
corre strettissimo obbligo a ben convincerne gli uditori, di provare la verità
di quanto afferma o nega, con argomenti sodi, probabili e concludenti , nel che
consiste appunto ciò che chiamasi Dimostrazione. A tal uopo adunque richiedesi
principalmente ampia suppellettile di non comune dottrina, lucid'ordine d'idee,
giudizio logico, grande sagacità e sot- tile accorgimento. E poiché l'oratore
devo provare ora la verità e giustizia del proprio asserto , ora la falsila ed
in- giustizia dell'altrui, la dimostrazione dislinguesi in Confer- mazione ed
in Confutazione. 29. La confermazione , secondo Tullio, e quella che dà
all'orazìon nostra fede, autorità e fermezza (1). Essa è tutta quanta riposta
nell'ordine e validità delle prove , le quali tanto più avranno efficacia di
convincere, quanto più ap- pariranno onesLe, vere, legillime, spontanee, tratte
dalle stesse viscere dell'argomento e dai fonti d'una sana filo- sofia, oltre a
quelle opportunamente desunte dai luoghi reltorici superiormente notati.
L'ordine in cui vogliono gli argomenti esser disposti, non può ricevere regola
certa, se (1) De Invsn. L, k I. non dalla prudenza dell'oratore; imperocché ora
gioverà se- guire il precetto di Tullio , che stima doversi collocare i più.
poderosi nel princìpio e nel fine, i men forti nel mezzo , essendoché le
impressioni prime e le ultime scolpendosi più addentro negli animi, meglio ne
accertano la vittoria; ora converrà attenersi all'avviso di coloro che reputano
mi- glior disposizione essere quella, ove le prove vanno fino alla fine
crescendo di forza e di valore , perocché anelan- do , direbbe il Pari ni , con
colpi ognor più gagliardi l'altrui volontà, questa alfine cede alla forza
irresistibile d'un'elo- quenza die più e più da ogni parie stringe ed incalza.
Ed in questo, ben nota il Corlicelli, « è mirabile il P. Se- a gneri , il quale
distribuisce si acconciamente le sue « prove, che non solamente cresce
l'orazione, ma acquista a sempre forza maggiore , » come il torcolo che quanto
più cammina, più strigne. per valermi delle espressioni dello stesso
grand'oratore. Oltre a ciò talvolta gioverà inco- minciare da generali
proposizioni , per indi destramente di- scendere ai particolari; tal'altra
varrà meglio il contrario. In somma la natura dell'argomento, la qualità e le
dispo- sizioni degli uditori, la condizione dei tempi, dei luoghi e dell'oratore
medesimo, pUranno meglio d'ogni precetto ad- ditare la via più sicura nella
disposizione degli argomenti^ 30. La confutazione, che in sostanza altro non è
come nota Cicerone, che un vie meglio confermare la nostra sen- tenza ,
oppugnando l'altrui, consiste appunto nel chiarire con dimostrazioni
dialettiche la falsità degli altrui argo- menti o nel disvelare il sofisma
'delle addotte obiezioni ; e se tanto non si può, nell' indebolirne almeno le
prove, mo- strandole nè salde, uè legittime abbastanza , e meno delle nostre
probabili ; indirettamente poi, dissimulandole col si- lenzio, quasi le ragioni
dell'avversario poco o nulla meri- tino di risposta. Per questa confutazione
indiretta però, fa di mestieri che l'oratore sia ben sicuro delle proprie
ragio- ni , e apparisca patente la debolezza delle altrui. Gagliarda sopra
tutto è la ritorsione, onde si rivolgono contro l'av- versario i suoi stessi
argomenti , quasi strappandogli di mano le armi per ritorcergliele contro. Fa
bel giuoco altresì DI nr.TTOiiiCA ^93 nella confutazione una spiritosa inattesa
domanda, un molto arguto, con bel garbo lanciato in mezzo alla (juestione, es-
sendo pur vero che o Ridiculum acri u Fortius et melius magnas plerumque secai
res » [1 ) ; se non che devesi ciò usare dove convenga, a proposilo e assai
raramente. 31. La confutazione dalla quale, com'è manifesto, dipen- de il più
delle volte il trionfo (iella causa , e di grandissimo momento, e forse è la
parte più scabrosa dell'orazione. Vi si richiede pertanto somma acutezza di
giudizio, non ordi- naria destrezza , piena cognizione della causa, e diritto
ar- gomentare, per assalir con vantaggio, prevedere a tempo i colpi
dell'avversario, stringerlo sì, che più schermo non abbia, oltre a non porgere
mai scoperto alle offese il fianco. Al discernimento poi dell'oratore sia la
scelta del luogo, dirò cosi, del combattimento-, perocché ora gioverà ribattere
sul bel principio le opposizioni , come fa Cicerone nella Milo- niana ; ora
provar prima la nostra proposizione, per ribat- ter l'altrui, come lo slesso
Tullio fa nell'orazione per la legge Manilia ; finalmente, ove cada in
acconcio, eziandio qua e là per l'orazione medesima. Più dei precetti qui pure
varranno gli esempi che no diedero nelle loro orazioni l'Oratore romano c il P.
Segueri. 32. Resta a dire della espressione degli argomenti dello due parti
della Dimostrazione. I retori tolsero dai dia- lettici le forme □ maniere di
argomentare, le quali si di- cono: Sillogismo, Entimema, Dilemma, Sort'te,
Induzione ed Esempio. Il Sillogismo si compone di Ire proposizioni , la prima
generale, la seconda particolare, la terza illativa. Esempio di sillogismo
logico : 1." Nihil est quod ralione et numero moveri possil sine Consilio
; ID Or**., Sai. X, L. I. 2. "
Constans ordo siderum neque naturate, neque for- lunam significai ; 3. "
Ergo dividiate moventur. L'oratore ben di rado si vale di questa maniera secca
e recisa; ma la dilata, la spiega e la illustra con addurre le prove delle sue
premesse; laonde cambia il sillogismo in Epickerema. Tale sarebbe il testé
addotto esempio, espresso come loggesi in Cicerone: « 1. Piihil est quod
ratione et numero moveri possit sine « Consilio, in quo nibil est temerarium,
nihil vanum , ni- « liil forluilum ». a II. Orilo aulem siderum, et omni aeternitale
conslanti3, « ncque naturam significai ; est enim piena rationis : neque «
forlunam, quae amica varietati constantiam respuit e : « III. Sequitur ergo, ut
ipsa sua sponle, suo sensu, ac « diviuilale moveaniur ». {De Nat. Deorum, Lib.
II). V Entimema è lo stesso sillogismo con di meno la propo- sizione generale
che si tace, perchè facile a sottintendersi, come : a 1. Animi atque ingenii
celeres quidam motus, qui el « ad exeogitandum acuii, et ad explicandum
ornandum- « que sint uberes, sunt naturae dona»; « 2. Ergo inseri quidem et
donari ab arie non pos- « sunt » [Oc. de Orat. I, I). Il Dilemma consta di due
proposizioni opposte, ciascuna delle quali è sempre al nostro assunto
favorevole. Tal è il seguente di Cicerone : i Confìteor eos (gli uccisori di
Cesa- li re), nisi libcralores populi romani, conservaloresque rei- « publicae
sint, plus quam sicarios , plus quam homicidas, « plus etiam quam parricidas
esse: siquidem est alrocius « palriae parentem , quam suum occidere. Tu homo
sa- « piens , et considerale, quid dicis? Si parricidae , cur fi honoris causa
a te sunt, et in hoc ordine, et apud po- «■ pulutn romanum, semper appellali ?
cur M. Brutus, le « referente legibus est solutus ?.... cur provinciae Cassio
et « Bruto dalae? cur quaestorcs additi ?..... atque haec a acla per te; non
igitur homicidae; sequilur ul liberato- li res tuo judicio sint [Phii.
II). Il Sartie è una catena di più
proposizioni tra loro con- nesse in guisa che l'ima dall'altra dipende; a
questo può in cotal modo rassomigliarsi la progressione oratoria, qoal'è a rao'
d'esempio la seguente :« Neque vero se populo solum, « sed etiam senatui
Iradidit; neque senatui modo, sed etiam a publicis praesidiis et armis; neque
his tantum, veruni o etiam ejus potestali, cui senalus tolam rempuhlicam . a
omnem Italiae pubem, cuncla populi romani arma com- a miserai « (1). L'
Induzione b l'enumerazione di più cose certe e indu- bitate , per quindi
inferire dalla certezza di ciascheduna una massima certa del pari e indubitata.
Ne tolgo da Ci- cerone l'esempio : « Domus ea quae ratione regitur, omni- o bus
instruclior est rebus et apparaiior, quam ea quae « temere et nullo Consilio
adminisiratur; exercitus is, cui « praeposilus est sapiens et callidus
imperalor , omnibus « partibus commodius regitur, quam is, qui slultitia et te-
« meritate alicujus administralur. Eadem navigii ratio est, « nam navis optime
cursum conficil ea, quae smentissimo « gubernatore utilur. Ergomelius
accuranlur, quae Consilio « geruntur , quam quae sine Consilio administrantur »
[2). L'Esempio argomenta da un particolare ad altro pari- mente particolare ,
come : a Ilomerum Colophonii civem esse a dicunt suum, Chii suum vindicant,
Salamini] repelunt, a Smyrnaei vero suum esse confimi ant.... Ergo illi alienunij a quia poeta
fuit , post mortem etiam expetunt: nos hunc o vivum, qui et volunlale et
legibus noster est, repudia- ci bimus ? a (3}. 33. Ogni argomentazione oratoria può per via
d'analisi ridursi sempre ad alcune forme, dialettiche, le quali sono al
discorso ciò che al corpo umano i nervi e le ossa, d'onde all' uno e all'altro
la saldezza e la forza. Ma poiché la bel- lezza al corpo deriva dalla polpa e
da! sangue che per le vene scorrendo traspare nel vivo incarnalo , cosi
all'ora- zione viene mirabil leggiadria dalla copia e dalla freschezza (1) Oh*t
, Pio MiIbtw. <2j De Invcnt., Lib. I. (3] Orat., prò Architi, El.lv 11 ESTÀ Iti delle tinte che a larga
mano l'eloquenza vi spande, mercè di quell'artificio che noi chiamiamo Esumazione.
E qui ba- sti delle forme dialettiche, di cui non abbiamo dato che cenni,
essendo ufficio delle logiche discipline guidare l'in- telletto per tutte le
vie del diritto ragionare, e a queste noi rimandiamo gli studiosi che alla
nobiltà del dire amano, come debbono, di congiungere la giustezza
dell'argomenta- re , risi Tinnendomi ad avvenirli con Tullio che: line re nulla
vis verbi est (1). Riprendiamo adunque il filo dei pre- celti che all'arte
nostra convengono, e trattiamo alquanto della Esornazione. 34. Al filosofo
basta di convincere; non così all'oratore: quindi l'argomentazione filosofica è
d'ordinario nuda e con- cisa ; adorna e distesa e per lo più l'oratoria, per il
che dal preco Zenone venne quella paragonata alla mano chiusa, questa
all'aperta. L'esornazione , che dai Latini dicevasi an- che Fxpositio, consiste
pertanto nell'esleiidere ed amplifi- care ciascuna proposizione del nostro
argomento con tutte quelle prove e aggiunti che meglio valgono a dar loro ri-
lievo , forza ed efficacia. Siccome il pittore traccia le linee del quadro, e
poi sotto l' impasto dei colori all'occhio altrui le nasconde, così l'oratore
forma nella sua mente il sillo- gismo, e quindi lo distende, lo colora, lo
abbella si che la struttura dialettica di quello quasi sparisce. Difalto le tre
parti del sillogismo si racchiudono più o meno distesamente e ordinalamenle
nelle precipue parli della esornazione, le quali dai retori vengono denominate
Proposizione, Confer- mazione, Complessione. Colla prima, che rappresenta la
pre- messa generale logica, si espone ciò che vuoisi dimostrare : colla seconda
, che in sostanza è la premessa particolare, si rafferma e si stabilisce col
ragionamento, coll'aulorilà , cogli esempi, la proposizione; coll'ultima che
può dirsi la illazione , si raccolgono le parli dell'argomentazione a fine di
conchiudere con brevità e con forza il discorso. E sic- come nò anco il
filosofo ragiona sempre sillogizzando nelle forme e uell'ordine logico, anche
meno si lega a tali regole (4) Orai ad M. Brutum. l'oratore, tanto all'uno e all'altro sta a
cuore la varietà del dire, facendo ambedue, come torna lor meglio, scaturire
ta- lora la proposizione dà dimostrarsi dalle ragioni e prove che le si
premettono. 35. L' Esornazione poi entra, com'è chiaro, in tutto il discorso,
ma particolarmente in quelle parli che meglio deb- bono scolpirsi nella mente
degli uditori ; quindi su queste l'oratore insiste presentando la stessa
proposizione sotto più aspetti , e dichirandola e con figure e con immagini e
con ogni maniera d'amplificazione che crede più valida. Uno fra i tanti esempj
che porge Cicerone, basterà a ciò compro- vare. Ecco iì suo sillogismo: a È da
giudicarsi insidiatore « colui a prò del quale torna la morte dell'ucciso; ma
la « morte di Milone era grandemente utile a Clodio ; dunque' a Clodio fu l'
insidiatore ». Ora vedasi come l'oratore adorna ed amplifica la sua
proposizione: « Quonam iaitur pacto a prohari potest, insidias Miloni fecisse
Clodium ? Salis est « quidem, in ilia tam audaci , tam nefaria bellua , docere
« magnam ei causam, magnam spem in Milonis morte pro- li posilam, magnas
utilitales fuisse. Itaque illud Cassiauum a cui borio fuerit, in his personis
valeat ; etsi boni nullo « emolumento impelluntur in fraudem, improbi saepe
par- ti vo. Atqui, Milone interfeelo, Clodius bnc assequehalnr , a non modo, ut
praetor esset, non eo consule , quo sceleris « nihil facere posset : sed eliam
ut his consulibus praetor i esset , quibus si non adjuvantibus, at
connivenlibus certe , « sperasset se posse rempublicam eludere in illis suis
cogi- n tatis furoribus etc. Ergo etc. » (1). 36. Finalmente consistendo
l'esornazione nell'amplificare cogli splendidi colori dell'eloquenza gli
argomenti dialettici d'ogni specie, e pregio dell'opera avvertire, che questi
non si stemperino entro a un mar di parole, acciocché non per- dano di loro
efficacia ; che si usi veramente l'amplificazione per rilevare e porre nella
più chiara luce lo cose sia per la loro grandezza, sia per il loro contrario,
tanto però quanto lo meritano e non più; che essa in fine si adoperi (1j Orai.
Pro Milone. come vuol Cicerone, in guisa che divenendo una più grave
affermazione del nostra assunto , viemeglio fede procacci all'oratore, attragga
gli animi degli uditori, e meglio li di- sponga alla persuasione. §. 4. Della
Perorazione. 37. È molto il ben cominciare; mollo più l'esporre chia- ramente
lo stalo della questione , nitidamente spiegarla , con validi argomenti
stabilirla; ma se tulio ciò basta al convincimenlo , non basta al vero e pieno
Irionfo dell'ora- zione: questo è riposto nella grande e diffìcil'arle di
muover gli affetti, donde la persuasione, pregio e fine principalis- simo della
eloquenza ; per la qual cosa lo stesso Quintiliano diceva : <t Non enim
solum oratoris est (lacere , sed plus elo- « quentia circa movendum valet »
(1). 38. Qucsla parte di si gran rilievo periamo fu della Perorazione, quasi
dir si volesse il sommo dell'arie (2). Essa consiste nell'accorta trattazione
degli affetti ; e comecché l'oratore cerchi per questa via d'insinuarsi negli
animi de- gli uditori dovunque meglio gli torna, anzi quando gli viene dallo
stesso argomento suggerito; nulladimeno la Perora- zione veramente grandeugia
in lulta la sua potenza dopo la parte dimoslrativa , acciocché la volontà si
pieghi a seguir quello cui approvò già l' intelletto. E poiché due sono le cose
che, secondo Tullio, rendono ammirabile l'eloquenza, il costume cioè, e Y
affetto , in quo uno, siccome egli dice, re- gnai oratio (3) , dello sol quanto
basta del primo , ci sludie- remo di dire quanto giova e si può del secondo.
39. Ripetiamo qui pure : Caput artis est decere. E il de- coro che qui si
ricerca si è quello di adattare il discorso alle persone e aìempi. Devesi
adunque dall'oratore por mente alla diversa condizione degli uditori , e
secondo il costume di questi adattare cose e parole. Mi /«il». , L. IV, c. 5.
(2) Peroro, verbo composto da oro e dalla prep. per, che dai La- lini si
apponeva ad esprimere perfezione, compimento ee. .31 Orai, ad Brutui».
DigitizGd by Google DI HETIOHICA 199 Ai grandi pertanto , il cui costume io
generale è l'ambi- zione e l'alterezza , l'oratore parlerà della gloria
d'illustri imprese, e dell'almo splendore della virtù , serbando diguilà. nella
lode e nel biasimo , senza blandizie del pari che senza Ai dotti, che per
costumo sono avidi di fama e di scien- za , parlerà con nobile modestia,
sponendo con gravila di argomenti e con dovizia dì dottrina le cose , in
dettato suc- coso e corretto. Ai plebei, il cui carattere è grossolano,
superstizioso, facile ad ogn' impressione, parlerà istruendoli per via d'im-
magini e d esempj C0H amorevolezza e con semplicità , e so- prattutto quasi nel
loro proprio linguaggio. Coi vecchi, iì costume de'quali è lento, guardingo,
ti- mido , recessivo , tenace negli slessi pregiudizj, si mostrerà l'oratore
debitamente rispettoso, prudente ne' consigli , so- brio nelle figure, parco di
parole; e mostrando di non voler far da mueslro a chi può insegnare a lui , si
studierà di de- stramente condurli al suo fine, inspirando in essi b giuste
speranze o giusti timori. Coi giovani, il costume de'quali è immaginoso ,
ardente, cupido di novità, passionato, l'oratore userà splendide im- magini , e
generosi sentimenti , eccitandoli alla emulazione delle lodevoli opere, colla
speranza d'onore c di gloria , e ri- traendoli dai pericoli della lusinghevole
eia col candore d'una pacala dolcezza. Colle donne, finalmente, il cui costume
e la pietà, il sentimento , la leggerezza , userà il linguaggio del cuore e
della fantasia , chiaro e forbito , e colle vivaci dipinture del bello e colla
gentilezza dei modi , spiegherà loro il buono e l'onesto, e le vie di s'
abilmente conseguirlo. Olire a ciò a ben serbare il costume in generale fa
d'uopo di profonda ed eslesa cognizione del cuore umano , la quale si acquisla
soltanto nel gran libro della esperienza ; gioverà tuttavia non poco lo studio
delle morali discipline, siccome insegna a tal proposito il Venosino : a Rem
tibi Socraticae poterunt oslendere chartae » (1). 40. Tracciatele vie che
meglio guidano al cuore, dicia- mo delle armi, sole valevoli ad espugnarlo; e
queste sono gli affetti, nella cui trattazione si pare quanto può l'elo-
quenza. L'affetto, o passione che voglia dirsi, è quel movi- mento, o come
dicevano i Latini, quella perturbazione dell'animo, che investendo tutto quanto
l'uomo ne signo- reggia il pensiero e l'opera. Ogni affetto s'ingenera dal pia-
cere o dal dolore. Nascono da quello Vamore, la speranza, la gioia, la
maraviglia; da questo Vodio, il timore, la (ri- stezza, Vinvidia; in generale
rie deriva ogni aspirazione dell'anima verso tulio ciò che l'appaga, ed ogni
repugnanza verso tutto ciò che l'attrista; e a questa e a quella essa
d'ordinario vien traila più che dal giudizio, dal senlimenlo; donde l'errore
che non di rado la delude nelle sue brame, e la devia dal giusto e dal retto.
Ma lutto questo piti co- piosamente si altinga ai fonti dell'Elica che di suo
proprio diritto ne tratta alla dislesa. 41. Si sa che vana opera farebbe chi
presumesse di dettare regole certe a ciò che naluralmenle all'arte repu- gna ,
quali appunto in sommo grado sono gli affetti. Con- tullociò se non vani
riescono certi generali principj in logica e in poesia a chi buon senso e
felice ingegno da natura sorlt, nò meno saranno da reputarsi inutili certe
generali avvertenze alle ad agevolare la trattazione degli affetti me- desimi
per chi nacque con un cuore capace di gagliarda- mente sentirli; in caso
diverso sappiamo benissimo che a nulla gioveranno, come appunto mille
dialettiche e mille poetiche non faranno mai un buon pensatore nè un buon poela
, se prima la natura non ve ne ha posto i semi. 42. Perchè adunque l'oratore
infonda, per dirla con Dio- nigi d'Alicarnasso, come nel corpo l'anima, nelle
cose l'af- fetto (2;, fa di mestieri che primo lo senta profondamente (i] Ari.
Poe!., v. 3i0. it) Art. Rettor. dentro se stesso; e ciò gli avverrà, se Tarassi
o considerar rettamente por ogni verso il suo suhbietlo , e così scorgen- done
tutta quanta la giustìzia o la iniquità, la bellezza o la turpitudine, l'utile
o il danno, la nobiltà o l'abiezione, e va dicendo, si ecciteranno nell'animo
suo movimenli d'entu- siasmo per tutto ciò che è retto e glorioso,
d'indignazione pel suo contrario, e il cuore per tal modo agitato gli porrà
sulle labbra il suo ardente linguaggio. 43. Ora quelle stesse cagioni per le
quali si sonte viva- mente commosso egli medesimo, ponga altrui dinanzi agli
occhi, e negli animi desterà a un dipresso simili movimenti. L'amore è il primo
degli umani affetti. Tutto ciò ebe piace, che lusinga , che impromctle felicità,
eccita l'amore , e vie- più vivo ed ardente, quanto più rari, più splendidi c
più perfetti ne appariscono i pregi di bellezza , di grazia e di bontà.
Dipingere adunque con animati colori siffatte doli , esaltarne l'eccellenza,
magnificarne i beni o già conseguili o che se ne sperano, sono mezzi ben otti a
risvegliare in altri l'amore e gli affetti a questo affini, voglio dire, l'ami-
cizia, la gratitudine e la benevolenza. Vedeto come Virgi- lio dipinge la sua
Didone, a fine di scusare nel suo eroe quell'amore che fu per ritrarlo dal
cammin della gloria. Essa bellissima , tenera , generosa , ospitale; quasi
direi che Amore cosi la delincò nel cuore del poeta, e questi la colori colla
magia de'suoi versi. 4i. VOdio e l'affetto contrario; quindi si eccita cogli
argo- menti contrari a quelli , onde muovesi l'amore. Il rappresen- tare
pertanto al vivo la sozza immagine del vizio orgoglioso, iniquo ed abbietto; i
mali già sofferti, o che pur si soffrono o che si temono, è mezzo attissimo ad
accendere contro l'autore di questi giusto odio ed abominio profondo. I.e tinte
del quadro però siano forti e gagliarde, ma non troppo cariche si che non
tolgano fede al vero. Bellissimo è il celebre esempio che ne porge Tacilo nella
Vita d'Agricola, dove Galgaco eccita i suoi all'odio de' Romani , cosi
dipingendoli: « Raplores orbis, o postquain cuncta vastantibus defuere terrae,
et mare scru- a tanlur : si locuples hoslis est, avari: si pauper, ambitiosi: «
quos nonOriens, non Occidens satiaverit: soli omnium, o opes atque inopiam pari
affeclu concupiscunt. Auferre, i(
trucidare, raperà falsis nominibus imperium: alque ubi e solitudinem faciunt,
paeem appcllant. Liberos euique ac a propiuquos suos natura carissimos esse
voluit: hi per e delectus alibi sorviluli aufcmnlur. Conjuges, sororesque « et si
hostilem libidinem effugiant, nomine amicorum alque « hospiLum polluuniur.
Bona, fnrlunasque in Iributum « egerunt; in annonam, frumenlum. Corpora ipsa ac
manus, o silvis ac paludibus emunicndis, verbera intcr ac contu- a melias,
conlerunt. Nola sorviluli mancipia semel veneunt, « alque ullroa dominis
alunlur. Brilannia sorvitulem suam e quotidie emit, quoLÌdie pascil o. 45. La Pietà, soave affetto d'ogn'anima gentile, sì desia
in noi allo spettacolo della sventura, e se altro non pos- siamo, spargiam per
essa una lacrima a conforto dell'infe- lice; e tanto più, se questi è
innocente, debole, ridotlo io basso stato, vittima dell'umana ingiustizia, e
meritevole di sorte migliore. Si ponga pictosamenle sotto gli ocelli al- trui
la grandezza dell' inforiunio sotto cui geme il misero, se ne mostri lo
squallore e l'avvilimento, se ne additino! modi di sollevarlo, o almeno si
muova per esso l'altrui com- miserazione, che è pure un sollievo in mezzo al
peso de'ma- li. Quanta pietà inspira presso Tacilo Agrippina quando dopo la
morte di Germanico se ne ritorna a Roma : « Agrippi- e na, quamquam defessa
luctu, et torpore aegro, omnium n tamen quae ultionem morarenlur iniolerans,
ascendit a classem curi) cineribus Germanici, et liberis, miseranli- « bus
cunctis, quod feminn nobilitate princeps, pnlcher- a rimo modo matrimonio intcr
venerantcs, gralantesque a aspici solila, lune ferales relìquias sinu ferret,
incerta o ullionis, anxia sui, et infelici foccundilate forluoae « tolics
obnoxia» {Ann. 1. II). Per la via della pietà s'ecci- tano ancora sensi di
mansuetudine e di clemenza verso chi peccò per malizia, e pentito iì proprio
fallo confessa, o verso chi fu trailo al delitto da sconsigliatezza, da igno-
ranza, o da fatali circostanze. Vedasi con quanl'arte Tul- lio piega a clemenza
per H. Marcello l'animo di Cesare. 46. Vira è breve furore, a cui ne sospinge
sentita tristizia, e ne infiamma l'anima d'ardeniissima brama di vendetta. Ad
aizzarla in altri giova dipingere al "vivo e conci latamente l'ingiùria
sofferta e il mal talento di chi l'arrecava. Vedasi con quant'arte Abner presso
l'Alfieri si studia malignamene di ridestare l'ingiusta ira di Saul contro
David [AL II, se. 1). - Più nobile, e quindi più convenevole all'oratore, è la
Indignazione che nasce all'aspetto dell'altrui malvagità ed impudenza, ed c
virtù generosa e d'animo grande, ed altresì necessaria a difesa della inerme
ragione, della quale perciò S. Tommaso chiamò satellite lo sdegno, e il Tasso
cantò: " Sdegno guerrier della region feroce » [1). Dipingete adu nque con
animose parole l'arroganza e la sfron- tatezza congiunto alla malizia ed alla
viltà, e sdegnosi come Tullio alla visla di Catilina in Sonalo, e corno Danio
dinanzi all'Argenti (2), trasfonderete il vostro magnanimo affetto in quanti
han cuore retto ed elevalo. 47. V Allegrezza desiosi iti noi per gioconda
novella di lieto evento, o per cessazione d'alcun male, o per inaspet- tato
conseguimento di una qualche felicità. La ecciteremo adunque del pari in altri,
se rappresenteremo loro con vera espansione di animo il fausto avvenimento, e
la grandezza dei beni conseguili; e tanto più , se al grande desiderio di essi
non era congiunta che poca o ninna speranza. Vede- telo in Tullio come da ogni
parola espande nei padri l'al- legrezza sua, per la partita o fuga di Catilina
(31. La tristezza all'opposto discende nell'anima, e di grave accoramento la
stringe, al duro annunzio di pubbliche o private sciagure, di rovine e di
morti. La vìva dipintura , espressa a (ratti brevi e risentiti, dell'infortunio
che ne colpi, ricolmerà per tanto di grave costernazione gli animi altrui, e
l'ora- tore li volgerà a sua posta per le vie del retto e dell'one- sto, e ad
ogni bell'opera di umanità e di religione. Chi può ridire i salutari effetti
clic dovette a'suoi tempi ritrarre il (1; Gers. Lib. C. XVI si, 34. {% Taf., C.
Vili. (3) Calili"., II. Esor.
Segneri dalla sua bella predica pel dì delle Ceneri sulla morte? 48. II
Coraggio nasce dal senlimento del proprio valore, della propria dignità, del
proprio dovere; l'accende la fiam- ma della emulazione, la speranza di gloria e
di beni cui l'immaginazione dipinge facili a conseguirsi; l'addoppia tal- volta
la slessa grandezza del pericolo fino a convertirlo in audacia. Con questi ed
altri simili argomenti Galgaco infonde ne' suoi questo vita! sentimento, spesso
cagione a non spe- rala salvezza. « Sublala spe veniae, tandem stimile ani- «
mum, tato quibus salus , quam qitibus gloria carissima i( est. Briganles.
femina duce, exurere coloniam, expugnare a castra: ac nisi felicitas in
secordium vertisset, exuere « jugum potuere . Àn eamdem Romanis in bello
virtulem, a quam in pace lascivia») adesse creditis? nostris illi disces- «
sionibus ac discordiis clari, vitia hoslium in gloriam « exercitus sui vertunt.
.. Omnia victoriae incitamenta prò « nobis sunt: nullae Romauos conjuges
accendunt: nulli « parentes fugam exprobraluri sunt: aut nulla plerisque o
patria, aut alia est Ne terreat vauas aspeclus: et auri <i fulgor atquc
argenti , quodneque legit, neque vulnerai. . . « Hic dux, hic exercitus: ibi
tributa etmetalla, et ceterae « servientium poenae: quas in aeternum proferre,
aut stalim « ulcisci , in hoc campo est. Proiude iiuri in aciem et majo- * res veslros , et
posteros cogitale (1). 49. Il Timore ci
preoccupa all'idea di un male futuro, e se il pericolo veramente sovrasta, o la
immaginazione Io ingrandisce e lo ravvicina, il timore può spesso divenir
paura, affetto che turba e sgagliarda l'animo, stringe il cuore e intorpidisce
lutla la persona. Ora animai che più teme e il piit aito alla fuga; quindi
quanto saprem meglio inspirar timore, dipingendo minaccioso e grave di tristis-
simi mali il pericolo, tanto più lo schiveranno gli «omini, sia colla fuga, sia
col coraggio, e quando l'uopo lo richieda, eziandio con quel timore che per
poco non è paura. Talvolta magnificando l'eccellenza, la grandezza, il potere
che eia- fi) Tacito , Vita di Agric. fi. Zi. DI ItETTORICA 205 scuuo in altri
riconosce ed onora, giova ad infondere quel timore di reverenza e di religione,
che nu rende ossequenti verso chi n'è degno, e ciò che più. monta, devoti a
Dio. Quanto bene Orazio inspira timore nella sua Gala tea , per- chè non
s'affidi all'instabile oceano (V. Ode XXI, L. III). Ma oh! come veramente
ricolmano d'un santo timore le imma- gini enfatiche dei Profeti che cantano
l'onnipotenza e la terribile giustizia dell'Elenio. La qual'enfasi ben imitò
l'Al- fieri, dove il sacerdote Achimelch tenta di risvegliare in Saul un
salutare timore (V. At. IV se. 4). 50. La Maraviglia nasce in noi alla visla
del grande, del raro e dello straordinario , laonde quasi rimanga per essa
l'anima assorta , ne restiamo stupefatti ed attoniti. Ove torni bene eccitare
in altri un simile affetto, si tratteg- gino ai vivo alti di magnanimità e
d'eroismo , o si sorprenda l'immaginazione con grandiose novità , o si scuota
la mente con verità nascoste e sublimi. Così Livio descrive l'ammira- bile
intrepidezza di Orazio Coclite , nel Lib. II , c. 10 delle sue storie ; cosi
Dante dipinge la stupenda visione del carro trionfale de! Grifone misterioso
tra il celestiale corteggio nel C. XXIX del Purgatorio; cosi finalmente il
Segneri rappre- senta la vision de' Bea li. « Veggendo Dio (ei dice) , non vi a
pensate di vedere veruno di questi oggetti che vedete fuori k di Lui. Questi
sono creali , ed' Egli increato; questi mate- a riali . ed Egli semplicissimo;
questi dipendenti, ed Egli <i assoluto; questi limitati, ed Egli infinito;
questi cadu- « chi , ed Egli immortale ; questi difettosi , ed Egli perielio, «
E pure tutto ciò che vedete fuori di Luì , immaginatevi <t che voi tosto
vedrele, vedendo Lui. Lui vedrete come a solo opera in tutte le creature senza
stanchezza, anzi « come tulle in Luì sono per eminenza , nessuna per pro- le
prietà.... Vedrete in Lui le perfezioni di tulte le cose , « non vedrele in Lui
l'essere di veruna , e però in Lui non a vedrete verun difetlo. In Lui vedrele
candore , ma non a tinto di macchia ; in Lui belili , ma non soggetta a scoto-
li rimento ; in Lui potenza , ma non ombreggiata da emolo; a in Lui sapere , ma
non dipendente da magistero; in Lui « bontà, ma non sottoposta a passione; in
Lui sostanza, « ma non mescolata con
accidenti; in Lui vita, ma non do- « minata da morie. Che pi ti ? Vedrete Din
(oh voi mille volte « beali!) vedrete Dio » (Pred. X, sul Paradiso, N."
40). 54, Tali sono i principali affetti de'quali suo! esser po- tente
eccitatrice quella eloquenza che meritò dagli anti- chi il titolo di flexanima
, àtque omnium regina rerum (De Orai. , L. Il, c. 44). Ma la principal regola
per la loro trattazione sta nel sentirli veramente e profonda ni ente. Summit,
diceva Quintiliano, circa movendas affeclus in hoc posila est, ut movmmur
ip&i ( fast. , L. VII, c. 26 ). Convien poi che la loro espressione sia quale
la natura detta all'uo- mo passionalo , sul cui labbro odi dogliose parole , so
egli e a (Hit lo , festevoli se allegro, veementi se corrucciato; e pa- rimente
vi riscontrerai figure ora pietose, ora gagliarde, ora gaje, or aspre,
sccoiidoche l'anima gli trabocca d'amore o d'ira, di gioja o di tristezza. E tu
di leggieri ne imiterai il linguaggio, se da simili affetti bai veramente il
cuore commosso, perchè « ....format natura prius nos inlus ad omnem «
Fortunarum habiuim ». (Ob.A.P., v. 199 e *Sgi}« e in lai guisa teco si
commoverà l'uditore , essendo naturai legge che a Ut ridentibus arrident , ita
flenlibus adsunt a Humani vullus ». (Oa. A.P., v. 404 }. Soprattutto è da
guardarsi però che non vi si scorgano fiori d'arte , non lisci , non
raffinatezze , vuoi di parole , vuoi di concetti , bastando talvolta a desiare
maggior pietà un'im- magine semplice e breve, ma vera, qual'è questa compas-
sionevole della morte dell'Argivo Antere presso Virgilio : « Stemi tur infelix
alieno vulnere , coelumque « Adspicit , et dulces moriens reminiscilur Argos a.
( Am., L. X). DMbad tiy Google DI RETfORICA 207 Finalmente il linguaggio
dell'affetto , essendo in generale animato ed ardente , è parco di parole ,
vago d'ellissi e di brevi periodi, e (Tu n'armoni a spesso rolla e concitata.
Ap- parirà poi maggiorili e nte vera la passione , quando non sia spìnta olire
i giusti e naturali suoi limiti ; imperocché, come nota il Blair , i moli
fervidi essendo troppo violenti , non possono esser durevoli. - li qui basti
intorno agli affetti , de'quali il solo e miglior maestro è il cuore , e certo
nè Aristolele insegnò a Virgilio il pietoso lomento della madre d'Eurialo (Aen.
, L. IX, c. 484 ), ne Brunello Latini inse- gnò all'Alighieri la terribile
scena del Conto Ugolino ( In- ferno , C. XXXIII ]. 32. Se molt'arle richiedesi
all'oratore a ben incominciare il suo discorso , non meno certamente gliene fa
d'uopo a ben concluderlo; imperocché da ciò in gran parte dipende il buon esilo
della sua causa. Siano pertanto dalla esposi- zione delle cose e dalla forza
degli argomenti appieno con- vinti della sua ragiono gli uditori ; ne siano del
pari com- mossi gli animi per l'ardore e per la veemenza del senti- mento ;
tuttavia non ne trionferà pienamente l'orazione , se non li siringe e li preme
con una ben adattata conchiu- sione. Questa può farsi o continuatamente per
perorazione, o per epìlogo. Se l'oratore , dalla cui prudenza solo dipende la
scelta , giudica quella più opportuna , rìserba per il fine la mozione di
quell'affetto che tiene per più gagliardo ed ef- ficace , ed assale con questo
gli animi degli uditori, riem- piendoli di piela, di terrore, di maraviglia, di
costernazio- ne , siccome meglio gli approda ; se poi o per lo circostanze, o
per la natura della causa alla quale più del sentimento giovi il retto giudizio
degli uditori, stimi meglio rivolgersi ancora alla ragione, rianderà per sommi
capi l'assunto e gli argomenti principali del suo discorso , nel che appunto
con- siste l'epilogo. In quesla enumerazione pertanto, in cui si raccoglie in
poco ciò che distesamente fu dello , si richiede chiarezza, brevità, ornala
eleganza ed armonia, acciocché meglio nella mente si raffermi il convincimento,
e l'animo ben disposto rimanga mercè la dolcezza delle ultime impres- sioni.
Ove poi breve sia l'orazione , o semplice nella testura delle sue parli, si può di siffatto epilogo
fare di meno , e tornerà meglio concbiudere con parole o sentenziose , o con-
fidenti , o laudative , secondo l'opportunità , sempre digni- tosamente e con
grazia. Titolo HI, - Delia elocuzione Oratoria. 53. Della Elocuzione in
generalo assai fu detto a suo luogo; qui dunque basterà poche cose notare che
special- mente riguardano il discorso oratorio. il l'oratore o apostolo dell'eterna
verità, o maestro di civile sapienza, o assertore della giustizia - , solenni
ulDcj, che mostrano con qual dignità comparir debba la parola sul labbro di chi
gli assumo. Questa adunque, secondo Ci- cerone, vuol esser grave insieme ed
ornala , ed ai sensi ed alle menti degli uomini convenevole ()}. Grave nelle
sen- tenze, nelle immagini e quindi nelle parole, nelle metafore e nel periodo,
perche tale per fermo s'addice a chi parla e a chi ascolla, del pari che alle
materie e a' luoghi ; ornata dì quella maestosa semplicilà che ben si marita al
sobrio uso di nobili figure di parole, illustri, eleganti e per dirla con
Tullio, prope poetarum [2), perchè il diletto apre alla persuasione il cuore
eziandio de' più. schivi; adattata alle persone mercè della chiarezza, delia
grazia, del serbalo co- stume, perchè si parla per altri ammaestrare con
efficacia, e perchè tal' è la legge indeclinabile del decoro. 54. Oltre a ciò
deve l'elocuzione oratoria riuscire gra- dita per varietà ed armonia;
imperocché la stessa grandi- loquenza incresce per la pesatilo e monoioua
gravità ; laonde il Retore d' Alicarnasso ne avvertiva che: a l'allettar dap- a
perlullo gli ascoltatori, lo sceglierei più canori ed eletti o vocaboli, il
voler tutti i periodi conchiudere in leggiadra « armonia , e con pompose figure
abbellir la dizione , non a è sempre il meglio » (3). 11 segrelo dell'arte qui
pure con- ni De Orai., L \, c. ti (8. Ibi. e. SS. [3) Dionigi d'Auc. Della
polenta dei dire di Ilemostem; c.17,ed. Cit. sisle nella savia distribuzione
degli ornamenti ; e l'oratore che . ben apprese quest'arto, non dà mostra di
voler piacere per essi, ma si gli usa, come se nel discorso gli cadessero
spontanei, quasi unicamente sollecito delle cose e non delle parole. E benché
sembri, come insegna Cicerone, che, mas- sime nel linguaggio degli anelli, sia
da adoperarsi una certa maniera di dire più viva e più splendida, tuttavia
andrebbe lungi dal vero chi si avvisasse doversi attingere da altre fonti che
dal cuore, di cui la semplicità è appunto la sola vera e genuina espressione; e
tanto è vero che il Tasso di- ceva : « I soverchi lumi ed ornamenti di stile
non solo adom- a brano, ma impediscono e smorzano l'affètto» (i). S5.
Finalmente quiinto all'armonia, dirò che se non vale un bel concetto ove di
bella dizione non si adorni, neppur si rende appieno efficace ove non si
accompagni ancora col- l'ornamenlo convenevole del numero. L'armonia in
generale, che può riguardarsi come il tono de' colori in un quadro, fa d'uopo
sia grandiosa ed austera, piegando secondo l'op- portuniià ora al piano, ora al
forte, ora al paletico, ora al concitalo e veemente. [I periodo pertanto
formisi pieno e rotondo, e chiuda in bella e adattata cadenza; prevalga il
lungo al breve, ma con grata varietà si alternino fra loro. É da guardarsi però
che per amore soverchio dell'ar- monia non si cada nel lezioso, dando al
perìodo un numero poetico, come vedemmo aver fatto lo Speroni, e riscontria- mo
eziandio nel Panigaroin e nel Tondelli troppo vaghi, il primo degli
endecasilhibi, il secondo dei settenari, con danno non lieve della sacra
Eloquenza. 06. Concludiamo: grandiosità, gravità, magnificenza dan- no
robustezza all'oratoria elocuzione; chiarezza, eleganza e colorilo proprio
dellu cose, la fanno risplendere per gra- zia e dignità; armonia svariala
secondo l'immagine e l 'af- follo le aggiunge decoro ed eflieacia; le quali
doli di bella elocuzione si studierà di accompagnare convenientemente alla
copia ed alla elevatezza delle materie chiunque aspira alla lode d'egregio
oratore, lenendo nella mente scolpito Art.
Poet, questo avvertimento di Tullio: a !s enim est eloquens, qui « et humilia
subtiliter , et magna graviter, et mediocria tem- k perule palesi dicere » (i).
Titolo IV. — Della if smorto. 57. La Memoria , questa tesoriera e custode di
tutte cose , o da noi inventate o da altri apprese, è dote dell'ora- tore
essenzialissima, tanio che Tullio non dubitò chiamarla quasi fondamento
dell'oratoria. Che gli vale difatti l'aver dedalo perfetta la sua orazione, se
poi non può recitarla qual'è dinanzi a cui deve? qual pena è, non dirò per
l'ora- tore, che ciò ben s'iniende, ma per lo slesso uditore, quel titubare
incerto ch'ei fa per manco di memoria? e se ciò nuoce al diletto , quanto più
non sarà alla persuasione dan- noso? Ma a rincontro a questa e a quello immensamente
Conferisce un dire franco e spedito per memoria facile e fe- dele; imperocché
cosi l'oratore da ad ogni concetto e ad ogni parola quel gesto che appunto lor
si conviene di forma che sembra parli non per isludio, ma come dettano spon-
tanei la mente ed il cuore. 58. Eppure questa facoltà, da cui cotanto dipende
il buon successo di un'orazione, oh ! quanto di leggieri ne tradisce I E ben
avventuralo può dirsi quell'oratore cui non sia giammai fallila la memoria ,
quando sappiamo che allo stesso Demoslene , per non dire dei Bourdaloue e dei
Massillon , si mostrò infedele dinanzi a Filippo. E ciò che " mollo ancora
rileva si è che a queslo special dono della natura può l'arie ben poco
soccorrere; e se cosa avvi che valga a renderla alquanto più pronta e più
sicura è l'assi- duo esercizio, massimamente fino dai teneri anni incomin-
ciato. Questo è l'unico precetto che davvero possa tornare utile ai giovinetti.
Quanto alla memoria artificiale, così detta per ceni artifici, che a sussidio
di essa vengono proposti, non reputo del mio proposito tener discorso, siccome
quelli U) C.K., Ad Brutum. |2j Id, De opt, flen. Orai. che poco o nulla
approdano ; tanto mono poi erodo debito mio l'interlenermt sui luoghi ,
immagini, caratteristiche, ed altre simili forme del Sistema mnemonico, basato
sul princi- pio psicologico dell'associazione delle idee, perchè i suoi de-
cantati prodigj sono anch'oggi tenuti a un dipresso in quel conto in che già
toneali Bacone, di cose cioè da prestigia- tori. Titolo V. - Dell'Aitane. , ■
59. Se Tullio chiamò la Memoria quasi fondamento del- l'eloquenza , disse
l'Azione esserne il lume fi); i mediocri oratori vincer talvolta per questa i
sommi ; di che fu prova tra noi lo slesso Segneri che di doti esteriori
sfornito vide sovente radi gli uditori, che si affollavano intorno a'meno
valenti, perchè lui in quest'arte vincevano (2;. Ed invero per beo tre volte
addimandalo Demostene che cosa fosse più necessario all'oratore, e per ben tre
volte rispose: razione. Se questa adunque tanto rileva, vediamo in che so-
prattutto è riposta , e diamone in breve esposizione i prin- cipali precetti.
60. L'azione consiste nell'aggradevole governo della voce e della persona
conformemente alle parole ; quindi sono sue parli Pronunzia e Gesto. Dal tono della
voce o della sua in- flessione dipende la pronunzia. E primieramente si
desidera nell'oratore voce limpida, piena, armoniosa, pieghevole, ac- ciocché
ben riesca a colorire il discorso. Precipua dote della pronunzia si è la
chiarezza, a conseguir la quale giova in singoiar modo il profferire intere le
parole, non Sminuz- zandole , non appannandole, fuggendo del pari la precipi-
tazione c la stentatezza. E so in lutto devesi l'affettazione schivare, ben si
deve nella pronunzia, serbando quella fa- cilita e schiettezza naturale che
tanto giova e piace; e ciò sia detto per noi Toscani ; per quelli il cui
accento natio suona scuro, stretto e smozzicato, sarà cosa di sommo H) De opt.
gen. Orat. (2| Tihab., Slot.. della Utter. Hai. Voi. Vili, Lih. Ili, g, 11. vantaggio
il dar opera d'avvicinarsi quanto più sanno all'ac- cento toscano chiaro,
scorrevole ed aperto. Oltre a ciò per riuscire quanto basta chiari a tutti, è
bene intonare lìmi dal principio il discorso tra l'alio e il basso, evitando a
tulio potere lo sforzo ; e diriger la voce in modo da farsi intendere
distintamente da quegli uditori che più distanti ci appariscono: così il tono
della voce si alzerà naturalmente a quel grado di forza che meglio richiedesi.
61. La grazia e la [orza del recitare poi dipende perla massima parte dalla
inflessione della voce, onde si colorisce colle pause, colle enfasi, co"
toni alti e bassi tutta quanta la orazione. Conviene pertanto sostenere fino
alla fine il periodo, con tempera odo al sentimento la voce, e modulandola a giusta
cadenza . senza cantilena non meno che senza languore, e soprattutto schivando
il modo declamatorio. Fa d'uopo inol- tre giudiziosamente distribuire le pause
a fine di ben di- stinguere i sentimenti , smorzando a tempo e rilevando la
voce; quindi adoperare quel snono pieno e gagliardo , che chiamasi enfasi, in
quei traili dell'orazione cui vogliamo me- glio scolpiti nell'animo degli
uditori e che spirilo aggiun- gono ed efficacia alle parole. Finalmente
assaissimo rileva ■prendere ora il tono pulelico, ora il grave, ora il placido,
ora il veemente, secondo l'indole degli affetti; nel che avrai per maestra la
natura. Guardati però dell'esagerare 1 affetto medesimo, e nel fervore della
passione non dimen- ticare quanto di dignità devi a to slesso, al luogo ed alle
persone. «2. L'altra parte dell'azione è il Gesto, che 6 quel mo- vimento del
volto e della persona, che alle parole alle quali si accompagna, aggiunge
vivacità ed evidenza. Quale debba essere lo sguardo e il volto è inutile a
dirsi, chè specchio come sono dell'anima, da per sè stessi si atteggiano
secondo gl'interni movimenti di questa. Quanto alla persona discon- viene ogni
movenza men grave e il leatrico gesticolare. Unii maniera composta , naturale,
e senza studio aggraziata pia- ce e sul pulpito, e sulla tribuna e nel fóro; e
quando ancora ne infiamma gagliardo affetto , l'oratore serbando mai sempre
nobile maestà e decoro, mostri al di fuori il predominio che pur serba dì sè
dentro sè si esso, quantun- que c negli occhi e nel volto e negli alti del
corpo e delle mani tutta apparisca la veemenza di quello: perocché gli affetti
che elevali sempre esser debbono in pubblico dicitore, hao pure dignitosa e
gravo la loro espressione. 63. Poco per avventura sembrerà il già detto in cosa
di tanto rilievo; ma penso che luitavia bastar possa a cui natura fu liberale
altresì de'suoi doni esteriori, ove a que- sti esso aggiunga attenta e
giudiziosa osservazione sui mi- gliori dell'arie, lungo e provalo esercizio sia
per ben tem- prare la voce, sia per moderar bene ti gesto, come sappiamo che
con grande sforzo fece, e non invano, Demostene; final- mente ov'abbia piena
coscienza de! suo solenne ministero. Aut. IV, - Dell'Oratoria In particolare.
1. Ci siamo finqu\ studiali, per quanto ne valevano le forze, di esporre con
quella brevità che ci parve piti con- sentanea ad un libro elementare, i
prìncipi dell'Oratoria in generale ; ora ci proponiamo di dichiararne in pari
modo l'applicazione all'Oratoria in particolare. E poiché l'elo- quenza ora è
volta a lode , ora a biasimo; ora a persuadere o a dissuadere; ora ad accusare
o a difendere , gli antichi distinguevano l'oratoria in dimostrativa , in
deliberativa e in giudiziale. Ma noi intendendo di seguir più dappresso le
islituzioni della moderna civiltà; per le quali l'eloquenza sostiene ora le
ragioni religiose , ora le civili , laonde il Pul- pito j la Tribuna e il Tòro
sono i suoi tre grandi teatri, crediamo piii conforme alla sua presente
applicazione il divi- derla in Sacra ed in Civile, e suddivider quesla io Par-
lamentaria e in Forense. ■ jff :.) joy Titolo l. — Dell'Eloquenza Sacra. V
.fiVrf-V 2. Il fine della Eloquenza Sacra è di persuadere i cri- stiani alla
Tuga del peccalo ed alla pratica delle evangeli- che virtù. Essa è dunque di
genere Deliberativo. Quando poi imprende a celebrare le gesta gloriose dei
Celesti, è di genere Dimostrativo; so ad istruire soltanto, è di genere
Didascalico. 3 II fondamento della Eloquenza Sacra è necessaria- mente il
Vangelo; le guide sicure i SS. Padri ; i fonti della inspirazione la fede e il
cuore; quindi le sono inseparabili compagne verità, magnificenza e semplicità,
per le quali si procaccia ossequio, inspira venerazione e si rende a tutti
comune. Perchè poi la verità s'insinui profondamente nel- l'animo, e lo muova e
a sè lo attragga, e ne forzi la volontà a seguirla, l'Eloquenza Sacra si vale
anch'essa degli argo- menti che l'arte umana le fornisce nella filosofia e
nella reltorica, mercè di cui dà nervo ed ornamento al suo ra- gionare. Ma
siccome severa matrona, se ama le gemme tanto quanto le accrescono maestà e
splendore, si guarda da ogni soperchio, e disdegna i lisci e le gale; così la
Socra Eloquenza, se alla santità e sodezza delle dottrine vuol congiunte
nobiltà e leggiadria di forme, perchè come riflet- teva il Segneri, non può mai
capirsi che la ruggine giovi alle armi, rifiuta a un tempo per la sua slessa
origine, uso e fine santissimi, ogni eccessivo abbigliamento e lusin- gherà ,
perchè , corno dice S. Paolo, lutto ciò che titilla le orecchie ritrae dalla
verità. Laonde coneluderò col Rollin; « Conciones, ubi verluntur gravissima
rerum aeternarum « momenta , quae aut puerilibus senlenliolis lasciviant, «
auicasuris, si leviter excutiautur, flosculis niteant, sunt <i velut aes
soriana, aut cymbalum tinniens a (1). 4. Dallo quali cose conseguila dovere
primieramente l'oralor sacro mirare all'importantissimo fine del suo augu- sto
ministero, tenendo come dette a sè stesso le parole in- dirizzale al Profeta: «
Ecce constilui te hodie super gentes « et super regna , ut eveìlas , et
destruas , et disper- a dns. et dissipes , el aedijices , et pìantes » (Gerem.
C. Il) ; quasi a lui sia commesso di sradicare dal cuore umano i rei semi del
vizio , ed erigervi un tempio alla virtù. Al qua! fine prenda egli pure il libro
grande, il Vangelo, e delti styh hominìs, come fu imposto ad Isaia (C. Vili,
1), (1) Praef. od QuiniUioaum. bellamente accoppiando sanlilà di dottrina a
semplicità d'esposizione per l'unico e vero bene di tulio quanlo il po- polo di
Cristo. Si proponga quindi, siccome il Segneri, di provare ogni volta una
verila , non solamente cristiana , ma pratica, e di provarla davvero (i), e da
esso pure apprenda ad attenere a sè e ad altri la promessa, prima col non esser
troppo vago d'assunti teologici e speculativi, per la sma- nia di mostrarsi ben
versalo in divinila; ina col conformare i propri lemi a quelli del Vangelo; di
poi col valersi dei testi limpidi e genuini della Scritturi» e de'sanli Padri,
e coll'astenersi da quelle ragioni più vivaci che sode, più va- ghe che
sussistenti, ricordando il precetto di Cristo: Vias Dei invertiate doces (S.
Lue., C. XX, 21); inoltre col parco uso di svariata erudizione; coli 'a do pera
re ad esempio d'un Crisostomo un'elocuzione purgala ed elegante, perchè il
parlar nitido a nessuno antico oratore scemò credenza ; in ultimo col portare
sul pergamo digniiosa gravila, affettuoso calore, conlìdenza sincera. Pie
quesie leggi fo io; ma a sè le prescrisse il Segneri (V. Pref cit). e da esso
quasi tutte le ho tolte, non solo per l'auiorilà di chi le dettava , ma
principalmente per la loro profonda sapienza, onde penso possano dì grande
milita riuscire e alla religione e all'arte. 5. Delineale colla guida di
colanlo maestro le orme sulle quali può sicuramente incamminarsi il Sacro
Oratore, trat- liamo specialmente della Predica e delle sue parli. g. I. Della
Predica. G. L'Orazione sacra d'ordinario s'aggira sovra un lema morale. Qui o
si dimosira la turpezza d'un vizio per inna- morare della virtù opposta , o si
pone sotl'occhio la bellezza d'una virtù per richiamare dal vizio contrario.
Ciò a cui principalmente mirar deve l'eraior sacro sì è d'accon- ciare ì lemi
delie sue prediche meglio che sa e può, ai lempi ed alle persone , prendendo a
comballere in ispezialtà quei vizj che vi predominano, e a riaccendere ne'cuori
la sacra (1j Segneri, Prefai. al Quaresimale. favilla di quello virili clic
piti v'illanguidiscono; chè dove la piaga più incrudisce , v'ha d'uopo di
rimedj pronti , ga- gliardi e ripetuti. Ne ni Tuie riescono gran fatto
profittevoli quei lenii die troppo sulle generali si tengono, elle qu=i.ito
all'eHeiio assomigliar si possono a certi farmachi che colla pretensione di lui
Lo guarire, lasciano il tempo che trovano. 7. Nè meno vani e inopportuni sono
da dirsi quei temi di metafisica c dì teologia speculativa , da'quali il
Segneri , come vedemmo, si fe'leg!;e di astenersi , perchè conlrarj al fine
propostosi d'inculcare pratiche verità, siccome meglio addieesi all'apostolico
ufficio. Colui perla nlo che siffatti lenii s'elegge, va senz avvedersene ben
lungi dal segno; imperocché per ehi mai propone coleste tesi scientifiche? pei
dolli ? ma oltre che questi sono i meno , o le ammettono e non hanno bisogno di
prove; o non le ammettono, ed è ben dolce lusinga il pretendere che per una
predica , dove tulio il vantaggio è di chi parla , si spoglino deila loro opi-
nione. Forse le propone per gì' indotti che d'ordinario sono i più? ma sarebbe
pure il dabben uomo se credesse in manco d'u n'ora addottrinare grossi
intelletti intorno a cose su cui egli , com'altri , sudavit et atsit; dunque la
scella di tali ar- gomenti muove o da storio giudizio o da vanagloria di scio-
rinare rara suppellettile di sottili dottrine, e in tal modo sentirsi dar lode
di gran teologo da chi meno lo intese. Ep- pure S. Gregorio Magno, da quel gran
maestro che era, diceva: Infìrmìs meiitibus non thbetit alta praedicari; uè i
santi Padri adoperavano altrimenti. 8. Il sacro Oratore deve per fermo essere
più che mez- zanamente versalo in divinila e in filosofia , ma deve altresì
conoscere la grand'arte d'usarne sobriamente ed a propo- sito; a rincalzo delle
sue dimostrazioni, non a vana osten- tazione , guardandosi dal convertire la
cattedra apostolica in accademica. Se non che essendo pure verissimo che chi
ben crede ben opera , non sarà fuor di proposilo , quando i tempi veramente lo
richiedano , il cercare di raccendere nei popoli la fede, dimostrandone con
nobile semplicità di solide ragioni il fondamenlo, la santità e la bellezza,
ac- ciocché scendendo spesso e opportunamente alla pratica , tolga argomento
d'insistere sulla necessità del costume in armonia colla fede. 9. Non pertanto
da ciò s'inferisca essere utile cosa la trattazione di lenii contro la
incredulità e l'eresia. Che anzi l'oratore che parla a uditorio caliolico può e
deve crederne in generale pura e retta la fede; perocché questo per lo più. si
compone di dotti, di semidotti e d'illetterati. Quanto ai primi , è ornai
dimostrato che la vera sapienza va unita a religione salda e sincera. Il guajo
e ne'secondi; tra'quali v'ha chi pretende al folle .vanto di Spìrito forte, o
chi per lo meno tentenna. Ma oltreché costoro non usano a predica , ove non ve
li tragga curiosità per oratore di nomea , nella presunzione di saper lutto, si
tengon certi del fatto loro; dileggiano Scritture e santi Padri ; solo
ammettono la pura ragione, e ove anche questa un po'lroppo li stringa, scivo-
lano per la scappatoja del sofisma : ora costoro per le loro preoccupazioni
naturalmente caparbj si lasceranno persua- dere in poco più di mezz'ora da un
semplice discorso , e sia qual volete? Per miracolo della Grazia divina lo
concedo; per arte umana no. Fra gl'illetterati poi ne troverete forse uno su
mille , di fede un po'dubbia ; sicché nè questi abbi- sognano di polemiche, nè
sono in grado di capirle; oltre a ciò vi è ancora del pericolo, non forse
qualche leggiera nu- voletta s'alzi ad appannare la serenità della loro fede ,
tanto che v'ha tra' precelti della sacra Eloquenza questo pruden- tissimo del
Card. Valerio: fncredulorum argumenta ne com- memorent , ne forte simplicium
mentìbus scrupulum ìnjiciant. ( Lib. Il , c. 45 }. Ed in vero il precetto resta
altresì confor- tato dall'esempio del Segneri e d'altri sommi , i quali non mai
trattarono di proposilo cotesti lemi conlro gl'increduli; e alcuni credettero
d'assai il sorprender questi per isbieco e di passaggio , e qua e là con bella
e nascosa arte attac- carli, chè talvolta contro l'orgoglioso Filisteo vai
meglio delle poderose armi di Saul la fionda di David. 40. Non per questo dovrà
il sacro Oratore restarsene muto in faccia agli errori correnti , e lasciare
che la zizania dell'uomo perverso cresca nel campo del Signore a danno del buon
frumento. È anzi stringente debito suo accorrere, ad esempio de'santi Padri, a'
pericoli della scallrila sedu- zione, e far accorti i fedeli del veleno e della
mala semen- za , purché sii errori correnii siano o ne'tuoqhì e ricompi* in cui
predica. E in simigliami casi fa d'uopo non solo di grande dottrina, ma ancora
di non minore prudenza per non Inciprignire la piaga ; inoltro o necessario
adattarsi alla capacita dcj piti , e guadagnarsene gli animi rolla semplicità e
coU'aflc.lo Quoll'inveiro eia tanta acerbità ed acrimonia; quei lanciare
vilipendi e sarcasmi , oltre che disconviene alla buona creanza, e tanlo più a
chi bandisce la lepge dell'amore, scema fèlle alla verità , essendo que'modi
per lo piti propri di chi ha il Iorio , e l'errore che volevasi combattere , se
ne avvantaggia; e tarilo e vero che S. Francesco di Sales dice- va, andargli
più a sangue la predica che mostra amore, che quella che s'arma di sdegno,
fosse anche per gli Ugonotti [1). 11. Assegnalo il campo entro cui deve e può
spaziare la Predica per aggiunger direttamente il line, veniamo alle sue parli.
Vuole il Segneri che lino dalla prima parola si serva alla causa con una foggia
uon mai dissimile di tessuto, lasciando pure a chi vuole sfogar l' ingegno in
proemj disparatissimi, in principi di dire cosi pomposi, che vincano di beltà
le pe- rorazioni {$). Se nulla vale l'autorità di sì gran maestro, è chiaro
dover l'esordio esser congiuntissimo al tema, e adorno di quella nobile
modestia che lanlo l'altrui benevolenza concilia. Giova eziandio un cerio giro
ingegnoso che dando aria di novità all'esordio, piacevolmente s'attira l'atten-
zione , si veramente che troppo non sappia d'arte. Proceda poi con bella c
nobile maestria, splendido per elevatezza di cancelli e d'immagini, e adorno di
elocuzione elegante, magnifica c soave. Che se chi ascolla ben s' impromette d'oratore
che pacatamente e con grazia incomincia , non. però interamente s'appaga di chi
questo fa con troppo lusso d'arte, e con isfoggio di vocaboli sonori. L'aurea
semplicilà periamo h la grand'arte di piacere a tulli e sempre. (ti Leti.
Spiri!., L. I. (2, Pref Fatta al chiudersi dell'esordio la proposizione
dell'as- sumo facile e chiara , ossia dì partizione tripla , ossia di dupla,
siccome molti qual più adattata al pergamo prefe- riscono, ossia semplice, come
più spesso adoperava il Se- gncri , sempre conformemente alla natura
dell'argomento, si dia mano alla dimostrazione , confermando con prove di
ragione e di fatto l'assunto, e ribattendo le asserzioni con- trarie,
chiarendone la falsità ed il sofisma. E ciò che prin- cipalmente rileva si 6 di
por rnenle alla unita del discorso collo svolgere e dichiarare nelle precipue
sue parli l'argo- mento, e coll'insislere a lumeggiare tutto quanl'è il vero,
ed a conquidere fino ne' più reconditi recessi del cuore umano Terrore,
smascherandolo senza tema e senza lusinga in tutta la sua proteiforme natura.
13. Il sacro Oratore, forte nell'evangelico principio che Verbum Dei non est
alligatum , faccia sue le ammonizioni dell'Apostolo a Timoteo: Argue, obsecra,
increpa in orniti patientia et doctrina (1), e congiungendo soda sapienza a
zelo sincero ed illuminato, si mostri non timido amico della verità che
bandisce, e di null'allro sollecito che dell'eterna salute de'fìglìuoli di
Cristo. Quindi non si smarrisca in vane digressioni o in episodj che nulla
rilevano, perocché disviano l'attenzione , raffreddano il cuore, e nuocono
all'effetto , o almeno lo ritardano. Oltre a ciò non stia sulle generali, ma
delinealo il vizio o la virtù scenda alla pratica, e per la figura che i retori
chiamano individuazione , percorra le diverse fasi e condizioni della vita
umana; applichi a cia- scuna di esse spicciolatamente le cose già deLte , e
vada, come avverte il Fornaciari (2) , a trovare per dir cosi in- dividualmente
gli uditori , i quali credendosi quasi come chiamati per nome, vedendo
descritto se a sè, sentendosi frugati nei segreti della coscienza non bau luogo
a tergi- versare , sicchò trovansi stretti dalia forza della verità e della
evidenza a confessare a sè stessi che mala via ten- gono; ed è questo il primo
passo nella salutar via del bene. Hi II. ad Tim. C. IV, 8. (2) Es. di Sello
scrivere in prosa , pag. 30G noia. Tal è
il gran magistero della parie dimostrativa del Padre Segneri, onde assale,
preme, incalza, stringe e conquide l'intelletto:, e si fa strada al cuore. 14. E
poiché l'arme più poderosa del sacro Oratore esser dee la Scrittura , qui torna
in acconcio spendere al- cuna parola sul modo di ben maneggiarla. Il Libro
divino è il principio dell'autorità, la sorgente del vero, il car- dine della
eloquenza de! pulpito , e a dir tutto in breve, esso è la voce di Dio. Ma la
voce di Dio spezza i cedri e scuole il deserto ()); ciò avverta l'oratore, e
l'usi a spez- zare la durezza dei cuori, e a scuotere le anime dal soffio del
vizio inaridite; non già a infiorarne la predica a vano solletico delle
orecchie. L'usi, come già i santi Padri, non a lusso, ma a prova ineluttabile
del vero, a infondere un alito divino nella sua parola. L'usi eziandio
opportuna- mente , quando la gravità del concetto la richiede a rin- calzo; quando
vuol ridurre l'argomento al grado d'irrepu- gnabile certezza; quando giovi a
dare al discorso peso ed unzione. Oltre a ciò le allusioni scritturali vengano
facili e spontanee, non trattevi a forza nò ricercate, e soprat- tutto , o si
usi per via di citazione o d'esempj, si faccia maisempre nella sua maestosa
semplicità, e nel senso unicamente cattolico , e chiaramente spiegandola ove
ab- bisogni. Così adoperando , renderà grave ed autorevole l'orazione,
magnifico e veemente il suo dire, e l'augusta verità, meglio scolendo i cuori,
vi resterà efficacemente scolpila. . - E-Ì8. All'autorità divina quella succedo
dei Padri della Chiesa. Siccome depositar] delle tradizioni del cristianesimo,
e sicuri interpreti dello spirilo di questo, porgono essi alla sacra Eloquenza
lume , forza e sostegno. A questi limpi- dissimi fonti pertanto fa di mestieri
che si disseti a lungo il predicatore , a fine d'acquistare la precisione e la
ener- gia delle parole conveniente a'misteri che tratta, mercè di quella
sicurezza di principi, di quella nettezza d'inse- gnamento e di quella fermezza
di espressione, di cui essi 11) Salmo XSVHI. sono siali i regolatori e i
modelli (1). Svolga adunque quanto più sa i venerabili esemplari di questi
grandi dot- tori , e in ispecial modo del magnifico Crisostomo , del grande
Agostino, del soave Bernardo, non che di S. Tom- maso di Villanuova , cui il
Card. Maury chiama miniera feconda di ricchi tesori. 16. Può talvolta esser di
qualche peso all'argomento che vuoisi dimostrare, l'addurre qualche sentenza
d'autore pro- fano , b il riferire esempj di storie parimente profane , pur-
ché non facciasi por inulile pompa e a sfoggio d'erudizione. Lo slesso S.
Basilio provò in un trattalo essere per l'ora- tore utile e legittima la
lettura e l'uso di libri pagani, per- ciocché è la slessa ragione che di per sè
senza lume dal- l'alto , rendo testimonianza ed omaggio alla verila. Solo se ne
raccomanda la opportunità e la parsimonia, cui non interamente valse a serbare
lo stesso Segneri , forse indul- gendo in ciò all'uso che in quella eia
stranamente correva. 17. Di rado, diceva il Gozzi, le sacre orazioni fanno
effetto, e ciò avviene, perchè l'eloquenza d'oggidì 'viene alla lingua dal
cervello e non dal cuore. Io non so se dir si possa lo slesso a'giorni nostri ;
solo io so col citato au- tore , che il grande apparecchio degli argomenti e il
fiore del parlare melte in sospetto, non tocca; fa maraviglia, non muove; e so
altresì che poco è fallo , se non si vìnce il cuore , e che questo solo può
vincersi da quella eloquenza che sgorga viva e copiosa dall'anima ; laonde
tutia l'arte di muover gli affetti è riposta in questa breve formula di
Cicerone: Ardeal , si vult incendere. Arda adunque l'oratore di purissimo zelo
per le auguste verilà che bandisce; arda di sublime carila per il ben verace
dei popoli ; arda di san- tissima fiamma per la gloria di Dio e della sua
Chiesa; e nei tesori d'una fede sincera e d'una ferma speranza nei doni della
grazia divina , ritroverà il fuoco di quella elo- quenza , che dolcemente
commovendo o irresistibilmente sfolgorando , gli animi attrae , gli scuote , li
penetra , gl'in- lìamma e a sua posta li padroneggia. E bastino queste ge- li)
Micar, sur VEloq. de la Chaire nerali avvertenze intorno alta sacra perorazione
, che assai per !a inozion degli affetti fu detto a suo luogo. 18. A rendere
sempre più persuasiva la predica giova assaissimo quel calore patetico che
tutta quanta la governa, e che dicesi unzione. Questa nasce dal cuore
dell'oratore per profondo convincimento e religiosa pietà, c fa che la parola
di lui , o dimostri , o riprenda , o esorli , scenda sempre soave all'anima
degli uditori , e vi s'insinui , e li commova sino alle lacrime di compunzione
verace. Questo bel trionfo della eloquenza cristiana non già si conseguo per
grandezza di concetti o per leggiadria d'immagini, ma per quell'ar- dente
carità che dall'anima dell'oratore si diffonde nelle sue parole, e pietosamente
nc'eunri trapassa di chi ascolta. Chi questa eloquenza di senti munto possiede
(e nasce da zelo e si nutre del succo d'ascetiche letture ) tiene amho le
chiavi di tulli i cuori, e soavemente gli attrae, come ne fan fede e
l'universale attenzione e commovimento, e dipoi quella salutare (ristez/.a onde
ciascuno dalla predica si parte, e che forma il più vero e il più solenne
elogio dell'oratore (1). Com'è chiaro , la unzione va ben distinta dalla mozion
de- gli alfetli, ed è un certo quid calore che un'eloquenza af- feltuosa e
soave stendo su tulio i! discorso, ora amorosa- menlo stringendo cogli argonienli
, ora con patetiche im- magini commovendo, ora con sentimenti compungendo
naturali e pietosi. Siffatti oratori si valgono mirabilmente ancora delia
parafrasi d'alcuno de'salmi più affettuosi, onde spesso spunla la lacrima sul
ciglio più inaridito. E qui m'è d'uouo avverine che troppo lungi andrebbe dal
vero chi confondesse questa prerogativa con quella sensibilità super- ficiale
che s'arresta all'accento delle pai ole. Questo non è che un suon della voce,
il quale giunge solo all'orecchio , ma non mai al fondo penelra del cuore. «
Non simitlacra, ti diceva il gran Tullio, incitamento, doloris , sed luctus ve-
« rus, atgue lamenta vera et spirantia » (2). lìffelli intera- (1) Diceva S.
Giioliimo a Nepoziano : n Dlconlc le in Ecclesia, non - clamor popoli , sed
gemilus suscitentur ; laciimae audilorum laude; (!) Riportalo di] Madst, op.
ci!., p. Ti. mente contrarj a quelli della vera unzione produconsi dalla
simulala sia nei concelli e nelle parole con ombra di ricer- catezza , sia
nella voce e nel gesto studiosamente di lene- rezza alleggiali. 19. La gravila
e l'importanza delle materie che tratta il sacro oratore , la sua slessa
dignità , la santità del luogo ove parla, e la reverenza ad ogni uditorio
dovuta, dicono aperto qual esser debba lo stile e la elocuzione della Elo-
quenza del pulpito. Di qui s'annunzia la parola di Dio, la quale ha in sè
maestà e grandezza , non meno che candore e semplicità , e tale deve risonare
sul labbro del suo ban- ditore. Nobile lo siile per gravilà di pensieri, per
conve- nienza d'immagini , per verità di sentimenti , e soprattutto illuslre
per naturale ingenuità , s'accompagni ad elocuzione nitida, elegante, facile ed
armoniosa, e ciò che assai rileva, sempre al subbiello ed agli udilori
adattata. 20. Posti tali principj , vediamo in quali opposti- scogli vada non
di rado a urlare la navicella dell'ingegno d'ine- sperto oratore. V'ha chi
crede disconvenire ogni arte ed ogni fregio alla eloquenza del pulpito; doversi
predicare Cristo e queslo Crocifisso; semplice essere il Vangelo; la verità non
abbisognare d'artificj; solo essere utile a lutti parlare col linguaggio a
lutti comune. Al tri all'opposito crede riposta ogni bellezza di quella nel
mostrarla ben attillala e linda che mai di piti. Ma ne femmina rozza e sciatta,
nè fan- ciulla cascame di vezzi e di lisci daranno mai l'idea di no- bile
regina. E taf è l'Eloquenza, e in ispecial modo la sacra. Fuggasi adunque da
chi ha senno quella maniera di predicar grossolana e scomposta, volgare
nc'concetii, gretta nelle immagini e negli afTelli, bassa e scorretta nella
lingua, nel tono de' periodi sgarbata e fastidiosa, che citazioni a cita- zioni
affastella, che grida, che si agita , che spaventa , ma non fa fruito. Eppur
sappiamo che ben altrimenti adope- rarono i SS. Padri , e lo slesso Segneri ci
avvisa che egli studiavasi di accordare alla gravita della materia lo siile e
la lingua , guardandosi dal violarla quale Italiano ingiurioso con voci che non
godano (vedi scrupolo d'allora!) credito di sincere presso la Crusca (1). £<]
Pref. di. Nè meno è nocevole alla vera eloquenza l'altro scon- cio , Innlo
difficile a schivarsi, quanto e più abbagliante e lusinghiero- Nulla più nuoce
al convincimento e all'affetto che i soverchi ornamenti cui ad ogni tratto il
fiorito oratore ti pone dinanzi , quasi , dice il Muratori , più aliagli a
cuore dì pòrti in moslra la ricca vena del suo ingegno , che di spiegarti la
verità (1). Tieni per Termo che ciò che tende a solleticare l'orecchio, non
tocca il cuore, e seppure qualche volta lo tocca, non è che una breve
oscillazione che cessa in un col suono che la produsse. « Se senli, dice molto
a « proposito l'Arrigo ni , che è tulio inlento solo a cogliere « il più bel
fiore dell'idioma gentil, sonante e puro, che « tulio il sermone va a finire in
a urelle leggieri che spi- ci rano, in augellelli che volano di fronda in
fronda, in « rigagnoli che serpeggiano con dolce mormorio, in selve « fronzute,
al tulio in piccole miniature leggermente sfa- ti male, gaje, ridenti, ne
proverai sdegno, perchè abusi cosi n Tangusio ministero che la Religione gli
commetteva » [4), e porche por somieri sparsi di gigli e di rose non si rimena
il peccatore a coscienza. 22. Concludiamo: Sia splendido lo siile e ornata la
lo- cuzione, ma quanto il decoro il consente; vi siano i fiori dc'relori , ma
quanto si addice alla digitila d'apostolo del vero; vi siano le grazie delle
forme, ma solo per rendere più gustoso il vital nutrimento del gregge del
Signore, se non vuoisi clic troppo s'avveri la grave sentenza del Poeta: « Si
che le pecorelle , che non sanno , « Tornan dal pasco pasciule di vento, a E
non le scusa non veder lor danno * (3). g 2. Del Panegirico. 23. Le orazioni
laudative , onde nello solenni adunanze delle Panèyire per le feste
quinquennali d'Atene, celebra- li; Muratori , Delta Pgrf. Poes., L, UT, c. 17.
(2] Della Sacra Elnq. Di.sscrl. p. 17. [3j Purorf. vansi numi, eroi c città,
secondo che attesta Dionigi d'Ali- carnasso (1 ) , furono però dette
Panegiriche. Ci resta presso Tucidide la memoria di quella che Pericle recitò
dinanzi alia Grecia in lode degli eroi morti nella guerra Pelopon- nesiaca ;
celebre è il Panegirico d'Isocrate per Elena, sul quale adoperò la lima per ben
dieci anni. Esempio di esor- nazion panegirica ci lasciò Cicerone nella
orazione per In legge Manilla dove celebra le grandi viriti di Pompeo; a quale
ultimo lampo della Eloquenza latina vieu riguardato il Panegirico di Piinio a
Trajano. 24. Era riserbalo alla Eloquenza cristiana il sollevare il Panegirico
al di sopra delle meschine ambizioni umane, perchè non appannato dai vapori
dell'adulazione , puro ri- splendesse nella celebrazione di maraviglie vere ed
elerne. 1 Padri della Chiesa . e basti qui citare il Crisostomo e il gran
Leone, nelle loro Omelie giunsero non di rado al sublime, esaltando le eroiche
gesta dei gloriosi Atleti di Cristo , e cèsi resero sacra l'orazione Panegirica
della quale furono a un tempo e maestri ed esemplari. 2o. Il fine adunque del
Panegirico ora è la esaltazione della gloria della Religione ne'suoi augusti misteri
e nelle virtù de'suoi santi , a edificazione dei fedeli , per mezzo della più
nobile eloquenza. 26. Il panegirista pertanto o si proponga di celebrare i
porlenti dell'Amore Divino e le ineffabili prerogative della Vergine , o di
magnificare le inclite gesta dei Santi , ecciti negli animi l'ammirazione, la
gratitudine e l'amore, e v'in- spiri per le belle virtù dei beati colla
devozione il vivo desiderio d'imitarli, inculcando con S. Agostino questo
grand'avviso : imitari non pigeat quoti celebrare delectat; perocché,
com'andava ripetendo Bourdaloue : « La regola n pid sicura per lodare i Santi è
di proporci la loro san- « tità come modello della nostra n (2). 27. Se
de'venerandi misteri , o de'più gran fatti della nostra Redenzione deve il
panegirista nella sua orazione li) Art. Bell,, ci. {2; Madht W trattare ,
esposto che avrà con iscienza teologica , e con quella semplicità e chiarezza
che può meglio , sol quanto basta alla necessaria intelligenza dell'argomento,
volga ogni studio a trarne copia di morale edificazione , sollevando la mente
degli uditori ai portenti della religione, infiamman- done i cuori di teneri e
devoti affetti , ed incitandoli a corrisponder fedeli agli amorosi disegni
della Sapienza di- vina che nei misteri sublimemente grandeggia. '■■
><> 28. Ove imprenda le lodi a intessere d'un Santo , pri- mieramente
tra ìe gesta e virtii di esso , ricerchi quale sulle altre è più eminente, e
questa sia come il pernio del- l'encomio, e il centro a cui si appuntano tutte
le altre sue viriti. Se poi non rimangono del Santo che poche ed incerte
notizie, nè sufficienti a porgerne un carattere proprio e distinto, tragga
argomento di lode dal genere della vita o della morte, magnificando ad esempio
de'santi Padri, i pregi della verginità , se trattasi d'una vergine , le dol-
cezze della solitudine, se d'un cenobita, i prodigj della costanza , se d'un
martire, e va discorrendo. Se final- mente s'incontra in caratteri simili a più
Santi, ne rilevi dalle circostanze della età , della condizione e dei tempi
quanto basta a renderli tra loro meglio spiccali, chè infini- tamente
molliplice è lo copia dei doni celesti. Così forma- tosi pieno il concetto del
suo eroe , formuli la proposizione che tutlo e lui solo comprenda, e che lo
presenti, per quanto è dato , sotto un aspetto novello. Non di rado a questa si
prepone un testo scritturale che l'accenna , e quando non forzata n'è
l'applicazione, la rende più grave ed autorevole. 29. Che se ncll'orazion
panegirica si desidera a buon dritto distinta per lineamenti propri l'immagine
dell'eroe, anche l'esordio vuol esser proprio e distinto , acciocché ben si
colleghi col resto; e tale sarà, ove si tragga veramente dal subbietto, e miri
sempre per diretto o per obliquo alla proposizione cui intendiamo di stabilire.
Rechiamoci a mente che abito che a tutti s'adatta, non torna bene ad alcuno.
30. Ed eccoci alla parte dimostrativa, donde trae il nome il genere di siffatta
eloquenza , e che dal Salvini vorreb- DI RETTORICA '•lì! besi detta più
acconciamente esornativa {\}. Qui il pane- girista pone in chiarissima luce per
via di narrazioni e di descrizioni le gesta e le virtù del Santo , e le
bellezze al vivo ritraendone , e lumeggiandolo di tutto il loro splen- dore ,
apro gli animi alla maraviglia. E poiché se ingiuriosa fu mai sempre ai
magnanimi l'adulazione, è cerio che im- mensamente più ingiuriosa ai santi
riuscirà quella lode esa- gerala , che uno zelo malavveduto talvolta loro
comparte; per la qual cosa il pruderne oratore religiosamente se ne guardi,
riflettendo che le virtù degli amici di Dio , essendo a chi le mira cogli occhi
della fede, sempre grandi per se stesse , non han bisogno di frangia , e che
massime nel fatto nostro , solo è bello ciò che solo è vero , e che nulla più
scema credenza quanto la sforzala iperbole. Nè credo che meno sgradita riesca
agli uomini pii ed assennali quell'al- tro sconcio per avventura assai comune,
cioè di adombra- re , dirò così , le virtù degli altri santi, per far viemeglio
spiccare quella del proprio elogiato (2). Rammenti l'oratore che i Celesti
ornai « Sciolti di tutte qualitadi umane » s'affissano nell'eterno Vero; e
riserbinsi, se si vuoto, tali piacenterie a'mondani. Ove poi veramente la virtù
del no- stro eroe sia per sè slessa in sommo grado eminente, con- viene che nel
confronto si proceda sempre con ogni studio di riserbo e di venerazione. 31. E
continuando ancora a dire della parte narrativa, toccherò de'miracoli , i quali
siccome quelli che sono di gio- ii | Prose Tus., I , 334. (2] Sul qual
proposilo diceva il Roberti: « Anche ai di nostri noi <r Panegirici dei
nostri santi veri, i quali ricusano l'adulazione, si af- « fasciano, si
animonlicchiano , si rigonfiano, si esagerano in cumuli « amplissimi tante
virtù, taoli eroismi, tante profezie, tanli prodigi, v che alla fine del
Panegirico ogni P. Concionatore vuole che il santo • del suo Ordine,
specialmenle se è fondatore , sia il primo santo del ■ Paradiso, né trova
seggio così allo da porvelo a sedere». 228 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI ria a
Dio, di testimonio de'veri suoi santi, d'incremento alla devozione dei fedeli,
formano e sono parte di legit- timo encomio. SÌ scelgano pertanto quei più
luminosi ed autentici sia per suprema sanzione della Chiesa , sia per iintica e
costante tradizione; si riferiscano con opportunità e parsimonia, e massimo con
semplicità, principaì dote del vero. 32. Ma soprattutto è da insistere nel
vivamente rappre- sentare quelle virtù delle quali si vuole inculcare !a imita-
zione , prendendone argomento da quanto fece, disse ed amò l'eroe cristiano , e
facendo in mezzo alle morali riflessioni sempre comparire la sua immagine
adorna di splendida luce. E qui sarà bello il dipingere i gaudj dell'anima che
a Dio si rimarita, la speranza dei premj eterni, la copia de'cele- sti favorì ,
la costanza nel dispregiare i beni mondani , la sagacia nel conoscerne le false
lusinghe , le pie industrie nel domare le passioni , e finalmente di questi
gloriosi atleti ri- trarre a vivi colori le dure battaglie e i nobili trionfi ,
per innamorarne i fedeli, o almeno per destare in essi una santa e profittevole
emulazione. Se non che qui pure è un limite; imperocché se il panegirico non è
unicamente insliluito a sfoggio di fiorita eloquenza , neppure è diretto a mera
istru- zione ascetica, e se disgusta ove olezzano i troppi fiori, noppur piace
, ove s'incontri soverchia aridezza. Sia adun- que il panegirico una corona di
gemme da porsi sul capo ai santi , e un monile di preziose viriti da renderne
avido il cuor de' cristiani. 33. Goncludesi pertanto che ben si conviene
all'orazion panegirica quel carattere di dire spleadido e pomposo , che di
grandiosi concetti , di peregrine immagini e di eletta fa- vella si adorna. Qui
ben vale un certo slancio di fantasia , ed un pennelleggiare quasi poetico;
laonde il chiaro Muratori diceva che se gli oratori vorranno far mostra
d'ingegno, potranno riserbare questo loro talento ne'panegirici , ove senza
fallo è conceduta maggior liberta. Se non che poco ap- presso soggiunge: <r
Ila tuttavia questo magnifico ornamento « de' panegirici da esser virile,
chiaro e nobile, e non già « spirare un'effe min inala leggerezza di colori
giovenili , o un'affettata oscurità d'espressioni (i) ». Àuree parole eh <ì
non vorrebbonsi mai dimenticate , massime dai giovani ora- tori , ai quali
meglio sorridendo l' immaginazione , colgono a piene mani di questa i fiori ,
poco dei frutti della ragione curandosi; e tolga Dio che talvolta l'elogio del
santo non tolgasi qual mezzo per accattarsi una frivola Inde , come se un bel
panegirico meglio che una bella predica decidesse del merito oratorio. Ma qui
basii , perche non paja il pre- cetto convertirsi in censura. g. 3. Dell
Oraziori funebre. 34. Diconsi Orazioni Funebri quegli encnmj ohe si reci- tano
nei solenni funerali o anniversarj d'illustri defunti a debita lode delle loro
gesta e virtù , e a conforto e ad ec- citamento dei superstiti. Antichissimo
n'è l'uso; ed i Greci ed i Romani onoravano i parentali dei grandi cittadini
con sacrifizi ed orazioni laudative ; e Dionigi d'Alicarnasso nella sua Arte
Reltorica ne dà savj ed estesi precelti (2). Era ben giusto che ancora nella
cristiana civillà coloro che posero l'animo e l'ingegno in opero proficue alla
religione ed alla patria , avessero parole di Inde e di compianto , dopo che il
sacerdote avea pregalo loro l'eterno riposo, e per primi si citano ì Padri S.
Ambrogio e S. Gregorio di Nazianzo , avendo quegli onorato delPorazion funebre
l'imperator Teo- dosio, questi le umili virtù di Gorgonia sua sorella. 35. E
poiché la morte dell'uom virtuoso è sempre una calamità, deve l'nrazione fino
dalle mosse atteggiarsi di mestizia, e far sacro il dolore dell'anima che si
dipinge a ciascuno nel volto. L'oratore poi ricordi senza raffinato artifizio
di volgare adulazione, ma sì con candore e vcrtlà, le azioni e le prerogative
del defunto , lumeggiando in ispecial modo quelle che più strettamente si
attenevano alla sua condizione , grado e dignità , e che gli meritarono (t)
Della Pcr.f. Poesia l'alimi ammirazione, i nal ali , l'educazione , gli sludj ,
io ricchezze , lo doli dell'animo e del corpo , i prcmj e gli onori conseguili
, il genere stesso della morie , aprono larghissimo campo all'encomio,
essendoché tornagli sempre a lode o il retto uso che far seppe in vita de'doni
onde gli fu largo il cielo , o la costanza colla quale vinse il di- fello di
quelli ; in ultimo anche la morie o incontrala per il pubblico bene, o
sostenuta con rassegnazione cristiana dà a! quadro il suo più nobile
compimento. 3G. E perchè l'orazione laudativa non riesca a un vano suono di parole
, cerchi l'oralore di spargere a tempo e luogo in mezzo alle lodi di chi fu,
savie e morali riflessioni a prò di chi rimase ; e ciò con destrezza e brcviia
; che anzi ove alla virtù dell'elogialo fosse in qualche caso man- cata
alquanto ìa lena , ne prenda occasione a meglio chia- rirci di nostra
fiacchezza, quando troviamo dei punii oscuri là dove tanta luce appariva. La
ingenua confes- sione che mostra l'uomo qual fu, e non quale nella melile si
foggia, falla con delicatezza d'arie, è un omaggio al vero, rende vieppiù degne
di fede lo cose encomiale, e fa che l'orazione riesca profittevole a chi
l'ascolta. Può in. ultimo temperarsi il commi dolore col pensiero che 1 J illu-
si ro defunto non tulio mori , che la sloria ne ha già registrato nelle sue pagine
il nome ; e , ciò che meglio rileva , che io spirilo immortalo il vero premio
già coglie delle sue virtù dov' è silenzio e tenebre la gloria che passò. 37.
In tal genere d'elogi richiedesi gravila di concetti e moltissimo affetto,
elocuzione animala ed elegante senza ricercatezza ; temperali eji ornamenti e
quali si addicono al lullo; finalmente un'armonia patetica e religiosa, che
accompagnata ad un'azione composta e ad uu tono dì voce mesto e sostenuto,
spremerà più d'una lacrima, con degno tributo alla memoria del virtuoso ed
illustre cittadino. Delle Omelie, delle Lezioni Scritturali e Galee hi slip,
he, 38. Quella parlo d'Eloquenza sacra che mira quasi uni- camente alla
istruzione , e che può dirsi didascalica , com- prende le Omelie o Sermoni, le
Lezioni Scritturali e le Ca- techistiche. 39. I sermoni coi quali nell'antica
Chiesa i santi Padri parlavano al Clero e al popolo degli augusti misteri della
Religione, e dichiaravano le divine verità del Vangelo, si dissero Omelie.
Queste che dir si possono ancora Istruzioni Pastorali, sogliono conservare la
loro ingenua semplicità primitiva , congiungendo a forme facili e piane gran
fondo d'evangelica dottrina e caldissimo affetto. I) line dell'Ome- lia è di
sempre più accrescere nel cuore dei fedeli la de- vozione e la reverenza verso
le cose della Religione, dichia- randone la grandezza e la santità , e d'
infondervi ognor più vivo Io spirilo del Vangelo , decifrando i grandi principi
temporali ed eterni che vi si acchiudono a specchio e guida della vita cristiana.
Per la qual cosa vi si richiede dovizia di scienza evangelica , assennata
applicazione delle imma- gini e figure bibliche , profonda cognizione dei
teologi e degli apologisti , lungi però da ogni scolastica aridità e
sottigliezza. Arroge a ciò quello stile caldo e persuasivo de'santi Padri , che
animato da fede viva e da zelo sin- cero comunica alle parole quella efficacia
ed unzione che eccitano nei cuori una santa pietà ed una salutar compun- zione.
Sebbene l'Omelia non serbi il rigoroso ordine delle parti d'una formale
orazione, tuttavia stabilita la propo- sizione, conserva l'unità dell'assunto,
commentando a con- ferma di esso il testo evangelico , e lumeggiando quelle ve-
rità che scaturiscono direttamente da questo. 40. Le Lezioni Scritturali
consistono nella interpreta- zione dei Libri Sacri, specialmente per il lato
storico, li- turgico e profetico, ad istruzione non meno che a' edifi- cazione
del popolo. E poiché la Sacra Scrittura, libro di- vino , è in un colla
tradizione la regola della fede , de'co- stumi e della religione, colui che
imprende ad ammaestrare intorno ad essa dalla cattedra i fedeli, deve con
quella chiarezza ette solo può alla comune intelligenza adattarsi , dimostrare
per quali sapientissime vie la Divina Provvi- denza regge e governa il inondo,
dilucidando i falli, i riti e le profezie dell'Antico Testamento in attinenza
col Nuovo, ravvicinando i simboli e le ligure alla loro reale manifesta- zione
nel Tipo Divino, e nell'esplicamenlo della Religione cristiana, e percorrendo
la lunga serie dei tempi proseguire il fine della Creazione e della Redenzione
rispetto alla finale perfezione dell'uomo, È chiaro da ciò qual ampio corredo
di scienza biblica, storica e morale richiedesi nel Lettore delle Sacre
Scritture; e ciò che principalmente al caso nostro rileva , è necessario che
nell'uso di tanta eru- dizione sia parchissimo , ben diversa essendo la lezione
cat- tedratica dell'aula accademica da quella della Chiesa. Quanto là possono
riuscir belle e convenevoli le illustrazioni apolo- getiche ed ermeneutiche,
altrettanto qui divengono fredde e inopportune ; ma posta in sodo con brevi ,
chiare e con- cludenti ragioni una massima scritturale, fa d'uopo confor- tarla
senza più coi fatti e colle autorità della Chiesa e dei santi Padri, e dedurne
a vantaggio altrui le necessarie morali conseguenze. A rendere a se e ad altri
piii giocondo ed agevole il cammino , gioverà spargerlo di qualche fiore
d'erudizione profana , e d'una certa vivezza di colorito nel descrivere e
narrare, congiungendo alla faciliti) l'eleganza. 44. Lezioni Catechistiche , o
Istruzioni Parrocchiali sano quei discorsi che il Parroco volge dall'altare nei
di festivi al suo popolo, e che diconsi ancora Spiegazioni del Vangelo. E
poiché la Chiesa Cattolica nelle sue auguste cerimonie e feste dell'anno
ricorda ai fedeli i grandi misteri e le eterneve- rilà che ne debbono tener
viva la fede e infiammare la carità, la voce del Parroco vi si unisce, ora
mostrando la sanliih dei misteri . ora spiegando le Parabole Evangeliche, a
fine di viemeglio imprimere e rassodare nella mente e nel cuore de'popoli i
principj religiosi e morali. Dovendo adunque lo zelante pastore istruire il suo
gregge intorno a ciò che fc necessario a sapersi per la vita elcrna , proporgli
a nome di Gesù Cristo premj o gaslighi immortali , secondo che tengasi la via
della virlù o del vizio; avvisarlo finalmente dei retativi doveri che ne
stringono verso Dio e verso gli uomini, fa di mestieri di grande chiarezza e
semplicità, adattandosi unicamente a! grado d'intelligenza dc'paroc- cbiani. In
somma sia la voce del padre e dell'amico che parla al cuore del figliuolo , e
la forza dell'affetto sopperi- sca all'altezza della dottrina, memore che il
divino Maestro e gli Apostoli parlavano alle turbe non in sublimitate ser-
monis (1) , e che tuttavia confusero l'orgoglio della mon- dana sapienza. 42.
Porremo termine a questi cenni sulla Sacra Elo- quenza col citare alcuni di
quelli che ne furono salutati maestri e duci , e le cui orazioni nel genere
loro possono fornirei utilissimi esemplari. I Francesi a buon dritto si
gloriano dei loro grandi oratori quali furono Bourdaloue, Massillon , Bossuel ,
Flechier , De la Rue e per ultimo il P. Lacordaire. I loro Quaresimali studiati
con senno e col fine d'adornarne, sol quanto si conviene, la Eloquenza sa- cra
italiana , possono riuscire di non tenue profitto. Del P. Segnerì e degli altri
che ne fecero fiorire la bella scuola in Italia, non ripeterò quanto a suo
luogo fu detto per l' Eloquenza sacra in generale. Solo credo di dover qui
notare che nelle Orazioni Panegiriche vanno distinti il Se- gnerì , il
Pellegrini , e il Canovai , per le Funebri il Bos- suet, il Flechier, il
Valsecchi , il Giordani, il Contrucci e il P. Ventura; nelle Omelie il Turchi ;
nelle Lezioni Scrittu- rali il Niccolai, il Cesari, il Granelli e Io Zucconi, e
nelle Ca- techistiche Michele Piano. E qui basti; chè troppo in lungo mi
trarrebbe il novero di quelli che in sì santa opera poser l'ingegno, se io
volessi tutti riferire i nomi di quei che vi si distinsero. Titolo li. - Doli
Eloquenza Parlamtmtaria. 43. V Eloquenza Parlamentaria ha luogo suo proprio in
quelle adunanze politiche , dove il Senato o i rappresen- ti) I ad Cori», c. II
, i. tanti della nazione consultano intorno alla cosa pubblica. La parola
dell'oratore pertanto è diretta a persuadere il nobile consesso, perchè
deliberi prò o co atra sulla proposta, della quale si prendo consiglio.
Tal'eloquenza adunque è di genere Deliberativo. 44. Oltre alle regole già.
esposte intorno alla oratoria in generale, ha la parlamentaria i suoi precelti
particolari. É primieramente trae la vera sua forza dalla solidità del
ragionamento. Qui convincere vale quasi persuadere , e gli uomini di senno
speculativo e pratico non si convin- cono declamando, ma ragionando. L'onesto
poi sia indecli- nabilmente il pernio su cui s'aggiri ogni dimostrazione di
pubblico bene (1 ) ; perocché tutto ciò che non si conforma alle eterne leggi
del giusto , non sarà , nò può esser mai veramente utile , e tanto meno glorioso;
quindi un consi- glio non interamente onesto offende la dignità della nazione,
la probità de'suoi rappresentanti , e disonora chi lo dà e propugna. Qual uomo
di virtù vorrebbe il luogo di Temi- stocle che consigliava cosa soltanto utile,
e non piuttosto quello di Aristide che rigettava il consiglio , perchè onesto
non era? lì se non ogni popolo sempre applaude, come l'Ateniese , ad Aristide ,
e segue i Temistocli , la coscienza del genere umano, cui pur volevano abolire,
se avessero potuto, i despoti di Roma imperiale (2) , starà pur sempre per
Aristide. 45. Perchè le parole dell'oratore suonino eziandio gravi ed
autorevoli , fa di mestieri che alla eloquenza et congiun- ga fama
d'integerrimo, e sia in lui ciò che richiedeva Sallustio , Q7iimus in considendo
liber. Quando l'onesto e probo cittadino persuade o dissuade , è di prova egli
stesso al suo assunto ; e l'adunanza è mossa a seguirne il consi- glio non
tanto per le ragioni, quanto per l'autorità dell'ora- li Gherone diceva : n In
deliberativo aulem Aristoteli placet linei» « esse utilitalem , nobis et
hoocstalcm , et utili tatem <•. De Inveì. Mei., Lib. II. (2) Conscienlia generis humani
[impera tores) abolere arbitrabaniur. Tue,
Ann. D) lore. La sua parola poi prorompa da un animo libero e franco da
lusinghe non meno che da timori , e sia la sua divisa: Amicus Pialo, sed magis
amica veritas. Cos\ tenendo in cima de'suoi pensieri unicamente il vero bene
della nazione, ascenda animoso la tribuna non senza speranza di gloria. 46. Se
non che alle elette qualità dell'animo uopo è si congiungano quelle deli'
intelletto: scienza somma delle leggi, istituzioni e costumanze patrie ,
profonda cognizione della storia, non comune perizia delle discipline morali,
econo- miche e diplomatiche, sperienza del cuore umano, e sa- gace perspicacia
nel giudicare delle cose, de' tempi e delle persone. Oltre a ciò deve l'oratore
conoscere a fondo in ispecial modo la materia che imprende a trattare : laonde
prima ha da esaminare per ogni suo lato la questione, ponderarne i principj ,
misurarne le conseguenze, rilevarne le ragioni , antivederne le objczioni , in
una parola deve padroneggiare il subbictto. E qui calza a capello la sentenza
di Tullio: a Diccndi enim virlus , nisi ei qui dici t , ea de « quibus dicit ,
percepla sint, exstare non potest o (1). 47. La tribuna poi se richiede lata e
profonda medita- zione intorno alle cose , non così intorno alle parole. Un'ar-
ringa studiosamente preparata può riuscire per lo meno inutile, per il diverso
corso che può, sènza aspettarselo, prendere la discussione. Basterà raccogliere
nella mente alcuni periodi d'introduzione, e quindi gioverà seguire l'ordine
delie idee e degli argomenti , secondocbè procederà la quistionc. In tal modo
la spontaneità delle parole darà maggior forza e calore alle cose. Ove peraltro
l'oratore s'ac- cinga a fare all'adunanza la. proposta di cosa rilevante e da
discutersi , potrà , aprendosi da se stesso il campo , quasi interamente
apparecchiare la sua diceria (2); nel rimanente poi la via più spedila e sicura
è lo studio pieno ed accu- rato della materia. Il riandare spesso poi nella
mente le cose da dirsi per farsele veramente sue e presenti , gioverà MI Do
Orat., Uh. I, C. 41. i2) V. Bum, P. Il, Lez. Iti. assaissimo , massimo ciò
praticando ad esempio di Demo- stene , per luoghi di clamoroso frastuono. 48. «
Entrale in materia , insegna il Cormenin , con a semplicità, non affettando
falsa modestia, nè ostentando u superbo disdegno. Siate netto , variato ,
attraente nel- a l'esporre, e nell'ordine dei fatti quello si scorga de'vo- u
stri argomenti. Guardatevi dalle lunghe digressioni; non « cercate di dir lutto
, ma di dir bene , con chiarezza , con k precisione e con forza. Padroneggiale
le vostre passioni « per governare le altrui; e tende sempre dinanzi al pen- tì
siero che da'voslri consigli dipende la felicità o la rovina, « la gloria o
l'avvilimento della vostra nazione n (f). 19. Chiara distribuzione di parli ,
stretto nesso di argo- menti ed esalto ordine di fatti , ecconc il metodo
profitte- vole sì a chi parla che a chi ascolla ; profondo convinci- mento del
proprio assunto e passione veracemente sentita, ecco i fondamenti della
eloquenza persuasiva , rapida e calda, per il nolo aforismo : vivae voces ab
imo pectore; uno stile nobile, opportuna mente o secondo le leggi del decoro ,
adorno di vive e gagliarde figure , svariato nella struttura de' periodi, di
elocuzione piana, franca e senza ricercatezza elegante , congiuntamente ad
un'azione facile e dignitosa , ecco i pregi che rendono compiuta questa elo-
quenza non di rado si prepolente nella vita delle nazioni. Le arringhe di
Demostene agli Ateniesi , e di Cicerone a! Senato e al Popolo sono i sommi
esemplari di questa nobi- lissima arte. L'Inghilterra e la Francia a ragione
vantano ^non pochi oratori pubblici di splendida rinomanza, e l'Italia, massime
per la forma, vanta i suoi nel Bembo, nel Gui- diccioni , nel Nardi, nel
Cavalcanti, e principalmente nel Casa per la sua stupenda orazione delta nel
senato vene- ziano per la lega contro Carlo V, la quale sembra al Forna- ciai
piena di dcmoslenica eloquenza. (1) Siili); sulla Eloq. Partam., del sig.
Cormehin , Firenze Dell Eloquenza Forenu. 50. Eloquenza Forense dicesi quella
che si usa nel fóro dinanzi ai giudici a difesa o ad accusa , e però gli antichi
la chiamarono di genere giudiziale, siccome quella che nei giudizi delle cause
civili e criminali ha per fine speciale la giustizia e 1' equità. Per questa
pure vengono dai relori as- segnate alcune regole particolari. 51. a 11 fine,
dice il Blair, onde si arringa nel fóro e nelle « pubbliche adunanze politiche,
comunemente e diverso. In « queste il grande oggetto è la persuasione, in
quello il -( convincimento. L'ufficio dell'avvocato non ò il persuadere « a'
giudici quello che è buono e vantaggioso , ma il dimo- « strare quel che è vero
e giusto; e per conseguenza non al « cuore, ma all'intelletto soltanto, o
almeno principalmente, « la sua eloquenza e diretta » (1). Quindi a ragione
osserva esserne assai più ristretto il campo, dovendo per lo più con- tenersi
entro la cerchia delle leggi e degli statuti, dove non solo non può aver luogo
l' immaginazione o l'affetto, ma po- trebbe eziandio riuscire pregiudicevole,
adombrando per avventura i giudici , non forse l'oratore cercasse di sopraf-
farne l'animo colle destrezze dell'arte, non potendo colia so- dezza delle
ragioni vincerne l'intelletto. Non per questo resta affatto preclusa
all'oratore forense la via del cuore; perocché ov'egli abbia con valide ragioni
di diritto e con prove non dubbie di fatto, poste in sodo la giustizia e la
verità della sua causa, non vedo come nuocer gli debba ima conclusione
gagliarda e commotiva, a fine dì renderne l'esito più certo e più completo. 52.
E per questo lato una troppo stretta imitazione delle orazioni giudiziali di
Demostene e di Tullio, sarebbe non dirò inopportuna, ma pressoché ridicola.
Quanto profit- tevole ne riuscirà sempre lo studio nella finezza degli esordj.
nel porre saldamente la questione, nella deslerilà delle nar- razioni, nella
compatta maniera dell'argomentarej nell'aggi li- ti) slatezza del dire,
altretlanto ma! atto esemplare sarebbero nella parte commotiva ; tanto diverse
da quelle degli anti- chi sono le forme de' moderni giudizj. Si sa che nei
tribunali d'Alene e di Roma sedevano numerosi i giudici, e dicesi che contro
Socrate votassero 280, e che 51 fossero nella celebre causa di Milone ; laonde
quelle potevano dirsi vere adu- nanze, e ben vi si addiceva quell'eloquenza
animata che per la via del sentimento si studia d'insignorirsi dei cuori per
trarli a sensi di compassione e di mitezza. Ora ben ristretto è il numero dei
giudici; quindi a grave rischio porrebbesi di esser beffato colui che colla
pompa della eloquenza in- fiammata di Tullio si sforzasse di eccitarne le
passioni a prò della sua causa. 53. Nel fóro pertanto ora richiedesi
quell'eloquenza che principalmente mira al convincimento, e le doti che meglio
distinguono l'avvocato sono : profonda ed estesa cognizione dello leggi,
acutezza di discernimento e soprattutto probità, essendo verissima
l'osservazione di Quintiliano che per questa non sludium advocali videatur
afferre , sed pene testis fìdem[\). Deve inoltre studiare per ogni suo Iato la
questio- ne, esaminare con somma diligenza i fatti e i documenti , ed
accuratamente ricercare nel lesto della legge, e ne'suoi interpreti il saldo
fondamento delle proprie ragioni. Arroge a ciò quel conversare paziente che
Cicerone adoprava coi suoi clienti, e che come grandemente proficuo, raccomanda
eziandio agli altri. Son uso , ei dice , star col cliente a quat- tr'occhi,
perchè m'informi di tutto per filo e per segno; io sostengo le ragioni
dell'avversario , perchè egli sostenga le proprie come sa meglio, chè ciascuno
in causa propria è sempre eloquente; andatosene, peso pacatamente le ragioni prò
e contro, e fo da avvocalo, da contradittorc e da giu- dice. Quindi conclude :
cum rem penitus, causamque cognovi, statim decurrit animo , quae sii causa
ambigui (2). 54. Investigalo che ha l'oratore forense con questi ed altri
simili modi lo sialo della questione, vuoi di diritto, -irjWthfi .■■m:>'.-v,
U-?L.'.:->ii c'J.-nnH» eft9!WÌOS?B!W (1] Llb.IV, C. I. &) De Orai., Lib.
II, C, 2i. di rettorica' 239 vuoi di fallo, o come gli amichi dicevano : siine,
quid sìt: an factum sii, an jure, quo nomine, e conseguentemente sta- bilito
nell'animo ciò che 6 da dire, resla che si occupi della forma. E primamente fa
di mestieri di fino accorgimento nell'esordio, per disporre fino dalle mosse
gli animi dei giu- dici a docilità e benevolenza, giovando a ciò quel colore di
nobile modestia che nasce da animo ingenuo e da sicurezza della propria causa;
rimuovere con bella destrezza ogni sfavorevole preoccupazione; mostrarsi
sommamente fidenti non solo nella sapienza e dottrina dei giudici, ma ancora
nella loro integrità e giustizia. Di siffatti esordj è Cicerone un perfetto
esemplare. 55. Fermato l'assunto, e posto lo stato della questione, è ufficio
dell'oratore informare i giudici di tutto ciò che risguarda il diritto o il
fatto. E qui ò da avvertire che la narrazione deve avere verisimiglianza,
chiarezza e brevità. Molto rileva questa parte dell'orazione, da cui ben
d'ordi- nario dipende l'esito delia causa ; per lo che molto senno richiedesi
nella scelta delle circostanze a fine di distinguere le superflue dalle opportune,
ancora che minori elle sieno, sopprimere le pregiudiciali , o non potendolo,
attenuarle con sottile velatura, senza offesa del vero, tutte disporli; con
distinto ordine, perchè offrano la immagine del fatto chiara e scolpita , e
tale nell'animo dei giudici rimanga. Guai se in tutto ciò trasparisce un'ombra
anco leggiera di inverosimiglianza ; questo sarebbe il tarlo che trarrebbe
tutto l'edifizio a certa rovina. Finalmeate la parsimonia delle parole, oltre a
produr chiarezza, giova a tener viva senza tedio l'altrui attenzione. Le
narrazioni tulliane sono per ogni lato degne di studio e d'imitazione; tra le
quali stupenda è quella della Miloniana. 56. Dopo di che l'Oratore suol venire
alle prove. Ed ecco il campo ove gli conviene trattare le armi della sua scien-
za; qui , come Cicerone parlando di Cotta diceva : a haeret a in causa semper;
et quid judici probandum sii , cum o acutissime vìdit , omissis celeris
argumenlis , in eo men- « lem, orationemque defigit » (4); e a tal fine
svolgendo ;i. De Q.-ju, lib HI, e 10. per ogni lato la questione, allega e
leggi, e decisioni, e de- creti, e islrumenti, e patti, e convenzioni, c la
buona e mala feile delle parti, e quanto insomma gli approda, finché con-
fermando, spiegando, confutando, strìngendo, non s'avvisa d'aver ogni dubbio
dilegualo dall'animo dei giudici, ed avervi indotto un saldo e ragionevole
convincimento. 57. E poiché le cause giudici ali altre sano civili i altre
criminali; in quelle si difende o. si oppugna un diritto, in queste si accusa o
si difende alcuno d'un fallo , i retori hanno indicato per !e linee perle altre
alcuni fonti parti- colari d'argomenti. Quanto alle cause civili, ben sanno i
giureconsulti che il diritto si fonda o sulle leggi e sugli statu- ti, o sulle
consuetudini, sulle prescrizioni, o sui privilegi ce.: laonde quando ne
prendono le difese , ne mostrano per que- sic vie l'esistenza e l'autenticità :
se lo combattono , negano l'una e l'altra con prove contrarie. E questo sei
sanno i giu- risti senza che i retori ne siano loro i maestri. Piii opportuni
riusciranno per avventura i costoro insegnamenti intorno alla cause criminali.
L'accusatore pertanto deve, secondo che a ragione essi dicono , provare
l'accusato essere vera- mente reo dell'appostogli delitto, traendone le prove o
da ciò che dicesi corpo del delitto , quali per l'omicida sono le armi o le
vesti intinte di sangue; per il ladro le coso deru- bate o gli arnesi del
mestiero; o dal deposto dei tcstimonj , o dalla confessione del reo. In difetto
di tali prove, possono sopperirvi quello d'indizio o di congettura, onde lo
stato della causa dicesi congetturale; le quali pure Iraggonsi da- gli
antecedenti , dai conseguenti e dalle circostanze; final- mente dimostrando
niun altro aver avuto sì farle mo- tivo al malelkia, niun altro sì grande e si
opportuna la occasione. Piacenti qui riportare l'esempio di causa congettu-
rale , siccomu ritrovasi nella Kellorica ad Erennio: t Aj'i.r in Silva , poslquam rcscivil iptae fccisset
per irisaniam , " gladio ùteubit. t lysses inlerveuit , ocasum
coiispicatur , » c carpare telum erneutum educit. Tcucer intervenit , cwn d
fralrem occisum , et ìnimicum fratn's cum gladio cruento '• viitet, capiti*
arecssit » [V,. Dopo provato il fatto, deve (1) Ub. 11. Digiiiiad 0/ Cooglt DI
RETT0H1CA 241 l'accusatore rilevare la natura e gravila del delitto , e qual
pena la legge prescrive, 58. Il difensore a rincontro rimoverh dal suo cliente
l'accusa , dimostrando essere tale il delitto che troppo si op- poneva alla sua
ìndole ed alle sue note abitudini ; che per consumarlo gli mancavano affatto le
forze ; che in lui man- cava la causa impellente ; finalmente ( c questo è
decisivo ) che egli all'ora del commesso delitto trovavasi aìtrove. Quando non
possa negare il fatto, o porlo almeno in dubbio, si sludii d'attenuarlo nelle
sue circostanze, attribuendolo, ove si tratti d'omicidio, o al caso, o a un
tratto d'imprudenza o d'ira ; o meglio ancora a ciò che chiamasi incolpata
tutela , come fe' Tullio per Milone; in ogni caso indebolendole prove, o col
mostrare troppo arrischiate le congetture, o deboli o con- tradittorie, e
perciò false le deposizioni testimoniali. Dalle quali cose si fa manifesto
quanto sia sacro l'ufficio dell'avvo- cato, dipendendo da esso le sostanze,
l'onore, la libertà e la vita dei cittadini. Del resto guardisi , secondo
l'avviso di Quintiliano, per quanto sa e può, dall'accettare cause aper- tamene
ingiuste ovvero odiose; e strettovi dall'ufficio, si studii di porre in accordo
la voce della umanità con quella della giustizia, perchè non paja che l'arie
sua sia di schermo ai tristi ed ai ribaldi a danno degli onesti e dei dabbene.
59. All'ampio corredo della scienza legale , all'acutezza dell'ingegno, al
caldo amore por il giusto, per il vero e per l'onesto congiunga l'oratore forense
la splendidezza delle forme, e da queste le altre egregie sue doti riceveranno
tutta la loro forza , vivacità e rilievo. L'eloquenza del foro suole , e forse
non a torto e non senza suo danno, appun- tarsi di verbosità; questa adunque fa
di mestieri a lui l'uomo fuggire, e a ciò gioverà sommamente l'accurato studio
dei grandi oralori, storici e poeti; l'assiduo e diligente eserci- zio del
comporre negli anni del tirocinio; e principalmente farsi una legge di non dire
più di quello che la causa ri- chiede. Si studii pertanto la proprietà e la
precisione, gran parte della chiarezza; s'adoperi uno siile placido e tempe-
rato, e talvolta condito d'opportuna erudizione a rattempe- rare l'aridità
delle materie, e ove ben torni , anche di qual- che piacevolezza a esilararne
la serietà. L'elocuzione sia fa- cile e piana , e anch'essa sobriamente
abbellita dei fiori più. modesti della immaginazione. Nè anco disconviene
all'ora- tore forense un certo grado di calore nell'arringare , e per- chè è
argomento della convinzione della sua causa , e per- chè nell'arringo scese
campione della giustizia e della verità, acciocché non gl'intervenga come a
quel M. Callidio che freddo freddo sponeva una sua accusa, di sentirsi ripetere
con Tullio: « Ari tu, M. Callìdi, nisi fingeres, sic ageres? E qui basti dei
componimenti in prosa. Origino e progressi dalla Poesia. La Poesia fu presso
gli antichi popoli tenuta maisem- pre in voce di cosa celeste , e saeri furono
delti i poeti. L'inno alla divinità, la canzono alla patria ed a'suoi eroi,
l'epicedio agli estinti furono i primi slanci dell'anima sulle ali
dell'immaginazione e del sentimento, e cosi nacque la Poesia. Quindi non
cerimonia religiosa , non festa o sven- tura pubblica senza il canto del poeta
; e questi dicevasi caro al nume , e invaso del suo sacro furore , ed egli
slesso rapito da incognita forza lo credeva , e andava ripetendo : « Est Deus
in nobis; agitante calescimus ilio ». 2. E Dio veramente era ne'poeti Ebrei,
che per raggio divino vedevano le cose avvenire , ed impirati quelle canta-
vano , ond' ebbero nome di veggenti e di vati. Mosè, legislatore e duce, da
magnifica idea del sublime di Dio, e ne dipinge la onnipolenza nell'enfatico
Cantemus (4). David, re e Salmi- sta sposa alle note dell'arpa il canlo della
magnificenza , della pietà, dell'ira d'Iehova, e del suo santo entusiasmo
l'anima ti riempie. Geremia, di slirpe sacerdotale, piange sulle rovine della
patria, e quel pianto ti spreme lacrime generose dal ciglio. Ezeccbiello,
sangue di sacerdoti pur esso, ti rapisce nell'infinito per le sue stupende
visioni, e ti ricolma di H) Exod, C. XV. maraviglia terribile e sacra. Isaia
della casa di David, ap- pellato da Dio stesso Profeta grande (Ecdes. C. XLVHI,
25), non ha pari in grandiosità e in robustezza. Ma il canto profetico desìi
Ebrei taceva sulle sponde de'fiumi Babilo- nesi; pendevano dai salci le arpe,
perchè lungi dal tempio e dalla patria, non doveva nella terra straniera
risonare che il pianto [Sai). Così la Poesia, la vera figlia di Dio , stette
appo gli Ebrei tra il vestibolo e l'altare. 3. Appresso i Gentili per quella
alterazione del vero, la quale sì spesso riscontrasi nei principj delle loro
teogonie, esageratasi l'idea d'inspirazione divina, i loro primi poeti furono
tielli prole di numi, e si venerarono come figliuole di Giove le Muso. L'egizio
Ermete, l'indiano Manu , il trace Orfeo, il teba.no Annone, i greci Lino e
Museo furono sa- cerdoti e poeti: o tenuti come d'origino celeste facilmente
furono capi e dirozzato™ di nazioni, e nei loro versi le leggi, nei loro inni
la religione conipendiavasi. Iu versi pure si rendevano i pretesi oracoli
sibillini; coi versi s'eccitava il coraggio guerriero e si consacrava il
trionfo o la morte degli eroi; coi versi dei poeti gnomici infine vilae
monstrata via est [Or. A. P. v. 41(4). Vennero le età piti civili, e la Poesia
si alzò per Omero e per Pindaro allo splendore della gran- dezza nazionale. Ma
poiché per Anacreonle ritrasse le vo- luttà d'una raffinala mollezza, di
vergine pudibonda apparve putta sfacciata. Così a grado a grado venne meno per
essa la venerazione de'popoli, e fu in nome della filosofia da Platone
sbandeggiala. E come nella Grecia, così nel Lazio. Sulle prime grave ed austera
per Ennio, di poi nobile e maestosa per Virgilio, e pei tempi schiva, quanta
più. sa; por Orazio passa con continua vicenda dal tempio alla su- burra , e
dalla suburra alla reggia, finché diviene quale fu in ultimo nella Grecia. 4.
Tuttavia sì rigenerò col Vangelo, e gì Itati da se i fiori e i lisci, rientrò
nel tempio, e colla fede nel cuore sciolse la voce all'inno sacro. Dipoi, sorta
una nuova civil- tà, ne assimilò l'elemento cavalleresco, clic bandiva l'onore
della religione e della donna, e dell'una e dell'altra cantò nell'entusiasmo
della fede e dell'amore. Quindi educata dal portentoso ingegno dell'Alighieri
seco levossi a tal volo che non mai il maggiore; e pei tre regni della vita
futura s'in- nalzò lino al trono inaccessibile di Dio. Ma non andò guari che
smarrite le orme di tanto maestro, e ristabilitosi il regno delle arti antiche,
si riadornò della greca splendidezza, e comecché si studiasse ancora di
nascondere sotto velo pudico un amore ridivenuto terreno, tuttavia ne
traspariva la cambiata indole. Accolta nei palagi signorili si compo- neva ora
allo scherzo, ora all'adulazione, e se con Torquato rientrava nel tempio, col
cuore era pur sempre alla corte. Fuvvi tempo che vaga di stranezze e di follie,
parve in delirio, quando quasi vergognandosene, tentò di sollevarsi a virile
grandezza , ma non era che una abbagliante appa- renza. Finalmente per buona
ventura alcuni eletti ingegni luit' inlesi a far rifiorire la vera poesia, si
studiarono di ri- temprarla alla scuola del gran padre Alighieri, onde novel-
lamente rinvigorita riprese a cantare di Dio e della Patria, e in tal guisa
cercò di ridestare amore per sè e per l'an- tico maestro. Se non che talora
avida di novità svolazza per regioni non sue; e per un cerio tal vezzo
d'imitazione ama di aggirarsi avvolta in aerea caligine, tra le ombro dei
sepolcri, trattar pugnali, veleni ed altre tristizie e ma- linconie, e in un
baleno passare dal gemilo alla maledizione. Ma la luce che brilla ogni di piìi
viva dalla fronte dell'Ali- ghieri, alla perfine le persuaderà che nel cielo
d'Italia esso è pur l'astro « Che mena dritto altrui per ogni calle » C i). c
per esso ritornala quandoebessia degna della sua origine, ridiverrà qual'era ,
maestra e duce dei popoli e delle nazioni. g. 9. Natura della Poesia. 5. La
Poesia è l'arte d'esprimere in versi tulio ciò che l'anima senlee crea, a fine
di megliorar l'uomo commoven- dolo e dilettandolo. Gli elementi ne sono, come
ben nota il Foscolo, le immagini, la passione e lo stile (1). La imitazione,
madre delle arti belle, n'è la regola suprema, e la bella natura n'è il tipo;
se non che il gusto deve guidare l'occhio e la mano nello scegliere e nel
penne! leggiare ; perocché avvi tal vero che è morte della poesia. La passione
poi dà spirito e vita alle immagini della fanlasia, e la parola le incarna e le
colorisce. 7. Fu detto che i poeti nascono, ed è cosi veramente; ma non per
questo deve inferirsene che la natura faccia lutto per essi, sì che nulla resti
da fare all'arte. Difatto quella facilita d'intelletto, quella prontezza di
memoria, quella vivacità di fantasia, quella squisitezza di sentimento, che
costituiscono l'ingegno poetico, e quell'aura quasi di- rei divina, che investe
il cuore e la menle del poeta, nascono senza fallo con esso; ma se l'arte non
può dar tali doli, le invigorisce però e le perfeziona , e secondando la natura
ne agevola l'uso, e le dirige a meta piùcerla. Per la qual cosa anche Cicerone
dopo aver detto: a Poetam a bonum neminem sine inflammatione anìmorum exsistere
pos- m se, et sine quodam afflato quasi furoris » (De Orat. L. Il),
soggiungeva: « At cum ad naluram eximiam et Ulustrem « acccsserit ratio quaedam
, conformatioquc doctrinae , e tum illud nescio quid praeclarum ac singulara
exsistit ». « (Pro Areh. Poe.) ». E poi, come ben nota lo Zanotti, che sono mai
le regole dettate da Aristotele sino a noi sulla Poetica, se non ciò che è
stalo osservato alla natura con- forme? cosicché trovatele quali erano nel
fondo della natura medesima, i maestri le significarono altrui, e ne fecero
un'arte, a cui chi non obbedisce, non obbedisce alla natura. Dunque l'arte non
è, come vorrebbesi far cre- dere, una tiranna, nè i suoi precetti le si temute
pastoje, H ) Discorso sull'Origine e ufficio della Letteratura. l2i <■ È
chiaro, dice lo stesso Zanolli, che qui vuoisi intendere dei ■ precelti
generali, e non di quelli particolari che non hanno per ra- « gione l'uso, il
quale variando , fa che questi pur varino b. Sull'Art. Poet. Ragion. ma sono
redini che salvano dai precipizj, e menano per più sicuro cammino, eia storia
della Poesia d'ogni età e d'ogni nazione cene rende testimonianza. Diasi, che è
ben ragione, alla natura il primato; ma non si ricusino i consi- gli dell'arie,
perocché, siccome ben nota un moderno valente critico, conosciamo nella a
letteratura italiana lodali scrit- « lori di versi e di prose che riuscirono
tali colì'arle, e con « ricca vena ; ma con ricca vena e con arte scarsa nes- «
suno ». In somma persuadiamoci della verità di quel gran ca- none cui stabiliva
il Venosino , or fa venti secoli , ripetuto quale oracolo da quanti furono
sapienti nell'arie , e che mi giova di qui porre a suggello: « Natura fieret
laudabile carmen , an arte , « Quaesitum est; ego nec studium sine divite vena,
« Nec rude quid prosit video ingenium : alterius sic a Altera poscit opem res ,
et conjurat amice ». Mrt. P. v. 408). 8. Lo stesso Orazio insegna: h Aut
prodesse volunt, aut delectare poelae , « Aut simul et jucunda et idonea dicere
vitae ». [Ivi, v. 333j. e conclude. « Omne tulit punctum qui miscuit utile
dulci, a Lectores delectando , pariterque monendo ». [JM, v. 313). Sul che
primieramente è da nolare che non intero consegue il fine della poesìa colui
che canta solo perchè altri dilet- tisi : l'utile vuoisi temperato al ditello,
e l'ufficio del poeta allora soltanto può dirsi compiuto. Si vide essere stata
la poesia ministra di religione e di civiltà , e i popoli venerarla come cosa
divina ; il richiamarla adunque a'suoi principj è opera di civile sapienza , e
mezzo certissimo, perchè venga riposta nell'antica onoranza. Ecco perchè doveva
Orazio chiamare ciance canore que'versi che vuoti erano di concetti , e il
Foscolo dire : « Odio il verso che suona e che non crea ». Ora che dovrem dire
di chi prostituisce al favore e all'oro la Poesia , o la vitupera in cantar
laide e scouce cose, onde il pudore arrossendo rifugge? tristo abuso d'ingegno
e la- crimevole violazione di santissima cosa ! Intera lode adun- que
conseguirà il dettatore di versi, quando leggiadri per abito gentile e per
soave armonia, li congiungerà a dicevole dottrina, seguendo meglio che sa
l'insegnamento dell'illustre Muratori: * dovere la Poesia com'arte imitatrice
dilettare, <r com'arte subordinata alla mora! filosofia, istruire (1) n. 9.
A raggiungere pertanto il duplice fine dell'arte sono, come scriveva Bernardo
Tasso al Davila , necessarie al poeta tre parti principali, invenzione,
disposizione, ed elocuzio- ne (2). Laonde prima di tutto gli è d'uopo sceglier
con senno argomento a'suoi versi alto allo scopo , ai tempi ed al pro- prio
ingegno ; lavorarvi sopra con tutte le forze dell' intel- letto e della
fantasia per discoprire le parti più elette della materia; disporne in bello e
lucido ordine le parli mede- sime ben tra loro proporzionate e corrispondenti ;
quindi svolgerle ed csornarlc con copia di concetti, d'immagini e di sentimenti
, secondochè spontanei dettano e la mente e il cuore , ognora mirando per
diretto o per obliquo a in- gentilire gli uomini inspirando loro l'amore d'ogni
leggiadra virtù , e ritraendo!! da lutto ciò che men nobili e men pii li rende.
Spargerà quindi dolce diletto nell'anima, se renderà piìi belle le immagini sue
colle grazie vereconde del linguag- gio poetico e colla ben temprata armonia
del verso, di forma che il vero si piacevolmente condito , allettando, come
dice Torquato, anco i più schivi, oe li renda altresì persuasi. 40. E poiché
gran parte del diletto deriva appunto dal linguaggio poetico, non sari» fuor di
proposito il dirne al- di Balla Perf. Poesia. Race, di Leu. di. p, )8i. cuoa
parola. I Greci si ebbero una elocuzione per la prosa, un'altra per la poesia,
onde Tullio parlando de'loro poeti diceva: alia prope lingua locuti videntur. I
Latini ne segui- rono l'esempio, e i sommi poeti italiani lo imitarono, seb-
bene ora altro s'insegni e si faccia da certi moderni Ari- stoteli e Maroni ;
perocché tutti erano persuasi che l'arte, l'ufficio e il fine del poeta
dipartendosi da quelli del pro- satore, doveasene anco il linguaggio dipartire.
Per la qual cosa fa d'uopo che il poeta sia veramente signore della sua favella
, perchè sappia conoscerne tutte le proprietà , distin- guerne le più elette
bellezze , convenientemente adoperarle, e sceverare con senno le voci e le
forme poetiche dalle pro- saiche. GÌU a suo luogo mostrammo come la retta
forma- zione e l'uso della metafora , fonte d'evidenza e di splen- dore, conferiscono
ad aggiungere un carattere d'eleganza tutta propria della poesia. Conviene
inoltre leggiadramente adornare un tal linguaggio delle squisitezze declassici
greci', latini ed italiani , e convenevolmente adoperare la metoni- mia , la
sineddoche, l'iperbole, la perifrasi e quale altro ornamento fornisce
l'elocuzion figurata; nobilitare con forme nuove e gentili i concetti e le
immagini trite o comuni , e troppo per se stesse umili; spargervi
opportunamente e senza sazietà epiteti pittoreschi e significativi , e
finalmente all'armonia generale aggiungere a tempo e luogo eziandio quella
particolare cui dicemmo di espressione. H. Importa poi assaissimo por mente al
genere di poesia che trattiamo , a fine di dare a ciascuno il suo proprio co-
lore, conciossiachè la poesia lirica ammetta arditezza di traslati e di figure
; l'epica voglia elocuzione magnifica ed illustre : la tragica richieda
severità , e via discorrendo ; quindi conviene studiosamente guardarsi dal
confondere l'un genere coll'altro , adoperando a mo' d'esempio nella poesia
drammatica metafore e locuzioni solo dicevoli alla lirica , e viceversa ; lo
che in pittura direbbesi stonare. Finalmente chi aspira ad esser salutalo poeta
dell'età sua e delle future , non riponga l'arte nel miniare concettuzzi e
vocaboli , ma si nello scolpire sensi ed immagini, e fa- cendosi succo e sangue
della sostanza poetica dei grandi maestri che furono i Greci, i Latini,
l'Alighieri, e pochi altri della bella scuola, sentirà pur esso nell'anima lena
bastante « Forti cose a pensar , mettere in versi- ». \Purg.). g. 3. Delle
Transizioni. 12. Tra i principali artifizj onde la poesia acquista quel-
l'ardore ed impelo suo proprio , e che dalla prosa si la di- slingue , è, come
insegna l'illustre Kiccolini fi), l'accorto uso de' trapassi , o com'ora
dicesi, delle transizioni. Con- sistono queste in ceni modi nuovi, varj e
inaspettati onde si collegano i. periodi e le sentenze , scostandosi da quel-
l'ordine logico che tiene là prosa nella connessione de'suoi antecedenti coi
conseguenti. Il difetto di siffatte transizioni rende languida e fredda la
poesia, e facilmente le dà sem- bianza di prosa. Se non che difficile assai n'è
l'artificio, dovendo il trapasso farsi con naturale disinvoltura, e richie-
dendo facile il- ligamento, chè ove sia troppo ingegnoso, e non nasconda ben
l'arte , addiviene una sconcia deformità. Di queste finezze poetiche sono
egregi maestri i classici antichi , e più di tutti la vera inspirazione del
genio. 13. 11 sopraccitato autore insegna inoltre potersi in due maniere
continuare in poesia il discorso , e formarsene le connessioni, colla
progressione cioè e colla egressione. La prima si fa mercè dell'amplificazione,
dell'antitesi e talvolta della ritrattazione ; la seconda ricorre alle
esclamazioni , alle apostrofi , alle similitudini , alle visioni e ad altre
sif- fatte ligure ; quella e comune anche alla prosa , e in poesia l'uso vuol
esserne più sobrio; non cosi dell'altra. Quale ne sia l'effetto vedasi
ne'seguenfi esempj , dove sditesi l'una e l'altra maniera : . « Esoriare
aliquis noslris ex ossibus ullor, « Qui face Dardanios ferroque sequare
colonos. 11 J Delle Transizioni in poesia, lezione eo. - Ediz. cil. v. Ili,
i>. 221. a Nane, olim , quocumque dabunt
se tempore vires, « Litora liloribus contraria, flucLiuus undas « Imprecor ,
arma armis, pugneut ipsique nepoles ». iAen., Lib. IV). e La casa di che nacque
il vostro fleto , « Per lo giusto disdegno che v'ha morii , a li posto fine al
vostro viver lieto, « Era onorata essa e i suoi consorti. « 0 Buondelmonte ,
quanto mal fuggisti « Le nozze sue per gli alimi conforti! « Molli sarebber
lieti, che soh tristi, « Se Dio t'avesse conceduto ad Ema « La prima volta che
a città venisti ». I Farad. , C. XVI ). $. 4. Del Melrtr. M. Grandissima parte poi
del diletto che viene dalla poesia, nasce dal verso; laonde il Metastasio
dubitava che senza questo fossevi poesia , e Goethe voleva che si trat- tasse
in versi tutto ciò che e poetico; e veramente e i Greci e i Latini, e bene
spesso anche gl'Italiani scrissero in versi non che altro , le stesse commedie.
11 Sannazzaro introdusse nella sua Arcadia la prosa poetica, esempio, per
quanto io mi sappia, restato lunga pezza senza imitatori. I Francesi, tra'quali
il primo tu Fénéìon, l'usarono e l'usa- no, e bene sta per quei che hanno
lingua meglio alla prosa disposta; ma a quei popoli a cui dedit ore rotando
Musa loqui , grandemente disdice spogliare del verso la poesia, ■della quale è
il più amabile fregio; e ciò non tornerebbe loro a lode, ma sarebbe indizio di
smarrito sentimento poe- tico. Volere o no, la poesia è un canto , e il canto
vuole ordinata misura. La rima è ornai la prerogativa del verso moderno , e ne
chiami pure il Gravina grossolana , e come dovuta a' tempi di rozza barbarie,
la invenzione (1); ed Hi Ragion Poet., Lib. U. eco puerile ed inetto la dimmi
il Gargallo, benché la ri- spelli, siccome consacrata dall'uso (1) ; tuttavia
meglio ne giudica, a parer mio , il Niccolini , dicendo; « esser quella « che
pone in armonia le parti d'un componimento , accre- <t sce valore al suono ,
dà colore alle parole , e ridestando « una sensazione passata e creando il
desiderio d'una nuo- « va, si rivolge ad un tempo e alla memoria e alla spe- li
ranza (2) ». E se mal non avviso , verranno non pochi nella sentenza
dell'illustre poeta. Se non che la rima è d'ornamento al verso, quando vi cade
facile e spontanea; è deformità , se sbalestra e non imbrocca bene il segno, e
vi apparisce arie o sforzo. Ella deve obbedire qual docil destriero , c
obbediente l'avrai mercè d'un lungo esercizio; se poi questo non li vale , e
quella li si serberà tuttavìa ritrosa e schiva , e tu rinunzia a far versi ,
invita Minerva, nec auspice Musa. <5. V'è, dirai, il verso sciolto che
francato dal fastidioso freno della rima, lascia libero il volo agli slanci
della fan- tasia. È verissimo: ma donde avviene che versi sciolti ne abbiamo
assai, pochi de'bellissimi? diffìcile più che non ere- desi è tal sorta di
versi , perchè sostenuti senza gonfiezza e naturali senza bassezza non meritino
al loro aulore qualcuna di quelle sante frustate che il Barelli accocca ai
Versi- scrollai. Ove tu lì appigli pertanto agli sciolti, ricordali che
richiedono un'artificiosa e delicata struttura negli accenti, nelle pose,
ne'ligamenti e nelle spezzature, s\ che ne resulti un'armo- nia svariala, or
grave, or tenue, sempre accomodala al periodo, all'espressione ed all'orecchio;
tutte cose facili a dirsi, ad ottenersi poi hoc opus, hic labor est. Di grande
soccorso però ti sarà la lettura diligente ed accurata degli sciolti del Parini
e del Foscolo , e delle traduzioni epiche , per le quali il verso sciolio è
preferibile al rimato, del Caro, del Monti, dì Andrea Malici e d'alcun altro
che va per la maggiore. U] Proem. alla Tradux. £ Oro zio. g. S. Dei Classici e dei Romantici. 16. Dopo
accennato quanto parve opportuno intorno alla natura, fine e mezzi della
poesia, gioverà quasi a comple- mento della generale trattazione del subietto
dire alcuna cosa intorno al Romanticismo che al vanto ambisce dì scuola novella
in poesia (1). S'arrogano il nome di Romantici coloro i quali poetando sdegnano
ogni regola d'arte ed ogni auto- rità d'esempio, proclamando il principio della
ragione come l'unica norma in letteratura; che smaniami pel medio evo fanno
loro delizia il melanconico, il tetro, lo strano, l'orri- bile, il deforme; che
ora seguendo della Bibbia ardimenti e locuzioni, affettano il sublime; ora
tutt' intesi in minuzie strisciano al suolo ; che sdegnosi d'ogni più. lieve
allusione mitologica, ammettono poi i Genj, le streghe, i vampiri ed altri
simili enti immaginari; che schiavi di ciò che essi chiamano materialismo
dell'arte, si avvolgono in metafisiche astrattezze ed in immagini sfuggevoli ed
aeree che, al dire dell'Arcangeli, non tramandano che luce fosforica, senza
calore; arroge confusione di lutti gli stili come di tutti i metri; elocuzione
ingioiellata di metafore tumide o false, lardellata di forestierumi, mista di
poetico e di prosaico, di nobile e di plebeo , perchè, e'dicono, così meglio
imitasi la natura. - Si usa al contrario di dar nome di Classici a coloro che
schiavi delle leggi aristoteliche , e idolatri d'ogni autorità, si fau
coscienza di dar passo fuori delle orme de'loro maestri; che condannano come nè
allo nè dicevole all'arte ogni altro soprannaturale che non sia mito greco; che
guardano , se pur la guardano, la natura a traverso del prisma degli antichi,
sicché per essi ella diviene un libro chiuso a sette sigilli; le cose cento
volte cantate ricantano, lutto foggiando, usi , costumi ed affetti alla greca o
alla latina, e guardandosi dal dir cosa con parola che non sia petrarchesca o
boccaccevole. Tali suppergiù sono i Roman- di V. La lettera del Monti a Carlo
Tedaldi Fores , Race. cit. di P. Fanfxm. V. La lettera del Costa alla Signora
degli Anioni. delle Istituzioni elementari tiri e i Classici, i quali
esagerando i loro principi, quelli colla licenza, questi colla servilità
nuocono, per la ragion degli oppositi , del pari all'arie. 47. Ma incominciamo
dal togliere il prestigio de'nomi. Classico un tempo valeva ottimo; romantico
non so,chè non è vocabolo nostro; ora è chiaro che classico qui vale per
antifrasi pedante; che romantico arieggia a nona/ore, e il vocabolo ci venne
insiem coli' idea d'oltremoute; dunque se vogliamo chiamare pane il pane,
convien dare alla scuola de'così detti classici l'appellativo di pedantesca,
alla quale Dio conceda leggiera la terra e riposo sempiterno; all'altra quello
di settentrionale; e sia lode e gloria all'Italia e a chi spasima per quella.
Ma diciamo un po': le scuole antica e moderna non salutano esse per corifei
Omero e Dante? Ebbene; Omero dipinse la natura fisica e morale quale ve-
dea.sela dinanzi , o poco discosto, e Dante non ne fu dipin- tore meno fedele;
Omero tratteggiò il bello, il grandioso, il terribile, il sublime co'loro
propri colori, e Dante non li ritrasse altrimenti; Omero descrisse la Grecia
ne' suoi eroi, ritraendo dell'eia sua costumi, vizj e virtù, e Dante nel
descriver fondo a tutto l'universo, vi delineò più particolar- mente l'Italia
de'suoi tempi, colla sua religione, colla sua storia, co'suoì vizj e colle sue
discordie; in somma l'uno e l'altro commosse col verisimile più spesso che col
vero, e rispettarono ambeduo le leggi del decoro, vuoi nel disegna- re, vuoi
nel colorire le loro stupende epopee. Se dunque non tennero essi una via
diversa, non sarà più classico l'uno dell'altro, e i romantici han torto a fare
della loro scuola Dante e non Omero, co nei ossia chè non siano ambedue meno
classici che romantici. Per la qual cosa se scrittore roman- tico vale a
significare, come dice il Gioberti, artefice di concelli confusi, vaghi,
sfumati, di guazzabugli, di tenebre e di simile dottrina, indegna di noi
Italiani (1), uè l'Alighieri nò altri della sua scuola consentiranno di esser
posti nel novero de'romantici; ma ove per romanticismo s'intenda l'arte di
scrivere opere che ritraendo passioni, credenze ed (1| V. I. Pag. «. Edlz.
Bruì, I8Ì3. usi convenienti all'età dell'autore, riescano utili e dilette-
voli, furono romantici, conclude il Nìccolini, gli scrittori della Grecki e del
Lazio, non meno che i tre padri della nostra letteratura (1); quindi mi sembra
che in questi ter- mini la questione non sia che di nome. 18. Che il poeta
settentrionale, inspirandosi sotto d'un cielo cui il sole appena saluta d'un
languido raggio , dipinga di foschi colori le sue melanconiche immagini , bene
sta ; ritrae la natura che ha dinanzi , e nella quale la sua fan- tasia si
specchia; ma non così può dirsi di chi inebriandosi nell'immenso sorriso d'un cielo
cui allieta e Dolce color d'orientai zaffiro » , ( Purg., C. I ). corre coli'
immaginazione a cercar le cupe sue tinte tra le nubi caledonie e tra le aurore
boreali. Sbandile le gaje Driadi e Napee , qual prò per la poesia l'aver loro
sostituito le luride streghe e gli schifosi vampiri? L'errore sta nel presumere
di tenere in piè l'Olimpo d'Omero , ornai scas- sinato per sempre ; ma ove la
mitologia , siccome in se rac- chiude verità fisiche e morali , si adoperi ad
esempio di Dante con sobrietà e con senno per allusioni allegoriche, per
simboli di umane passioni , per ingentilire idee volgari, per dar persona alle
astratte , per illeggiadrire con un lin- guaggio poetico ornai noto ciò che ò
naturalmente schivo di poesia, sarà sempre fonte perenne d'immagini gentili al
poeta e di bello ideale alle arti , senza che ne rimanga of- feso il costume ,
il buon senso e il buon gusto d'una na- zione. Schiller e Tiyron , i più gran
poeti dell'età moderna , e splendidissima gloria del Romanticismo,
rimpiangevano, quegli la espulsione degli Dèi della Grecia dal regno delle Muse
, in un'ode che era una delle sue predilette (2) ; questi l'abbandono dei
grandi maestri che noi teniamo per clas- sici, e scriveva: e Siamo lutti,
Moorc, Scott, Soulhey , (I) SuU'Imilaz. delFArte Dramm. , Voi. Ili, Ediz isti,
p. 815. &) V. L' Odo : Gli Dèi della Grecfr. e Campbell e io in una via falsa.... sono
sbalordito e mor- ii lificato dall'immensa distanza che in materia di senti- li
mento , di sapere , di effetto e anco di fantasia , di pas- ce sione e
d'invenzione, corre fra Pope e noialtri del basso a impero.... Tutto era Orazio
allora , tutto è Claudiano og- a gidl ; e se dovessi ricominciare la carriera ,
m'impron- ti lerei d'un altro stampo » (1). * E questo sia suggel ch'ogn'uomo sganni
». [/«/., c. XIX ). Capitolo [. - Della Poetia Lirica. 1. La Poesia Lirica,
cosi denominata perchè soleva can- tarsi al suon della lira , nacque dal
sentimento religioso e patrio, e decorava i riti sacerdotali e le feste
cittadine; laonde la poesia propriamente lirica , vien definita quella che
canta con entusiasmo di Dio e della patria. 2. Il canto lirico, che sonò tra i
popoli il primo, fu dunque sacro ed eroico; dipoi si cantò in forma lirica di
virtù , d'amore e di sventure , perchè la Lirica suole distin- guersi in Sacra,
Eroica, Morale, Melica o Erotica ed Ele- giaca; delle quali specie parleremo ad
una ad una distin- tamente. Ibi. I. - Della Lirica Sacra* 3. Primo per età e
per eccellenza è nella poesia lirica l'Inno. Questo canta le lodi di Dio e
de'Santi suoi , amplis- simo campo di maraviglia e d'affetti d'ogni maniera , e
per |1) Lei. di varia Lelleral. ài Pier Ales. Paravia , Torino , 1856 ; ISei.
I, p. H2. - Credendo bene di non esporre in un trattalo elemen- tare eho i
principi certo esagerali i quali dalla due Scuole ai professano in arie, non
reputo opportuno d'entrare in discorso sull'intendimento dei Romantici, il
quale viene luminosamente dimostrato nelle Memorie che di Giuseppe Sfontani
scriveva l'egregio Vannucci. questo appunto lirico di somma ragione ,
essendoché l'entu- siasmo che n'è l'anima e il nerbo , si desta al maraviglioso
e al passionato , e di qui sgorgando con impeto il canto dal cuore del poeta,
scuote vivamente l'immaginazione e l'ani- mo di quei che l'ascoltano, e della
sacra fiamma parteci- pano dell'inspirato cantore. 4. Dove più viva è la fede,
anche l'inno più s'eleva al sublime. Ciò si fa manifesto nei Cantici e Salmi
degli Ebrei e negl'Inni della Chiesa , e massime in quelli che vanno sotto il
nome di S. Ambrogio (1) , di Fortunato, d’AQUINO (vedasi), di S. Gregorio Magno
(4) , di F. lacopone da Todi (5) , e di Paolo Diacono (6). Ebbero inni sacri
ancora i Greci , de'quali non restano che frammenti, quali sono gli Orfici ;
rimangono però quelli di Cleante a Giove , di Saffo a Venere , e parecchi di Callimaco.
I Latini sul primo non ebbero di poesia sacra che i carmi Saliari di Numa;
dipoi l'Inno a Diana di Catullo e gli altri che fan parte della Lirica Oraziana
, tra'quali il Secolare ad Apollo e a Diana. Se gl'inni della Grecia e del
Lazio vincono per la splendidezza della forma quelli della Chiesa , questi L
vanno di lungo tratto loro innanzi per quella misteriosa pietà che nasce da
fede profonda e sincera. Quanto lustro avrebbe aggiunto alia poesia italiana la
lirica sacra abba- stanza lo mostrano e Dante nel C. XXXIII del Paradiso , e il
Petrarca nell'unica sua Canzone alla Vergine , se fosse stata, come doveasi,
coltivala. Ma sebbene abbiamo poesie sacre e di F. lacopone , e di Feo Belcari
, e di Lorenzo dei Medici, e del Benivieni , e del Liguori e d'altri, tuttavia
11) Jesu «Adempier Omnium e eli altri per il S. Natale; quelli del-
l'Ascensione e della Pentente ; Iste Confessor; /«su, corona yirginum; quelli
della Sacra , ed allri moltissimi. [2] Ave Maris Stella ec, e gli altri della
Vergine ; Ventila regi* prodewtt , e gli allri della Passione. (3) Pange lingua
gloriosi , e gli altri del Corpus Domini. (I Creator alme siderttp», ed altri
molli. [5! Siabat Maler dolorosa. (6) Quelli per l'Uffizio di S. Gio. Batista.
sono ben lungi dalla lirica propriamente della , e tanto e vero che vanno
coniente del lilolo di Laudi o di Canzonelle spirituali, dove incontri più
presto il devoto che il poela. Toccarono l'arpa sacra anche il Poliziano, il
Menzini , il Lemene, il Mazza ed il Tornielli , ed alcuni assai lodati concerni
ne trassero. Il Me tastaste loccolla anche più soa- vemente , e al sublime
della religione uni le grazie greche. II Manzoni tentò con felice ardimento
d'innalzare alla lirica maestà l'Inno sacro, e con ali invigorite dallo studio
dei grandi poeti e della Bibbia , e principalmente da una fede viva e
intemerata , spiegò sicuro il volo ; e se gli si rim- provera qualche difetto
d'oscurità che per avventura rende meu popolari i suoi Inni , niuno per fermo può
negargli li- rico slancio. Ebbe imitatori , tra'quali primeggia il Borghi più
semplice, ma forse meno originale. 5. L'Inno sacro può essere encomiastico ,
eucaristico, o supplicatorio , secondo che si loda , si ringrazia o si prega.
Richiede poi di sua natura immagini grandiose , profondis- simo affetto,
veneranda maestà e semplicità nc'eoncetti , e principalmente l'entusiasmo della
fede ; di qui quel calore e quella rapidità che formano il carattere lirico. La
forma poi sia nobile, quanlo casta e semplice, dignitosa l'armo- nia , e il
metro sempre conveniente al soggetto , e per quanto si può, adattabile al canto
popolare , acciocché l'Inno sacro suoni ancora sulle bocche del popolo ad
incre- mento di religione e di pietà. Art. II, - Della Lirica Eroi». 6. La
Lirica eroica scioglie il fervido canto o a eccila- menlo di opere magnanime ,
o a lode degli eroi che col senno o colla mano la patria illustrarono. Questa,
che pur fu detta poesia slorica e face illuminatrice dell'antichità, si desia
al suono di fatti massimi e straordinarj; ed elementi principali ne sono
entusiasmo nazionale e cuor che s'in- fiamma a lullo ciò che ha sembianza dì
grande, donde na- sce quel fremito di tempestosi affetti . ai quali i! poeta
quasi schivo d'ogni legge , pare si abbandoni. Vuoisi qui però col IH Mamiani
avvertire « che cotesto rapimento di fantasia , co- ti testa , a parlar con
Orazio , amabilis insania, è specie « difficilissima di poesia , e procede
sempre con gran pe- « ricolo di dar nel tronfio , nello esagerato e nello sma-
« nioso » [1], 7. Le imprese guerriere , gli atti di civile e militare virtù ,
gli uomini di maraviglioso ardimento, sedendo gagliarda- mente l'animo del
poeta , eccitano a volo sublime la sua immaginazione, e si scolpiscono per la
immortalità nel suo canto. Quanti grandi nomi di cose e di persone vissero
nella memoria de' popoli, che senza il canto di Pindaro e d'Orazio giacerebbero
ignoti ! Tal'è la materia , tale l'uf- ficio della lirica eroica. 8. Tirteo
d'Alene , fallino d'Efeso e Alceo di Lesbo tem- prarono la lira a canti eroici
e guerreschi , nei quali fremo tutto l'ardore dello battaglie (2). Ma sovra gli
altri, com'aqui- la , vola Pindaro immenso , inimitabile. Ei tolse a soggetto
delle sue odi i vincitori dei giuochi Olimpici. Pitii, Cernei ed limici, donde
quelle han nome. Poeta d'immaginazione ar- dente si slancia ad arditissimi voli
, senza che mai gli fal- lisca la lena , cosicché ti rapisce e ti sorprende a
un tempo. Amplifica le lodi del suo eroe con quelle della patria e degli avi di
lui; lo che per difetto di notizie precise di questi e di quella fa che talora
ci appaja alquanto oscuro; ma qui appunto ci è gran maestro della difficil'arte
dei trapassi e voli lirici. Solo a Pindaro è secondo Orazio, il quale nelle sue
sei odi eroiche (3), se non emulò il tebano poeta nel- l'arditezza dei voli ,
gli andò mollo dappresso nella gran- diosità e pienezza delle immagini , dei
concetti e dei modi. Apersero il campo della lirica eroica italiana l'Alighieri
e il Petrarca, quegli colla canzone: 0 patria degna di trionfai fama, questi
colle sue aWItalia e a Cola di Rienzo. Tentò percuotere le corde pindariche il
Chiabrcra celebrando le (t) Poesia. L'Autore a'Lpliori, pag. x, ediz. Le
Monnier , 18S7, De' primi due , vedi le
stupende traduzioni dell'Arcangeli; di Pindaro quella bellissima del Borghi. -
;3j V. Lil>. I , Oif.8, 6, 12; Llb. Pf, Oi. 2, i, 15. Vittorie delle Galere toscane sui Turchi,
aìcuai Principi ita- liani , e il Giuoco del pallone ; ma talora lo incolse la
disgra- zia d'Icaro sii* vaticinata dal Venosino. Maestosa, e qual- che volta
forse troppo rellorica , è !a musa del Filicaja, quando canta delle vittorie
dei Cristiani sui Turchi; imma- ginosa m;i tumida quella del Frugoni. E per
tacermi d'al- tri , solo dirò che la musa dove veramente spira tutta l'an- tica
grandezza , è quella del Leopardi nei celebri canti a\V Italia , ad Angelo Mai,
e per il Monumento di Dante in Firenze. II bell'esempio dì queslo poela che si
educò sui Greci, sui Latini e su' padri nostri , fu ben seguilo da Gio- vanni
Marchetti nelle sue odi per morte di Ennio Quirino Vi- sconti, del Perticari e
del Figlio di Napoleone. Altri pure lo seguano cantando Ì tanti eroi della
patria nostra, molli de' quali : « Illacrimabiles a tlrgentur , ignotique longa
« Nocte , careni quia vale sacro ». (Ov., Od. 9, Llb. IV). akt. ni. - nell»
Lirica Morale. 9. L'Ode morate bea diversa dalla impetuosa ode eroica o
pindarica, che cosi pure si chiama, procede con tempe- rata regolarità ,
congiunta sempre a nobiltà e decoro. Essa canta le virtù domestiche e civili,
l'amicizia, la pieia e la ret- titudine, dalle quali attinge quelle immagini
onde si abbella, ora grandiose, ora gentili , ora commoventi , or gravi , a
fine d'ispirare di quelle virtù col diletto l'amore. Sebbene sia schiva delle
arditezze dell'ode eroica , tuttavia ama un certo calore onde s'esalta
all'aspetto della virtù, e di ge- nerosa ira s'accende in faccia" al
vizio, sia pure quella io luridi cenci , e questo in abito gemmato. Si compiace
essa pure dei trapassi e delle brevi digressioni , e se detta precelli di
civile sapienza, non sillogizza da loico, né sot- tilizza da metafisico, e
tanto meno cammina sulle orme Dlgriizod by Cucigli; dell'oratore , perchè non
vuol sentirsi giustamente ripetere col Costa: <( Del Filicaja le canzoni io
lascio , « E leggo Tullio n { A, P. , Serm. II). 10. Orazio è sommo maestro
dell'ode morale, sia per l'orditura e per il ben regolato slancio poetico, sia
per la verità delle immagini, e per la nobiltà de'sentimenti; sia finalmente
per il decoro dello stile e per la evidenza della elocuzione. Il Petrarca nella
canzone: , a Una donna più bella assai che 'i sole » diede l'esempio della
lirica morale , e dietro a lui corsero parecchi. Il Testi nelle sue odi morali
segui con molla sua lode Orazio, al quale ancor più dappresso andò il Fantoni o
Labindo. Ma quegli che in tal genere recò nuovo lustro all' Italia fu il Pariui
, nelle cui odi , servendomi delle espres- sioni del Giusti, è un cerio «
piglio alto, schietto, auste- « ro , maschio anco nella dolcezza , che ti
scuole e lì « esalta. ... Le ritrovi lutto splendide di varia bellezza; « gravi
di senno e di dignità ; ricche di sentenze, d'imma- t gini, d'afTello, e di
tulli gl'impeli e di tutte le nobili aspì- « razioni d'un animo caldo del vero
e del bello poetico » (1). V'iucontri finalmente i veri e precipui caratteri
che aver deve la lirica morale, quando sgorga dal cuore, e non è già un
reverbero degli altrui pensieri. Forse vi si desidera talvolta maggioro
speditezza nel verso e nella costruzione, e più velata l'arte, ma quesli nèì
rendono più vivo lo splen- dore delle sue molle bellezze. Egregia lode raccolse
nelle sue odi morali anche il Marchetti. Airi IV. - Dell» l.iricu Melica o
Erotica, ed F.lcgiac*- 1 1 . La Poesia lirica , dice il Foscolo [2), come fu
prima a nascere, cos\ pare che ancora sia stata la prima a dege- (<) Vita
del Parini, p»g. mi, ed. cit. (2) Considerazioni sulla Poesia lirica. nerare. E
veramente cangiò natura , quando alla religione , alla patria ed alla virtù volle
sostituito ciò che alletta al piacere de'sensì. Scrittori di poetiche e poeti,
segue lo stesso ;iulore, la confusero coWamorosa, trascurando l'essenza, e solo
badando alla forma esteriore; e sembra che il Tassoni fosse il primo a
distinguer questa dalla lirica propriamente delta , dandole il nome di Melica
dalla melodia del canto, e che più dislìntamenle appellasi Erotica, perchè
d'ordina- rio sua materia è l'amore. Per siffatte considerazioni per- tanto
Eliceva il Giordani aver noi maggior penuria di poesie liriche che altri non
crede (1); e prima di lui aveva notato il Foscolo che appena un mediocre volume
avremmo ritratto di poesie veramente liriche dall'infinita copia che vantiamo
da Dante sino all'Alfieri. Dopo di che non fa maraviglia se il Costa esclama,
parlando di Pindaro: « Nell'alto tempio della Fama appeso o Sta il costui serto
ancora. Itali ingegni , a Ergete i vanni al glorioso acquisto ». [Art. Post.,
Sor. II]. 12. Distinta adunque la vera Lirica dalla Erotica , dirò che questa
comprende varie specie , e le principali sono VOde, la Canzone Petrarchesca , V
Elegia, Y Anacreontica , la Romanza e la Ballata. g. 4. Dell'Ode. ^3. L'Ode,
che in greco significa canto, rilenendone il nome vuole altresì essere adorna
di venusta ed eleganza greca. L'amore n'e l'anima , e la leggiadria delle
immagini, la soavità dei sentimenti , ora lieti, ora pietosi , secondochè
gioisce o piange il cuore , ed una passionata armonia che tutta la governa ,
formano il carattere e il pregio dell'ode che canta i dolci sdegni, le dolci
paci e le amabili repulse. Vera vuol esser la passione, perchè da questa e non
dall'arte appariscano dettale quelle metafore , quelle iper- (1) i-H. a Gino
Capponi, Race. cit. DI RF.TTORICA 263 boli , quelle ardile figure e quei rapidi
passaggi che appar- tengono alla elocuzione erotica. Ama finalmente una gra-
ziosa facililà e dolcezza di metro, preferendo le brevi strofe alie lunghe, e
alireitanlo dicasi dei versi. 14. Sull'orme di Saffo e degli altri poeti greci
Orazio trattò l'Ode erotica con brio, vivacità ed eleganza somma. Ne composero
assai anche i poeti italiani , tra'quali il Chia- brera, il Frugoni, il
Mctastasio, il Monti, il Foscolo e il Fantoni; i quali io suggerisco per
maestri della forma, che della sostanza non può nò deve esser maestro che il
cuore. §. 2. Della Canzone Petra rcLesca. 15. Non pertanto più assai dell'Ode
piacque ai poeti no- stri la Canzone Petrarchesca, cos\ delta non perchè ne
fosse inventore il Petrarca, che prima di luì avevaala usata, fra gli altri ,
il Guinicelli , Cino da Pistoia e Dante , ma perchè ne fu il perfeziona lore.
Il gentil cantore di Laura adunque, a ... . Quel dolce di Calliope labro a Che
Amore in Grecia nudo e nudo iti Roma « D'un velo candidissimo adornando «
Rendea nel grembo a Venere celeste » (1) narrò con pianto soave la passione
universale del cuore , c la pennelleggiò in tante e sì svariate guise, e tutte
te- nere, e tutte amabili, che fu sempre la delizia di quanti ebbero in Italia
intelletto d'amore. La fantasia gli delineava le più delicate immagini, il
cuore gli dettava i piti teneri sensi d'una dolce melanconia, e le Grazio gli
porgevano i più. vaghi e leggiadri colori. Adornano eziandio la sua can- zone
nobiltà e verecondia di sentenze, naturali digressioni, vere dipinture , grata e
sostenuta armonio. E si fatti pregi della canzone petrarchesca congiuntamente
alla esteriore struttura ne divennero le leggi ; perocché si compone di stanze
di proporzionata lunghezza, in versi endecasillabi e (1) Carme, dei Sepolcri
settenari piii o meno alternali, e tulli rimati con quell'or- dine stesso nella
prima stanza fissalo. La chiude poi una più breve stanza con rima più libera,
che dicesi commiato. 16. É vano il ricordare la mimila quanto non felice
schiera degl' imitatori del Petrarca, da' quali debbonsi però sceverare il
Bembo, l'Ariosto, il Casa, il Tasso, Giusto de' Conti e pochi altri. La
struttura dell'ode siccome fu conservala dal Petrarca eziandio per le canzoni
d'altro ge- nere, così venne da altri poeti usala nelle canzoni eroiche morali.
Se non che taluni, come il Guidi, usarono la Can- zone libera, ponendo a lor
talento la rima o lasciandola, nè facendosi loppe della prima stanza per le
altre. La canzone ledala o libera sembra modernamente non tanto seguita ; e in
quei molli metri de* quali è capace la lingua nostra, si preferisce l'ode,
quale che sia il nome, onde per va- ghezza di novità piace talora di
appellarla. Credo però che per gli argomenti di grave natura la forma deila
Canzone Leopardiana possa molto conferire alla sostenutezza dello Stile. jj. 3.
Delta Elegia. 17. La Elegia, ben nota ai Greci, come rilevasi da al- cuni
frammenti ancora superstiti , e dalla certa notizia con- servataci da Orazio
intorno ai Treni o poesie lugubri di Pindaro, era il canto del dolore, e si
meritò l'appellativo di flebile. Ma se piango tra i sepolcri, non sdegna pure
di cantare i lunghi affanni e le brevi gioje degli amami. Più dimessa dell'ode
, procede però con dignitoso decoro, e scen- dendo teneramente al cuore, ama di
eccitarvi affetti gen- tili e pietosi-, quindi fa d'uopo che il suo canto nasca
da dolore o da amore veracemente sentito. L'arte non può dare che fiori di
stufa; la natura li produce olezzanti e sparsi delle lacrime che vi stillò
l'aurora. Talvolta fu inlesa can- tare altresì le lodi degli eroi , onde il
Menzini dice che unisce insieme « Col verde mirto il trionfale alloro ». {Ari.
Poel. L. Iti). Tali possono riguardarsi le Eroidi, o Epistole Eroiche, di cui
ci porse bell'esempio Ovidio, e tra'nostri il Mamiani ; nei quali componimenti
inlroduconsi eroi o eroine che disa- cerbano per lettere il loro dolore, e
dipingono la propria sventura iu teneri versi, ove la dignità è pari
all'affetto grandissimo. Del resto io penso che ove al sospiro dell'amo- re e
del dolore si sostituisca il tono della grandezza o delia gloria, anzi che
Elegia debbasi dire Canto Eroico, chè la forma non ne fa mica variar la
sostanza. Ma checché aitri ne pensi, dirò che Tibullo, per tacermi degli altri
Elegiaci latini, per la verità dell'affetto e per la gentilezza de'mo- di, ne è
egregio modello. Molle canzoni del Petrarca, giusta ì'osservazione del Foscolo,
sono vere elegie; ed elegie che poco o nulla differiscono da quelle di Ovidio e
di Proper- zio, sono gli Amori del Savioli, adorni di fluidità, ma so- praccarichi
dì allusioni mitologiche. Il metro più. comune- mente scelto dagli Elegiaci
Italiani è la terza rima, come vedesi nell'Ariosto, nell'Alamanni, nel Menzini
ed in Salo- mon Fiorentino. g. i. Dell'Anacreontica. 18. Da Anacreonte,
feslivissimo poeta greco, trae il nome di Anacreontica quella breve ode o
canzonetta, ove cantasi di soggetti teneri e delicati. Un fonte, un'ape, un
fiore ne fornisce materia, ma più specialmente Amore e Bacco. Delicatezza di
concetti, brio e semplicità d' immagi- ni, grazia e facilità di rime in versi
brevi, e greca elegan- za di voci, sono i colori che debbono dipingere questo
vago fiorellino, si che sembri colto dalle stesse Grazie nel più aprico
giardino della natura. Chi da vivace e festivo inge- gno sentesi eccitalo a tal
genere di poesia, ajuti il naturale estro^ollo studio di Anacreonte (1), e di
Orazio tra gli antichi, del Chiabrera, del Rolli, del Mctastasip, del Vitto-
relli e del Marchetti tra i- moderni, benché in alcuni di (1) Ne abbiamo buone
Iraduzioni del Cosla e di Giovanni Mar- chetti. questi autori vadano sotto il
nome di odi o di qua! altro, ma che pure son vere e proprie Anacreontiche.
Tal'è la Canzonetta che prendiamo per esempio dal Cbiabrera, e della quale il
Salvini non rifinava d'ammirare la grazia, e il Cesari diceva essere un vero
riso di poesia celeste. <i Se bel rio, se bell'aurelta t Tra l'erbetla « Sul
mnltin mormorando erra ; o Se di fiori un praticello <• Si fa bello, » Noi
diciam : ride la terra. « Quando avvien che un zeflìrello a Per diletto a Bagni
il piè nell'onde chiare, « Si che l'acqua in sull'arena « Scherzi appena , «
Noi diciam che ride il mare. « Se giammai tra fior vermigli, a Se Ira gigli «
Veste l'alba un aureo velo, « E su rote di zaffiro « Move in giro; « Noi diciam
che ride il cielo. « Ben è ver : quando è giocondo a Itide il mondo, a Hide il
ciel quand'è gioioso : a Tten è ver: ma non san poi a Come voi « Fare un riso
grazioso ». g. 5. Della Ballata , della Romanza e del Madrigale. 49. Diremo
brevemente di queste specie minori della Lirica. La Ballata, così delta, perchè
si cantava ballando, fu molto in uso presso i nostri antichi poeti, e
d'ordinario conteneva un gentile e affettuoso pensiero d'amorfi. La Ro- manza
di nome tutto moderno, è pure un'imitazione di quelle degli antichi Trovatori
Provenzali , ed essa ancora parla d'amore o di pietose storie d'amanti, o di
qual altro deli- cato affetto dell'animo. Se breve e di versi scorrevoli vo-
leva esser la prima , perchè accompagnavasi alla danza , breve , tenera ed
armoniosa vuol esser pur la seconda , perchè s'accompagna alla musica. Ciò che
rende e l'ima e l'altra specialmenfe graziosa , è la ingenuità e la delicatezza
del sentimento. Tal' è tra' moderni la Romanza del Grossi intitolata La
Itoniineìla. 20. Il Madrigale poi ben nolo anche agli antichi, è il più breve
de' componimenti lirici , e bene si adatta a sub- bietti umili e più
specialmente amorosi. Deve in picciol nu- mero di versi . che sogliono per lo
più essere endecasillabi alternali con settenarj liberamente rimati tra loro ,
com- prendere un pensiero che nuovo, gentile o spiritoso ne renda la chiusa
vivace ed amena. Grazioso è questo del Petrarca : « Nova angelella sovra l'ale
accorta « Scese dal cielo in su la fresca riva o La ond'io passava sol per mio
destino. « Poi che senza compagna e senza scorta « Mi vide, un laccio che di
seta ordiva, « Tese fra l'erba ond' è verde il cammino. « Allor fui preso; e
non mi spiacque poi; « SI dolce lume usc'ia degli occhi suoi ». Vaghi per
semplicità ed eleganza greca sono quelli del Lemcne, tra'quali scelgo il
seguente: « Offesa verginella « Piangendo il suo destino , ■ . o Tutta dolente
e bella « Fu cangiala da Giove in augellino « Che canta dolcemente e spiega il
volo- a In verde colle ud'i con suo diletto
« Cantar un giorno Amor quell'augelletto, « £ del canto invaghilo, « Con
miracol gentil prese di Giove b Ad emular le prove. * Onde poich'ebbe udito «
Quel musico usignuol che s\ soave « Canta, gorgheggia e trilla, « Cangiollo in
verginella ; e questa è Lilla ». §. 6. Del Ditirambo. 21. Sebbene niuno ornai
più si curi di poesia ditiram- bica , dappoiché più non vuol sapersi di Bacco ,
tuttavia per non tacere che i nostri antichi solevano talvolta ecci- tarsi Tra
le tazze al canto, dirò alcuna cosa di quella loro ebbrifestante poesia ; che
se non è strettamente erotica , vi ha pure una qualche attinenza, mescolandosi
non di rado al brio de'bicchieri lo scherzo dell'amore. 11 Ditirambo adunque
era un canto in lode del Dio del vino, per conseguenza un inno sacro, donde
derivò, come a suo luogo diremo , quel canto illustre che è la Tragedia. I
poeti a fine di meglio imitare il furore brioso del nume, dovettero si nella
forma che nei pensieri essere sbrigliati a sembianza di ebbri, e coniare parole
a capriccio, e unirne duo o tre in una sola (I). Ripieni dello spirito
bacchico, si abbandonavano ai voli della fantasia , e sembravano d'in- solito
estro infiammali. Anacreonle , per nou dire di Pin- daro i cui ditirambi furono
preda del tempo , ci lasciò vi- vacissime odi dilirambiche ; una ne abbiamo
d'Orazio (2), che si tiene tra le sue migliori ; il Chiabrera in questa spe-
cie di Odi tiene il primato tra i poeti italiani , e finalmente il Redi nel suo
Bacco in Toscana diede tal esempio dì Poe- fi) V. Bihdi, Comm. a Oras,, Od. II,
L. IV. Di parole composle poi dà l'esempio lo stesso Orazio nella voce :
Satyrorvm capripedum ; e il Redi pure chiamò: 7 Satiri capribarli cornipede
famiglia. Anche il Chiabrera usa erooso , serpentoso , oricrinito ec. 12) Oli. metto
ditirambico che può dirsi l'unico di sì fatto genere; tal è il fuoco , la
vivacità , l'arditezza e il brio che con istu- pendo artifizio lutto quanto
l'adornano , e che sono i pregi essenziali della Poesia ditirambica. Ma basti
di questa , a cui non molto sorridono i tempi. Capitolo IL - Delia Poesia
Epica. i. L'Epopea è un poema narrativo di fatti illustri e ve- risimile a fine
di dilettare colla maraviglia e di commuovere colla pietà , e si distingue in
Sacra, in Eroica ed in Roman- zesca. Aut. I. - Della Epica Saera. 2- L'Epica
Sacra imprende a narrare in verso le opere maravigltose dì Dio e le gesta dei
Santi, e abbraccia l'Inno e il Poema. g. 1. Dell'Inno Epico. 3. L' fatto Epico,
a differenza del lirico, incede con una cer- ta regolarità, essendoché entra a
mo'd'esordio , con un'apo- strofe o invocazione a cui è diretto , ed eziandio
con una grave sentenza; dipoi scende alla narrazione, magnificando con lodi le
gesta gloriose del Nume o del Santo che n'è il subbietto; infino chiude con
sensi di esaltazione o di pre- ghiera. Comecché qui richieda più temperalo
entusiasmo che non nel lirico , tuttavia fa or qua or là sentire un'aura
d'enfasi religiosa, che rende drammatica la narrazione, e l'anima commuove a
pia reverenza, non senza aggiungervi un certo non so che di lirico che rapisce
, ed eccita a un tempo la maraviglia. 4. Esempio sublimissimo dell'inno epico 6
il Cantemus Domino di Mose (4), dove coi più vivi colori dipinge nar- rando il
prodigio da Dio operalo per il Popolo Israelitico nel (J) Ex. C. XV. passaggio
dell'Eritreo. Enfatico n'è l'esordio, magnifica la dipintura del sommerso
esercito Egiziano, sublimi gli slanci lirici che qua e la vi s'incontrano , e
la chiusa nella sua schietta semplicità ti riempie di maraviglia e di terrore.
Con questo non sostengono di lunga mano il paragone nep- pure i bellissimi inni
epici di Omero, di Bacchilide e di Callimaco (1), che tuttavia ne sono ottimi
modelli; classico n'è pure quello che il Montanari propone ad esempio, e che
leggesi nel Libro Vili dell'Eneide dal v. 285 al 302 (2), non che l'altro che
nel C. XI del Paradiso , Dante scioglie in lodo di S. Francesco. Ne) secolo XVI
il Vida ed altri non volgari poeti scrissero in eleganti esametri latini di tal
sorta inni, la cui lettura può all'Innodia nostra di non lieve utilità
riuscire. D'inni epici italiani ci lasciarono egregi esemplari e Torquato Tasso
(3) , e il Chiabrera (4), e il Leo- pardi (5) , e il Mamiani. 5. Siccome
riscontriamo avere i Greci e i Latini scello per l'inno epico l'esametro per la
sua maestosa gravila , cosi , quantunque l'esempio di Dante dimostri potersi
adat- tare all'inno epico italiano anco la terza rima, tuttavia viene
comunemente giudicato più idoneo il verso sciolto , tra perchè può con assai di
dignità sostenersi , tra perchè è capace di lutti i poetici colori, non che di
tutte le più svariale armonie. g 8. Del Poema Sacro. 6. Il Poema epico sacro
narra anch'esso, ma con mag- giore ampiezza ed ordine di parti qualche gran
fatto di religione. Nell'orditura , nell'azione principale, negli epi- sodj ,
ne'caratleri e nello sviluppo segue le leggi della [11 Vedine le belle
Traduzioni di Dionigi Stronchi e di Giuseppe Arcangeli. (8; Aggiunta al Blair ,
C. IV. Dell'Inno. Dì qui pure ho (olio alcuni principj del co. Autore. (3) Le
Lacrime di Maria , il M. Otieelo , la Disperazione di Giuda ec. [4] La Disfida
di Golia, il Leone di David, il Dt lutto ec. V. Poemetti. (5j Canio ai
Patriarchi. (6) All'Are. Raffaele, alle Sanie Gcllruie , Agnese , Cecilia ec.
epopea in generale , delle quali qui appresso tradiamo. Il fine poi del poema
sacro essendo quello dì scolpire mercè del diletto più profonda negli animi la
idea della onnipo- tenza , della giustizia e dell'amore di Dio, o della
grandezza de'suoi santi , celebrandone con altissimo canto le mirabili opere,
fa di mestieri che il poeta si sollevi sull'ali della fede all'altezza
conseguibile del subbiello , e ne tragga quel maraviglioso che formar deve il
carattere. generale del suo lavoro. Dee fare che il verisimile scaturisca per esso
dal vero teologico, storico e tradizionale, e che le sue imma- gini o
allegoriche o fantastiche, si accordino colla natura della credenza religiosa ,
dalla trascuranza del qua! canone deriva quella difformità che si riscontra in
qualche poema sacro per la mischianza del teologico col mitologico, come a
cagion d'esempio in quello De Partu Virgim's del Sannaz- zaro. 1 caratteri, sia
che simboleggino la virtù, sia che il vizio, non trascorrano giammai oltre i
limiti del decoro, e gli affetti siano grandi , dignitosi e schivi d'ogni
volgare bassezza. II poema sì nelle parti che nel tutto miri ad in- spirare
negli animi sensi di maraviglia , d'amore e di reli- giosa pietà. Lo siile in
generale grandeggi per magnificenza e nobiltà ; sostenuto ed elegante il dettalo
; grave l'armonia cui può l'italiano certamente raggiungere mercè dell'ottava
rima, o, benché più difficilmente, anche. col verso sciolto magistralmente
temperato. 7. L' Epopea sacra offre di sè il più sublime modello ne! libro di
Giobbe, nel quale avvi chi riscontra strettis- sima rassomiglianza col Poema
Dantesco. Giobbe e Dante i protagonisti ; nella prima parte quinci e quindi
farinosi sen- tire le dolenti noie ; nella seconda sembra del pari risorga la
metta poesia; nell'ultima si ascendo co'due poeti alla gloria di Colui che
tutto muove. Il poema dell'uno e dell'al- tro è ripieno di dispute sugli umani
errori , sulla vera e falsa felicità , sulla giustizia divina , sulla
Provvidenza , sulle maraviglie della creazione, e via discorrendo (1). Ma (4)
Leti, di «berlo Giordani ad Evasio Leone sui Traduttori del Libro di Giobbe.
checché ciò sia, è certo che il libro di Giobbe è una vera Epopea Sacra, Tale è
appo i Greci la Teogonia o genealo- gia degli Dei , di Esiodo d'Ascra. Se anche
i Romani non ebbero poema epico sacro , la loro letteratura però risorta con
bella splendidezza nel secolo XVI , sì adornò eziandio di questo nobile fregio
per l'opera di due poeti Italiani , ai quali la religione cristiana porse
argomento ben degno della maestà del latino idioma. E' furono Iacopo Sannazzaro
di Napoli e Girolamo Vida Cremonese, i quali ambedue in versi degnissimi
dell'aureo secolo d'Augusto cantarono il primo in Ire libri il Parto della
Vergine, il secondo in sei la Cristiade; i quali poemi furono a buon drillo
grande- mente celebrati, e massime quello del Vida, da cui lo slesso Torqualo
imilò il Concilio infernale e la parlata di Lucifero nel Caulo IV della sua
Gerusalemme (1). Va lodalo I) « Prolinus acciri diros ad regia fralres ■
Limina, concilium horrendum , et geous o * Imperai. I ■ igilur dedil vi-
buccina ■ Ouo subito intonali eeecta domili alla cav « Undiquo opaca , iug°ns,
anlra ialonuerc p « A'rjue procul gravida tremefucta osi corpi e Coalia oo ruil
ad portas gens onjnis » Horgooas hi, S;>hy«ga-que ob'roeno corpi ■
Cenlautosque bydrasquai ini igniv«ma-qu< o Cenlum alti Srjrlla? , se
foed.fteas Harpyia « lit ijnae molta horniaea mmulacra horreot - ot Tartarei
procrea, con'.o %cm Olla sereno , • v : - otim bue superi raecum loclemenlia o
Aelbere duictlu* flagranti fulmine «dogli . ■ Peimeiuit, np- « - i ii ot-nio ,
quibi < Sit cerlatum od'is, Do • Illa astrls polltur « Nobis senta silu loca
i a Reddtdll .... a 11 11: : supnrae aspirare Chnsdadof, Ub. 1 , v 133 i per
naturalezza d' immagini e di sentimenti , e per isqui- sitezza di lingua anche
il poema Ialino De Ptiero Jesu del gesuita Tommaso Ceva milanese, morto nel
1737 (V. Murai., della Perf. Poet.). Poemi epici sacri sono pure e il celebre
Paradiso Perduto dell'inglese Milton, e la sublime Messiade del tedesco
Klopstock: del primo, e di parte del secondo poema ha testé arricchito le
lettere italiane colla sua stu- penda versione Andrea Maffei. Finalmente
decorarono la letteratura italiana anche di questo genere di poesia e Torquato
Tasso colle Sette Giornate, e Luigi Tansillo colle Lacrime di S. Pietro, e
colle loro Messiadì il Ghelfucci, il Gaudenzi , il Manni , il Gaioni ,
l'Agnelli , il Bertolotli non senza lode della Epopea sacra Italiana (I). Aut.
II. - nell'Epico Eroica. 8. L' Epopea Eroica narra con altissimo verso
un'azione grande ed illustre, condotta a termine da un eroe, a fine di eccitare
colla maraviglia e col diletto gli animi umani ad ogni egregia virtù. 9. Le
parti essenziali dell'Epopea sono il Subbietlo , la Favola, il Costume, gli Affetti
e lo Stile. Diremo di ciasche- duna paratamente. §. I. Del Subbietlo. 10. Il
Snbbietto della Epopea eroica esser deve un'azio- ne grande, storica e
d'importante rilievo. E primieramente intorno all'azione mollo si è disputalo
se debba essere una in sè stessa, o, come dice il Tasso, una di molti che cojì-
corrano insieme ad un fine (2V La tmila d'azione e senza fallo non solo per sè
efficacissima a desiar maggiore il mo- vimento dell'animo, ma è necessaria
eziandio a eoncenlrare (1) Il Lodigiano Cesare Pczzani pubblicava noi
<RS5uti nuovo Pos- ola , Il Crtsto, in XXII canli in oli* va irai : ne ha
parlalo la Giri!» Cattolica, N.° 18W84, 111 Serie. V»!. Vili, pa?. 257-403. (2)
Leu. a Luca Scalabrino , Race. di. pag. «13. iu sè piii viva l'attenzione dei
lettori , dal che specialmente dipende il conseguimento del fine. E che sia
vero, soggiunge il citato autore , la ragione con cui Aristotele prova l'unità,
è tolta dal fine ; cfaè il fine dee esser uno , e le cose deb- bono tendere ad
un fine. Se non che l'uni là dell'epopea deve esser più mista della tragica,
testimonio l'Iliade, es- sendoché l'adunanza di molti in uno è un principio
solo, sebben composto e non semplice (1). E certo Achille ed Agamennone,
Goffredo e Rinaldo cospirano ad un fine, nè l'esser due distrugge l'unità
dell'azione ; dunque può que- sta esser una di molti in uno. 11. Richiedesi in
secondo luogo che l'azione sia grande, cioè conveniente alla maestà
dell'epopea, per la nobiltà del principio, per la natura de'mezzi , e per
l'altezza del fine; perocché solo da ciò che dal volgar modo si scevera, suole
la maraviglia desiarsi , carattere essenziale del poema eroico. 12. Più vera e
più reale sarà poi la maraviglia, ove l'azione venga tratta dalla Storia, o
anche da una costante tradizione; imperocché si ammira veramente ciò che di
grande si sa , o si crede avvenuto , laddove in un'azione fantastica non si
potrà ammirare che la felice immagina- zion del poeta. Oltre a ciò l'azione
storica porta seco la verisimiglianza, principili dote dell'epopea, essendoché,
come ben noia il Tasso , un'azione illustre e degna di poema non può non esser
registrata nelle storie scritte o tradizionali de'popoli. Tali sono per Omero
la guerra Trojana , per Virgilio la venuta d'Enea in Italia, per Torquato la prima
Crociata. 13. Deve finalmente avere in sè rilevante importanza, cioè dev'essere
strettamente congiunta alla gloria, alle cre- denze, alle tradizioni ed agli
stessi interessi della nazione, acciocché muova direttamente ed efficacemente
il cuore dei lettori; chè , come profondamente osserva il Ranalli, poe- sia non
sentita manca del più vital nutrimento (2). A tal - . H) Leti. cit. |3j
Ammaeslr. L. IV , C. II , fi. 6. uopo adunque converrà scegliere l'argomento da
tempi eroici, o prossimi a questi, perchè la lunga età circonda di reverenza le
cose , e più facilmente dischiude i fonti del maraviglioso ; ma non si che
quelli siano di natura affatto difformi da'nostri per credente, per
istituzioni, per usi e per costumi , perchè non molto varrebbero ad ispi- rare
il poeta , e molto meno ad attrar vivamente i lettori, come di leggieri
riscontrasi, nonostante l'eleganza delle forme e alcuni tratti di bello
assoluto, nel Cadmo del Ba- gnoli. Non cosi per Omero, per Virgilio e per
Torquato, i quali cantarono tempi che in sè contenevano il fondo di quella
civiltà gentilesca o cristiana , la quale dipoi non ne differiva che per
maggiore raffinatezza ; laonde e la Gre- cia, e Roma o la intera cristianità
parteciparono dell'en- tusiasmo del poeta che celebrava con altissimo canto i
loro più splendidi fasli militari , civili e religiosi. E in bea angusto
cerchio si chiude altresì quell'epico che sceglie dalla storia d'età non molto
a lui distante il subbietto, tra perchè la mano del tempo non ancora vi sparse
so- pra quella tinta che tanto conferisce a far comparire viepiù eroici uomini
e cose , e perchè restano d' assai tarpate le ali alla poetica fantasia , come
notarono già i critici intorno a Lucano per la Guerra Farsalica, ed a Voltaire
per la Enriade. Laonde conchiuderò coll'autore- vole quanto sapiente
ammaestramento del Tasso, doversi l'epica attenere alle storie de' « tempi nè
molto moderni, « nè molto remoti, come quelli che non recano la spiace- «
volezza di costumi diversi , nè della licenza di fingere « ci privano >;.
li. Non però basta che l'azione sia una, grande, storica ed importante; deve
altresì mirare ad un fine non meno nobile. Sta allo storico il narrare per
altrui istruzione ; all'epico , se vuole che vana non torni l'opera sua ,
conviene studiarsi d'allettare, mercè della poetica narrazione, gli animi alle
attrattive d'una grand' idea che in sè porti i germi d'un real bene sociale e
religioso, come insegna lo stesso Ranalli {loc. cit.). Omero a fine di
stringere i Greci in nodi di santa concordia, donde la vera nazionale
grandezza, e di rassodarla colle civili virtù, prima si studiò colla viva
dipintura della Iliade di persuaderli di questa gran verità , che « Quidquid
delirant reges , plectuntur Acuivi o ; e colle immagini leggiadre dell'Odissea
: a Rursus quid virlus, et quid sapientia possit « Utile proposuit nobis
esemplar Ulyssem » (1). Virgilio vedendo ogni dì piti declinare per vizj
politici e civili i suoi « Romanos rerum dominos , gentemque togatam i , (Aen.,
L. I, v. 886). ne cantò la divina origine e l' impero senza fine assegnato loro
da Giove, acciocché riconoscendo i loro alti destini, alla cote si
ritemprassero delle antiche virtù militari e civili. Faceasi sempre più
formidabile alla cristianità la potenza Ollomanna; e il Tasso ricorda ai principi
ed ai popoli cristiani le stupende opere e i trionfi de' Crociati , acciocché
richiamino l'antico valore in difesa della civiltà del Van- gelo contro la
barbarie del Corano. Laonde la grand' idea de' tre poeti informa e governa da
cima a fondo le loro epopee, e si scolpisce in Achille, in Enea ed in Goffredo,
tipo questi dell'eroismo cristiano , quelli dei gentilesco. g. ?. Della Favola.
15. Scelto il subbietto, conviene ordirlo nelle sue parti , che sono la Pro/osi
, V intreccio e la Catastrofe , la quale orditura chiamasi Favola. 16. La
Protasi comprende la proposizione del subbietto, V invocazione d'ajulo
soprannaturale, chè ben ve n'ha [*} Oux,, Epis, I! , L. T. d'uopo Dell'Epopea,
cui Dante definì l'altissima canto, e qual- che volta la Dedica a illustre
signore. Omero con sublime semplicità riunì invocazione e proposta nel solo
primo verso. a L' ira , o Dea , canta del Pelide Achille ». llliad. L. L, Trad.
de] Foscolo). Nella Eneide è il poeta che canta l'armi e l'eroe Trojano , e
quindi si volge a pregar d'ajuto la Musa : esempio dai migliori poscia imitato,
siccome quello che modestamente parea prometter poco per poi attener mollo , a
differenza di quelli che rimbombando lontano mille miglia , ci tentano ad
esclamar con Orazio : a Quid dignum tanto feret hic promissor hiatu? » (A. P.
v. I3S). E di tale ampollosità venne difatti appuntato Lucano che incomincia :
« Bella per Emathios plusquam civilia campos , « Iusque dalum sceleri canimus
». (Phars., L. L). Nè forse a torto , benché in parie ne lo scusi il genere
diverso della poesia, vien ripreso l'Ariosto di quel suo in- cominciare lutto a
un fiato (1) : « Le donne, i cavalier , l'armi, gli amori, « Le cortesie , le
audaci imprese io canto ». (Or. Fur. C. I.). 17. Grande dovendo esser l'azione,
ne conseguita che esser pur deve di grandi e mirabili accidenti composta. Ed
invero lo scopo a cui mira ogni narrazione epica si è di signoreggiare ora
sulla mente colla nobiltà de' pensieri , [i) Menimi, Ari. PoeU, ora sulla
fantasia colla vivezza delle immagini, ora sul cuore colla energia degli
affetti , dalle quali cose insieme congiunte ed ordinate nasce la maraviglia e
la pietà , e conseguentemente il diletto. A ciò conseguire la fantasia del
poeta Don solo amplifica e rabbellisce quegli accidenti cui somministra la
Storia, ma altri ne crea ora pietosi, ed ora terribili , e con taTarle ve
l'innesta, che gli animi son vólti con alterna vicenda e alla speranza e al
timore , e alla pietà e alla maraviglia , ondeggiante tuttavia sull'evento
finale ; lo che chiamasi intreccio. Perchè questo veramente attragga e commuova
, conviene soprattutto che sia verisi- mile ; che l'uno avvenimento scaturisca
dall'altro natural- mente , e proporzìonalaniente alla sua causa , e che si
succedano cou importanza sempre crescente, apparec- chiando a grado a grado lo
scioglimento dell'azion princi- pale. Arroge a ciò che tutte queste parli siano
nella loro varietà strettamente congiunte col subbietto del poema , come
altrettante rama d'un solo albero , tanto che a Varia sia la materia, un
l'argomento, (Menz. loc. cit.}- 18. E acciocché l'azione sia, contesser deve .
una, fa d'uopo che sia ancora continuata non solo per il collega- mento dei
molti varj avvenimenti della favola , ma ancora per il rapido e quasi non
interrotto succedersi dei mede- simi, al che molto conferisce quello
slanciarsi, giusta il precello oraziano, in medias res non secus oc notas {A.
P., v. 448), come fa Omero che cantando il decenne assedio di Troja « Non
gemino bcllum Trojanum ordilur ab ovo s : [Ibi. v. IH). ma trasporta di balzo
il lettore nel campo greco sotto l'as- sediata citta ; spone la causa della
grand' ira d'Achille che riuscir doveva si funesta agli Achei , e nel termine
di 47 giorni l'azione dell' Iliade si compie. Nel corso del poema poi si fa
cenno per via di brevi e naturali digressioni e del ratto di Elena, e de' duri
casi d'Aulide, e di quanto avvenne prima della fatale ira del Pelide. Parimenle
Virgilio fa più continuata l'azione , incominciandola dalla tempesta che sbalza
Enea alle coste dell'Affrica , conducendola fino alla morte di Turno; il qual
tempo suol computarsi poco più oltre d'un anno, mentre ne inchiude circa a sei
dall'in- cendio di Troja, ponendo in bocca dello stesso eroe la nar- razione
dei casi gravi e pietosi che precedettero. Ancora il Tasso ristrinse a tre o
quattro mesi la sua azione, che dal Concilio di Clermont alla presa di
Gerusalemme com- prendeva cinque anni incirca (1095-4100). Un altro van- taggio
ha in sè quest'artifizio , che facendo ai principali eroi narrare quei fatti
de' quali essi furon gran parte, ed aggiungono fede ai medesimi , ed acquistano
calore dram- matico , ed eccitano più viva l'attenzione e la pietà (1). i9.
Dissi nascere la continuità dell'azione dal quasi non interrotto succedersi dei
fatti; imperocché l'epico ama di frammettervi a quando a quando la narrazione
d'alcuni avvenimenti che non hanno un legame diretto coli'azìon principale.
Queste digressioni vengono dai retori chiamate Episodj, i quali e servono come
di sollievo alla mente, e aggiungono ornamento , e recando varietà grandemente
dilettano. Differiscono dagli altri avvenimenti in quanto che quelli compongono
la favola , gli episodj l'abbelliscono; senza di quelli non può l'azione al suo
termine condursi , ben si può senza di questi; quelli sono le colonne, gli
archi e le altre parti architettoniche dell'edilizio , questi ne sono i
bassirilievi e le statue. Di fatti togliete dall' Eneide la Storia di Niso e
d'Eurialo, dalla Geruselemme la pietosa avventura d'Olindo e di Sofronia, voi ne
staccate due vaghi giojelli , ma l'azione nonostante si compie egual- mente in
ambedue i poemi. Le regole poi dell'episodio sono: 1." Che nasca dalle
cose precedenti, e quasi dalla favola stessa occasionato o suggerito; 2."
Che serva in cerio modo all'intreccio, non già necessariamente, ma
accidentalmente; W Vedi anche BmmìU, op. eli. L. IV, C II, N.° 25. Che sia
bello per purezza di disegno e per eleganza di colorito , rammentando che vi è
quasi non per altro che per abbellimento; e i sommi epici ce lo mostrano,
comparendo ne'loro episodj squisitamente adorni. 20. Nè è da passarsi sotto
silenzio che talvolta al veri- simile , bene spesso al maraviglioso , doti
essenziali dell'epo- pea, conferisce l'intromettere nel poema l'opera di enti
soprannaturali ; lo che dicesi macchina. Fu sempre comune credenza che alcune
forme, o nature, o intelligenze, o forze comunque si nominino, superiori allo
nostre, tra le cose degli uomini si avvolgano, e per un certo comune vincolo
con loro si leghino; ciò posto per indubitato, la interposi- zione delle nature
superiori non toglie, come nota lo Za- notti (4), ma anzi accresce il
verisimile a certi fatti che tengono del prodigioso. È certo poi che questa
congiunzione o intreccio del mondo corporeo e dello spirituale, oltre ad essere
larghissima sorgente di poesia, è ancora fonte ine- sauribile della maraviglia
, la quale nasce o da caso inat- teso, o contrario alla espellanone , o di sua
natura straor- dinario ; al che di leggieri comprendesi quanto giovar possa il
retto uso del soprannaturale , che noi possiamo ben trarre dalla scienza cho ci
dà la fede intorno agii angeli ed ai demonj. Omero, e massime Virgilio, benché
questi dettasse in tempi di raffinatissimo scetticismo , trassero gran parte
del maraviglioso dall'Olimpo de' loro diti falsi e bugiardi ; lo trasse dulia
Religione nostra e dalle popolari credenze il Tasso, e non ne sdegnò l'esempio
lo stesso Voltaire. Inoltro un sobrio uso di esseri allegorici o astratti ,
come i Genj , la Fama, la Discordia, il Silenzio ec, può riuscire, come
riscootriamo in Virgilio e nell'Ariosto , di piacevole abbelli- mento, dando
però loro fisonomia ed atto qual si richiede dalla natura di essi. Ma dove si
attribuisca loro più di quello che ad esseri astraiti può convenire,
formerebbero, come nota il Blair, la peggior macchina del poema, troppo al
verisimile ripugnando che operino a lungo , come se proprio fossero persone ,
enti di pura astrazion della mente , e per (1) Dell'Art. Post., Bagionam. tali
considerati Ono dalla loro prima comparsa nel poema da ogni discreto lettore
(1). , 21- Ora resta a dire della Catastrofe o scioglimento della favola.
Siccome essa risveglia fino dalle mosse l'altrui espet- tazione , fa d'uopo che
vi corrisponda pienamente. E in primo luogo vuol essere alquanto innanzi in
certo modo apparecchiata; secondariamente dev'essere naturale effetto
d'un'azione grande e finale, ove concorrano prodigi di senno, di coraggio, di
valore, d'eroismo; in ultimo che sia di iieto fine per l'eroe celebrato, chè
suggello di vera grandezza suole reputarsi dagli uomini la felicita del
successo (2); tanto che si scorga trionfante il principio che persuase
all'epico canto il poeta. §. 3. Del Costumo. 22. Essendo il poema eroico il
racconto d'un'azione eroi- ca, se ne inferisce facilmente dover questa esser
condotta dal principio al termine dii personaggi che tengano più o meno
dell'eroico; quindi la naturai distribuzione d'eroi principali e secondarj.
Essendo poi che ogni grande azione suppone necessariamente un capo che la
dirige co! senno e col consiglio, tra gli eroi principali uno se ne distingue
prìncipalissimo , il quale però chiamasi Protagonista, che b quanto dire primo
attore. Delineare per tanto il carattere o costume di questo e degli altri
personaggi del poema ella è importantissima cosa. E incominciando dall'eroe che
a tutti gli altri sovrasta , siccome quegli che naturalmente richia- ma sovra
di sè gli occhi di lutti , e che più vivi eccitar deve nel lettore i sentimenti
dell'amore , della reverenza e della maraviglia, conviene che si mostri fornito
di tutto le virtù d'animo e di corpo che il vero eroe costituiscono.
Risplendano in esso adunque in grado non comune e pru- denza e pietà e fermezza
e valore e magnanimità ; alle doti morali aggiunga Te intellettive , nobile facondia
, idonea (1) V. Rasalli, op. cit. , llb. IV, C. ti, N°. (4. [Si Id , loc.
cii. dottrina ed esatta cognizione degli
uomini e delle cose; venga finalmente lodato per vigoria di membra, per egregie
forme della persona e dell'aspetto, non che per illustre li- gnaggio. Nè
Achille ed Enea sono soltanto prodi e animosi, ma eziandio magnanimi ,
leggiadri e di sangue divino; nè Goffredo è meo principe di gran cuore , che
capitano di valore e di senno. Non è però, come ben nota lo Zanotti, che l'eroe
non possa cader talvolta in qualche colpa, o per impeto di violenta passione, o
per umana imperfezione; solo conviene che ciò sia di rado, e per potenza di
circo- stanze superiori alla sua stessa virtù , e presto accortosi del fallo,
facilissimamente se ne ritragga , vincendo se slesso: così, conclude il citato
autore: a essendo l'eroe soggetto « allo passioni, e sentendone gl'impeti,
piacerà il vedere « com'egli le vinca ; e piaceranno i suoi pericoli , i suoi «
timori e i suoi travagli , che egli però non avrebbe , se a non gli sentisse b
(1). 23. Dato lutto il convcnevol rilievo al primo eroe, gli altri a lui solo
secondi debbono anch'essi grandeggiare per nobiltà ed altezza di carattere , e
per opere guerresche o di consiglio. È chiaro però dover ciascuno andar distinto
per fìsonomia propria , lumeggiandosi con tinte più gagliarde di chi la forza,
di chi l'ardimento, di chi il valore, di chi la destrezza , di chi la facondia
e va discorrendo , non senza alquanto partecipare eziandio delle altre virtù,
quantunque appariscan men forti incontro all'ardore delle passioni, mas-
simamente dell'amore e . dell' ira. Gli eroi secondarj poi deb- bono anch'essi
tali mostrarsi per mirabili opere di coraggio e di valore, di forma però che al
paragon de'primarj di minor luce risplendano. Difalti in Omero riscontransi
Aga- mennone e Diomede minori d'Achille, maggiori però di Stenelo e di
Sarpedonte; in Virgilio Ascanio e Pallante ec- clissati da Enea , ma essi
ecclissano Acale e Lauso ; nel Tasso Rinaldo e Tancredi la cedono a Goffredo ,
ad essi poi. Dudone e Boemondo. Cosi del resto. E queste gradazioni di tinte,
con bell'arte distribuite nel quadro, e accrescono (1) Dell Arte Posi.,
Ragion. 28U la verisimiglianza , e
recano per la varietà diletto, e fanno spiccar meglio la figura principale. 2i.
E poiché le opere e gli eroi più sono degni di epo- pea , quanto maggiori
furono i pericoli corsi e superati , cosi più somma apparirà la virtù , e per
conseguenza la gloria del primo eroe e degli altri, se staranno loro a fronte
campioni quasi di non minor prodezza ed ardimento. Di qui l'artifizio de'sommi
epici di pennelleggiare gli eroi con- trari co - n t' nte cne talvolta più
risentite si pajonodi quelle onde gli altri vedonsi coloriti. L'Ettore Omerico
è di tal grandezza che per poco ti sembra it primo eroe dell'Iliade, ma viene a
tenzone con Achille , e giace spento sul campo; il Turno Virgiliano getta
talora si vivida luce, che fa per- der di vista lo stesso Enea ; ma alfine
scontratosi coll'eroe Trojano ne rimane ucciso ; nel Tasso è Solimano il
[errore dei cristiani , ma cade sotto la spada di Rinaldo: così di- casi di
Patroclo a fronte con Ettore , di Pallante con Turno, d'Argante con Tancredi.
S5_ Finalmente devesi nel costume di qualsivoglia per- sonaggio serbare il
decoro, il quale consiste primieramente nel dare a ciascuno quel carattere che
la storia o la fama ne porge ; in secondo luogo , se il carattere è ideale ,
nel fare che ben convenga ai tempi , all'età , alla condizione , alla patria
dell'eroe , ■ Colchus , an Assyrius , Thebis nulritus, an Argis ». (On., A. P.
v. mj. Finalmente consiste nel conservare l'eguaglianza del carat- tere ,
cosicché Achille dal principio al fine sia iracundus, inexorabilis , acer ;
arda d'amor forsennato Didone fino sul rogo ; qua! visse , lai muoja Argante ,
e sia magnanimo e pio Goffredo da Tortosa fin là dove : « II gran sepolcro
adora , e scioglie il volo » ; ( tìerus. essendo fondalo sullo leggi del
verosimile il canone Ora- ziano: o servetur tidimum n « Qualis ab incepto
processerit, et sibi constet ». {4, P. v. m}. §. 4. Degli affeili. 26. Dovendo
l'Epopea commuovere gli animi mercè dei varj affetti che possono in esso aver
luogo, giova dare an- che di questi alcun cenno. È certo per le leggi del
decoro che alla poesia eroica non può convenire se non ciò. che è di eroica
natura : laonde anche gli affetti debbono essera alti e virili , e desìi non
meno da forti cagioni. Sara per- tanto affettuosa la favola , allorquando per
la dipintura di scene ora terribili, ora pietose, ora sublimi, ora crudeli,
riempirà il cuore d'orrore, di compassione, di maraviglia, di sdegno , e d'ogni
altra commozione forte e veemente, in guisa che il letfore pianga al pianlo
degl'infelici, e s'in- fiammi dell'ira de'generosi. Ed in vero cbi non
raccapric- cia all'eccidio di Troja ? Chi non piange colla misera Bi- done ?
chi stringer non si sente di maraviglia e di terrore all'acerbo fato di
Laocoonte? chi non freme alla immanità di Mezenzio ? Oltre a ciò degno
dell'altissimo canto è l'amore di figlio come in Enea; di amico, come in Niso
ed in Eurialo, degnissimo quello di patria e di marito, come in Ettore. Non
cosi l'amore comune , se non quanto esser può scintilla, cui gran fiamma
secondi; e in ogni caso riuscirà più conveniente all'eroica dignilii
l'accennarlo appena, come Omero fa di quello d'Achille e di Briseide, o
tragicamente terminarlo, come usò Virgilio. Per la qual cosa viene ri- preso il
Tasso d'avere forse di soverchio tratlenulo il suo canto intorno a questa
passione; imperocché gli affetti del- l'epopea debbono ritrarre gli animi da
ciò che è fiacco e lezioso , e ritemprarli a sensi generosi e gagliardi. È vano
il dire che qui disconviene il rìso; nè vien lodato Virgilio per averlo una
sola volta destato nel tristo caso di Menete (1). (0 Aen., LIb. V, v. 173. - V.
Basalli e ZikoTti , op. cit. Digitizcd bjr Google di hettorica 288 5. 5. Dello
Stile. 27. Si pregia sommamente in un poema eroico la no- biltà del (ine, la
regolarità del disegno , l'ordine e la pro- porzione delle parti , la verità e
varietà dei caratteri , la felice trattazione degli affetti ; ma tutte queste
belle prero- gative non bastano ad improntar l'opera del suggello del-
l'immortalila , se non aggiunge loro splendidezza e leggia- dria il magistero
dello stile e della elocuzione. E poiché abbiam veduto quale sia la natura del
poema eroico , da ciò facilmente s' inferisce che nobile e dignitoso esser pure
ne debba lo stile , opportunamente contemperato al vario carattere delle sue
parli, magnifico e dilettevole cioè nelle narrazioni , pittoresco e immaginoso
nelle descrizioni, pate- tico, veemente e concitalo nelle grandi passioni, in
una parola convenevole sempre alle materie. Inoltre s'unisca , per quanto n'è
dato, all'abbondanza la brevità, la vivacità alla robustezza , sempre e poi
sempre il decoro , schivando quelle che il Perticari chiamava puerili bellezze
E poi- ché non di rado incontra che , mirando all'epica maestà, si cada
nell'affettato e nel tumido, raccomandiamo nelle immagini e nei concelti
soprattutto la schietta semplicità, dote bellissima d'ogni poesia. Splendida e
grandiosa poi per ogni bel fiore di metafora e d'altri traslati , e per pa-
role . leggiadre , alte, piene, elette, sonanti vuol essere la elocuzione,
schiva del pari dell'arditezza lìrica e della bas- sezza pedestre. Arroge una
scella assennala e prudente degli aggiunti ed epiteti, un vestire di vive
immagini l'astratto , e mercè della favella propriamente poetica un significare
le idee si che sembrino sempre pennelleggiate, e talvolta anco scolpile.
Finalmente vi si richiede un'ar- monia svariata , limpida e grave e per il
verso pieno e melodioso, e per la ottava fluida e adorna di quella mae- stosa
semplicità , onde a buon dritto vien riguardata come il metro più. convenevole
e proprio dell'Epopea Italiana. W Scrittori del Tree., Lib. 11, c. U. Poeti
Eroici. 28. Principe della poesia Eroica fu in ogni tempo e presso ogni nazione
celebrato Omero, creduto pia comune- mente dì Smirne, nato circa 900 anni
avanti Gesù Cristo. Canio nell'Iliade la guerra Trojana, e Dell'Odiami viaggi
d'Ulisse, i quali due poemi per la originalità e per la sa- pienza gli
meritarono a buon dritto il titolo di divino -. Apollonio da Rodi , nato verso
l'anno 250 avanti Gesù Cri- sto, cantò nella sua Argonautica la spedizione
de'Greci nella Colchide per il vello d'oro. 29. Padre del Poema Eroico Latino
fu dagli antichi salutato Ennio che celebrò ne'suoi Annali le più gloriose
gesta de'Romani. I pochi versi che ci rimangono de'suoi poemi, dove sappiamo
che pur attinse Marone, ben ci chiariscono quanto esaltamente lo descrivesse
Ovidio là ove cantò: , a Ennius ingenio maximus , arte rudis » [1). Virgilio,
la cui fama durerà quanto il mondo lontana, nei versi della sua Eneide espresse
, come dice il Giordani , tutta la maestà romana con la più squisita eleganza
gre- ca. - Gli sta appresso tra i Latini Lucano, il quale nella sua Farsaglia ,
ha nobiltà di sentimenti e grandiosità di concetti, benché infelice nella
scelta del tema, e alquanto tumido nello siile. - Stazio scrisse il poema della
Teòat'de, ossia il fratricidio d'Eteocle e Polinice, tristo argomento! Poeta
d'immaginazione seguì troppo i difetti di Lucano. - Canlò epicamente la seconda
Guerra Ptmica Silio Italico ; ma nella favola riuscì come il cantore della
Farsaglia, più storico che poeta ; nello stile arieggia a Virgilio. - Lo stesso
subbietto trattò il Petrarca nel suo Poema dell'Affrica , che quantunque gli
meritasse gli onori del Campidoglio, ora è j noto solo agli storici della
letteratura. (1) IViil., ELI, Lib. II. DI RETT0R1CA 287 30. Primo a tentare il
canto eroico italiano fu il Boccac- cio. Ei volle alla corona di novelliere
aggiunger anco l'epico alloro, cantando nella Teseide, la guerra di Teseo
contro le Amazzoni-, e per avventura sarebbevi riuscito, se i pregi che
adornano quel poema di venusta d' immagini, di forbi- tezza di dettato, e
massime delle sue belle ottave, spende- vali attorno ad un soggetto migliore. -
Nel secolo XVI il Trissino, nutrito di tutte squisitezze greche e Ialine, tentò
il poema eroico nazionale, cantando V Italia liberata dai Goti per Belisario,
studiandosi d'avvicinarsi nell'invenzione ad Omero; ma le leggi di severa
temperanza impostea sèstes- so, e il languore del suo verso sciolto resero
assai freddo il poema , onde accollo con poco plauso , cadde in brev'ora. quasi
dimenticato, dopo spesivi ben veo l'anni. - Quegli che veramente fece dono
all'Italia del Poema Eroico fu Torquato Tasso colla Gerusalemme Liberata,
delizia d'ogni anima gen- tile, illustre gloria della nazione, oggetto di
maraviglia e d'invidia agli stranieri. - Di genere eroico son pure le ele-
gantissime Stanze che Angiolo Poliziano componeva per la giostra di Giuliano
do'Medici ; breve saggio di nobilissima poesia che sebbene opera incompleta,
piacque allo stesso Tor- quato che non poco vi apprese, c che ancora si studia
e si sludiera, finché l'amore del bello animerà i petti italiani. -Merita
certamente uno deprimi luoghi Ira gli eroici il Poema della Croce racquietata,
ossia la spedizione di Eraclio contro Cosroe, del Bracciolini, che fiori nel
secolo XVII, e accanto gli siede il Graziani suo contemporaneo che cantò il
Conquisto di Granala per Ferdinando ed Isabella re di Spa- gna, contro i Mori;
se non che non pochi difetti di stile esageralo secondo il mal vezzo dell'eia
sua , scemano d'as- sai il pregio di non poche pellegrine bellezze che pur vi
ri- splendono. E qui, passandomi di parecchi altri poeti epici italiani, solo
dirò che ebbero Colombo ed Amerigo i loro cantori ; quegli, per tacermi di
altri, nel Costa, questi nella Rosellini, e l'ebbero in Tommaso Grossi i
Lombardi alla prima Crociata: e conchiudendo noterò che il Poema Omerico ebbe
ai tempi nostri un'eco, cui non ben risposo per troppa dif- formità l'eia
nostra, nel Teseo della Bandellinì, c nel Cadmo
di Pietro Bagnoli, quantunque nell'uno e nell'altro si riscon- trino
molti bei tratti di squisita invenzione e di stile. 3t. Il Portogallo e la
Francia vantano pure il loro poe- ma eroico, questa nella Enriade di Valtaire,
quello nella Lusiade di Camòens, ambedue ricchi di pregi poetici, non però
senza gravi difelli, massimo per la natura del sub- bielto nel francese, per
l'abuso della mitologia nel Portoghese, senza di che questi sarebbe a pochi
secondo. S. 7. Dei Poemetti e delle Novelle. 32. Gemili rampolli del poema
eroico sono i Poemetti e le Novelle Poetiche, dove in pio. breve tela
dipingonsi illu- stri o pietose istorie. Questi componimenti hanno, benché in
forma assai più ristretta, le stesse regole .dell'eroico ; se non che
richiedono uno stile men nobile e maestoso, ma ricco di venusta e d'affetto.
Tale si è il Poemetto tutto spi- rante greca leggiadria che scrisse Catullo
sulle Noxse di Teti e di Pelea. Ne abbiamo esempj anco in italiano; e per
tacer- mi dei poemetti sbiadili del Chiabrera in versi sciolti, solo citerò le
Cantiche di Vincenzo Monti e di Giovanni Marchetti in elegantissime terzine, e
1 ' lUkgonda di Tommaso Grossi, e la Pia de'Tolomei di Bartolommeo Sestini;
novelle ambe- due leggiadrissime in ottave piene di facilità e di grazia. ,iht.
III. Dell'Epica Romance»». 33. Comune al Romanzo ebbe l'origine l'Epopea roman-
zesca , colla sola differenza che quello era in prosa , questa in versi, come
riscontrasi dagli antichi romanzi provenzali, o poemi romanzeschi che voglionsi
dire, noli col nome di Giranlo di Rossiglione, e Gìoffredo figlio di Dovone
(1). Quindi le avventure cavalleresche dei Paladini di Carlo Magno , secondo
che conlavasi dal supposto Tarpino Arcivescovo di Reims, e quelle degli eroi
della Tavola Rotonda d'Arturo (*) G. G»lvìji, Suda Poesia Provenzale, C. XLVl.
Digitizcd by Google di rettorica 289 re d'Inghilterra, porsero, come notava il
Tasso, soggetto di poetare a infiniti romanzatoli (1). 3i. Sebbene il Poema
romanzesco ami, come l'eroico, di cantaro azioni illustri d'eroi a fine di
destare dilettosa ma- raviglia, e scelga esso pure grande il subbiello,
tuttavia ne differisce nella regolarità, ammettendo maggiore intreccio e
libertk d'episodj, innestando armi ed amori, cortesìe e audaci imprese, come
della la fantasia, purché ne nasca varietà e diletto, scendendo, come il
romanzo, dal tempio e dalia reggia alla piazza ed alla taverna, e movendo con
pari facilita gli affetti più nobili del canto eroico, e il riso e lo scherzo
della commedia-, quindi a' caratteri nobili mesco- la gl'ignobili e i volgari,
né trasceglie dalla natura il solo bello, ma benché piti di rado, anche il suo
contrario, e tutto dipinge con colori vaghi e vivaci, sempre però alle svariate
materie adattati; laonde in se con leggiadra arte contempero l'andamento epico
colla festività comica, tanto che il lettore trapassa con alterna vicenda
dall'ammirazione alla ilarità. Non pertanto essendo il poema romanzesco esso
pure un'imitazione, non può andare sciolto dalle leggi del verisimile; se non
che le allarga assai liberamente, salvandole col mezzo delle arti magiche e
d'altri volgari pregiudizi, mirando appunto al nascoso fine di combatterli
colla più efficace quanto meno sospetta arme del ridicolo. 35. Per le quali
cose mi sembra il poema romanzesco potersi col Montanari deGnire: a Una
imitazione di una o « più azioni illustri, miranti ad un solo fine, e fatta
nar- « rando diversi e svariati casi, ora con elevatezza eroica, « ora anche
con comica piacevolezza, a fine di muovere gli « animi a maraviglia colla
novità e colla varietà; e più •< che col l'eccellenza de'caratteri, colla
verità, de'medesi- « mi (2) ». A conferma dì quanto sopra esponemmo , pren-
diamo dal Foscolo alcune avvertenze cui egli dettava intorno alle forme
particolari della poesia romanzesca, a La narra- « zionc, ei dice, è di natura
complessa: storia si annoda (1) Disc, t, Del Poema Eroico. (2,i Aggiunta ai
Blair, P. Ili, C. X. « a sforin , ed il
filo del soggetto principale e sempre iu- « tcrroito da episodj, introdotti per
tenere gli uditori in k sospeso, e invitarli a riunirsi ne' giorni vegnenti per
« ascoltare la fine. ... I varj modi che l'uomo usa narrando , « lutti trovano
luogo nella poesia romanzesca, valendosi di « certo tramandate invenzioni; la
religione vi predomina, « benché il poeta ammassi le assurdità più solenni; e
le ti riflessioni suggeritegli dalle cose già dette, o da quelle a da dirsi,
gli aprono la strada o a ripigliare la narrazione « interrotta, o a tórre
dall'udienza commiato [\] ». 36. Notate colla scorta dei maestri dell'arte le principali
differenze che intercedono tra il poema eroico c il roman- zesco, differenze
che dimostrano la incongruenza del con- fronto che far si volle tra l'Ariosto e
il Tasso, concluderò collo Zanolti, non dovere il poeta romanzesco mai piegare
alle bassezze, se non quanto ciò non disdica all'argomento principale che egli
ha preso a trattare; nel resto doversi attenere alle regole generali
dell'epopea, nel formare la fa- vola verisimile , maravigliosa e affettuosa .
senza di che non polrh giammai porger diletto, fine precipuo di tal genere di
poesia (2). 37. Sul principio del secolo XV fu da alcuni oscuri poeti riposta
in voga la poesia romanzesca, e comecché disadorna nello siile e nel versò,
tuttavia piaceva per le avventure, per gl'incantamenti e per le azioni
miracolose. Fioriva in quel tempo in Firenze Luigi Pulci, il quale rial- zò la
scaduta poesia romanzesca, componendo per piacevole interteni mento di Madonna
Lucrezia de'Medici , madre che fu di Lorenzo il Magnifico, il suo celebre
Stergante Maggiore. togliendo anch'esso per tema le imprese favolose di Orlando
e degli altri antichi paladini. Egli si attenne, dice il Foscolo (loc. ci t.),
all'orditura originale dei cantastorie; e se chi venne dopo rabbellì quei
racconti per modo che appena possono essere riconosciuti, egli è certo che in
veruno altro poema si trovano cosi genuini e incorrotti come per entro il Mor-
ti} Sui Poemi narrativi e romanzeschi italiani. (8) Ari. Poti., Rag. IV.
Oigiisod byCoogle di rettorica 291 gante. Inoltre si loda nel Pulci la fluidità
del verso, e la vaghezza e purità dèlta lingua. - Poc'apprcsso comparve
l'Orlando Innamoralo di Matteo Maria Boiardo, il quale puro trasse materia al
suo canto dai Paladini di Carlo Magno, ma rabbellendo talmente la sua tela con
sì ricca e nuova im- maginazione, clic destò la maraviglia de'suoi tempi. Se
non che la morte gl'impedl di trarlo a termino e a pulimento; lo che diede
occasiono a Francesco Berni di rifare l'Orlan- do Innamorato, e d'
illeggiadrirlo colla gajezza delle descri- zioni , colla festività
dell'elegante suo stile, e colla naturale scorrevolezza del verso, come oggi
appunto si legge, chè ben raro è quello originale del Boiardo. - Quegli
peraltro che oscurò la gloria dei poeti romanzeschi e prima e poi fu Lodovico
Ariosto, il quale riprendendo le fila del Boiardo continuò il Poema col titolo
d'Orlando Furioso. E qui io non so se più' debbasene lodare la ricchissima vena
o la splen- didezza dello siile. Solo dirò che al suo poema fu dato a buon
diritto il titolo di divino , e che egli tiene il seggio sovrano e quasi non
dissi, per sempre tra i poeti roman- zeschi. -Bernardo Tasso, padre del gran
Torquato , scrisse anch'egli VAmadigi di Cauta, tratto da un romanzo Spagnuo-
lo; poema tentilo in gran conto dai letterati di quel secolo, abbondando e di
belle sentenze e di vaghe comparazioni, e riscontrandovisi nobile arie di
verseggiare. Ed egli stesso rendendo ragione della preferenza che dava al poema
ro- manzesco, così scriveva al Giraldi: « Non è dubbio alcuno a che il fine e
l'eccellenza del poeta deve esser nel giova- « re e nel dilettare: ma come, per
la imperfezione degli « animi nostri, molto più la dilettazione che l'utile si
suol ci desiderare; e senza dubbio alcuno assai più diletta « questa nuova
maniera di scriver de' romanzi, che quell'an- « tica non farebbe, forse è
meglio, ad imitazione di que- o sti scrivendo, dilettare, che di quelli, i
lettori saziare « e fastidire (1) Parole savissime, e che per certo cose toma
mollo bene a proposilo il ripetere anch'oggi. - E qui mi lacerò di altri poemi
di minor conio, per trattare al- ti) Lelt. al Giratili, Race. quanto de'Poemi
Eroicomici, che dir si possono derivati dai Romanzeschi. 38. li Poema
Eroicomico è come una contraffa ttura dell'eroico a fine di meglio rilevare il
ridicolo del tema a più scherzevole diletto. 11 poeta di fatti sceglie a sub-
bietlo un'azione volgare e degna di riso; ma intuona il canto come da senno , e
pare che tratti l'azione come eroica , e quali eroi i suoi personaggi ; se non
che tra- sparisce bentosto la fìoa ironia a traverso della grandezza epica che
studiasi di dare a troppo umile ed abbietto argomento. Oltre a ciò le
descrizioni falle sul serio d'av- venimenti e battaglie da lilliputli, le
situazioni comiche de'suoi principali personaggi, certe arguzie e lepidezze che
qua e là vi sparge, e l'intrecciare con gioconda sorpresa lo stile eroico al
faceto, coti mille altre piacevolezze di con- cetto e dì lingua, tutto mostra
che il poeta scherza; e noi ridiamo al suo grazioso artifizio. 30. Egli è certo
che ancora il poema eroicomico richiede, come l'eroico, intreccio, costume ed
affetti; ma se da que- sti là nasce la maraviglia, qui deve scaturirne il
ridicolo; e questo , siccome è il principal carattere di tal genere di poesia,
cosi dev'essere piacevole , gajo e soprattutto spon- taneo, schivando del pari
la ricercatezza e la scurrilità. Siffatti componimenti richiedono più arte che
non si crede, e sono da tentarsi solo da chi sorti da natura ingegno ame- no e
festivo. E perchè , dice il proverbio , ogni bel giuoco dura poco, anche il
poema eroicomico non vuol esser di lunga durata, acciocché il riso non si
converta in fastidio. Lo stile, siccome è detto, dev'esser misto del nobile e
del gajo; e le grazie dell'atticismo toscano ne infieriranno la elocuzione, che
nitida ed elegante unir si deve alla scorre- volezza del verso ed alla
spontaneità della rima. 40. Primo esempio della poesia eroicomica è la Batra-
comiomachia attribuita ad Omero, dove epicamente si canta certa guerra di
ranocchi e di topi, che dovette essere una satirica allegoria. Piacque al
Tassoni, egregio poeta che fiori sull'ultimo scorcio del secolo XVf f prenderne
l'idea per il suo celebre poema della Secchia rapita, che com'Elena pei Greci,
fu pei Bolognesi cagione di guerra nel 1249 contro i Modauesi, nella cui citlìi
lultor si conserva nella torre della la Chir- laudino.. I! poema è pieno di
sali elelli e delicati , d'imma- gini lepide e grazioso, e condilo d'attica
eleganza, tanto che nella poesia eroicomica tiene senza fallo il primo seggio.
Sta a lato al Tassoni il Bracciolini col suo poema Lo scherno degli Gei. Il
costoro esempio , e il plauso onde quo' loro poemi vennero accolli,
invogliarono molli altri a seguirne le orme; e nel secolo XVII si videro
sorgere parecchi poemi eroicomici, ira' quali mi ristringerò a citare il
Malmantile racquistato di Lorenzo Lippi, ove sovrabbondano vivaci mo- di
proverbiali e idiotismi fiorentini sparsivi con molto lepore e garbo, e la
Presa di Samminiato d'Ippolito Neri, ove si lodano tratti di felice fantasia e
di festivo ingegno. Capitolo III. - Della Poesia Drammatica. 1. La poesia
Drammatica, a differenza della lirica e del- l'epica, nelle quali si mostra
quasi sempre il poeta, o canti o narri mirabili cose, consiste nel
rappresentare con grande imitazione del vero un avvenimento acconcio a
commuovere, ad istruire e a dilettare, introducendo a fare e a dire quei
medesimi personaggi che veramente in quello ebbero parte, o che almeno si
finge, come se l'avvenimento cadesse pro- prio allora in essi sotto i nostri
occhi, discomparendo al tutto la persona del poeta. Quindi Dramma in generale
significa 2. La Drammatica pertanto, essendo, come ben insegna il Bindi, uno
specchio dei varj casi della vita, e potendo questi essere o lieti o tristi, e
cadere in persone illustri, o volgari, partesi in più rami, due de'quali sono
principa- lissirni e opposti, la Tragedia e la Commedia (t). (0 Tratt, sul
Teatro comico di' Latini, premeiso al Commtnlo alle Comm. di Tertn., T. I, p.
Vili, Prato. velia Tragedia. 3. La Tragedia è la rappresentanza, o imitazione
d'un avvenimento illustre ed infausto, atto a destare pietà e terrore. 4. La
tragedia che or grave s'aggira tra le aule de'grandi e ne ritrae l'alte
sventure, ebbe ben diversa origine. Essa in principio non era che un ditirambo
o un inno a fiacca, laonde nota il Gravina che la immagine della tragedia, come
rosa entro il guscio, s'ascondeva dentro la poesia ditiram- bica (1}, e perchè
il cantore che vinceva la prova nel cele- brare le lodi del nume, riportava in
premio un capro che pure era sacro al Dio, il carme fu detto Tragedia che si-
gnificava canto del capro. Originò dunque dalle feste Bac- chiche dai Greci
appellale Dionisie. Per Tespi d'Icaria nel- l'Attica, il quale fioriva circa il
536 avanti Gesù Cristo, tolse forma drammatica, avendo il poeta mescolato al
coro attori che dipinti di mosto la faccia, gesticolando narravano le imprese
di Bacco o d'altri eroi, su d'un teatro mobile. Un mezzo secolo appresso
Eschilo d'Atene le diede quel re- golare andamento che poi s'ebbo la vera
Tragedia greca; rese stabile il palco, ed inventò il sirma ed il coturno per
divisa degli attori tragici ; laonde fu meritamente salutato padre di quella.
Ad Eschilo succedettero Sofocle ed Euripide, dai qualità tragedia fu levala a
si grande altezza, che dopo costoro non so se mai l'aggiungesse maggiore. 5. Il
fine morale della Tragedia si è d'educare, mercè della compassione e del
terrore, il popolo a civiltà nobile e gagliarda, svolgendo negli animi i germi
d'ogni generoso sentimento a prò della sventura , e d'odio per la iniquità,
ammaestrandolo della volubilità delle umane grandezze , sia a temperarne
l'orgoglio , sia ad infondergli costanza ; in somma purgandone lo sregolamento
delle passioni vuoisi così inspirare in esso rettitudine e magnanimità. E
poiché la Drammatica più d'ogni altro genere di poesia , è un'imi- t<ij
Della Tragedia, Libro Uno, fr i. tazione più reale e più viva , comparendo in
essa il fatto come vero e presente, solo al poeta drammatico è dato commuovere
ed infiammare gli animi per ciò che si ode non meno che per ciò che si vede ;
quindi merita sovra di ogni altro il titolo di poeta civile. Se non che guai
s'egli sbusa della sua nobilissima arte, perocché se d'un gran bene egli può
esser cagione, può essere altresì incentivo ad un male inestimabilmente più
grande. Non si dimentichi adunque giammai dal drammatico che il teatro esser
deve scuola di civiltà, non di ferocia e di corruttela. 6. AI pari che
nell'epopea sono da considerarsi nella tra- gedia il Subbielto , la Favola, il
Costume, gli Affetti e lo Stile. §. i. Del Subbielto. 7. Il Subbielto , o
argomento della tragedia deve , come nell'epopea , esser grande ed illustre ,
ed oltre a ciò pietoso e terribile. E perchè meglio commuove ed attrae un av-
venimento reale e sentilo , gioverà attingerlo da fonti sto- riche o
tradizionali , nè si smisuratamente discosto per reli- gione e per usi ; quindi
potrà ricercarsi nei tempi della greca e romana grandezza , o in quella
de'popolì delia moderna civiltà , e forse più utilmente ancora tra i fasti
biblici e na- zionali. Grande poi , e come diceva l'Alfieri , tragediabile è da
dirsi il subbielto , quando il fatto quasi uscendo dalla cerchia della reggia o
del palazzo signorile, seco si trasse grandi e pubbliche conseguenze. Nè si
scambi il terribile coll'atroce e collo schifoso , siccome pare che da una
certa scuola talvolta si faccia. Melpomene rappresenti sulla scena ì truci
effetti dell'odio , della vendetta , della gelosia , del- l'ambizione nel cuore
de'grandi , e tratti pure contro il de- bole oppresso il pugnale ed il veleno;
ma non già vi esponga passioni vilmente crudeli e fuor di natura , nè la faccia
da boia colla mannaia sempre in alto; chè in tal guisa ecciterà non il terrore
, ma il raccapriccio , e a poco a poco abituando il popolo a tutti gli orrori ,
anzi che purgar le passioni , com'è suo scopo, le renderà furiose e
sanguinarie. Non sì dimentichi di grazia dai drammatici quello che con gran
senno cantava delle antiche Romane il Farmi : « Quindi perversa l'indole « E
fatto il cor più fiero , « Dal finto duol , già sazie « Corser sfrenate al vero
» (1). g. 2. Della Favola. 8. La Femia che , come dice il Gravina , è lo
spirilo della tragedia, n'è altresì la parte più ardua. Scello giu-
diziosamente il subbielto , vuole anche più giudiziosamente essere svolto nella
Favola, che n'è l'orditura , il disegno ge- nerale. I caratteri essenziali
della Favola pertanto sono unità e verisimiglianza. 9. Quella unita drammatica
che l'Alfieri chiama prìnci- palissitna e sola vera, perchè posta nel cuore
dell'uomo, consiste nel rappresentare un'azione sola, siccome quella che è
necessaria all'unita di sentimento (2) , il quale altrimenti , come ben nota lo
Zanotti , distraendosi in più parti si smi- nuirebbe. Quantunque però voglia
l'azione esser una , non dee tuttavia esser semplice , ma composta di molte che
ne formino uoa sola. Ora la grand'arte del tragico sta appunto nel connettere
le azioni subalterne alla principale, ìn guisa che sì raccolgano quasi in un
solo concetto , e un solo pro- fondo affetto risveglino ; perocché , siccome
avverte il Nic- colini , quando un'opera contiene più d'un avvenimento
principale , non possiamo provare che impressioni deboli , incoerenti , e nello
spirilo nascer deve più confusione che diletto , perchè in nessuna cosa più
potè riposarsi , e da nessuna fu signoreggialo ; e Io stesso Goéthe notò che la
tragedia non può essere una lanterna magica : non le basta (1) Ode XVII a
Silvia, sul vestire alla Ghigliottina. (2) Parere sulle sue Tragedie,
sceneggiatura. Di bettobica 297 la successione , 'ma vuole la connessione ;
tanto è fondamen- tale il canone Oraziano: a Denique sit quodvis simplex
dumtaxat, et unum » (1). 10. Alla unità d'azione vanno eziandio congiunte le
altre due di tempo e di luogo, per le quali si vuole intendere che l'azìoue
comprenda nn solo giorno o poco più, e che si man- tenga la scena più che si
può dove quella ebbe ìncomin- ciamento. Queste tre unità diconsi Aristoteliche,
perchè si pretendono prescritte dallo Stagirita come canoni imprete- ribili. La
prima unita non è più legge d'Aristotele che di natura, come crediamo aver con
valide autorità dimostrato; delle altre due v'è controversia fra gl'interpreti
del filosofo, e il Niccolìni osserva che dell'unità di luogo non fa parola; che
quanto a quella di tempo , narra un fatto , non pre- scrive una legge. Checché
sia di ciò , soggiunge : « Bandite « dal teatro queste convenzioni dell'arte, e
l'imitazione « drammatica non sarà più nè separata nè distinta dalla « maniera
di essere positiva delle cose nel corso ordinario e della vita » (3). Tutto
vuoisi intendere con discrezione ; quindi la superstiziosa osservanza delle due
unità da un lato, e il licenzioso disprezzo delle medesime dall'altro, sono
esagerazioni del pari all'arte dannose, derivate egual- mente dal confondere il
vero col verisimile , essenzial fon- damento della imitazione. Per la qual cosa
lungi dalla so- verchia restrizione che di leggieri trae allo smilzo, non meno
che dalla sbrigliata licenza che spesso ingenera noia e lan- guore, si mantenga
la illusione drammatica più che si può conformemente alle leggi della veri si
migli anza , e s'otterrà l'effetto scenico , e per conseguenza il fine
d'eccitare in altrui gagliardo e durevole il sentimento; perocché, dirò con lo
Za- netti : « Io non veggo perchè l'azione dovesse essere meno a
compassionevole , men bella , quando seguisse in due o giorni o in tre , e
anche più ; e , cosi portando la varietà H) Dell'imitazione nell'Arte
Drammatica, Edli. cit., Voi. Ili, p.206. (t) DelVimitasùme nell'Arte Drammatica.
k degli accidenti, passasse da un luogo ad uu altro. E qui credo opportuno
notare che lo Zanotli parla di giorni e non di mesi o d'anni , e quindi dicendo
da un luogo ad un altro, non vorrà certo intendere di luoghi distanti tra loro
mille miglia. A fine di tenersi adunque nei giusti li- mili , gioverà por mente
prima alla scelta del subbielto, dipoi a quella del punto donde muover dee
l'azione , affin- chè tutta la serie degli avvenimenti si comprenda in giusto
spazio di tempo e di luogo, siccome vediamo nei sommi tragici greci, francesi
ed italiani. H. Che so la unità d'azione tanto importa all'effetto del dramma,
slrellamento essenziale altresì n'è la verisimi- glianza , principal fonte
della illusione e del diletto. Egli è certo che l'aziono drammatica ò una
imitazione de'successi reali, onde avviene, come dice il Gravina (2) , che gli
ottimi poeti, scolpendo il vero sopra i personaggi antichi, fuori della loro
intenzione colpiscono nelle cose presenti, perchè il vero non invecchia nè
muore , ed ò il medesimo in tutte le stagioni. La verisimiglianza drammatica
pertanto consi- ste nel far si che possa credersi , quell'avvenimento che pi-
gliasi a rappresentare essere veramente una volta acca- duto (3). A ciò vale grandemente
la giudiziosa connessione delle parti, la succession dei fatti logicamente
collegata colle cause e cogli effetti; il serbare gli usi e le credenze dei
tempi e dei luoghi , donde è tratto il subbietto; dare ai per- sonaggi affetti
, idee ed azioni secondo il loro tempo e la loro nazione. Ove in alcuna di
tulle queste cose trasparisca alcun che d'incoerenza , di raffinamento, di
strano o di esa- gerato, si rompe l'incauto dell'illusione, e in luogo della
pietà e del terrore si eccila o la noia o il riso. 42. Insegnano i retori
doversi al verisimile accoppiare eziandio il maraviglioso, per il più sicuro
effetto del dram- ma. I tragici greci lo trassero di leggieri dal soprannalu-
rale, e l'Alfieri pure ne lo trasse per il Saul; ma in ciò MI Art pm., Ragion.
II. (8) Della Trag., fi. II. (3j Z&NOTTI , op. cìt. PVtad &* Google di
rettorica 299 bisogna andare a rilente , e per la reverenza alla nostra
religione, e per la sì cambiata natura de' tempi; tuttavia in subbielli biblici
e sacri non disconverrà, io credo, alle leggi del verisimile attingere, a ma'
dell'Astigiano , dai fonti del soprannaturale il maravigli oso , chè non e
spenta affatto nel popolo la fede. Del resto si cerchi il maraviglioso o nel
dipingere qualche grande e straordinaria virtù, che pure ha potenza di destare
negli animi salutar maraviglia, o nel rappresentare qualche sublime ed eroica
azione per un fine non meno grande e sauto ; o finalmente come rileva lo Za-
notti [loc. cil.) nell'intrecciare « molli accidenti in guisa ic che quando da
quelle cause onde parrebbe che dovesse <t uscire un effetto , con bella
maniera se ne fa uscire lutto « il contrario. Come nell'Edipo, dove le ricerche
che il re « prende a fare delì'assassiuo di Lajo, pare che debban « condurlo ad
una somma felicità , e son pur desse che a lo traggono in un'estrema miseria ».
13. Ora dicasi delle parti che costituiscono la sparli tura della favola, le
quali dislinguonsi in scene ed atti. Chiamansi scene quei mutamenti che
avvengono dal comparire in sul palco , o dal ritirarsene che fa uno o più
personaggi , senza interrompimento detrazione. Atti diconsi quei compartimenti
in cui per certe pause viene distribuita la favola. A bene e verisimilmenlo
condurre le scene fa di mestieri che ciascuna di esse sia , come diceva l'Alfieri
, motivala (1) ; cioè che la comparsa d'ogni personaggio abbia in so una giusta
e pro- babile ragione, lauto che paja condotto dalla cosa stessa, non dal poeta
; che il ritirarsene sia pur naturale , dopo detto e fatto nè più , nè meno di
ciò che doveva. Conviene inoltre, siccome saviamente n'avverte Io Zanolti , che
le scene si attacchino luna all'altra per modo che le persone che son nell'una
, non mai partano tutte ad un tempo , sicché resti vacuo il palco , ma sempre
alcuna ne rimanga, la quale entri nella scena che segue , e così fino alla fine
di ciascun atto. Fa d'uopo in ultimo porre c collegare le scene di forma che vi
si riscontri la necessaria congruenza, il j Parere sulla su* tragedie , loc.
r.ii. acciocché per manco dì vcrisimiglianza non se ne distrugga l'effetto; e a
un tempo schivare la frequenza dei soliloqui . di che venne appuntalo lo stesso
tragico nostro , il quale benché a drillo se ne difendesse, pure riconobbe in
qual- che parte il difetto (1). 14. Lo spartimenlo della favola in cinque alti
non è legge assoluta , essendovi ancora tragedie greche , le quali ne contano
più o meno , come V Antigone che ne ha sette, e il Fiiottete che ne ha tre ,
ambedue di Sofocle ; e lo stesso precetto oraziano fS] viene giudiziosamente
spiegalo dal Me- tastasio per un avvertimento ai drammatici d'accomodarsi alla
consuetudine oramai stabilita nel teatro romano. Altret- tanto però credo
debbasi dire per noi , potendosi oramai tener per legge un uso pressoché
costante e universale , ove peraltro la natura e l'intreccio del dramma tale
vera- mente non sìa che richieda d'esser diversamente spartito ; essendoché
cotal regola assolula in arte, come riflette il Nic- colini , non altrimenti
che il letto di Proclisie, sforzerebbe a stendere o a raccorciare i corpi più.
belli , per assogget- tarli ad una tirannica misura (3). Del resto chiara vi
appa- risca la necessità , non il comodo del poeta. 15. Nei cinque atti
pertanto conliensi tutto il disegno delta favola , il quale formasi della
protasì , dell 'epiteli o nodo , e della catastrofe. Fino dalla prima scena
dell'alto 1 , che è come il prologo degli antichi , incomincio la protasi o
esposizion del subbietto. Nel II si dispongono a grado a grado le fila
dell'intreccio; nel III si avviluppa ragionevol- mente il nodo ; nel IV si
preparano con occulta arte le vie alla catastrofe o scioglimento ; nel V si
corre allo sviluppo finale della catastrofe slessa. Non v'è, nò può stabilirsi
legge intorno ai riposi che distinguono gli alti ; dipende inte- ramente dal
subbietto e dall'ingegno del poeta il collocarli (1) Parere sulle sue tragedie,
loc. cit. (2) « Neve minor , nen sit quieto prodnclior actu a Fabula qiiae
posci vult, et spedata reponi » (Ari. Pool., v. «*), l3) Della Trag. greca , T.
I , P. LXVlll , ed!». oiL e a tempo e a
luogo , avvertendo tuttavia di tener sempre desta l'altrui curiositi), e
d'accrescerla ed infiammarla ognor più ; tenendola fino alla fine sospesa mercè
di nuovi e ina- spettati accidenti. ;Il j ■.':}.;!, i-jinil . 16. La tragedia,
siccome poema natum rebus agendis , ottiene la sua principale efficacia
dall'azione , la quale vuol essere una e continuata, e avente, come dice
Aristotele, principio, mezzo e fine. I Greci, la cui tragedia pacatamente procede
con grande armonia nel totale e con debita pro- porzione nelle parti ,
cercarono di congiungere la varietà alia semplicità dell'azione, intrecciando
le azioni subalterne ed episodiche con sì sottil* magistero, che il concello
arti- stico ne risultava intero e spiccato. L'Alfieri si studiò d'imi- tarli ,
e spesso vi riuscì. L'azione principale pertanto, infor- mando tutto quanto il
dramma con calore sempre crescente, invigorita ed incalzata altresì dalle
azioni subalterne, at- tragga per se slessa gli animi , e gli volga con alterna
vi- cenda ora al timore , ora alla speranza , ora all'odio, finché al suo
scioglimento non li ricolmi di pietà e di terrore. H quale intento finale
meglio raggiungerà il poeta con quella semplicità che si loda nei Greci , che
non colla moltiplicità degli accidenti , o peggio ancora colle situazioni
singolari, strane e ricercate , chè quella concentra l'attenzione , que- ste la
disperdono e il sentimento illanguidiscono. 17. Lo scioglimento della tragedia
è d'ordinario pietoso e terribile. 11 ferro o il veleno sogliono essere i
ferali stro- menti della catastrofe , nella quale appunto si pare tutto l'
ingegno e tutta l'arte del poeta. Siccome non si viene al sangue che per lungo
e concentrato odio , o per bruta! sete di vendetta , o per febbre di cieca e
grande passione , o per disperalo consiglio , così fa d'uopo che ciò si
apparec- chi nel corso dell'azione a grado a grado sì che apparisca
naturalmente da questa scaturir la catastrofe ; nè monta che quasi in ombra la
traveda lo spettatore, basta che giungagli inatteso il modo dello sviluppo , e
se si può, vinca eziandio la sua aspettazione. Tra i mezzi atli a ciò, etnea--
cissimo è quello detto dagli antichi Agnizione, e si adope- ra , allorché si
scuopre esser la persona di condizione e di grado ben diverso da quello che
appariva; dal che facil- mente nascono accidenti quali non mai s'aspettavano
(i). Se non che a rendere naturale , verisimile e dirò ancora tragica
l'agnizione , lungi dall'adoperare quelli cui l'Alfieri chiamava mezzucci, come
biglietti, croci, roghi, capelli, spade ec, (2) , fa d'uopo derivarla da segni
certi del corpo e meglio ancora , come nota lo Za notti (loc. cit.) ,
dall'argo- meniamone , che è quando comunicando insieme molte per- sona , e
scoprendosi a poco a poco quello che ognun sa, giungono per mezzo a mille
ansietà e timori , che tanto piacciono nella tragedia, ad un inaspettato
riconoscimento, che in modo meraviglioso e non preveduto affretta e com- pie la
catastrofe , come nell'Edipo di Sofocle , nella Merope e nell'Oreste d'Alfieri.
18. Finalmente a render tutta intera la favola quanto fa d'uopo attraente,
maravigìiosa e veramente tragica, si offrano agli occhi dello spettatore , il
più che si pub, i fatti più rilevanti del dramma: o almeno facondo narratore, e
non uno degli ultimi dei personaggi , gli esponga sì che sembri meglio vederli
che udirli; e ciò vale principalmente per la catastrofe; del che ben a ragione
compiacisi il Tra- gico noslro , il quale dice non aver egli , ove si polea
senza punto offendere il verisimile o la teatrale decenza, mai fatto narrare
ciò che potea presentarsi agli occhi , e che operato in palco dai soli
personaggi importanti , dovea ben altra- mente commuovere gli spettatori (3),
memore dell'oraziano avvertimento : * Segni us irritant animos demissa per
aurem a Quam quac sunt oculis subiecta Meli bus ». (Ari. Paci., v. 480 J. Vera
cosa è però che sonovi tali atrocità che non compas- sione ma ribrezzo , non
terrore ma raccapriccio possono H) Zanotii, loc. Cjt. (2, Parere sulle sue
Treg. , Lmenxi me. (3j Parere ec, loc. cit, Digiiizad By Googl DI RETTORICA 303
solo inspirare , e queste voglionsi dalla scena interamente proscritte, non
consentendo il decoro, nè Io stesso fine della tragedia, che è di far grande e
non feroce il cuore umano, che Medea trucidi alla vista del popolo i suoi-
figliuoli , nè che Edipo si svelga gli occhi di fronte , con altre siffatte
mostruosità, non rare sciaguratamente in cer- ti drammi di conio moderno. E qui
basterà della favola , solo avvertendo in ultimo , che riuscirà non solo più gra-
to , ma ancora più morale , se trionferà sull' iniquità la virtù, se non per il
fatto materiale, non consentendolo spesso il subietlo , almeno per lo
psicologico, bastando talora l' idea dell'infamia, o il rimorso a vendicare il
delitto, che sebben fortunato, è pur sempre infelice. g. 3. Del Costume. 19.
Parte rilevantissima della tragedia e il costume . L'azione drammatica si
sviluppa e si compie da personaggi i quali aver debbono il costume loro proprio
, e questo vuol esser coordinato all'effetto generalo della Tragedia ,
essendoché il carattere d'un uomo è , come dice Io Schle- gel , la vera cagione
della sua condotta. I personaggi poi altri sono principali , altri secondar; ;
questi concorrono in modo più o meno diretto al compimento dell'aziono; quelli
ne sono i primi e veri autori ; e colui che tra questi pre- vale diecsi
Protagonista , quantunque , come ben nota il Ranalli , talvolta avviene che
niuno tra i principali perso- naggi talmente sovrasta , che più l'uno che
l'altro dir ve- ramente si possa protagonista , ancora che da esso prenda 'il
nome la tragedia, come l' Ippolito d'Euripide, e il Fi- lippo d'Alfieri , che
potevano in cgual modo intitolarsi la Fedra e il D. Carlo, come trattando gli
slessi soggetti ado- perarono Bacine e Schiller , laonde il vero protagonista
ad- diviene il fatto stesso (4). 20. E primieramente fa d'uopo che i personaggi
prin- cipali siano illustri , tale pure esser dovendo l'azione ; ed (1)
àmmatslrammli or., Lib. IV, c. I» , g. 30. eziandio i secondari' conviene siano
distinti , benché di grado inferiore , a fine di non. recare offesa alla
tragica dignità , per amor della quale l'Alfieri gli escluse dalla sua
tragedia, -a rischio altresì di renderla troppo nuda e talora alquanto
ammanierala. Nè interamente empio, nè di somma e perfetta virtù richiedesi da
Aristotele il protagonista, o se vuoi meglio , quegli che destinato è alla
final peripezia; perocché se empio, non ne commuovo la sventura, se som-
mamente virtuoso, sarebbe a questa superiore, e non si infelice da destare
piota, o troppa indignazione ecciterebbe la vista di persona cotanto valorosa e
immeritamenle ap- pressa (4); vuoisi adunque di mezzana virtù, di forma che
tutto senta il peso della sua sciagura, e se ne dolga, senza però troppo
meritarla (2). La quale avvertenza in generale giova a rendere veramente
tragediabili i caratteri, essendoché da questi nascer dee la pietà , come dalla
cata- strofe il terrore , affetti finali della tragedia. 21. Gli altri
personaggi siano in diverso grado e sempre mezzanamente pur essi , alcuni buoni
, alcuni malvagi, ac- ciocché ne derivi varietà , contrasto e movimento di pas-
sioni , concorrendo ciascuno secondo il proprio costume a rendere pietosa e
terribile a un tempo l'azione. Dei perso- naggi secondarj , quali sono
confidenti , ancelle , capitani di guardie , messaggi e simili , il cui uso
bene è sia parco as- sai , e veramente dalla favola richiesto, poco o nulla è
da dirsi, mostrandosi d'ordinario buoni co' buoni e viceversa, o apparendo
appena sulla scena da non spiegar carattere ; ciò che importa si ò , che
parlino ed operino anch'essi con- venientemente alla nobiltà della tragedia. 11
poeta pertanto , per non offendere il costume , e dipingerlo coi colori veri e
propri della natura, deve attentamente svolgere i dotti vo- lumi de'Glosofi
morali e dei sommi tragici, e soprattutto studiar l'uomo nell'uomo ,
discendendo, come dice il Nicco- lini , negli abissi'della sua coscienza per
trarne in luce, per [1) Tulio questo però non ò da prendersi si strettamente,
che non abbia le sue eccezioni , massime trattandosi d'eroi cristiani. (2)
Zanotti quanto è dato , i misteri , ciò che pensa la mente , ciò che eseguisce
il volere, e fa dell'uomo la gloria, la vergogna, il destino [i). 22.
Aristotele, o dirò meglio , lo legge del verosimile, vuole nel costume
convenevolezza ed eguaglianza. Di que- sta si disse quanto basta parlando
dell'Epopea al n.° 24. Della convenevolezza pure si parlò; ma perchè altro si è
il descrivere , come d'ordinario fa l'epico , le cesia degli eroi, altro il
rappresentare , come fa il tragico , persone parlanti ed operanti sulla scena ,
è prezzo dell'opera aggiungere alcun che. La convenienza de! costume è quando
si attri- buisce alla persona quello che le si addice appunto per l'età , per
il sesso , per la nascita . per la condizione . per la patria , per l'indole ,
per la passione , e perfino per il grado più o meno violento di questa. Fa di
mestieri pertanto che cia- scun personaggio o parli , o operi , o anche accenni
, espri- ma sè stesso nò altri che sè stesso , in quel modo e in quel grado
ond'è mosso da amore, da odio, da tristezza o da ira; ossia che vigoreggi iti
lui giovenile fierezza o canuto consiglio; o che sia re, sacerdote o guerriero;
sia infine d'Asia, di Grecia o di Roma dell'antica età, ov- vero di Francia, di
Spagna o d'Italia della moderna; il quaì ultimo pregio chiaro riscontri
nell'Astigiano, nei tragici francesi non sempre. Grandemente disconviene
altresì attri- buire ai personaggi del dramma affetti , idee ed azioni che nel
tempo in cui vissero non potevano aver luogo. Finalmente fa d'uopo serbare in
tutti la tragica dignità, cosicché l'amante sia tenero, ma non svenevole, il
tiranno sia crudele , ma non volgare , l'oppresso sia grande , ma non stoico ,
nè troppo piangoloso, la donna come figlia, come sposa, come ma- dre , sia
sensibile e affettuosa , non mai , come dice l'Alfieri, donnicciuola; in somma
dirò col Poeta: . a Ogni viltà convien che qui sia morta u ; tnf. , C. Ili ].
Hi Sulla Trag. greca , T. I , P. I.XXXVI , ed. ci(. L i J ll_L'"J
ì.'.' g. 4. Degli Affetti. 23. Passando
ora a dir degli affetti della Tragedia, è fa- cile dal sin qui detto inferire
che ogni grande azione dram- matica è l'effetto d'una passione alla e veemente.
Fuvvi un tempo che non si conosceva altra passione per la tragedia che l'amore,
o almeno, quasi non se ne potesse far senza, vi s'intrecciava per via
d'episodj, V'erano anche prima dell'Alfieri alcune tragedie donde cotale
affetto vedessi esclu- so ; ma quegli che veramente mostrò col fatto che pote-
vano farsi beile tragedie anche senz'amori fu desso, e in- segnò a un tempo che
se l'amore s'introduce sulle scene, dev'essere per far vedere fin dove quella
passione terribile in chi la conosce per prova, possa estendere i suoi funesti
effetti (1J. Bene sta adunque che l'amore, quando è intrin- seco al subbielto,
eolri nella tragedia, ma sia però degno del coturno, educando non a mollezza,
sibbene a magna- nima virtù. 24. Le altre passioni proprie della tragedia sono
l'am- bizione, la liberta, la vendetta, la gelosia, il furore ed al- tre di tal
fatta, spesso trista cagione d'orribili e sanguinosi delitti. Nel tratteggiare
adunque coleste funeste passioni nella loro crudele ferocia, nel contrappor
loro teneri ed in- nocenti affetti di spose, di madri, di figli, d'amici, nel
su- blime contrasto infine d'una truce e profonda malizia con una leale e
generosa bonlà, debbono naluralmente nascere situazioni e accidenti varj e
pietosi da eccitare negli animi degli speltalori ansietà, speranza, timore,
indignazione, odio, amore, maraviglia; i quali affetti preparano la via ai due
supremi e (inali deila tragedia , la pietà e il terrore. E dove la favola sia
intessula con bell'arie e con senno in guisa che quelle commozioni
svariatamente si destino e cre- scano di scena in scena, la tragedia sarà,
quale dev'essere, appassionata e commovente. Se non che il grande e diffi- cile
magistero di commuovere è tale che non si apprende [1) Risposta alla leti, del
Calsabigi, p. lxxii. Ed. d'Italia. se non dal cuore, nè industria di retore,
dice il Niccoliui, condurrà inai i drammatici alia sacra ed arcana origine del
pianto; ebe anzi questo al palesarsi dell'arte s'inaridi- sce sul ciglio ; e
solo l'affetto che sgorga spontaneo dall'ani- ma ba forza di scuoter l'altrui,
e di desiarvi a sua voglia o la pietà o l' ira ; nè qui può mai abbastanza
ripetersi la verissima sentenza d' Orazio : a Si vis me Aere, dolendum est «
Primum ipsi tibi ; lune tua me infortunia laedent, « Teiephe, vel Peleu ». àt.
Poe. v. 102. 25. Resta a dir dello stile conveniente alla tragedia. Es- sendo
questo uu componimento poetico distinto dal lirico e dall'epico , ne conseguita
che pur distinto richiede Io stile. La splendida arditezza della lirica, e la
solenne maestà dell'epopea non ben si confanno alia tragedia, che desti- nata
più a fare ebe a dire, e nella quale il poeta come non deve vedersi, cosi,
quasi direi, neppur sentirsi, deve ac- costarsi al favellare comune ; e poiché
introduce persone illustri e da grandi passioni commosse, richiede uno stile «obile,
sentenzioso, energico ne' concelti , vivo uelle imma- gini, caldo e concitalo
nei sentimenti, breve nella espres- sione, che è necessariamente a dialogo, non
essendo in so- stanza anche il soliloquio che un dialogo che la persona fa con
se stessa. E il dialogo della tragedia dev'essere grave, rapido , secondo la
natura delle cose e degli affetti che vi si svolgono. Nulla avvi in esso di
piti ingrato delle parlate prolisse di personaggi che pretendono di farla da
sapuli , sillogizzando in tono declamatorio intorno a scienze politiche e
morali, come ex cathedra; nelle quali parlate non piti l'attore , ma si scorge
il poeta , e poeta accademico. Oltre a ciò vi si debbono studiosamente schivare
le raffinatezze dei concelli, la turgidezza delle immagini ampollose, gli
erotici piagnistei in frasario arcadico, ed altre simili quisquillile
sconvenevoli di troppo alla severa nobiltà dalla tragedia. In somma il dialogo
vuol esser vero, animato, incalzante , come di chi sente nell'anima il fremilo
d'aite e gagliarde passioni. 26. Nè meno fa di mestieri che il colorito
armonizzi col tinto e con ogni sua parte, dovendo la elocuzione in gene- rale
essere dignitosa e forbita senz'affettazione, e risplen- dere per proprietà,
forza ed efficacia. E propria della tra- gedia si dirli quella che andrà adorna
di parole, di meta- fore e di modi nobili , vivi e calzanti , schiva di quelli
troppo splendidi e arditi della lirica , non meno che di quelli trop- po umili
e volgari della commedia ; riuscirà quindi forte ed efficace, se lo scrittore
guarderà al giudizioso collocamento delle parole, e al retto uso di quel
linguaggio figuralo cui detta la vera passione; se si studicra di essere
conciso e vibrato senza slento e ricercatezza ; se finalmente saprà astenersi
dalie frequenti e stemperale perifrasi , dalle pa- role inutili e dagli epiteli
oziosi. 27. Aggiungerà in ultimo a lutti gli altri pregi grandis- sima bellezza
l'armonia, la quale esser deve grave e so- stenuta, e non cantabile, come nella
poesia lirica ed epica; ed in vero i Greci ed i Latini adoperavano nel dialogo
sce- nico il verso giambico, ben differente dai metri lirici e dall'eroico; e
gl'Italiani saggiamente elessero per la trage- dia il variabilissimo sciolto
endecasillabo, che al giambico in gran parte assomigliasi, accostandosi molto
l'uno e l'al- tro al discorso familiare. L'armonia tragica adunque, scrì- veva
l'Alfieri (e l'autorità sua io tengo qui per assai) aver dee la nobiltà e
grandiloquenza dell'epica, senz'averne il canto continuato; e avere di tempo in
tempo de' fiori lìrici, ma con giudizio sparsi e sempre disposti con giacitura
di- versa (t). Laonde per dare allo stile della tragedia, anche per il lato
dell'armonia, quella nobil fierezza che gli si ad- dice, gioverà nel verso una
lai quale severità, per certe spezzaiuree svariata trasposizione di accenti; lo
che men- tre scansa la soverchia scorrevolezza e melodia, riuscirà fi] Risp. al
Calsabigi , Ed. et li non poco
profittevole alla recitazione e all'effetto. E il poeta potrà e dovrà
giudicarne, recitando ei primo a se stesso, non come autore, ma sibbene come
attore, i versi della sua tragedia. 5. 6. Poeti Tragiri. 28. Nata e
mirabilmente perfezionatasi nella Grecia la tragedia per opera d' Eschilo,
d'Euripide e massime di Sofocle, che le diedero splendore d'immagini, ardimento
di pensieri, concitamene di affetti, ìmpeto di stile, non la vediamo, nè
possiamo dirne con sicurezza il perchè, così bella di gloria in Roma. Forse
piii favorevole potremmo far- ne il giudizio, se il tempo non c'invidiava le tragedie
di L. Vario c di C. Asinio Pollione, si lodate da Orazio e da Virgilio, non che
quelle di Ovidio, Ci restano solo le tra- gedie che vanno sotto il nome di
Seneca , ed è questione fra i dotti se debbano veramente tutte 0 in parte
attri- buirsi al retore M. Anneo, o a L. Anneo suo figliuolo me- glio nolo qual
filosofo morale, 0 ad altri ancora. Checché ne sia, vi si riscontra spesso lo
scolastico e l'ammanierato, di rado la verità della passione, e il fuoco e
l'ardimento tragico. 29. Risorti gli studj in Italia , e specialmente delle
opere dei Greci , si tentò sull'esempio di questi grandi maestri la tragedia; e
il Trissino compose la Soiìofisba, alla quale tennero dietro la Canace dello
Speroni, l'Oreste e la lìo~ smunda del Rucellai , la Tullia del Martelli , 1'
Edipo del- l'Anguillara , il Torrismondo del Tasso , la Giocasta e il Tieste
del Dolce ec; ma troppo superstiziosi verso i loro modelli , non ne diedero che
una sbiadita immagine , che d' italiano aveva appena la forma esteriore in
miserissimi versi. Già la Francia nel secolo XVII andava altera di Corneille e
di Racine sommi tragici , ammiratori e disce- poli dei Greci, e l'Inghilterra
giganteggiava dì già col suo terribile Shakespeare , quando il nostro buon
Gravina pres- so al secolo XVIII scriveva tragedie di stampa greca che pur
erano una miseria. Cresceva la gloria del teatro fran- cese per Crebillon , e meglio ancora per
Voltaire, e l'Italia appena vantava una tragedia degna di cotal nome nella Merope
del Maffei; e comecché- dappoi l'abate Conti scri- vesse il G. Bruto, il Cesare
e il Dritso , il Lazzarini l'Ulisse, Gian Pietro Zanolti la Didone e il
Corioìano, i! Varano il Giovanni da Giscala e il Demetrio, il Granelli il
Dione, il Sedecia e il Manasse, il Bettinelli il Serse e Luigi Scevola l' Erode
, tuttavia il teatro tragico italiano giaceva in assai basso stato dinanzi a
quello di altre nazioni. Final- mente una mano poderosa e salda lo sollevò
lutto ad un tratto a tal sublime altezza che non più ebbe che invidiare altrui
, ma si da essere invidiato ; e tanto operò a gloria dell'Italia lo stupendo
Vittorio Alfieri , di Aslì, dandole una tragedia , siccome dice egli slesso a
di 5 atti, pieni , quanto o il soggetto dà, del solo soggetto, dialogizzata dai
soli « personaggi attori , e non consullori o spettatori; una Ira- o gedia d'un
solo filo ordita , rapida per quanto si può ser- ci vendo alle passioni , che
tutte più o meno vogliono pur e dilungarsi, semplice per quanto uso d'arte il
comporti; « tetra e feroce , per quanto la natura lo soffre , calda « quant'era
in luì. ...» (I). Nuovi fregi accrebbero dipoi all'italiana Melpomene il Monti
co\V Aristodemo, col C. Gracco e con Galeotto Manfredi , il Pindemonte coW
Arminio , il Duca di Venlignano colla Medea , il Foscolo col Tieste, coWAjace e
colla lìicciarda , il Benedetti col Telenono e col Drusa ed altre lodate
tragedie e il Pellico colla Francesca; il Niccolini poi le aggiunse la piit
nobile gemma splendida di luce immor- tale. Tal'è la bella scuola che dai Greci
, veri e grandi maestri della tragica poesia, derivò ad ornamento e gloria
della Francia e dell'Italia. 30. Gli Alemanni si tolsero a maestro della
tragedia l'immenso Shakespeare , padre del lealro inglese. Questo straordinario
ingegno fe'm ara vigliare la sua nazione che lo salutò àttimo . colla
originalità de'suoi drammi , colla terri- bile energia de'suoi caratteri ,
colla sublime dipintura delle umane passioni, se non che schivo d'ogn'arte,
alla mae- (4) Risposili al Calsabigì, p. il, odili, cit. sta tragica intrecciò volgari bassezze , al
grandioso il fan- tastico, alte orrende atrocità stravaganze ridicole , alla
na- tia semplicità il gonfio e il concettoso; "niun limite di tempo, niuno
di luogo ; principi e volgo i suoi attori ; sola sua re- gola il gran d'effetto
drammatico. Imitatori della tragedia Shakesperiana furono Dryden , Lee , Otwai
, Thomson , Byron ed altri suoi connazionali ; tra gli Alemanni Wer- ner,
Goethe e principalmente Schiller , i quali se ammor- bidirono la grossolana
ruvidezza del maestro, non ne schi- varono le nauseanti atrocità. La tragedia
romantica signoreg- giò anche troppo fastosamente eziandio sulle scene francesi
dove, dirò col Niccoli ni , con pazzi e scellerati argomenti , con stile
ditirambico e convulsioni in tutto , si fece oltrag- gio al buon gusto , e quel
che è peggio , si va abituando il popolo a tutti gli orrori (1). Finalmente
furono anche in Italia i seguaci della nuova tragedia, i quali d'assai la tem-
perarono a viemeglio adattarla al gusto della nazione; ma come pianta esotica
non molto bene perora attecchì nel suolo d'Alfieri (2). aut. il, - Della
Commedia. 31. Come la Tragedia originò dalle feste Dionisio, così vuoisi la
Commedia; perocché essendo nei bacchici inni misto il serio col faceto , quello
formò l'elemento particolare della prima , questo della seconda. Solevasi appo
i Greci concorrere al premio drammatico con una Tetralogia , con- sistente in
tre tragedie o Trilogia , e un dramma satirico, a onore di Bacco. Si vuole che
Sofocle fosse il primo ad esporre una tragedia per volta; laonde se ne
sequestrò il dramma satirico , che dovette dappoi formare un compo- nimento a
parte , unicamente destinalo a sollazzare con sali e con arguzie la rozza plebe
dei villaggi { tuv nu^uv ) , donde gli venne per avventura il nome di Commedia,
quasi canto vìllesco , della quale però si vuole inventore il Sici- (1) Sullo
Trog Greca , Ediz. e loc. oir. |2ì Vedan=i il Corife di Carmagnola e l'Adelchi
d'Alessandro Man- zoni, e il Teatro Tragico di Carlo Mariìiico da Ceva. 312 '
DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI liano Epicarmo che primo v' introdusse attori ,
dialogo ed azione propriamente drammatica (1). 32. Ed invero sembra dare
qualche sostegno a queste congetture degli eruditi , quella che si disse
Commedia an- tica de'Greci , la quale non fu che una Satira in forma drammatica
, ove non sine multa laude (2) si pungeva, a fino di correggerlo, il vizio
pubblico e privato. Come però tra- passasse in brev'ora od ogni invereconda
scurrilità ed in- solenza contro le cose e le persone più venerande , cel mostrano
le Commedie di Aristofane che uon arrossi di esporre alle risa degli Ateniesi
Socrate stesso. A tanta sver- gognata licenza s'interpose l'autorità della
legge; ma Tu invano: si tacque il nome dei cittadini fatti segno ai mot- teggi
, rilraendoli del resto cosi al naturale , che come prima il popolo ne rise.
Tale fu la commedia da alcuni chiamala dimezzo , ma che veramente non fu che il
trapasso dall'an- tica alla nuova. La commedia nuova pertanto , principe della
quale dìcesi l'ateniese Menandro, fu a un dipresso quale l'abbiamo al presente
, gastigatrice dei vizj popolari, rappresentati con vivacità e gajezza ,
condita di sali e di tutte amabili piacevolezze, e soprattutto non disgiunta da
decenza di caratteri e di costumi. 33. Tale dai Greci la ereditarono i Romani
per opera di Plauto e di Terenzio , i quali camminando sulle orme di Epicarmo e
di Menandro divennero modelli il primo di forza e verità comica , il secondo
d'attica urbanità ed eleganza. Al risorgere delle buone arti nel XVI secolo , anche
la com- media rifiorì, esemplando la forma della plautina e della tereiiztaoa
nel rappresentare amorazzi di giovani, astuzie di femmine, gherminelle di servi
, come chiaro riscontrasi nelle commedie del Machiavelli , dell'Ariosto , del
Firenzuola , del Getti, del Varchi, del Cocchi, del Lasca e degli altri co-
mici fiorentini, che vorremmo poter commendare egual- mente per purità di
costume e di facezie, come gli ammi- riamo per grazia, vivacità e squisitezza
di stile e di lin- di Tirab., Sfar, della Lettor, v. I , p. Il , c. II, g. 13.
(2] Ob*t., Ar. Poet. v. 28t. glia , di che sono veri ed egregi maestri. Anche
il padre delia Commedia francese, il celebre Molière ingagliardì !e ali dei suo
nobile ingegno colio studio di Plauto , di Teren- zio e dei comici italiani , e
con franco ed animoso pennello dipinse gli uomini quali vedeasegli attorno , e
fu, com'è sempre, la maraviglia ed il vanto della sua nazione. Nè guari andò
che in egual modo colia potenza dell' ingegno avvalo- rata da simili studj
diede all'Italia la vera commedia l'in- comparabile Goldoni. A lui succedettero
non senza gloria il Gozzi, iì Giraud ed il Nota , ed ora sembra che non senza
lode ne premano le orme il Gherardi del Testa e Paolo Ferrari. 34. Benché
d'indole del tutto diversa sia il teatro comi- co spagnuolo , tuttavia merita
se ne porga un cenno per la sua prodigiosa abbondanza, essendo di oltre duemila
dram- mi arricchito solo dalla inesauribile vena di Calderon e di Lopez de Vega
, per lacere d'altri minori. Dicemmo pensata- mente d'indole tutta diversa,
perocché quei drammi sono mostruósamente irregolari , non dirò soltanto per
difetto d'osservanza delle tre unita , passandosi di Spagna in Italia e quindi
in Affrica , e non di rado comprendendosi in un solo dramma la intera vita di
un uomo, ma si per la strana accozzaglia dell'eroico col buffonesco, del
terribile col ridi- colo , e peggio ancora del religioso col mitologico. Non di
rado però si adornano di sorprendenti situazioni, di carat- teri superbamente
pennelleggiati e di slanci di splendida immaginazione. Vantano originalità ed
effetto drammatico eziandio le commedie dei teatri inglese e tedesco, ornamento
precipuo do' quali sono Dryden e Kolzebue; se non che ai molti pregi comici va
non dì rado congiunta , e principal- mente nel primo, quella invereconda
licenza che reca ol- traggio al pudore ed alla moralità. E a questa scuola si
ascrissero per avventura Victor Hugo ed altri, pei quali non so quanto siasi
avvantaggiato il teatro francese per l'arte e per il costume ; eppure sulle
scene italiane , per nostro danno e vergogna , si sono non dirò tollerate, ma
anche applaudite le opere drammatiche di cotali scrittori , tradotte poi come ,
vel dica Iddio. - Per molli argomenti E
LE .MI". NT A HI or sembra aver l'Italia meglio a cuore il suo decoro , e
abbiam veduto che già non le mancano ingegni che lodate prove tutlora porgono
nella bell'arte di che si ragiona. 35. Dalo un cenno dell'origine e dei
progressi della com- media , spieghiamone la natura e il fine. La Commedia è
una viva rappresentazione della vita domestica nelle sue ordinarie vicende e
sconvenevolezze, non che ne' suoi vizj ed errori , ritraendo per mezzo
d'avvenimenli ideali il ridi- colo delle debolezze , follie e brutture umane ,
affinchè altri se ne guardi , altri se ne corregga , per le beffe che le ac-
compagnano ; laonde chi disse della commedia ridendo casti- gai mores ,
n'espresse a maraviglia il mezzo e il fine. 36. Come nella tragedia, cosi nella
commedia ricercasi il subbietto , la favola , il costume , gli affetti e lo
stile. Delle quali cose trattando , diremo solo quanto alla commedia in
particolare si riferisce, rimettendoci nel resto a quanto fu già avvertito su
ciò parlando della tragedia. g. t- Del Subbietto. 37. Essendo la commedia
un'immagine della vita pri- vata , il subbietto o l'argomento che dir si voglia
, conviene sia tolto di mezzo al viver comune. Non basta ; essendo diretta al
riso ed alla correzion del costume , deve rappre- sentare non solo quelle
sconcezze comuni che sono di lutti i luoghi e di tulle le età , ma ancora
quelle goffaggini e follie che più specialmente appartengono al proprio tempoe
paese; quindi se la tragedia ama soggetti di storia e di lontana età , la
commedia al contrario ama meglio ritrarre in fan- tastici avvenimenti ciò che
in generale vede e ode intorno a sè di strano e di sconvenevole ; laonde sono
materia propria del socco le galanterie ed i capricci del mondo mu- liebre e le
leziosaggini de'suoi adoratori , le smanie e le gelosie degli amanti , le
sordidezze e g'agliouerie degli avari , i tranelli e le astuzie dei servi , le
eleganti frivolezze della gente di moda , le giunterie degl'ipocriti e dei
bugiardi , con altre tali laidezze ed infamie camuffale in guisa da parer DI
RETTORICA ai5 virtù. Frattanto il popolo, che riconosce come in uno spec- chio
l'immagine delle comuni sconcezze, ne ride, e quel riso o corregge chi e tinto
della mala pece , o preserva chi n'è mondo. S- 2. Della Favola. 38. Parte
precipua della commedia è , come della trage- dia , la Favola, che consiste,
come a suo luogo fu detto, nell'orditura e disegno generale onde si prepara ,
s' intreccia e si svolge l'argomento; e perchè l'orditura è pure in atti che
sogliono essere nè più di cinque nè meno di due , e in scene delle quali a
ragione si biasimano le oziose e le vuole, perciò valgono qui le stesse regole
che per la tragedia. 39. Siccome la commedia o si avviluppa per varj e cu-
riosi accidenti intorno ad un segreto raggiro per conseguire un fino qualunque
a traverso a difficolta e contrasti ; o im- prende a tratteggiare un carattere
speciale , come l'avaro , il bugiardo e via discorrendo; cosi nel primo modo
chia- masi d'intrigo , nel secondo di carattere, sebbene, come nota
opportunamente il Dindi, questa distinzione non è cosi assoluta » che i viluppi
e i caratteri possano star se- « parati , perocché ogni buona commedia , se
vuole aver a soggetto e movimento, debbe giovarsi d'ambedue i mezzi, « e solo
le sarà concesso di porre o l'uno o l'altro in prima a vista , e pigliar nome
da quello che più trionfa » (1). 40. Quanto a disegno poi , è qui pure
essenziale che l'azione vi si tratteggi una e verisimile, e in modo che pia-
cevolmente tenga sospeso ed incerto del fine lo spettatore. Saravvi pertanto
unita d'azione, quando gli accidenti si succederanno l'un dopo l'altro , o
s'intrecceranno in guisa che mirino al fine che si è proposto l'autore. « Non
però, a come avverte lo Zanotli (2) , debbono gli accidenti succe- « dersi
l'uno all'altro con tanta fretta , nè così stringersi (t) Cenni pre limino ri
jii/ Teatro vomirò de' Latini, [ii emessi al Comm. a Teren., p. x\ , ed. cil.
12; Art Poel., Ragionano. « Ira loro che
non lascino luogo agli episodj , vale a dire « a certi accidenti che si
frappongono , e non nascono ve- « ramente dalle cose precedenti , ma pur
servono o a « condur l'azione al suo fine , o ad accrescerne il ridicolo ».
Conviene ancora che le parli episodiche nè siano troppe, nè troppo sconnesse
dall'azion principale , .acciocché non nuocano alla unita, e conseguentemente
all'effetto principale, distraendo l'attenzione. Finalmente sia nella commedia
di Carattere, sia in quella d'intreccio, fa di mestieri che la favola conchiuda
o si disgroppi con naturalezza e verisimi- ghanza ; e ancora pare più
consentaneo all'indole della com- media , ritrovata a rallegrare l'animo umano
, che abbia altresì prospero e lieto fine , non mai però contro alle leggi del
retto e dell'onesto, che non consentono al vizio l' im- punità neppur sulla
scena. 41. Riuscirà poi assai gradevole lo scioglimento della commedia, quando
giunga inaspettato, o diverso mollo da quello che parea dovesse essere; o
quando si ottenga per la via dell'agnizione , come si disse trattando della
trage- dia , purché si paja naturale e dalle stesse circostanze facil- menle
condotta ; e lo Zanotlì mollo saviamente osserva, ohe rade volte o non mai
trovasi che l'agnizione si stenda per un lungo tratto della commedia, com'è
nell'Andria , ove l'agnizion di Pasibula non comincia a farsi che nell'ultimo,
e con molla fretta si compie : lo che vedesi in altri sommi comici pure
adoperato. Nè bello è il valersi , come fa il Federici, troppo frequen lem ente
dell'agnizione, perocché, oltre al non dar ciò grande argomento di feconda
inventiva nel poeta, scema facilmente negli spettatori la maraviglia. $ 3. Del
Costumo. 42. Anche della commedia è dote essenzialissima il co- stume; laonde a
quanto sopra esponemmo parlando della tragedia , qui aggiungeremo che a ben
serbarlo nella com- media , giova ricordare esser questa un quadro della vita
domestica , quale più o meno giornalmente ci si svolge sotto degli occhi. E
poiché nel vivere familiare è naturai cosa vedere in reciproche attinenze
nobili e popolani d'ogni condi- zione ed eia , anche la commedia ama di porre
sulla scena d'ogni maniera personaggi , rilraendone al vivo i caratteri, quali
glieli offre ne'varj suoi tipi la umana famiglia , con- tentandosi solo di
caricare alquanto le tinte su quelli cui mira a fare più spiccatamente segno al
ridicolo ed all'altrui ammaestramento , salvo che dove i costumi fossero per
loro stessi tanto ridicoli , che per far ridere non avesser bisogno d'aggiunta.
Dissi alquanto , perchè se dipingendo i caratteri quali comunemente sono,
troppo sbiadili riescono, esage- randoli soverchiamente, coìlo scemare la
verosimiglianza, rompono l'illusione, ed all'effetto comico nuocon del pari.
43. Siccome la tragedia vuol esser grave e severa , la commedia vivace e briosa
, e tali conseguentemente esser ne debbono in generale i caratteri ; perocché
se Ih si ha da piangere, qua si vuol ridere, e come in tragedia il socco, così
in commedia disconviene il coturno. Le sono pertanto personnggi propri il cosi
detto caratterista per le parli del ridicolo; il padre e la madre nobile,
Vamoroso e l'amorosa per il grave e l'affettuoso ; il brillante, ¥ ingenuo, la
servetta ed al tri cotali per il brioso ed il festivo. Se non che, come
giudiziosamente nota il Ranalli , nò il caratterista dee riu- scire buffone ,
nè il brillante affettato , nè il padre nobile gravoso, nè la servetta pettegola
(1). Che se richiedesi per dritta condizione che i caratteri siano convenienti
e verosi- mili , vuoisi non meno che siano coerenti ; e l'avaro , il bu-
giardo, il maldicente, l'ipocrita, il vanaglorioso e che so io, tali in fatti
ed in parole vengano fino da ultimo penne! leggi ati, senza mai smentire sè
slessi. Alla fedcl dipintura dei ca- ratteri mollo gioverà lo studio accurato e
profondo di Plauto, di Terenzio, di Molière .e del Goldoni; infinitamente poi
di più l'assidua e diligente osservazione degli uomini nelle loro passioni ,
tendenze usi e pregiudizi i incominciando dalle sale dei grandi e giù giù fino
alla casupola del pigionale ed alla bettola plebea. (1) Principi! di Beile
LaiL, I S- *. Degli Affetti. 44. L'affetto che più . d'ordinario nella commedia
cam- peggia , ò l'amore , il quale se qui ha da folleggiare colle sue smanie ,
gelosie ed altre leziosaggini , guardisi però che non trascorra a licenza con
danno infinito dell'onesto costume. Si avvicenda ancora colla gioja il dolore ,
colla gajezza l'afflizione fino ad eccitare sensi di pietà , benché sempre
conformemente alla natura gioconda della commedia , e a fine di condurre ira
questi ed altri simili affetti a più vivo rallegramento gli spettatori. Ma
l'affetto cui più dirit- tamente mira a destare in altrui la commedia è senza
fallo il riso. Questo nasce facilmente da una certa festività comica che
risiede o nelle parole o nelle cose , e della quale pos- siamo dare non già
precelti , ma solo alcun cenno , essen- doché n'è maestra sol la natura. E
primieramente condi- scono d'urbana festività la commedia quelle che chiamansi
facezie , e che consistono in certi delti brevi ed arguti mollo acconci a
muovere il l iso , purché improvvisamente cadano opportuni e senza ricercatezza
, chè niente avvi , dice lo Zanotti (loc. cit. ), che più guasti le facezie che
lo studio, ove apparisca. Conviene però ben guardarsi da quelle che offendono
la religione e il buon costume, che coi santi non si scherza , e mal si ride a
scapilo del pudore. Nè molto sì apprezzano quelle facezie che consistono in
parola dette a sproposito, o stranamente alterate, che se una volta o due fan
ridere , a lungo andare , stuccano ; sono poi degne di grandissimo biasimo
quelle che han troppo dello scurrile e del buffonesco , le quali se piacciono
al volgo degli spellaio- ri, alle persone costumale fami' ira. Di tali pecche
non vanno esenti i comici del cinquecento, benché nel rimanente ab- bondino di
giocondità e di lepore per aleutissime facezie, delle quali possono servire
d'esempio , seppur vale l'esempio, ove benigna non arrida natura. Solo
concluderò avvertendo col sopraccitato autore, che la giocondità delle facezie
par che nasca generalmente da un ingegnoso ed improvviso accop- piamento dì due
cose disparale tra loro e disconvenienti. La festività poi che risiede nelle
cose nasce e da inci- denti curiosi, e da cerle burle o beffe che destramente
fannosi ad alcuno della brigata senza grave incomodo o molestia, facendo
Aristotele saviamente consistere il ridicolo in un difetto o in una sconcezza
che non rechi a chi l'ha dolore o distruzione. Comica pertanto, dice lo
Zanotti, è <r cer- « tamenle quella burla che consiste in un inganno
inaspet- « tato , perocché colui che è ingannato si maraviglia di a esserlo , e
quei che il veggono, godono dell'inganno e ma- li raviglia di lui, e talvolta
si maravigliano eglino stessi, « veggendo la burla riuscire a quel fine cui nè
essi pure a aspettavano. E certo la burla tanto sarà più gioconda , a quanto
avrà più del maraviglioso a {1). Di che bellissimi esempj riscontransi
ne'comici latini e nei padri della com- media francese ed italiana , lo studio
dei quali varrà per mille precetti. g. 5. Dello Siile. 16. Procaccerà
finalmente bella fama al suo poeta quella commedia che alla opportuna scelta del
subbietlo , alla re- golare orditura della favola , alla fedele
rappresentazione de'caralleri , ed al vivo colorir degli affetti congiungerà
stile e dizion convenevoli. Lo stile comico pertanto conviene che sia semplice,
naturale, g;>jo e disinvolto, si che paja il parlar domestico ed improvviso;
che soprattutto sia acco- modato all'età , all'indole diversa , alla condizione
e fortuna degl'interlocutori , che questo è tal pregio dal quale in gran parte
il verisimile dipende della commedia. È vano il dire che la forma è a dialogo ,
il quale vuol esser pieno di movi- mento e d'azione, franco e spoulaneo ,
senz'ombra d'affet- tazione e di studio. Richiede tutta la grazia e l'atticismo
della lingua , ammettendo a tempo e luogo e i modi pro- verbiali e gl'idiotismi
e i motti e i sali più eletti che usa la nostra plebe in Toscana; e ne avrai
degli elettissimi in buon dato, massime nella fiorentina e ne'suoi comici
antichi, il (1) Ari. Poe!., (oc. CU. cui
studio li mostrerà meglio che non i precetti , quanta è la proprietà , il brio
e la svariata ricchezza di questa cara fa- vella toscana da ingemmarne la
commedia italiana, a decoro e vantaggio inestimabile del teatro e della lingua
nazionale. 47. Mnllo già si contese intorno al imetro conveniente alla
commedia, altri volendola in verso, altri in prosa. E in vero ella è
componimento che di poetico non mancale che la forma, e questa pur s'ebbe
presso i Greci ed i La- tini per quel loro verso giambico la cui infinita
varietà dava lai' impronta al dettato che scambiavasì colla prosa più
familiare. L'Ariosto e il Occhi s'ingegnarono di dar forma metrica alle loro
commedie, quegli col verso sciolto sdrucciolo, questi col piano ,- accentandolo
ambedue si che quasi paresse prosa. Anche il Goldoni , per altro meno fe- licemente
, scrissene alcune in verso martelliano che per quanta arte v'adoperi il
recitante , riuscirà sempre mono- tono e disaggradevole. Sembra però avere
ornai sciolta la questione a favor della prosa l'uso che tanto sulle umane cose
signoreggia, e non già la ragione di chi tiene la prosa più conforme alla
natura del parlar familiare cui la natura vuole e dee ritrarre, potendoglisi
ripeter col Costa: « Sappia costui che l'arte nostra imita « Il ver, noi copia
a {Art. Post. Sar. III.) g. 0. Della Tragicommedia. 48. A quanto si è detto
della commedia sarà prezzo dell'opera aggiungere alcuni cenni della
Tragicommedia, o dramma semplice. S'incontrano nel corso delle cose umane, o
leggonsi nelle storie avvenimenti degni dell'onoro della scena , ma che per
tragedia son poco , e per commedia troppo; laonde si trovò un componimento che
stesse tra l'una e l'altra , che fu chiamalo Tragicommedia , la quale siccome
partecipa del nome d'ambedue, cosi della natura e de! fioe. Difatto richiede
subbietto nobile ed illustre, ma privato; mira ad eccitare un certo terrore ed
una certa pietà , ma raddolcendo questi movimenti dell'animo con dei traili di
giocondezza e talora anco di riso. La condotta generale del dramma tiene pure
della tragedia e della commedia; i personaggi principali, che il più delle
volte si traggono dalle storie civili, letterarie ed artistiche, donde possono
trarsi bellissimi casi d'uomini celebri a gran diletto ed istruzione altrui ,
vogliono essere pennelleggiati secondo il loro carattere storico, sì che lo
spettatore creda quasi di vivere tra essi e nella loro età. Lo stile conviene
che sia tra 'I nobile e il facile, grave o vivace, secondo la qualità e lo
slato di colui che favella; nella dizione, sia che si usi la forma metrica o
no, richiedesi grazia e nitidezza , e a tempo e luogo forza e amenità. Ciò che
in siffatti componimenti è difficile a raggiungersi , si è l'ag- giustala e
convenevole unione dell'elemento tragico e co- mico , sì che l'uno l'altro
contemperi , abbenchè con asso- luta prevalenza del primo. Guardimi il cielo
dal proporre per esempio certi drammi moderni di trista memoria, dei quali
ripelerò col Ranalli mostruosa è la forma , disonesta la materia, barbaro il
dettato Bastimi solo di notare che esempj di tragicommedia possono riscontrarsi
in Aristofane, ed in Plauto tra gli antichi, e fiè porqè 325 baissimi nel jsuo
Molière e nel Tasso tra i moderni il Goldoni , per ta- -cermi di altri. g. 7-
Della Farsa. 49. Poche cose ora restano a dire della Farsa , infima specie dei
componimenti drammatici. La Farsa che in gran parte assomigliasi alla satira o
satiro dei Greci ed alle Atei- lane dei Lalini, destinala come quei drammi, a
ricreare gli spettatori rattristali e commossi dai fieri casi della tra- gedia,
trasse per avventura il nome dall'essere una breve rappresentazione scenica
tulla quania ordinariamente ói- farcita (8j di sconcezze, di motti, di facezie
e di riboboli 1*1 Ammaest. di Letter., Uh. IV, C. Ili, m. [2| I Francesi hanno
Farcer , far miscuglio d'erbe, donde Farce, miscuglio d'erbe e di carni tritate
; e Farse, commedia buffonesca. da far ridere io ispecial modo la plebe. Essa è
uaa com- mediuola di un atto o a! più di due, distinti parimente in iscene, ove
si rappresenta un curioso o ridicolo accidente,, una burla o un carattere
strano e atto a destar riso. I suoi personaggi sono per lo più di condizione
volgare; il suo dia- logo vuol essere tutto brio, ilarità e naturalezza,
ritraente al vivo i modi popolari con lutto il loro lepore, festività e sale;
ama i lazzi buffoneschi, purché oon scurrili, ed al- tresì i graziosi equivoci
, sempre che non offendano, come pur troppo sciaguratamente spesso avviene, la
modestia ed il pudore. 50. A me pare che la Farsa potrebbe essere più spe-
cialmente destinala a quegli scherzi drammatici, nei quali s'introducono
Stenterello, Arlecchino, Brighella, Rotjantino, ed allre cosi dette maschere ,
parlanti il dialetto loro pro- prio; perocché mentre per tal via si ritraggono
certi sog- getti e costumi proprj d'uno o d'altro paese, ed inoltre in quel linguaggio
che ha un certo tal lepore nano e che è il meglio inteso e gustato dal popolo
minuto, la commedia liberala do quegl' insipidi personaggi, serberebbe lutto il
suo decoro, e assumerebbe sempre più una fisonomia na- zionale. Ma qui non
pretendo di dare un consiglio , e tanto meno un precetto; solo espongo un'idea,
o un desiderio: altri ne giudichi a sua posta. JUi. 111. - Del Melodramma. 54.
II più pomposo e lusinghiero spettacolo della età moderna, e che quasi a
significarne sovra d'ogn'altro la ec- cellenza, viene denominato col titolo
orgoglioso di Opera, è il Melodramma, che in sostanza è una tragedia, una com-
media o un dramma iu musica ; laonde distinguesi in opera seria, burlesca, e
semiseria. 52. Volgeva al suo termine il XVI secolo , e due citta- dini di
Firenze , Ottavio Rio acci ni poeta , e Iacopo Peri mu- sico , diedero origine
al dramma musicale, che dipoi tanto e si svariatamente influir doveva sulla
musica , sulla poesia drammatica e sulla civiltà. Il primo sperimento ne fu
fatto M H ET? OR ICA 323 in privato colla Dafne, e riempì dì maraviglioso
diletto gli spettatori. Poco stante festeggiandosi nel 1600 le nozze tra Enrico
IV di Francia e Maria de*Hedici , si rappresentò la Euridice, secondo dramma
del Rìnuccini , musicalo egual- mente dal Peri , con quella grandiosità che era
propria della splendidissima Casa Medicea In brev'ora non furonvi feste nuziali
nelle corti d'Italia, di Francia e di Spagna , ove non si rappresentasse il
dramma in musica , smaniosamente ga- reggiandovisi in isfoggiaia magnificenza
(1). Dai sontuosi tea- tri principeschi presto discese il dramma in quei
cittadini, e tra lo sfarzo degli scenici apparati e tra il gusto strava- gante
dell'età si corruppe, corrompendo a un tempo colla sua mollezza i popoli. SÌ oppose
al torbido torrente il ve- neto Apostolo Zeno, invitato nel 1748
dall'imperatore Car- lo VI a Vienna col titolo di Poeta Cesareo , dove intese
con grand'animo alla riforma del dramma musicale, non solo dandogli maggiore
regolarità e castigatezza , ma eziandio forbendolo dalle giullerie e
turpitudini ond'era sozzo , e ri- traendolo a dignità con trattare nobili e
degni subbielti di storia , e con dipingere atti di magnanime e civili virtù.
53. Fu questo un gran passo che agevolò quello smisu- rato che dipoi fece il
dramma per Pietro Trapassi romano, meglio noto sotto quel cognome grecizzato di
Metastasio. Questo illustre e benamato allievo del celebre Gravina, e de^o
successore dello Zeno nella Corte viennese sollevò il drarona a quell'altezza
dì cut era capace , adornandolo di tulle le grazie della più leggiadra e soave
poesia, vestendolo di tutta la eleganza delle forme liriche , e. dandogli
affetto, ■varielà , magnificenza e grandezza di civile concello. I som- mi
maestri Pergolese e Cimarosa sposarono alle note musi- cali quei tesori
d'impareggiabile melodia, che di leggieri formarono l'amore e ia delizia
d'ogn'anima temprata all'ar- monia del bello , e che tuttora anche leggendoli
rapiscono d'ineffabile diletto. Chi può rammentare senza un molo dì compiacenza
verso l'amabilissimo poeta la Zenabia , V Attilio Regolo, il Temistocle ,
l'Olimpiade, il Demofoonle , per non (1J Tlbab., Storia delia Letto:, V. VII ,
Lib. IH, g. 10. 324 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI diro degli altri ? chi
ricordando la grazia e la varietà de'suoi recitativi , la greca soavità delle
sue ariette , il dolce tu- multo degli affetti , la nobile grandezza delle
sentenze, quella che il Barelli chiama inarrivabile sua facilità di
verseggiare, non vorrà perdonargli alcuno imperfezioni negl'intrecci, nella
duplicità degli amori , nella dipintura di caratteri troppo ef- feminati e
inveriseli , massime riflettendo al gusto dell'età in cui scriveva ed a certe
esigeuze del melodramma ? Vero è però che tanto squisito magistero non valse a
tórre alla musica, per rendersi alla poesia, quel seggio che a questa era pure
dovuto , e dolevasene talora il valoroso poeta , co- me d'una barbara
usurpazione, e con esso lui ripeteva in- dignato l'illustre Muratori che
laddove la musica una volta era serva e ministra della poesia , ora sia usi
scambiate stra- namente le parli (1 ). E questi valentuomini che direbbero ai
tempi nostri , in cui la vergogna e il danno sonosi a mille colanti
accresciuti? Fattoslà che la poesia drammatica giunta pressoché alia sua perfezione
per l'imtnortal Melastasio, venne meno con esso , mandando quasi non dissi
l'ultimo fioco anelilo per Felice Romani , poeta del melodioso Bellini', dopo
del quale ella è cailula in si miseranda mostruosità e turpitudine da doverne
arrossire fino a'capelli. Del qual vi- tuperio ricade in gran parie la colpa
sulla musica moderna, che vaga di dominare senza rivali colla pompa delle sue
studiale armonie e col ricco apparato de'suoi fragoros^ru- menli , alloga nel
suo frastuono la voce della poesìtr^he fatta ornai serva umilissima dei
musicanti, degl'impresari e dell'oro , bela un'accozzaglia di versi sguaiati ,
alla quale ninno osando di dare il nome di dramma , s'arrischia appena a
chiamarla con quello assai modesto di Libretto. 54 Ove miglior astro risplenda
al teatro melodrammatico d'Italia , si che il maestro di musica ardisca non
ricever leggi dal gusto predominante , riformandolo anzi col proprio assennalo
esempio, e non pretenda farla da dittatore al poeta , ritornando cosi
nell'antico suo onore la poesia , non mancheranno a gloria d'Italia eletti
ingegni che recheran- (!) Della Perf. Poes., I. [II, c. I. nosi a progio di
trattare il Melodramma , nel quale sì glo- riosi allori coglieva il Metastasio
che può certamente dirsene il vero ed unico modello. 55. E poiché il Melodramma
non è che un componimento tragico o comico in versi lirici, richiede al pari
della tra- gedia e della commedia soggetto quale a questa o a quella s'addice,
unità d'azione, verisimiglianza , convenienza ed egualità di caratteri ,
intreccio e catastrofe. Ciò posto , ve- diamo quello che gli è proprio. E
primieramente se ne sco- sta alquanto nell'orditura ed intrecciamento della
favola ; imperocché per non dire che più volentieri preferisce i tre ai cinque
atti , apre la scena con grandioso e brillante spet- tacolo dove tra le armonie
musicali il coro prepara gli animi al subbietlo dell'azione. Conviene che non
tanto avvilup- pato ne sia il nodo , nò difficile a prevedersene lo sciogli-
mento , non potendo lo spettatore troppo inlertenervisì so- pra , rapito com'è
dalle attrattive della musica; e poiché questa è naturalmente nemica della
lentezza , donde le ver- rebbe tedioso languore , è necessario che la favola
melo- drammatica proceda rapida e spedita nel suo corso , senza grande viluppo
d'accidenti che di troppo la rilardino . es- sendo l'essenziale suo pregio la
semplicità e l'affetto. Dipoi attenendomi alle regole che il Bareni dà per
l'orditura del melodramma , come indispensabili , e che possono dirsi di-
scretissime al paragone delle moderne esigenze musicali , aggiungerò dover ogni
scena terminar con un'aria ; che non ne canti due di seguito lo stesso
personaggio , né che due arie dello stesso carattere si seguano immediatamente
-, che brevi ed alternati siano ì recitativi ; brevissimi i soliloqui ; che il
primo ed il secondo atto finiscano con un'aria di maggiore impegno che non le
allre , e che nel secondo e nel terzo si trovino due belle nicchie , una per un
recitativo seguito da un'aria di trambusto , e l'altra per un duetto o un
terzetto pei principali personaggi , ben inteso che tra questi dev'es- ser la
donna (1). Ai quali duetti, terzetti e anche quartetti il poeta deve con molla
destrezza preparare l'azione , tal- li) Fruì. Leu,, Voi. J , p. 82 ec. chè
appnja verisimile che in tulli egualmente divampi il calore degli affetti ,
procacciando, come ben avverte il Ra- nalli (1), che i personaggi prima fra
loro s'accordino nel re- citativo , e poi , come rivolti al cielo in allo di
esclamazione, lascino il loro affetto disfogare. Finalmente vi si richiedono
situazioni inaspettale, grandiose, commoventi e svariale, affinchè possa la
musica largheggiare nella molliplice espres- sione d'ogni maniera d'affetti , e
segnalarsi nei cori oppor- tunnmenle e con bell'arte disposti. 56. L'affetto
che d'ordinario predomina ne! Melodramma serio e semiserio è l'amore , non
grave ed austero qua! meglio alla tragedia s'addice, ma tenero, gentile,
elevato e veemente sempre con esaltamento dell'anima, a seconda dei casi or
Iristi or lieti di questa espansiva passione. La pietà filiale , l'amicizia ,
l'amor della patria e quello santis- simo della religione , non solo al
melodramma benissimo convengono , ma sublimano eziandio la musica e con que-
sta il cuore. Gli affetti poi che sono di loro natura freddi e compressivi,
come l'odio, la ferocia, il terrore ed altri cotali , estinguono sul labbro la
voce , e come fu saggia- mente detto, escono dal dominio del canto (2). Eppure
di tali enormezze van pieni i drammi moderni, ove con isqui- sitezza di senno
si preferisce al delicato ed al pietoso lo strano ed il. terribile! Nel
melodramma burlesco poi, dove pure l'amore tenero si , ma più dimesso suole
aver luogo, l'affetto che primeggia è il ridicolo delle cose più che delle
parole; nel che però deve schivarsi il grottesco ed il goffo oltre a ciò che fu
detto intorno al ridicolo della commedia. 57. Siccome della poesia
melodrammatica sovrano mae- stro è il Metastasio , così egli è modello unico e
solo ezian- dio dello siile che le si conviene , laonde assai più d'ogni
precetto vale l'assiduo studio de' suoi nobilissimi drammi, ove non manchi
anima capace di sentirne le impareggiabili bellezze per poterle imitare,
sfuggendone le macchie che 11] Ammattì,, Lib. IV. C. Ili , $. 133. ì2]
Bozzelli. — V. Discorso in commemorazione del Melasi., dello Scartabelli. pur
talvolta l'adombrano. Conluttociò non sarà vano il no- tare che nel melodramma
si richiede uno stile nobile o faceto secondo la natura di quello , convenendo
al serio concetti or passionati, ora gagliardi, e talvolta anco su- blimi; im
magici ora delicate, ora splendide; e soprattutto lirico slancio di sentimento.
Al burlesco s'addicono pensieri tutti grazia e brio , ed immagini piene di
vivacità e gio- condezza. Il semiserio delle une e delle altre qualità più 0
meno partecipa. L'elocuzione melodrammatica , oltre all'essere adorna di tutte
le più leggiadre eleganze , vuol esser limpida , svariata, scorrevole e
principalmente armo- niosa , siccome quella che deve sposarsi alle musicali me-
lodie , avendo cura di schivare non solo le voci non poe- tiche , ma quelle
ancora che per troppe vocali o consonanti mal possono congiungersi alle note
del canto (1). Altret- tanto facile , naturale ed armoniosa esser ne deve la
ver- sificazione , nella quale pei recitativi eleggesi l'endecasillabo
alternato col settenario con rima libera; per lo ariette ed 1 cori convengon
lutti i metri lirici dal decasillabo al qui- nario, dove il fuoco di Pindaro,
la maestà d'Alceo, la te- nerezza di Saffo , la grazia e venustà d'Anacreonte
possono andar congiunte alla proprietà , forza ed eleganza della lingua in cui
s\ maravigliosamente poetarono l'Alighieri , il Petrarca , l'Ariosto e il
delicatissimo Metastasio. Solo per questa vìa si cesserà , se mal non mi
appongo , la vergogna di che i melodrammi d'oggidì tristamente ricuo- prono
l'Italia e la sua poetica favella , rimanendo assai dif- ficile a spiegarsi
come la musica trar possa ispirazioni da sì barbara e scipita poesìa. 58. Resta
a dire degli Oratotj e delle Cantate. I primi non sono che drammi in due parli
divisi , di soggetto sacro; quindi nell'orditura ai melodrammi serj
s'assomigliano ; se non che amano solenne, non pomposo apparalo, nell'in-
treccio anche maggiore la semplicità , grande il decoro nei (1) L'acuto Barelli
giustamente lodando la piena e precisa espres- sione del Metastasio , osserva
che delle Untila parole della lingua no- stra la mucina sarta non adolla , e
non ne può adottare per suo uso più di sei in settemila. — Fruì. Leu., toc cit.
personaggi, patetico e religioso l'affetto , casto e dignitoso Io stile , la
frase ed il metro. Le Cantate poi sono pure com- ponimenti melodrammatici d'una
o due parti , ad una o a più voci. Quelle a due parti non differiscono dagli
Oratorj che per la maggior brevità e per la natura del soggetto , polendo
essere tanto sacro quanto profano. In quelle di forma più ristretta anche
l'azione vuol esser più semplice e più breve; nell'uno e nell'altro modo però
nchiedesi non solo ordine e sviluppo nell'azione , ma novità e nobiltà di
concetto e di sentimento nella materia , acciocché riesca dilettosa. Finalmente
fa' che nulla vi appaja di negletto, studiando di riunire alla purezza del
disegno l'eleganza del colorilo , la varietà e l'armonia del verso e del metro.
Di tutlo questo avrai nobilissimi esemplari negli Oratorj e nelle Cantate
dell'ammirabile Metastasio. Aut. IV. Della Poesia Pastorale. 59. Nella Sicilia
ebbe, secondo gli eruditi (1) , incomin- ciamento la Poesia Pastorale, ed a
Stesicoro d'Imera se ne attribuisce il vanto , il quale allettato dalla
dolcezza del clima , dall'amenità dei campi e dalla natura degli abitanti che
molto ancora ritenevano della gajezza e semplicità della vita primitiva degli
antichi pastori , ne ritrasse in versi i miti costumi e gì' innocenti piaceri.
Molto tempo appresso un altro Siciliano, Teocrito da Siracusa, ne rin- novò
l'esempio in Alessandria alla magnifica reggia di To- lomeo ; e perchè fu
notato che la poesia pastorale risonò pure in Roma per Virgilio nelle trionfali
aule palatine di Augusto , e nei tempi moderni nelle splendide corti di Na-
poli e di Ferrara per opera del Sannazzaro e del Tasso, fa detto che quasi
infastiditi i poeti del pomposo raffina- mento della città, crearono un nuovo
genere di poesia, che fu quasi un rimpianto della immaginazione che abbellisce
ciò che ha perduto. Per la qual cosa essi volarono colla fan- tasia in grembo
ai campi ed alie selve, e slesi all'ombra (1) Tinse , Slor, della Lettor., T.
I, C. II, & 2. dei faggi , sul fiorito margine di garrulo ruscelletto ,
can- tarono io mezzo ai greggi, alle ninfe ed ai paslori le pure dolcezze
campestri, a fine di richiamar gli uomini all'amore della semplice natura, ove
ritroverebbero quella beala fe- licità che invano tra i superbi portici
vagheggiavano degli aurei palagi. Ma se per un singolare riscontro si udì tra
le pompe principesche l'umile zampogna, non vi tacquero perù le allere trombe e
le cetre ; che anzi il cantore di Galatea era a un tempo ii cantore dei
Tolomei, come quelli di Ti- tiro e d'Aminta cantarono altresì d'Enea e di
Goffredo. Ri- mane perciò assai dubbio, se la poesia pastorale nascesse
-veramente per un escogitato contrapposto al viver molle e raffinato, o non
piuttosto" il Poeia siracusano sentendosi fe- licemente inspiralo a
cantare greggi e pastori, anzi che cavalli e guerrieri, maestrevolmente ne
ritraesse ad esem- pio del suo connazionale, gli usi, gli affetti e il
linguaggio, e perfino il luogo natio, come appunto l'arte richiedeva ; e cosi
riti novellasse questo gajo genere di poesia. Degno imi- tatore di Teocrito fu
dipoi Virgilio, il quale fu pure degli altri maestro; e in quella guisa che
nella pittura il paesag- gio di già trattalo come accessorio dai dipintori,
costituì in seguito per Claudio Lorenese , per Salvator Rosa e per al- tri un
genere vaghissimo e degno di adornare le sale de'prio- cipi, cosi la poesia
pastorale, dì cui rinvengonsi tracce ne- gli esempj ed episodj de' poeti, formò
da sè un genere novello che può convenire allo stesso splendor delle corti. 60.
Accennata in cofal modo l'origine della poesia pa- storale, che Buccolica
altresì vien delta, noteremo che seb- bene sia talvolta descrittiva, più
ordinariamente però ha movimento, azione e dialogo; laonde merita, secondochè
già avvertiva il Gravina fi), d'esser riposta tra le specie della Drammatica. I
componimenti poi che le si riferiscono sono V Idillio o Egloga e il Dramma
Pastorale. (1) Delia flanim, p oe i., Lib. II, g. SS. g. I. Dell' Idillio o Egloga. 61. V Idillio ,
che si chiamò ancora Egloga , dacché Vir- gilio ebbe cosi chiamalo i suoi ,
quasi scelti tra altri com- ponimenti, ha per subbielto particolare la
campestre natura e i tranquilli abitatori della villa. Quindi il poeta
buccolico si trasporta coli' immaginazinne in mezzo a costoro, e ce ne fa
gustare le pacifiche gioje , dipingendocene le ordina- rie faccende, i costumi,
gli affetti , le feste e i riti religiosi, e per lo pi «i introducendo essi
medesimi a parlare e ad operare , come se proprio ce li vedessimo dinanzi agli
oc- chi. Per la qua! cosa richìedesi nell'Idillio scena, caratteri ed azione.
62. E primieramente conviene scegliere il luogo alla scena , il quale
dev'essere conforme alla natura del sub- bietto , cioè lieto ed ameno , o
melanconico e solenne , e quindi siffattamente dipingerlo che il pittore possa
di leg- gieri copiarlo; inoltre giova , a mo' Ao'paesisti , trascegliere e
vagamente pennelleggiare quei tratti che meglio si offro- no alla vista , e
destano maraviglia e diletto; finalmente non basta descrivere in generale
l'aprica collinetta , il prato variopinto, il limpido lago, la selva dalle
annose querci, l'antro dalla sacrata ombra ; fa d'uopo altresì determinare la
scena con qualche distinta particolarità o d'un fiume, o d'un fonte, o d'un
villaggio, o d'una chiesetta, o di quai'allra cosa ben nota, per cui
all'immaginazione paja riconoscere il luogo , e diletlosamente per entro vi
spazii. Alcune scene delle Egloghe virgiliane dovevano dai Manto- vani cosi
bene riconoscersi, comeLìcida s'accorgeva di essere a mezza via dalla citta, dall'apparir
che facevagli il sepol- cro di Bianore [Ecl. 1X1. 63. I personaggi dell'Idillio
poi sogliono essere pastori, pastorelle , bifolchi , castaidi e cotal gente di
villa, dei quali è da imitarsi il carattere nei concelti , nelle immagini , nei
sentimenti e nella semplicità del dire. Se non che devesi con ogn' ingegno
schivare il duplice sconcio di rappre- sentarli o quali per avventura tuttodì
lì vediamo zotici , rozzi , e sgarbati ;
o troppo ingentiliti , sapmi ed elegan- ti , che sotto il primo aspetto escono
fuori della ragion poetica, sotto il secondo fnori del verisimile: quindi spia-
cevoli sempre. Vogliono adunque esser dipinti tra il vero e l'ideale, semplici,
aperti, gai, facili agli amori ed ai piaceri e ad un tempo laboriosi e pii ,
senza gnffaggiuo del pari clic scnz'auVllazioue, quali può l' immaginazione
veri- similmente supporli in quei (empi , cui noi diremmo pa- triarcali ,
quando cotesti uomini vivevano tuli' inlesi alla custodia dei greggi ed alla
cultura d^i campi , ove ira gli ozj e lo delizie della villa traevano semplice
e modesta la vita. Il rivivere col pensiero in quei tempi , di cui in al- cuni
privilegiati angoli della terra non è per avventura perduto ogni vestigio, 6 di
dolce sollievo all'anima che sente levarsi al di sopra dei guasti vapori
citladineschi. 6i. Materia d' Idillio furono per lungo tempo gare di alterno
canto tra due pastori, gelosie per amata pastorella, lamenta nze o vanti
d'amore variamente corrisposti, o gioje di feste campestri. Quando i versi
cantali a vicenda come all'improvviso, non siano, siccome dice il Mamiani {i],
i più belli che mai scrivesse appensatamente nessun poeta , ma umili e semplici
di concello e di forma , nò troppo squisi- tamente ingegnosi , una tal gara non
esce del verisimile tra pastorelli toscani , i cui rispetti o canti campagnuoli
ne sono una prova. L'amore poi quale ne' loro petti l'accende natura, vivo,
schietto e sincero, formò e formerà mai sempre subbietto d'egloga, essendo
forse questa l'unica cura che più li slimola c punge in mezzo a' loro ozj nel-
l'amena solitudine dei campi. Essendo pertanto l'amore , come ben osserva il
Ranalli, la sola e gradita loro occupa- zione, non altrimenti lo intendono che
conforme alla natura primitiva e campestre ; quindi senza malizia e quasi senza
vergogna compiacciono naturalmente a loro stessi (2|. Gessner però ha saputo
con lodevolissimo esempio allargare la materia all' idillio, e dirigerlo a fine
sommamente morale, H) Poesie , ec. - L'aiilore Di lettore . p. su , Erlfz. Le
Moti. 1857. 121 Ammaestramenti, ec. Liti. IV, c. Ili , UO. rappresentandovi con immagini tutta grazia e
candore i più santi e cari affetti domestici, come l'amicizia, l'amor conjugale
e paterno, la tenerezza filiale , la pietà religiosa e va discorrendo ,
cosicché la vita pastorale dello svizzero poeta ti rapisce e t'incanta , e ciò
che più vale , ti rende migliore. 65. Sebbene possa l'Egloga talora elevarsi al
grandioso, come vediamo nella IV di Virgilio, tanto che il poeta in- vita le
muse siciliane a canto più nobile , acciocché silvae sint consuìe dìg-nae,
tuttavia per la sua natura umile e tempe- rata tale richiede lo stile per
naturalezza , verità e grazia vuoi ne'pensieri, vuoi nelle immagini e negli
anelli, nel che Virgilio spesso non la cede a Teocrito. Lungi per tanto dallo
stile buc- colico ogni ricercata squisitezza ed ogni raffinato sottilizzare, e
di sotlo al sajo del pastore non trasparisca troppo l'elegante poeta ,
scambiando la zampogna nella cetra. Comecché nei personaggi dell'egloga si
voglia certamente e buon senso e bel garbo, tuttavia ciò non piace senza una
cara ingenui- tà, che non si apprende dai retori, ma sì dalla natura, la cui a
poesia, dirò col Mamiani , vera e semplice vi gira k per casa , scherza e
passeggia ne'vostri orlicelli , accom- n pagnasi agli ordinarj sollazzi ,
ìnlromeltesì nelle brigate « d'amici , sorride dai nostri colli e dal nostro
cielo con n tale avvenenza che è sempre nuova e sempre inesausta a a chi bene
la studia e la intende » (1). E qui è vano il dire che la elocuzione della
poesia pastorale vuol essere altresì nitida , facile e gioconda , come l'olezzo
cbe spira sull'ali de'venticelli dai boschetti e dai prati ; quale infine ce la
descrive il Costa ove dice: « Esce dal casolar la villanella « Il d\ festivo ,
acconcia il crine e monda a Come colei , che desiala e cara o Esser vuole al
garzon che l'innamora ». ( Art. Poet., Ser. fi . (1) Poe»., e loc. dt. di
rettorica 333 66. Finalmente la forma poetica dell'Idillio, oltre ad essere
semplicissima e breve nella tessitura, potendo essere un dialogo o un
soliloquio di campagnuolì , e talora non senza una parte descrittiva detta dal
poeta medesimo, può essere a versi rimali o sciolti , e questi o tutti
endecasil- labi , o alternati con settenarj , con in fine un'arietta a mo'di cantala
; e dove introduconsi pastori a gara di canto non disconverrà in questa la
terza rima ; nè meno piacevole può riuscire eziandio la forma dell'antica
ballala , come ha adoperalo il Mamiani a imitazione di quella graziosis- sima
che abbiamo di genere pastorale presso Franco Sac- chetti (f). Il verso poi
vuol esser facile , naturale e gajo, e d'armonia in generale alquanto dimessa:
a tempo e luogo poi imitativa e conveniente al subietto. 07. A Teocrito,
principe de'Buccolici , succedettero Mo- sco pur da Siracusa e Rione da Smirne
, delicati ed inge- gnosi , se non semplici quanto il primo. Di questi Greci fu
imitatore, ed unico Ira'Latini , Virgilio il cui ornato poetico non sempre
giova alla semplicità pastorale. Tra gl'Italiani aveane fatta una mollo bella
prova Io stesso Sacchetti in quel vaghissimo componimento da lui chiamato la
Caccia, e che al Perticar! sembrò un Ditirambo , dove descrivesi n una a
schiera di fanciulle che colgon fiori ed erbe in un pralo: a poi viene la
tempesta, ed elle fuggono sotto la pioggia, a la qnal pittura è cosi viva , che
vede il simile chi vede il a vero » (2). Dalle sue stesse parole sembrami però
che ap- parisca meglio poesia buccolica che ditirambica, e come gra- ziosa
gemma di quella l'adduco in esempio : Io Caccia o le Ricoglilrici di fiori. *
Il Poeta, t Passando con pensier per un boschetto , a Donne per quello givan
fior cogliendo a. Con diletto , co'quel , co'quel dicendo (3). [1) a Vaghe
monlan'ne e pasl orette , « Donde venite si leggiadre e belle 7 ». Boi/. I. {%)
Apologia di Dante. (3j Co', apocope di coffii , come te' di tieni. 1. ' Fanciulla. « Eccol , eccol : 2. ' Fano.
a Che è ? 1. " Fano. « È fior d'aliso. 2. " Fano. « Va la per le
viole : « Più colà per le rose. Cole, cóle 1. " Fanc. a Vaghe! amorose!
oime che '1 prua mi punge! « Quell'altra me'v'aggiunge. 2. ' Fanc. « Ve', ve'
che è quel che salta? 4.' Fanc. « Un grillo, un grillo. 2." Fanc. « Venite
qua , correte : a Raponzoli cogliete. 1. ' Fanc. « Eh ! non son essi ! 2. '
Fanc. « SI son. - Colei , o colei ! . <t Vieti qua, vien qua per funghi: un
micolino ir Più cola , più colà per sermollìno. 1. ' Fanc. a Noi siarem troppo,
che 'I tempo si turba: « Ve', che balena e tuona , « E m'indovino che vespero
suona. 2. * Fanc. « Paurosa ! non è egli ancor nona: a E vedi et odi l'usignuol
che canta « Più bel ve', più bel ve'.... 1. ' Fanc. n I'senio, e non so che. 2.
* Fané. ' ' « 0 dove è ? dove è ? I." Fanc. « In quel cespuglio. ti Poeta.
a Ognun qui picchia , « Tócca e ritocca : a E mentre il bussar cresce 0 Una
gran serpe n'esce. 1 Oimè trista ! oimè lassa ! oimè ! oimè ! « Gridati
fuggendo di paura piene: « Ed ecco che una folta pioggia viene, a Timidetta già
l'ima all'altra urtando, « E stridendo s'avanza : « Via fuggendo e gridando, a
Qual sdrucciola, qual cade, a A caso l'una appone Io ginocchio (4) Cole,
sìncope di coglile. di nETroHiCA 335 « La 'u reggea lo frettoloso piede : « E
la mano e la vesla , a Questa di fango lorda ne divene , <ì Quella è di più
calpesta. « Ciò che han collo ir si lassa, o Nè piti si sprezza e pel bosco si
spande. « De'fìori a terra vanno le ghirlande , « Nè si sdimelte per tinquanco
il corso. « In colai fuga e ripetute roto « Tiensì beala chi più correr potè. «
S\ fiso sleilì 'I dì ch'io le mirai, a Ch'i'non m'avvidi, e tulio mi bagnai ».
68. Dipoi nel secolo XV sì tentò l'egloga virgiliana da Bernardo Pulci, da
Iacopo Buoniusegni e da pochi altri, ed appresso si ebbero fama di poeti
buccolici particolarmente il Rota , il Baldi , il Menzini ed altri , che lutti
più o meno risenlono d'affettazione , siccome quelli che più Marone che la
natura studiarono. Primeggia però sovra d'ogn'altro Ia- copo Sannazzaro , il
quale nella sua celebre Arcadia , me- scolanza di verso e di prosa , fìngesi
tra gli Arcadi Pastori, dei quali descrivendo i costumi , le occupazioni , gli
amori, i giuochi , le feste e i sacrifizi , coglie facilmente occasione di
canto, o solo o alterno. Quantunque si riscontri si nella prosa che nel verso
alcun che di studialo e di troppo forbi- to, e i terzetti a rima sdrucciola, ed
altre difficoltà metri- che sappiano d'affettazione , tuttavia le leggiadre
immagini de'suoi prati c de'suoi boschetti , gl'ingenui caratteri de'suoi
pastori, la naturalezza de'pensieri e degli affetti, espressi in una lingua
tutta venustà e candore, rendono la sua Ar- cadia un assai pregevole esempio di
poesia pastorale. Com- pose ancora Egloghe Pescatorie in latino , sostiluendo
ai campi il mare , ed ai pastori i marinari ; ma essendo questa forse materia
non abbaslanza atta alla poesia, non v'ebbe molli nè valenti seguaci. Di
Gessner assai fu detto di sopra , perchè si tenga per egregio maestro
dell'Idillio, alia cui bella scuola molto appresero per ultimo tra nói e il
Scstini e il Mamiani. É se l'Italia gusla ed ammira le care bellezze 336 DELLE
ISTITUZIONI ELEMENTARI del poeta svizzero, n'è debitrice alla stupenda versione
che ne diede l'illustre Andrea Maffei. §. Si Del Dramma Pastorale. 69. Poco è
da dire intorno al Dramma Pastorale , imper- ciocché siccome dramma ne segue le
regole nell'orditura , nella favola e nei caratteri; siccome pasturale richiede
la stessa semplicità e naturalezza che l'Idillio, dei quale non è che una forma
più ampliala e distesa. La Poesia italiana va debitrice di questo gìojello,
ignoto a'Greci ed ai Latini, al gentilissimo Tasso, il quale col suo Aminta
abbellì la poe- sia pastorale di tutta quella grazia , venustà e candore di cui
era capace la nostra soavissima favella. E comecché ta- lora ne adombri lo
splendore poetico qualche inverisimi- glianza , qualche raro giuoco di parole
(4) , o qualche con- cetto più ingegnoso che bello , nei che fan presagire vi-
cino il secolo XVII , pure vi senti una soavità d'afletio , una cara ingenuità
di costumi che dolcemente ti attrae in mezzo ai casi or tristi or lieti ilegl'innamorali
pastori. Al grido che levò di sè meritamente V A minta , presero ad emularlo
altri poeti, tra'quali Giovan Battista Guarnii da Ferrara col suo Pastor Fido,
ed Antonio Ongaro col suo Alceo; ma questi non fu del Tasso che timido
copiatore , quegli alterò le semplici forme del Dramma buccolico, trasportando,
come dice il Gravina (2), nelle capanne anche le corti, e facendo de'suoi
paslori altrettanti politici , e delle sue ninfe altrettante spu- tasentenze ,
non lasciando loro di pastorale che la pelliccia e il dardo, per nulla dire
della prolissità della favola e dello stile concettoso ed epigrammatico. 70.
Come dall'Idillio nacque un genere di poesia rozzo e contadinesco, qual'è la
Nencia da Barberino di Lorenzo de' Medici, e por non dire di altri, il celebre
Lamento di Cecco da Varlungo del Baldovini, dove ambedue in lingua Hi Tale Bl è
questo di Silvia ripreso dal Cesia nel suo Seim. II: " S ei moria per la
mia morta • Dee per la vila mia restare in vita». (2, Della Ragion PoeC, Lib.
II, c, XXII. di rettokica 337 rusticale del contado fiorentino, graziosamente
dipinsero il costume della gente villereccia in amore ; cos\ dal dramma
pastorale derivo la commedia rustica, della quale mi con- tenterò di citare ad
esempio la Fiera e la Tancia di Miche- langiolo Buonarroti il giovine, morto
nel 1646 , dove con tanta fedeltà e leggiadria ritrasse la vita dei contadini
tosca- ni colle loro arguzie e riboboli , che il Bianchini diceva aver egli
nobilitalo la contadinesca poesia, mostrando come la lingua rustica del contado
di Firenze fosse capace di vestirsi di tutte le bellezze di Plauto e di
Terenzio. Capitolo IV. - Della Poesia Didascalica. i. Canone generale della
poesia è di dilettare istruendo; se non che o celebri la religione, l'eroismo o
le civili vir- tù come nella lirica, o narri fatti gloriosi come nell'epica, o
rappresenti tristi o lieti avvenimenti come nella dram- matica, occulta più o
meno io scopo morale tra le attrat- tive delle sue forme. Evvi però un tal
genere di poesia che apertamente professa d'istruire dilettando , onde si ebbe
nome di Didascalica o insegnativa ; e i principali suoi com- ponimenti sono il
Poema di scienza o d'arte, la Satira, il Sermone, l'Epistola, la Novella e la
Favola. 2. È fama che pur dalla Sicilia originasse la Poesia di- dascalica,
dandosene per primo autore Empedocle d'Agri- gento, al quale se rimari dubbio
fra i dotti se debbasì at- tribuire il poemetto astronomico sulla Sfera, è
certo che scrìsse quello sulla Natura, ove in tre libri dichiarava la
formazione dell'universo, e l'altro delle Purgazioni, dove sponeva precetti
morali; i cui versi, de' quali non restano che pochi frammenti, cantavansi in
Olimpia con immenso plauso di tutta quanta la Grecia. Il poema didascalico
fiorì per tempo anche tra'Greci per l'antichissimo Esiodo d'Ascra , il quale in
versi di rara dolcezza cantò dei lana- re' e de'Giorni, opera agli agricoltori
profittevole. Ancora Arato ebbe fama per due poemi astronomici , l'uno intito-
lato / Prognostici, l'altro / Fenomeni, che meritò d'esser volto in esametri
latini da Cicerone. 3. In Roma coltivò por il primo questa sorta di poema Ennio
che nella sua Phagetica cantò di cibi ; ma quegli che ne raccolse fronda d'
immortale alloro fu T. Lucrezio Caro, il quale ad esempio d' Empedocle, dettò
il Poema De. natura rerum, insegnandovi il tristo sistema d'Epicuro che si malo
sentiva dell'anima e degli Dei. Benché si appunti di una certa tinta che tiene
dell'arcaismo (2), tuttavia a pochi o a niuno la cede per forza e proprietà di
colorito, per ele- ganza e verità di espressione: peccato, che in tanto tesoro
di poesia s'acchiuda la fantasima d'una laida e scarna filo- sofia! Se non che
Virgilio andò innanzi a tutti, ed alio stesso Esiodo, che gliene porse l' idea,
col suo impareggiabil poema della Gcorgica ove lavorò ben sett'anni,
trattandovi della cultura delle biade, della piantagione degli alberi, della
cura della greggia e della educazione delle api. Qui tu hai copia e varietà di
dottrina, leggiadria d' immagini, squisitezza di descrizioni e di episodj,
maravigliosa eleganza di splen- didissima poesia, sparsa da per tutto di fiorì
che, come egre- giamente dice P illustre Arcangeli, « tanto sono più vaghi e «
dì odorosa freschezza quanto che non sembrano ivi per « effetto d'arte
ammassati, ma spuntano come spontanei dal « fondo islesso dell'argomento » (3).
Modello perfettissimo di poesia insegnativa , dove il poeta non che gli altri
vinse sè stesso, nè da chicchessia fu vinto dappoi. Anche Orazio trattò da pari
suo la didascalica nella sua Arie Poetica, o Epistola ai Pisoui: e checché ne
potisi l'arcigno Scaligero [4) Tibab., Storia delta Letler., Voi. I, Par. I[ ,
g XI. Memorie sulla vita d'Empedocle di Don. Soni, Palermo 4343. (2) Fic»EB,
Quadro delta Letler. latina, Par. UT , g. 9. (3) Virgilio e le sue opere.
Discorsa premesso al Commento ec. chiamandola Arte senz'arte, queslo è cerio
che ben venti secoli Don bastarono, a renderne vieti i precetti con tanto senno
ed ottimo gusto e con si bel garbo ivi dettati; e credo che ben s'apponga il
Bindi, dicendola cosa stupenda, e soggiungendo esser peccato da non perdonare
il non sa- perla a memoria (1). Tra i poeti didascalici latini noverasi anche
Ovidio che nelle sue Metamorfosi espose il sistema della pagana teologia, e nei
Fasti dottamente descrisse la liturgia della religione romana, con quella
spontaneità di forma, se non sempre elegante, pur facile, varia ed ab-
bondante, colla quale nei versi dell'uno e dell'altro poema caramente ti
sorprende e rapisce. Tiene un assai orrevol luogo tra i didascalici latini
ancora Columella da Cadice col suo Poemetto sull'arte de 'Giardini, che servir
dovea di complemento alla Georgica (2). 4. Passando ora ai poemi didascalici
d'autori italiani, preterirò l'Arte Poetica, la Scaccheide e il Baco da seta
del Vida, e la Sifilide del Fracastoro, perchè dettati in verso forbitissimo
latino, e solo ricorderò, siccome il piii antico, il Dittamondo di Fazio degli
liberti, ove dice il Villani che imitando Dante, descrisse in modo assai grato
e piacevole il sito e l' investigazione del mondo. Ma quegli che vera- mente
diede all' Italia il primo regolar poema di tal genere fu l'Alamanni colla sua
Coltivazione si celebrata per giu- stezza ed opportunità di precetti non meno
che per grazia e venusta di forme, per vivezza di descrizioni, per fluidità e
svariata armonia di verso. Tiensi per leggiadrissimo il poemetto del Rucellai
Sulle Api; v'ha chi prepone, e non senza fondamento, alla stessa Coltivazione
dell'Alamanni la Rìseide dello Spolverini; lodasi per sapere e per artificio
poetico la Nautica del Baldi, e Y franto a Lesbia del Masche- roni; e tutti
qual più qual meno ormeggiano Virgilio, ben- ché, come dice il Ranalli, niuno
di essi aggiunga alla ma- gnificenza del gran Mantovano (3). Più che altri però
gli si li) Avvertimento premesso al Comm. dell'Art. Poel. |2) Fic»eh. Op. Cit.,
P. IV, g 47. (3) AmmamramoMi ec. accosta io perfezione e in magistero di stile,
di lingua e di verso colla sua Pastorizia e cogli altri suoi poemetti Ce- sare
Arici, del quale il Giordani meritamente non rifìnadi ammirare la squisita
dottrina, l'ordine e l'armonia delle parli, la felicità dei trapassi, la
peregrina verità delle de- scrizioni, la gentilezza delle immagini, la
ricchezza poeti- ca della frase e il raro artificio del verseggiare; cose tutte
che, tranne alcune piccolissime mende, rendono soprattut- to la Pastorizia e le
Fonti opere classiche, e presso a toc- care la cima della perfezione, e che
chiariscono l'autore per grande e singolare poeta (<). 5. Venendo ora a
trattare del poema didascalico, dirò che esso distinguevi in scientifico,
filosofico o artistico, se- condo che vi si svolgono sistemi di scienze
naturali o di filosofia, come il Poema di Lucrezio e riposta della Saluzzc—
Roero; o vi si danno precetti di qunlsi voglia arto, quali sooo i sopraccennali.
Qualunque pertanto ne sia la natura, è prezzo dell'opera che innanzi trailo
biavi ordine, dispo- nendo le varie parli della materia non già col rigore
logico d'uD trattalo, ma per un filo segreto che mentre insieme le congmnge,
non apparisca, come Virgilio e, ad esempio suo, l'Arici con bell'ani ficio
adoperarono. Elettosi il subbielto , che conviene sia utile ed opportuno,
perchè non paja di far per fare, come sarei tentalo a dire facesse il Vida
colla Scaccheide, è bello non semplicemente enunciarlo come si fa nel poema
epico, ma mostrarlo sul bel principio tutto qual è già nella menle, siccome è
da vedersi in sulle pri- me mosse della Georgica; lo che serve a maraviglia
come di specchio a rilevarvi tutta l'orditura dell'opera, fn quella guisa che
l' Epopea vuoi essere informata d'azione una e grande, il poema didascalico
richiede un concetto uno ed utile, come in tutta quanta la Georgica quello vi
trasparisce di rimettere in onore l'aratro abbandonato e spregiato con tanto
danno della nazione (8). Lo svolgimento poi della mate- ria conviene sia
ordinalo e debitamente spartito, e non sal- ii] Disc, sulla Fast. dell'Arici,
Voi. U. (2) V. AmIWìili , Disc. tare, come suol dirsi, di palo in frasca, di
che si accusa nella sua Poetica Orazio, forse non dirittamente, scrivendo egli
un'epistola c non un poema; e poiché l'autore didasca- lico dichiara
apertamente di volerla fare da maestro, lo stringe obbligo di sporre di sua
scienza o arte il fiore piii eletto de' precetti che lungo studio e sperionza seppero
per quelle rinvenire; di che oppuntoqunnto lodansi l'Alamanni e l'Arici,
altrettanto si fa carico al Rucellai , non sempre dettatore del meglio
dell'arte. Deve inoltre schivare per quanto può, d'av- vilupparsi in
controversie, perocché non essendogli consen- tito come allo scienziato, il
discutere senza offesa della ra- gion poetica e fastidio del lettore, gli è di
mestieri attenersi al sicuro e al meglio chiarito intorno al suo tema.
Finalmente memore dell'antico dettato: quìdquid praecipies , esto brevìs , dica
dol suo argomento solo e quanto e proprio richiesto a bene e compiutamente
svolgerlo, esporlo ed illustrarlo; che qui specialmente ogni soperchio nuoce,
rendendo se non fa- stidito il lettore, certo men docile e men fedele nel
ritenere ì precetti contro il principal fine del libro , che presto come cosa
vana rimane dimenticalo cibo alle tarme. Ed in vero Lucrezio racchiuse in soli
sei libri l'amplissimo campo della natura delle cose; in quattro Virgilio e in
sei l'Alamanni tutta l'arte dell'agricoltore , e in sei pure l'Arici la sua
Pasto- rizia, e cosi gli altri a proporzion del subbielto. 6. E poiché a
rendere piacevole e popolare la scienza , la poesia ne soccorse appunto
dell'arte sua , perché colla lusinga del diletto temperandone l'asperità e
l'aridezza , anche i più ritrosi le facesser buon viso , il poeta faccia di
potere al suo lettore ripetere con LUCREZIO (vedasi): Volui libi suaviloquenti
« Carmine Pierio rationem exponere nostrum , « Et quasi museo, dulci contingere
mede » [ Lib. [;. E primieramente a fare che dilettoso ed utile l'ammaestra-
mento riesca , è d'uopo ritrarlo dalle nebbie delle astratlezze, e quasi porlo
solt'occhio mercè d'immagini chiare, vive e sensibili; le scabrezze del cammino
rammorbidire con sopra spargervi i fiori dell'arte; la vilezza delle cose na-
scondere o col nobilitarne le origini, o col rivestirle di splen- dide forme ,
come ne hai spesso l'esempio in Virgilio ; la secchezza dei precetti rianimare
colla vivacità di pittoresche descrizioni , ed abbellire colla varietà e
squisitezza d'oppor- tuna erudizione ; finalmente lutto lumeggiare con
chiarezza e con grazia , congiungere con sotti! magistero la sobrietà e
l'abbondanza, e nella distribuzione dell'opera acconcia- mente spartire ed
intrecciare la parte inseguativa alla esor- nativa. 7. E in verità non essendo
dato al poeta didascalico di lasciar libero ii volo alla fantasia , nè finger
come l'epico , amori , audaci imprese e cortesie , a fine di cessare la fasti-
diosaggine e la sazietà dei precetti , e dì ravvivar l'atten- zione del lettore
colle attrattive della novità e del diletto, ei suole assai giudiziosamente
rifiorire l'ispida natura del suo tema coli' abbellimento delle, digressioni o
episodj. Se non che fa di mestieri che questi talmente colla materia si con-
nettano , che sembrino veramente come nati da essa, quali fioretti dal suolo, e
non tirativi, come dice il Giordani, dalla voglia dell'autore, che ciò toglie
lor grazia; al che non sempre avvertì con suo biasimo il Rucellai , nè del tutto
esente n'andò forse l'Alamanni , anzi neppur lo stesso Virgilio per quel suo,
del resto bellissimo, episodio sulla morte di Cesare ( Geor.). E poiché , come
si è detto, è sovrammodo necessaria al poema didascalico la digres- sione,
perchè riesca veramente ad ornamento e non a vano ripieno, fa d'uopo spianarsi
per quella con tal'arte la via , che paja proprio naturale e spontaneo il
trapasso , come coll'esempio c'insegna Lucrezio, particolarmente nel pietoso
sacrifizio d'Ifigenia e nella descrizione della peste d'Alene. An'oge a queste
le belle e felici digressioni di Virgilio per celebrare le Iodi d'Italia e la
felicità della vita campestre, e per descrivere la corsa de' cavalli e
l'industria favolosa del buon Arisleo. Anche all'Arici giustamente si dà lode
Dper naturalezza di trapassi , e specialmente per quello bel- lissimo del «
Cereal pomo che sotterra ha loco » (1) , e per l'altro, ove paragona il cielo
d'Italia all'orrido set- tenlrioue (ivi). Da così fatti maestri è da
apprendersi adunque la difEcil'artc delle digressioni, che sono , per dirla
colle pa- role del citalo scrittore a parte in lutti i poemi , e più spe- «
cialmente negl'insegnativi, molto notabile; laonde tanto « questi sogliono
essere graditi , quanto abbiano di leggia- <( clria e di valore ne'trapassi.
Ciò ponga in sull'avviso chi vuol meritar lode nel didascalico poema. 8.
Essendoché in tal sorla poemi ora umili, ora gravi materie si trattano , è
chiaro che tale altresì loro si con- viene Io stile , conlemperato però tra il
nobile e il facile per serbare il decoro e conseguir la chiarezza. Richiedesi
poi vivacità e freschezza di colorilo , vario al variar delle materie ; inoltre
precisione , splendidezza e verità nelle de- scrizioni , che di quelli sono
parte principalissima ; ricca suppellettile di linguaggio poetico, per dare
bella e sensi- bile forma a quanto vi ha dì scabro o d'astrailo nella scien-
za, ed ingentilire quanto s'incontra di volgare e d'abbietto nella ragione
dell'arte. Imperciocché se l'eccellenza del poeta non già consiste nello
schivare i concetti comuni, ma sib- bene, come dice il Flaminio, nel saperli
dir con forme e maniere non comuni (3) , nella poesia didascalica , più che
altrove questa difficil'arte abbisogna , come n'è continuo modello nella
Georgìca Virgilio, dal quale tra i mille esempj scelgo il seguente dell'innesto
, dal Lib. II della Georgica : « Inseritur vero ex foelu nucis arbulus horrida,
« Et steriles platani malos gessere valentes, « Castaneae fagus , ornusque
incanuit albo (1) La Palata, Lib. II. (2) Giono Ani, Op. ci!. Ari. II. (3)
Race, di Lett. cif., p. 197. i Flore
pyri : glandemque sues fregere sub ulmis. « Nec modus inserere atque oculos
imponere simplex, a Nam qua se medio Irudunt de corticc gemmae, a Et teuues
rumpunt lunicas , angustus in ipso « Fit nodo sinus; huc aliena ex arbore
germen a. Includunt , udoque doccnt inolescere libro, e Aut rursum enodes
trunci reseeanlur, et alte « Finditur in solidum cuneis via : deinde feraces «
Plantao immittuntur. Nec longum lem pus, et ingens « Exiit ad coelum ramis lelicibus arbos , «
Miralurque novas frondes , et non sua poma ». Finalmente alla proprietà , nitidezza ed eleganza
della frase vuoisi congiunta una facile e bella versificazione, che libera da
rima scorni con isvariata armonia , a fine d'accrescere nel poema soavità e
diletto. Aut. 11. - Della Satira. 9. La Satira ò un componimento poetico che
mordendo ora con piglio acerbo , ora con burlevole sogghigno i vizj e i diretti
degli uomini mira a correggerueli e a migliorarne i costumi ; quindi è di
natura or grave , ora comica , e come maestra del retto vivere appartiene al
genere dida- scalico. È vero che a levare efficacemente alta la voce contro del
vizio , v' ha d'uopo d'una coscienza difesa dall'usbergo dei sentirsi pura;
tuttavia essendo nella vita comune tali vituperj e magagne che scivolano di
mano alla legge, la satira saettando della sua sferza le umane brut- ture , o
ricoprendole d'un acre ridicolo, serve alla legge di supplemento, o se non
altro, è un'aperta protesta contro la tristizia de' tempi. ■ 3^1. Origine e
progressi della Satira. 10. La Satira, cosi denominata o dai Soffri dicaci per la sua mordacità , o quasi poesis satura
, ìdest quae res M] On., Ari. Poti., v. 22S. multas ac varìas continet, onde
anche Cicerone la chiamò poema varium et elegans, differì fino dal suo bel
principio dal dramma satirico dei Greci e dalle Alellane dei Remimi, essendo
queste opere destinale alla teatrale rappresenta- zione, quella solo alla
lettura, e di forma per lo più descrit- tiva; anzi i Greci la ignoravano
affatto , e Orazio la chiama graecis intaclum genus; e Quintiliano afferma:
Satyra qui* detn tota nostra est (1). Ennio trovatala uno zibaldone di motti e
di villane scurrilità in rozzi versi e d'ogni melro, le si pose attorno e
alquanto la raffazzonò ; ma quegli che le diede convenevole ordine e forma fu
Lucilio , che se- guendo Cratino , Aristofane e gli altri poeti dell'antica
com- media , nel frustare comecché fosse il vizio , meritò che Orazio
l'appellasse inventor della Satira. Ne scrisse ben trenta libri, ma ci
rimangono appena de'frammenti. Sap- piamo che per il primo vi adoperò
l'esametro , nel quale parve al nostro Fiacco un po'duro; quanto poi alla
sostanza e' diceva , che sebbene flueret lululentus , tuttavia eral quod
tollere vclles ; lo che torna a molta lode di Lucilio [Sai. IV, lìb. I).
Sovrano perfezionatore e maestro di siffatta poesia fu però indubitatamente
Orazio, onde lo stesso Alighieri 10 chiamò Satiro [Inf., C. IV}, ed a lui
succedettero Aulo Persio Fiacco da Volterra , e D. Giunio Giovenale d'Aquino.
H, E dappoiché, come fu già bene osservato, non avvi poesia che meglio della
Satira ritragga i tempi , in quella dei tre satirici Ialini scorgesi ritratta
al vivo l'immagine dell'età loro variamente corrotta. Cortigianesca ed epicurea
quella d'Orazio, tale si pare nella sua satira; infami per vizj abbietti e
bestiali i tempi di Persio sotto Nerone , e di Giovenale, imperante Domiziano,
e quegli nella sua Satira 11 dipinge esecrandoli con stoica virtù , unico
argine che pur rimanesse contro al torrente di si laide brutture; questi al
dire dello Scaligero , ardui , instai, juqulat col fremito di profondissima ira
contro gli svergognati vituperj e le mo- struose libidini, non essendo quelli
tempi da beffa, ma sì da gogna. Il Venosino, d'ingegno in piacevoleggiare argu-
ii] Insl., Lib. X. tissiuio , non si
arma , al dire del Monti , del pungolo della Satira, che por ridere e
trastullarsi a spese del vizio (}}; e, aggiungerò col Vannucci, non si ferina
che a dipingere le ridicolezze e contradizioni degli uomini (2). II Volterrano,
d' indole intemerata e vereconda , e della virtù, caldeggiatone sincero,
maledice al vizio col generoso disdegno d'un'anima pura. L'Aquinate lutto bile
, e nausealo dal lezzo delle tur- pitudini umane, (juesle Dagella con ferro
arroventato, e dove percuote, leva la galla, e fa che la piaga per lunga pezza
strida. Orazio possiede finissima l'arte del ridicolo, e l'adopera con tutta la
grazia d'uno siile gajo e disinvolto; ed alla giocondczza della narrazione, alla
urbanità de' con- cetti ed all'attico sale unisce ii piti eletto fiore di
lingua , ed una certa meditata trascuratezza d'esametro da facil- mente
rassomigliare spesso ai numero della prosa , che rende le sue salire
leggiadrissime , piane e popolari, onde si hanno altresì il nome di Sermoni.
Persio non fa mai mostra dì ridere, uè sa comporsi allo scherzo; non nini
sacrifica alle grazie , e la sua Satira è simile ad austera e nobile matrona.
Ei procede chiuso, rapido e compatto, e pili che non dice, accenna e
oscuramente, verseggia però grave ed armonioso, e talora vi senti la maestà
virgiliana. Gio- venale li sta sempre in cipiglio , o se qualche volta si com-
pone alla beffa , il suo riso ti morde e ti strazia. Nello stile è veemente ,
benché non di rado tu vi senta il tono decla- matorio, il tumido e lo sforzato.
Finalmente concluderò col Monti , a'cui giudizj su' tre poeti parvemi bene
attenermi, che riguardando alle sentenze Orazio è il più. amabile; Persio il
più saggio , Giovenale il più splendido ; dal prime s'impara a beffarsi del
vizio, dal secondo ad amare la virtù, dal terzo a sdegnarci contro il delitto.
\% Padre della satira italiana può a buon dritto chiamarsi Ariosto, giocondo e
piacevole ingegno più che altri mai fosse; quindi com'era ben naturale, ormò il
Venosino, e con quella sua inimitabile facilità, e con quel brio pieno (1) Noie
alle Sat. di Perito , Sat. V. [8) Vita d' Orazio. di festività e di sale di che
sì bene la sua poesia condisco, diede lai bellezza alle sue salire, che tengono
il primo luogo tra le migliori ; se non che sciaguratamente non guar- dasi di
valicare, anche troppo spesso, i limiti della decenza e dell'onesto costume. Il
mclro da esso adoperalo è la terza rima, e la maggior parie de' satirici
italiani ne seguirono l'esempio, tra'uuali piacemi citare, per tacer dì altri
molli, Ercole Beniivoglio a'suoi tempi secondo solo all'Ariosto, Luigi
Alamanni, e piti lardi il celebre pittore Salvator Rosa napoletano, sovrammodo
acre ed acerbo a mo'di Giovenale , a cui pure andò mollo dappresso Bene- detto
Manzini fiorentino, che si studiò d'avvicinarsi a Per- sio, e per l'ultimo
l'Alfieri. II D'Elei però, delle cui satire il Niccolini suo biografo parlò con
lodi amplissime, adope- rò, e assai felicemente, l'ottava. Il Cozzi ed il
Perini poi si elessero per la loro salirà il verso sciolto, e con quanto felice
successo non starò a dire, che tutli sei sanno; solo ripeterò col Barelli che
il Conte Gasparo Gozzi si è stu- diato ne'suoi dodici Sermoni di far parlare
Orazio al modo nostro, e vi è maravigliosamente riuscito. 13. Ma ora è tempo di
parlare più dislesamente della Satira Parhiìum, la quale forma un genere
novissimo ed originale di satira ironica, di cui va giustamente altera
l'Italia; e se questa specie di poesia è, e non dev'essere altrimenti,
figliuola de'suoi tempi, la satira del Parini si è quella. Popolo non v'era,
dice il Giusti; cittadini, di no- me; i nobili, nulli, boriosi, molli, fastosi,
pieni d'ozio e di vizj (2); quelli tratti dall'uso e dal prestigio delle ric-
chezze ne veneravano il sangue glorioso, questi su letto di rose dormivano
sibaritico sonno; assennare i primi, e svegliare i secondi colla sferza di
Giovenale era opera vana e rischiosa, ed il poeta un'allra via trovò certa e
sicura, e questa fu l'ironia, che quanto più carezza, tanto più punge a guajo.
Ei compose adunque un poema diviso in quattro partì intitolato il Mattino , il
Mezzogiorno, il Vespro, (t) Fonia Leti. V. I , sul (ine. (ì. V,ta dot Parili'.
Ediz. cii Lemon. 348 DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI e la Notte, dove
argutissimamente descrive tutta quanta la vita del giovine signore, fingendosi
di lui maestro nei riti dell'amabile mondo. Di qui coglie l'occasione di parti-
colareggiare le infinite nullaggini e le vane pomposità del vivere signoresco ;
e quindi di pungere e disvelare a un tempo le storture, le inezie e le falsità
di tutto il seco- lo XVIll", line morale ed altissimo, se altro fu mai
dopo quello della divina Commedia. Sovrabbonda poi di t ale bel- lezza di
forma, che nulla hai a desiderare; semplice e natu- rale l'orditura; varie e
magnifiche le scene; vere, nuove e pittoresche le descrizioni ; felici e
spontanei i trapassi e gli episodj; nobile e dignitoso Io stile, splendidissime
le immagini ; arguti , facili ed aggiustati i contrapposti ; felice quasi
sempre nel condurre per s\ lunga opera la più fina e beffarda ironia ; vivace e
veramente poetico il colorito; venustà ed eleganza di lingua ; bellezza ed
armonia di verso opportunamente svariato. Fra tanti pregi chi mai vorrà
rimproverare al poeta alcuni rari e piccoli nei, tra' quali il soverchio di
mitologia, pensando altresì che a quel tempo erano in tanta voga gli Dei d'
Esiodo e d' Omero? 14. Finalmente a'noslri giorni sorgeva il toscano Giu- seppe
Giusti che nutrito della midolla dell'Alighieri stam- pava sulla via del Parini
orme alle e nuove, dando alla satira civile una forma nuova e popolare,
adattandovi con bellissim'arte i metri lirici e il fiore della lingua
vernacola. Temprando l'ardilo ingegno alla cittadina carità tentò colla faccia
levata le profonde piaghe e disoneste dell'età sua , e trasse dallo sdegno il
mesto riso (1), che ora si palesa tra il brio della scherzevole mordacità
oraziana, ora nell'onda poetica, com'ei la diceva, delio stile Virgiliano,
sempre nella difficil'arte di dire in povere parole altissime cose. Gos\ la
satira italiana per opera del Parini e del Giusti mirò a intendimento
sovrammodo civile ; e se la poesia non potè per essi celebrare al suon della
lira le eroiche gesta e le magnanime virtù, con pari comune utilità però
scherni colla sdegnosa ironia la stupida inerzia degli animi infiac- [1] Poesie
di G. Giusti. - Ad una giovinetta. chili, e la bassezza di vizj svergognati;
perocché, come appunto cantò il Giusti medesimo: Gl'inni di lode e il fiero scherno
< a Che del vizio si fa ludibrio e scena , a Muovon da occulta idea del
bello eterno; <r Come due rivi d'una stessa vena (1) ». §. 2. Avvertenza
intorno ai modi della Satira. 15. Da quanto ci siamo studiati di esporre con
quella brevità che potemmo maggiore, intorno all'origine ed ai progressi della
satira , è facile comprendere che regole certe e precise non possono assegnarsi
, perocché si è veduto che ogni grande poeta satirico ha fatto a sè regola sè
slesso o l'età sua , donde l'assioma letterario non potere la satira essere
universale; cioè nè di tulli i tempi, uè di lutti i luoghi, simile in ciò alla
commedia nella dipintura dei costumi ; per la qual cosa il Giuslì scriveva
esser lutti i satirici abbarbi- cati ai loro tempi come l'edera al muro, e la
satira dover esser fatta non alla misura dell'uomo, ma a quella del vizio
secondo le forme che di mano in mano assume (2). 16. Primieramente ricerca in
te qual tempra ti diede natura, se irosa, beffarda o acremente ironica; quindi
studia i temi, e se lì senti da ciò, adatta alla natura di questi o la satira
acerba di Giovenale , o la grave di Persio, o la comica e piacevole d'Orazio, o
la nobile ed indiretta del Parini, o ia popolare ed arguta del Giusti. In ogni
modo deridi, pungi, flagella il vizio, ma rispetta religiosamente i veri nomi
dei viziosi, che la salirà esser deve censura che corregga , Don libello d'
infamia che esasperi. Essa poi richiede, come ogni componimento, la unita di
concetto, uon sì però che 'non ami eziandio d'essere abbellita H'ac- conco
digressioni, di storielle e d'apologhi, come riscon- triamo in Orazio,
nell'Ariosto e uel Gozzi. Desidera rzìan- M) Ivi. - II sospiro dell'anima. i2j
Fifa di Giù. Parini, dìo d'andare adorna di vive dipinture di caratteri con
franco pennello disegnati, e ammette sentenze morali, o spezialmente proverbj e
modi popolareschi , e vuol esser condita di tratti comici, di pungenti arguzie
e di festiva urbanità, abborrente poi da ogni buffonesca scurrilità; e
soprattutto dalla nuda oscenità del disonesto costume , e dalle bestemmie della
irreligione. 17. Quanto allo stile della satira, e' può esser nobile, severo,
facile o gajo, secondo la natura che di quella li eleggerai; sempre però breve,
chè in ciò sta meglio ri- posta la efficacia della satira, il cui spirito nelle
lungag- gini svapora. Sia proprietà e grazia nella lingua , cui ren- derà più
vivace ed espressiva il giudizioso innesto di voci e d' idiotismi tolti di
mezzo al volgo: e quale che sia il me- tro a cui ti appiglierai , procedi
dimesso, tranne la satira giovenalesca o pariniana ; potrai talora però
sollevarti , co- me fanno Orazio e il Giusti. Ti siano poi duci e maestri il
sommo Alighieri e i grandi satirici, do'quali abbiamo discor- so, e
principalmente un santo disdegno contro del vizio. §. 3. Dell' Epigramma. 18.
Quantunque in origine YEpigramma non fosse, co- me suona il vocabolo, che
un'Epigrafe o Iscrizione poeti- ca, composta per ricordare cosa, persona o
fatto notevole, ovvero un breve componimento per rendere più vivo e du- revole,
quanto più solo, un concetto, tuttavia essendo <i poco a poco divenuto
soprammodo acre o pungente, può reputarsi, come appunto lo definisce il Ranalli
uno ristretta essenza della satira (I), e tanto più veemente, quanto dì questa
più breve ; laonde ornai tiene suo luogo proprio tra i componimenti sattrici ,
avendo le auliche sue ragioni ce- duto all' Epitaffio e al Madrigale. 19.
L'Epigramma pertanto è di due generi , siccome la satira, uno tutto fiele ed
aculei, l'altro tutto brio, delizie e amenità; a questo presiede la musa di
Catullo e d'Ora- li) Ammansir., Llb. IV, C. Ili , g. m. zio, a quello la musa
di Giovenale e di Marziale. Il suo pregio migliore riponesi per l'uno e per
l'altro genere nella brevità e nell'argutezza del concetto ; chè ove non sia lutto
pepe e sale, o non scherzi con comica gajezza ed urbana festività, riesce
insipido e freddo; ove poi vada per le lun- ghe, illanguidisce e casca (1).
Inoltre il concetto dell' Epi- gramma vuol essere spontaneo, acuto, non puerile
o me- lenso, espresso spiccatamente, senz'ombra di ricercatezza ed in leggiadro
e facile modo. E qui nota il Niccolini che sebbene non v'abbia uomo per «
mediocre ch'ei sia , il quale a non possa, facendo tesoro di un detto faceto ,
o d'un su- « blime pensiero, e chiudendolo in pochi versi, comporre « un
epigramma , tuttavia scriverne molli con elegante bro- li vita di stile
accomodato all'argomento, è opera di non o piccolo ingegno (2) ». Ne avrai
esempi piacevoli e graziosi nell'Antologia greca , nell'elegantissimo Catullo,
alcuni in Marziale presso gli antichi ; Ira'nostri lodansi quelli dell'Ala-
manni, del Rolli, del Cerrelti, del D'Elei, per tacere di quelli cui musa
troppo licenziosa ispirava. 20. Ecco ad esempio alcuni epigrammi di natura
diversa. Il primo è del Buonarroti , celebrato per l'altezza di generoso
concetto. a Mi è grato il sonno, e più Tesser di sasso, « Infin che il danno e
la vergogna dura : « Non udir, non veder m'è gran ventura; « Però non mi
destar: deb! parla basso ». Il secondo è del Pananti, ed è saporito. a Va un
medico in carrozza, e l'altro a piedi. « Pagan questo i malati, e quel gli
eredi u. (1; ■ Versiculos epigramma duos sibi postulai. Addis « Hoc allquid?
Carmen, non epigramma facis *. AnloUigla, Lib. I, 44. (2) Delta vita 0 dille
optre d'Angiolo D EM , Memoria di G. IUtish Niccoli»] , Fir. , 1827 per Piatii.
Il terzo è del D' Elei , ed è argutamente grazioso. « Se è ver che la bella
prendesse Apelle, a Per farne una, da tolte, o Argia, le beile; a Or a lui, per
far donna appien deforme, a Sariao bastanti, o Argia, sol le lue forme «.
Quest'altro dello stesso è pieno di brio , nè è meno pungente. « Invan consumi
, - Vana fanciulla , i Tanti profumi : - Non sai di nulla >. Art. III. - Del
Sermone c dell' E piatola. ti. Talvolta il poeta affibbiatasi la giornea
d'Aristotele, di Quintiliano , o di Vitruvio , imprende a dettare intorno a
scienze, lettere ed arti, brevi componimenti a mo'di trattateli!, cui egli
intitola Sermoni , ad unico fine di vie- meglio trasfondere colla magia del
verso nelle menti altrui la sostanza ed il fiore della propostasi materia. Tali
sono i sermoni del Costa e del Missirini. Ove però il poeta vi di- scorra della
morale filosofia e del viver civile, e si apra con bel garbo la via a dipingere
le debolezze e i difetti degli uomini , non senza spruzzarvi sopra buona dose
di sale ridendo, i sermoni appartengono al genere della Sa- tira , com' è di
quelli di Orazio e del Gozzi ; se poi sono di- retti o intitolati ad alcuno
chiamansi Epistole. 22. Pei sermoni semplicemente didascalici valgono le stesse
regole dettate per il poema di questo genere, salvo che si serbino le
proporzioni delle parti , quali a breve componimento convengonsi; inoltre non
solo vi sì richiede squisitezza di massime e di precetti , ma ancora somma
chiarezza e precisione congiunte ad eleganti forme d'eletta poesia, chè il neo
nel grande impicciolisce , ed è converso. Quanto a quei satirici, ci sembra
avere assai detto qui sopra. Resta a dire un colai poco dei sermoni che vanno
sotto il nome di Epistole. Queslo componimento poetico non e che una lotterà in
versi , quindi ama di mostrarsi in aria semplice c fami- liare. S'adatta , è
vero , ad ogni argomento morale , filoso- fico, letterario ec, come riscontrasi
in Orazio, e qui richiede rettitudine di giudizio , franchezza di stile e
precisione di forme ; ma gli è forse più grato piacevoleggiare inlorno a cose
più tenui , e inlertenersi cogli amici scherzando con amabile urbanità, e
lepidezza , e contando loro dilettevoli tose rifio- rite ora di brevi
novellette, ora di savie o argute sentenze. Vuol essere l'Epistola adorna
altresì d'un abito polito o da festa, ma schietto senza tanti ciondoli e
frastagli, come per avventura ti parranno quelle della scuola frugoniana. Anche
nel verso che ordinariamente è lo sciolto, e qualche volta anche la terza rima
, richiede quell'aurea facilita e naturale sprezzalura che dai Latini
appellavasi appunto musa pedeslris. Ne sono esempio nobilissimo le Epistole
d'Orazio, e quelle veramente oraziane del Gozzi, per ta- cermi di quelle del
Torli . del Pindemonte e di altri ele- ganti scrittori. «ni- IV. - Dell»
HOTclla c della Favata. 24. La corona della poesia didascalica vagamente sì
adorna di due leggiadri fioretti , quali sono la Novella e la Favola. Quale he
sia la natura , quali le leggi fu largamente chiarito nella Parie II dei
componimenti in prosa, ove al Gap. I, §. 1 , parlammo della Favola, ed al
<Jap. Il, §.6, ove trattasi della Novella ; e a ciò che ivi fu dello richia-
misi l'attenzione, bastando aggiunger qui poche cose in- torno alla forma , che
poco per la sostanza rileva , se favole e novelle si dettino in prosa o in
verso. 25. Ma poiché proprio della poesia è di tulio render piii gradevole col
suo linguaggio ornato e soave, non è a dirsi quanlo sene possano avvantaggiare il
novelliere e il favolista ; e se anche la novella poetica è slata spesse volte
finquì adoperala a sconcezze, sia interamente rivolta a morale ammaeslramenlo ,
e riuscirà profittevole quanlo gradila. A ciò conseguire pifct facilmente ,
eleggasi prima di tutto il subbietto vero o fantastico, che attragga per novità
, per avvenimenti slraordinarj, affettuosi , liiìii o tristi, verisi- mili
sempre; si accresca l'attrattiva con bello ed ingegnoso intreccio e col tenere
gli animi dolcemente sospesi ; si desti con fine inaspettato la pietà, o la
maraviglia, e in ultimo se ne tragga opportuna e morale semenza. Arroga a ciò
splendidezza d'immagini, vaghezza di descrizioni , verità di caratteri e
d'affetti , leggiadria di colorilo , facilità di siile e d'espressione limpida
e pura , e soprattutto brevità. È vano il dire che il verso , e può ben
convenire la terza rima , la sestina o lo sciolto , vuol essere scorrevole ed
armonioso. Cosi la novella poetica ritornerà in vera onoranza , a gloria sua e
di chi a onesto fine dirigevate. 26. Anche la Favola, come testé accennava, può
con suo mollo vantaggio adornarsi di veste poetica, si veramente che sia
semplice e schietta, qual si conviene a fan Giulietta del popolo. Ama
principalmente d'esser breve, e si adatta ad ogni metro, benché si mostra un
cotal poco schifiltosa del verso sciolto, molto più poi dell'ottava, che per
l'aria alquanto grave non sembra che le si confaccia gran fatto. Di favole
poetiche l' Italia ne possiede in buon dato, e vanno per la maggiore quelle del
Roberti , del Pignoni , del Ber- tòla, e le notissime di Luigi Fiacchi meglio
conosciuto sotto il nome di Clasio, benché tutte pia o meno facciano desiderare
una più naturale eleganza. 27. Noterò per ultimo che l'Apologo fu innalzato
alla dignilà di poema dall' Ab. Giovan Battista Casti co'suoi Ani- mali
Parlanti, dove in XX Canti descrive assai bellamente, se non elegantemente,
l'indole e i costumi di diverse be- stie , facendo sotto il velo allegorico
della favola una satira mordacissima delle corti principesche. Il poema è
ingegnoso e vivace, forse un po'lungo. Lì BETT0B1CA 355 Capitolo. V. - Della
Poesia Giocosa. 1. Se i vnrj generi dì poesia Cinqui discorsi mirano al nobile
intendimento di educare ad ogni religiosa c civile virtù gli uomini, a v vene
un altro che si propone unica- mente di sollevarli dalle noje della vita,
eccitandoli piace- volmente al riso; e questa è la Poesia Giocosa. Della quale
ora vogliamo trattare specialmente, passandoci di leggieri di quel burlesco di
che condiva i suoi mimi il siracusano Sofrone che gl' inventava (1), dello
scherzevole poemetto della Batracomiomachia , del ridicolo della commedia , del
faceto della satira ed epistola oraziana , siccome cose di natura alquanto
diversa dalla Poesia Giocosa , com'oggi co- munemente s'intende. 2. I
Fiorentini, popolo u cui la fama db meritamente il vanto di spiritosa gajelà e
piacevolezza, ritrovarono pei primi la poesia detta propriamente giocosa ,
della quale ab- biamo un elegante riscontro nei canti carnascialeschi di Lorenzo
de' Medici , onde si accompagnavano le magnifiche e briose mascherate di che in
quel secolo s'allietava Firen- ze (2). In questo nuovo genere di poesia tra gli
altri fioren- tini si distinsero Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, e
Gio. Battista Gelli. Quegli però che meglio l'adornava di squisita amenità e di
lepore fu Francesco Berni da Bib- biena, onde dal nome di lui fu ancora
chiamata Bernesca. I Capitoli e i Sonetti di questo capriccioso poeta
risplendono di piacevoli fantasie , di facilità e di brio, mentre olezzano di
tutta la grazia ed urbanità del sermon fiorentino ; e ben- ché per la loro
naturalezza sembrino dettati cosi alla car- lona , tuttavia da'suoi manoscritti
rilevasi quanto gli costa- vano; tante sono le correzioni anche d'un solo medesimo
verso. Amico ed imitatore valoroso del Berni fu Gio- ii) Tirab. Stor. della
Lettor. T. [, P. II, C. II, g. XIV. Bt H. T. VI, P. Ili, L. Iti, C. Ili, g. VI.
(3J U., T. VII, P. V, C. HI. vanni Mauro d'Arcano, e dappoi piti o meno
felicemente ne seguirono la scuola il Molila, il Casa, il Firenzuola ed altri
molli, Ira'quali va distinto Cesare Caporali per la sua lepidissima vita di
Mecenate , e più tardi Gio. Batista Fa- giuoli per le sue Rime piacevoli , cui
però il Baretti chiama insulsamente facili. Fra i moderni piacemi di ricordare
a titolo d'onore l'amenissimo Gu ad agnoli , le cui poesie giocose spirano
gioconda festività non senza il pregio di Qne argu- zie e di sali. 3. La poesia
bernesca che a prima vista sembra cosa da tutti, è in sè slessa difficilissima
, e da trattarsi solo da chi ebbe da natura sortito un umore allegro, piacevole
e faceto; senza di che v'e rischio ebe altri purtroppo rida, ma sibbene della
nostra sciocchezza. Fa di mestieri pertanto che gli scherzi, le facezie, i
motti lepidi o arguti, sembri cadano giù da sè slessi e impensata meni e ; che
sgorghino come da vena d'una ridente fantasia, immagini capricciose e bizzarre:
ebe da per lutto traspaja la facilità del sentimento e della parola; perocché
fondandosi il riso unicamente su cose pia- cevoli, questo muore sul labbro, se
da'luoi versi trapela che per far ridere sudasti; idea che ridesta disgustosa
sen- sazione. E qui mi giova riferire queste savissime parole del- l'acuto
Baretti: « Per far ridere le genti colte d'un ragio- cc nevole riso bisogna
avere una padronanza assolulissima et di lingua, e saperne ogni parola e ogni
frase tanto nobile « e seria , quanto burlesca e plebea, per poter vestire in
<t modo nuovo e bizzarro, e tuttavia sempre naturalissimo, « tutli i nostri
pensieri. 4. Comecché i fonti artificiali del ridicolo riescano vanì al pari
degli altri, ove manchi la vena naturale, tuttavia dai retori se ne assegnano
parecchi, tra' quali 1." La dipintura delle stranezze e coutradizioni
umnne, chè il riso facilmente si desta per l'accoppiamento di cose tra loro di-
sconvenienti , come vecchio barbogio che vuol far lo zer- di Frutta Leti. T. I,
p. 295. [«, li. T. il, p. S57. Mostikahi, Agg. al Blair, P. Ili, C. 14. bino,
Tersilo che tuttoché tremi, vuole apparire Achille, e simili. 2."
L'equivoco , onde nasce una mala intelligenza , come in una scena dellM»aro eli
Molière , dove Valerio parla della figliuola d'Arpagone , e questi crede che
parli sempre della cassetta involatagli ; il qual ridicolo non è raro nei comici,
che quando è alquanto continuato, muove proprio a riso. Aggiungi altresì quei
giuochi di parole che diconsi alliterazioni , purché non frequenti, acciocché
non ingene- rino sazietà. Tale sarebbe' quello di chi dicesse: traditore per
traduttore, ovvero : « E cadde come porco morto cade o ed altri siffatti.
3." Certe azioni che producono l'effetto con- trario a quello che uno
proponesi, come chi corca di scusarsi e più si accusa, di placare l'altrui
collera e piii l' irrita, di acquistare l'altrui e perde il proprio, come il
cane della favola; e parimente certi inganni orditi contro chi vantasi accorto,
e che quando meno vi pensa, pur vi casca; e meglio ancora se dà nella rete lo
stesso che la tendeva; dei quali tranelli n'hai bellissimi esempj appo Terenzio
nell'Andria tra il servo Davo e il vecchio Simone. 4." Il dare grande
importanza a piccole cose , come il Tassoni nella Secchia rapita; o il
cominciare da cose gravi e con islile magnifico per terminare in cose da nulla
, come il Berni che in quel suo sonetto gravemente comincia: « Dal più profondo
tenebroso centro, « Ove Dante ha locato i Bruti e i Cassi per concludere: « Fa
, Florimonte mio , nascere i sassi « La mula vostra per urtarci dentro a ;
ovvero l'accoppiare cose nobili e vili , o leggiadre e deformi tutte in un sol
fascio, con serietà e seguitatamele, come il Tassoni che descrivendo la
primavera, termina : « E s'udivan gli augelli al primo albore, a E gli asini
cantar versi d'amore ». Di ].Ii:l'"J
Finalmente cede ironie velale sotlo ingegnose metafore che sono veri
biasimi, benché sembrino lodi ; come adopera il Berni in quel sonetto, dove
ungendo di lodar la sua donna, fra le altre cose dice : « Chiome d'argento fino
irle ed attorte « Senz'arte intorno ad un bel viso d'oro a Labbra di latte,
bocca ampia celeste, « Denti d'ebano rari e pellegrini..., a Son le bellezze
della donna mia ». Ed ecco che te la dipinge canuta, ni Sbuffata, grinza,
goffa, sparuta, sgrignata, bavosa, e che so io. 5. Avvegnaché natura propria
della poesia giocosa sia la giocondità e il buon umore , non per questo in
mezzo alle arguzie, ai motti, agli scherzi, alle iperboli, ad ogni maniera
piacevolezze, non deve, quando ne capili il destro, dimenticare eziandio
l'utile, e spargere in mezzo al riso, quasi non parendo , qualche buona
sentenza, qualche savio consiglio , qualche pratica verità ; imperciocché
ripeterò col Venosino : « Ridentem dicere verum « Quid vctat?. » ( Sat.). Il
decoro dell'arte vieta però di scambiare il giocoso col buffonesco e collo
scurrile, e peggio altresì coll'osceno e col licenzioso, chè, giova ripeterlo ,
troppo male si ride a spese del buon costume; al che non sempre posero mente i
poeti berneschi del cinquecento, ed alcuni d'età più moderna che per lo
migliore mi taccio. 6. La poesia giocosa tratta i suoi subbietli, che debbono
essere d'ordinario lepidi o strani, piacevoli sempre, ora in poemetti in ottava
rima, o meglio in sestine, com'usa il Guadagno!!, ora in capitoli in terza
rima, o in sonetti cau- dati, come fecero i piii de' cinquecentisti, ora in
sonetti regolari, ora in componimenti anacreontici in versi ottonarj o quinarj,
come spesso riscontrasi nelle poesie dello stesso Guadagno!!. Molto libera è
l'orditura di siffatti componi- memi, dipendendo dall'estro bizzarro del poeta,
come può rilevarsi dagli esempj lasciatici dai migliori. Conviene però che si
serbi un cert'ordine, e che non si vada troppo per le lunghe, perocché oltre
esser difficile mantenere per non breve tratto viva ed attraente la burla , non
è bello l'in- tertenere di troppo con baje gente eulta ed assennala; quindi
v'ha rischio che sottentri al riso la noja. Richiedesi finalmente stilo facile
e gajo con elocuzione pura ed ele- gante, avvivata da modi popolareschi, da
proverbj, da idio- 1Ìsmi e da tutle le antiche grazie del parlare festevole. 11
verso vuol essere d'armonia dimessa e svariata, e di tale scorrevolezza e
spontaneità di rime, che sembri debba a tutti esser agevole il poetare in quel
modo; niuno però l'osi, niji auspice Thalia. 7. Mezzo molto ben acconcio ad
aggiungere un certo ridicolo grazioso e talvolta anco mordace, è la Parodia, la
quale consiste nel valersi de'versi o componimenti altrui , di serj rendendoli
burleschi. Nel quale scherzevole plagio è da guardarsi però che non si usurpino
versi o componimenti sacri e per ogni altro titolo venerandi; del che a buon
dritto si riprende tra i latini il Centone Nuziale d'Ausonio, il quale coi
versi del castissimo Virgilio vi descrive cose onde le vergini muse esser
vorrebbon sorde; imperciocché con abusi siffatti anzi che il riso si eccita
facilmente lo sdegno, apparendoci piuttosto una irreverente profanazione. Per
la qual cosa evvi a cui non va pienamente a sangue la Eneide travestila del
Lalli, comecché sia giudicala esempio di spon- taneità piuttosto unico che raro,
e per la piacevolezza degli scherzi e per la facilita del verso e per la
naturalezza delle ottave; e quantunque egli slesso vi s'inducesse , affinchè,
sono sue parole, traducendo il gran poema in dilettevole stile giocoso, il
gusto ne fosse più universale (1). a Ma checché sia di ciò , noi ci staremo
contenli ad un esempio ingegnoso ed arguto di parodia, che credesi fatta dal
Carrer sul celebre H) V. Opere varie di G. B. Lalli- Cinque Maggio del Manzoni
, per la morte della famosa can- tante Malibran: . Il Trenta Settembre. •r La
fu; siccome tacita, « Il suono ultimo dato , (i Stette la gola armonica ■ Orba
di tanto fiato ; i Così balorda, stupida a La terra al nunzio stà , « Pensando
al trillo magico i Che un zero piti non vaie ; a Nè sa quando una simile a
Pedala a questa eguale " La tealral sua polvere « A calpestar verrà ec. E
cosi di seguilo sino alla fine. 8. Vorrei per onor dell'arte passarmi di certe
specie di poesia giocosa, che mi sembrano merifevoli ornai di riporsi tra le
cose viele e slanlie, quali sono i versi Burchielleschi, Fidenziàni,
Maccheronici e simili inezie; ma perche udendone il nome, sappiano i giovani
che cosa mai furono , ne dirò sol quanlo basia. E incominciando dalla poesia
Burchiellesca così delta dal Burchiello, barbiere fiorentino, dirò null'altro
essere che un gergo in rima , zeppo di riboboli e di modi plebei (siano pure
giojelli di lingua), donde se cavi costrutto, eri* mihi magnus Apollo; di forma
che come non fu mai intesa, cosi non fu imitata , nè è imitabile. Eccovene un
brandellino, ed è de' più gustosi: a Vedendo questo messer ciambellotto «
Stillar si fece trespoli e predelle; « E fece racconciar molte frittelle, « Per
acquistar la torre di Nembrolto » (1). (1) Sonsllo di Giov. Burchiello. La
Fidcnziana o Pedantesca che voglia dirsi, e un affettato miscuglio di parole
italiane e di ridicoli latinismi, e dicesi la inventasse il conte Cammillo
Scrofa vicentino circa la metà del secolo XVI , sotto il nome di Fìdenzio
Glottocrisio Ludimagistro , per porre in beffa la pecoraggine di quei pedanti
che con gran prosopopea ti sciorinano ad ogni tratto una rancida erudizione
grammaticale lardellata di latino. Se tale fu il fine del conte, benedicalo
Iddio. - Ma ecco alcuni terzetti d'uno de'suoi cantici, ove maestro Fiden- zio
racconta un suo viaggio. a Audace ascesi un equo conductitìo. « Pendea dai lati
la mia toga labile a Ed io vibrando il magislral mio baculo n Equitava con
gaudio incomparabile. « Indi trahendo il mio Mar od dal saculo, i Passai quel
giorno onestamente il tedio, « Ne cosa al mio piacer mi fece obstaculo. « 0
quanto fu diverso il fine e il medio <t Dal bel principio ! o gaudio
transitorio ! « 0 duol più longo del Trojano assedio ! - Cedea già Febo al bel
lume sororio , « Quand'io per l'aer noxio de'crepusculi « Giunsi defesso a un
empio diversorio. « Il caupone con alti blandiusculi a Prese la stapia, et
m'ajutò a descendere, « Coprendo fel con melliti verbusculi ». 10. La
Hfacckeronica, inventata da Teofilo Folengo sotto il nome di Merlin Coccajo ,
il quale , come dice il Gravina, volle piuttosto esser solo in una poesia
giocosa, che secondo nel serio , come quegli che era riccamente fornito di dot-
trina, d' invenzione e di fantasia, è il contrapposto della Fidenziana, poiché
siccome questa inserisce parole latine nella composizione italiana, cosi quella
dà forma latina alle italiane che frammette alle latine, adattandole tutte
egual- mente alle leggi metriche del Lazio. Vedine un esempio ne'seguenti
esametri : . « Tunc de calcagnis
suspirum grande cavavit « Tognazzus dicens: cordojurn , Berta, dedisti. o Quarn
pulcros oculos habuit sua testa ficatos, « Alter gazolus, niger alter, sguerzus
uterque ». Capitolo VI. - Del Sonetto. 1. Il Sonetto, come fu già da altri
notalo, e dipoi con csempj largamente chiarito dal Montanari (1), può a tutti i
generi di poesia appartenere, dalla lirica più sublime scen- dendo fino
all'ultimo gradino della giocosa. Ed ecco perchè mi sembrò conveniente tenerne
discorso qui e non altrove. 2- Dai Provenzali originò la voce Sonetto ( Sonnet),
quasi vezzeggiativo di suono, e su! primo valse per essi la into- nata del
canto ; dipoi con tal nome appellaronsi le loro ariette e brevi canzoni, come
noi diciamo Canzonette. Si sa come i primi poeti nostri ormeggiarono quelli,
togliendone collo spirito altresì le forme, ed alle loro Consoni, Ballate e
Ser- ventesi diedero essi pure il nome di Sonetti in senso generico, come Dante
medesimo usò nella Vita Nuova, quantunque già da qualche tempo cotal voce fosse
slata in Italia ristretta a significare soliamo un certo breve componimento di
genere affatto ignoto ai Trovatori Provenzali. Il Sonetto adunque è invenzione
tutta italiana, sebbene tale non ne sia il nome, e secondochè osserva l'Affò e
con esso il Galvani , se ne attri- buisce il pregio a Lodovico della Vernaccia
, che sin dal 1 200 J compose il Sonetto al modo nostro; senza di che quel Pier
delle Vigne si celeralo da Dante (Inf.), gliene con- ili Aggiunta al Blair, P.
Ili , C. V. [2j Galvani, Osservazioni sulla Poesia OS Trovatori , C. IX. (3j e
allora dissi questo Sonetto: ■ 0 voi che per la via d'amor passale , «
Atleodele e guardate ec. *. ed è tra le sue poesìe aniurose la Ballata I.
basterebbe l'invenzione. Poco appresso Guido Guinicelli, padre e maestro di
quanti migliori « Rime d'amor usàr dolci e leegiadre », iPurg.. C. XXVI], e
Guitton d'Arezzo s'adoperarono in dare al sonetto una mag- gior grazia ed
ornatezza, finché l'Alighieri e il Petrarca lo condussero a perfezione. Cotesti
primi poeti però non detta- rono che Sonetti d'amore, non sapendo, come ben
nota il Vannucci , a motivo del dominante spirito cavalleresco cele- brare
altro che la donna de'loro pensieri, nè vedendo al mondo cosa più degna d'esser
cantata. Al leggiadro Poeta della bella Avignonese tennero dietro anche troppi
; ma tut- tavia vi furono dipoi que'magnanimi che richiamarono l'arte a più
nobile scopo, come ne fan prova tra le altre poesie anche i Sonetti del
Guidiccioni , dell'Alamanni, del Fiiicaja , del Chiabrera, de! Mazza, del
Parini , del Foscolo e di pochi altri valorosi (2). 3. Dacché il Vernaccia
regalò l'Italia di questo nuovo ge- nere di poesia fino a'nostri di, non fuvvi,
quasi non dissi, poeta che più o meno non dettasse Sonetti , in guisa che se i!
numero facesse ricchezza, saremmo arciricchissimi, si quello è tragrande da
caricarne parecchie caria , senza che appa- risse lo scemo. Eppure, debbo
dirlo? appena se ne ricava un centinaio de' veramente buoni da porsi in mano
per esem- plari ai giovinetti , e le raccolte fatte con tale intendimento
parlan' chiaro. Donde mai ciò? è forse vero quanto ne dice nella sua Poetica il
Boileau che Apollo inventasse il Sonetto per farne la disperazione dei poeti?
[3] o nou piuttosto la sua apparente facilita lusingando i veri poeti e i
poetastri fa che quelli non vi spendano abbastanza d'ingegno, di tempo e di
cura, questi senza pure addarsi non esser soma per loro, di leggieri vi si
sobbarchino? Chi è tra noi che non voglia fare (4) Galvam, Op. cit. (Sj Sior,
del Smetto Italiano. Avvertenza. (3) Art. Poet., C. ir. il suo sonetlino
amoroso, o almeno per predicatore , per feste o per occasioni altre colali? Mi
pare che quadri proprio a capello ciò che ne dico il Costa : i( Va zittella a
nozze ? « Si chiude in cella? è chi la toga indossi? « Sana un informo? canta
Frine? balla « Narciso? vince palio un corridore? « Ecco Sonetti , ecco Sonetti
a josa ». (Art. Post., Serra. II). Ora qual maraviglia se in si sterminato
numero di Sonetti pochissimi sono gli ottimi , quando chi tali può farli , non
sempre vuole , e chi forse vorrebbe non può ? Concludiamo : questo breve
componimento , che del resto per la sua leggia- dra natura Ò il più vago
giojello della poesia italiana , è di grandissima difficolta, potendosi
rassomigliare aduna deli- cata miniatura in avorio , dove ogni più. picciolo
neo dà facil- mente negli occhi. 4. E cagione non ultima della rarità di
Sonetti senza mende , è stala per avventura la non vera idea che per lun-
ghissimo tempo si ebbe della natura del Sonetto. V'era chi credendo non diverso
dall'epigramma greco e latino; chi de- finivalo un picciol poema che in sò
riunisse la nobiltà del- l'ode , l'acutezza dell'epigramma , l'aura delicata ed
elegante del madrigale (1); i primi, e forse erano i più, volevano nella chiusa
sentenze, o concetti spiritosi, o altro di appa- riscente; gli altri
confondendo i varj generi, ne resero im- possibile la perfezione; imperocché
quasi la forma fosse tutto, non si pose mente alla sostanza ; quindi qual che
si fosse il subbietto, gli si davano le tinte e le movenze me- desime. Ora potendo
il Sonetto sotto la sua forma compren- dere tutti i generi di poesia eziandio
nello loro specie , sic- come quello col quale può trattarsi la lirica
dall'inno a Dio, fino allo scherzo anacreontico; che ora s'innalza alla maestà
epica, ora alla fierezza tragica, ora alla gravità didascalica; (1) MoriTAN.,
loc. cit. che volentieri esprime il sospiro dell'amore , il pianto della
elegia, l'acrimonia della satira , la festività della commedia; che si piace di
dipingere i sublimi furori della folgore, del vulcano e dell'oceano del pari
che le grazie ridenti dell'ame- na natura, e la maestosa melanconia dei
silenzio della notte c dei sepolcri , si fa manifesto richiedere andamento e
co- lore convenienfe alla natura del suo subbie Ito. Per le quali cose io credo
che se scemeranno in numero i Sonetti, cre- sceranno in perfezione, quando
avuto riguardo alla difficolta del componimento, vi si spenda attorno quanta
riehiedesi cura e diligenza ; studiata la natura del tema , debitamente si
svolga e si colorisca colle tinte sue proprie ; soprattutto poi quando sentasi
in noi ingegno veramente poetico , senza di che pongasi giù bonariamente il
ticchio di soneltare , ri- cordando il salutevole avviso che dice: « In questo
di Procuste orrido letto o Chi ti sforza a giacer? forse in rovina o Andrà '1
Parnaso senza il tuo sonetto? « (1), 5. Dovendosi pertanto regolare il Sonetto
secondo le norme prescritte a quella specie a cui esso appartiene, fa'che
l'affetto, le immagini, lostilee le frasi consuonino fra loro in bella armonia
; tutto questo sia lirico nel sonetto lìri- co, sia epico nell'epico,
scherzevole nel giocoso. Ricordali che il Tasso il quale sen intendeva, lasciò
scritto nella sua poetica: ogni genere di poesia essere cosi geloso della
elocuzione sua propria da non cederla ad alcun altro , uè volerne da altri
prestanza (2j; precetto che vale eziandio per gli affetti, per le immagini, per
tutta quanta la condotta del componimento. Il principio deve armonizzare col
mez- zo , e questo col fine. Se muovi liricamente, e cosi conti- nua e termina,
se non vuoi cader nel difetto che il Foscolo notava ne! celebre Sonetto del
Minzoni: a Quando Gesù coll'ultimo lamento » Hi Meseihi, Art. Poe!., L.
IV. Moni. . dove il poela comincia descrivendo, e
termina narrando. È cosa pure sconvenevole intrecciare insieme tra loro affetti
ed immagini epiche, drammatiche e va'discorrendo, nè 6 meno riprensibile l'uso
di frasi e di metafore che non si accordano col resto, come appunto vien
censurato (i) nel notissimo Sonetto del Filicaja all'Italia il concello e più
la frase: chi del tuo belìo arai Par che si strugga ec, perchè dall'eroico qui
si scende all'arcadico sdolcinato. 6. Come in ogni altro componimento, fa di
mestieri sia nel Sonetto unitb di concetto che tutto lo comprenda e Io informi
; ed ove racchiuda in sè un epigramma o una sentenza morale , gioverà che nella
chiusa comparisca in tutta la sua argutezza, forza e gravità: a rincontro poi
se nasce dal cuore o dalla fantasia , riuscirà per avven- tura più gradito, se
chiude ne! tono onde incominciò, ben poco curandosi di eccitare la sorpresa o
la mara- viglia , purché diletti e commuova. Tal era il gran se- greto
dell'arte degli antichi, nei quali ciò che appunto ne sorprende è la
semplicità. Leggi , e facilmente le ne con- vincerai, tra gli altri il Sonetto
di Dante: n Tanto gentile e tanto onesta pare ec. » e questi del Petrarca « Gli
angeli eletti e l'anime beate ec. a Nè mai pietosa madre al caro figlio ec. «
Ripensando a quel ch'oggi il cielo onora ce. « Levommi il mio pensiero in parte
ov'era ec. ed altri, chè parecchi ve ne ha di simile stampa; da per tutto
sentirai la delicatezza dell'affetto , la venustà delle immagini e la grazia
d'una cara armonia che da capo a fondo li governa. La nausea che la fredda
imitazione dei tanti petrarchisti ingenerò, persuase gl'ingegni di mi- ti)
Montanari glior levatura a tenere altra via , e nacque per il Casa e per il
Giudiccioni il Sonetto concettoso; poc'appresso Ga- leazzo di Tarsia ed Angiolo
Costanzo l'accostarono maggior- mente alla forma epigrammatica; per il Tasso
assunse gravità epica ; per il Frugoni si elevò alla nobiltà eroica , e dal
Cassiani s'ebbe carattere descrittivo , pittoresco e grandioso (1). Per la qual
cosa adattando queste forme di- verse alla diversa natura de' subbietli , e
principalmente richiamando l'arte a'suoi principi mercè lo studio e il gran-
d'amoro verso gli antichi nostri padri, il Sonetto tornerà a risplendere qual
gemma di tutte leggi ad rissi ma nel bel monile dell'italica poesia, e farà
degno il suo autore del ramoscel d'alloro che già per il Menzini Apollo in dono
ne prometteva [Art. Pont. L. IV). 7. Le leggi prescritte alla forma esteriore
di questo com- ponimento che suol dirsi, ed è la pietra del paragone dei buoni
poeti, sono in si bel modo e con tanto senno indicale dal Costa nel il Sermone
della sua Poetica, che nulla la- sciano a desiderare; ed io penso di non poter
far meglio che riportarle negli aurei suoi versi, raccomandando per ogni
restante ai giovani la diligente osservazione su quanto intor- no a ciò
praticarono i più lodati maestri del Sonetto italiano : v Sia in due parti
diviso: abbia la prima « Due membra in otto versi: a quattro a quattro « Vi si
alternin le rime: in due terzetti « Si chiuda il rimanente: ogni licenza « Sia
negata al poeta: alcun negletto « Verso non delti: non parola alcuna « 0
ripetuta od aspra: in ogni parte « Guardi proporz'ion: faccia che il tutto «
Facile, chiaro, armonioso e grave <t Splenda di tal beltà, che maraviglia «
Desti , e di sè l'altrui memoria invogli ». 8. Quantunque la misura regolare
del Sonetto sia di quattordici versi endecasillabi (vi sono peraltro esempi di
(4) Mchvakam, loc. cit. Sonetti anacreontici in versi oltonarj e settenarj),
tuttavia nella poesia bernesca se ne incontrano di quelli che hanno uno
strascico di piìi terzetti , il primo verso de'qaali è set- tenario e fa rima
col suo antecedente, gli altri due sono endecasillabi e rimano fra loro, e cosi
di seguito ; la quale appendice chiamasi coda o ritornello , e il Sonetto
caudato o lamellata. Badisi bene però che ogni terzetto aggiunto non sia una
vana superfluità, e che arrogo veramente sale e brio al Sonetto; elio inoltre
la coda non si allunghi di troppo, chè potrebbe anzi che no riuscir fastidiosa.
9. Quasi il sonetto non avesse in sé stesso abbastanza di difficoltà, s'andò
arzigogolando per aggi ungerveue altre e si trovarono i sonetti a corona e gli
acrostici. Diconsi a corona alcuni sonetti continuali sopra un solo argomen- to
, de'quali, come insegna il Quadrio, perchè si le rime come le sentenze vengon
tra loro in guisa legale che un sol componimento ne nasce, e chiuse vengon come
in figura ro- tonda, poiché anche l'ultimo si lega col primo , perciò corono
volgarmente son detti, e fatti a corona. Vi si osservano poi le seguenti regole
: \.' Che il secondo sonetto cominci dal ri- petere l'ultimo verso del primo, e
cosi dicasi degli altri fino all'ultimo di tutti, il cui ultimo verso
debb'essere il primo del primo sonetto ; 2/ Che la cadenza usala nelle terzine
ri- petasi ne'quadernarj, ma non si che si riprenda la stessa parola, tranne
l'ultima per necessità, dovendosi ripetere l'ultimo verso; 3.' Che in niuno de'
sonetti della corona si ripetano !e rime adoperate nell'ultime di essi, salvo
quella dell'ultimo verso per la soprallegata ragione ; 4.* Che si serbi si
ne'quadernarj che nelle terzine inalterabile l'ordine delle rime tenuto nel
sonetto primo. 10. Non v'ora sul principio numero fisso pei sonetti d'una
corona, ed una trovasene nel Petrarca di tro, una di nove nelle rime del Caro,
ed una bellissima di dodici , composta già dal Tasso nelle nozze d'Alfonso
d'Esle. Piacque poi agli Accadamici Intronali di Pisa di stabilirne il numero
di quin- dici, il primo de'quali chiamasi magistrale, ed è tessuto di versi,
ciascun de'quali possa far da sè solo un breve senti- mento capace di
continuazione, e con tali rime che possano, senza ripeter le stesse parole ,
esser ripetute altre quattro volte. Ciò fatto, si tessono altri quattordici
sonetti con que- sta regola, che il primo verso del sonetto magistrale sia il
cominciamento del primo dei quattordici e il secondo verso di esso magistrale
che lo chiuda; dipoi con questo s'inco- minci il sonetto secondo, e il terzo
verso del magistrale ne formi parimente la chiusa; e con tal ordine si
seguitino gli altri fino all'ultimo, che si chiuderà col primo verso di tutto
il coronale Siccome questa specie di componimento è tutta legata, cosi dovrà
avvolgersi intorno alle stesse cose (1). 11. Sonetto Acrostico poi dicesi
quello in cui le iniziali di ciascun verso unite insieme compongono o il nome
della persona acuì è diretto, o l'argomento che vi si tratta, o qualche altra
parola significante. In componimenti festevoli e da giuoco non disdirà qucst'
ingegnoso ripiego ; non loderei però chi l'usasse sul serio, avendo per me
piuttosto un'aria di scherzo; peggio poi chi imitasse il Boccaccio che compose
il suo poema dell'amoroso Visione prendendo per ogni terzi- na una lettera dei
tre sonetti che precedono i capitoli nei quali è diviso il Poema. Queste ed
altre simili ricercatezze , cui Marziale chiamava a buon diritto difficile*
mtgas, accen- nano a gusto non sano; e se da un Iato apparisce ingegnoso il
vincere tali propostesi difficoltà, dall'altro si dà sospetto che non sapendo
raggiungere il bello , tengasi dietro al diffìcile, contro la natura dell'arte
che è l'espressione della bellezza per mezzo della semplicità. 12. Ora a
conferma delle dette cose addurremo alcuni esempj delle specie principali del
sonetto. « Dio che infinito in infinito movi - <■ Non mosso; ed increato e
festi e fai; a Dio che 'n abisso e 'n terra e 'n ciel ti trovi: « E 'n te
cielo, e 'n te terra, e 'n le abiss'hai; M) V. il Quadrio riportato anche da]
Montanari al luogo cit. 24 □igifeed t>y Google « Dio, che mai non invecchi,
e innovi mai, a E quei che è, quel che fu, quei che ha, provi; a Nè mai
soggetto a tempi o vecchi o novi, « Te slesso contemplando, il tutto sai; «
lueffabil virtù, splendore interno, « Ch'empi ed allumi il benedetto chiostro ;
« Sol che riscaldi e infiammi e buoni e rei ; « Tanto più grande all'intelletto
nostro, « Immortale, invisibile ed eterno, a Quanto che , non compreso, il
tutto sei- ». Di Lodovico Palerno Napoletano. Venezia. « Costei che scalza
pescatrìce un giorno a Per fuggir servitole, in grembo a Teti a Sotto povere
canne ebbe soggiorno, a E in quest'acque trattò l'amo e le reti ; a Fatta poi
grande a tutti i mari intorno a L'ali spiegò dì fulminanti abeti, a E far li
vide a' lidi suoi ritorno « Di barbariche spoglie onusti e lieti. a Nè saggia
in pace men che forte in guerra, D'Astrea seguendo le santissim'arti , o Quinci
il mar moderò, quinci la terra. <• Or più quella non è. Di tante glorie a
Altro, Donna Rea! (4), non può mostrarti a Che i prischi fasti in logri marmi e
in storie ». Del Card. Monico Patriarca di Venezia. M) Per l'ingresso in
Venezia della vice-regina del Regno Lombardo- Veneto. Di ].Ii:c-"J DI
RETTO RICA 371 Sonetto Epico. A Carlo V. Di sostener, qual nuovo Atlante, il
mondo « 11 magnanimo Carlo era già stanco: « Vinto ho, dicea , genti non viste
unquanco, a Corso la terra, e corso il mar profondo: Fatto il gran re de' Traci
a me secondo; a Preso e domalo l'Affrica no e '1 Franco ; « Sopposlo al ciel
l'omero destro e '1 manco, a Portando il peso a cui debbo esser pondo. Quinci
al fratel rivolto, al figlio quindi: * Tuo l'alto imperio, dice, e tua la
prisca « Podestà sia sovra Germania e Roma. E tu sostien l'ereditaria soma « Di
tanti regni, e sia monarca agi' Indi; « E quel che fra voi parto, amore unisca
». Di Torquato Tasso. Sonetto Drammatico. La Purificazione di Maria Vergine, Io
noi vedrò, poiché il cangiato aspetto b E la vita che sento venir meno « Mi
diparte dal dolce aere sereno, « Nè mi riserha al sanguinoso obbietto : Ma tu,
Donna, il vedrai questo diletto a Figlio che stringi vezzeggiando al seno, a
D'onte, di strazj e d'amarezza pieno, « Spieiatamente lacerato il petto. Che
fia allor, che fia, quando tal fruito « Còrrai dall'arbor sospirata? Oh quanto
t Si prepara per le dolore e lutto! Così, largo versando amaro pianto, « II buon
vecchio dicea. Con ciglio asciutto « Maria si stava ad ascoltarlo intanto ». Di
Quirlco Bossi. DigitizGd byCciogle 37S DELLE ISTITUZIONI ELEMENTARI Sonetto
Elegiaco. Per morte di madonna Laura. n Che fai? che pensi ? che pur dietro
guardi 0 Nel tempo che tornar non punte ornai , « Anima sconsolata, che pur vai
« Grugnendo legne al foco ove tu ardi? « Le soavi parole e i dolci sguardi , a
Che ad un ad un descritti e dipint'hai, « Son levati da terra, ed è, ben sai, «
Qui ricercarli intempestivo e tardi. « Deh! non rinnovellar quel che n'ancide,
« Non seguir più pensier vago fallace, n Ma saldo e certo, che a buon fin ne
guide. a Cerchiamo il ciel, se qui nulla ne piace; 1 Che mal per noi quella
bella si vide, « Se viva e morta ne dovea tor pace ». Di Francesco Petrarca.
Nonotto Anacreontico. * Scioglie Eurilla dal lido. Io corro, e stolto "
Grido all'onde : che fate? una risponde : « Io che la prima ho il tuo bel nume
accolto, « Graia di si bel don bacio le sponde. « Dimando all'altra : Allor che
il pin fu sciolto e Mostrò le luci al dipartir gioconde? e E l'altra dice :
Anzi serena il volto « Fece tacer il vento e rider l'onde. « Viene un'altra e
m'afferma: Or la vid'io « Empier dì gelosia le ninfe algose, « Mentre sul mare
i suoi begli occhi aprio. o Dico a questa: E per me nulla t'impose? » Disse
almen la crudel di dirmi, addio? « Passò l'onda villana, e non rispose s. Di
Carlo Maria Maggi. «oiie* lo Allegorica.
SuW Italia. Lungi vedete il torbido torrente « Ch'urta i ripari, e le campagne
inonda, « E, delle stragi altrui gonfio e crescente, « Torce sui vostri campi i
sassi e l'onda. E pur altri di voi sta negligente « Su i disarmati lidi, altri
il seconda, « Sperando che in passar l'onda nocente « Qualche sterpo s'accresca
alla sua sponda. Apprestategli pur la spiaggia amica ; « Tosto piena infedel
fla che vi guasti « I nuovi acquisti, e poi la riva antica. Or che oppor si
dovrìan saldi contrasti, « Accusando si sta sorte nimica: « Par che nel mal
comune il pianger basti ». Di Carlo Maria Maggi. Sonetto Didascalico. La scuota
d'Amore. Lunga è l'arie d'Amor, la vita è breve, « Perigliosa la prova, aspro
il cimento, « Difficile il giudizio, e a par del vento « Precipitosa
l'occasione e lieve. Siede in la scuola il fiero mastro, e greve « Flagello
impugna al crudo uffizio intento; « Non per via del piacer, ma del tormento «
Ogni discepol suo vuol che s'alleve. Mesce i premj al castigo, e sempre amari «
I premj sono e tra le pene involli, e E tra gli stenti, e sempre scarsi e rari.
E pur fiorita è l'empia scuola, e molti « Vi son già vecchi, e pur non v'è chi
impari; « Anzi imparano tutti a farsi stolti ». Di Francesco Redi. Monello
Epistolare. A Tommaso Stigliani. a. Stigliao , quel canto, onde ad Orfeo simile
u Puoi placar l'ombre dello sLigio regno , « Suona tal, che ascoltando ebro ne
veguo,_ « Ed aggio ogn'altro e più il mio stesso a vile. » E se autunno
risponde ai fior d'aprile, a Come promette il tuo felice ingegno, et Varcherai
chiaro, ov'erse Alcide il segno, « Ed alle sponde dell'estrema Tile. a Poggia pur
dall'umil vulgo diviso « L'aspro Elicona, a cui se' in guisa appresso, « Che
non ti può più il calle esser preciso : « Ivi pende mia cetra ad un cipresso :
« Salutala in mio nome, e dalle avviso, a Ch' io son dagli anni e da fortuna
oppresso ». Di Torquato Tasso. Sane Ilo Pastorale. t'ultimo voto del Pastore. «
Questo candido agnel che ancor dal seno « Materno il latte è di succhiare
usato, e E tra i partì novelli il primo è nato, « A te, Nume del ciel, vittima
io sveno. « A te, da cui questo mio campo ameno « E questo gregge a custodir
m'è dato; <t Gregge che tranquillissimo e beato « Rende il tenor del viver
mio sereno. a Ed ecco ei cade o moribondo giace, « Nè mostra già del suo destìn
dolore : o Forse vittima tua morir gli piace. « Deh! tu, Signor, come innocente
ei muore, a Così, quando sia tempo, i lumi in pace o Fa'che chiuda innocente
anco il pastore ». Di Luigi Clasio. Sonetto Satirico. Contra Filippo da Narni.
Questa mummia col fiato, in cui natura « L'arte imitò d'un uom di carta pesta,
« Che par muover le mani e i piedi a sesta « Per forza d'ingegnosa
architettura; Di Filippo da Narni è la figura, « Che non portò giammai scarpa
nè vesta « Che fosser nuove, e cappel nuovo in testa; ir E cento mila scudi ha
sull'usura. Vedilo col mantel spelalo e rotto a Ch'ei stesso di fil bianco ha
ricucito, « È la gonnella del piovano Arlotto. Chi volesse saper di ch'è il
vestito « Che già quattordici anni ei porta sotto, « Non troverìa del primo
drappo un dito a. Cancheri, e beccafichi magri arrosto, « E mangiar carbonata
senza bere: u Essere stracco, e non poter sedere, « Avere il fuoco presso e il
vin discosto : Riscuotere a bell'agio, e pagar tosto, a E dare ad altri per
avere a avere : « Essere ad una festa, e non vedere, a Di gennaio sudar come
d'agosto: Avere un sassolin 'n una scarpetta, « Ed una pulce dentro ad una
calza, a Che vada in giù e 'n su per is la (Tetta : Una mano imbrattata, ed una
netta : « Una gamba calzata ed una scalza: ft Esser fatto aspettare, ed aver
fretta: « Chi piti n'ha , più ne metta, « E conti tutti i dispetti e le doglie,
a Che la maggior di tutte 6 l'aver moglie a. Di FraDcesco Borni. Se, come ben
osserva Gravina, la poesia è nell'origin sua la scienza delle umane e divine
cose, questa verità meglio che altrove , manifesta apparisce nella Divina
Commedia d’ALIGHIERI (vedasi), la quale, siccome immensa opera che compone fra
loro insieme ad un fine le due vite contem- plativa e civile in atto, è stata
con profondità di senno e di dottrina appellata la storia dì tutta quanta
l'umanità, e nel tempo e Dell' infinito (2). È prezzo dell'opera adunque ,
dichiarato quanto era d'uopo intorno alla poesia in generale, dire alcun che
della poesia dantesca , secondo il lodevolis- sìmo esempio che prima il
Montanari nelle sue aggiunte al Blair, dipoi più ampiamente ne' suoi
ammaestramenti il Banalli, con gran senno ne porsero. Laonde restringendoci noi
nei termini che alle ragioni del nostro libro convengonsi, esporremo per sommi
capi la natura e l'eccellenza del Poema sacro , e la nuova e stupenda esecuzione
del gigantesco disegno ; poche parole aggiungeremo in ultimo de'pib distinti
imitatori del massimo Poeta. 2. La Commedia di Dante Alighieri, alla quale
eziandio i meno benevoli al suo autore non han saputo negare il titolo di
divina che le aggiunsero i posteri , è l'opera più sublime dell'umano ingegno,
vuoi per la maraviglia dell'in- fo Rag. Post., t. II, §. 4. Discorso di
FnAnceac.0 Palbbho , premesso alle itima di Conia AUghitHadi Giannotto
Sacchetti , p. ini. Firenze, Tip. Galileiana, 4857. »1 venaione, vuoi per l'arditezza della pittura,
e per la forza del colorilo, vuoi infine per la nobiltà e grandezza del con-
cetto che trasparisce costante attraverso il velo sublime di sapientissima
allegorìa. 3. E innanzi tratto noteremo con quanti si fecero con lungo studio e
grande amore a cercare il sublime poema, che questo non appartiene veramente ad
alcuno de'noti generi di poesia, ma tutti in sè mirabilmente gli acchiude, di
forma che ora assume lo slancio dell'ode, l'epica maestà, il terrore della
tragedia , ora è comico , ora è didascalico , piii spesso poi, e quando meno
lei pensi, vi senti la iraconda fierezza della satira vendicatrice; laonde il
Foscolo esclama : Tale si è il vero carattere di questo lavoro ammirabile:
dramma, sermone, satira, epopea ed inno insieme (1). Che se al suo autore
piacque d' intitolarla a. Commedia, e' fu, « com'egli stesso diceva , perchè è
scritta in umile modo , « e per aver usato il parlar volgare, in cui comunicano
i a loro sensi anche le donnicciuole ». 4. Semplice e regolare, quanto
maravigliosa , n'è l'or- ditura. Smarritosi il poeta in una selva , ed impedito
da tre fiere dì salire al simbolico monte della gloria, s'incon- tra in
Virgilio (2) che riconfortatolo lo invita al viaggio de'tre regni eterni , manifestandogli
tale essere il decreto di Dio. Fatto da ciò animoso il poeta entra guidato
dallo stesso (1) Dante Alighieri e il suo Secolo. [2) Qui ho credulo dovermi
attenere alla esposizione comune ; gio- vami però accennare come se ne scosti
il Palermo, il quale sollevando alquanto più il velo allegorico , scorge nel
Poema, sacro un sistema pro- fondissimo di sapienza sublimemente cristiana.
Nell'opera citala, a p. list, e segg. in sostanza et dice: La doltrina d’ALIGHIERI
(vedasi), in « profonda altezza intellettuale. rUp'ende ciò nondimeno con
l'apparen- ■ za, la quale è tulta una luce di poesia, reflessa nel personaggio
alle- ■ goricn di Virgilio che si appalesa a Dante, simbolo della umanità, «
alla quale impedita nel suo cammino, e respinta a morte, impro- « mette il
racquislo della propria altezza e beatitudine non in naturai ■ modo, ma
sovrumano per opera di Beatrice, simbolo della Divina ' Sapienza bea liticante,
mercè della quale rigenerala, ritornerebbe n Rinnovellala di novella fronda.
Virgilio, che qui simboleggia la sapienza umana, nel regno della moria gente, e
passando di cerchio io cerchio ove incontra fra diverse pene peccatori diversi
, discende al fonilo ov'è sommerso Lucifero, per i velli del quale salendo
passa il centro della terra e riesce all'altro emisfero. Qui egli immagina il
monte del Purgatorio distinlo parimente in varj gironi, nei quali diverse anime
in diverse guise penano per farsi belle e salire a Dio. In cima al monte è il
Paradiso terreslre, sede di liberta e d'innocenza, dove giunta il poeta viene
accolto da Beatrice, simbolo della Scien- za divina, e quindi da essa guidalo
s'innalza di cielo in cielo fino all'empireo dove contempla « La gloria di
Colui che tutlo muove ». (Pur.) Quale e quanta poi sia l'eccellenza del Poema
Dan- tesco: « Al quale ha posto mano e cielo e terra s (Pur.) non è facile a
dirsi; tanta è la profondità della sapienza , tale il magistero che lutto
quanto lo compenelra e l'infor- ma, che l'intelletto vi si smarrisce per la
maraviglia, n Di- ti scendere, sono parole di Vincenzo Monti , per un'im- «
mensa spirale al centro dell'abisso, e di là spiccare il a volo e salire al
santuario de'cieli; innalzarsi dall'estrema a miseria alla suprema beatitudine,
percorrendo la doppia a slrada infinita de'vizj e delle virtù; abbracciare il
tem- « po e l'eternità ; dipingere con sicuro pennello l'uomo e « Dio, quale
ardilo disegno! qual vigore dì fantasia per a immaginarlo ! qual pienezza di
sapere e d' ingegno per n'eseguirlo! s (1). 6. E nulla mancò al suo autore; e primieramente
un portentoso carattere originale può dirsene il pregio sovra- ni 1 Poeli
Aprimi secoli, Pausa IH, se. no. L'Alighieri una nuova gran tela si svolse
dinanzi ove penneileggiò a gran traili le visibili ed invisibili cose; ri-
trasse popoli e nazioni, eroi d'ogni eia e d'ogni gente, re, imperatori e
pontefici; dove le tetre ombre d'abisso fanno mirabil contrasto coi celestiali
splendori dei santi. E pieno il peno di quello spirilo che tolse dulie sacre
carte ,e priucipaluienle dai Profeti, rese quasi direi tribu- tarie al suo
grandioso concetto e la teologia , e la filosofia, e l'astronomia, e la fisica
, e la storia, e la tradizione, e la favola, e gli stessi idiomi de'popoli,
meulrechè delia lin- gua e poesia nazionale faceasi creatore. Il suo divino
poema, per la fantasia e per l'affetto può dirsi l'enciclopedia della mente e
del cuore; esso e una gran piramide la quale com- prendendo scienza, patria e
religione tiene sulla terra la base e colla punta s'inciela fino al trono di
Dio. Il fine, nobi- lissimo del poeta, checché ne dicano taluni che non sanno o
non vogliono ravvisarvelo, è morale nel trionfo della vir- tù, politico nelle
aspirazioni alla grandezza d'Italia, religioso nella esaltazione della idea
cattolica (1). 7. A un disegno si vasto ed ardito ben si conveniva una non meno
grandiosa e franca esecuzione; nella quale lungi dal venir meno la lena al
poeta , quanto più avanza, più ingagliardisce. Fattosi ei primo attore del
mirabile dram- ma in compagnia prima di Virgilio, poi di Beatrice , s'ag- gira
pei tre regni della vita futura, e nel suo fatale viag- gio imprende ad
interrogare gli uomini più celebri d'ogni età, e in ispecial modo i
contemporanei; e così porge a sè stesso il destro ora di scolpire come in
diamante i grandi avvenimenti, massime dell'età sua , ora di ritrarre al vivo i
caratteri di quei che grandi virtù ebbero o grandi vizj, MI • La dottrina
cattolica o maestosa, celata principalmente nel a Poema , è Iddio verace fina
all'amor dell'uomo, fattosi all'anima ma- • nifesto nel sentimento, essere da
cercare con l'intelletto : in questo ■ la salvezza del Cristianesimo,
l'appetito razionale signoreggiante , « armonizzati! cosi la ragione e la fede,
il sapere e le opere, il tempo ■ e l'eterno : in questo la pace quaggiù nel mondo
e la immortale « beatitudine. Paiehbo, Appendici all'Op. Cit. , p. m. Tip.
Gali- . leìana 4 SOS ». imprimendo loro in fronte con sicuro ardimento nota dì
lode o d'infamia immortale; ora di prorompere in generose ed acerbe apostrofi
contro i mali d'Italia e i loro autori; ora di richiamare in sul retto cammino
le traviate italiche genti. Fattosi quasi interprete dell'eterna Giustizia ,
pesa sovr'equa lance vizj e virtù, e inflessibile quanto imparziale, siccome
comparte ad ogui virtù il debito premio, cosi ha per ogni vizio adeguato
gastigo; anzi vi è siffatta convenienza tra la colpa e la pena , che come dice
egli medesimo, vi si os- serva ben lo contrappasso [Inf.); laonde a ragione fu
detto il poeta della rettitudine (\). Finalmente dotto in divinità non meno che
in filosofia, su questa al pari che su quella disputa e ragiona , e per entro
alle sue brevi sentenze ritrovi i germi di quel vero, di quel buono e di quel
bello onde crebbe e si diffuse per tutta quanta l'Eu- ropa l'italica civiltà!
8. E se alla vera perfezione delle opere dell'arte neces- sariamente
richiedesi, come diceva Michela ngiolo, « Che la mano obbedisca all'intelletto
», e questo mirabile accordo si pare in tutta la sua potenza tra il gran
concetto dantesco e la sua estrinseca forma. Lo stile di Dante è d'ogni genere
come il suo poema; nobile, maestoso e bene spesso sublime nelle parti epiche e
liriche, pietoso e terribile nelle tragiche, festivo nelle comiche, acre e
veemente nelle satiriche, piano e trasparente per quanto lo consentono le
materie , nelle didascaliche ; poetico sempre, siccome colui che da Virgilio
aveva appreso la sobrietà delle cose e delle parole , la evidenza e felice
brevità dell'espres- sione; anzi dirò meglio col Monti, vi appreso l'arte di
vestire poeticamente i concetti, « l'arte di esprimere con decoro e (1]
Perticar!, Apologia di Dante. (2] « Quella civiltà che stupenda nel suo Ideale,
e sotto il bello e " le allegorie del gran - Poema, che miracolo di
bellezza , profondo ■ tesoro di verilà, fu viln e perfezione ai popoli tutti e
por Ogni tem- « po ». Palermo , Discorso cit. , p. czxu. o veracità idee le più
schive d'ogni fiore di favella: arte a princip.il issi ra a. senza la quale la
poesia non è ebe misera >< prosa (I) e; ond'ei bea polè dire: a Lo bello
stile che m'ha fallo onore ». 9. Lungo poi sarebbe a dirsi di quali splendidi
artifici ornò e colorì il suo magnifico quadro, dove tutto ha rilievo, anima e
vita. Congiungendo mirabilmente insieme con isva- riata armonia la semplicità e
l'eleganza, la forza e la dol- cezza, si fe'crealore di una forma poetica nuova
ed origi- nale , e a suo talento padroneggiando la lingua ora ne trasse gemiti
d'amore, fulmini d'ira e onda di celeste melodia; ora ne compose modi ed
espressioni di si pittoresca evidenza, che nulla invidia al sicuro pennello di
Michelangelo; laonde il Foscolo diceva bastare all'Alighieri un solo tratto per
dipingere un uomo, un solo colore a rammentare un fat- to (2). Se tu, quando ci
dipinge Farinata (3), Capaneo (i), Ugolino (5), Lucifero (6) ed altri siffatti,
vi riscontri la fie- rezza del terribile Buonarroti, nella dipintura di
Francesca (71, di Pia de'Tolomei, di Matilde, di Beatrice HO) e degli Angeli,
vi senti spirare la semplicità di Gioito e la grazia di Raffaello. Originale
nelle similitudini, vero nelle descrizioni, nuovo nelle perifrasi, maraviglioso
nella slessa arditezza delle metafore, spande ovunque un'inesau- ribile vena
d'ingegno poetico, e con tal magia di colorilo (1) Loc. cit. P. Iti. S. II. ;2
Ounle Aligh. e il suo »ec. (3 I»f.,C. X. (4; Inf., . (5, Inf., . («| Inf., .
[li Inf., C. V. I8i i'urg . C. V. (9. Purg, . [iO, Inf., G. II. Parg.. Farad,
passim. MI) Inf., C. IX-, Pura. C. Il, IX. Parad. jwiwim. che li sorprende e t'incacia. Adorna poi di
si eletti fiorile cose pi ii aride e scabre, che noa ti appaion più quelle. 10.
A conferma delle quali cose, e massimamente ad esempio dei giovanetti , vorrei
qui riportare alcuni di quei modi originali e pittoreschi onde la poesia
dantesca si stu- pendamente s'abbclla ; se non che sapendo che l'Alfieri ed
altri studiosissimi della Divina Commedia propostisi di no- tarne le principali
bellezze, giunti al termine s'avvidero d'avere quasi ogni verso ed ogni frase
segnato, temo di non sapere fra tanta dovizia scegliere fior da flore, per comporne
un mazzetto de' più rari ed olezzanti. Tuttavia mi studierò d'andare qua e Ih
raccogliendone alcuni, persuaso che quale che sia, non sarà mai opera vana.
Altrove accennammo (1) che il poeta ricorda in 72 modi DIO, tra'quali per la
profonda sapienza mi sembra notabile il seguente : « Nel Vero in che si queta
ogn' intelletto » (Par. C. XXVill). Quanto bene chiama il Vangelo « La verità
che tanto ci sublima ! s (Por. C. XXII). E giusto più che non sembra è il dire
del Paradiso <i Là dove agi' innocenti si risponde » ( Purg.). Qual'idea più
sublime potea dar di Lucifero, che chia- mandolo a Il primo superbo « Che fu la
somma d'ogni creatura ? » {Par.). W Par. I. C. Il, art 1. Ecco nuova e gentile definizione dell'uomo :
« La creatura ch'ha intelletto ed amore a [Par c. I, ). Ne chiama poi l'anima
l'angelica farfalla (Purg. C. X); la vita , picciola vigilia de'sensi (Inf.).
Quanto chiara idea dà della Teologia, ove la dice: « Lume tra'l vero e
l'intelletto ! » {Purg. C. VI ). Giusta quanto poetica è la frase onde
definisce la contrizione « Il buon dolor che a Dio ne rimarita ». (Purg.). Bel
modo è pure il seguente ove parla del poeta : « Il nome che più dura e più:
onora ». { Purg.). Chiama la incolpata coscienza « La buona compagnia che l'uom
francheggia « Sotto l'usbergo del sentirsi pura ». [taf, ). VeWesperienza dice
con tanta verità e bellezza (f Ch'esser suol fonte a'rivi di vostr'arte ».
(Par. C. ■ Chiama egregiamente il sole ' a II ministro maggior della natura ».
(Par. C.X.). Con quanta poesia ed evidenza a un tempo non descrive il raggio
riflesso ? 'i « E sì come secondo raggio suole a Uscir del primo, e risalire
insuso, « Pur come peregria che tornar vuole ». (ftr. 0. 1). E parimente il
fulmine : a Come fuoco di nube si disserra « Per dilatarsi s\ che non vi cape ,
« E fuor di sua natura in giù s'atterra ». (•ibi, C. XXVlllj. Ed anche dalla
mitologia sa trarre le sue bellezze ; ed ecco che descrive l'ora di
mezzogiorno, dicendo: o Vedi ebe torna a Dal servizio del di l'ancella sesta ».
< Pwg, C. XII ). Cosi chiama VEclittica « La strada « La qual nou seppe
carreggiar Feton ». (K C. IV). E parimente ove dice : * Certo non si scotea si
forte Delo a Pria che Latona in lei facesse 'I nido « A partorir li due occhi
del cielo. E parlando della Luna e della sua corona , o alone , dice : « Trivla
ride tra le Ninfe eterne » [Par.). « In
quei colori « Onde fa l'arco il sole e Delia il cinto ». (Purg. c. XXIX i.
Traendo una comparazione dall'Eco, pur dice: « A guisa del parlar di quella
vaga « Che amor consunse , come sol vapore ». I Par. C. X ì. Ed altre mille di
simil natura. Vedasi altresì di quanta gra- zia originale sono i modi seguenti
: a Sicché il piè fermo sempre era il più basso ». ( hf. C. l ). « Io son colui
che tenni ambo le chiavi a Del cor di Federico. » [ lui c. XIII ). a Che con
gli occhi e col naso facea zuffa. * Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe, «
Questi non vide mai l'ultima sera ». (Pur?. C. i). « Mentre che la speranza ha
fior di verde ». ( Ivi c. III). a Quand' io che meco avea di quel d'Adamo ». (
Ivi C. IX ). n E quanto l'occhio mio potea trar d'ale ». {Ivi C. X|. a Senz'arme n'esce, e solo con la lancia «
Con la qual giostrò Giuda » [foie. XX}! a . .- Coloro a Che questo tempo
chiameranno antico a (1) [Par. C. XVII ). Oltre a ciò notisi quanto
enfaticamente usa in grembo a Dio per dire in chiesa ; con quanta novità e
giustezza chiama mal seme d'Adamo i cattivi ; morire neW ira di Dio, cioè nel
peccalo; mal dare e mal tenere, la prodigalità e l'avarìzia; uomo di sangue e
di corrucci, un violento e rissoso; carro della luce, il sole; i buoni sospiri,
il pentimento; visibile par- lare, la scultura e la pittura; l'accusa del
peccato, il ros- sore; il ver primo che l'uom crede, l'assioma ; l'uomo che non
nacque, Adamo; In specchio di Narciso, l'acqua ; il bel nido di Leda, i Gemini
; e cosi d'altri infiniti. Finalmente non meno s'ammira in Dante l'originale
bel- lezza delle comparazioni ; il perchè sembrami conveniente al proposito
nostro darne così di passata un breve saggio. E pretermettendo le più
celebrate, come quella del nau- frago {Inf. C. I), dei fioretti (C. II)
dell'uragano e delle rane, dello stizzo, àeU'arsenal di Venezia, del
villanella, dei colombi (Purg. C. II), delle pecorelle ( C. IH ) , del giuoco
della zara ( C. VI ) , del (1) A questi esempj piacemi d'aggiungere il seguente
: ■ Fidandomi del tuo parlare onesto ■ Che onora te e quei che udito I' hanno
». [Inf. C. il). A me pare che il poeti qui accenni in modo novissimo l'onore
che Vir- gilio reco a jé, all'era sua ed alla patria ; laonde anche Sordello lo
saluta «0 pregio eterno dal loco ond' io fui » {Purg. C. VII). Questa
interpretazione , non so se data da altri, la terrei per molto sem- plice e
nalurale, e mi vi conferma il verbo : che odilo VhannO. La pongo innanti agli
studiosi del poeta, così senza pretensione, e solo per araoro delle cose
dantesche. □igifeed t>y montanaro),
dell'orologio ( Par.}, dell'arcoba- leno {G. XI( ), dell'augello (C. XX}, del
roffjio, ed altre non poche , riporterò le seguenti. « Con quel furore e con
quella tempesta « Ch'escono i cani addosso al poverello , a Che di subito
chiede ove s'arresta. l/n/. C. XXI). " Come il ramarro sotto la gran fersa
« De 'di canicular, cangiando siepe « Folgore pare, se la via attraversa ».
[lai, ). h E come a messaggier che porta olivo Tragge la genie per udir novella
, a E di calcar nessun si mostra schivo IPurjf. CU). Maggiore aperta mille
volte impruna « Con una forcalella di sue spine L'uora della villa , quando
l'uva imbruna. (lui, G. IV). « Cos\ li ciechi a cui la roba falla « Stanno
a'perdoni a chieder lor bisogna, * E l'uno il capo sopra l'altro avvalla. «
Quali i fanciulli vergognando muti, n Con gli occhi a terra , stannosi
ascoltando . « E sè riconoscendo e ripentuti ». {lei,). « Qual lodoletta che in
aere si spazia « Prima cantando , e poi tace contenta a Dell'ultima dolcezza
che la sazia ». (Pai-., » E come a buon
canto r buon citarista a Fa seguitar lo guizzo della corda , « In che più di
piacer lo canto acquista. « Come la fronda che flette' la cima « Nel transito
del vento , e poi si leva « Per la propria virtù che la sublima n. ( lui , I (,
« La cieca cupidigia che v'ammalia , <! Simili Tatti v'ha al fantolino « Che
muor di fame , e caccia via la balia ». < lui , C. XXX). E qui basti ; chè
invaghito del bel tema , nel quale di leggieri riusciremmo infiniti, temo
d'aver forse valicati i propostimi confini ; di che mi scusi l'amore per il
sacro Poema. Contuttociò queste poche bellezze che ira le altre mille mi venne
fatto di irascegliere , mi sembrano pur suf- ficienti a pienamente chiarire che
alla grandiosa tela del poeta non mancò quella vigorosa vivezza di colorito che
ben si richiedeva. Se non che meglio d'ogni rellorica analisi varrà a
dimostrare della Divina Commedia l'altezza del concetto e l'eccellenza della
esecuzione , il profondo studio di essa ; per il che si farà manifesto , come
già notava il Gravina , esser l'Alighieri giunto a sì alto segno d'intendere e
di profferire , perchè egli dedusse la sua scienza dalla cognizione delle cose
divine , in cui le naturali , e le umane e civili, come in terso cristallo
riflettono (1). i 1 . Data cosi un' idea generale del poema dantesco , gio-
verà riferire succintamente ciò che in vari, tempi ne pen- sarono certi
accigliati aristarchi. Taccio di quei di fuori, i quali chiamarono la Divina
Commedia un'amplificazione stu- pidamente barbara (Voltaire) , un'assurda
rapsodia (La Harpe), e a' di nostri, una gazzetta ove per nove decimi non è che
Hj Rag. Poe/., I. DI RETTOBICA grossolana trivialità e cinismo (Lamarline).
A'quali giudizj fu gin debitamente risposto o col silenzio o col riso. Solo
diremo de'nostrani, e per tacermi di quel Cecco d'Ascoli, coetaneo dei poeta ,
che osò con stolta malignità sparlare della Divina Commedia nel suo poema l'Acerba
(1), ornai dimen- ticalo, non che di altri del pari oscuri, mi duole di dover
citare tra ì censori dell'Alighieri l'illustre Tiraboschi, il quale dopo aver
lodato in esso l'elevatezza dell'ingegno e la viva- cità della fantasia , lo
appunta d'inverisìmiglianza , dì lan- guore, di durezza per voci aspre e rime
sforzate, benché di queste, discreto com'è, lo scusi per la ragione dei tempi
(2). Anche il Barelli, uomo peraltro d'ingegno aculo e sagace, avea sentenziato
essere la Divina Commedia ornai divenuta oscura , nojosa e seccantissima , da
richiedere nel lettore buona dose di risolutezza e di pazienza;. Bettinelli,
celebre per la trista fama delle Lettere Pseudo-virgiliane, chiama il poela
duro , rugginoso , strano , vacuo , e che se ti prende talora la mente, non ti
tocca il cuore. E lo. cre- do , quando siamo avvezzi alle sdolcinate smancerie
dell'Ar- cadia. Finalmente anche l'autore della Storia Universale ricanta la
trita accusa d'oscurità, di locuzioni stentale ed improprie, di voci e frasi
ìuzeppale per la rima, e cose altre siffatte [*). 42. Ed a questi archimandriti
pochi altri, de' quali è bello il lacere, tennero bordone; perocché in ogni elà
, ri- peterò col Palermo, infinito è il numero degl'insensati cui piace chiamar
tenebra il sole, ed a'quali non altro è da dire che: oh! veri ciechi!
Nulladimeno con tutta questa bat- taglia Dante sì rimase, dirò col Gozzi, in
piede saldo e gagliardo sempre più, e ha viso di durare, finche ci sarà sapore
di buone lettere. Alle censure del Bettinelli nulla dirò, che il giudizio
dell'Italia pesa grave sovr'esso, è già (11 Tira»., Star, della Letter., Voi.
V, p. [, lib. II, § XVIII. R] Slor. della Lettor. Hai., Lib. Ili , C. Il, g.
9. Frusta letler., T. Ili , p. *1 (4
Cahto, Star. Unìvers., Voi. XIII. (5,. Difesa di Datile, Prof. buon tempo. Alle
alire risponderò brevemente altresì col- l'autorità di non men gravi autori. E
primieramente cade l'accusa d'inverisimiglianza , ammessa come poeticamente
vera la prodigiosa visione del poeta. L'oscurità che riscon- trasi nel poema
sacro, è men colpa del suo cantore, che del tempo che sopra vi è corso, e forse
è anche colpa di noi, come riflette l'Ozanam studiosissimo di Dante , dicendo:
Noi moviamo lamento della oscurità, quando avremmo a lagnarci della debolezza
della nostra vista (1), perchè forse, come Io stesso poeta n'avvisava (Gonv.
Ili, 6), viviamo in tanta cechita, non levando gli occhi suso a queste cose, e
piuttosto tenendoli fisi nel fango della nostra stoltezza. E di- fatto della
popolarità del poema , argomento non dubbio di chiarezza, fanno bella
testimonianza le due graziose novelle del Fabbro e àeW'Asinajo, narrate dal
trecentista Franco Sac- chetti. Spiacenti che al Barelli debba rispondere per
me il (edesco Enrico Leo , il quale nella sua Storia d'Italia lasciò scritto: a
Quegli a cui la lettura di Danle può venire in a fastidio, si mostra
manifestamente incapace d'intenderlo »; e il nostro Borghini aveva già detto: «
In Danto ò spasso <i e diletto per ogni sorte d' uomini, e può ogni idiota
pas- o sarvt il suo tempo gentilmente, e sudarvi ugui eccel- li lente ingegno
Perocché la sua |>oesÌa ha bellezza e hon- « la e. Finalmente se alle
delicate orecchie dei moderni il verso e la frase dantesca suonano talora duri,
aspri o sten- tati , questo pure è da attribuirsi ai tempi ed ai cangiamenti
ordioarj alle lingue, cssemWhè cene voci, specialmente di nomi proprj, e molle
desinenze di verbi e di plurali, ora dismesse o ammollite, erano allora d'uso
comune, come riscontrasi nelle cronache del Villani , e come il valoroso
Nannucci ha nella sua faticosa opera filologica ampiamente dimostrato. L'accusa
poi d'improprietà lanciala da un lom- bardo del secolo XIX a Danle fiorentino ,
ha un non so che di strano, quando sappiamo dal poeta stesso che il bello stile
aveagli giò fatto onore ; e quando leggiamo ne! Villani che l'Aligheri fu
nobilissimo dicitore, in rima sommo, o che (li Origine della Divina Commedia.
DI RETTORICA 39! scrisse col più pulito e bello stile che mai fosse in nostra
lingua al suo tempo e più innanzi (1) ; nè so comprendere come uno stile
inzeppato di locuzioni stentate e di voci improprie possa da senno chiamarsi
bello e pulito. Conchiu- diamo piuttosto col Mazzoni e col Segni , che se dure
e acerbe pajono alcune voci del poeta a quanti non hanno contratto con esso
fratellanza e consuetudine , si lo tengano essi mollo per mano, finché divenga
loro amico e dome- stico, e lo troveranno chiaro e dolcissimo (2) ; essendoché,
come aggiunge il Monti (3) , la sua poesia tieu mollo di quelle piante che
hanno amara la radice e dolcissimo il frutto. 13. Non ultima fra le ragioni
delle patrie speranze è, dice il Balbo , il veder redivivo il culto e Io studio
dell'Ali- ghieri (4) , conciossiachè sia impossibile con esso sentire ,
operare, scrivere e parlare bassamente e fiaccamente. E l'età nostra, la
Diomercè, mostrasi sovra d'ogni altra profon- damente studiosa del poema
divino. Restauratori della bella scuola furono il Gravina, il Gozzi , il
Varano, l'Alfieri , il Lagrangia , il Dionisi , il Foscolo, il Cesari, il Monti,
il Perticar] , il Niccolini ed altri valentuomini , che cogli scrit- ti,
coll'esempio e colla voce ridestarono nei petti italiani l'amore per
l'altissimo poeta. 4 4. E per finire interamente il compilo nostro, giova qui
brevemente discorrere de' suoi imitatori, affinchè resti per l'esempio altrui
dimostralo qual via più sicura tener si debba nello studio e nella imitazione
della poesia Dantesca. Siccome fonte inesausta fu pei pittori ed i poeti Omero
, cosi Dante; e siccome Fidia in quello inspiravasi, cosi Michelan- gelo in
questo. Dicasi Io stesso di Virgilio e degli altri anti- chi per il primo ,
dell'Ariosto , del Tasso e d'altri eccellenti italiani per il secondo. Quale
studio però conviene si fac- cia sul poema Dantesco a bene imitarlo , il Montanari Cron. Fior., . (fcj Uiuikini, Vita di Dante.
(3) Op. CU., Pausa 111, S. 2. (4) Pila di Dante, Lib. C. I. ottimamente lo
'insegna: come Dante ha imitato Virgilio e non altrimenti (1). Imperocché lungi
dall'artifìcio della bella imitazione andrebbe colui che affettasse di ritrarne
nella sua poesia a mo'di centone e frasi e versi e immagini e concetti; peggio
ancora se andasse studiosamente ricer- cando quegli arcaismi, quelle asprezze,
quella cerl'ombra d'oscurità che pur talora s' incontrano nel sacro Poema ,
colpa, come si disse, de'tempi, non del suo autore. Non in queste quisquilie ,
non nelle visioni , non nelle discese oltra- mondtali soltanto consiste la vera
imitazione dantesca , ma sibbene nello spirilo delle sue creazioni,
nell'altezza de'con- cetti e del fine, nella grandiosità del disegno, nella
sobrietà delle cose e delle parole, nel cogliere nel vero suo bello la natura,
nel colorire poeticamente e con una cert'aria ori- ginale tutto quello che fa
di mestieri ritrarre, e soprattutto nel sentimento profondo d'un affetto vivo e
reale, acciocché si possa col Poeta ripetere « Io mi son un che, quando a Amore
spira, noto, ed a quel modo a Che delta dentro, vo significando ». iPurg. , ).
15. Tale pertanto essendo la vera imitazione del gran poema, come polrem dire
col Barelli avere il Frezzi nel suo Quadriregio una buona quantità di terzine
che sono sputate dantesche (2), quando non avvi che un'affettata asprezza di
verso? Più felice imitatore apparve il Monti nelle sue celebri cantiche per la
morte del Basville e del Masche- roni ; ma come ben nota il Balbo, l'imitazione
non fu che esterna; nella forma sola e nelle immagini (3). Quella imi- tazione
intrinseca che ne forma quasi il midollo, e che lungi dal tarpare le ali
dell'ingegno, le ingrandisce e le afforza , sta nel gran segreto di quell'arte
che tulio fa e nulla Agg. al Blair, P.
HI, . Frutta Leti. V. I. Vita dì Dante,
. C. il. DI RETTORICA si scuopre, quale
appunto si fu quella che adoperarono imitando il poeta e l'Ariosto e il Tasso
nella verità e vivezza del colorito , il Davanzali nella nervosa breviloquenza
, l'Alfieri e il Foscolo nella robustezza dei concetti e nella energia della
espressione, il Varano nella grandezza delle sentenze e nella sublimità delle
immagini, Giovanni Marchet- ti nella dipintura dei caratteri o nella numerosa
sostenu- tezza del verso, il Niccolini nell'intendimento civile; tutti più o
meno nello splendore poetico e nella convenienza ed armonia delle partì. Alle
quali cose tutte ponendo mente nello studio dell'Alighieri coloro che poetando
sei faranno duce e maestro, non più l'Italia udrà canti piangolosi, o aerei ,
ma vedrà mercè loro riposta in seggio qual magna- nima regina, la Poesia
nazionale, sola atta a ritemprare ad alti sensi ed affetti gli spiriti. E concludendo
, piacemi coli' illustre Palermo ripetere : « Sopra Danto e il Petrarca «
sappia la nazione italiana addirizzar degnamente le let- ti: ture, gli ordini e
dello scibile e della vita (1) a; con- gi ungendo in bel nodo d'amore sapienza
e virtute, fine san- tissimo dell' immortale Poema che per più anni fe' macro
quel Divino, al quale e l'Italia e il mondo debbono reve- renti ripetere: « Tu
se' lo mio maestro e il mio autore n. (li jpp. e». Ai Giovanetti studiasi .. l
. nella Elocuglnim . Prilla purità Della proprietà Dalla chiarezza – H. P.
Grice, Desideratum of conversational clarity: ‘be perspicuous’ (sic) --- - .»
l£ 4. Dulia forza Dell'armonia Pel UatWMffiS nguralo Dei traslali lìnlla
mel.nfnra Della metonimia, dell'antonomasia 9 dall'epiteto Pelli sineddoche
Della iperboli Dalla perifrasi Dell'allegri.! e lidi' eui-ma Delle figure Del
pleonasmo e dell'ellissi Del polisindeto e dell'asindeto Della sinonimia 0
della zeugma ed opo- zeugma Dell'isoeolon, dei pariflnienli, dei pari-
consonanti e della paronomasia . t. !)m'I' . .in; mutiline o sinv.lìludmo .
Pag. 51 2 Dell'esempl o - Del l'ani ilei n del parallelo Della ripeiitiooe ° 5.
Dulia gradazione e della congerie Del dialogismo □ sermoni! azione Della
ioterrognzione e del soggiungi- ^ ti. Deilp <:omunicaziooe Della correzione
Della sospensione " ™ (2. Della relicenza Della preornipaziooe Delia
concessione Delia preieuziooe Ivi Ili Della preghiera Della Interazione Della
esclamazione a dell'epifooeojs Dell'enfasi Dell'impossibile Delia ipotlposi » i*.
22. Dei'.a per so n : fica z ione Dellapustiofe Della vislooe
De'i'srcuiDoiaiione Boll» «legane» Dello attle » 88 4. Dello siile nobile Dello
siile severo Dello sfilo focile Dello siile gajo n del melanconico Dello stile
scberzenole Dello «me diffuso e conciso Della perspii-ullì Del decoro Della
Invenzione. Caf. I. Del componimenti la prosa di ge- nere umile. 4. Della
favola Polla lettera Del dialogo e dell’implicatura conversazionale – H. P.
Grice --. . » Ufl Del campo ni menti la prona di ge- nere mcuBno. Del dialogo e
dell’implicatura conversazionale – H. P. Grice -- Del ragionamento Del discorso
accademico Della lezione cattedratica Del Imitato Della novella e del racconto
Del romanzo Del componimenti In pronti di ge- Sezionc I. - Storia. Origine e
progressi della sloria . (Juicio e doti della storia Delle varie specie della
storia Della Iscrizione. Oratoria. Dello eloougnsa ingeneralo v\. Il - Ondine,
f prntjresii <!eM oratoria Delloraloria iti generale Della invenzione Della
dispostone Dell' esordio e della proposiziona Dalla riimrnlrflT.mnn Della
perorazion e fi Della elocuzione ^oratoria Della memoria Dell'aziono Dell'oratoria
in particolare Dell'eloquenza sacra [At Oxford, M. M. Warner did this for me!”
– H. P. Grice]. . o ivJ h. Delia predica Del panegirico Dall'orazion funebre
Dell'omelie, delle lezioni scritturali e calech' aliene Del l'eloquenza pari a
ine alari a a Dell'eloquenza forense Dell* Poesu. /n frodai imi e. 1. QriRinn e
p rogressi della poesia Nniont della poesia polle transizioni Del metro Del
classici e dei romantici Della pocal» linea Dalia lirica tacra Dulia lirica
arnica Della lirica morate Della lirica melica o erotica, ed elegiaca. Delibile
Delta canzone petrarchesca Della eieg<a Dell'anacreontica Della ballala,
delia romanza e del ma : drlgaie Dei djtiraoibo Della pocal» epha. Delia epica
(atra; » Dell'inno epico Dui poema sacro Dell'epica eroica Del » ivi g. Della
favola Del costume Degli affetti Dello stile Poeti eroici Dei poemetti e delle
novelle Dell'epica romanzesca Della poesia drammatico Della tragedia Del
subbiello a Della favola Del costume Degli afTetli Dello stile Poeti tragici
Della commedia Del subbietto Della favola Del costume Degli affetti Dello stile
Della tragicommedia Della farsa Del melodramma Delia poesia pastorale Dell'idillio
o egloga » 330 2. Del dramma pastorale Bella poeala didascalica Del poema
didascalico Della satira Origina e progressi della satira Avvertenza intorno ai
modi della satira Dell'epigramma Del sermone e dell'epistola Della notielia e
delia favola Della pnesio giocosa Dei sonelio Bella Divina Commedia, Nome
compiuto: P. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e P.,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Peisicrate: la ragione conversazionale della diaspora di Crotone – Roma
– filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean,
cited by Giamblico. Grice: “Cicerone spells this Pisicrate, since he finds that
dipthongs are un-Roman!” -- Peisicrate.
Luigi Speranza --
Grice e Peisirrodo: la ragione conversazionale della diaspora di Crotone – Roma
– filosofia pugliese. filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A
Pythagorean cited by Giamblico. Grice: “Cicerone spells this Pesirrodo, since
he says that dipthongs are un-Roman!” -- Peisirrodo.
Luigi Speranza -- Grice e Pelacani: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Parma --
filosofia emiliana -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Parma). Filosofo italiano. Parma, Emilia-Romagna.
Grice: “At Oxford, Strawson used to confuse Pelacani with Pelacani!”. Lettore (Grice: “reader or
lecturer?”) a Bologna, divenne consigliere di Visconti. In questa veste si trova più volte coinvolto
in processi per eresia montati da Giovanni XXII per gettare nella polvere il
Visconti. Grande commentatore di Avicenna e Galeno. Treccani Dizionario
biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia. Saggi: “Circa intellectum possibilem et agentem”; “De unitate
intellectus”; Utrum primum principium sive deus ipse sit potentie
infinite”; “De generatione et corruptione"; “Questiones super tre
metheorum.” Antonio Pelacani. Pelacani. Keywords:
passivo/attivo; non-agens/agens. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pelacani” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Pelacani:
la ragione conversazionale, la dialettica, e l’implicatura conversazionale – filosofia
emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Noceto). Filosofo italiano. Noceto,
Parma, Emilia-Romagna. Grice: “Some like Pelacani, but Pelacani’s MY man.” Dottore
diabolico. Grice:
“I would call him a philosophical grammarian; he considers the topic of
‘meaning,’ ‘significatio,’ and agrees with me that ANYTHING can signify, a
handwave, etc – hardly just ‘vox’! He is especially interested in ‘significatio
naturaliter,’ which he explains, er, naturally. He deals with the concepts
expressed by the different parts of speech – adverbs, etc. – and disapproves of
the idea that the ‘arts’ of language are ’scientia.’ He saw himself, as I do,
as a PHILOSOPHER, and would consider everything related to the language used by
philosophers as PRO-PEDEUTIC --. Parente
di Antonio P. Della sua medesima casata un altro filosofo. Frequenta la facoltà
artium philosophie a Pavia, dove, come titolare della cattedra di magister
philosophie et logice, delegato dal vescovo, diploma in arti un certo Bossi. Insegna
a Bologna e Padova. Contesta molte regole della meccanica del LIZIO e
sostenne l'applicazione di strumenti matematici per sostituire le regole
obsolete. In particolare conduce studi sull'ottica nelle Quæstiones de
perspectiva. Nel saggio De ponderibus si occupa di statica ed elabora in De
proportionis una teoria del vuoto che si contrappone alle tesi del continuo dei
fisici del Lizio. Si occupa anche del moto dei pianeti in Theorica planetarum e
mette in discussione la cosmologia del Lizio negando che si puo sostenere
l'incorruttibilità dei cieli e l'interpretazione teo-logica dell'esistenza di
un primo motore immobile, vale a dire del divino. Nega quindi la possibilità
delle dimostrazioni a posteriori dell'esistenza del divino e dell'immortalità
dell'anima individuale. Concepisce la natura o l'universo come un ente
ANIMATO -- ‘animismo – cf. Grice on ‘mean’ and ‘mean,’ ‘Smoke ‘means’ fire” --,
un grande eterno animale in continuo movimento dove gl’esseri nascono per
generazione spontanea e, quando gl’influssi astrali sono favorevoli, vengono
alla luce anche l’anime intellettive umane. Riguardo alla morale, è convinto
che gl’uomini deveno conformarsi alla virtù per sua libera scelta. Per il
materialismo delle sue dottrine, il dottore diabolico, com'è soprannominato, è accusato
d'eresia e condannato ma ciò non gl’impede d’essere apprezzato come un grande
astrologo dai principi Carraresi di Padova e dalle corti dei sovrani tanto da
ottenere di essere sepolto nel duomo di Parma. Gli si attribuiscono dei commenti
a Witelo per una corretta interpretazione della prospettiva e a Bradwardine
nell'opera questiones super tractatu "De proportionibus”. Beduerdini. Robolini,
Notizie appartenenti alla storia della sua patria, Pavia. Memorie degli
scrittori e letterati parmigiani raccolte da Affò (Stamperia reale, Bodoni), citato
anche per la sua avarizia in Veratti, De' matematici italiani. Commentario
storico, Majocchi, Codice diplomatico, Pavia, Enciclopedia Garzanti di filosofia, Camerota,
Nel segno di Masaccio: l'invenzione della prospettiva e la filosofia della
percezione. Giunti, La scuola francescana di Oxford. Altri saggi: Quæstiones de
anima, Firenze, Olschki; Super tractatus logice (Parigi, Vrin); Circa tractatum
proportionum magistri Bradvardini (Parigi, Vrin); Super perspectiva communi (Parigi,
Vrin); Quæstiones de anima: alle origini del libertinismo, Sorge, Napoli,
Morano, Firenze, Sismel, Galluzzo. Scientia de ponderibus. Tractatus de
ponderibus, Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia. Francesco P. is
yet another of the P.. There are at least four of them: two Antonios, un
Biagio, and one Francesco. QUÆSTIONES DIALECTICÆ; Quaestiones
super tractatus logicales: quæstiones dialecticæ -- utrum dialectica sit
scientia – arguitur quod non; VENEZIA, San Marco, Martanova, in Padova: hunc
librum donavit eximius artium et medicinae doctor magister MARTANOVA (si veda) de
Venetiis congregationi canonicorum regularium sancti Augustini ita ut tamen sit
ad usum dictorum canonicorum in monte sancti Johannis in Vicocis, torate
pund nd Hai Cananci d an Astio dal convento di san Giovanni in Viridario;
expliciunt regulæ questiones super tractatum compositæ per reverendum doctorem
magistrum Blaxium de Parma, Frater Johannes de Mediolano ordinis
Cruciterorum SCRIPSIT hunc librum IN
CARCERIBVS – “the best time to spend your time in jail” – H. P. Grice -- sancti
Marci de VENEZIA; OXFORD, Bodleian Library, Canonici, miscellanco, explicit hic
codex per Simonis eque manumque, leggere varianti formali: possiede in fine
alla ultima questione, prima dell'explicit una raccolta di sophismata,
diversamente dal ims di Venezia. (Su cio cfr. Le questioni dialetriche di P. da
Parma, Medioevo, Padova, Quæstiones dialecticae, ms, Venezia, Mare, lat. De
introductionibus de dialectica; Oxford, Bodleian Lib., utrum dialectica sit SCIENTIA
et arguitur quod NON – ma un arte, cf. natura vs. Artifizio – ‘natural’ --; utrum
dialectica sit scientia [regina] scientiaram, arguitur quod NON; utrum in
acquisitione scientiarum dialectica debeat esse prior et arguitur quod NON; utrum
disputatio dialectica sit SERMO DVORVM, scilicet opponentis et respondentis -- et
arguitur quod NON; utrum A SONO tamquam a priori sit incoandum -- et
arguitur quod NON; utrum hæe sit concedenda: SONVS est quicquid proprie auditu
auris percipitur -- et arguitur quod NON; utrum vox SIGNIFICATIVA sit illa qua
auditui ALIQVID REPRÆSENTAT et videtur quod NON; utrum vox SIGNIFICATIVA AD
PLACITVM sit illa qua AD VOLVNTATEM INSTITVENDIS ALIQVID SIGNIFICAT -- et
arguitur quod NON; utrum vox SIGNIFICATIVA NATVRALITER sit illa qua apud omnes idem
segmticat; utrum definitio data DE
NOMINE sit bona cum dicitur nomen est vox etc.; utrum definitio data de VERBO
sit bona et arguitur quod NON; utrum diffinitio data de ORATIONE sit
sufficienter posita et arguitur statim quod NON; utrum PROPOSITIO sit ORATIO
verum vel falsum significans -- et arguitur quod NON; utrum omnis
propositio sit categorica vel ipotetica; utrum omnis propositio ipotetica
sit quanta et arguo quod NON; utrum omnis propositio categorica sit aftirmativa
vel negativa -- et arguitur quod NON; utrum quæcumque fuit contraria fuit
universalis negativa eiusdem subieeti et eiusdem prædicati -- et arguitur
quod NON; utrum omnis propositio sit necessaria, contingens, vel impossibilis
et illa quæstio movetur super illum passum propositionum triplex est materia et
statim probatur quod nulla sit necessaria -- et arguo SIC; utrum
contrariarum si una est vera et reliqua est falsa et statim -- arguitur quod NON;
utrum possibile sit contradictoria simul esse vera vel falsa in aliqua materia
-- et arguitur quod SIC; quia magister dicit quod lex subalternarum talis est
quod si universalis est vera, particularis est vera et non e contra et ideo quæratur
in quæstione utrum si universalis est vera particularis cius debeat esse vera
et statim arguitur quod non; de conversionibus sit illa utrum omnis conversio
sit bona consequentia -- et arguitur quod NON; circa capitulum de ipoteticis
sit prima quæstio; utrum definitio data de propositione ipotetica sit bona in
qua dicit auctor propositio ipotetica est quæ habet duas categoricas
principales partes sui -- et arguitur quod NON; utrum omnis conditionalis vera
sit necessaria, falsa, aut impossibilis, quia illa quæstio duo quacrit, ideo
argumentum (arguo O) primo contra primum, secundo contra secundum; utrum ad
veritatem copulativæ requiratur utramque partem elus esse veram er hoc
sufficiat et statim – et arguitur quod NON; utrum ad veritaten disiunative
requiratur alteram partem erus esse veram et hoc sufficit statim, patet quod NON;
utrum ad veritatem causalis requiratur consequens sequi ex antecedente et hoc
sufficit -- et arguitur quod NON. Non si trova nel testo di Pietro. Qui Biagio
sviluppa un tema della logica di Occam sulle proposizioni causali. Scrive
Biagio. Si consideras consequenter quæ sunt illæ de quibus non determinavit, ad
hanc respondetu quæstio proposita quærit de una illarum, scilicet de causali de
qua nihil dixit; utrum si aliquis terminus. positus in propositione steterit
ratione alicuius SIGNI confuse et distributive contingat illum stare
determinate alio confundente et illa quæstio rationabiliter quæritur propter
quaddam dicta in quæstione praccedenti,
arguitur in questione pro parte negativa – quod NON; utrum si alquis terminus
positus in propositiones stererit ratione alicuius signi confuse et
distributive contingat illum stare determinate alio confundente et illa quuæstio
rationabiliter quæritur propter quaddam dicta in quæstriones præcedenti — argutur
in question pro parte negative – quod NON; utrum si aliquis TERMINVS positus in
propositione steterit ratione alicuius signis confuse et distributive quæritur
propter quadam dicta in queæstrione præcedenti, arguitur in quauestione pro
parte negative – quod NON; utrum omnes duæ propositiones modales ex eisdem
terminis constitutæ se mutuo inferant in bona consequentia et statim -- arguitur
quod NON. De prædicabilibus; utrum prædicabilia sint *quinque*
et non plura et arguitur quod prædicabilia sunt *plura quam quinque* et deinde
quod pauciora. Primum argumentum est hoc, De prædicamentis, sit prima quæstio
de prædicamentis utrum quando alterum de altero prædicatur de prædicato prædicetur
de subiceto et statim -- arguitur quod NON; utrum SVBSTANTIA sit GENVS
GENERALISSIMVM in prædicamento substantiæ
prædicatione essemill de quelbe ponibili possibili Vin prædicamento
substantiæ, Ista questio aliqua qværit et aliqua præsupponit. Arguam de primo
supposito, dende de quæito; utrum substantiæ sit aliquod contrarium et statim --
videtur quod NON; utrum ab eo quod res est vel non est, ORATIO dicatur esse VERA
VEL FALSA, vel sic, utrum omnis propositio habens correspondentiam rei dicatur
esse vera, non habens aulem correspondentiam ex parte rei dicatur
esse falsa; vel sie, ut ex co quad ita est sicut propositio principaliter SIGNIFICAT,
ipsa propositio sit vera, ex co quod non ita est sicut propositio SIGNIFICAT,
propositio dicatur esse falsa, et statim arguitar contra partem affirmativam –
quod NON; utrum substantia quanta distinguatur a quantitate eius vel idem sit
quod sua quantitas et extensio, sive quæram sub his verbis utrum omnis
quantitas sit substantia vel qualitas; utrum eadem quantitas possit esse et
dici continua et discreta et statim -- arguitur quod SIC; utrum quantitas sit
genus generalissimum de predicamento quantitatis et statim apparet quod sie per
autoritatem et per LIZIO; utrum hace sit vera 'omne tempus est' et statim -- arguitur
quod NON; utrum numerus sit res numerata vel distinguatur ab eis et statim
probo qued numerus non sit ipsa res numerata, sed quod potius ab ipsis rebus
distinguatur; argumentum; utrum puncta sint in linea et statim -- arguitur quod
SIC; utrum quantitati sit aliquod contrarium et statim -- videtur quod SIC;
utrum quicumbue duo TERMINI qui sunt præradicabiles de se invicem in OLBLIQVO
CASU sint possibiles in prædicamento ad aliquid et statim -- viderur quod SIC; utrum
ab uno correlativorum ad aliud valeat consequentia; utrum RELATIO sit res
distincta a rebus invicem relatis et importatis per terminos de prædicamento ad
aliquid ut velim quarere in illa quæstione utrum paternitas sitilla res quæ est
pater vel distincta a patre, dependentia sit res distincta a dependentia et
statim arguo quod relatio sit res distincta a rebus invicem relatis [cf. H. P.
Grice, ACTIONS AND EVENTS, PARIDE AMA ELENA); utrum quilibet terminus prædicabilis
in quale si de prædicamento qualitatis -- et statim arguo quod NON; utrum
termini de predicamento qualitatis sint de se invicem prædicabiles de suis
inferioribus cum his ADVERBIS 'magis et minus' -- et statim videtur quod NON; utrum
proprium sit actionis ex se inferre passionem et est quærere utrum ab activo ad
passivum valeat consequentia -- et statim arguitur quod NON. DE
CONSEQVENTIIS: utrum quælibet consequentia sit bona – et arguitur quod
NON; utrum ex duabus PREMISSIS in modo et figura dispositis de necessitare
sequatur aliqua CONCLVSIO -- et statim viderur quod SIC; utrum quilibet SYLLOGISMVS
sit BONA CONSEQVENTIA -- et statim apparet quod NON; utrum licitum sit ex puris
negativis sillogisare et statim per plura argumenta videtur quod sie; utrum
negativa possit inferre affirmativam -- statim videtur quod SIC; utrum qualiber
CONSEQUENTIA cuius ANTECEDENS est impossibile sit BONA et hoc est quærere illud
quod communiter logici quærunt, scilicet utrum ad impossibile sequatur
quodlibet vel sequi possit -- et statim arguo pluribus argumentis quod NON;
utrum quælibet CONSEQVENTIA curus CONSEQVENS est necessarium sit BONA et hoc
est quærere utrum necessarium sequatur ad quodlibet -- et arguitur quod NON; utrum
possibile sit ex veris sequi falsum -- et arguitur quod SIC; utrum qualibet
proposition SIGNIFICET sicut ad eam sequitur – et statim arguitur quod NON, per
multa iconvenientia. De locis, circa locos sit prima questio utrum QVATVOR SINT
SPECIES ARGVMENTATIONIS, scilicer SYLLOGISMUS, INDVCTIO, ENTIMEMA (H. P. Grice,
“Implicit reasoning”) et EXEMPLVM; CONSEQVENTIA BONA -- et arguitur quod NON; utrum
CONSEQUENTIÆ tenentes vel quæ vigorantur per locum a toto in quantitate ad cius
partem sunt bonæ -- et statim arguitur quod NON; utrum consequentia qua arguitur
a toto in modo ad eius partem sit bona -- et statim arguitur quod NON; utrum a
toto in loco ad cius partem sit CONSEQUENTIA bona -- et statim arguitur quod
NON; utrum a toto in tempore ad eius partem sit BONA CONSEQVENTIA -- et
arguitur quod NON; utrum quæ libet talis consequentia valeat: generatio huius
castri vel civitaris est BONA CONSEQVENTIA, igitur hoc castrum est bonum vel
illa civitas. Similiter quæro de illa consequentia: corruptio istius hominis
vel illius mulieris est bona, igiur ille homo fuit malus vel illa mulier, et hoc
est quærere idem quod sequeretur utrum a generatione ad generatum, similiter a
corruptione ad corruptum, sit bona equitare est bonum, igitur equus est bonus –
arguitur quod NON; utrum a disiuncta cum opposito unius partis ad aliam
partem veleat consequentia, et hoc est quærere utrum consequentia quæ vigoratur
per locum a contradictoriis fuerit bona – et statim videtur quod NON.CONCLUSIONES
DE CONSEQUENTIS VENEZLA, Marc, Bessarione, Valentinelli, quæstiones
ordinatæ per me Blasium de Parma, quaccumque CONSEQVENTIA posita nulla talis
est mala, sed quælibet bona. Si tratta dell'elenco di
petitiones di logica 'de consequentiis', seguite da conclusioni, non di Physica
come ritenuto dal THORNDIKE (A History, GRANT (Blasius of Parma, in Dictionary
of scientific Biography, ad vocem, New-York, et sie sit finis sententiæ
conclusivæ totalis libri Ethicorum Aristotelis secundum in domo filiorum
quondam magistri Jofredi Ferrariæ». Segue Elenchus quæstionum ordinatarum per
me Blaxium de Parma e segue Tabula quæstionum Johannis Buridani super libris
Ethicorum. QUESTIONES PERSPECTIVÆ Quæstiones perspectivæ, incipit
:«uæritur utrum pro visione causanda necesse sit ponere species diffusas ab
obiecto in oculum et arguítur primo quod non»; 1) FERRARA, Pavia, VENEZIA, San
Marco, Valentinelli, expliciunt quæstiones super perspectiva scriptæ; OXFORD, Bdl. Canonici, misc.quæstione super
aliquibus propositionibus primac partis perspectivæ (copia incompleta); OXFORD,
Bdl. Canon, misc, FIRENZE, Laurenziana, Plut. in Firenze, cfr. I Studi sulla
prospettia medtevale. Torno, Giappichelli, e per la edizione da questo ms.
delle questiones I, qu. 14 € 16, e Ill qu. 3, de iride, cfr. Le questioni
di perspectival di P., "Rinascimento", FIRENZE, Laur.
Ashburnham; MILANO, Ambrosiana, con figure seguito da Opus Prosdocimi super Jo.
de Sacrobosco tractatum de sphæra, segue: Collectanca ex Thadeo de Parma super
Theorica planetarum Gerardi Cremonensis; 8) MILANO, Ambrosiana, si arresta alla
quæstio -- MILANO, Ambrosiana, in Pavia, Explicit opus eximii viri artium
et mediciac doctons magistri Blasi Parmensis super propositionibus et
conclusionibus perspectivis scriptum per me magistrum Marinum sacrac theologiæ
doctorem de Castignano ordinis Minorum provinciæ Marchæ Anchonitanæ dum Papiæ
studens essem discipulus magistri Francisci de P. film supradicti
auctoris VATICANO, Vat. Barb., lat.; dopo la tabula quæstionum si legge:
Explicit opus eximii viri artium et medicinæ doctoris magistri Blaxii Parmensis
super propositionibus et conclusionibus perspectivis scriptum per me
Theodoricum Goth almanum, seguito probabilmente dalla perspectiva communis d iPeckham (non menzionato da David Lindberg ed., PECKHAM,
Perspectiva communis, Madison, VATICANO, Vat. lat., vet sic finitæ sunt quæstiones
perspectivæ secundum Blaxium de Parma, deo gratias; expliciunt quæstiones super
perspectivam communem secundum famosissimum artium monarcham et philosophum
dominum magistrum Blasium de Parma». Si trova citata 'l'illusione ottica che
gli capito a Busseto, che non si trova, ovviamente, nelle copie anteriori a
quella data e che costituiscono un diverso gruppo di questioni di prospettiva;
VIENNA, Nationalbibliothck, edizione delle questioni del primo libro da questo
ms. a cura di ALISSIO, Rivista critica di storia della filosofia", VIENNA,
Nationalbibliothek, LODI, Biblioteca, PARMA, Bibl. Palatina, fondo parmense
codex, trascritto da Pasini dal codice della Biblioteca Marciana di Venezia con
una dichiarazione del Valentinelli; NEW YORK, Columbia, Plimpton
(Boncompagni). SIVIGLIA, Colombina, EXPOSITIONES e QUÆSTIONES DE CÆLO
EXPOSITIONES DE CÆLO Expositiones o summa de cælo, datata in Bologna,
incipit: «obmissis causis aliis super libro decacloct mundo
compilata per famosissimum artium doctorem magistrum P. in Bononia: ROMA,
Angelica, VIENNA, Nationalbibliothek, copiata, ma stesa a Bologna: Explicit
summa super librum de cælo et mundo compilata per famosissimum artium doctorem
magistrum P. in Bononia recollecta anno domini M COCEXXx in scolis reverendi
doctoris.. scripta per manum Nicolinum artium nune studentem M'OCCe LI
die quarta Marti, amen, in felicissimo studio paduano». (efr, anche FRANz
UNTERKRCHER, Die datierten Handschriften der Oesterreicheschen
Nationalbibliothel Vienna, QUESTIONES DE CÆLO Questiones de cælo Alberti
de Saxonia datæ per magistrum Blasium de Parma: ROMA, Angelica: si tratta va
del testo delle quæstiones de cælo di Alberto, seguite quindi da quelle di
Biagio, Imapit e, quindi, delle quæstiones de cælo di Alberto: Prologo, scælo
et mundo Aristoteles considerat de totali mundo et detractatu primi libri
partiali concludere et volo ergo circa illud tractare duas quæstiones quarum
prima est ista (incipit): utrum cuilibet corpori simplici insit tamen unus
motus simplex». Tale incipit corrisponde con quello del ms. Monaco lat. del
Vat. Palatino, lat. 980, ft. 88ra-117 ra, opera ristampata a Parigi, come questiones de cælo Alberti de Saxonta;
altra copia è ms. Roma, Angelica, di questa copia si legge: «Expliciunt
questiones super primo libro cæli et mundi Aristotelis secundum Albertum Novum
de Saxonia per me Anthonium de Armannis de Regio tune Bononiæ studentem in
artibus 1368 dic 18 februarto (cir. Anche THORNIKE - KIRE, Catalogue of
Incipits, Londra. Dunque a f. 37va del ms. Angelica, 595 iniziano le
questiones de cælo di Biagio probabilmente dalla 12- questione perche
corrispondono con la questione 12' del primo libro contenute nel ms. Milano,
Ambrosiana, sup-, quacitur con sorenti in de nece ente e posit perpean
parole: vexpliciunt quæstiones primi libri de cælo et mundo secundum
Blasium expliciunt questiones de caclo et mundo datæ per magistrum Blasium de
Parma doctorem reverendum ».Su ciò in particolare cfr. FEDERICE ViscoviNi, Note
sur la circulation du commentatre d'Albert de Saxe an 'De cælo' d'Aristote en
Italie, in Itéraire d'Albert de Saxe, a cura di J, Biard, Paris,
Ven. ROMA, Biblioteca Angelica, quæstiones de cælo per Blasium de Parma
(incompleto con ordine diverso delle quæstiones rispetto alla copia di Milano,
Ambr.: incipit, «quacritur primo circa primum de cælo et mundo utrum omnis
quantitas sit divisibilis in semper divisibilia». Si trovano Notæ di
Problemata: «Nota aliqua... problemata, primum quia causam agens in os sicut
ignis prima sui actione... et per consequens nigrum et hacc est causa problemas
huus, has veriticationes dixit magister ille Blasius in scolis suis -- Sic sint
finitæ istæ quæstiones de caclo secundum Blaxium de Parma»: MILANO,
Ambrosiana, quæstiones de caclo et mundo scriptæ pro magistro Antonio de
Abruzio, expliciunt Basi de Faih iphe pro hig to Atono de Ardetoris
hagsri Tabula questionum de cælo VATICANO, ms. Var. lat. QUESTIO DISPUTATA DE TACTU CORPORUM
DURORUM 1J OXFORD, Bdl. Canonici, mise. quæriturutrum
duo corpora dura possint se tangere Blaxii de Pelacanis de Parma famosi
doctoris parisini, incipit, «quæritur utrum duo corpora dura possini se
tangere) VENEZIA, Bibl. Marciana, Valentinelli, Dabitatur utrum duo corpora
dura vel plana possint se tangere;3) BOLOGNA, Bibl. Universitaria, Edizione,
per Scoto, Venezia, UTRUM SPHÆRICUM TANGAT PLANUM IN PUNCTO OXFORD, Bdi.
Lib. Canonici, mise.utrum sphærcum tangat planum in puncto et posito super
planum tangat in cui dice espressamente che non è una questione che
riguarda la filosofia naturale, quanto invece la geometria QUÆSTIONES DE
SPHÆRA PARMA, Bibl. Palatina, fondo parmense, quæstiones super tractatum
sphærac Johannis de Sacrobosco per Blasium de Parma, doctorem excellentissimum
mathematicum singularem circa tractatum de sphacra, primo quacritur utrum
diffinitio de sphæra sit bona qua dicitur sphacra est transitus. Expletæ sunt
quæstiones de sphæra secundum venerabilem doctorem magistrum Blasium de Parma
Parisiensem"- QUÆSTIONES e TRACTATUS DE PONDERIBUS Quæstiones
de ponderibus: 1) MILANO, Biblioteca Ambrosiana, Et ideo ad instantiam amicorum
ego Blaxius Lombardus de P. de P'armadum Parisius me visitabat (sic), volui
aliqua dubia super tractatum de ponderibus inquirere et illa conclusionibus et
corollariis posse meo declarare -- primo quæritur utrum omnis ponderosi motus
sit ad medium, arguitur quod non. Ad rationes potest patere solutio per ea quæ
dicta sunt. Expletæ sunt quæstiones super tractatum de
ponderibus compilatæ et ordinatæ per magistrum
P. de Parma artium doctorem eminentissimum». Tractatus
de ponderibus. FIRENZE, Nazionale, Conventi Soppressi, San Marco, Tractatus de
ponderibus magistri Blasit de Parma «Explicit tractatus de ponderibus ordinatus
per magistrum Blasium de Parma tempore magnarum vacationame (codice appartenuto
a Cosimo de' Medici, cfr. GARIN, Storia di Milano, Milano, PARIGL, Bibl. Nat.,
lat. ed. E. Moody-M.CLAGETT, The Medieval Science
of Weights, Madison -- Napoli. CONCLUSIONES
DE GENERATIONE ET CORRUPTIONE Conclusiones de generatione et corruptione:
VATICANO, ms. Urb. lat. conclusiones Blasii de generatione et corruptione
scriptæ per me Antonium artium scolarem Bononiæ studentem. De generatione iste
est liber de generatione quem inter alios libros naturales volo in tertio loco
situari ut sie dicam -- et sic finitur sententia primi libri de generatione
edita ab eximio doctore artium magistro Blaxio de Parma. (Dje mistione,
iste est secundus liber. Expliciunt conclusiones primi et secundi de
generatione et corruptione compilatæ per eximium artium doctorem magistrum
Blaxium de Parma scriptæ per me Antonium artium scolarem Bononiæ
studentem, QUESTIONES DE GENERATIONE ET CORRUPTIONE Questiones de
generatione et corruptione: VATICANO, Vat. Chigi, scritte a Bologna dopo le qu.
de cælo, Padi de Mar hode Vinisa 0, au sa Nel arigacura in legno del
codice si legge, infatti, «Blasius de Parma, Paduæ doctor de generatione et
corruptione, de meteororum, de anima prin et secundi physicorum collezit
Marinus de Lagoussao, Incipit: «circa primum librum de generatione et
corruptione quæritur utrum sit nobis evidens aliquid posse simpliciter
generare; f. 58vb: «expliciunt quæstiones primi libri et secundi degeneratione
et corruptione secundum reverendum doctorem magistrum Blaxium de Parma scriptæ
per me Marinum de Lagonissa». QUESTIONES METHEORORUM VATICANO, Vat.
Chigi. Primo quacritur circa primum librum metheororum utrum iste mundus
generabilium et corruptibilium gubernetur a caclo»; f. 74va: «Expliciunt quæstiones
primi libri metheororum factæ per egregium virum magistrum Blaxium de
Parma omnium liberalium artium protessorem et incipiunt quæstiones secundi
libri; tabula quæstionum pri-mi, secundi, tertii et quarti metheororum: ROMA,
ms. Vat. lat. Expliciunt quæstiones super libris quattuor metheororum secundum
magistrum Blasium de Parma»; FIRENZE, Laurenziana, Expliciunt quæstiones totius
libri metheororum recollectæ sub reverendo et excellenti artium doctore
magistro Blaxio de Pelacanis de Parma et scriptæ per me Barnabutium de Favero
in monte Silice tempore quo pestis vigebat Paduac CHICAGO, Universitaria, copia non
completa, alcune questioni de diversi libri mancanti: «Expliciunt questiones
super libro methaurorum Aristotelis quas compilavit magister Blasius de Parma
completæ et scriptæ per me magistrum Johannem de Medicis deyter (P) Tabula quæstionum
methaurorum VATICANO, ms. Vat. lat. Tabula delle prime
16 questioni del primo libro, CONCLUSIONES DE ANIMA. VATICANO, Urb, lat.
[BJonorum honorabilium nottam... iste est primus tractatus hurus primi libri de
anma habens unicum capitulum quod dividitur in tot partes quot sunt
conclusiones in co... nobis necessario non insunt. Expliciunt conclusiones
super tribus libris de anima compilatæ per magistrum Blaxium de Parma. Amen PADOVA,
mutilo dell'inizio,, ma carte in materia et hoe est philosophia. Expliciunt
conclusiones super libris de anima secundum eximium doctorem magistrum Blasium
de Parma per me fratrem Antonium ordinis Servorume. Biagio segue
fedelmente il testo della translatio antiqua del de anma come è pubblicato, con
il commento di Averroé nella edizione giuntina. Le due copie, una
contenuta nel Var. Urb. lat. e l'altra a Padova, Bibl. Univ.,
corrispondono tedelmente, compilata da Bragio come risulta dall'expliat:
expliciunt conclusiones super tribus hbris de anima compilatæ per magistrum
Blaxium de Parma, Amen Il ms. Padova, Bibl, Univ. ha alcune carte strappate, ma
è identico al Vaticano. Differenza rilevante che abbiamo riscontrato da una
collazione tra le due copie è l'introduzione nel ms. Urb. lat. delle opiniones
antiquorum de anima, mancanti nel seguito del Padovano, Univ., e non perché la
carta sia stata strappata. In questo ms. Urb. lat. a proposito dell'opiniones
antiquorum. riferite per esteso e mancanti nel padovano: «errores antiquorum et
hoc secundum Bridanm, quia hos Blaxius non recitavit de anima. Inoltre esistono
alcune differenze tra le due copie, che sono, a nostro avviso, molto importanti.
E sulla base di questa diversità che abbiamo supposto che la copia del
manoscritto padovano sia un poco anteriore a quella del vaticano e da
collocarsi, forse, in un periodo anteriore alla condanna del vescovo di Pavia
per la forza di una espressione che si trova nelle prime carte e che viene por
modilicata nella copia del manoscritto Urb. lat, compilata da Biagio, Biagio
corregge in altri termini l'espressione materia regitiva totius universi quæ
est ipse deus», con natura regitiva totius universi quæ est ipse deus. Diamo
qui la collazione delle due copie da cui risulta la correzione. PADOVA Hic
asculta quod licet in conclusione dicatur quod generare sit generalissimum seu
naturalissimum viventibus etc., non intelligitur tamen qued hace operatio
quæ est generare sit cateris perfectior et magis intenta a generante, quia non
est dubium quad unum quodque animatum principalius intendit conservare
seipsum quam generare. Sed tamen verum est quodp er conservationem
specier hacc operatio est maxime intenta ab agente particulari et
materia regitiva totins inversi quæ est ipse dense. VATICANO, Vat.
Urb. lat, Hie asculta quod licet in conclusione dicatur quod generare
sit generalissimumseu naturalissimums viventibus ete., non
intelligitur tamen quod hace operatio quæ est generare sit cacteris perfection
et magis intenta a generante, quia non est dubium quod uodque
animacum principa intendit conservare
seipsum Sed tammen verum per conservationem
speci hace operatio est maxime intenta agente particulari et a
matura regitiva totins universi gide est ip QUÆSTIONES DE
ANIMA VATICANO, Vat. Chig, Circa primum librum de anima primo quacritur
utrum aliqua notitia sit nobis possibilis. Expliciunt quæstiones primi, secundi
et terti libri de anima datæ per excellentem artium doctorem Blaxium de Parma,
recollectæ Adsit principio Sancta Maria meo, amen, Utrum aliqua notitia
sit nobis possibilis. Expliciunt quæstiones super libris tribus de anima,
disputatæ Paduæ per reverendissimum et egregium artium doctorem Magistrum
Blasium de Parma [.. Expletac Paduæ, ma prima augusti die. Tabula
questionum de anima secundum magistrum Blasium de Parma, doctorem dyabolicum.
Queste due copie corrispondono fedelmente. Vat. Chig. Circa primum librum
de anima primo quæritur utrum aliqua notitia sit nobis possibilis. Et arguitur
quod non. Primum argumentum: staliqua notitia esset nobis possibilis
maxime. Consequenter quæritur secundo utrum de anima sit nobis
aliqua notitia possibilis. Consequenter quæritur utrum cognitiones
distinctæ distinguantur proporzionaliter secundum distinetionem suorum
obiectorum Consequenter quæritur quarto utrum diversæ scientiæ
proportionaliter se excedant secundum excessum obiectorum. Consequenter
quæritur utrum scientia de anima sit alfis scientiis difficilion.
Consequenter quæritur utrum cognito unius rei possit causare cognitionem
alterius rei. Consequenter quacritur septimo utrum spericumpositum
supri planumtangatipsum praccisem puncto. Utrum anima intellectiva possit
a corpore separari. Ms. Napoli, Bibl. Naz. Adsit principio Sancta Maria Utrum
aliqua notitia sit nobis possibilis. Arguitur qued non. Si aliqua notitia esset
nobis possibilis maxime esset ilia. Consequenter quacratur
utrum de anima sit nobis aliqua notitia possibilis. Consequenter quæritur
utrum cognitiones distinctæ distinguantur proportionaliter spundum
distinctionem suorum obiectorum. Consequenter quæritur utrum diversæ
scientiæ proportionaliter se excedant secundum exces- sum
obiectorum. Consequenter quæritur utrum scientia de anima sit
aliis scientiis difficilior. Consequenter quæritur utrum
cognitio unius rei possit causare cognitionem alterius rei. Consequenter quænturutram
spericum positum supra planum tangat ipsum precise in puncto.
Consequenter quæritur utum animaintellectiva possitacorporeseparan.Quæritur
primo circa secundum de anima et sit prima quæstio scilicet utrum omne vivens
sit compositum ex duplici substantia, ut puta ex amma et corpore. Consequenter
quacritur utrum diffinitio de anima sit sufficienter posita qua dicitur
anima est actus primus substantialis. Consequenter quærtur utrum ex anima et
corpore fiatunum. Consequenter quærtur utrum in qualibet creatura
rationali anima intellectiva sit distincta a sensitiva et vegetativa
crus. Consequenter quæritur utrum in homine anima intellectiva sit tota in
toto et in qualibet parte ipsius hominis, Quæritur utrum in latitudine
viventium sit essentialis perfectio penes accessum ad summum
attendenda. Quacritur utrum naturalissimum sit unumquodque generare
sibi tale quale est. Quacritur utrum qualitas in vigore proprio possit
formam substantialem producere. Si combusebile non dehvat augeaturignis
quantum libet in infinitum. Consequenter quæritur utrum animal
possit nutriri ex impiei de Comequente quærinur utrumomne animal
dum vivie nutsarur. Consequenter quæritu utrum exures sit
appetitus calidi et sicci. Conseguenter quæritur utrum sensus sit virtus
paxiva. 1HConscquenterquænturtrum species conserventur in organo
sensus temporaliter in abisentia obicetorum. Consequenter quæritur
utrum omne quod apparet sit tale, Quæro istam quæstionem circa materiam
secundi utrum omne vivens sit compositum ex duplici substantia, ut puta ex
anima et corpore. Quæro istam quæstionem utrum definitio de anima sit
sufficienter posita, qua dicitur anima est actus primus substantialis. Quæro
istam quæstionem utrum ex anima et corpore fiat unum, Quacro istam quæstionem
utrum in qualibet creatura rationali anima intellectiva sit distineta a
sensitiva et vegetativa eiusdem. Quæro istam quæstionem utrum in homine
anima intellectiva sit tota in toto et in qualibet parte ipsius
hominis. Quæro utrum in latitudine viventium sit essentialis perfectio
penes accessum ad summum attendenda. Quacritur utrum naturalissimum sit
unumquodque generare sibi tale quale ipsum est. Quacritur utrum
qualitas in vigore proprio possit tormam substantialem producere. Quæritur
utrumsi combustibile non deficiat augeatur ignis quantumliber in
infinitum. Quacritur utrum animal possit nutriri ex simplici
elemento. Quacritur utrum omne animal dum vivit nutriatur. Quæritur
utrum esuries sit appetitus calidi et sicci, Quacritur utrum sensus
sit virtus passiva. Quæritur utrum species conserventur in organo
sensus temporaliter in absenta obrectorum. Quæritur utrum omne quod
apparer sit tale tantum et ubitantum et ubi, quale et quantum et ubi apparet quæ
quæstio consucta est proponi sub hac forma, Consequenter quæritur utrum lumen
multiplicetur per medium subito et in istanti. Consequenter quacritur
utrum visio fiat in istanti. Consequenter quæritur utrum possibile sit
aliquem sonum esse vel bert Consequenter quæritur utrum idem sonus possit
a pluribus audiri. Consequenter queritur utrum odor
multiplicetur spiritualiter per medium. Consequenter quenturutrum
sensus tactus sit inus ct non plures, Consequenter quænturutrum duo
corpora dura possint se tangere. Consequenter quæritur utrum ad
sentiendum tangibile requiratur medium extrinsecum. Conseguenter guæntur
utrum quinque sint sensus exteriores et non plures nec pauciores.
Consequenter quæritur utrum sensibile positum supra sensum causet
sensitionem. Consequenter quæritur utrum evidenti ratione ostendi possit
sensum communem esse ponendum. Consequenter quac- ntur urum oranum
sensus communs sit in cerebro vel in corde. Et hace hie sit finis
questionum secundi libri de anima. quale quantum et ubi apparet.
Quacritur utrum lumen multiplicetur per medium subito et in istanti. Quæritur
utrum visio fiat in instanti. Quacritur
utrum possibi le sit aliquem sonum esse vel hier. Quæstio sit ista utrum
idem sonus possit simul a pluribus audiri. Quæritur utrum odor
multiplicetur spiritualiter per medium. Quæritur utrum sensus tactus sit
unus et non plures. Quæritur utrum duo corpora possint se tangere. Quæritur
utrum ad sentiendum tangibile requiratur medium extrinsecum. Quacriturutrum
quinque sint sensus exteriores et non plures nec pauciores. Queriturutrum
sensibile positum supra sensum causet sensationem. Quæritur utrum
evidenti ratione ostendi possit sensum communem esse ponendum. Quacritur
utrum scnsuS commanis organum sit in cerebro vel potius in corde...
explicit secundus de anima. Dubitatur circa tertium hbrum de anima et quæritur
primo utrum intellectus humanus pati possit ab aliquo agente. Conseguenter
guæritar utrum possit persuaderi quod intellectus humanus sit denudatus
ab omni qualitate. quæritur utrum intellectus humanus pati possit ab
aliquo agente. Quacritur utrum
possit persuaderi intellectus numanus sit denudatus ab omni
qualitate. Quacritur utrum omnis veritas possit ab intellectu
cognosci. Quæritur utrum intellectus humanus possit intelli-
gere quod non est. Consequenter quæritur utrum intellectus possit simul
plura intelligere. Consequenter quæritur utrum per speciem lapidis
intellectus intelligat se ipsum. Consequenter quæntur utrum actus
intelligendi et habitus et cum hoe species, sint idem quod anima actualiter vel
habitualiter intelligens. Consequenter quacritur utrum voluntas sit
praccisa causa activa suæ volitionis et nolitionis. Consequenter quæritur
utrum voluntas humana in utramgue partem contradictionis sit libera. Quacritur
utrum principium motus localis in corporibus viventibus sit anima vegetativa
vel sensitiva an magis intellectiva. Ultimo quæritur utrum natura in erus
operibus deficiat in necessaris et habundet in superfluis;
Expliciunt Guarde anima rima peredi leneri artium doctorem Blaxium
de Parma recollectæ per me Marinum de Leonissa in studio Paduano deo
gratias ad cuius finem me perducat qui vivit per infinita saccula amen amen
amen. Incipit tabula praccedentium quæstionum super libro de anima.
Utrum omnis veritas possit ab intellectu cognosci. Quacritur utrum
intellectus humanus possit intelligere quod non est. Quacriturutrum intellectus possit simul plura intelligere.
Quæritur utrum per speciem lapidis intellectus intelligat sespsum.
Quacritur utrum actus intelligendi et habitus et cum hoc species, sint idem
quod ipsa anima actualiter vel habitualiter intelligens. Utrum voluntas
sit præcisa causa activa suæ volitionis et nolitionis. Utrum voluntas
humana in utraque (partem] contradictionis sit libera. Quacritur
utrum principium motus localis in corporibus viventibus sir
anima vegetativa vel sensitiva an magis intellectiva. Quæritur utrum
natura ineius operibus deficiat in necessaris et habunder in supertluis,
Expliciunt questiones super libris tribus de anima. disputata Paduæ per
reverendissi-mum et egregium artium doctorem Magistrum Blasium de Parma,
deo Mesi nome sei en sicci Expletæ Paduæ prima augusti die. Tabula quæstionum
de anima secundum magistrum Blasium de Parma doctorem dvabolicum.
CONCLUSIONES e QUÆSTIONES PHYSICORUM CONCLUSIONES PHYSICORUM
TREVISO, Bibl. Comunale, raccolte da un discepolo l'ultima cifra è andata
perduta nella rilegatura): Glose per P. de Parma super librum physicorum utiles
cumanima boni philosophi (Buridano secondoil ms.), Incipiunt recolecte
(.)per Blasium de Parma super libro physicorum»; t. 43vs «Explicit
compendium recollectarum super 8 libros physicorum per dominum magistrum
Blastum de Parma- (per Matheum de Tervixio): f. 13va: «Et finis questionum
secundi libri physicorum que sunt recolecte per me Matheium de Tervixio
philosophum minimum ex dictis valentium doctorum 138 », QUESTIONES
PHYSICORUM VATICANO, Vat Chigi, O. IV, 41, sec. XIV,
ff. 226r-280vb, prima redazione limitata al primo e secondo libro della física,
questione settima del secondo libro. Incipit« Circa primum librum physicorum quæritur
primo et su prima questio in ordine, utrum nobis de rebus naturalibus sit
possibile aliqua cognitio sensitiva vel intellectiva, expliciunt quæstiones
primi libri physicorum recollectæ per me Marinum sub reverendo doctore magistro
Blaxio de Parma in studio paduano ordinane legente Padova IUDICIUM
In quodam iudicio magistri Blasii de Parma, ms. VATICANO, Reg, lat., 1973, ff,
48rb-vb, incipit: «qui maxime se diligit»; cfr, la edizione, Rinascimento
Firenze Pavia QUESTIONES SUPER TRACTATUM DE
PROPORTIONIBUS THOMÆ BRADWARDINI Esistono due redazioni diverse di
questa opera. Le seguenti tre corrispon-dono salvo lievi varianti formali
sebbene una di esse sia stata corretta e rivista in parte da Biagio e in parte
da Pietro de Raimundis de Cumis, contengono 12 questiom; una quarta copia non
corrisponde e contiene salo 11 questioni. VENEZIA, San Marco, lat. codice
posseduto da Marcanova, le questioni di Biagio sono, Bradvardin anglico
sacræ paginæ professore scriptæ et completæ per me Andream de Castello,
questiones super eisdem proportionibus secundum magistrum Blasium artium
venerabilem doctorem. Incipit: счастисит ситса proportones utrum
conungar omnem motum alteri in velocitate et tarditate proportionar.
Negative: arguitur primos; t. 37ra: «expliciant questiones super
tractatum de proportionibus utrum contingat omnem motum alter in velocitate et
proportionibus secundum venerabilem doctorem magistrum Blaxium de Parma scriptæ
per me Andream de Castel-lo Bononiæ: OXFORD, Bdl. Lib., Canonici, mise,
expliciunt questiones magistri Blaxii super tractatum proportionum
Bardvardini, amen»; VATICANO, Var. lat.,
se-guito da carte bianche, testo rivisto in parte da Biagio e da Raimondo
da Cuma: incipit: quæstiones super tractatum proportionum magistri Thomac
Berverdini ab eximio artium doctore monarchaque domino magistro Blaxio de Parma
«utrum contingat ombem motum alteri in velocitate et tarditate proportionarie;
si legge istas quæstiones super tractatum de proportonibus ego frater Petrus de
Raymumdis de Cumis emi a magistro Jacobo de Panicalibus artium et medicinæ
doctore et ipsas pro parte correxit magister Blaxis de l'arma huius operis
compilator, in residuo autem pars ego correxi». Una redazione diversa,
più breve che comprende solo 11 questioni si trova AMILANO, Ambrosiana,
Expletæ suntquæstiones super tractatum de proportionibus Tomæ Bervardini
compilate per magistrum Blaxium Pelacanum de Parma, incipit: «utrum intensio
qualitatis attendatur penes accessum ad summum gradum vel penes recessum a non
gradu-, la quæsto e mutta; segue la seconda, f, 6ra, «consequenter
quacritur proprianemi edit pre ioni, taranel dabi, si sandra: ROMA,
Angelica, Su cio cfr. in particolare il muo studio Due comment anonimi al
Tractatus proportionum di Bradwardine, Rinascimento, QUESTIONES DE
LATITUDINIBUS FORMARUM Esistono tre redazioni diverse con particolare
riguardo alla prima questione. Primo gruppo: OXFORD, Bdl. Lib., Canonici,
misc.; esse seguono l'explicit delle crusdem tractatus de latitudimbus formarum
quæritur primo utrum alicurus formæ set latitudo unforms quod non.., exphcunt
questiones super tractatu de latitudinibus formarum datæ per venerabilem artium
doctorem magistrum Blaxium de Parma per me Donatum de Monte artium doctorêm et
in medicina studentem, regnante domino Francisco de Francia Paduæ secunda vice
Amen MILANO, Ambrosiana, circa tractatum de -latitudinibus formarum quæro
primo utrum cuiuslibet formæ latitudo est coitounde l difinis con litur
quad die (quesa prima pratione, por questa prima questione si avrebbero
dunque, tre stesure diverse). F. «Explicitæ sunt questiones super
tractatu de latitudinibus formarum editæ et ordinatæ per me Biaxium Pelacanum
parmenseme, Un secondo gruppo di mss, contiene le questioni de latitudinibus
formarum in una redazione quasi uguale, salvo licvi varianti formali, con le
prime ediziom di questa opera, Padova, per Matteo Cerdone, Venezia,
per Scoto, La redazione della I questione è diversa da quella d ei 2 mss. sopra
citati: FIRENZE, Laurenziana, Ashburnham, quæstiones de latitudinibusformarum,
mapu quæritur primoutrum cuushbet formæ latitudo sit
uniformis vel dillormis et arguitur primo quad non de forma substantiali ut de
anima intellectiva quæ est indivisibilis»; expliciunt quæstiones super
tractatum de latitudinibus formarum determinatæ per venerandum doctorem
magistrum Blasium de Palma (sic) scriptæ per manum Roberti de sancto Petro» VATICANO,
Vat. lat, SIENA, Comunale, expliciunt quæstiones super tractatu de
latitudinibus formarum edito a magistro Blasio subtilissimo viro de Parma Paduæ
vero scripto per me fratrem Johannem Angeli Senensem ordinis prædicatorum OXFORD,
Bdl. Lib. Canonici, quæritur primo utrum cuiuslibet tormæ latitudo sit
uniformis vel difformis et primo arguitur quod non de forma substantial ut de
anima intellectiva quæ, expliciunt questiones utiles super tractatum de
latitudinibus magistri Blaxii de Parma per me Vendraninum scholarem artium 1404
die 19ª Man stante discordia non modica inter Venetos et dominum Pad.». Questa
copia ha maggiori varianti rispetto alle altre tre. QUÆSTIO DISPVTATA DE
INTENSIONE ET REMISSIONE FORMARUM 1) OXFORD, Bdi, Lab., Canonici,
musc. sit aliqua qualitas posse intendi similiter et remitti, arguitur primo de
supposito»; f. 39rb: «explicit questio de intensione formarum disputata per
reverendum doctorem magistrum Blaium de Pelacanis de Parma»; VENEZIA, San
Marco, classe codex (Valentinelli),
comprato da Marcanova, lasciato ai frat di San Giovanni in Verdario, contiene
una redazione un pò diversa, fatta da Biagio per il figlio Francesco (con bella
capitale miniata). Contiene dopo il terzo articolo e prima dell'inzio del
quarto articolo, dubia di statica e di meccanica che non si trovano nella copia
di Oxford sopra citata, ft. 13rb-tova: vantequam condescendam ad quartum
articulum pro declaratione matori doctorum necnon dicendorum ego quæro adhue
hane dubitationem utrum a proportione acqualitatis vel minoris inacqualitatis
proveniat vel possit aliquis ellectus provenire» (con figure e note nel margine
basso): f. Lova: «et hace dicta sint pro toto isto dubio cum eis
difficultatibus motis et etiam de isto tertio articulo principalis questionise;
expliciunt ca quæ sufficienter sub veritate dici possunt circa materiam de
intensione et remissione formarum in hac notabilissima questione secundum
excellentissimum artium monarcham necnon studiorum Italiæ illustratorem
magistrum Blasium de Pellachanis de Parma quae quidem quaestio est mei
Francisci fili cius. Il folo seguente porta la copia dell'epitaffio della tomba
di Biagio posto sulla porta della cattedrale di Parma; OXFORD, Bdl. Lib.,
Canonici, misc. emutilo in fine); incipin cum sit evidens aliquam qualitatem
posse intendi vel remitti. CONCLUSIONES e QUESTIONES PHYSICORUM
CONCLUSIONES PHYSICORUM Seconda redazione: VATICANO, Vat. lat, expositio
primi libri physicorum per conclusiones secundums serenissimum artium
illustratorem magistrum Blaxium de Parma. Incipi: quoniam quidem
intelligere et scire contingit circa omnes scientias quarum sunt principia»;t.
49va: set in hoc cum der laude finitum (sic) sententia actavi et ultimi libri
physicorum secundum solemnissimum virum artium illustratorem preclarissimum
Blasium de Parma, Expliciunt conclusiones octavi libri et ultimi physicorum
secundum Blasium de Parma qui subtilis doctorappellatur in studio papiensi scriptae per me Bernardum
a Campanea de Verona hora tertia noctis»; (sui codici copiati e posseduti da
Bernardo cfr. il mio studio A propos de la diffusion des oeuvres de Buridan en
Italie, The Logico f Buridan, ed. PinnoRG, Copenhagen) e Caror, I codici di CAMPAGNA
(si veda), Roma, Manziana, QUESTIONES DISPUTATAE SUPER OCTO LIBROS
PHYSICORUM Seconda redazione, in Pavia, VATICANO, Vat. lat. Gratia regis
caelorum qui totius are elementalis summus est imperator in laudem et gloriam
serenissimi ducis. Incipit, utrum scientifiça notitia sit nobis a rebus
naturalibus passibilis-, Diamo qui di seguito i titoli di tutte le
questioni da questa copia. Questionum
physicorum tituli: Liber primus utrum scientifica notitia sit nobis
de rebus naturalibus possibilis, arguitur quod non. secundo quaeritur
utrum cognita causa totalis alicurus rei cognoscatur statum illa res et non
aliter, arguitur negative. tertio quaeritur utrumin nacuralibus ordine
doctrinae ab universalibus in singularia sit processus, et arguitur primo
negative. quarto quaeritur utrum asserentes omma esse unum possint
probabiliter in hac opinione substentari, arguitur quod sie. sexto
quaeritur utrum asserentes omnem rem cxtensam et suam extensionem non
differre, possint probabiliter positionem corum substentare, et statim
arguitur quod sic. quacritur et septimo utrum in materia quantum-cumque
parva forma substantialis hora generationis producatur, primum naturalium
esse tantum tria possint potenter impugnari et arguitur quod sic. quaeritur et
nono utrum per potentiam finitam vel infinitam possit aliquid fieri ex nichilo,
arguitur quod sic.naturalie appela peranque rur de quadron Expibe ena
estrale primi libri physicorum secundum excellentissimum doctorem Blaxium
de quæstiones secundi libri physicorum secundum antedictum
doctorem. Bernardus antedictas quaestiones Liber secundus circa
librum physicorum primo quaeritur utrum domificator vel faciendo domum faciat
aliquid rebus naturalibus condistinctum et sie ista quaestio duo
quaerit, secundo quaeritur utrum quodlibet ens naturale habeat in se
principium motus et quietis, arguitur quod non. tertio quacritur utrum
omnis forma in latitudine perfectionali entium sit perfectior quam sit
materia. quarto quaeritur utrum diversæ scientiae perfectione
essentiali secundum proportionem obiectorum proportionaliter excedant se,
et arguitur primo negative. sexto quaeritur utrum possit evidenter probari
aliquid esse causa altenus, arguitur negative. septimo quaeritur utrum ad
cuiuscumque rei naturalis generationem practer agens particulare requiratur
influxus causae universalis quae causa universalis dicitur sol quia secundo
huius dicebatur quod homo generat hominem et sol et ita intelligitur de aliis
planetis, arguitur octavo quaeritur utrum inter agentia particulani
supposita semper generali influentia superiorum possit qualitas una vel plures
formam substantialem producere et arguitur primo affirmative. nono
quaeritur utrum asserentes omnia de necessitate evenire et nhil a casu vel a
fortuna, possit corum positionem substentare et arguitur primo
affirmative: Liber tertius circa tertium librum physicorum primo
quaeritur utrum in aliquo casu necesse sit ignorare naturam, probatur quod
non. secundo quacritur utrum hacc propositio 'motus est'
significans motum esse et precise sie et non aliter, sit vera et arguitur
primo negative. tertio quaeritur utrum motus sit ipsum mobile,
arguitur primo quod non. quarto quaeriturutrum contradictionemincludat
aliquam magnitudinem esse actu infinitam et arguitur quod non. Liber
quartus quartur 1 i poss sto ci gequari ato, aria quad primo secundo
quaeritur utrum entia naturalia distantia ab corum locis naturalibus moveantur
ad illa, impedimentis subtractis, arguitur quod non. tertio quacritur
utrum corpora naturalia ab corum locis naturalibus distantia remoto impedimento
moveantur ad illa per lineas rectas tamquam per lincas breviores, arguitur
négative. possiblis arguit pro quo guinto quacritur utrum in vacuo sit
morus sexto quaeritur utrum penetratio corporum sit possibilis et arguitur
qued sic. septimo quacritur utrum rarefactio sit possibilis, octavo
quaeritur utrum hace propositio sit concedenda "nune est tempus', et
arguitur quod non nono quaeritur utrum aliquid sit praecise per instans,
arguitur quod sic. Liber quintus circa quintum librum physicorum
quaeritur primo utrum agens naturale hom qua agit in passum agat in ipsum
secundum arguitur quod sic. tertio quaertur utrum alteratio sit
motus, arguitur quod non. quarto quaertur utrum augmentatio sit
motus quintoguaritrucumcontadicionemindudat motum localem esse et
non esse motum, arguitur quod non. sexto quaeritur utrum unitas motus sit
principaliter attendenda penes unitatem temporis aut magis penes unitatem
mobilis, etista quaestio quaeritur quia philosophus ad testum dicit quad ad
unitatem numeralem motus requiritur unitas temporis et mobilis et dispositionis
secundum quam est motus, primo arguo negative. septimo quaeritur utrum
aliqui motus differant specie arguitur qued non. octavo quaeritur utrum in
motibus sit penes contrarietatem terminorum ad quos contrarieras attendenda,
arguitur primo negative. nono quacritur utrum possibile sit
contraria in codem simul complicari, affirmative arguitur. decima
quaestio quaeritur utrum qualitas sit intenlegi ego Bernardus a Campanea de
Verona, in felici studio papiensi, Explevi etiam ipsas vero recoligere
die Mercurii XI' Juli hors XXI, Liber sextus Incipiunt questiones sexti
libri physicorum secundum praedictum doctorem quas incepi recoligere die Jovis
XII' Julii in civitate Papiac, circa sextum librum physicorum primo quaeritur
utrum per bonas rationes concludi possit continuum esse ex indivisibilibus
compositum, arguitur quod sic. secundo quacritur utrum continuum sit in
infinitum divisibile, et arguitur quod non. tertio quaeritur utrum mobile
velox per idem tempus vel aequale plus pertranseat de spatio tardiori, arguitur
primo negative: quaeritur et quarto utrum indivisibile moveri localiter
vel alio modo rationibus obviet philosophorum, arguitur quod non. quinto
quaeritur utrum sit possibile motum velocitari in infinitum, et statim arguitur
quod non. sexto quaeritur utrum omne quod moverur prius
movebatur et post hoc movebitur, et arguitur quod non. seprimo quaeritur
utrum possibile sit magnitudinem infinitam transiri tempore finito et finitam
transiri tempore infinito, et arguitur primo ad primam partem quod sit
possibile. octavo quaeritur utrum potenter possit improbari alquod moven
localiter et arguitur primo affirmative. Expliciunt quaestiones sexti libri
physicorum secundum Blasium de Parma. Liber septimus Incipiunt
questiones super septimo libro physicorum secundum Blasium praedictum,
primo circa septimum librum physicorum quaeritur utrum omne qued movetur
moveatur ab alio, arguitur primo. negative. secundo quaeritur utrum
in motibus et motis sit processus in infinitum aut potius sit venire ad primum
motorem et arguitur primo affirmative. tertio quaeritur utrum in
omni motu movens et motum sint simul et quia ista terminus 'simul* potest
dicere simultatem loci et temporis, ideo primo arguitur negative ex parte
loci. quarto quacritur utrum morus rectus et circularis sint invicem
comparabiles, et arguitur primo affirmative. quinto quaeritur utrum
acqualiter gravia moveri, et arguitur affirmative. sexto quacritur utrum
in alteratione sit certa velocitas attendenda, arguitur quod non. septimo
quaeritur utrum in motu locali sit certa velocitas attendenda, et arguitur quod
non. octavo quacritur utrum in augmentatione sit certa velocitas
attendenda, et arguitur quod non.nono quaeritur utrum in motibus proportio
velocitatum sit sicut proportio causarum, et arguitar quod non. ultimo
quacritur utrum agens naturale sit limitatum et arguitur affirmative.
Expliciunt quaestiones super septimo libro physicorum Aristotelis disputatae et
in scriptis traditae per magistrum Blaxium de Parma doctorem famosissimum
artium. Liber octavus Inepiunt quaestiones super octavo libro et
ultimo physicorum Aristotelis secundum praedictum magistrum Blaxium de Parma,
primo circa octavum librum physicorum quaertur utrum philosophicis rationibus
patenter concludi possit matum fusse ab aeterno et arguitur affirmative: item
dubitatur et secundum utrum 'deum non esse' contradictionem includat, arguitur primo
negative. tertio quaeritur utrun contradictionem includat caclum fuisse
acternaliter productum et arguitur quod sic. quarto quaeritur utrum
caclum moveri in instanti contradictionem includat et arguitur quod
sic. quinto quaeritur utram possibile sit primum motorem caclum movere in
instanti et arguitur quod sic, sexto quaeritur utrum inanimata sive
gravia sint sive levia ex se moverntur vel nata sint ex se mover et arguitur
quod sici Vseptimo quacritur utrum motus localis sit primus motuum arguitur
quod non. Ira: octavo quaeritur utrum asserentes motos contrarios quiete
media interrumpi possint per rationes naturales improbari: nono quaeritur ut
rum praecise motus circularis sit perpetuus, arguitur negative: decimo
quacritur utrum per rationes naturales amar possit a quo protecta moveantur
contra inclinationes naturales cumab impellente recesserunt, et arguitur quad
non., undecimo quaeritur utrum per naturales rationes concludi possit
primum motorem qui est ipse deus et vigore et duratione esse inhnitum, et
arguitur attrmative: ultimo quacritur utrum primus motor st -ubique,
tamen magis in circumferentia quam in centro, arguitur negative sic.
Expliciunt quaestiones super primo, secundo, tertia, quarto, quinto, sexto,
septimo et octavo libris physicorum Aristotelis disputatae et in scriptis
traditae in civitate Papie per perspicuum doctorem Blaxium de Parma. Altra
copia, stessa redazione, non completa, manca l'intero ottavo libro e alcune
colonne degli altri nonché aleuni problemata: VATICANO, Vat. Lat. quaestiones
physicarum. Cratia re favente qui totus... utrum scientitica noutia de rebus
naturalibus sit nobis possibilis; consequenter circa septimum physicorum
quacritur primo utrum omne quod movetur moveatur ab alio, quaeritur trum omne
agens sit in cius actione limitatum et arguituraffirmative», si arresta al
primo articolo; si legge: istae questiones Blaxii super libros physicorum sunt
fratris Petri de Raymundis ordinis Prædicatorum quas scribi fecit et sub ipso
magistro Blaxio audivit IN THEORICAM PLANETARVM ALPETRAGI In Theoricam
planetarum Blasii demonstrationes et dubia. Si tratta di opera diversa dalle
semplici Demonstrationes geometricæ in theoricam planetarum: Demonstrationes et
dubia in theoricam planetarum Alpetragii, VATICANO, Vat. lat. Super
theoricam planetarum aliquas demonstrationes et dubia circa materiam gratiarum
largitor pulsando occultare ne me quis invidum reputaret qui non papirum
combustilem, sed pergamenum magis ignis extinctum gratus vobis cognovi
lineandum, quia etc. omnibus licitum est ordinem servare doctrinalem, consequar
quod promisi, videlicet primo orbes solis depingendo ut sic inde conclusius
videat apparentas et nequaquam naturalibus principiis derogando et naturali
obviat qui vacuum pont qui corporum penetrazionem admittit et minus qui orbes
facere fluere et stationes cum praedictis, deinde propositiones demonstrationem
parientes ut gloriosus deus concesserit discursu apodiacon demonstrabo et
ultima demonstrata pro tabulistis quantum ad corum proposita sufficit,
applicabo. Tres orbes mundo eccentricos et difformes per applicationem speram
solis eccentricam fabricare, Istam conclusionem propositam non intendo
demonstrare...; f. 60va: «patet quomodo respondetur ad demonstrationes contra
istam et sie sit finis per me Petrum de Fita, Expletae sunt theoricae
planetarum per magistrum Blasium de Pelacanis de Parma editace: FIRENZE, Laur.,
Plut, codex, ff. 8ra-14v, non completo, si arresta al commento della
proposizione Dunam sex motibus moveri quibus datis, con le parole: set tertium
ab eis distat vel illud tertium quod a duobus coniunctis distat est Sol vel
epiciclus; BERLINO, Staatsbibliothek, ms. lat Demonstrationes et dubia
theoricae Blasii de Pelacanis de Parma; VENEZIA, San Marco, Demonstrationes et
dubia Blasii Parmensis super theoricam planetarum, 11. 175г-216v; FIRENZE,
proprieta Olschki, Super theoricam planetarum aliquas demonstrationes et dubia
secundum subiectam materiam gratiarum Tres orbes mundo eccentricos et difformes
per applicationem speram solis fabricare, istam conclusionem propositam non
intendo demonstrare», edito sotto l'attribuzione a Pietro da Modena da G.
BoerTo E U, MAzzIA, D'un ignoto astronomo del secolo XIV, Pietro da Modena, da
un ms. della collezione Olschki, Bibliofilia; in realtà si tratta
dell'opera di Biagio, cfr. anche L, THORNDIKE, Notes upon some medieval
latin astronomical astrological and mathematical manuscripts at the
Vaticana, Isis, PARMA, Bibl. Palatina, In theoricam planetarum
demonstrationes geometricæ VATICANO,
Var. lat, Blas Parmensis demonstrationes geometricae in theoricam planetarum,
mapit: « Centrumsolis acqualiter distat a centro eccentrici solis et a centro
terrac existentis in duobus punctis terminantibus lineas existentes plus sex
signis luna peragit cursum suum. Finis theorica lunae»; branco: f. Laurenti
Bonincontri Miniatensis super Centiloquio Photomer. Nella prima carta del
codice se legge Nicolai comitis patavini de motu octavae sphaerac, Tractatus
sphaerae Johannis Sacrobosco, Demonstrationes Blasir parmensis, Comentum
Albertum magnum super sphacram, Eiusdem Blasti demonstrationes mathematicae
super theorica planetarum, Centiloquiam Ptolomei cum commento mei Laurentii
Bonincontri»; nell'indice, dunque sono indicati i due testi di Biagio, ma noi
ne avremmo individuato uno solo. VIENNA,
Bibl. Nat., mapu, centrum solis acqualiter distat a centro eccentrici.
Corrisponde salvo lievi varianti, fino a f. 66v (con la proposizione 22a), con
il Vat, lat., VENEZIA, Museo Correr, Provenienza Cicogna; contiene solo
l'explicit, evidentemente errato: finiant demonstrationes Blasii de Parma super
theorica planetarum compilata per ipsum in gymnasio mia edizione Il
'Lucidator' dubitabilm astronomiae di Pietro d'Abano SCHIAVONE, Padova,
Editoriale Programma, Le Demonstrationes geometricæ sono pubblicate anomime
nell'edizione per Scoto, Venezia, Sphaera mundi cum commentaris. Anche THORNDIKE,
Notes upon some mediaeval latin astronomical astrological, JUDICIUM
ladicium revolutionis anni 1405, PARIGI, Bibl. Nat., lat., ludicium
revolutionis anni cum hors et
fractionibus secundum magistrum Blasium de Parma, incipit: cantequam invadam
pracsentem materiam pro mei informatione et alterius cuiuscumque priesupponam
aliqua in modum propositionum iuxta formam et consuetudinem philosophantium, Su
questa opera efr. il mio studio P. una storia astrologica, Abstracta. Biagio
Pelacani. Pelacani. Keywords: implicature, prospettiva, filosofia della
percezione, origini del libertinismo, commentario in detaglio sulla semiotica
di Occam – dialettica – segno, nota, sermo. Refs.: Luigi Speranza, “Pelacani,
Grice, e Shorpshire sull’immortalità dell’anima.” Luigi Speranza, “L’animismo
di Pelacani e Grice, ‘smoke means fire, literally.’” Pelacani.
Luigi Speranza --
Grice e Pelagio: la ragione conversazionale - l’implicatura conversazionale –
la scuola di Giulano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Tutor of Celestio and
Giulano di Eclano. Pelagio
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pellegrini (Venezia). Filosofo italiano. Filosofo veneziano. Venezia,
Veneto. Abstract: H. P. Grice: “As an university lecturer at Oxford, I had to
give this or that seminar on topics of my interest. Ewing was writing on
meaninglessness –which struck my attention, since I don’t think Ewing cared
much to talk about meaningfulness in the first place! Pellegrini did: he refers
to ‘the signs’ – I signi’ – of the nature – fisi, what I call ‘natural meaning’
– of ‘man’ himself – my topic of research since I fell in love with Locke!” Keywords:
sign, signify, physiognomy, fisonomia – segno come relazione triadica – Peirce
– Those spots didn’t mean anything to ME; to the doctor, they meant measles. --
Filosofo italiano. I SEGNI DELLA
NATURA NELL'UOMO. Della fisonomia naturale Della fisionomia naturale, nella quale con bellissimo ordine s'insegna da
segni esterni della natura a conoscere gl’affetti interni dell'animo
dell'huomo. Opera non meno dotta, che utile generalmente a tutti, & in
particolare a qualunque che di pittura, e scoltura si diletta. Con un indice
copioso di quanto in detta opera si contiene. Al signor Gio. Dominico Peri (Milano).
For an earlier example, Martius, De homine. Cristoforo Canài HI DELLA NATVRA NELL’VOMO.
Con Trimlezw. ^òi^Jf-^^-. In vinetia , per Gm^vm ^ /. 7v A* LO ECCELLER^ tipmo
Duca di Camerino , Il Signore Ottauio Farnefe , Chrijfoforo ^ecanale, Onofcendo
per uiua ^ certa froua , EcceUen^ tipmo Trencipe^che lo intendere pienamente ^i
affetti humani, apporti in tutte le opera^ tiont de la uit a, gr andiamo gioua,
mento , ^ Comma dilettatione a .Mortali ) m'e caduto ne t animo , per fare
queHo piacere, ^questa utilttade agli huomini, dt pub li ed' re ( anchora che
fenz^a ilconfènti- mento di lui) alcuni ragionamene ti : fcritti ne gli anni p
affati , da a ij mio compare iiPkfeJJer (tAntonio Tellegrini : Me i quali ( fe
in alcu - n altro liho ) fi può perfettamente imprendere , quejia fi
diletteuole > f^* fi gioueuole dottrina . Eiluero, che il penfarmi di uolere
far con- tro a la opinione, ^ del Compare , ^ de lo amico J,a mente^pronta da
fe y a procacciare il bene , ^ l'utile commune alquanto mi impediua ^mi ritardaua.Aia
fuhito^quafi un raggio di Sole tra nuuoli , mi fi fcouerfe lo lj?lendore ^
l'authorita de la Ecce [lentia uoHra . Et giudi cai che facendo io ufcire quefo
li- hro ne le mani de gli hmmini , col felici fimo uoflro nome in fronte , non
folamente ciò douejfe a tuiy f- cureXzjd ^ fauore col mondo ; ma a me anchora
con lo amico imer ito ^gratta acqmUare , ìsle nera-- mente , fu non
ra^ioneuole, ^non git^fio il mio fenfamento :Pero che qual Frouincia , qual
Cittade, quale e finalmente quelt huom o , che ardijca di oppugnare quella co
fa ; cui mi rigenero dun tanto Im^ Peradore,Jiate feudo ^difefa ? Et a cui darà
l'animo di biaJimarla\Ce uoi, nipote d'un f felice coji fan to Pontefice,
l'hauerete accettato ? fermjlraìEt le firet e patrone \ Et d! altra parte, come
potrà lo aù thore non gradire,'^ non hAuer ca ra queHa mia operai ione fentendo
ilfuQ libro, e [fere uenuto ad mchi^ nami ^baCciarui la mano,come a (iio
Signore ? Alche far e, egli mede Jtmo,Jè le jke occufationinon gite le hauepno
uietato, uolentieri ue- nuto farèl?be:Non Joloper le moL te, ^ tutte rare
uniuerCali cagio- ni, onde fopr amolti Fremì fi:, ^ admir abile fete et
amabileyma par ticular mente , perche benefattore, ^ signore fete de fuoi .
iAccetti adunciue la Eccelle ntia mlìra, quefio libro con allegra faccia : Et
rimiri in lui , quajiin lucido ^ va litolpecchio,tuitele fue buone]qua
litaicojide t animo, come del corpo: Et alfine , fempre lo oAuthore ^ me
infteme , che ci fa fommofauo^ re , conferui ne la gratia Jua . L ,1. \ I I
SEGNI DELLA NATVRA NELL'VOMO I B IlO V B^l M 0. 0 FE B^E B B 0 Ts^O certamente
tutti quanti gl’uomini con ogni loo fatica diligcntia IsfoY'xarfi eir ingegnarsit
di recare al mondo, nel mi I gliore modo che poffono y ' giovamento ed utilità:
si per ricompensare in questa guifa^gliamaelìramcn^y ti e benefìci, riccuuti
dgl’indusìrio/i & [ani lo^[ ro maggiori : fi ancho per non lasciare che nel
tempo à uenirt, i discendenti loro si dolgano come efii peraventura hanno fatto
de la prigitiay^^ 'i^ la negligentià de igìa trappaffati. Ed avenga che H fare
quelìo a ciafcuno lìia ben^ , pure a coloro ajjai meglio pare che si conuengd,
che con minore pe^ tiglio e daìino di fe Heffi, eseguire lo possono, la qual cosa
niuno hiuero mi negar à giamai ^ne gli scrittorinon adempir si
perfettamente Tercioche essi, lontani in
tutto da i tumulti delle guerre, da le inuìdic de i governi degli fiati dai
difagi che ftmpre ft tirano dritto tutte le arti , pofjon^ t tàue conferuare le operationi de Capitani :
lodar e^^^ prudenza de prencipi : Et ìnfegnare in che manièra , <{ue^o , o
ciudi' altro , tra gli huomini fia Ua^ to eccellente . Ver tanto difiderando
pure di mani^ feHare al mondo^quanto fia in me je non gagliar-- do il potere.almeno
ardente la ajfettione^di gioita" re (fe potrò) agli huomini in qualche
modoM uo-- tmo^y polche nonni h dato occaftonedi meglio ope^' rareyfcriuere al
meno alcuna cojaichepiu dotti ^ pisani ci renda. E perche essendo uomini ci de
principalmente dilettare , di intendere CT di cotiofiere l’uomo inan^ì a
ciafcun' altra cofa , fi ancho-^ rayperche ad hauere conofcen:^ di noi
Hefhfumma già in per fona di un gran fauio auertiti da i Diuini or acuii , mi è
piacciuto di trattare primieramente de la natura de Hmomo: Et moflrare fecondo
le ua rie qualità del corpo, quaipajfwni, & quali affetti, fiano
naturalmente ne l'anima. De laquale Jcientiay niuna altra più grata^opiu cara
efferc ci dee: confi-- derando lei effere tutta noftra: TSlc d'altro trattar Cy
che di noi medefimi. TSljunapiu gioucuole^od utile : imprendendo da
lei.ciocheper effere buoni compiu-- t amente ydohbiamo fchifure: Is^iuna al
fine più per^ f ettaro più bellaieffendo il foggetto di leifilpiu bcU loyC'l
più perfetto animale che habbia la natura crea to. abbracciamo adunq; con tutte
le for%e noHre , ^ucfìa tanta bellex^. ^cqui§ìiamo quesla perfcttione :
feguitiamo queU' utile: Et guHiamo qucHo fo?nmo piacere. La conofccn:^de
fegnidelavo- f T ìli y 2 tira T^aturuy è celebrata da i medici : ojjeruata da i
fhilofophi , & ammirata parimente dagli buomini tutti; Etpreffo agli
antichi ella era in tanto di tiene rat ione d'authorità^ cheft legge gli
Indiani faui non prima effcre [oliti di permettere che alcuno dcjje opera a lo
fludio de la philofophiay& al gou^r no de regni , che foffino certi per le
corporali qua* lità di colui Jui efj'er ne pienamente degno. Foglio a dunque
mandare a le lettereccio che in qMcfla mate ria alcuni anni fono , tre ualorofi
Imomini , & miei carifjirni amiciydottamente ( fecondo che poi mi fu detto)
& fottihnente dijputarono infieme : ilquale ragionamentOy hebbe princìpio
in quefla maniera • Dijfemi già ^Icffandro Dolce che trouandofiun giorno di
fiate dopo mangiare ^ne la Chiefa del Batti "ila a Murano^doue fi
celebraua alhora jollennemen te la fefta de la natiuità di quel fanto , infieme
con Meffer Gifmondo Harruel Jngleje^'che hora c Com-^ 7niiJario&
^mbafciadore del fHol\e prejfoaque fìa B^epublicac& il zornox^^ Confalo in
qucfta Cit tà de la natione fpagnuola , Et ueggendo elfi quiui , come fi
fuoleufare in luoghi fimili y ragunata una buona brigata di donne , mirando il
Confilo uer^ Jò una di loro, più giouene, cì^ daciafcimo giudi^ cata belliffima
di tutte le altre , uerfo gli amici ri-^ Udito fi , loro in quejio modo diffe
ridendo . Ter quanto da alcuni certi fegni ìiel uifo di quefla don- na
comprendo {(^^ fe loro la predetta giouene uede re) giudico che ella difideri
fommamente , di ejjère JL Vi; tuttauìa in quello ejjercitio occupata , che fece
r/- tornare la faldella a MaJ^etto* jl cui lo Inglefe^me Zo fogghignando
rijpofe . Mia opinione è ftrma^ mente , che non pure coHei che ci hauete
additato^ ma tutte le altre anchora , onde al prcfente qucHo tempio è fi
pienoyhahhiano coft fatto defio. Mhoi- ra uolendo il Confolo rifpondere alcuna
cofa^il DoU €e fnbito interrompendogli il fkucllare , di/Jècofi • 'Perche non
ci arrecate uoi , de gli ejfempi letti ne i UoHri libri Spagntwli , feni^
impouerirci noi altri ltaliamhogUedocii& ufurpàdoci i noHriÌTanto ui bafiaua
a dirc^cofiei farebbe atta a rompere la deli-- herata oHinatione del Cauallcro
mudo:fe forfè non fi tenete meno ejperti ne la uoflra lingua Spagnuo- Ujdi ciò
che uoi ne la nofìra Italiana ui fiatef Que- fia co fa già non cred^io^riprefe
fubito il Confolo :.An :ZÌ bauendo riguardo a la leggiadretta flatura di uoiy(^
a i capelliy &ala uofira barba cofi riccia^ ui giudico non folamente dotto
ne la noflra lingua^an^ 7^ mi parete proprio uno Granatino fchietto & leg
giadro . Ouiui ejfendofi lieuemente forrifo , ha^ uendo per quelle parole , di
nnouo mirato lo amha^ fciadore la breue perfona del DolcCyuerJò di lui, che già
a lo Spagnuolo rifpondcre uolca di rimandoycon lieto uifo in que^ìa maniera
parlò . 7{onuidoletf punto de la uoflra breuità & picciolex^ : che già un
altro ^lejjandroydi uoi non troppo maggiorcyfe ee tremare al fuono del fuo nome
tuttotoriente-.per infino a le più lontane parti de l'India: Dove egli ui dCyda
la for^Jt & da l'empito de la fiiauirtUy uintù ^ abbattuto quello Indiano:
grande diualorey d'a^ nimo , & di configlio : ma più ajjai di membre . Et
inan^i a luiyTìdeo picciotijjìmo (come recita Home ro) fuperaua tutti i
Thebani. Di cui ragionando Sta tioydice che una fomma uirtu,regnaua in uno
breuif fimo corpo . ^ntonmo poi Caracalla , fu anch' egli di ft atura
cortiffima : Et nulladimcno , fu giudicato fortijfmo & ualoroftjjìmo
Imperadore : Et caWgò per tal maniera la mordace iilejjandria y che per quel
ch'io credale Ila ne conferuarà per tutti e fecO'» Uy &uiuay &uerde i
& fempr e frefca memoria • Quanto poi al tempo de i noflri padri yfta Hato
qui in Italiayin tutte le optrationi de la guerraychiarijjl mo Tsjjcolo
piccinoynon è meftiero che horaui con^ ti : fi come co falche può troppo bene
e/fere a ciafcu^ no palefe:'hlondimeno quanto egli grande fi [offe ,ol tre al
fupranome tratto da la qualità de la per fona che ne dee far fede ^ fi può di
leggiero confidcrare: ripetendo che dopo la rotta che egli hebbe uicino al lago
di Garda da Francefco Sfor'^yCifi faceffe^dubi tandofi non gli fojje for^^ di
diuenire preda de ni* mici y portare iìiuilluppato in un facco fuori di quei
tumultiyda un fuo raga'x^ ueUito da faccomanno • yolea l' ^mbafciadore
feguitare anchorapiu oltre, quando il Zorno'7^ preoccupandolo diffe.K^on cre^
diate già che la picciolexi^a del corpo ^fia cattiuo fe^ gno ne le offeruationi
di quefta dottrina:che an'ZÌ JL rifiotele^ & altri philofophi, che
anticamente & iìi jl iij à ^ quelli
noflri tempi ne hanno trattato ^affermano tut ti di commune parere^la fiatura
breueyejjere certijji mo fegno di celerità ne le operationicEt di pronte?^
mirabile d'animo^i^ di configlio. Quindi uennCf come Iherba da la radiccyil
germogliare de i dijìde ri del Magno ^lejjandro y cui uoi poco inaìi'i^ cita-*
ile: Et di poi il dar loro jpreUa fubitijjìma efpe-* ditione. Comincio alhora
lo Inglefe a forridere : Et poi in cotai parole fciolfe la lingua. Io credo che
di- gran lunga più aiutajji' (pmgeffe ^leffandro , al fhre le merauigliofe
& foprahumane opcrationi , onde egli mal grado del tempo & de la morte,
ni-- uerà jempre gloriofo ne le memorie de gli huomi-^ niyla grande &
diuina uirtu de t animo che era in luixhe non fece la breuità , la picciolcT^i
de la perfo7ia: onero qualunque altra qualità , che egli in qnal fi uuglia
parte del corpo fi hauejje; Ben fapctCy Joggiunfe fiibito il Dolce, già ne la
opinione entrato de lo Spagnuolo^cbe quel degno ualorojò Trend peju
maggiormente da la uirtu de l'animo fpiìito : 3<[ondimeno quella cotale
uirtu,per certi fegni , o?j- de ne era il corpo diìtintOyfermamente conojcere
& preuedere fi poteua. Foi ui dubitate de i morfi del Confoloyriuolto
l^mhafciadore uerjo il Dolce^dijje alhora ridendo: Et poi foggiunJèy& per
ciò fete en irato per luì hora ne lo fieccato. ^ qucflo il DolcCi fi come egli
era lieto & ridente , in cofi fatto modo rijpofe . 7^(e io magnifico
^mbajciadore ^ temo dei morfi che non mi pungono : quando per alcuna ca-^^ione
non mi reco a male tejjère co/i picciolo, qml mi uedete : 7{e il Zorno^^^noìi
effendoper ancho^ ra Sìato unito , o cacciato del campo che egli fi ha prefo a
douer mantenere , ka bifogno che alcuno fi prenda pugna per lui. Ma credo
fermamente , a ciò tirato da la aut borita di me Iti grandi & eccellenti
philofophi.che di tutti^o de la maggior parte de gli aff etti de Inanimo,
habbiamo nel corpo alcune certif fime note: alcuni fegni^ & indici
chiaritimi. Klo ui mettete a negare queiìa cofa.rifguar dando lo Inr
glefe^diffe il Confalo alhora, pero che negar efie una uerità troppo pale/e
& aperta: l^epotrtfìe cauar- uene i piedi , fe non con la perdita de la
uoHra jenr t€ntia . Foi ui moHrate molto ardito.rìfpofe albera a lo Spagnuolo
lo ^mhafciadore , dapoi che fi e il Dolce rappacificato con uoi:ma fe non
haueffi rijpct to a queiìo luogo , doue non mi pare che fi conuen-^ gano queUe
dijpute , come che la mia opinione ne perdeffiy non ne riporterei al
menobiafimo o disho-^ fiore, Effcndomi poflo io fola Barbaro ro%o & incoi
to , a difputarc con uno Italiano ornato & tloquen^ te ; Et con uno fagace
& acuto Spagnuolo . Mho-- ra il Dolce , queda cortefe dijfe , &
am.oreuole inr "giuria che ci fate , non tiene già ella pure un fol punto
di Barbaro : ^n^i ci dimoHra chiaramente, uoi efjcre tutto pieno di humanità :
Et degni fimo di effere nato nt la Città di I{oma . si al tempo de i ']{egoli y
0 de i Fabritu , foggiunfe fubito il Confolo. LEt non già a quefta trifìa CT
infelice etade : ye I4 \ L I B T^O quale U ntai uiuere , & i fo'j^ coflumi
di molti che bora ui J'ono,hanno ripiena quella cittàydi tutti i ui- tij, &
di tutte le fceleraggini . T^je quiui il Dolce : poi ripigliando il fuo
ragionamento/egui in quc fiaguifa. Certamente giudico anchor ioy queUo luo^ go
non effere conueneuole 5 a le diJputationiQhe^ già cominciato baueuamoiln cui
lungamente fermando^ ^ ci, mi pareua ìionpure che faceffimo contra al debi to
de Chrifliani > ma anchora che da precetti di Ty^^ thagora^ molto
circndefiimo lontani t dolendo egli che ne i tempij diuini , oltre a lo adorare
&àl con-* templare Dio^non fi die e j[e 0 face jje altra co fa ueru ita. Ma
feuolefte fare per mio conftglio, potremmo pa/fare qaefio giorno , lontani dal
tumulto 5 & dal caldo yonde ardCy & ua fottofopra que[ia Chic fa: Et
ijpendcrlo 0 nel cominciato ragionamento : ouero in qualunq; altra operatione,
che più ci aggradijfes& che più ci andaffe per r animò. Spendafi pure in
que Sìoyriprefefubito il T^untio del ke:Ma doue andre- Vìo noìy che quello fole
ardentiffimo , & tarfura de la prefente fìagione^non ci apporti noia &
faftidio? <:é ne andremo rijpofeil Dolce yfe cofiagrado uifia^ in alcuna de
le nojìre barchette : Et farenci menare •qui drietojoue fia l ombra più frefca
y e'imare piti tranquillo : Et quiui pafcendo a un tratto la uiH^ de le (poglie
uerdijfime de i belli & colti giardini che €Ì daranno d'intorno y&dele onde
marine imitd'- trici&cmule delCiclo,potremo ripofatamentty & SenT^
alcuna perturbatione , acquetare , comporr e% P-J^ IMO. 5 ^ ordinare V animo
nojlro : Oìide il di/porlo poi ad alcuno penfiero intellettuale &
contemplatiuo zaffai facile CT lieue cofa cifia .^quesìe parole del Dol^ ce y
acconsentirono gli altri dui uolentieri :perchù entrati in barca^^ in parte
ridottifi a punto fecon^ do la uoglia & il dijj'egno loro y poiché fermati
fi furono alquanto , cominciò lo inglefe a parlare iti quella maniera .
Quantunque uolte rne auenuto di penfare di quefia uoflra fcientia j altrettante
mi fo no merauigliato grandemente di quegli huomini ^ che ui confumauo drieto
tempo & fatica : Et l'olio (come fi dice) & Vopra ui perdono. T^on
tanto per la uanitày&per lafallacia^ che pero inlei cono/eia fno
certiffima^quanto perche mipare^che quelli tali fi uadano per fe medefimi
procacciando hiafimo & dishonore» Terciocke qualmeritOyche laude^quanto
bonorcy ^ qual gloria , diremo douerftragioneuoU mente attribuire ad alcuno,
uiuente giulìoypruden" tCy forte j& temperato , fe egli non per jua
delibera rata uolontà fia tale , ma perche la qualità del fuó corpo y a uiua
for^a effere ne lo facciano^, 7{on «e- dete di gratta , che in queUo modo fi
Hraccianoyfi distruggono y & fi gettano a terray le leggila giu^' ilitiay
& VhoneUà i Che foìiOyper dir uero , nonpu re ornamento^ ma Habilimento
anchora y ZS> conferà uatione di quello mondo. Ingiuflo adunque & uanù
Lycurgo : llquale ne le fue leggi ^propofc guiderà done ^ premio a i uirtuofi
& buoni : Et a gli federati rei pena ^ caHigo :fe gliu?ii } & gli Z J B
0 altri di coSlorOi non di loro uolontà operauano , rr^a erano da le corporee
qualità^a cofifhrc sfor'j^ti. In giufto parimente Solone : Ingiunte le Dodici
tauolc i^mane-.lngiu^li gli Imperiali edittiiEt ingiuHi fi- nalmente tutti gli
(latuti i CT tutti gli ordini de i l{e gniy& de le l\epuhUche.H abbia uno
mcdefmo me^ rito illibcrale^^- lo auaro:llprudcntey& lo fcioc^ co:ll
modcjìo,& Paudace.'ll buono,& il reo: Et al fi ne l'ornato di uirtuihO'
il macchiato di uittj.Confoìt dafiy & mefcoiifi ogni cofa fòttofopra : Et
ritorìiifì di nuouo nel ìnondoyla confu/}one^& il Cbaos. 0 bel la adunque
utile fcientia che è quefìa^fe ella non dijpaia il nerOidal bianco : [e ella ci
toglie lo imita--' re le opcrationi nobili & degne : Et [e ella ci mette
dinan'xiuno fcudo,di dire non poffo fkr altro, o non ci fono inclinato, jhtto
di cui ricoperti^pcjfiamofen^ %a temere più hoggimai le afl^rc^^ fiere per
coffe delbiafmo & del Hitupcrio^liber amente in qualun- que uitio
Jommergcrei: Et da le uirtu , onde prima 'frìeglio & più fìcuramente
erauamo difefi, allentai^ narci {come dir fi fuolc) per tutta la jtrada . Ma
non pure, fe quella fcientia fo/feuera.ella farebbe (come ho detto) dannofa
& noceuolca lauitade gli huomini:Ma ella^anchora non e,ne uera può effe -re
per alcuna maniera. Ttrciotheìouorrei faptre un poco da uoi^fe i cosìurni fono
affetti de l'anima: 0 pure del corpo. Sono certo che mi rifj'onde) ete de t
anima : fe adunque l'anima per fe , rionubidifce » ^ non.Jtguitay& non
foggiaceale paffoni dclcor- poj come miete noi . qt4im ridendo il zornoxj^
mlcua interromperlo y fc il Dolce che gli fedena et rimpetto , nonio bauejje
cofi dicendoyfiitto tacerei Lajciatcper Dio Signor Confoloy che egli dica tutto
ciò che gli piace yche poi con ordine uia maggiore y fi potrà di ftintamoite^a
ciafcma parte del fuo ragio^ namento risponder e. Chiunque jifente trafiggere
al u'UOyripreJe fuhito ilTsiuntio y hauendo già uerfoil Voice riuolto il
parlare y non può in alcuna maniera. Siar cheto:pero fentendofi hora punto nel
corcyCi uo. leuaper isfogare il dolore & la pajjìone che lo pre^
meuaymandare in quel modo fuori la uoce. Ma (ri^ drii^ando di nuouo le parole
al Confalo) prepara^ teui pure difjcydi jchermirui bene :per che di co fi acu
ti Hr ali y me rie auanxano ancora parecchi. Già jo ben io che buono arderò
douete ejfere affai , rifpofe il Zornox^'i poi che fete Inglefe : Ma non
dubita-* fesche io con V arcobugioyche agli Spagnuoli hado^. ^nato la gloria de
la militiayfhrò lo uedrete , pÌH> profonda , & pia mortale ferita . Orfu
foggiunfe io Inglefe , ueggiamo adunque qual di noi fa meglio ferire: Et poi in
quella guifxy al fuo interrotto ra- gionamento diede di mano . Dico per tanto
che fc V anima per fe ftejfa nonè fottopoUa a le qualità corporali , molto meno
i colìumi , che fono , come già s'è detto , paffioni & affetti di quella ,
ui pof- fono y 0 ui debbono foggiacere : Effendo cofa cer- Ufjlma yche effmon
fi impriìnono ne gli animi da naturai ma per l'ufo continouo , ^ per le
frequcn^ L I B 1^0 tate operatìoni, fi accingano fi ricenono . Oltre a ciò,
quello affetto che e naturale ^ non fi può per al cun modo afjuefare al
contrario : Conciojiacoja che fe mille fiate fi gittafie una pietra a lo in
JufOy al-- frettante ella a baffo ritornarebbe : fecondo che a U proprietà de
la natura di lei fi appartiene.Ma i co^ fiumi (come ciafcuno fi uede) pofiono
troppo bene efjer e contrari a le ine linat ioni deh natura: ìUhe ef fendo,noa
è forte o difficile a giudicare, che ejfi non feguitanOi ?ion ubidìfcono ,
& non procedono in al- cuno modo da lei. Ma quale necefiità uolcte poi che
poffa hauere quefìa fcientia yfe in molti fi ueg^ gon^o alcune qualità
fignificanti pajjioni ne l'anime^ fce erate & trine, che fono nondimeno
fantifiimi cr perfettifiimi> fi come in Socrate cr in Hippocra-^ te effere
incontrato y per le fcrit tur e de gli antichi appiamo . Et fe molti fi ueggono
di complefiione fol erica yefilre manfueti:non pochi fanguigni,tenaci &
auari:affai maninconici, liberali: Et molti alfine Vhkgmaticiyf uribondi^T^on
nafcono adunque i co- [lumi:da le qualità de le complefiioni:^n^pendo^ no in
tutto^da la pura libertà^de la uolontade & de lo arbitrio
nofiro.Ouiuihauendo il Juo parlare fini- to lo ambafciadore.il Confolo che con
difiderìogran difiìm 0 moflraua di ajpettare che in fe ricadefieil ra
gionamento , con quella uiua & chiara allcgre^:^ che fiammeggia di
continouo nel fuo uolto^ in que- Ho modo comincio a fauellare. Scio non
giudicafii ihefeconà o lenouelle infiitutioni del uofiro paefe I M 0. 7 ui
credeHe la confefjione e/fere di fouercbioy al con^ fejjarui ui eshorterti :
perche a me pare neramente che fiate fpacciato. Ts(on toccate^dijfe alhora il
Dui ce di gratiacofa alcuna appartenente a religione: Ma lajciando queUi
carichi a i Frati y &ai reueren di maeflriybaÙicianoiy il confiderarele
cofe natura li. Amando meglio di errare con quei buoni antichi che con quefti
altri modernijoltrc come fi dice, a la linea jfapere. Egli non farebbe
Spagnuolo^ difielln glefe alhora uerfo il Dolce riuoltOyfe egli infieme no
fofie mordace ^ ingiuriofo:Fedete come egli ci me na tutti ad un filo: Diani^i
uoiy & io bora fiamo fta ti tr affìtti da lui. Ma lafciatepurej che i
Dialo^i de la prefa di l\cma^in queUi tempi da lui publicatiy ci fanno bene
cono fcere a pienOycio che egli de la reli^ gioney& de la fede fi
fenta.Sorrifc alhora il Confo lo a que^i ultimi detti: Et poi cofi Aggiungendo
fe-^ gui. Ture che uoifcrittore non mi facciate; tutte le altrecofemipajfaro di
leggiero.Toi fermato alqua to il uifoy più grauementeyin quefìa maniera a ragia
tiare diede principio. Egli e ben ucroyfi come uoi di tCyche i coHumi fono
affetti de Vanima:ma non epe ro ueroyfi come inferite dipoiy che l'anima non
uoi" difca a le qualità)& a lepafiionidel corpoi^n^i in mille
modiyapertamente fi uede il contrario. Donde direhbono i medici , che il mutare
de la complejfio^ ne y cambiaffe infieme gli affetti de l'anima yfe ucro foffe
y che ella le qualità de i corpi non feguitajje { Ter che bauerebbe introdotto
Tlatone Timeo dijpu t I B \ 0 tante , quegli huominidi lungo cjjerepiu
prudenti, il cui corpOy di minore copia dlnmiore abondajfei O non è forfè
laprudentia.una de le uirtu de t animai Certo fib:Tsiondimcno uuol pure^come
uedete, quel fauio^an^iq principe più tofio & capOy& maeftro di tutti i
fapientiy che ella da le qualità del corpo di^ penda. Ttholtmeo afirologo, ^
inanità lui Hippo crate medico ^differo che fi doueuano giudicare i co fiumi
degli huomini ^ fecondo che effi erano natiiin regione o uicina , o lontana dal
mt%o giorno : ciò è che riJpondayCT che fia fottepofla^ a lo Equinottia- le
cerchio del Cielo , Conciofiacofa che i co§ìumi fe^ guìtino lepotentie
naturalicTs^afcenti fen*:^ dubbio alcuno^ da le uarie compofitioni de i corpi :
Lequali pigliano poi diuerfità & differenza , fecondo che differenti fono
y& diuerfe le regioni. Onde diffe Ver gilioyeffere necejjario il uario
influffo del Cielo cono fiere: Et ciò che un paefe fa atto a produrre natU'^
Talmente : Et d'altra parte^ ciò che per ninno modo gli fi conuenga^dala
efi?erientiacertiffima madre di . uerit affiamo conapprouata ammonitione chiari
ren iluti. JL che erano quefie confiderationibifognoy fe non le anime cotali fi
dipingejfero^ qualcil corpos i colori de la materìa tinge ffero Ì Et fea
feguitare le proprie qualità de la terrena poluere , onde fono quefie membra
compoHey non fempreauiua for'^ te cofirìngeffero f Et confentaci la uoflra
benignità^ che a lo Jpecchio lucido & politoàn que§ìo cafo Va- . mma
ajjomigliamo. llquale priuo in fe d'ogni altrpt T 1^1 M 0 • 8 colore y fuori
che di limpide^ , di Jplendore , & di nettei^j tale però diuienc , bianco,
nero,gran^ de^ picciolo , bello & brutto , quali le imagini fono chea lui
ftapprefentatno . Cctali apunto le anime, noiir eccome parte che elle fono del
fuoco dellu- 7ne celùfte^chiare da fc^ri(pLendentii& fen'j^alcu^ na
macchìa^come prima a qucHi corpi^foT^^ofcuri^ ex tenebro fi fi
uniJcono,tHttigli affetti lorQ,onde ef. fi diuerfarnente uanno d flintiy in fe
Heffe riceuono a Ma perche mi debbo faticare a ritrouare argomen^ ti , fe la
ejperieìitia dinani^ a laquale fuggono le. menzogne , ce ne rende in molte
maniere certiffimiì^ Ditemi un poco di gratiade infermità 7J le ebbrc^. %e, non
fono elle pajfioni di quejio corpo f Certo ji Jono y rifpondercte . T\fondimeno
chi è colui che non- ueggayCjuanto fi mouanOy& patijcanoper effe le ani
me^Elle patifcono tanto , & cotanta alteratione fi prendono, che mentre
fono opprcffi i corpi da queU la palfone,cJ]e per alcuno modo , // loro ufiicio
non pojfono ufare ♦ Quale adunque più certo fegno , e^r quale più manifcflo
inditio uogliamo di qutfio i Da l'altro lato, gli amorini piaceri,le
trijiitie,^ le pau^ rechi dubita, che d'animo tutte pafjioni non fiano i Ma con
tutto clo,ft uede la paura fkreil corpo tre^ mare & impallidire : Et
talhora per lo cacciare cìr rifpingere con fouerchia for'j^ al core gli humori
^ ( fi come ci affermano i medici) e/fere cagione di ftujfo : Et alcuna uolta ,
uccidere ancho del tutto • Similemcnte gli ccccfiiui dolori^ fanno dintnire gli
l 1 B Ti 0 hùomìnìfmofl : 'Et li rendono yqtia/i in tutti le lora operationi
yfimiglianti ale fiere jcluagge. Come fi fcriue di Hecuba: che perduto il
regnoyil marito^ & i iìglÌHoVh& ìntefa al fine la triSìa nouclla de la
mor . te di Tolidoroyperdette infieme lo ingegno & lo in- telletto humano :
Et da indi a drieto , a guija di ca- ne fu fempre udita abbaiare. ToJJono
etiandio ipia ceri & le allegre^ fmijurate ampliandoy& dila- tando gli
fpiriti uitali con troppo maggior f or '^cl che la natura fia ufa di /offerire
, guidare lietamente queUo noHro corpo talhora a la morte. Secondo che già
incontrò a quella femina Bimana: Laquale ha- nendoji creduto cìr pianto li
figliuolo per morto ne la battaglia di Canne^ueggendofclo poi faluo giun-^ to
dinan^i^abbracciandolo & bajciandolo fi morì di dolce"^: Quanto
poifiano da lo amore i corpi ren-» duti magri j& eUenuafh& in noi
medefimu & pa- rimente in tutti gli animali de le altre j^ecie^fi può in
mille ^roue uedcre ogni giorno . La onde dotta^ mente come fempr endice di
queHo parlando yil Man tuafto Nomerò; le cui diuine par ole, fono fiate dal na
ftro DanicUoyin cui come lume in JpcccbiOyriJplende la eccellente ^ rara uirtu
di mefi'er Triphone Ga- briello 5 nouello Socrate di queHa età/ono fiate di- co
ne la ornata traduttione che egli ha bora fatta de la Georgica , interpretate
in quefia maniera • Terche lor for%e , a poco a poco fura , La femi- na :&
ueduta li confuma :Tsf e fofiicn cl/efii fi ri^ tnembrin poiyGiamai de bofchiyO
de le tenere herbe • Sono 2' III M 0. p Sono adunque t anima c'I corpOydi
maniera con^iim ti & collegati infiemeycbe ciajcuno di Loro yfo^ìiaie ^
fojftnjce Le paJSioni del'alcro : Et ciafamo le alter alieni de i altro , in [e
mede/imo prende . Ter ciò amene che i medici che hanno cura de' corpi no^ Sìrii
conofcendo la (irettifìma unione de l'anima & del corpOi& fapcndo molto
bene quanto inno [otto giaccia agli affìtti de Ì altro ^ metano la prima cofa
agli infermi M lafciarji da le noic^& da le trijiepaf fioni de
lanirno^uincere Z7 perturbare. Ejjendo adi (jue a le corporee qualità Ì anima
(come fi ucde) fog getta ^ ubidiente yC ben dritto cheancho debbano i ccjìumi ,
che altra cola non fono che pure ajfettioni d^anmoàl corpo parimente fcguirc:
Et ejfere cotali a punto yqualt le figure i fegni di queflo ce li prò mettono:
Et ce ne donano indicio. Era per fcguitarc anchora ilconfoloya le altre
oppofnioni riparando > & facendo fi mcontra^onde qua/i con fortifiime ma
chine , fi era iìudiato lo arnbafciadore , diabbatttre CT di rouinare lo
edifìcio di quella dottrina yfe non che il Dolce ueggendolo fermo , diffe
fubito queste parole. Mi mcrauiglierei inuerità grandemente^chc a la \atura
ddigcntif ima altrettanto ne le cofepiu care & più nobili , di ciò che ella
ne le più indegne & ne k più uili (ì mofire fojfepiacciuto che i frutti per
le loro esteriori qualità giudicare fi pctejfero ^ & che drittamente , la
maluagità , o la bontà loro ne fo feantiuedutada gli huomini , Et fimilmente
che ne i cani , ne i cauolli^ ne lepecore^ ^ ne i buoi^ Z I B liO fìpoteffeper
cfegni del corpo ^ conofcerne lauìU tày 0 lagrande%j^ de lanimo^nT apprejjòja
debi^ lita y 0 laforte'2^ del corpo^^ che ne Hmomo ani male di tanta dcgnitày
& di tanta per fcttione , quc Sìoislejp) parimente non auenìjje, Quaft
chela TSla tura^di tutti gli altri animali y& de le piante fi ha ueffe
tolto più cura , che ella de l'huomo fatto non hauea.Oueììo non e ragionciiole
: 7\(e fi de per al- cuno modo penfare . Quando adunque non ci fojfc mai altro
argomento dimosìrantcci qucfla fi:ientia ( comete ne abondano inuero infìnifi)
confiderando che ci fia quella o fferuatione ne gUanimalhcio e il poter
conojceregli affetti de l'anima loro^nelo ajpet to de la forma efleriore del
corpOy fi de per degni-- tà de l'huomoycr edere che in lui qucfio iììefjo fi
pof Ja.Degnita farebbe del'huomoy rijpofe fubito l'Ora- toreyfe mi lo trahcUe
da la greggia de gli altri ani mali: Et non facendolo {fi come in ciò ogni
uosìro ftudio fi adopra)caminare di pari con ejfo loro.Foi per mia fede
procacciate^ un bello honore ala uo^ (ira fpecie : dicendo che le inclinationi
de l'anima humana,fiano quello iflejfoy che fi fono gli empiti de ^ le fiere
:lSlpn dico già io qucHa cofa , previamente il Voice rijpofe:Jin%ifo che tra le
attitudini naturali^ ^ gli attuali cofìumiy ci può ejfere grandifma dif-
feren%a.Feggendo quiui il Confolo che la dijputa in cominciata dal Dolce^er a
per difender fi in troppo lunghe'T^ymirando ucrfo di luiy humanamentc con- tai
parole gli dijfe.Siatc per gratia contento fignor T III M 0, IO Dolce^che domi
hoggi , che uinca qucUo Inglefc •per memedefimo: Et perdo fen%a punto
trauagliar ui ne la nojira battaglia , jiatcui da canto a utdere: che
uiprometto^in due o tre colpi anchor affare che egli in fogno di uintOy mi
porga ignuda la mano.Fe nite pur uia^dijje alteramente ridendo lo^mbafcia
doreiche forfè cofidolci^o tali non ui parranno lac que del noUro Tamigi ,
come^^ quali hanno i no-- §ìri guflato in qucfta prouincia , quelle deTo , de
r^rno^ & del Garigliano. l{ifo che fi fu alquanto per la ardita
riJ}>ofla del yuntìoy^ato il Confolo un poco fopra dife^in qucjìo modo a
ragionare ricomin ciò .Ts^on giudico che fia neceffarioyrijjìondere a quel la
parte ampollofa del uofiro ragionamento : nela-- quale mettendomi incontra la
authorità de gli an^ tichi legislatori, ui dolete che queUa fcientia toglien do
la laude al buono eH uituperio al triUo , ritorni un altra uolta la confusone
nel mondo : perciò che ajfai chiaro fi può uederc , lei ejjère fabricata fo^
pra la rena:fenxa alcuno od appoggio ,0 foflegno di uerità. Conciofia cofa che
non per le incUnationi o potentie naturali , biafimo od honore ci meritiamo: ma
per le attuali operationi: Et perlloabito poi, ^ per rufo che in effe
facciamo.Chi ui nega adun- que ^che non fiano utili le leggìi Et chi può dire
chcl uirtuofonon fia degno di gloria? E' luitiofo per con trarlo , di fcornOyt^
di infamia fempiterna? Vojfo-^ no gli buomini e/fere inclinati naturalmente (
come di Socrate dijfe Zopiro ) a qualche ajjetto triUo ^ Ilo opprobrìofo : Ma nondimeno configlìatl
& aiutati da la forte & prudente noflra imperatrice ragia-' ne y
pojjono anchora quella loro naturale affettione, domar e j uincere , &
ordinare : TV(e lagmja che nel già detto fempre lodatifìimo SocrateyeJJ'ere
auenu^ to fifcriue. Olà ni uoleua ioydijje a Vhora lo Ingleje: Et haurci caro
che per uoi mi [offe moflratOy in che maniera fja pofiibilcyche fia utile o
necejjaria la co gnitione di alcuna co falche pojja nondiìnenoyefjere, Cir non
ejjcreynel modo che già conofciuta Ihabbia^ mo.Dirò cofi:Che migioua il fapere
che la bianche"^ %a ne gli òcchi^importi timore ne l'animo :fepero non
fono gli haucnti gli occhi di quel colore, sfor^ ^tiad ejlcre timidi fempremaì
? jinT^ fe nonpo^ chi tali ft ueggono tutto' l giorno , di molto ardire , C2r
di molta fìereT^ dotati ? ^ffai uipuogiouare , riprefe fubito il
Confoloyilpreuedere le naturali in-^ clinationi de gli huomini:quando ne la
maggior par te di coloro che ima ci uiuono.ci fono per effe il più de le
uolteymanifeflatiy& venduti pale/i gli attuali cóWmi , &gli habiti
propri de gli animi humani . Conciofiacofa che fecondo il detto del fauio
Biante, molto maggiore fta il numero di color o^che cicchi fe ne Hanno drieto
al fumo de lo appetito & del fen^ fo.che di quegli altri no è, che da la
luce de la ragio ne yfcorger e ^& guidare fi lafciano.Et è oltre a ciò ue
rifiimo{come dice Miflotele la ne lagenerationc de gli animali) che molte
cofepotrebbono effere fchifu^ u da noidequali nodimenoyO per debole::^ di giudi
T . IT €iO)0 per maluagìtà di conftglioyabhracciamo & fe guitiawo per tutta
la ulta. ISleceJJaria adunque è la Ji: lentia delhumana natura , per cono [cere
uniuer^ falmente in tutti gli huominiyi femi naturali de no^ ftri co/lumi : Ma
perche infiniti homini , am^ tutti più tofìoya diuerfe loro etadi hauendo
rijpctto, uiuo no come fi t detto feguitando il fenfo , h nccejjaria anchoray
per intendere gli attuali cofìumi de i più . Et ardi fco a dire , non
ejferepojìthile che huomo ue rimo habbia negli affetti de l animo alcuna propria^
qualità , che egli di quella rnedefimay non ne babbid parimente qualche proprio
fegno nel corpo, ^dun que dijje lo Inglefe , de la qualità de l anima , ne de
ejjere cagione il fegno del corpo f ^on h , rifpofeil Zorno'i^.ne il fegno ,
cagione de la qualità:!^ la qualità) cagione del fegno: Ma fempre luna di que^
fte cofey accompagna & feguita l'altra . Si come ne da qucfla forma
diritta^onde da tutti gli altri ani^ mali fiamo diuerfh il noHro e(fere huomini
fi deri^ ua,ne d'altra parte da l'effer noi homini, ha origine quella noilra
forma , ^n^i fono ammedue queHe qualità, congiunte fempre & collegate
infime • Ma la cagione primiera & originale de luna & de l'altra , è
primieramente la dijpofitione cr lo in- i flu{p) celefle:producente,&
generante tutte le cofe: Et riducente la materiata quella forma che più gli
piace & aggrada: Et dipoiyil merito proprio & par ticulare del feme
& de la materia . Secondo quello che èfiritto nel primo de le parti de gli
anirnali:p iij B IL 0 medefìmamentey nel
fecondo de la Vhifica: Doue fi le^ge che ad una certa materia, ha la nofira
madre Dedala er architetta natura , parimente una certa for?na confegnato &
attribuito . Erafi dopo quesle parole lo Spagnuolo alquanto fermato , quando il
Dolce nerfo lui riuoltofh in cofifhtto modo gli diffe. Se bene gli argomenti de
lo ambafciadore rijerbo ne la memoria , doucte hora uolere ejporci , donde fia
che gli huomini d'una complefiioneyhabiano gli af-- fetti & e coturni de V
altra. Ben fapete.alhor rijpo fe il Confoloyche quefia cofa uo dire :
T>{iilla di meno ua prima ingegnarmi di dimofìrare , in che modo quella
propofitionc^la T^atura non piglia affuefat^ tione in contrario, ejfere debba
drittamente intefa da noi.jl haflanxa ne bauete detto, alhora il Dolce
foggiunfeiDinidendo le naturali inclinationi,dai co fiumi poi inatto
&inufo.T^n pertanto fe pure di nuouo hauete in animo di trattarne ,
ijpediteuene in breui parole: Et come fi falena dire anticamen- te,a Vufanxa di
Sparta . Tercioche io ardo tutto di diCiderioydi udirui un poco col fiume de la
uoflra eh quentia,ragionare diqueiìa dottrina:?ion falò dijpu tandoi come Fate
tutfho^^giima infcg?iandoci più to flo,& c [ponendoci alcuna cofa: onde, o
per le ofser^ uatìoni de gli antichi imparate da noi youero per le uoHre
proprie & particulari da uoiflefjo mani^ fe^ìatecì^quaCt da
piaceuolehumoreyfeìitiamo re fri gerarfì le nosìre fiamme: Et pofiiamo più
facilmen^ te atti diuenire^a giudicare la humana natura J>{on V I^I M 0 12
cercate yil Confalo rifpofe^chì meglio tV jidamantìoi 0 d'^rìHotelCy jodisf
accia al uoUro defio: pero fen %a altrimenti me granare di fouerchio pefo ,
^uafi camelo sfor%a7idomi a portare V acqua ne gli atri ^ ricorrete per noi
mede/imi ale uiue fonti di quegli duo faiii. Etquitdidal foauisfrmo loro licore
yinaf- fiato l'albero de la uoftra fcientia^ ui uedrcte ueftirc in un tratto di
nouelle frondi: Et di beiy(^ uaghi fio ^ ri adornare: Et produrre al
fine^gentilifiimi ^doU cìfìimi frutti.^lhora il DolcCylungo dijjey& fatico
fo fentiero ci dimagrate fignor Confoloyper perue^ nire a la cognitione di
quejia dottrina : la oue uoi s per uia corta cr [pcdita^condurre ui ci
potreHe.Lun ga replicò il Confalo fatico fa potrebbe ben effe^ re qucHa Sìrada:
ma nondimeno ella fia certamen^ tCj uia più affai che cìafcun' altra yfecura
& utile a uoi. T^e utile riprefeil Dolce^ve fecura^ mifo io fa^ re a
credere ch'ella fia:potcndouifi crrarCy fen%a ef fere ramato :& cadere
yfenT^effer e foUeuato . Jkn'2;i de le molte cofe che ho letto per è giorni
miei,poflò giurare di non ricordarmi la cent ef ima parte: daue tutte quelle
che mi fona entrate ne l'anima, porta-- teui da la uoce uiua de le parale
d'altrui , come co fa che più nudrifce & più foflenta il noflro intelletto^
\ mi ftedono anchora tutte quante ferme ne la memo ria.La onde fe uicale
dimeyinfegnatemìpiaceuolmt te fauellaìido in un giorno , ciò che in molti à
gran pena leggendo farei atto di imprendere. Se quale è in me lo amore che io
ui porto, ripiglio il Zorno'^ »... r r B IL 0 Xft.tale HI fojfe la fckntia ,
non uorreì afpettarc la feconda preghiera : Ma il difìderio gravide & alto
del compiacerai , mè troncato del picciolo & baffo fapere.Terò fiate
contento di accettare la mia fcufa^ non come difcortcfe audacia di negareima
come mo deHo timore di non errare . Seguite pur bora , fog- giunfe il Dolceygli
argomenti confutando del fignor Gifmondoxche quando poiunauolta a capo ne fiate
uenuto , fo io troppo bene, ciò che di noi , & di uo^ flro fapere mi poffa
promettere . Mhora lo Spa^ gnuolo r affettatoli un poco fu la per fona , &
tutto uerfo lo lìiglefe riuoltofi.cofi comincio.Io dico fegui tando^noneffere
dubbio aerano yche ne le cofe priue in tutto di fenfoy & fimilmente negli
animali che cognitione non hanno , che fono tatti quei ne lo /«- telletto de
quali la forma fenfìbile non fi ferma ^ non fi può per alcuna maniera tor aia ,
o mutare in contrario quello inflìnto , che da principio diede la natura a
tutte le cofe . Ma doue è conofcimento & gìadicio,& in coloro che
haìino arbitrio di eleggere eir rifiutar Cygli inlìinti & le inclinationi
de la TV^^- tura , poffono leggiermente effere al contrario di quello tiratila
che efii propriamente piegauano.Vof fono adunque (come diffidi fopr a) i
naturali inHin tifpingere altrui ad una parte:Donde la ragme^QT la prudentia
che b in lui , 7ie lo ritiri per contrario , ^ ne lo rimoua. lS[e auìene pero
che le inclinationi non fiano naturali : oacro che la conofcenxa che di loro
fiacqui^ia^non fia parimente & utile & necef T I{ 1 M 0. 1} farla .
I{e^la bora ch'io dica , per qual cagione uno Janguignoy fta auaroicheper
natura donerebbe efje^ re liberale. Ver che un maninconicOiardito : Douen^ do
natHralmentc ejjere paurofo. Come uno Vhlegma ticOiUeloce : inclinandolo la fua
compie fiione a tar dita. Et al fine donde uenga in un corpo colerico y la non
naturale ìnanfuet udinesi di gratia^ragionate- mi di quello dijje alhora il
Dolce: che è già gran tempoyche fieramente mi fen to l'animo moletiato &
oppreffoyda lo /limolo , & dal pefo dì queHo co fi fatto dubbio ^Voidouet e
faperc,diffeil Confilo j che i fegni che fi ojferuano ne i corpi, fono come af-
ferma Galeno ydi due fole manier e. ^Itri^ perche na fcono da le qualità d'Anna
compie filone , fignìfìcano gli affetti de l anima , a quella complcjiione
conuc- nienti*, jiltripoi^non per altro che per una tale fem plice loro
proprietà} co non minore certe^i^ alcuni altri affetti
dimofirano.Forreiyripiglio il Dolce ^ac-^ Cloche io potefii con miglior fapere
le uoflre parole guHare^che di tutto ciò mi condire uno effempìóne la foauità
de le fembian%e:onde allettata V anima no fira^uede fpeffcfìate^ ^ ode molte
cofeiche altrame te nel udirle yne il uederle le farebbe pofìibile.Ecco uelo
yriff^ofe il Zorno':i^:benche la fciocca arte del macero che ui haurete
clettOyUi potrà perauentura ge nerare faftidiOéDetto ch'egli hebbe quelle
parole co fi forridendoydipoiin quejflo modo foggiunfe.Lo hauere nel petto
molti pc li manife^ifiimo fegno > che altri fia grandemente fdegnofo &
iracondo: ma L 1 B B^O gli affai peli hi quella parteyìwn d' altronde nafconoy
che da fouerchia caldc%^ di core : il che piena^ mente dìmo^ira^che ne la
cowplefjìone di quel cor^ pOyCcceda & foprauanxi la colera , la proportione
che ella con gli altri humori e tenuta d'hauere. il fe gno adunque del petto in
qucHa guifa folto di pe^ liyprocede(come fi uede ) da compltsfwne colerica . Va
V altro lato il portare il collo in qualunque mo^ do, ma jpecialmente piegato
/opra l'homero man^ coy e fegno(come dijjè ^damantio)di animo molle , CT
effeminato: Et ciò non per altra alcuna cagione : fe non perche queflo
fegnOyhaperfua femplice prò- pirietàyquefia tale fìgnifìcatione . Egli adunque
può effere molto bene^che altri fia complcffionato d'una manieray^ habbia
nondimeno nel conteHo delcor^ fo alcune altre qualità .fignificanti per loro
pro- pria & fpeciale uirtUyalcmi affettiycontrari del tut to a quegli
altriyche naturalmente a la complesfione di quel corpo y efjere conuenienti
direbbono iTbifici Vedete adunque quanto diligeternente fi dcbbe cofi derare
tutti e fegni del corpo y prima che al giudicar negli affetti de tanimayonde
ejjo uiue <^ fi moue^co frettolofo & non ben fermo configlio fi uenga:
T^c pure ci è di mefìiero di ufare qucfta diligentia nel raccogliere tutti i
fegni, ma ancbora nel comporre^ ^ nel mescolar einfierneMtte le fignifcationide
fu no & de l'altro : Et di poi illuminati da raggi de la ragioneyche fecuri
ci fcorge per le tenebre d'efìa ui ta^cibifogna difccrnere acutamente come fi
fuol dire con occhi cerueriy quale de
predetti fegnifia pia 0 meno fignifìcante , Et appreso , quale di tutte le
membra del corpOyfia nel dimoUrarci ifegniy di piti forx^ydi più ualore^od
authorita : Et hauuto al fine tutte quelle confideratìoni & ricetti
cotaliyfids poi fecondo la maggior parte, CT fecondo quei che più uagUono y
giudicare . La diligcntia certamente in tutte le cofe che gli huomini
faccianoci loro fem pre di grandisfimogiouameto: ^n%i ella e tale ^per meglio
& per più uero dire , che molte de le nofire operationi , cìr forfè le più
, & ro^e & imperfet'- teda fejornaypolifce j dona loro l'ultimo compi-
mento de la loro bontà. QueHay inanimi à ciafcnnal tra cofayde ejfere fempre
abbracciata da noi : Que^ fiayin tutte le noHre faccende ufata: Quelìa^non la^
fcia cofay che ella pienamente non confeguifca . Che noi non ci determiniamo à
giudicare gli affetti de r anima yprima che ne confideriamo tutti i fegni del
corpOyh officio di diligentia : Che mefc oliamo infie- me le figniftcatioìù di
ciafcun fegnoy e ufficio di di^ ligentia : che difcerniamo quale tra tutti i
fegnifia più 0 meno potente , è ufficio di diligentia : Che co- nofciamo qual
parte del noftro corpo y quando ne lateUaylo ingegìioynel petto y lo ardire y ^
ne le braccia y & ne le gambe la fortexT:a e ripofta , & quando non nel
medefmo luogo fi offerua la auaritia , cìr la gola , & la audacia , &
la debo- lexja y eir quando finalmente diuerfì luoghiy il me^ defmo affetto ci
fcoprono , fia nel dìmorHrarci ifc L I B 0 gni di nì<tggìor for%a,i ufficio
di diligetìtia: Che ul^ timatamtntc i più deboli & più udì Lai dandole ipiu
forti & più nobili fegiiitando, giudichiamo fecondo la maggior parte^h
forte jgrandc^<^ importante ca gioney che fempre certamente cono/damo la
uerìta. sformiamoci aduquCy tifiamo ogni noHro potere, perche quefla egregia
uirtu diligentia, che in fe !ìef pi contiene & riferba tutte l'altre uirtUy
&chepuo bene jpeffo il nojlro ingegno tardo & rintU7;7^ato da
fiiagu^^re CT incitare :,non fi parta & non fi allon tanigiamai da ueruno
noHro atto . Fatto che hebbe qui fine al Juo parlare il Confo lo , leuando alto
il ui^ fo^diffe fubito il Dolce . Io pur uoglio Signore ad o- gni modoy CT fo
che uorrete anchor uoi , quando gli hone!ìi difideri de uoHri amici a grado ui
fiano ,che di quefia fcientia un poco di^ìinta?ncnte mi fauel- Hate : Et ( come
fi dice) che uedere ma uolta il mi dolio me ne facciate. Ecco Dolce yrijpoje
alhora il Confoh y uoi pure hauete animo di farmi uaneg^ giare a la uofìra
prefen'^ : sformandomi ( il che ?ion uorrei ) a ragionare di cofa , o poco
grata ad alcuno di uoi : ouero , che cofi bene com'io la potete
fapere.Tsjondimeno ypoi che pur miete ch'io ui fia ^ guida per quefto camino t
doue io dimofirarui fola^ mente la dirada haueua penfiero y & come fi fuol
dire y non far altro che additarui la uia yfate alme^ no che P^mbafciadore ne
reHi contento : accioche fe io inetto ( per non dir peggio ) prefumero dì in-
fegnare a Minerua, al meno non le infegni malgra-- T II I M 0. 15 do di lei.
Troppo dotta inettia ci dipìngete , replico lo InglefeiEt poco erudita
Mintrua.Ma io per me^ di ciò fommamente ui prego : Et promettouiy d'ha, uerne
le uofìre parole carifiirneiCbe oltra che per ef fé ne uerro in cognitione di
molte cofe , che occolte mi fonoy la dolcexja fingulare de la uoHra fauella, di
cotanto piacere mi riempie y che mentre u* odo ^ non può il mio animo uago
d^udirui^iir tutto intento nel juono de la uojira noce, altra cofà ueruna
difide rare. Et poi ci auan^a anchora co fi grande fpatio di giorno , che mal
fatta co/a inuero farebbe , a non ijpenderlo in qualche dotto & uirtuofo
ejjèrcitio • 7S(^e mi pare per modo alcuno ragioneuole, che que-* fio onde fin
hora trauagliati ci ftamo , fi debba per altro qual fi uogiia indrieto
lafciare. ^m^giudico che tanto di principio , quanto e quello che per noi sigia
dato al prefente ragionamento yfia degnijfi^ mo d'ejfère condotto infino a
leUremo : Et meriti d'effère accompagnato da tutte l'altre fue partiàn-^ fino a
l'ultima & cflrema conclufione.Orfuyfodi^fac ciafi dijfe il Confalo
jal'honeHo uosiro defioiEtade^ fiafiil uirtuofo , & ragioncuolc uosiro
uolere . Ma ben ui prego yche fiate contenti di non ritardare y od impedire
interrompendomi^quafi alcuna fiepe od ar gineattraùerfandoliinan'^yilcorfo ,
e'I fiuffo na^ turalcyonde fen'X^ alcuno indugio di artificiofo or* namento ,
prejie & ueloci fi moucranno le parole mie : accioche ordinatamente , ciò
che di quefla fcìentia trattarono già gli antichi philofophi y ef ^Arinotele principalmente cotanto riuerìto
& lo^ dato y più a pieno raccontare ui pojja . Cbeuorre^ He y dij]e alhora
il Dolce , che la lingua non mouen dola mai , ci fi agghiacciafje di freddo ^
ouero che a guifa di rane Seriphie , mutoli diuenìsfimo i me pare che ci debba
efjire lecito à domandami > quando alcuna cofa diceìie , che non ci capejje
bene ne lo intelletto: Et che il uolerci di quei dubbi sgra uare perfettamente
^ che per le uo^ìr e parole ne Vanirr-o cadendoci , ci tenejfero opprefii y non
ci fi debba difconuenire per alcuna maniera . Fate per fede uoftra come meglio
uaggrada^iprefe jubito il Confolo : Et poi ad ubidire di^ofio , alquanto in Je
Uejjo colpenftero tornando^& acquiflando con po^ co filentio molta grauità
ale parole ch'egli dire do uea^in queHo modo cominciò à fauellar e A faui che
hanno anticamente trattato degli occolti naturali affetti de V anima ^ in tre
modi hanno detto poter-* fene confeguire il giudicìo . alcuni difcorreuano
prima per le fpecie de gli ammali : Et fecondo ciafcheduna Jpecie ,
attribuiuano una propria qua^ lità di forma : Et inficme alcuno proprio affetto
dì mente:a la predetta qualità coriueneuole : Et di^ poi in quefla guifa lo
argomento loro formauano . J Leoni hanno tutti uniuerfalmente le trireme par^
ti delcorpOycH petto,&glihomeri grandi : E'ipe lo brunOìduro , &
robuftoi i quali medcfìmamente tutti cor aggiofi^& di grandmammo fano .
Vhaucre adunque grandi gli homeriyilpettOi& le cUremitày P 7^ / Af 0. i6 è
i peli , c7 colore di ^juella maniera , è fegno ba^ ftante per fe madefimo , a
dimoUrare la fierei^ » C^r lagrandeT^ de l'animo. Dopo queHo,appUcaua no queSia
loro offeruatioue , a tutte le fpecie de gli altri animali: Et quali le
ftmbian'j^ in esji uedenano tali le nafcoHe pajjìoni de l'animo^ ne ueniuano
gilè ciicando. Dando/i quafi a uedere, che in tutti i fimi^ gliantiyUn fol
corpo.una folamaljai& unafolama teria fi [offe. La onde diceuano che tutti
coloro che in tutto 0 in parte fimile haucuano il corpo ad alcn no animale ,
parimente gli affetti de l'anima , o in fartelo in tuttofa quel medcjimo
animale fembian^ ti doucfiino hauere. 7N(ow intendo dijfe il Dolce, co- me
uogliate che un'animale di diuerfa (pecic^fiu del tutto fimile ad un' altro
:liando pero ferma, la fpe^ ciale^diro cofi)differen'za.Bcn fapctelo ^pagnuolo
rijpojCychc a me non piace di dire che uìi'huomo ne la dijpofitione de la
perfona^ s'ajfimigli interamente ad alcuno animale:che egli^cio facendo, non
huomo ma fiera farebbe: ma uoglio , effcndo le membra de l' huomo de la
medefima qualità, che quelle de la fie ra fi fianOyche eglihabbiaalhora quegli
aff et ti fug gellati impreffi ne r anima, che la fiera per queU le ifleffe qualità,
hauerui fi h conofciuto.Diro cofi : per meglic maniftfìare,& mandar fuori
il concetto onde e pregno l'animo mio . // petto di fouerchio folto cr
ingombrato di peli , è fegno proprio & uniuerfale in tutti gli ucctlliil
quali fono ancho per loro propria qualità^ tutti uniuerfalmcnte garru-- lì & canorìiHanno parimente le gambe
lurìghe^fot tilhcy ncruofe : Et jonoy come fi uede^lcggierijiimi CÌr
uelocisftmi : Ma [opra tato yen crei e?" libidino^ fi. Et cefi fot y per
le altre loro qualitày fi puote con^ fiderare.L'huomo aduque che nel petto
haura in quc fio modo grande abondan^a di peli^jìa per quella fìmilittidine y
pronto & ottimo parlatore : Et //'^/^ Jò pili che al dritto, & a
Hmieflo non fi richiede , uanoycianciatore y loquace . Et fe egli haura le
gambe di quella maniera , farà mede/imamente ue loc€ìleggierOi& luffuriofo.
Et oltre a ciò > fe egli an co per altre qiialitayhaural corpo loro
fmile^gli af fettine i naturali monimcnti de l'anima fuay da quel li de gli
uccelli non faranno diucrfr. Bora ficheui intendoyfoggimfe fubitol Dolce : pero
feguitate fe tii piace : gli altri dui modijche oltre al già detto ui retìano ,
col lume, & con lo Jplendore del uo^iro ra gionamento , facendoci
chiari.SeguirOyrifpofeil Con folo uolenticrì : Ma fe in qutHo modo , tratto
trat- to il mìo parlare iìitcrromperete , ìion credo che dobbiate uolcre^che
cjfo hoggi al fuofìne pcrucnga. Orfu dite uiayreplico il Dolceiche da bora
inani^ fa ro for^c a me livffo : per mi no recare a uoi di mo- kftia .
jLlhorayricominciando il Con folo , diffc. il fe tondo modo nel quale
giudicaitano gli antivhi^tra la ojjiruatione y ^ la efpcricn^a^tolta non da
tut^ i gli animali^fi come il primiero : ma dalbuomo firn flicemente folo per
fe sìcffo . 7{€perù ingenerale da tutta la ^ecieima da quelli in pat ticulare y
d'uva feldprouìncict, ÉtucdHtc& conftderate con diligeìf tia tutte le
qualitài tutti i fegni de loro corpiy & . conofciutine perciò parimente gli
ajf etti del' ani- me y per quelle medefime qualità 5 ne gli huomini poi
auertite de ftram pae/ij prediceuanoin loroi. inedefimi affetti . Aggiungendo
pero , 0 fininuendo al primiero giudicio , jecondo la propria & conue-^^
neuole uirtu di quel luogo > douc 0 nati primiera-^ mente iOuero lungamente
nutriti quegli huomini s'è fmo. Firtu& proprietà non per altro acqui fiata,
che per ladijpo/itione y caperlo infiujjò Cele/le: Donante per diuino uolere y
non folo auarieregio^^ ni j dìuerfe doti : ma a ciafcuna fpecie, & ( che e
de > ^no di maggior merauiglia ) quafi a ciajcuno indiui- duo , il fuo dono
proprio & particulare . siate cer ti adunque , che la terra rkeua
diuerfamcnte le in-- , fluentie del cielo: 7^c ui penfate che pano (Tuna iftef
fa natura^egualmente tutte le prouincie del mondo. \ Tslon con ragione yfe ciò
fujfe , haiir ebbero detto i no Uri padri Latini^gli Africani^efjcre
ingannatoriiam bitiofiygli ltaliani:fioltiyÌFratiCÌofi: uantatori , gli
SpagnuoU:gliAfianijlafciui:auariyi Soriani^ GrCf*, cijeggieri: Et hauere^come
di/je Adamantio ) pili che l'altre nationigli occhi bellifiimi:pieni de lo
fple-. dorCy ^ del lume diuino. £' ben nero eh e le notabili diuerfita de paefi
y meglioy& più chiaramente fono, iLomprefe per la larghe^^jie la terra, ciò
è quanti, quepiu.o menotyefii da l'EquinotialefifcofianOtO ui. y aminano, che
non fi fa per la lunghex^y onde da. C
L'Oriente a L'Occidente è la terra da nói nìi furata • ^n'^ ci fono
flati affai di coloro 3 che hanno detto , fiele prouincìe poÈìe egualmente
lontane ò dal pò- loy ò da l Equatore^tutto ch'ielle fiano per lunghe%j remotifiimc
, non u e/fere ne la loro natura y alcu nayouero picciolijfma differen'xa .
Tutta adunque ^ cuero la maggiore uarieta de le regioni yh fecondo che effe ò
da r Equino tti ale yò dal Toloyfono diflati Vìuerfiffimi qmfi in tutto fono
gli habitantinel'E^ thiopia^ & coloro che uiuono ne la Cottia y& ne la
T^ruegia. Quelli fe ne flano foggettì tuttauiaaglì ardenti raggi delfolcyche
dirittiflimi fcendono fopra di loro : Et queSìi d'altra parte hanno la loro
patria, (co7ne difle il uoflro Toeta ) la fotto i giorni nubilo- fi & breui
y nel ghiaccio femprcy & ne le neui fepol ta : Et tutta lontana dal camin
del Jole . llquale an^. chora ci hthbe a dimoUrare chiaramente y gli ajfet ti
naturali de gli aìiimi di que popoli fieri & feluag gi : foggiungendo ,
loro effereJ^cmici naturalmen- te di pace: gente feroccy a cuti morir non
duole. Do ucper contrario que primi , fono timidi , humani > paurofh &
quieti. La Italia uer amente cheposìa in me%o di quefli eHremi , non ha freddo
che la conge li y ne caldo che la diHrugga , produce gli huomini participanti
temperatamente , de le pajfwni de gli uni & de gli atlri ; fi come
temperate fono le loro complefioni : Et in niuna maniera 9 i termini de la
mediocrità hone^la & comteneuole trapp affanti. Ma quantunque più
difcoHandofi da l'Italia > i> fi T III M Or i8 tèa cantra il freddo che
ci manda la Tramontana^aU trettanto fi trouano gli huomini y co fi ne le
qualità del corpo come de l'anima^piu fempre a i Gotth& a i J^ruegi fmili :
Onero da l'altro lato nerfo ilme-^ ^0 giorno uolgcndofiyquanto più inani^
fiua^di con tinm uifineggono gli habitatori , maggiormente in ogni cofa
fimìgliarjì a gli Ethiopi: Et bauere altret tanto più di calore & di
ficcità ne la loro compie/^ /ione , quanto quegli altri, più dlnmore ui tengono
^ di fredde^ • Ter queiie adunque cotali diuerfi tà , fono gli huomini d'una
prouincia , differenti da> coloro , che fono nati , o che uiuono altroue :
TSie lo : a/petto prima, & ne le parti di fuori del corpo :poi ne i
cofìumi: & ne gli intrinfechi affetti de lani-^ ma . 7S(e fi fcorgono
quefìe differentie folamente ne ledifìantie grandi de le prouincicyma anchora
ne le picciole d'una medefima regione: 7{e folonegll huomini ciò aduicne^ ma
parimente ne gli altri ani mali . Onde coloro che hanno fcritto de la natura de
gli Ekphanti , hanno detto quei di loro uiuenti ne le paludijeffere per
ordinario pai^ & ^^SS^^^ riti montani.infidiofi peruerfiiEt quando il
bifo-* gno cr la neceffità non ne gUaflringa, per ninno mo do fermi ne lo amore
de gli huomini . J campeHri pohcome migliori che fono de gli altri^abondare di
benignità , piacenole*^ ^ ^ manfuetudine : & in breue tempo domcHicatifi ,
lafciarfi facilmente macerare ne gli effercitìi , the gli huomini ambi^ tiofi 0
cupidi di regnare { grande argomento de U c ^ 1
liO dimnìta delnoflro intelletto)non con picciolo Sludì(f^ &
faticdimoHrano & infegnano loro. Or a conofcen' do adunque in quello modo
gli antichi philofophi le qualità del corpo , & le naturali ine linat ioni
de gU\ animi de gli habitatori d'una fola prouinciay ueniua--^ no per queHa
jimilitudine , ne la cognitione de gli\ affetti ditutti quanti gli altriyche in
qualunque par - te del mondò uìuejiino . ^Itri ucr amente y fecon- do i co
fiumi &gli atti degli buomini(quando come riHO dafontCy da le occolte
pafiioni del core^ gli at--^ ti noflri palefi , è i manifefii coflumi deriuano
)for-' mauano & ordinauano interamente i loro giudici *i Onde fe alcuno
uedeuano hauente naturalmcte queL Vatto del uifoyche hanno gli adirati per
qualche ca- fo JòprautnutOjdiceuano douereagran ragione^ cf- fere Himato colui
sdegnofo & iracondo . Timidi fi-- milmentey ^ paurojigiudicauanoi pallidi
per natu va : Conciofia cofa che tutti per timore accidentale >
cotalidiuengano gUhuomìni: Et fieno tifati di per- dere i colori deluifo •
^ffermauano oltre a cioyche^l naturale riuolgere & girare degli occhi a
linfiifo > era fegno certiftimo di libidine ^ di lujfuria:perche haueuano 0
fferuat oche nei congiungimenti t^ene- rei^&mafòimamentenel mandar fuori
l'humido ra* dicale yultimo grado fuprema ptrfettione di quel lo affetto y fhe
di corruttibili & mortali, eterni & immortali ci rende 3 riuolgeuano
tutti gli huominìl. j^ìr per ca\o gli occhi in cotale guifa girauano • Et ffoji
procedendo in quefia maniera , di tutti gli appc T III M 0. ip 4ici de gli
animi himam^pcr fetta & intera conofcen, acqHÌsìaua,noJ?uofii adunque jfi
come uedete.per ' quelli tre modi effcrcitare^ queHa fcientiaioltre a quali ,
fi può mvdefimamente fecondo la contrarieir\ ta de fegnigiudicare.Cbe fe^diciamo
cofhlagraìidex^ %a de leeftreme parti del corpo yfignifica forte'2;;:^a XÌr
grandmammo y lapicciole'^per contrarioydebo^ lei:;^ & poco cuore dimoflra .
Fermatofi dopo quo ^fìo lungo parlare il Confilo alquanto^ il Dolce roìn-^,
pendo ilfdentioydiffein quella manierau^xfo dilui. Compiutamente hauete
fodisfattoal difidem de l\t nimo no^ìro , facendoci cono/cere tutti quei modi ,
per cquali gli antichi giudicauano : Ma a me fareb^, he caro oltre a ciò , non
folo che fe altro ue ne rejla (fusiodito ne l'arca, & nel tbeforo de la
uoHra mc^ moriamo offeruato dauoi mede fimo , oucro imparato Mcglifcritti
d'altruiycelofacefle commune:& lafcia flecelo ufare: ma [opra tutto che mi
infiignajic par- Ocularmente una uolta^quaimembriy:& quali loro, qualità ,
quesìo y o quell'altro affetto fi;opriffero Tcrcioche fen^ difcendere a queììi
poiticol^riy tutr^^ to do che fe ne diccjje cofi in generale yriufiìr ebbe al
fine fatica inutile & tàana • Egli ci mole , diffe uer^. fo il Dolce alhora
l'Inglefe : per quanto che fin qui ho comprefodalfiio ragionare ^recare inan^
ilUbro, de la Thifionomia fcritto già da ^riilotcle - per farci merauigliare ad
un tempo medcfimo , 6" de U memoria ^ de lo ingegno che egli ha per buona,
forte hauuto dal ciclo , Di qucHo^eJ^oncndocelo con, C iij tanta facilità: Ut
di quella , andandone con fi gran diligentia raccogliendo tutte le parti .
Comunque fi uoglia^riprefe fuhito il Dolceiche ciò non mi da noia ueruna.Sin'7^
Je egli in quella materia , con la luce de la fua e(pofitioneyCÌ farà chiara la
ojcura fenten^* tia di quel degno philofophoytantó maggiore atithò^ rità
hauerannoy ór per ciò tanto anchora mcritcran no maggiore credenza le parole
fue.Lafciamolo pur ' bora feguitare^foggiunfetofio lo ^mhafciadoreiche per quel
ch'io creda, egli ci hauerà à moHrare il «e- ro modoinelquale fi tolgano,^
dagli ammali CT da gli huomini , i certifiimi & chiarifiimi fcgnì • Dopo
quesìoyueggendo lo Spagnuolo che ejjl da la fua hoc capendeuanOj & di r
accorre le fue parole attenta- mente af^ettauano , brillando ncluolto di
dolciJ?ìmo rifoyin quella guifaal fuo ragionamento diede prift cipio. Ben mi
piace inuero che per uoi fi /applaudo che al prefente per me uiuien
detto^efferegia fiata opinione di fi chiaro philofophofP croche certaméte
miperfuadoyche maggior rifletto i& più di auerten dobbiate
hauereyadopporuìy& a contradire a do che da me hora ui fia raccontato. ?y(e
giudico però che ritornare in biafmò mi debba (quando ad acquì^ Slare perfetta
ifperien%a d'una cofa , non bafta l'età fola di un'huomo) fe nel moSlrarui il
modo del giu^ dicare tafpctto humano » quello & non più ui rife* rifco 3
che già gli antichi faui , con tanta lor lode dottamente ne fcrijfero .
Conciofiacofa che tutti co • loro che hanno trattato di quefia fcientìa }
&\4ri* T \1 M 0 10 Siatele in prima onde hanno bauuto origine molte fchiere
di dotti & di ualenti huomivii non habbiano gran fatto in altra cofa tifato
la loro diligcntiay che nel recitar e^ejporre^ & confermare le altrui
opinio^ m.^^ffai adunque mi parrà di fare^imitaìido cofìo- ro:'ì<(e da le
loro iniìitutioni , partendomi {come fi dice) pur un dito trauerfo. Et porterei
credcìixa che mn folo ragionando jfi come bora fo^ ciò mi doueffe effere
conceduto : ma commettendo anchora a gli fcrittiyqucUa nofira fententia:Et
facendone un do^ no a la tarda po^ìerità • Et per qual cagione fi do-- urebbe
disdire auoijdijfe il Dolce, quello che in tutte le lingue e flato lecito a gli
altri fcrittoriìRjsguar- date pure i Latini: Et ueder eteli in questo ufare mot
fa licentiaiMa tra tutti gli altriyCicerone fu (coni e gli ^ieffo confefja)
licentiofifimo . Certamente diffe albora lo ambafciadore , quefii moderni
Jcrittori de la lingua Italiana,non fi lafciano in queHa parte, ne dapaura^ne
da ri/petto tenere: an^i arditamente & con animo grande entrando ne le
biade ialtrui^non folo ne leuano molti di loro le più belle & le maggio ri
Jpighe^maagran fafci,tutto il ricolto ne rubbano er* ne portano altroue.TSle
farebbe difficile ritrouar , ne alcuni , che uolano perauentura gloriofi per le
mani (ir per le bocche de glibuomini , cui fe Tla- tane, altri antichi
ritoglie[iino il loro grano , di che hanno ripieni i loro granai, & le loro
belle più* me, onde uagamcìite fi fono adornati, fe ne Sìareb- hono affamati
fempre a bocca aperta :aJpettmdo U • Z T F \ 0 imbeccata come polli bramo/i :
Et nudi fi riviarerch honoycomegia la cornice^ dagli altri uccelli citata a
ragione • Or fu non ci lafciamoydijje il confolo^ in U4 no trafcorrere il
fugacifiimo tempo : fe ucglictmo che del noHro ragionamento^ a la fìncy &
al terrai^ ne eUremo fi ueiiga . Et coloro che fi credejjero che io pili tofìo
ejponefiiy che dijputjfii , lafciarno ne la loro creden^ai Laquale comunque fi
fia , non ci può fe dritto guardiamOyefjcre per modo alcuno danno^ fa 0 moleàa
. ^pprefjo a quefle parole y fiato il Con folo un poco penfofo , ruminando
quafi alcuna cofa tra fe^coft di nuono torno a fauellarc . Haucndouigia fato
conofccntiyncl parlare in che difopra diligente mente faticato mi fono, di
tutti quei modi per li qua di giudicauano gli antichi , hora mi bifogna mostrar
uii in che maniera pofiiamo fare una noua ojjerua-^ tionc certa CT unìuerfale ,
per cui fecondo le quali^ ta de i corpi , fempre cìauenga dipieìiamente inten
dere le pafiioni & gli affetti de l'anime . E nccejfa^ atio adunque fe
uogliamo fapere quale affetto di men te fta da alcuno fegno efìrinfeco
figìiificato , & per iquefìo termine di fegno > intendo una certa difpo^
fittone 0 qualità di alcuna parte di queflo corpo f i:Qnfiderare tutti gli
huomini , & tutti gli animali > che fono tratti naturalmente da Ufi
medefimo appe fifp^ & da unmedefimo mouimento di core: del jquale manchino
pero tutti gli altri ^ di qualunque fpeciefifiano . Scelti poi qucUi tali &
huominiy & 'animaliyhauentiunofleffo naturale affettOiCiè di me 'P. Py; I M
0. Il •Sii ero dì notare attentamente y che qualità efii hab^ ■iiano ne le
me?nbra del corpo : Di cui tutti gli altri^ 'QÌje la predetta iìiclinatione non
hanno , ftano pari-^ mente pviui • Et ritrouato al fine queslo fegnoylonta ina
daglialtrii ^ proprio di co fioro che hanno co-^ me difUiìmo affetto medefmo ,
dobbiamo per certa, fapcr collii ejjere quello , che quel tale affetto ci fco^
fra & ci manifeiii . Quantunque dijfe alhora lln-^ -glefe-^affai bene
comprenda ciò che ci dettano le uo^ Hr e parole ynodimeno baurei caro per
meglio il mio intelletto renderne podisfatto , chegraueo faticofo non ejfcndoui
, mene defìe uno tffcmpio : perciochc- non mi fouiene di bauere letto giamai in
^riftotele^ '^quefìa bella & dijlinta dimofiratione che alprefen^ , te ci
hauete accennato ♦ 7^(c io lo jpagìiuolo- rijpofc^ Mentre mi contentai de la
fcrittura latina^ chc colpa ^ uitio di clpo/itori^ quafi folta nebbia il lume
del fole & de le bielle celcfii 5 ci toglie CT ci nafconde la 'luce de i
detti chiari & illufirt di quel degno Vhilo fophoyhebbi potere per alcu
tempo di appagarne Va mimo mìo: ^n^ipcr molto ci) io cercafjì di fpegner'^ 10 y
m le fonti di coloro attuffandolo che di poterlo faremiprometteuano ypìu fempre
fe ne accendeua 11 nosìro de fio . Ma da poi che da uifo a uifomipa^
fìa^fauellare con ^riHoteUy da le piane ^ facili ^ <& gentili parole di
lui.comprefi ageuolmente in una fola uoltaycio che in molte ycon gran faticayla
to^':^ i.%a CT la inettia de gli ajpri ^ durifiimi interpre^ {fiy /a{Mo ìm nfi
h^ucm dar& ad intendere « Ca« me fi
fìa dijje il Volce^uenìtc dìgrcitìa a Vefftmfioz accioche o uofii a o
d'^rifiotele che la già detta di-- moiìratione fi fta ypiu internamente m/a
uolta , eè" con maggiore certe^^^a conofcere la pofiiamo:Et co me a lui di
haucrla trouatOyCofi a noi di hauercela in fegìiato ^mercede & obligo
habbiamo . ^on penato fi cortefe ueggcndoui lo Spagnuolo rilpofe^molto a fo
disfare a le mUre domande : però come fin qui fete ujato di fare^afcoltatemi
attentamente . Detto que-- ftoy foggiunfe di poi in queUaguifa. Seuolefiimo di
co hauer notitìa piena da qual fegno ci fojjè prò- priamente manifeUato la
forgia & lagrande's^ de l'animo^ ci farebbe meUièro confiderare feparata^
mentCytutti gli buomini forti & animofi : Et tutti gli animali anchoraycoraggiofi&
robufti. Et dipoì^ uederequal fegno fi hauejfero quelli tali nel corpoi ^mde
tutti gli altri ^ buomini & animali^che que-^ gli affetti diforte'^ &
digrandcT^ d'animo non baueffero.fofiero priui. Et ojjeruato poi finalmente queBo
fegno. f apremmo lui darci de gli affetti pre^ detti^certifiimo &
fecurifiimoindicio. Mail fegno ueramenteyche fia proprio & particulare de i
forti ^ de gli animofi j e lo hauer e le eHreme parti del corpo y & gli
homeri.e'l petto ygrandi& mufculofii ^dunque fi può dire ragioneuolmente ,
queSio Je^ gno per fua diSìinta & feparata proprietà ^ quegli affetti &
di animo fitd & di fortcT^ fignificare • Onde fi forma poi ^ ^ fi uiene ad
ordinare lo argo mento in quella maniera. ^Ifonfo (pcr^^fidir^) Vl^tMO. il ha
te ejlrme partì del corpo y & gli homerlycl petto grandi : adunque egli e
ancho dotato & nei corpo & ne l'anima dì ardire CT dì for^a . Che egli
uibifogna di certo fapere y che nel corpo hauentein forte per compagnia un'
anima ualorofa^ fempre fen 7^ fallir giamaiyle predette qualità fi uedrannoiEt
d'altra parte fi sdegnarebbequafì fi terrebbe a uile un cuore animo fo , di
albergare in alcun corpo che le già dette qualità non haueffe.^Ma perche mot te
fiate y& quafi fe?npre adiuiene.che con quejlafor tex^^a d' animo idimoftr
ataci per e fegni dame dì-* chiaratì di fopra , ci fiano uniti anchora alcu^ ni
altri affetti che rade uolte da lei fi difcoHanOyCO^- "ine è la
liberalìtàmero la impudentia^ dico che non jen%a ragione fi potrebbe perciò
dubitareyO che il fegno come fignìficante diuerfi afetti^non fi douejfe per
certo accettare ne i giudici de la fcientia che ci infogna In noflra
natura:ouero(in più minute diuifio ni partendolo) fe luna qualità di luiypiu
toHo lafor te'j^ fignificajfeyche quell'altro affetto che congiun . to fi ucde
con lei • Come farebbe : Ecci alcuno che nei fegni del corpo Jm il capo grande,
& la fronte tìleuata : Et ne gli affetti poi y & ne le ìntrinfe^ the
naturali inclinationi y e magnanimo & lib er- rale : onero (parlando de gli
animali) con altrui di buon grado partìcipante de le fue prede • tcco ' che qui
y non è picciolo il dubbio che nafcere uì pò-- trebbe : Slandouifi in forfè y o
che la grandei^ del tapo foffe Jegno di liberalità : ^ la eminentia d( 1 L I B
% fronte ^ dì fortcTi^^a : Oucro che la dcitcttìone d4 fronte 9 liberalità,
& lagrande^j^a del capOy/orte^^ %a dimosìrafje . Ma per ifconciarc , ^^on
lafcìare uenìre in luce cofì triUa & cattiua co falche crefciU'r tnpoi&
fatta gì'andeyfoggioghi quafi Cyro noueU lo,& meni in fermtH lointelltto
fuo auoloyci e necef fario di procedere in (jucftomodo . Eglicibifogna in prima
confiderare dijlintamente tutti gli animaVp forti i & ?ion UJyerali: Et da
l'altro canto > i liberar- liy ^ non forti. Et ritrouati quei primi hauerc
il ca po grandej & non la fonte rileuata ypojiiamo cfjer certiy la grande'^
del capOy fola per fe medefima , il ualore, l'ardimento , & il grand' animo
palefare-. 'Ma da l'altro lato fe uederemo qucsìi altri confion^ te eminente j
eS^ con pìccola tcHa, dobbiamo fare fii ma j negiamaifara falfo il
noflroparerey che la al^ te^^ & la rileuatura del fronte yla liberalità
& la stortcfia fempre efprejfaìnente ci manifeUi. Et mede fmame^ìte fe
alcuno haueffe il capo grande & acur to^i& foffe animofo inficme e sfacciato,
potremo pa rimente siare dubbio ft ^ fe la acute^^y di magnani^ mitay& Jela
grande-j^a^ di iìnpudentia foffe fegno: opure fe la acùte'zi:^, impudentia ,
& la grande's^ ^Xa^animofita ci fcopriffe . Ma ce ne potremo poi ^ non con
molto affanno &fiiticay per cotal uia riffol nere CT fuillupare : Et in
quefta guifa^la ccrtex^;^ & lauerita di ciò che andiamo cercando'^ ageuol^
mente trouare . Conftderando tutti che hanno il ca^ fa appuntato 3 comcsufadi
dire in Tofcana^ non grande,e fere sfacciati, & mn forti: Et per con frano
coloro che grande hanno la tefla , & non acit ta, e/fere animo/i, & non
impudemi.Foi la accocca te a Genonefi , dijji- alhora U Dolce ridendo: lattali
per un bello ordinario, hanno qnafi tutti le tefie loro acutifme . Guardate rijpofc
fubito il Confilo ,fe clli fono ancbora come diffi,sfaciati:che guidati da
l'ap^ petito lor naturale, per cacciarui di cafa noUra, inft no qui a Chioggia
ne uennero:Doue uoi che meno acit te le folete hauere.non chea Ccnouj, ma pure
a Cor fica i animo non ui die di apprejj'arui . Certamente fi f gghigando il
Dolce foggiunfe : Ma perche non hebberoi capigroffi, cr no» furono forti,
uedetc che CI nmalcro Fatepur ccnto riprefc alhora il Zornor %a. che il fine di
quella battaglia, die de a itoi k uita^ C?- « loro tolfe l'ardire . Deh
lafciate digratia, diflò Mora lo Inglefe, quelle uane tentiom: Et ritornate (CT
fia meglio , ^ maggiore & più larga commodi ta di noi altri che
u'afcoltiamo ) al uoftro primiero ragionameto.Et diteci,che purn'è tempo
hognmaii feparatamente una uolta , quai fiano que fegni, che m piace che da noi
fieno nel giudicar e ojferuati. Que- ita coja m diro poi , lo Spagnuolo
rifpofeiche uo pri^ m ragionare alquanto, de la diferen^a dei Lm McorpoiEt
mofirarui,fe'l mio potere a ciò baflìa' quai di loro fi debbano c ome buoni e-
voueuoli che Jàno, accettar e: Et quali fi cometrifii,èr inutili, alÀ
hand9nare:onde fatti dotti alfine,come quefli fchifu fh& quegli
MeffireMbano jeguitati,pvfùam à L 1 B T^O quafi facerdotì di Vhebo.acefi &
infiammati di ditti no {piritOylepa[fw?ii de l'anime, nafcosìe fottoH uclo de
la terrena carne , fempre ueracemente falefare ^indouinare . Dicoui adunque ghe
dei fcgni del (orpo^ alcuni ce ne portiamo dal uentre materno; J quali
parimente j tutta uia ci accompagnano in- fino a la morte , Come farebbe (
diciamo cofi ) la lunghci^de le gambe: alcuni poi y quantunque dal nafcimento
& dal principio noHro hauuti Jem^ pre con noi y cambiano nondimeno nel
procedere de gli anni y la loro antica primiera dijpofitione: Et talhora ( quanta
for%a ha il girare del Cielo) an^ fhora del tutto la perdono ♦ Come nel colore
fi ue^ de auenire de la carne y& dei capelli : Et ne le ca pigliature
fiìmilmenteia lequalifuccedono i caluex^ 'Xi : nuntij ^ ^^Jfi^ggi de la debole
& tarda uec^ cbie']^ • %4ltri fono di queSìi y che non perdono in tutto la
figura loro : ma la mutano folamente , Co-^ me incontra ne la maggiore parte
degli huominiync la alte'Z^,& ne la drittcx^ de laperfona^ Si ueg^
gonoanchof^cfje fiate nei corpi alcuni fcgni: non già nati y & cominciati
naturalmente injieme con loro : ma tali pero > che in fino che l' anima y e'
l calo- re naturale da loro fi parta y loro fempre fanno y per fetua & non
mai fepar abile compagnia . Di quefla cofi fatta maniera adunque y fono gli torcimenti
rfe laperfona yper ^popkffiay o peraltro maluagia accidente in cjfi ucnuti : Et
[opra quefìi , medefima^ menu molti dm difconci ^ debole%^:^cbclQÌn'* fermha ,
0 le ferite juenti contrariai fereno dcU noflra tranquilla felicita , ne i
corpi fogliano arreca re de mortali • Ora di tutte quelle qualità difegni ,
fecondo la forxa del noflro ingegno apertamente niayiifesìateuiy i primi che
hanno infteme con noi ori gine cr fine , dimosìranofmilmente quegli affetti ^ .
che fono fermi , Uabili, CT rimanenti fempr e ne / tf- nima noHra, dal primo
infino a l'ultimo giorno. M4 , gli altri poi, che fo?w mutabili y 0 mancanti
inan:^ chenoi^ouero dopo noi y& per alcuno accidente ^ uenutiy non poffono
per modo alcuno farci nera & . c erta teSìimonian^a , di quegli affitti che
ci accom^ p agitano per tutta la uita.Beneè ueroychefi può ojjèruando alcuno di
quei fegniche mancano & fi mutano, cono/cere talhora la fcmprc ferma, &
non mutabile uùrità . Come farebbe fe per lo uermi^lio colore del uolto , fi
giudicale la pudicitia, & lauer gogna di altrui : quando è manifesìa cofa ,
che fi ar-^ rojfifconogli huomini , & diuengono cofi fattamcn te in quella
parte uer miglia jeper qualche acciden te y fono alcuna Holta agretti à douere
uergognar^ fi . Nondimeno quantunque ( come di(fi)alcuna fia- ta queflofegno il
uero ci fcopra , non però e ragio'- neuole 3 ne fi conuiene in alcuna maniera ,
che in lui totalmente acquetandoci , ne più oltre come di me- gliobramofi
cercando, lo accettiamo per certa & in fallibile norma, nel di/porcy &
ne l'ordinare i noHri giudici . Concio fia cofa, che la uergogna che e flabile
^ ferma paffione delanima^nonpojja ne debba dal L I B 0 fbìòre del uolto y uago
cr mutabile fcgrìo dì qùetlù\ corpo , ejfere drittammte , ne con ragione^gia
mai^ giudicata . Se egli è nero dijfe alhora il Dolce , che i Jègni de le
ferite yìion debbano ne i giudici de la fcien de la natura de l'buomo , efj'ere
come certi , offer ' nati & fcguitati da noi, comepojjbno dire imediciy .
ammoniti da Hippocrate loromaeUrOy che colut a cui faranno per alcun cafo
tagliate le arterie che fo-- PO quipr^ffò à queHe uene di dietro gli orecchi ,
fiaj^ da indi à dietro flerile ^ infecondo! l^e poffa per alcun modoj più
generare gì amai i Questa è purc% ( come fi uede ) diuinatione : laquale tutto
che ella^ najca da fegno nuouo , & per cafo in quel corpo fo-\ pr attenuto
ifcmpre nondimeno ri/ponde^cir riefco certifjima • Donde uien quello fhaucrei
caro che al^\ cuna cofa me ne dicefie^Haueagia lo Spagnuoló apen te le labbia
per fodisfare àie domande dti Dolce yì quando lo Inglefe di nuouo
interrompendolo y co fh^ cmiinciò • Dapoi che m'e flato per altrui mQflrato\ la
uia 5 doue caminando miattrauerfi al uoUro par^ lare , dirò anchor io , che fe
ijegni (come dite)mu^ tabiliy non foffero certi , non hauerehbe potuto thagoray
giudicare i fanciulli diteneriffima età: I fc\ ^ni de qualiiCome tutol giorno
chiaramente per noU fi comprende^ fi mutano y ^ fi Cagiano tutti. Fogliai tno
dire che Tythagora ragioneuolmente nongiudi^> caffi ^ Lafcritura , che non uoglio
direlaauthorità^ ci perfuade il contrario , Diremo che ifegni de i fan.^ binili
fìano fermi f ^on mai: che la e^erientiay macj I M 0 . 25 ftra di uerìtà y ci
Jìa incontra. Che diremo adunque? 'Diremo rijjwjeil Zorno'z^ > cheTythagora
ferma- ^mla fùa opinione nel giudicare y fopra la faldei^ ^de i fegni ììabili:
ìquali [emano fempre mai quella HsleJJàJa loro primiera qualità naturale . Che
quatta ^tunque pàiache la faccia dd fanciullo (cofidirer- ^rnoj diucn'cndo di
giorno in giorno maggior e^^ più fempre crefcendoyO' oltre a ciò dal bianco ,
nel bru^ 'noydal terfo/nel rugofoy dal molici ne l'ajpro, c^. dal graffo ine t
magro alterandoft é^'tfhppajjkndo ypigH alcun poco di mutatione &
diuèrfndj, no però adìuie ^ne giamaiychc ella alcuna mutiyde le fue proprie an^
tiche qndità:cl)è da principio le dicde^lacelefìe im'-^ mutabile fatale
necejlità . Verciocheinfìno dalprU miero giorno fi uede^fe ella è più delgiuflo
, lu77ga\ breue,grandty picciola, ritonday larga , carnofa, od 'afciuttaiKt
rhólte altre qualitadiin effa fi fcorgono^ l^hc no fi mutano co gli anni : ma
fi mantengono fem 'prB quelle mede fmc y in fmo a V ultimo iermìne de la
^uitaQuefli erano i fegni cheojfcruaua Tythagóra:Et *da quesiiyla tì'crièac^ la
certerz^nafchiayde giudi 'di ^uel Sauio VhilofophoyMa uoi Signore ^Icfadìi)
cWkome medicoyil dubbio mi hauet e proposto, de [a incifione di quelle
arteridcome ui fcte cofitoHo fccnr datocché pur dianzi ui difii ,
leipclinationi de VanU ma^non potere effere conofciute per li fegni de le
ferite ? Tarui forfcy che fi debba la Herilitay pafìio^ I ne od ajjetto dinoHre
anirrìe giudicare iTslpn ere-- d'io • eUa huitÌ0y& pafiione diqucHo corpo-:
D J^on altramente chefifia la cecità : o qualunque al-- tra alter atìone^ò
morbo fimile. Se adunque giuUa^ mente non fi potrebbe domandare diuinationeyil
pre dire à colui laprìuatìone eH mancamento del lume ni Jiuo y cui fi uedefiino
gli occhi da un qualche colpo ò fer altra difauenturaguaHi & ricifh cofi
non fi può dire che fi indouini , la futura^an^^ pure la preferì^ te
Herilitàjper lo uederej^com^^ bauete detto) taglia te quelle arterie: jin^ì la
cognitione de l'uno , cr de V altro di quejlÌACCÌdcnti y fi de giudicare più
toUo xertifiima fi:ie'ntia. Conciofia coJà,cbepoco menofia np quelle arterie,
membri concorrenti nel generare, che fi fìano gli occhi nel uedere. Dico
adunque eh f gli affetti de l anima noflrayche dal Cielo nel princi- piaci
furono dati de la noflra genexafionc , & che con effo 7ioi tuttauia ci
portiamo infino à ia morte y fono per quei fegni conofciuti^chi^ fia^^^ p^ri^
mente,& che fini fcono infieme con noi. De ì quali ^ co^e di loro propria^
materiaynel dar modp ordi ^ à i loro giudici fi firuono 9^ fé; ne uaglìonó i
fa^ ^tfi ojferuatori di qucfia dottrina. non crediate pe [ro\ che per que^i fegmfipojfajper
modQ. alcmù co- ^nofcere, que^ì'huomo douere efier medico : &)^^J:r .
l'altro muficómero coftui in ufirologiaj'& colta i^ Geometria , douer
diuenire ecceUentevfercioche^co^ \me. è- facile cr chiaro à uedere ytuue le
fcientie, coltura & ripofo di noHre menti y per iUrani acci-^ denti , &
dopo alcun tempo fi acquifiano : Et non già fono , fi come gli ometti ,
imprefii & fi^gg^^i primieramente y
col fogno de la madre natura negli ammìnoJìrLsen'2^ amaefìramenfo alcuno^ fono
gli buomnì fin da principio ò timidi.odauarifo Ubera-' Jiyod animofi. Ma non fi
può già fen'^ lunga erudi jione cìr fatica , & feni^ perdita di molto tempo
, acqui/lare od impre7idercgiamai alcuna dottrinalo me dijje il Dolce albora^adunquc
non uoleteuoi, che il Cielo la natura ci hahhia fatto , più h abili da
princìpio più atti ad una cofu^che ad un'altra? guardate ciò che uoi dicete :
perche il contrario eli quello che ci uolet^ perfuadere , tutto' l giorno ueg^
giamo : & manifeHifiiiTÌarhente fempre lo udiamo. Et per certo fe egli non
foff^.ueroyche natur^^^ te fofiimó piu tojio ad una fcientia, & ad uno e0r^
citip y che ad un altro inclinati y in uano farebbe fer mamente
riuJcitOylafatica & lo auedimentodiqucl ,^auio Thilofopho: che folcua
menare à torno per la cìt^à\\ fanciulli ro7;i , non aue:^ad arte , od à
fcientia alcuna: Et far loro in quel modo uedercy tut te le operationi onde uar
iamentCy fecondo la diuerft^ ^ ^libumani appetiti y quei tai cittadini fi fole^
nano faticare • ^ccioche comprendendo ^^ ojfej:^ uando lui per quella manìer
acquale arie-od effercL tio fojfe loro più grato^egli per ciò potefe più agif
uolrnentey& con affai maggiorécerte':;^yintender-^ ne Mnchora &
antìucderné le naturali indmationi de le menti loro. Fano parimentCyfareblje
flato lo ai corto giudici 0 di Flijfe: llquale aftut amente rubbò à Ja
diligentia de la madre thethi , onde egli era con D li à. fi gran cura^&
con tanta foUccitudinc cuHodito y il 'forte & mlorofo Achille : Facendogli
[coprire con 'ingannoyquel fuo proprio naturale animo jiffmo af-^"
fetto:Lontano in tuttOydala cteanxa,& dal'habithy ' in eh' egli^quafi
raggio di fole [otto folta nube^albò-^ ^ra coperto fi Uaua. Ma oltre tutto à
ciò, perche ere 'dete che dicejje Tlatone, effcre ne gli animi noUri^i femi de
le fcientie ^ de le uirtu f Jè noit per diho-- (trarci à pieno , che dal Cielo
portò Hornero la poe- /ia:ZoroafirOyla magia: Et co fi qualunque altro quel- la
fcientiaine la quale egli fatto poi huornOy & per ciò gli organi del corpo
ad ottimo fiato rido tti, pcr^ fetto & eccellente dinenne ^ La onde
fdgpamenìe diffe A^arco Manilio^ hauendo lungamente dijputato di fopra^ogni
noftra cofa regolarfi fecondo la'dijpo^ fitioney& la influcntia cclcHey il
potere ancho cono- fcerele immutabili leggi de fatiy effere tofa a punto
fààmaihente fatale. Ji queko lo "^pagUfìoiolgia non nego yijfn)feyche
quefte attitudini hàturali.cj qucHe pàrticulari inclinattoni più à luna cofa
che a lall^ay non cifiano date primieramente da Dìo per le vnani de gli otto
Cieli: fuoi diligenti ; fedeli , ubidìenii minifiri . 'Ma dico bene y che elle
per alcuna guifà\ effere non pofiono preuedute da noi , per le qualità V per i
fe^ni del corpo . Dì modo che colui non ne può ne k JHC offeruationi
trattarcene la loro cogni- rione à coltii fiappartiency che come noi ci fatichia^
mo di dimoflrare^non ad altro attende , ne altro con fiderà^ ne ad altro pon
cura^che a le note &ale ap^ 7?,/^ IMO. 2j farentic cHcrion dtl corpoiEt a
le 7mtr^ (dirò cojl) che circondano quella cajhydoue alloggia l'anima no Jh'éL.
Ma la loro nafcoHa & occolta conjideratione, fa ne^rimane tutta intiera à
lo jljirologo. lltjuale de poter giudicare minutifiimamente , di tutti gli aue^
T/ifnenti de la uita humana: ò buoni, ò rei, ò fortuna ti yOd infelici , ò
prcfli , ò tardi à uenire che fiano . pico fmilmente , feguitando il primiero
ragiona-- mento , non e/fere pofiìbile che per quefli fegni, di cui fono
diucrfatncnee i noHri corpi diflinti yfipof[a con certe'^ alcuna fapere ,
cjuale huomo debba f/- fire riccoyò/juale pouero.Quefioydi ferro^&quel^
Caltroydi fuoco morire . ynoy di i^c, diuenir feruo: Et altriyefjendo come fu
Cafiruccio^al meglio &piii^ che donare gli fi pofTa, figliuolo di un uile
& poue ro pretesa la fuprema alte^ & nobiltà del regno falire. Di
qucfiiyiijr d'altri fimili accidenti di Fortu- . na, quantunque forfè alcuno
per li fcgni de i corpi gli antiuedcjfe , à me non piace però di fa4ieUarne ^
per alcuna maniera.Confiderate adunque y& con di^ ligentia tutte quefte
cofe predette cfjamimteyhne^ cejfario che ui facciamo uedere al
prefente^quaifia^ no quei fegni, da i quali nafcc & ha origine ,&nei
quali y uiue & fi conferm , & al fiìie con cui muore^ èr finifee ,
quella nojìra fcientia : Et di poi y onde L predetti fegni , pigliare parimente
fi debbano : Et,, finalmente cìafcuno di loro , come meglio per noi fi /apra,
per le più apparenti manifeke dimofiratio ni che ci fiano y dichiarare ,
ejporrcy et interpreta^ , • • • D ii) \ l
re. E laVhifioiomia adunqucy come fuonailnome ifieffo che le diedero i
Saui de la Greciaytegge^fcien^ tìa^& regola natutalcyche ci fa conojcere le
interne occolte pacioni de l'anime nofire. Co/i quelle^ che fcìi^d àltèratione
di qucHo corpo y per alcuni propri fegni di lui fi comprendono : come e la alte
j^ de lo ingegnoM aflutia^CT altìre cofe fimili: come tutte anchora quell'altre
y che innoi foprauegnendo per accidente , ci alterano , ci mutano la fuperficie
efìrema del corpo: T^e la guifa che ueggiamo fare , a la uergogna^a la pauray
ad altri cotaimouimen ti de noflri petti. Ma di tutte quefle differeni^yfpero
più di fotto ragionarne difìint amente . Hora uera- mente mi aggrada di
dircydonde fi tolganOi^- di che maniera fiano quei fegniyche nel giudicare fono
of^ feruati. Douete per tanto faperCyche cfii da cotai luo ghi ficauano.
Conciofiacofa che imouinie?itidel cor fOy ì colori, i geni (fe co fi dire
uogliamo) òuero coi- rne diffe il uoHro Tetrarca , gli atti de gli occhi e^r
del uoltOy& oltre a ciò la ajprei^ , ouero la delica-^ tCT^a de la pelle
y& de ipeliy & infieme la uoce y (3* la carnè , & le parti & le
mcfnbra del corpo fole per fe feparata??iente , ^ appreffo la difpofitione , ^
la forma di tutta la perfona 9 fiano uniuerfal^ mente quei luoghi yiquali
fecondo le loro qualità j - da noi (come difii) fegni addomandateyci danno pie-
nifiimo er perfettifiìmo indicio , de le inclinationi , & de gli affetti
naturali de f anima humana. QueHi fono adunque quei luoghi & quafi quelle
minere > doue i metalli fi camno, onde ì comporta fabricd de gli affetti de
l'anima noUra . Mapercioche me-^ glio al difiderio uoftro fi fódisfaccia ,
& perche di queUa fcientia , maggiore & più ampia conofien-^ ^ Manciate
, uoglio rientrare di nuouo, per entra aciafcmo de i già dettilmghi per fe: Et
per tutte le loro più ripone , & fecrete parti , ragiotiand<t guidarui ;
Et come nel mei^ode i loro intricati giri, u' haliti il Minotauro de le noUre
perturbationi apertamente moftrarui. Cominciandoci adunque da i colori
primieramente , dico coloro che hauendo la carne candida & chiara , hanno
nondimeno neriffì- mi & foltijjìmi i peli , ejfere di complejjìone caìida
cr colerica : Et ne gli affetti de l'anima , sdegnòfi, iracondi , impetuofì ,
loquaci ,fubiti, & uantatorìi-. Et a quelle medefme paffioni , ejfere in
gran parte fottopom quegli altri , benché con ajfai meno di ri^ tenmento &
di fermeTr^^, i cui peli, cr la cui car- ne, fono uermigli & infiammati
come ardenti car- boni . I bianchi poi, abondano di fi-edde^p^a , & di.
humidità: Et fono perquefto, timidi, humili,debO' li, tardi, quieti, &
effeminati . Coloro uer amente , il cui colore è fmigliante ad oro , do è di
perfetta mijìura tra'l uermiglio e'I bianco, hanno la loro com pleffone
temperatijfima : Et fono ordinariamente , dotati di buoniffmo ingegno. llche
più certo,& più fecuro anchora fi de poter credere , fe unitamente con quel
colore , bauranno que^i tali , la pelle loro molle, morbida , tenera &
delicata . Et fapere fi D iiij 4 Ilo de
per regola generale , che tutti gli ammali che hanno il pelo molle &
fattile , fono timidi & pau- toftnaturalmente -.Doue gli hauenti if altra
parte ipeligroffi & duriy fono forti per contrario & ro huUi . Tra
tutti gli ammaliai più timidi fono i Cer- uiyle Leprine- le Tecore : Iquali y
fecondo che detto uhahbiamo , hanno tutti il pelo mollijjìmo cr fotti- liffmo.
Ma il Lione» L;qrfo, & il Cinghiale, che Co- ■ ' no pieni & nel corpo ,
cir ne l'animo di fortcT^ , hanno medefmamente il loro pelo duriffmo. T\(e ut
perfuadete , che ftano gli uccelliyda la predetta con ditione punto
lontan.i:^n7(i tenete per fermo,dipo ter e caminando per queSìa
^rada,pcruenirealdrit^ t,o,ne la cognitionc de la uilta-.o del animo loro.Con
fiderate (uolendo uedere ch'io dica uero) particu-' Urrnente le Quaglie,
L'anitre, & L'acche : Et. file troverete piene di paura & di deboleQ;^
: Et con tutto ciò ucdrete la piuma loro e fere fofi m,oUe,chc.
Uafciui&luffiir lofi huominiyfe l' hanno fatto prò-, pria & fempiterno
albergo . Scorgerete da l'altro canto le animofe Ucfuilcy e i fieri
&audacifftmi Gal li & Sparuieri , non hauere ne conucnicnte ne atta pennata
le morbifie^ de gli ociofi ^ teneri letti . Il medefmo di tutto ciò , ne la
jpecie parimente amene de glihuqmitìi, La onde fi ueggonogli habi- tanti uerfo
la Tramontana, hauerei loro peli duri/ fimi-.Et ( fere ualorqfi & robuHi,
Et coloro che più uerfb il me7;$ giorno menano la ulta , di poche for^. . «e/
eorpQ ,per la moka timidità, onde ne l'ani^ ' Tnoahondatio ajjai ycfjcn per
contrario dotati: Et cori tutto queUoy bauere fmilementCy mollijjmi &
tenerijjimi i peli Ma per ragionare al prefente de le qualità de le parti del
corpo , dico (come dian7;i ni argomentai) quella moltitudi?ie di peliy che a
molti fopra lo Uornaco nel petto fi uede , ejjcre di molte ciancie^ ^ di
feminile loquacità^manifclìiffimo fe^ gnoMafenon folo il pettorina lo fiomaco
ancbora ^ il ucntrCyfono in qucfio modo coperti di peliy fi^ gnificano grande
injlabilità & leggeì^'j^: Et ap^ prejjò un fiero animo y& empio:
jprcT^tore in tut^ tOj^ contaminatoreydc le leggiyde la carità^ & de la
[anta religione. Ma fe^come prima dijfi) ilpct^ to folamente è pelofo y dim
oHra , oltre al dilettarli del/auellare^ grandc^^a d^ animo ^ ualore^^ ardi
mento . Hanno gli buqmii;ii faui , cbe non ci uiuono indàrtiOy & che fi f
armo capitale di ciò che ueggo^ noytqlto qucjlo tale Jegnoy da la fimilitudine
de gli uccellinquali effcndoyuia più che ne le altre loro par tiyabondanti nel
petto di peli^fono parimente ani-* mofi & arditi: Et oltre a ciOyCantanoy
& come dijjè il Volitiano yfuernano tuttauia . roi fate inuerità mqko
bcneydiffe alhora il Dolce: in accompagnando con le authùrità de gli fcrìttori
, le parole che cofi afpre,.ci porgete a gli orecchi : Che ad ogni modo di
njare ui togliete licentia.alcunì cofi duri^^ cofi nuo ni uocaboliyche fe mai
aucnijje che quc^ìi uojìri r^- gìonamenti fofjero fcritti^ilche peranentura ui
po^ trebbe incontrarcyrnì fo a credere che non bajiercb botto ì margini de i librila capere le
ugnate^glì sjre^ gi^le jpe7maturey& le poHille^che d'ognintorno lo* ro
farehbono fatte. Fi fo direychenon farcite già inai per imitatore riprefo:fe
già non fi addoniandaf fe imitarcyil porre i uocaboli in fignifìcatione diucr
fijfimaydacio che altrì^cuì o uiuh o morti che fìanoj il mondo riucrifcc &
inchina ^ gli hanno ne le loro fcritture lafciato. Io non po/fo di quefli
tacer€:gt4an^ tunque però ne habbiate, lìi qucTii tìeffi termini ufa to
infiniti, il Boccaccio^ onde ci bjfogna confejjare di hauereimprefo 5 tutto ciò
che di quella lingua fap^ piamojmette animofità,per quella pajjione d'anmo^ che
norìcilajcia giudicando difcernere il dritto: Et noi (non fo con quale
authorità) per ardire la hauef^ te poflo. Dianzi ancho uoleiìe dir dirittura ,
benché emendandouipoiufafìedritte'^^che fu forfè peg; gioiLaqnal uoce^il
medefimo authorCy pofe in luogo di lealtà & di giufìitia. Tarui forfè che
queiì'à fia poca liccntia ? 0 ui credete per auentura^che gli huomini
abbandonata la fecurtà , & la certCT^a de l antica [ìrada»uogliano piutoHo
uenirdrieto a uoi per lo dubbio & perigliofo nuouo fentiero ^he loro
moHrate ì Mal diuifate cofi penfando: perche il metter fi a rifchio , a lo
affìcurarfi ; eH dubitare y al' certificarfi , niuno fa giamai che propona.Ma
che^ uoi cofi fattamente parliate^non ne faprei inuero al cuna altra cagion
ritrouare ; "h{e giudicarci che per altra miglior guifa fi pòi effe
ifcufaruene ; Se\ non dicendo y che efjèndo Sfagnuolo y come fetèf^ ìion potete
hauere , la piena & perfetta conofcen^ 7;a de la lìngua Thojcana . Mentre
diceua il Dolce 'queUeparole^il Confolo t ut tatua co fi lievemente fog
ghignando , ne afpettam la fine: onde uedutolo che to , glirijpofe dipoi in
quefla maniera. Attenga che per modo alcuno non mi paia ufficio di prudente huo
mo J^afciando le difputationiphilofophiche & natn^ raliytrattenerfi in
quefiioni a Gr amatici & a Tedan il couenienti'yUoglio nodimeno , dapoi che
pure mi ci hauete tirato^che mi fta lecito^dirne {come fi dice) ma fola parola
. Egli non e dubbio alcuno , che in tutte le lingue yfempr e fi trovarono prima
huomini che fcriffero bene : Et poi coloro fuccedctterOichs offeruando i modi
& le figure del dir e , ufate da gli antichi fcrittoriyfecero poiy&
formarono le rego-- Icy del bello & ordinato parlare . Tlutarco in que fio
propofito fcriuendo di Homero , lo nomina non falò il padre de la Gramatica ;
ma il fonte anchora, gl'origine di tutte le fcientie. Ts^on per altro uera
mente :fenon perche ejfendo fcrittore antichijjimo^ non eglihaueua fecondo le
regole , che non ci erano faueUato;rnapiu tofìo le ofjeruationiy & le
leggia-^ dre maniere del dire y fecondo il parlare di luiyhane^ uano primieramente
hauuto regola & ordine, T\[on uoglio(per non moUrarui il fole a lume di
torchio) ragionare rie la prtfente materia de la lingua Lati- na: per cioche
non filo fappiamoy ejjere in lei le re-^ gole de la reihorica , andate drieto a
buoni fcritto- ri ; ma li maeftri anchora di quelllarte^corne uani 4 ocìofi
& lìiutiU a^ la città y cjfcre flati-alcuna iwita cacciati di l\oma. Ma
Ufciofldo. hoggimai a i morti ^ a gli Hr ani 4e aliene gìaeflime fauelleJ?ora
quefiauQ^ira imetiteltaliana^uìi poco attentamen-^ trconfidcrianin. Si uedrvmo
cjjère dugent'anni o po (0 menoyche il Tetrarca & il Boccaccio^ l'uno ne la
profani altro nel ucrfo fcriùtndo ^ & in quel modo i bei concetti de
l'animo loro ifcoprendo , leggiadra-- mente in efja fiorirono : Iquali udendo
confejjare il uero yjono certamente i più puri più regolati fcrittorhcbc
hauejjeroin tutti quei tempiiEt che fin quesìa età , non hanno alcuno che loro
fia paffato dauanti'jEt pqchijjirniyche per picciolo ijiteruallo lo Yo fieno
ditianti.Tslondimcvo non fono pero ancho^ ra quaranta anni forniti y che fi
fono cominciate ucdcre le grammatiche , le ojjcruatìoni di qucfla fanelli. .
adu^rique {come per gli antedetti effem^ pi se potuto ueder e) furono in tutte
le lingue pri-^^ ma gli fcrittori regolati ^ che le regole de lo fcriuer^ Irne
; ui domando , per qual cagione uogliate che a gli avtichi fcrittori ifia
lecito di parlare fecondo il gìudicio de l'animo loro ? Et che i moderni (quafi
che ga%e fo(fero & non huomini) dehhaìio fola^ mente le parole di quei
primi imitare ? Ver certo qucfla e ingiuria cofa:lN[on foloin huomini di di^
ucrfa profeffiGne : ma in coloro anchora ^ che una materia ifleffa tratta ffcro
. Secondo i tempi , diffe quiui lo ^mhafciadore , e di mediterò che gli huo^
mini che hanno difidcrio diuiucre pp' lomci^o de 'P\ l M Ó. le loro
fcrìttureyneie^menti i^- ne^li animi dt: i lo^ yo difcendenti,& de i loro
tardi nepoti^dcbbano tal Jooruy & talhoranon fianòtentàtdfdtrui imitare.
*Ter Cloche haucndo (come fapete) it lingue , come \utte le altre cofe,accrefcimentOy
fiatò y& decrcfci- mento; poffono molto bene coloro che forgono ne lo
'n^<^raudir/iyO ne ìàperfettione dialama ìinguaifcri 'tierepér fefteffi
fecondo il loro giudicio: Conciofia ct^fa che hifo^& la uniuerfale
foufidctudinc del com '•nfun fauellare,donde corrièra certo prim^ fi de^ riuano
le fcritturejìa alhora dilungo miglior Cy ^ 'piu uago.& più leggiadro
y& polito yche quello non era^ che ne l'età fuptriore quegli altri huomini
ufa- jiano. Ma, a coloro yCui hauolato il Ciclo far nafccre ih tèmpo che una
lingua perda& minuifcaU fue 'pure bellc'^Tie.non è p cr alcuna manier a
conuenend kylo fcriuere fecondo l'ufo corrotto dei loro t^:mpi: Xffendo efìoyaf
ai peggiore , più lafciuo ,piu gonfio, & più affettato che il pajfato non
era . Ma loro è grandemente neceffario di coloro imitare y che nati in più
felice eìadè- feri fero meglio. Tlautcè de più àntichi fcriìiori che habbiamo
ne la lingua latina : Vedete parimente , come egli non poco fente di ró^ (jr di
montanaVoiEt come le fue parole ypiu a là ratroy ni contado; che a la pennay
&ala citta fi conuengono . Terentio poi gliuenne drieto: Ecco d'altra parte
, che maggiore coltura y & maggiore eruditione in luì trouerete.
Lucretiopoi fi fa piupu ro : ma non può però in tutto abbandonare la ro- L 1 B
1^0 7:e7^ antlca.Sticcedette al fine quella età felìcijjir' ma:l<!c laquale
in i/patio de pocbijjlme decine d'an-;' ìihmoUi fcri£ero perfetti{iimamente .
Catullo pri- wa: Et Cicerone y pieno di leggiadrie y di fioriyCir di uaghcT^tEt
ilpurijfmo & caìididijjìmo Cefare.Et da l'altro
catìto,f'ergilio,Horatioypbull^x& dio :& molti altri. Ciaf cuno de
iqualiy quantunque 7ie lo §ìile diuerfo.lper fe.giudicato perfetto. Que fti
inalT^rono quella lingua^ a la fomma grandei^ %a : La onii^y^la tofio fi empie
di tutte le fcientie : htfi mantennè poi cefi grande, fen^i^a che fi poteffe
uedere, che ella euidenlcmente da ìiima parte pie- gajfc , in/ino a le
primiereMjcqrdi^ d^h^^ Con gli ejjerciti uenuti da la Spagna^con quelli chg da
la Maniagna haueuano .feguitfi Jl^iteU^^ ^^^ol to più con le genti Orientali di
Fejpàfianoycntraro^ no in B^orria^le priniiere tnanifefte corruttiomdelfd
milare.Ter ìaqual coJa.QuintiliunOyTranqmll^^ uenaley& il fecondo
Tlinioy& àltrlche furono po co dopo quei tempiy mofirano ne gli fcrittì
loro yla^ perdita de la antica purità l\pn/ana.Si fecero poi le guerre
Settentrionali più propinqueiEt i Daciy dai Cotthi cacciati, a leprouincie de
lo Imperio fiaui-^ cìnarono: perche mefcolatifi i Bimani con effb loro^ fi
cominciò parimente con più forzala guaflarCyé* acorromperc qucllalmgua . Di qua
uicne chea pe^ tia fi pojjono Icggèrey^mmiano Marcellino'yVegCr^ tioy Frontino,
Materno, & altri infiniti . l{ptti gUoflacoli de telcgionh i nondarono i
Barbari tut^ 3P ]^ 7 Af 0. 52 te le regioni de lo Imperio : Onde hehbe fine ,
in jutta fi eflinfe y & [otto l'onde altiffime de la loro Barbarie , rimafe
totalmente affogata , leloqucntia ì^omana.Come adunqae non doueuano i primi
fcrit tori Latini , & quegli altri che furono a tempo di piulio^ & di
jLuguflo , coloi(o imitare cheirian^ a fehaueuano fcritto^prrcioche non
migliori come fu jrono /ma peggiori jarebbono fiati gli fcritti loro ; cofi non
era conuenìenteyche gli ultimi, l'ufo corrot tijfmodela gualìa loro età
feguitaJfero:Ma doue^ Mano più tofìoj con ogni loro ftudio & diligentia , f
buoni regolati antichi imitar e. Ben fapete^rilpO" fe il Confilo
alhorayche in una lingua di già pcrue- nutà a la maggiore ultima fua
grandc^^ytiHto ciò fi conuiene a coloro che fcriuono-Ma non credo pero che gli
fcrìttori di quefli tempi , quafi che la lingua uolgare Italiana 3 non potejj'e
ne più bella ne maggiore diuenirCy ad bauere quetio penfiero fieno per alcun
modo necefiitati . Sidunquc non credete uoi diffe il Dolce yche il Boccaccio
habbia a fupremo ^^rado di bellc^^ & di honore , ridotto la lingua
Tofcana?^n ioyfoggiunfe fubito il Confoloilsl^ mi pare inuerìta ragioncuole^che
la nouella di Marcuc cioy 0 di Chichibio (però che de gli ^dmcti 3 degli
'Frbaniy& de i ThilocoUygìa il mondo fine è chia- rito) debba dare l'ultima
& foprana perfettiotie ^ad una lingua . Lafciate che le fcientìe fi
trattino con qucHe uoci : Et che la Italia habbia d'ogni ra- gione y (ir d'ogni
maniera fcrittori : Et alhora fa-- ^ . L 1 n li 0 cìlmente troueremOiCio che
bora cerchiamoiEt qt4el lo che alprefe?itCydi non banere confejJìartioiÈt che
dì confeguire ycon tanto ardore & con fi accede uo- glie bramiamo. Io
confcfjo di banere cofr faìiidiofo fuogliato giudicìOy che -per infino al di
d'boggi , 'ninno pèrauenturay od almeno pochijfimi ftrittori ho faputo tromrey
che compiutamente y& da ogni parte fodis facciano a l'animo mio. Et mi day
ebbe il cuore j di potere farui uedcre neluoflro Decameron nemedefimo^non folo
una fiata^ alcuni mòdi di fa^ uellarCy & alcuni uocaboli , che hauerei
ardimento (li dircy chepotejjino ejjerepiu belliypìu tcgpadri , più uagbiy&
migliori.J<lc per cioydcbboejjere jgiu-- dicato arrogante: percioche io non
lodo me medefi^ 'mo:ma quella bontà^V quella per fcttioneuo rider-' cando in
altrui, onde colpa forfè di non bpiigna & non amica Htlla, mìueggo per mia
debolex^anda ve, grandemente lontano • Bene h nero che fe fojfe a qucfla età
conceduto, di uedere publicàti una uòt^ tay i Dialogi de la Bj^etorica fcritti
da Mcjfer Spero ncy non r e^ar ebbe gran fatto più agli buomini^che defiare in
quefta materia. Concìofia cofa che egli €j}frej]amcnte dimoflri in quel
librOyquanti ornarne ti, & quanto di belleT^ poffa hauer la Eloquentia.
^Ihora lo ^mbafciadore , certamente diffCymolto varo mi farebbe il uederli :
che hauendomelì lodati^ con luiragionando cómefo jpejje fiate fua cortefiàj
ilprudeìite Secretarlo Cornino , // cui Sauio giudi ciò non è folito ad
ingannarft ygli Jìimo uer amente buona
buona cofa & leggiadra. Ma ditemìy hauercUeli noi peraumura f T^Jon
Sigtiore^rifpoje il Zorno'^^ma udì legger e, non e molto ditempo fafjatOy in
caja di Don Diego nofiro ^mbafciadore: llquale come il cielo pieno di lucido
& Joaue calore , a jè naturaU inerite tira & ind^ tutto il noiìro
fuoco.cofi egli il cui petto come V api de fiorii fi nutrifce de la foauità de
le uirtuyquajì riuoua calamità diuenuto^non il fer, ro de le minere i ma loro
de le {dentiera fefcmprc ritira aduna.Ora adunque, ripigliando il ragiom mento
di prima^poi che non è flato per anchora oc-^^ cupato il primiero luogo;o/ia
pure fecondo ch'io giù dico che 'lo Sperone, merce de la fua uirtujui s'hab bla
affettato; non debbono però gUhuomini dijj)e^ rarfi , di potere fcriuendo
Jècondo il loro giudicio , parte principalijfima,& più che ciafcun' altra
necef^ faria in qualunque ci uiua^merit are loda nonpicciola prefjò a la loro
poUerità'Et di ejfer e odagli huomini che ne le altre età ne uerranno , letti
uolentieri : Et hauuti in fommobonore, & in pre%i^ . Terciochc in tutte le
noUre operationi mondane^fempre fi ere-- dette efferc d^gna & lodeuole
cofa^ non potendo tra primi ^almeno tra fecondi ^ tra ter^i ejfere anoue-^ rati
.^ Malafciamoda parte hoggimai quefie uani fciocche'7:je : Et ritorniamo più
tofioydopo tantiy& co fi intricati rauolgimmi. > a riappiccare il filo
del primiero noSìrp ragionamento^ la dòueefio dianT^fi ruppe. Seguitò dopò
quejie parole uno breue filentio; quafi con quella taciturnità , dichiarare
uolefiino gli £ altri duh U loro attcntìone :,perche àl nuouo il Con-* foto in
cjuefìa manitra comincio a fauellare . l{itor^ fiando adunque y a i fcgniche fi
cauano da te quali-: de le parti del corpo , dico che la carne dura , CT come
dicono i Medici di forte folta teflurà, è <ir- gmiento Jemprcper Je
notifòimo j che altri fia ro'2^ & flupido neh ingegno: Èt nel corpo , di fi
pocì> debole fentimento dotato y che a gran pena queU le cofc che mordono
& pungono leggiermente la parte di fuori del corpOyCjfere pojfano non che
fenti te ifna aduertitc pure da lui . Ter contrario poi la molle & rara , è
fegno di protitc:^ (^ uiuacità di ceruello : Et di fentire fubito &
acutifiimamente * ogni picciola ^ lieue puntura : Se già non f offe é^ueiìa
rarità & moUe^^ di carne , accompagnata con un Còrpo forte ^ robufto : le
cui eHre?nitd , CT^ grandi , dure fofiino fimilrnente . Teroche bene ha for^
quest'ultima e onditioncy di alterare^ & di mutare la prima:ma non può però
la primieray quc-' Scaltra in alcuna notabile parte guafìaìe* Ma óU tre anchùra
a tutto quello , da diuerfi mouimentì y onde uariament£ la per fona fi moue ,
lyanno come .già difiiy ojferuato i Saui del mondoyCjjere parimen- te negli
animi noHri , uari <^ diuerfi appetiti.-Con* cìofta cófa che la tardità
& la pigritia del mouimen to y a gli effeminati & molli huomini fi
conuenga : £t a coloro y^e fourabondano nel corpo di fred- 'dc^ y & di
humidità : freni fen'j^ alcun dubbia . fotentifiimi 5 in fermare & a
ritenere il corfo de le humanc Itogli e . Laonde ragioneuolmente diciamo^
éjjete quefio tale mouimentó ^ dìgran lunghi più che àafcm'altroy alefcmine 'i
naturalmente fredde & humide conueneuoLe . Ma da r altro canto il 7nou€rji
con prciìe'T^^j^ 6"' uclocernente yfignifìca ne la corn^ plefiioìie del
corpOyCalore & ficcità f Etne gli affet^ tiy& ne le naturali
inclinationi degli animi , incon- Hantia legger e^^.f^ mobilitàiEt è infiemcpin
con nenicnte^ & più proprio de l'huomo. La uoce nera-^ tììcnt esquando per
lei ?ion folo iconcitatiy fnai ripor fati dnchora monumenti de noiìri petti fi
intendono ^ tffendo molta chiara eJ?^ grande , ne l'animo uirilità & uigore
; ^ nel corpo gagliardia & fortè'^^a ci rnanìfeda : Ma la
poca^picciola^& ofcuraja t altra iato ne V uno timore ; & ne l'altro
debolcT^ dimó^ ' fira. Le figure poi, & gli atti del uolto, che portati
dalucntrcmaternoy ci danno ìndicìo di qualcVe cer^ to affetto de l'animo, fono
tali naturalmente y quale h in quel tempo il uolto di coloro, che Jbnò talhora
traff) èrtati a cafo da quel tifile affetto . Come fareh-^ he percofì dire y
accio che meglio fi ano daùoicofH^ preje le noHre parole : lo iracondo ha per
natura queig^Hi neluoltOyO quella figura y o quegli atti che dire li uogliàmoy
che altri fuole hauereper acciden^ tCyquand'cgli fi adira. E dopò queUo
necefjariaco^ fa a fnperc , che iti tutti gli animali generalmente ^ femprc il
mafchio è più arditOypiu forte,& maggio-- re che la femina : Et ha le parti
efireme del corpo , pu robuHCypiH piene f& pili forti:Et h migliore uni E
ij 1^0 fierfalmentei& più atto a
ciafchedma cofa . Fcirrei, appreso a qucHo che per noi fi confideraffe ^ ninno
tra tutti i Jegni che o/Jèruarete. ne i corpi , ne ejjèrf cofi forte nel
fìgnìfìcare^ ne douerui rifpondere tut- tauia cofi certo nel giudicar eccome
quelli fempre fa rannoy che da i gefii come difillo dagli atti fi tolgo-- no ,
f quali congiuriti infu me col caminare^ col mouimento^engono fen':^ alcun
faUoyin quella e c- gnitione le primiere parti • La cagione uera'/ncnte perche
queflo fiayèchc feguitando quefìi dui {limo uimento dicOy& gli atti del
uolto) od in tutto ferf^ alcuni^od almeno con minori impedimentiyle natura li innate
ajfettioni de l'anime, uengono per ciò ad ef t fere^ne i giudici di quefia
Jcientiaypiu ehe qualunque altro fegno fi fia , ojferuatì fempre con certeT^ dì
lungo maggiore . Ma bene e uero ( fi come ancho, di fopra per me ui fu detto)
che lo acquetar fi y& il ere dere fermamente in un fegno folo;non fia
maigiu^ dicato da alcuna fauiàperjona.ne ben fano^neprur dente configlio, ^n'^i
e necejfario a chiunque uuole ragioneuolmente procedere giudicando, ^ difidera
che i giudici fuoi fempre certi , & fempre ueraci tiejcano , non prima
certamentey& con determina^ io giudicio pronunciare , CT affermare alcuna
co/a 9 ck^ egUueggay & chiaro & manifeUo comprenda <^ jda molti de
principali più importanti fegni , concptr^nti la medefma fignificatione^,
quella fua opinione ejprcjj amente ejfere dichiarata ^ Ha", k^iiè^A &
confermata . Eccijmcbora j oltre a tutti T II ^uefli uri altro modo : per
loqualc le conditìoni de la nolira natura, & le buone , CT le ree qualità
de l'a- nima no§ìraf non acquiftatcper alcuno iUrano amae ' ftr amento , ma
imprejjeui con interna nota del fat- tore del uniuerfoy pojjòno chiaramente
ejjère da noi conojciute • llqualmodo y ne gli antichi tempi da ^riHoteley come
egli mede fimo fe ne uanta y fu& trouatOy & ojjèruato primieramente .
Quando confi • derando , adunque akun corpo y uederetein luìy da molti fegni ,
effere ftgnijicatt diucrfc pacioni od in^ cUnationi di mente y potrete col
giudicio uoHro con Aetturare^non folo a quelle note CT manifcsìe pcrtur
bationieffere fottopoftaqueWanimaima anchoraad alcuna altra ne palefe y ne
chiaraiche pero feguiti CT volentieri fi accompagni con e/Jò di loro ♦ lederete
talhora(accioche il mio fauellare meno ofcuro uifìa) per gli aperti fegni ,
& per le certe qualità del cor^ po^douere alcuno , ejfere naturalmente
inclinato y a lo fdegnoya la meUitia^ &ala Jpiaceuolc^yod a la mala creanza
: parlando per un termine nofiro : da noi nuouamtnte introdotto in Italia : JL
costui me-^ de fimo , potrete drittamente giudicandoy predire fi^ cur amente y
VeffergliV anima modeUata da lo ili- molo pungente de la jrcda ìnuidiai^uenga
dicOyche nel corpo di lui , non fi fcorgefie chiaro c^T ejprefio , alcuno fegno
che quella pafiione fignificafie . Tercio cheti fauio Z7 accorto confidcratore
de corpi , da i predetti fegni , che dimoHrano le qualità y&lean tedette
pafiioni de Vanima^ caua & tragge lo affetto _ m • • • 7? .1 T ' ■:xde la
imidia : ancbora che accolto : nondmerio coti* ^fcqiìeriteyZÌr comeneuole a
loro. Et è neramente cjue ^ilo modo di procedere , molto proprio y <^^moLto
^omeniente al Thilofopho. Concio fia cofa che il trar ire da alcune coje certe
, uno configgente neccfiario , -fia grandemente proprio & peculiare di
quella par ^ te di pbliofophia , che rationale fu detta da i Lati-^ ' ni:
qantunque la confuetudine & l'ufa comune , ab^ bia fiiìipre il Greco nome
più uolenticn accettato . ^Et fapere ui bifogna , cheji cornepir molti buoni an
tecedenn , fi dicedouere efiere il confequente buo- no ; coft per contrario .
da molti aìit ecedenti triUi , '"^lafce fimilemente il confiquente reo •
Dirà co fi y per cagione di efiempio . l<(el medefimo moda , che ueg -gendo
alcuno douere efiere , cofi dimoHrando le qua iitadel fuo corpo y giuHo y
pietofoy & modello ; pojfpdire lui infiemc eff^re ben creato : & di
gentili iir leggiadri coHumi adornato tcofiperxerti & ma nifefìi fegniy
conofcendo altrui sfaciatOy crudele j & ingiusioj che egli ancho fia con
tutto ciò fcoftumato , tni h lecito a credere ueramente . ^Ihora il Dolce y fi
come colui che ardeua di difiderio di domandare il Confilo alcuna cofafilche
per lo sfauillare delgli oc chi y per lo jpejfo mouerfi , & per altri atti
chiara- mente ficomprendeua; anchora dijfe, che non bene Sìiay di interrompere
con mie domande y l' empito ^eH concitato cor fi del uoUro ragionarnento ; Et
che fap pia ciò facedoydi daruigiufia cagione^onde & leggie XP x&
impatiente giudicare mi poffiatemondimeniè.
Ito pure ad ogni modo , che uno ofcuro dubbio hor hQ ra uenutomi ne la
mente , col lume de le uofìre paro le mi facciate chiaro : Che f in m'e caro di
cono/cere 40 quei nomi le (ofe che mi fono ocfoUe , chefeni(ef fi 5 non fapere,
( come fi dice) più la di qnanto che ci recai da cafa. Domandate pur nia fecur
amente rifpa- fe il Confalo , di tutto ciò che nel penfiero ni cade : \^he hauendomi
tolto hoggi a mantenere quefìo cani pOy nongiuflamentefoi'ei , rifiutando
affatto 0 pugna Alcuna Oli lo foj]i ricbieSìo . ^d uno prode & uaLen- ie
caualicre come noi , diffc il Dolce.v ad uno fcher tnitore eccellente ^fo io
troppo bene ^ che i micipo-r /a macftreuoli colpi , non faranno perdere pure un
dito di terra: "Nondimeno acsioche io fappia per l^ auenire ^ fe non con
più for'Zfi ferirenltrui , almeno 7ne più cautamente difendere y ìnfcgnatemì
corsie pò teffiqueHo colpo fchifare . Voi poco ìnanxi dicèfie^ •che la uoce
grande /i^groffa, era fcgno di uirilità iO di fort€7^:. Et per contrario la
fiottile, ^ picelo la y didebolexx^parimenue d'animo & di corpoXp • poi
foggiungeiìe foco di fiotto ^ tm tutti i Jegniche uariamente uariano ì nofìri
corpi, che ci fanno in tata fimilit Udine andare diffomiglianti^ ^l^^g^ifO^'^
fen^a alcuno fallo di lungo più certi ^ che dagli at-r ti j & da le
eHeriqriapparentie J^luoltofitolgonoY 7^ lequaì parole y hauutouì fopYa
confideratione , citrouo grande diucrfita. Tercioche fe aigeHiri^ guardo y
ueggogU huomini adirati , tutto che la UCfr fc loro/iagraue &groffa
naturalmente, falere ^or^ dimeno in fu quel punto ^a[Jottigliàrh ^'éf^dgux;^ la
non poco . Et altra parte , coloro che non pati^ [cono alter atìone alcuna di
colera , parlare per or- dinar io più grauemente : Et mandar fuori il fuono de
la noce loro yfempre più grojfo . Ter iatjual co fa in quanto a quefia
apparcntia , giudicarci che fi do- ueffe direy che gli huomini chthdnfio Idùoce
sfottile acutayf off ero forti i & iracondi: Et deboli da l'ai tro lato ,
& manfueti coloro y cheingraue & grof^ fo tuono fauellano . Ma oltre
che uoi ( come ho det^ to ) ci affermafie il contrario , fi ueggiamo anchora
tutti gli ammali > che hanno magiore grido di fde^ gnofi y di forti ^ &
di animo fi , come fono il Lione\ il Toro , il Cane latrante , é*l coraggiofo
Gallo , far^ fici di loro propria natura : congroffa&graue uoce fempre
fentire : Et quegli altri poi che fono timidif fimi & debolijfmi yfi^ come
è il Ceruo^ , il Capriuolo, ^ la Lepre > acuto & fittile naturalmente ,
hanere il fuono de la uoce loro. Di maniera che s'io miro a la fimilianT^ de
gli animaBy ueggo la uoflra propofi^ tione 3 hauere faccia di uerita : Ma
d'altra parte fe confiderò la appareiitìà che ci fiede di fuori nel uoU to ,
che uoi horageiji^ ^ hora folete attiaddoman dare , parmì di conofcere , che
elìaper non lieue jpa tio y fe ne uada lontana daluero • Di che mi farete fommo
piacere , aleuaì-mi de t animo quello dubio : Et a rnofirarmi ( come diffi di
fopra ) quello tratto dìfchrima . Mhora lo spagnùolo ,queko rifpofcy mi è
fembratQ ad uno affalto Siciliano: Onde foggiunfe$ V . foleua dire Antonio da Leuay che fempre ne
riporta -fio gli afjalitipiti uant aggio che danno. Domandai e-^ ne pure i
Frantiofh riprejè [libito il Dolce: Et quello cofifoUenne & decantato
uef^ro.T^n ne ne maraui gliatCy il Confolo replico : che come dice ilproutrbio
uolgared^huomo che dorme , fe Iq mangiano in/ino a le mofche. K^on credo già
che nafcoUo eljereui deb-- ba.come da ogni tempo quei nojiri uicini , ma moltQ
più in fu l'horaulel uejproy fieno ufati di dormire non folo col ceruello come
fanno quaft ad hogni hora:rm ancho co gli occhi del corpo. Ma per ritornare a
uoi^ dico che le qualità de la uoce^dimofìranti o fartela Q debilita.non fono
come ui penfate , lagrauita , o la acute:^: Maalhora dobiamo giudicare ilualore
& la fierc'x^ di alcuno , quando ne fentiamo la uoce , che grande
fortCymoltayrifonanteyZi^ copiofa difjnri tiyciperuengaagli orecchi: Et da l
altro cantOydebo Icy & uileragioneuolmente efiimare pofiiamo colui ; la cui
uoce fia picciolaydcbokypocaylanguiday er in^ terrotta. Direte per tanto
inqucUo modoiEt piucer ti affaiyCX più fccuriyuederete riufcirne i uofiri giudi
€Ì . Gli animali forti & iracondi , hanno grande ^ molta uoceiadunque gli
huomini hauenti la uoce loro co queHecoditioniydebbono parimente,^ robusìi
& animo fi e [fere giudicati. Oltreacioy gli huominiadi^ rati parlano per
accidente in uoce rifonante yaltuy ^ abondante di /pirti: coloro adunque che di
loro pro^ pria natura fauellano fempre in questa maniera^ fo^ no fmilmente
fieri & difdegnofi*Eccoui adunque^ fi l^
.0 come fi lem la c'omrarkta da le noHre parole : Et fi come iljenfo
lorQ , & chiaro cff^edito cene rimar- ne. E ben uero chejie ifegni the fi
tolgono. da la uoce^ fi da qualimque altro fi fiamenibro o qualità j^orpi^ Yale
,fi debbe hmere cur^ (li non determinare certa piente ilgiudicio; quando ifegni
tra [cpalefino paf- fioni contrarie & diuerfie l'uno da l' altro. Oiciamo
co fi: fe intenderò per la uoce douere ef] ere Alcuno aniT mofi) ,
icuifegnipoiofjèruatineg^i occhia uile me h diryioHrino ^ non debbo poter con
ragione , in lui cO'* me certa eà" manifesta cofity & non poco più de
l'air tre apparente^ alcuna de le già dette pcrturbatiom credere giudicando; Ma
fi bene uno certo flato mei:^ iìo: che fi a di ardimento) & di timor CyCon
eguale & giufta proportÌQne partecipe^Et hau€tC4 fapere^ efr fcrci eia/cuna
uolta nccejjario di hauere qucHa tale aucrtpi%a , cheH Malora & (ii uirtu
(come ho det^ - 'fo )pari i fegnì trouìamo.Ma quando Inno di loroy è più
potente & più forte che lahroyalhora a quello di maggiore autorità , come
il dritto & Vhonefto pcf. jre che fi richieggay indi ilnofìrogiudicio
informanr •done:accoftare ci dobiamo: Et fecondo lui folóyfen%a .hauere a gli
altri di minor grado riJpcttOy conuienci dar modo y ordine y & dijpofitione
y a tutto quello che noi giudichiamo .Come farebbe adire: Qtian^ do e dai peli
manifefiatay alcuna certa paffione y qua, Ut a y od affetto d'animo ^ non fi de
per la uoce auenr ga che ella il contrario ci anunciafie , la primiera jgnif
catione tolta da i peli ^ . in tutto cancellar^ td eslìnguer e. Concio fiacofa
che il fegno ofjtruato M . le condì tioni de peli^jìa di gran lunga più forte ,
che ejuello de la uocc non è. Dobbiamo oltre a cioybaHci^e fernpre rifpetto a
le regioni : Et (come difii) a i uari Cìr diuerjì inftuffi del Cielo : onde
diuerfi anchora, , differenti fono i pacft:dati in forte ad habitare a gli
huomini da la reina fortuna . La onde fe uedrcmo • uno africano (per cofi dire)
forte & animofo , non - è però ragioneuole , che crediamo hi ejfere
tale^fe^ . non con gli huomini comparato j nati folamente ne . V africa . Ver
Cloche queìio ualente & animo/o ^A^ fricanoymejfo mfieme con un HungherOy 0
con alcù^ no BohemOyche però habbiai mede fimi fegnigraH^ (t animo & gran
for^a fignifcanti y potrà merita-^ mente ejfere giudicato debole & uile.
Tanto cforte^ eJr* cotanto puote > laparticularc proprietà di alcun cielo :
Et la diuerfa qualità de le regioni. Ma perche meglio ui fi imprimanone la
mente le parole eh* io dico , & con miglior ordine^C p^^ pit* diHintame?r
te inarf^a ginocchi recaruele^uoglio a guifa di buon . capitano y di quefla
confufa moltitudine di fcgm^ • di ajfcttiy ordinare partitamele diuerfe fchiere
^ Xhe fe già foleua Antonio da Leua , & hora il Marchefe del Fafìo y con
tanta lor lodcy onde uiue^ ranno fernpre nei lunghi fecoliche a quefto fucce^
deranno y nel dijporre & ne F ordinare gi ejferciti > '.mandare gli
Spagnuoli in questa parte ; gli Italia-- jti y in quell'altra ; Et altroue i
Tedejchi ; Et tra quefli anchora , qui le cauallerie , & cola uolere cl/e
Slefòino i fanti y7{e un fol loco^agUarcobugierij^ a i picchieri donare ; ne i
carriaggi y con le artiglia-^ rie confondere & mefcolare ; Ma ogni
cofariporre nel fuo luogo proprio & particulareydiuijo [epa rato dagli
altri ; Et fare a ciafcunagcntc,^ a eia- fcuna fattione^non /o/o le fuc fian'7^
y ma anchora i fuoi propri capi conofcere; Cofi parimente a me pia^ ceyfe a le
cofe grandi, le picciole;a le uirilije femi^ nili ;&ai fattìzie parole
pofforio degnamente effe^ re pareggiate; ridurre in una fchiera y tutti quei
fe^ gni che dimoSìrano uno affetto medefimo: Et dato di -''poi loro quello
affetto per capitano y farui ucdere qual di loro ne i primi ordini y quale ne i
fecondi y quale ne i ter'^^ fi debba conJlituire. Et in queUagui fa non folo
tolto di mano lo fcetro a gli Imperado^ riymaanchora il pennello a dipintori^
& lo fcarpeU lo a gli fcultori^mt ne andrò quafi un'altro Donatela lo 0
Titiano yfe forfè (uerfo il Dolce 7nirando) non uolefte diruoi Gidn Bellino^piu
che al ueroya Camici • tia doìtando che egli hebbe con uo^iro padre y me ne
andrò dico y formando & dijponendo i corpi yfecon^ do le loro più conueneuoli
qualità . Si digratiay dif^ Je alhora il Dolce: Che di ciò ypur bora ni era a
pun to in animo di uoterui pregare: Ma hauutopoi rijpet to a i uoftri
rimbrottoliy mi ritenni , & tacqui • Si t che uoifete di quelli foggiunfe
egli ridendo y che per altrui parole fimouano : Ma come fi fiuy ecco che
fenxjlfi ne hauete a mio potere a rimaner fodisfat-- to .^Dico primieramente
adunque ^ commettendo a T II gli arditi
& ualoroji huomini la anttgmrdia del\ campo; & inanx} a tutti gli altri
di/ponendoli ne le prime fila , che i fegni che i rohuUi cr forti corpL
conofcere ci facciano , fono ipeli duri , & molto di nero partecipi: la
perfona diritta : gli ojiiy lecolle^i^ fianchiy^ le eflrcme parti del
corpOyConueneuolmcn^^ te grandi fortiyc!^ ojfute:il uentre ampio:ma che pe. ro
non ijpinga in fuoriycomeil loro a le femine gra-^ uidc:gli homeri larghi
y& fortiy& dijtantì: 7na fi me non troppo ne legati , ne congiunti
in/ieme ; coji^ non però fuelti, nedifciolti , oltre ad ogmmifura c;-
froportione;,ll collo fermo /odo con poca carne: ^ il petto ampiOiCarnofo,&
raccolto.\le cofcie ajciut^^ tede gambe ferme>mufculofey& /carme ne la
par-^ te di fotto: Et imprefjò a le e^ìreme cauiglic , tntte piene di neruofa
fortei^:Gli occhi uarixhe già, /m> ronogratiofi nominati da Grecii con certe
flammei^ ley& raggi per entro , di colore come quei di Lione,- proprio ad
oro fembianti: J^on grandi^ o rileuati di: foucrchio:Ts(€ ancho più
delconueneuole piccioli , o fitti i& nafcofi nel capo: '\e d'altra parte in
fouer-- chiachiufuraineindifconcia & fconueneuole aprin, tura peccanti. Lo
(guardo humido, ^ ueloce : le ci^, glia non congiunte: il colore fofco^o bruno
, come y2, dica : Et tale che non partecipi molto di bianco : La fronte acuta ,
& diritta : ma non grande però come quella degli ^ftni : IS^e fimilmente
più di ciò che fi 0 conuenga , od afpera y o molle : Le cofcie & le nati-
che , ne terfe in tutto & polite : 2S(e del tutto rugo- 1^0 ^ fe^cy pì^^€ dlgrìnie : 1 piedi
mufculofida mcegran d€,forte,& [onora: Et i?i fintalo rejpirare fermo
gagliardo. S ecuro uer amente idijf^ alhora lo ^mba fciadore, fe ne andrà dopò
tanto & cofi forte prm- cipiojo ejjercitio uoHro: Et cotanta diligentia
haue re poHo in formare & dipingere (come già Tolycle tv) queHo Hercokyche
io pieno di gran merauiglia, quella cofa onde lungo tempo prima mi fono mera^
lUgliato y come nuoua, merauigliofa, od impofiibile, jHH non admirò: cio è come
haueffe potuto^il Tordo^ none dipintore a quefìa età che a pena l'ha potuto ue
dere y eccellente & egregio y cofi perfettamente j con fi grande artificio
, il fuo Milone dipi?igere : In cui e^lt pofe col pennello maesireuolmente ,
tutte le qualità • obbietti non falò de gli occhi , ma quafi dé ^i orecchi
anchora , che uoi eloquentemente con U parole ad uno corpo forte conuenirfi ei
hauete dimo §iro . Se ne lepofe.rifpofe il Confoto je doucuafape^ re : Et ben
ini credo in nero che eile fapeffè : perche tonfidcrando l'opre di molti de i
dipintori di quefìi tempi , di pochifjimi poche ne trouòycbe mi diano fag giv
di maggiore dottrina^che quelle fi facciano di co Sìnil Et uoglio che acca f
iate per regola generale ^ che tanto fen^a dottrina poffa alcun dipintore far
cofa che buona fia;come fen^ix haucre di molte fcien tie perfetta cognitione ,
può e/fere alcune giamai, perfetto Oratore . Che quantunque la moltitudine de
le liti y la varietà de le caufey& la confufione C In barbarie del uofìro
palaT^ 5 dia luogo l>oggi-^ nt^kaMqW'ft fìct igmrantifjlmo ; non però mi
piace che i tali fieno giudicati da uoiy degni di quel 'cìirùWghrioJò'nóme.
Lacognitione de le fcientie.c TanimaMcore & U nita de Le arti: Et di quelle
maf^ fmamcnteyche fono (come que(iaueggiamo) tutte piene di coltura ^ di
artificio , & di leggiadria . A(c 'peraltro dome credere che f offe in
tanta uenera^. uoneVarrhafiOy che egli meritalje di e/fere domani dato li
datore de le leggi, e'I Solone , o7 Lygtirgo de ta pittura; fenon per eh"
egli orjiaua le taHole'(\come recita Xenophonte) de la dottrina & de le
fcientie ^ 'apparate Hudiofamente da i Thilofophi di que tern-^ pi.QuefìiHudi
sfecero admir abile Eaphranore r vuercndo : Et degno di e(fere ifìimato tanto
più de gli altri dipintori Eccellente ; quanto di tutti gliaU tri Oratori
Latini , e flato il più perfetto eH piu'cel lebre Cicerone . Quefìia Theone
Samioyla innen^ tione ; ad ^ pelle , lo ingegno cr la gratta ; Et die- dero a
Trothógene la d lig enti a . Oiiefìi mt de fimi ia ragione a Melanthio la
facMtà donaro ad 'kAntiphilo: Et fecero inan'T^i a cosìoro, trouarea Zeuft la
proportione de le ombre de i lumi; Et clonare ad imitationc di Homero y a tutti
i corpi ^ una certa augufìa & reuerenda grande:^ . Ma ri^ tornando hoggimai
al noflro ragionamento dipri^ tna y quali fiano quei fcgni , che ci diano
argomeu^ to di timidità & di dcbole^r^a y bora mi aggrada ipontarui : Sono
adunque quegli huomini deboli &^ p auro fi y che hanno ipeli, (<r la
pelle. tenera^ moU le: la per fona cadente ; . T^eatta quafia fojlenerft
(Urina: la noce finiente ^ debole acuta^jl re- ipirare interrotto ,; Et con una
certa fatka& anfie- ta : Uganbe picciolo , gonfie , groffe\ & carnofe a
guifa di f 'emin€:.ùl miiimento tardo : il colore de U faccia , co fi ne i
peli, come ne la carne mirandq , » pallido t.Ò gi<iÌlo ,.ò nero ancho
talbora : ma di ner ^exx^a pero y non come quella de gli Etbiopi y di tale y
che a queflo nofiro Cielo jìa conucncuole . CU occhi languidi :,&.jp.ejjò
le palpebre mum : le eSìremita del corpo deboli cr puciolé : Le mani fottili
& lunghe ; Et lunghi parimente , ^- piccio- li i lombi : & non atti a
/offerire alcuna fatica : taj le la figura eHgeHo del uolto , che salteri.^- fi
mu-^ ti di jubito : Et conformifi preSìamente , con tutte le pajfioni , &
con tutti i mouimenti de l'animo . Si uergo^nam qi^Ui' tali di leggiero :
tengono la te- Sìa , ijr J^li occhi M'ìi& ehm Jcmpre uerfo la ter ra : fi
dilettano di feder e ocìofi : flanno di contino^ m con un certo atto nel nifi ,
come a guifa di pcrjp ne merauigliantifi : Et in breue patifcono come diflj,
alteratione & mutamento nel uolto : Et fono oh tre ad ogni cofa , qiiafi.
fmpv^. meiìi & addolora- ti Ora poi eh' e paffata in qucUo modo la feconda
fchiera , fia buono che dato il fegno a l'altre , le fac damo fimilemente
inanzi M^re . Et perche le co-? fe contrarie (come ce ne rende chiari quel
detto uol ^are)accoppiate inficme luna con l'altra, più chiara mente
apparifcono; uoglio, come ho fatto del timore ^dela •tir de lafortej^^ , ^
f^^^^i alcuni altri affetti , cà* \mcdefimamcnte dei loro contrari y ftgmtarc
mo^ flrundoui . Coxifidcrando adunque gUing^gi'iofi pri meramente , & gli
huomini dotati difubLime & al to intelletto , dico che eglino debbono
ejjèrc commu nemente affai grandi , c7 diritti yfu la per fona : Èf \hauere le
membra grandi: Et i nodi di tuttofi corpo, & mafjlmàmente de le mani 3
& de piedi , grandi y ymanife^ii , & difgmnti : le dita fuelte , tenere
, ^ Jungbe: I camelli , non molto di^ìefi: ne ancho più d cji .conueneuole
ricci : la carne tenera , & bmmda me^ diocr emente : non abondante di
fouerchio graffo : n^ di tefiura , 0 compofitione che fi dica y molto folta 0
denfa • Debbono hauere magri temperatamente , gli J?omeriy il collo j & la
faccia: Etpreffo a (juefìoygli homeribajfi raccolti: Et mede/imamente le
(palliò fbaije er humili: le coHe afciutte: la fchiena fenica car ne: il colore
del corpo^mefcolato diuermiglioc^ di bianco: Et bene fpeffo fmigliante al
colore del mele: Ma con tutto queiiOy molto uiuOychiaroMmpidoy (^jt
aperto:& in tutto fen^a nebbia^o macchia ueruna.la pelle y ^ lugneyfottili:
i peli non duriy^ neri oltra modo: Et in fine gli occhi uariyallegriy humidi^
& ri fplendentL l fegni neramente che accompagnano lo (iupore & la
balorde:^^ gli huomini di ingegno rintu\^to ro%o > fono gli occhi uerdigni
yfiffi.^ <& immobili : nonifcoprvnti ne gli atti loro , alcu-r 7Ì0
affetto 5 0 pafjlone d'animo : Et oltre a cioy laf::c ^fia^bor^dante di caìcnQ
; CJ' p\^ lunga alquanto y di F L I B KO quello che a la communcy & debita
forma fi fta con utneuole.-la fronte grande , cìvcularei& carnofa: le
mafceUeygrandifimilmnte,€r ricche & copio- fe di carne : il collo , grofo,
& corto : Et qui ne la fua parte di drieto , & parimente negli homeriy
ne le braccia , & nel uentre , moUa & fouercbia abon- dan%a ài, carne-,
la forcella ala chiane che fi dica del collo , grandemente risìretta: le palme
de le mani ri tonde: gli bomeriyfiu del conueneuole rileuati:'il.om hi carnofi:
le gambe lunghe :Et preffo a le cauiglie ^ grojfe, carnofe, & ritonde: I
nodi di tutto il corpo, ficcioliy nafcofiy & congiunti, &per do quaft
inutl li: Il colore molto bianco: Et l'hauere in tutte le par ti de la perfonay
più ajjai che mezana copia di carne ; Et ultimatamente lo accompagnare la
figura & gli atti del Udito y infieme col mouimento de gli home- ri ; Et
per ejjiy fcoprire ^-^manifefiare prirnieramcn. te , tutte le incìinationi ,
& tutti gli appetiti loro vaturali. Di qua uicne, dijjè albore^ il Dolce,
die a uoi altri Spagnuoli , cotanto dif^iace il riftringerfi ne le ^cdle^ Et lo
accompagnare ( come uoi dite ) & dar quafi , & accrefctre una certa
far%a , a le parole che altri ft dica, col loromouimemoj Et ricordami di hauere
uedutojiora finijcono a puto quattr'anniy l{pderico d'^uila , uenuto qui per
concludere con quegli signori la Tregua per la difefa de la Ita- Ha, &
principalmente de lo fleto di Milano , quando Ccjare armato per la ma del
Tiamont€ entrò ne la fraiicia;non altramente hauere a noiayfuggire, &
ri volgere come fi dice altrone gli
occhi j mentre che uno qui parlando con ejjo luifaceua quefli atti ; che fi
fi:riua che già [offe ujato di fare Caligula Impera dorCy infamia , pefle,
& rouina de tempi che lo prò dujjtro , ueg^endo i folgori , ^ gli ardenti
baleni • In uerità che l'atto in feb foi^;^mo , ri^ofe il Zor-- nojj:a ;
Etpoflo anchora che non fc ne cauajjc giudi ciò alcuno , buona a farci
conofcere gli affetti de la humana natura , non è ragioneuole , nepojfibile che
fi creda , colui effere ne prudente , ne fauio , ne gra- ne , ne cofìumato , ne
honcfto , che fauellando fi ueg^ ^a in cofi fatta maniera diftorcere &
dimenare . Ma non uorrei perciocché alcuni difiderofi di fuggire ' quefìo
uitioy affettando per contrario lagrauitàjief fero tuttauiafermiy &
immobiliyCome che trauifof- fero & non huomini.Comefifcriue di Coftantio
Impc radore ; llquak per confo uare la maejià di quel^ra do , uemtto a l{pma
per ri':(^rui leaguglie fatteui condurr^ di Egitto.ftaua & nel Senato, ((^
ne i Tem fi , nel Theatrq , & breuemente in tutti i luoghi doue egli in
publico fi lafciaua uederCjfcnxa mouerfi punto giamai : percioche il fare in
queHa maniera , non fi può dire che fia abbandonare un uitio : ma fi 'bene ,
con un'altro cambiarlo : contrario in tutto ^ diuerfo dal primo • La uirtu ,
non ua mai negli ellrtmi : ma è come una uia , ^ fi come un certo fenticro ,
fegnato & battuto nel me%^ de le noSìre cperationi: per loquale debbono i
prudentihuomi^ nhfemprx: caminando tener fi. Etfarfiacredere^cbt • • fi come il Sole , fonte & principio
dinoflra uìta^ gì ' vandofi tuttauia regolatiffimarnente y& con ordì-- ne
certiffmo & infallibile , per me'^ di quel cer- chiochecon nome Greco e
addomandato Zodiaco ; . Isje di quindi , o da l'm lato , o da l'altro giamai ri
mouendofi; am^ nel mede/imo fegno , & drieio a la ■ medefima linea fempre
tenendofi; merita di douere ejfcr dettOynon folo il più regolato e7 più certo
di tut ti i Tianeti; ma quello anchora che col marauigliofo e^r eterno fuo
ordine^ regoU^compona^^ informi^ il • mouimento di tutti quei corpi diuiniy che
per quei lu .cidi cerchi fi uanno girando;cofi credano dicOychegli huominiinon
negli cftrcmipaJfandoyWa nel mei:^ de le cofe fermandofi y degni efiere debbano
, di hauere ' nome di uirtuo fi. Accetti adunque di continuo la me diocritày
chiunque non uuole o rompere al lito la na ' ue: oueroC come
dijJeHoratio)ajfoggarla ne lo altijfi mo pelago . Ma da parte lafciando hoggimai
tutto quefloydicù che gli sfacciati: & cdoro che per niunci guifa fi
uergognano y fono mani f efiati dagli occhi jplendidi & eminenti: da le
palpebre groficy CT apcr teida lo afjiffarfi negli occhi di chiunque lo miruyda
la altCj^y rileuatura degli h omeri : auenga pe- rò, cheH rimanente de la per
fona , fia più tolto chi^ no che dritto : da la uelocità & prelìe'^']^ del
mor uimento : da la ro(]e%i^a del corpo , dal colore fan-^ guigno ' an'xi
fimile più toslo ad accefi carboni : da la ritonditàde la faccia: da laacutCT^
deh noce : Et apprefio da la groffe^^ del nafo: da lo T 1^1 M V i 4^ Jpingerfi^
& hmi':^rft ad alto nclcafnìnare : Et al fine da la akej^ j&dala
eminentia del petto . Da r altro lato , modello uergognofo de ejjere ere* duto
colui y che habbia il movimento tardo ^ egua- k : la uocegraue , [onora ,
chiara , & ufcentè jen^a^ alcuna fatica , & ^IP^(^'K^' gli occhi
neri:non Jplen dìdi: non himidi:ne molto eleuati: ne però quafifit^ trnel capo
: Et oltre a tutto ciò , che le palpebre mo uacon una certa grauità &
tarde%i^: ciò e che non per lungo tempo immobile & ferme le tenga: Tsje
parimente , che le apra & le chiuda con molta uclo cita .Mala letitiapoi ,
& la allegre's^a de l'animo^ infieme il maneggiare le cofe con poca
confiderà tione & penfieri^ìmlacarnofità delafronte^potere.
difignificarc:quando però^no folamente carnofa^md grande anchora, & mollcy
(jr terfa , polita fi fio. quella parte : Et quando mcdefimamente , la faccia-
tutta fiaabondeuole & copiofa dicarne.E'fegno pa. , rimente di ftUofo &
lieto cuore , il tenere inguifa\ di fonnacchiofo ^gli occhi , & le ciglia
baffe : T\(e dai ^ueHa fignificationemedefima , fi allontana giamai lagrauitày
la lentex;^. , & la tardità de lo andare ; 7V(f anco il non potere , qualunque
co fa fi 'fia; con molta int emione guardare. J<[e fìmilcmente lafoaut tà de
la uoccT^c llmmidità,& il molto Jplendore de gli occhi: f{e fopra queflojo
fcoprire ne lo ajpetto cTi rie gli atti del uolto^niunafraudeyceleritày&
fiibitex^ '3^: ma più tolìo una certa femplice^& ripofata boru tà . Ter
contrario poi, le mqlte rughe > ogrin'^ ch& t i È ^0 te diciamo j nel
fronte ^ & in tuttaia faccia, la mà^ gt'C'^ yl'ùjfereijui fubito fopra'l
nafotra lunci^ glìo & l altrosiTtolto crelpi & Yugoft , l'hauere la^
jpettotYamgliatò > & dimoHrante fasìidìo & an-^^ fietàjil mouifhcntó
tatdoy& quìetOi la faccia fcar- nayle ciglia congiunte i& le palpebre
fiffe& inten^ ttymanifeflàno infteme tutte queflecofe predetteytii^
turalmentc rneHitia & dolore ne t animo . Ma i fe-^ gniyche gli huomni
lafciuijinolliy& delicati babbitt no for%a di palefare^ & coloro che
tutto che fienó nati mafchisfentano nondimeno leinclinationi degU animi loro
effere effeminate , nepur quefio , ma che facciano anchora molte fiate operationifeminili,
fa no primieramente^ le rughe & lecrefpe negli angti li de gli occhi uicini
a le tempie: Et infìeme^il porta re di continouo/oprà l una de le fpalley&
principat mente fu la finiflraypicgata la teUail mouimenti de
lemani)fen:^ordiney& fen%amodo:llcafnìnare dif uguale &.ff)roportioHato
: Et quando^ con la perfo^- na cadente ylanguìday& chinai Et alcune
uoltean^ choraydiritti 6- fosìenutifu ifiayichi: lofpefjògira^ re de ^li occhi
foauemente: lo fguardo humido y coH non fo che apparentia di sfacciato & di
audaceiVha nere nel fronteyne le goteyne t fianchiy& in tutte le membra ,
uno certo perpetuò mouimento, & qua/i tremar edo rìf guardar fi fpeffe
fiate: Et inandandoyil percoterfì l'uno ginocchio ne l'altro : Et oltre ad ogni
cofayla uoce^Sìridenteyfpe'^^tayfottiley&Jòm^ mmente tarda^Le note poi che
ifaflidiofh ajj>riiri^ V)lll M 0 44 gìdl^& duri ci fcoprano^fono la
paUid€'X^^& la ne ^^V>3' colore: il ge^ìo de la faccia^in guifa di fa* *
Jp€f'oidiibbiofoy& conftderantcdafouercbìa magrc^ %a:ll non bauere molti
peli nel uifo: La faccia rugo^ fa%^ fenxa carne: I capelli iteri , duri &
dijie/i : // parlare in noce alt a\ll molto r efpirar e :ll batter ft^et
jregarfi le mani l una con l'altra : il rimirare ajpero & [ecco: Et al
fine^l bauere i piedi molto rugo/i.Gli huomini ueramente d'alto
cuore/degno/iji^ iracon di^moflrano la interna loro qualitàyper tutte le eHe
tiori apparentie cbe qui [otto da noi raccontate fa-^ ranno^Sono adunque coUoro
la primiera cofa^dìaU ta & diritta Uatura:h anno gli homeri larghi, gran--^
diy& di^anti: ampie ^& apparenti le coHe:ll colore ne ipeliyhrJ^nOiCome
quello de Leoni: & ne la carne uermiglio:rc/pirano fortementCj & con
grande co^ pia di fpirti:Le eUremìtàdel corpo loro, fono gran^ di,f€rmey&
robu§Ì€:ll petto è delicato, moUcyCt^ cerne dijfe^rijìoteleyquaft nudo
dipeli:cotali mede fmamente^fonoancbora quelle altre partii chepofc uicine a
Panguinaglia la mae§ìra natura: il mento h rcnon ritondoi& non acuto fi
uedc: Pt la faccia che da fe h bellaipiena^& foda^h di crejpiy^ di folti pe
li coperta cr ripiena: I loro capelli^inanellati ne la lo ro ultima parte ,
fono in un certo modo riuolti y & quafi a lù ingiufo rimirano:Ma [opra ogni
altra co^ faybanno quefìi huomini fdegnofi , molto abondanti di fangue , &
grandemente uermigUe^ le uene loro de gli ucchi: Et le uene parimente ^ani^
pure le ^'terie dd coUo^gonjìe fommamente;rileuate^& ùi^ fihili. Magli
huominiypiaceuoliy^ manfueti , fer-^- bano da 1 altro lato ma certa grauità ne
lo affretto : abondando di rìHoltai di humida carne : fono con" itenient
emente grandi & proportionati: portarlo la perfonay aucnga che forte , pure
come un poco fca^ uej^ nel me%o\6nde fempre in uno atto fi flanno f qua fi che
fe il Cielo mira fiero : Hanno parimente^le^ efirernità dei capelli in fufo
riuolteiLofguardoferÀ mo : il moulmento tardo : Et tarda fmilmcute , c^r. molle
la noce . ilfmulatore uera7nenteyilparafitOr lo adulatore^ &^ colui che per
far fegratOy di din male d'altrui fi diletta , è da la grafjcT^ & da U'
grander^T^delemafcelle manifeHato: dagli angu^ li degli occhi , come difopra mi
ricorda bauer det^ to^crefpi ^ rugofiida la uoce someffatdalcaminarei^ ^ dal
mouerfi con una certa leggiadria, & numero fa proportione : ma tuttauìa^
con troppo più di iielo cità&dipreHe'T^ychead alcuna graue^^mode^ sìa per
fona diceuole fia ; Et ultimatamerìte , da lo afpetto & da la figura del
uoltOy fimigljante qua fi a gli addormcntati^ Voi che fu il Confolo a qùeHapar
te ridotto col fauellare y il Dolce cofime'^ fogghi^ gnando^ma di manìerapìu
toflo a turbati , che a He tijhuomini conuencuole y-in queHomodo gUdiffe:. uoì
ci hauete dipinto uìi'o perfettamente , che quan^ tunque il più de le uolte non
chiamato , ^ non ricerco y merce di mìo fratello Francefco che.fe. ne figli
piacere y fole effere Jì>(^J]o Jpejfo.a defi'^ T Tir M 0. 45 nare &à
cena con noi : llquale da tutta ^ueUa cit-^, tà ^ efjhndo publicamente per
paraftto nominato & creduto , cr per tale da fanciulli > da uecchi
&.da. gioueni conofciutOy ne fol queflo^ ma per ciò ad ogni ordine , ad
ogni età y& ad ogni feffo , in difgratia & m odio uenuto , quanto ha di
for:ì^ la uitiofa dif honesìa , nun manca di alcuna a punto > de le già
dette qualità che ci hauete moHrato : anT^ tra le al trccoje ylagrojje^:^
ycrlagran copia de la car^ ìie y che egli hauere ft uede ne le mafcelle >
eccede di gran lunga , ogni ragioneuole er* proportionato ter mine & modo.
7\(e ui uoglio oltre a cio,anchora che egli in tutto fia tale , del China Fior
editino mouere, bora parole: uenutoci, prejfo a le ufure , le fodomie, , &
a mille altre maladittioni che ci ha fempre ino-- Srato quella città, ad
infegnare ultimatamcnte^a di uorare & agittar uìain una fola cena , ciò che
i no Hrì maggiori fudandoj CT digiunando & in ogni co . fa parcamente
uiuendo, in lungo tempo agranpend acquijìarono . 0 tempi, o coliumi ?n.iluagi :
o felici coloro che alhora nacquero in queSle lagunc^quan^. ^ do la Schilla
natia,& la domeWca Tajfera, ui nutrì . nano gli habitanti . Deh lafciate i
uoti di gratta 5 lo: Spagnuolo ri(pofe:Et quefla canaglìa^di che non con .
parole^ma con folgori & tuonici hauete parlato iab bandonatela fen'^
altramente curaruene, a ì Lupi% &ai Corui : che d'auant aggio mi torrà gran
parte di queflo ragionamento, il Sole che uerfo il mio pae fii^g^^^ fretta fi
inchina: fen'^^t chexQnfumiama ^ L I B 0 ' iltempOy dicoIìorofaucllandoy che
fono il dishonù-» re y il uituperioy & la uergo^na degli ImominiilSla . ti
(come difje tìoratio) non per altra cofa^cbeper ampliare il numero de uiuenti :
Et per confumarne le biade. Quella parte che hoggi nifi toglie^ f^Rgi^^^ fe
fuhito il Dolce ni fi potrà dimane rifarla : "ly^e ni maginate giay &
farete per certo gran fcnnoy che dal uoftro debito affoluere ui dobbiamo ^fe
prima in fino a la esirema parte di cjueUo ragionamento, con dotti dijputando
non ci hauerete ' tutto però dico § che non foli dui ^ ma quattro anchora&
fei giorni uifi haueffe a {pendere . Lafciate pure , dijf e alhord il
Confoloyche hoggi per me a queÙa parte fi dia com pimento:che poife di
intendere alcuna altra cofa di quefla fcientia farete bramofo, o dimane , o
quando che fiaycheunque però me ne jappìaycon uoi ne ragia, narò
uolentieri.Mettetela pure a dimane per fermai il Dolce foggìunfe: Che non
uogliopcr niente lafciare (come dianzi ui difii)di intenderne ognipartCy quan^
to più 7nbmtamente potrò : T>{e ue ne potete per cer^^ to .y ne hauete
cagione di ifcufaruene : che i giorni fo^ no hora cofi lunghi, che grand' agio
h'auretedifi^ende re due o tre bore in quefio ragionamento: Et nulla di meno ,
attendere ìnfiememente molto bene a le altre faccende: Et di un giorno i^ìeffb,
parte agliamici,^ gli fludi;& parte a le cure famigliari^ & alebifogne
de la cafa donare. ^Ihora lo .AmbafciadorCy e fi uo^ gliono diffe y compiacere
gli amici:quando maffimame^ te i defideri loro , // cme queHi bora del Dolce,
&\ Ijuale è // mìo che auampo del mede/imo ardore > ìw honeHi >
ragioneuoli , &giuHi . Ter tanto di/pò neteui hoggimai con animo allegro »
di rendere unà Uolta non fola lui ma me anchora contento ìnfiemc con lui : Et
di f^egnere in noiy qnefla accefa & infiafA mata uoglia. Et io per me ui
pregò yfepur farmi co- tanto di fauore a grado uifia , ilche nel nero a me fà
febbe gratifiimo , che fiate contenti ammedue , di ef- fere meco dimane a
mangiare: Doue poi , fc co/i ui pd re/fe, a quella parte del uoUro ragionamento
y che hó ra dà la breuità del tempo «'è tronca ^potrafii interd mente dar fine
pcrfettioìie . Klon penjateaque^ Ha cofa , di fubito il Dolce riprefe , che in
altragui-^ fa ui prometto , ha da andare la bifogna: Et quantuti que ejfendo
uoi huomini publici ì V hauendo fopra lé jpaìle ilpefo de regni ^ & de le
prouinciejpiu fi conué nijfe a me priuato di uenire a uoi , chù a uoi tali di
fii re il contrario; nondimeno lafciatì & rifletti & ii^ foli da parte
, mi fkrete pur grafia di e fiere meco di^ mane : Et hauerete più cura
difodisfare a me uoflró amico y che di feruare in tutto quel grado y che a U n
horreuolei^a de la uoHra degnità fi richiede . Sid comunque ui piace y
diffeilConfolo alhoray benché affai di degnità & d'honore ci fia y non dirò
la cori fuetudincy anxipuré la amicitid chchàbbiàmo infié me con uoi: Che fete
fi uirtuofo i & gentile , CT uera-^ fninte dolccyche non credo che de
uoflriparhmolti dì leggiero fi potè/fero ritrovare. Dopò quefìo , perché già fi
auicinaua la fera^impoiìo a i famigli che uogati t È'K 10^ do pian pìhiVfi
riamaJJero uerfo f^inetià ; rìpi^tiaft"' do di niiouo il parlare 5 in
qucfta guifa il Confolo co-- 'mìnciò . Dapoì che come il meglio per me s'è
potu^ tOy ubo moUrato quei j'egni onde potrete gli adu- latori conofcere , bora
di narrami quegli altri mi fiede ne l'animoy che fono propri degli buomini de-
boli y & uili : & [opra tutto auariffimi : an^^ mife^ riffimi :
acciocbe io più drittamente fauelle • La pie ciolexj^ adunque de le membra ,
& infieme degli occhi y & di tutta la faccia , principalmente^ & in
ìan^i a ciafcuna altra cofa > quegli affetti palefa & difcopre : Et
parimente il caminarey e' l parlare fret tolofo : "Et la uoce debole ,
fottile , & acuta^ Queflo medermo ancora ci può far conofcere , il colore
fo^ fco j cr ofcuro : con non fo quale , benché lieue me- fcolan^a di uermiglio
: Et apprefjo ilpòchiffimo or-^ namento , ciò è la mala difpofitione , & la
non de^ bita proportione del corpo. Ter oche non uorreiper ciò che ui cadeffe
ne V animo , che fola la pìcciole':^ ^ per fcy co/i potentemente come di(fi di
fopra, 0 de holex^^ay 0 uiltà , od auaritia manifeflaffe: .An'xifici te certi,
che a ciò fare, di neceffità fia conuenire effe re unite con lei , la
(proportione , ^ la fconueneuo lexi^ de le parti picciole > CT tra fe
primieramente Vuna con l'altra:^ poi tutte infieme ycon tutto il ri-- manete de
la perfonaiEt oltre a tutto quefio,è di me fliero che fia in que corpi piccioli
^ fproportìonati^ /concia parimente , &fouerchia magrei^ . Et fi)" no
naturalmente quefii tali buomini , atti [alt atori : gìuocatoriy& mettiton
(come dijje il Boctaccio) nialuagi dadi'. Et finalmente ddgni di e/fere tra
colo;* ro annoueratiyche per presien;^ di mam^ingannan^ do (ù* confondando la
nolìra uirtu j'enfitiuayuedcrc Jpcjje fiate ci fanno le merauigliey & le
coft impoffi bill, EccOy diffe alhora il Dolce , & ridetta tmauicf,
lietamenteicbe pur farete una Holta^entrato da ucro ne le lode mie . f^ofire
lode non fono già qucfle , lo .Spagnuolo ripre/èiani^ quelle drittamente a uoi
fi conuengOìWiChe a qualunque altro fi fia,piu de^ne fi poffano attribuire :
llche quantunque anchora non uoleffimo^ci può far credere (auenga che ella
piccio la fio) ilgiuftoy debito , <^ proportionato componir mento de lauoHra
perfona . Ma nonuoglio farmi inan^i bora a lodar ui^jecondo che uoi meritate:
aC'^ ciocheycomediani^i^chc fu di uoUra corte fio) mi dicerie mordace &
ingiurio fo^ alprefente di più aU tri fopr anomi grauan domi, non mi pof tate
adulato re (Ut bugiardo fimilmentc nomare . Dopo queUo , rientrato da capo nel
fuo parlare di prima, in que^ flaguifa foggiunf e. Coloro grandemente di
doni^^, di efjereprelentatifi dilettano , & fono de lo altrui cupidi (en^a
modo , che o parlando , o ridendo y ri-^ uolgono in fufo il labro di fopra: Et
di maniera lo ri uerfano , che tutta la gengiua intera ne mofirano i Et hanno
oltre a ciò quefìi tali , ne gli atti del uifoj^ alcuno fegno euìdente
dibefiialitày d'arrogantiay c&T di profuntione : Et hanno al fine , il
colore de la car pe molto uermìgliOsCotali fono a punto i fegni degli L Q (luari : che quei di fopra , più
propriamente wifert domandare fi doucrebbono : Conciofiacofa che ejii tion
togliendo lo altrui^ma conferuando il loro > an^ (ho con difagio de la
uitayari'jripiire con ejprefii dan niy umano uolontariamente in eterna mifcria
: Doue quefìi altriyla natura d^ FranciofiimitandOy & a la ingorda uoglia
de l'animo , con le audaci opcrationi (onipimentoÀonandOirapifcono &
ruhbano chi che fi fia : non per tenere.come i primi: ma pergittare ,
(iraboccatamentc fi:nxa alcuno giudicio . Et tale tra t{pmàni ejfere fiato fi
fi:riuc Marco Cr affo: che fagò caramente colfangue.lo cHrcmo defiderio che
'^gli bébé r del rapire i thefiìri de Varthi . I pietofi poiybumani,&
compafiioneuoli , fono per ordinario.^ k//i>twwcfoi>/e'^5wrfn,6^
proportionati: Hanno gli occhi grafiiJmnndi.G' pregni di uifcofa humidìtà : Et
per ciò fccrpellini quafi di continouoiEt ^er man darne fuori le lagrime^
cheloro aguifadi feìnine fempre fono prefte & apparecchiate, non hanno di
rnolta alterationey o mouimtntOy bifogno . Tortano, oltre acioyil nafo
fottile,& brettone la parte difo. fra: Et fono grandi fiimi amatori di f
emine. Etge-^^ aerando i fono il più de le uolte padri & creatori di [emine
. La loro complcfiione e temperata & buo-^ na: auenga perocché Ì?ene Jpeffo
, di calore ab ondina alquanto: Et fono ordinariamente per tutte quefie
cagionh& nel trouare da fe ficfii,& ne lo appara^ telo altrui ^ molto
ingegno fi , molto facili, & ponti: Etpojfono oltre a ciò cu^iodire
fccuramcne^ dentro a le fìepi de la loro forte memoria , qualun'» que cofa fi
fia : od apprej'a , 0 nata loro ne lo inteU letto. Sono medefimamcnte^ uagbi
cofioro de la buo na crean'Z^ & de i leggiadri , gentilh& ornati co^
fiumi • Et deuefi accettare per generale ^ infhUi^ bile offer Hat ione, che
tutti ifaui , i timidi y &gli hft nefli ^fiano fempre pietofi & bimani
: Et per con^ ' trario i disboncHi , gli sfacciati , Scoloro che non Jono atti
naturalmente ad hauere cognitione alcuna difcientie ^fiano da V altro lato
jpictati er* crudeli . Grandi poi mangiatori fono color Oyche hanno quella
-parte del corpo che e dal petto al belicoy affai mag-* giore di quella che è
dal petto al collo: Et uoglio fo^ pra quello (^anchor a che io medico non fia)
darui m altro uniuerjale precettOyChe ui potrà fen^alcu fallo giouare y afarui
ageuolmente ejr con certex^ coloro conofcere , che fono atti di loro natura a
tijfi chi diuenire : Et che pojfono con loro grauijfma no j iuy ^
congrandiffima difjicultà uornitare: che rece re(come s'ufa in Tofcana)a me non
piace di dire.Do ì uete adunque fapere tali ejfere tutti color Oyche han no il
petto siretto:gli homeri rikuati: il collo lungo: Et il nodo de lagola^fegno
come affermano ì uolga^/ , ri del pentimento d'^damoy molto eminentey er in
fuori refpinto.Ma luffuriofi & libidmofi fono quegli altriyil colore de la
cui carne è bianco:con alcuno po co di mefcolamento di uermigliotche hanno i
capelli groffiyneri y cir diritti : che fono pieni per tutta la ]perJona ^ ma
ne le tempie ne le cofcie priìicipaL ■ ' \ .ti B 0- \. mente, di molti, duri,
& horridi peli: che hanno gli occhi grosji , in fuori , hutnidi , grasfi,
& lucenti.: ' Et inaine che fpcffe fiate gli Hrauolgono in [ufo: ne la
maniera che fi fu ne lojpargimento del feme, ne la fine de i carnali
congiungimentìio neramente che agnifa dì p^KXf 5 di qua, & di
la,uelocemcnte gli ag girano. Sì trouano ancho talhora alcuni huomini,éa [ '
miti le parti di [opra del corpo, ìnaggiori di quelle difotto\ calidi di compie
sfione: belli ne la faccia: & pelofi nel petto : & con la carne di
buona & mode.- rata teflura:& con molta & conueneuole humidità: Et
infieme coni piedi curui , come gli Or fi fogliom>^ hàUere : I quali per
tutte quefle conditioni , ejjere fi conofcono fonnacchiofi : Et tali, che
leggiermente di qualunque cofa fi Jcordino . Ma coloro che da laltro canto
hanno le parti di [opra minori ; conuc^ neuolmente carnofe, & bellc:&
ornate, & con bua vaproportione ,fono huomini dotati naturalmente di molta
memoria:^l€ di dormire gran fatto fi cu- 'rano.Ma oltre a tutte quelle qualità
fopradette^of- feruò ^damantìo alcuni hiiomìnuchc infime con ìa^ tnalmgita la
pai:^a,& con la pa'^^ia la maluagìtà haueuano ad un tempo medefimo fcmpre
congiunte: Et ci ammoni che i loro propri fegni, erano i capelli neri : il capo
fretto , & che in guifa di piramide iì{ acuto finifca:gli orecchi come
fpezi:ati:& alquanto 'più grandi de la debita , & conuenicnte mijura :
il collo da tutte le parti ritondo: gli occhi (cechi yt ene- brofhpiccioUy
concaui,fipi& rigidi nel rimirare; le palpebre (e falpehre languìde y &cafcanti :
leguancie lun^ ghe > & riflrette: il mento lungo: la bocca jporgen^^ te
in fuori , cianciarne , & fenTia alcuna conclufio^' ne : la faccia come
diuifa : la per fona curua : il uen-- tre ampio , & eminente : le gambe
groffe : le eSìrc- mita de le mani y & de piedi ^grofie parimente y &
dure : Il colore de la carne fmigliante al uerde ; gonfie que^c parti quifotto
degli occhi , come han^ no coloro che da dormire fi leuanoi il fouerchio man
giare : la uoce tremante ycome quella di pecore : Et con tutto ciò molto rocca
, picchia , & a/pra. Men tre che il Confilo in queUo modo feguia ragionane
do ygia erano giunti a Vinetia : perche udito il ru-^ more & lo Crepito de
le barche , poSìo fine al fauet lare de le fcienticy in altri dolci &
piaceuoli ragiona, mentiifi trattennero fin che tempo loro ne par ue . Mfine
raffermato lordine del ri-- trouarfi il giorno feguente a U cafa del Dolcey
dolcemente^ l'uno da l'altro fi accommiatarono, DEI SEGNI DELLA NATVRÀ – la
fisi di H. P. Grice – signi naturali, signi non-naturali -- Ì?E L'HVOM O.. OG
LI 6'>Ì^ Molti buomìnì non pé che fiate i con grauijjime querele la mentarfi
de la natura : Iqt4ali fp con occhio più drjrito riguardafjcì- 'rOi& con
attentìone meglio auer ma confide'rajJ<;SO , le qperatiorù che ella fu
tuttofi giorno ,, ft rimarrebono inuero , & di recare a lèi ^aon fimk^e
tioci biafimo& uitupeno: Et in fe medefmì accrefcere con quepenfieri nùt t^
affan- ni . Il che fiiccmdq , uiuerebbouo certamente , fe non più felici
_&. conmti> almeno ■& più quieti z ^ digran lungapiu riporti .Terò
che ejfendoquc Sìo modo tmoj uno animale »■ & compofitione da tutte le fue
parti intiera.ér perfetta , e dime- Slieroche per ornam^vtoxper milita ^ &
per coti feruatione di lui , ui fiano non pure d'ogni ragione ^ d' o%ni maniera
huominij ma animali anchora de le altrejpecie'f di tutte le qualità: Etmcdefima
mente piantq yherhe y pietre , <^ tutte le altre co- fe, onde egli
merauigliofamente adornato & pie^ nofiuede. Ora hauendo (fi come h
ragioneuole } cura ^ rifguardo la natura principalmetite a le co- . yo fi
maggiori ^ più importanti , adiuiene che ella intenta tuttauiaìiT beri cjferédi
qUèfle ^ non cura -poi in particulare y che queHo pin che- quell'altro , fia
leggiadro .felice y& beato. ^ni^richiedendofelo la utilità uniuerfale^fa
jpejje fiate molti miferijfor-' tunatì i& fo'J^'. llchenon fi che fer altra
cagione fia fatto da leiy fe non perche a la per 'fettiùne del mondo ( come già
di/fero alcuni degni Thilofopbi) animale da eia/cuna parte y (^per qua Hunque
rijpèttofi fia compito ^Vipieno , ella cio ef fere conuemente y come più
fauìa&piu prùdente xhe non fiamo noi , perfettamente conafce cT inten^ de w
7<le altramente auiene ne Itpafti dermondo'y di quello ( fe è lecito le co/è
piciole a te grandijfime ragguagliare) che ne i membri del corpo humartày 'per
chiunque attentamente ui miri , ci fi uegga aue^ 'iiire: Dei quali y alcuni a
degnifiimi & nobilifiimi biffici , alcuni uer amente a uilifiimi^
uituperofif^ •fimi fono ohligati da la natura y mano , &• diligente
^miniftra di Dio : Et oltre a ciò alcuni comandano quafì y & fono come
Trencipiy & Signori de gli al tri : .Altri poi a quelli ubidifcono : Et
fono loro co-- '^e feruie^ foggeti . TS[ìuno inueritaè chenon ueg y quanta fia
la degnlta del capo : la rìuercìitia degli occhi : & del uolto la maefia .
Et per contra^ rio ciafcuno conofce , quanto ftano ledishone^fep'^r ^ti y piene
di infamia & di uergogna : quanto humi-^ ' li le gambe: & quanta a la
fine yi piedi uili & abbici ti f Douerebbono adunque quelli membri de la
na^ 0 i 9,K^ % tuxa dolerfi : laquale tali gli ha fatto , & quello ttf^
fisciù ha dato loro y che ejii ejjer citano : quali Jo^ \ no • Douerebbono
ramaricarfi , che efii quafi /afte-- ^ni & colonne di tutto i edificio del
corpo y fortini il ucntre , il petto j, el capo : iti guìfa di triomphan-;-^
^^a farli intorno uedere a le genti ; Ladoue^efSij^hf •tutta la fatica &il
pefo fofferifcóho yuannotutta-;- ma calpesìando la terra : ejfendo
fempiterrif^. obbiet f 0 a le pietre y aglifiecchi , agli fiini : ondepun ' tiy
Uracciail^ cpnfuniatifqng ^ternamentei^^^ alcuna intermijìione haueirui giamài
. Douerebhe da Jaltro lato y il capoinuidiarc a le co/eie il molto fu f ehioy
cr la molta carne: Ejfendo cffoyfonte & prin^ cipio di nofìrofeìitìrc , da
una fola fecchifiimay cf grandemente afciutta cottenna coperto .T^on ci è
^memhro in tutta la figura del corpo j, che hauendo più ad altrui che a fe
medefimo riguardò y non fi po tejje ragioneuolmenteyO de ruffìciqy, ode la
compofi itone yO deUuogo fuo lametare:lSlpdimeno per bene fido & per dono
di natura^ ciafcuno pienamente di quello fi appagaya chey& doue^& nel
modoyche ejfo fu da lei da principio ordinato, Tye folamete è ne le membra
quefl^tale corUente']^ i^^ggono infiif me alcune di loroy an7;i tutte più toflo
y entrare UQlontariamenteinmanifeHipemoliy eJr ne la roui na^& ne
loguaUameto anchora dife medefime.per . la conferuationeyper lo riparo , eÌT
p^y la falue^^ degli altri.Come jpeJfo fi uede , che le mani fanno » ^le
braccia- Lequali per difendere il capo & l aU . D $t tre parti più nobiliypatifcono tutto l
giórno infiniti grauijjìmi danni . Quella concordia adunque de le membra ,
& (JueUo fodisfacimento di fe medefime, conferua & mantiene il corpo ,
quel tanto di temr- po che dal Cielo gli è conceduto: DoUe fe fi inuidiap- fero
, & s'odio fi portaffero luna a V altro , aueni^ rebbefen^ fallo
alcuno(come già fe uedere al popò io I{omano la fauola da Menenio recitata )
che efjò in pochiffme bore figuaftarebbe: CT del tutto diftrug gcrebbefi. Ver
fare adunque la natura i corpi ne ief fere loro perfetti^ & perche fofiino
meglio di/pofii^ & più deUri ne le operationi che a fare haueuano 4 ella
non ha in alcuna maniera hauuto confìderatìo^ ne a le parti loro : ma bene fi
haprcfo curay che effe tutte infieme , ^ ciafcuna per fe^ fecondo la fuapró
portioncy fùfferò a tutto il corpo commode ^ utilì^ eJ"
apportaffergligiouamento.Medefiwamente ì Sà uiy& prudenti ordinatori de le
cìttayquando primie f amente diedero loro principioygia non ui induffero quei
foli huomini ad hahitare^che una fola arte fape uanoìpcrche quale farebbe di
gratta^ &come{ìa'' rebbe quella communam^ , nt laquale tutti gli huo
tninifoffcro o cal^olaly 0 fartiyù legnaiuoli ì od inai tra fola quale fi
Uoglia arte fi fapeffero effer citare ? ^n'3^ piacque loro per lo bene &
per l'utile uniuer^ faley& per l'agio eV commùdo dè Cittàdini, che eìldi
abondaffe copiofamente di tutti gli effer citij & di tutte le arti •
Curarono per tanto diligentemente $ fondatoti de le Citta j che in effe
uifojfero hu omirii G Iti 1^ . n ri I B ^0 'Àl tuttcA'arH rifaeHw^^^ era a
tutti in combi' inune gioueuole & buono : ma non fi tolfero miga penfitroy
che lo ejfercitio defabrUfojfe tra tutti gli ^Itri il più fo::^ f
eHpiufaticofo: Et che gli buomi ni che in efjòfi adoper afiino, pieni tuttauia
di caligi ne & di fumo i più toflo a dannate furie^che a uiuen tihuominift
afiimigUafìino ♦ TSle parimente alcuna cura fi diedero^ che ifetaiuoli fi
potefiinQ ejjere più politi & più uaghi: Et che agiatamente^ ^ con mot
tQxipofo de la per fona 3 fojfe loro permejfo di per ^ fittamente quell'ufficio
adempircja che efii attende uano/Pcrciocbe alcuna di quefle confiderationi, non
fi faceua punto ad utilità , 0 uero a migliore fiato di quei Cittadini. Tslon
debbono gli huomini adunque, che fono membra^& parti di queilo mondo y de
lo ef fircitio cr de la forte loro lamentar fi giamai Kle e per modo alcuno
conueneuoleyche la natura pruden tijfima rnaeSìra di tutte le cofe^da
fcioccaprofuntio^ ne tiratiycerchino biafimare:ouero che di lei in alcu ua
maniera per fumano didolerfi • Conciofiacofa che il ciò fare altro neramente
non farebbcyche un rama ricarfi di non potere aguifa di Tori con le corna fe
tire : di non uolare , come gli uccelli : di non hauerc cornei camelli y gli
fcrigni [oprala fchiena:^ la mano ala fembian'j^de gli elephanti y cofi preSla
& cofi ueloce . Klondimeno quantunque in queHe cofe y & iti più altre
anchora , fiamo da molti & di uerfi animali fup erati y non pero fi troua
(cke io mi . creda)buomo ueruno^ che difiderandokQ:<fm€ dir fi fuole) fi firngga 0 fi disfaccia . llche non
per altra cagione ad'mencyfe non forche cìafcuno cono fce per fettamente , che
elle fono oltre a la propria natura de Vhuomo i.Et che in nìuna maniera , a lui
conue-* nire fi pojjQno • Come adunque quelli tal difideriy 0 . per dir meglio
quefti tali appettiti , fono da gli huo mini f fi come nani & folli che
.fono , ahbaìidonati ; CÌr come ciajcuna di quella formayche a la Jpecie fua fi
richiede, pienamente fi contenta ; cofi doucrebbo no egli anchora , degli
effercitij , & de l'altre parti xulari qualità , che loro ha uoluto dare il
creatore de l'uniuerfo, con tranquillità & ripofo d'animo fo disfarfene
lietamente: Tercioche elle fono ne più ne meno naturali , & loro prop/iet
che la forma & la figura ne fia. il Cielo ordina CT dijpone tutte le cofe
iz le fini loro : Et chiunque ci nafce , porta feco dal primiero g orno , le
fue proprie &parttculariincli nationi : fecondo lequali , egli opera poi
tutto {1 tcm po che egUuiue fopra latcrray Ma perche gli affet-^ tiyCt le
naturali inclinationi degli huominiyonde pof fono poi da una perfona prudente
ejfere coniettura te tutte le auenture, & tutti i fortunoft accidenti di ciafcheduno(come
nel precedente libro lungamente s'è dijputato ) fi cono fcono per le qualità
> ^per le dijpofitioni del corpo ; uoglio horapvr fine a quella parte del
ragionamento de ifcgni de Vhumana natu ra , che quei tre miei amici y il
fecondo giorno fauci landò difputarono infieme . Venuto diceua il Dolce^ il
giorno fegufi^itCy ^ riccunti da lui gli inuitati con. G Itti I • '. Uno più
toflo dilett ernie & amico y che jplendido é5* ficco mangiare y dapoi che
allegramente hebbero à le hifogne del corpo fodisfatto , in uari & f
iaceuoti ragionamenti y pudendo mufìchcdi più maniere ^ di che il Dolce
fommaméntc fi dilettaua y fi trat^ tennero infino a tanto j che fen*:^
impedimento al^ cuno giudicarono chei ragionamenti del pajjato giorno
ripigliare fipotejjero : Et in queHagUiJa quanto in quella matèria , s'era per
breuita di tem^ fo lafcìato alhora di dire y la mano eflrema compìu tamente
mettefjero . Et perchegli parue che la de^ gnita de lo jimbajciàdùre & del
Confilo , douefiè ejferehonorata di maggior compagnia y piacquegli che Jòpfa
loro fofiino quella mattina à definare con effoluiy alcuni altri faui &
ualenti huominudi ciàfcu no di loro parimente amici . Trai quali dui ue ne
furono , congiunti Erettamente di (angue conejjb'» meco: Vuno , MeJJer Luigi
Quirini Dottore : figlia uolo che fu di quel grande & honorato Oratore : di
tuifidiffcychepoche caufe furono difefe da luiychè' egli non le perfuàdeffe :
Et pòche oppugnate y che egli non le abbattejfe . llqUale Mcjfer Luigi , meno
fecoy per fua ombra hauerebòno detto i Latini yil^ Fogliano Mufico &
Thilofopho : cui egliy come à proprio padre honoraua : Et ordinariamente in ca^
fa teneua . L^ altro mio parente , fu Marco dal Gi^ glio:effercitatifiimb ne le
cofe de la facra Theologià. Fuui oltre a quefli un' altro Dolce: come che di
minò te età de gli altri 9 certo di uirtUy & di dottrina^ -. 5J tomeprer
lìfuoi molti ferini fi può uedcre, eguale à :• .qualunque altro fi uoglia .
Leuatifi adunque da fede re yZT rìdottifi tutti infieme intorno al Confoloyché
Micino ad una finefìratiratofiy onde piaceuolifiima -tiura jpirauaj iui tutto
penfofoy forfè contemplandò ciò che egli diredouea, appoggiato fi flaua,
fatto-- .gli un cortcfe ajfalto ygli dijjè forridendo il Quirini ^in quella
maniera . Se forfè non uigraua, o non u'è molefìa la non penfata nofira
prefentia , ilchè nòli xonfenta Dio,a me parrebbe effere tempo hcggimai^ the de
la dolccT^ & de la foauita de uoSìri ragio* namenti ci faceììe godere:
acciochepoteffmo cono^ fiere perfettameyite , che noi non menò hòggi grati uifiamoyche
hieri lo ^mhafciadorey & il Dolce nò firò Siati uifiano. ^Ihora il Confoloy
che già uerfò di loro s'era riuolto , moletìi dìffey non mi pojfonó già effere
huomini come uoi mifeie amicifsimi : Mà io ben debbo , fe meritamente fenx^
ucrgogna non uoglio e/fere riputato y hauere rijpetto come mi mei ta a
fauellare in prefentia di cotato fennoi ^niìfóg giunfe il Fogliano , ciò
fommamenie caro effere ui douerebbe : perche non dui foli come hieri , ma citi
que almenoy che io d'uno di loro fono òmbray degni tefiimonì haUerete de là
uìrtu , & de la eloquentià uoSìra.^h'j^ de la uanita & de rignor antia
mi du- bitalo y replico lo Spagnuolo ♦ Et egli quando ciò pò iejfe effere
ripiglio y che non e però menò impóffib 'ilù the il ghiaccio fia fecco &
caldo y& freddo & hunii iiù il fiiocoymaggiore numero d' amici
hauerelie chi . ^ ne ne ìftufafiino.
Dopo qutjìo , haucndo la opinione del Thilofopho tutti communemente lodato , fi
con chiufeper ciafcuno di loro» che il Confalo non haue^ ua cagione alcuna ^
ond' egli honeflamcnte poteffe da i cominciati ragionamenti ritìrarfi : Ter
laquaL cofa tutti da capo quafi ad una uoce nel ripregar(h- no : Et quanto ciò
doueffe loro e/fere grato y conpa^ role piene di caldo affetto gli dimoflrarono
. Mail Quirini cui più era a grado d'udirlo: come colui che più mite fentito
Vhauea commendare per dotto & benparlante , poi che gli altri r achetati fi
furono 9 in queUo modo torno à fauellare . T^n mi poffofa- 're a credere fignor
Confalo y che la bontà fingulare de l'animo uofiro. 3 permetta che tanti preghi
non efaudìti rimangano, llche facendo , 0 moftrarefie di poco amarci : llche
noi , per cofa di quello mondo non crederemmo-. 0 fareJìeci dubitare , che più
ne i noftri mori pote/fe il rijpettOj che lo amore: LaquaL cofa e certamentCy oltre
ad ogni termine ragioneuo le. Ma fe pure ui par effe queHa nolira uentuay trop
po più cupida(per non dir peggio)che a moderi huo mini fi conuengay datene
tutta la colpa al nofiro Dol ce hoHe : che inuitandouici , ha uoluto qhe cofi
fia t Se uer amente libera , & humana , & cortefe la, reputate j
eUimate che tutti egualmente^ ne fiamo. partecipi . ^Ihora il Confalo , per
quale fi uoglia dijfe cagione , ch'io mi trouafìi con fi cariy degnìy &
honorati amici come uoi mifete^non ne potrei fenon p render e fommo
piacm:purc(dirò liberamente cià. , i€he mi fìede né l'animo) cìafmri altra
uorreipiuto^ -Jìo che qui uhauejfe condotto y che difiderio di udir^ fhì
parlare : Conciofiacoja ci) io fempre di mia riatti, rafeccamente pofja ciò
fare: ilchc non fi conuicne con la morbide'^ de le uojlre orecchie c Et poi que
fla materia che bora trattiamo ^ edafe talmente arida & feccaychegran fiume
ynon picciolo riuo le fà rebbe mcjliero per adacquarla.Et per certo fefugici
mai , che me medefimo poco parlando fodisfacejii^ hieri fu che poch 'ijfmo , o
nulla mi fodisfeci . Ture poi che cofi difiderofi ui ueggo ch'io ne ragioni
> d?r io fono molto contento di compìacerui: jperando co* .me diffe il
Fogliano che debba auenire^che più toUo la uofira amicitiami Jcufi, che la
dottrina mi debba notare. Detto quelioy il Dolce in cafa di cui erano yin
tjuefto modo jòggiunfe : adunque poi che alcuni ci ha qui tra noi che non fono
Varipathetichcome que- fli èi & addito il Fogliano y & come mi d'effere
Ine ri in qualche parte ci dimofirafie y fia bene che non iiiandoyo
fpatiando^fecondo il cofiume di quegli Imo mini antichiy feguìtiamo i noflri
ragionamenti : ma concedendo alcuna cofa a le tenere noUre delicate'^ ^y &
a l'ufo onde fi uiuea queUi tempi > entriamo in camera:Doue agiatamente fedendoy
fi forniranno, ( Dio permettente ) le noUre difpute • Entrati dopo quelle
parole in una grande bella camera, non peranchora uedyta da alcuno di loro ,
& già uolen* do/i porre a federe y rimirando fi intorno intorno ^ &^
^ifopra^ &dalatOy ^ difotto ogni cofa attentd Èk L 1 B liO mente confider
andò ydf con gli occhi bora a quefìd parte y bora a quell'altra più volte
tornando y dijje poi il Fogliano in queH a maniera • Conofcendo effe^ re Dolce
uoHra opinione ycbe per lo piacere fi debba abbracciare la uirtu^^ che più
perjè medefima una picciola guanciataycbe una uergogna grade ejjere ci debba
mokUaJìora mi credetti che di [ala ci facezie ufcirey che feguendo gli ordini
de uoHri maefiri , in qualche uago CT diletteuole horticello ci douelie me nare
: Doue ociofamente uiuendo , foleuano antica^ mente quei felici pbilofophi
ingrajfarfu Ma poi che bora qui fiamoy conofco che noi troppo piu famo$ cSr più
beato fete y che non erano quegli antichi Epi curei: Conciofiacofa che l herbe
y a" le piante y di che erano adorni i loro giardini y foffmo foggette
tuttauia a quelle mutationi y che fempre Jogliono le Stagioni portare
coneffoloro : Laonde erano talho^ ra nude , & fecche : ^ quando uerdi ,
& fron'^^te nifi uedeuano. Ma quelle uojlre , che di lana finiffi^ ma
cuoprono quelle muray fempre ucrdi y fempre fi(> rite y & fempre cariche
di maturi frutti y porgono di coniinouo a riguardanti fempiterna gioia . Et
doue le fonti loro , o mancauano la Hate , o s^arre^ Piavano il uer no y queHa
uoHra non è ne tenuta da ghiaccio : ne da caldo afciuggata giamai . Et fe ben
miro a quello cauallo alato , che qui ci ueggo y ella de effere uer amente od
HippocrenCy od ^ganippe: Et quefle nimphe , faranno perauentura le Mufe Et quel
colle , che cola con due gioghi al cielo fi inai 1 %a^jia forfè Tarriafoy od
Hciicona ^Et oltre a ciò il Cielo che loro copriua, doueua talhora ejfere
chiufo 4a nuuoli :Poue quejio uoftro di dorate /ielle Jplendi do &
rilucentey jempre apèrto lucidijfme le ui mo-* fira: Et da ognitempo i Juoi
Scorpioni yfegno forfè che ui die la uitay & ifuoi Centauri uifa manifefii
. Felice adunque y ^ beato uoi : Ma uorrei bene , che tra tante imagini &
di Imperadori^ ^ di Thilofo^ phiche qui hauete raccolte^ tra quali, ui
rijplendo^ no quella di Tlatone & d'^riHotele mio maeftro » i^uero in luogo
più tofio di tutte loro y tii hauejle meffogli Epicuriyi Me tbr odorici lenoni:
Et de Lati itti lMcretijy& gli Horatijicome coloro^cuipiuera^ no a grado
queUe delitiei^nxi chefenT^ejfenon ere deuano poter uiuere beatamente* ^Ihora
il Dolce 3 jo crederei dijfe non che ^rìHotelc (come dite y & corrilo
penfaua ) uifoffe §ìato maeftro > ma Diogene più tofio; od ^ntìUene : od
alcuno di quegli altri cani : dapoì che fi fieramente mordete ; "t^ondim
meno con ^riflippoinfieme uipojfo rijponderey che queHe cofe non hanno me , ma
io loro.Dopò queUo éiffett atifi già tutti in un cerchio , hauendo però tot fo
il Confalo in mc^o tra lorOy che egli al fuo parla re dejfe
principioyajpettauano attentamentejlquale la loro uolontà conojcendo y
fen^^altro indugio in queUaguifa cominciò a fauellare . Dapoi che uofiro
difiderio e fiato eh' io pur ragioni de le qualità de la nofira natura y &
de i naturali mouimenti de gli Mimi noHriy onde & fiamo buomini > &
come bua r L 1 B 110 ^ fnìnì ci mouìafnOy& io il faro HolcntkwSipero cl)t
non crediate ych* io com'mo di queUi Saui le cui ima pni qui uedctCyO Forfè per
no ir tanto a lungeycome fecero al tempo de gli auoli noflri yMbertoMa- gney
Michele Scotto , B^ìmondo LuUio , ^rnal do di ui'Ua noua , non crediate dico
cFio ne ragiofd i)er pompay& per dimoHratione di mio ingegno : 'Ma fiate
certi che come amicò y& tra amici & co fìretto da Vamicitia , fortiffmo
legame di noftre uq ^Ucy coftfamigliarmente , & fen%a alcuno apparec chio
dijplendide & ornate parole y ne debba tratta Ve. laqual cofa non già per
infegnare altrui y che a ciò non baciano le mie for%e , & ma f imamente a
voi y la cui uirtu rijplende come fiaccola accefay an'^ fure come chiariamo
Solcyma faro folamcnte per ritornarmi ne la memoriay ciò che da molti dottor
■con non picciolo fludio & fatica , ho potuto dìquc Jìa cofà in lungo tempo
, &per continua oJferuatiQ ne coprendere. ^cciochecoft
coyieffouóir.agiojiando ncy & ne impari ciò che m"e nafcoììo finhora:
Et ne Tanirho mi comfermi , ciò che di pienamente ptr- ycrneym'e pure aucnuto
fino a quello temfo.T^efia poca certamente la utilìtayche da qiie^ìà cognitione
per molte uie trarre & confeguire fe nepotra, Con^ ciofiacofa che fi come
conofcendo a la uijìa di fuori tutte le monetCy C^ perfetttimt nte intendendo
qual ^uer acquai falfay qual buona , qual reay & quale in- tieray ^ qual
manca fifojfcy non ci lafciaremo ne le it^fhe faccènde da i cattiui huemini
incannare, cofi ^dUicnutìper cjueHa
fdmiay daUconfìdemione de corpi i conofcitori de gli animi humaniy nel giunge--
re le amicitie , faremo più canti: ne L'accettare i fa-^ ifiiglìariy più
accorti : nel conuerfare con gli buomi ^ni y più prudenti: Et breuemente in
tutte le opera-^ tioni che con altrui fi fanno^piu^auertiti ypiu confì^ deratii
& più rattenuti faremo . Ora adunque poi 'che tale è quejìa dottrina ,
& poi che ella è cofi na Sira che altri hón uba parte alcuna , quale ragion
tiuole che non la dobbiamo accettare i perciò non imprenderei da cìyerijpetto
tenuthpofiiamonùnan 'tcporla a quale altra fi uoglia ^ T<(e io per me ,fo ue
r amente come pojfano alcuni negare^ che per le qiia lita eHeriori del corpo ,
non fi pojfano intendere gii 'intrinfechi affetti de l'anima : ueggendo CT
con/ìde rando mafiimamente^quale & quanta fia.la congiun tione & la
coUegan'^ de l anima & del corpo : Et potendo per uiua ejperientia
conofccrCy che feconde^ gli auenimenti cr le pafiioni del corpo y patijca pari
mente y (ir diuengay& mutifilanima^la onde ejpref fornente ueggiamo y
quantunque uoheadmene y che rbabito & la dijpofitione de t'anima , da uno
tiato ad urìaltroy per alcuno fop'rauegnente cafo fi cangi , che medefimamente
la forma & la figura del corpo, diuenta fubìto d'un' altra maniera : Et da
ì! altro la tofi ueggiamo ancborayche tramutandofi talhora U figura cr la appar
ernia del corpo^ gli interni moui^ tnenti de gli animi noUriy non fi conferuano
più quc j^li siefii z quali perìnanT^i a quella mutatione , ejjè- ce
Ufentiuamo. Sono (come tutti ifhìloJopU coni beffano) lo attriHarfh & Ueffcr
lieto, il temere , cÌT. lo adirar fty lo JperareyeH dijperarfh & altri
taliaj^. (aiy affetti & perturbationiji noSire anime: 3s(^o«- dimeno colorò
che hanno ne Camma afflittione CT dolorCy mojlranq di fuori ne lafaccia(cbe è
pur par te di queUo corpo) la doglia, la pafiioney& lo affan $to loro: Et
le ciglia ìlringendo, & chiudendo le lab bra. & gli occhi qua/i
afiondendo, fi prendono uno, ^lerto uifq y, propriamente a me§ìi ^ addolorati
huq. mìni conuenìente. Et d'altra parte coloro che han^ no l'anima lieta
&gÌQÌofa .fono fimilementc ne la faccia ridenti &guliui • Ma oltre a
tutto quello confiderò anchora che effondo disfatta l'anima CT ' diSiruttay la
forma infieme del corpo fi disfa crfi di firugge:Ter la qual cofa fi può
chiaramcute uederCy 4^he C anima foftiene cr fofferifce le pajfioni del cor-
ffo: E'I corpo parimente quelle de l'anima . Et aucn gache quanto a Je me
defimi y ne il qorpo faccia l^ani way ne l animali corpo^nondimeno
mànifeHamente fi uedeyche l'uno feguita l'altro : Et che quefio da quell0y&
quello da quejl' altro, le pafiioni & gli af^ fetti riceue.In quefio
ueggendo il Cqnfolo che ambe 4ui i Dolciyche uicinifedeuanoys' erano in fu
quefl'ul time fue parole, poHicofi pianpianoafauellare in fiemejafciato il fuo
primiero ragionamento y dijfe lo '^qin quefia maniera. Che condite Signori
Dolci cofi ira uoi , con la uoflra dolce^^ ? 0 pur ui paiono (cornicile fono
ueramete)^ucfie cofe di ch'io ragiono di poca
di poca Slmaf7{ongia,ri/J)ofcfubito il minor di lo- ro : Che ciò
alhorapotrebb'eferCy cbcfofca la luce , flellato ilgiorno,& di far dinato
ciparefjè il mouime to del Ciclo . Mhora il Ciglio , fattoji incontra al Dolce
che in qucHo modo barieua parlato, cofi mcTo ridendo y^e e uero dife, ciò che'l
Fogliano poco auanti ci raccontò y non doucuatequeW ultima parte accommmarla
col uojiro conforte: percioche crcd^m doft egli ckel mondo Ji regga a cafo.no
uc ne uuqle , 0 ne nepHote hauere entro , alcuna benché pie dola parte. Si bene
c'hanere ne ne potrei^ ripigliò^ Dol- ce , contra di cui quelle parole ueniuano
• Et come , foggiunfe il Giglio , fia qucjìo, che l'anima non cono Jco? ^^Ihora
( dijje egli) che ni degnale di predare per mc^ S. ChriHoforo , che mi ramafje
ne la buona ma: ol caualiere. S. Giorgio y che miguardajje da le male-opimoni :
inìmiche di [anta Chiefa. Ma noi che chrijiianamente parlandoyui credete efere
quei fin- ti f nomi nani & fen'j^a foggetto(che non uoglio però dire che la
oratione a i Santi ui paia fuperflua) non mi uorretc qneUo tanto di bene far
confeguire. ,Ap ' prefjo a qucfle parole y molt' altre fe ne dìfjèro in //-
mile materia: Ma Mcffhndro mettendo fine al qui- fiionareygia rìuoltofi
uerf&l Confolo che col Quirini nanfa che ragionaua^ in queUo modo gli difje
. Da-r poi che come hicri^non hauete hoggi il fauellare uie tato y ne ci hauete
tolto con le uoftre leggi , ciò che a ciafcmo concedette la natura liberarnente
, quti^ lo che poco auanti tra noi due difccreto ragionatta- moyhora mi piace inpalefe a tutti ridir lo.
TS^onfi fb no fatte leleggiyrijpofe fubito il Confolo,acciocht mi norc hauejjc
ad ejjere il uoHro fallire : che già fape tiamo bertesche no erauate ad ogni
modoperdouere ojftruarlc . T<londimenOy dite pure cheunqne ut ag^ grada, che
ejjèndo qui dentro a confini de lo imperio uofiro, nifi permette & uifi concede
ogni co fa . Et egli alhorayfe l'uno huomo dijfe genera l'altro, ^ fc il padre
e cagione de la uita & del e/fere del figlino loy in che fi conchiude
parimente [anima ci corpo , come hauete mi detto difopra, che il corpo non fac
eia l' anima t ne l'anima il corpo ì Lo difii ripv efe il Confoloyche
quantunque a perpetuare, tifare eter na la fpecie de llmomo^et ne lageneratione
di dincr fi corpiy Dio l' huomo ui concorra ; non pero adi-- uiene giamaiy che
in uno ifle/fo foggetto , in uno huomo mede fimo y fi uegga l anima di alcuno
gene^ rame il corpo : ouero il corpo, ejferne cagione de Va nima . Diro cofiy
per cagione di ejfempio. Egli è ben uerOy che il Ciclo , CT i noflri parenti
yfono ^ìati ca^ gionc de le anime, & de corpi nofiriiMia non è però uerOy
che le anime nolìr enfiano [late da i noHri cor pi create : ouero che questi
corpi yfiano da le anime onde uiuìamo , ^ati in alcuna maniera prodotti .
Tercioche queilo tanto di bene y non da noi?nedc^ fimi ci può uenire : ma (come
di(ii)dal Cielo, & dal padre che ci creoe. Ma auenga dico che ciò fia, Vani
ma però e* l corpo, con più forti legami annodati in fieme di ciò ch'altri fi
penfa, ubidifcono perpetuarne ìe ,
fottoggiacciono a le pafiioni Vuno de V altro ; La qual cofapiu chiaramente
afjai , con ma ìnag giore qertei^ potrete cono/cere, confiderandoy &
h'a^icndo rijguardo ad uno vjjcmpio che hora no dar ui. Eglih manife§la cofa
che la furia y t^lapai^T^a (comejtdice)concitata, & fen'7^ freno (che non
ho glio parlare hora de la quieta^ che infama domanda uano i Latiniy& noi
drittamente menticaggìne dire potrenmo)cgli dico è manifcfio affair che ella è
paf- ftone y&perturbatìone particulare & propria dc L'anima'
"hlondimeno curando i medici} non l'anima interna & inuìfibile , ma
qucHo corpo cHeriorc & palpabile^ con alcuni licori , con certe beuande ;
facendolo ufare oltre acio^ ò' tenere alcunimo di nel uiuere , gioucuoli a
quella pacione ; effì coli facendo , l'anima da lapa'^^a (jr da la furia , onde
ella era pria tormentata , fogliano al tutto delibera re.Ma non altramente pero
, ne con altri argomcn^ iiy che(come ho detto)conmedicine datefi al corpo: Et
con la cura, con la follicitudine,che i medici fi hanno hauuto di luiXaonde
auiene che ad un mede fi mo tempo e'I corpo y lafciay& perde quello
aJpettOy eir quella figura che egli haueua , mente era da quel furore l'anima
opprejfa : Et l'anima parimente , da quella pafiioney & da quella noia che
prima la mole sìauaùiberay ij^editay& fciolta fe ne rimane. Ora la /dando
adunque & perdendo ad uno ijiejfo tempOj ^ V anima e'icorpo le qualità che
haueuano perinan ^,non fi può negare , che ciafcuno di loro non fottog H
i/ giaccia a lepajjiom de l'altro: Et
che ambidui non fi rniitino, fecondo che l'uno o l altro di loroy mittatio neM
alterationepatifce. Et oltre a tutto ciò fi può comprendere ageuolmente,che a
le mrtu,& a le po tentie de lanimayftano le figure & le forme de cor-^
pi y fempre fmili & connfpondenti ^ 7^ per al-- tra cagione(come dijfeil noHro
Commentatore Cor doHcfe)fono le membra del Lione ^ differenti da quel le del
Cerno jfe non perche trai' anime de l^uno , CT de l'altro di quegli ammali ,
u'ha,come a ciafiuna è paleJeydifferentìagrandisfma.Tutte le fimiglian'^
adunque degli animali manifeiiano] CT dijcoprona egualmente yuna certa pacione
, c7 uno certo affetto mede fimo : Ma non douetepcro intendere di quelle ,
fembianT^yOìide da la mac^ìra natura fono in quella ' guifa distinti , &
che conuengono, nel componimen tOy& ne la dijpofitione de la forma
deglianimali . ConciofiacQja che quantunque lo hauere ne le efìre mita de i
piedi & de le brada le ugn€y& intorno al corcy &ale altre interiora
le coUe^ & molte altre cotalifimilitudini y fiano cofe , quafi in tutti i
corpi uiuenti d'anima fenfitiuà parimente fimili; nonpe^ ro altra co fa alcuna
ci mamfe§ìano , che quel tale che è cofi fatto , effere ueramentc animale :
& non pietra , & non albero . Ma quelle fimiglian^yche per conofceregli
affetti de l'anima , debbono effere offcruate da noi, fono ( come' e a dire)la
roffe'^^ de gli occhi: lafortez:2;a , & la grande:^ de le esire me parti
del corpo:Et molte altre cojc cotali.Etp£r
. 5P €ÌH come hieri uì diftiy & bora di mouo ui dico , fer fempre ui
conuiene bauere fifio ne la memoria , di tutte le pafiioni generalmente , &
di tuti i moui^ ■menti , & perturbationi de le anime noUrCy ^ non 'far
noflre , ma uniuerfalmente anchora di tutti gli altri animalhalcHne propricy^
alcune altre fono ad domandate communi; douete fapere cbe i propri af^ f etti
de l'anima y fono fempre accompagnati da le proprie qualità j& dai propri
fegni del corpo : Et d'altra parte le communi paffioni y medefimamente a i
communi fegni fempre rijpondono . Ma fi de ben por cura , di non determinare
& dichiarire per com mune alcuno affetto y auenga che a molte y od a tutte
le Jpecie degli animali commune yfe prima non fi è mertito diligcntementeycbe
effo per alcuna propria qualitay non fiaproprio & particulare di alcuna
fpe^ eie. Et accio che meglio fi fermino ne la uoHra intcli getia le nojire
parole y darò con la chiare':^ di que fio effempio y lume & fplendore a
quelle teìichre , onde ragionando difopra mi inuolft . 7{iuno credo è che non
fappìay quanto la concupifccntia de i car-^ fiali congiungimenti ^ fia commune
uniuerfale quafì a tutte le jpecie degli animali: Kjondimeno non de pero potere
que^ìa tale communione y farci credere quello affetto commune : ^n^i dobbiamo
perfuadercicertifii?no y cheejfo fia proprio &par-^ ticulare degli ^fini CT
de Torci. Conciofiacofa che per una particular e qualità y & per uno proprio
je gno^che feparatamente da tutti gli altriy hanno nei H iij loro corpi queHi animali y non fono
liiffurìofi cotii*^ munemente con gli altri : ^n'Z^ ejjiy come proprio
mouimento de l animo loro , donano & participano con altrui , la loro
propria libidine . il fegno uera^ mentCy donde queHa fi comune perturbationcy
fi ere da propria folamente di queUe due Jpecie , è che que Sìi .aìùmaliyfoliy
& feparati^ CT diuifi da tutti gli altri^mentre fi affaticano ne Inatto f^enereo^a
guifa che maflicafjero y Wouono (^menano le ìnafcelle. L^effere me de fmàmeht e
ingiurio fo , e 7 dilettar fi di mole^lare di dare noia ad altrui y h pafiione
& affetco.certo a gran parte, fc non a tutti gli animai li commune : K^n
per tanto i cani foli tra tutti gli altri ringhiando , & digrignando i
denti, loropar^ ticulari proprietà , rendono co fi facendo , loro prò-* pria,
queHauniuerfale perturbatione. E di mefiiero adunque, conofcere quefte
diuerftta : Et fapere , qua le affetto fia comune a tutti gli animali : Et
quale a parte di loro: Et quale infieme^fia proprio & parti-^ culare a
ciafcuno . Ora in che modo fi debba dìfiin^ guere il commune, dalproprio,hicri
a baflan^ai^cre do)fe ne. è ragionato. E il uero che a chiunque difide ra di
potere baUeuolmente di cìafcuna di quefle co^ f e parlare , & giudicare a
pieno , come & hieri hoggi più uolte fi e detto, per efegni di fuori del
cor po y le intrinfeche paffioni , &gli interni mouimen ti de t anima, è
necefiario principalmente, accompa g7iare,unire,& congiungere infieme con
la fcicntia > tufoylaprattica^la confuetudine^& l'ejperientia. In. nero che rejjercìtare lungamente- le cofe^ è
il miglio re,& più eccellente maeUro che fipojfa difiderarem Ter quello ,
la belle'^ la leggiadria de le arti^ Ter quefto y la eccellentia &la
perfettione de le fcientie ; Ter quello , ogni bontà 3 ogni uaghex^ 9 ogni
perfetta utilitade y in qualunque fi fa noftra operatione acqui fliamo.1\le
fen^a ragione ueramen te: Conciofiacofa che fe tutto quello che per noi fi fay
h femprein più alto grado di perfettione , quan do penfandouifopra lo
riuoltiamo lungamente ne Va nimo ; ilche non è altro che uno effercitaruifi con
la mente; quanto fi de credere che migliore & più per fetta riefca la noUra
fatica^ rifacendo CT rinouando da capo y quella cofa che prima una uolta buona
fa^ cemmo ? Certamente non e dubbio alcuno che molto ' meglio . Cofi il
SanfouinOy che dipublici & di pri^ uati edifici adorna bora qucfla Citta, è
diuenuto /ò/- lennijjimo architetto : Et degno y dia qualunque al tro fi uoglia
y 0 Dinocrate y 0 Thilone y effere pad- reggiato • Cofi Titiano y cofi
Michelagnolo , cofi (^quanta perdita fece il mondo nella fuamorte)Gia nantoìfio
daTordonone y hanno acquistato nome di dipÌ7itori eccellenti & egregi. Che
fece Mef[ere Lui gi uoHro padre y & che ha fatto bora il Feleto uo-^ §ìro
cognatOy cofi celebri Oratori y altro che Veffer^ citio i Donde uenne il loro
fìgnoreggiare nelpalla^:^ c?;o , & l effere tiranni de le uoglie de giudici
y d'al^ trondc che da l'ejfercitio ? In che modo ne gli inno-' unti biafimo ^
terrore^ & hauerebbono potuto in
4urre ne t rei ficurta & bonoreyaltramente che cori J^efjercitio ?
^dunque poi che in ciafcuna coja , l'ef- fercitaruifi lungo tempo ha cotanto
difor^a^ pcnfia . tnoci & rendiamoci certiy che ne la cognitione de la
nofira natura, il lungo & dilìgente ejjèrchio , il me defmo parimente^ouero
piupoffa. Ma percioche(co me hierì diccm?no)cjueifegni che fi ueggonOi& fi
of feruano ne corpi , fi rìferifcono a le jmiglian'^ de gli animali; dico qucHe
talifembìan^e , effere tolte ouero da tutta la difpoftione del corpoyoucro da
al- cune parti di quello: Et talbora dagli atti degli huo mini: Et quando
aìichora da certi ajpetti : procederi ti altri da calidita: & altri da
freddei:^ . Alhora lo ^mbafciadorcy che accofiatofi ad una tauola, ha lUeua
tuttauia tenuto appoggiata la teHa fu la deftra mano, rotto al fine il filentio
, & leuatofi ritto fu la per fona, dijfe al Confalo in qucHa maniera* Dapoi
che uba condotto il filo del uoHro ragionamento, al parlare degli afpetti del
uoltOy bauerei caro che gra ne '& noìofo non effendoui,ui contentale di
dirmi > in cheguifa fi debbano alcune di quelle qualità giudi care, che
fiofferuanone lo affetto ,^ne la ejierio re apparentia del uifo : Lequali non
perche elle fia-^ no in tutto medefme y ma perche elle hanno tra lo^ YOpicciola
differenza ,fono communemente addo^ mandate per uno medefmo nome. si come
auiene ne lapallidei^naturale:ondeci e fcoperto il timore^ & la debbolei^
de l'animo : Et ne la accidentale ^ di che àfono cagione le infermìtaZequdipasfionh
. 6ì 'quanUmqne come uedete nate
diuerfamente yfonó non dimeno > per cjuefta folanoce nominate di palli--
dexT:a : llche fi come dijji non per altro ne mene , fe non perche l'effetto
loro e fmile: benché nefia la ca gione differente & diuerfa . // Confilo
alhora , con ragione admqne fe è ciò dijfe^ che e certamente , ho io con tante
parole poco auanti lodato lejfercitare , ^pratticare lungamente le
cofeiConciofia co fa che neramente quando alcuno di cojioro giudicare doh*
biamoy hauenti nel loro afpetto alcune di queHe qua litaypoco come haucte detto
da alcune altre diuerfcy an'^ in gran parte loro fimili^fommamente difficile ^
cofacifiay ad intendere certamente il dritto : Et et uenirc perfettamente^ ne
la cognitione^ & ne lafcie %a del nero : La onde , necejfaria cofa douere
ejjere iiimoy che per lunga conuerfatione , la certe%7^ de la uerita con aperta
ragione confeguiamo : Et de la naturale dijpofitione de lo cofloro afpetto y
& piena^ & abondantcy afferma notitia acquiHiamo: Et qua lenaturalmentCy&fenxa
accidentale alcuno impe^ dimento , l'atto & lappar entia per co fi dire^
& la figura del uifo loro fi fìa , fecur amente , & ogni dub bio
rimofoy lappiamo . Et uer amente che il giudi- care per questa qualità de lo
af^wtto , propria & per natura conueneuole , non mutata & non alte-
rata da alcuno accidente ^ è huoniffma & fecurij- fima uia > per
condurci doue ci tira il nofiro de fio : Et chiunque per queHo modo procede y
può ferma mente di leggiero conofcere, non folo in uniucrfale i Z J J5 0 fegni
communi ; ma quegli arichora che fono propri & particulari a ciafcuno. 1
quali fono in tanto dijfe^ Ytnti l'uno da l altro y cbe alcuni come ho detto,
jpef fe fiate fe ite uannodifcompagnati da gli affetti che effi dimoflranoy Et
alcuni nonmaifeparati fi ueggo- ììOy da le perturbationi palefate da loro J
communi, bene Jpeffo non fono dai loro affetti feguiti: Et ipro priy non ne
fonò da i loro abbandonati giamai.Quan do adunque uedcr et e alcuno di compie
jfione fangui^ gna ) carnofo , con occhi neri , con ampio uen^ tre > che
fono tutti fegni communi yfe logiudicarete mangiatore ^ libidinofo , potrà
perauentura aueni re , che V effetto , alcune uolte al giudicìo non corri
Jponda. Ma Je ad altruiychegli occhi JpeJJò Jpeffo uer fol cielo riuolga^di modo
che la pupiUa^^ gran par te de la ruota de rocchio sfotto la palpebra dijopra
fi uenga a nafcondere.pr edirete i medefimi affetti di golofìta & di
lujfuria ; per cffere qucfto fegno non communCyma proprio; auerra femprcy che
faranno in fu faldafermexi:a di ueritay fondate leuoflrepa-^ role : Et faranno
mcdefimamente tutti coloro cbe haucranno rie gli occhi quefto tale accidente^
molto foggetti a patire il morbo caduco : Et fe hauejfino co tutto ciò ygli
occhi loro difofca & ofcura pallide'^ %a ingombrati , farebbono fen'j^
alcun fallo mici^ diali j empi , & fommamente crudeli , Ora uedetc adunque
, quanto poffa digiouamento recare ad aU truijl conofcere perfettamente le
differen'j^ de i/è gniprcdetti.Douete oltre a queflo porre non picelo^ S. éi la
iìUgentia^in confederare quale de ì moulmenti dè gli animi noUri^fcgiùtì di fua
propria naturaO sac compagni uolentieriypiu con l'ima che con l'ahra de le
pajjìoni naturali de le noHre menti . Laqual cofa effendo pienamente intefa da
uoiy uederete come hieri ui diffi , ejjere molte uolte turbata l'anima no--
flra da alcuna affettione , che-non ha fegno alcuno nel corpo , che indicio o
tertimonio doni di lei.La on de fe talhora a giudicare ui mouerete 3 chi per le
no te det corpo efjere comprendiate taciturno è' sfaccia tOy non pero douete
queUifoli affetti credere in lui : ma infiemc la auaritia e'I defio del rullare
: T^n oUante dicoyche di niuno di quefiiyce nefoffe in quel corpo manifefìo
fegno ^Concioftacofa che colui che foco naturalmente fi diletti di fauc Ilare
yfa per or dinario di complejfione maninconicaia laquale la mi feriay & la
auaritia è fempre compagna . Et d'altra parte ylo sfacciato ardifceper fua
naturaydi commei' tere molte fcelerita : Sen%a punto ne uergogna te- merne: ne
di perdita d'honore > farfi conto alcuno - Ora adunque non fìa mai flimato
giudicio non ragio neuole , il dire ad uno sfacciato & amatore difden-^ tic
y che egli fia parimente ladro (&auaro : Quan-^ tunque come difji y de la
taciturnità & de la sfac- ciateli^ y cifiano aperti fegnìnel corpo : Et che
la auaritia & i ladronecciy non ui halbiano alcune cer te note che li pale
fino. T croche fono qucHi ultimi af fetti di maniera con quei primi congiunti
> che rade mite fono 0 non maiy gli unifeni^gli altri ueduti * Bifogna intendere adunque in qneHo modo , le
pro^ prieta de le perturbationi: Et Japere quale a quejìa^ (ir quelle a
quell'altra , feguiti naturalmente & ft unifca. llchc fattola guifa di
terreni Dijy le cofeoc^ colte j palefi ; lefuture, prefenti; le lontaìie,
uicine; & le incerte.certiffime uederemo: Et illuminato a la fine dal
cbiarijjimo raggio de la ueritade il noflro in tellctto.nonpiu hoggimaine le
tenebre del' ignorati riarma per entro gli (plendori de la [dentiate on mot
tafodisfattione de l'animo noUro , ogni cofa terta--^ mente conofceremo.Et di
bel punto come a coloro ci interuèrra^ che mentre ueggono il Cielo talhora di
folte & di ofcure nuuole chiufo.non folo parte alcu^ nà fcorgere non ne
pojjbnoian'zi loro e^ quel nero pauentofo horrore che in quel modo lo ingombra^
di trifiex7:a & di noia cagione . Doue fe poi fono da un potente fiato
Settentrionale, fugatCydijperfey& con fumate quelle nuuole in tutto ^alhora
il celefte can dorè da ogni parte agli occhi loro fi rapprefentaion de gli
animi loro parimente i fono di letitia, & di gioia ripieniMapcrcioche tutte
le Jpecie degli ant^ mali fi diuidono primieramente in duefcsfi , mi pia ce la
prima cofa di raccàntàre y quai de i mouimenti naturali de gli animi nosìri
yfiano od al uirile , oue^ ro al femìnile fejjo conuenienti . Douete adunque fa
pere che di tutti gli animali , fi che uiuano & fiano nutricati apprejjò di
noi , fi ancho che fieri pafcano per le altiffme jelue ,fempre le femine fono
di gran lunga più pìacewlhpiu delicate^ & più mafuetechc ^ i mafchi: Et
fono mcdeftmamente^ ^ nel animo, & nel corpo meno foni: Et fi auex^ano con
minore dif ficiiltaj ad effere & pafcÌHtc,&' toccate da noi:Et fo no
generalmente più caute: Et più lontane da lofde gnoy & da l'ira • Laqual co
fa uolendola ridurre a' Vapparentia degli atti efleriori^pojjiamo negli aue
nimenti di noi medefmi fempre uederla • Conciofia cofa che effendo talhora da
alcuno empito di coltra ajfalitiy quantunque & humani ^ piaceuoli per na
turafoffimo affai ^nondimeno fi auiene eglipurcy cìje albora abbandoniamo in
tutto la piace nolei^':^ ^ la manfuetudine: albora con grandisfma difficiilta,
da la prudenza > fida ^ jccura fcorta di nofire ope re , reggere &
guidare ci lafciamo : albora ci inui- gorifce y ci accrefce forn^ay^ ci
alieggerifce , lo fde gno: In tanto che non temiamo di cofa alcuna: l>{e di
noi medefmi anch or a ci curiamo: an^i arditamente a fare qualunque effetto y
da l'ardente caldo che ci bolle ne l anima , a tiina for^a fiamo tirati . Ora
adunque fe chi per accidente è adiratOypcrde fìmile^ mente in fu quel punto
ognipiaceuolex^ huma-' nita ; ragioneuolmente fi de dire , cì^e chi e per na^»
tura humano & piaceuole , fia aricho naturalmente poco moleftatOi &
poco foggetto a le acerbe pasfio^ ni de la colera» La onde hauendo la maeHra natura,
creato le f emine come disfi^ & moUiy & manfuete » ^ compafiioneuoli\;
Ts^e uagbegiamai di crudeltà , a di fangue-yam^ fempre aprieghi
picgkeuoli;etagli altrui difideri arrendeuoli; con ragione fi può dire
medefmamentey che elle ancho fìano da lo fdegno lontane . Ma d'altra f arte il
credere loro sfacciate, ciliare^ maluagie^mohilh dishoncHe, & molto chine
al male operar e ypiu dico affai di ciò che gli ìmomini fia noyfia fempre fi
come dritto er fano giudiciOyTnol to lodato Jl pili gioucne alhora de duo Dolciyfattofi
in fu quelle parole tutto lieto nel uijOy uerfo lo Spa-^ gnuolo in quella guija
parlo. Foi forfè Signor Con^ folo y a dire in qucHo modo male di f emine ui
asfi^ curate, perche come poco inanT^ ci hauete detto ^ egli uipare di certo
conofcercy che elle ne fdegnofe , ne crudeli non fìano. l^ondìmeno non ui
fermate ui prego 3 co fi faldamente in fu le uofire offeruationii percioche di
leggiero cadendone, come in fu cofa ap poggiato che fermo foftegno non
hahbiayne potrcjie perauentura con danno & dijpiacere uoHro, & con
utile & contento loro, rimanere ingannato : Concia fìacofa che lo fdcgno de
le f emine, come tattoH gior 710 per mille proue pur troppo chiaramente fi uede
> fta fen%a alcun fallo maggtore,piu alto^& più acuto che quello degli
huomini • Et fe uolete uedere ch'io nero parli , riuolgete un poco attentamente
ne l ani mo uoiìro , le operationi fatte da le adirate fetnine ne i tempi
paffati . Effe tracciarono i propri figliuo li: Et altre non fatie folamente de
la morte loro , in cibo dinan'^ a padri gli offerirono: Effe il morto pa dre
fuperhamente crdcarono: Et per lo fdcgno loro, molte fiate no)ì folo i gran
palagi , eÌT le ricche co-- fe , ma le f^lendide Citta y &gli altisfìmì
B^gni in S . ^4 rouina ne andarono . Le tigri, & Ic ferpU & gii al tri
fieri animali^ udita la uoce di Orpheo,diuenii4ano manfueti : Et le f emine più
che fcrpi , & più che ti^ gri crudcli^quella uita che gli haueuano
conceduto le Jpietate fune de lo inferno > non altramente potenz- ilo lo
[degno dèi loro animo porre in terra^fieramen te gli tolfero. Mia direte forfè
, grane offe fa per cer to douere efere fiata quiìlay che queWhmmo diuino lor
fececonde eglifCotanto contra di fe infiammarle^ bibbia hauuto poter eJ^on
piaccia a Dio che ciò fta. che anxi egli tu tutto intento ne la conte piattone
de la celefìe Theologia , non a le f emine noia fi fludia-- uà di dare ; ma a
tutta la generatione de uiuentidi^ letto:'b(onad alcune biajìmo; ma ad ogni
huomo ho nore:lslon a poche danno; ma a tutti in commune fa Iute. Et per gli
aperti & fpatiofi campi uagando^& gli ardentisfimi fplendori del Cielo
intentamente conftderandOy gli ordini & le belle'^ di la fujby ul tirna
fpeme di noUra m.ente, manifvjiaua a mortali • yedete in altra parte la
figliuola di Leda hauere cetra il poeta Steficoro^ di fiero &
dicoc'étefdegno l'anima accefa : Klon per altro uer amente : Se non
^perche^egli hauea cantato ne fuoi Lirici carni^ la bel lex^ di lei effere come
cofa humana & terrena , grande certo & merauigliofa: Ts(ondimtno effere
di gran lunga più riguardeuole , quella de la celeUe & diuìna forella. Di
che ella , nel cui petto boUiualo ar dentisfmo odio, co caldisfmiiprcghi^&
con ayriarif fime Lagrime , pronte & perpetue arme di quel fef- 0 ar / 7
fOy impetro dal padre Giouc^ [degnando fi graue^ mente portando che la
immortale & diuina yene^ re/offe giudicata più dife bellay che colui
rimanere ne doueffèpriuo di lume: fi che egli non potejj'egia-- maiynon che
giudicare^pur uedere alcuna helleT^ ♦ Direte forfè che a la follia ^ ala uanita
di Stcfico ro^cotale pena fi conuenijfe i l\[on direte bene : T\(c ragioneuole
huomo uerunc^ y acconfentirelouipo-^ irebbe . Che an7;ì per la molta lode da
lui a la beh le'^ d' Helena attribuita , egli era degno di qual fi •uoglia
grande & nobile guiderdone. Siate per tanto signor Confolo molto bene
auertitOydi non biafima- re^ od altramente dir male difemine: Se non uolete che
elle coneffouoifi adirino di maniera , che poi nel tempo a ucnircyne habbiate
ad ejfere a coloro che do fo noi fcguir anno yjpecchio CT ejjcmpio chiarisfmo :
Et che le uojlre regole , ?jy le oferuationi de la cono fceìixa dei nofiri
appettiti yfcbernitc una qualche Molta con non picciolo uofiro danno fé
nehabbiano a rimanere^ Con w.eco non fi douerano già elle adira rCy
ragioneuolmente facendo,rijpoj]èil Confolo albo Ya:ma fi bene
cone{foiioi:llquale rimprouerate loro., per torta uogliache hauete di
biafimarle^tuttii men sfattiyonde elle fene uanofamofe . i^otrebbc effercy
rìprefe fuhito il Dolce che ciò foffe ueroyfe elle ìie le loro operationi fi
mouejfcroper ragione : ma fcnT^a che con mille effcmpi che di ciò ciafcun
gioryio fi ueg gono a dimoftrarlouimiaffatichi^Tlatone che fu cofi fauio mi può
far fede ^ che elle anima li no fiano per fcttamente S EtC 0 1^ D O. 6$
fettamente ragionemli : Effondo come fapete UatOi diibhiofoy fe Itfmine
participajfero di ragione . Et pure non erano alhora ?iela Grecia Je lujjuriofe
deli tie per ìion peggio dircycheboggi qui regnano uergo, gnofamente tra loro.
Mhora il Quirini^in buona f e, de dife Signor Dolce, fe uoi la lingua non
raffinar te y giudico che al Confilo quella punitione preoccu^. pare uogliatCy
che ui fento dircele parole di lui da le. f emine uenir meritando. Ben gliele
dico io , lo Spa^ gnuolo foggiunfe : già uerfo il Dottore rinoltofi ; Et
poifeguitOyin quefia maniera dicendo.Etperla uita mia.che mifaprebhe bene^di
ogni male che lefemi^ ne gli facejjìnOyEt uorrei che gli infegnaffino un po-
coycio che fia uolcre mifurare le /phere^i^ ritrouar- ne il centroifi come egli
dice che già Orpheo fi face ua y la ne la ualle del Barbaro Hemo , Diflero
dopo, ijueflo tutti infieme , nonfo che motteggiando & ri dendo : Et dapoi
che più fiate fi hebhono l'uno uer l altro rimandato il parlar e^il Confalo a
la loro ten^ tìone poflofineyil fuo primiero ragioìiameto ripiglia doy diffe
cofiy Io diceua che le f emine fono piupiace- tioliy più manfuetCy & più
delicate che i mafchi: Et apprejfoy che elle fono men forti , & menaanchora
fdegnofcycheeffi non fono. Lequali conditioniyinfie-- me con 7nolf altre che
difopra narrai y fi ucggono apertamente in quegli animali del fejfo feminino ^
che domeliichi nutrichiamo ne le noHre cafe: lime defimo di che ycfftr e
parimente in quegli altri.che o manfueti per le campagne yO fieri uiuono ne le
felue^ I tì confejjano i pallori , &
i cacciatori . Ma di tutti quejii già detti femìnìli affetti y cene fono ne
loro corpi mani f e^ìi fegni. Concio ftaco fa che cìafcunafe mina di qualunque
fpecie fi fiay habbia il capo mino re ila faccia più picciola Hretta^il collo
più fottio Ip^piu debole il pcttOyil numero de le cojìe minore , &i fianchi
& le cofcicypiu carnofe& più graffe che ima fchijHabbìa parimente gli
fchinchiy & le ginocchiaypiu fottiliy&piu molli: ipiedi^piu leggio, dri
y più fcarmU Et la forma di tutto l corpo ypiu tofio piaceuole & foaucy che
nobile generofa. Et fiano tutte quante generalmente yne i corpi, più che i
mafchi picciole & uaghe. Guardate ydiffe alhor a h Inglcjeycio che ditCydi
quefla uniuerfale picciole^^- di tutte le f emine :che bauendo diligentemente
in quefla cofa più uolte confiderato , dopo infinite efpc ri€7;c fattene yho
trouato a la fine che ne le jlquile^ Cr negli altri uccelli rapaci y fempre
lefemine fono grandemente maggiori de i mafchiiEt fono parimen te cr nel corpo
& ne lanimoypìu arditCy più fdegno- fcypiu ualentiy&piuforti.Tsle folo
ho ueduto ciò auc nire ne le già dette fpecie d'uccelliyma anchora in 'tutti
gli altri animali di quattro piedi, che partorì-^ fcono OHa:Et in tutti quei
piccioli animalucciygrude & merauigliofo artificio di naturayche già furono
da i Latini nominati infetti:cio e (^come alcuni siima rono)fecondo tutte le
loro parti indiuifibili: T^eppf fo medefmamente imaginarmi , come fia poffibile
cJ)e quefla uoftra cofi generale determinationCy Jpecìalmente ne le lepri
hahbia luogo . Lequalì come fi' ferine , CT come ancho la elpericntia certa cr
fe^^ dclc maefira ci infegna yfono tutte ad un mede/imo tempo CJ' fumine ^
mafcìn.^lbora^non fi può dif-- fe il Giglio y certamente negar Cyche ciò uero
non fia:' Conciofiacofa che lafciando pure da un canto ciò che fe ne dicano i
dottoriyio per me ho ueduto con i miei propri occhi , certo non fen^:^ gran
rnerauiglia , questa cofa e [fere nera . Che trouandomi poco tem . pofa , a
caccia con alcuni ìniei a?nici in quel di Bolo gna^tra le molte lepre che alhor
a prender/mio^ affai ue ne furono di quelle chegrauide eranodequali non
ofiantepiu figliuoliy& di più mifure^ondegraue era loro il uentre y
haueuano infiemeynente tutte quelle membra, che per lageneratione ejjère ne i
mafchift credono neceJJarie.Dapoi che il Ciglio cofi hehbe dct tOy& eifi
tacque: Et lo ^mbafciadore in quella gui fi dicendola fauellare ricomincio. Ora
uedete adun quefignor ConfolOyCome queHa uoUra fi generale conclufionCy molti
partìcidari leuatincy neretta ' impedita Je ne rimanga. Vero fe ui da Inanimo
come hauete dcttOy difoHenerci che ella in tutto fia ueray apparccchiateui di
negarci la ejperientia: Come già quelmaefìro fifecexhe haucndo per fue
calculatio-^ ni detto douere la Luna congiunger fi in tal giorno coiSolej
ammonito poi di fuo errore da idijcepoli che la nuoua Luna ìnanT^ al tempo da
lui predetto nel Cielo gli dimóHrarono , come quella che a le fue numerationi
non r ijpondeuay lequali egli pero fi ere 1 tj ^ q ^ dem certìsfme , rìfpo fe ,
più ne i fuoì fallaci conti , che ne la certe:^ del fuo uedere
confìdandofhqiie^ Ha cofa non potere per alcuna maniera ejjere uera : Et che
fen%a ordine alcuno yla Luna alhora appari^ uà nel Cielo . Ecco adunque che non
folo difficile & contra il dritto , ma contra il fcnfo anchora & itn--
posfibik e certo y il uolere quella cofa negar Cy che al tri 0 fi Hcdeofi
tocca. B^Ha per tanto y che ci con^ f esfiate che non tutti gli animali del f e
ffof eminino ^ . di qualunque Jpecie fi uogliayfiano di corpo minore, più
deholiypìu humaniyO' meno robufli che gli altri. Onde fuhito il Confolo , egli
è uero rìf^ofe che dì tut tigli uccelli rapaci , le f emine fono più che i
mafchi ualorofe & maggiori : Ma ciò adiuiene , perche e/1 fluido la loro
jpecie di gran lunga più calda & più fecca di ciafcuna de l^ altre , i
mafchi che fono caldi per lo calore proprio di tutta la (pecie^et di piu^pcr
quello che è proprio & naturale al feffo loroy concio fiacofache tutti i
mafchi fiano generalmente più ca lidi &piu fccchi che non fono le f emine ;
uengono per quello doppio calore ad abbrucciarft di fottcr^ chio:Et fuori di
ciafcuna mifura a rifcaldarfi.Ldódc, fono per ciò ne i corpiy piccioli &
fecchi: Et uiliy& abbietti ne l'animo * Vercontrario , le f emine fono
calde folamente per lo calore de la jpecie : ma per la conuenientia de la loro
natura f eminile y fono hu-^ rnidc &fredde:Ter laqual coja fortifcono ne la
com plefione uno certo temperamento ; llqualecreain loro, l'animo più uiuo
& ardito : Et le fa eJJere nel S % 7 ' corpo più robuUe & maggiori . Ma
che il fouer^ cbio caldo no dijjcccìn & minuifca il corpo y & non
indebolisca & aiiilifca l' animai non credo che per al "cimo fipojja
co ragione dubitare. Ejjindofi hieri dct to masfmamentej che gli Ethiopi ,
&gli altri popò li , tiiuenti ne le promncic di uerfo il mei:^ giorno , non
per altra cagione fiano ne i corpi cofi magri & afcìutti 5 CT ne V animo
cofi uìli e^r codardi , fenon per la ardentisfma for%a del uìcino Sole :
llquale -afciugga y confuma^ & disecca il lóro llmmido ra-* . dicale
t^ndefonopoiy cojipoueri d'animo & difor 7^ : Et in quel modo , afciutti ,
piccioli , & magri . ' Ma de le lucertole poi , & degli alti i ammali
che partorifcono oua^ & de gli infetti medefimamek^ 'tCy la natura ha
uolutoper lo fine lorOy che le femi-- ne fieno maggiori : acciochepiu
ageuolmentepotef^ "^fmo {offerire la fatica de i carnali congiungimenti :
^Et ap 'reffo , più leggier amente portare y il pefo de le "vua . 7^e le
Lepre uerameìite , non fi può gran fatto fcoprire queUartale differeni^: hauendo(come
dice fle)tutte ad uno medcfimo tempOyil fefjo a la femina proprio:Et infieme
quell'altro che al mafchio è dice mie. Ma rimoffe ^ lafciate da parte quelle
poche J}>eciey dico bene che in tutti gli altri animali di qua lunque
ragione fi fia y le f emine fem^ alcun' altra ec cettione hauerui^ ritengono
fempre le conditioni ch'io disfi : Et che hauendo le carni loro più huml^ de
effoido meno ncruofe , fono ancho più tcne-^ re 5 più molli y& più delicate
di ciò che i mafchi fi 0 fiano. I quali
in tutte qucHc qualità fopr adette fon^ a k forami; in ciascuno modo diucrji :
Et fono natu- rahncììte nel corpo , forti : & ne l'animo jginfli . ' £^
^jf^ P^^^'i^ fi^^ di loro natura y debo-^ li di for%e : & inique di
uolonta. Ora douete adun^ ^ que diuìfare ne V animo uoflro^che come quando fi
di ! ce alcuna cofa ejfere in una regione^ molto meglio fi intede lei e (fere
ne laprouincia di cui quella regione c parte; Et quando in alcuna citta , più
ampiamente ne la regione^ fi-a termini de laquale quella cittade è . pofta; Et
fe ancho in alcuna cafa^con maggior certex^ %afra le inura de la citta^ onde
quella cafa è rinchiu 'fa;pcrcioche(come dicono i Logici)gliuniuerfaliy ab
sbracciano benei particulari ; ma non già i particu- lari,gli uniuerfali
contengono;cofi parimente quello che ho detto de mafchi & de le f emine ìie
la fola Jpc eie de glihuomini ypiu chiaramente , & certo con maggior uerita
yfì puote & fi debe confiderare , & cr cadere fermamente che adiuenga^
in uniuerfale mi .genere tutto degli animali . Come hanno adunque, in una
jpecie iftefa , le f emine diuerfe qualità ne i corpi, & medefimamente ne
le anime lorOyda i ma- fchi de la medefima Jpecie ; co fi in tutta lageneratio
ne de uiuenti, quella fpecie d'animali che haura cor-- f oralmente parlando
piuconditionifcminine ,fara etiando ne le affettioni de 1 anima j grandemente a
^quell'altra diuerfa , che più uirili qualità hauere fi comprende/fé • In queHo
modo non folo intenderete il Lìone.llmomo , & L'orfo , ejfere più
coraggiofi . 6S eìr più forti che Vorfay che lafemina^ CT che la Leo neffa;
maìnficmemente che la f emina de la fpecie Leoninayfia più ardita^ più robuHa^
in tutto piti . uirile^ che il mafchio di quella de Tardi . La cagio^ . ne
neramente di quefìa cofa^h come dijje ^rifiotele, » • perche ambedue quelle
fpecie fono notabilmente dal la natura fegnate: Vuna y de le qualità feminiluV
al tra de le uirili. T Leoni di coìidition. uirili; I Tardi, di femmine jono
dotati. Laqual cofa^fe partitamene te tuno & ì altro di quegli animali confider
aremo j ^fen:^a alcun falloy uerisfma certisfma fempre la . ritroueremo.Ha
primieramente il Lione la bocca af -fai grande: la faccia quadray^& non
molto d'ojja ri pie?ia:ll labro di [opra non cminenteian':^ conuene-^^ uolmcnte
in giufo riuoltodl nafo più toHogroffo & JargOy che fittile &
ftrctoiGli occhi uari y concaui^ non molto ritondiy ne molto eminenti: Et di mi
fura ta & proportionatagrandei^: le ciglia grandi : la fronte quadrata : Et
nel me%o concaua alquanto : auengapero che pochis fimo. Glifìede oltre a queHo
^ di continouoyquitral nafo & le ciglia^come una cer ta tenebrofa nuuola di
horror e diferita:ondeage ^uolmcnte Jpauentati & isbigottitifono coloro ,
che^ fifo lo mirano. Sono di quesìo cagione y alcuni peli : che nafcendoglì ?ie
la parte di [opra del fronte y a guifa di un certo ripara , gli ricadono [opra
degli occhi . Ha parimente la teHa proportionata , & di perfetta mifura:ll
collo lungOygroffo, & ben fatto : jEt al rimanente del corpo cori^orf
dente: I peli bru 1 Hij i L ì È 1^0 ^nì di colore ìnefcolato di giallo & di
roffo: & qthft jìmiglianti ad oro; non horridi^rìtti & molto difte--
'fi:T^ pii^ ricci pero , opiu crefpi di quello che fi fia 'Conueneuole. Sue Ita
& aperta la forcella del colló^ : 'JEt non già ne rifirettaync chiufa» Gli
huomeri robu- ^fli: il petto [odo , pieno , & raccolto : Et con certa
^iouenile frefche'^.La fcbiena larga^ grande no 4ifcÌHtta: Et infieme con molte
, & apparenti coSìe . E qucflo animale, ne le ancbe^ & ne le co
fcie^poue^ ro di carne : ma ricco da V altro canto 5 CT quini^^ -in tutto il
rmanente del corpo , di mufculiy di nerid, Cjr di legature. Ha le gambe
fortiygrandiy nerito je: Et è nel caminare leggiadro ardito: Et uniucì"
^falmente , ha tutto il corpo neruofo , compreffo y eS^ triufculofo : Tsjon
peccante per alcuna fouerchia feo^ €he'^;j;a: TS[epero di alcuna humidita
foprabondaìì^ te.l pajji ond'egUfi muoue^fono lunghi cr tardi : Et
Hnandandoyinal-j^grandementeyfcuotey & dimena/i gli homeri.Ora ejjendo
adunque ne le qualità del cor fo tale il Lione , egli medefimamente è negli
affetti de t animai corte fe^ liberale y aueduto, magnanima,
tnanfuetOygiuHoy& amatore di uittoria:& amore^ uoleuerfo coloro , con
cui egli prende domeUichei^ '^a.Ma poi che per me ui fi fono mofirate^comunqua
meglio fi è potuto da noi , tutte le qualità de i Leoni the propriamente fi
conuengono al feffo de ì mafchiy bora parimente mi piace di raccontarui quelle
dei Tardiiche per contrarioyal fefio f eminino fono qua fi tutte conuenienti »
In uero che tra tutti gli ammali the di
hauere in fe mlore fortex^ dlmoHrìnOiò permeglio dire che pure hahbiano
apparentia di >- mafcbioy tengono i pardi ne la forma del corpo loro • molte
conditioni^che fono di gran Umgapin tofto che ^ à i mafchi , a le [emine
oonuenemli & proprie • Ma come che in molte parti del loro corpo ciò cjfere
«e- ^ ro per manifeUi & aperti fegni comprendali , non pero è ragioneuole a
creder e^ che ne le branchcy ^ ne l ultima & deretana parte de le gambe yil
mede/i mo fiay Cóticioftacofa che coneffo quefle membra ope ' tando , molti
uelocijjimi animali nel corfo auan- '%andOi flracciando crudelmente le minori
fiere\ ftano Jpejfe fiate molte robuUe &fortiffme opera- tioni arditamente
adoperate dd loro. Ma ne le altre parti ueramenteyonde tutto il loro corpo b
formato^ facile & leggiera cnfa è a uedere^quanto tutte ripie ne ftano di
qualità f eminine. Hanno per tanto yinan- -^(i ad ogni cofa i Tardi tutti
Communemente la fac-^ dapicciola.Hanno gli occhi bianchÌ9piccioli,& fit^
ti,& nafcofìi nel capoiEt raggìranliy& flrauolgon- li uelociffimamente
• Hanno lafronte^ oltre ad ogni -fagioneuolc mifuraylungbijfima^Et ne le
tempie^& '^uiprejfo agli orecchiypiu toHo ritonda che piando il colloymolto
lungo , fottile : Il petto con poche -cofte:^ quafi nulla apparentiila fchiénaylunga:
J?^ te anche, le cofcie^ abondanti di carne . Sono nei fianchi ^ ne la
pancia.teneri ^ molli : Et mancano in quefle parti , qtafi in tutto dipeli .
Sono uari di cùlow ^ (j^urft per tutto il corpo ydi mólte , ér di r ; ffjejfe macchie : Et hanno a la fine tutta la
per fona 3 ' fen%a mufculr. Et ftnT^ alcuna proportionCy 0 mifu-- ra.
Confiderate adunque qudtc tali conditioni nei corpi de pardi^uedefimedefmamente
itele affettio ni onde naturalmente la loro anima è pregna , loro efferc uili
& codardi:Et apprejjo a ciò rubbatori:Et per tutto dire in. un fiato,
abondare da Vuna parte di nafcofia fi-audejEt da l altra Jjauere di aperta
magni ficentiaygrandisfmacareUia .Js[efolamcnteè ciò • negli animali ter
refii^& quadrupedi , ma in quegli ancora che liberamente peri aria
difcorrono: Et in quegli altriy che ferpono ^ìrifciano per la terra . Come
Vjtquìla el DragQ^\& la Vernice & la uìpe^ ^ ra moftrano : queUi di ft
minine , & quegli altri di mafchie qualità abondanti. Et(fe pojjibile
foffe) ne . Vhumore penetrando de l'acque ^ con att emione . tutti ipefci
ueggendoui y ^ le conditioni loro tutte infieme & ciafcuna perfe
confideradouiyfì trouereb he certamente in loro queUo ifte/fo aucnire. Ora co
me hauete adunque in que§ìo modoy ne lordine de gli animali fortÌ30 che hanno
come disfi maggiore . apparentia di mafchioyucduto la (pecie de Leoni ef- fere
di mafchie qualità ; CT queUa de Tardi, difemi nili in tutto ripiena; potete
fimilment e in tutte le al tre Jpecie , che fotto al unìuerfale geìiere
deglijxni^ mali fono comprefe , ftmpre la medefima maniera continouando nel
giudicare , con uerita & con cer^ ^^KK? eonofcere 3 quale de mafchi ( diro
cofi ) fta jpiu mafchio degli altri : Etiquale, tra le altre femi ne ipìuf emina fia. Ter laqual co fa^fe tanto
ciappor ta iìgiommento l ojferuatione de particular'h quan to di piacere ci
dona la cognitione de generali; ci ^ fosfiamo fecuramente rendere ben certiyche
non me no di utilità trarremo inauertedo diligentemente le sparti : che di
diletto prendiamo incomprendendo il tutto capacemente. Ma egli mi pare ben
tempo hog gimai y che al ragionare de le qualità de ftgni de no :Sìri corpiya i
quali tutta fi indri'^ y&nei quali confi^ie quefia dottrina,per noi una
qualche uolta fi doni principio. Ter tanto a imitatione d'^ri^iotele^ da i
piedi fermi fofiegni di noUra ulta , minifìri ubidienti di nojlro uolere
incominciando , dico che gli buoìnìni hauenti conucneuolmente ipiedi gran^ diy
benfatti^ mufculofiy & con molti neruìyfono tut tifieri^coraggiofiy cT
arditi: '^c meno abondano di gagliardia & di fortCT^ nel corpo ; di ciò che
ne l'animo ydi ardimento & di ualore pieni fi fiano. Et guefla qualìtaydi
tali hauere ipiediyquali ui ho difo fra co le parole dipintOyCt fi riferifi^e
propriamente al genere del mafchio.Coloro poiy i cui piedi fono pie dolly
fcarmiycarnofiyteneriy& feni^ mufculiy&piii toUo uaghi al uedere che f
or ti y fono parimente uili ^ effeminati ne V animo: Et nel corpo ydeboli &
im po tenti. Et è per contrario qucHataleconditione , Jempre propria al genere
de la feminaMa Mbertò Magno più particularmcnt e parlando diqueflc mem brayci
afferma che i piedi br cui grosfiy molta de-- koleT^ , & ferina natura
dimostrano : I fottili & , . '
corti]mlignita: Et i limghUoltre a la debita & con ueniente
mifura^fraudìiingannU& tradimenti mani fejiis fimi. Bene è nero che
jidamantio Greco Dotto reyaggiunge che que(F ultima qualità ypalefi gli huo
fnini operatiuiydiro co fi: Et che facciamo molte fac cende : Et chefempre i
loro triài p enfi eri , onde di continouo trauaglìati Hanno fo'Z.Topragli animi
lo^ YOyfappiano molto bene guidare ad effetto . Et ha ol tre aqueUo
opinióncychei piedi molto piccioliy fia- no di maluagio animo fermiffimifegni:
Et che colorò che hauendo i piedi curuiygìi hanno concaui anchora ne la pane di
fi>ttOyfiano tutti rei & maluagi huomi ni: Et che tali infieme fiano
quegli altri , che hanno le piante de i piedi , molto piane & uguali : Et
che portano le loro cauigUcy ne la parte di dentro de le gambeygrandemente a la
terra uicine. Coloro uera-^ mente che hanno le ugnay o le dita de i piedi curue
à guifa di uncini, fono rapaci ysfacciatiy & fen%^alcH^^ na uergogna : ìl
chcyda la fimilitudine degli uccelli fii tolto:bauenti leugne loro , torte
& piegate iìi quella manieradcquali da uoi altri Italianiyfono uol garmente
parlando , artìgli addoman dati . Le dita poi de piediy che fottilisfime
e/fendo, fo?io parimene te congiunte quafi & ri^ìretteVuno coni altro yfi
gnifcano paura & timidità: Laqual cofa da le tìmi^ diffime quaglicyche
cotali hanno i piedi loro , fcgui^ tando come dijfi le fimiglian^e degli
animali il han-^ 710 tolta & impreja i Saui Thilofophi: foli tra tutti gi
huomini ^ degli occoltifecreti de la natura, cona' • ^ 71 fckori • Ma più alto
alquanto falendo ti ragio'na^ mento de piedi indrieto metténdojfapere u'e di
me^ slieroycbe coloro che hanno le camgliefudte , eìr le. parti ini moine ,
neruofe , ^ piene di mufculi , ilche alfejjb delmafcbiojì attribuifceyfono
medefimameìi te ualorofi ZS* forti. Ma alcuni che le hanno molliate
nercycarnofey & fenx^ alcuna legatura di neruiy la^ qiiol cofa de
lefeminehpropriayfono deboliyefft'mi^ natiy timidi^ dipocbiffimo animo. Le
cauigUc oU tre a ciò fottiliffime , manifefiano gli huominipau^ rofi
intemperati. Et apprejjoyfecuri ui potete ren dere & molto ben certiycbe
chiunque infieme con le cauigliegrojjey ha parmiente le calcagna ajprcyi pie
dicarnofìyle dita bremy^ groj]e legambcyper lo più de le uolte
impax^fcafermamenteyO uaneggi.Ouei ftmigliantementc che le gambe hanno
neruofcyrnH-^ fculofey& fortii il che propriamente fi conuiene a i
mafchiyfono & nel corpo y& ne l'animo fieri & ro^ huìii : Et hanno
per ordinario buonifjimo ingegno • Coloro poi, che tutto che le gambe habbiano
neruo- fcyfi ucggono nondimeno hauerle inficine fottdiypof fono con ragione effer
e giudicati da mi > & timidi^ & fcoflumati: Et ne le baffe uili
ajfettioni de la lujfuriay oltre, al dritto & al douere chini & piega,
ti: Et fìmili e/fendo ne la detta qualità del corpo , a gli uccelli liberi
& uaghi Cittadini de l'aereyporta- no parimente quelle fiere imitando yi
cuori loro de h già dette pasfioni impresfì & fuggellati . Guado d4 uoi fia
neramente alcuno ueduto , le cui gambe fiano nel mer^ grosfisfme , & in
tanto piene C com-^ prefe di copiofa carnCyche paia che elle come che gru Uidefosfinoy
& romper fi, & creppare, & mandar fuori il parto uogliano tuttauia;
albora coHui potre te drittamente credendo, & odiofo, & intempera- to,
& abhominemle giudicarlo :Et apprejjò,fefuer gognato & [en%a nullo
rifletto lo Himarete , & al nero uicini , & dalfalfo grandemente
lontani riu-^ fciranno i uofiri giudici . 7N(e pero uoglio , che d'ai tronde
penfi alcuno di uoi , che queHa tale ojferua^ tione tolta fi fia,fe non che da
la grande fconueneuo l^"^ & Jproportione , onde ( come disfi)per lafo^
uercbia groffex;^ loro,fono & infcfiefje, & con le altre membraje gambe
maleauenenti Conciofiaco fa che la proportione di ciafcuno membro giuHa
moderata , & non trappajfante da alcuna banda i termini de la conuencuole
& dritta mifura.fiafem^ flicementeperfe Hefa,basìeuole & attisfmo fo-
gno, a pienamente moHrarci la gratitudine, la corte fia,la modenia,l'honena,
& in fomma la buona na-^ tura d'altrui.Doue da V altro lato la
indijpoJìaJprO'- portìone, non fe ne uagiamai da quegli affetti Ionia
7ìa,chefono a igia detti difopra.come e ala quiete^ il mouimento; a la luce ,
le tenebre ;& ala uitay la mortc'yin tutto contrari.Se molto adunque di
bellc^ v:^ accrefce in un corpo ,folo a la fcor^a di fuor i ini rando,la
tcìnperata proportione;penfateui parimen te che dentro penetrando ne le
midolle, afi ai ella pof fa di uirtu & di bontà, belle'^piu durabili
&Me-^ rCyfte Vaìilma agiugnere:
Ejjcndo 7nasfma7nente(co me pili uoltes'h detto)i fegni in quefla carne imprejfit
idoli & imagini certe de le no/ire menti. Mei nel ra gionamento de le gambe
tornando , dico ultimata- mente che legrafjej tenere , & fen^ mufculi^
quag- li per naturale loro proprietà le f emine tutte foglio no hauere , fe a l
animo rifguardiamo , i timidi uilii&fe al corpo cifrali & deboli mànifeflano.TSfe
per alcuna maniera de efjere , un generale maeUra mento donandoui , la
fouercbiagrojjex^ de legam be & de le calcagna , lodata 0 commendata gia^
mai : Che an^i come a l'acqua flmmore^ il calore al fuoco y & al Sole lo
fplendore , le è femprc congiun ta & unita la ro::jix?3' cr maluagita .
^pprejjb a tutto quefto € ui bifogna fapere, coloro le cui ginoc-- May che già
a la mi[ericor dia gli antichi [acraroìio fono grajjcy carnofc,
&groj]efuora di ragione y effe re pur per quella fproprotiorne , & ne
l'animo , & 7ie ì cosìumiymolli & lafciui : Et come Scotto foleua
dirCyUberi & uani: Et non attigiamai, a durare aU cuna fatica . D'altra
parte coloro che le hanno ma-- grey& di misura giurìa
&proportionatayfono per contrario ne lanimoy forti & ai^daci : Et ne i
cosìu^ mi^ temperati & modefìi : Et fi come il mede fimo S cotto ui
aggiunfcy & fecreti , eà* tenaci, CT confcr uatori de loro
occolti'penfieri. Le cofcie come baue^ re debbono i mafchiy conucneuolmcnte
nerborute & offutCy di ualorCyd'animOi £ ardimento cipre ftano indicio.
Oiielle poi, che quantunque offute ra^ oioneuolmente , abondam nondimeno di
fouerclnn %irne,ilche è naturale a le f emine, di timor e.d effe^
minatione,& di lafciuia.proprifcmimli affetth(ono fmpre certifiimo & fcrmisfimo
fogno. Gli buomni che le natiche hanno acute , per lagrandez^ de le oda loro
che jportano in fuori , potete ( & fiafano ZUtdicio)robt{ni.fieri , &
ardittfiimarli. altri ue - rumente che hanno ciucile parti graffe & carno-
fe ,& deboli, & paurofi, & effeminati, debbono cj fere nonfenxa
ragione creduti . Ma fe perauentura., alcuno uedeSìey in cui queHe medefme
parti fojjino fommamente fcarne er afciutte , quafiche la carne loro (come
auenne con una Artigliarla del XI In yerona al uoflro Capitano Lattantio da
Bergamo) Me loro per qualche flr ano accidente portata ma; nclaguija che le
malìtiofe fclmie fono ufate d haue_ Y.e;fotreHe non aliar gandoui punto da le
perturba, tiòniy & da i mouimenti de le anime propri a que- gli animali;
potrete dico l'anima cr la mente di co §ìui, di ribalderia , di trìnitia, di
maluagita , CT di fceleraggine , giudicare certiffmo feggto : Et come che molto
da ogniparte fe ne Siimi di male , potete farui a credere fcrmmem , che più
auanti u hab- bia anchora di peggio. Dapoi che ragionando it{ino a quefto
tarmine fu il Confolo proccduto,& egli per alquanto tacendo del fuo
fauellarefi ripofo:Et tutti qU altri, tenne parimente un uguale filentio . Ma
il fogliano fhilofopho che Sìato lungamente era cbeto^ di nuouo entrando
inparolc^cpji prefe a dire.Cran- de occafione . 7J occafionc dì ragionare,
certamente queUo nosirà commune tacere mi ha porto: Laquale^io che a beU lo
ftudio Vattendeua , lafciare nanamente pajjarla y non ho mintolo potuto giamai.
Ts^on perciò ch'io di ceffi alcuna cofay come che ciò molto mi fi coueni£èy Xir
che uago & dìfiderofo nefojjl affai, o in laude, o in dimofiratione di
quella tanta dìligentia^onde tu( te le membra de la noflraperfona, a parte a
parte^ ^ con molto & merauigliofo ordine ci uenite efpo-- nendoifi perche
eUa,ne laguifa a punto che la luce fi facciaiancho a chius occhi ilfuo
fplendore ci manife Sia:fìpoi,che maggior fiume d'eloquentia^a portar^ le i
debiti honori ci farebbe mcHiero. Ora adunque^ da canto ogni altra cof 'a
lafciando ,folamente diro ìjuanto mi fi fia di dubbio per le uoflre parole
appre- fo ne r animo: llquale degno fia che d^indi da colui fia fuelto da le
radici,cheprimieramente(quafinouello germoglio in ben colto terren6)lo uhebbe a
pianta^ re.Conciofiacofache fe drittamente mi fono per gli crecchi penetrati al
core i fentimenti de uoUri det^ ti, già mi pare d'hauere comprefo , effere la
fomma del parlar uoflro,che V anima onde muiamo,ejfendo in alcuna parte fimile
il nosìro corpo ad alcuno jini male, fia ne le fUe naturali affettioni,&^
ne i fisoipro fri mouìmentì,a F anima di quel tal animale fimìglìa ' te in
tutto . Laqual cof'a quanto fia lontana da la ra^ gioìie^niunocredoe qui tra
noi che apertamente non uegga. Debb' io forfè filmare che per noi fi ere-
da,lanima humana ecceuete^immortale,& diuina^ K L I B effereala
tencnaymortaley& YO%a, de gU animali, pure in alcuna parte fmile i jK[on
mai,: Che male il fuoco y a l acqua ; l aererà la terra fi agguaglia ; la uiua
uirtu del uojiro petto , che moue come ifìrumcnto la lingua a dijputare fi
dottamente^fi me ritayod è degna dipremiofiuile.Se di dinari adun-^ que &
di diuerfe cofenon fi può in un medefmo ma do parlare ylSie per modo alcuno
epofjìhile il donare loro gli fteffi accidentii&je la no flr anima (come in
f ugnano le fchuolc de migliori Thilofophi) & ne la materia & ne la
forma , cir ne gli accidenti & ne la fufìantiay e differente in tutto dal
fenfo per loqua le fi mouonogli animaliicome potete uoi dire^ che el la per
alcuna maniera a lui s^afiomìgìi ? Et che tali fianca punto le inclinationi
degli animi nofìriy qua li fono ne i Leoni, negli Fccelliy & nel altre
fierCy a feluaggCyO domeniche yi befliali loro appettiti? era mente non credo
che fi pojja per uoi mantenere que fta tale conclufione : Tslondimeno affettare
pure at^ ternamente , ciò che per uoife ne dica :Jperando & rendendomi
certo che debba auenire: che o ne l'uno modoyo ne laltro^o fiaper douere
acquiflare hoggi da ufiiy di alcuna buona & leggiadra cofa certe';^ &
cognitione. Dapoi che tacendo diede fcgno il Tbi Ivfopho di hauere detto ciò
che egliuoleua,il Confolo honcflamete ridendo, & la dritta mano del
Qtiirini ne la fua finiiìra amoreuolmente tenendo,cofifubito fifr ' difie • Con
fubita & fiera tempefìa hauete in modo afialito il mio dire , che quafi tra
l'onde ahi ffime de la uoflra
eloquéntiayCgU fi come uinto fi farebbe fom merjoiouero cbetraglijcogli de le
uoHre durijjme vppofitioniyfi come pm fiale fi perebbe fiaccato : Se già non
fojje flato che per entro a quello impetuor fo turbine di par ole ^ aguija di
CaUore & di ToUu^ ce, fiammelle fcUcifiime a namgantiy mi apparuc lo
fi^lendorc che a le mie lode donaHe : fior (e più da amore tirato y che
altramente da dritto & fanogiu^ dicio perfiiafo . Laqual cofia cotanto di
confolationc mi diede y che /pero anchora fthifato il naufragio > poter
condurre la naue del mio ragionamento al de fiato porto . Et per certo che fé
non fi trouafie ne la Ulta de gli huomini alcuna perfonache uiuefièfola^ mente
fecondo ilfenfo,& fecondo le affettioni de la terrena carne; a che fono
tutti gli animali di qualun que fpeciefoggettiian^ife tutti f blamente qual
tan- to Qperafieroyche lo intelletto illuminato da la ragio ne loro mofirafe;
llche come mi dite è falò proprio de l'huomo ; con non pi ce io la diffìculta
mi crederei di potere sbarbare de l'animo uofìro , quella pianta maluagiayche
come hauete detto^pur di an7^ uifi ap piglio. Ma per cloche le sìrade tutte
quante, le cafcy lepia'j^^y le Cittay & finalmente tutta la fpatiofiif-
[ima quantità de la terra^dimoHrano apertamente^ gridano con altisfiimeuociynon
efferc poffibile ritrouarfi alcuno tra gli Immini y che Jpefie fiate, non
rouini ne iprecipittj de l'appetito; & che come, ftnfualeynon fiia punto
& tirato da lepaffìoni cr da, gli affetti de fenfi; a tutti gli animali
corrmuniy non. K tj ^ I pure a gli huomini foli;minore fen^a fallo alcuno ne
uerra ad ejjere la mia fatica : In purgando da lappo le & da lolio^ i
giardini de uo^ìri petti. Qualunque uolta adunque fentirete ch'io dica r anima
humana ajjimigliarji ad alcuno animale , ouero prendere in fe Uejfa mutatione
& alter amento, fecondo che per qualfi uoglia cagione fi muti o fi alteri
queSio cor^ fOypenfateui come inerì anchora narraiyche di quel l anima parlo ,
che cieca fi trauìa CT fi torce per le tenebre fenfuali. TSfe uoglio che di
quella fi intenda per alcuna maniera, che rilucente & chiara/econ^^ do gli
Iplendori de la ragione fi drix^^a & rauia.ll^ che eJ[endo(che uoglio che
fia certamente)ne uoiyne altra per fona alcuna ha ragione di biafimarmiiquan do
nel modo che di [opra fi e detto^de l anima di nuo uo ragioni: Ut quando
perturbationi uoglie & affet tiyfimiglianti a quei de le fiere, le conceda
& le do^ ni. Pertanto poi che a uoifi come Uimo s'è fodisfat to,fia bene
che rientrando nel noHro ragionamento diprima,la dichiaratione de fegni de
nofiri corpi ydi nuono ripigliando feguìamo . Ut perche a le mem- ^ ^ bra,onde
di fopra fona fiate da noi le qualità dichia ^/f»x^fhi^^^ i lombi e'iuentre
naturalmcnte,prì^ ! ^iéf^J^^ ài quelli , & poi di queHo parlando , dico che
M' chiunque ha quelle parti alquanto lunghette,cy con ueneuolmente
grandi,dure^grojfe, & neruofe, oltre al c/fere communemente forte animofo
&gagliar^ do,è propriamente anchora,grandijfimo amatore & c^ciatore di
fiere. Laqual cofa non d'altronde han-- . 7$ no tolta i Saui Dottori^ che da le
proprie qualità de ^ Leoni & de pardi : Et de cani infttme & de gatti:
fV^y^ ^ fer parlare ancho alquanto dì quegli animalh che fi ^^V^ uiuono
dortieSìichi infteme con noi : Tra i mali ogni a ^ - giorno fi uede quei di
loro più ne l anima hauer que . ììo affetto^ che maggiormente ferhano ne loro
corpi le conditioni predette : Oltre pero che tutti infieme quelli animaliy in
quato agli animali de le altre fpe eie paragonati Joanno & ne Vanirne &
ne i corpi lo . ^ [ro.piuche tutti gli altri le qualità fopradette.J^ r - f[
[coprono i lombi folamentCyfen'^ alcun' altra • uiyquefta fola fignificatione a
covfideranti:an7} quei ^ di loro che più ofjutifonoy gli huominì forti CT uiru-
' : carnofiygli effeminati & de boli ;& gli acuti gran ^ "^^ì
demente i timidi gli intemperati palefiino. Ma nel fecondo luogo come disfi
trattando deluentre 3 a^^^' ui fo certi douer efiere coloro cor aggio fi &
forti , x2r magnanimi oltre a ciò & faticofi & ornati di buono & di
facile ingegno , che ne laguifa a punto che conuienfi a mafchi y hanno il
uentre , & qucfte farti qui intorno a lo ftomacoyauenga che grandi & ^
. mcT^namcnte carnofe , nondimeno in niuna parte ^f'^^/! emineti.Ma più tofio
come che uuote fi fofiìnoypiane ^^^j^^/^ humili.Maper contrario p auro fi ,
& deboUy &^ J*i^fU vili fono quegli altriyne pofiono alcuna benché
lieue fatica comportare , & fono ro'xi , & duri di inteU letto ne
l'imparare y che fen%a proportione 0 mi fu-- / ra y&fconueneuolmentebreui
le hanno & afciu^ tè . Se neramente il uentre come ho detto grande '-é^y^^^
<J^«^^ & carnofoyfiaparimeme tenero , moUe y & fM'/eM^ molto
YÌleuato ^potete/empre crederlo argomento f'^mc^ . certisfimoy digrade
ìntemperantia nel mangiar e^& nelbere:Etnegliafetti(come di(]e
Sophocle)fiirio T^^^^^/l fi ^ I^^^^^Sè^ ^'^ffi^^ì^-p^jjione & ferturbatio ^
ne di nofire anime non dolcc,ma amara:non quietay Ma concitatamonhumana , Ma
ferina: Et certi <zjr fecuri r edere ui potete yche ne l anima a cotale cor^
j)0 congiunta^ poco o nulla potendo la parte da Tla^ tone figurata per Ihmmoy
quella da V altro lato ad ' ad un Mario & di molte forme moslro
rajfomiglia-- ^ tayuifta donna del tutto &' I{eina . Ma fe con tutti f //tt
gli altri fegni già detti, il uentre in uoce di molle , kc0t0t^alpro;di tenero
y duro; & di molta er /oda carne fia inóif^fi^f ^^Q compreffo , non
epicciola ueramente la mali-- gnita che per lui ci è dimoUra: Ma fopra ogni
altro affetto che ci apporti qucjìa tale conditione del uen trey è di tutti gli
altri grandijfmo il defio del man^ ^fhfrcJ^- giare. Quando poi /la quefta parte
infieme colpet-- U*f ff^^c^tOy(& con lo stomaco folta di peli ,
cifonogliauda^ t ^X^X^'^^^^ cortefiyìfagaciy& i cianciatoriyfen'^ alcun
fai- ^ JiM^'^^ ^t4nciati da lei. Coloro d'altra parte che la fcbie- 1- ^ va
hanno grande Jargay & robufìa , come propria^ "^^^ unente a gli
huomini hauere fi conuiencytengonomol c(^^^P^^&fi^^^^^i^^d^^ole Ihannoyjem
^ ^u^fre a guifà di f emine , che tali fono in quella parte per or dinar ioydi
uilta^di dapocagginey &' di timore fieni ne fono, "t^e mancano
etiandio le cofte de la lo* . j6 ro
fignificatìonei^n'^^le molte ygrandh^ bene ap-* /(^'^ farent 'hfono diforte's^
& digrancCaninjofermif^ ^ fimi fegnhllche è proprio del mafchìo. Et per
contra Pf '^ rio le poche ypìcciolc^ & qt4afi del tutto nafco(le » ^non fe
ne uanno ne da la debole%^ , ne dal poco cuo^
redìfgìuntegiamauLaqualcofayefJereftdicealefe^ /m^ì^a ^ mineydi loro propria
natura conueniente. Ma feper ^ Muentura tra coloro che hanno come fi è detto le
co- , fle grandi y alcuno ue n'haueffe y che in quelle parti ^l^^f'^A^ gonfio
difouerchio , & come enfiato fi fofjcynon ha la uanìta de le fue dande , ne
la fi:iocche':^ de fiioi Gioiti penfieriy ani^piu toflo parlari ; che egli poco
penfandoyi^ curando nulla y & tante uolteparlan^ do , quanti obbietti gli
fi apprefentano a gli dc^ chiyin infinitOy& fenT^ mai ripofarfi faueUa;non
ha dico ne modo ne termine alcuno. Di che fe ne cerca^ /V^h^^ He ejjempio
tragli ammaliane i tortane le rane ^^ ne neramente & [empiici cofe^& che
molto nondi^ meno fi fanno fentireynon ut lafciaranno molto a lun go andar
faticadoi^pprejfo a tutto qucflo.e necejfa rio chejappiatcycoloro
ejferegolofisfimiy&grandif fimi mangiatori parimente flupidiy &
injenfatìf & di pochisfimo eìr quafi nullo giudicio dotati^ che hanno
quello /patio che è dal belicOypropria fedia de c^^r^ ^ la luffuria , &
perdo a Venere facro , a la ^fi^* parte di /òtto del petto , magiore affai che
queU'aU^f/ f^J^, tro non è, che da indi tiene per infino a la gola . Et il^^i^f
oAU percheyper alcune ragioni naturali y facilmente uìfi^^/^n^ può dimoHrare .
Conciofiacofa che la ampie^^ yò-/'^ : -
J^ii€rchia& fino dorata di quel uafo , dout il tolto ^t^A Jc^^fi ripofii
& fi digerifceMuendo per riempimene to fodisfattionc di fi: di von poche
coje meUiero^ .jcccita er accende di continouo in quel corpo, appetì ,T0i&
brama ardentisfima di mangiare. Et come U grande':^ de lo (ìomaco , ejjendo
egli imo , è ca=^ gìone de lafame;cofi dal riempinento di linone preti dono poi
i fentimenti lo Hupore & la torbide'^a , Che effondo egli da la moltitudine
de cibi dilatato ^ Xìr diHefo y & perciò firpra il core , fonte , princi^
fiOyCy* primi, ra origine di noflrofentire appoggiane doft 3 adiuiene che
glijpiriti quindi al cerueilo fa-^ gUentiy donde partit amente confeguijconoi
fintimi ti noftri le loro /pedali for'^y uengono da cofi grane pefo , ad
efferefujfoccati & riHretti: Sen%a cioè me fcolandofi infieme co uapori
grosfi ^ fofihiyCshalan ti da cibi che fi cuocono ne lo (lomaco por to caldo
del core , non altramente riceuono tsfi /piriti in fe Sìesfi lagro/fe^T^ CT
l'ofcurita di que uaporiy che fi faccia talhqra il lume de la candela , poUo
[opra il fumo de la bollente caldaia . Ma per contrario poi ^ \ faggi &
prudenti & auedutiry' accorti fono colo- & fi contentano naturalmente
dipochisfimo ci^ f^m^JX^ ho y il cui petto è più che lo [ìomaco ampio CT mag^
7tr Jt'm^:giore • Da V altro lato , amalaticci fono , & infer^ ^ jjmiper
tutta la ulta y&ala fine anchora in bre^ ff/ufA'ié ^pofi muoiono y quegli huomini
che dal beli-. AM , f « ) hanno più di {patio , che dal petto al {e(^'^ ^
h^^^^o . La cagione di che corificf orando yfi può dire. parlando natHralmente , che ejjendo cagione
certif^ c^^k^'^ /ima de la hreuita de lo Uomaco : il mancamento ci / i'/^^^
dijfetto del calore naturale che in lui fi ritroua^ * auieneper cotale freddei^
noceuole & non natura le , che egli diuiene impotente > a cuocere
perfttta^^ mente & a digerire il cibo tolto per nutrimento:da iaquale
indigeHione , come da la abondantia de le piogge forgono & s'aumentano
l'acque ne torrenti & ne poi^^cofi ne fcaturifcono fempre molte juper
fluita : Et molti non [ani , & non buoni humoriyart ^ maluagipiu toHo &
danno/i^ ogni giorno ne han no principio:Donde poi le infermìta^èr le malattie^
cr al fine lapreHa morte^dure & fpinofe fiepiy che ^ rompono v attrauerfano
il camino de la noflra ui^^' ^ tayprimieramentc ne tirano origine. Cofi fempre
ha gran forcane la giuHa & moderata temperantia de gli animi noflriy la
debita & conueniente propor ^ tione de cor pi. Et per certo [e da la
confl>nantia de le noci y il concento
& Vharmonia ne rifulta; foaue diletteuole obbietto di noHro fentire ; Et fe
da ^ >^ la buona di[pofitione de le loro partiy la belle'X,%a &f^^J'^'ll
la commodita degli edifici & de le citta ne procede ; Donde uiene che i
Saui del mondo , non come c^<^i bella & ordinata , ma come ricca &
merauigliofa^ lodano queUa uoHra citta; perqual cogione non dobbiamo fimilmente
ejjer certiy che la propor tìo-^ nata mifliradele parti di qucflo corpo y fia
fl'gno ۓr inditio fempre manifeUisfimOy del temperamen lode le affcttioni
& de le uogliede l'animo? QnarH. L r B Ilo ,^to neramente l migliore &
più nobile il capo che i fj^c piedi,gli occhi che le manine" l core che le
altre mino rìintejìine, tanto di pcrfettione, & di dignitayauan gl'ordine
Ja confusone: laproportione^la difugua glian'S^: & la belle'j^ al fìne^ il
fuo contrario fta^ to. Quindi è nata la opinione de uolgari^ in lodando
principalmente la belici^ ne prencipi: Si come quegli che certo prefumono y
ìion potere per ninna giiifa anenire prefente lei.che elli o di bonta^o di ma
fuetudincyo digÌHflitiayamabili & care doti nudano priui .Etfea te uolte co
fi giudicando fi ingannano , adiuiene talhora per la mala confuetudincy^per la
trifla con ucr fattone che hanno i Signori: Donde oc^ coltamete & a poco a
pocOydi molte macchie, & di molte brutture in fe flesfi
riceuono.Ts(onaltramete aputo che coloro fi facciano, che [otto al Cielo aper
tOy & per lo Sole lungamete caminano d quali fen^a auederfency la chiarei;^
<^ la bianche^ de le lo^ ro carniyin fofco cr in nero colore fi fentono
hauer tramutata : Cofi adunane molte fiate alcuni naturai mente coflumatida
bene & humani , con maluagie uitiofe & arroganti perfine comerfandoyindi
a non molto di tempOyla loro Immanità in fuperhiayla bon ta in trifiitiay &
la gentile creanT^ inuillanimodi, tardi & fenxa prò di loro danno
auedendofi yfi cor^ nofcono hauer e ifcambiata. Errano parimente bene
Jpefoy&falft ueggono i popoli riufcire i lorogiudi^ ciyperche non
drittamente yquale la nera ZS^perfetz^^ ta bellcT^ fi fia , pofiono o fanno
interamente di^ fcernerc:
^n':^alafempUcc apparen':;a credendo f . ne più alianti coja alcuna /correndo y
& molti queU ^0 Hefjo che lodano & ammirano , per qual cagione lodabile
od ammirabile ft fìa non intende do e ntono j)oi molte fiate con non lieue lor
danno ^ fe uanamen^ te battere di prima creduto . Et ueramente fe uoglici tno
bauere confìderatione a le cofe pajjate , uedere-^ ^mo non Vira & la furia
d^Meffandro^non la crudel taf la lujfuria^ & limpìeta di tre Ttholemei^cbe
di idclitie & di uilta f Egitto y& di [angue & d' uccido ni i loro
propri palagi riempierono , ejfere flato fcnTafegno nel corpo . Hebbeno
parimente corpo^ rali inditiyle lafciuie d'Antonio: la auaritia di Craf fo:Et
le crapuléy & le disbonefle di FitcUio . la rapacità di Caligulay ne la
uanita di T^rone, ne fu no dimoflrata da fegni del corpOy la tardità & la
da p ocaggine di Claudio . Mentre che in quella guifa procedeua il Confolo
ragionando ^gia uedendo jLlef fandroche egli a le altre parti del corpo
dichia-^ rare uoleua per mano, fen:ra ajpcttare che egli piti oltre
feguifjcyuerfo il QMirini riuoltofi , ilquale ha- uea publico grido di molto
intendere leproportio^ ni de ^gli humanì corpi , co fi fubito a dire comin-^
ciò • Credete uoi perauentura , ch'io od alcuno di quefli altri chequi fiamo ,
dobbiamo per alcuna ma niera comportare y che non ci ragioniate di quefla
corporale proportioìiCyquanto &con lo Hudio y & poi con lauiua
ejperiemiay uifete faticato di inten-- derne? Certame te non lo penfatexhe an^^
co/i ricco - faitendouìyUOglìamo anchora
da noi la toUcttaé Che già fappiamo bene^^ a noi tutti epalefe aperto^ che in
quefio non bauete cofa alcuna lafciato indrie^ tOyO ne i libri leggendo j o
conferendo con gli huomi niyfincbe di qaeiìa fcientia(fe ella fcientia nominare
fi dee) non ne bauete acquiflato perfetta & intiera notitia. ^dunque fe
quefi'hyche certamente non pò-- tete negarlo , e ben dritto che anchora uoi la
parte uoflr a paghiate: Et che co/i facendo , a i difideri di noi tuttiycbe
altra cofa no babhìamo più cara^ intera mente fodisfacciate. ^uaro albergatore
fete uoi Si gnor Dolce, rifpofe preflamente il Quirìni: poi che fi acerbamete
rifcotete dagli bofti uojiri^qucllo che per niuna maniera fono di pagare
fofficienti.Che quando pure fia uero che con lungo tìudio ne habbia ricer^
catopc ì libri la opinione de gli antichi Dottori j. & che col Tordonone,
& con molti altri & dipin^ . tori eSr Statuari , mifia poi uoluto
certificare con . Vcfpericntiay cofi effereapunto come haueagia Ut-- tOynon
perciò è ragioneuole che quello che femplìce mente per mia fola notitia mi fono
curato di inten^ dereydcbba a tutti uoi bora arrogantemente perfume re di
infegìiarui'. Qua/i neramente che non foffi cer^ to douermi auenire fe ciò
faceffi, come auenne già a quel uecchio Thormione da Ephefò : llquale in pre^
fentia d'Hannibale , ^ del gouerno degli efferci- ti y ex de Tufficio del
Capitano difputando copìofa^ mentCyfenia rifguardare che egli no haueffe giamar
udito fuono di tamburro , & che Cannibale fifof- . 7p f<:con tanta gloria innecchiato nel
ferro ^ ne le battaglie y merito (Tejfere fi come nano & inetto da lui
biafimato. Q^eHa co fa medefima farebbe di me , fe in prefcntia diuoi tutti ,
troppo più fe parlan done come egli fa il signor Confolo , ofajiper modo alcuno
di occupare le parti d'altrui , 7S(e le parti d'alcuno non porrete uoi mano ,
foggiunfe fubito il Confolo : Che io quel tanto ne era per ragionare non più ,
che pur dianT^ da me con quelle poche pa^ role ne udiste : 7S(e mipenfo che
alcuni di qucHi aU tri signori , h abbiano aguifa di nouelli Hercoli , in animo
di fottentrare al pefo chea uoifaurafla. Ter tanto fe u'e caro^& fe u
aggrada difodisfarcidafcia te le fcufe una uolta che qui luogo non pojfono haue
re : Et diteci in che modo ciafcun membro de noUri corpi^&con quale
proportioìie & mifura^ìiel forma re unogìuHo & perfetto componimento,
debba con l'altre membra infieme effere temperato & propor tionato . Laqual
cofa fe quale è la grande':^ ^ U benignità de l'animo uoUro cortefemente farete
& a noi tutti ( come di/fe il Dolce ) grandemente compiacerete : Et me
dipiuyfo?nmamente mi ui ren derete obligato . Che fianco già da la fatica ,
& dal uìaggio de la mia lunga di/putationcy non altramen te che in un bello
& piaceuole praticello ^nel uofiro ragionamento mipofero : Doue non la uiHa
& / o- dorato di uaghi & di foaui fiori herbette , ma V animo & V
intelletto , parti di noi più gentili & più degne , con dotte fententie , ^
con benfana ^ L I B B^O utile dottrina conforterò . Guardate ( ripiglio H
Quirini)rw più toào in un qualche luogo fpiaccuole. tu fermiate : la brutte^^
del quale di poi conofciu-r ta,& uenutauiafchifo & a noia.ue ne faccia
fen'z^. pure poter prendere fiato fuggire.Ma come fi fiatai; fioche non ui
refli cagione di ritrarui da feguitarc in fino a la fine il cominciato
ragionamento , io pure mi sformerò di fodìsfarea le uolire uoglie y come men
male per me fi potra.Benche atte/a la poca in tclligcntia che' e in me de la cofa
onde fare ragionar mi uoletCy ajjai meglio per me fi farebbe il tacerne dei
tutto , che il parL rne imperfettamente : Che al * bora , ch'io lo facejfi fi
crederebbe per giuditio di non uolere: Et bora , cìfio lo faccia farà palefe ,
per poucrta di non meglio potere • Oltre pero anchora che non ueggo effcre
alcuna neceffita^ che al giudica re la natie proprietà de le anime nofìre, fi
conuenga V intendere cofi fottilmente , ouero la qualità , ofia pure la
quantità rifguardandOy comefia^o debba ef-- fere l'uno membro con l'altro
corrifpondente. Et co me non e egli neceffario, il Dolce replico prename/jt te
? se come dianzi diffc il Zornoz;^ 3 da la propor^ tionc 0 fproportione de le
membra ^ne feguono ne Va nimo diuerfifjlmi affetti f K^on altramente a punta
che da l'al^^rfi il Sole nel Cancro , & percontrario poi dai! abbaffarfi
nel Capricorno^ vericeua& ne forti fca quella parte di mondo habitata da
noìy dif- ferenti CT uarijsfime qualità . Et egli , bene è uera riprcfe ciò
che' l Conjolo diffeiMa la proporzione . So Mcejfaria a fapere a colui , che
per lei debba antiuc dere le pasfioni naturali de le noftre menti , non col
filo 0 col cornpajjò , come a me di fare fu di me§ìier' rOy an'2^ con unfolo
& femplìce fguardoy è ne i cor^ fi offcruata da lui • T>{el primiero
ajpetto degli hu^ inani corpi jtjuai di loro fecondo la debita proportio ne
& miftira fieno ordinati , & quai d'altra parte fen^a ne conuenientia
ne modo o manchi fieno o fo^ uerchiy di leggiero & fen':^ porui alcuno
dìndio o fatica comprcndefi : fen%a pero dicOy che bifogni de le già dette
proportioni hauerne particulare alcuna ^ diUinta notitia • T^n in altra maniera
ueramen te ^che adiuenga nel concento ne I harmonia de la mufica:Doue ciafcun
huomo che non fia di giudi- cioprim & difentimentOypuo facilmente fentirCyO
la confonatiay o la dijfonatia de le uoci ^ de fuoni : Kfepero difapere
diUintamente gli fia necejjario , quanto che ellifiano tra loro l'uno da
l'altro diflan ti.^lhora il Dolce foli contento dijfe non negaruief fere uero
quanto hora narrate: Ma come potrete uoi non concedermi parimente , che molto
migliore & più certo giudicio fare non ne potejfeuno perfetto conofcitore
di mufìca^cke un'altro^che di quella fcien tia cognitione non hauejfe ueruna f
Certamente non potete negarlo . Ver tanto non uogliate hora dire che il
ragionarne necejfario non fia: Che fempre quella cofa e necejfariay che buona
ejfere fi conofce . 7^ fi può dire come afferma Tlatone , che quello che in
alcuna guifah mancheuole yfiaopoffa ejfere
jìamahdl alcuna cofa gui§ìa& perfetta tnifura^' Difiacciate adunque
una liolta le tenebre delUgno-r rantia da mitri intclUttuportandoui co i raggi
de le uofire parokylo jplendore di quella dottriìia.Quin-^ di uago il Quirini
di fodisfare agli amìci.non curan do di dare altra rijpo^ìa a le parole del
Dolce^mafla to per alquanto penfando /opra dife ^fapendo che il parlare bene a
la fproueduta non cfacile^& hauuta ui confideratione non e difficile , poco
di poi in que^ Sìa ^uifa comincio afauellare.Giuiìo uerameìtte & honeHo
defio ,è quello che uijfdnge a ricercare parr, tit amente y de le mifure &
proportioni degli burna^ ni corpi : Et io per mcy ho fempre giudicato uani male
accorti quegli huornini , che niuna conofcen'^^ hauendo de le mifure de corpi
loroycon molto nondi meno di diligentia^ an%i pure di curìofita s affati-^
canoyinucfìigaììdo i lunghifiimi fentieri de la ter-- va: gli ampijfimi fpati
del mare : Et quello che è de- gno di maggior merauìgliafin fufopra il Cielo
pro^ fondo & inacceffìbile formontando: Et quiuìMfal- lace opinione de loro
diuifamentifeguendOy& regio nìy & cerchi,& diUantie , audacemente
come coje ucre afermandoui. TSÌoSìro ufficio farebbey di cona^ fiere &
intendere prima noi medcfìmi perfetta^-, mente : Et dipoi a quelle cofe che
fono fuori di noi^ applicar e(cofi par endoci)l' animo nofiro. Se già per
auentura non gìudicaffmo degno di laude colui 9^ che non togliendofi penfiere
alcuno de le priuate hi- fogne de la cafa fuayfoffe tuttauia con V animo inten
tane . Si to negli alti maneggi degli lìati f & ne i gou^ni glorio/i de
lerepubliche , & degli imperi ? Ma per dare una mltaa qucHo noslro
ragionamento prin^ àpio y dico la natura cautijfima <^ diligentiffma ne le
opere fue^ hanere ne la forma & ne la dijpofitio-' ne del nojiro corpo ,
pofio la faccia in qucjio modo ne la fuprcma parte di quello , perche ellafoffe
da ogni tempo da ciafcuno ueduta ér confederata: cioche non d'altronde' che da
lei , fpeccbiolucidiffi'* tno la doue tutte le imagim fi rapprefentano de le af
fettloni de Vanimoy come non d' altronde che da uno i numeri, dal punto le
lince , diuifajfimo bauere principio di tutte l'altre parti del corpOyle giufle
^ froportionate mifure • Vrimieramcnt e adunque, ne la faccia fono tre
fpatigiufli & eguali : intanto che in un uolto proportionato , niuno di
loro ue ne ha , che ecceda^cy* che trappafii la mifura de l altro . il
primiero, comincia nel principio delfoìite,doue na^ Jcono i capelli:Et difcende
fin giù tra le ciglia al co-^ minciamento del najo : il fecondo tiene da quella
farte,infino a le ultime naridl terT^ ueramente che ' haprincipio nel fondo del
nafoi à la fine ne lo eHre- mo merito finifce • Bifferò anticamente già alcuni
Thilofophiy effere il primo di quefìi , il proprio feg^ gio de la fapieni^ : //
fecondo y a la bellei^ donar- fi: Etnei ter'j^^ ultimamente albergare la
bontade. QueUi tre /pati adunque.o quefie tre mifure del uol to, moltiplicate
perfemcdefìmcci moHrano , & ci riarmo ad intendere che la perfetta lunghe:^
de QOYpUnone mite tanto de effcre.quanto h lunga tut^ ta la faccia.EjJendo
adunque tutta la lunghe^ del corpo noue portioniyla feconda di loroycbegialafac
eia come habbiamo detto.ne occupa & ne pojjede la primay ingombra tutto
quello fj^atio.cbe da la gola . ^ è per in/ino al fondo del petto . Tiene la ter^^a
, dal fominciamento de lo ftomaco y al belico : Da indi , per infino afotto t
anguinaglia , al principio de le co fcieyla quarta. Le cofcieyfno al ginocchio,
la quinta cr lafeHa ; indi le gambe jfingiufo al talone odala ^auìglia che ui
dicbiate , la fettima & l'ottauafor- nifcono , La nona ueramente y da tre
parti diuerfe > foUein diuerfi luoghi de la per fona lafua perfetta inttgr
ta confeguifce : Lequali & tra loro , & con quelle altre tre che già u
bo ne la faccia dejcritto , fono in tutto fmiglianti & uguali. Di qucfte
adun- qfie e la primiera y l'arco di quel me^^p cerchioy che da la prima
origine de la fi-onte y afcendefinfufo a la fommita de la tcHa: La
fecondaylagolaiche dal rnen toy tiene fino a lachiaue od a la forcella del
collo : La ter'Z^. y fcende poi da la cauiglia , fin giufo a U elìrema pianta
del piede. Ecco per tato(comegia di fopra ui diJfOche geìieralmete ne la
maggiore parte .degli huominiy& in coloro maffimamtnte le cui mi hra
compreffe 2r raccolte , formano quafi unafigU" ra quadrata , cotanto fi
diflende la perfetta lunj gheT^ dell)urt:ana ^ìatura , quanto da la fronte al
jpentOy uifi uegga noue fiate ejfer lungo tutto il ter- piine de la faccia. Ma
perche la natura hehhe pen^ . Sz fiero y quando primieramente la fpccìe
àellmomà cornpofe , le fue membra come a lei piacque ne la forma che bora fi
ueggono ordino dilìinfe , beh* be dicopenfiero di douere formare del corpo
buma- no uno perfetto quadrato, i cui lati eguali, iijr il cui centro foJJ'c ne
languinaglia , fiamo non folamente da la alte^j^ del capota la baJfcT^ de piedi
nout facete ima altrettanto per largbei^ ancbora ne defcriuiamo ne lo aprire de
le braccia da luna a lai tra efiremita de le mani . Et il come ciò fia , pero^
cbe uaghi ni fento effere dijàpcrlo^digradirui difi-^ derandoy in pocbi detti
mi ingegnerò di molìrarui • Le braccia adunque (fi come altri diffe fati e per
fcr^ hire a le manij arme donateci da Dio per contrapor ci a noftri nimici,
ouero cominciando da gli bomeri^ -Ò" di fuori fcendendo per lo gomito in
fino a lapri- miera giuntura de le dita.ouero da le afceUcy & per di dentro
uenendo a l ultima parte de la palrna^do-- ue confinano le dita, fono di bel
punto tre f accie per uno: Le dita ueramente cr de luna mano & de laU tra,
la mifuragiuHa di un'altra ne empiono.Di ma- niera cbe ambedue le braccia con
le mani infieme , non fono minori, & non fono ufatedi ecceder e, pro^ por
tionatamente parlando, il tcrmiìie intiero difet-» te facete . Ma la largbe^^T^
poi di tutta la per fona da Inno bomero a l altro , cotanto fi dilata CT non
più y quanto è due fiate la mi fura del uolto : Tercbc adiuicne come dijfi, cbe
nel diflejidcrc ^&nclo aK -iirgare de le braccia ,fi defcriuc a punto
altrettan^ L ij to dijpatio, quanto da
la altiffima farle del capo , h fino a l ultime & terrene piante : bafì
& foUtgni fermiftimi onde tutto s'appoggia l'edificio del cor^ fo • Mhora
il Dolce , che primieramente haueua in quello ragionamento tirato il Quirini ,
può egli ef^ fere adunque preftamente a dire comincio , che tut^ tigli huommij
quanti ue n hanno & da la terra no^ dritiy & coperti dal Cieloy fiano
tutti infra i termi^ ìli rifìretti de la mifura che ci hauete narrato ? Du-* ra
& forte co fa neramente mi pare il ciò credere : T>ie mi poffo per
alcuna maniera ne Inanimo confer-^ marCyO che il signor Cagnino da Boxalo y
grande CT proportionato come ui de ricordare che egli era mol to^quando non e
gran tempo egli uenne per lo ì{cdi Francia a parlare con qucfia Signoria^non
trappaf^ fafje in lunghe'^ ligia da uoidi fopra dimojìraty termineiouero che
Gradaffoy delitie di Hippolito de Medici Cardinale di chiara
famaylacuiproportiona tapicciolex^mi rimembra uederui ammirare in Bologna, non
nefo/fe fommamenteminore. Inondi-* meno potrà forfè anchora auenire^GT h degno
a fpe^ rarlo da la uoUra uirtu , che ciò che hora & diffida le & quafi
impofiibilc è da megìudicatOy da la chìa^ rcT^a & da la eloquentia de le
uolìre parole , «/- ni lumi che fcoprono la uerita de le cofe a l occhio deh
meUettOj mifiapoco di poi & facile & pofii^ bile di7noHrato. Giauidifsio
fin nel principio ripi-^ glio il i)uirini > non che in uniuerfale in tutti i
uiucn ti , ma nela maggiore parte folo de gli huomini , & . partìcularmente a La proiiincìa onde fiamo
nati ha-^ uendo riguardo y non eccedevano ^ onon fcemaMa- noi corpi humani de
lamifura ch'io difii .Macon tutto cioynon fi difdicc tuttauia ne fi nega^ che
alcu-- ni & de maggiori & de minori y non fe ne pojjano talhor
ritrouare : De i quali , altri infino a quanto è dieci uolte la faccia loroda
loro lunghe'^a dìfiendo noialtri ueraynetCy dentro a confini de la ottaua fac
ciay& a leuolte(ilche è più di rado)de la jettima la rifiringono.I
maggioriyquatoh dicci fiate illoro noi tOyfono lunghi:! mìnori^piu che quanto
fiano otto o fette faccicy noncrefcono. Bene e laucritache tutte quefle
eccefiioni di noflra naturayO fiaper lunghex^ 'Xa 0 per hreuita > in
qualunque et a fi uoglia yfono femprein pochifìimi corpi. Ma radifsima di tutte
T alerete quella fcnza dubbio alcuno ^quando non più 'S*al7a alcun corpo , che
quanto fia in lui la mifura deluolto fette uolte moltiplicata. Que^ìa tale
prò-- fortione adunque ycfjendo come fi fente ne la mufica falfa &
diffonante > non fi può per alcuna maniera conuenircycon la harmoniay^ con
la certe^^ de le opere de la noHra madre natura : perche accìoche moUrofi non
hauefiino poi ad effere i corpiy ilche et la difuo proponimento nonhgiamai
ufata di fare , pochifiìmi in tutte le eta^ne fono co fi piccioli prodot ti da
lei. Ben ne fuole effapiu fpeffo crear de maggia ri : trappajfanti come fi è
detto d'una intera por^ tioncyla communale& ordinaria grandei^^a. I qua li
da più larga mano hauendo copìofamente rice-^»
' mto de doni celeHi ^ fono frop or t tonati film più af-^ faiy che
tutti gli altri corpi fi fiano. Et per ciò il ho- Uro Ciceron Tofcano , padre
de la eloquentia onde lodatamente fi raccomandano bora a le lettere i concetti
degli animiy uolendo di bellcT^ commcn^ ^dare alcmaperfona^femprc
lagrande^^.come ra^ ra & eccellente dote aggiunge. Or a efjendo adun^ que
quefla tale grande ^ rileuata Statura cofi pie-^ va di degnita , troppo di
errore mi parrebbe com^ )mtttcre,fe fen7;o più auanti parlarne , ragionando fin
oltre pajjafii: Et fe quali fiano le particulari mi jìire di leiydiftint amente
non ui contafii : Et fe come dal capo a le piante -i fiano cjuefli corpi grandi
^ froportionati dipinti in dieci parti giuHe & ugua iiy partit amente non
ui moHrafti . l\agioneuolc per tanto e che per uoi fi fappia , che la primiera
de Is dieci portioni di quefli corpi y cominciando da la fomma alte'X^ del capo
, fe ne fcende fingiujo ne le ultime nari: Dila^ua la feconda per infino
nelprinci fio del petto*. La ter'^ yfmonta ne la fommita de lo Slomaco:Cade
nelhelicoyla quarta: Et la quinta poK la giù nel fondo de l'aguinaglia finifce:
La doue affèr fnano i mifuratori de corpi^effere il centrOyeH me7^ a punto de
Ihumana lungheTi^^.Le altre cinque par ti ueramentCy da le cofcie & da le
gambe per infi-^ 710 a la pianta del piede , feconda & eguale metx
dÌ7ioflri corpiy fono interamente compre/e* Ma non folamente con la faccia
(come u'ho difoprapiu uol^ te dimosiro) s'c trouato modo digiunamente mifif^
Vi* tare tutta intiera la quantità che formano queÙe , membra: Ma con quello
jpatio anchora^che piegan- do il braccio & diftendendo la mano , è per di
fuori da lagiuritura delgomito^per fino a la efirema ugna del dito di me^oiEt
fi è poi col teflimonio ueduto de Vefperientia che non fuole fallire od errare
giamai , che ciafcuno corpo proportionato di qualunque wi- fura effere fi
uoglia^nulla ufando difcemare 0 di ac-- 'Crcfcere di lunghex^ ^ fempre tanto e
lungo^quan^ to perfettamente è quattro uolte lo (l'atio che ho ''detto :
llquale non ci partendo da la confuetudine degli antichi sgomito ci è piacciuto
di doucre nomi narlò . Vuna adunque di quelle mifure , hauendo ne la fommita de
la tefla principio ^uiene a finire tra le "mammelle nel meT^ del petto :
Termina l'altra ne Vanguinaglia : che e come diffi il mcT^ de ihuomoz 'La terza
ha il fuofine fotto a i ginocchi : Et la quar ta & ultima yperuiene al fine
ne la più hajfa par- te de i piedi. "Et fi come ciafcuno di quefti Jpati è
fem fre uguale corrijpondente a l'altro , fen'^ iiulU hauerui di differentia;
& come tutti infieme aperta mente ci moflr ano la proportionata altezza de
l'imo fno ; cofi ci fanno efii accortì^quanto debba effere la apritura&la
larghex^ de gli homeri: LaquaU froportionatamente parlando , non de giamai
l'uno di que gomititrapp affare . Ma la debita poi ^ prò fortionata groffex;^
di ciafcun corpo , confiderai ta nel fafciamento CT nel circuito de Vhuomo 3
non ^-giu fopra, il helico mi principio del uentre , ma fu^ .... l ni] t .
-; Jbìto per [otto le afcelle , non una
fola di quelle mi-' furr^ma due infieme^cio è la meta giuHa de la aUe:i^
'S^^del corpo , fono ufate di terminarla • T^el petto tueramente , tanto
feparate & difìanti ejfere ji ueg ^gono le mammelle luna da l'altra sparlo
Jèìnpr e de tnafchi^ che ciò ne le [emine hauerc luogo non è pof ^fibilcy quato
precifamente e la lungheT^ giujia del ^uoìto ;Ts(t? meno fogliono di lungbe'Z^jca
occupare ambedui quelli fpati.che da le mammelle partendo/i, ifi dilìendono
fino a le afcelle - an^ifi come feparata mente cìafcuno di loro tanto e lungo ,
quanto e da la icima del fronte a la meta del nafo;ouero da l'eSìre-^ mo mento
purealamedefimametadi quel mem^ bro i ciò e il mex$ a punto de l'bumana faccia
; cofi unitamente racco'^^i^ti & congiunti infieme amhe^ .duiya la perfetta
mifura del uolto yfen%a che alcu^ ^a cofa ui manchi od ahondante ui fia y
donano inter rumente perfettione & integrità: tanto che la lar-- ^ghe'2^
giurìa del petto proportionato ^ da luna de le afcelle a l altra , o con la
mijura di due f accie youe ro con un folo gomito yilche è tanto pero.giuUamcn-
te fi può mifurare. Et fen'^che piujungehorada jqueHe mammelle ci dipartiamoyhauete
a fapere che fe da luna a lAltradi loro fi tir affé una dritta linea j ^ fé poi
da ammedue parimente due altre talife ne leuafimo , congiungentifi ne la
forcella del collo , fi uerrebbe drittamentéa formare un triangolo ne i la ti
eguale i& neglianguli acutoiLa doue foleuanogli amichi facerdoti Egìttijy
fi come in luogo piu jpirita ^ le di tutta la perjò?ia , portami il
fegnofempremai imprejfo del [acro & diurno loro Serapide-.fhper in formarne
con quel ftggillo le uìrtu de l anima: fi an co per cnHodirnela , che le
affettioni & le ofcurita delj'enfo & de la terra ond'ella èfafciata^
dal dritto fentiero fuolgendola , non le togliejiino il diurno lu- me celeHe.
Ma lafciando bora queflOydico che la luti ghe'Xj^ de piedi debita &
comicniente^non de ejje- re minor e^che fi fia parlando communemente^dal ca po
a le piante la fefta parte di tutta la flatura himà mi\Auenga pero che in
alcuni più lunghi squali colo ro efferefi ueggono di cui u'ho difopra narrato
yftd la quantità de loro piedi , quanto e la fettima parte di tutta la lunghe:^
loro . Concludete adunque fermate ne l'animo uoJirOt che ne i corpi come difii
communi & quadrati , ne il pie foprauanzi o [cerni da la fcfia parte de la
lunghex^-.ne tutta intiera la altei:^ de la ftaturayfoglia da la mifura di
feipiedi^ 0 difcrefcere od abondare giamaiy Et d'altra parte 4}be i corpi
prpportionatifiimiinon fiano o maggiori 0 minori di fette piedi : Et che il pie
fommamente proportionatOy nonpafii^nefia meno, che la fettima parte de la
perfona:oltre alqual termine, non h come flijfe Marco Garrone , predato ad
alcuno di douere alxarfi. il diametro poi , un matheniatico termine ufandoy
ouero fepiu u'aggrada la profondita de cor pi ben fatti, & con ragione
& con buona proportio ne ordinati,ne pf^r graffe:^ o per magrcT^a fouer
chia fconcii^ fmoderati^ qui proprio nel trauerfo ' ^ l I B Ilo naturale
intendendo yftmpre è tanto ne più ne me voy quanto è la mifuragiufia di un
piede. 7s(e da quc f?o tanto di /patio , è per alcuna maniera differente o
diuerfagiamaii la lunghe':!^ de la parte del brac xìoy che ne la giuntura de la
mano incominciando » tiene perfino a doue il gomito ne la parte di den^ tro del
braccio e folito di piegarfì . Ut altrettan^ to e medcfimameìite da la meta del
petto , la douc furono per temperare il caldo del core , ouero come alcuni
differo per accrefcergliene, le mammelle im^ preffe da la natura^ o fta
montando fujòfino a gli ar gini de le lahra : ouero difcendendo per infino a la
concauita del belico . Tarte di quella nofìra Jpoglia terrena.non pure come il
Confilo diffe a F enere fa-- era, ma anchora come centro del corpOyfottó la di^
uinacHSÌodia del gran padre Gioue . Qidndiuen^ ne chepreffo agli antichi, nel
tempio famof/fiimo di ^mmoncy nera la effigie del belico depinta: Et con fommi
& immortali honoriyriuerita & celebrata :. Volendo in quella guifa
dimosìrare queipopoliyche Gioueycio è Dio creatore & conferuatore^era il
cen Hro di tutte le cofe. Et la medefma anchora quanti^ 'ta di fpatio y t da la
pianta del piede , a la fine del 'tnufculo de lagaba: Et da queflo luogo
parimtte.in fino a la meta de la ruota onde il ginocchio fi piegai Sono adunque
fi come uedeie^tuttii predetti luoghi del no^iro corpo, proportionati &
corrifpondenti a la mifura del piede. Ma non pur quefìifoli, hannoy 'o.col
piede folo pi qpoxtione^ ma tutte le membra
'mchoya onde formati fiamo^ & tutte te parti loro\ con alcune altre
partii & con alcune altre membra^ [emano infcparabilmente la analogia: da
noi, i mae-- §ìri Latini imitando^ o proportione , o conuenientìa ilimifura
denomnata.Latjmle(fi come agli occhi il lu7ne)ci hftmpre fiday& fempre
fecurifiima fcortUy aperuenire ne la conofcem^ da la proportione fimiL mentCyde
le uirtu & de lepotentie de r anima. Ma •di quefla armonia per co/i dire
& di tjMefio concento de le naturali uirtu de l'anima nostrayforfc al tre
uolte non ni ejjendo graue V udirne ragionar cmo^ Hora che certamente nel
bclico fta come dipòi il ceti tro de llmmana ftatura > alhora ne potrete
hauere ogni dubbio lontano, che ponendo un huomo inpie^ dii lo farete allargare
& inalbare le braccia cotan-^ 'to 5 che non più di interuallo uhabbia
tra\piedi le manìache tra luna mano & l'altra fi fia : M-^ hora fe per le
cfìremitadc le mani & de piedi un cerchio difcriuerete^ il centro di quello
ejfere nel he Vico ritroverete. Et queUo mede fimo auerra,fe non più giunti i
piedi tenendo ma tanto l'uno iniqua, & V altro in la rallargando ^ che
facciate che la flatura uenga ad ejfere più breue la quartadecima parte: Ut che
la difiantia de piedi tra loroy di quelli di poi a Vanguinaglia , formi un
triangulo eguale ne i lati # Ter oche il cerchio che alhora defcritto farà
intorno al ultime parti de le mani ^ de piedi , haura fen^ %à dubbio nel belico
il fuo centro . Medcfimamente anchoruyfe co i piedi giunti^le mani
fifìenderanno fo^. 1 pYcHl capo
altijjlmamcntey i gemiti pareggiar ano U alteT^ del capo: E'I quadrato Ridotto
in forma equi luterà per gli ('jlrerni de le mani & depiediy nonpo tra in
altra parte hauere il fuo centro^ che ne la già detta difopratLaquale fara
anclj0ragii4flamentt il me%o ytrala fomma altei^ de la tefìa e i ginocT chi .Ma
di più inan':^ farmi col parlare fiu lunga-- mente di queUa cofa per hora la
fciando , ^ quella parte feguitando di raccontare che già cominciato haueuamo ,
dico che quanto jpatio ha da la eftrema punta del najo fin fu tra le ciglia^
tanto ne defcritto da que^ìo (portare infuori del mento da la fommita 'de la
gola: Et tanta oltre a ciò de^effere fempremai la lunghe':^ del collo , quanto
medefmamente è da r estremo mento , fin fufo a la punta del nafo : Et o/- tre a
tutto queHo , quanto anchora ci fi uede ejjerc di diflatia dal nafo al labro di
fopr aitato no fi difdice ^he fia rileuata la cima del nafo, dal rimanente y
& *dal piano per dir cofi de la faccia: J<[e ragioneuole è che fia da
quefia mifura diuerfayla cocauita degli oc chi qui negli angulial nafo
uicini.Ma ne le mani poi dodegra parte hanno gli huomini de la loro irnmor t
alita ; perche con efjo loro come difii fi uincono gli inimici ; fi fabricano
le Jphere imitatrici del Cielo , cJr le Citta , & le Cafe , & le T^aui
, certifiimo ar^ gomentode la audacia nofira-j con effe fi teffono le ueWi ;
& la mturaimitando , fi dipìngono ^ fi fcolpifcono tutte le cofe;^
finalmente con effe fi di*^ firiuono le leggi , & compongónfì h libri >
mmo^ ria eterna de fatti del mondo ; ma
ne le mani dico , ninna parte h di loro y che ala mifura di alcune aU tre me
nbra , onero di alcune altre farti pure de la i§icjsa mano, non fia
corrijpondente in tutto & prò fortionata.Et primieramente la lunghci:^ di
qne^ fio dito col quale additiamo & dimoilriamo le cofe, ne la parte di
fuori de la manosa la fommita de lu* gna a C ultimo nodo,de la giuUa meta de la
lunghe:^ di tutta la manoyci rende interamente accorti: Et € ftmpre eguale a
l'altra meta: che dal predetto ulti mo nodo di quel ditOyUa fino a lagiutura
onde la ma no al braccio è congiunta. Ma ne la parte di dentro^ queHo ifìeffo
ci fa uedere il dito di me'^ : comin^ dando dal fuo principio quiuerfo l'ugna,
& poi fino a la meta difcendendo del fuo monticeUo : llquale /patio y
fimigliantementc paragonato a quell'altro che da indi tiene al cogiungimento
del braccio y fi come una meta a V altra è conueneuole che fia, fem^ pregli de
c/fere per lunghe^i^ fìmigliante & ugna Le.Vareggia fmilmente , corijponde
a tutta la al tei^ del fronte , quella parte qui uicina a la paU tna, CT
primiera & magiore di queHo dito , che in^ dice 0 dimojlrante e nomato :
QueHa feconda poi , & infieme ancho la ter^a , infino a CeUrcmo de l'u ^ gna,
da lo /patio che è da le ciglia a la punta del na^ fo y non fogliono e/fere
differenti giamai • Ma la primiera parté ueramente del dito di me':^ , h fem'-
pre dì quella i/iej/a mifura, che fi /ìa dal nafo comin dando, & giù
difcendendo fino a l ultimo mento: m Za
feconda è poi lunga , quanto è dal mento , inprìo -fu nel principio del labro
di [otto: Et la ter'^a infie-- me con L'ngna,fi confa giuSìamcnte con quello
fpatiù tb è dal l'ultime nari a la bocca. Medefmamete nel dito maggiore &
più graffo , tanta e in lui la lun- ghc^ de la prima parte che a la mano fi
congiuur ge, quanto e la larghe-z^^a de la bocca, rnifurata col' co-mpajfo:
Terocbe Je col fio , a lungo il labro difo-^ pra la bocca fi mìfuraffe , non
più la larghe'^ di ^aucUa a la predetta mifura Affonderebbe : anT^ di gran
lun'^a , ancbo dico fen%a ufcir.e di proportio^ tione,lapaf brebbe:Et d'altra
parte, o a la lungbeT:^ .%a del nafo , ouero.a la alte'^ del fonte , ella ejje
re uguale fi uederebbe. jlpprtf'o a tutto qucfio pet iifcire de le mani una
uolta^dico che ragioneuolmeu te tanto lunghe debbono efere lugne di tutte le
di- tta^quanto h la meta di quella parte del dito» la doue le
fenafcere,chipriain cofi fatto modo pemoHra utile le hebbe createMa lagrofe'^
poiy o de le di ta grof'e,ùUcro de le braccia cofi ne la parte difetto come di
fopra delgomito,& apprejfo quella aìichQ* ra de le cofiie & de le gambe
, fempre con ia lun" ghcT^ infieme de le ìjieffe membra , bene e ragion
tloe fia tanta.Fero e che ìagroffe7:za de la tefla» mi furadola con un fio
ouero per la cima del fonte fin di drietro a la nuca doue terminano i capelli ,
oucro cominciando qui tra le ciglia a confini del nafo , & ■perla fommita
del capo trafcorrendo fn drieto net trincipio del collo. , non ad altra co fa alcuna
ftfmU ■àggiiUgUarè 3 che a la ampìcxj;a
del petto tra rimo bomero & l altro: Laqualmiftira , tolta ne la teUa 0 per
l'uno 0 per l'altro uerfo come habbìamo mo^ Slrato y fempre la quinta parte è
neceffario che/ia, \dì tutta la burnaìia lunghe -^a . Ma ritornando hog gimai
7ie la faccia , donde non e gran tempo che ra^ gionando mi diparti , ui bifogna
fapere lei effere fempre uguale di lunghe:^ y a la mifura che e da la
-esiremita del dito di me^o , infino a la giuntura che è trai braccio CT la
mano. Et tanto oltre a questo ef ferci di diftantia da la meta de lo (patio che
e tra le ciglia a confini del nafoyiìifmo agli anguli degli oc-' thi uicini a
le tempie , quanta d'indi ne refla fino a gli orecchi : La lunghe:^ de qualiy
andare diuerja da la islefja mifura , non è lecito che fi uegga gior mai • Gli
occhi poi debbono effere per lunghe-:^ de la medefima quantità , che fi fia tra
luno occhio &; V altro l^grojjexT;^ del nafo: oueroper meglio dire t quanto
efii fono tra fe y l'uno da l'altro difìanti • Ze ciglia parimente congiunte
luna con l'altra , ^ di.ammedue cofi accoppiate informandone un cerchioy &
il medefmo anchora fattofi de i mc:!^ circuii degli orecchi ( che fimili &
uguHifono tra fe gli orecchi CT le ciglia) uengono poi a figurare un cerchio di
eguale grandcz^y a quello che ne lo apri re de la bocca fiamo foliti di formare
. Et in quefla maniera , cofi pienamente rifonde la bocca aperta a lagrandcT^
de le predette due membra , come ambedue loro ^ fa giuHamente unaiUejfa
ugualità L I B 1^0 pmigUantì . il collo neramente j accioche in tutte le parti
del corpo dìHìnt emente proceda ìlno^ro par lareytanto pergroffcT;^ de efjt
reyquanto è due fiate la liingbe']^ di tutta lafacciaiouero quanti) a pliche
pero fia fmilmente il medefmOydal btlico al prìnci pio del petto. La larghe^^a
poi de le mani ^ de pie i/i 5 alhora è degno che fia Himata conmneuole &
ginsUy quando a la meta de la lunghc^^ di quelle membra , ella interamente,
& è (en's^ alcuna diffe^ rentia corrijpoudcnte. Quiui il Dolce ,fentendo
che il parlare di quelle mifurCjO corrifpondentie^o prò- portìoni che dire le
ui uogliate , era già uenuto a la fine,fattofi tutto lieto nel uifo , ^ mirando
ucrjo il Ouìrinì^uedete diffe con che picciola uoHra fatica , ci hauete a
noigrandifiimo [odi sfacimento donato • "Et io per me , inuero non uorrei
efjerc rima fio di in tenderne quanto ne hauete trattato, per tutto l'oro €he
nel ricco sfortunato Tago fi coglie del Confò' losche pero non uo dire de le
infinite mcramglie^& del Verày& de le Indie Occidentali, che egli
tuttofi giorno con ifiupo- e di noi altri ci fiwle contare ^ Ter ciò s'altro ui
auan%a a dire in quefla materia ^ recatelo ui prego a compimento una uolta :
accio^ ^he poi de la proportione che hanno le membra tra loro ne la quatitade
& ne ifeg?ii , interamente (eh e tale fapetefu il carico che ui
demmo)ciragioniate : Ma troppo più , perché de Vhàrmonia occolta de le uirtu
naturali de l' anima nofìra , come ci promette^ Slepur dian'j^i , ce ne
facciate parlando uoi pale fi udire SECONDO. 89 udire il concento. Et drittamente
non fi può dire che ad altri più che a uoi tocchi di farlo: llquale con l^
ele^antia de uoHri dettiyci hauete hoggi mofìrato co me a Le cofe uecchie,(i
dia nouita:authorita^a le nuo ueicbiareT^ya lefoj'chc: a le dubbie y fede
:gratiay a le già uenute infasudio:i^ a la fine a tutteja natu- ra loro . il
Dottore albera , Dio uolejjè rijpofe che quello che l'amore che mi portate uha
jpronato a di rCy lo hauciìe detto , per ch'io almeno in una mini- ma parte il
ualejji: Ts[ondimcno io le uoHre parole 3 ad una ferma necejjita mi recherò di
co fi douerfa- rei Et poijfe coìne ììimo per la mia impot ernia fat- to non mi
uerra di douer confeguirtoy mi confòlcro con quella bella fcntentia di colui:
llquale afferma , ne le co'e grandi efferegloriofo ^ honoreuole aff iti lo
baucre folamcnte uoluto.Ma lafciando bora que- Jto^a me non pare egli uer
amente che altra co fa alca numi resìi a douer dire:fe per auenturain animo non
mi uenìffe(ilcbe non confvnta Dio)di moUrarui le arme del furio fo pai^
guardiano deglihor- ti : ouero di menami col parlare per entro a quello ofcuro
jpeco y^donde noi altri tutti ufciti ci fiamo : quando primieramente y
diuenimmo cittadini di que fio mondo. Ma conciofiacofa che queHe parti Uiam
d'ogni tempo bonesìamente ctlatCynon giudico uffi- cio di modefio huomOyil
uolere in prejcntia di uoi fa uellando manifcfl.irle.TsJaJcondetele pure quanto
ui piaceyil Dolce foggiunfe:Che in luogo di uoiyce ne fa dotti a pieno quel
prouerhio uolgare:onde ejjere fap M
pìamOyda la forma del nafo conofcìuta la coda.S'og-^ ghigno coft
lieuemente U Dottore a queHe parole : Etpoiyin qneHa maniera fegui ragionandola
ne le qualità corrifpondentiayiì uentre con lafacciaiban-- nouela con le
bracciaylegabe:Et con i piedi al fine Je mani . Che chiunque fi troua hauere la
faccia graffa ^ carnofa , ha parimente grafo il uentre & pieno di carne:Et
cofi per contrario.Simigliantemente co loro che hanno breiù le braccia i
portano infieme le gambe di quella maniera • Et coloro le cui manifotio piciole
& corte^non^fi ueggono haucr i piedi da le predette qualità differenti : Èt
poi ne le conditioni a queHe diuerfCy il mede fimo a punto neauìene. Ma fi
èanchora da Ihumana diligenza offeruatOy che ne la lunghei^yil collo ha con ^e
gambe corrifponden-- tia: onde dicono che tutti gli ammali che hanno il collo
lungOyfono alti fimilmente & rileuati affai ne le gambe . Dicono oltre a
ciò di non fo chepropor--^ tione(come dianTii diceHe uoi)che ne gli huomini dal
nafo fi toglie : Et ne le f emine , da la meta de la lunghe^ del piede: Et da
le qualità anchora de le labbia. Ma fi come diffhnon iflimo che fia ne conue^
neuole ne honefta cofa , il difiendermi hora più lun^ gamente in cotale
ragionamento : Laonde tacendo^ ncyd' altra che più modeUa & più debita
fia^comin* ' daremo a parlare.! fegni ucramente^oue uoleteche anchora tendano
ragionando le mie parole , fono \ come qnelìi dua y che ìmpreffmiuiy dal Cielo
, come dal figgillo la imagine ne la ceray mi potete ucdcrL po qui ne la
guancia fimHra:Et fono uolgarmente addo mandati neui.De quai, qualunque huomo
ne la cima alcuno ne ha de la frontc^ne ha parimente ne la uer ga un altro a
quello fmileyje preffo a le ciglia^uno al trettale nel petto: fe ne le palpebre
, uno nel uentre la di /òtto al belicoMa colui ch'uno cofi fatto fegna hauejfe
fui ìiafo^un altro ne portarebbe ju i geniali diqueUa iflefj'a manicra:ouero ne
la manca parte del petto : 0 fia pure la giù dintorno de la anguinaglia . I
neuipoi deleguancie^ danno ìndicio di doHercene ejfere da quella parte
medcfma^altrettantijuigeni tali. Quei uer amente de le labbia^da uno ne le
brac- cia tra la /palla e'I gomitOyJempre fi ueggono ejjere accompagnati . ^l
fine potale mani, con la uerga^ o co i genitali; & lagola^con la dritta
banda delpet- cto ;hannoin quefii tali fegmcorrifpondentia La ca^ gione de
quaiypercioche ella a quetìo luogo non fi ap partiene , non mi darò alprefente
fatica di dichia- rarla* I{eflami bora a douer dircyde la occoltapro- portione
de le uirtUyO de lepotentie naturali de l'a^ nima : Laquale di nafcoHa ^ ofcura
che eWh , tofto che al celefle fole hauremo porti i debiti uati , & per lui
(come da l'effetto a la cagione)faremo afcefi ne l'eterno intelligibil lume^
toflo dico al nofìro in- telletto , illuminato da i raggi di quel uiuo
jplevdo-^ te^^ chiara &palefe & bella fi moUrara.Conce^^ dcteci adunque
o Soli eternici' uno dal fenfo , V altro da l'intelletto compre foy che con gli
occhi penetrane do de la mente negli inuilluppi^zx per entro la neb-- hìa che la natura nafcode^poffiamo
apertanitte ma nifefii una uolta uedere gli accolti fecreti di lei,Toi che
cofihehhe detto il Qiànni.quafi da fop-aueguen tefor^a tenuto^dipiu
auantifauellar {i rimafe: Ma poi che tacitamente egli hebbc non Jò che tra fe
we^ defmo mormoratOiinpiu chiare CT più efpedite uo ^- ci cofi di nuouoprefe a
parlare . Ha primieramente con la terra l anima noflra corrijpondentiayper quei
fentimentiy onde come per ufci apertiyCntra in lei la cognitione de la uerita
de le cofe : Ha conuenientia con l'acqua ypcrlimaginationeiper la ragione y con
Varia: & col Cielo al fine y per lo intelletto . Cornee adunque in alcun
corpo e più potente quefìo o quel l altro elementOyCofi ne V anima^quefla o
quella par-- te^fignoreggia & fnpéra V altre : Ma quando fono gli elementi
infìeme di maniera cotrapejati^che [eco do la naturale proportione
niunolamijuradei'al tro trappaffi od auan%i 3 alhor a parimente forge ne r
anima y come da la fonte 1 acqua nel rio , un certo eguale per cofi dirCyr^
giusìo & temperato compo nimento d'affetti: Et tutti infieme.o intellettOyO
ra- gionerò imaginatìone y 0 fentimcntiydentro a termi- ni propri af] e gnati
loro da pio,[lanno fempre da niu na parte eccedendo riflrctti.Ma la proportione
che ne i noflri corpi hauere debbono gli elementi tra lo- ^"Oynegli humori
onde uìuiamo confiderandolasfi ri- chiede che tale fi fta, quale apprejfo diro
. f^uole il Jangucycfjere otto uolte tantOyCorne'èla colera ncn : quattro com'è
la uermiglia:Et duCyfi come la phU^ S. pi gmaJnguifa che per ordine procedendo
da l'uno a l'altro jci e tra loro fempre doppia proport ione: Ma dalprimiero al
ter%Oy& dal fecondo alquartOyqua drupla:(Che ben mipenfo che buona mi
farete cjue Sìa parola:^' alcune altre a?ichora:che no ne hauen do la fauella
uolgareforo sfor'^to di torle inprejìa Xa da la Latina.) Ma dal primiero poi a
l'efiremOyOt tuppla come dijii , laproportione che ci è conuiene che fia.Da
lequaiproportioniyne nafcono parimente diuerfe harmonie:perche la proportione
doppia ^fa tre diapafon: Et la quadrupla^fa il diapafon due fia^ te:& una
il diapente.Quindi è uenutOyche i Saui del . mondo y hanno detto che la ragione
a la concupifcen tiayuuole hauere laproportione diapafon: Et a l'ira, diate
ffaron . Et che la uirtu irafcibile a la concupì-- fcentiayè conucniente che
fiaproportionata per dia-- ^ pente. Laonde conofcendo anticamente i philofophìy
quelle tante dijpo/itioni harmonice che ne l'anime fono & ne i corpi/econdo
la diuerfita de le complef fioni de gli huominiy uarifuonìy & uari canti fi
dio, dero a ufare :fi per conferuare la fanita del corpo ^ & infieme per
riuocare la fmarrita: fianchora per introdurre negli animi i buoni coUumi: Et
per ren-- derli interamente confinanti & concordiycon la ce- leHe diuina
harmonia. Ma in che modo ciafcun corpo fia partitamente dotato de le predette
uirtu naturali, & in che maniera elle fiano proportionate tr^ loro y non
per altri me':^ pofiiamo conofcerlo , che per quei propri ond'^Ue pajfano in
noi:, ciò e per M iti 1^0 li corpi &per le fphere celcfti.Concìofiacofa che
tut ti quei corpiy donino particularmente a gli IvAomini nelnafcimento loro ,
le loro (pedali er proprie uir^ tu. La Lunaria potenzia uegetatiua: La fantafia
, l' ingegno. Mercurio: La concupì fcibile , enere : il Sole , la Fìt aleda e
fpid fina o l'irafdbile ^ Marte: Gioue y la naturale: Et la retentìua al fine ,
Saturno. La uoloìita ueramete che ci uiene da tottaua & uU ima jphera , fi
come il primo mobile tutti gli altri cieli j cofi ella uolge,menay& gira
coneffofecoytutte le antedette potentie o uirtu che fi dicano naturali •
Conofciuto adunque come fliano o naturalmente o accidentalmente locate quelle
/ielle nel na [cimento d^ alcuno , & quale habbia di loro più di uigore
& di for7;a , potremo parimente di leggiero ejjer cer- tiyquali c7 quati
fianogli appettiti de l'anima ond'e glifi uiua . Veruenuto il Dottore a quello
termine ragionando , parue che egli di più auanti procedere rimaner fi
uoleJJe:perche lo ^mbafciadoreyche tut^ to hauea queHo difcorfo con fomma
attentione afcol tatOyrìmettendolo di miono inparoky in quefla ma- nieragli
dijfe.jl me c flato ucramente caro & dilet teuolc affai , lo hauere intefo
da uoi tutte quante le proportioni CT conuenientieyonde eJr con noi mede-*
fimiy& congli elementi p & col Ciclo iHefJo cene andiamo proportionati
. Ma acciocbe in quello non mi reUipìu cofii alcuna a douer defiare , mi
farebbe apprejjo fommamente grato a fiipercyfe portate fer ma creden'j^a (nel
ragionamento de corpi tornando) . che tutti gli buomini , & tutte le membra
loroy tali fìano apuntOyquali ci hauete narratolo pure fe con- fefjate che
cijiano molti ( come forfè la cfperientia ni sformerebbe) ne i quali la
analogia di cui poco fa ciparlafle^non fi troui in alcuna lorparte:ouero che
molte loro membra (quando il dir tutte fia troppo) priue^jpogliate^ &
manche ne fi ano . Già non fi può negar Cy foggiunfe alhorapresìamente il
Quiriniyche molti tutto' Igior no no fia ufata di produrre la natu ra(cofi
uolcndo & dij^onendo il Cielo) non feruan ti in tutto il lor corpo , ouero
in alcuna parte di lui, la debita & conueneuole proportione.Ma quefti ta^
liyfono communementeda tutti gli fcrittori , moftri addomandati:T<[on
osìante pero che lufo CT la con^ fuetudine del parlar uolgare^ non foglia per
qneUa uoce di morirò altro intender Cy che uno che due te^ ficytre braccia, gli
occhi nel fronte , un pie meno, od altra fimigVwite fciagura fia ucduto di
hauere . (t pagano oltre a ciò molto ben caroy non foloala de^ formita de
laperfona ?nirando y ma anchora ne le in uifibili bellc'^'j^ dt l'anima
trappaffando , la mala & Iproportionata dìfpofitione che efii hanno ne i
corpi : Tercioche fono ne i maluagi trini affetti de l'animcyfempre tr
abboccanti & fouerchi: Et d'ai tra parte ne i regolati &buoniyda
ognitempo man cheuoli & fcemiMa negli altri corpi youe non fia al tra
di^crenT^ alcuna che di quantità & digrande^^ ^ytutte le proportioni da me
dauanti contate , per fettamente in tutti fi trouano. Tsfe altramente in lo ro
adimene^che nei lenti, od in altri cotali iflromen tiyfonando foglia auenire:
ISlf i quali tirando le cor^ deyfi al%a fi acuifcc il fiiono : Et per contrario
aU Untandole: egli fi abbajfa & diuiene più grane : J\i^ manendo pero ferma
& intiera^o ne iuna maniera 0 nel' altra , quella ifiejfa proportione di
numeri & ài dillantìe.Dico fmilmente che il mede fimo incon^ tra ne i corpi:
l quali od accrefcendo o minuendo U tor quantitayfempre interamente conferuanoy
fcn%a pero hauerui alcuna diucrfita , la loro proportione pròpria & natia .
Laonde da alcuni Dottori fattine dotti yfap piamo hauere antican^ete
uenticinque arte ficiy fatto in diuerfi tempiyi^ in nari luoghi j una §Ìa tua
cofigiu!ìa & proportion<ita^come fe un folo mae flro &
nopiuyuljauejfe nelfabricarlapofìo le manL Laqual cofa chiunque dicejfe hauere
hauuto origine dà altro luogOyche dal conofcere coloro per fettamen te la
proportione che hanno le membra le parti del corpo luna con l'altra^
perauentura il dritto & la uerita non direbbe: Et fopra qucHo , di nana ,
& falfa , ^ bugiarda opiìiione , fcioccamente il fuo animo impregnar ebbe .
Ma egli doucriabene effe^ re tempo hoggimaiy& c flato forfè già pei^ yche
noifignor Confolo che nel mio ragionamento ripo- far ui uoleUe , fianco già non
pur fatio di più lun-^ gamente dimorare in luogo cofi Jpiaceuole , quafi da
ombrofa & non ben fana palude aUontanando- uiy nelgratiojoy aprico y&
diletteuole fentiero del uofìrodire^ di nuono rientrale . Et tutto quello
SECONDO 9^ eh e manca a por fine al uoflro parlare, interamente ci riferisle :
Et oltre a ciò che. non folo a le uoUre prome{]e (jtedete quanto fi affetta da
uoi)ma ancho ra a i dijfctti mieiycopiofamente Jodisfacesìe , ^Iho ra lo
Spagnuolo^ani^i rijpofe fon'io fiato fi fplendida mente da mi ricetmo^chepure
il prefumere di ag- giunger ni co fa alcuna , oltre che impofiibile a me ,
certo ne farebbe 0 fuori di tempo ^o fouerchio lima- to da ogni huomo : Effendo
nofolameteper le uofire parole diuenutopiu dotto, ma infiemepiu ardito, a,
ragionare delanoflraproportione. Laquale fe bella Cìr utile cofa è il
dimojlrarla ne le membra efieriori del corpo-, quanto più cibifogna confejfare
che fia gioneuole <^ merauigliofo , // manifefìarla ne gli humoriy che
fepolti ^ rinchiufi fi Hanno [otto a que fia carne ? Ma troppo più fi deue
poter trarne di piacere di bene , intendendola ne le inuifibili af-^ fettioni
de r anime: Et ne le non bene intelligibili in fìuentie del cielo , M a
lafciando il lodamene ad aU. truichepiu ricco fia d'eloquentia, io ne la mia
roT^ pouerta rìHretto , condurrò al fuo fine cefi piacene do a Dio y il mio già
cominciato, & nel me%o tron-^ cato ragionamento.Toi in f^fteffo raccolto,in
queflo modo foggiuìife. J\ipigliando il difcorfo onde di prir maragionauamo de
le qualità de le parti del cor-* fOydico che coloro in cu il petto grandemente
ampio &mufculofo fi uede^abondaìio fimilmente cìrntl corpo e>" ne
l' anima y diforte'z^ & di ardire : Ma, per contrario i deboli & uili,
& picciola & Hretta L I B 1^0 queHa parte fi ueggono hauere : &
ìnfìemementc fen'^ alcuna colleganza di nerui.I ro7Ìfoii& cm- deliy&
che per cojà ninna fono ufati di mouerfi a compajjlonejmno pure in qucjio luogo
medefmo de Ja loro perfoìiaygradifiima & fouerchia copia di car ne: Et ben
potete in nero fecur amente render ui cer* tinche il petto in queUo modo molto
carnofo y& le mammelle per tròppo di grajJeT;^ affai rileuate , anuncino
fermamente ad un medefmo tempo & la fcìuia & ebbre'^a.Lc fpalle ueramet
e grandi mufcù lofe & forti 9 rnfl^ìr ano gli huominirobuHi fieri ^
arditi:Laqual cofafi come propriamente al mafcbio fi attribuifcey co fi dal
altra parte le fneruate piccia le & deboli , & fono di loro propria
natura a lefe-- mine conueneuoli : Et fannoci oltre a ciò eonofcere parimente
Je timidi oruiliy &perpocodiuigore & difor^a facilmente arrendeuoli
perfine. Le JpaU le firette.fogliono portare ipax^ : Et le molto car^
nofeygliinfenfati: Ma le larghe ^de i magnanimi; CT lelieuemente ritonde , dei
prudenti amoreuoli& gratiofi^fono certo fegno. ci mancano anchora, altri
nonpochiyfceleratiimaluagiyinuidiofi^& fcoftu mati ne l animo y perche nel
corpo fono le loro Jpalle in tanto ciirue & piegate , che gli homeri quafi
in fui petto loro trafcorrendOy& le parti dinanzi che ragioneuolmente
manifeUe ^ apparenti efjere do^ uerebhono ceLvido &^najcodeìidOy molìrano
in que Ilo modo che elle fiano priue del tutto de la debita & lodata
proportione : Da quefìo ifìeffo fegno ^ fi dipartono ancho quell'altre , auenga
che per hradd diucrfa^yche non dirne come quciìe, ma concaue & qmfi
jpartitefi ueggono , Lequali tali ejjendoj come rendono il corpo mcn bello ,
coft danno argomento che fi debba credere , ejjerne l'anima infieme men buona:
E/fendo in leiynon fenno,mafollia:nonpruden 5^ : ma uanita : non continentia ,
ma lafciuia : c^r fi nalmente non chiaro giudicio uirild ma ciechi femi nili
appetiti . Edo che hauete adunque quali debba no ejfere quefìe membramon curue
e^r eminenti co-- me le prime:Ts(e per contrario concauiòr uallofe co me
quefl'altre:ma tutte [ode ^ piene: cir dolcemen te diro coft ritondette .
Lequali belle'}^ <^ ^^gg^^-- dria accrefcendo nel corpOyfignificdno
parimente ne l anima & bontà (^uirtu:migliori & più nobili or^ namenti
de la mente nojira.Et douete ojjeruareper generale regola er* norma, che la
giufia proportio- ney& la uaga & gentile dijpofitione de corpi^palefi
Cjr manifefti fempre buoni cofiumiyhonejiaiprudcn" lealtà: Et d'altra
parte le membra indiJpoHe fproportionatej fiano difcelerate's^ , di uiti^ di
maluagitay& di perfidia^fegni & dimofirationifem pre infallibili .
Etpiacemi di nuouo hora ridire(co^ me poco auanti ce ne fece certi il
Quìrini)che ne l'a nima uiuente in compagnia di alcuno corpo moflro- fo y
uhabiti parimente di continouo qualche moHro horribile CT Hrano . ^ che
hatiendo riguardo anti^ camente ipopoli de la Ethiopia, che fecondo la dot^
trina & le inflitutioni de i Saui Cimnofophifti figo^ EIE 1^0 uernauano
facendo elettiont del loro V^e^nonalpìn forte ne al più ricco miramnoima fi
bene a colui^che era di migliore & di più grato affetto: Et che orna to
uedeano di più bella , & più leggiadra forma . Viuifando tra fc medefimi
non potete auenire , che infieme con la pe fetta belle'^a del corpo y non ci
fofjemedefimamente grande temperamento de gli affetti de V animo. Quindi e nata
come pianta dal fe me , quella uniucrfale opinione apprefa ne i cori di
tuttiiiuiuenti^\che fi debba fcbifare^an^i fuggire co me uno fcoglio^le laide joxi^e
& /proportionate per foneiEt con le belle leggiadre CT benfatte spratti-
care & conuerjàre ogni giorno.Tercheffi come da i fetenti odori angofcia
tormento , & dai buoni piacere & contento ne riceue il ceruello;&
fi come foauita dal mofco , cr p^%^ dal %olfo , prendono i ueflimenti che
accompagnati fono flati co tali co fe; cofi dal buono odore de le uir tu di
coloro con cui conuerfiamOi& foauita & contente'^ ne acquila no Vanirne
noiìre: Et fetore da l'altro lato & affan nOidalpHi^ de le loro
fcclerita.Siamo adunque ac corti da bora inan^^^ quali fuggir Cy & quali
huomi ni ne le amicitie che contrarcmojiabbiamo a fegui-^ re: accioche de le
felicita de migliori participandoy i^'de le aduerfita de peggiori mancando ,
poffiamo. con diletto infino a la fine lietamente menarne la ut ta. Ma più
auati feguedojdico anchora che gli home ri neruofi fermi mufculo fi ^
fodi^effendo proprietà delfejfo uirìlcy dimofirano & nel animo & nel
cor^ . P5 poforte*:^a: Doue i languidi & uoth& f^^^'K? gature ne
mufcidiycljc finale femine fi conuengo^ noyfempre di uigore^a' fempre d'ardire
fon priunEt oltre a cio^a quefli lapax^a la uanitay& a que gli altri il
fenno & la pruden'j^yConueneuole è che fi doni. I largi& dìfcioltiydi
franche-^ liberalità fCÌrcortefia; Et fono indicio gli Jir etti congiun^ ti, di
[corte fia d'auaritia & miferia.Et cornei mol- to grojji non poffiamo lodar
e^cofi i troppo fottiliy & acuti ne la lor fommita , medefimamente ì conca
uiy & quafi con una fojja f eparati , & diHinti l uno da laltroyUafimare
& uituperare dobbiamo : per- che queHi lajciuia; maluagita i fecondi;
stupore i ter^ii ci donano. Ma oltre a tutto queìloycoloroc'ha no la parte di
[opra delpcttOyla don egli con lago-^ la fi giunge, coueneuolmente larga
difciolta & aper tayfonoper ordinario prudenti efficaci fenfitiui cr in
gcgnofi.'Conciofia che patenti & ampie fiano le uie, per Icquali dal core
al ceruelloy facilmente ifpirtifi mouono: Iquali nel ceruello informatiy&
ueramen-^ te fcnfi diuenutiyne ejfendo da alcuna cofa impediti , tornano tutti
infieme ciafcunoper fe^ad cjfercita re ne i loro propri luoghi Je (pedali loro
proprie uir tu • Ma quegli buominipoi che queUa parte hanno chìufa rijiretta
& congiuntay& ftupidiy& impoten tij & fciocchi , &
infenfatiy ragioneuole è certo che fiano: llche auiene^ peroche il fentiero
onde afcende La materia de fentimentiy & ferrato & attraucrfa-^
tofitroua ejfere da quella /lrett€7^:Diché elUytra tante & cofi angurie
difjìculta inuiìluppatay debole mente a la fine y & con fatica fi può aliare
ala fua perfettioneMa comejCffendo qucfta chiane oforcel la che fi dica del
collo honeUamente fuelta & aper ta, ella è come ho detto lodeuole buona ;
cofi pia del douere &pìu del dritto allargadofi^eUa tofto di uerrcbbe
biafimeuole ór reaiEt di fouercbia la- fciuia, cr di effeminati cojiumìi &
di temeraria im fudentia ci farebbe argomento • Le braccia lunghe poi quanto e
la loro perfetta mifura, ilche o nel mo^ do che ci ha contato il Dottore
ageuolmente fi inten de;ouero fe Hando la perfona dritta^le eflrtmita de le
mani giungono fin giù /otto la meta de la cofcia; o fia pure come diffc
^damantio,fe leuandole in alto ' la giuntura del gomito ala fommita dclcapo fi
ag- guaglia; inguifa che fipojja con le braccia circonda dare tutta la
tefla;mlta attitudine & prontcj^ nel operarey& apprcffoy forte'^^y
bontà, & ardi- mento fignifìcano . Ma le più cortCy & quelle che a la
già detta mifuranon poffo7W peruenire Jono di tnaluolere^di inuidia^et di
dilettar fi de i danni d'ai truiymanifcfto & euidente fegno. Le [carne
& fot-- tiliy tenere':^ d'animo & di corpo ; Et le gr offe &
carnofe , ro7:e'Z^ moflrano & ììupore. Male più ' forti &groJle^&
lunghe conuencuolmente^i^ Ugo miti inficmc wufculofi & tutti pieni di nerui
y fono di tutte l'altre qualità de le braccia di gran lunga migliori. Le
manipoiychealafortc'x^'^a haueano de dicato i Thcologi antichi y benché la
defirafarticu-- larmente,con lacuale fi
giungono i facrmentiyinfie me con lafortcT^ja a la fede facra ft foffe,& le
dita poi d'ammedue, per non andare diuerfo nel mio ra- gionare da quello che ha
detto il Quirini , Minerua de le arti inucntrice conofcejfino per loro Dea,
ejjen do tenere cr molli & per quantità conueneuoli , ci danno indicio di
molto ingegno,& di non poco ualo re-.Doue le dure per contrario, ajpre,(y
più gran di che a l'honeUo non fi ricbiegga, di molta forxa , & di poco
intelletto fede ci fanno . Ma le più breui affai,che non uolendo di proportione
mancare d'efc re loro è neceJfario,quanto di accortCT^ acquila- no, di
aHutia,& fagacita; tanto d'altra parte di ui~ gore per dono, di
gagliardia,& di bota. Le fattili & di§ìorte,i mangiatori & i molto
parlanti; Et le pie ciole & lirette,ÌYuhbatori, ^ auari,& rapaci por
tanofempre. Le molto corte, ipas^^ manifeHono ; Lequaife parimente groffe
faranno , unifcono infie- me con la pax:^ia infinite fcelerita. Coloro ueramen
te che le mani grojfe hauendo come u'ho detto, ten^ gono con tutto ciò le dita
breuiffme , & traditori , &fi-odolcnti, & ladri,& ingannatori,
meritamen te pojfono ejjere da uoi giudicati: Iquaife fimilmen- tedi fouerchio
graffe le dita hauejfero de le mani, appreffo a le maluagie difopra narrate
conditioni , aggiungere uifi può drittamente, la bemalita,la au
dacta,lafiere^a,& l'inuidia. Mtripoi che hanno le dna fattili spicciole,
fono uani Gioiti leggierit^jr capneciofi i Et tai , che di continouo la teSìa
hanno L I B 1^0 mena dhrìlli & dì mitoMoltianchora ueggiamo, Ue ed dita
fono gobbe difugmli & attratte - onde pn ciò loro e(fcre auarijjind , &
apfreffo maligni , trm,rconumati,& rìbaldì,f ienamentc fi intende. Ma
quelle dita che proportione moHrano di hawre con le mani,& come diffi con
tutto il rimanente del corpoScoprono ad uno medefimo tempo l ordme,la
-proportione , cr la temperantia de V animo. Ma le uJepoifottili,clnareMghe,uermigli^^^^^
ie, tenereMcìde , & rìjf tendenti , cidimoiirano tolta
prudentia:perfettiJJimo ingegno: rara bontà: ■Et alto & infinito fapcre.[Da
le amie & grifagne quafi in guifa di artiglila arrogantia,la sfaaiatex:, L
& [opra tutto le rapine afpettatcfen%a fallo al cuno ! Lequai fe
inficmemente a la JtmbianT^ ■de le fiere fcluaz^e & lunghe foffino &
frette, po- tete coloro credere che tali le haueffino.oltre a quan to fe n'h
già detto , non molto fenfitim ne le wrttt corporali: Et ne Vanimo,non aueduti.non
accorti, & noningc'i,nofi:Ethauentifopratuttocio,ripienala Zna di Appettiti
& di uoglie bcsliali.Le bremfjlme p oi,comc elle fono foz:^e &
tnrpijÌMea uedere.co- fi ui debbono efj'ere nuntie fedeli di fouerchia mali-
mta : cr di eccefflue & infinite fceleratez^e . Ma % molto ritonde &
circulari^nìmio altro affetto jo~ vliono cofi di continouo menarole con effo
feco> quali, to la accefa 6- infiammata Ibidinc : Et la sfrena- ta &
impotente luffuria: sferre & Himoli in ueuta- fotentiffmi , atti a far
precipitare non pur cerere la no/Ira
carnalità , doumque più loro fia a grado . Le pallide ueratnente cr nere &
ajprc, & che man cano in tutte di fi>lendore & Licidifa,cdano cr na-
fcondono fcmpre fotto di hrd , qualche tri§ìa mac- chia, cjr qualche graue
difetto de l'anima. Ben do- uete peroifapere con tutto que!Ì0iChe la
fignificatio he de l'ugne fola per/e Rej]:-, , fempre da ciafcuno huomo
prudente, debba ejfere ifiimata & debole &poca.Oraperchefmadaitoir
miconuiene col faueìlarcycht nel capo parte di tutto' l corpo degnif fima ,
nobiUJfima , & la doue perfettamente ut ue& regnai' anima huraana,&
dimofiraui ejprejfa mete le uirtufue m bifogna montareyper meglio CT più
auicinarmiuiydel collo chehilfoUegno & la ba fi di quello, primieramete
ragionerò. Douete adun- que effer certi,che fempre il colio modefiamete grof
fo,forte^paleficìr ualore: Et il fattile da l'altro lato:debilita ettimore.Mafe
con lagroffeT:^i^a,ivfie we unite anchora ciuedete effere lunghe-:^^ ^ car
nofita,non andrà mai dal uero difcoUoil uosìro giù dicio, coloro credendo che
tale queSìa parte hauejji no, aguifa di adirati Torì,onde prima queHofegno fi
tolfe,ne i riposìi affètti de l'animo, colericifardi-. ti,proterui,&
uantatori: Et ne le aperte operatio- hi del corpo, preSii, uchci ,fubiti ,
& efpediti . La migliore forma, che giamai fi pojja nelcoUo difìde- rare ,
è lejfere come quello de leoni lungo conuene- Molmente: Et in tutte le altre
conditioni proportio^ itato:Etfopra tutto ben fodo,compre£ò, ^ nerwh- K . fo.OueUo di magnanìmitaydi ardmento,&
di alte-^ revia hfegno:Et queUo ìHeJJo , gli huomim manife ftadifciplinabili:am
naturalmete ad imprendere te fciemie : Et di pronto dotatiy& di felice
& facile ingegno.Ma nongia i allontanano per breue&ptc dolo interuallo
da queSìo termine, gli hauentifì co-' me i Ceruiyil coUo lungo & fattile:
an^i in luogo di ■ardire,timidita ; difenda, debole:^ ; & digran- derza
d'animo, uiltade effere infefentendo,fano in tutto fimiglianti a igia detti
animalucor.ie pero che per molto di malignità & dimalacrean-j^, fiano ufati
per grande jpatio di lafciarfegli adrieto . cuni neramente che hanno il collo
molto corto breue, è ragioneuole cbefìano traditori,faUaci,bef- fatori, &
profuntuoft : Ma che pero, non habbiana giamai ardimento , di fare alcuna cofa
ne la aperta luce : jln'4 aguifa di Lupyn cui ci fece la ejpertcn tia
primamente quefii affetti uedcre» tentano du continouo'a ta'uita humana miUe
nafcoHe & mgan. ncuoli infidie : Ut fempre» in tutti i loro affetti ^
maneggi , con tradimenti & con fraudi fi adopn* no : indici ueramente ne
ofcuri né incerti , de triBtia cr maluagita de l'animo loro . "He job già
fi è tolto come ho detto queiìo fegno dal Lupo , rm da quel gefioanchoraonde fi
ueggeno gli huommi Sìare , inapprcHandofi di fare con fraude & na-
Jcofamente , qualche male & ingiuria ad altrui . Il collo affai neruofa ,
in cui fi ueggano apparente- mente diftefe U corde de nerui^imHra fopratutto .
p8 gli huomìnìro'zi:! quali non mancando de ^liaU trìfegniconueneuoli a queUo
impa'^fconoancho^ ra del tutto: Et fpejjo trauolti & furioji diuengono^
B^o:^ parimente & oftinatifono , cr incttiffimi a ca pire & a trouare
difuo ingegno eia/cuna cofayCola ro che hanno ufanj^a diportare il collo fermo
dirit*> to & immobile : Q^ua/i che non fapefjinoy oper me^ glio dire che
nonpotefjinoyo da quefla.o da queWal tra parte piegarlo. 7{epure ad ifcoprirci
la roxe"^: '^&la dure':^ de l'apprenfiua de lo intcUet- to.èatta
quefta immobilita & ferme':^ di collo i ma anchora cipuote ejfere ella
guida & fentierOy a menarci ne la cognìtioìie de la pofiibile concitata
paT^a. Ma d'altrapartc il collo in [ufo riuoltoyco^ me fogliono tenere coloro
che contemplano il Cieloy non de e/fere ne lodeuole ne buono creduto:^n7;i ci
fa egli conofcere apertamente^ i mentecatti J lafci^^ hh&gli ingiurioft.
Ter cotrario poi il curuo.pìega toalo ingiujOy & qua fi nafcoHo dinan'j^yè
teftimo^ ìlio talhora di pa':^a:Et alcune uolte anchcra^difo uercbia
folÌicitudiney(^ diligentiay ne lo acquiftare, & amìnujfarc denari ^
baucrc: Et di troppa in finita parfimonia : an\Q più tofto di paurofa mife--
ria: Et con tutto cioydi fcontentay & odioja tri-^ boiata malignita.TS(on
fe^ofiy non lietiy nongìoiofi, & non ridenti ejfere fi ueggono
coHorogiamai: tua in loro uece di continouo aperti tenganogli ufci de l'anime
loro , a la mcUitiay a la afflittionCy al dolo^ re, & al perpetuo trarguai.
B^lìa bora che fi parli L J B liO come dtjfe jliamantioydel collo Ueuemcnt'e
inchina to uerfo rhomero drittoionde affettar douete fenT;^ fallo
alcHìio^prudcntiaileggiadriaiOrnate^ di co- fiumU^ gentili &gratioJè
maniere. Et d'altra par te dal riuoltopoi uer k finiHra a banda , degno Jia che
attendiate effeminata lajciuia: adulterij: libidi^ nofi appetiti: & non
fani CT non dritti co'fi/igli. Ma quello che hor ne l'unay& hor ne t altra
par te è pie gato , fignifica parimente ne lo ir.tellettOy cercagli , ajfetti
predettila medefima infiabilita & leggere^j^ ^.Tortano le maluagie CT le
maligne perfone^ofia ne le operationi o ne i penfieri mirado, qmitimque pero
uagliano de lo ingegno y illoro collo fiacco yte-^ neroy & come moto . Ma i
duri di cerueìloy & che non fono atti naturalmente ale fcientie^ an%i che
con fomma diffìculta pojfono apprendere qualun-- que cofky cìr duroy&
fodOy& raccolto^ hauere lofi reggono per contrario Ma in più minute parti
diui dendo anchor qneHo membro , fapere fi dee che la <tjpre':^a del collo
ne la parte di drieto , ro':^z,%? in queHo modo moflra e indocilita: ma ne la
parte di^ nanxiìUanita^leggrcj^yprofuntione, CT loquacità» Ben è uero pero ,
che fe la gola con queUa aj^rex^ infiemeyh alta anchor a & eminente nel
nodo del col lo , tutto che ella di leggrc^ d'animo fia fegno , non perciò e
ella ufata di accompagnarfho con la te^ meritalo con le molte dande: Anxlfono
coloro cui piacque a la reìna natura di tali crearliytardi & pe grinele
operationi del corpo : Et neleuoglie&
ne fèpafìionì de ranìmoypenjòft^tacìturniyhmente^ uoliyme^ìiy &
difdegnofi . Ma oltre a tutto cio^ Mi chele Scotto ne i paffuti tempi ne di
picciolo , ne di bajfo nome Vhilcfophoj fcriuendo a Federigo Impe radore^affermo
che leguancie molto lunghe ^fempr e a la lafciuiaya la uanìta^tà* al fouerchio
parlare an^ dauano drieto:Et che le hreui & picciole^fraudi & crudeltà
; & le rìtonde^inganni debole*]^ & uilta palefauano. Mapreffo a quefto
anchoraje uedete al cuno con le guancie grojje & carnofe y giudicate lui
tardo & uhbriacco : fe jòttili & magre^non penja^ teche
fen%amalìgnitayil fuo animo firitrouigia^ mai:Et che
an'^percontrario^eglifempredi malfa re fi diletti & fi prenda piacere .
7S(e fìmilmcnte è da credere che pojfano fare alcuna refiSìentia a la
ìnuidiayche punge & mòrde loro di contìnouo ilco-^ YCyColoro che le guancie
tutte non pur le mafcelle p gr offe fuori di modo & eminenti , hebberoCcofi
no-» lendo il Cielo)in forte da Ut naturailquali fen^^ fa^ re atto alcuno con
la faccia sfor^atOytanta è la grò f /^KK? ^^^It^ parti^ageuolmentele fi mirano
fem pre . Le labra uer amente , dentro a quali la quarta parte . de le delitie
di F enere alberga, &per quai porte efcono le parole , ueraci teHimoni di
noiira mentey& fottili molli ejfendo , majfimamente ne gli anguli de la
bocca , & quello di fopra alquanto più infuori cheH baffo auan'j^ndo ,
& tutti infieme con quei de i leoni grande fimilitudine hauendoyVar
ilire^lamagnanimìtaj ^ laforters^a di quelle fiere^ fempre clrapprefentano. Si perocché la bocca
doue tali fi nederano le labbia , ne picciola neflretta non fià . Quando
ordinariamente la bocca picciola , a lo ajpetto <& a i cofiumif minili couienfi:Et
la grande poii& ne luna cofa & ne l'altra^h più fimile al ma-:-
fchio.Ma an^i^conferuata tuttauia la debita propor tione j ella de ejjere ,
& larga più tojìo & grande modrflamente. Che fe cofi nonfojje , non
fortei^ , Jpiaceuole's^ & mole§ìia ; non magnanimità , ma empietà cir
perfida ; non ardire^ maprojuntione ^ impudentiaydimoUrarebbono le predette
quali^ ta de le labbia . Coloro uer amente le cui labra fono dure &
fiottili , & rileuate & eminenti intorno a i denti caniniyfiono huominì
di molta pr ole y &gene^ tanti molti figliuoli: onero per più dritto ^
meglio parlare^molto drieto inchinati a gli appetiti uili & indegni de la
lujfiuria : Et infiieme , oltraggiofiy mal creatiylordiycianciatorìymaluagiy
& fiempre in uoce alta parlanti: Et dilettantifi come i porci a i quali fi
yafiimiglianOydilordurey& di fpur citte y & di odori trifli &
fetenti. Ma fie da t altra parte altri fiaran^ no che hauendo le labra grofifè,
tengano infiememen te quello di fiotto più infiuori che quello di fiopra^co- me
che egli altramente maluagicoftumi non habbia no y è pero degno che uani , eì^
ro'^ , & fi^^X? ^Z- €uno auedimento 0 fiapcre yfiienofiimati: ile he s'è
per efifiempio conoficiuto ne gli ^fiini: Et ne gli altri animali di filmile
natura : poco o nulla prudenti & giudiciofii.La bocca molto grande ^aperta^
larga^ f òrfano gli huomìnì goloftfiìmì
: mangiatori fenx^ mifuraiEt che rhai non fi fatoUcrebbono di mangia^ re.
Iqualiprejp) a queflo fi gentile affetto yfono an^ cho pa'^yfpìaceuolii&
cmpi,& fommamente cyh^ deli.La picciola poiy & eminente & rileuata
dinan ^ y effere gran fatto non fi trotia giamai > fin'^gli fceleratij
traditoriy& li micidiali.Et feinfieme con quefia emincntia fofiino i labri
grojii y ritondi , molto a lo infuori piegati , meritarebbono quegli huomini
che cotale haucfiino la bocca,dieJfere et ne gli affetti del' animo y& ne
le attuali operat ioni del corpo ynon effendo dal freno ritenute de la
ragionerà, i porci onde hanno fimilitudine ragguagliati . "hìc pero
ragìoneuole è che fia ftimata lodeuole o buona, la bocca concaua o piana : come
per accidente y fono ufati di tenere color o^che per ira, o per difdegno fre
monoiche an'^ìfempre lefcclerate'^^y la maluagi^ taja immodeSìiay& fopra
ogni altra cofa U fouer-- chia inuidiaycon la primiera de le dette partii fi
ac^ compagnano uolentieri : fi come non fi è gran fatto mai ritrouatOy che la
feconday fe ne poffa Hare fen^ .^Xa la paura &gli inganni.Onde fi uede che
medefi-^ mamete la concamta & la eminentia de la bocca^fo no quantuqueper
diuerfe cagioni y& biafimabili & uituperabilifempreJl mento acutOyh
fegno dì bon-^ ta^difedcydi ualorCy CT di grandmammo: Dal riton^ doyajpettare
effeminata la fcìuia: Et fefoffepofiibile di rimouere dal lungo la uanitayle
cianciey& la leg gere^f egli inuero per altro da ^re'j^re^o da ri . fiutare non farebbe . Ma il breue &
cortOyCome per naturahauer fogliano tutti iferperiti ^hfeni^ fallo più che
tutti gli altri triftifiimo : Conciofiacofa che con effo lui fempre cifiano.
congiurncy le fcelerita^ i tradimentiyle perfidie:^& la crudeltà: affetti
& mo uimeti d'animojpropri et naturali di quelle fiere:an tichì &
perpetui nemici dei' bimana generat ione • Il quadro poi,agli huomini uirilha
iforti, agli ani^ ynofi y & agli arditi ft richiede naturalmente . Ma
perche molte uolte , in me%p al mento ci fiede una fojfa fcolpitauida la macera
natura,^ande talho^ Ya,& apparentey^ fpeffo picciola & quafi nafcofta$
mi piace al prefente^de luna & de t altra conditio^ ne di lei faue Ilare:
quando luna di loro fraudiyingan nh& trifiitia ; & l altra leggiadria
yamorCy& leti* tiay ha per ordinario fempre in ufanxa di pakfare : La
grande adunque, ipeggìoriy & la picciola poi , i migliori de i predetti
affetti^ fuole fen^a alcuna con trarieta dimoflrare . // nafo neramente , ne la
fua efiremita ygroffo come quello de buoi > porta pari-r mente fecoy la
tardità cr la pigritia di quegli anima li: Ma fe non ne la cìmayan^ipìu fopra
ft uedeffe aU quanto queUa grojfe'j^y fariano gli appettiti che con lui fi
accompagnerianOi & ^01^7^ & flupore & poco giudicio . Ma fe da l
altro lato fojfe il na^ fo ne la cima acuto & fottiley abotidarebbono colo^
ro che tale lo haucfiino , fempre ordinarwnente di ira & difdegno ♦ ìl nafo
da ogni parte [odo pieno ^ ritondqy& ne la cima modejìamete un poco grof .
lor fetta > quale i Leoni , & ì migliori de Cani fono ufa ti di haueref
potete per uerace & fedele teìiimonio accettare ydi animo/ita^
difortcxs^> di ualore^^ di gagliardia : Et fopra queHo anchora y di
loquacità^ de : Et di uantarfi oltre al merito alquanto . Ma il nafo che ritondo
fia ne la parte di fopra y & che poi fittile & acuto finifca
yficonuiene propriamente a tutti gli uccelliila onde poi fi Hima^che coloro in
cui tale eglifia,dcbbano ejferefi come gli uccelliymobi^ Hi leggieri >
garruli^ inconfianti, & libidinofuColui che ti nafo tiene proportionato
& conuemente a la faccia}^ buono prudente & uirile: chi d'altra parte
jproportionato & fen^a alcuna conuenientiayh cat'^ tiuo Holto &
effeminato . // nafo più tofio un poco gradetto, de ejfere sepre tenuto
miglioretDOue il piti picciolo, fi tira drieto cotinouameteyladronecciyfrau
diyCJ inganni: Et parimente la molta dritte':^ del nafoyilpochifiimo
ritenìmentOy ^ laimmodeftia de la lingua argomenta. Ma per contrario il nafo
ne^ la parte di fopraja doue egli conia fronte confina, cur uo & adunco,
& che dritto poi ingiufo difcenda,fi^ gnifica gli huomini sfacciati : Et
non tenuti giamai da rifpetto,o da alcum uergogna: Etmedefimamen te i uitiofiy
inuolatori > & cornei corui fceleratiy ^ tnaluagi.Da l altro lato quei
che ne la cima hanno il nafo grijfagno , & curuo & piegato a guifa di
un^ cino , diritto & pieno ne la parte di fopra , co^ me fi fcriue y
&fi uede anchora ne le imagini , ha^ ucre hauuto Mabometto fecondo primo
Imjperada^ te de Turchi , fono come le
àquile di grandìfitm^ animo: Et di mangifico altero CT di reale fpirito: Et
oltre a tutto do , ferocifjìmhiiaghi del rapire lo aU truuE difprez^atori ,
& cale at ori dì tutti i perigli 4ér aduer/ita . Coloro neramente che nel
me^x^ han^ no H nafo fchiacciatOy & ne le parti efireme^ & fo^ fra
tutto ne la fuperiore , eminente & ritondo , /o- no fi come i Galli , &
arditi & luffurioft : Ma fe la fchiacciatura & la baffe^ è ne la cima
folamen- teycome di loro natura hauere fogliono i Cerui & le CaprCyalhora
de i predetti affetti ritenendo coneffò feco la libidine fola, mancano d'altra
parte, & fono friui d'animo & d'ardimento:Et feinfieme con que Sìa ba
ffc^y foffe fimilmente la cima del nafo mol^ to groffa & piana^non e
ragioneuole che attendiate da alcuno altro fegno , maggiori fceleratez;^ &
dishoneftay Le nari a la fine molto aperte, fono /e- gno di colera & d'ira
: Et a un mede fimo tempo » & [nel corpo , & ne l'animo di gran for%a .
llche cofi fi crede, perche alhora che più gli huominifono adirati 9 tengono
fommamente le nari apertiffime : per quindi eshalarcycome da fpìragli
ampiffimi,il ca lore^& lo accefo fuoco del core.Maaquefiepredet te qualità
di ualore & di ardire,fi aggiunge infieme mente fouerchia lujfuria.perche
fecondo la opinione di Scotto , la apritura de le nari > tiene co i genitali
proportione: Laonde effendo effigrandi,ilchei dìmo ftrato da quella apritura ,
poffono prejlare ad uno ijieffo tempOi &gran dìfidmo^ ^ non minor potè tot re dì luJJuYÌare • Le chìufe poi nerette
& ritonde, fono fempre di pa'i^a cr di mentìcaggine mntie : Et quello che e
peggioydoue il rejpirare non fta mol* tp facile ydanno fegno di ajfoggarfi con
poca difficd ta.ll nafo ultimamente in qualunque maniera diflor tOifuole
ḍontinouo hauere coneffoluiytorte uolon^ fa & appetiti . Qmui Mejjandro ,
per lo amore di Vio lajciate dijfe una uolta di parlare più lungamen te di
queHo nafo: che già mi fento mexo arrofiire% per la grande']^ , & per le
altre firane qualità del mio. Strane non foìiogia ellcyrìfpofe fuhìto il Confo^
lo : ma fi bene reali & degnijiime ♦ Etparmi di bel punto di ucdere nel
uoHro najoytionfo che di magni fico &grande.Gia di quejla fuagrande^^^mi uo
io coft forte come fentìte ramaricando^foggiunfeil Dol ce ridendo : Et poi
feguitoima come che bora a uoi cofi fattamente male ne paìaytcordomi che in
I^o- ma una uoHra SpagnuoUyper buona & per bèlla co fa me lo foleua lodare.
Bene fta per miafe^riprefe al bora il Zorno'j^ : ma a laproportìonepoco auanti
dal Quirini accennata , ella fi come io fiimo doueua mirare. Cettatìfì appreffo
a queUoy Vuno uer l'altro alcuni motti piaceuoli & uaghi^al fine cofi di
nuouo lo Spagnuolo parlo . Hora mi pare che ragioneuote fta di ragionando
entrare^ ne la confideratione uni^ tamente di tutta la faccia : Laquate effendo
gratin deylargaygrajjayhumiday& carnofa^ella ci de efferù argomento certi
(ìimo , colui che talmente è formai to, effe re inan*:^ ad ogni cofa^ allegro
^f memorato $ LIB 1^0 lujfurlofo : Et tìmido apprefo, & temerario, &
tardo j& ìnuìdìofoiEt fpejje fiate molto facile ad ine briarfi: onero per qualche
altra manieraydebole & non [aldo di cerucUo. Se neramente ella è pìcciola ,
ftrettay magra, fcarnay& afciuttayalhora diligenti, fiUecìti 3 aHntiy &
accorti, & ft come i Gatti er le Scìmie a cui portano fimigUan^a, uitiofi ,
ladri , cìr auarì , fono tutl gli Imomini tali : ardifcono di metterli
gian^jii, apertamente in alcuna honoreuole ìmprefaiAnTÌfolo dalt tenebre,&
da l'alta joUtu. dine fafciatiyle maluagìe opere loro , onde con ogni indegno
fi adoprano > fi Hudiano & fi affaticano di celare & nafcondere,T)eeper
tanto la faccìà,noleti do buona di^ofitione & buona forma tenere, effere
mexana tra pie dola & grande: Et in ninno de igia detti eHremi cader e.
Lacuale mediocrìta,come bel'^ Ic:;^ aggiunge nel corpOyCofi fuole nonpoco di
bon ta & di uirtH,aggradire & accrefcere ne rahìmo . Coloro adunque che
più del douere pìcciola haneran no la faccia,faranno pur per quefla
fcoueneuole's;^, tenaci delloro de lo altrui ycupidiiamat ori di rapine: 'Et br
euemeut e macchiati di molte fcelerita, Doue da P altra parte la maggiore
delgiufto, dimoflragli huomini foniiacchiofi y ubbriacchi, tardi yinuidiofi^
cianciatori , & roxi* Ma perche fino ad bora, com^ munementc le
fignifìcationi di tutte le eHrcmita de la faccia n'ho raccontato, conueniente
& giuria co^ fa mi Himo di doner fare , fe quale proprietà a eia fcuna di
loro fi richiede partitamente, da bora ìnan ;i dichiarando mifaticaro di
moHrare. Come adun que la carnoftta del uifoy propriamente la letitia de l
animo fu^k alloggiare; cofi i molti penfieriy le frati dij & lo
accorgimentOy con la magre'3^:!^ fono ufati di §iarc.Ma a la gran /acciaila
femplicita & la ro^ K?K?s? > ^ picchia y fi connengono la auaritia Cjr
la mala crcan'^a • Da l'altro lafQ , ne la lingua , & ne le rnanì^ la lunga
porge ardimento : an'^per. meglio dire audacia & temerità: Et fuperbia
infie^ mey & impudentìa^& dilettatione di fare ingiurio ad altruuMa la
ritonda poi^non ha gran fatto altro male alcuno ^ faluo eh e
fciocche':^iUamtay& luffu- ria . Ora auenga che tutte come ho ^etto quefte
eflremitadi buone non fiano , ta meno rea pero che ne la faccia fi ucgga , è la
larghe7^t quafi in tutta piana & uguale: Conciofiacofa che fe bene per lei
et fono manifeHatigli huominìferi^plidinonfi7^achne faui^ne accorti;fappiamo
nondimeno che rsfmo me defimi^abondano di fede di amore Jicortefia.Jt
fofferifcono con animo franco & tranquillo % tutte le aduerfita de la
contraria & inimica fortma.Bene ci nafcono alcunìyche oltre a tutte quefie
predette qua lita , hanno la faccia loro cofi flretta & acuta , che molto
cogli uccelli non n'hanno di differ^nxa:nelco te crne la bocca de qnalì^ utuono
& regnano di continouo le bugie & le uanita, & le inuidie & gli
fiondali . Et hanno offeruato parimente alcuni mo^ d^ni dottori^ che i
micidiali^ ladroni^ & f^re^:^^ tori de le leggi & di Dio > tengano
ne] me%$ de la ì L I B 1^0 faccia una certa concauita : Et non nel più eminen^
te & rileuato luogo di quella , come fogliono quafi tutti gli huomìni
hauercy an%i nel più baffo & hu^ fnilcy habbia loro il nafo & la bocca
uolnto creare il signore . Diche elli non foco di belle^j^a perdendo nel
corpo^acquiHano ne V animo affai dimaluagìta • Cofi adunque auiene , che quelle
cofe che [07^ & hrutte rendono quefte\membra,pano fempre nuntie^ ^ molte
^ate compagne di triflifiimi affetti: Et ap portino douunquc eUe uanno y/ì come
bene diffi ^riiìotele^tuttauia miferie e infelicita. Confiderà^ re per tanto
diligentemente ci è di mefììero , tutti gli attiitutti igeSìiy & tutte le
qualità de la faccia Quando come habbiamo dctto.aperta & manifelìa cofa è
certoycoloro a quello affetto hauere F anima lo ro inclinata^ alquaUy inatto
e'igeflo del uifo loro, fi coface & fi raffìmiglia.
Etaqueftopropofìto,femai ai uerra utduto alcuna faccia non per accidente ma fcr
natura maninconica , tremare & mouerfi ne le ^uancie Zappiate che il furore
& la publìcapai^àj tion può effere a quel tremore molto difco§ìo: Ma fe
quetio medefìmo tremóre^ h congiunto poi con la na turale letitia del uifo ,
egli ne continente , ne ca^io , ne modefloyfion è da effere creduto gìamai .
Mora ne uiene appreffo yfeben miro a l'ordine del noflro di^ ve la
cofideratìone di tutte le qualità che fono negli occhi: Ad a prìmierametCyft
couiene alcuna cofa nar^ rare y di quelle parti che loro fono uìcine. llche fap
to^con poco poi di mio affanno , fentìrò quella mia faitca^effer giunta al fuo difiderato
fine.Mhora Mef fer Gifmondo 3 già è gran ft'T^i^diJJey.chea quefio pajfo u
attendo. Et credo fermamente ypoi che fi feri ue 3 gli occhi ejjere certifiimi
teSìimoni de l'animo^ quefia douer ejjere la più bella parte del uoftro ragia .
namcnto.Gli occhi per ogni modoygli rijpofe il Con-^ foloyhanno inuerita molta
fori^^ a discoprire & ma nìfeflare i mouimenti degli animiiOnde tratto ^da
mantio da credenza che a quefio membro douejje ejjerc conceduta la primiera
palma^ di dui libri che eglijcriffe in queiìa materia, il primo tutto intiero^
&non picciola parte del fecondo ^ egli in dichia^ rando Jpefe le qualità
& le fignificationi de gli oc^ chi . Ma nondimeno , ejjendo comrtìime
opinione di tutti i mediciy& di Galeno mafiìmamctucyche quat tro fiano le
membra principaihonde parimente hab biano origine le quattro noHre maggiori
ajfcttioni; come è dal ceruello l'ingegno , l'ira dal core , dalfe^ gato la
letitiaj & la libidine al fine da i genitali; mi pare che per gli occhi
maggiormente fi debbano conofcerc quegli affetti che regnano in noi j non in
potentia , ma in atto: Et che moHrano fuori , il mouimcnto loro pale) e ipiu
dico affai che quegli aU tri non fanno y chemfcofamente , quajì addor-^ nientatì
ci Hanno nel petto . Et in queHa maniera fi de credere che intendeffe colui ,
indici nominan-^ doli & dimoHratori de gli animi . Che quantunque fia nero
, che da gravide allegre"}^ inebricta Pani^ ma noUray ej^rima fuori. per
lo sfauillare degli oc- €hi y la ktitìa
onde giubila il core ; Et altra par^ te 3 intenendoli fermi & immobili , la
fiera &gra ue doglia che la affligge certamente dichiari; Et €he
medefimamente , in diuerfe altre pafiionique-^ fio §ìeJJo le
auenga;(conciofiacofa che non altramcn te fianogli occhi in noi degli affetti
del core pale^ fatoriy che fi fianone icaualligli orecchi; & nei leo ni
& ne i cani la coda ;) ISlonpero tKamfeSiano del tutto già gli occhi con
tanta for%a , tutti ifemi na^ turali de gli affetti noUri : quando da la alteratio-
ne che elli ci arrecano^ ci troiiìamo lontani* Ma co^ munque fi Uia queHa
cofa^poco di /otto quali pro^ priamente fiano le fignificationi de gli occhiaci
sfor^ faremo con lo aiuto di Dio raccontare dijlintamen» te. Hora come ui difii
, trattar emo pria de le gote : Che co fi quefle parti fiiperiori a leguanciCy^
molto agli occhi uicineydrittamente fi debbono domanda^ reiordinateui in quefto
modo da la naturayperche el lefofiino come fiepi & argini yper riparare gli
oc^ chi da ogni iHrana fciagura che loro incontraffè . Que§le tal gote adunque
, fe inptrfona alcuna fi ue dranno tfiere più che la ragione porti gonfie &
eminenti , fempre di debole*^ & mancamento di ceruello , & di molta
facilita ne lo inebriar fi fono prefaghe. MafeinluogopoidiqueSìegotey lagon^
ficT^ & la rileuatura fofjè ne le palpcbre(non ere do già che ad alcuna di
uoifia nafcoflOyle cartilagi-^ ni difopra degli occhi per tal noce nomar/i)
alhora ^ue!io è manifejio indicio di grandifiimo de fio ^ & di uogUa . , MOglia ìnfatiabile di dormir e. Coloro
ueramente che di [opra & di [otto degli occbi,han»o parimen- te quelle
parti gonficy fentono aduno inejjo tempo, fe ejjère fomiacchiofi infime ór
uhbriaccbi.Lequai fignificationi yfono tratte parte da Papparemia de gli
ehbri:Et parteM chi hahbia lungamente & fifa dormito:De iquali altri le
palpebre^ & altri in que Ho modo hanno gonfie le gote . Gli ebbri.nc le
parti di fotta degli occhi,& coloro che da profondo fon- no lungamente fono
Hati opprcffi, tengono in quelle difoprayqueHa tale gonfiatura &
rileuamento.Ora ne gli occhi poìyche le lucerne fono delcorpo,& da &
reggimento dinoUri paffi , u'ha duediuerfe confiderationi : Vuna de lequali, è
dintorno a la for ma ed il fìto:L'altra,cerca il colore & il mouimeto. Ma
lafciando bora a drieto il faucllare di quefì' ul- tima parte ^ che alhora
quando del colore di tutta laperfonafitrattara , ne diremo credo a baSìr.nza»
folo farà al prefente la fatica noflra y il dichiarare le fignificationi de la
primiera . Confiderà fi adun- que ne la forma degli occhiylagrande';^ piccia
leo^ loro : Et nelfito , la concauìta l'eminen- tia . Ora in quanto a la prima
, la grande;^ fouer chia degli occhi, non ua fen%a la pigritìa del cor- po^
& la tardità de lo ingegno de buoi : Et la com- paffione , la piaceuole'j^y
& la manfuetudincy an* nouerafempre tra principali degli affetti fuoi . Ma
la fproportionatapicciole'z^a,poco cuore er timidi', ta manifeSìa. La
concauitay con la malitia Ha de h ' fcimie: Et la etnìnentia, con U roTCX^,
&Bupore, bdordeTj^a de gli ^fini. Mapiiipartitamente , bora narrare
intcndo,di ciafcuna di queSie conditio ' ■ni per [e. Etprimieramcnte,mfo certi
che gli occhi •■^ne la manier adetta di [opra molto concaui & nafco fi nel
capo, non pojjonoper alcuna altra coja meri- tarne lo de,fe non che per lo
acume,& per lo grande ■yMigor de la ui^a-Bene è il nero pero che non
efjendo piccioih& mouendofi oltre a ciò come fa V acqua rie iuafi, non
hanno con # loro alcuna cattìuita : Se na pcrauéhtura non f offe da qualche
altro malua- eio fcgno del corpOy quel male & quella trìfiitia de L'animo
che gli occhi non moftrano, con non minore certe'^denuntiato . Ma fe pur gli
occhi concaui fi 4:ome ho detto con la pìcctole':^a fi rimanef[ino,egU co i
frodolcnti & con gli infidiofi co^ìumi, mai fem- ■fre fi accompagmriano:Ve
da laftruggerfi per inr- Midia & per gclofia,gran fatto mai lontani
fariano: IqHali fe ahchor con tutto qucHo fecchi fi foffim , la perfìdia &
i tradimenti, a i predetti affetti certijfi- tno aggiunger iano.Queni medcfmi
poi,con tutte le antedette qualità efjendo languidi CT cafcanti , ac-^ trefcono
merauigliofamcnte le fraudi &gli ingan^ ni\ Ma fe la languide73:a d'altra
parte conlbumore k congiunta, fappiate lei effere di pa%7:ia, ne debole tie
picciolo argomento. 9e per contrario ueramente^ gU occhi nan poco fportajfero
infuori, & dal piano auanxaffero de la faccia, & foffero infieme o da
un certo rileuamento,ouero da una fofJ'a.^ìretta& pr9 fonda fafciatiyfate ftima che negli inganniy
ne Iv fraudi &ne le trifte fcekritaynon cedano da alcun' al tra conditione.
Et Je con queUo anchora, abondajJU no molto di [angue i& follerò pieni di
sfacciata la/ci viaipotete porli fenT^ dubio alcunOypcr ucraci tefti
monidiebbrci^ &.golofita. Mia fe foffcro gli oc^ chi in qucHaguifa eminenti
di colore uliuignoyO bia chi come uolgarmente fi dice^ouero imitando il Te-
trarca fimigiianti al Zapbiroy la ingiuftitia parims te & laimprudentia gli
accufercbbc . Ma jcprejjh di qucftojlc palpebre Hanno loro come grani c^pe^
fanti, tanto più certo de cffere il giudicio de la paX;^ '^a.Se con ValtCT^poi
& l'eminentia degli occhi, ciò lo IplendorcunitOy & lapurita^^
lagrande'X;^ l'humiditay quali furono già come fi fcriue gli cechi di
Socrateydobbiamo per fermo tenere^ lagiii fìitia^la prudeni^yil buono ingegno
^& la amoreuo le^ay rade uolte difcompagnarfi da loro. Ma da lai tro lato i
micidiali di tutti i loro congiunti , gli in-. cantatoriy& gli artefici di
ueleni, come già furo na la antica etay EdippOy Oreflcy Circe y & Medea; Et
quale pochi anni a drieto è Hato S elino gran Signo^ re de Turchi;portanogli
occhi gonfiypiccioliyjechij & tenebro fi. Gli occhi a la fine di foucrchio
emìnen ti,& infieme molto piccioli & fofchiynongia fcioc^^ chti^T^a 0 m
jnticaggincy ma fi bene maggiore pron^ t^T^ di lingua CT di mani chefifoffe
mesìieroy me nano & hanno di continouo ftco. Ora uedete adun^'* qucycomegli
occhiyfe buona & proportionata mifu- 0 if L I B ^0 rade haueruìydehhono
ejjerc no troppo grandi o pie cioli:Ts{e molto concaui od eminenti: Ma fi conuen^
ga loro y di tenere ^ ne la quantità & nel fitOy uno Siato meT^nozEt una
conueneuole & giufta uguali^ taiLaquale come altre uolte già s'è detto,
fignifica et nel corpo ^ ne l'anima, buonijjime difpofitioni > c^r otti?ae
qHalita.Benche fe leggiermente fuori di que^ fìi prcfcritti termini fi
eccedejfe^ Et che ouerogli occhi unpocolino fitti nel capo , ofìa che non molto
fofjero più del douere elcuati^non fi douria pero mal uagitade alcuna loro
attribuir e :^ni:i [aria ben drit tOya quei primieriyla forteT^ & la
magnificentia de i leoni donare: Et credere che i fecondi , la man^ fuetudine
cJr lapìaceuole%a de buoi potejfmo haue^ re . Dapoi che in queflaguifa
raccontato habbiamo le conditioni de la forma & del fito degli occhi^non fi
difdira credoy alcuna cofa di quelle hora delfron^ te ragionareXl cominciando
ydico che quegli hm^ni ìli che più del douere quella parte hanno pie dola
ftrettayfonofi come i porci ygrojjieriyro'^ & igno tanti : Et inetti
naturalmente a tutte le fcientie: a tutti gli ejfercitìj maeflrcuoU &
ingegnofi • Que^ gli altri neramente , la cui fronte e grande più che l'honeHoy
non fanno ne da la tarditayue da la pigri^ tia debuoiygiamaidipartirfi. Douete
oltre a ciò, fa-* pere anchorachela fronte picciola , inflabilita leggere^^*^
ritondaycolera & [degno; CT la circu lare & difuguale & montuofa,
flupidita ne ifegni ; ^ jpriuatioìie fignifica di giudicio& di
auedimento.K^on laudate medcfmamcnte la fronte molto baf fa: perciò che
ellaydegU effeminata & de ilafciuih propria: Ts{c parimente la cuma, alta^
circulare difouerchio:*perche la impudentia^^ il poco uigo^ re de fentìmentiyh
da lei dimofirato . 7S(^ mi piace ancbor che h allegriate de la fronte
afpera:ouero di queir altra che ha come alcune foffe &gofiature per
entroiche ciafcuna di loroydi malignità & diperfi-^ dihjEtfpeJfe fiate
dipax^a & di furore; concorren doui ma(fimamente gli altri fegni a ciò
couueneuoli, rendere ce ne può tefiimonìanxa fedele. Ter lo acu-- me
ueramente,& per la chiare:^ de i fenfh& per la facilita de lo intendere
& de h acquìfìare le fcìe tic , è più che tutte l'altre perfetta:la fronte
lunga » larga, & quadrata debitamentcccomeperle imagi^ ni.fi uede
anticamente hauere hauuto ^4.riflotele:Et nei tempi poco fopra noi trappaffati^
Dante Mdi^ ghìeri. Ha a la rileuatura &a la altc^ di quejia parte, fi
richiede molto la liberalità & la cortefta : Etinfieme, la oflinationey
& la pertinacia . Coloro che nel fronte, tra lun ciglio t altro non u hanno
alcuna ruga ogyin^^^cheft dica.non efuore di ragia ne,& bugiardi &
adulatori filmarli: Etccmediffe ^ ^damantio^ feairì & ccnfidenti.llche fu
cagione €he Michele Scotto credefje coHoro medcfimi, effer 'grandi i^ìr acerbi
litigatori . Ma per contrario , il fronte qui neime7;p^érfiibito fopra il mfo
pieno di crefpe & di rughe, che puote egli mofirare & mani
feflarealtroiichc a^ttme,penficri,icroflinatione i • • • -1 ' Ora uedendo al
preferite, a quello parìrm che fottò a le^loro fignificatìoni chiudono le
qualità de latefta^ ' douete effere certi la grande'X^afouerchia & fmifu
rata, quale in cofìui uedete(& loro addito laftatua, di Fitellio
Imperadore)fempre efere infieme con non poche [celerità : Ma [opra tutti gli
altri rei & maluagi difetti y onde gran mancamento fi [ente ne T anima, i
principali fono dapocaggine cr uilta ; Et fenxa termine o mifura alcmia,
be§ìiale & ferina > anT^i moHruofa crudeltà- T>{e oltre a ciò, la
ingorda ^ infatiahile auaritia, ne la ro%a & difauedutaim prudetia, può
fiare giamai feparata da lei.Que^ìifo^ no adunque i mouimenti & le
inclinationì naturali che ci apporta ne l animo , la corporale [moderata
grandezx^ del capo- Maper contrario poi la difdi^ ceuole picciole7^7;ajfe7nprc
da luna parte bpriua di bontà, di modesiia, di femplicita, & di ragione, Ut
ahonda ne l altra difcelcratex;z^,difraude,di arro^ gantia,& maluagit a.
Coloro il cui capò al rimanen^ te de la perfona e froportionato , auengapero
che alquanto grandetto X fono cornei bracchi , fagaci^ aUutì, fenfitìuiy &
animoft . ^Itri che quantunque habbiano tutta la quantità de la tefla affai
grande^ ueggono nuUadimenoxjJcre loro data da Dio la parr' te di [opra ad
domandata calua & picciòla &firet^ ta,ne l effere Uupidi^.infenfatiynon
hanno cagione alcuna di cedere a gli Jifinii^nxi mdncando in lor ^0 la chiare^
& lo fpledorede lo ingegno ,moflr a M apertamente , di^ effere a quegli
animali pari &^ S Ey 0 X'if^O. io8 ftniìgtìanti . \Alcum uerameme che hanno
il capo acuto in guifa di pigna^nonfentono al freno dela uer gogna & del
rijpettoje operatimi^ od almeno le no glie loro 5 ubidire giamai : Ma come ne
la tSirinfeca figura del càpo^cofi ne gli affetti di dentro del core^ non fe ne
uanno o da i coruh o da le cornici diuerfik 3V(e ci renino lungi anchora quegli
altrì^che hàiedh la collottola^ ciò e la parte di drieto del capo , baffa ^
humile, fono per quefìo fegnoy conofciuti d'e/fert animoft & arditi: Et fc
alcuno , fieri &' temerari il nominaffe certamente non errar ebbe. Da
l'altro la-^ ìo.non douete punto di quegli hitomini fidami , che tengono qui ne
le tempie molta concauita:perciocht fempregli trouerete efferefrodolentiybejfardiy&ìn
gannatori: Et hauere tuttauia nel petto & ne tani^ nió loroyin cambio di
piaceuolc^rjr^yitroftaÀi com^\ paJfione,odio:& di manfuctudiìie &
humanita^ fie^\ re^T^ dia fine & difdegno . Ora la forma adunque, de la tcfìagiufia
& proportionata: non d'altra qua. tita rfe ' e/fere che mediocre : onero
più tofto minore, alquanto che grande : Etprejfo a ciò , ritonda ne la parte
dinan'7^ & di dietro} Et ne le tempie non con taua ò cauernofama
leggiermente baffa & humile-^ Quegli huomini per tanto chcdi quefla
manier^f portano il capOy abondano principalmente di inge^ gno; Et fono ne
corti Moni j pictoftyhumamj pcuA denti: J<(e in liberalità ^^graìidei^
d^anmòy q m ^bauere di continouo accejb iL coré4i nobili>&altK
&honorc{tisi^d^conceiono^gi^^ 0 ìlU L I B ^0 perfona le primiere
parti.I{efla bora carne fiimo,d^ uendo porre a queHa mia fatica l'ultima manoy
alca na cofa a ragionare anchora de le qualità degli aree chi: membri come
diffe la antichità reuerenda ^ala memoria facrati: benché alcuni letoriya la
fapien'^ iredeffero. De i quali i piccìoliffmi y le malìtie , U libidine , i
furti y & lefcelerate^^e^ propri & na* tur ali affetti de lefcimie^
[hmprecon ejfo loro fo^^ gliono hauere: Douei troppo grandi ^ come a gli Ufini
ne le qualità corporali fanno ritratto ; co fi ne l*ignorantia, ne la
Ì7ifenfate^ per co fi dire , & ne la fciocchexi^ cT balordexj^ &
fimplicita > che uoglie fono & pajjioni di mente, fe ne uanno a que^ gli
Heffi animali parimente drieto • Gli orecchi ue^ ramente di me^ana grandei^ y
formati come dif-- fe il Ouìrini di bel punto un me^o cerchio , & con^
ueneuolmente dal capo jpiccatij di molta facilita ne lo imprendere , & di
acute's^a & di ecceìlentia di ingegno danno argomento 2 Et infieme anchora
di humanitaydi cortefia.di prudcntiaydì manfuetudine, ^ di pieta.Con gli
orecchi poi oltre al douerc da la teHa jpiccatiyleuanita& le fouerchie
dande ; Et per contrario co i molto attaccati,Hanno fempre la pigritia ja
ro%e7;x^y& la tardità cofi del corpo co^ me de l'animo . t^de uolte oltre a
do gli orecchi molto lunghi & Sìrettiy da Vinuidiafi dtfcompagna m : I
fecchi & fottili y da Vanfieta & da i dolori ; £tdi ritti &
difiefiydal ftlentio & da i molti penfià ùiEirbuona cofa ancjf (ira
cheperuoififappia: eoltt . lop ro che ne gli orecchi abondano di molti peli y
haue-^ re oltre à tutti gli hmminì -perfettijìimo udito • Da poiché fuHcmto
fino à quello termine il Conjblo ragionando , non altramente che foglia un
nauilio iìanco per molto uiaggioy CT cui non poco anchora di uia rcSÌi à fare.rìtrouato
qualche picciolo fino di m ar e yr accoglier ui fi denti'Oj fi per ripofarfi de
la durata fatica-^ & parte per prouederft de le nece f far ie bi fogne al
fuo camino ; ucggendofi condotto oue facea il fuo ragionamento queflo breue
golfo , raccolfe al fuo dire le uele , CT fermofii ; non meno per riprender
lena; che per prouedere à ciò che di più auanti dir e gli era mefìiero.Laqual
co fa, preflo occafione àgli altri di fare il contrario. Onde tutti infieme ,
lietamente fi diedero in fui ragionare de le cofe udite : Et quale di una parte
y & quale di un'altra che più gli era a l'animo fauellauaia colui lo
Sìile^a quell'altro la dottrina piaceua : L'ordine ad altruìyad alcuno la
diligentia aggradiua : Et eia ffuno diuerfamente,ma di uolere in quejlo mito co
gli altriyne commendaua & ne lodaua molto il Zor no'j^.Terche egliyuago che
a cot ai parole fi dejfe^ ro lejpallefmterrompendo loro il parlar e y in quefto
niodo rincomincio JÌSfon perche con molto di coltu- ra ut fi Hudi ogni giorno ydiuentarà
il pruno mela- xanciogiamai:T>(e mutata la primiera naturayil fal m fi farà
ctprejfo. Siate contenti adunque^non ten^ tando cofa che il foHenerla o
difficile , come Himo impofiibile HÌfìày lafciarmifeguitare narrando co-
mepromìfiyde le condìtìoni del colore di tuttodì cor po:cofi ne la carne per
[eccome anchora ne i peli^i^ 7ie le ruote degli occhi riguardando: De laqtial
co^ fa (pacciatomiycon poco altro che apprejfo foggiun^ gafaro del tutto de la
mia fatica diliberato. Et fen %a altra rifpoHa ajpettare^cofi feguito. il
colore ne ipeli ne la carne molto fofco & ncro^fignifìca li
bidineiaflutiay& timidità: De laqual cofa cffère ce ne pojjbno efjmpio , 7
Mori de l'africa ^ .dela BarberiaiChe di tale colore dipinti il corpo da là no,
tura i non d'altre maggiori & più uìue affettioni § fentono fe hauere
l'anima pregna . La carne uera^ niente hianca^chiaray & humidetta y
accompagna-- ta con neriftimi & foltifiimipeliy colera ne la com plefiione
; & ardimento , ingegno , piaceuole']^ ^aymobilitay(^ incoslantia , ne gli
affetti fuol di-^ moUrareiMaper contrario poi y con rari & hian^ chi peli
congiuntaydi fouerchio humore nel corpo , Cir di molto timore rie l'animo Ì
proprietà generaU mente naturali a lefemincyctla fempre èjjer fcgno fi crede,
il còloYè adrmqiie temperàtàmente d'àm^\ bedue quefti efìremimefcolatOyciò è di
bianco & dì heroyquale è il hàtutale colore de i Lèóniy che bru-^ no è
uolgarmcnte domandato da uoi y non fofco pe^ ròyma chiaro anT^ ^ apertOy&da
le proprie'uoglie de i Leònìycbc fono animof:ta^7ìiagnificentiayftrita^ &
orgoglio yì[ion h^ufato di 'partiì'/i giamai. ^ltrh che grandemente s'à
ffòmìglianò ài colore de le Fot f i^fono fi comè àptitQj^tiegti anijfiàti^mti
cafcAHti SEC00 ìió ' dì ue%^i: fcelerat'ua^ìuti : & pieni fmpre di modi feccioji:!
pallidi , & che mostrano ìtel colore & ne gli atti turbatione
alteramento^ fono timidi A^-^ boli-,& paurofi'parte perche aiia:^ ne la
loro com* flejjione l'humidita:Et molto più > perche naturaU mente hanno
quelgeHo del uifoy che fogliono gli al tri hmmini hauere^efjendo per
accidente^da alcuna fiibita paura sbattutiSìSle ni fi. [cor di maiy ani^ tene
te per generale regola & norma, che lapaUide^^ naturale, non dinerfa dal
colore de la cenere o del piombo, ilche fu come indicio digraue maluagità a Tifone
oppofio da Marco Ttillio^nonfilafciadrie^ togiamaiyncl corpo laprigritia &
la tardità: Et ne l'animo la incontinentiaylcjfeminationey te fraudi > le
fimulationhgli ingannici tradimenti , la perfidia^ & VempietaiLequali
trifiifime coditionijyen teme uà Cefare in Bruto & in Cafiioipiu affai che
egli n$ faceua la ebbre^^ , la libidine , & la crudeltà di Marco Antonio di
Dolobella : ^n'^ che dico io '^pÌH affai? Che queUe, non mai il fuó animo
moffero : Doue quelle, pur fcmprelo moleHarono . La carne 'gìaUa,& che
molto col mele tenga di fimiglianxa^ come che poca cofa ella ne fia lontana dal
tempera^ * 'meto y moHra nondimeno cheVhumore &lafred^ 'de'^^yfouerchi per
alquanto la conuencnole propor ^tione:Onde ne feguita primieramente ne le parti
in trinfichedi quel corpo, il difficile & tardo mouime to del fangue:icìr
per ciò de gli fpirti: Etpoiinquel le di fuorivia pigritia (^y h tardità de le
operruìo^ ■ i liO nhEt al fnt negli
inuifihili affetti de V ammolla ti-- midìtàile ciancie,^ lagolofnà . Ma come
poco la complejiione fi parte come ho detto da la mediocre temperaturaj cofi fi
de filmare che le cofe che a lei uegono appreffo^no debbano per modo alcuno
andar fenefin negli eHremi:Ma il quanto ciò fìa , non con parole o regole
infegnare y ma con accorte':^ ^ ^ giiidicio fi puote conietturare. Ver che fe
ben uedre moyqwxnti à punto hoggi ci uiuono huomini , tante fono quafi Le
mefcolan%e temperamenti de le complefìioni: Di che il uolere darne certa partii
culaìfe ojjhuationejfarebbe certamente difficileyan ;(f pure impofiibile
imprefa.Terò d'alcune cofi in ge neraleycome ho già cominciato parlandoneyle
minti te & copoHe differe'Z^ che tra tuna & l'altra ìiha no di loroyin
tutto al uofiro giudicio me ne andrò ri mettendo.Ora adu7iq; feguendoydico che
i uerdigni non in tutto fecchinepouerineluifo di peliy come che di colore poco
più fofchiopiu chiari gli habbia no de la carney fe ne rimangono come quegli
ultimi poco difopra narratile ol timore y con le bugie y con le cianciey^ con
le uanitày Et fopra tutto ycolgolofo tS^accefo defio del mangiare. Ma da
l'altra parte ne lo fdegn0y& più nela fi>iac€Uole'^ayper nonpo €0 dì
(patio loropajjàno auanti . Se ueramente^on quello già detto color e ^unitì
fono rarifiimi & nerif fimìpeliy& infiemegrandiffima fecche'^^ di carne
noni facile a raccontareyquayitainmdiay & quata ^iac€Hole';;2^yq!teJìe tai
qualità fi tirino drietQ;2^c. . rir inoioftpenfieriyne le cure folUcite cr
anfiofe , ne là vdiofa & fcontenta mdigmtà^giamai dalor fi allo tanano.Di
coloro poi che ne la carne & ne i pelifo no uermìgliyé propria naturalmete
la prcfte':^^ la mobìlità^ia leggere^^etla udocìtàtcofì ne le aper re, &
manifc/ie opcr adoni dclcorpo;quanto negli occoltì&chiufi mouimeti de C
animo. Et quanto que Ho colore è più infiamato r7 più uìuoytanto douer ef fere
maggiori i predetti affctti^ccrtamete ci è da lui dimoHrato: Et tale fi
potrebbe egli efiere anchora , che laprcHe':^ in furiarla mobilita in impeto ,
la legger e%^ in precipitìoy& la uelocità in ììrahboc camento ne mutar
ebbe: Et cofi di unpicciol male » ^ di poco moment Oy uno grandifiimo CT molto
im portante fe ne farebbe. Ben èuero però chequeUa uiua & molta
roficT^yCjfendo con humida^S^ mol le^zir candida)& chiara carne
accompagnata , non ofcuri inditi di ahondan%a difangue^fignifica facili ta&p
rontc:^ di ingegno: Et buona, ^ cortefe , Cjr amoreuole natura: Et facili fiima
a rimettere ^ a perdonare tutte le offefe.Ma non a^ et tate già in coloro
quefli ultimi buoni affcttiyche hauendo ipeli uermigli come bragie , & come
acce fi carboni^ gli habbiano medefimamente durifihni & fommamete grofii:
Et inficme la carne fofca.nera^durayVt ajciut ta.^nxigiudicandolì pieni fempre
di furor e, d'ira^ fj;- diferuente fdegnOy & abbondanti di malignità (ir
diprauì ^fcelerati penfieri^non maiingiufìa^ mente farete: medefmamente > fe
le infidie^ le I fraHd'hi
tradìment'hó" U mancar de lafede^con c/- fo toro congiugnerette . Ma fé
queiìo colore come fiamma uermigUo nel petto fi uedc.da la molta coh ra che
regna in quel corpo,quafi da acuto & da fu crentcHimoloyne
èfojpintafeggiermeme l'anima ad adirarfi.Tle altramente fentono coloro tn fe
auem^ re>che portano le uene del collo &de le tewpie,gra demente
gonfieyatnpie,rUeuate,& apparentifìme . lequalìammeduefignificatìon'h dal
gefto di coloro /«) o«o tratte,che per accidente fono talbora adira
ti-lqualimentrefonoaccefi nel furore ardcntifit- mo de la colera.CT nel petto ,
nel già detto modo fi tnfianmanoiEt ne le predette uene, non poco fi gon
fiano.Lafacciaueramente tutta fparfadi colore di rofe,come cheipeli o biondino
uermiglhod' altra ma niera coloriti fiano,fuole ejfer fempre nuntìa di gi9
condita & di letitia d'anmo:Et troppo più di mo-- elegia & di
uergogna-.ouero come fi diccydi arrofiir fi cr di uergognarfi con poca
difficultà . Ma fe que-^ fio colore , non per tutta la faccia come ho detto h.
fbarfo , an'^folo ne le guancie è riflretto, ne la eb- fcrc^^cc^ , ne l'ingordo
appetito del bere , può Bare gran fatto lontano ofeparato da lui . meno da
l'apparentia degli ebbri fi è tolto queH ultimo fe-^ "noyle guancie de i
quali fa come rofe fiorire la abo %n'zadel beuuto uino ;cb e' l primiero fi fia
da colo- ro,cbc per alcuno cafo fi uergognano : Onde per h
fan"uefoprauenutoM,arde la faccia loro inguifa di fiamma . il phìlofopho
aUma che gran pc^er* I . flato fen'^far mottOypoi che cofi lo Spaghuolo beh he
detcòijeriteììdo Ui del fno ragionamento rìpofar fiyin queHo modo parlò. B^cor
domi ejjèndo ancbora giouenctto^an':^piu lofio f 'anciulloyhauer ueduto un
principe che faceua fecondo la uiltà di quei tempi la Italia tremarcybaucre il
nafo tuttOy^ quefte par ti del uolto che gli fono uicine , tinte di uno ofcuro
rofforei Etpiu tojio a [angue congelato^ od a fegato fimiglianteychc ad altra
qualunque cofa fi fojfe . IL^ che fu poi cagione iche notati & aduertiti i
coftu-- mi di luiyio face/a in tutti gli altri buomini che quel le parti cofi
fattamente baucuano rojje , una certa mia paticulare offeruatione:Etfi m'
acorfi poiy&ue r amente comprefh effere in tutti loro ugualità per cofi dir
e y& fimilitudine di appetiti • Terò mi faria carOyche anchor uoi la
opinione uoHra me ne dice^ fteiaccioche come bene per ine medcfimo mifofii ap
poHo a la uerita^ intendere mi faceUe.Dalucro na ui farete dipartito
rifpofefubito il Confoloy in giudi cado co fioro fceleratijfmiiEt pieni di
tutti i uitipitt enormi &piufoi^. Difiderofi di patire le disbone
Hafeminilhcontaminatori de la bonefia de fanciul liibeuitorifen^a modo &
fen:^a mifura : Et al fine malcdicentiyinuidiofiyCÌancìatoriyfuergognatiy&
fo pra tutto fieri ftimi & crudelifiimi.^ queflo il Fo-- glianoycertamente
fegli animi fi potejjero difie di^ finger e ygia non faria pofiihile di meglio
&, più mi nut amente colorimele qualità , & le uoglie de le inenti
loroiche col penellq de la lingua,a' colore de L I B 1^0 le parole^ ce le
habbbiate ejpreffamente fatto uede re. Ala poi che la confcrmatione di uoimi ha
rendu to certo itne non hauere ne i termini di que^ìa dot- trinafalfarncte
Uimato/egno fia che lafciando que fìi rei htiomini ftarfi ne la lor mala
uentura^ quello fegtiitiate^che più auati a dire in quefia materia ui
re^U.^lhora lo Spagnuolo , diftendendo alquanto la Jiia dejira mano^quafi in
qual modo lignificare uo lendo che fiejjero attentiyin cofi fatta maniera rifa
mllo.lSlegli 0 c chi yap erte i& chiare, & lucide fine Sire de l'animo
, del colore de quali hora è ben tepo che fi ragio7iiymolte CT uarie
confidcrationi àfono . Ma nonperò.fono quefle differei^ein tutto l'occhio
egualmcntcxanxi in quella parte folayche circodata dal bianco jfafcia & fta
intorno a la pupillaXaqua^ leèuolgarmete nominata il ncì'o de l'occhio: Et da
^alcUnìpiu dottila ruota.^o hanno adunque in aU cun' altra parte fuori che in
qucfla^ la propria loro hahhatione quelle diucrfita , onde ( fi come il perfo
dal uermigliOo& l'aTiurro dal uerde)fi dice uariare ^ ejfere diuerfo
lun'hnomo da V altro nel colore de gli occhiXhe lapuppilla e'lbianco(come
chiaro &^ aperto fi uede)pcr qualità di colorejn tutti quanti gli
huominijono fempre quelli medefmi: fen%a ha-- uerui da colui a quefi'altrOy
alcuna uarìcta . Il nero adunque folamente è quella parte che uaria: ma no
gia^come e flato fententia di alcuni non indegni dot tortane i cauallifolo
& ne gli huomirti: ma ne i cani anchorai^ ne lejcimic : & in molte
altre jpecte di animali: . ìT^ fi come noi diligenaemcìnc habbiam'o dfferudt(K
T^le pure è differente rfue[ìa parte, gli huonàm tra laro confiderandoy &
luno ir^eme con T altro para gonandoyma in im corpo medejimoyfecondo che egli o
più. 0, mti.no. annouera anni.fi fcorgono in lei non fìcciole differeu's^e.Concìojìacofa
che altro fia il co^ i^rc di qiicjla ruota^ injtn tenero & acerbo bambir
m:aUrOy inm .Imómo più maturo & fermo: & al- tro. al fine yin m di già
mex^: ^peruenuto a l[efirc tna uecchic^i^^ Ma le puppille neramente come ho
dt^ttOyTkcXa tonalità &.mlcQlore.no uariam gia:Ma foto rie là
qudntitay& nela grande'^ . Terche fa^ f ere conmenfiy cbje k.picciole.come
portano le yol-^ piyi Serpenti^ & le Scimieymai ne da maluagita^ ne da
caniuipmfieri, ne da ouaritìuyneÀapQco qgdir fhento^triSit uogliè che l animo
imgombr ano di qtic gli animaliynon pojj'orio jìare lontane naturalmente.,
Ma'comc che in tutte^lf maniere ^ le qualità rfè gli occhi y lapicciolex^ de le
puppille fia rea;eHa è peggiore affai , negli occhi bianchi er ulìuigni : EP.
pejfima poiyje quefti Hejfi fono concauiyfecchiy& tt nebroft: Ma in molti
doppia ani^pure in infinito ne crefce la fua malitia > fe con tutte le
conditionipre-^ dette.fojjero gli occhi macchiatiy& Jparft di alcune, punte
di uari colori Ma da l'altro lato la grande':^ %a de le puppille y poi
chetalìinquefla parte fono le pecore ei buoiy chepuote ella altro fignifìcare ,
che tardità di ingegno :groJfe'2^ di cerueUo:uanita:foffe rèntia:^ femplice
&ro7^ humanitafaccioche non V i L 1 5 i^U minore lei femhìanxafojje ne le
inuifibili paffionì de l'animo; che ella fi fia ne le manifefie conditioni del
corpo. In fomma^le puppìlle come tutte V altre mera braydebbono ejjere
j?roportionate:Et tali effendo^et giuflitiai& bontà buoni coHumi dimoHrano:
Do ue color OiCui d'altra guifii furono date da la natura^ eJr fconumatiy&
maluagh CT ingiuri ^effer e per ciò fi comprendono . tt [e per auentura alcuna
fiata aue nij}e(ilche pero fia di rado)che da uoifojjero ueduti chi le puppille
hauejjero lunge & ouali j oucro di ijualunque altra forma angularhbcne
& ragioneuo le è che fappiatey i naturali mouimenti de l'anime lo ¥oyCofi
da VefJeregiuHiy o buoni ^ od honefli trouarfi difcoflo;come daldieci^l'uno:
dalpefi), la leggere':!^ %ai& da la Brumali folSìitio del Cancro Jh{e punto
fate Hima che quegli altri più ui s'accoftino , chele puppille (tutto che de la
ifteffa forma ) nondimeno l'una ne haueffino maggiore & più ampia che Val^
ira^r T^el bianco poijfe ben non u'è partitamente dif feren%^ alcuna di colore
o di quantita^u^èpero intro dotta una certa diffomiglian^a^da la qualità di
alcu neuene che per entro ui fcorrono:LequaiyUermigUe^ moltei& chiaramente
uifibilieJfendOi mo^rano che la colera ahondi nel corpoiEt lo fdegn0y&
lafie re7^ r^e inanimo. Ma fe elle tantey& cofifolte^ & cofi grandi
fono y che in gran parte il bianco quafi tutto ne coprano Jlimat e pure che gli
affetti che con loro fi giungonoyfiano oltre ad ogni termine honeiìo &
diceuolefuribondi:Et fe con quefìa tale conditio ne y fojjero gli occhi tutti in fe od humidì
0 fèccht^ Vchhrcz^y con Ihumidita; & la furia impctuofìffi-^ nta^con la
fecchc^ credete che alloggi . Ma quan^ do il bianco non in quello modo Jparjò
di uene, an^} fia tinto di pallido liuidore , c^r che tutta la quantità de
l'occhio (come che grauemente) pure JpeJJb fi ma myrnetteteloper certiffimo
fegnoy diferma^^ tena xey& profonda memoria:Et di buonifjlmo giudicioi
Etinfiemc dipenfofayintellettuale^& contemplati^ ua natura.Ma perche con
maggiore diflintione pro-^ ceda il noflro ragionamento, onde più facile ne fia
parimente la ìntelligeni^a hauete a fapere che la ruota degli occhi , laquaLe
come difopra narrai Ha intorno a la puppilla,& è circondata dal bianco j no
può generalmente parlando , ejjere d'altro colort^^ che 2uno'di
queHitire.Tercioche o eUa e tutta axyr ra: Et ha intorno a lapuppilla alcuni
raggi bianchi che a pena fi Jcorgono.llchefi come ftimoy diede oc-^ cafione
primieramete^che gli occhi tali che Cefii da i Latini furono detthfoffìno
communemente nomina ti da quel colore. Ouero che ella è uerdigna:Et i rag gi
che manifefti apparenti efcono da lapuppilla^ fono di colore d'oroylquali non
altramente leftanno dintorno ^che fi facciano ìfuoi cerca la ruota de l'ho
riuolo : Donde auiene > che elli quantunque uifibil- mente da la puppilla fi
partono > non cuoprano pero tutta la ruota : 2S(e fino a l'ultima eflremita
di lei che è contigua al bianco, pojjano peruenire^ Laqual cofa, non in tutti
gli occhi tali medefimamente ; ma T ij TI \QL IBU Z . , ih alcuni pìuy& m
alcuni meno fi trouaXonciofiaco Jaycbe talhora i raggi per poco di (patio
lotani da ta puppilla finifcano: Et nota lafcino in queUo modo^no f icciola
parte de la ruota: Et alcune uolt comandino M punta loroyfin ne l'ultima
circonfer ernia di queU la. Et in cjuefla maniera quella parte fola nota ne re -Jktj
che tra le onde diro cofi , de l'uno raggio Cir de altro rimane. Or aper che in
quesìa forte d'occhi fi -fcoprono almeno due qualità di colori.ynoii latini
-imitando iUari li domandiamo: Ma i Graci da la bel^ lex^ loro tirati^ non per
quel folo nome gli appella i rono; ma gratiofi ancbor^ li dijfcro : Èt come che
^iu belli di tutti gli alttk co fi anchùranHntij di mi^ ^cgUori affetti
jhehbero opinione che fofft rò. Vultima :poi generale qualità di queSìa ruota ,
è che i raggi ufcenti da la puppilla fiano cofi forti & Jpeffiychela
'ingombrino tutta infino aia fua ultiirm parte: Et, alhora gli occhi tali ,
fono addomandati neri : non perche neri fiano ueramente: Che an'^ da uicìno
fifo miratijfi fcopre in loro il colore giallo: Etprov ^riamente ad oro fimile
. Ma perche di lontano y jion co molta attentìone guardati^ fcgliono ne la pri
ma uiSìa fempre hauere quella apparenza • Ma que He uniuerjali differenT^
lafciamo : Et d'alcun aU tre , che più particular mente fono negli occhi ua^ ri
, Jegiiitando diciamo . In alcuni de quali , ne /V- firema parte de la ruota ,
laquale come la carne a la peUe.è congiunta al bianco de l'occhioyucdefi talho^
ra uno cerchietta nera : xiuando ^ uno bianco: fpcjjìà^ » . ir^
uri^altro-^aguìfa d'oro lucido & YÌjplendentc:Etal^ cune uolte^uno uergato
di più colori come Inarco ce-- IcHe ♦ De la nerex^a^ ne h cagione la ftccita :
Et la ^hondan^a del muninconico humore . // bianco^Ja humìdita & da phlegma
procede. T^afce lo Jplendo re yda punta di fangue.Etlauarictaylafua origine ti
ra da lo eccejjò di quegli humori yche per cjutjie re^i gole ejfere ne gli
occhi fi intendono: Donando tutta^ uia il Uerrhigtio accefOj ouero
ilferrigno^ol rugino foyfe in qucUa mefcolan'T^ u' hanno di tai coloriy a la
fuperfluita de la colera. I primieri,non fen^ cagio;- ne luuidiofi &
maligni pojjono ejjer e giudicati:! fe^ condì , uani & bugiardi : T\[e
hanno per ordinario molto acuta uifla. I ter7^Mbidinofi:Etgli ultimi a la fine
golofi 0 inteperatiMa fegno alcuno di colera^ hauendoy& priui medcfmamentc
effendo di humi ditajnfiemecongli affetti predctti,il furore aggiun gereft
conuienese ueramente la fecchei^ con l'hu more cambiafiinOy&
magnanimì^& fortiy& uera^ ciy& giudicìoft fartbbonoMa oltre a
queflo^non pO, co di afprexi^ neglifdegni ritenirebbono: Et drie^ io a tutte le
cofe Peneree,fcmpre uanamente fi per derebbono . Ora perche(come difopra
alquanto ne toccai breuemente)non pochi fono quegli huomìni che portano negli
occhi impr effe alcune punte di ua fi colorijragioneuole flimopria che d'altra
cofa aU- cuna fi trattiyle fignifìcationi di queflc apertamente moflrare. Et
come che generalmente in tutte le qua lita degli occhiale punte ^ le macchie
fian reefpur T iij re nondimeno di gran
lunga fono peggiori negli oc chi bianchi & uliuigni: onde coneJJòlorOyi
tradimen tiylejraudiyle rapinerie maUtieyla f^gacitayCt U sfrt nata temer
itayfempremai fi congiunge. Ma fe ne gli occhi nari alcune poi ce ne hauefiinoy
la roi^'j^a ne lo intelletto , & la ajperita la {piaceuok7;p:;a ne i
cofiumijcertamente fi menarebbono appreJJòéMale fanguignCycheper entro agli
occhi neriycome le fiel le nel Cielo y& ne i prati i fiori uederete fparfey
non altramente hanno gli affetti loro maluagi che IOt leandro CT la
Cicuta;& l'Orione e'I tempeflofo jir turo fiano foliti hauere.Oìide fia
fempre bencylo flU mare che da homicidijyda dishonefia Ubidiney da fi-m
mulationiy& fopra tutto da aUutia nel fapere cela^ re i fecreti del cuor
enfiano da ogni tempo feguite ^ Quelle altre poi che di pallido &fofco
colore mac-^ chianogli occhiyfanno forgere ne l'animo uogliayche tutti gli
huomini un fol capo hauefiino:Et quello(co me dei Bimani diceuaCaliguld) uedere
pofcialor tronco. Et a quefia fi grande & cofi fiera malignità^ fi unifce
naturalmete lo appetito de le cofe impofiibi li: Et la inuefiigatione (benché a
cattiuo fine) degli accolti fatti de la natura & de gli huominiMa non rcflo
^damantioyilche da noi certifiimo se ritroua tOydi mettere non meno infieme con
quefleil timo-- re;che con le fopr adette il furore fi flia.Ora concbiu
dendoyin fomma affermo che le macchie tutte degli occhiycume iljuccidume &
le lordure a ipanni,tol^ gono a l anima la nette^ & lapurita.Ma jper
di^ fintamente bora di tutte L'altre
qualità del colore de gli occhi narrare ydouete hauere in mente ycbe ne i tenebrofi
& ofcuri , u'babiti di continouo qualcbe fnale:& qualcbe Tirana &
borrenda fciagura. Iqua li poi [e infìeme con l'horror e & con Cojcurita
ante detta fcccbi & aridi fojjìno, tanto più certi tejlimo ni di perfidia
& di infedeltayne uerrebbono ad effe rei Et fe co tutto ciocia picciolc'j^
anchora conefjò loro fifoffcytanto meno di cagione bauete di douere lor fede
prefiare: Concio fia co fa cbe di fraudici ma lignitayditradimenth& di
inganni fiano abondan^ tiffmi. Quei foli , tra tutti i tenebrofi alcuna parte
hanno in fe di bontay che di conucneuole grandex^ dotati ypiu cbe mei^namente
fono bumidi. Quegli f foUecitudine & cofìdtia;quefìiyConfideratione &
do edita; Et quefli ifleffureligione & timore ne l anima impartono: Et del
core la liberalità de le radici fue^ gliendojn uece di leiyO lauaritiayO la
miferiayod al-- meno la parftmonia ui piantano . Ma fcmprefgene^ Talmente
parlando) quefla tale ofcuritayfi tiene con-* effolei la perfìdia &
lintemperantia:Laquale tanto e maggiore & più crefcCy quanto più fono
borribili & ofcure le tenebre. Da l'altra parte gli occhi lumi nofi &
rìfplcndenti , come per la qualità del colore a i fopr adetti fono contrari ;
co fi ne gli affetti cbe loro die per compagni la dìuina natura , come viete a
la Libra , CT al Boote il Canopo , & come il Sericano a VlberOy& a
l'Ethìopo il Scitta^fono co-- me fi dice distanti per tutto il diametro . Onde
, & Z di grande':^ & di
eminentia l'altre buone condì'* tioni haucndoyfono fen%a alcun fallo yuia più
che tut ti gli altri difiderabili ^ T^e fogliono altro di incom modo hauere
conejjoloro , e/fendo tuttauia fi. come quei di i Galli lucidiffimi , &
ardenti di puro fpleìi^ dorcyfaluo che la iìicontinentia & la libidine
:Ondc^ fia jàno configlio y il non commettere quelle femine a la guardia loro
> che caHe ^pudiche difideriamo che uiuano : altramente con la paglia il
fuoco, e'I Lupo con l'ugnella, tardi & con noftro dannOy a la fine ci
auedremo di hauere infieme congiunto . Gli occhi uariy che grandi &
rijplendenti & humidi/ia noconueneuolmentey diforte^i^ di corpo^di graUfr.
de.':^ d'animoy& di ualorey& di ingegno prejìanò fede: Et a quei fi
ajfmigliàno , degli animofi Leonia ^dele fiere àquile. Ma fefofiino grandi
folamen te più de l'hone^ìo, & lucefilnoy CST mouejfmfi nel ri mirar ey
come quei fanno degli huomini acce fi d'ira eìr di J degno y& Uefiìno le
palpebre loro molto lar^ ghe & apertcycon uerita fi potrebbe dir'eyloro
ejfe^ re più di tutti gli occhi tri§ìijfmi:fi come quelliyche a i Lupìy & a
i cinghiali portando fembìan^a , non potrebbono da le maluagie uoglie di quegli
anima^ iiycffere lontani giamaì:jtn%i di crudeltay& difie^ reT^y & di
rapacità 9 di molto gli uincercbbono • Se uer amente con la picciolei^
uibrajjino , / mali-- gni &frodolenti cifcopririano.-Doueco lagrande's^ %a
y ci dariano manife§ìo indicio digolofita, difoU Ha , ^ di fciocche'^ • Ben è
ucro che gli occhi in tty ^itetia
guifamouemifi i ne per humìdìtay ne per grandei^y ne per jplendore , dal
medriocre CT ra^ gionemle flato partenti/i , e^r con tutto queHo Uca ti ejjendo
& brilLant'h dimofirano eccellente & ra^ ra alte']^ d'animo : altero CT
inuincìbile jpirito , Cìr ardentijjimo & ineflingmhìle difiderio di gloria
CJr d'honore . Ma non crediate pero , che per que^ ^ìe fi buone & fi lodate
conditioni y manchino da r altro lato o di fouerchia arrogantia : &nel uan^
tarfi majjimamente : onero di cbbrc^a : & di ira sfrenata CT impatiente :
Et del corpo parlando , di ejfere da lepaffioni del morbo caduco di leggiero ah
battuto.Tali (come fi troua fcritto) furono gli occhi del Magno ^lejfandro : In
cui le qualità primiera mente dette , lo fecero empire di fuoi triompbi eSr* di
fue uittoric , le parti Orientali tutte del mondo : £t le feconde , a" la
uccifionejct .Jpinfero di dito Calliftene : & a l'incendio de l'antica
Citta di Ver-^ fepoli . Or finalmente adunque , & per ttniuerfatc
conclufioncy tutti gh occhi che uibrano y come fe jat tare uolefiino fuori del
capo y hanno fempre in com^ pagnia loro , qualche tritio uitio : Et qualche
grauc & biafimeuole {celeraten:^ . Quegli altri poi y ne i quali il rifo CT
il piacere albergay tenendo con la feù. the'xj^ infìeme y le palpebre cofi
me'xo chiiife , & guardando come qui sufa a dire difotto co'7;j^y non fono
àegni inuero di lode alcuna : Et meno anco que gli altriyche con tutto quello
fono concaui anchora^ \An'^ & qneHi & quelli y uanno fempre qualche
1 ria malisagitafabricando. TriHo è
parimente il foy fe nel fronte y ne legate^ & ne le ciglia, uba uno certo tremore
: Et più cattino poi yfe chiudendo & aprendo jpelje fiate lepalpcbre,
mirano intentamen te: Et triliiffmo al fine, quando di loro natura Han no gli
occhi aperti(fmi.^lhora neramente il rijò ha meno in fe di trifiitia, che egli
comolta humiditade è congiunto : Ts[e fuori che uana ór fciocca fcmpLici tay ór
non potere fojferire i dolori, altro di male gli. fi può attribuire. Ida fe con
quefto humore lepalpe braflejfmo tefe , ór molle il fronte, ór molli fofiino
queHe parti qui intorno agli orecchi, ciafcuno uitio in tutto da Ce difcac
dandone , fi rimane il rifo in compagnia de le uirtu : De lequai, lagiufiitia
rende gli huominifimili a Dio : laprudentia , gli ammae^ Sìra: la amoreuoleT^
la pietà CT la manfuetudine > li fanno cari ór grati ciafcuno: Et la
magnifìcetia al fine,il difìderio de la gloria & de Vhonore nel petto gli
infilila . Ma per contrario gli huomini di fiera Órpauentofa guatatura ,
hauendo pregni gli occhi diconueneuole copia di humidita,fono penfofi natu^
talmente & ingegnofi . Doue fe la fecchcj^ infie^ me con la ferita de lo
fguardo fi accoppia , alhora Ibene in male , l ingegno in malitie, ór li
penfie-^ iri in dijperatione in un tratto fi mutano : Et fe con tutto queHo ,
ajpra la front e, gli occhi fermi , ÓJ* ritte fofiino le palpebre,
incrudelifcono ne la feroci ta de le uoglie; ardifcono a qualunque imprefai
Ts(e finalmente^ alcuna cofa non tentata lafciano . Et poi . llS che m'è auemto
di fare bora mentlone de Ictferme^ %a & rigidità degli occhia da quejio non
miparten doy hauete afermarui nel core , lei ejjere aperto ^ manifejlo fegno^di
maluagie & trifie offe tt ioni ehm fe & occoltenc ranimo.Magli
miuerfali lafciando, er ne iparticulari col parlare entrandoygli occhi in queHo
modo fermi rigidi & fifii^ inft eme con llm^ miditayil timor e-ycon la
fecches^x^yld menticaggine; 0 con la pallide'^y lo Hupore argomentano. CoU ro
poi che con la rigidej^ leuano altamente le ci^ glia^aprendogli occhi come fe
per efii rejpirare uo^ Lefimo y fono [degno fiy crudeli^ imprudenti^ maligni ^
CT Jìoltamcnte faui . Ma fe col rigore fono gli occhi grandi & di colore
uermiglioy infatiabile nehlaga la'& sfrenata & ardentijìima la
libidine.Et fe con • quefioy hauefiiuo le gote ma certa fijfura, non fi de
ìlare in dubbio che la sfacciatex^y la ingiuHitiaM infatiabilita (per cofi
dire) & la dijperationcy CT h mala cotentc j^yfempre co i predetti affetti
non ua dano.Gliauarh & di continouo a i guadagni &for feale rapine
intenti da gli occhi piccioli & fermi fono moftratidqualife medeftmamente
tra le ciglia il fronte crejpajìinoy o fia che per natura molte grìn c(e
n'haueffino , frodolentifiimifopra tutti gli huo^ mini ne farebbono : Et fe con
tutta la per fona an^ dajfmo chini & piegatiy che ladroni fojfino &
fom- mamente colericiyconofcere douerefle.Ma fopra tut to y Vamicitia hauere
non ui curate , & hauendola, dilafciarla cercate^ di coloro che ^Hocchi
uliui< 1 l I B j^niy& rigìdìj
& ofcHYÌ portano ne la teJlaiChe fem i preingannatorij& nel malfare
& ne le graui [cele | yatex^ifuegliati & fremii li troi^ercte: Et non
/o- lo dilettaìitifhnm procaccianti anchora le nnferiej.e -calamita, & le
rouine degli buomini. Tale fu ne di fuoi^ne fino ad bora da la morte di lui
molto di tem- po è pajfatOyun giouene di non picciolo affare in que Sìa Citta:
llquale col fuo fine borribile & pauento- fo^con danno difej& utile di
chi u' intende & appli ta l'animo, IdUerita di qitefìa dottrina pienamente
ci confermo. Soli gli occbi filfhche piccioli & burnii di fiario.infteme
con la fronte priua di rugbcy & con le palpebre mouentifii, tengono in fe
qualche cofa di buono: Quando certo fappiamo , che da queUi uie^ ne come
l'ombra da i corpijC amore uerfo le lettere: m la éruditione.eH caldo defio del
fapere . Ma fi come a coloro che gran tempo fono Hati nauigando per Valto mare
, quando fi auicinano a la terra , uiene loro un certo odore che lei benché non
ueduta pale^ fa; cofi a me quantunque con humili uclcdifcorren-* te per lo
pelago de le dimo^lrationi degli occhiai fi fentire il propinquo lito :
Conftderando che de /r quattro auerten'^ che in loro diffi douere effere ha
mtCy ciò è Informa , il fito , il colore, el mouimen- tò , le tre lafciatomi
dritto a le Jpalle , per affai difpatio ingolfatomi ne la quarta non poffa quel
luo go effere molto lontano,doue la Hanca mia nauìceU tii,/e tale fu il fuo
deiìiìw, de la durata fatica fi po^ fora. Ora adunque Jeguendo , dico che gli
occhi, che . irp con fretta fi mononoy più negligentiayche faccende ; fili
perfidiaychefedt ; più fojpctto , che fccurìta ; cr fignijicano a k fine ypiu
che tranquillila y perturbai tione. Ma color q che con gli occhi infiemc le
palpc^ bre hanno mobili» mancano il più de uoltc di grath* de']^ d'animo: Doue
quegli altri che girandoli (ian no con le,palpebre ferme , diuengono ne le
aduerfir tay animofirne iperigliy audaci''^ ne la dijperatio^
neyConfidtnti.J^^er contrario chi gli occhi tardamen te moucrèpegro ylentOy^
dipocojtnno: Et cori fa^ tica fa cominciare alcuna cofa: Et coniinciatolaycon
maggiore difficulta fe ne fa rimanere i.,Gli occhi fofchiyi^^ da l uno lato
& da l'altro raggiranti fi pre diamente y fono paT^xi & inutili:!
grandi & trernan tiy a r^bbrex^i a lagolay a la tarditaya lo Uupore^ a
laiioltìtiafqno incimati. 1 piccioli & bianchi & a lo ifiefjo
tremorfottopofliy agliirjgii4fiiy sfacr ciati y & infedeli conuengono :
procuranti V altrui male: Etuiuenti de le altrui mijeriè. Et fe nerifof^ fino 0
iwiy in tutto le rnedcfimefignific adoni hau^- rebbono : fe non in quanto ,
^ucjìi più imprudenti ^ temerari ; Et quelli , più sfacciati & difdegnojt
farebbono. Gli occhi che ondeggiano a laguifadel mare , uolano a piene uele ne
i piaceri & ne It cofe amorofeima pero non ingiuftiyne maluagiy ne di rea
natura^ ne lontani fono a le Mufe e ad apollo. Va^ frirfi e7 riferrar fi molto
Ipejfo negli occhi , ei dee con iejjempio del Barbaroffày già Corfaley& al
pre fente I{e d'Mghiere , ^ Capitano de le armate d§ ^ U Turchìy àe ì rapaci
& degli infidìofi rendere accor ti • JqualifacUmente cimlunque arte &
qualunque difficile cofa apprenderiano , & in fomma aftuti & ìngegnoft
JarianoJ?auendo entro negli occhi abonde Mole copia di hmidita. Ma [e la
pallidezj^ col tre- more uifojjcyfarebbono dal [acro morboyod almeno -data
uertigine moleHati: Et lo acume delointellet tOy e7 raggio & lo jplendore
de lo ingegno y& fofco f2r rintw^ato ejjere in fe fentendoy& in [e
medefi-- mi fcontentiy& ad altrui uiuerebbono ingrati. Que gli occhi che
nel chiuderfi in qucflo modo uoltano U fuppiUe a Vinfujby già mi par e di
ricordarmi di ha^ uerui detta^ che molta libidine , & poca prudentia ftano
nfati di tenere con ejjo di loro; Ma fe non in fu fo fi uolgonoyan^i dritti cr
fermi rimangono yhaucn do conueneuole parte digrandezj^ydi fplendorey&
4^hmiditay& infieme la fronte fcn^^a ruga alcuna^ non ci reiìa(fe agli
occhi foli guardiamo) cagione Ónde non habbianoad effere religiofi , prudenthua^
ghi dfintendereygcntilis & fopra tutto amoreuoli : Voue Vhumidita con
lafecche's^ cambiandoylafcia te le buone & le honefie affcttioni da una
parte ^ & in luogo di quelle qualche rio & abhomineuole pen fiero
tuttauia trauagliandofi ne la mente , dricto a la ferocità &ala ingiufìitia
, trifte & ferine uo-* glie yfi abhandonerehhono in tutto , Et effendo que^
Ha tale ficcitaycon la aj^rei^ & con le grinte del fronte accompagnata ,
& col raggiungimento de /e €igliay fUr €on la durc'Sf^ de le palpebre^non
cono^ SEC01^D0 ^ Ilo fce la audacia loro alcuno ri/petto : Et la fiere^j^ t con
fomma difficoltà fi può re?idcre manfueta & humilcft<lu\ladmcno fi come
i Dei con gli incenfìxo uotiy& co [almi , cofi cofioro lodati riueriti
& pre^ jentatiy fi mitigano & tornano humani . Gli occhi molto aperti,
Hcbe alhorafi intende yche & difottQ e^r di /òpra tutta la circonferentia
de la ruota fi pof fa uederCy & oltre a quella anchora fpvjje fiate uno
cerchietto del bianco^ ejjèndo fermi humidi^ ofcH rii^ hauendo piaceuole
guardatura^mcmno per or dinario in loro compagnia & bontà & uiuacita
& fronte'z;z^ di ingegno: Ma (e Hhumort con la ficcita^ & con lo
fplendore Vofcurita permutajfino, CT non^ dimeno con fe§ìofo& lieto &
chiaro [guardo miraf finoydifomma sfacciate'T^yet di cftrema audacia ci fariano
fegno.Ora fe dritto e§ìimoy?ion mi pare che degli occhi parlandoyaltra cojà
alcuna ci reSìi, che a dirla mi fia neceJfario:per tanto fe cofi confentìre tCy
altro foggetto donando a le mie parole , procac-^ ciaro di menare a fine &
terminare queUa fatica ; onde io fio in fojpetto che a me ne fegua molto di
perdita & di molefiia : Et uoi fete certi che niuno forfè yod inuero
pochiffmo diletto od acquifloyue ne debba uenire . Se la natura , rijpofe
prefiameute il Qurinì, è quella che cofentìre iluipoffa, niuno ere do farà tra
noi di fi dura mentCyche ardifca a negar louiiMa feinfinitiifonotutto'lgiorno
prodotti da lei^ cogli occhi altri a queftas& altri a quella parte, alcuni
in fuf0}& no pochi ingiuforiuolti}come uole te che p offa acquetar fi lo
intelletto nojlro , non ha* uendo di tante diuerfita^pure uno foto motto intefo
da uoi^Lauate aduque quella picciola noia che uap fona il difìderio noftroycon
l'acqua dcla grande hu tnanitade uoHrac^ Et al dijpiacert che Un uoi,amen ^àte
nonfolo conia confolatione^ma col giouamento anchoragrandiffmo che ci
date.^lhora lo Spagnuo loyaffai joggiunfe mi credeua di hauerne^detto^quan do
cercai di perfuaderui , che jenxa là maluagita de l'animoyi uiti del corpo
nonpotejjino Hare. Ala poi che pure fete fermati che più partitami te fe ne hab
hia a parlare > io ftudiando di compiacerui , mio mi ingegnerò di fare il
uoftro uolere.Quindi il ragia namento fuo ripigliando , cofi feguito .
Fariamcntt come piacque al CicloyCterno feme di noUre uìte^for^ fio gli occhi
de huomini torti: Cociofiacofa che talha va uerfo l'homero dritto , fì^effo
mirano contra il /iniSìro:Et alcune uoltCy quajfi che amìnedue accendi najfero
al nafo , fono uolti al dì dentro : ÈtTuno al contrario de l altro . Et quando
oltre a ciò fi ficcar: no fiotto la palpebra di fopra : Et bora in quella di
[otto fi affoggano • Lequali differente , tutto che babbìario una fola-c^r
fimile fignificatione di trifìi movimenti d' animo y nonauiene peroy che tra
lo-- ro non uadano in qualche parte dìfiomiglianti . Ma quello che confufo
^mefcolato ubo mejfo dinan-^ bene è ragione che per più ferma ìnteiligenxa di,
uoi.ue lo fcpari alprefente^& ue lo dìflingua. Quei primi adunque che la
delira parte rijguardano , la pa:^ia.
pao^aja negUgentia, & la menticaggìne hanno ui dna: Olici che la
fmiUra^gli adultcrijyla luj]ìma^^ la ardente libidine : Et quelli che accennano
al na* fo y le beffe , leìgermìncUe^ & le berte. Onde pro^ uede in quello
modo la fauia natura , che i Brunii e i Bujfalmacchi , rifo & dolce':^ de
gli huomini , per rattemperare t amaritudine eH dolore de la ui^ ta y non
uengano a mancare giamai , Meramente coloro che di tale maniera portane gli
occhi , fono peruero dire j il mele e' l condimento de thumaìia confue t Udine
. Ejji tuttauia faceti ^ con eia fc uno pia^ ceuoliy & fempre motteggiofi
& feHtuoliy& grati ^ amici di continouo a l'amore & a legratie ,
cìr uiuono in fe medefimi , & aue^^yio altrui a uiuere la uita
foauemente.Ma feperauenturayalcunigli oc chi auenga che torti in quefl' ultima
guifa^ ^ jecchi infieme , & fifsi , cìr aperti gli hauejjero , ejjì da le
grafie & da lo amore abbandonati, le pfaceuole':^^ 'X^ in trujfe , i motti
in oltraggi, ^ le facetie in uiU lanie conuer tendo, negiuUitia ne uergogna non
ccì nojcendoya le maluagita era le triUitie reflarebbo^^ no in preda. Et a
peggiore conditione anchora ucr^ rebbono , & la audacia & la ferocità
cH dejìo del malfare accrefcerebbonoyfe gli occhi non rigidi ^ fijfi y ma
tremanti & uaghi tenefiino . Quei poi che l'occhio dritto ne la deHrapartCy
e' l manco tor^ corto ne la finìflra, come fono nel corpo d'ambidui gli fior
cimenti partecipi ycofi lapa^S^ia & la libidi ne r affetti che loro
feguono^ne l'animo hanno con^ t L 1 B U giunte.Bcnfi de però fempreja maggiore
& più po tente fignificatione, donare a Vocino più torto: Ma ejjendo
egualmente queflo uitio ne l'mo come ne L'ai troyii finiftro ne le f emine ,
e'I dritto nei mafchifi ha daprcporre . Ma quando non da lato(come «tr duto
habbiamo ne iprec€denti)an7^pd in fufo od in giufo è lo fior cimento , tanto
alhora più di malitia crefce ne i mouimenti del core^ quanto meno di heU Ici:^
ne Icluci [cerna del capo.Di che douend io dar ne partite regole , dirò
primieramente che coloro che tengono uerfoH fronte rìuolti gli occhia il male
caduco ne le infermità del corpo ; & la libidine y la golofitay ^lebbre^i:^
in quelle de l'animo ; & ne i j'entìmentiyhanno per loro proprio loflupore
& la torbide':!^. Et [e queUi occhi tali fi mouejfma con un certo tremore ,
non ne può ejfere lontana la epi^ lempfia : od il morbo caduco che fi foglia
dire . Ma quando non tremanti^ma di liuida paìlide'Z^ foffe- ro dipintiy non
ajpira & non attende ad altro la lo^ YO ferina crudeltUyche a mortiM
uccifioni& homi cidi^^e poi grandi fono & uermigli, a igiuocatoriy a
gli effeminatiya i dishonefliy& incontinentiy& go lofiffimifi
conuengono. Coloro poi che per contrario in giufo portano giratigli occhi ,
& come ajfogati fìr fommerfi ne le palpebre di f otto yfentono credo non
fen%a noia , fe hauere da le medefime pajfioni che quei che in fufoy eH corpo
& l'a nìma perturba ti: Se non in quanto che Iodio & lo fdegnojpiu lun
gamentCy& con più duro & ofiinato affetto ritengo . I2t tto. T^e
d'altro mo^rano d'ejjèr uaghUne d'altra co fa tanto lor calcy quanto the
trauagliarjì in tutte le loro operationiycon feluaggia & roT^ &
aJ}^rafero, ctta. Ma fetalbora alcuni uedesìe che l'uno occhio al Cielo y^
l'altro a la terra uolgefiino^tr emando in ambiduiy & Hringendo le ciglia^
^ molto JP^JP> ref^irandOife direte che il morbo caduco fia in loro, fe non
in atto^almcno inpotentia molto propìnqua^ fempre del uero nuntij
diuenirete.^lhora il Giglio, chiaramente difje s'è da noi comprefo per le
uofìre parole^quafi pel lume il colore^ ciajcmia diffcren'^ c'habbiayO
nelfito,o ne la torcitura degli occhiMa ptrcioche non fubito ogni cofa b bene
che non è ma^ Uy ne e uirtu non effendo uitio^ne inferma tutto ciò che non
fana, uorrei che intorno a le predette quali tdynon folamente ci dicefte come
non hauefflno ad ef fere gli occhi:ma più tofìo come effere fi douejjino . La
concauitaj l'eminentia, ne conofciamo: ma il conueneuole loro HatOy non
peranchora fappiamo . Leuerita de torcimenti ci fono palefi : Ma la nera forma
de la drittezza ci rimane accolta . Dateci adunque uoi , che lefofche
chiare,& le cofe dubbie certe folete fare^ una ferma regola onde habbìamo
ad intendere la giuHa qualità degliocchiillche non meno fi conuerra a la uofira
cortefia nel come pia^ cerci.che fia diceuoleala dottrina ne lo infegnarcL
^n^T^i rifpojè il Confolojla cortefia non mìlafoia in^ fegnare a più dotti: Kle
la dottrina confentCy che di do che non pojfo debba compiacere ad altrui. Onde
il H U Gìglio di mono yuoi potè do foggimfe.cì farete pia cere: Et cofa a tutti
noi moftrerete^che non ci e nota. Che già cofi ingiuri non faremmoyche di cofa
ui pre gafiimoyche tifarla non f offe in uoflra baliaiT^le cofi imprudentiiChe
ciò che noi fapeJiimOidauoi che non ne haue^le cognitioncy^ìudiajfmo di
appararlo . Et loSpagnuolo alhora, duro pefo cercate dijfe di im^ porre fopra
di medlquale io non fo come mi [peri di poterlo regger e:Klp hauendo in tutti i
libri de i paf fati dottoriy letto giamai cofa alcuna che mifoUeui^
^ulladimenofe la uoHra aita mi promettet^^y io co ejfouoiy come fedeli cT amici
conftglieri , de la ejpe^ ricntia che lungamente ne ho fattOydomandand oue ne
cofiglìo ragionerai jperando che piacendo hora a uoile mie nouelle offcruationi
, elle tanto debbiano acquiHare di auttorita y (he nel tempo auenire^pof fano
anchora a i difcendenti noftri effere careXt poi incominciando j cofi
fegmò.Mhor a credete che nel fito degli occhi debbano effere giufii^ne punto
oltre^ al douere o rileuati.o bafjìyche da la efieremita de i peli de le ciglia
^ fino a l'ultima eminentia dei pe- li de le palpebre tirando una linea ^ouero
con un fil mfurandoytrouerete la predetta linea ejjere diritta, circolare: le
palpebre più de le cigliarne queflc più di quell'altre , o ritirar fi in dentro
o ^ingerfi in fuori . Ma quando o le palpebre foprauan^ano a le ciglia y ouero
che elle ne fono più baffe , eminenti nel primi) cafo , & nel fecondo, caui
effere fi dicono gli occhi . Et tanto più o di queSìi o di quegli afftt^ . ti
ejjere pìen'h quanto che la eminentìayOuero la con cauita ne e maggiore • Vada
adunque nel primiero affetto lo [guardo uoHro ^ fen^ia altramente Uno .
compafjb affettare ^ mirando giudiciofamente o le palpebre & le ciglia :
onero [e più u'aggrada( ilcbe è tanto però)la fommità de la carne del fronte
qui fu hìto [opra degli occhiy& la fommita parimente di quella de le
palpebre:E'l fronte più di queHe^ o quc he più del fronte ueggendo
ali^arfhfecodo la propor tione del più & del me7io, Valte%T^ a gli ^ fini
od a i Buoi y cr la baffe^i^ degli occhi od a i Leoni, ód a le Scimie
rafomigliate: Et in quefìo modo o fcioc chio buoni , o prudenti o malitiofì
giudicate gli huo mini.Ora ueduto adunque quale fia il giù fio CT uero fito de
gli occhi, da bora inan':^ cerca il torcimento CÌr la dritte^ loro, & cerca
l'apritura el chiudi^ mento , poi che cofìuolete ragionar emo . Gli occhi che
fermi flando, hanno nel mexo a punto di loro la ^ puppilla dritta , ne più da
tuno lato che da V altro fi ci fcorge del bianco apparere, mancano certamente
di laterale torcitura . Et quei, la cui circonferentia eflrema de la ruota^cofi
ne la parte difopra comein quella difotto,è fempre da le palpebre coperta, non
effendo ne ad alto ne a baffo riuolti,drìtti fi debbono domandarcele più chiufi
od aperti fìimare,che con uetieuole & giufìo fi fia .Ma quei che me%a o più
cori le palpebre tengono occupata & nafcofa la tuo a, come che egualmente
da ambedue le parti , più nondimeno fon chiufi , che la ragione, an:^ che , j L
1 B A. 0 la natura commmemente fia ufa di comportareiOn de i triUipenfieriyO l
trauagliare tuttauia ne V ani- mo cofe horrendey hanno fempre in lor compagnia.
Quegli altri poi che per contrario moflrano tutta in tiera la ruota y & con
effa infieme molte uolte uno brcue cerchietto del hianco^peccano d'altra parte
in troppo apritura : Et a la adulatione > a la letitia de r animosa le bugie^&
La uanita fanno perpetua [cor ta. Quei neramente che non da ogni banda [coprono
il bianco y ma folamente o di [opra o di fottoy cr guanto da Vun lato di queUo
pale/ano , altrettanto da r altro ne afcondono de la ruota y da niuno credo che
porti occhi in fronte & in capo fenno , dritti debbono effere giudicati :
^uenga però che in alcu^ ni il torcimento fia co fi poco , che non pure il
fcnfo ncla prima uiHa noljentaima a gran pena conmol to anchoradi
attentionepojja comprenderlo: Ma no per ciò ui mouejfe a doucrli non torti
crederesti «e- dere che molti fiano coloroyche ne la parte inferio- re degli
occhi^nun celano alquanco di quella bianca humiditaycheper nutrire &
temperare il fuoco de lapuppillayui ci ordinò cjpofe la diuina ^ fauia na tur
a:per eh e più proprio è de la moltitudine di accre fcerCyche di fcemareil
uitio: Et oltre a quefìo y cia-^ fcuno fa che fempre trai poco eH nulla^come
che pie ciolaypure ci ha qualche uiucrfità.^dunque non do ucte in tutto dritti
credere che fiano queiì'occhi : quantunque cofipoco come ho detto ?ie paiano
tor^ ti Jquali forfè in tanto numero ha uoluto produrre la natura y perche col
difiderio de le cofe Veneree^ . che tanto e Loro naturale ^ proprio^ quanto a i
cS trari e la follicìtudine e ipenfieri^fojjero come fojìe gni de Hjumana
generatione . 7S(e altramente fola ^per quefia ragione^fono come ftimo da lei
tra morta li creati : che fiano dal prudente capitanOyper le fir^ la cr in
ciajcuna parte de refcrcito , difpoiìi alcuni huonùni di notabile
uirti4:accioche col ualorc & con reffempio loroyficurei^ falute apportino a
tut^ te legenti.Ora dapoi che in quefio modo ragionato hahbiamo di tuttofi
corposa giù da i piedi comincia 'dOy& fu montando Jin ne la teHa, quattro
fole cofe ^mi fi parano dauanti per ejjere dette da me. La qua lita^& la
quantità de ipeli in alcune parti de la per fona: La uoceùl mouìmentoii^ la
ftatura . De lequai 'fornito una uolta di far parole^uoi d'udire , & io di
fauellaregiaftanchiyripoJeremo.Dico per tantOychè gli huomini molto ricci ^ ne
i capelli crejpi , man^ cano rade uolte per quello fegno di fraude & di
tìr> more:Doue quegli altri , cui diflefa & ritta chioma donò la
naturarne coflumatiynepiacenoliyne faui e/1 fere,ne buono ingegno hauerc
pojfono in alcun tem^ po . similmente la molta jpejfe'^r^ dei peli ^ de le
fiere è propria:Et,la rarita^fen^j^a maligno & ingan neuole animo con
difficultà fi ritroua. La tenerci^ anchorayha no fo che difeminìle er* di rio:
7^e però la dure':^ y fi può credere buona & uirile : ^wc^i più tojloy^
beiliatey& feluaggiay& afpra y & ro^ '^.lefipuo dire . Dunque fe
queftieftremiy tengono • • • . LIB1^ 0 xome fi uede , tutti qualche difetto ,
bene è ragione che per cofa certa ci fermiamo ne l'animoyqucllofia to che
temperatamente de Inno CT de l'altro è par^ (tecipe^ejjere (opra tutti gli
altri perfetto: Et nel cor po belle-s^a cr leggiadria^ 0 giuHitia accrefcere ne
l'animo & intelletto. Saranno adunque i peli che lati depoffano
meritaréynohYtcci o diflefiyma inanellati: non rari o folti^ma mediocri: non
teneri o duri y mei conueneuoli.Et alhora quel tanto di bene che da lo^ ro ci
può ucnircychc in uerita non è molto , intera^ mente confeguiremo/QUeHaela
fomma adunque^in uniuerfal parlando di tuttofi corpo: Ma partitamene tey &
fole per fe fiejfe le gambe tutte folte di peli , ne l'ingegno ro%e'xi:^^&
ne l'animo importano fe- rita.se neramente la parte loro difopra folo è pelo^
fay& nuda & polita quella di fottOypartitaft la ro^ is^'^M ferita fi
rimane : Ma quando per contrae rio à le cauiglie intorno haìino molti peli y
come à i lafciui becchi furono dati naturalmente y tramutafi élhora la ferita
in libidine: Et confciocca uanafim^ plicitàybene bufata di far fi compagna. Le
cofciepoi e ifianchiy& tutto intorno a i ge?iitali ingombrato di peliyfe ci
gioua di credere a GalenOyardentijJima lufjuria dimofirano:Ma tale per òy che
previamente fi fatij:Et di nuouo anchora in un tratto riacce fafi » cerchi
uouellamentc di ejìinguere il fuo fuoco ♦ Ca^ loro che in un proponimento non
fanno & non pof» fono lungamente fiar fermi , & fono tutti nani &
lafcwii abondm & nel pmo & nel nentrc di mi SEC0T^D0 . ti peli: Ma fé nel petto filo cofi
fojjeroynonpiu ni & tmtabil 'hma accorti & ingannatori diuenireb bono.
Quegli altri poi che gli homeri & la fchie^^ na hanno taleyuolano come gli
uccelli co i pen fieri per l'ampio cieloiEt digiardino ingiardino uagan^
dOj& bora quello bora quell'altro dijfegno ombreg giando con V intelletto ,
trouano a la fine fi /piegar l'ali per l'aria uana.I Leoniyche di grande'^7;a
d'ani tno & £ ardire tra tutti gli animali non hanno pari^ portano cofi
uolendo il cielo che loro le diede yint or ^ no al collo le loro corone: Onde
ci ha poi la fimiglia %a fatto uederejgli buomini che in quella guifa han-^
nopelofi il collo , effere parimente magnanimi & coraggiofi.Ma come le
predette parti per fe^ in que Ho modo folte dipeliMnno come fi è ueduto 0 que^
Jia 0 quell'altra fignificatione ; & come quando ad un'altro animale fi
raJimigUano gli buomini per quei figni; cofi tutto il corpo egualmente pelofo j
gli Or fi non filo negli ajpetti^ ma ne' gli affetti an^ ebora ci
debberapprefcntare.Le ciglia neramente 9 dapoi che ancho di loro hanno parlato
iSaui^effcn-- do (pejfe dure & congiunte^ il dolore & la manin*
coniay& infieme la malignità & l'inuidia non han^ no lontana : Mia
quando ritenendo le primiere loro due conditioni , in luogo de la ter%a , fi
difendono ìunghifiime infino a le tempie , & dinan^^ uerfo'L nafo alquanto
fi piegano y&nei coflumi eSìeriori del corpoy & ne le uoglie interne de
l'animo fi con^ fanno in tutto ao iporci.Se poi non cofi lunghe uer^ Z I B O
fogli occhhma folamente fono piegate dinariT^i ^ la àjprexj^a, la ritrofiay
& la jpiacenoleT^'s^ayfcmpre è con loro- Ma fe il nafo lafciando fi
accosìafjero mot^ to a le tempie^non ajpri alhora, ó ritrofi^o Jpiaceuo--
li;tna bugiardiyHami& inganneuoli buomini moflra rebbcro:Et fe ne a cjue^ìa
parte ne a quell'altra in-- chinafjeroyina diritte egualmoite fi fiejjeroy
tappeti to ardente de la lujjkria palefiirebbero . Ma oltre a tutto cjHtfio
jdijjeanchora Arinotele prima y & ^damantio poi , che Jcendvndo i capelli
fin giù a mczp ilfronteyO' quindi in due parti diuidendufi', era per ordinario
quefio fegno indicio d'ottimi affet ti: Et runoM benignità & la cortefia;
Et l'altro, la grandcT^ de l'animo & la forte^:^ gli attribuii
ua.^riSìotelel'bumanitày & ^damantiolauirili^ ta gliconcedena: EtqueHo
[opra la fembìan'iìra de gltanimalis& quell'altro foprai ge§ìi ^ fappa-^ '
"tentia de gli attuali coftumìyilfiio giudiciofondaua^ Ma noi per molte
ejperientie fatti certi del uero ^ più tofìo ad ^rifloteleyche ad ^damatio
giudicbia mo che creder fi debba. La uocepoiyfi come iifuono la qualità de i
metalliyfuole palefare anch' ella le na fcoUe cqnditìoni de l'anima • Quindi
hanno detto i Sauiyche nel tempo antico i& nei moderno hanno of feruato la
natura humana^che il parlare grane grof fo & alto y a gli oltraggiofi
fconfiderati & golo fi conuienfi:Etche coloro che dal tuono graue inco^
minciando finifcono ne lo acutbycio e come fi dice da la uoce groJf4 ne la fittile
, uiuono odiofi fempre 4 SECONDO cìafche
duna per fona: haitendo in un mede/imo tenu po combattuto il petto da dijdegno,
& maninconia: da colerayi^ dogHa:& daHiXji^i& lamenti. Lauo ce
ueramtnte forte grojja & inuiluppata^ come ella èpropriadeirobusìi &
fieri maflini, cofi ne gliaf-' futi d'ira ardente onde loro l anima auampa;
& ne i coHumi poi , le ingiurie ^ le uiolentie , gli oltraggi ^ & in
fine l'odio de gli huominiiè feco fempreufa^ ta di ritenere . Chiunque poi in
fuono acuto chiaro er molle ragionarla uUtayl'cff'eminatione,^ la lafci uia
fuayfcopre per fe medefmoiMa quei che la acu^ teo^ delfauellare in/ìcme con la
ficcita & l'afpre'^ %a congiungono yla mobilitarla leggiere':^ la ua ria
& inflabile incoHantia, più affai che ciafcun'al-^ tra cofa hanno ferma nel
core:!^ u'ha ragione an^^ chora che fi debba per buona lodare , la uoce frale
languida & lamcnteuole:Che an-i^gli anari^imeftif 0- fojpettofi fopra tutti
gli huominiydi continouo Cu fano tale:Che però con quefie pajfioni ne
l'animaceli fere uon debbono buoni creduti . Et tanto preffo a queUo di timore
tiene & di pìgritia Cacato tardo debole parlare^ quanto ha di temerità
& di pa-i^ '^^ayla forte frettolofa & grauefauella:Et fimilmen te in
udendo alcun tuono jiridente rifonante acu tOynon hauete cagione alcuna di
rallegrarueneiper^ che ne uigor d'animo^ne acutex^ d'ingegno ne prti dentia con
lui fi ritrouagiamai.Sola la uoce grojja^ i& concaua,& ritonda diro
cofi , come quella che a la leggiadria^a la bQntà ^^a la uirtn è concorde 1 h
\ 1^0 drittamente degna di loda.Coloro
ultimamente y che a gran pena fnodare & mouere pojjono la lingua a formar
le parole ^forje perche fu in cielo quando nac qucro JoUenea Mercurio qualche
notabile impedì-- mentOyla prudenza & Vaccortex^^a che douea loro uenire da
quel pianeta^ conofcono fe hauere con ma litia & con uanìtà permutato.
Quindi al dottore pa rendo che il Confilo di queHa materia non uolejji coja
alcuna ragionarne più auanthin quejio modo di cendo [egli fece incontro. Foiper
quel ch'io fento non hauete penfìeroy ne fete di coloro diJpòSio di far
parolcyla cuiuoce loro nelfauellare entrando nel na Jòyvende loro le nari
Tonanti: Et pur mi farebbe fom inamente car0j& co fi credo a qucfli altri
Signoriydi ejfcre certi quale maluagita y foglia hauere per capa gna quel
uitio. Terò fe cofa alcuna di ripoflo in quo fio cafo tenetCyrecatela ui prego
a la luce: Et mofira tecela apertamente. Et egli alhora y ìion era dijfe in
uero mio proponimento di altramente parlare di quefli moftri cìr giuochi di TS[aturaychegiudicaua
do uerui baciare , Vhaucre io detto più uolte , tutti gli huomini che
naturalmente hanno difetto & man-^ camento nel corpo^ effere mede/imamente
ne le qua lita de l'anima yfempre mancheuoli & guarii . Et per certo
partitamente di cofioro che talmente ragionano y che altro limate che dire fe
ne pojfa, fe non che più s'allegerino de le altrui mìferìe ; che non fanno de
le proprie felicità? Et che più sat^ triSiino de le cofe pro^ere altrui i che
de le loro SEC07^D0 aduerfe non fogliono f Et freddi di perpetua inui--
diajportino in queHaguifa di continouo gelato il co re di malignità. Et che la
fede & la uerità da loro . sbandendo iCome Romolo ne lo ^filo a i
malfattori^ diano per contrario nel petto loro ricetto ^a la sleal- tà & a
lafraude.Or poi che de la noce tutte le SIGNIFICAZIONI – H. P. GRICE -- gia
narrato abbiamo, porche il fiato è la fojlanT^ e la materia ond'ella fi creay dal
proposto nostro non ci partendo, di lui alcuna cosa Joggiun^ geremo. Coloro
adunqae che nel rejpirare eshalano gran copia di fiato, anfando come je lunga
fatica dianzi durato haucjfmo, sono per ordinario maligniypai^: e projontooft:
Ts^e tengono 0 ne le ma-- ni 0 ne la lingua^ ne modo ne misura alcuna: ^n'j^
fen': nullo rifpmo, dicono e fanno disordinatamente tutto ciò che da l'empito
de l’animo loro, viene lor subito mejfo dinan'j^i . Ma quando il fiato è molto
j&firide e geme ne l’ufcir fuorivia eblprex;^ %a alhora & la ferità ua
can Ini. E se altamentefpi rando y fi manda fuori pel naso lo spirito jpejfo CT
leggierOy& la sconfolatione e la paura coUoro si conviene: I quali molli
anchora ed effeminati essere pssono di leggiero quando ALTRI SEGNI in queàa MEDESIMA
SIGNIFICAZIONE – H. P. Grice -- consentano. Insomma come dijfe Scotto chiunque
molto fiato eshaUydipoco iere non può coment arfi. Ma dall’altro lato lo spirarefi
soave e piano che nulla si scorga sempre da molti pensieri suole essere
accompagnato: Lanatu^ ra de quali, fe accorti e giudicio si farete facilmen-
LIB 1^0 tey& fenx^ errore ne gli occhi conofcerete . Ma fé* ' ejjetido
fiato lungamente quieto ^ efce poi il fiato confurìaicome Vacque fogliono de
fiumi ritenuta da qualche foftegno y feni^ dubbio da [celerità non f icciola ne
e V anima trauagliata: Et fc cofi fpe'7;p^^ W tamente jpirando ^ mone alcuno
gemendo la tettai \ egli certamente fi pente ^di alcuno fiio detto o fatto
waluagio : Benché fe quefto gemere ^^ fe queflo ta le mouerdi capo^fi fa
tenendogli occhi fijji & inttn tiypiu toHo u'e alhora imagìnatione di
male^che pen timeto.ll fiato adunque che fuauemente^a poco a po £0'& fen%a
flrepito eshala,è certo indicioydi buone Cjr honeste ccnditioni ne l'anima •
Tslel movimento foìych'cfferegìa diffi la ter^^ parte di quelìct mia eUrema
faticaiOjJeruafi laprtftei^ & la tardità : 'Et la hreuita anchora & la
lunghe^^i^. Quei per ta tOiChc con lunghi <^ tardi pajfi hanno ufan'^ di'ca-
pùaaeey abondano ordinariamente di pruden'3^ e^r d^auedimentoiTSle lafciano che
in foUicitudine er di ligen'xai molte perfone loro uadanoinan^i: Et fono per
cofi dire^molto operatiui: Et att 'ifjimi a qualun-- quc cofa fi uoglia. Ma non
pero adiuiene^che la dot ceT^ de la familiare conuerfatione^con non fo che di
^iaceuoltj^ CT di ritrofia , affen*:^ CT tofco di queUa uitay non fogliano
uelenare & inamarire - I fafii ueramente che infieme con la tarde'^ hanno i
congiunta la breuità , ritengono bene la auerteni^ & r accorgimento : ^
medefimamente la noia zf ilfafiidio:Ma d'altra parte la attitudine a le fO-
SEC07^DO fey ^ la dìligenx^y& la foUicitudine abbandonami Et in luogo loro.
la inettiai& la pigritia , & la tra fcuraggine accettano . Etfpejjò
(come dijje ^da-- rnontio)la auaritìa e di fari con cjjb loro: che poi a douer
dejìare la robba d^altrui^ CT talhora ad muo-^ larUy inchina & fpinge chi
loro mone ♦ Ma la lun^ ghcj^ poi con la uelocita del caminarcycome è pie na di
bumanita di piacetiole^^a & di cortefiay& come h fempre rijj biuta
<^ eìpedita ne le faccende, cofi da l'altro lato di fermcT^ & Habilita
di con^ fglioy& diconfiderato & [amo difcorfo y [mie ad. ogni bora
fcntir mancamento.Coloro al finecheina dando fanno ipaffi breui er ueloci , non
tengono fe mi credcttyan'^^pure fe ad ^rifiotelcy CT ^daman tio,& a tutti
gli altri Dottori preHate fede ^eccet- to facilita ne lo imprendereyin fe cofa
alcuna di buo no • Concìofia cofa che la leggerexj^y& la profun^
tioney& la mordacita,& le calumniejjabitino fem^ pre ne la mente loro:
Et fiano parimente tuttauia ne l'animo dubbiofune ipenfieri inuilluppati:Et fo-
Jpefi al fine in tutte le loro deliberationi : Et fopra tutto queftoy
auarìffmii & maligni : & dì tutti gli buomini timidifiimi. Se ueramente
alcuno caminan do infrettayHarainatto di fofpettofo & temente, cìr tutto fi
riSìrignera in fe Heffo , da luì potrete certame te hauere^fermiffimi inditi]
d.i timor e ydi inai uagitaydi miferìa & difcortefia. Ma fe col frettolo fo
mouimento fi moHra ne gli occhi non fo che di pertur batione & d'horrore ,
& rc^irpfi anfando. LIBF^O fie ft tiene ferrra la tcSìa,mn cruàte ,'non
curate di co di hauere amicitia con huomini tali: Terocbe am litio
fifiimi,&maluagi, & da ejjere fuggiti (ono il più che ft fojjà .
Lapre^e-^^a poi con la dritte':^ infieme de la perfona»ritenendo nel mouerfi
mia cer tr degnità & honeiioleT^M fempre prejjo lyUu to cr uolpìno accorgìmento:Ve
mancagiamai d'a- nimo & d'ardire , ne l'entrare primieramente , & poi
tic l'efeguire qualunque imprefafi uoglia. Situil mente il fermarji fen'^
alcuna cagione nel camina re,e'l riguardarfì intorno con la teSìa altay ne humi
leyne caHo.ne benigno non può cjjere giamai : an^ lo ^re^T^ar tutti» & la
fuperhta.cr l'acce fo ardore degli adulterijygli h fempre (come a taria il
uento) naturale & proprio.l mouimenti poi & de le ma- ni & de le
braccia^non dubitate punto che ne la rne defima ft gnificatione non entrino»
che quelli de pie- di.Ma il mouerfi ne gli[homeri>& inftcme con tutta la
perfona lieucmente inchinarfi,h molto conuenien te a la pruden'^^^al
ualore,eala magnificen-:^: Dotte chi gli homeri folamente moue, & ua dritto
& pettoruto con la tefla in altOil'ambitione, gli oltrag gi,&
Vofiinatione ha fempre ne l'anima.Et queHo, a i caualli che talmente caminano ,
fi può affomiglia re.Et quegli altri,non meno ne i mouimenti de Vani tuo che in
quelli del corpo, a i leoni debbono effere pareggiati.Chiunque poi,fi come il
cane adulatorio faueìlandOiOttero andandoyfi torce,& fi dimena ue-
Qctment€if otete il uero oredendOi giudicarlo fìmtt- latore. SEC0Ù0. Tip
latore^ hugìardo.fallacey & ingannatore. Ut oltre a ciò 5 effeminati fono
coloro che uanno piegati ne la, deftra parte: Ma pili pa:^ a la fìnc^& più
lujjurio^ fi quegli altri , (^come hieri ^ boggi più mite ti ho detto) che ne
la manca fi inchinano .Orne V ultimo liiogo^a ragionar mi retta de Ihumana
flatura : La-- quale è bsn ragione che hoggi chiuda & finifca que- Ho
ragionamento , poi che hieri mettendoci in bat- taglia j l'apcrjè primieramente
cr gli diede prin^, àpio . Difiguale per certo cìr mal partita pugna fu hieri
tra noi^dijjè alhora l'^mbafciadore : quale fi come fcriuc Homero ^fu nel tempo
antico tra Diomede e Glauco. ^n^^i per uero dire , quale fareb- be fe ua Glauco
foloyche fu quel ioycon due Diomedif chcnti uoi col Dolce infieme mi
rajfembrafleyfì met-- tejfe con tarmi a terminare fue liti. Ma fe ne l'altre
cofe y iniqua colpa di mio fero desino a Glauco mi fece pare , benpojjo
certamente andarmene altero f che in quefi'una l'auan^^o : Et di gran lunga
megli trouo fuperiore . Che doue egli la dorata fua arma^ tura con la ferrigna
di Diomede mutOy io il ferro de la mia rorafauella.con loro de la polita uofira
elo-* quentia , ricca felice permutatione hauero cam^ biato . ^nxi foggiunfe
fubito lo Spagnuolo y io più tolìo 3 & come Sìimo più giurarne nt e , me
Vallan- te facendo y uoi Turno giudicarci : hauendo con la for%a de uoflri
preghi y armi uìa più pungenti di tutte r altre , del proponimento onde era
ueUita U uogUa mia, ciò è di non ij^endere parole in fimil ma L I B B^O feria ,
me jf obliato uiolernemente .7{on affermate quefto^dijje albera ^leffandro
Dolce :Che ad alcuno di uoiygiaper ninna guifa fi conucngono^le già dette
fimiUtudini:quado ne egli Glauco fuo ejfere^^^uoi Vallante e ragione che fiate,
Ma più drittamente ere dendoy& da quello che la bonefta uuolepur di tanto
non ci partcndoyuoi che domato & cfiinto hauete il fero moftro de
l'ignoratia che in me uiucua^degno fe tinche ad Hercole ucciditore de Cinghiali
& de Ser pentiyUi pareggiamo: Et egliychepregandouene ui ci sfor xpi fiira
quella immortai Dea^ che a le fatiche , an-^ pure a la gloria jHerolc .
andauafoUtcitando% Ma perche il moflrorrìioyfi come l'Hidra ifuoi capi non
rinouelliy feguìte inan'j^ con la (pada de lo infe-^ gnare , tagliandogliene
infino al fine . Quindi ri^ prendendo afauellare il Confoloxofi feguito.Gli huo
mini adunque dijìatura molto picciola & hreue^che da uoi signore ^lejjandro
poi che fi Dolce fete non fo dipartirmi ^ douete crederli fagacì , afìuti y
ingC" gnofi 5 & accorti ; Et ne le loro operationi > cofi nel corpo
come ne l'animo rifguardando, prefìijfimi & uelocifiimi.De laqual cojayejferne
certa cagione gin dicare dobbiamo^ la molta uelocita : onde fi come in ficciol
luogOyin lorofimoue il fangue:Da cuiyfi come lo fplendore dal lume^la
uiuacita^^ la chiare':^ ne uiene de lo intelletto: Et è fol quella anchorayche
co-- fi frettolofamente mone le membra : tutto dico , che la difpofitione &
la preparatione de P animo altra^ mente intenda. Ma da f altro lato la grande^
fo^ SECO TSiP:,0. 1^0 uerchia & [proportionata , non fuole ualere giamaì de
r ingegno : TS^c ha potere alcimOydi moflrarenel corpo {retta & celerita.Tero
che efjcndo dal core al ceruello molta dìftantia , tardo ne uiene ad ejjere il
mouimento degli (piriti uitali : Et non pre/ìe poi le imaginatigni i l>{e
mfieme le attigni corporali . Ma come generalmente parlando > (jhcJIc due
propofitio nipojjòno ritenere qualche dubbio iCQjì ne le particu lari
dislintioni , fempre certifiirne ne riefcono . Ora ^ adunque cofi
distinguendo^perche nontalhorafalfe, ma fempre uere;non alcuna fiata dubbie ^ma
tuttauia certe;non tal uoltafmojje & croUantifhma di conti^^ nouo falde
ferme fiano le cofc da noi propojieui , dico che la breuita & la picciolcT^
de la datura , unita con la fecchcT^ de la carne ^ con la nerex^ , 0 con la
roffe:!^ de i peli , & con la abondan^ del calore naturale^ non può fe
dritto guar diamo y e/fere utile a cofa alcuna. Conciofiacofa che effendo
alìjora il moto del fangue^ fi per la fircttCTi':^ del luogo, & parte per
la caldc:^ de la cowpUjjéone uclociffymo non può cìn talmente e formato , ne
ancho per breue /patio di tempo iflare in un medefmo propoìiimento cofiante:
^?i;^diuno di/iderio& d'uno penfiero in un altro , prirha che nifi fermi
punto yfdrucciola & rouinaprecipitofamente. Ma per contrario i lun ghi
humidi & carnofi , & bianchi ne ipeli & ne la carncy ^ in fomma non
poueri d'humore & dijred^ dc^^j per qual cagione ejfere non debbano in
tutta la uita loro inettijjimiyper ine in ucrj) comprendere I 7 B 2^ 0 gìamai
non faprei Che mouendofì in loro tardamene te il l'angue^fiper la ampici^ del
uajoy & ancbora per la fredde':i;^ ò^- per la loro naturale bimidita ,
uengono a confeguire ro-zjfjimatardita ne lo inge- gno : uana & inetta
femplicita ne l'animo : nel corpo 3 (pìaceuole odiofapigritia ♦ Ma da l'altra
parte le perfine picciolejnmidey bianchey& difred da compLcjJloneybanno i mouimenti
del corpo tem^ perati: Ei difcor fi e i concetti dt l'intelletto , fag-- gi y
prudenti , aucduti , Ter che la tardità de la natia jreddei^y tempera >
ordina , CT* compone , la uelocita del rnouimento de gli [piriti : da la
breuita procedente de lajìatura. Et parimente lagrade^j^ afciutta bruna &
pelofa y & per altri manifcftife- gni ricca di calore & di ficcita y
femprc fuole ejjère temperata yfenfitiua yprudentCy i^.ingegnofa . Che la
celerità , che dal calore da la fecche*^ ha ori gitfe de la compie
fiione^mefcolata infieme con la tar diiki dal pigro nfoto najcente degli
interni jpiriti > è fempre di creare tifata uno perfetto temperamento :
Donde come dal Sol la luce^ uengono gli ordinati & regolati mouimenti del
corpo : Et medefimamente ilbuongiuditio : <^ l'accorgimento : e*l maturo
& fauio configlio . Totete adunque da tutte le cofe da, noi hoggi narrateui
, come fouente habbiamo det^ to y trarre qucjìa generale ^ certiffima
conclufione: che la mediocrità ne la Sìaturay la temperanx^ ne la compie filone
ynon trappaffante in calore od in fcC'» ^he^^^ne infredde'^:^^ qì inhumoreì
debiti ter^ SEC0Ti^D0. i^i mìnì:& ftmilmme la proportionata dijpofitionc
de^ le mernbray foglia nel corpo naghei;^^ & ornamen- tOj & arrecare ne
l' anima gwjiitia:forte7i;3^i: pru^^ denxci:& temperamento.De lequai la
primicrayco- me dijje Vlatone , ^ tutta inftcmc la antica Thco^ logia y fatta
di nmuo bora riffdendere da la accefa uirtH diMeffer Triphone Gabriello , ne
efen%a al^ cun fallo donna reina imperatrice . Et per con trarlo poi quando le
membra non feruano la loro proportioneyquando la compie fiione non e tempera .
ta,& ultimatamente od in lungheT^o od in bn uita la Hatura peccando , fo':^
ne appare e difforme^ nel riguardare il corpo: Et trifta Jifente et maluagìa
nel conuerfare l'anima finalmente, Tanto beati adun que sfortunati color o^che
quel bene & quella per fettioneMnno in forte bauuto dal Cieloiquanto mi^
feri & sfortunati co/loro ychc non per loro colpa:ma perche cofi uolfero
quegli eterni lumi , ne mancano priui ne fono. Et felici te aueturoft uoiyfe
quefii U fciadOiCt a quei primi co ogni uoftro potere accolla douìy cercarete
di bauere parte di quelfauore cele- [feconde nobilmente i pregna l'anima
loro.Ora per cbe dei fegni che effere debbono offeruati da noi » alcuni come ho
detto con maggiore forxa & più chiaramente pale fano la uirtu loro che
glialtr iyftu diaro al prefente difarui certi^quali fiano quelli che habbiano
tanto di ualore & di authorita : Et quai parÌ7nente quegli altriyche
nefentano mancamento. Tutti quelli adunque che ne i luoghi eletti^ principa
LIBB^O Ih&pìu nobili fono de laperfonay& doue prìncipal mente dimosìra
V anima l eccelkntia del [uo potercr come gli occhi Jlfronteyil capo^ & la
faccia, onde fu che dijjè ^pulegio , che tutto Hjuomo nel uolto & ne la
teftafola uiueua^come tali,ejjere debbono pri^ mieramente confiderati da uoi:Et
nel fecondo Luogo^ auertirete gli homeriùl pettode bracciale mani: & con le
gamberi piediMa ne l ultimo poiylo fiomacoàt uentrey^ quelle pani doue il centro
pofe di noSìra^ ftatur agl'architetto , e'I fabricatore de gli bumani corpi.
Doueteanco ejfer cauti di preporre fempre la fignificatione de i fegni propri ,
a quella che i com-^ muniprefìar uipotefferoiperche come altre uolte ha
dettOyqueftiJpeJfofalfi conofcerete:^Et^con quegli al ' tri ytuttauia albergare
la certc^ ritrouerete. Che^ fe ijègni communii come fono il colore uermiglioy
la molta carne^é* la fanguigna complejfione^mi mojlraf fiero alcuno liberale er
franco ycome noi ufiarno di di reyilquale nondimeno ne la faccia picciolo &
far-- mojér congiunto CT rifirettofojfe negli homeriycht fono propri fegni di f
cor te fa & d'auaritiay debbo drittamente giudicare uolendoy a queHi ultimi
affet- ti, uolgcre inchinare ilpenfìero . Ora ultimata^ ^ mentCy&per fuggello
& concbiufione di quanto ho ragionato fin quiydouete(preuedcre uolendo
lafor^ tc^ d^alcuno) quelle membra offeruare principale, . mente , con lequai
le gagliarde & forti operationi fi fanno. Male bracciayle mani, gli
homeriyle cofcic, & i piedi y fono quelle membra a punto ^ onde pia
SEC0T^D0. i^Z fortemente. fi adopera llmomo: adunque per la lo ro qualità fi de
primieramente giudicare il ualore & lafor^a . Etfelo [degno poi, & fe
l'ira conofce re ne uogliamo , pero che è primo il core ad ejjere da quella
ardente pafiione infiammato & acce fondai petto y da le colie y&dalo
Homaco , membre uici-- ne al core , ilgìuditio noftro informare ne dobbìa-^ mo
. Et co fi parimente in tutti gli altri affettila go^ uernarci CT a reggerci
habbiamo^ Ma /opra ogni aU tra cofa^flate di continouo fermi & intenti
riguar^ dando negli occhi:percioche quiuìfiedonOy quafi tut te le
fignificationi de le nofire uoglie: Et per loro{co me per fineflre aperte) tr
affare & traluce V anima noflra . ^duìique tutti ifegni che ne gli occhi ho
detto douere efjereauertitìy con tutte le forxe de la uofìra diligcntiay
attentamente confiderate: perche quatunque ne VapparenxapiccioUfienOyhannopero
negli effetti grandijfma differenza Dopo quello facendo segno il Confilo d’avere
il suo ragionamen tofornitOileuatifi tutti da federe^ attefero ad altro. In
vinetia, per Ciò* Grifo , 1 r * 1 r ■c f rC. Nome compiuto: Antonio Pellegrini.
Keywords: sign,
H. P. Grice, natural sign. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Pellegrini,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Pellegrini – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Pesaro). Filosofo italiano. Pesaro. “Grammatica di
lingua italiane semplificate”. Italia Italia, in Basel. Del urbe Pesaro esseva
un pionero de interlingua. Ille adhere al movimento pro interlingua e pois
devene representante pro Italia del Union Mundial pro Interlingua, sequente
professor, adv. GUGINO (si veda), qui pro rationes de supercarga de labor,
demissiona como le prime secretario national del Union Mundial pro Interlingua in
Italia. Ille examina le grammatica de
esperanto e lo ha judicate non apte al solution del problema del lingua
auxiliar international specialmente pro su lexico hybride e semiartificial e le
uso del desinentia -n pro indicar le accusativo e in le parolas que exprime
direction, data, duration, precio, mesura e peso. Ille examina anque le Latino
sine flexione de PEANO (si veda), ma mesmo iste systema non le place a causa
del manco del articulo e per le conjugation verbal troppo simplificate e
innatural. Desde alora P. pensa que
usante le parolas commun al linguas neolatin e al anglese e alicun vocabulos
latin on po codificar un lingua international facile e belle. Iste conviction
resta sempre in su mente. In "Eco del Mondo" ille lege le articulo
"Le lingue internazionali moderne" per Percival, in le qual on parla
del labores del "International Auxiliary Language Association" e
indica su adresse. Ille constata que su opinion in re le lingua auxiliar
international ha essite quasi realisate per Occidental de Wahl, Mondial de
Heimer e Neolatino de Schild, systemas del quales le articulo presenta un texto
specimen, ma ille pensa que le labores del IALA haberea date al mundo le lingua
auxiliar melior. Quando le pressa publica le nova que le esperantistas habeva
interessate le UNESCO a fin que esperanto venirea recognoscite qua lingua
international, P. scribe al IALA precante de voler intervenir presso le UNESCO
al scopo de facer cognoscer su labores re le lingua auxiliar international, in
modo que esperanto, jam refusate per le Societate del Nationes, non haberea
alicun successo. Assi ille vene in contacto con Gode, Schild, Fischer, Berger,
Bakonyi (vedasi) e tante alteros e comencia a propagandar interlingua in tote
Italia. Ille publica multe articulos in le pressa italian in re le problema del
lingua international. In collaboration con Schild, ille edita le "Corso
d'Interlingua in venti lezioni" a uso del italo-phonos e le manual
"Interlingua" (grammatica, vocabulario interlingua-italiano e
italiano-interlingua). Malgrado su effortios P. non succede a facer adherer al
UMI multe italianos e formar con illes un societate italian pro interlingua.
Ille esse in correspondentia con multe interlinguistas europee, usante
esperanto, ido e super toto interlingua, e initia al studio de interlingua
Negalha e Castellina, de Suissa, qui ha devenite valide collaboratores del UMI.
P. ha participa al Conferentia International de Interlingua que ha loco in
Basilea, ubi ille incontra multe amicos de Interlingua. Ille collabora al
periodicos "Currero", "Heraldo de Interlingua" e al
Panorama, e ille esse un active collaborator al "Dictionario Italian-Interlingua"
sub le redaction de Castellina. P. esse
empleato in le Officios de Contabilitate provincial statal e vain pension con
le qualification de director general de iste officios. Ille participa al
secunde guerra mundial qua official inferior de infanteria. More su car sposa,
e P. mesme cade malade, lo que le impee laborar pro interlingua, como esse su
calide desiro. Un signo typic de su minutiositate e grande labor es que ille
mesme scribe le majoritate de iste lineas in le qual "io ha contate mi
historia qua interlinguista e isto potera interessar le lectores del
revista". In Pesaro (Italia), al
more ma esse rememorate como pionero italian de interlingua. Nome compiuto: Ugo
Pellegrini. Refs.: “Grice e Pellegrini”. Pellegrini.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Pellegrini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’amore come affezione dell’animo – e la sua manifestazione
nei maschi nobili – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sonnino). Filosofo
italiano. Sonnino, Latina, Lazio. Grice: “I like Pellegrini: he found
Aristotle’s ‘obscure’ for the youth the manual Ethica Nichomaechaea is intended
for!” È, secondo TIRABOSCHI,
filosofo che da' suoi meriti e dalle promesse fattegli da più pontefici pareva
destinato a' più grandi onori; ma che non giunse che ad ottenere alcuni
beneficii ecclesiastici. Tenne la cattedra di filosofia a Roma. Pubblica il “De
affectionibus animi noscendi et emendandis commentaries” e un'edizione della
traduzione in latino di Lambin dell' Etica Nicomachea di Aristotele -- i “De
moribus libri decem -- corredandola di un riassunto e di commenti, nei quali
altera il testo di Aristotele di cui lamenta la difficoltà e l'oscurità. Benché
Aristotele del Lizio sconsigli lo studio dell'etica ai giovani, ancora immaturi
per una retta comprensione dei principi morali, al contrario, ritiene che lo
studio dell'etica deve essere impartito prima ancora di quello della filosofia
della natura, in modo che i giovani possano affrontare gli studi scientifici
con animo libero dalle passioni. È più oratore che flosofo. Nn pensa ad inovar
cosa alcuna, e segue costantemente insegnando i precetti del filosofo
stagirita. Altri saggi: “Oratio habita in almo urbis gymnasio de utilitate
moralis philosophiæ, cum ethicorum Aristotelis explicationem aggederetur”
(Roma); “De Christi ad coelos ascensu” (Roma); “Oratio in obitum Torquati Tassi
philosophi clarissimi” (Roma); Tiraboschi, “Storia della letteratura italiana”
(Società tipografica de’ classici italiani, Milano); Carella, “L'insegnamento
della filosofia alla "Sapienza" di Roma: le cattedre e i maestri”
(Olschki, Firenze); Renazzi, “Storia dell'università degli studj di Roma”
(Pagliarini, Roma – rist. anast. Forni, Bologna). P. scrive II important
commenti su Aristotele del LIZIO, uno in cui enumera gl’affezioni dell’anima –
dall’amore all’ira – amore, speranza, ira, audacia, temore, dolore, animosità.
Nell’introduzione, elabora un concetto generale di che cosa e un’affezione
dell’anima – il corpo non è menzionato. Ma P. elabora sulla questione
dell’anima e il corpo per l’affezione – chè è affetato nell’affezione? Il
secondo è un commentario sull’onore e la nobilità. Due trattati sono menzionato
dai storici della filosofia. Nel III trattato, P. elabora la questione di TASSO
(si veda) ‘filosofo chiarissimo’. Finalmnte, nella sua funzione di censore
papale, riceve un saggio sulla politica d’Aristotele da un filosofo tedesco. P.
critica la toleranza del filosofo alla posibilità del fraudo – ma il filosofo
no considera l’oggezioni di seria considerazione. P. è associato al ginnasio di
Roma. Il ginnasio è una istituzione laica “for I cannot imagine naked monks,
playng around!” – Grice. Keywords: implicatura. H. P. Grice, “Il Tasso di
Pellegrini”. DE AMORE £X didis antiquorum oHenditur, quanta fit eius vts, atque
præflantia S8S8©Ii RINCIPE M in hac difputatione fibi locum amor vendicat, quod
fons fit atfe&ionum, quæ bonum fpe&antjiuxta illud Parmenidis VELIA
Cundorumq, Deum primum quæfiuit amorem nec non vi atque potelVate ijs
antecellat ideo rerum dominus, ferorum cordium mollitor, alijsq. honorarijs
principatus nominibus appellatur • quippe fera non eft adeo immanis, quæ
confpcfto foetu non mitefcat.antiquifsimi mortales, homines agreftes atque
truces, liberorum illecebris, et amore deiiniri coeperunt, vt cecinit LUCREZIO
£f Fenus imminuit vires, pueriq. parentum Blandicijs facile ingenium fregere
fuperbum. Plato in fympofio amorem dixit magnum dacmo na, præfidentem rebus
humanis ; quod eius du&uomnia gignantur. Orpheus eundem aiferuit C' a
claues 3»qKi 3 6 DE claues habere fuperorum et inferorum, quod artis et naturæ
opus quodeumque extrudat in lucem; vnde inuentoris artium, atque magiftri
appellationem obtinuit, ferunt Poetæ, solis amantibus a Plutone reditum ad nos
concedi ; cum in ceteros exiftat implacabilis; 8r folollri&o iure, vt
Sophocles ait, vtatqr. quid ni? cum fub tutela fint eius, quem claues tenere,
atque inferna fuo arbitratu referare fabulantur? Hefiodus
mortalium et immortalium mentes amore domari cecinit. Homerus louemeiufdem
mancipium fecit. Plutarco in Amatorio
amorem coparat Dictatori, quo crea to cedant omnes magiftratus. Indices
criminum, cpnfcij vehemccifsimæ perturbationis delifta no pauca vel impunita,
vel leuifsitne caftigatadimife runt, quod amoris impulfu admiffa conftaret;
idq. non femel hoc feculo fa&itatum teftanturij, qui de criminibus
vindicandis confcribunt. Sclethum Crotonia tamdepræhefum in adulterio fraternaq
vxoris, cum se amore victum peccasse diceret, a ciuibus fuis exulare iuifum in
lib. pro mercede condudis refert Lucianus, capitis poen. aremifefed jllum,fcu
pudore violatæ germanitatis, Ceu legun amore, quas nalletlabefa& atasjin
ignem fponte i infiluitfe,ac poenam fubiilfe, quam ipfe met ftatuerst in
adulteros. Mundus» equeftris militiæ du&or fab Tyberio, paulinam Romanam
deperibat;eam &uprauic in templo Ifidis ; facerdotibus pecunia corruptis,
facinore comperto,Tyberius, in crucem eg i :,iemplu m $uertir, fijup. ftituam
in Ty berim coniecir ; Mundum vero exilio punire faris habuit ; quod, amoris
vehementia fu peratus, peccalfet;Charmo,vim amoris edo&u$j illi aram in
Academiæ ingreffuexcit.iuit. Athchienfes Aatiiam dicarunt in tempk) Palladis,
a-u amico bonarum artium; remq. ei diuinam inOituerunt, Erotidia, ntincuparam:
Samij in ciu/dem honorem Eleutheria facra habuerunt. ANTEROTE quoque
finxit,coluitq. mendax græcorum antiquitas, ex Venere et MARTE natum; vt eft
apud CICERONE de natura Deorum. in Themiftij fermonibus Themis Dea hortatur
Venerem, vt Anterota gignat, fi amorem adolefcere,non perpetuo pufioriem elfe
velit. Hinc OVIDIO Almafkue dixi geminorum mater amorum.£& Horæ. Mater fæua
cupidinum. qtio loco hæret Lambinusob ANTEROTE vel obliuionem,vel incogitantiam
: In Gymnafio Eleorum erant vtriufq. icones; EROS palmaccum ramum tenebat, quem
ANTEROTE nitebatur eripere, ‘amicitiæ, vti reor,limii lacrum.amici enim ita fe
mutuo diligfit,vtin amo re alter alteri præire Audeat. Crefcit Eros Antero tos
ortu; quod reciproco amore amans animatur et accenditur magis ad amandum. EA
autem hæc de amore difputatio non paruifacienda; quam Socrates auide
cofe&atur; et cum fe reliquorum omnium profiteatur ignarum, egte gium tamen
amatorem ia&at, et haberi Audet. Neque vero quis illu hic arguat
impuritatis. adeO enim eafte amauit,vtnec lycophantæ acerbifsimi C 3 AnirtiSi I
$$ D E tus, et Melitus impudicas ei obiccennt amores 5 nec Ariftophanes, eidem
inimicifsimus,tali accufatione hominem pupugerit ; et cum pauperem, loquacem,
fophiftam appellairet in fcæna; impurum certe amatorem dicere nec potuit, nec
au r us fuit. Phædrus amorem maximorum bonorum cauffam appellauit; quod ab eo
{ludium in honeflis, verecudia in turpibus immittatur. Spartiatæ cum hoftibus
congreffuri, facrificabant amori, quafi ad fortia egregiaq.impulforijquem
morem, vtplerosq. alios,aCrerenfibus eos accepi{Te,arbitror. eodem enim
inftituto Cretenfes ex parte vfos, Soficrates eft audior. Inde fa&um
cenfeo, ve /æra, quæ appellabatur Thebanorum cohors, conflata ex amatoribus,
fregerit Spartanos. nec inutile fuerit in acie illos, qui fe mutuo diligunt,
flatuere vicinos; parentes, liberos, fratres,confanguineos, amicos ; exercitus
enim eiufmodi aplerisq. cenferur infuperabilis. notum eft feftiuum illud
Pammenis didum a Plutarcho in Pelopida, relatum ; ignoralfe Homerum vd foret
acies in(Iruenda, cum iubet, Et tribui tribu*, et fua curia curiæ rt ad fit,
Cum amicus apud amicum potius locandus videatur. Scribit
Xenophon Aflaticos in bello circum duxi (Te vxor es et natos, vt eos defendere
coadi, fierent pugnaciores. Eorundem occurfure-ilitutas acies non paucas, et
vidoriam confequuras, legimus, demum, cum Harmoniam Marte ac Venere prognatam
fabulæ tradunt, eandem amo risin re bellica vim defcribunt. Verum ad (oli*' dam
amoris commendationem nihil maius, vel accommodatius afferri poteft, quam quod
magnus Areopagita protulit ; amore fuperiora ad inferiorum prouidentiam allici
; hæc vero,qua(i fomite igneo fuccenfa, refilire, atque ad fupei na conuerti j
fieriq* circulum a bono, per bonum, in bonum perpetuo reuolutum. Proclus quoque
pulchrum amorisprotulit elogiumjefle illum cauf fam conuerfionis rerum omnium
in primam pulchritudinem ;quæ de purifsimo fandifsimoq. in Deum, ipfumq bonum
amore dida,ad mortales fluxasq. curas traduci accomodariq. non poffunt. Carolus
Cardinalis vim amoris erga consanguineos perpetuo habuit fufpe&am/ eosq.
ali* quid populaturos libentius audiebat per internuncios; veritus, ne
fangninis impulfu ad res ini* quas concedendas imprudens adigeretur Explicantur
Varia nomina huius affeftionis, et quotuplex fit, declaratur. E laboremus
ambiguitate vocum, quæ varijs amoris nominibus fubie&a notio fit, primo
loco difpiciamus ; quid fcilicet inter amorem, dile&ionem, caritatem, pietatem,
cultum, amicitiam, beneuoletitiam interfit. Amor eftvt genus, et quid
vniuerfum; locum enim habettumin homine, tum in brutis dile &io eft amor
cum ele&ione, vt nomen indicat; nec repentur in ijs, quæ non deliberant
caritas fertur in res pretiofasjdiftinguere veropretiofa a vulgaribus vnius eft
mentis, pietas eft in fu periores, quod bruta vt plurimum non agnofcunt; hi
funt Deus, patria, parentes, cultus eft fignum pietatis.amicitia eft amor
mutuus, hinc in de perfpeftus, officijs confirmatus. beneuolcntia eft effedus
amoris. alias pro leui amore vfurpatur; vtlib.p. ad Nicom.^.ha&enusde
nomine. Amor duplicis generis exiftit; alter naturam fe quitur, alter
agnitionem. ille rebus omnibus ineft, etiam inanimis; hic animantium proprius,
de illo Hefiodusintdligendus,cum in Theogonia, primo loco fadum Caos cecinit,
poft terram, et Tartaru; tertio amorem, ex terra Caoq. ortum.quis non vi deat
hic accipi amorem pro vi rei cuilibet a natura indica, vt feipsa,quo ad
poteft,expoliat,& tueatur ? quod et Orpheus voluit, cum amorem irtmor
talitatis defiderium appellauit. fuit enim veterum poetarum hæc de rerum ortu
fententia ; eundas ; fpecies, in obfcura, et confufa deformitate implicatas, ab
initio iacuifte; tu defiderio lucis, et quietis, impellente amore fui, difiundas,ad
fedes naturæ conuenientes migraffe ; vnde rerum vniuerfitasjin ordinem
difpofita, conftiterit. Empedoclea
GIRGENTI (si veda) rerum principia, litem et amicitiam, non alio, quam ad ift
hæc poetarum commenta fpedafle dixerim. Amor vero, qui agnitionem fequitur, et
aftedio eft animi ; fi ad henefta fertur, recinet appellationem ; fin ad
impudicitiam, vel immdderatum appetitum delabitur, significantius LIBIDO vel
cupido ab effedu nuncupatur. Poetæ diim amorem appellant et defcribunt, eam
potifsime cupidinem accipiunt, quæ in Venerem fertur; et fub inuolucris
fabularum multa recondunt ad rei, de qua agitur, notitiam attinentia. Puerum
igitur defcribunt, nudum, alatum, cæcum, curarum plenum, arcu, et fagittis
inftrudum ; fatum Venere atque Vulcano. puerum conftituunt, ob infipientiam 5
nudum, propter infelicem condicionem ; feu quod occultari facile nequit;
alatum, quod cito aduenit, citius labitur; cæcum, vel ob impudentiam, (eft
quippe pudor in oculis,) vel quod mortales plerumque amant fine deledu, fine
iudicio, fine ratione ; et quafi oculis capti fedantur deteriora, melioribus
omifsis ; plenum curarum, quia eius arboris hi exiftuntfrudus; inftrudum
arcu& fagittis ; feritenim curis ægritudine plenis; Venere demum et
Vulcacano fatum, humore scilicet, et calore ; quod ea temperatio cenfetur
apprime libidinofa. Hunc eundem Cupidinem ex node atque æthe- : re natum voluit
Acufilaus; hoc eft, ex tenebrofo et lucido; amantes enim cæci finit, et vna
viderit acutifsime. Simonides ex Venere, ac MARTE procreat ; quod viri
bellicofi a Venere plerumque non abhorrent. Alcæus ex lite et Zephiro;
diflenfione fcilicet, ac reditu in gratiam; Olea 4 i -/ t> E Olcn Lycius ex
Ilythia, feu Iunone Lucina, quod ea maxime amemus, quæ a nobis prodeunt*
llythia enim partubus opitulari credebatur* Sappho demum ex cælo et Venere»*
quod amorem viftellarum et gratia oris conciliari multis fuerit perfuafum.
Pidores multos pingunt amores, paruulos, colludentes, curfitantes, (quos Poetæ
faciunt Nympharum filios) quoniam mul ta funt, quibus inæfcamur, et capimur; vt
notauit philollratus in imaginibus. Diotima mulier faga,fybillis a Socrate
comparata, a qua amandi artem fe haufifte profitetur, amorem ex copia procreat,
tanquam ex patre ; et indigentia, tanquam matre. vt eft inopiæ ac indigentiæ
filius, apparet aridus, macilentus, fquallidus, nudus pedes, humilis, fine
domicilio, fine ftramentis ac tegmine vllo; perno&ans fub dio ; femper
egensidem qua copiæ filius, virilis, ferox, callidus, infidiator, pulcher,
fagax, venator, prudens, facundus, per omnem vitam philofophans, potens
fafcinator,*vt non immerito bi&enrn ab Orpheo fit appellatus, vtrefert
Paufanias apud Platonem;. Huius fabulæ hæc eft allegoria, vulgo amari, quæ nec
omnino funt in poteftace noftra (cito enim ea vilcfcunt, ) nec diffidimus
aliquan' do futura. ideo copiam et indigentiam amoris vulgaris parentes ponit
Diotima. quæ vero inter f e valde pugnantia eidem adferibit, affedus indicant
eorum, qui re amata potiuntur, contrarios ijs, qui infunt non potientibus.
Ha&enus de fabulis ; in quibus illud magnopere damnandum» quod cupidinem
Deum faciunt, vt libidini patrocinenrur damnat hoc ipsum Phædræ nutrix apud
Senecam in Hyppol. Deum efie amorem, turpiter ritio Jauens Finxit libido ;
quoque liberior foret, Titulum furori nummis fklfi addidit. Cetera vero fabulis
contenta non inutiles ad hanc luem arcendam continent admonitiones. Admittit
quoque amor, qui agnitionem fequitur, aliam partitionem. eft enim amor amicitiæ
didus, atque beneuolentiæ,qui rei amatæ commodum intuetur; eft amor
cupiditatis, qui proprium commodum refpicit.fibi enim multi amat; eoq. amorem
traducunt, vnde vtilitatis aliquid fe percepturos confidunt ; amor ifte
amicitiam paritvtili innixam; fuperior vero eam producit quæ ab honefto
J>romanat. Poftremo Amorem vnum facere, qui feratur in diuinam
pulchritudinem, alium, qui fiftat in humana, non eft præfentis inft ituti.
agimus enim de affedionibuf inferioris animæ partis; etfi non pauca fint vtriq.
amori communia; et pleraq. vnius per analogiam» et metaphoram ad alium transferantur.
Quid fitt amor ACCADEMIA amorem dixit, defiieriwn pulchri LIZIO amare*ac
beneuelle pro eodem accipitlib.i.de arte dicendi. id Rhetori fatis, qui
hlfe&us vti commoueantur, nofie ftudet; limatiorem cognitionem ad
philofophum remittit D. Auguftinus de Trin. cenfet efie fturam duo copulantem,
in quam fententiam Leo Hebræus ait, efie -voluntarium ajfcffum qumcopulatijjime
fi nendi ijs, quæ bona iudicamws. deferiptiones hæ funt, ab elfe&u petitæ ;
non quæ amoris explicent naturam, finitiones. nam defiderium, benetiolcntia,
appetitus copulæ cum re amata fequutur amorem; vbi enim quem amoj eidem bene
efie cupio, eiusq. confuetudinem appeto. Thomas definit efie complacentiam
appetibilis. allubefcendam appellat Ludouicus Viues, qua amatum amanti allubefcic.
hanc fententiam ita demum recipio, fi ailubefcenria, et quæ minus latine,
significantius tamen, complacentia dicitur, pro motione illa fumatur, quam
appetens facultas elicit circa rem, quæ illi allubefeit ; non pro illecebra
appetibilis, qua excitat mouetq. appetitum. atfe&iones namq. animi funt
abappetitu,vta mouente moto ; quod Ariftoteles voluifie videtur tertio de anima
Grego*» tiu$ Nvfænus eleganter id ipfum exprefsit hotnih mil. 8. in
Ecclefiaften, cum ait, amorem eflfe habitudinem animi intimam in id, quod animo
eft jucundum. feliciter quoque D. Auguftinus 2. de ciu.. amorem ponderi
corporum comparauit, inquiens, Animum ferri amore quocumque fertur, vc corpus
pondere. Neque vero exiftimandum illam complacentiam efle cauffam amoris, nam
inter cauflfas rerum, et ipfarum primos efferus daturneceftario medium; idq.
vnum,& folu, nempe res ipfæ ; fed inter appetitionem potiundi re amata,
(hæc prima eft amoris proles,adeoq. illi affixa, vt fæpe pro amore vfurpetur)
et complacebam nihil omnino intercedit; igitur compla centia non eft amoris
caufTa,fed ipfeamor; quandoquidem primus amoris cffedus, eam illicofequitur,
adeoq. inuice hæret, vt ne tenuifsimo quidem cuneo præbeant aditum. præterea fi
hæc AQUINO finitio excludatur, nihil remanet in quo amoris naturam
conftituamus, præterqua in defi derio, feu cupiditate fruedi. id fi admittatur,
amor et deliderium confunduntur.at funt feparatæ affedionesjre enim præfente
ceflat dcfideriujamor vero natura fua magis augefcit.na fi fatictas aman tem
capit, culpa eft humani ingenij,quod vel mutatione deledatur, vel voluptates
impuras perfequitur; fincera aute voluptas non parit faftidium,
deniq.defideriueire amoris effedii LIZIO docet li.o # Et.c.^.vbi agens de
beneuoletia,vt eft leuis amor minimeq. adulta aftedio a.it, Beneucldtia no
eflam a fflttff 'SuLTxar babst ncq. o^iv^uaa^nati.Mg 4 6 DE confequuntur.o?i*tc
defiderium eft ; feu vehemens et acuta appetitio,quam Juuenalis cum rabie con
iunxit, inquiens, rabidam fatturus orexim. cum igitur of t£/f confequatur amorem,
ab eo neceflario diftinguetur ; Quod autem fubiicit LIZIO cum qui forma
dele&atur non continuo amare» fed tum demum, cum abfentem defiderat, et præ
fentem cupit, ita eft accipiendum ; vt amori defiderium comitetur neceifario,
fitq. eius indicium, leuis enim voluptas non arguit amorem, qui vero cupit et
defiderat, fc prodit amatorem. eft igitur amor appetitus allubefcentia, feu
complacentia in eo, quod vti bonum pulchrumue fuerit perceptum. De caujjis
Umoris, ONVM integra est amoris cauisa, et omnem eius exæquat ambitum, præclare
igitur Auguftinus de Trinit. ait, non amatur nift bonum, huc pulchrum reducitur
et formofumjtum etiam vtile quodcumque, atque iucundum. pulchrum vero idem eft,
quod bonum conceptum vti iucundu m ; vt Areopagita docet de Diu. nomin. Deus
quippe immortalis, vt eft au&or atque feruator rerum, Cunfta fouensy atque
ipfe ferens fuper omnia [eft* bonum dicitur; vt vero ad fe trahit, allicitq.
omnia, pulchrum, inde qui pulchritudine minus capiuntur, minus amant 5 vt
barbari, ruftici,& qui duriore funt ingenio, et moribus afperis, Aliæ funt
amoris caudæ, quæ etfi boni ambitu continentur, feparatimnihilorciinus
ponuntur, quod aliquidbono addant ; et alia, atque alia ratione ad amorem
conciliandum concurrant. Similitudo igitur morum, et ingcnij amorem parit
firmum, atque conftantem. docuit hoc Areopagita; fuitq. Menandri didum,a
comicis et ACCADEMIA vfurpatum, Deus femper fimilem ducit ad fitnilem, et
quidem fimilitudine inter amantes conuenit, vtcuin amans diligit, fui ipfius
fimilitudinem, ac proinde fe ipfum, in re amata diligat, hinc animantia omnia
ducuntur ad limiles sibi formas ; non ad fpecies al ienas. Canis cani videtur
pulcherrima, et boui bos, ait Epicharmus. et Formica grata ejl formicæ ; cicada
cicadæ ; accipiter placet accipitri, Theocritus inquit in Idillijs. hoc
inftindu parentum amor in liberos augetur; funt enim nati vjuentia fpirantiaq.
parentum firnulacra.nec alia Crafsi erga Sulpitium volutatis cau£* fa exiftir,
quam quod intellexiffct, ftudere Sulpitium, vt ei dicendo fimilis euaderet,
Euander apud VIRGILIO Pallanta filium ENEA ca rii reddere nititur, quod illius
fir imitator futurus. Hunc tibi præterea, (pes& folatianojlri, T allanta
adiungam ; fltb te tolerare magiflro Militiam graue MARTE opus, tua cernere
faft a, Mffucfiat; primis et te miretur ab annis. Illud non fuerim infitiatus;
ob paria vitæ infliruta creari aliquando inuidiam, fieriq. aliquos adeo
inimicos, quam fune artificij conditione pares j nam et figulo figulus, et
fabro faber inuidet ; cuiufmodi genus pugnacium artificum in conuiuijs Plutarco
coniungi vetat.verum ex euentu id eft. cum enim lucro faciendo impediant fe
mutuo, inter eos oritur contentio, eadem ceffatvbi cauetur, ne alter alterius
cauffa damnum -patiatur jeiusq. loco amicitia fuboritur. CICERONE profelfuseft,
cum Hortenfio de eloquentiæ palma ita fe contendiffe, vt vnius ad laudem
curiiis non effet ab alio impeditus; ac proinde viuentem amaffe, dolereq. vita
fundum. Sæpe etiam qui ftudi js diuerfis priuatimviuunt,fed in maioris momenti
rebus conueniunt, funtamicifsimi. Pelopidas et Epaminundas, etfi vita priuata
efient difsimiles, quod hic ftudijs philofbphiæ, ille venationibus profufius
incumberent, quod tamen afferenda patriæ libertate, incredibilem animorum con
sensionem retinuerint, certa illis amicitia conflitit ab initio ad finem. Sunt
etiam ingenia inter fedifsimilia,quænihi lomiuus coeunt facile ad vitæ
societatejhoc enim habent, vtfimul aptari, et componi pofsint, quemadmodum vox
acuta iun&a grani certa proportione, harmoniam efficit s quod spedare
licuit in Socrate, et Alcibiade. Consuetudo quoque, atque conuidus amorem
gignit,:ei!dit enim homines moribus iifdem affue tus, ac vnius mentis eaque vis
efi confuctudims, vt habitum nedum animi, fed corporis quoque immutet ad rei
amatæ formam notauit id Piutarco in Alexandri amicis, quos leniter inflexa
ceruice, facie furfum verfus con uerfa folicos incedere, fcribit, quali
Alexandro attentaturos; cum nihilominus vi afluetudinis habitum illum impru
dentes contraxittent. Summopere igitur advertendum, quo cum vitæ societatem
ineas; præcipue vero monendi adolescentes meretricum cœnis, nodibus, omnique
convidu abstineant, quibus illæ magnopere student; cum norint consuetudine
amoris vincula fieri tenaciora. Parem amoris conciliandi vim societas in
honoribus, et rebus, tum fecundis, tum adversis habet, et quandoque maiorem. vt
enim maximum amoris vinculum ducitur, plurima et maxima beneficia accepitte, sic
simul accepiife, proximum iudicari debet. Qui simul fecere naufragium, vel vna
pertulere vincula, vel canfilij alicuius, coniurationisue societate iunguntur,
facile amant invicem tfnde adagium, Conciliant homines mala. BRUTO (vedasi) et CASSIO
(vedasi) invicem insesos GIULIO (vedasi) Cesare Cæsariarius dominatus
conciliauitjac summa fide coniun xit. M. EMILIO LEPIDO et GIULIO FLACCO cum
ettent inimicifsimi, censores renunciati, simultates illico deposuere. Tacitus,
Latiaris arque Sabini sermones, quibus vetita miscuerant, ardæ amicitiæ speciem
fecifle, annotauic; speciem dixit; nam vr plurimum participes scelerum non tam
amore copulantur, quam metu, atque noxa D conscientiæ. Sunt etiam qui existiment,
vi quadam occulta ne&i animos; vel disiungi quidam enim primo aspectu
amantur ab omnibus; ali j contra contemnuntur. inter aliquos statim convenit;
alios nulla beneficiorum, officiorumq. confuetudo conciliat; nec vnde
voluntatum ift hæc discrepancia nascatur, liquet, nulla enim hic morum similitudo,
nulla vitæ communitas. Astronomi » vt nodum hunc solvant, ad Venerem, ceteraque
aflra, quæ benigna vocanr, confugiunt; quibus homines ad amandum inuitari
volunt, hæc, vti longe a nobis posita, neque certam habent fidem, neque manifestum
errorem. ACCADEMIA schola dæmonibus ad'cribit, qui vitæ hominum præfunt.facit
enim dæmonum, hos quidem confimilisingenij, hos diuerfi.qui difsident
interfefe, d fienfionesad clientelas deducunt; qui vna fentiunt, amorem iis
immittunt, quorum gerunt procurationem, demum nonnulli gratia pol-‘ lent, et
au&oritate; ali j odio habentur a collegis; qui vtrifque fubfunt homines,
eandem quoque gratiam inuidiamq. apud nos nancifcurur.ifthætf f ACCADEMIA
commenta non aliter confutarim 9 quam quod tollunt funemum,ex euentu,peritUla
immerite alicui creata conciliant amorem iriperpetieritem Tacitus de Nerone
Germanici filio. aderat \uutnH modcfiia et forma principe piro digna j notis in
eum Seiani odiis, Stv, quod omnes ad fe vocet; abiitq.in prouerbium, quo Plato
vtiturin iyfide ; quod pulchrum femper amicum ; cenfeturq. a Mufis et gratiis
primo vfurpatum, vbi ad nuptias Cadmi et Harmoniæ, puIchrirudinenouaf nupta?
ore, fi Deo placet, immortali cecinerunt ; vr in I heognidis epigrammate, cuius
hæc exiftit fententia; Mttfæ, et Gratiæ, filiæ Iouis, quæ olim Cadmi jtl
nuptias cum veoijlis, pulchrum xeciniflrs carme, Quicquid pulchrum amicum e[l,
non pulchrum autem non eft amicum. Mimus dixit, formofam faciem effc mutam
commendationem LIZIO vero; habere illam longe maiorem vim ad commendandum, quam
accurate feriptam epijiolam. Carneades appellauit C E hoc est, dulce amarum.
eft enim mors voluntaria V vc mors amarorem, vt fponte fufcepta, voluptatem
aflrert. amorem vero effe liiorcem, inde apparet maxime, quod amans de fenon
cogirat, fed de alio ; in fe igitur non operatur, fed in alioj - qui in fe non
operatur, in fe non eft ; qui in fe non eft,in fe non viuit; amans igitur in fe
mortuus eft.quare Plato in quendam, qui perdice amabat, dixit ; h'ic in proprio
corpore mortuus eft ; viuit in alieno et Plautus in Ciftellar. Trullam mentem
animi habeo ; vbi fum, ibi non fum. vbi non fumi ibi $1 1 animws « Cato fenior
aiebat, animum effe potius vbi amat, quam vbi animat. Quod fi amans vicit Jim
ametur, reuiuifcit in re amata j alias mortuus cenfetur.has autem
vicifsitudines atque mutationes quoad aflfe&um accipere oportet; non quo ad
ipfam eflentiam animorum. appetunt quidem amates fieri re ipfa vnum, iuxra
di&um Aristophanis ab Ariftotele polit, relatum ; fed quia illorum inde
corruptio fequeretnr, quærunt coniunctioriem, quæ faluis corporibus obtiqeri
pofsit. hæc autem afFe&u confuetudineq* habetur, animis interim quo ad
cupiditates permiftis et in tertiam quandam temperaturam reda mere contendit,
quo conatu Lyfias Phædro similis euafit; et Macedonum proceres colli flexura,
orisq.ere&ione Alexandro similes redditos ex Plutarco supra retulimus.
Pulchre vero 2. Rher. monet LIZIO, vereri nos turpia committere apud illos,quos
amamus; 1 vt inter amoris opera pofsitreuei entia numerari; quod maxime
declarat eius aifeitionis excellentiam. Crafsi illa funt;Equidem cuiri peterem
magi ftratus,folebam in præhenfandodimitttre a me Scæuolam, cum ei ita dicerem,
me velle efle ineptum.Nemo quippe curat probari ijs, ejuos negligit; Et quidem
apud eos, qui ius haoent puniendi, veremur turpia facere ob metum legum; apud
alios ob metum infamiæ ; fedapud eos, quos diligimus," obreuerendam et
amorem. Sed et fui, aliorumq. omnium, præterquam' rei amatæ contemptum amor
parit in amante lacob, rarum amoris exemplum, quattuordecim annos æftu geluq.
vexatur, in morem feræ, vt pulchra Rachde potiatur; ac tria fereluftrama gnis
tradu&a laboribus, paucas exiftimatincom modi tolerati horas t certe
diuinus Moses paucos ei dies præ amoris magnitudine vifos teftatur. et
ficaftifsimo amatori falaconem in exemplum admngerdicet,r uiCM, Autonius
incertum atque preui- DE pr jaifum exitium, vt Cleopatra; morem gerat, fic
fuidefertor, vt placeat concubina; falutem profundit, ne amati vultus turbet
ferenitatem. Fugatur demum Veteranus Imperator ab adolefcente, atque tyrone,
quod prius fuiffet dementatus ab ægyptia Syrene. his ftipendijs fæue cupido
muneras eos, qui nominibus datis, tua figna fequutur. G:gnit quoque amor magnam
voluptatem,vbi re amata potimur, cum enim affequi finem fit omnium
iucundifsimum, quilibet eo habito, quod amat, contentus viuit, vt ACCADEMIA ait
in Phædro fæpe autem tanta voluptas adeptionem rei amatæ confequitur vt multi
in complexu rerum carifsimarum exfpirarint • Ex oppofito amor vehemetior, fi
quid afiequutionem propofiti moretur, vel impediat, triftitiam, et moerorem
affert, voluptati, de qua diximus, æqualem, llafis medicus amore:n morbo
melancholico proximum facit, euolant quippe fpiritus fubtiliores, et purior
fanguis per teouifsimos poros, excitati appetitio nis impetu, erga rem amitam
tendentis; fanguis vero crafsior, quod exitus non pateat, remanet conclufus;
vnde in at-um humorem, atque bilem facile concrefcit, cum fit meliore
fanguinedeftitu tus. inde vaporibus opplecur caput; animus triftitia premitur,
ac fæpe ad infaniamdeducitur LUCREZIO (si veda) amator primum effectus eftjtum
demens; ad extremum fui ipfius parricida. Hæc sunt vehementioris amoris et
frequentius impadici ; qui amittendi quoque timorem affert, atque trepidationem
5 tum etiam furorem in eum, qui auferre conatur; fufpicioneS vehementes, zelum
amarum, aliaque animo lancinando, et excarnificando inftrumentacommodifsima. In
eodem ordine raptum mentis collocamus: græcebts^; quem amori quoque diuino
Areopagita tribuitjquafiDeusob amorem e&afim paf fus fuerit, emergit quippe
foras knimo,qui amat ; tum quod ad rem amatam commeare appetit; tu
quodafsiduode illacogitat, fuioblitus; accurritq. aliquando fanguis tenuior ad
cerebrum, vt iuuec contemplationem ; aliquando præfente re amata
adeamconuolatjfedfiftitin externis corporis par tibus, uehiculo deftitutus.
vtrumque ftupor fequitur, opprefio cerebro vi nimij caloris,vel partibus
vitalibus ab eodem derelidis. Inde fequitur amantis valetudo et imbecillitas,
debilitatur enim alendi vis recedente calore; cor etiam, atque cerebrum
vicifsim conftringuntur! ob copiam fanguiu is, vt opem ferat parti laborati, ab
vno ad aliud comeantis. id enim ei natura indidit, ut inferuiat vitæ
principijs. Et quidem cor,, vbi feptum efi vi fanguinis,& quafi vallo
circumatum, quærit aggerem per fufpiriaperrumpere ; quævel non emergunt, vel
omnino emittuntur^ difficillime, ac plerumque. non integra, verum, dimidiata,
nec fine magno conatu, ab eadem con ftridione ccrdis prodeunt cantiones
interruptæ, a E" &ftatim dimittit ; modo aliud quærit, et propofitum
illico mutat,pænitetq. cæpti inftituti ; vt prorfus ij faciunt, qui longo et
acuto morbo decumbunt. Huc maciem palloremq. amantum refero ; corrupto enim
calore, colorem quoque obfcurari necefle eft. f OVIDIO de Amante Fugerat ore
color, maciefj. obdukerat artus. Opprefsionem vero cerebri lachrymæ fequuntur.
Sanguis enim fabrilior, cogente cerebri frigiditate, vertitur in lachrymas;
quæ, vti graues, defcedunt per oculos; natura quoque remmolestam, nulliusque
ufus, foras propellente. His
adde oculorum tumorem, et inflationerii labiorum. Suetonius de Tyberio. Sed et
Agrippinam ab egi ftc pofi diuortium doluit; et femel omnino ex occurfu
vi[am,adeo contentis et tumentibus ocuUs profecjmtus e$t, vt cuftoditum fit, ne
vnquam in ciusconfpeftum veniret. eius fa&i caufla dft, quod ad præfentiam,
vel memoriam amatæ rei fpiritus petunt partes extimas, quali amatum amplexaturi
; maxime vero feruntur ad oculos, qui fant afnimi internuncij et conciliatores
amoris, inde fequitur tumor, et plerumque etiam ardor. Nec est prætereundum, ad
præfentiam, vel recordationem rei amatæ commoueri pulfumvena rum, fiue
arteriarum, fieriq. concitatiorem, et inconftantem ; idque vel quia cor
trepidat et pauet; vel quia nititur quodammodo de loco fuo conuelli, et in
amari pedus transferri; quo argumento dcpræhen dic Galenus amici vxorem amore
Pyladæ cuiufdam laborare. Denique,vt etiam quæ leuiora fu nt, attingam, amor
mutat mores ex taciturno garrulum facit, ex garrulo taciturnum ; ex focorde
induftrium; ex afpero mitem et fiiauem. quæ omnia ftngillatim profequi,eifet
immenfi laboris. Antiquitas morum comitatem amori adfcripfit, quemadmodum
Dionyfio mifterium, vaticinium Apollini, Mufis poefim. Docet quoque muficen;
quod ACCADEMIA a fpirituum vehementia deducit; qui dum magna vi erumpere
conantur, impellunt ad cantionem.Quid quod poetas facere non vno depræhefiim
eft experimento?Plato idipfum afsignat excitationi, agitationi,
eleuationifpirituum.ij enim co moti, agi tatiq. apt funt aliquid parere citra
commune vfum; cuiufmodi eft oratio metro conftans, minime vaga, vel foluta.
Bion poeta in Bucolicis fub perfona paftoris amorem facit fuorum carminum
au&orem veriibus a Stobæo relatis,quos ad verbum conuerfos ita legimus.
Mufæ amorem non metuunt crudelem, Quin amant ex animo et veftigia fequuntur
eius. Quod fi quis ingenio præditus inamabili ipfiti comitetur, Illum refugiunt
et docere nolunt jit fi amore captum gerens animum fuauiter cecinerit, o
idipfum fimul omnes feflinæ confluunt; Quod autem hic fermo plxne verus fit,
ego teflis ftim, )~ -v-i E (am 06 DE 7^am fi hominum quempiam, aut immortalium
et, ' mine celebro C efflat mea lingua; nec yt ante solebat, canit. At cum in
Amorem rei in Lycidam aliquid molior. Tunc mibi lætum ore carmen profluit. •
fli&um vecordis poetæ fceleratum, quodq. fati$ indicet perditos hominis mores,
ac nihil miraqdum iq o impudico amore ad verius fundendos eum incitari folicum,
qui meliorem non agnofcebat.agnouit autem Propheta Regius, iljoq. impetu, quæ
Deus didabat, fuaiiifsimis yerfibus effudit. Hanc de amoris effedibus
tradationem eleganti Caroli Cardinalis dido cocludam: Amore perfici fundiones
humanas, quæ enim abamg fe prodeunt,, quam accuratifsime geruntur. De renfedijs
amoris, REMEDIA non nifi morbis quæruntur, quare de impuro nobis amorehic fermo
exiltit, prrrium igitur amorem negofia > curæ, honotu m cu p diras, labores,
calamitates deterunt, et corrodi unt; Otia flt Ilus, periere cupidinis ignes.
Sed &egeitas eijvaide aduerfatur. na flue Cerere dr Daccb-j fliget Vtnus^t
ait Chremes Terentianus, ia gr æcorum collectaneis verius legitur, qui LATINE
«e cxprcfTus > sic habet. Mortua res venus fine Cerere et Baccho.
Ariftophanes apud Athenæum vinum lac Veneris appellat, quod alat libidinem
Vinum bibenti fuaue lac Cypriæ Deæ Apuleius in Metamorphofi ex Cerere, et
Baccho Veneris /ytarchiam confici fcribir. Sed et Menandri hi exfiant Senarij.
Amorem [edat fames, aut æris penuria ; {emo mortalium viftum mendicans amauit;
Sed in opulentis puber hic innafcitur. Huc fpe&at antiquum epigramma græcum
an &oris incerti, in latinum (ic verfum. Fames amorem fidat; id fi fit
minus Tempus medetur ; fin nec i fla exttingucre Flammam queant^ tum reflat, vt
funem pares. quod epigramma ex dido Cretetis Thebani Cynici philofophi confedum
ett. tria enim ab eo afferebantur amoris remedia, htftfe Cfiy?s, id eft, fames,
tempus, laqueus. digna cynica immanitate fententia. porro paupertatem prodefle
amori pellendo in confefToefi;tum etiam tempus, et longam diem ; nam vt ait
Ouid. lente fiunt tempore curæ et Martialis Quid non longa dies, quid non
confutuitis armi ? fedti hæc duo minime pro finr, a^liafunc remedia, præter
laqueum ; a quo abftinendum natura docet, et humanæ diuinæq. leges præcipifit.
quantum euim illud ad amorem eiiciendum valet, fi E a quid 6Z t> E quid
vitij inre amata eft, fæpc animo voluere, vfc illa tandem apud nos vilefcat?
inomnivero.humana pulchritudine aliquam deformitatem corporis, vel faltim animi
nancifci, facillimum videturjmores fcilicet improbos, impotentiam animi
auaritiam, fæuitiam, inconftantiam et quando hæc defunt, foeces fub uenuftifsima
forma latentes, fordesq. innumeras eo conceptaculo conci ufas. indignatio
eti^mjquod a vili foemina, vel abie 6to mancipio quis contemnatur ; vel in
feipfum, quod adeo foedum toleret feruitium,cocepta iracundia tenacifsimos
frangunt amores; quibus liberatum Heroem illum ab amore Indicæ Regin^ Ludouicus
Arioftus perbelle finxit; cum equitem induxit armatum, quem indignationem
poftea nuncupauit, tædis ardentibus foedam et immanem belluam, quæ JReginaldum
fub vnguibus, præmebat, et moleftifsimeinfeftabat, fugantem et adtartarum
detrudentem, quippe fera illa libidinem, et amorem impuru referebat. Medici
cmiffionem fanguinis atque defoecationem ad idem Cenfent non inutilem; quod ea
minuatur calor, et ardor coeundi. Platonici idiptom probant ; quod sanguis morbida
qualitate affectus eiicitur, ac fincei^is de nouo gignitur quare medici
amantibus ebrietati cenfent aliquotenus indulgcndum ; tum vt fpiritus recentes
procreentur ab illa tabe inta- I veteribus per sudorem vino excitatum,
exhalatis; tum, vtindudaobliuione,paulatim curæ ; iuollefcant, et amatæ rei
memoria deleatur. Remedium vero illud, clauum clauo pellendum, nec recipio, nec
ferendum cenfeo,fi clauus de nouo adhibitus fit eiufdem cuni vetere materiei,
nam expellens, nifu tenaciore occupat expulsi locum quare amantem, si eo vtatur
consilio, in peius dela bi, non est ambigendum, fin alterius naturæ clavus
affumitur et cado vel omnino philosophico et quod magis ampledendum, divino
amore contra Venereum agitur, medicinam salutarem, nemini respuendam iudico. STRABONE
scripit prope Lebcada promontorium cfie templum Apollinis, vbi faltus fit ad
fedandos amoris ædus; ex quo Deucalion ob Pyrrham, Cephalus ob Pterelam, Sappho
item et Calicæ fœminæ fefe præcipites dedere, viri servati funt incolumes, ab
amore immunes fœminæ interierunt; mifelfæ; quod scilicet faltus ille Leuchadius
virilis edet, nec fœminis conveniret. Fabulofa hæc sunt. Sed si quid veri
adumbrant illud ed; vehementissimo timore amorem interii re; quod et nos
fatemur pericula enim ad meliorem sæpe mentem homines reddunt; (io dat
intellectum „ v . .r et ifp i yJh t ii; ; OH ifttO rjorr- r hi ibo:.» nlsr;
ritBT&J' > 1 : fyy \ £§5*? :• r
< b ftV; % i IOC CE' 'Vrn. 0 f <»! Vropommtur et diluuntur dubii non pauca id Amorem pertinentia
P tl I M V M dubiam. An verum sit, quod Socrates ex Diotima retulit, amorem
nasci indigentia. ACCADEMIA in Lyfide affirmauit. CICERONE autem censet
istumesse miiiim. generosum amoris et amicitiæ ortum j alias lucri causa
amaremus, et beneficia fœneraremur; quod fordiduol videtur i Sed ACCADEMIA
dictum de amore, qui cupiditatis dicitur, intelligencfeM, CICERONE autenii de
amore amicitiæ, quæ nititur honesto sic inter mentes separatas amor intercedit,
cum nihilo minus non egeant secundam. Qaibus maxime reperamentis inna scitur
amor? Iis, quæ calore et humare abudant humidum enim facile concipit externas
impressiones; calidum vero fouet amorem quod si calido sit admixtum aliqu id
ficcitatis, cupiditares existunt acutæ et vehemente$, qu 2 fs celerrimelrelfec
expleri, nec retinent v^lde diu; quod sanguine sint tenui, atque raro et in
cpntinua motione posito. Eiusmodi sunt adolescentes, quorum amores levis flammæ
vapori Seneca in Hyppoliro comparavit. Frigidioris vero naturæ, ac tristioris
ingemj homines tard amorem admittunt, sed per se u crint magis, 6b crafsitiem,
atque pigritiam sanguinis fi gutm’s, et admixtionem atræ bilis, quæ diffidi iut
recipit, sed firmius reti net, quicquid imprimitur, Vt argilla non adeo
tenuisset liquida, inde lenes excipiendo amori duriores videntur jquem nihilo
mi hus semel imbibitum retinent lumina firmitudine. illos dixeris; quali
ftipUlam quæ flammant bcyfsimeconcipit, et dimittir; hos, quili ligna
solidiora, quæ non adeo sunt ad exardescendum facilia; sed admotam, ac tandem
tecepraui flammam diutius alunt; Tertiui Qua potilsimum via cocipiatur amor;
Respondeo, venenum illud oculis maxime hauriri. vt LIZIO; docetlib. p.Eth.
tdlaturq.illc apud Poetaifi. Vt vidi d vt perij Ivt me maltis abstulit error d
sed et aures aliquando funt operis tanti adminiUrie; qua ratione Medaæ lafonem
ardere coepit lenotiniuiri per quietem absolvente phantasia. cd tadufi idipfurh
præftat; vbi phantasia pulchram tei conta&æ formam effingit; sed in hac
concerttione palmam oculi libi vindicant, vt quibus eunt re ipsa commercium
intercedit; quod aures no hal ber,Vt Phylo noratlit .de ludice iilæenim occit
fantur circa sonos; obtutiis in rem ipsani fertur aclimatissimum æque
superbissimunide illa fert iudicium; conta6his verb cralsior est, et aptior ad
fruitionem, quam ad iudiciumde re pulchra fasciendani allerunt ACCADEMIA amorem
pulchritiidi lie potissimum commbueri; quæ oculis maxitrid feleipitur;
contactui vero nullatenus subiieitur j £ 4 Itita b E r ideo amorem oculis
potius excitari, quam tactu amorem præterea fpiritibus adminiftris gigni vo
lunt, hosq.per oculos emitti, et immitti . ex quo fic,vr qui oculorum venuftate
possent, faci!ein alie nis pedoribus benevolentiam sibi conficiant. Hanc ego spirituum
per oculos eiaculationem negare non poffum, quod multis experimentis com
probetur.Scribit S.Bafilius lib.de Virginitate, nos firmius ægrotos intuendo
ccrrupijneque n.irrpu ne peltifera spiramenta ocuiishauriutur. Teftatut
Lapndius de ALESSANDRO SEVERO, ad eius obtutu f^pe opus fuifle oculos
dimittere; id no eflet; nifi agens vis aliqua ab oculo in ocuju e£funderetur;
qux illu afficeret et subigeret. læditur.n. fenfus a fenfili ve henrienti,vt
Arilbdocuit. Auguftus, referete Sueton 10,0 cui os habuit daros,ac nitidos,
quib. etia exi flimari volebat ineflfe quidda diuini vigoris;gaude batque,fi
quis fibi acrius cotuenti, quafi ad fulgo re fblis, vultu fubmitteretjqua porro
leuitare Silenus apud Iulianum trasfugam facetifsime derifit. Aspedu ne rei amatæ
magis,an ofcu lo, complexuq. amantis expletur appetitus? Respondeo. Amantem
quærere coniun&ionem cum te amata; id vero complexu magis obtinetur, qui
intuitu, quare mater film ad fe peregre reversum hon fatis habet oculis ad
fatietatem intueri ; nifi etia amplexetur, osculodato et repetito, quiefcit.
maxima nihilominus voluptatem oculis pefcipi, non eft negandum; elTcq. magis
perennem, quod, cum purior exiftat, minus amantem fatiget.. An amor iit erga
bruta et inanima. Respondet LIZIO Eth.c. ideft ama tione, in res quoque
inanimas conferri, quod lata acceptione LIZIO loquutum crediderim. na inanima
etia fi timemus, non odimus, vt fulme. ergo nec amamus, cii contraria circa
idecontingat.qua re LIZIO Eth. magis proprie loquensait; ridiculu effe illu,qui
dicat, se vino bona euenireve! le; sed vt qua liberalissime agamus, dabimus ei,
vt velit vinu faluu et incorruptum manere, vt ipse habeat.cu igitur amoris
effedus fit bene velle, sequitur crga inanima no esse proprie amore; et multo
minus amicitia. Aristippo cu perdite amaret Lai de, nec ab ipfa amaretur, ab
amico reprxhesus est, quod eo amore traduxifiet, vnde par no acciperet.fed
cxcufabatfe Aristippo quod etia vino et cibo vteretur, pluri muque caperet inde
voluptatis jetfi no igno raret, se no amari ab illis.acute et appofite. neq.n.
cude vero amore fermo eflet, se cibu amare dixit fedab eo multu capere
iucuditatis. Quo ad animata rationis expertia, certu est cuijs non efie
amicitia; qa comunia cu hominibus officia no obeur, nec ferutur ad eunde fine,
nec habet electione, nec honestua turpi diftinguunt. Sed an hominis amor ad
illa excedatur, in dubio res eft diligimus enim canes et vicissim amamur ab
illis et cum fint capæia doloris et voluptatis, illis bene, vel male cupixnus.
nonulli etiam ardentissimo amore fœda animalia sunt prosequuti. Glauca
Cythariftria anferem, fcu anatem amauic Xenophontis filius in Cilicia canem et
quidem obftinatifsfme; f^der Spartiata monedulam habuere in delitijs; quid quod
adolescens bonæ fortunæ statuam iri Fri tanæo ere&am deperi jtj eaq. pretio
non obteri ti sibi manus intulit quippe lapidem ilum qiiaii anima præditum ob
mentis perturbationem existitnavit, quod ex Xerxi vifutn tu ille crediderim;
Curii infarto Flatani amote captus ad eam extrei tum illum immensuin cohfiftere
atque choreas ducere voluit; nec ante abscessit, quam armillis torquibusq.
aureis amatum ornattet; curatore quoque dato qui cuftbdiret; ac tueretur ab
militia. Sed amorem proprie atque per fe&e ad ea tari tu elfe dixerim, qux
ratione polletit est enim amor Appetitus coniunctiohis, atque convictus; quis
ve to cani, vel anati, vel cuilibet manfuetifsimæ belluæ iungi velit, vel vfia
convivere? quod si qui de formes adeo prætulere cupidi taces, eos irrationali
amote ductos di xerim, et feritati, i m mani tarique obnoxio; cuius perversæ
appetitionis caullæ tre ab LIZIO referuntur lib^'. £thicitap.$. Sed, (i
tationem sequimur et naturæ propensionen T inanima cara habemus j bruta adhuc
noftri cauCfa diligimus; vt equos nobiles, vt catulos feftiuos; fed noti qrtæcumque
cara nobis funt; continui amamus; etfi quæ amamus, necessario etiam cara
habemus et omnino catum elfe latius patet quam amari mieb Sex tu . An artiare
præfiantius fit, quaniamdti hæc dubitatio accipienda est formaliter; fci-
[AMORE] T licet, an amans vc amans nobilitate antecellat amato, vt amatur de
quo ACCADEMIA non dubitant, cum, vt FEDRO ait apud ACCADEMIA, amans divino
furore rapiatur, videaturque particeps fadut divini luminis. Equidem cæteris
paribus flatum amantis celfiorem existimo amate enim eftactu Caritatis, quæ
prædantissima est omnium virtutum et tum etiam quod amare cum fundtione
virtutis existit; amari autem est prorfus Ociosum illud vicem habet agentis,
hoc patientis Septimum Cur amans amati vereatur aspectu} vt sæpe viri
fortissimi ad præsentiam vilissimæ fæminæ trepidarint, et ad infimas preces
obceilationesque defcenderint. Respondent ACCADEMIA, non eife quid humanum quod
eos percellit, sed fui goremdiuinitacis emicantem in humana specie; quo posito,
consternationis eius cauflam fe tradidiflfe putanti et principium indicasse,
quo per multæ difficultates de a^pore diluantur, nam ad ama ti præfentiam sæpe
honot, plerumque divitiæ Contemnunturj quod fortunæ bona non fint cum fummd
bono, cuius radij pulchritudine correptus est amans, conferenda. Et amans cupit
vnum cum amato fieri, deferet e condicionem propriam, e se in amati perfonam
transfefrej quia ex homine cupit fieri Deus, quis enim efl,qui humanam
condicionem cum divina non libentissime commutet? Et amote capti vicifsim
fufpiriapromunt et gaudent. dolent quippe quod se ipsos deferant ætan tur quod
ad meliorem Ratum transferantur. Calene DE AMORE. Calent etiam atque frigent;
deferuntur enim calore proprio; tum fuperni radij fulgore accenduntur. demum
timent et audent, quod calor audaciam pariat, frigus metum. Ego vero LIZIO
firmitate deledatus, pleraque ex his vti speciosa quidem didu, are ipsa non
admodum folida reiicio. alia etiam, vti ad velandam turpitudinem Veneris
induda, damnare cogor; Amantem id cupere, vt per Metamorphofim fabulofam in
alienam mucetur naturam,plane fum antea inficiatus. effc dus vero illos amoris
varios,& multiplices ab et ebullitione fanguinis, per vim phantafiae,
deduco; vt diximus in i j$,quae de amoris eflFedibus at tulimus; plura quoque
in difpucatione de timore paulo poft fubiiciemus. v 2 S 8 et 268 et pWC2ihii
P*‘t Hi. Nome compiuto: Lellio Pellegrini. Pellegrini. Keywords. Refs.: Luigi
Speranza, “Pellegrini e Grice sulla etica nicomachea,” The Swimming-Pool
Library.
Luigi
Speranza -- Grice e Pempelo: la ragione conversazionale della diaspora di
Crotone -- l’implicatura conversazionale – Roma – filosofia pugliese --
filosofia italiana – Luigi Speranza (Turi). Filosofo italiano. Turi, Bari, Puglia. His name is
attached to some surviving fragments of Pythagorean writings on parenthood, or
fatherhood – ‘patria’. Pempelo.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Penco: la ragione conversazionale (Genova). Filosofo italiano. Istruzione e formazione
Specializzazione in filosofia -- in Italia non esiste PhD -- Wittgenstein e la
filosofia della matematica Università di Genova - Genova - IT Esperienza
accademica - ... Varie per CV vedi:
https://PhilVideos.org/hp/penco Ricercatore all'Università di Genova Docente di
filosofia della scienza a Lecce Docente di filosofia della lingua all'università di Genova periodi di ricerca
annuale all'estero University of Pittsburgh con McDowell e Brandom Periodo di ricerca
allo Institute of Philosophy London anno . Competenze linguistiche English
Esperto French Elementare Attività didattica Spanish Buono German Elementare Ho
insegnato filosofia della scienza a Lecce, poi filosofia della lingua a Genova
e Teorie della comunicazione a Savona e a Genova. Fa alcuni corsi davvero
interessanti come Erasmus a Reykjavik e a Lovanio. I suoi corsi di Genova sono
su aulaweb. Insegna teorie della comunicazione per le lauree magistrali di
Scienze politiche e di filosofia. Attività didattica e di ricerca nell'alta
formazione Supervisione di dottorandi, specializzandi, assegnisti Ho
supervisionato diversi dottorandi ora divenuti docenti e tra questi ricordo,
per continuità di ricerca e di relazione: P. curriculum vitae Gozzano,
professore ordinario a L'Aquila, Bouquet, professore associato a Trento Pitto,
ora coordinatore dei servizi tecnici DAFIST Filippo Domaneschi, ricercatore a
Genova Negro, appena addottorato con una bellissima tesi sullo scandalo della
deduzione (molto apprezzata dai suoi commissari, Carpintero, Marconi ed Agostino)
Di molti altri ho seguito e supportato il percorso; di molti ho partecipato
agli esami finale. Al momento sono coordinatore del Consorzio di Dottorato in
filosofia che ha sede amminsitrativa a Genova ed è collegato alle Università di
Torino, Pavia e Piemonte Orientale. Pel dottorato ho organizzato l'attività
didattica del 32° e 33° ciclo. Partecipazione al collegio dei docenti
nell'ambito di dottorati di ricerca accreditati dal Ministero Ho partecipato al
collegio Docenti del Dottorato di filosofia della scienza - collegio docenti
dottorato in filosofia (Genova) di cui sono stato coordinatore- collegio
docenti Consorzio di Dottorato FINO Attribuzione di incarichi di insegnamento
nell'ambito di dottorati di ricerca accreditati dal Ministero Al dottorato,
finora si lavora in modo più informale rispetto alla burocrazia universitaria
standard che tra poco sconvolgerà anche il dottorato (pazienza; non ci sarò
più). Non ho avuto 'incarichi di insegnamento' ma ho insegnato e coordinato
seminari di ricerca, in particolare, assieme al prof. Massimiliano Vignolo, il
seminario EPILOG-LIN (vedi:
http://filosofia.dafist.unige.it/?page_id=184) oltre a diverse lezioni e
coordinamento di lezioni come responsabile del Consorzio FINO. In effetti ho a
volte 'attribuito' incarichi di insegnamento a altri docenti, ma senza carta
protocollata, bensì mettendosi d'accordo telefonicamente o via mail. Credo di
essere uno degli ultimi eredi di un tempo in cui si dedicava più tempo al
lavoro intellettuale che al lavoro di validazione, valutazione, descrizione e
certificazione della propria ricerca. Non invidio le future generazioni, ma
assumo che saranno attrezzate a questo genere di accanimento burocratico (ma
attentti al cervello; non può sopportare troppo carico: o fai buona burocrazia
o fai buona ricerca). Interessi di ricerca Temi di filosofia della lingua con
particolare riferimento a Frege e Wittgenstein – “or Witters, as I call him” –
H. P. Grice. Rapporti tra pragmatica e semantica; contestualismo; indicali e
dimostrativi; descrizioni definite. Per maggiori informazioni vedi
www.dif.unige.it/epi/hp/penco P. curriculum vitae Progetti di ricerca Vari
progetti MIUR MIUR - IT Partecipante Non sono mai riuscito a vincere un ERC, ma
è cosa risaputo che è difficile vincere bandi europei in filosofia (i suoi colleghi
filosofi che sono stati nei panel sono rimasti davvero sgomenti del fatto che
nessuno capisca i problemi filosofici cosicché riescono a passare per lo più
progetti non specialistici di qualche impatto sociale, ma raramente progetti di
filosofia). Ha partecipato a diversi PRIN nazionali (di cui cui uno da lei diretto):
: Significato e Competenza (PRIN MIUR coord. P. Giaretta, Padova): Procedural
Semantics and Contextual Reasoning (PRIN,MIUR; coord. D: Marconi, Torino):
Strutture di conoscenza e strutture di ragionamento. Uno studio sui limiti
dell'olismo (PRIN, Coord. Parrini, Firenze): Contextual Reasoning: cognitive
content and linguistic expression (PRIN Coord. P.Leonardi, Bologna). :
Representation and Reasoning; A study on Mental Processes (PRIN Coord C. Penco,
Genova) : Truth and Context. (PRIN, MIUR; Coord. D. Marconi, Torino). //see
abstract// : Realism (PRIN, MIUR: Coord. P. Frascolla, Univ. Basilicata):
Presuppositions and Experimental Pragmatics (Local Funds): On demonstratives
and gestures (program for work at the
Institue of Philosophy, London): presupposition and the projection problem:
Indeterminacy (PRIN MIUR; coord. L. Perissinotto, Venezia) Attività editoriale Sono stato
direttore della collana 'Filosofia analitica' di De Ferrari editore e sto al
momento cercando di caprie se si può spostare questa collana in una collana in
inglese presso l'edizione universitaria genovese. Per il resto
sono collaboratore di riviste e inserisco l'elenco della mia HP: Comitato
editoriale o scientifico o referee per le seguenti riviste: Abstracta:
Linguagem, Mente & Ação (Referee) Argumenta (Editorial Board) Dialectica;
The Official Journal of the European Society for Analytic Philosophy (Referee)
Epistemologia, An International Journal for Logic and Philosophy of Science
(Editorial Board) Erkenntnis: An International Journal of Analytic Philosophy
(Referee) European Journal of Analytic Philosophy (Editorial Board) Journal for
the History of Analytic Philosophy (referee)
P. pagina 3 curriculum vitae Journal of Philosophy (Referee) Mind
(Referee) Networks, A journal for the philosophy or Artifical Intelligence and
the Cognitive Sciences (ed. board) Philosophia, Philosophical Quarterly of
Israel (referee) Ragion Pratica (referee) Synthese, and international Journal
for Epistemoogy, Methodoogy and Philosophy of Science (referee) Theoria, a
Swedish Journal of Philosophy (Consulting Editor) Topoi (referee) Incarichi
all'estero VISITING & INVITED TALKS (for talks in Conferences, and talks in
Italy see talks) Visiting Professor at the
University of Reykjavik Visiting Fellow
at the University of Pittsburgh, Centre for the Philosophy of Science and
Department of Philosophy. Visiting Scholar at the University of Barcelona Visiting Professor at the University of
Reykjavic Erasmus Exchange at the
University of London (King's) Talk at
Columbia University Talk at the
University of Genève Fellow at the
Institute of Philosophy & Senate House (London) Talk at University of East Anglia
(Norwich) Talk at St. Cross College,
Oxford. Nome compiuto: Carlo
Penco.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Pennisi: all’isola – la ragione conversazionale del blityri, o
dello spirito nazionale – filosofia dell’isola – filosofia della sicilia – la
scuola di Cataia -- filosofia siciliana – filosofia italiana – SICILIANO, NON
ITALIANO. Luigi
Speranza (Catania).
Filosofo italiano. Grice: “I like
Pennisi’s irreverent tone – typically Italian! – to evolution – and especially
evolution of language. By obsessing with linguistic tokens, we have lost our
capacity to mean otherwise than non-naturally!” Grice: “His metaphor of ‘the
price of lingo’ is very apt – we win, we lose!” – Grice: “Pennisi is a Griceian
at heart in that in his study of both schizo ad paranoic (both psychotic)
systems of communication, he focus on what he and I call the ‘adequazione
pragmatica,’ i.e. the ability or competence, to irritate Chomsky, to
implicate!” Dirigge il Dipartimento di Scienze Cognitive,
Psicologiche, Pedagoche e degli Studi Culturali a Messina, presso cui è
titolare della cattedra di filosofia del linguaggio. I suoi interessi
riguardano prevalentemente la psicopatologia del linguaggio e, più in generale,
la relazione tra linguaggio, evoluzione e cognizione umana. Consegue la
laurea in Lettere Moderne presso la Facoltà di Lettere e Filosofia a
Catania con una tesi dal titolo “I
presupposti ideologici della teoria della storia linguistica di B. TERRACINI,” sotto
la guida di PIPARO. Vince il concorso
libero per ricercatore e svolge la
carica presso l'Istituto di Filosofia della Facoltà di Magistero dell'Messina.
Diventa professore associato di filosofia del linguaggio nella Facoltà di
Magistero di Messina. Vince la procedura di valutazione per l'ordinariato-- è direttore del Dipartimento di Scienze
cognitive e della formazione della Facoltà di Scienze della Formazione e preside
presso la stessa Facoltà. -- è coordinatore del Collegio di Dottorato in
Scienze cognitive dell'Messina. Aree di ricerca Psicopatologia del
linguaggio. L'ipotesi di base per l'analisi del linguaggio psicopatologico
parte da un confronto sistematico tra il linguaggio psicotico nelle sue due
declinazioni più significativequella schizofrenica e quella paranoica con il
linguaggio tipico delle patologie cerebrali e con quello caratteristico dei
soggetti normali. La tesi di P. è che i soggetti psicotici, a differenza di
quelli con deficit cerebrali, non mostrino difficoltà visibili dal punto di
vista dell’articolazione fonica, della proprietà lessicale o della capacità
sintattica e semantica, ma che invece la cifra elettiva del loro linguaggio
consista in un depauperamento della complessità dei significati. Questo
impoverimento della dimensione della complessità si manifesta nella
schizofrenia con un linguaggio privato e pragmaticamente inadeguato, e nella
paranoia con un unico tema delirante che riassume e congela tutto il destino
del soggetto. La psicopatologia del linguaggio rappresenta inoltre una delle
sfide più difficili per le scienze cognitive, in quanto le psicosi, tra tutte
la schizofrenia, sembrano a tutt’oggi resistere ad ogni tentativo di
spiegazione neuroscientifica. Nella sua impostazionei, il linguaggio può essere
considerato una forma di tecnologia corporea. Il linguaggio è, in particolare,
la tecnologia specie-specifica di Homo sapiens che ne ha caratterizzato
l'adattamento a tal punto da rischiare di minacciarne l'esistenza. La
cognitività linguistica del Sapiens, infatti, modificando profondamente le
regole stesse dell'evoluzione biologica se da un lato ci ha consentito di
essere i dominatori naturali dell'intero pianeta, dall'altro è "ciò che
beffardamente ci avvicina alla fine, il messaggero della nostra imminente
estinzione. In continuità con le tesi sul linguaggio, propone un nuovo concetto
di bio-politica, in antitesi con il concetto sviluppato da Foucault. In
particolare, propone di investigare i fenomeni sociali e politici mediante la
comprensione delle dinamiche naturali che li sottendono. L'errore di Platone è,
nel sistema di idee proposto da P., l'idea di poter ingegnerizzare la società e
di poterme controllare ogni possibile esito. Ancora una volta, tale illusione è
data dal linguaggio e dalla razionalità linguistica che contraddistingue Homo
sapiens. Accadimenti come le crisi economicheal pari di altri fenomeni
socio-politicipossono essere compresi solo se si indagano i fenomeni naturali
che ne stabiliscono le dinamiche, come ad esempio i flussi migratori e la riproduzione. Altre
saggi: “L'errore di Platone – biopolitca, linguaggio, e diritti civile in tempo
di crisi” (Bologna, Mulino); “Il prezzo del linguaggio” (Bologna, Mulino); “L’isola
timida: Forme di vita nella Sicilia che cambia” (Roma, Squilibri); “Le scienze
cognitive del linguaggio” (Bologna, Mulino); “Scienze cognitive e patologie del
linguaggio” (Bologna, Mulino); “Segni di luce” (Mannelli, Rubbettino). “Psicopatologia
del linguaggio: storia, analisi, filosofie della mente” (Roma, Carocci); “Le
lingue utole: le patologie del linguaggio fra teoria e storia” (Roma, Nuova
Italia Scientifica); "La tecnologia del linguaggio tra passato e presente,
in Blityri, Pisa, ETS, Pievani, Linguaggio, proprio tu, ci tradirai. Eugeni,
Per una biopolitica a-moderna. Il pensiero del potere in Kubrick oltre, in Le
ragioni della natura” (Messina, Corisco, Piparo, Mauro, Eco. Dip. Scienze
cognitive, psic., ped. su unime. Nome compiuto: Pennisi. Keywords: filosofia
dell’isola, filosofia della sicilia, filosofia siciliana, cariddi, capo peloro,
blityri. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pennisi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Pera: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
e il ragionere – la scuola di Lucca -- filosofia toscana -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Lucca).
Filosofo italiano. Lucca, Toscana. Important Italian philosopher. Si diploma in
ragioneria all'istituto Carrara di Lucca. Studia a Pisa sotto BARONE. Insegna a
Pisa. Convinto che le libertà civile si e riconduce alla dignità intrinseca
della persona umana, che permane quale che sia la verità delle convinzioni di
ciascuno, rileva come sia sbagliato fare del relativismo elitario il fondamento
della società. Questa sorge grazie a quel terreno fertile rappresentato dal principio
della tolleranza Un saggio filosofico di
rilievo riguarda il metodo scientifico e l'induzione. Dedicato nell’”Espresso” ai
filosofi che avevano tentato di confutare Marx, il primo e Popper. Ulteriori
studi furono dedicati alle teorie sui metodi di ricerca di Hume e ai metodi
induttivi e scientifici. Saggi "Hume, Kant e l'induzione". Sviluppa
ricerche sui primi studi di elettricità compiuti nel settecento da Volta e da
Galvani. Analizza in dettaglio il rapporto tra scienza e filosofia, in
particolare nel rinascimento volgare italiano -- GALILEI, TELESIO. La metafora
delle palafitte (anche usata da Vitters): come le palafitte dell'uomo
preistorico, la filosofia (in particolare la teoria della relatività e la
fisica atomica) non si fonda su una base solida come la roccia, ma e soggetta a
modifiche e revisioni, a seguito della scoperta di nuove particelle, di nuovi
fenomeni, o di nuove leggi fisiche che in parte modificano quelle precedenti
della fisica classica. C’e progresso in filosofia. Non poggerebbe su un fondamento
immutabile, ma su un principio che puo essere oggetto di ulteriori analisi ed
approfondimenti.. La filosofia ha validità limitata a un determinato contesto –
e. g. Oxford. Secondo questo orientamento il griceianismo e modificabile. Fra
le revisioni di sistemi scientifici studiate da lui vi è la rivoluzione di TELESIO
e GALILEI che reca obsoleto il geo-centrismo. Sono poi analizzate le teorie
elettromagnetiche, a partire dalle prime formulazioni empiriche di VOLTA e
GALVANI. Pera analizza il progresso della filosofia in relazione a quella del
metodo, basato su procedimenti razionali ed induttivi. Altri saggi: "Induzione,
scandalo dell'empirismo", i "La scoperta scientifica: congetture
selvagge o argomentazioni induttive?",
"È scientifico il marxismo?", “Il canone del razionale” Craxi.
Lei mette in discussione i fondamenti stessi dello stato di diritto, la
rivoluzione ha regole ferree e tempi stretti. Quei politici che, come Craxi,
attaccano i magistrati di Milano, mostrano di non capire la sostanza grave,
epocale, del fenomeno. Si occupa soprattutto dei problemi della Giustizia in
Italia. La democrazia è quel regime di governo che permette a chi si oppone di
sostituire pacificamente chi prende le decisioni a nome della maggioranza. Lo istrumento
della democrazia non è soltanto il voto, ma l'argomentazione, il discorso, il
confronto. Per sostituire chi governa, prima di votare occorre confutare e
criticare. Allo stesso modo per governare occorre argomentare e convincere. Partecipa
anche ad alcuni temi di politica locale, in particolare in Toscana e a Lucca.
vivere “velut si Deus daretur”. "Se Dio esiste, ci sono limiti morali alle
mie azioni, comportamenti, decisioni, progetti, leggi e così via. Il denominatore
comune e il rinascimento e l’'illuminismo. Il concetto di eguaglianza fra gl’italiani
e di solidarietà sociale, che sono oggi alla base della costituzione dellea nazione
italiana. È lo stesso soffio del vento di Monaco. Defende nostra autonomia
individuale, che è la condizione su cui dobbiamo sempre vigilare (da ciò il
nostro liberalismo)”.
Altre
opere: “Apologia del metodo” (Pisa, Scientifica); “La scienza su palafitte” (Roma,
Laterza); “Induzione” (Bologna, Mulino); “Il razionale e l’irrazionale nella
scienza” (Milano, Saggiatore); “La rana ambigua. La controversia
sull'elettricità animale tra Galvani e Volta” (Torino, Einaudi)’ “Scienza e
retorica” (Roma, Laterza); “Persuasione” (Milano, Guerini); “Senza radici.
Europa, relativismo, cristianesimo” (Milano, Mondadori); “Il libero e il laico”
(Siena, Cantagalli); “Etica liberale” (Milano, Mondadori); “Il liberalismo di
Pannunzio” (Torino, Centro Pannunzio). La scienza non poggia su un solido
strato di roccia. L'ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire
sopra una palude. È come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte
vengono conficcate dall'alto giù nella palude: ma non in una base naturale o
"data"; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare
le palafitte più a fondo non significa che abbiamo trovato un terreno solido.
Semplicemente, ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che almeno per
il momento i sostegni siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura. “Il
mio e un relativismo elitario” Marcello Pera. Pera. Keywords: implicature,
relativismo elitario, implicatura elitaria, ragione, filosofo come ragionere,
le radici romana del ragionere, ratio, ragionere, l’assenza del concetto di
ratio nella lingua greca, la ‘ratio’ di Pitagora, la ‘ratio’ della scuola di
Crotone. Refs.: Luigi Speranza,
"Grice e Pera," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool
Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Perconti: la ragione conversazionale –
scuola di Milano – filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano) – P. è un filosofo
italiano. Abstract:
H. P. Grice: “I like Perconti, but then I like Kant!” – Keywords: Kant, Humboldt.
Le sue ricerche si
concentrano principalmente sul tema della coscienza, sulla cognizione sociale e
sul ruolo sociale delle scienze cognitive. P. (Photo credit by Orlando. P s’è
laureato in Filosofia presso l'Università di Palermo con una tesi intitolata
Ragione e lingua in Über die Aufgabe des Geschichtsschreibers di Humboldt,
sotto la guida di Piparo, Palermo, e Trabant, Freie Universität zu Berlin. Consegue
il titolo di dottore di ricerca in filosofia del linguaggio, Palermo, "La
Sapienza,” discutendo la tesi Rappresentazione esterna e lingua. La
‘Darstellungslehre’ -- advisor: Formigari, "La Sapienza" -- è stato
Prorettore alla Didattica a Messina. Dimissione volontaria anticipata, diige il
dipartimento di scienze cognitive, psicologiche, pedagogiche e degli studi culturali
(COSPECS) di Messina, presso il quale è professore ordinario, titolare della
cattedra di filosofia della mente. Idee filosofiche Gli studi filosofici
iniziali di P. sono dedicati alla storia delle idee linguistiche. Le sue
ricerche di tipo più specialistico sono state ospitate da alcune delle riviste
più prestigiose del settore, come Histoire Épistémologie Langage e i Beiträge
zur Geschichte der Sprachwissenschaft. La monografia Kantian Linguistics è
stata considerata da Kant-Studien, la rivista più autorevole del settore, come
un saggio degno di influenzare gli studi kantiani. Gli studi successivi di P.
si sono rivolti ai temi della cognizione sociale, della coscienza e del ruolo
sociale della scienze cognitive. Recentemente, ha sostenuto che il Deep
Learning finirà per diffondere l’intelligenza artificiale ovunque, ma con il
rischio che rimanga senza nessuno che ne porti la responsabilità. In
collaborazione con Morini pubblica anche un libro divulgativo con la casa
editrice Cortina, E-mail filosofiche. Di grandi idee e problemi quotidiani,
cercando di riproporre la pratica della conversazione elegante utilizzando un
mezzo nuovo, le lettere elettroniche. Opere Libri Plebe e P. The Future of
the Artificial Mind, Boca Raton: Taylor & Francis. P., Filosofia della mente. Bologna:
Il Mulino. P., La prova del budino: il senso comune e la scienza della mente.
Milano: Mondadori Università. P., Coscienza. Bologna: Il Mulino. P.,
L'autocoscienza: cos'è, come funziona, a cosa serve. Roma-Bari: GLF editori
Laterza. Pennisi e P., Le scienze cognitive della lingua. Bologna: Il Mulino.
Morini e P., P., E-mail filosofiche: di grandi idee e problemi quotidiani.
Milano: Raffaello Cortina Editore. P., Leggere le menti. Milano: Bruno
Mondadori. P.,
Kantian linguistics: theories of mental representation and the linguistic
transformation of Kantism. Nodus. P., Identity, Narratives, and
Psychopathology: A Critical Perspective, Psychopathology and Philosophy of Mind,
Routledge. P. e Plebe, Deep learning and cognitive science. Cognition. P., Moderate Mindreading Priority, The
Extended Theory of Cognitive Creativity. Springer, Cham. Plebe e Perconti,
Plurality: The End of Singularity? The 21st Century Singularity and Global
Futures. Springer, Cham. P. e Porta, Faces in the Brain. Mediterranean Journal of Clinical
Psychology. P., Identità narrativa ed esperienze non concettuali. Bollettino
della società filosofica italiana, P., The Role of Motivational Force and
Intention in First-Person Beliefs, Linguistics and Philosophy of Language, P.
Two kinds of common sense knowledge and a constraint for machine consciousness
design. Journal of Machine
Consciousness; P., La filosofia nella scienza cognitiva. Il caso
dell'autocoscienza. Sistemi intelligenti, P., Context-dependence in human and
animal communication. Foundations of Science. P. su Università degli Studi di
Messina. UniMe, Cospecs: si dimette P., su messinaoggi.it. Cospecs (UNIME), su
Dipartimento COSPECS. Pe.,
Kantian Linguistics. Theories of Mental Representation and the Linguistic
Transformation of Kantism, Münster, Nodus Publikationen, Detlef Thiel,
Buchbesprechung, in Kant-Studien, Gruyter, Plebe e P., The Future of the
Artificial Mind, Boca Raton, Taylor & Francis. Pubblicazioni
di Pietro Perconti, su Persée, Ministère de l'Enseignement supérieur, de la
Recherche et de l'Innovation. Portale Biografie Portale Filosofia Categorie: Filosofi
italiani Filosofi italiani Nati a Milano [altre]. Nome compiuto: Pietro
Perconti. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Perconti,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Peregalli:
la ragione converazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. I luoghi e la polvere Incipit All'inizio della Genesi il serpente
convince Eva a mangiare con Adamo il frutto dell'albero della conoscenza. Così
i loro occhi si apriranno e vedranno per la prima volta la loro nudità.
Comincia in questo modo la storia della conoscenza e del desiderio. Vedere,
desiderare e infine morire. Il tempo, il suo scorrere nelle nostre vene,
diventa dominante. Lo splendore dell'attimo, la sua rivelazione
abbagliante, ne sancisce la caducità. Il tempo corrode la vita e la esalta.
Insieme alla conoscenza e al desiderio nasce anche l'amore per la fragilità
dell'esistenza. Le cose si rovinano. Citazioni Se si vuole vedere, o
meglio, se nel destino è scritto che si veda a tutti i costi, se si vuole
desiderare, se si vuole conoscere (così si capisce quanto poco la conoscenza
abbia a che fare con principi puramente razionali), si deve diventare mortali.
Gli dei sono indifferenti. Per gli uomini inizia così la differenza. Finché non
conosci, finché non mangi il frutto dall'albero della conoscenza, sarai eterno.
Non saprai cosa sono il bene e il male, il desiderio, l'attrazione dei corpi,
la morte. Il tempo è la nostra carne. Siamo fatti di tempo. Siamo il tempo. È
una curva inesorabile che condiziona ogni gesto della nostra vita, compresa la
morte. La superficie di qualunque "cosa", sia essa un oggetto o un
luogo, è intaccata dal tempo, riposa nel tempo. Viene corrosa, sporcata,
impolverata in ogni istante. Sono la sua caducità e la sua fragilità che la
fanno vivere nel trascorrere delle ore, dei giorni, degli anni. L'eternità è un
miraggio, e non è la salvezza. Stare in casa significa poter assaporare il
piacere di sapere che fuori c'è un paesaggio meraviglioso e, quando vuoi, apri
la porta o la finestra e lo guardi. Deve esserci lo sforzo del gesto. Il
desiderio va centellinato, perché sia più profondo. Il bianco è il profumo dei
colori. Il bianco, ancora più del nero, laddove usato nella sua purezza, è uno
dei colori più difficili che esistano, e meno imparziali. Usato in quantità
massicce la sua forza ci si ritorce contro. Diventa indifferente solo in
apparenza. In realtà l'indifferenza non esiste. Nulla è indifferente. È un
abbaglio, un alibi. Equivale all'apatia. I vetri, il bianco sono materia,
colore, carne, vita. L'ombra, come la polvere, è il nostro fondo nascosto. La
si vuole cancellare. Deve essere un eterno meriggio. Così si elimina la
"carnalità del luogo", il suo erotismo sottile, la sua terrestre
caducità. Purtroppo in estetica la dittatura di un elemento è identica alla sua
democratizzazione. Il livellamento dei luoghi conduce alla dittatura della luce
e viceversa. Tutto diventa uguale nell'indifferenza. Di fronte all'ottusa
sicumera che ci avvolge esiste un tempo altro che non possiamo controllare,
dirigere, comandare e che può aprire nuove prospettive, trovando sentieri
tortuosi, o spesso non tracciati. Nelle sacche dell'errore (che è un erramento)
può ancora trovarsi un cammino. Il passato è stato messo in una teca,
sigillato, perché non nuoccia. Lo si può venerare, ma lo si teme. E comunque
non deve essere imitato. Gli antichi, invece, in ogni momento hanno sempre
guardato indietro. Da lì traevano ispirazione. Cancellavano per ricreare. Credo
che in quest'epoca falsamente luccicante e rassicurante, che vuole esorcizzare
la morte e la fragilità della vita a ogni passo, e dove colori sgargianti,
superfici nitide e sorde, luci accecanti circondano il nostro vivere, un
sentiero possibile sia quello di cercare negli interstizi delle cose prodotte
dall'uomo una crepa, una rovina che ne certifichi la fondatezza. In un mondo
che teorizza le guerre "intelligenti" e gli obiettivi
"mirati" la barbarie non è costituita dalle distruzioni, ma dalle
costruzioni. Il decadimento fa parte dell'essere. Tutto decade, crolla, si
disfa. Ma questo decadimento è un frammento di noi. Il concetto di
incontaminato è fondamentalmente falso. Tutto è contaminato dal tempo e
dall'uomo. Nell'attimo stesso in cui mettere le sue radici in un luogo lascia
un segno e l'incanto si sbriciola. Esistono nelle città, nei paesi, nelle
campagne, "rovine semplici"...Cascine abbandonate, un muro senza
aperture, uno spiazzo solitario con una fabbrica dismessa, una vecchia
ciminiera diroccata, una strada che non finisce, chiese, mausolei, tumuli
lasciati al loro destino, attraversati dal tempo. Luoghi che apparentemente non
dicono nulla di più della loro solitudine e del loro abbandono e in cui il
motivo delle loro condizioni non si legge più tra le pieghe dell'architettura.
Le ferite, se mai ci sono state, non mostrano la loro origine. Troviamo queste
rovine dappertutto nel mondo, sparse tra le nuove costruzioni, o isolate e
lontane. Quello che colpisce è la tranquillità, la pacatezza. Non servono più a
nulla, non possono essere sfruttate, manipolate. Possono solo essere cancellate
da una ruspa. Questa fragilità è la loro forza. Ci affascinano perché ci
somigliano. Somigliano al nostro essere caduchi, alla nostra mortalità, alla
sete dei nostri attimi di felicità. Nel mondo c'è un'ansia di eternità. L'idea
che tutto debba tornare a risplendere com'era. È un'epoca, questa, in cui da
una parte si desidera l'infinito e dall'altra ci si spaventa per la fragilità
delle persone e dei luoghi. Pensare che un luogo possa cristallizzarsi in
un'eternità senza tempo è una chimera che denota, mascherato di umiltà, un
senso di presunzione infinito. La nostra vita è la nostra memoria. Attraverso
il passato guardiamo il futuro. Se lo distruggiamo e lo ricostruiamo in modo
fittizio non resterà più niente. La bellezza di un oggetto deriva in buona
misura dalla sua patina. Più che la frattura tra antico e moderno, ciò che dà
consistenza alla nostra vita e la rende accettabile è la patina del tempo. La
certezza che le cose e i luoghi deperiscono serenamente. È questa una
"decrescita" estetica, un principio che vede nella caducità la
traccia della loro bellezza. Una volta le cose erano fatte per durare ed erano
caduche. Quindi veniva calcolata la loro deperibilità per farle diventare
sempre più belle. Oggi le cose si producono per essere effimere, e al tempo
stesso si proteggono con vernici e altre sostanze, perché sembrino eterne. Una
città per avere un'anima non deve essere perfettamente pulita. Devono rimanere
le tracce di quello che accade. Così i resti della nostra vita possono
affiorare, come i ricordi dagli angoli delle strade, dai cespugli, dai muri. La
materia di cui sono fatte le cose deve plasmarsi sull'aria che si respira, deve
ricevere l'ombra. La durata delle cose nel tempo non si può comperare. Il corpo
va amato per quello che è. La sua fossilizzazione, invece, rischia di tradirne
l'essenza, la cui forza è la caducità. Il motivo per cui ci attrae, ci eccita,
ci tiene con il fiato sospeso in tutti i suoi anfratti più segreti, il suo
odore, la sua superficie, il suo colore, è la sua consistenza che muta negli
anni e si adatta a noi e al mondo. Parole come design e lifting hanno un suono
sinistro. Dicono lo stesso. La plastificazione degli oggetti e dei corpi, il
loro luccicare senza vita, come i pesci lasciati a morire sulla riva. Tracciamo
un mondo che dovremmo indossare come una muta per aderirvi perfettamente e in
cui però i nostri movimenti diventano falsi e rallentati, chiusi in un cofano
che toglie il respiro. Corpi rimodellati che abitano e usano luoghi altrettanto
rimodellati. Il museo deve introdurre la gente in un mondo speciale, in cui le
opere dei morti dialogano con gli sguardi dei vivi, in un confronto duraturo e
fecondo. I musei, che sorgono sempre più numerosi in quest'epoca, sono divenuti
edifici-scultura. Vengono chiamati a progettarli gli architetti più accreditati
del momento, che inventano dei mausolei per la loro gloria, prima ancora di
sapere a cosa serviranno. In essi la gente non va tanto a vedere le esposizioni
o le opere presentate quanto i monumenti stessi. Gli allestimenti museali sono
un riassunto e uno specchio drammatico dell'epoca in cui viviamo. I vetri
antiproiettile, l'illuminazione da stadio H. P. GRICE STAGE STADIUM o
catacombale, i colori sordi e luccicanti dei muri, il gigantismo insensato, le
ricostruzioni senz'anima. Via la polvere, via la patina, via l'ombra, via la
carne di cui siamo fatti. Tutto è asettico. Cancellando la mortalità della
vita, il luogo diventa eternamente morto. L'arte è mimesi della natura. La
mima, la reinventa, la accompagna fedelmente nel cammino del tempo. Non c'era
contrasto e nemmeno violenza. L'abitare sulla terra era una convivenza armonica
in cui l'uomo beneficiava della natura, e questa traeva profitto e bellezza
dalla presenza dei disegni dell'uomo. Così nascevano i luoghi. L'occhio che
guarda questi luoghi, luoghi diroccati e abbandonati, immagina il loro passato,
sente attraverso la pelle consumata dal tempo l'anima che li avvolge. La
patina, come la polvere, si deposita sulle cose. Dà loro vita. Le inserisce nel
tempo. Un tavolo, una sedia, un bicchiere parlano del passato, delle mani che
li hanno toccati, attraverso la pelle del tempo che li avvolge a poco a poco.
Le tracce del passato si leggono tra le crepe dei muri, oltre l'umidità della
pioggia e il calore riarso del sole. Nome
compiuto; Roberto Peregalli, “I luoghi e la polvere,” Bompiani. Roberto Peregalli.
Peregalli. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Peregalli” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Perniola:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Asti
-- filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Asti). Filosofo italiano. Asti, Piemonte. Studia la
filosofia del meta-romanzo a Torino sotto PAREYSON. Incontra VATTIMO ed ECO,
che si è fatto tutti gli studiosi di spicco della scuola di Pareyson. Allegato
alla all'avanguardia dei situazionisti. Insegna a Salerno e Roma. Collabora a agaragar, Clinamen, Estetica
Notizie. Fonda Agalma. Rivista di Studi Culturali e di Estetica. L'ampiezza,
l'intuizione e molti-affrontato i contributi della sua filosofia gli fa
guadagnare la reputazione di essere una delle figure più importanti del
panorama filosofico. Pubblica “Miracoli e traumi della Comunicazione”. Le sue attività ad ampio raggio
coinvolti formulare teorie filosofiche innovative, filosofare, l'estetica di
insegnamento, e conferenze. Si
concentra sulla filosofia del romanzo e la teoria della letteratura. Nel suo saggio
“Il meta-romanzo:, sostiene che il romanzo da James a Beckett ha un carattere
auto-referenziale. Inoltre, si afferma che il romanzo è soltanto su se stesso. Il
suo obiettivo e quello di dimostrare la dignità filosofica del meta-romanzo e
cercare di recuperare un grave espressione culturale. Montale gli loda per
questa critica originale del romanzo come genere filosofico. Però, non solo
hanno un'anima accademica ma anche una anima anti-accademica.. Quest'ultima è
esemplificato dalla sua attenzione all’espressioni alternativa e trasgressiva. Un
saggio importante appartenente a questa parte anti-accademico è “L'alienazione
artistica”, in cui attinge la filosofia marxista. Sostiene che l'alienazione
non è un fallimento di arte, ma piuttosto una condizione dell'esistenza stessa
dell'arte come categoria distintiva dell'attività umana. I situazionisti (Castelvecchi,
Roma) esemplifica il suo interesse per l'avanguardia. Dà conto dei
situazionisti e post-situazionisti nel quale è stato personalmente coinvolto.
Ha videnzia anche le caratteristiche contrastanti dei membri del movimento. In
“Agaragar” continua la critica post-situazionista della società capitalistica e
della borghesia. Saggio sul negativo” (Milano: Feltrinelli). – cf. Grice,
“Negation and privation”. Il negativo qui è concepito come il motore della
storia. Post-strutturalismo. Offre alcuni dei suoi contributi più
penetranti alla filosofia. In Dopo Heidegger. Filosofia e organizzazioni
culturali sulla base di Heidegger e GRAMSCI, include un discorso teorico
sulla organizzazione sociale. Sostiene la possibilità di stabilire un rapporto
tra cultura e società nella civiltà. Come l'ex interrelazioni tra la metafisica
e la chiesa, la dialettica e lo stato, la scienza e professione sono state
decostruito, la filosofia e la cultura rappresentano un modo per superare il
nichilismo e il populismo che caratterizzano la società. Pensare rituale. La sessualità,
la morte, Mondo contiene sezioni sulla Società dei simulacri e Transiti. Venite
si va Dallo Stesso allo Stesso (Transiti. Come andare dalla stessa per lo
stesso). Teoria dei simulacri si occupa con la logica della seduzione. Anche se
la seduzione è vuoto, è comunque radicata in un contesto storico concreto.
Simulazione, tuttavia, fornisce immagini che sono valutati come tali
indipendentemente da quello che effettivamente implicano riferiscono. Una immagine
e una simulazione in che seducono e ancora fuori loro vuoto ha un effetto.
Illustra il ruolo di tale immagine in una vasta gamma di contesti culturali,
estetiche e sociali. La nozione di transito sembra essere più adatto per
catturare l’aspetto culturali della tecnologia che altera la societa..Transit
di oggivale a dire che vanno “dallo stesso allo stesso” evita di cadere nella
contrapposizione della dialettica che avrebbe precipitare pensare nella
mistificazione della metafisica”. Postumano include altri territori nella
sua ricerca filosofica. In Del Sentire -- indaga un modo di sentire che non ha
nulla a che vedere con i precedenti che hanno caratterizzato l'estetica. Sostiene
che sensologia ha assunto. Ciò richiede un universo emozionale im-personale,
caratterizzato da un’esperienza anonima, in cui tutto si rende come già sentito.
L'alternativa è quella di tornare indietro al mondo classico e, in particolare,
all’antica Roma. In “Il sex appeal dell'inorganico”, riunisce la filosofia e la
sessualità. La nostra sensibilità trasforma il rapporto tra una cosa e gl’esseri
umani. Sex si estende oltre l'atto e i corpo. Un tipo organico di sessualità
viene sostituita da una sessualità neutra, in-organica, arti-ficiale, indifferente
alla bellezza o forma. Esplora il ruolo dell'eros, il desiderio e la sessualità
nell’esperienza estetica e l'impatto della tecnologia. La sua è una linea che
apre prospettive sulla nostra realtà contemporanea. La caratteristica più
sorprendente è la sua di coniugare una rigorosa re-interpretazione della
tradizione filosofica con una meditazione sul “sexy”. Si rivolge aspetti
perturbanti come rapporto sessuale senza orgasmo, apice o qualsiasi rilascio della
tensione. Si occupa dell’orifizio e l’organio, e la forma di auto-abbandono che
vanno contro un modello comune di reciprocità erotica. Tuttavia, attingendo
alla tradizione critica trascendentale, sostiene anche che ogni coniuge e una cosa,
perché in costanza di matrimonio ogni affida il suo la sua intera persona
all'altra al fine di acquisire un diritto pieno su tutta la persona dell'altro.
In “L'arte e la sua ombra” popone
un'interpretazione alternativa dell'ombra che ha una lunga storia nella
filosofia. Nell'analisi dell'arte e del cinema, esplora come l'artisti sopravviveno
nonostante la comunicazione di massa e la riproduzione. Il senso dell'arte è da
ricercarsi in ombra creato, che è stato lasciato fuori
dallo stabilimento arte, comunicazione di massa, mercato e mass
media. La sua filosofia copre anche la storia di estetica e teoria estetica. Pubblica
“Enigmi -- Il momento egizio nella Società e nell'arte” in cui analizza l’altra
forma di sensibilità che si svolgono tra gl’uomini e le cose. La nostra società
vivendo un “momento egizio”, caratterizzato da un processo di rei-ficazione.
Come il prodotto di alta tecnologia assume sempre una proprietà organica, gl’uomini
si trasformano in cosi, nel senso che si vedeno deliberatamente come oggetti
sessuali. In L'estetica del Novecento fornisce un resoconto originale e la
critica alle principali teorie estetiche caratterizzato il secolo precedente. Traccia
le tendenze basate sulla vita, la forma, la conoscenza, l’azione, il sentimento
e la cultura. In Del Sentire cattolico. La forma culturale di Una religione universale
la sensazione di Cattolica. La forma culturale di una religione universale),
sottolinea l'identità culturale del cattolico (kath’holou”), piuttosto che il suo
uno moralistico e dogmatico. Propone il cattolico senza l'orto-dosso e una fede
senza dogma che consente il cattolico ad essere percepito come un senso
universale di sentimento culturale. “Strategie del bello: estetica italiana” analizza
le principali teorie estetiche che ritraggono le trasformazioni avvenute in
Italia. Mette in luce il rapporto tra i tratti storici, politici e
antropologici radicati nella società italiana e il discorso critico sorto
intorno a loro. La conoscenza e la cultura sono concessa una posizione
privilegiata nella nostra società, e dovrebbero sfidare l'arroganza degli
stabilimento, l'insolenza degli editore, la volgarità dei mass media, e il
roguery plutocratico. La filosofia dei media. La sua ampia gamma di
interessi teorici includono la filosofia
dei media. In “Contro la Comunicazione” analizza l’origine, il meccanismo,
la dinamica della comunicazione e suo effetto degenerative. “Miracoli e traumi
della comunicazione” si occupa dell’effetto inquietante della comunicazione
concentrandosi sull’evento generative: una rivolta degli studenti, la
rivoluzione iraniana, la caduta del muro di Berlino, World Trade Center
attacco. Ognuno di questi episodi sono tutti trattati con sullo sfondo dell’effetto
miracoloso e traumatico in cui la comunicazione offusca la differenze tra il
reale e impossibile, cultura alta e cultura di massa, il declino delle
professione, il successo del populismo, il ruolo della dipendenza, le
ripercussioni di internet sulla cultura di oggi e la società, e, ultimo ma non
meno importante, il ruolo della valutazione in cui porno star sembrano aver
raggiunto i più alti ranghi del chi è chi grafici. In finzione, e l'autore del
romanzo Tiresia, che si ispira all'antico mito greco del profeta Tiresia, che è
stato trasformato in una donna. Altra narrativa è del Terrorismo come una delle
belle arti (al terrorismo come una delle Belle Arti. Altri saggi: “Il meta-romanzo” ( Milano, Silva); “Tiresia,
Milano, Silva); “L'alienazione artistica” (Milano, Mursia); “Bataille e il
negativo, Milano, Feltrinelli); “Philosophia sexualis” (Verona, Ombre Corte); “La
Società dei simulacra” Bologna, Cappelli); “DOPO Heidegger. Filosofia e
organizzazione della cultura” (Milano, Feltrinelli, Transiti. Venite si va
Dallo Stesso allo Stesso” (Bologna, Cappelli); “Estetica e politica” (Venezia,
Cluva); “Enigmi. Il momento Egizio Nella Società e nell'arte” (Genova, Costa et
Nolan); “Del Sentire, Torino, Einaudi); “Più che sacro, Più che profane” (Milano,
Mimesis); “Il sex appeal dell'inorganico” (Torino, Einaudi); “L'estetica del
Novecento, Bologna, Il Mulino); “Disgusti. Nuove Tendenze estetiche” (Milano,
Costa); “I situazionisti” (Roma, Castelvecchi); “L'arte e la SUA ombra” (Torino,
Einaudi); “Del Sentire cattolico. La forma culturale di Una religione
universale, Bologna, Mulino, “Contro la Comunicazione” – Grice: “This poses a
stupid puzzle, alla Sextus Empiricus, how can you argue against communication
without communicating? But Perniola is
using ‘comunicazione’ the way Italian philosophers use it: pompously! And with that I agree! ” -- Torino, Einaudi, Miracoli
e traumi della Comunicazione, Torino, Einaudi, "Strategie Del Bello.
Quarant'anni di estetica italiana, Agalma. Rivista di studi culturali e di
estetica, Strategie Del Bello: estetica italiana” (Milano, Mimesis); “Estetica:
Una visione globale” (Bologna); La Società dei simulacra” (Milano, Mimesis, Berlusconi
o il '68 Realizzato” (Milano, Mimesis); Estetica e politica (Milano, Mimesis);
“Da Berlusconi a Monti. Imperfetti Disaccordi, Milano, Mimesis); “L'avventura
situazionista. Storia critica dell'ultima avanguardia” (Milano, Mimesis); “L'arte
espansa” (Torino, Einaudi); Del Terrorismo Come una delle belle arti, Milano,
Mimesis, “Estetica Italiana Contemporanea, Milano, Bompiani,“Pensare rituale”;
“La sessualità, la morte, Mondo, l'umanità “Estetica: Verso una teoria di sentimento”“Di
volta in volta”, “La differenza del filosofica
Cultura italiana”,“Logica della Seduzione”, “Stili di post-politici”, differenziazione,
“Venusiano Charme”, “decoro e abito da sera”. G. Borradori, ed.,
Ricodifica METAFISICA. La filosofia Nuova italiana. “Tra abbigliamento e nudità”, Zona “Al di là di postmodernità”, Differentia “La
bellezza è come un fulmine”, Moderna
Museet, “Riflessioni critiche”, “Enigmi di temperamento italiano”, Differentia,.
“Primordiale Graffiti”, Differentia, “Urban, più di urbana”, Topographie, ed in
Strata, Helsinki, “Emozione”, Galleria d'Arte del Castello di Rivoli, Milano,
Charta, “Verso visiva filosofia”, la 6a
Settimana; “Burri ed Estetica”, Burri” (Milano, Electa); “Stile, narrativa e
post-storia” Tema celeste, europea, “Un
estetico del Grand Style: Debord”, Sostanza, Arte tra il parassitismo e
l'ammirazione”, RES, “Sentire la
differenza, Estetica, Politica, Morte.
“La svolta culturale e sentimento” “il Ritual nel cattolicesimo”, Paragrana,
Ripubblicato come “La svolta culturale
nel cattolicesimo”, il dialogo. Annuario della filosofica ermeneutica, Ragione,
Strumenti di devozione. Le pratiche e gli oggetti di Religiois Pietà; “Ricordando Derrida”, sostanza, “La
giustapposizione”, Rivista Europea.”, Celant, e Dennison, L’arte, architettura,
cinema, performance, fotografia e video, Milano, Skira, “Cultural Turns in
Estetica e Anti-Estetica”, Guarda anche Estetica Anti-art Internazionale
Situazionista simulacro cyberpunk fetish abbigliamento filosofia italiana; La
filosofia del sesso; filosofia occidentale; La sessualità, la morte, mondo -- è il più utile e punto di partenza per P., Fondazione
desanctis Perniola Reading. Un introduzione". Pensare rituale. La
sessualità, la morte, Mondo. E. Montale, “Entra in scena il metaromanzo”. Il
Corriere della Sera, Verdicchio, “Leggere P. Reading. Un introduzione".
Pensare rituale. La sessualità, la morte, Mondo. Bredin "L'alienazione
artistica" di P., Inverno Verdicchio, “Leggere P. Reading. Un
introduzione". Pensare rituale. La sessualità, la morte, Mondo. Con
//notbored.org/ debord a.html
I situazionisti, Roma, Castelvecchi, “ Pensare rituale. La sessualità, la
morte, Mondo “Pensare rituale. La
sessualità, la morte” (Mondo). Verdicchio in, pensiero rituale. La sessualità,
la morte, Mondo. Sulla influenza della nozione di simulacri vedere Robert
Burch. “Il simulacro della Morte: P. al di là di Heidegger e la metafisica?” Sentire
la differenza, Extreme Beauty. Estetica, Politica, Morte. Stati di emergenza.
Le colture di Rivolta in Italia. Verso, Per ulteriori interpretazioni del
concetto di transito vedere White, "la differenza italiana e la politica
della cultura", Ricodifica. La filosofia Nuova italiana. Catalogo Einaudi
di Francoforte Fiera del Libro, Verdicchio, Thinking Ritual. La sessualità, la
morte, Mondo. catalogo IAPL, Siracusa. La Teoria Pinocchio, P., il sex appeal del
inorganica, Londra-New York, Continuum, Sulla ricezione della teoria di
Perniola in inglese vedi Shaviro, “il sex appeal della inorganica”, La Teoria
Pinocchio,//shaviro.com/Blog/ Farris Wahbeh, Critica d'arte, Filosofie del desiderio nel mondo
contemporaneo”, in Filosofia Radical (Londra), Anna Camaiti Hostert sexy cose,// altx.com/ ebr/ebr6/6cam;
intervista tra Contardi e P. psychomedia /jep/number 3-4/ contpern
Prefazione di Per l'influenza di arte e la sua ombra v. Wahbeh, Recensione di
“arte e la sua ombra” e “il sex appeal della inorganica”, The Journal of
Aesthetics e Critica d'arte, Sinnerbrink,
“Cinema e la sua ombra: di P. l’arte e
la sua ombra”, Filosofia Film, film-philosophy /sinnerbrink Verdicchio,
Thinking Ritual. La sessualità, la morte, Mondo. Con una prefazione di
Silverman, tradotto da Massimo Verdicchio, Sulla ricezione di Enigmi. Il
momento egiziana nella società e Arte vedere; “Retorica postmoderno ed Estetica” in
“Postmodernismo", la Stanford Encyclopedia of Philosophy, Zalta, post modernismo “La svolta culturale del cattolicesimo”.
Laugerud, Henning, Skinnebach, Katrine. Gli strumenti di devozione. Le pratiche
e oggetti di pietà religiosa. Aarhus ulteriore lettura Giovanna Borradori,
ricodifica METAFISICA. La filosofia Nuova italiana, il simulacro della Morte: P.
al di là di Heidegger e la metafisica?, Nel sentire la differenza, Estetica, Politica,
Morte, New York-London, Continuum, Carrera, revisione a Disgusti, in Canada
Rassegna di letteratura comparata, Filosofie del desiderio nel mondo moderno,
in stati di emergenza: Culture di rivolta in Italia,la differenza italiana e la
politica della cultura, in Laurea Facoltà di Filosofia, Farris Wahbeh, Rassegna
di Arte e la sua ombra e il sex appeal della Inorganica, in The Journal of
Aesthetics e Critica d'arte, O' Brian, L'arte è sempre scivoloso, il valore dei
valori sospensione, in Neohelicon, Civiltà,
Dell'Arti Giorgio, Parrini, “Catalogo dei viventi italiani” (Notevoli, Venezia);
Roller, simulazione, una conversazione tra Contardi e P. psychomedia/ jep/ number3-4/
contpern Recensione di “La sessualità, la morte, World” sirreadalot.org/religion/ religion/ ritualR.
Recensione di Sinnerbrink di “arte e la sua ombra” /film-philosophy il rilascio
Il corpo dell'immagine / italiaoggi.com.br/ not12/ ital_ ed Estetica (//agalmaweb./ ) Blog su “Feeling Thing” (in
italiano) (//cosachesente. splinder). Nome compiuto: Mario Perniola. Perniola Keywords:
‘seduzione’ ‘le strategie del bello’ ‘altre il desiderio e il piacere’ sesso,
sessuale, psychologia del sesso, Perniola’s misuse of ‘sesso’, eros. -– Luigi
Speranza, “Grice e Perniola” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Perone: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Torino -- filosofia
piemontese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Torino). Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “While Perone can be a pessimist, I think the
party is NEVER over!” Grice: “I especially appreciate two things in the
philosophy of Perone: his emphasis on the the intersection between modality and
temporality: ‘the possible present’ – vis-à-vis memory – a theme in my
“Personal identity” and also the implicature: what is actual is also possible”
– AND his idea of an ‘interruption,’ which I take it to the rational flow of
conversation!” Speranza, “The feast of conversational reason,” “The feast of
reason and the bowl of soul” -- important Italian philosopher. Studia a Torino sotto PAREYSON (si
veda). Studia la filosofia della liberta. Insegna a Roma e Torino. Si dedica alla filosofia ermeneutica. La politica è
l’invenzione dell’ordine che con-tempera il “per me” e il “per tutti”. Studia
la morale creativa, capace di forzare l’etica oltre se stessa, verso una
normatività più inclusiva. la secolarizzazione;
Una
metafora ha ispirato l'intero percorso di pensiero di Perone, quella della
lotta di un uomo, Giacobbe, con il divino, l'Angelo (Genesi). Nella
notte del deserto, uno straniero interrompe la sua solitudine e combatte con
lui in una battaglia che non ha vincitore. All’alba scopre di essere stato
ferito dall'angelo. La ferita significa anche la
benedizione e un nuove nome: Giacobbe, che ha combattuto con Dio e non è stato
ucciso, d'ora innanzi si chiama “Israele”. Il racconto è la cifra dell'estrema tensione
che sussiste tra il finito e l'infinito, tra il penultimo e l'ultimo, tra i
singoli significati e il senso complessivo. La filosofia ha un'obbligazione di
fedeltà al finito che la conduce a non rinnegare mai le condizioni storiche del
pensiero, ma anche a non rinunciare alla sua vocazione a trascenderle con
l'ascolto del non immediato, il lavoro e la fatica. Riconosciuto il moderno come
condizione, il pensiero non può illudersi di potersi semplicemente installare
nell'essere o nel senso, come se tra finito e infinito non si fosse consumata
una cesura. E tuttavia, ugualmente inopportuno e un
appiattimento sui semplici significati storici, dimentico dell'appello
dell'essere. La necessaria protezione del finito
(peiron) (protezione del finito anche nei confronti dell'essere, che in qualche
modo va sfidato, perché è coi forti che è necessario essere forti) non significare l'eliminazione di nessuno dei due
contendenti. Sulla soglia tra finite
(peiron) e infinito (a-peiron), tra storia e ontologia, si realizza una
mediazione, che non implica il superamento della distanza, ma la sua
conservazione. Al fine di preservare la doppia eccedenza del finito (peiron) sull'infinito
(a-peiron) e di questo su quello, è sbagliato cancellare la distanza tra essi,
sia trasformandola in identità alla Velia, sia indebolendola fino a un punto
d'in-differenza. Così, è vero, per esempio, che la memoria non conserva
che questo o quello frammento, né può pretendere di ricordare direttamente
l'intero (la totalita – cf. Grice ‘total temporary state’). Ma è altrettanto vero che questo o quello frammento
non va abbandonato a una deriva nichilistica, perché nel frammento – che la
memoria ricorda – non è un semplice istante, ma appunto l'essenziale (di una
vita, di una storia…) a dover essere ricordato. La filosofia resta ossessionata
dal tutto (cf. Grice’s ‘total temporary state’), ma questo tutto non ha
l'estensione della totalità, ma l'intensione di un frammento in cui ne va dell'intero,
il totto. Peiron ed apeiron, Modernità e memoria, Storia e ontologia: si tratta
di *dire* sempre insieme due cose, due poli opposti, secondo una dialettica
dell'et-et, dell'indugio e dell'anticipazione. Il finito, la parte -- il soggetto, il
presente, il sentimento -- e analizzato come una “soglia”, come un luogo che non
puo nemmeno essere vissuto senza la memoria dell'altro polo. Come nel caso di
Giacobbe/Israele, la ferita finite, parziale, e un luoo che porta la ferita
inferta loro dall’altro polo -- l’infinito, il tutto -- come una
benedizione. Elabora la filosofia ermeneuticamente, a partire da uno
studio in profondità – spesso svolto contro-corrente, Parte integrante della sua ricerca filosofica è altresì un
confronto continuo con Guardini. Altri saggi: Esperienza divina” (Mursia,
Milano); “Storia e ontologia” (Studium, Roma); “La totalità interrotta” (Mursia, Milano); “La memoria” (Sei, Torino);
“La lotta dell’angelo e il demonio” (SEI, Torino); “Le passioni del finite” (EDB,
Bologna); “Il gusto per l’antico” (Rosenberg, Torino); “Nonostante i soggetti” (Rosenberg, Torino);
“Il presente possible” (Guida, Napoli); “Sentimento vero” (Napoli, Guida); “Sentimento”
(Cittadella, Assisi); ” “Umano e divino” (Queriniana, Brescia); “Il racconto
della filosofia. Breve storia della filosofia, Queriniana, Brescia); Un tema
che è diventato predominante nella produzione più recente è la riflessione
etico-politica. Tra le sue pubblicazioni sul tema si ricordano: “Lo sspazio
pubblico” (Mulino, Bologna); “Identità, differenza, conflitto” (Mimesis, Milano);
“Secolarizzare” (Mursia, Milano). Givone, I sentieri della filosofia, Torino. Una
cospicua parte della sua produzione di si concentra sul finite e sul rapporto
tra filosofia e narrazione. Anche il tempo e la memoria: “Il tempo della
memoria” Mursia, Milano); “Memoria, tempo e storia; Il tempo della memoria, Marietti,
Genova); “Il rischio del presente”; “L'acuto del presente: una poetica” (Orso,
Alessandria); “Ateismo”; “Futuro”; “Memoria, Passato, Pensiero, Presente,
Riflessione, Silenzio, Tempo. Curato
e introdotto presso Rosenberg la scuola di formazione filosofica: “Dialogo con
l'amore”; “Metafisica”; “Dare ragioni”; “Coscienza, linguaggio, società” “Un'antropologia
della modernità”; Volontà, destino, linguaggio. Filosofia e storia
dell'Occidente,; Estraneo, straniero, straordinario. Saggi di fenomenologia responsive;
“Valori, società, religione”. Vii fa esplicito riferimento, tra l'altro, in
Modernità e Memoria, L'Angelo – cioè l'IN-finito, ma più in generale l'oggetto,
il mondo – non è un limite che i soggetti poneno a se stessi, ma una barriera
che loro è posta e che, dunque, non si lascia ultimamente inglobare dal soggetti,
per quanto potente loro siano. Ai limiti estremi dell’estensione e la ptenza, i
soggetti incontrano la resistenza testarda del mondo e misurano così la propria
im-potenza di in-finito. Questa lotta scontro con la barriera lascia nei soggetti
una ferita che appartiene per sempre all'identità delle sue coscienze. L'angelo
può quindi essere definito quella misteriosa ulteriorità contro cui il finito
urta Il tema della tensione tra cielo e terra è centrale. Come dimenticare che la
teologia è forse l'unica rama della filosofia che osato vedere nella tensione
tra l’uomo e il divino non una tentazione, ma un guadagno tanto per il cielo
quanto per la terra? E attiva
un'originalissima interpretazione del rapporto tra il segnato e il senso. Con ‘segnato’
intendo una cristallizzazione storica di una scelta determinata, avente in sé
una ragione sufficiente. Con ‘senso’ intendo una direzione capace di UNI-ficare
una MOLTE-plicità in sé dispersa fra il segnato S1, il segnato S2, … il segnato
Sn, in modo da costituir il segnato come un progetto e un'interpretazione della
realtà. La definizione del gusto per l’antico come tempo della cesura risale in
“La totalità interrotta”. Il tema è ripreso proprio in apertura di Modernità e
Memoria, dove individua nella modernità l'epoca della cesura. Il moderno è
dunque chiamato a essere il tempo della memoria. La memoria è sempre memoria
della cesura. L’uso della categoria d’illuminismo non simpatizza per quella
interpretazione del moderno, dimentiche della tensione. Semplicemente pone l'umano
in luogo del divino come fonte di legittimazione -- puntando tutto sul continuio,
anziché sul dis-continuo della storia. Per un approfondimento a tutto tondo del
significato dell'ateismo, contro l'essere, ciò che è forte, è lecito essere
forti, perché la minaccia non lo vince, ma lo lascia stagliarsi in tutta la sua
maestà e incommensurabile grandezza. Per una trattazione sistematica del
concetto di "soglia”, che svolge con particolare attenzione cfr. Il
presente possibile -- il presente come soglia.
Se una totalità è interrotta, non possiamo ricordare se non frammenti, e
quasi istantanee del tempo. Tuttavia, se la memoria afferra brandelli e
frammenti, è perché in essi vi legge il tutto, perché li pensa capaci di dar *senso*
e di riscattare, perché in essi vi scorge l'essenziale. La memoria sa che non
tutto può essere salvato. Ma osiamo credere che nella memoria salvata vi possa
essere un senso anche per ciò che è andato perduto. Nel rivalutare la funzione
dell'indugio osserva che perlopiù la filosofia non ha seguito la strada
dell'indugio e del rinvio, puntando invece sulla funzione anticipative. Particolare
rilievo riveste a questo proposito la distinzione che traccia tra spazio
pubblico e spazio comune. Individua anzi
come rischio immanente della democrazia» il ri-assorbimento dello spazio pubblico
entro la semplice logica dello spazio comune. Lo spazio pubblico si espone al
rischio di un inglobamento nello spazio comune. Guglielminetti, ed.,
Interruzioni. il melangolo, Genova. theologie. hu-berlin.de/de/ guardini/ mitarbeiter/
li, su theologie. hu-berlin.de.vips/ ugo.perone, su sdaff. lett.unipmn/ docenti/perone/,
su lett.unipmn oportet idealismo su spazio filosofico. spazio filosofico/ numero-05//il-pudore/#more-2052, su
spaziofilosofico. Nome compiuto: Ugo Perone. Perone. Keywords: implicature,
peiron/apeiron, Velia, Grice on ‘other’; finito/ infinito, Velia, Elea, I
veliani, Guardini. Total temporary state, Israele, etimologia, la ferita di
Giaccobe dopo la lotta coll’angelo, nella Vulgata. Israele, la lotta di
Giacobbe e il angelo, la ferita, Giacobbe zoppo, iconografia, controversia
sull’etimologia di israele, ei combatte, la tradizione di VELIA, l’infinito di
Velia – il continuo e il discontinuo, l’infinito della scuola di Crotone,
Cicerone, l’infinito di Giordano Bruno. Infinitum, indefinititum, dal verbo,
finire, finio in romano, -- I due rappresentanti della scuola di Velia,
Melisso, peras, pars. Guardini, il sacro, il divino, I dei, uomo e dio,
opposizione, -- la storia della filosofia di Perone, il presente possible, la
totalita interrota, I soggeti, trascendentale e immanente. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Perone," per
il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Persio: la ragione conversazionale e la filosofia nel
principato di Nerone – TREASEA CONTRO LA TIRANNIA – Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Roma). He is best known as a satirical poet,
but he studies philosophy under Luccio Anneo Cornuto, to whom he wrote a
tribute and to whom he leaves his works on his death. A strong belief in the
value of the ethics of the PORTICO lies beneath much of his satire. He is a
friend of Trasea Peto (vide RENSI – TRASEA CONTRO LA TIRANNIA), and is related
to him by marriage. Through this connection, Persio becomes associated with the
PORTICO opposition to Nerone – but he dies before Nerone can take action
against him. Ed. Broad, Loeb. Nome
compiuto: Flacco Aulo Persio
Luigi
Speranza -- Grice e Persio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale nella storia della dialettica – CICERONE – BOEZIO – TELESIO – la
scuola di Matera -- filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Matera). Filosofo
italiano. Abstract. H. P. Grice: “Some like A. Persio, but A. Persion is MY
man!” -- “I was so happy when the Logic Institute was founded on St. Giles,
Oxford. It meant it was never again part of the Sub-Faculty of Philosophy!” -- Matera,
Basilicata. Nacque da Altobello P.,
scultore, e da Beatrice Goffredo. È il primo di cinque fratelli. Trascorse
un’infanzia difficile a causa di una grave malattia che gli provoca una
temporanea paralisi degl’arti superiori e inferiori. A occuparsi della sua
prima istruzione e di quella dei suoi fratelli è lo zio, l’umanista Goffredo. L’ambiente
familiare è dunque assai stimolante e da ciò trassero profitto i Persio che, a
eccezione del secondogenito, Giovanni Battista – H. P. Grice, “Only we never
asked HIM!” -- , divennero personaggi di rilievo in varie discipline: Antonio
si distinse in ambito filosofico, Giulio proseguì l’attività paterna di
scultore, Domizio prese gl’ordini e si dedica alla pittura e Ascanio risalta in
campo umanistico-filologico. Dopo aver proseguito gli studi nel monastero
francescano della sua città natale, P. scelge di abbandonare Matera, forse
anche per il suo temperamento forte, che lo spinge a porsi continuamente in
contrasto coll’autorità paterna. Si reca a Napoli, dove ha l’incarico di
precettore di Lelio e Pietro Orsini, fratelli minori di Orsini, duca di Gravina
e conte di Matera. Entra in contatto con TELESIO (vedasi), del quale
divenne discepolo e intimo amico, tanto che il filosofo volle discutere proprio
con lui la seconda edizione del “De rerum natura iuxta propria principia,” prima
che vedesse la luce, e a lui rende noto il proposito di dedicarsi anche a una altra
stesura. Il magistero di TELESIO (vedasi) influenza profondamente P., che
divenne un attivo divulgatore del pensiero del filosofo cosentino ed elabora la
sua filosofia a partire da una personale rilettura della sua dottrina. Dopo
una breve permanenza a Roma, si trasfere a Perugia, in qualità di istitutore
dei fratelli Orsini, che intendeno frequentare un corso di diritto civile nello
studio. Nella città umbra egli partecipa a numerose dispute e si lega ai
fratelli Caetani. Caetani lo mise in contatto con Manuzio e, attraverso questi,
con il figlio Aldo, in previsione del suo trasferimento a Venezia. Il primo
periodo del soggiorno veneziano – durante il quale P. presta servizio alle
dipendenze del patrizio Correr, come precettore del figlio Andrea – è fecondo
dal punto di vista della produzione intellettuale. Oltre a un importante
commento alle Pandette, che venne pubblicato ai tipografi F. De Franceschi,
Bindoni, Er. N. Bevilacqua, D. Zenaro, e più volte ristampato, P. si dedica a
ricerche di carattere prettamente filosofico. Nel “De numero et qualitate
elementorum” -- Milano, Biblioteca Ambrosiana --, si scaglia contro il commento
al De natura humana d’Ippocrate a opera de’AUGENI (vedasi), con il quale era
entrato in contatto a Perugia, mostrando d’interessarsi a questioni di
carattere fisiologico in un’ottica teorica. L’attacco ad AUGENI (vedasi)
trascolora infatti in una critica della fisica del lizio e in una difesa della
dottrina di VELIA (vedasi), nonché di un elemento teorico peculiare del
pensiero di TELESIO (vedasi), ovvero l’affermazione del carattere caldo
dell’acqua. Fin da questo primo testo, però, emerge come TELESIO (vedasi) non è
l’unica fonte di P., il quale costruisce, in funzione ANTI-lizio, un vero e
proprio mosaico di concetti di TELESIO (vedasi) e brani delle Scholae physices
di Ramo. L’Apologia pro TELESIO
(vedasi) adversus Patritium -- Firenze, Biblioteca nazionale, Magl. -- segna l’ingresso di P. nella discussione che
vide contrapposti TELESIO (vedasi) e il croata Patrizi. In essa confluirono le
opinioni che P., in stretti rapporti con Patrizi fin dai primi tempi del suo
soggiorno veneziano, elabora sulla sua filosofia. Come testimonia una lettera
inviata a Pinelli -- Milano, Biblioteca Ambrosiana --, P. conosceva a fondo la
struttura delle Discussiones peripateticae come è stata concepita da Patrizi nell’anno
in cui fu stampato il primo tomo, e ne aveva individuato il fulcro in una
ricerca delle fonti del lizio, volta a mostrare la dipendenza del lizio, anche
riguardo nuclei teorici nevralgici, da filosofi a lui precedenti. Risale
la Disputatio habita in domo Salviati cum Amaltheo, in qua tenet primum orbem
non moveri a Deo effective -- Roma, Biblioteca Corsiniana, Mss. Lincei -- ,
mentre vide la luce a Venezia, per Simbeni, il Liber novarum positionum,
raccolta dossografica che fu anche sottoposta al vaglio di una pubblica disputa
nella casa di Correr e nella quale, ribadendo un interesse per gli studi
giuridici che lo accompagna per tutta la vita, P. si firma doctor in utriusque
iuris. In quest’opera vengono prese in esame numerose opinioni della
tradizione filosofica, relative a differenti branche del sapere – RETTORICA,
DIALETTICA, etica, diritto, fisica –, per sottoporle al vaglio critico e
offrire una rinnovata enciclopedia del sapere. Il dibattito pubblico che
coinvolge questo testo suscita interesse nell’accademia cosentina che, tramite ALEATINO
(vedasi), fa stampare a Firenze un racconto di queste discussioni, dal titolo
Disputationes positionum P., triduo habitae Venetii. Infine, è
pubblicata, per i tipi di Manuzio, l’opera più nota di P., il trattato
dell’ingegno dell’uomo, in cui egli, dopo alcune considerazioni di carattere
metodologico tese a ribadire l’importanza dell’apporto offerto dai sensi,
analizza uno dei nuclei concettuali più complessi del pensiero di TELESIO
(vedasi), quello di spiritus – principio di animazione del corpo, che riceve ab
externo i dati sensibili e li accoglie, mantenendone l’impronta e rendendo così
possibile la conoscenza –, inserendolo però, tramite un sapiente intarsio di
cripto-citazioni di TELESIO (vedasi) e FICINO (vedasi), in un quadro più ampio,
includente anche la tradizione dell’accademia rinascimentale. Quando
ottenne un incarico con beneficio ecclesiastico nella diocesi di Padova, all’anno
in cui cura l’edizione della raccolta dei Varii de naturalibus rebus libelli di
Telesio, P. non si dedicò alla stesura di altre opere e soggiornò tra Padova e
Venezia, eccezion fatta per qualche visita al fratello Ascanio a Bologna, dove
questi insegna. Con il trasferimento a Roma, a seguito della rinuncia alla
pieve patavina e di un breve periodo di studio tra BOLOGNA e Pisa, ha invece
inizio per P. una nuova stagione creativa. Al servizio prima dei Caetani, poi
dell’antico allievo Orsini – per il quale compì un viaggio a Firenze, città
dalla quale invia una lettera a proposito della polemica sul genere tragicomico
-- Milano, Biblioteca Ambrosiana – e infine dei Cesi, egli scrve opere di
grande rilevanza: il De recta ratione philosophandi – testo di argomento
logico, del quale è noto soltanto l’indice, pervenuto tramite l’Index capitum
librorum P. Lyncei Materani Civ. Rom. I.V.C. philosophi theologi
praestantissimi. De ratione recte philosophandi et de natura ignis et caloris,
redatto dopo la sua morte da Bartolini e pubblicato a Roma presso Mascardi,
contenente peraltro anche una lista di numerose opere di P. al momento perdute
– il De natura ignis, il cui manoscritto è conservato a Roma, Biblioteca
Corsiniana, Arch. Linc., e il Del bever caldo costumato dagli antichi romani,
edito a Venezia -- Ciotti. Con quest’ultimo testo P. si inserì in una
vivace querelle che intrecciava a interessi eruditi – cercare di stabilire se i
romani fossero soliti mescolare il vino ad acqua calda o fredda – analisi di
carattere medico. Sostenere il carattere caldo dell’acqua significa, infatti,
appoggiare l’idea di TELESIO (vedasi) secondo cui l’unico spiritus di cui
l’uomo è dotato, la cui caratteristica primaria è il calore, deve assumere, per
conservarsi, elementi a sé simili, in netta contrapposizione ai sostenitori
della teoria degl’umori e della presenza di una pluralità ANTI-GRICEIANA – H.
P. Grice -- di spiriti che devono essere equilibrati attraverso elementi
contrari. Il trattato di P., che ha il merito di inserire i nuclei tematici del
dibattito in una cornice teorica di ampio respiro, rende la disputa ancor più
animata. In suo favore intervennero infatti sia Lipsio sia CAMPANELLA (vedasi).
Il filosofo fiammingo, fautore del ‘bere caldo’, risponde a una lettera in cui
P. lo informa degl’attacchi di cui sono oggetto le sue tesi, palesando il suo
sostegno all’opera -- Lipsio, Epistolarum selectarum centuria quinta, in Id.,
Opera omnia, II, Anversa, lettera a P. --, e CAMPANELLA (vedasi) scrive
un’Apologia pro abbate P. de calidi potus usu, la cui redazione originaria è
andata perduta. Il supporto offerto da CAMPANELLA (vedasi) rappresenta l’esito
di una profonda comunanza, stabilitasi in questi anni, tra i due filosofi,
entrambi legati agli insegnamenti di TELESIO (vedasi) e, in ambiente romano, ai
Lincei. È proprio a P. che CAMPANELLA (vedasi) sottopone la sua Apologia pro TELESIO
(vedasi) contro CHIOCCO (vedasi), smarrita poi da Schoppe in Germania, nella
quale, in accordo con il filosofo materano, egli sostene con forza l’unità
GRICEIANA – H. P. GRICE -- dello spiritus. Dopo aver ceduto al fratello
Domizio il beneficio connesso all’abbazia di S. Maria de Armenis a Matera,
concessogli, e aver rinunciato al decanato del capitolo metropolitano di
Matera, che gli era stato conferito, P. torna a dedicarsi ad argomenti
giuridici e scrisse un’opera – rimasta inedita (ad esempio, a Milano,
Biblioteca Ambrosiana, Mss., Y.37 sup.), ma che ebbe una straordinaria
diffusione – a proposito dell’interdetto veneto: il Trattato dei portamenti
della signoria di Venezia verso Santa Chiesa e quante volte sia stata
scomunicata. Nel 1611 conobbe Galileo Galilei il quale, dopo la sua
morte, si interessò al progetto di pubblicazione dei suoi scritti promosso – ma
mai portato a compimento – dall’Accademia dei Lincei. P. muore a Roma nel
palazzo del cardinale Cesi in Borgo e venne sepolto nella Chiesa di S. Onofrio.
A coronamento di un percorso intellettuale di primo piano giunse, nello stesso
anno, l’ascrizione postuma all’Accademia dei Lincei. Il Trattato
dell’ingegno dell’huomo, con in appendice Del bever caldo, è edito a cura di L.
Artese, con premessa di E. Canone e G. Ernst, Pisa-Roma. Fiorentino, B.
Telesio, ossia studi su l’idea della natura nel Risorgimento italiano, II,
Firenze, Id., Di un manoscritto di P. sulla questione ecclesiastica, in Rivista
europea, IGabrieli, Notizia della vita e degli scritti di A. P. linceo, in
Rendiconti dell’Accademia dei Lincei. Classe di scienze morali, storiche e
filosofiche, Firpo, Appunti campanelliani, in Giornale critico della filosofia
italiana, Garin, Telesiani minori, in Rivista critica di storia della
filosofia, Id., Nota telesiana: A. P., in Id. La cultura filosofica del
Rinascimento italiano, Firenze Artese, A. P. e la diffusione del ramismo in
Italia, in Atti e memorie dell’Accademia toscana di scienze e lettere ‘La
Colombaria’», Id., Una lettera di A. P. al Pinelli, notizie intorno
all’edizione del primo tomo delle Discussiones del Patrizi, in Rinascimento;
Id., Filosofia telesiana e ramismo in un inedito di A. P., in Giornale critico
della filosofia italiana, Garin, Il termine ‘spiritus’ in alcune discussioni
fra Quattrocento e Cinquecento, in Id., Umanisti artisti scienziati, studi sul
Rinascimento italiano, Roma Artese, Il rapporto Parmenide-Telesio dal P. al
Maranta, in Giornale critico della filosofia italiana, Padula - C. Motta,
Antonio e Ascanio Persio, il filosofo e il filologo, Matera 1991; L. Bolzoni,
Conoscenza e piacere. L’influenza di Telesio su teorie e pratiche letterarie
fra Cinque e Seicento, in Bernardino Telesio e la cultura napoletana, Napoli. Dei
lincei. Studia a Napoli. Conosce TELESIO di cui diventa discepolo, e scrive diverse
saggi a difesa e chiarimento: “De naturalibus rebus” (Venezia, Valgrisio). Pubblica
il “Trattato dell'ingegno dell'uomo” (Venezia, Manuzio) in cui riprendeva la
teoria di TELESIO di uno “spirito” come principio, movimento, vita, e intelligenza.
A Roma conosce CAMPANELLA (si veda) e GALILEI (si veda) e pubblica “Del bever
caldo costumato dagl’antichi romani” (Venezia, Ciotti) in cui riprende diverse
idee già trattate in precedenza riguardo allo spirito e ai consigli per la sua
conservazione. Altri saggi: “Digestum
vetus, seu Pandectarum iuris civilis: commentarijs Accursii praecipua autem
philosophicae illustrates cum pandectis florentini” (Venezia, Franceschi); “Novarum positionum in rethoricis dialecticis
ethicis iure civili iure pontificio physicis triduo habitae” (Venezia, Sambeni). “De ratione
recte philosophandi et de natura ignis et caloris” (Roma, Mascardo). Treccani Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di filosofia, Roma. la dialettica di Telesio -- Campanella --
Gailei -- contro CICERONE (si veda) – contro BOEZIO (si veda) – LIZIO -- vitium
itium dialecticum, point Aristoteles. PRO POSITIONES DIALECTICA FACVLTATE. I Dialectices artis magistros
primos requiramus. Non Aristotelem
profecto fuisse cenfendum est. Sed multò antea, quun plurimos ex stitiffe, mania
i testantibus. Sed ne referas ad tam antiquos: neges etiam, Pythagora eos fuisse
logicos quod tamen falsumn, inde deprehenditur, cum mathematicis artibus; quae sine
logice tractari non possant. Itta accuratem sstuduerint Zeno tamen Eleates
[Velia, velino], ex Platone et Laertio, inventor efficitur quod et ad Parmenidem
nostrum I Dehip. Et Plar. plac.li. gularis
fuit, non infophifticis de arte ipla contentionibus, sed in explicatione historiarum,
incaricorum, Lucanum Galenus extendit. Clinomachus Thurius; noster coterraneus primus
deaxio DIALECTICIS IN METAPHORAM enumerar Aristoteles intervitia dialectica. Grammaticum
est et grammaticae syntaxeos vitium
festum est; uel cum Platone Prometheum, velim ci deorum interpretem
existimabimus, quem in sacris litteris noeum docti existimant; vel cum aliquot doctis,
Mofis sacrum illum sacerdotisor natum, et vestitum ex hodiex pressum. Itaque
Logices exercitatio apud hebraeorum liberostin et epoëi natum compositione, inque
aenigmatum enodatione, doctis viris at matis seu enunciatis conscripsit si Laërtio
credimus quod si berum est, principi doctrine huiusci philosopho debeatur; qua odeindecranslarakc
ab Aristotele. In libru “De interpretatione” Non ita que Democritum Dialectices
inventionis dispositioni SIGNARUM ut nec Protagora n elenchorum jutex Platorum
et Peripateticorum sectae manarunt. Dialecticen
igitur, facultatem, seu virtutem bene differendi tenemus, hocest disputandi, disceptandi
ratiocinandi. Quotiesita que ratione utimur, toties dialectico munere diendique
ita Logicen hanc, esse facultatem, omnia disputandi, intelligendique Recte
itaque Aristoteles, omnes IDIOTAS quod ammodo uti Dialectice, confirmauit.
Duplex itaque; quin immo haec, uel utiilius magistra, cólatuitur; cum omnis disciplinae
principium sit experientia, ob item ne patet; principem negare possumus. Quinneque Platonem ipsum cum
Socrate a dialectices perfectae cognitiones secludimus; de cuius schola academico
fungimur. Naturalis ergo logice facultas. Utenim visus et auditus facultas est naturalis,
videndi, au Standis, vel uti prudentia quaeda in communis omnibus artificibus, quicum
differunt, non sua quadam et propria, sed communi dialecticorum facultate differunt.
Si, ut ait Aristoteles, finisa discipline a habetur, quando prac statur quod
attisuiribu s continetur, dialectices finis erit, be a ne differere. Subiecum uerum dialectices ponimus
res omnes. Quod vel Aristotele teste confirinamus. Quid etiam fi. Non ens, subiectum
dialectices ponamus et iudicium. Quas Adrastus Simplicii testimonio, peripateticus
nobilissimus adprobauit, ad aures fuisse Aristotelis. A servatio et inductio dialectice
itaque communis oinnibus rebus. Ratione tra: ut omnino quid libet seu verum seu
falsum quid tractari, ac ratione disputari et explicari possit. Dialectices uerum
partes duas esse tenemus, inventionem, licet, necessarium, verisimile, captiosum
dari potest; non obid enunciate logice partim necessaria, partim verisimilis, partim
capsiofa esse debet. Sed tota necessaria.
“Genus” illud verem esse dicimus, totum partibus essentiale. Unde hominem genus esse Catonis
et Ciceronis. Catonem verum et Ciceronem *speciem* esse hominis. Cum verum satius
putemus; veri et propria sermonis usum aiuris consultis et rei publicae principibus,
quam a scholis in ertium philosophorum petere; melius quae duo individua, vulgò
dicunt et unam speciem n, ili duas species et unumge nus dixisse videri debent.
Sed sideri debunt consultos, non ridebunt
Platonem [ACCADEMIA] ne que Aristotelem [LIZIO], terse comparationes intelligi.
Genus item et speciem
ad locum de toto et partibus rectem ablegamus. Categorias etiani ad inventionem dialecticam sternere
viam, melius est ut concludamus. Paronyma ad coniugatare verti debere aestimamus.
Locum ad numeramus in subiectis et tempus in adiun rum referamus. Animi sensum,
aet intelligentiam, rerum similitudine mer itemque Cicero [CICERONE] e
Quinctilianus. Quam vis itaqueo pusali quod artis huius g enuntiatum scia. Differentiam,
quam Porphyrius declarare ad grediebatur. Vel ad formam et causam vel ad comparatorum
locum et ad inventionem rectius asscriberem. Accidentium nominee e rectius facta adiuncta et rerum
in ctis. Quae verum cum aliquo conferantur, ad speciem opposito: seu oluit Aristoteles.
Quae verum sint in voce, NOTAS ET SIGNA en forum mentis esse: utea, quae scribuntur,
eorum, quae fintin Puoc essensa ila apud
omnes eadem esse, SYMBOLA a et ligris non
s cadem, deprehendamus. Quo sit ut dialectices et grammatices lata differentia
nis mentionem, sed syllogismi genesin et
analysin, tribuster minis et PROPOSITIONIBUS
conclusit et terminavit non enim AD
EXTERNUM SERMONEM dirigi voluit, sed ad internum. “Aliquis homo currit”. “Aliquis
homo non currit”, nullum cum sub-alternae dicuntur. Multum iustiore ratione collantur.
Quiai: tem esse tenemus. Ex causis itaque necessariis futurum necessarium, ex liberis
liberum, ex physicis physicum esse cue syllogismis maximem necessariam putamus.
Quod et Graeci Aristotelis interpretes profitentur, inventionem illam Theophrasti
et Eudemi propriam ess. Cui et BOETHIUS desu
omulta addidisse etiam, testatur; sed utrum o m átio absolute vera; sit etiam
necessaria, cami et si IN PARTIBUS SERMO consistere. Rectem igitur in analyticis
nullam Aristoteles interpretatio sunt ambae affirmantes vel ambae negantes. Quales
sunt antecedentes causae, talem eventus veritamur. Nos logicen compositorum
enunciatorum et per se, et in 6. Nia rectem, alias dictum. Datur igitur enuntiatum,
compositum, eeu CONIUNCTUM, praeter simplex. Quod multas sententias coniunctas habet.
Cuius et sunt suae species, ar COPULTATUM difiunctum, con nexum et elatum et
cetera. Accamen in DISIUNCTIONE illud tenemus, ut
omnis disi un paratim nulla sit necessitasi. Nam difiunctionis necessitate penderee
partium non ucie ritate, sed dissentione, palam est contineatur, cum illatota sit
animi, eadémque apud omnes gea tes. Haectota SYMBOLICA in voce. Logice ita que sine
SYMBOLIS INTERPRETATIONIS potest in ani tradictionis nomen meretur. “Homo albus
est.” “Homo non albus est”, tantundem. “Omnis homo albus est”, s vidam homo albus et contra. Quae
praenotionem duplicem esse dicimus, verborum alteram, dum concluderetur ab
antecedente, Quid si hoc idein dixerit Aristoteles. Rerum autem praecognitiones,
et anticipationes genera sit. Definitiones et partitiones este principia omnium
ferèar, tium, uel in desumptas quasdam maximas. Principia uerum non tantum priùs nota, sed esse notiora,
ait, Aristoteles; immo verò ita clara, ut contraria quoque in de rerum verum
alteram. Et verborum illam dicimus,
quae in omnibus definitionis, requiritur. Rerum verum, quae debet esse in
definitione ad explicanberent. Immo eandem de terminis mediis et extremis ut consta hil explicaret. Itaque syllogismi
maior et minor hanc praenotionen habes et universales esse, unde speciales illis
comparatae ptotimus concipiantur et concludantur. At verum id praecipuè in INFORMATIONE artis integra cue
rifli mum esse putamus, ut a generalibus ad specialia progresia unde modi per ee
emanant. Et primum illum tenemus,
quando attributum est in essen et definitis totius et partium. Demonstrationis
et demonstratii omnisque Explicationis et eiuste rminorum vocabuli somnino dum
quod definitur in distributione ad explieta dum quod distribuitur, in demonstratione
et qua vis expositione ad demonstrandum et ad exponendum quod quaeritur. Alioquini
ret essere sis SIGNIFICATAS. Conclusio ergo, et problema, quod concluderetur, hang
duplicem haberet praecognitionem Non: acciperet aucem siant manifestissima. Cum
autem quae in scientia sunt, per se finto portet, sit, cum quid alicui aderit
vel simpliciter vel quod amodoerit: cia tiasubie et i, et ineius
definitione ad hibetur. mus definitioni: quod uel exempla Aristotelem .palàm faciunt.
Accedit QUARTUS MODU. Per se in est quòd causa sit certa et non fortuita
generalis ergo hic modus per se, quotiessci licet causa e de suis effectibus dicuntur.
PROPRIORUM ACCIDENTIUM eritne ullus. Tertius hic enim modus affections et
accidentia cognata quod ammovo sensu, Aristotelis contextum declaratum iri.
Omnes itaque modos per se ab Aristotelem retinerit enemus nec ab iici duos
reliquos. Unde fit, ut consequentes artes antecedentibus subalternae sint, ubi aliquid
docent, superiorum decretis explitionis uel inueniendae, uel iudicandae. Omnem
disciplinam fieri autper demonstrationem, aut firmauit. Ac per definitionem et distributionem,
accuratiorem sci entiam confici, quam per demonstrationem, tenemus. Quare non sequitur, Scio ex causa, propter quam res est
quonia milius est causa. Nec aliter habere potest. ergo, Scio steriorum, e Platone
ferem sumpta es e qui v is animaduerterepoterit. Plato enim ad instituendas artes,
definitionem et distributionem proposuit. Syllogistica e demonstrationis, qualem
Aristoteles cominentus est, non meminit. Tunc enimartes bene disputare, docere,
demonstrare po secundus modus per se est primo contrarius. Per se est quod
est in essentia et definitione attribute qui inodus distribution generis in species,
aut differentias conuenit, ut pri 17 cabile. Ergo sic dialectice omnes sub-alternaes
intin genererat: per definitionem, concedimus quod et Aristoteles rectem con
per syllogisticam demonstrationem. De definitione uerò tam multa, quae differuntur
in lib. Po do complectitur. At quo pacto ex Aristotelis littera Ex diffentaneo.
Ideoque no terit Son3 terit quis, cum logicam inventioneimn ipsarum
natura, qua litateque tota, ex causis, effectis, subiectis, adiunctis, ceterisque.
Quirendam, recte fortassis affirmet Aristototele, tamen illud falsum, quod ad percipiendam
hanc disciplinam de moribus praecepit, ut paedia in auditore praecedat. Quod autem ne adolescentes quidem
percipiendis moribus esse idoneos voluit Aristoteles. Falso. Certem pueros quos
damui dimus divinitate quad ammen ti, confirmarunt. Quae non protinus quid
rectum, prauúinque sit; discar. Quincum Chrysippo putarunt et ante trienniumil
tis praeditos, ut in quibusdam, multorum virorum iudicia ex E los 1 argumentis per
videnda. Cum dispositionem, in eadem vel uel syllogistico
conclusionis iudicio a e vortino enunciati tandem ordinanda, ab ini stimanda et
iudicanda, universatio per media ad extrema exercuerit. Et hoc pacto NOSTER
TELESIUS est progressus in sua philosophia conscribenda. DEFENSIO CRITICORVM , ET APOLOGETICI PRIMI Quos edidit aduerfus
BERNARDINI PETRELLAE Logicam in Patauino Gymnaſio primo loco profitentis
LOGICAS DISPVTATIONES . AD ILLVSTREM D. IOANNEM ANGELELLVM PATRICIVM
BONONIENSEM . BIBL- CADANATENSE 00,722 BONONIAE , Apud Ioannem Roſsium. Curia
Archiepifc . & S. Inquifit.conceffu . ОКИНЧИС CRILICОВАТ JOHVLJI
SIGNII AD IOANNEM ANGELELLVM mobigo 17. BANONIENSIS ACADEMIAE BILO 20 . VD ΙΓΓΛ
EVINICIAW BOR TOCICVE TALLIONIS Mnigena
infignis doctrina Per- fius , Hellas Helladis , & quo vno Græca docente,
vocor , Angellelle tibi , decorat quem Iuppiter om ni Corporis , atque animi
dote , facrauit opus . Hoc petra parua ruens vbi Mulciber ęgida celat ,
Conteritur mutos ocyus in cineres . 2 lipidoraini : ANGELELLO . Aſcanius
Perfius . S.P. D. : VOD ego tibi , Ioannes Angelelle humaniſsime, cum lizio de felicitate fententiam pluribus explicarem ,
dicere veritus ſum præſenti , núc , quan do abſentem alloquor , iucundam eius ,
& mihi hoc loco neceffariam fere commemorationem non pre termittam . Dú
enim tibi vnum aut alterum eorum qui fælicesad Ariftotelis ſenſum vocari
potuiffent , ex veteribus hiſtorijs proferre , in menté venit tú mihi , verè
tibi poffe à me- dici , eſſe in te ipſo perfectam illam , ac ſuis omnibus
expletam numeris fæ licitatem: cuius in te ſpecies multò quam in hiſtoria vlla
clarius elucet . Id quia non ſum auſus tibi coram eloqui , liceat nunc mihi
tecum perepiſto- lam colloquenti libere pronúciare , & tibi ipſi , quafi
alieno homini , cauffas tuæ fælicitatis enarrare . Non ignoras Angelelle
ornatiſsime quæ ad sú- mum illud bonu & Ariftoteles , & Philoſophorum
omnes pæne familiæ neceſſaria efle voluerút , ea vel animi ſolú , aut cum ijs
etiam corporis bo- na , aut cu vtrifq ; tertia illa , quæ fortunæ dicuntur ,
aliud præterea effe nul . lú . Exige nunc tua ipſius ad eorum numeru. Tu in
vrbe natus ampliſsi- ma , vetuftifsima , nobiliſsima , in ipſo Italiæ ſinu ;
quam bonis omnibus re- fertam Bononiam fuiſſe vocatam diuinitus exiſtimo : Et
ex ea progenitus familia , quæ & litterarum ſcientia , & bellica
virtute , & maximarum vfu re rum clarifsimos patriæ viros tulit
difficillimo quoque reipublicæ tempo- re vtiliſsimos : ac ſenatores dedit &
noftra , & maiorum noſtrorú memo- ria ſapientiſsimos , hodieq ; fuum habet
columen virum optimum , ac pru dentilsimum Angelum Mariam , Senati qui columen
cluet . Diuitię verò , & opes tibi tante ſunt ( augeat & fortunet eas
tibi Deus) quantæ ad exer- cendam liberalitatem , & ad magnificentiam , quam
de te nataliú tuorum ſplendor exigit , fatis efle videantur . Corporis autem
tui bona vt fileam cetera , ſpecies , ac fingularum eius partium venuſtas eſt
tanta , quantam in quam paucifsimis reperias . Quo fit vt affines , ciues ,
amici tui omnes pul . cherrimę te prolis haud dubia ſpe maneant parentem , data
tibi præfertim ſocia diuino confilio vxore tua femina lectifsima , digna
parente filia Ca- rolo Ruino Senatoria , quam præclare tuetur , dignitate
digniſsimo ; in quam natura venuſtates omnes , omnia contulit ornamenta
corporis , di- ſciplina ſciplina autem , & educatio mores induxit
honeſtiſsimos . Tetamen hifce ornamentis , que inter partes numerantur
fælicitatis , iſto loco in maximis commodis ac delicijs natum , contemptis ijs
perdifficilem ingreffum ab initio ſemitain virtutis cùm iam ibi effe videam ,
vt fructu ipfius præſtan- riſsimo fruare , animi videlicet tranquillitate ,
& recte factorum , cogitatio- numq ; honeſtiſsimarum confcientia , ac
recordatione , cetera vero , quæ ab alio , quam à uirtutis fonte manant ,
nihili pendas , beatum uere , ac fæ- licem cenfeo . ftatuis enim in ea re fola
fælicitatem , quæ fola ſolidam da- re poteft . Quare nulla in re alia ceteros ,
ac te ipſum vt fuperares , à puero laboraſti , quam in excolendo animo tuo
pręcipuarum habitibus uirtutum temperátiæ , modeſtiæ , æquitatis , pietatis ,
fortitudinis . Quibus accedere ut cumulum uoluiſti liberalium , ac nobili uiro
dignarum artiú ſcientiam , linguarum etiam , Græcæ , & Latinæ cognitionem
non uulgarem . Hæc quidem , & tibi fructum ferunt , quem maximum exoptare
licet : & non minori aliquando tum familiæ , tum reipublicæ utilitati erunt
, quam núc ſunt ornamento . Tu uerò quorſum hæc inquies . Quorfum autem Pri mum
ut huic meæ defenfioni , cui hec epiſtola præfigitur , in publicú exeun ti bene
me omnes intelligant confuluiffe . quippe ad pugnam proficifcen ti , & cum
nobili aduerfario in congreſſum prodeunti bene fuit oininan- dum : ego uero
quodnam omine fæliciſsimi tui nominis omen inuenire potui lætius ,
optabiliuſque ? Secundo loco ut meum animum expleam iu cunda bonorum tuorum
commemoratione , cum te amem plurimum amore omnium , & obferuantia
digniſsimű : quem amare etiá plurimú de beo ſi gratus efle volo , &
acceptorum abs te beneficiorum memor . Cùm enim ornatum eſſe me ſentiam à familia
tua omni , potifsima tamen abs te collata in me ſunt ornamenta , & à patruo
tuo Ioanne Francifco viro hu- maniſsimo , atque integerrimo . A quo non fummis
tantum liberalitatis & amoris officijs cumulantur litterarum ſtudioſi ,
verum etiam qui fami liaritate ipfius , & confuetudine perfruuntur ,
faluberrimis ipfius confilijs , & exemplis adeo iuuantur , vt nullius
pręterea philoſophi documenta de fiderent . Quem huic patrię Deus incolumem
quam diutiſsime feruet ve extet quamdiutiſsime perfugium , ac præfidium ijs ,
qui Bononiam tan- quam in mercatum optimarum artium confluentes , imparati à re
dome- ſtica , propter inopiam , ſtudia litterarum aut intermittere , aut
penitus di- mittere cogutur : cum ipſe ex ijs haud paucos inufitato quodam
beneficen tiæ genere , nulla præmiorum ſpe, proprio contubernio, conuictuq ;,
& menſa dignatus voti copotes in patria remiſerit optimis artibus ac vir
tutibus honeſtatos . Suſcipe igitur à me Angelelle
ſignificationé hanc & iudicij de te , & amoris in te mei , maioré , cú
occaſio tulerit, ſuſcepturus . Vale . Bononię Die conceptionis Diuæ Marię
ſemper Virginis . ASCANII DEFENSIO
PRIORIS CRITICI . VM Exercitationum Logicarum Criticos duos , &
Apologeticum primum edidi in logicas Bernardini Petrella difputationes , fore
iam tum exiftimaui , ut mihi ( quod poftea factum est ) refponderetur , atque
adeo par pro parireferretur . itaque animum ad futuras re- Sponfiones absque
ulla perturbatione cognofcendas tanto ante compa raui . Vnum illud prater
expectationem meam est factum , quod ego item prater opinionem omnium equissimo
animo tuli : non con- tentus enim aduerfarius in sua reſponſione contra nos
edita , quam Propugnationem vocat , nobis eade reponere , dum nos errare , labi
, falfa opinari , Aristoteli repugnare , & cetera huiufmodi , que nos ipfi
obieceramus , vicissim nobis obijcit , quaſi certamen inter nos fit non tam de
logicis rebus , quă de lingue procacitate , atque infolentia , id operam dat ,
fcilicet , no tam ut ego bene diſſerendo , quam maledicendo posteriores feram .
Cuius cam , quam di- xi , Propugnationem cum hyeme fuperiore ad me Patauio
miſſam accepiſſem , quia tum ego longe aliorum occupatione ſtudiorum diftinebar
, ubi nonnullas eius libelli paginas curfim legi , ridiculum acroamaratus ,
lectionem eius in fequentem astatem reieci , ut haberem quod à ferijs ftudijs
feriatus , animi cauffa , & legerem , & fcriberem . Sumpto igitur bac
astate in manus libro , postquam eum auide legi , dubius aliquandiu fui an ipfi
re- ſponderem , tum quia libri auctorem aduerfarius non se ipsum , ſed Iulium
quenda Mar- tialem faceret , qui quidem an fatis reſponſione dignus effet , cum
hominem non noffem , con- Stituere non poteram : tum quia nullam ferè in ea
propugnatione afferri viderem aduerfus argumenta folutioneſq ; meas , aut refponfione
, aut animaduerfione dignam ſolutionem , aut argumentationem , atque in ea
complures latere contradictiones animaduerterem , vt ti mendum non effet ne
viri docti , ſi reſpondere neglexiſſem , aduerfario victoriam adiudica- rent :
tum quia fi confutande eſſent rationes rationibus , vindicanda etiam effe
maledicta maledictis viderentur : quod ut facerem , ab indignitate rei
deterritus , adduci non poteram . Hac igitur de reper dies aliquot anceps animi
familiares primum , deinde me ipfum iteru confului . Tandem fic ego mecum : cum
uno Petrella nobis , non cum Martiali , contentofu- Scipietur , cum propugnatio
istac non in hunc , fed in illum una omnium voce referatur auctorem . ille enim
typis mandandum volumen curauit : ille operarum errata , dum Sub pralo liber
effet , emendauit : ille typographo pecuniam pro opera numerauit : illetan .
dem excuſa bibliopolis exemplaria vendenda distribuit : Martialis autem ise ,
quem li- ber auctorem ciet , nunquam Patanij visus , nec forte unquam inter
homines numeratus . t3 aut igitur hac ille fcripfit , aut certe ex
feprofecta ad fuum difcipulum , ſi diſcipulum vn- quam hunc habuit , tanquam
ſuos fætus videtur adamaſſe , atque ca feciffe tanti , ut nec validioribus
argumentis , nec forte aptiori oratione agı potuiſſe cauſsă fuă existimarit .
quid dixi , cum uno Petrella rem fore nobis ? Cum pluribus , yſq ; ingeny ,
& doctrine nomine cla ris erit contentio ; cum vel ipfius Petrella
difcipuli perfamiliares , ac perstudiofi quidam fa- teatur in eam difputationem
, qua ad Logicam , ab ipso Petrella , qua uerò ad aliquam aliam facultate
pertinetia inter nos disputantur , adde & verba iocorumq ; non dicam ſalem
, sed infulfam mordacitatem , ab alijs ( quorum nomini parco ) effe collata .
Quodsi facile est mihi rationes , & folutiones aduerfariorum redarguere ;
quod non niſi diſputando , ac multa dicendo fieri potest ; quanto erit facilus
ſcurrilibus iocis , ac maledictis refistere ? quibus certe nulla philofopho
dignior adhiberi potest reſponſio , quàm filentium , hoc enim uno dicacitas
omnis pulcherrime retunditur , ita nec à reſpondendo conuicia nos retar- dabunt
, fiquidem ijs tum optime reſpondetur , cum nihil refpondetur , nequerationum
le- witas , atque imbecillitas , vt difputationem hanc dedignemur efficient ,
cum fatis hac per- Jonarum grauitate compenfentur . Hac ego mecum . Sed duo (
vt rem fatear ) potifsimum me adreſpondendum incitarunt , primum quidem
defendendi studium à calumnia virum clarifsimum comitem ZABARELLA (vedasi), quo
olim præceptore in philosophia vsus ſum, et ab ea quidem calumnia, quàm vir
optimus, certe immerens, causa mea sustinebat, cum aduerfarius ut meum
honorificum de tanti viri fcriptis iudicium , quod tum verbis , tum ve teftatum
reliqueram , infringeret , aut eleuaret , cum in hoc opere multis nominibus per
maximam iniuriam exagitet , virum non philoſophie folum , quam in Patauino
Gymnasio permultos annos fumma cum laude profitetur , aliarumque optimarum
artium cognitione prastantissimum , verum etia & generis familieque &
integritatis , probitatis , humani- satis ſplendore clarifsimum . Secundo loco
ad ea , que in Criticis , & Apologetico primo à me fcripta funt defendenda
id me compulit cauffa , quod cum viderem in ijs effe a me complura fubobscure
tradita , que lectorem remorari poßent , atque in dubitationem ad ducere , ea
declarare , & latius explicare operapretium videretur . fateor enim à me
quam- plurima ex ijs multo clarius , ac distinctius dici potuiffe . id verò
mihi facere per occupatio- nes minime licuit . quo quidem ego nomine cum multa
in ijs defiderem merito calut abortus quosdam ingeniy mei contemno . Quanquam
ut defenfionem hanc aque contem- nam cauffa eadem est ; cumeam à me ſubſecinis
horis exaratam neque refcribere , neque emendare potuerim . Quare & in hac
multa , cum recens excufa folialegerem dum fub pralo liber effet , aut
defiderari , aut obfcurius enarrari , quin & abundare non nulla de-
prehendi , quorum vnum , aut alterum in calce operis cum erratis operarum
notaſſe votui . Confido nihilominus nostra omnia fatis fuperq ; ab aduerfarij
telis vindicaſſe , cum hebe- tiora , ac leuioraca fint , quàm vt maiori
adhibito studio propulſari debeant . Suscepi igi tur contentione hanc tum mea ,
tum viri clarifsimi cauſſa . à quo tantum abest , ut artem maledicendi ( quod
miht aduerfarius obijcit ) didicerim , ut eum mihi non minus humani- tatis ,
& modestie , quam philofophie praceptorem fuiſſe vere dicere , immo etiam
gloriari poſsim : ipse enim mihi à primo perfuadere est conatus , atque adeo me
rogauit ne vellem eam fui defenfionem edere , cum diceret quid de ſuis atquc
aduerfarij ſcriptis viri docti exi ftimarent , euentum fatis iam docuiffe . Cui
fanè libenter paruiſſem , nifi cauffam aduer- Sarius ipfe facti huius mihi
dediſſet , quam in preſentia commemorare longum foret : iam enim tempus est ,
ut nostram lectori cognofcendam difputationem exhibeamus , in qua Pe- trella
rationes , & argumenta , pratermiſsis conuicijs , bona fide retuli , tantum
perſonas commutaui , vt quod fibi vindicat Martialis , nos in auctorem Petrellam
reiecerimus Quem vt antea fecimus , Aduerfarij , Zabarellam verò ipfum Viri .
clarissimi nomine fi gnificauimus .
Falfum effe artem habere finem externum , quem non habeat artifex
operans : Ac falfum in arte finem externum elfſe conſiderandi modum .
Selarijonas artificis E ſubiecto logices aduerfarius li.pri.difp.log.c.4.verba
faciés nő idé ce îqt fubie & u artis cú ſubiecto artificis operatis.id.n.ee
iter vtrúq ; diſcrimé , vt cú vtriufq ; fubie & ú adæquatú coſtet duobus ,
re.f.cófiderata , fubie & a materiale , & mo cófideradi , formale ſubie
& ú dicut , male qdé ſubie & u artificis fit mä , in qua artifex operat
, quả proinde ſubie & u vocă operonis : formale aút ſit forma illi materię
, fubiectoue ope- ronis ab artifice induceda ; atq ; his veluti cellis
artificis opera , & cófideratio vniuerfa cócludat : Artis aut mäle ſubie
& ú , res.f.in arte cófiderata fit in & adequatu fubie & ú , hoc é
, res ab artifice cófiderata cú mó eius cófideradi fimul supraeius , prificis
integru eius , aut fubie & ú , cófideradi.ſ.modus artis ſit quatenus opus
illud artificis iſeruire alijs debeat . Hác nos aduerfarij ſentétia vt ab
auctoritate ſummorú philoſophorú , & a róne ipſa maxime abhorrété , &
auctoritate & rone cófutauimus pri . Critici c . 1. Cu.n.reí arte , &
ab artifice cófiderata , vel ſubicctú corú mále , idé cé velit aduerfarius
& Arift . & veteres alij philoſophi vnica voce ſubicau , vel mâm vocat
, idéq ; eé modú cóſiderădi , vel ſubie & u formale o illi fine artis , aut
artificis dicit , & Ariftote les , Galenus , Auerroes , alij , idé medico ,
& medicinæ fubie & u , eūdé vtriq ; finé attribuat , eadéq ; fic corú
sététia de aliarū artiū , atq ; aliorú artificü fubiectis , & finibus ,
manifeſtu hinc fatis ee diximus ſter ſubie & ü adæquatū artis , & fubie
& ú adequatū artificis nullú eos eé diſcrimé voluiſſe . Id ipsuce ét róni
cóſentaneu demoſtrauimus.diximus.n.ad endé finé & artem ipſam , &
artificis operá dirı- gi , & circa ide verſari ſubie & ŭ tū illius
pcepta , tú huius operónes . Reprehéfioni huic nữę occurrere conat aduerfarius
initio a ſe editæ Propugnationis , íquies : Licet oës affirmēt cudë cë finë
iternă artis , & artificis , eādēq ; utriusq ; mam , no pinde ſupponere pit
ide cẽ vtriuſq ; adequatu fubiectu , quia pter finë internū viriq ; cõem ars
het fine externu , que no pöt , nec det artifex attingere , fi diligéter
vtriufq ; munus cõſideremus.nă artis é munus artifici pcepta tradere forma
artificiosa in mām artificiosā īducēdi , ut illud , qd ' oritur ex bmõi mã ,
& forma alteri inferuire poffit , qui artis externus finis eft : munus vero
artificis eft ea exequi pcepta . Tradit.n . u.g.medicina medico pcepta
fanitatis introducēde in corpus ſanabile , vi f vt fungi poßit ſuis
muneribus.medicus ve- ro in illud fanabile corpus iuxta medicine præcepta
ſanitate introducere , & tueri conatur . Quorsi vero medici- na id medico
præcipiat , no est medici , vt operatis , & medētis ſpeculari , mſi ex
accideti , quatenus medicine babi- tu est aſſequutus , Hæcille ; in gbus plura
, vt in vniuerfa hac eius ppugnatione , funt errata , a verba : Ar të ingt hře
finé externű , que artifex no habeat : quo aut finis hic ad arte ptineat , no
fatis explicat Nos aút clare atq ; aperte rei veritaté doceamus , qui
diſputacionis vniufcuiuſq ; ſcopus eſſe dét , & aduerfarij ſentétia
coarguamus . Diuidit ars oís vulgata ac recepta ab oibus diftin & ione in
docété & operātē.ars operas eſt habitus artificis operátis , ſiue ró
operandi in artifice operāte , nihil aliud præterea finis aut eius quicüq ; fit
, idé eſt cú fine artificis operantis , neq ; hæc vlterius artifice ſe ex-
rendit , ſed idé eſt terminus artis operatis , & operationis artificis ,
nimirű internus finis a & u , & ex- ternus ptáte productus . An vero
doce vel prout eſt in artifice actu docete , vel prout in libris per- ſcripta
habet du cófideratur vt doces , ſi aliu demus fine ab art operandiuerfum ,
tantum abeft fore vt finis ille proprius ac peculiaris artis docétis ſit vltra
fine artificis operatis , vt potius citra , aut in- fra ipfum effe videatur ,
nag ; artis docétis coſiderate vt eſt docens proprius finis erit cognitio igno
tæ rei per ea cognoſcendæ : qd aut in arte docéte cognofcédú proponitur id neq
; eſt finis artificis operatis internus , neq ; externus ; hi.n.duo fines
pcognofcuntur , & en in arte docéte locú occupat , que in ſcía obtinet
principia , vt ſuppoſitiones , & definitiones , quæ funt termini a quibus
in habitu - dine ad cóclufiones , q funt termini , ad quos . Quid ergo in arte
docéte proponit cognoſcédú ? nihil certe aliud , qua ipſa principia coſtitutiua
finis interni , hæc.n.ignoratur : quare eorú notificatio , ac declaratio
proprius eft finis artis docétis ; hic verò finis , vt nemo non videt , eſt
infra , aut citra ope- ratione artis , atq ; artificis operantis ; quo ergo
finis artis docentis erit finis externus artificis ope- rantis ? Confiderari
quidé ſolet in arte docéte finis externus artificis operatis , ſeu artis
operantis , fed vt terminus a quo ( vt dixi ) non vt terminus ad que ,
videlicet vt conferens tātű mó ad cognitio- né & inuentioné principiorú
internú fine coſtituentiū , quare in arte finis is no primario , fed tantú
ſedario , hoc eft no propter ſe , ſed propter aliud cõſiderabitur : nullo igit
mo in arte docéte finis ex ternus artis operātis effe poterit coſideradi modus
. Exéplo q diximus illuftremus . Ars ædificatoria vt aduerfarius
confitetur : externus aut eius finis eſt vſus ædificij , ad qué neque ſe
extendit ædificato- ria vt operans , neque ædificator vt opus faciens , ambo
enim funt eius vſus cauſſe remotæ , vt vnicui que patet . Ars vero eadé vt
docens fine habet notificationem principiorum ædificij , nempe teti , parietű ,
fundamentoru , ac materiæ , vt lapidū , cementoru , & ceterorum hmoi , ex
quibus ipſum con tituitur ædificium.nihil.n.aliud præter hæc docet : ad hæc
aute inuenienda principia tum externo fine , nimirum vſu ædificij , tum interno
, nimirum ædificio ipſo vtitur vt principijs cognitionis , & ter minis a
quibus ; a definitione.n.u.g . domus , quæ eſt operimentum frigus arcens ,
& calorem , & c . & teti , & parietum , & fundamentorú ,
& materiæ lapideæ necefsitatem docet : quæ oía fi commode tradi poſſent
abſque præcognitione finis interni , & externi , qui ambo in ea definitione
continentur nulla prorfus in arte docéte corum mentio haberetur : quare fines
hi non pp ſe , ſed pp aliud confi- oyuvalo uperans , neq ; ars docens
vlteriorem artifice operante fine refpicit , nifi quatenus finis illius
cognitio cófert ad peculiaris ſui finis cognitioné , quonam modo aduerfarij di
Aum , quod nimirum ars vt confiderandi modum finem habeat exteriorem , artifex
verò operans non item , defendi poſsit , equidem non video . Quod fi finem externum neceſſario
vel ad artem ſo- lum , vel ad ſolum artificem pertinere velimus , is certe ad
artificé potius qua ad arté ſpectare dicen dus fuerit . Cum etenim finis
duplicem habeat ronem , vnam vt cauffe , alteram vt mouentis , vt cauf- ſa
quidem finis externus & artem , & artificis perſona reſpicit :
fuit.n.u.g. & ædificatoria ars , & ædi- catoris excogitata perſona
propter habitandi comoditatem tanquam ob finalem cauffans : at vero finis vt
mouens ſolum refpicere poteft artificem , quoniam ab eo vt a re appetibili
moueri artifex pot , cum homo fit , ac proinde appetitus capax , ars vero ipſa
non poteft , quoniam ab eo moueri ne quit , cùm ars pura fit qualitas , pura
aút qualitas appetitionis oſs ſit expers . Peccat igitur in eo pri- mum
aduerfarius quod cum externum neget artifici finem , eum tú concedit arti ,
& ob ea cauffam aliud artis , aliud artificis facit ſubie & ú . Peccat
& in eo quod ſubiectum artis eſſe vult id ipſum qd ab artifice fit , &
de quo faciendo præcepta in arte traduntur , & in quo tota conſumitur artis
pręce- ptio , cum operationis ſubie & um nec fieri ab artifice , nec ab
arte quo fiat precipi valeat , fed vt exi- ſtens artifici ſubijciendum , &
ab eo ſupponendum fit . Peccat & in alio grauifsime , quod modú con
fiderandi in arte vult eſſe quod extra artem eſt , atque adeo id quod fæpe eſt
modus confiderandi alterius artificis.fic.n.ſe habet in arte conſideradi modus
, vt & in ſcientia : at in ſcientia modus con fiderandi cum gerat vicem
formę eſt ipſi internus , ac peculiaris , nulli alij ſcientiæ communicabilis ,
quod non poteſt conuenire fini externo in habitudine ad artem , cuius externus
eſt finis , cú is haud proprius fit eius artis , ſed alterius . plerunq ; enim
finis externus artis inferioris eſt internus , ac pro- prius artificis
ſuperioris , vt artis conficiendi fræna finis externus , qui eſt vſus frænorum
, proprius , & internus eſt artificis ſuperioris , qui vel equitandi , vel
equos inſtituendi , ac frenandi rationem do- cet . Peccat quarto quia ſanitatem
neceſſario referri vult ad finem vlteriorem etiam cum in medici- na
confideratur , cum ſanitas res fit per ſe expetibilis , ne dum propter operationes
corporis rectè obeundas , fines autem artium per ſe expetibiles ad alios fines
referri non oporteat , quare non ne- cefle eſt ſanitatem in arte medica
confideratam ad aliud referre ; propterea nullum alium medici- næ finem
Ariftoteles , Plato , Galenus , Auerroes , alijque no ninant quain ſanitatem :
& apud Plato- nem in Gorgia Socrate inquit ammum in medicina bonum eſſe
ſanitatem : neque finem aliú Auer roes in afferenda medicinæ definitione
perfectifsima , & a ſe admodum celebrata , quam ſanitatem ponit . Sed certe
fines artium interni aut per ſe , aut propter vlteriores fines expetantur , in
arte , & ab arte ſoli per ſe conſiderantur , nullo autem modo ad vlteriores
diriguntur , eorum enim ad vl- teriores fines relatio , ac directio fit ab
artibus ſuperioribus , fiue ab architectonicis.ob id primo magnorum moralium
cap.33.fa & ilium artium , & a & iuarum facultatum nullus alius
præter inter- num ab Ariftotele finis ſtatuitur . Multa alia ad id confirmandum
dicere poffem , quæ conſulto pra- termitto . Si igitur hæc aduerfarius
confideraffet , forte nec ea , quæ fuperius retulimus , dicere effet auſus ,
neque hæc præterea , nimirum : Videat modo Criticus vtra diſflinctio fit
voluntaria , hac ne ex artis , artificis munere deſumpta , an illa viri clarißimi
de duplici huius vocis , quatenus ipfum , fignificatione , qus quidem necvei ,
nec vocabuli ſignificationi , nec Aristoteli , nec vllis eius Peripateticis
explicatoribus confen- tanea est . Quod vero attinet ad distinctionem viri
clarifsimi de duplici vocum Quatenus ipfum figni- ficatione , eam eſſe &
rei , & vocabuli ſignificationi , & Ariftoteli , & Peripateticis
eius explicatori- bus confentaneam in defenfione pofterioris Critici clarifsime
patefaciam . Aduerfarium , ſi ſibi conftare velit , dicere non poſſe logicam
efſſe ſcientiam aquiuoce : eamque neceffario ipfi vocandam eſſe operatricem .
VM aduerfarius logicarum difputationum libro primo cap . 12. Scoti fenten- tiam
, quòd nimirum logica fit ſcientia , tanquam veriſsimam tueri profiteretur ;
ait enim : Hanc Scoti fententiam , quam verissimam eſſe exiftimamus , non nulli
conantur acerrime impugnare , probantes contra doctorem fubtilem logicam non
eſſe ſcientiam abſo- lute ; nos eam fententiam non tam vt a ratione alienam ,
quam vt aduerfarij ip- fius fundanientis contrariam penitus , ac repugnantem
primi Critici capite ſecundo reprehen- dimus . Vult enim ibi aduerfarius
ſcientiam vniuoce dici de ſcientia reali , ac de ſcientia ratio- nali . fic
enim ille : Parcant mihi , qui hæc in medium attulerunt , propofitum enim non
affequuntur : quo- niam attribuunt ſcientiæ in communi id quod alteri eius
ſpeciei , nempe fcientia reali competit , vt circa rem extra animam tantummodo
neceffariam verſetur , qui modus probandi perinde eſt , ac fi quis probaret equum
non eſſe animal , quoniam animal non folum de rationali , fed etiam de
irrationali , ſicuti equus prædicatur . Cumigitur fcientia in communi fit de
ente reali , & rationali , non valet a negatione partis , ad negationem
totius , videlicet , logica non eft de ente reali , ergo logica non est
fcientia . ficuti non ſequitur , equus non eft rationalis , ergo equus non eft
animal , quia fcientia in communi , vt dictum eſt , de ente in animo , & de
ente extra animum dicitur non fecus ac animal de rationali , ac de irrationali
: Quibus ex verbis luce clarius patet ipſum exiftimare ſcientiam vniuoce de
reali , ac de rationali ſcientia prædicari , cùm dicat ſcientiam in communi de
ente in animo , & de ente extra animum dici non ſecus ac animal de rationali
, ac de irrationali : ac logicam dicat eſſe ſimpliciter ſcientiam . Idem tamen
primi libri logic . diſput . capite tertio logicam repoſuerat ſub habitu
inſtrumentali , quem a precipuo con- tradiſtinguit , fub quo ſcientiam ,
ſapientiam , intellectum , prudentiam , & artem inquit contine- ri . Hæc
igitur inter ſe cohærere non poſſe , immo verò ſe ſe mutuo euertere pluribus
oſtendi . Dixi enim fi logica eſt ſcientia , & realis ſcientia eſt ſcientia
, cùm illa ſub inſtrumentario conti- neatur habitu , hæc autem fub præcipuo ,
ſub quo & ſapientia , & ars & reliqui iam commemo- rati habitus
continentur ; de his igitur omnibus in communi ſumpta ſcientia prædicabitur ,
cùm hæc vt habitus & logicæ , & reali ſcientiæ communis ample & i
neceffario debeat habitum præ- cipuum , & habitum inſtrumentalem : quod fi
præcipuum , ergo & artem , quæ eſt ſub præcipuo , vt alios habitus taceam ,
ergo ars erit ſcientia , quod aduerfarius ipfe , vt & alij , negaret . fin
au- tem habitus ſcientiæ in communi acceptus amplecti negabitur habitum
præcipuum , & inftru- mentarium , ergo erit ſub alterutro : tum autem
ſcientia in communi ſi prædicabitur de reali , non poterit de logica prædicari
, ſin autem de logica , non poterit de reali enunciari . Eadem ratione probaui
, logicam , ſi ſit ſcientia , non poffe eſſe operatricem facultatem : vt ibi
eſt videre . Ad hanc meam reprehenfionem in hac ſua propugnatione reſpondens
ait obie & ionis meæ ſo- lutionem in ipſiuſmet verbis contineri.libri enim
ſui primi cap . 11.dixerat ſcientiam communi- ter acceptam fundari in ente
communiter ſumpto . nam ficuti datur ens commune ad ens extra animum , & ad
ens in animo , ita datur ſcientia communis ad ſcientiam de re extra animum , id
eſt de ente reali , & ad ſcientiam de re in animo , hoc eſt , de ente rationali
. Quare colligitur , in- quit , ſcientiam equiuoce no purè , ſed ad vno dici de
ſcientia reali , & de ſcientia rationali , quem- admodum ens de ente extra
animum , & de ente in animo æquiuoce ab vno dicitur . Hoc autem pacto cùm
logica dicatur ſcientia æquiuoce ab vno , non eſt abſurdum eam eſſe ſcientiam ,
& eſſe ſub alio habitu , non autem fub eo , in quo ſcientia realis
continetur.effet id quidem abſurdú , fi logica eſſe vniuoce ſcientia
ſtatueretur . Bone Deus quam grauiter peccat iſte vir in hac reſpon fione ? Dum
eftugere conatur vnam repugnantiam , in aliam impingit . Si enim de logica ,
& de reali ſcientia communiter acceptam ſcientiam æquiuoce vult dici ,
falſo ergo libri ſui primi logi carum difp.cap . 12. ſcientiam in communi genus
eſſe dixit ad realem , & rationalem.genus enim vniuoce prædicatur de ſuis
ſpeciebus . an vero dicet eſſe genus analogum ? non poteſt hoc dice- re . funt
enim in medio eius verba , quæ ipſum conuincant . ea autem ſunt hæc : Quia
fcientia in com muni , vt dictum est , de ente in animo , & de ente extra
animum dicitur non fecus ac animal de rationali , ac de irrationali.at
animal de rationali , & de irrationali vniuoce dicitur , non æquiuoce ab
vno . Præterea Scotum non defendit ( vt profitetur ) ſed oppugnat , fi negat
ſcientiam comuniter ſum- ptam effe genus vniuocum ad realem , & ad
rationalem . nobis autem non repugnat , fed potius fuffragatur . Quod repugnet
Scoto nemo non intelligit , qui Scoti de re hac opinionem intelli- git.Scotus
enim voluit logicam eſſe ſcientiam vniuoce , non æquiuoce , vt eſt videre apud
eius fe- Aatores , qui conditiones omnes ſcientiæ non æquiuoce ab vno , ſed
vniuoce attribuunt logicæ , nempe eſſe notitiam veram , euidentem , habitualem
, neceffariam , habitam per diſcurſum , & a principijs pendentem per ſe
notis.ob id ipfi facultatis logicæ fubiectum faciunt neceſſarium non minus ac
ens reale , ne vlla ſcientiæ conditio deeſſe logicæ videatur . atque hanc eſſe
opinionem Scoti lippis patet , & tonforibus . Delabitur etiam imprudens
aduerfarius , vt dixi , in noftram ſen tentiam , dum logicam æquiuoce ſcientiam
fatetur effe , nos enim , atque omnes adeo , qui negat logicam effe vere ac
fimpliciter & vniuoce ſcientiam , concedimus eandem eſſe ſcientiam æqui-
uoce.quod & vir clarifsimus libro primo de natura logicæ fatetur , dum
negat logicam habere * conditiones , quæ ad veram ſcientiam requiruntur . Vt
igitur tot ac tanta deuitet aduerfarius in- commoda , queſo fateatur ingenue (
quod etiam fecit pag . 17. fuæ propugnationis ) repugnan- tiam effe in ſuis di
& is me vere dixiſſe . Fateatur etiam uidiſſe me in hac ſua reſponſione
latere quandam non neceſſariam , ideoque falſam conſequentiam . eſt autem hæc ,
Ens dicitur æquiuo- ce de ente reali , & de ente rationis : ergo ſcientia
dicitur æquiuoce de ſcientia de ente reali , & de ſcientia de ente rationis
. En etenim fimilem huic conſequentiam , Ens dicitur æquiuoce de en- te per ſe
, hoc eſt , de ſubſtantia , & de entis ente , hoc eft de accidente , ergo
ſcientia dicitur æqui- uoce de ſcientia ſubſtantiæ , & de ſcientia
accidentis . Quid hinc ſequitur ? ergo Geometria eſt æquiuoceſcientia ( quod
eſt contra communem Peripateticorum , atque adeo philoſophorum omnium
fententiam ) cùm eius fubiectum fit Quantitas , quæ eſt accidens. ſi igitur
bona eſt illa aduerfarij conſequentia , hæc quoque bona eſt : ſed hæc non
admittenda , ergo neque illa . Falſum igitur eſt minorem entitatem ſubiectorum
ſcibilium eſſe in cauffa , vt quæ de ipfis eft , ea dicatur eſſe a quiuoce
ſcientia . Hæc ego cùm ſcripiſſem , legi forte reſponſionem Conſtantij Sarnani
Cardinalis quem honoris cauſſa nomino pro Scoto aduerfus obie & iones BALDUINO
(vedasi), cu- jus hoc inter alia erat in Scotum argumentum : De ente diminuto ,
imperfecto , & per accidens , cognizio eſt imperfecta , diminuta , &
per accidens , ens rationis vt eſt ſubiectum in logica , eſt ens imperfectum ,
di- minutum , & per accidens , ergo cognitio de ente rationis , quæ logica
dicitur , est imperfecta , diminuta , & per accidens . Ei autem Sarnanus
reſpondet his verbis : Dicimus ad hoc quod vt aliqua fit fimpliciter fcientia ,
non requiritur quod obiectum eius fit fimpliciter ens , fed fatis est , quod
fit de re neceffaria , & fub ra- tione vniuerfali , vt habetur primo poſt .
Modo tam neceßaria eſt quæcunque propoſitio logicalis , u.g. qd de monftratio
generat fcientiam , quam hominem eße riſibilem , & adeo vniuerfalis : unde
quamquam ens ratio- nis non fit fimpliciter ens , de illo eft fimpliciter
fcientia , licet cognitio eius , & definitio non fit ex parte obie- Eti ta
perfecta , quàm cognitio realis.nă alias codē argumēto probatur ſcientias
mathematicas non efſſe ſimpli- citer fcientias , quæ tractant de accidente ,
puta de Quantitate , quia accidens ſecundum Arist . non est ens , fed entis ens
, cùm tamen illas appellet Aristoteles primo poſter . certiſſimas . Hęc vt legi
, valde ſum læta- tus virum do & ifsimum eadem ratione , qua ego vſus eram
, aduerfarij conſequentiam refellere . Atque hæc hactenus . An verò logicæ
fubiectur , hoc fit neceffarium , alibi fortaffe diſputabitur . Et quoniam me
reprehendit aduerfarius quòd logicam effe dixerim facultatem operatricem ,
ſciat igitur dum me hoc nomine reprehendit , ſe ipſum reprehendere , qui
logicum confiderarit yt operantem . fi enim ideo artes aliæ dicuntur
operatrices , quia illarum artium habitu præditi dicuntur operantes , cùm ipſe
logicum vocet operantem , fecit vt ego exiftimarem exiftimare ſe logicam effe
operatricem . quam ſi non recte ita vocari putat , fateatur ergo ſe non recte
logicú vocaffe operantem . Verum ego non ſolum ſuppoſita aduerfarij ſententia
quod logicus fit ope- rans , logicam eſſe dicendam operatricem exiftimo , verum
etiam fimpliciter fic eſſe vocandam cenfeo : & non folum operatricem , fed
& operantem dici poffe contendo ; operantem ſcilicet , vt quo , non vt vt
quod . Fa & iuam quidem facultatem eſſe logicam prorfus nego , at
operatricem eſſe facultatem audater dico . & fi enim ars omnis factiua eſt
operatrix , non tamen omnis facultas operatrix eſt factiua.operationis enim
nomen latius patet , quam fa & ionis , ita vt ad animum quo que pertineat .
Non temere igitur ( vt caput hoc concludam ) ſcriptum eſt a nobis in Criticis ,
ad- uerfarium dicentem logicam eſſe ſcientia ) , pugnantia dicere frontibus
aduerfis . Aduerfarium non intelligere
viri clarißimi fententiam de logica subiecto . S Tatuit aduerfarius logicarum
diſput . . logicæ ſubie & ú eſſe
notiones ſe- cundas fimplices . Quam nos fententia reprehendimus primi Critici
cap . 3.often- dimuſque effe eas non poffe logici ſubiectum primum , cùm hẹ
notiones a logico fiant quatenus ab eo in primis rerum conceptibus effinguntur
, primum aute ſu- biectum a logico fieri , & fabricari non poſsit . Dum
hanc igitur ſententia defen- dens oftendere nititur me , ipſum reprehendentem ,
virum clarifsimum reprehendere , dum ſcili- cet eius verba ex c . vltimo libri
prioris de natura logicæ vt ſuam ſententiam cófirmantia in me- dium allata
interpretatur , næ ipſe ſuam eorum interpretationem verborum ridendā nobis pro-
ponit . Primum hæc affert viri clarifsimi verba : Proprie igitur loquendo
nullum aliud fubiectum , quam operationis , quærendum est in logica , idque
dicimus eſſe res omnes , fiue earum cöceptus , qui primi conceptus , feu prime
notiones vocari folent . Nam quemadmodum ſtatuario proponitur es tanquam
materia , in qua formam Statue efficiat , quæ eius artis ſcopus ac finis est ,
ita logico proponuntur res omnes , fiue earum con- ceptus , tanquam fubiectum ,
in quo fecunda notiones effingantur , vt fint instrumenta nos iuuantia ad rerum
notitiam adipiſcendam . bæ funt finis logici , non fubiectum , prima verò
notiones funt fubiectum logice pro- pria loquendo , non quidem fubiectum , de
quo demonstrationes fiant , fed fubiectum operationis . Interpre- tatur autem
aduerfarius verba hæc his , quæ fequuntur , verbis : Qua verba , vt conijcere
poffium , in- nuere videntur fecundas notiones in ſubiecto operationis logica
effingendas non poſſe alias eße , nifi compofi- tas , & instrumenta .
etenim hæc funt finis logici , noſque iuuant ad rerum notitiam adipiſcendam .
Hoccine eſt interpretari? Quis ignorat ſi ſubiectum logicæ ſtatuantur primi
conceptus rerum , vt his vi- ri clarifsimi verbis clarifsimè ſtatuuntur , &
in ijs effingenda fint logica inſtrumenta , prius eſſe in ijs a logico effingendas
partes inſtrumentorum , quæ funt ſecundæ fimplices notiones ? ſi enim ego dicam
, in ædificatoria materiam eſſe lapides , & finem domum , quis non
intelligit prius effe ab ædificatore edolandos lapides , & extruendos
parietes ex ea materia, quam ad eum finem per ueniatur ? Quonam igitur pacto
dicere audet aduerfarius hæc verba innuere fecundas notiones in fubiecto
operationis logicæ effingendas non pofle alias eſſe niſi compoſitas , &
inſtrumenta ? immo verò contrarium innuunt . Cum enim a logico ſecundi
conceptus cópofiti effingendi fint ex primis rerum conceptus , neceſſe eſt vt
ex primis rerum conceptibus effingantur prius ſecun - di conceptus fimplices ,
vt poftea ex ijs conſtruantur ſecundi conceptus compoſiti . Recitat dein de
aduerfarius verba quædam alia uiri clarifsimi ex eodem capite paullo poſt
ſequentia.funt ve rò : Non est autem existimandum fecundas notiones effe
quiddam a primis difiunctum , quod postea illis im ponatur , fed funt ipse
metres feu rerum conceptus his fecundis conceptibus operti . Quare fubiectum
alo- gico confideratum funt res omnes , non tamen quatenus res funt , sed
quatenus fecundis notionibus ſubstantes . homo enim , & equus res funt ,
& a logico confiderantur , non tamen vt homo , & equus , fed vt species
, & nomina appellantur : & inquit : Ecce virum clarissimum velle quod
Criticus in aduerfario reprehendit , nimi- rum logici operasionis fubiectum
eſſe ſecundas notiones fimplices primis annexas , ex quibus fecundis notio-
mbus fimplicibus logicus conſtruit instrumenta , que funt & ipfa fecunda
intentiones cõpofitæ primis annexe Cùm inquit vir clarifsimus ſubie & ú
logicæ eſſe primas notiones ſecúdis opertas , non intelligit eſſe ſubie &
um totú illud , quod eſt aggregatum ex prima & ſecunda notione , ſed res
ipſas tan- tùm ſecundis intentionibus ſubſtantes , vt verba ipſa ſatis
oftendunt.non enim inquit eſſe ſubie- tum logici ſecundas notiones rebus
impofitas vna cum rebus ipfis , ſed inquit res ipſas , quæ funt , vel quatenus
funt fub fecundis notionibus , ipſæ enim res confideratæ vt quoddam aggre-
gatum ex notionibus primis , & notionibus fecundis non ſunt amplius fubie
& um logici , ſed pri ma eius opera . fic dicimus fubie & um ſtatuæ
lapidez eſſe lapidem forma ſtatuæ conformatum , hoc eft lapidem illum , qui eft
, vel quatenus eſt ſub ea forma , non autem lapidem , & formá ftatuæ fimul
. totum enim illud dicitur opus ſtatuarij , non ſubie & um . Hinc illud
notari volo , ſi- cuti ſtatua dicitur opus ſtatuarij , quæ tamen ipfius eft
opus , hoc eft ab eo eſt elaborata quoad formam tantum , non quoad materiam ,
fic etiam notiones ſecundas fimplices vocari opus logi ci , cùm tamé ipſæ opus
logici ſint , hoc eſt a logico fabricatæ & fatæ fint quoad formam tan- A
2 tum liceat enim nobis ita loqui non quo ad materiam.funt enim earum
materia res ipſæ extra animam fine vlla logici opera exiſtentes . Ex quo
dupliciter intelligi , atque accipi poteſt ſe- cunda notio , prout dupliciter
poteſt confiderari . Confideratur autem vel prout imponēda eſt primæ , &
tum fignificat formam abſque materia.atque hanc Scotiſtæ vocant ſecundam inten-
tionem in abſtracto : vel prout impoſita iam eit ; tum autem fignificat formam
cum materia fimul . & hane Scotiſtæ vocant ſecundam intentionem in concreto
. Primo modo capitur ſe- cunda notio , cum dicimus logicum imponere ſecundas
notiones primis , fecundo autem modo accipitur , cum dicimus ſecundas
intentiones fimplices eſſe prima logici opera , & ex ijs conſtrui logica
inſtrumenta . hoc etiam fecundo modo capiuntur a viro clariſsimo , dum inquit :
non eft existimandum fecundas notiones eße quiddam a primis difiunctum , quod
postea illis im- ponatur , fed funt ipfa metres , seu rerum conceptus his
fecundis conceptibus operti . primo autem mo- do accepit idem vir clarifsimus ,
dum dixit , logico proponuntur res omnes tamquam fubiectum , in quo fecunda
notiones effingantur , & accepi ego primi Critici capite tertio ſuperius
commemorato dum dixi , fecunda notiones fimplices , vt funt genus , ſpecies ,
fubiectum , prædicatum , terminus , & alia buiufmodi , a logico ipfo primis
rerum conceptibus impofitæ funt . Quare inconfiderate reſpondet dein- ceps
aduerfarius inquiens : Ex viri clarissimi ſententia negatur hoc . fi enim
ſecunde notiones vt ipse met affirmat non funt quidam a primis diſiunctum , quod
poftea illis imponatur , quomodo primis ſecunda notiones fimplices a logico
poſſunt eſſe impofita ? no enim animaduertit vtrunque eſſe verű pro diuer fa
acceptione ſecundæ notionis , quam duplicem diximus eſſe . Sed de ſecundis
notionibus fu- ſiſsime agetur in defenfione primi Apologetici capite ſecundo ,
aut tertio. Patet ergo vt ad pri ma redeamus aduerfarium non intellexiſſe viri
clarifsimi de ſubiecto logicæ ſententiam, quæ non eſt , vt logici ſubiectum
fint primi conceptus & fecundi fimul , ſed vt fint primi ſecundis fub
ſtantes : & primi quidem non confiderati per ſe , & quatenus res funt ,
hoc eſt , quoad reales ſuas affectiones , & paſsiones , hac enim ratione in
ſcientijs ipfis confiderantur , fed tantum quate- nus aliorum aut genera , aut
ſpecies , aut ſubiecta , aut prædicata effe poffunt . Neque igitur ipſe cum
viro clarifsimo ſentit , neq ; ego a viro clarifsimo diſſentio . Cum eo igitur
nobis eſt diſpu ' catio , qui interdum nefcit an , aut in quo diſſentiamus :
Subdit is poſtea : Sed nos difputandi gra- tia admittentes hoc quod fecunde
notiones fint quiddam a primis distinctum , negamus fecundas notiones a logico
, quatenus logico fabricatas effe , licet eas primis rerum conceptibus
impoſitas confideret . Ab eo enim conceptus illi funt fabricati , cuius funt
opus , ſed intellectus noſtri funt opus , ab eo igitur , vel ab homine per
intellectum , non fecus ac primi conceptus fabricati funt : Verum dum homo
intellectus ope & primas , & fecundas notiones fabricat , id non facit
nec vt philofophus , nec vt logicus . nam fi logicus fecundas no- tiones
fabricaret , philoſophus fabricaret primas , cum nec a logico , nec a natura
ipſa produci poffint , non a logico , quia illas præfupponit , neque etiam a
natura , quia quicquid natura facit , fingulare est , no- tiones verò quæcunq ;
illæ funt , vniuerfales funt . id tamen abfurdum est , vt fcilicet philofophus
primas no- tiones fabricet , alioquin contra viri Clarifsimi fententiam fciens
eßet operans , abfurdum igitur etiam eft a logico fecundas notiones fabricari .
Quam multa hic non dico reprehendenda , fed ridenda funt ? vt refponfionem
nullam aliam , quam rifum mereantur . Vel vltimis in verbis quam ridicu- la
nectitur conſequentia , philofophus non fabricat primas notiones , ergo nec
logicus ſe- cundas . Non ne vides philofophum ideo fabricare non poſſe notiones
primas , quoniã phi- lofophus contemplatur ea , quæ abſque vlla'eius opera in
natura funt ? at vero logicus , quæ non funt , coſiderando facit vt fint ,
quare ea ipſe fabricat in animo , & cornm faber iure dicitur.ge nus enim ,
ſpecies , fubie & um , prædicatum , propoſitio , niſi a logico fabricata
eſſent , nuſqua reperirentur.propterea logicus confiderari poteft vt operans ,
philofophus non item . Quid ? tu te ipſe damnas falſi : inquis enim ideo philoſophum
dici non poſſe fabrum primarum notionú quia non eft operans . Quid enim hinc
ſequitur ? logicus eft operans ( vt tu ipſe aſſeris & in hac tua
propugnatione , & in difputationibus logicis ) ergo logicus eft faber
ſecundarum notio- num . non te alio , quam temet ipſo auctore redarguo . Tandem
operæpretium eſt audire quam ipſe huic capiti imponat coronidem . Cum enim ego
primi Critici capite tertio dixif- ſem : Cognofcere bine licet aduerfarij
tudicium , qui cum veram de fubiecto logica fententiam apud alios legiffet , ex
multis fibi propoſitis falſam , vera neglecta , fibi fequendam delegerit : vt
me vicifsim homo Martialis confodiat , quid mihi reponit ? Critici , inquit ,
acre iudicium cognofcere hinc licet , quod cum ex multis fibi propofitis falſiſsimam
de fubiecto logica viri clarifsimi fententiam legiffet , veram , ca penitus
negle L neglecta fibi fequendam delegit . Itane ? fi ergo veram , tuæ
contrariam , ego delegi , tu ergo falſam . Verum ergo in Criticis diximus ,
Aduerfarium ex multis fibi propoſitis de logicæ fubiecto ſen- tentijs falſam ,
vera neglecta , ſibi ſequendam delegiffe . Aduerfarij reſponſionem quandam non
eſſe ad propofitum . NOVIT aduerfarius libro primo diſput , log . cap . 10.
logicum non debere in lo gicæ definitione habitum collocare , quoniam logicus
eum confiderare non po- teſt , alioquin cogeretur etia intelletū cófiderare ,
cùm habitus dicat ad intelle- Aum relationem , & à quo relatiuorum vnum
confideratur , ab eodem cófidere tur & alterum : fed a logico intellectus
non confideratur, ergo neq ; habitus . Hoc ego ipfius dogma confutaui prioris
Critici cap . 4. ea ratione quoniam huiufmodi fit vt feruari neque ſoleat ,
neque valeat . Quod à nullo feruetur , ne ab ipſo quidem aduerfario , probaui
inquiens : Dum ipfe logico prohibet cognitionem habitus , vt non ad eum
attinentem , fed ad alium artificem , fatis declarat nolle ſe quicquam in
logica traftari , quod merelogicum non fit.at ipfe in hoc opere fuo logico in
gratiam iuniorum , vt ipse profitetur , a fe confcripto , & ideo merè
logico , genus logica non fine difputatione determinat effe habitum : cur
igitur fi logica prohibet habitus cognitionem , in hoc fuo logico opere de
habitibus difputat ? præterea fi logicam fatis inquit a logico cognosci vt
difciplinam quandam , quorfum igitur , obfecro , capitibus xi . xij . &
xiij . cam tuetur eſſe ſcientiam ? & philoſophicis ipfius entis
diuifionibus in ens extra anima , & in ens in anima Scoti , te aliorum
quorundam opinionem veram effe tueri conatur ? non ne , auctore ipfo , fatis
est nobis vt eam eße cognofcamus difciplinam quandam ? neq ; aute ego boc eius
faftum , quod nimirum de logice genere , nempe de habitu , & alijs eius
attributis fermonem ba- buerit , ommino vituperem : illud in co maxima dignum
vituperatione duco , quòd ipſe ſua met , falta verbis improber . Qua quidem in
re non fibi foli facit iniuriam , verum etiam celeberrimis peripateticis , qui
in logi cis prolegomenis de genere logica difputantes , de habitibus loquuntur
, & c . Quinimmo ipfum Peripateti- corum principem Aristotelem reum facit .
Is enim in libro prædicamentorum , in ipfo fere logica vestibulo in
predicamento qualitatis diftinguit ſpecies qualitatis , & inter eas
cõnumerat ſcientias , atq ; virtutes , eafq ; fub habitu , vt fub genere collocat
, & c . Ad hæc his verbis in ſua propugnatione reſpondet aduer- farius :
Qualibet fcientia , & ars intra fuos terminos continetur , quos , vt talis
est , præterire non potest . Nos ergo non volumus vt logicus non debeat , nec
poffit cognoscere habitu , intellectum , & huiufmodi alia , quæ ad reales
ſcientias pertinent , ingenuæque artes mutuam fibi operam non præſtent , quia
& philoſo- pho , & nobis met aduerfaremur : verum quod logicus vt
logicus non debet , nec potest ea in logica tracta- ve , quæ ad alias ſcientias
, & artes attinent , alienaque funt a logica confideratione : philoſophus
enim in pbyficis quando agit de attinentibus ad primam philofophiam , non ne ex
communi omnium fententia de ijs agit vt induit habitum metaphyfici ? non igitur
quatenus phyſicus . & quando in moralibus ca breuiter tra Flat , quæ ad
animum ſpectant , cuius cognitio phyſica est , non id prastat vt moralis , fed
vt phyſicus.fimi- liter multis alijs in locis . optime igitur de genere logice
differentes diximus illud effe habitum intelle- Etus rationalem , etſi habituum
cognitio ad alium artificem pertinet . id enim vt logici non facimus , proin-
de non fequitur vt nos fatis declaremus nolle quicquam in logica tractari quod
mere logicum non fit , ficuti non fequitur , logice difputationes in gratiam
iuniorum a nobis confcriptæ funt , ideo funt mere logica nec igitur verbis
nostra facta improbamus , nec Ariftoteli iniuriam facimus , & c . Hæc
refponfio non eſt ad propofitum . non enim in priori parte reprehenfionis
noftræ negaui logicum no- minantem habitum , induere perſonam phyſici , &
id non facere vt logicum , ſed negaui hanc phyfici perfonam ei in logica fuifle
aſſumendam , ſi quidem capite decimo eius libri vere tur in definitione logicæ
habitum collocare , eo quia confideratio habitus non pertinet ad logi cum .
Reprehendi igitur ipſum , quod co capite decimo vereatur affumere aliam
perfonam , in afsignanda definitione logicæ , quæ pertinet ad quæfitum quid fit
: alijs autem capitibus & præ cedentibus , & fequentibus , in quibus examinat
alia quæfita ad natura logicz ſpectantia , de pofito hoc timore , & hac
religione , audacter & phyſici , & metaphyfici fibi perſona affumat .
hoc in eo exagito , & ' rideo . cum enim ipſe profiteatur hos libros
confcripfiffe in gratiam iuniorum , & eo capite decimo nolit in definitione
logicæ vlla fieri mentionem habitus , vt hinc facile facile conijcere
quiſque pofsit , eum nolle egri de logicæ terminos , the parum conſulere vide
retur tyronibus huius facultatis candidatis , afferendis ijs , quæ logicæ
limites excedunt , ipſe tamen quaſi immemor ſui , aut fuam negligens
admonitionem , nihilominus in examinandıs alijs logicæ quæſitis multa dicit quæ
captum , & perfonam logici tranſcendunt , vt ita dixe- rim.hanc igitur
inconſtatia in aduerfario reprehédo . Hanc mea reprehéfioné deuiter , ſi poteft
, tum enim ego me eum non iure reprehendifle ingenue fatebor . Quanquam ne ſi
hanc quidem effugiat reprehenfionem , prorfus reprehenfione vacabit aduerfarius
, nam dú ipſe ideo tacet habitum in aſsignanda logicæ definitione , quia putat
fi logicus habitum confideraret , cum cogi etiam intelle & um confiderare ,
eo quoniam habitus dicit ad intelle & um relationem , cam fibi legem
præfcribit , vt cum in definitione logicæ collocarit nomen diſciplinæ , ipſe
primus logico confiderato vt logico attribuat ea , quæ non funt logici . Id
facile probatu eſt.nam qua- re vetat habitum a logico confiderari ? non ne co
quia habitus dicit relationem ad intelle Aum ? at ob hanc eandem cauffam
diſciplina quoq ; a logico non poteft confiderari , quia & ipſa dicit
relationem ad intelle & um , cum diſciplina & habitus idem fint ,
ipſomet autore , qui capite pri mo & fecundo confundit hæc , Habitum
ſcilicet , & Difciplina'm , & Facultatem . Si ergo nó po teſt habitus
confiderari , nifi confideretur & intelle & us , neque ergo poteſt
diſciplina confide rari , nifi confideretur & intelle & us , quare dum
habitum a logico non vult confiderari , ne abeo confideretur intelle & us ,
intelle & ü ei offert confiderandum . Quod fi dicat diſciplinam eſſe qui
dem habitum , ipſam tamen quod ad hoc nomen attinet , non dicere relationem ad
intelle & u , tum ego viciſsim dicam habitum eſſe correlatiuum intellectus
, non tamen quatenus dicitur habitus . Nam habitus proprie relationem dicit ad id
, quod eſt habitu præditum , quod eſt quid confufius , & generalius intelle
& u : proprium ergo correlatiuú habitus eſt habitu prædi tum , non autem
intelle & us , ergo non eft neceffe confiderare intelle & um dum
habitum confi- deramus . vana igitur eſt illa aduerfarij religio in tacendo
habitu dum logicæ definitioné tradir . Sed quare cófideratio intellectus
prohibetur logico ? quia , inquit , logici , vt logici propria non eft . at neq
; confideratio diſciplinæ eſt logici , cum fit propria phyſici , eſt enim vox
primæ inten tionis , & fignificans idem quod habitus: ergo ab eo proprie
cognoſcitur , a quo cognofcitur ha bitus . Quare cu aduerfarius hoc capite
decimo no folú fine vlla neceſsitate , verú etiam fibi ipſi parum cóftans ,
neget logico confiderationé habitus , ſuſpicor eû ad id fuiſſe addu & ü
ſtudio vel licandi & carpendi virum clarifsimum , qui logicæ definitionem
in calce prioris libri de natu- ra logices his verbis colligit : Logica est
habitus intellectualis inſtrumentalis , feu difciplina inſtrumētalis a
philofophis ex philofophiæ habitu genita , quæ fecundas notiones in conceptibus
rerum fingit , & fabricat , vt fint instrumenta , quibus in omni re verum
cognofcatur , & a falfo difcernatur , indifferenter enim hic & habitum
, & difciplinam collocat . Hoc facile vt credam adducor , cum ſemper
occafionem quærat ſuis libris viro clarifsimo detrahendi . Quod an ei ſuccedat
, aliorum eſto iudi- cium . Secunda ratio noſtra contra aduerfarium eſt
eiufmodi , vt probet hoc eius præceptum , vt ſcilicet ſe logicus contineat
intra proprios facultatis ſuæ terminos , ſeruari non poffe , quia lo gico
neceffaria eft cognitio ſui fubie & i , neque eft fingere purum logicum ,
qui nihil cognofcat aut cogitet , quam fecundas intentiones ( vt demus in
præfentia logicum non cognofcere ſun ſu- biectum ut logicum , fed ut alienum
artificem . Quod an verum fit , hoc loco pronunciare nolu- mus , cum id
definiri abſque diſputatione non poſsit ) hoc enim eſt chimæricum , ac fere
inintel- ligibile . Nam fi logicus imponere debeat primis notionibus ſecudas ,
neceſſario tenetur aliquate- nus , & faltem pingui Minerua cognofcere
primas , non autem eas penitus ignorare.non poteſt enim artifex in materiam
introducere formam nifi aliqua habeat materiæ cognitionem . obid ego dixi : Cogitare
etiam potuit aduerfarius neceßariam effe logico leuem quandam , & confufam
cognitio- nem rerum omnium , vt primos earum conceptus informare valeat
fecundis . nam & habitus , & intellectus notitiam ei aliquam minime
denegaſſet Ad hæcita renſpodet : Logicus & fileue quandam , & confusam
rerum omnium cognitionem habet , eas in facultate fua non cognofcit vt res funt
, fed tamquam fecundis in- tentionibus fubiacentes , nec vllo pacto ab eis
difiunctas , & feparatas . Confundit hic aduerfarius co- gnitionem fubie
& i artificis cum eius operatione circa ſuum fubie & um . Quod minime
faciendū , cum illa hanc præcedat . Ecce enim : faber ferrarius prius cognofcit
ferrum , quatenus ad eû per- tinet , deinde in eo fubie & o operatur , hæc
igitur duo inter fe diftinguūtur . fic etiam logicus prius cognofcit , ruditer
tamen , & ἰπιπολαίως , res ipſas , vt res funt , quatenus futuræ funt fubie
& um fecun- : : ſecundarum notionum , quod in categorijs fit : deinde verò
in rebus ijs ſecundos conceptus , uel ſecundas inducit notiones , tum autem cum
ſecundas ijs imponit notiones , res confiderat vt ſe- cundis intentionibus
ſubſtantes , vt ait aduerfarius.id quod an facere incipiat in libro periherme
nias , an in categorijs ipfis , parum ad rem in præſentia : Certe prius quam id
agat , res ipſas confi- derat vt res , & vt primos coceptus , non vt
ſecundis ſubiacentes. Neque vero dicere poteſt aduer ſarius logicum in
categorijs confiderare primas notiones vt ſecundis ſubiacentes , nec vilo pacto
ab ijs diſiunctas : cum ipſe reſpondere videatur Ariftotelem in categorijs ,
& habitum , & cetera huiufmodi commemorantem , induere perſonam phyſici
. at phyſicus agit de primis intentioni- bus , non de ſecundis , ergo fateri
cogetur in categorijs agi de intentionibus primis non folum vt ſubſtant
fecundis , verum etiam vt ab ijs ſunt ſeparatæ . Quamquam id etiam , abſolute ,
& abf- que vlla ſuppoſitione loquendo , negari non poteft . Reliquum eft vt
verba quædam aduerfarij confutemus . Quo facto huic capiti finem imponemus .
inquit ipſe : Grammatica ſub habitu rationa li instrumentario eft , attamen per
artem , non per habitum definitur.quid igitur mali feci , fi vt logicus per di-
fciplinam , non per habitum logicam definiui ? Hæc reſponſio non eſt ad
propoſitum . non enim dico male eum feciffe , quia logicam definiuit per
diſciplinam , ſed dico euin peccaffe in eo , quod ita velit eam per diſciplinam
definiri , vt nefas ducat per habitum etiam definiri , cum enim in excu-
tiendis alijs logicæ quæfitis , népe An fit, Propter quid fit , & Qualis ,
fines logici exceſsiffet , abf- que vlla ratione in examinando quæfito quid fit
, ſe continet intra cancellos puri logici . hac enim religioné deponere hic
etia debuerat , & aliorú philoſophorú , qui de logica ſcripſerút , exemplú
ſequi , qui de habitu mentionem in logica facere non verentur . aut certe
debebat perpetuo in his difputationibus puri logici perſonam retinere .
Grammatica verò non ſolum per artem , fed & per habitum definitur . itaque
hoc eius exemplú nihil probat . Atque hæc fatis . Verum eſt igi- tur quod
diximus in Criticis: Cum ergo quousque logici cognitio protendatur ,
aduerfarius non confide- ret , neque Aristotelis loca in logicis diligenter
obferuet , in eam prolabitur hærefim vt Aristoteli , & fibi etiam ipfi
aduerfetur . In primo posteriorum non
agi de definitione accidentis actu ut putat aduerSarius Sed potestate tantum .
VM aduerfarius libri ſui ſecundi logicarum difputationum cap . o & auo hæc
verba ſcripfiffet : Falſum est vt Aristoteles in libro fecundo posteriorum agat
per ſe de defi- nitione , quatenus ex demonftratione elicitur , cùm de cathoc
nomine libro primo egerit : nam tunc definitio ex demonſtratione optime
elicitur , quãdo demonftrationis principia conſtant ex omnibus fuis
conditionibus : verum de conditionibus principiorum potiffime demonftrationis
per ſe agit in libro primo , eiſque in fecundo nullas preſtantiores addit :
ergo in libro primo per ſe quoque fi- mul agit de definitione , quæ ex potißima
demonftratione elicitur : Reprehendi ego primo Critico capi- te quinto
confequentiam hanc vt indignam philoſopho , ac præfertim logicæ profeffore .
Verba mea hæc funt : Dictum quidem hoc aduerfarij , nempe de conditionibus
principiorum potiffime demonstra- tionis , ex qua definitio elicitur , abunde
traftat Aristoteles in primo pofteriorum , ergo in eodem libro agitur de
definitione quatenus elicitur ex demonstratione , fatis mirari non poffum ,
& vix credere a tanto philofo- pho , nifi dormitante prolatum eße .
Confiderare aduerfarius debuit cognitionem propriaru rei affectionum no ita
prodire ex cognitione principiorum , vt ftatim cognitis aftu proprijs vei
principÿs , actu quoque cognofcan tur affectiones : & in fine capitis hæc :
Si igitur attualis rei principiorum cognitio non affert ſecum actualem cognitionem
proprietatum , ridicula eſt illa confequentia ; In primo posteriorum agitur de
principijs , fiue con- ditiombus demonftrationis actu , in eodem igitur libro
neceſſario agitur actu de eiufdem proprietatibus , & ne dum fcriptis
conſignanda , verum ne cogitanda quidem fuit . In hac igitur ſua propugnatione
exclamat aduerfarius inquiens : Criticus meam fententiam contrarie percepit
existimans me velle vt Ariftoteles in primo poſter . dum agit de conditionibus
principiorum potiſſime demonſtrationis , agat etiam de definitione quatenus ex
demonſtratione elicitur.ſi huiufmodi definitio ex demoſtratione extrahi non
potest , nifi ea demon- Stratione constructa , quomodo , obfecro , ſane mentis
homo id excogitaret quod Criticus commentatus est ? in codem libro dixi agi ab
Aristotele de ea definitione , quæ ex demonstratione elicitur , in quo tractat
de condi .. tioni cionibus principiorum potiſſime demonstrationis.non
propterea intëdo vt fimul , vel flatim post tractationem de principiorum
conditionibus agatur de huiufmodi definitione , ea enim ex demonſtratione iam
conſtructa ( vi dictum eft ) non ex folis eius principijs elicitur . Cum itaque
philoſophus in primo posteriorum non folum agat de materia demonſtrationis ,
quæ eius principia funt non nullis conditionibus limitata , verum etiam de pro-
pria eiufdem demonftrationis forma , quam voluit eſſe non ſimpliciter
fyllogifmum , fed fyllogifmum in primo modo prime figure , manifestum est eum
ibi regulas , & precepta dediſſe aftu demonftrationem conſtruendi actuque
ex ea propriorum accidentium definitionem eliciendi , cum dicat definitionem
aut principium demon ftrationis eße , aut demonſtrationem ſola terminorum
poſitione differentem , aut conclufionem quandam demon ſtrationis . fi igitur
definitio , qua ex demonſtratione elicitur eſt demonſtratio ſola terminorum
pofitione diffe- rens , non poteft alibi traftari , nec actu cognofci , niſi
vbi philoſophus præcepta reliquerit aftu conſtruende demonſtrationis , fed hoc
præftitit Aristoteles in primo libro poſteriorum , in eodem itaque per ſe
tractatur , altuque cognofcitur definitio , quæ ex demonſtratione elicitur .
Hæc aduerfarius . An vero fententiam eius contrarie præceperim , mox apparebit
. Non intendo , inquit ipſe , quòd fimul , dum agitur de principijs demonſtrationis
, vel quòd ſtatim , vbi actum fit de principijs demonftrationis , aga tur de
definitione accidentis ( videtur enim exiftimare vtrouis modo a me intelle
& am reſpon- fionem fuam oppugnari ) ſed intendo inquit , quod poſt quam a
& um ſit de demonſtratione tum quo ad materiam , quæ funt eius principia
certis quibuſdam condicionibus limitata , tum etiam quoad formam , videatur agi
de eductione definitionis accidentis ex demonſtratione . Si ergo probauero
verba hæc : Quòd ſtatim vbi actum ſit de principijs demonſtrationis : idem
ualere , ac : Quòd * poftquam actum fit de demonſtratione tum quo ad materiam ,
tum etiam quoad formam : non videbor con trarie eius fententiam percepiſſe ,
ſed ipſe potius contrarie videbitur meam fententiæ fuæ inter- pretationem effe
interpretatus . Hoc facile probatu eſt . Principia demonftrationis non ſunt
ſola eius materia , ( vt ipſe falſo exiſtimat ) ſed & forma ſyllogiſtica :
idem ergo ſignificat , agi de prin cip : js demonftrationis , & , agi de
eius materia , & forma : Ac per principia quidem demonſtra- tionis non
ſolam materiam accepiffe me , fed & formam fimul , ex eo etiam patet
quòddixi con- tra ipſum difputans , in duobus prioribus libris phyfici auditus
agi de principijs corporis natu- ralis ( quæ funt materia , & forma ) in
ijs tamen non agi de proprijs corporis naturalis affectio- nibus : qua quidem
ratione ſum vfus ad euertendam eius reſponſionem , quam in Criticis repre hendi
. Et quamuis parum interſit an hoc modo , quo iam dixi , ſim interpretatus aduerfarij
ver- ba , an eo , quo ipfe putat ( quomodocunque enim ea interpretemur ,
abſurda eſt eorum fenten- tia ) oftendam tamen , aduerfarium ſibi in hac
difputatione non conſtare . Iam vidimus cum per principia demonſtrationis
intelligi velle ſolam eius materiam : attamen ſi verum eſt eum in fuis logicis
difputationibus libro nimirum ſecundo , capite o & auo , intendere quòd
poſtquam actu fit de demonftratione tum quo ad materiam , tum quo ad formam
videatur agi de eductione de finitionis accidentis , neceſſe eſt , ibi eum per
principia demonſtrationis non ſolú intelligere ma teriam , fed & formam .
Nam ibi formam demonſtrationis non nominat , ſed ſolum vfurpat no- men
principij . inquit enim : Verum de conditionibus principiorum potiſſime
demonftrationis per fe agit in primo libro , eiſque in fecundo nullas
prestantiores addit : ergo in primo libro per ſe quoque fimul agit de
definitione , qua ex potiffima demonſtratione elicitur : Si igitur per
principia demonftrationis his verbis modo citatis intelligit materiam & formam
, cur nolit ijſdem me verbis idem intelligere ? fin au tem materiam tantum ,
curergo in hac ſua propugnatione hoc negat ? inconſtans ergo , & fibi
repugnans eſt aduerfarius . Eft & alia repugnantia in di & is
aduerlarij multo maioris momenti , quam poftea confiderabimus , cum eius
refponfionem cófutauerimus in hac propugnatione al- latam . Reſponſio autem
aduerfarij ad noſtram reprehenfionem hæc eſt : Quamuis ( inquit ) in prioribus
duobus libris phyſici anditus lizio egerit de principijs corporis naturalis ,
non propterea fe- quitur ve in ijs quoque de communibus corporis naturalis
affectionibus neceßario agere debuerit , quoniam communes illa naturalis
corporis affectiones non funt eius principiorum affectiones , ideo in
distinctis libris de ijs omnibus agendum erat . at definitio , que ex
demonstratione elicitur , eadem eft , ac demonſtratio ſolo ſitu ab ea differens
, & c . At contra . Dato , etiam definitionem accidentis eſſe affe &
ionem principij ma terialis ipfius demonſtrationis : cum principij eius
formalis affectio non ſit , immo ab eo maxi- me difcrepet : ergo non fuit
neceſſe ( vt putat aduerfarius ) antequam cognofceretur definitio ac cidentis
in primo poſter . agi de forma demonftrationis , cum non fit eius affe & io
, ſed ſatis fuit egiſſe primum de eius materia : vel vbi de vtroque principio
atum fuit , erat expreſſe agendum de de de definitione accidentis , &
oftendendum quatenus differrt a principio formali ipfius demon- ſtrationis .
Præterea dato ( vt diximus ) definitionem accidentis eſſe affectionem principij
ma- terialis demonftrationis , adhuc non ſequitur , ergo de ea ſeparatim
agendum non erat . immo verò agendum erat de ipſa ſeparatim , per ſe , &
expreſſe , vt cognofceretur & vt definitio forma liter , & vt paſsio principij
materialis ipfius demonftrationis , cum quo licet realiter conueniat , tamé ab
eo formaliter difcrepat , cum definitio formam habeat propriam , quæ forma non
ineſt in ipſa materia demonftrationis , aut in demonftratione ipſa , niſi
potentia : Vt hinc inferri liceac primo pofteriorum de accidentis definitione
ſolum agi poteſtate , non actu , quoniam ibi de de- monftratione tantum agatur
a & u . demonſtratio autem actu eſt potentia tantum definitio teſte
Auerr.fecundo poſter.com . 38. Iure igitur conſequentiam illam reprehendimus ,
in primo po ſteriorum agitur de demonſtratione , ergo in eo agitur de
definitione actu , cum demonftratio fit definitio potentia , non actu . Sed
reuera definitio accidentis eſt proprietas ( fic enim eam vocat Auerroes ) non
principiorum , ſed demonſtrationis ipſius , quæ proprietas eſt huiufmodi , vt
non appareat , niſi mutata forma ſubiecti , & in aliam formam conuerſa (
quæ quidem conuerfio ſe- cundo pofteriorum declaratur , non primo ) ſi modo
ſubiectum proprie vocanda eſt demonſtra- tio huiufce
proprietatis.neque.n.demonſtratio proprie eſt ſubiectu definitionis accidentis
, nifi hoc nomé per analogia quandam de re hac vſurpemus . Propterea ne ob
factam a nobis in Cri- ticis comparationem inſtrumenti demonſtratiui cú corpore
naturali falſo putet aliquis vtruque effe fubiectum eiuſdem rationis , &
idcirco eandem omnino in vtriufque rei tractatione metho- dum feruari , is
meminerit corpus naturale ( quod uox indicat ) eſſe a natura , demonſtratio-
nem autem ab arte , proinde illud vere ſubiectum dici , de quo paſsiones
demonftrantur , hanc autem vocari fubiectum per analogiam quandam : quamobrem
in phyſicis naturale corpus : cognofcendum exhibetur ordine compoſitiuo , at
verò demonftrationis conftru & io primo po- ſteriorum traditur ordine
reſolutiuo , qui quidem ordo proprius efle videtur artium , vt fuſe probatum
eft a viro clarifsimo in libris de methodis . Quare non mirum fi in tractatione
de demonftratione primaria eius proprietas , quæ eſt conclufio , præcognofcitur
præmiſsis , quæ eius principia funt . conclufio enim reſpectu præmiſſarum , dum
de compoſitione inſtrumenti fyllogiftici fit fermo , finis habet rationem ,
finis autem in arte neceffario præcognofcitur . Proinde falſa videri poteft
argumentatio , qua hic vſus ſum , niſi ſano modo intelligatur , vide- licet ,
Principia præcognofcuntur affe & ionibus , ergo inſtrumenti demonſtratini
principia præ- cognofcuntur ipfius inftrumenti proprietatibus . poffet.n .
reſponderi id minime effe verü , tantu enim abeft vt id eueniat in tractatione
de inſtrumento demonſtratiuo , vt potius illæ eius prin- cipijs præcognofcatur
, fi quidem in eius tractatione ſeruari debeat methodus reſolutiua , ob id
aduertendum eſt , in cognofcendo inſtrumento , de quo in arte præcipitur , duas
methodos ſer uari poſle , vnam , qua doceamus , ac doceamur inftrumenti ipfius
conſtructionem , & hanc effe methodú propriam ipfius artis docentis , quæ
cum ad opus dirigatur , eius eſt munus potiſsimu docere finis illius
adipiſcendi rationé : quæ quidé ratio traditur ordine reſolutiuo : altera vero
methodum in arte ſeruari poſſe huic contrariam , qua ſcilicet effe & um iam
, & abſolutú eius ar- tis inſtrumentum poffumus vt opus quodda perfectum
cótemplari , cum eius proprietates om nes cognofcere volumus , eaſque potifsimum
, quarum notio nihil ad inuentionem principiorú conducebat , neque cognofci re
& e poterant , nifi cognitis principijs . Hæc vero ſecunda metho dus vocari
poteſt nó cópofitiua , ſed potius fimilis cópoſitiuæ , qua quidem methodo
contépla- ri poffumus vnumquodque non naturæ tantum , fed & artis opus .
Qua habita diſtinctione ) ( eſt autem hæc diftin & io & apud virum
clarifsimum prioris libri de natura logicæ cap . 15 . facillime quiſque
intelliget methodū ab Ariftotele feruatam in libris de demonftratione.in ijs
enim primum Ariftoteles a notione finis demonftrationis , nimirum quæfiti
complexi , quæ eſt ſcientia conclufionis , omnia demonſtrationis principia ,
& conditiones inquirit . ijs autem per reſolutionem inuentis tandem lecundo
poſter . agit de præſtantiſsimo eius effe & u , quam Auer roes proprietatem
demonſtrationis vocat , nimirum de difinitione accidentis , quæ elicitur ex
demonftratione . Hæc autem cognofcenda non fuit , antequam conſtrueretur
demonftratio vt & ab aduerfario ipſo ſupponitur , ob qua ſuppoſitionem
argumentatio in eum noſtra validiſsi- ma eft . Quæ quidé proprietas , vt
perobſcura , pluribus explicanda fuit , & vt fructus demon- ſtrationis
præſtantiſsimus , exactè cognoſcenda , ſicuti diximus prioris Critici capite
quinto . Reliquum eſt verepugnantiam in di & is aduerfarij ( quod polliciti
ſumus ) oftendamus . Ipfe.n. B libro libro ſecundo diſputationum logicarum
cap . ix . & xi . ait de definitione omni tum accidentis , tum ſubſtantiæ
ab Ariftotele agi in ſecundo poſteriorum : at vero in hac ſua propugnatione ro
tundo ore inquit , in ſecundo poſteriorum de ſola agi definitione ſubſtantiæ .
En aduerfarij ver ba ex nominatis capitibus nono , & vndecimo . inquit cap
. 9. Ex Aristotelis fententia duo de qualibet fpecie confiderare debemus ,
ſubſtantiam fcilicet , & accidentia propria . qua omnia non vno , ſed
duobus instrumentis cognofcuntur , demonftratione accidentia propria ,
ſubſtantia vero , seu eßentia defini sione . de demonstratione egit Arift .
primo poſter . libro , & in fecundo ipſiuſmet philofophi , & Auer.testi
monio de definitione pertractatum eft , vt eſt inſtrumentum a demoſtratione
formaliter contradistinctum , notam faciens queſtionem Quidfit , & rei
ſubſtantiam . capite autem vndecimo hæc verba declara- rans inquit : Quando
dicimus ſubſtantiam definitione , & accidens demonftratione cognofci , per
ſubſtan- tiam tam accidentis , quam ſubſtantie propriè dicte effentiam , per
accidens autem eius inherentiam intelli- gimus . Ergo ſi ex eius fententia in ſecundo
poſter.agitur de definitione, vt eſt inſtrumentum co- gnoſcendi tum ſubſtantiam
proprie dictam , tum accidens , quoad quid eft , in ſecundo igitur agi tur non
folum de definitione ſubſtantiæ , fed & de definitione accidentis . Idem
ſecundi capite 15. id clarius enunciat inquiens : Cum potiſſima demonstratio ex
conclufione , & principio compona- tur , in ca refoluitur . quare illa
definitio ex fententia Auerrois tractatur in fecundo poſt . in quam refoluitur
demonſtratio ; verum demonstratio , de qua agitur in primo , reſolustur in
fubiecti , eiuſque propriorum acci- dentium definitionem , ergo ex mente
Auerrois in fecundo poſt . libro tractatur effentialis vtriusque definitio ,
Subiecti fcilicet , & eius paſſionis demonstranda . Contrarium tamen
aſſerit aduerfarius in hac ſua propugnatione inquiens : Sicuti in libro primo
poſter . ex præceptis ab Ariftotele ibi aßignatis actu co- gnofcitur
demonftrationis constructio , ita etiam actu cognofcitur tota propriorum
accidentium definitio , in confecutione cius ex demonftratione eductio ,
frustra igitur per fe a philofopho tractatur in libro fecundo poster.in quo ex
fententia commentatoris de eadem definitione per ſe agitur , de qua tractatur
in primo , diuer Sa tamen ratione . nam in primo de ea agitur vt dicit propter
quid , in fecundo vero vt dicit quid . fed definitio , quam philofophus
confiderat in vtroque libro , est ex Auerroe , demonftrationis principium ,
& medium , cum in proemio primi poſter . velit Aristotelem in vtroque libro
eafdem propofitiones ſpeculari , diuerfa tamen ratione ; non potest igitur
efſſe definitio , que ex demonstratione elicitur , quoniam demonſtrationis
propoſitio , principium , & medium huiufmodi definitio nunquam effe poteft
, cum ea fit ipſamet demonstratio fola termi- minorum pofitione differens .
Negat hic aduerfarius quod afferuit in ſuis difputationibus logicis , nempe in
fecundo poſter . agi de definitione ſubſtantiæ & accidentis , cum hic dicat
in ſecundo agi folum de definitione ſubſtantiæ ( quæ eft principium , &
medium demonſtrationis ) non auté de definitione accidentis , quæ eſt
demonſtratio ſola terminorum poſitione differens . Vtauté caput hoc tandem
concludamus , ex ijs , quæ di & a funt aduerfus reſponſionem aduerfarij ,
infer- re poffumus nos rede aduerfarij conſequentiam ridiculam exiftimaſſe ,
nimirum , in primo po- ſteriorum agitur de principiis demonſtrationis , ergo in
eodem dumde principijs agitur , aut ſta tim vbi a & um fit de principijs ,
neceſſario , & confequenter agitur de eius proprietatibus .Refponfionem
aduerfarij ad rationem quandam , non ex alienis , fedex proprijs eius
fundamentis allatam videri . Orum ſequitur ſententia aduerfarius , qui
exiftimant in ſecundo poſter.agi de de- finitione , vt de inſtrumento
notificante rerum eſſentiam , fiue quidditatem , & ra- tionibus quinque
contra hanc fuam fententiam a ſe capite 10. libri ſecundi logi- carum
diſput.relatis fingillatim reſpondet capite 11. Earum tertia hæc eft : Si in
Secundo post , ageret philoſophus de definitione tanquam de instrumento a
demonstratione diſtincto , liber ſecundus deberet præcedere primum , quare
philoſophus eſſet inordinatus . probatur conſequen tia : Queſtio Quid fit
precedit queſtionem Propterquid fis ex Aristotele in ſecundo poſter.nam
Propterquid fit præfupponit Quale fit , et hoc plupponit Quid fit , ergo
Propterquid fic præfupponit Quid fit.igitur Quid fis præcedit Propter quid fit
. Sed Quid fit , ad definitionem , de qua agitur in fecundo , & Propter
quid fit ad de- monftrationem pertinet , de qua agitur in primo ; ergo liber ſecundus
pofteriorum præcederet primum , quare philofophus effet inordinatus , fi in
fecundo ageret de definitione tanquam de inftrumento a demonftratione 2 contra
contradiſtincto . Cui rationi fic reſpondet aduerfarius : Pro ſolutione tertiæ
rationis aduertendum eft , Quid , & Propterquid confiderari poſſe vel ex
rei natura , id eft in ſe , vt talia quæfita funt , vel ex noſtro modo
cognofcendi: fi confiderentur primo modo , abſque vllo dubio Quid precedit
Propterquid , co quia Pro- pter quid fupponit Quale , & hoc fupponit Quid :
fi vero conſiderentur fecundo modo , Propter quid prace- dit Quid , cum per
Propterquid ducamur in cognitionem ipfius Quid tam substantia , quam accidentis
pro- prij , fed huius per ſe , illius verò per accidens . Præterea accidentium cognitio
, quæ per Propterquid habe- tur , multum confert ad cognofcendum Quid . Hoc
pofito , formaliter ad rationem reſpondemus , negando con- fequentiam . Ad
probationem primo dicimus illam ex rei natura eſſe veram , ex noſtro autem modo
cogno- fcendi , quem refpexit philofophus , eſſe falfam . Tertiam hanc rationem
, cui refpondet aduerfarius , va- nam eſſe diximus prioris Critici capite ſexto
, propterea quod ex rerum cognoſcendarum habi tudine inter fe , & refpe
& u colligit habitudinem inter ſe inſtrumentorum ad res ipſas cognoſcen das
in logica conſiderandorum , vt quia prior natura eſt vna res altera ' , prius
agi debeat de in- ſtrumento cognoſcendæ rei prioris , quam de inſtrumento
cognoſcendæ rei poſterioris . Quod non ſequitur . Cum enim triplex habitudo
reperiatur , cuius in præſentia ratio fit nobis haben- da , vna , quæ in rebus
, alia , quæ in ſcientijs rerum ſpeculatricibus , poſtrema quæ in facultatibus
inſtrumentarijs locum habet , in quibus inſtrumenta docemur , quibus in
ſcientijs vtamur ad re- rum comparandam cogitionem , non debet vna habitudo cú
alia confundi . In rebus enim prior eſt ſubſtantia modis omnibus accidente ; in
ſcientijs non item , accidens enim in ijs confuſa ſalté cognitione præcedit
ſubſtantiam.in logica autem , in qua neque accidentia cognofcere propoſi - tum
eſt nobis , neque ſubſtantias , ſed tantummodo inſtrumenta cognofcendi
ſubſtantiam , & ac cidens , ſola ſpectatur habitudo inter inſtrumentum
cognoſcendæ ſubſtantiæ , & inter inſtrumen- tum cognofcendi accidentis ,
non inter accidens , & ſubſtantiam : iuxta quam habitudinem illud prius
dici debet , quod fit cognitu , & fabricatu facilius , illud poſterius ,
quod oppofito modo ſe habeat : ita vt ſi inſtrumentum cognoſcendi accidentis
fit fabricatu facilius quam inftrumentum cognofcendæ ſubſtantiæ , licet
ſubſtantia re ipſa prior fit accidente , tamen prius dici debeat in logica
inſtrumentum cognoſcendi accidentis quam inſtrumentum cognofcendæ ſubſtantiæ ,
& de illo prius , quam de hoc agendú fit , & contra . Neque igitur
ratio ab aduerfario ſoluta efficax eft , quia ex habitudine rerum
cognofcendarum infert habitudinem inſtrumentorum ad res illas cognofcendas
conftruendorum ; neque aduerfarij ſolutio vera , cum & ipfa confundat
methodű ſcientiarum in cognoſcendis rebus cum methodo inſtrumentorú , quibus
utamur in ſcientijs , dū agitur de eorum conſtructione . Diftinguenda enim funt
hæc omnia . Dixi ergo non fuiffe ab aduerfario reſpondendum ideo prius in
logica de demonftratione præcepta tradi , quam de de- finitione , quia prius
cognofcamus accidens , quam ſubſtantiam , ſed quia demonftratiuú inftru- mentum
fit inſtrumento definitiuo prius ordine non applicationis , fed conſtructionis
, & c .. Ad hæc autem reſpondet aduerfarius inquiens : Erraßem profefto ſi
ex fententia mea rationem illam tertiam foluiffem . eam itaque rationem ab eius
auctorum fundamentis non recedens , co modo diffoluere volui , ne cavillandi
locum eis relinquerem.exiftimabant enim ipſi logicum inſtrumenta ſciendi
tractantem , in ijs con- ftruendis ea vti methodo debere , qua vtuntur fcientia
instrumenta illa applicantes : hinc eft , vt ad probatio- nem negata
confequentiæ illius tertiæ rationis dixerim , eam ex rei natura eſſe veram , ex
noſtro autem modo cognofcendi , quem ex corum fententia refpexit philoſophus ,
effe falſame que quidem dictiones , nimirum : Ex corum fententia : fubintelligi
debent , quamuis ibi aftu non fuerint expreſſe . An ex propria fententia ter
tiam illam rationem , an ex aliena ſoluat aduerfarius , eius verba ſolutionis ,
quæ fupra retulimus , ſatis oftendere poffunt . Legat quiliber , &
perpendat ea verba , ac poſtea iudicet , an ita accipien da fint , vt accipi
vult aduerfarius.ego enim ab eius ſententia , quiſquis ille fit , non prouocabo
. Sed inquit aduerfarius ſubintelligi in ſuis verbis debere illas di &
iones , nimirum : Ex eorum fen- tentia : optima vero foluendi ratio . At hoc
modo facile eft omnia foluere , & abſurdiſsima quæ- que di & a tueri ;
addendo enim aliquid , aut demendo , quicquid dixeris nullo negotio defenſare
poteris . Nectamen hac verborum intercalatione effugit aduerfarius
reprehenfionem . Nan- que illius tertiæ rationis auctor clamat ſe nolle ( quod
ipfi aduerfarius imponit ) philoſophú in tractatione de inſtrumentis ſciendi ,
refpicere debere noſtrú modú cognoſcendi , ſed argumétan- do probat eum fequi
debere rerum inter ſe habitudinem naturalem , fic enim argumentatur : Quid
præcedit Propterquid , ſed de ipſo Quid agitur in ſecundo poſteriorú , & de
Propter quid in primo , ergo fecundus præcedere deberet primum , ergo
philoſophus inordinatus : At ucro Ba Quid ( vt ipſemet aduerfarius noſter
fatetur ) præcedit Propter quid , ex rei natura , non ex noſtro modo
cognoſcendi : non ergo ex ſententia autoris illius tertiæ rationis philoſophus
refpicere debuit modú cognoſcendi noſtrú ; ( vt cóminiſcitur aduerfarius ) ſed
rerú natura.vel ipſe innuere debebat quo in loco , qua in tra & atione ,
quo libro tertiæ rationis auctor oftendiſſet ſe exiſtima- re philoſophū
reſpicere noſtrum modú cognoſcendi , non aut natura rei , & ordine in rebus
exi- ſtentem : & monſtrare eŭ ſibi ipſi repugnare , cú alibi dixiffet a
philoſopho reſpici noſtrú mo- dum cognofcendi in tra & ione de inſtrumentis
logicis , nunc vero in hac ſua ratione deſumat ar- gumentum ab oppoſito , nempe
a natura rerum , & ab ordine in rebus exiſtente . Quod cùm ad- uerfarius
hic non faciat , exiftimare licet hanc reſponſionem eſſe eius commentű ad
effugienda reprehenfionem noftram prolatum . Quas igitur in hac ſua
propugnatione prolixe cómemorat inſtantias aduerfarius , quæ ab autore tertiæ
rationis afferri poterant , inherendo huic principio , quod ſcilicet
philoſophus in libris poſteriorum fit ſecutus noſtrú modú cognoſcendi , non
rerum naturam , eas de induſtria prætereo , cum locum non habeant , fi quidem iam
oftendi non effe ve- rum huic principio inhærere illius tertiæ rationis au
& orem : ac preterea nullius illæ fint roboris ; vt ijs commemorandis ,
& foluendis difputationem hanc producere putidū videatur . Sed vt con-
cedamus auctorem tertiæ rationis in aliqua ſua tractatione hoc ieciſſe
fundamentum , quod ſci- licet philoſophus refpiciat noftrum cognoſcendi modum ,
ac ponamus etiam id , tamquam notū ab aduerfario innui non debuiffe , quod
tamen notum non eft : adhuc reprehenfionem non cua- dit aduerfarius , qui
defendens , in ſecundo poſteriorű agi de definitione , rationes argumentan-
tium , & oppugnantium ſoluat ex eorum fundamentis in alijs ipforum
difputationibus , actrata tionibus cóftitutis . potius enim ex proprijs eas
fundamétis ac principijs ſoluere debuit . hic enim eſt mos defendentium.vti
enim aduerfarij fundamentis in difputando potius ad oppugnantem pertinet , quam
ad defendentem , vt eum magis coarguat . Sed certe aduerfarius noſter eam folu-
tionem ex propria ſententia attulit , quod indicant modi illi loquédi , quibus
vtitur , nempe : Pro folutione tertia rationis aduertendum est , Quid , &
Propterquid dupliciter confiderari poffe & c . & : hoc pofito ,
formalicer ad rationem refpondemus , & c . Verű adhuc reſpōdet aduerfarius
inquiés : Tertiam aute illam rationem ex propria fententia non foluiffe me
argumentum effe poffet , tum quia a logici operantis confi- deratione externum
logica finem remoui , tum etiam , quoniam alibi , & præcipue libro fecundo
logicarum di- ſput.reddens rationem , quare philoſophus in poſter.prius de
demonstratione , quam de definitione egerit , dixi ab Ariftotele id factum eſſe
propterea quod demonstratio est instrumentum efficacius notificans , quam defi-
nitio , non confiderando corum instrumentorum habitudinem ad nostram rerum
cognitionem , fed foluminter fe . Hoc argumentum aduerfarij nullius eſt momenti
. Primum enim non ſequitur , quia rationé alia alibi reddidit ordinis ab
Ariftotele ſeruati in libris poſteriorum , idcirco ſolutionem tertiæ rationis a
ſe allatam ex propria ſententia non fuiſſe , ſæpe enim contingit , ut ad
argumentum , & ad quæfitum aliquod plures afferamus ſolutiones , &
reſponſiones ex propria ſententia , ac tum maxime , cum non facile quæ earum
potior fit , & ad foluendam difficultatem aptior , diſpicere valemus : vt
facile in præſentia contigit aduerfario , qui non folum eam attulit , quam
retulimus folutionem ad tertiam rationem , fed & aliam , quam eodem capite
eſt videre , & præterea hanc , quam hic ipſe comemorat vt ex propria
ſententia prolatam . Dicere etiam poffumus hoc argu- mento no magis probari id
, quod ipſe vult , qua illud , népe eű eſſe incoſtanté , & fibi repugnare .
Sed age videamus an maior , minorue notificadi efficacia fint differétiæ
inſtrumétorú ſciēdi put a rebus auulſa inter ſe coparātur , nullo ad noſtra
rerú cognitioné habito reſpectu.ego.n.potius cótra exiſtimo .
Ecce.n.Notificandi vis , aut efficacia maior , aut minor año concipi neutiquá
pót , niſi cú intrinfeca relatione ad ipſum notificabile , quod eſt eius correlatiuum
, ad ipſas nimirú res notificandas . inſtrumentum ergo efficacius notificans
illud efle animo concipimus , quod rei notificabili applicatú eam efficacius
notificat . At vero agi de hoc inſtrumento prius , quiz efficacius rem
notificat , quam de illo , quia non tam efficaciter notificat , eſt agere de
inſtru- mentis ſecundum ordinem , iuxta quem rebus applicantur cú eas
cognofcere volumus , hoc eſt ſecundum ordinem noftræ ipfarum rerum cognitionis
, cú enim res ipſas cognofcere volumus , applicamus ijs prius inſtrumentum
efficacius notificans , deinde minus efficax . prius enim de- monftratione
vtimur , deinde vero definitione tum in accidentibus , tum in ſubſtantijs . in
acci- dentibus quidem prius inquirimus inhærentiam per demonftrationem propter
quid , deinde corume flentiam , educentes eorum definitionem ex demonſtratione
: in ſubſtantijs auté prius carum earuin quidditatiua prædicata venamur per
demonftrationem Quia , deinde vero definitionem aſsignamus . prius ergo vtimur
inſtrumento cognoſcendi accidens , quod eſt demoſtratio , dein- de vero
inſtrumento cognoſcendæ ſubſtantiæ , quod eſt ex aduerfarij ſententia definitio
. Quare aduerfarius in hac ſua ratione non confiderat ſolam habitudinem
inſtrumentorum in- ter ſe , quatenus hoc inſtrumentum eſt illo fabricatu
facilius , aut difficilius , fed confiderat corú potius reſpectum ad noſtram
rerum cognitionem . Quare coincidit hæc eius ratio cum folu- tione tertiæ
rationis , quam ex aduerfarij ſui fundamentis ſe attuliſſe profitetur . Erat
aliud ar gumentum ordine prius , quo probabat aduerfarius ſe tertiæ rationis
ſolutionem non ex pro- pria ſententia produxiſſe , nimirum quia finem externum
a logici operátis confideratione re- moueret . Primum fieri
non poteſt vt logicus operans non confideret finé externum . Niſi enim
cognofcatur , immo & præcognofcatur a logico operante , duo eſſe , quæ
ſcire volumus , ſubſta tiam , & accidens , ſcire non poterit quot
inſtrumenta ſciendi fabricaturus fit , & qua ratione fa bricaturus , quare
nec ea fabricare : Deinde miror aduerfariú hæc dicere , qui non alio argu-
mento probauerit ſecundo libro logicarū diſput.duo ſciendi inſtrumenta tradi in
libris poſte- riorum , quam quòd duo ſunt , quæ ſciuntur , ſubſtantia , &
accidens , ſcientia vero ſubſtantię , & accidentis funt logicæ , &
logici fines externi : quomodo ergo poffunt hi fines a logici operan tis
confideratione remoueri ? Immo ipſe aduerfarius logico vt logico finem externum
logica neceffario cognofcendum exhibet , cum in definitione logicæ finem eius
externum collocet , quod capite decimo primi libri diſput . logicarum eſt
videre . Quid ? Ariftoteles primo
po- ſteriorum condiciones demonſtrationis , cuius ibi docet conſtructionem ,
non ne inquirit , ac venatur a notione finis externi , nempe a definitione
ipfius ſcire ? Sed de his fatis , ac fortaffe nimium . Auerroem dicentem finem
demonstrationis eſſe definitionem accidentis , non poffe per finem intelligere
vltimum , in quod demonſtratio refoluitur . I crv meſt a viro clarifsimo capite
1 7. quarti de methodis finem vltimum de- monftrantium eſſe a demonftratione
definitionem accidentis colligere om- nibus numeris abſolutam : idque Auerrois
auctoritate confirmari pluribus in locis ſequenti cap . 18. afferit . Loca
Auerrois præcipua ibi commemo- rata hæc funt : ſecundo poſter . comm . 38. vbi
inquit : Tibi autem expedit fcire quòd intentio ſcientie de demonstratione eſt
ſcientia definitionis , & quod id , quod hic commonftratur , quod
demonſtrationes fint definitiones in potentia , eſt huius libri : quicquid
autem eſt in primo libro , eſt pro pter id , quod in hoc libro commonſtratum est
: Primi poſter.comm . ij . vbi inquit : Hoc genns demon- ftrationis ( nempe
potissime ) continet in ſe potentia ipsũ quaſitu quid eſt , quæ eſt definitio
ipfius : quam vtiq ; natura deſideramus , & eius gratia defideratur
ſcientia cauſſari : & quæfito decimo , vbi inquit : he aute funt primo
intenta in hoc libro , cùm ipſa verificatio , hoc est , notitia , an eſt , ſit
propter formationem , hoc est propter notitiam ipfius quid est , & finis
fit ipsa formatio . rotundo his locis ore dicit Auerroes defini- tionem
accidentis eſſe finem demonſtrationis . Ad hæc igitur aduerfarius ſecundi
diſput.logi- carum libri cap . 15. reſpondet : Cum potissima demonstratio ex
conclufione , & principio compona- tur , in ea refoluitur . Quare illa
definitio ex fententia Auerrois tractatur in ſecundo poster . libro , in qua
refoluitur demonftratio , verum demonstratio , de qua agitur in primo ,
refoluitur in fubiecti , & cius proprio rum accidentiu definitione , ergo
ex mente Auerrois in fecundo poster . libro tractatur effentialis vtriufq ; de
finitio , fubiecti ſcilicet , & cius pafsionis demonſtranda , quare optime
afferit Auerroes que difta funt in primo eße dicta propter fecundum . Quam ego
aduerfarij reſponſionem primi Critici . re- prehendi , Quoniam quod dixit Auerroes
, nempe , definitionem eſſe finem demonftrationis , cu us cauffa fit
demonſtratio , ipſe interpretetur , definitionem eſſe vltimum , in quod
reſolua- tur demonſtratio.quod ridiculum eſt . Auerroes enim per finem non
intellexit vltimum reſo- lutionis , ſed vltimum perfe & ionis , ac
dignitatis , nempe illud , cuius gratia , hoc eft cauffam fi- nalem . vltimum
enim reſolutionis eſt pars , quæ tantum abeſt , vt fit id , cuius gratia , vt
contra ipſa ordinetur ad totum , tamquam ad finem , fic elementa , ex quibus
componitur vniuerfum , B3 & in & in quæ refoluitur , vel
conſiderentur vt partes vniuerſi componentes , vel vt partes , in quas fit
refolutio , numquam appellari merentur finis vniuerfi , finis nimirum , cuius
gratia . Refponder in ſua propugnatione ad hanc reprehenfionem aduerfarius:
Quod in compofitione eſt primum , id in refolutione est vltimum . partes igitur
integrantes , vel componentes duplicem habent ad compofitum ha bitudinem , vel
quatenus id ex ijs constituitur , & tunc primi , vel principij rationem
obtinent , vel quate- nus id in cas refoluitur , & tunc vltimi rationem
habent , etenim in eas compoſiti reſolutio , veluti in vltimum
serminat.quapropter concluſio , & principium , quæ funt due definitiones
demonftrationem componentes , dum in cas demonstratio refoluitur , vltimum funt
demonstrationis , non tamen vltimum demonftrantium.ete nim demonstrantium
vltimum est , eductio definitionis accidentis ex demonstratione , inqua . bec
eft corum vlti mum , hanc enim ob cauffam demonftrationem efficiunt.at vero
demonftrationis vltimum effè non potest edu Elio definitionis accidentis , cum
in eam totam refolui demonstratio non pofsit.id enim , in quod aliquid refol-
uitur , eius pars effe debet , non totum , at vero accidentis integra definitio
eſt tota demonftratio . Quando ergo inquit Auerroes definitionem effe finem
demonftrationis , per finem intelligit non quoduis vltimum , fed Supremam
ipfius perfectionem . Proli Deum immortalem quid ergo audio ? nemo non
intelligit me in eo id reprehendiffe , quod verba Auerrois dicentis finem
demonſtrationis efle definitionem accidentis , & ob eam eſſe
demonftrationem , ita intellexerit , vt per finem acceperit partes de
finitionis , in quas demonſtratio refoluitur , cùm non partes , ſed integram
definitionem intel- * lexerit Auerroes , propter eam enim tamquam propter finem
eſt inuenta demonſtratio, non propter partes in quas reſoluitur . dum euim
confideramus eas vt partes , earum potius finis eft demonftratio ( finis ,
inquam , cuius gratia , nam de eo loquimur ) quatenus ex ijs vt totum con- ſtat
, quam eæ demonftrationis . Ipſe igitur oftendere debebat ſe recte Auerrois
loca eſſe in- terpretatum , & finem in ijs Auerrois locis , ſignificare
vltimum , in quod refoluitur demonſtra- tio : is tamen nihil minus agit . Sed
inquit omne id , in quod aliquid reſoluitur , poſſe dici vltimű . quorfum hoc ?
quis id ei negat ? quin etiam concedam id ipſum poſſe dici finem . ſequitur ne
ex hoc igitur id eſſe finem , cuius gratia ? de quo ego loquutus ſum . At
inquit ab Auerroe integra accidentis definitio dicitur eſſe finis
demonſtrationis , hoc'eſt eius fuprema perfectio . Ita ne ? cur igitur ipſe
Auerrois interpretans verba in logicis diſput . . a nobis commemorato , per
finem demonſtrationis intelligit vltimum , in quod demonftratio reſoluitur ,
nempe conclu fionem , & principium , ſi Auerroes per finem ibi intelligit
totam accidentis definitioné , quæ eſt demonftratio fitu differens ? Si igitur
definitio eſt ſuprema perfe & io demonſtrationis , eſt finis cuius gratia
fit demonſtratio . finis enim obtinet rationem perfectionis , & nobilioris
, optabi- lioris in sumaq ; melioris , vt habemus ex Ariftotele initio primi
Ethici . Negat vero adueſarius definitionem eſſe finem demonftrationis , hoc
eſt eius vltimum , fatetur tamen eam eſſe vltimű demonftrantium quia
demonſtrationis ſolum intereſt aggenerare in nobis ſcientiam conclufio nis . in
hoc etiam fallitur , nam definitio accidentis & demoſtrationis , &
demonftrantium finis dici poteſt , finis tamen externus : demonſtrationis
quidem , quia licet demonſtratio nobis lar- giatur ſcientiam conclufionis qua
demonſtratio eſt , nihil præterea ; ipſa tamen ob accidentis de fininitionem
tam quam ob vltimum finem excogitata eſt , ita vt definitio accidentis dici
poſsic demonftrationis cauſſa finalis , ac proinde finis , accipiendo finem pro
cauſſa finali , vt fæpe acci pi ſolet , demonſtrantium autem finis dici poteſt
duobus modis , primum accipiendo finem pro caſſa finali , tum autem dicemus di
& am definitionem eſſe cauſſam finalem , vt ij qui demonſtrat , fint
demonstrantes , & perſonam induant demonstrantium : deinde accipiendo finem
in alia fignificatione finis , nempe pro eo , a quo mouetur agens per
cognitionem : tum autem dice- mus corum , qui demonftrant , quatenus ſciendi
cupidi exactam , & vltimam rei cognitionem quærunt , finem eſſe
definitionem propriæ paſsionis . Ac neſcio cur aduerfarius alibi finem ex-
ternú afſſerat ad artem pertinere , ad artificé nó item , hic autem contra ,
finem externum , nem- pe definitionem accidentis velit ad demonſtrantem
pertinere , ad demonftrationem non item , cùm demonftratio proportione
reſpondeat arti , demonſtrator autem artifici . Inquit etiam aduerfarius , vt
magis rideas , si vellet philofophus definitionem eſſe finem & fructum
demonstra- tionis , cogeretur etiam velle demonstrationem effe finem , &
fructum definitionis , nam definitio non minus in demoſtrationem , quam
demonftratio in definitionem verti potest . Non vides demonſtratio- nem dici
non poſſe finem definitionis , quia demonſtratio generatione præcedit
definitionem : prius enim fit demonſtratio , poſtea educitur definitio , finis
autem generatione vltimus eft.de- inde demonſtratio ordinatur ad definitioné ,
vt ad perfectius , te ipſo aſſertore , qui dixeris definitionem eſſe ſupremam
demonſtrationis perfe & ionem . qui ergo verteret definitionem in
demoftrationem , retrocederet , & imitaretur nepam . Declaratur duplex
reſolutio ab aduerfario non intellecta OTAVIMVS capite vltimo prioris Critici
erratum quodda aduerfarij in calce poſtremi capitis libri ſui ſecundi logicarum
difputationum : in quo explicans titulum librorú poſter . Reſolutor . hæc
fcribit : Declarata prima infcriptionis par te , ad fecunde explicationem
accedimus , dicentes nullam de primo libro inter Aristote lis interpretes
controuerfiam effe : omnes enim cum arbitrantur refolutorium infcribi , quia
ibi philofophus ordine reſolutino potißima demonftrationis principia
perfcrutatur . Non enim quia per ſcrutetur Ariftoteles principia
demonſtrationis ordine reſolutiuo , libros hofce refolutorios ap pellari
communis eſt opinio , verum quia in ijs docet nos Ariftoteles quamcunq ;
conclufionem in principia refoluere , ex quibus inferatur , & nos ad
refoluendum aptos reddit . Longe auté aliud eſt ordine reſolutiuo in ijs libris
vti , ac nos ad reſoluendú aptos efficere . refolutio enim quam nos facere
docet , non eft eadem cum ea , qua procedit Ariftoteles in tradenda do &
rina .. logici inſtrumenti a conclufione ad principia , a conclufione quidem vt
a fine nobis præco- gnofcendo , ad principia autem vt ad ignota per notius
inquirenda . qui quidem proceffus voca- tur ordo , & ordo quidem
reſolutiuus . Diuerfa ( inquam ) eſt illa Reſolutio , quæ denominat or dinem
reſolutiuumabea , qua libri hi reſolutorij vocantur . in illa etenim procedimus
a con- cluſione vt a fine nobis præcognofcendo ad inuenienda principia nobis
ignota , in hac au tem a conclufione vt ignota ad inuenienda principia notiora
, quibus ea nobis ex ignota no- ta reddatur . quæ quidem reſolutio a nobis fit
cum inftrumentum logicum iam ordine reſo- Jutiuo cognitum applicare volumus ad
rem aliquam ignotam cognofcendam : prior autem illa fit , cum eius inſtrumenti
fabricationem addiſcimus . Hæc ibi nos in aduerfarium . Qui in hac fua
propugnatione reſponder , inquiens : Eadem est refolutio , qua philofophus
primo poſter . inueftigat conditiones principiorum demonſtrationis , & qua
docet nos quamcunque conclufionem in principia refoluere , ex quibus inferatur
, nosque ad refoluendum aptos reddit . Quemadmodum enim ordine refolutiuo
illationi iuncto ex effeftu ſuppoſitione noto Ariftoteles notas facit
principiorum demonftrationis conditiones ( inquiens : fi itaque est fcire vt
pofuimus , neceſſe eſt demonstratiuam fcientiam ex veris effe , & c . ) ita
nos in applicanda demonstratione ad rem aliquam ignotam cognofcendam methodo
refolutiua , que cum refolutiuo ordine illationi iuncto concurrit , ex effectu
fcilicet noto aut fenfu , aut alio effectu inuefligamus principia , quorum
operes ignota cognofcatur . in hoc folum differentia eft inter buiufmodi
reſolutiones , quod ea , qua primo poster . Ariftoteles vtitur , inuesligat
ipfe medij , & cauſſe conditiones ' , quibus demonstratio conſtruitur , a
materia enim ſpecificatur fyllogifmus demonftratiuus : ea vero , qua vtimur nos
in applicanda , vt diximus , demonstratione , indagamus eiufdem medij &
cauſſe ipſum effe , vt ex huiufmodi effe cauſſe co gnite methodo refolutiua ,
nempe ex ipfo eße effectus , vel fenfu , vel aliquo alio effectu noto
cognofcere deinde poffimus eiuſitem effectus propter quid ignotum . in vtraque
tamen fit progreffus ab effeftu noto.falfum igitur eft vt refolutiones illæ
fint diuerfa . Sed admittamus nunc eas effe diuerfas , rationi confentaneum non
est , primum pofteriorum ex communi opinione ab ea potius refolutione
reſolutorium infcribi , quæ fequitur ad or dinens refolutiuum , & qua
vtimur nos extra pofteriorum libros , quando demonftrationem iam ordine refolu
tiuo inuentam applicare volumus ad rem aliquam ignotam cognofcendam , quam ab
ea , qua ibi philoſophus vtitur in conditionibus principiorum demonftrationis
inuestigandis , per quam nos ad refoluendum aptos red- dit . Primum in hac
reſponſione eſt erratum , quod aduerfarius eafdem effe vult duas illas reſo-
lutiones , quæ a me diftin & æ fuerunt : fecundum eſt erratú , quod dato
effe diuerſas , non fit ratio ni confentaneu , vt ab illa potius , qua vtimur
in applicanda demonſtratione , qua ab illa , qua vti- tur philofophus in
conditionibus demonftrationis inueftigandis , libri pofteriorum reſolutorij
dicantur . Tandem hæc reſponſio non eft ad propofitum.ego enim aduerfariŭ
reprehendo quod male fit interpretatus communem opinionem de ratione
inſcriptionis librorum pofteriorum . Communis enim opinio eſt hoſce libros
dictos eſſe reſolutorios , quia nos aptos reddant adre- foluendum
. foluendum.ipfe autem primum reſpondet reſolutionem , qua vtitur in hiſce
libris Ariftoteles , & reſolutionem quam nos facere docet , parum inter ſe
differre : deinde inquit non effe conſenta- neum vt ab hac potius , qua ab illa
reſolutione denominentur . Quid enim hæc reſponſio ad rem pertinet ? Aduerfarij
partes erant tueri , comunem opinionem eſſe quòd ab illa refolutione po-
ſfteriorum libri appellati fint reſolutorij , non autem ab hac . Dato enim has
duas reſolutiones ef- ſe ſimillimas , dum non funt vnum , & idem , in ſuo
manet robore noſtra reprehenfio , quòd ſcili- cet aduerfarius non fit recte
communem interpretatus opinionem . Sic etiam dato quòd rationi confentaneum non
fit vt libri pofteriorum ab hac potius , quam ab illa reſolutione denominen-
tur , adhuc non ſequitur eum eſſe recte communem opinionem interpretatum , quæ
eft vt ab ea , quam diximus , reſolutione libri illi titulum ſumpſerint . An
fortè eam facit conſequentiam , ſcili- cet , id non eft rationi conſentaneum ,
ergo non eft communi opinioni confentaneum ? Eſt verſimi le : cùm huius farinæ
effe foleant aduerfarij conſequentia . Confutanda nunc manent duo eius etrata ,
quæ fuperius commemorauimus. Putat ipſe duas iarn dictas reſolutiones effe eafdem
. In quo tota aberrat via , Cùm reſolutio prior fit ordo ipſe reſolutiuus ,
cuius vſus eſt in artibus ex- plicandis , non autem in ſcientijs : at vero hæc
pofterior reſolutio proprie fiat in ſcientijs , oum in ijs propriè
demonftrationes fiant . Præterea reſolutio illa eſt ſpecies ordinis , at vero
hac pro- prie neque methodus , neque ordo eſt , ſed meditatio , &
negotiatio quædam intellectus præcedés mox efficiendam demonftrationem : ex quo
fallitur in eo etiam aduerfarius quod hanc reſolu- tionem vocet demonftrationem
Quia.coar & at enim eam ad illam reſolutionem , quæ fit ante de
monftrationem illam , cuius principia ignota funt , & vt notificentur egent
demonftratione a fi- gno , vel ab effe & u : ego verò ipſam late capio pro
omni reſolutione quamcunque efficiendam de monftrationem præcedente , quare
amplectitur eam etiam reſolutionem , quæ præcedit demon- trationis illud genus
, cuius principia ſunt nota & nobis , & natura , qua demonftrationem
Auerroiſtæ potifsimam uocant , in qua a concluſione ignota ad nota principia
fit progreſſus . In refo- lutione igitur , a qua denominatur ordo reſolutiuus,
ſemper a fine , vt a re notifsima progredimur ad inquirenda principia prorfus
ignota , qui quidem proceſſus eſt a ſimpliciter noto ad fimplici- ter ignotum ,
idcirco in ordine reſolutiuo ſiſtit progreffus in principijs , neque vlterius
tenditur : At vero in ea reſolutione , quæ præcedit efficiendam demonftrationem
, ſecus ſe res habet.vel enim principia inquirenda fint notiora conclufione
& nobis & natura , vel fint notiora natura tantum , progreſſus'in ijs
nunquam ſiſtit , sed ab ijs viciſsim ad conclufionem comincamus , & in ea
tandem fit ſtatus . idcirco terminus ultimus in ſcientijs funt concluſiones ,
in arte autem docen te ſunt principia . In arte igitur principium motus &
terminus , a quo , eſt a fine præcognofcendo , & eius terminus ad quem ,
& quies eſt in principijs . illa enim in arte docente quæruntur . At ve- ro in
ſcientijs principium & terminus , ad quem motus idem eſt . A conclufionibus
enim demon- ſtrandis incipit motus, & no ſiſtit in principijs , ſed
reuertitur ad conclufiones , in quibus tandem ceffat motus.ergo a conclufione
fit progreſſus vt a re ignota , ſi quidem inquifitio non ceffat do- nec ad eam
perueniatur . Et quoniam quærit aduerfarius : Si conclufio est ignota , quomodo
eius ope ratiocinando aliquid inuenire poterimus ? Dico quamcunque conclufionem
ſaltem eſſe notam ante- quam demonſtretur quoad fignificationem ſuorum
terminorum , ſubie & i videlicet , & prædica- ti , quæ dicitur
præcognitio dirigens : inquit enim Ariftoteles primo poſter . de concluſione ,
fiue paſsione demonftranda præcognofci quid nomen fignificet . Quare antequam paſsio demon- ſtretur
, a nobis præcognofcitur quoad quid nominis : hæc aute præcognitio nos dirigere
poteſt ad inquirenda principia . Quoad hanc igitur præcognitionem conclufio
dici poteſt modo quo- dam notior principijs , quoniam autem adhuc neſcitur an
paſsio fit , hoc eſt an inſit ; hoc enim eſt demonſtrandum ; idcirco iure
conclufio dicitur ignota , antequam demonſtretur . atque ignota quidem vocatur
conclufio etiam fi modo quodam præcognofcatur paſsio quod infit , ( cum.f.no
tior eft nobis conclufio , quam principia , ita vt ut ea principia
prædemonſtranda fint nobis ex ipfa concluſione per demonſtrationem Quia ) nondū
enim adhuc perfecte ſcitur , atque exacte , quia nondum per cauffam cognofcitur
, proinde nondum fimpliciter nota dici poteſt . A qua- cunque igitur
concluſione progredimur ad inuenienda principia , vel ea præcognofcatur quoad
quid nominis , vel etiam quòd fit , ſemper ut ab ignota progredimur , quatenus
ad eum finem , & ea mente progreffum a conclufione auſpicamur ut ad eandem
reuertamur , eamque exacte co- gnofcamus , occafio enim huiuſce reſolutionis
eſt ignoratio conclufionis . Venamur ergo princiPia ) ! pia duce ipſa
conclufione ex ea parte , ex qua nobis eſt nota , hoc eft nota ſecundú quid ,
progre- dimur tamen ab ipſa ad inuenienda principia ob eam cauffam , quoniam
ipſa eſt nobis ignota hoc eſt no abſolute & fimpliciter nota . Proinde
recte dixi in refolutione , a qua nominatur ordo refolatiuus , fieri progreſſum
a fine vt a re nota , hoc eſt nó vt exacte cognofcatur finis ipſe , ſed ve
cognofcantur principia eius conſtitutiua , ideoque ad hæc principia fieri
progreſſum vt ad rem ignotam : at vero in reſolutione præuia ad demonftrationem
fieri proceſſum a conclufione vt a re ignota , hoc eft vt a re , quæ nondum
exacte cognita , ſeiri , & cognoſci intenditur , ad principia notiora vel
nobis , & natura , vel natura tantum , vt præcedente corum cognitione,
& ideo per ea tamquam per notiora tandem ipfa concluſio perfecte a nobis
cognofcatur. Posterius erat erratum aduerfarij in hac ſua refponfione, quòd
inquit: & fi demus has duas refolutiones eſſe inter ſe diverſas, non tamen
eſt rationi conſentaneum, vt potius libri poſteriorú vocentur reſolutorij ab
hac reſolutione, quam ab illa, ex qua dicitur ordo reſolutiuus.neque ullam
affert rationé exiſtimationis ſuz, neque vero ullam afferre potuit, ſi enim
potuiflet, vtique attuliſſet. Nobis au tem pro confirmatione cómunis
opinionis in promptu eſt ratio, & quidem optima. Dicimus autem ab ea
reſolutione, quæ in gratiam fit demonftrationis, denominari poſteriores libros
reſolu torios, maxime videri eſſe rationi confentaneum. libri enim inſcribi non
ſolent ab ordine, qui a ſcribentibus feruatur, ſed vel a re ſubieta, vel a
ſcopo, vel ab vtilitate operis, vel ab alia aliqua re. Morales libri a lizio coſcripti
ſunt ordine reſolutivo ij tamen no vocantur reſolutorij , ſed morales : libri
phyſicorum ſcripti ſunt ab eodem ordine compoſitiuo , ij tamen non vocantur
compofitiui , fed phyſici . Tépus me deficiat ſi velim exempla rei huiuſce
ſingillatim com- memorare . Libri ergo poſteriorum refolutorij appellari non
debuere ab ordine in ijs feruato , fed potius ab vtilitate , quam preſtant
nobis ad reſol- uendum aptis reddendis . Ac certe fatuum eſt eos ab or- dine in
ijs feruato inſcriptos exiftimare : vt affir- mare auſim nullum ex probatis
fcri- ptoribus libris ſuis ab ordi ne , quo in ijs ( cribendis vſi ſunt ,
titulum indidiffe : : Defenfionis Prioris Critici FINIS .. DEFENSIO POSTERIORIS CRITICI .
Defenditur Viri Clarißimi factum , quod ad aduerfario reprehenditur . V M vir
clarifsimus priore libro de propofitionibus neceffarijs cap.2.de præ dicatione
de omni pofterior iſtica ſcribens dixiffet eam a prioriſtica differ- re præter
cetera difcrinine quodam a paucis animaduerfo : id autem eſſe , quòd
poſteriſtica ſolam propofitionem fignificat , prioriſtica autem inte- grum
fyllogifmum : & hanc viri clarifsimi poſitionem aduerfarius in ſuis logicis
difputationibus libro.f.tertio , cap.fexto confutaffet ; eam ego aduer ſarij
cófutationein pofterioris Critici capite primo oftendi falſo & abſurdo niti
fundamento , ac dixi me vix credere ré tam abfurdam ab eo cogitari potuiffe .
Ad id igitur in hac ſua propugnatione hiſce verbis reſpondet : Secunda meam
rationem libro 3.cap.6.logicaru di- Sputationum a me difputandi gratia allatam
aduerfus virum clarifsimum , dubitante dictum de omni integru Syllogifmum non effe
, a Critico folutam , eiuſq ; fallaciam optime cognitam fuiffe fateor .
Confitetur igitur aduerfarius in argumentatione ſua fallaciam ſubeſſe , &
ea a me optime eſſe cognitam . At ne id aliquis adfcribet inſcitiæ , inquit eam
a ſe diſputandi gratia fuiſſe allatam . Præclare . Quafi vero logicæ ipfius
difputationes in circulis habitæ , non autem ſcriptis conſignatæ & in
gratiam iu- niorum editæ fint , vt eos non ſophifmatis irretiant , ſed
veritatem veris argumentis doceant . A quo autem didicit aduerfarius philoſopho
in ſeria diſputatione ſophifmatis vti licere ? Sed an hæc eius ratio diſputandi
tantum gratia , an ex propria ſententia ſerioq ; vt vera , ac minime fal lax ei
credita ab eo producatur , eorum , qui verba ipſius perpenderint , eſto iudicium
: Sat no- bis eſt , huc vſque aduerfarium a veritate coa & um fallaciam
argumentationis fuæ fateri , ac pro inde tantum nos in logicis profeciffe
exiftimare ſe hac ſua confefsione ſignificare , vt eam falté primoribus labijs
attigiffe videamur , quod ipſe alibi negauit . Nunc quoniam ipſe ſua faſſus
calumniam , vt nos vicissim remordeat , ſuas in me , atque in virum clarifsimum
animauerfio nes , ac reprehenfiones affert , hæc præfatus : Sed cum Criticus
fcribat ridendam potius effe , quam re- fellendam rationem meam , videamus
aliquantiſper verius fint magis irridenda ſcripta , mea ne , qui me bo- minem
effe fateor , vt vera omnia attingere non poßim , an viri clariſſimi , qui ſi
alienis dogmatibus vt fuis ipfius venditatis nudetur , vereor vt tamquam auis Horatij
rifum excitaturus fit : defenfioné vtriufq ; noſtrum ab ea reprehéfione , qua
nobis reponit , libenter ſuſcipiam ( etfi eam vt a propoſito alie nam omittere
poſſum ) vt omnes intelligant , parem eſſe aduerfarij in propugnando , atque in
oppugnando virtutem , ac ſapientiam . Partiemur autem defenfionem noftram in
partes duas atque in priori quidé ea , quę viro clarifsimo , in pofteriori auté
quæ nobis etiá obijcit , diluemus . Inquit igitur aduerfarius : Audiat ergo
Criticus quid vir ſuus clariffimus , in cuius verba ipse iurauit , Scriptum
reliquerit initio capitis ſexti libri fecundi de methodis . Hactenus aduerfus
alios de diuifione -ИЗНЕС ordinum ordinum ac numero ſatis ſuperque diſputauimus
: nunc nitendum nobis eſt veras inuenire diffe rentias , quibus ordinem in
ſpecies diuidamus , neque dubitandum noſtram in hac re ſententia adducere ,
etſi nouam , & poſt Ariftotelem nemini ad hæc vſque tempora cognitam . Hac
clus noua fententia eſt , vt in eodem capite fe ipfum declarat , duos dari
folos ordines , vnum compoſitiuum , alte- rum refolutiuum.que fententia Iulio
Cafari Scaligero longe ante fuit cognita , vt videre eſt in cap.2.libri pri mi
de caußis lingue Latine , vbi inquit : Sumptam materiam , certiſque limitibus
circumſcriptam videamus quemadmodum perfecte noſſe poſsimus . Duo funt docendi
, totidemque ijdem di- cendi modi : alter , quo quid ſuas in partes reſoluimus
, vt fi nauim ignoranti cuipiam , primum nomen edam , deinde quid fit edifferam
, poſtremo cuius rei cauſſa ſtruta fit , oftendam partibus enumeratis : Hæc via
reſolutoria ab Ariftotele dita eſt.is modus nobis notior eft , quippe totú
ipſum repræfentatum ſpecie primum innotefcit , a quo ad partes indagandas ipſas
poftea duci- mur . Alter modus huic contrarius eſt , naturæ ille quidem notus ,
atque certus , quem coponen- tem dicimus : propterea quod acceptis partibus ,
totum ipſum ædificamus . Galenus fruftra ad- didit tertium , quem definitiuum
vocat , cum tamen a reſolutorio nil differat . Reſoluimus enim totum : at totum
res eſt ipſa definita , definitio autem notio ſpeciei , & c . Quam
fententiam repe- tiuit in libro de fubtilitate ad Cardanum exercitatione 3. Hoc
primo animaduertit aduerfarius . Qui fi intellexiffet quid noui ſe inueniſſe
vir clarifsimus profiteatur cap.6.libri 2.de methodis , fortè non hæc temere
ſcribendo , ſuam patefeciffet inconfiderantiam.non enim ille fibi numeri or-
dinum tribuit inuentionem , compoſitiui ac reſolutiui , ita vt ipſe primus duos
eſſe dixerit , ſed profitetur ſe veras horuin duorum ordinum inueniſſe
differentias diuifiuas , quibus duos effe , non plures argumento non folum
probabili , ſed neceffario concludatur . omnes enim ante ip- ſum , qui de
ordinibus loquuti poſt A riftotelem ſunt , vtrunque ordinem diſciplinæ cuiuis
apta- ri poſle abſque vllo diſcrimine exiſtimarunt , ita vt tum in artibus ,
tum'in ſcientijs non magis refolutiuo vti ordine liceret , quam compofitiuo .
Quod eſſe falſum primus ipſe oftendit , qui ex natura difciplinarum
contemplatiuarum ordinem adinuenit , & conſtituit compofitiuum , ex natura
vero practicarum , ordinem reſolutiuum : proinde contra eorum omnium ſententia
decreuit neque alium artibus explicandis conuenire ordinem , quam reſolutiuum ,
neque alıú ſcientijs , quam compoſitiuum , ac temere vtrunuis eorum vtriuis
difciplinarum generi com- municari , vt & BORDONI (vedasi) ipſe , communem
errorem ſequutus , exiftimauit . Atque id folum pro- fiteri virum clarifsimum
tum ex nominato capite 6. fecundi de methodis ( quinimo ex verbis ip fius ab
aduerfario primum , deinde hic a me relatis , nempe illis : nunc nitendum nobis
est veras in- uenire differentias , quibus ordinem in ſpecies diuidamus , neque
dubitandum nostram in hac re fententiam adducere , & fi nouam , & c . )
tum etiam ex ijs , quæ ab eo dicta funt libri 2. Apologiæ de ordine doctrinæ
cap . 1.luce clarius patet : vbi inquit : id , cuius ego me inuentorem fuiße
libro fecundo de me-- thodis capite fexto profeſſus ſum , non eſt ſolus ipse
per ſe ordinum numerus : fed cum ipfius numeri ratione , qua a folis differentijs
per quas genus in species diuiditur , & qua naturam ſpecierum constituunt ,
fumen- dus est.fine hac ratione quisquis dicat , duos tantum ordines dari , is
ordinum numerum non cognofcit , neque id , quod dicit , intelligit.nam , vt
inquit Arift.in cont . 39. fecundi poſter.rem a cauſſa pendentem fine cauffa
cognofcere , eft eam ignorare potius , quam ſcire , & c . Bonus autem iſte
vir nihil horum confiderans læta fronte pronunciat ; Hæc ſententia Iulio Cæfari
Scaligero longe ante fuit cognita . Vter no- ſtrum ( quod mihi tam fæpe obijcis
) ad pauca reſpicit ? Quid ſecundo aduerfarius notat ? Preterea ( inquit ) in
libro fecundo de natura logica. Vir clariffimus verba faciens de poetica
quomodo fit pars logice , circa medium inquit : Dicam ego quid in re difficillima
inuenire potuerim , idque alijs expendendū , & corrigendum relinquam .
Verum ne tot eius verbareferam , quibus hoc fuum inuentum ostendere nititur ,
in pauca eius fententiam conferam . Vult poeticam ( dimiſſo pracipuo
instrumento , nempe enthymemate . ) totam in vſu exempli tradendo occupari ,
idcirco exiguam , & obfcuram logica partem effe . verum non illa exempla
intelligit , quæ ab interlocutoribus proferuntur ; poſſunt quippe etiam
enthymema- ta dicere , de quibus nulla præcepta in poetica arte traduntur , fed
hominum mores , & affeftiones , & aftio- nes , quæ in poematibus
introducuntur , exempla funt , quæ imitanda , vel euitanda ſpectantibus
proponun- tur , ficta quidem a poetis , tamen apta ad mores hominum corrigendos
. Propterea alius eft apud oratores , alius apud poetas exemplorum vfus . nam
oratores verbo exemplis vtuntur , poeta vero non verbo , fed re exempla ficta
ob oculos ſpectantium ponunt , vt perfuadeant bonos eſſe imitandos , prauos
autem abhorren- dos.ac fugiendos . Id eius inuentum licet ( meo quidem iudicio
) ad aures philoſophi non fit , brewißume legitur apud apud AQUINO
(vedasi) lectione pri ma , que proæmium est libri primi poſter . vbi ait :
Quandoque vero fola exi- flimatio declinat in aliquam partem contradictionis
propter aliquam repræfentationem ad modum , quo fit homini abhominatio alicuius
cibi , fi repræfentetur ei ſub ſimilitudine alicuius abhominabilis : & ad
hoc or- dinatur poetica , nam pocte eſt inducere ad aliquod virtuoſum per
aliquam præcedentem repræfentationem . Hæc aduerfarius . Idem obie & ú viro
clarifsimo prius fuerat ab alio quoddam , quo familiariter aduerfarius vtitur .
Ab eodemque obie & um itidem eam de methodis , quam retulimus , opi- nionem
, antea fuifle a Scaligero excogitatam . Hanc tamen de poetica viri
clar.ſententiam mo do comemoratam eſſe AQUINO (vedasi) multo ante animaduertit
Thomas Peregrinus ex familia D. Dominici nobilis metaphyſicæ profeſſor in
Academia Patauina , quo & vterque , cum ille viue- ret , familiariter
vtebatur : a quo id didiciſſe potuerunt . Quod quidem ficuti nec aduerfarius
noſter , neque eius amicus ( qui humanioribus litteris deditus facile D. Thomæ
in logicam com- mentarios nunquam vidit ) ſuo vnquam Marte inuenire , ac notare
potuiffent , fic neque ipſe Pe- regrinus forte animaduertiſſet , nifi prius
eius ſententiæ prolixam , atque accuratam explicatio- nem apud virum clar.in
calce pofterioris libri de natura logicæ legiſſet , qua cognita facillimum ipfi
fuit viro alioqui do & ifsimo , AQUINO (vedasi) ſententiam de ea re iuxta
viri clar , fententiam inter pretari . Neque vero hoc temere pronuncio , cum
non folum eam eſſe AQUINO (vedasi) ſententiain neminem antequam Opera logica ZABARELLA
(vedasi) prodijſſent , afferuiſſe ſciam , verum & Thomiſtarū
præſtantiſsimos longe aliter hunc AQUINO (vedasi) locum interpretatos eſſe non
ignorem . ipſume- tiam Zabarellam verifimile eſt cum non ſemel cum D. Thomæ
locum perlegiſſet , nunqua hunc ex eo , ſed alium aliquem ſenſum eruiſſe .
Nanque D. Thomas nullam facit diftin & ionem con- templationis , &
actionis : neque dicit poeticam eſſe inſtrumentum a & iuæ philoſophiæ ,
eamque relicto præcipuo inſtrumento enthymemate , ſeu fyllogifmo , folius
exempli vſum quendam do cere , & ita efle logicam ' : nihil , inquam , horum
dicit D. Thomas , quæ a viro clar . fuſe dicuntur , ac demonftrantur . folum ab
eo dicitur poetam inducere ad aliquod virtuoſum per aliquam præce dentem
repræfentationem , fed quænam fit illa repræfentatio non declarat ; ita vt ex
Thomiſtis nonnulli , ijdemque clarifsimi philoſophi , ex mente D. Thomæ
exiſtimarint ad poetam proprie pertinere vſum exempli vna cum concluſione in
verbis , non in factis , cuiufmodi multa legun- cur in poeticis parænefibus :
atque eiufmodi exempla putarint ad AQUINO (vedasi) dici repræfentatio- nes .
Cum ergo non ſatis explicata fit AQUINO (vedasi) hac de re ſententia , licuit
certe ( ac licebit in poſterum ) Viro Clar.dicere ſententiam eadem de re ſuam a
ſe eſſe excogitatam.nihil enim men citus eft , cum eam a nemine defumpfiffet ,
neque eo modo explicatam apud vllú alium legiſſet , neque ipfi aduerfarij
legerint . Tertio notat aduerfarius hæc : In cap . 1 1.libri 3.de methodis vir
clar . ostendere volens definitionem non effe methodum , & inſtrumentum
logicum , inquit : Cum.n.omnes yf que ad nodiernum diem ſententiam hanc ſequuti
fint , eſſe ſcilicet definitionem methodum ab alijs methodis diftin & am ,
eaque in eruditorum virorum mentibus ita ſit radicata , vt opinio no- ſtra
primo ipſo aſpectu fortaffe παράλοξος effe videatur , neceſſarium eſſe duximus
ad inuetera- tum corum errorem eradicandum , & nouum dogma introducendum ,
omnia diligentiſsime ex- pendere . Hoc tamen nouum dogma prius Philippo Zaphyro
Nouarienfi in ſecundum poster.com.I.nom futt ignotum , cùm paullo infra medium
dicat : Quare non eſt inſtrumentum ſciendi definitio per ſe fola , fed eget ope
ſyllogifmi , vt alias opportunius declarabimus : Ride modò , ſi ſapis Critice .
Certe rideam fapio te Critici ſuſcepta perſona hæc ἀκρίτως obijcientem . Vir
enim clarif.negat defi- nitionem eſſe inſtrumentum ſciendi , & hoc inquit ,
ac profitetur eſſe παράδοξον , quod nimirum definitio non fit inſtrumentum
ſciendi , nec methodus . At Zaphyrus effe inſtrumentum confite tur , quamuis
aliena fateatur ope indigere . Atque hæc quidem ab aduerfario in medium allata
funt vt aliena , & a viro clarifsimo ſibi ipſi falſo attributa : Quæ vero
ſequuntur vt propria qui- em viri clarifsimi , ea tamen vt falſa , & vere
παράδοξα exagitantur : Nonne ( inquit ) paradoxa dunt ea , quæ commemorat in
fecundo de nat.logica nec non primo poſt.in explicatione vltima Spartis
contextus primi ? inquit ibi . Perfuafionis nomen refpicere a & ionem
futuram , quam huius vocis vim a nemine cognitam ego primus animaduerti : hinc
optime philoſophus dixit ratio- nes dialecticas do & rinam facere ,
oratorias vero non do & rinam , ſed perfuafionem , quia diale- Aica
cognitionis inſtrumentum eſt , Rhetorica vero non cognitionis , ſed actionis ,
ideo dialeti- cus perfuadere non dicitur , fed potius do & rinam facere ,
orator verò non do & rinam facere , fed perfuadere : Hac opinio cum aliena
fit a Peripateticis , & ab omnibus dicendi magistris , recte eius inuentum
inuentum dici poteft . Plato in Gorgia duplicem perfuafionem facit , alteram ,
quæ abſque ſcientia prestar fi- dem , alteram , qua prestat ſcientiam .
Aristoteles poſtea primo rhet.fub initium capitis fecundi tradit vnam- quanque
artem , fiue propoſitam habeat actionem , fiue cognitionem in re ſibi fubiecta
persuadendi faculta- tem exercere : & ex fecundo de anima cont . 157. eadem
fententia lucide elicitur . Alexander etiam in principio primi Top . Scribit ,
munus perfuadendi verſari quoque in rebus , quæ pertinent ad contemplan- dum .
Cicero demum , Quinctilianus , & alij dicendi magistri perfuafioni tribuunt
non folum queſtiones actionis , fed etiam cognitionis : erronea igitur eft hæc
conſequentia , Rationes oratoria non doctrinam , fed perfuafionem faciunt ,
ergo perfuafionis nomen folum refpicit actionem futuram . Hanc ego virt
clarifsimi ſententiam παρά λόξαν aduerfarij , atque eius fimilium eſſe non
iuerim inficias , quibus non niſi vulgaria , trita , & popularia probantur
. Admonitum eum volumus vocabula pleraque efle æquiuoca , fiue polyſema ; vel
analoga . quamplurima igitur eiuſmodi funt , vt corum quoduis rem præcipua ,
prima , ac propria fignificatione quandam certam fignificet , minus autem
propria , ac præcipua res alias ; quamplurima etiam ita ſunt comparata , vt co-
rum vnumquodque plures res inter ſe diuerfas æque primo fignificet . Verbum
perfuadendi , ex quo & perfuafio , ex viro clarifsimo præcipua ac propria
fignificatione refpicit actionem futuram , minus autem propria , & minus
præcipua ſolam cognitionem . Quod hæc eius ſen- tentia fit , intelligi ex eo
poteft , quod & ipſe verbo perfuadendi vtitur in rebus cognitionis in ſuis
operibus logicis . Quod autem ea ſententia vero fit conſentanea , argumento
eſſe poteft perfuadendi verbum tam apud Græcos , quam apud Latinos ſæpius
reſpectum ad a & ionem fignificare , quam ad ſolam cognitionem . His adde
apud Græcos etiam hoc verbum in voce pafsiua quæ eft , πείθομαι , fignificare
obedire , parere , quæ notant a & ionem : & apud Lati- nos a verbo
fimplici , quod eſt , ſuadeo , ſuaforias orationes illas dici ſolere , quæ
Græce nag- αινετικοί λόγοι , quæ ad virtutes , quæ actionis funt , & ad
recte viuendum hortantur : & fua- foria a thetoribus partem illam dici ,
quam deliberatiuam , fiue deliberatiuum genus vocant , quod finem ſemper habet
actionem . Quod fi perfuadendi verbum effe vniuocum , & femper vnica vſurpari
ſignificatione , exiſtimaſſet vir clariſs , vt falſo putare videtur aduerfarius
, mini- me ipſe dixiffet huiuſce vocis vim a nemine cognitam ſe primuın
animaduertiſſe . quod enim in cognofcenda propria vocabuli vi difficultatem
facit , eſt mulriplex eius ſignificatio : hæc enim ambiguitatem parit ;
ambiguitas autem in præcipua vocabuli , quando analogum eſt , ſignifica- tione
cognofcenda difficultatem ; Hæc verò in cauſſa fuit , vt alij vim eiuſce vocis
propriam , maxime cum in ea inquirenda non laborarint , minime cognouerint .
hanc autem vir clarifsi . animaduertit . Perfuadendi igitur verbum , inquit vir
clarifsimus , quando ad ſignificandum oratoris finem vfurpatur , propriam ſuam
vim obtinet , nimirum ad actionem ornata , ac mo- rata oratione inducendi
fignificationem , non autem probandi tantum , & opinionem efficien- di ,
hoc enim dialectici finis eſt . ſi igitur alius eſt diale & ici finis ,
alius oratoris , & dialecticus probat quodcunque ei proponatur ita eſſe ,
vel non eſſe , oratori igitur alius effe debet ſcopus propoſitus : qui certe
alius effe non poteſt , niſi adiutorem non ad hoc , aut illud exiſtimandum ,
fed ad hoc , aut illud efficiendum inducendi , ne duz facultates eundem habere
finem videantur , aut ne artis rhetoricę finis finem diale & ica
comprehendat , quod abſurdum effet , ex hoc enim ſequeretur duas haſce vnam
potius facultatem eſſe , quam duas . Quod autem rhetoricæ finis fit actionem
aliquam perfuadere Ariftoteles ipſe fatetur libri primi Rhetoricorum capite ſe-
cundo , cum eius munus ibi eſſe dicat agere de ijs , de quibus conſultamus .
Inquit etenim : Eft nanque artis oratoriæ munus ca tractare , de quibus
conſultamus , & quorum adhuc artes traditas non ha- bemus , & apud
auditores eiufmodi , qui per multas rationes acutè rem intelligere non poßunt,
neque pro- cul poſita ac longinquiora ſpectare.deliberamus autem de rebus illis
, quæ videntur in vtranque partem ca- dere poffe , & c . Noluit autem
Ariftoteles in ipſo artis rhetoricæ veſtibulo hanc ſua de proprio artis oratoriæ
munere ſententiam proponere , immo vero potius eo loco communem oratori ac
dialectico materiam fecit , de quacunque , ſcilicet re propoſita dicendi , vt
videri poſſet zque amplam vtrique regionem propoſuiſle , in qua libere ſpatiari
& excurrere corum vtrique lice- ret : quare & oratorem dixit omnia
perfuadere , artem autem vnam quanque ca tantum , quz ad ſubie & am ſibi
materiam referuntur : vt hic videri poſſet perfuadendi verbű generice vſur-
paſſe , non in ſua tantum præcipua ſignificatione . Idque ea de cauſſa feciſſe
potuit , vt lectores huiuſce facultatis ſtudioſiores efficeret ampliora
pollicendo ; aut certe ne in ipſo operis limine παράλοξα παράδοξα afferre
videretur : quare in eo iuxta communem fententiam eſt loquutus . Erat enim
communis opinio , ac perfuafio poſſe oratorem de quacunque re fibi propoſita
ſermonem ha- bere , neque eius dicendi munus eſſe vllis finibus circunfcriptum
: proinde Gorgias tempori- bus illis orator ſummus de quacunque re dicere ſe
poffe , & vt oratori licere profitebatur . Ze- no quoque oratoriam
facultatem eſſe dialecticam quandam afferuit , exemplo manus vtens vulgatiſsimo
, ita vt & hic quoque oratori & dialectico materiam concedere
indefinitam , quin & vtriufque finem confundere videretur . Quod & præter
Zenonem alij crediderunt , qui mul- tis poſt Ariftotelem feculis floruerunt. Lizio
autem duas haſce facultates , ſummo vſus iudicio , inter fe ita ſeparauit , vt
potifsimum earum diſcrimen , obſcure quidem ſuo more , ſed ita vt ab ijs , qui
diligenter eius dicta perpenderent, dignofci poffet, tanquam aliud agens eo ,
quo dixi loco protulerit : quod & alibi etiam innuit . Illæ ergo , quas
affert au & oritates ad- uerfarius , vtcunque intelligantur , nihil nobis
obſunt , cum nos etiam concedamus perfuadendi verbum in vtraque fignificatione
vfurpari , ſed negemus æque primo vtranque habere SIGNIFICATIONEM – H. P. Grice
--. Non eſt igitur erronea conſequentia illa , Rationes oratoriæ perfuafionem
faciunt , nó do & rinam , ergo perfuafionis nomen ſolam reſpicit futuram
actionem , dū ibi perfuafio in ſua præcipua ac propria capitur ſignificatione ,
quæ futuram refpicit a & ionem. Animaduertit quo que alia aduerfarius
inquiens : Quid dicemus de illa eius fententia in primo de natura logica
cap.3.qua vult instrumentum applicatum ſcientia formaliter fieri ſpientiam
illam , ita vt ratio inftrumenti non reperia tur distincta aratione ſcientia ,
cui applicatur ? Quid de ea in cap. . eiufdem libri vt fcilicet fubiecto mo-
dus confiderandi apponatur ad coarctandum non rem confideratam , vt multi
putant , fed potius eius confi derationem ? Quid vero ( inquis ) de his dicemus
? Quod ego reſpondi primo Apologetico , at- que id ctiam , quod aduerfus tuam
propugnationem fuo loco ediſſeram: Aliud præterea nibil dicemus. Nuncad meam
ipfius defenfionem me confero . :
Aduerfarium Critico iniuriam facere cum eius non edita ſcripta ipſo
inconfulto edat . Affertur distinctio vocum , quatenus ipfum , a viro clarißimo
exco- gitata cum reprehenfionibus aduerfarij . POSTREMO inquit aduerfarius :
Quid demum dicemus de illa huius vocis , Quatenus ipſum , duplici
fignificatione , large , & ftrifte , de qua loquitur cap.8.libri fecundi
neceffaria- rum propofitionum ? Existimat ipfe Gandauenſis auctoritate ea
optime comprobatam fuif ſe , quod tamen falfum eſſe declarauimus cap.vltimo
libri tertij logicarum difputationu.Cri- ticus verò in pradictis Apologeticis
libris , quorum nonnulla folia ad manus nostras perue- nerunt iam excuſa , in
lucem autem non edita , explicato duplici illo ſenſu a Gandauense affignato ei
propo- fitioni , que eſt , animal , quatenus animal viuit , declarataque viri
clariffimi distinctione , eum tueri nitens , inquit , & c . Non potuit
aduerfarius vlciſcendi ſui cupiditatem explere , in virum clarifsimű de-
bacchando , conquifitis diligenter eius di & is , atque opinionibus , quæ
poterant anſam aliquam præbere obtre & andi , niſi vt colophonem adijceret
inuriam , qua me afficere no eſt veritus , idq ; ſexagenarius iam , atque eo
ſenior , a quo potius manfuetudinis , humanitatis , æquitatis exempla petenda
erant . Cum enim ego Apologeticos libros confeciſſem , eos editurus curaui
prius ex ijs ſchedas pauculas excudendas , vt ex his ratione ſubducta ,
voluminis excudendi magnitudinem explorarem , & quonam charactere , qua
forma elegantius eſſet diſpicerem : cúque ego nondu eos libros ad incudem
reuocaſiem, fa & um poftea vt in opere recognoſcendo , ac defcribendo
quáplurima mutarim ( qui meus eſt mos , vt quoties deſcribo aliquid meo ingenio
elaboratú , id non defcribere , ſed denuo fingere , ac retexere videar , tam
multa in exſcribendo muro , ad- do , adimo ) atque adeo ordinem ipſum totum
commutarim . ex archetypo igitur ſchedas non nullas ea , quam dixi , de cauſſa
prælo ſubijci volui : quas ita neglexi , vt earum nullæ nunc apud me fint :
neque vero archetypum ipſum ſeruaui . Præclarus autem iſte philoſophus nouo
atque inuſitato exemplo me inconſulto ex ſchedis illis impreſsis , ac non
editis , reſponſiones quafdam meas meas , quas neſcit an mihi probarentur ,
& dignæ ab alijs legi viderentur , edere inſolenter audet . Egregiam vero
laudem . Hoccine eſt philoſophi ? Sed abutatur licet & mea , & viri
clarifsimi pa- tiencia omnium humaniſsimi , ac micifsimi , atque in eo ducatur
fortunatus , quod tales nactus fit aduerfarios , & fi cetera quoque
fortunatiſsimus eft , præterquam in editis a ſe operibus , fi modo id , quod
iure euenit , eſt fortunæ tribuendum . Nunc vt videat aduerfarius , quæ non
edidimus ijs , quæ ipfe edidit , & digna hominum luce duxit , & rationi
, & veritati magis eſſe conſentanea , rem ipfam , in qua nos tam acerbe
reprehendit , altius repetam . Auerrois eſt ſententia , genus de ſpe- cie
vniuerfaliter non prædicari , contra quam argumentantur aliqui hunc in modum ,
Homo , qui eſt ſpecies , per internam rationem eſt animal , quod eſt genus ,
ergo homo , quatenus homo eſt ani mal ; ergo animal de homine , ideft genus de
ſpecie vniuerfaliter prædicatur . Ad hoc reſpondés Auerroes negat hominem ,
quatenus hominé efle animal : propterea quod illa ditio , quatenus fignificat
reciprocationem terminorum , quæ non cadit in propofitione hac , homo eft
animal . Ad cuius refponfionis intelligentiam , notat vir clarifsimus libri
poſterioris de propofitionibus neceffarijs cap.8.duplicem eſſe ſignificationem
huius vocis , quatenus . poteſt enim , inquit , ſumi la te , & fatis
improprie , poteſt etiam ſumi ſtriae , quæ eſt propria eius fignificatio : late
quidem , & ample fumitur quando nihil aliud fignificat , quam internum
principium , ſeu internam ratio- nem , proinde exclufionem principij externi ,
& externæ rationis , in qua acceptione propofitio hæc eſt vera , homo
quatenus homo eſt animal . fic enim nihil aliud fignificare volumus , quam
hominem ex interna ratione eſſe animal , non ex aliquo externo principio , quod
quidem verif- fimum eft , quoniam homo per internam rationem eſt ſentiens ,
& animal . in hoc igitur ſenſu ad- Herſariorum ratio ( inquit vir clar . )
contra Auerroem concedi poteſt . Altera eius vocis fignifica- tio maxime
propria eſt , vt dicat eandé eſſe vtriufque termini rém ; vt fi dicamus , ho
quatenus ho eſt riſibilis , vera eſt hæc propoſitio etiam in ſecunda acceptione
, quia fignificat eandem effe ra- tionem , qua homo eft homo , & qua eſt
rifibilis . per propriam enim formam habet homo vt fit homo , & per eandem
habet vt fit riſibilis , vere igitur homo quatenus homo eft rifibilis , quia ex
eodé principio pendet riſibilitas , ex quo pendet humanitas , fed hæc non eft
vera , homo quatenus homo eſt animal , quia non ex eodem principio habet vt fit
animal , ex quo habet vt fit ho- mo , fi quidem per ſenſum eft animal , homo
vero non per ſenſum , fed per rationé.non igitur qua ratione eſt homo , eadé
ratione eſt animal , fed alia , & alia ratione . itaque homo non quatenus
homo eft animal . Secúdú hauc propria fignificationé dicit Auerroes conditioné
, quatenus ipsů , non eſſe niſi cú terminorū reciprocatione : ſecundú quã etia
accepit in primo poſter . Ariftoteles ea conditioné quatenus ipſum . Subdit vir
clarifsimus : Hanc distinctionem ipfe , quando logicam pu- blice interpretabar
, inueni , eaque mihi pleniffime fatis fecit : postea vero mihi contigit vt
eandem legerem a- pud Ioannem Gandauenſem in ſua queſtione decima fecundi
metaphys.quod me summa letitia affecit , cùm vi- derem eruditum illum virum ſua
auctoritate fententiam meam comprobaffe . Hanc viri clarıſsimi diſtin- &
ionem vt voluntariam & alienam a mente Ariftotelis , & a diftin &
ione Gandauenfis reprehen- dit a duerfarius libri tertij difputationum
logicarum capite uigefimo inquiens : Distinctiones , que non funt defumpte ab
aliqua vel philoſophi , vel grauiffimorum peripateticorum auctoritate ,
voluntarie me- rito nuncupari poffunt , cum in quouis bomine quodlibet
imaginari pofitum fit , inter quas locum habere vide- tur poſita distinctio de
duplici huius vocis quatenus fignificatione , late fcilicet , & fatis
improprie , vel ſtri- Etè , & proprie : quoniam apud philofophum , ni
fallor , ſecundum vnam tantum , & illam propriam femper legitur , &
precipue cum res ipfa , & vocabuli SIGNIFICATIO – H. P. Grice -- id
mirifice poſtulent.nota enim reduplication's in aliquo , nempe in bomine , dum
dicitur homo , quatenus homo , & huiufmodi , non potest in co denotare ,
nifi d- lud principium , rasione cutus homo eft homo , quod eius forma est . A
qua fententia non videtur recedere loan- nes Gandauenſis loco citato. nam
exiſtimantes cius aduerfarij non eße in animali plures formas fubftantiales
distinctas , fed vnam , & eandem dare eße uegetatiuum , & animal , id
probabant auctoritate philofophi fub inicium libri de iuuentute , &
fenectute dicentis : Fieri enim nequit vt animal , qua animal elt , non vi- uat
: Si enim in animali vna , & eadem forma non daret eße vegetatiuum , &
animal , ex neceffitate anima- li , quatenus animal est , contra fententiam philofophi
non ineſſet viuere , quod pro vegetari accipitur . refpon- dens Gandasenfis ad
hanc difficultatem , auctoritatem illam philoſophi declarando ait animal
fecundum quod animal viuere dupliciter intelligi poſſe , vno modo vt animal fic
primum fubiectum vita , & fic non intelligit Aristoteles , quia fi hoc
effet verum , quicquid viueret , viueret per animal , quia hoc dicit : Secundú
quod : omnibus fcilicet ineffe per naturam eius , vt patet primo poster . Alio
modo intelligi poffe , animal fecundum quod quod animal viuere , ideft ,
ex neceſſitate viuere , ita quod includat neceſſario principium , per quod
viuit ani- mal , & fic est verum . nam licet vegetatiua anima fit alia a
fenfitiua , tamen ex neceßitate includitur in ani mal , Ecce Gandauenfem accipere
, ſecundum quod ipſum , femper eadem fignificatione , prout fcilicet figni
ficat formam eius , cui applicatur , & hac de cauffa ait duplicem habere
jenfum propoſitionem iliam , quæ eft , animal , fecundum quod eft animal ,
viuit , vnum vt forma fenfitiua , per quam animal eſt animal , fupponat
vegetatiuam , a qua prouenit vita , non autem e conuerfo : alterum vt eadem
forma fenfitiua , qua anunal elb animal , faciat animal fubiectum primum vita ,
quare primo , non fecundo fenfu affirmat auctoritatem philoso phi intelligi
debere . & c . Jed nunc concedamus huius vocis , quatenus , duplicem poffe
dari fignificationem , late , fcilicet , & stricte , prima fignificatio non
nullas patitur difficultates , quoniam explicandum erat cuius nam , prædicati
fcilicet , an fubie & ti interna illa ratio fignificata ab hac voce :
quatenus : effet principium vel ratio & c . Ad hanc aduerfarij
reprehenfionem refpondi ego in libris Apologeticis , ( quoto libro , aut capite
, non memini , cum eorum librorum , quorum non nulla excudenda folia curaui ,
poſt- moduin ordinem , vt dixi , i mmutauerim , & primum exemplar , atque
adeo folia ipſa , quæ erant impreſſa , mihi ob incuriam perierint . ) reſpondi
inquam , viri clarifsimi diftin & ione cum diſtin- Alone Gandauenfis eſſe
prorfus eandem ( quod vel philoſophiæ ignarus intelligit ) neque eam ab
Ariftotelis mente eſſe alienam . Dixique inter alia conceptis verbis hæc , quæ
hic ab aduerfario referuntur , ſcilicet : Non potuit ergo difpicere aduerfarius
etiam in nostra difiır . Etione , quatenus , aut , le- cundú quod , femper
fignificare formam ? cùm etenim dicimus , animal quatenus , aut fecundum quod
animal effe viuens , hoc est , viuens eſſe internum principium animalis , quid
aisud ( objecro ) dicere volumus , nifi anı mal effe viuens per formam viventis
( quam animal in ſe recipit . ) non quiden vi propriam , fed vt communem , qua
ad animalıs formam relata , vicem obtinet materia . cùm etiam dicimus , ammal ,
quatenus animal non efje viuens , fimiliter ipfum , quatenus , ant , ſecundú
quod , nobis formam fignificat propriam , non con.munens quòd fcilicet animal
non ſit vinens ex propria forma , & c . Tandem cum duat aduerfarius
explicanaun furt- Je utrius internum illud principium , feu interna illa ratio
fignificata ab hac vece : fecundú quod : effet prin- cipium , fiue ratio ,
pradicati ne , an fubiceli , oftendit aperufj me je in his libris , quos
fufiepit vndique oppu- gnandos , effe negligentißime verfatum . Alioquin
didiciffet ex ijs , com fignificare fubuftum , non pradicatum , & hanc
explicationem in ea tractatione minime defiderari . Hæc a me in Apologeticis
ſcripta citat ad- perfarius . Nunc eſt operæpretium intelligere quid ipſe
aduerfus hac dicat : Vult ( inquit ) uaque Criticus in hac fua defenfione ,
Quatenus ipfum , poffe accommodariam pradicato , quam fubu Eto , ſi con-
fideretur large , pradicato ; ita vt fenfus fit , Animal quatenus ammal viuit ,
idest per principiuni internum , hoc eft per formam viuentis , quam ammal non
vi propriam , fed vt communem in ferecipu , eft viuens , fi verò ftrifte ,
Jubicato accommodatur , ita vt fenfus fit , animal quatenus ammal viuit , ideft
animal per forn a propriam eft viuens , primo modo propoſitio vera , fecundo
autem modo falja est . V bilegit Criticus , & a quo Peripatetico didicit ,
quatenus ipfum , prædicato accommodari poße ? Eft ne itamente captus , vt non
intel ligat idem effe dicere , animal , quatenus animal , ideft animal per
formam propriam , ac dicere animal quatenus ipſum ? Cum fit hoc verum , quam
quod veriffimü , quo ita temere enunciauit hanc propoſitionem, qua eſt , animal
, quatenus animal viuit , ideft animal per forma viuentis eſt viuens , effe
quatenus ipfum , cum in ea ( vtipfe Pult ) animal fit viuens per formă viuentis
, quam vt comure in se recipit , non per formam propriam.Criticus buius
difciplinæ terminos non intelligens , excufatione dignus eft . exiſlimauit enim
ide eße : quatenus ipſum : quatenus aliud : ideo dixit , propofitionem illam ,
nempe , animal est viuens per formam vinentis , effe quatenus ipfum . Eft quidē
animal viuens quatenus aliud , cu fit vinēs per formā vinētis , quatenus vero
ipfum idest, quatenus animal , feu per fuam propriam formam , nimirum per
animam fenfitiuam , minime : forma enim viuentis non eft forma , per quam
animal est animal , licet forma animalis eam fupponat : atta- men aliquando
animal per fuam propriam formam , & quatenus animal feu quatenus ipfum eft
viuens hoc igitur quomodo cum veritate conuenire poffit , declarandum erat .
quod non fecit vir clarifsimus . Ganda- nenfis autem totum oppofitum dicit ,
vult enim quatenus ipfum femper fubiecto , nunquam predicato appo- ni : quare
confiderans poſſe aliquem dubitare , quomodo liceat animal quatenus ipfum ,
ideft per formam propriam viuere , cum ab codem principio animal non habeat vt
fit animal , ve fit viuens , affignat illius propofitioms , videlicet , animal
quatenus animal , ſeu quatenus ipfum viuit , duplicem fenfum , vnum vt per
formam animalis neceffario vinat , quoniam forma fenfitiua , per quam animal
eft animal , fupponic formam vegetatiuam , per quam animal est viuens , nec
propterea vult animal per formam viuentis vine- re , propterea quod tunc non
viueret quatenus ipfum , fed quatenus aliud , & in hunc fenfum propoſitio
illa eft vera , alterum pt animal per juam propria formam fit primum vita
fubiectum , in quo fenfu eadem propo- 1 . fitio falſa eſt , alioquin quicquid
viueret , per animal viueret , quod eft abfurdum . Vno igitur , eodemque ma- do
, nimirum ſtricte accipit Gandauenfis predictam propofitionem , animal ſcilicet
, quatenus ipfum , est vi- suens , & illa declarat , quomodo fieri poßit ,
ut animal quatenus ipfum , feu per formam propriam fit viuens. Confideret modo
Criticus an fui viri clarißimi distinctio cum fententia Gandauenfis vnquam
conuenire pof- fit . Hæcaduerfarius . in Distinctionem Gandauenfis de
ſignificatione vocum , Quatenus ipsum , effe prorfus eandemcum viri clarißimi
distinctione fuperius relata . & eam distinctionem aduerfa- rium non
intelligere . : ON ſum grauatus hoc loco & viri clarifsimi ſententiam ,
& aduerfarij reprehen- fionem vtriufque noftrum integras referre , vt quam
vana fit eius reprehenfio ne- mo non intelligat . Primum effe eandem viri
clarifsimi diftin & ionem ſuperius comemoratam cum diftin & ione
Gandauenfis , huc allata Gandauenfis auctori- tate facile oſtendo . Ecce verba
Gandauenfis : Ad aliam difficultatem , quando di- citur , quod Aristoteles
dicit de iuuentute, & fenectute, & c . Quod impoßibile est animal ,
& c . Dicendum quòd animal fecundum quod animal viuere potest intelligi
dupliciter , vno modo quod animal fit primum fu biectum vite . & fic non
intelligit Aristoteles , quia fi boc effet verum , tunc quicquid viueret ,
vineret per ani mal , quia hoc dicit , fecundum quod , fcilicet quod omnibus
infit per naturam eius , vt patet primo poſt. At- que hæc eft vna acceptio
ipfius , quatenus ipſum , illa videlicet , quam vir clarifsimus vocat pro-
priam , ae ſtrictam . altera acceptio ipfius , quatenus ipfum , his verbis
eiuſdem Gandauenfis con tinetur : Alio modo poteſt intelligi quòd animal
fecundum quod animal viuit , ideft de neceßitate , ita quod includat neceffario
principium, per quod viuit animal , & fic eft verum . Unde licet vegetatiua
anima fit alia a fenfitina , tamen ex neceffitate , includitur in animali .
Vnde quando dicitur quod animal fecundum quod animal pinit , ſecundum quod ,
non dicit primitatem fubiefti , quod animal , fit primum fubiectum vita , ſed
dicit neceffariam inclufionem vita in animali. Primum fatis conftat , cum
dicimus , animal quate- nus animal , viuit , vocem animal primo loco pofitam
non fignificare aliquam animalıs partem , fed ipſum totum , ipſum compofitum ,
de quo prædicatur viuere , dicentes ergo , animal viuit , per animal
intelligimus ipſum totum , quod conſtat ex anima vegetatiua , vt ex parte
materiali , & ex anima ſenſitiva, vt ex parte formali . Vox autem , animal
fecundo loco pofita , quæ eft reduplica- tiua compofiti , ac totius , ex
aduerfario fignificat ſemper partem compofiti formalem , at ex vi ri clarifsimi
ſententia non femper . Concedamus in præfentia reduplicatiuam in prima Ganda-
uenfis acceptione fignificare formam , de hoc enim nunc inter nos controuerfia
non eft , quan- quam ea reuera proprie non formam dicit , fed dicit proprie
rationem fubie & i primi , quod & ipſemet hoc loco innuit Gandauenfis :
fed concedamus hoc in præfentia . Ac videamus vtrú ea reduplicatio , quam
interdum non formam , fed materiam potius compofiti ſignificare vult vir
clarifsimus , in fecunda Gandauenfis acceptione materiam ſignificet , an formam
. Animal , in- -quit Gandauenfis , de ſecunda ipfius Quatenus animal
fignificatione loquens , fecundum quod ani- mal viuit , id eft de neceßitate ,
ita quod includat neceffario principium per quod viuit animal . vbi, ſecundu
quod , inquit , dicit neceffariam incluſionem vitæ in animali . Quis non
intelligit , Quatenus animal , vel , fecundum quod animal dicere in hac
acceptione principium materiale , non autem formale ? Dice- re enim , animal
viuere , quatenus animal , hoc eft , quatenus includitur in toto animali
principiū neceffariu , hoc eft , effentiale , per quod viuit animal , nihil eſt
aliud di & u , quam animal viuere vt includens materiam , quę a compofito
proprie dicitur includi , non a parte compoſiti ipfius for mali . At fi partem
compoſiti formalem hac ſecunda toi quatenus , vel fecundum quod ipfum ac-
ceptione innui voluiffet , profe & o dixiffet , Animal fecundum quod animal
viuit , ideft , animal viuit qua Benus includens formam vel naturam , que forma
, vel natura fupponat principium vite in animali . Ipfe ta- men nihil tale
dicit , nec dicere poteſt.animal enim non viuit ob animam fenfitiuam , fed ob
ani- mam vegetatiuam . ficuti homo non eft corruptibilis ob animam rationalem ,
ſed ob materiam , D ex qua conſtat . fi quis enim rogatus quare homo fit
corruptibilis , refponderet , quia eſt ratio- nalis , non ne exfibilaretur ?
homo enim eſt corruptibilis quatenus includens materia . & fi quis dicat
eum effe talem , quatenus conſtat ex forma ſupponente materiam , is egregie
nugatur , vel certe is valde loquitur improprie . Patet ergo Quatenus ipfum in
ſecunda ſignificatione apud Gandauenſem non dicere formam , nifi genericam ,
quæ vicem obtinet materiæ , & vt materia , hoc eft vt principium rei
eſſentiale poteſt dici Quatenus ipfum . falſo igitur imponit aduerfarius
Gandauenfi quod voluerit , quatenus ipfum , ſemper & eandem ſignificare
formam cui applica tur , fignificat quidem formam fæpe ( hoc concedo , id enim
nobis non officit ) fed non eandem formam , vt ego dixi in Apologeticis loco ab
auerfario relato ex ſchedis non editis . Ex quo li- quet aduerfarium falſo
interpretari diftin & ionem illam Gandauenfis , & eam non intelligere.
Nunc ad præclaras eius in me animaduerfiones ac Criticas nugationes paucis
refpondemus . Dixi ego in ſchedis non editis , quatenus ipſum , ſemper dicere
formam , fed non ſemper ean- dem , ſed modo propriam , modo communem , &
communem quidem vt materiam eius , cui applicatur , Quatenus ipfum . Licet
igitur non negauerim in vtraque acceptione vocum quate- nus ipſum , fignificari
formam , tamen negaui ſignificari eandem formam , ac dixi tunc formam communem
fignificari vt materiam , non vt formam . Recte . Si enim viuens , quæ eſt
forma communis , ad formam animalis relata vicem obtinet materiæ ( vt ego ibi
dixi ) quando ergo di- cimus animal quatenus animal viuit , nihil aliud dicimus
niſi animal per formam viuentis , ve per propriam materiam viuit . Significatur
ergo per , quatenus animal , in hac acceptione for- ma communis , non tamen vt
forma , fed vt animalis materia.aliud autem eſt confiderari ali- quid tale ,
& confiderari , vt tale . Quamquam ſi verba Gandauenfis , ac viri
clarifsimi in expli- cando , Quatenus ipfum late accepto bene perpendantur ,
nec formam , nec materiameæ voces proprie dicunt , ſed dicunt tantummodo
internum principium ſubiecti ipfius , quod eſt quidem materia , non tamen
exprimitur fub ratione materiæ , fed fub ratione principij , quæ vox non minus
formæ conuenit , quam materiæ . Qui enim vocibus Quatenus ipfum in hac
fignificatione vtuntur , non curant diftin & ionem principioruni , quatenus
eam refpiciunt ſignificationem , fed tantummodo corum fpe & ant
necefsitatem . Sed hoc parum ad rem : fatis fit demonſtraſſe ad- uerfarium
immerito & me , & virum clarifsimum reprehendere , & diſtinctionem
viri clarifsimi effe eandem cum diftin & ione Gandauenfis . Satis enim eft
ad eum refellendum oftendiffe , fi quatenus ipfum late acceptum debeat dicere
rationem peculiarem principij quatenus ab alte- ro principio diftinguitur ,
potius materiam dicere , quam formam . Cum ergo inqnit aduerfa- rius : Vult
igitur Criticus in hac fua defenfione quatenusipfum poffe accommodari tam
prædicato , quam fubiecto , fi confideretur large , pradicato , fi verò ſtricte
, fubiecto : Me quidem non intelligere aperte indicat.ego enim dixi , quatenus
ipfum , ſemper accommodari ſubie & o , etiam cum late fumi- tur , quamuis
enim id fignificet formam , ficuti in hac propofitione , animal quatenus animal
vi uit To Quatenus animal fignificat formam , quæ eſt principium viuendi ,
animam ſcilicet vegetati- uam , attamen eam non fignificat vt formale principiü
prædicati , ſed vt materiam fubie & i , hoc eft vt principium internum
fubie & i . Aliud
autem eft dicere hoc fignificat hoc , & hoc capitur prout fignificat hoc .
Anima vegetatiua eft forma viuentis , attamen in prædi & a propofitione non
fignificatur vt forma viuentis , fed vt materia animalis , vel , vt vir
clarifsimus diceret , vt in- ternum principiú animalis . prout autem
confideratur vt materia animalis , dicit ſolum intrinfe- cam animalis ipfius
rationem , proinde vt partem huius ſubie & i . non igitur obſtat quod hæc
fit forma vel efficiens , vel quælibet alia cauſſa prædicati , quominus fumatur
vt materia ſubi & i , fi- quidem non confideratur vt talis cauſſa prædicati
, ſed vt pars ſubiecti . Eandem viri clariſsimi di ftin & ionem legi in
libello de animæ immortalitate nuper edito a præclaro philoſopho , publico
philofophiæ profeſſore , multos annos in eo interpretandi munere egregie
verſato , cuius hac de re verba hæc funt : Altera refponfio , quam afferre
poffumus , est distinguendo illam propoſitionem , bomo , qua home , generatur ,
& corrumpitur.que propofitio cùm reduplicatina fit , babet replicare ipfum
fubiefth : ideo cùm replicet ipfum hominem , vel replicabit principale
fignificatum hominis , ipfam fcilicet animam ratio- nalem , vel replicabit eius
fecundarium fignificatum , ipſum nempe connotatum.fi replicet principale
fignifica sum , cunc propofitio eft falſa.fi fecundarium , est vera . omne enim
concretum tam naturale , quam artificale , tam fubftantiale , quam accidentale
principaliter fignificat formam , fecundario connotat jubiectum , cui inest
forma , fingitur illa propofitio replicet primarium fignificatum , ipfam animam
rationalem , feu ipfum intelle tum i ٤٠
Hum , dixi ipfam eſſe falsă ratio est , quia bomo ratione principalis
fignificati est ingenerabilis , & incorrupti- bilis : at fi replicet
fecundarium ſignificatum , ipſum ſcilicet corpus , quod anima fenfitiua eft
præditum , pro- poſitio est vera , cum homo fit generabilis , &
corruptibilis ratione anima fenfitiuæ , quæ est forma , que coor dinatur ale
rationali. Hæc ille . qui ipſum Quatenus ipfum , vel Qualidem auût hæc duo
ſignificant ) non ſemper capit in eadem ſignificatione , ſed modo ve fignificat
formam , modo vt fignificat ina teriam . Ac profecto confentaneum eſt rationi ,
vt Quatenus ipſum & dupliciter capiatur, ſtricte , & large , aliud ftri
& e fignificet , aliud large : ſtricte quidem , vel principaliter , formam
, large au- tem vel ſecundario materiam , fi ipſum ſubie & um effet aliquid
fimplex , eius reduplicatio ſemper vnum fignificaret , ſed cum ex forma conftet
, & materia , poſſumus per reduplicationem vel fi- gnificare partem eius
principalem , quæ eſt forma , vel minus principalem , quæ eſt materia , ſem per
tamen ipſum ſubie & um reduplicare dicimur , nunquam prædicatum , quia
ſemper aliquam fubie & i partem ſignificamus . Hæc igitur viri clarifsimi diſtin
& io & rationi , & Peripateticis Ari * ftotelis explicatoribus ,
& ipfius Gandauenfis diſtinctioni conſentanea eft . Atque hæc fatis fu
perque ſunt ad refellendum quicquid aduerfarius contra hæc aut nugatur , aut
nugari poteft.i Tandem ait aduerfarius : Quod poftremo dicit Criticus viri
fcilicet elavißimi libros me vndique oppизпав dos fufcepiffe , falſum penitus
eft . etenim ea folum ( inuitus etiam ) impugnaui , quæ opinionibus a me
laudatis negotium faceffere videbatur . An aduerfarius eas ſolű viri clariſsimi
ſentétias oppugnarit , quæ opi- nionibus a ſe laudatis negotium faceſſerent ,
hæc eius reprehenfio vel ſola ( ne multas huius generis hic referam ) declarare
potis eſt , libro ( ut diximus ) tertio difputationum log. .ha- bita.ille enim
intelle & us diſtinctionis Io . Gandauenfis iam a nobis cómemoratæ , quem
ei vir clarifsimus tribuit , aduerfarius autem reprehendit , nullum profecto
aduerfarij opinioni vlli ne- gotium faceſsit . Eum tamen ipſe fine cauffa , ac
fine ratione oppugnat . Vter igitur noſtrum falſi loquus fit , & vrer
Criticus ſine iudicio appellandus , hinc æftimate . Propofitionem maiorem demonftrationis
potißima eſſe non pofſſe in quarto per fe dicendi modo . f 1 Eprehendi ego
ſecundo Critico aduerfarij ſententiam , qui libri 4.lo- gicarum difput.cap . 8.
contra comunem opinionem ſuſtineat potiſsimæ demon- ſtrationis maioré
propoſitioné eſſe in quarto modo dicendi per ſe , non in ſecun- do : cũ non
videat ſe hoc aſſerente deftruere forma eius ſyllogifmi , vt infra demon-
ſtrabimus . Verba aduerfarij a nobis ibi relata hæc funt : Melius erit dicere
maiorem illam propofitionem effe in quarto modo dicendi per ſe , quando quartus
est adeptus conditionem fecundi : in quarto enim prædicatum eft femper extra
eſſentialem fubiecti rationem proprie acceptam , vt patet in illa pro pofitione
, videlicet , riſibilitas est animal rationale , feu riſibilitas est propter
animal rationale ( fumendo ani- mal rationale pro ſola rationalitate , quæ eft
forma ratione hominis , & efficiens non vera ratione rifibilitatis ) neque
enim tum animal rationale est effentialis ratio riſibilitatis , neque pars eius
, fed cauſſa , a qua vifibilitas , cius effentia ortum ducunt.fi autem cauſſa
illa externa fuerit fubiectum , vt videre eft in illa propofitione , animal
rationale eft vifibile , conuenit tunc quartus modus cum fecundo , quia ficuti
in fecundo modo ponitur fubieftum in definitione prædicati , vt homo in
definitione riſibilitatis , ita in quarto animal rationale ponitur in eiufdem
riſibilitatis definitione.differt tamen quartus a fecundo , quoniam in fecundo
modo fubiectum fumi- zur pro compofito ex materia & forma , id est, pro
materia , in qua , & est pars effentia pradicati.in quarto autem ponitur
folum pro efficiente absque materia , & est extra effentialem prædicati
definitionem . Eius igi- tur propoſitionis , rationale est riſibile , ſenſus (
nifi fallor ) aptior erit , vt fcilicet rõnalitas fit cauffa rifibilita- tis ,
& tum maior erit vera cauſſaliter , & in quarto dicendi modo per fe ,
ad fecundum reducibili , non in fe- cundo . Hanc eius opinionem eo nomine
reprehendi , quòd fi admittatur maiorem propoſitio- nem potifsimæ effe in
quarto , non in ſecundo per ſe dicendi modo ijs verbis , quibus eam aduer-
farius explicat , ac format , demonftratio potifsima peccabit in forma
fyllogiftica . Formemus enim fyllogifmum ad demonſtrandum hominem eſſe
riſibilem : ſi maioris propofitionis fenfus erit hic , rationalitas eſt cauſſa
riſibilitatis , aſſumat aduerfarius minorem propoſitionem , & huic maiori
ſubnectat : ca certe vel erit hæc , omnis homo eſt rationalitas , vel hæc , in
omni homine D 2 eſt rationalitas : ſi erit hæc , omnis homo eſt
rationalitas , duo ſequentur abſurda , primo quód homo erit forma fine materia
: deinde quod in concluſione demonſtrationis illatione fyllogiftica non
inferetur hominem eſſe ſubi etum riſibilitatis , fed tantummodo cauffam , cum
homo in minore propofitione acceptus fit pro cauffa tantum ipfius riſibilitatis
, non pro ſubie & o inhæren tiz , fi vero minor erit hæc , in omni homine
eſt rationalitas , tum & fi homo capitur vt fubie & um , fumitur tamen
vt fubie & um rationalitatis tantum , proinde in conclufione non inferetur
necef- ſario ſyllogiſtica illatione , in omni homine ineffe riſibilitatem.non
enim quia in hoc fubiecto eſt cauſſa , ſequitur ex forma ſyllogiſtica in codem
ſubiecto effectum reperiri , ſunt enim multi effe- & us a cauſsis ſuis
fubie & o diſtinti , ita vt in alio fubie & o fint cauſſe , in alio
effectus . Propterca vt habeamus in conclufione hominem eſſe ſubiectum
riſibilitatis , idque ſyllogiſtice inferatur , ne ceffario in maiore propofitione
, non quidem explicite , ſed implicitè collocandum eſt ſubie & u , vt
prænoſcamus potentia in eodem homine eſſe cauffam riſibilitatis , &
riſibilitatem ipfam , alio- qui nihil tale concludi poterit . erit igitur hic
ſenſus maioris , In quo ſubiecto rationalitas ineſt , in codem ineft &
riſibilitas , & feruabitur hoc modo ditum Aristotelis , videlicet in maiore
con- cineri totum fyllogifmum potentia , cum hoc pacto in ea contineantur maius
extremum , & me- dium explicite pofita , & minus extremum implicite .
Refpondet ad hæc in ſua propugnatione aduerfarius inquiens : in maiore illa ,
quæ eft , rationalitas eft cauffa riſibilitatis eſt potentia totus fyllogif-
mus , nam cauſſa vi fit aliqua paßio , eſt eiusdem paßionis cauſſa inhærentie
in proprio fubiecto . Hæc reſpon fio fatis indicat , adhuc non intelligere
aduerfarium quomodo in maiore propofitione totus ( yl- logiſmus potentia
contineatur . id nos in gratiam tyronum libenter explicabimus . Vetotus iyl-
logiſmus in maiori contineatur potentia oportet quòd medium , & maius
extremum cum mino- ri extremo connectantur , cum minori quidem extremo in
maiori implicite & potentialiter col- locato ( ne coſter ea propoſitio ex
tribus terminis ) niſi etenim hæc inter ſe horú trium termino- rum connexio
aliquo modo in ea propoſitione ſignificetur , ea dici non poterit eſſe totus a
tu fyl logiſmus . fi enim omnes hi tres termini in maiore reperiantur
propofirione , non habeant autem inter fe connexionem , ita vt minus extremum
& medio , & maiori coniungatur extremo , ſed vel vni , vel alteri
tancum connectatur , non poterit iure dici integer in ca fyllogifmus effe ,
quòd fi in erit in ea propoſitione vtriufque termini reſpe & us ad idem
lubiectum , iure dici poterit ea totum in ſe ſyllogifmum continere , fi enim
fyllogifmus erit in prima figura ( loquor autem hic tantum de fyllogifmis primæ
figuræ : idem enim analogia quada erit intelligendú de reliquis reliquarum
figurarum : fic etiam loquor tantum de affirmatiuis , idem enim per analogia
erit intelligendú de negatiuis ) In ſubiecto propoſitionis continebitur
habitudo medij ad fubiectum conclufionis ex qua fit minor propoſitio , in tota
vero propoſitione connexio fubie & i concluſionis cum ma- iori extremo , ex
qua fit conclufio.alioqui ſi in co nulla ſignificabitur habitudo medij ad idem
ſu bie & u , non inerit ibi minor propoſitio neque a tu , neque potentia .
Cú ergo dicimus , omne ra- tionale eſt riſibile, nihil aliud dicimus, quam,
omne id , in quo eſt rationalitas, eſt riſibilitas ; tum autem connectimus primum
rationalitatem cum prouocabulo quo referente vocem omne , quod eſt homo
potentia , id eft , vniuerfaliter ſignificatus , ideo facimus minorem
propofitionem poten tia , quæ eſt , omnis homo eſt rationalis , idem SIGNIFICANS
– H. P. Grice --, ac , in omni homine eft rationalitas , cú autem dicimus ,
omne id , omiſſo in quo eſt rationalitas , eſt riſibile , connectimus
riſibilitatem cum voce omne , in qua continetur homo potentia , & facimus
potentia concluſionem , quæ eſt , omnis homo eft rifibilis.ineſt igitur in
maiore tum minor propoſitio , tum conclufio , non actu , ſed po- tentia , ex
qua cum illæ duæ propoſitiones ad actum deducuntur , integer habetur
fyllogifmus . Atque id videre eſt in omni bono ſyllogifmo , etiam in demonftratione
eclipfis , in qua maior pro poſitio eft in quarto modo dicendi per ſe ; vel
enim eam demonftrationem formes , vt aliqui ſo- lent , in hunc modum ,
Quandocunque terra interponitur , luna obſcuratur , at nunc terra inter-
ponitur , ergo nunc luna obſcuratur , vel hoc modo , qui viro clarifsimo
probatur capite vltimo li- bri pofterioris de propoſitiõibus neceſſarijs , Quod
prohibetur radijs ſolaribus a terza obie & a , id obfcuratur , atqui luna
prohibetur radijs ſolaribus a terra obie & a , luna igitur obſcuratur : om
nino habet fubie & um conclufionis in maiore propoſitione cum vtroque eius
termino nempe cũ medio , & maiori extremo connexum , ita ut ad eorum
vtrunque reſpectum aliquem præſeferat . Nam & fi terræ obiectio cũ luna
reuera no conectitur , ea tamen hac reſpicit , vt cauſſa prohibés . fic etiam ,
cum dicimus omne triangulum habet tres , & c.in hac propofitione latet
totus fyllogif mus , mus , quo concludatur vel æquicrus , vel hoc triangulum
habere tres . namque in voce omne ineſt fubie & um conclufionis , quod erit
aliqua ſpecies trianguli , vt æquicrus , & c . In hac autem pro- poſitione
, quam aduer ſarius hoc modo enunciat , videlicet , Rationalitas eft cauffa
riſibilitatis , vt demus ineffe fubie & um potentia , quemadmodum ipfe vult
, ita vt idem fit ditu , Rationalitas eſt cauffa riſibilitatis , ac ,
Rationalitas eft cauffa verifibilitas fit in aliquo fubie & o , non habetur
re- ſpectus ullus rationalitatis ad ſubie & tum riſibilitatis , itaque ex
cognitione eius potentiali non poteft educi cognitio actualis fyllogifmi . Cum
enim in maioreno præfciuerimus an rationalitas quz eſt medium , infit in eodem
fubiecto , in quo riſibilitas ineft , an in alio , non poffumus dicere homo eft
rationalis , ergo homo eſt riſibilis.nam in maiore non cognouimus rationalitatem
& ri fibilitatem eſſe in eodem ſubiecto , ſed cognouimus ex aduerfario
rifibilitatem effe in aliquo fu- biecto tantum , aliud præterea nihil . quomodo
igitur inde inferri poteſt , hominem , fi fit rationa- lis , neceffario effe
riſibilem ? Quid enim ineptius , quam dicere , hæc eft caufla huius effectus ;
hæc autem cauſſa eſt in hoc fubie & o , ergo in eodem fubiecto eſt effe
& us . quis modus argumen- tandi hic eft ? nec pudet aduerfarium hæc tueri
. Cum autem ego dixiffem , ex hac propofitione maiore , Rationalitas eſt cauſſa
riſibilitatis , non ſequi , in hoc homine eſt rationalitas , ergo in co- dem
eſt riſibilitas , & rationem addidiſſem , inquiens , non enim co quia in
hoc fubiecto eft cauffa , ne- ceffario fequitur , in codem effectum reperiri ,
funt enim multi effectus a caufſſis fuis fubiecto distincti : Reſpon dot
inquiens : Hac impugnatio eft ad propofitum perinde ac fi quis interrogatus
vnde venit , refpondeat , Fratribus miniſtro . ego loquer de potiffima
demonftratione , in qua medium eſt paßionis demonstranda caußa efficiens non
vera , quæ ſemper eſt ei annexa , ipfe autem recurrit ad caußas efficientes
veras , quas non femper effectus confequuntur , nec poſtulat huiufcemodi
demonftratio . Quis riſum hic teneat ? in me dicere , quæ in ipſum mire
conueniunt ? cum hæc eius reſponſio nihil ad propofitum faciat . Ego enim
loquor de forma fyllogiſtica , & dico demonftrationem illam peccare in
forma , ipſe vero inquit , ſe lo- qui de demonftratione potifsima , quafi vero
potifsima demonftratio illud nata fit priuile- gium , vt conftare poſsit abſque
re & a forma ſyllogiſtica . & fi enim conftat hano argumentationem ,
rationalitas eft caufla riſibilitatis , homo eſt rationalis , ergo homo eſt
riſibilis , quoad materiam effe neceſſariam ; ea tamen necefsitas non eſt ſatis
ad efficiendam demonſtrationé , cum formæ neceſsitas requiratur , quod vel
pueri ſciunt . Praterea conceffa inquit huius difli veri Late rueret necessitas
maioris propoſitionis Critica argumentationis , quæ est , in quo fubiecto inest
rationa- litas , vt cauffa riſibilitatis , in eodem eſt quoque riſibilitas ipfa
: dicere enim aliquis poffet , non eo , quia in hoc fubiecto inest rationalitas
, vt cauffa riſibilitatis , neceffarium eft in codem riſibilitatem , vt cius
effectum reperiri , Sunt enim multi effectus a cauſſis fuis fubiecto distincti
, & c . Ego loquor de neceſsitate illatio nis , & confequentiæ , &
eo fundamento , ſcilicet , non eo , quia in hoc fubie & o ineft rationali-
tas , vt cauffa riſibilitatis , neceflarium eſt , & c . vtor ad infirmandam
vt dubiam , & non neceffa- riam confequentiam illam , quæ fit in
conclufione fyllogifini ab aduerfario formati : ex illis enim præmiſsis ca
conclufio non ſequitur , ipſe vero eo fundamento vtitur ad infirmandam pro
pofitionem maiorem , quafi vero in maiore fiat illatio vlla . Maior eft vnica
propofitio , non igi- tur poteſt in ea fieri illatio : ea autem propoſitio
conceditur . Illatio
fit quidem ex ea , quate nus ex ea pendet totus fyllogifmus , non tamen fit in
ea . Si ergo propoſitio noftra , ſcilicet , in quo fubiecto ineſt rationalitas
, & c.nobis concedatur , vt concedi folet , tamquam nota , fyllogif- mus
optime fieri poterit : At fi tibi propoſitio tua , nempe , Rationalitas eft
cauffa riſibilitatis , concedatur , fyllogifmus adhuc fieri ex ea non poterit .
& tamen fi maior illa conftaret omni- bus fuis partibus , ex ea recte
colligeretur , & educeretur totus fyllogifmus . Cum igitur non poſsit nec
in potifsima demonſtratione , nec in vlla alia demonſtratione , aut vllo alio
alio fyllo giſmo re & e formato poni in ſubiecto maioris ſola cauſſa , aut
aliquid proportione reſpondens ipfi cauffæ fine potentiali , fiue vniuerfali
expreſsione fubiecti ipfius conclufionis , veriſsimumeſt quod diximus , hanc
ſcilicet aduerfarij fententiam , quatenus in maiore potifsimæ ſolam vult poni
cauffam abſque vlla ſignificatione ſubiecti , neque explicita , neque implicita
effe falfiſsi- mam . Notari tamen illud volumus , inualidam eſſe hanc
confequentiam , maior huius fyl logiſmi propofitio eft in quarto modo dicendi
per ſe , ergo fyllogifmus hic peccat in forma ; quandoquidé datur aliquæ
demonſtrationes , habentes maioré propoſitioné , quæ eft in quarto modo ,
veluti demonſtrationes actuum , vt demonftratio lunaris eclipfis , quarum , vt
ipſemet aſſerit vir clarifsimus , maior propofitio eft in quarto modo ; &
tamen in huiufmodi demon- 12 D 3 ſtrationibus integra feruatur forma
ſyllogiſtica . Nos igitur non hanc , fed aliam ab hac forma uimus confequentiam
in aduerfarium . ea autem hæc fuit : Maior , potifsimæ demonſtrationis eſt in
quarto modo , & habet ex mente aduerfarij in fubie & o folius cauffe
expreſsione abſque vlla aut explicita aut implicita fignificatione fubie &
i inhærentiæ ergo huiufmodi demoſtratio peccat in forma fyllogiſtica . Heciverò
conſequentia validiſsima eft contra aduerfarium , at ve- ro contra
demonſtrationem eclipſis nullam vim haber , fi quidem in ea demonftratione non
ve rificatur totú antecedés cófequentiæ huius : quonia propofitio maior licet
in quarto modo fit , habet tamen in ſubicêto propofitionis explicite quidem
cauffam pafsionis , implicite vero cú eadem cauſſa ſubie & ü inherentiæ .
propofitio enim maior demonftrationis eclipſis vel fit hæc , Illud inter quod ,
& folem terra interponitur , obfcuratur ; vel hæc : Quando inter ſolem
& luna terra interponitur , luna obfcuratur , omnino includit fubiectum
conclufionis , ſeu inhærentiæ yel explicite , vel faltem implicite , &
potentialiter , vt vnicuique manifeſtum eſt . Eſt etiam aliud erratum aduerfarij
, dū exiſtimat hanc propofitionem , rationalitas eft cauffa rifibilitatis ,
effe in quarto modo , quod abunde in Apologeticis adhuc non editis confutauimus
, vbi etiam abfur diſsimam effe eam aduerfarij ſententiam , quod fcilicet maior
propofitio demonftrationis po- -tiſsimæ fit in quarto modo , pluribus
oftendimus , & rationes , quibus cómunem refellit opinio- nem hac de re a
viro clarifsimo comprobatam , atque explicatam , effe inanes , atque adeo
pueriles oftendimus. Etiam in ijs demonftrationibus , in quibus demonstrantur
actus , medium effe vnicam cauffam , non plures . difputationum logicarum
inquit aduerfarius Alio pafto Se rem habere , quando aptitudo , & quando
actus de fubiecto demonstrantur . in aptitu- dine enim demonstranda fumitur
folum forma subiecti, quia ab illa tantum fluit tamquam a cauffa effeftrice ,
non ab obiceto extra , vt patet quando demonftratur riſibile de bomine per
animal rationale; in aftu vero demonstrando concurrunt natura fubiecti , &
obiectum extra , quoniam ab illis emanat , vt videre eſt de eclipsi lune , que
partim fluit à natura lune quatenus fcili- cet luna est apta nata recipere
lumen a fole , eique diametraliter opponi , partim autem ab obiecto extra ,
nimirum a terræ interpofitione per que omnia eclipsis demonstratur . ergo infufficiens
eſt fola terræ interpofitio ad demonstrandam lune eclipsim , cum demonstrabile
debeat per omnes illas cauffas demon- ftrari , a quibus fluit . Falſa hæc eft
aduerfarij ſententia ( dixi ego poſterioris Critici capite ter tio ) quod
demonftrabile per omnes cauffas demonſtrari debeat , a quibus fluit . Per vni-
cam enim demonftrati debet , nempe per eam , quæ poſita ponit , ablata aufert ,
hoc eft , per cauf- fam æquatam , quam Ariftoteles ſignificauit primo poſter .
in definitione ſcire , eam fingulari nu mero proferens : inquit enim ſcire effe
, rem per cauffam cognofcere , propter qua res eſt , non di xit , per cauffas ,
propter quas res eſt . nulla enim affectio eft , quæ ex pluribus cauſsis æque
pen deat , ac proinde per plures in eadem demonſtratione pofitas oftendi debeat
: ex quo Ariftote- les ſecundo poſter . & ibi Auerr.com . 95. & 97.
vnicam eſſe vnius rei cauffam prodiderunt , propter qua res eſt . ſunt quidé
plures rei cauſſæ , quæ ablatæ quidé auferunt , at quæ pofita po- nat , &
ideo æquata fit cauffa , & quæ affumi in eius demonſtratione , & tandem
ex- primi in eius definitione debeat , vnica eſt , non plures : ex quo
potifsima demonſtra- tio per vnicam cauffam fieri debet , nempe per eam , quæ
in demonſtrandæ paſsionis defini- tione a facta cius demonftratione extrahenda
, collocanda fit . quæ quidem cauffa præſup- poſitiue continet in ſe cauffas
omnes remotas , vt ſenſitiuum ſupponit vegetatiuum , proinde in demonftratione
commemorari non debent cauffæ remotæ , dum habemus æquatam : cum igi- tur
moſtratur eclipſis in a & tu de luna , ſola ipfius æquata cauffa expreſſe
ponitur , nempe interpo fitio terræ , reliquæ filentur , non quia reliquæ etiam
ad eclipſim ipſius neceffario non concur- rant , vt forma lunæ , & reliquæ
, verum quia cum de luna eclipſim in actu demonftramus, iam fupponimus fuiffe
cognitam per antecedentem demonftrationem aptitudinem lunæ ad patien dam
eclipfim , quæ ab eius forma prouenit , non enim deinonſtramus atum nifi
prædemoſtra uerimus , C uerimus , aut præſcită intellexerimus aptitudinem.in
vnica igitur demonſtratione lunæ plures cauffas afferre fuperuacaneŭ eſt , ac
nugatorium , & c . Ac de re quidé hac omnibus manifeſtif. fima , plura
dicere putidú eſſe diximus . Adhæc in ſua propugnatione reſpondet aduerfa- rius
inquens : Quando res aliqua demonſtranda a pluribus caußis fluit , quarum vna
in altera non con- tinetur , vnica non potest eſſe cauffa adequata , quia licet
ablata auferat , poſita non ponit , quod postulas equata rei caußa , vt
fcilicet poſita ponat , & ablata auferat . Cum itaq ; eclipſari in luna a
diuerfis caufis fluat , quarum vna in altera non continetur , nimirum a terre
interpofitione , & a natura luna , qua eft , vt fit minor terra , recipiat
lumen a fole , eique opponatur , nec fola terra interpofitio , nec fola natura
lune poteſt eius defectus effe cauſſa adequata , licet enim vtrauis ablata
altera remanente , auferat defeftum , virauis tamen pofita , altera ablata ,
eundem non ponit defectum . Quod earum cauſſarum vna in altera nõ contineatur manifeſtum
est , nam qui dicit terra interpofitionem , non dicit naturam luna ; nec è
conuerfo . In hac refponfione aduerfarius non plus adhibuit iudicij , quam in
ceteris . Eadem enim eſt ra- tio cauffarum , quarum vna in eodem ſubiecto
continet aliam , & earum , quæ fubie & o inter fe diftinguuntur , quod
ad adæquationem, vt fic dixerim , cauffa attinet , ficuti enim in illis vnica
eft æquata cauſſa , ſfic & in his , id eſt diſcriminis , quòd in illis
æquata cauffa eſt ſimul ſubiecto cú alijs , in his non item : hoc vero eſt
accidentarium ipſi rationi adæquationis . Quæuis cauf- ſa
adæquata aut interna , aut externa habet hoc , vt fi ponatur , neceſſario
ponatur effectus . Ad uerfarius autem hoc negans deceptus eft eo quoniam
externam cauffam materialiter tantum confiderauit , non autem formaliter ,
prout refpicit ipſum ſubiectum , terram enim interpoſita per ſe confiderauit ,
non autem cum habitudine ad lunam : quo quidem pacto ſi conſideretur terra ,
verum elt , poſita terra , non poni eclipſim luna ; ac pofita etiam eius
interpofitione , non continuo poni eclipfim , immo non poni ipſam lunæ naturam
. Cofideranda autem fuit inter- poſitio terræ formaliter , hoc eft , cum
reſpectu peculiari ad folem & lunam , quatenus ſcili- cet terra
interponitur inter vtrumque , hoc enim pacto ſola interpoſitio terræ eft caufla
eclip- fis adæquata : neque enim in a & tum vocari poteſt hæc cauſſa , quin
actu detur eclipfis in- cludit etiam hæc cauſſa naturam lunæ , quam ſola terra
, aut ſola terræ interpofitio non inclu- dit . natura autem lunæ omnino
præfupponi debet , vt conſtituens lunam in actu ; quz pote- ſtate fic fubie
& um eclipſationis . Cauſſe enim externæ adueniunt fubie & is
exiſtentibus in a & u , quare ea pręſupponenda funt . Quod autem interpofitio
terræ quando capitur pro cauffa colip fis adæquata , conſiderari debeat cum eo
refpe & u ad ſolem & lunam , probatur & ex demon ſtratione eclipfis
, cuius maior propofitio , vt alij putant , eſt hæc , quandocunque inter ſolem
, & lunam terra interponitur , luna obſcuratur , in qua non ponitur
fimpliciter interpofitio terra , ſed eius interpofitio inter ſolem , &
lunam . Non enim dicitur cum
terra interponitur , luna ob- ſcuratur , fed dicitur , cum terra in ſolem ,
& lunam interponitur . Ea enim eſt vis , & natura ple- rarumque
cauffarum externarum , vt non ſemper ex neceſsitate agant in ſubie & um
determina tum , quia ipſum non ſemper refpiciunt , neque ad id ita funt affe
& ę , vt in ipſum agere poſsint . Cauffz autem internæ quia vel ipfæ
conftituant natura ſubiecti , vel fluat ex natura fubiecti , ſem per ipſi
inſunt , aut hærét , ideo ſemper effe & us fuos producunt.proinde hæ licet
materialiter co- fiderentur , hoc eft , fine aliquo refpe & u ad effectus
fuos , eos tamé pofitæ ſemper ponunt : at vero cauffa externæ materialiter
confiderate poſitz non ponunt . Rationalitas enim etfi non confi- deretur vt
cauffa riſibilitatis , ipſa tamen poſita in actu , ponitur rifibilitas : at
vero terræ in- terpofitio fi non consideretur cum refpe & u ad lunam, licet
in a & u ponatur, non idcirco ponit eclipſim, aut naturam luna. Inquit
deinde aduerfarius; Si velit criticus quod terræ interpositio dicat naturam
lune, quatenus eam præfupponit, hoc ei concedimus, sed ex hoc oppositum potius,
quam propositum colligeret. fi enim terræ interpositio iccirco est cauſſa
adequata defectus luna, quia preſupponie - eiufdem luna naturam, ergo non sola,
et e contra. Fatuum hoc. Rationale præſupponit neceſſario na turam ſenſitiuam ,
vt fubiectum , & fine ipſa non poteſt nec eſſe cauſſa riſibilitatis ,
quonia apti- tudo ridendi pendet etia ab organis ipfius riſus , qui enim ijs
caret , non eſt aptus ad riden- dum : organa autem illa tenent ſe ( vt
ſcholaftici dicunt ) ex parte materiæ proximæ , quz conftituitur a natura
ſenſitiua : ipſum tamen in demonſtratione riſibilitatis ponitur per fe ſolum .
idem etiam dicendum de terræ interpofitione , ex hoc igitur propoſitum maxime
colli- gimus , & oppoſitú ſentétiæ aduerfarij.na quod præſupponitur , nó
repetitur . eius.n.repetitio nu gatio eft . Ac certe fi cauſſa præſuppoſitz in
demöftrationibus exprimēdz forent , nulla effet de monſtratio monftratio ,
in qua vnico medio vti poſſemus , ne ipſa quidem demonſtratio riſibilicatis ,
vt clare patet . Poftremo argumentatur aduerfarius his verbis : Oftendo
præterea naturam lune concurrere ad demonstrandum eiusdem tune defectum , nam
bec conclufio , videlicet , ergo luna eclipfatur , per Criticum est potifsima
demonftrationis concluſio , ergo habet , Quatenus ipſum : fed , Quatenus ipfum
ex viri clar . fententia , que est etiam fententia ipfius met philofophi ,
dicit prædicatum inbarere fubiecto per ciuf- dem fubiecti naturam , ergo natura
luna erit medium ad ostendendū de eadem luna defeftu , cum per Arist . maius
extremu non poffit.de minove demonſtrari nifi per cauſſam , propter qua ci
inest . Concurrit ergo cum obiecto extra uel explicite , vel implicite natura
luna , ergo fola terra interpofitio non potest'effe caufla ade- quata defectus
, et in confecutione demöftratio de luna defectu per folă terre interpofitione
non eſt potiffima . Conditio , Quatenus ipfum , nó fignificat formaliter
cauſſam , ſed ſola conſtitutionem fubie & i pri- mi , licet dici foleat ,
Quatenus ipfum , dicere prędicatú inhærere ſubiecto per eiufdem fubie & i
na turam . Id facile oftendere poffumus . Ecce enim . hæc propoſitio : Homo
quatenus homo eft rationalis , omniú confefsione habet quatenus ipſum , attamen
hæc non fignificat eſſe in homi- ne cauffam rationalitatis , fed folum ,
hominem eſſe primum ſubiectü rationalitatis , quoniam rationalitas nulla habet
cauffam.fic etiá in hac propofitione , luna quatenus luna eclipſatur , di Aio
Quatenus ipfum nihil aliud fignificabit , quam lunam eſſe ſubie & um primum
eclipſis , licet præfupponat cauflam , quæ extra eſt , immo & ipfam luna
aptitudinem ad eclipſim . Quatenus ip- Jum ergo hic non ſignificabit , per
cauffam , quæ fit in luna , proprie eam di & ionem accipiendo . Dici autem
folet , Quatenus ipfum , dicere prædicatum inhærere fubie & o per cauffam ,
quia ple raque prædicata neceffaria habent cauffam , vt funt accidentia omnia
propria . Dicitur & per cauffam internam , hoc eft per naturam fubie &
i , quia plerumque demonftratione notifican- tur propofitiones ſecundi modi
dicendi per ſe : propofitiones autem fecundi modi omnes enunciant prædicatum
ineſſe ſubiecto per aliquod intrinfecum fubie & i , ſeu per cauffam inter
nam in fubie & o latenteni , vel per eiufmodi cauffam intelligamus cauffas
non folum non cauffa tas , verum & cauffatas , quæ funt accidentia inhærentia
ſubie & o , vel intelligamus cauffamtatú fubie & i formalé , formam
nempe , in quam cauffatæ omnes aliæ cauſſe reſoluútur : Quarti au- tem modi
propofitiones raro in demonftratione locum habent , quia raræ funt eiufmodi
propo fitiones , in quibus predicatum cum ſubiecto reciprocetur , ita vt in
demonſtratione locuin ha- bere pofsint ; ac præterea non aptitudinem , led
actum de ſubiecto enunciat , cuiusinodi accidé tía raro in ſcientijs
demonftrantur , plerunque enim in ijs demonstrantur aptitudines . Propte- rea
quia plerunque in demonſtrationibus oftenduntur propoſitiones ſecundi modi , in
quibus prædicatu ineſt ſubiecto per cauffam internam , dicitur fimpliciter
propoſitionú habentiú qua tenus ipſum conditioné eſſe vt prædicatú infit
fubiecto per interna ſubiecti cauffam . re tamen vera , Quatenus ipfum dicit
ſolam conftitutionem fubie & i priini , aliud præterea nihil , Conce- do
igitur hanc propofitionem , luna eclipfatur , habere quatenus ipſum ; ad id
vero , quod dicit aduerfarius , nempe quatenus ipſum dicere prædicatum inhætere
ſubiecto per eiufdem fubiecti naturam , dico id effe plerunque veru , nimirum
in propofitionibus ſecundi modi , non tamen - effe femper verum , quia vt dixi
, hæc propofitio , Homo eſt rationalis , eſt primi modi dicendi per ſo , in ea
tamen prædicatum non ineft fubie & o per naturam fubie & i , neque per
cauffam vl- lã , cú ipſummet prædidatú fit cauffa , & natura fubie & i
, ergo poteſt dari propoſitio habés qua- tenus ipfum , cujus prædicatum non
infit fubiecto per eius naturam tanquam per cauffam adæ quatam . Vt igitur ad
prima redeamus , optime Ariftoteles vbiq ; vnica affert cauffam eclipſis ,
interpofitionem terræ . & o & auo metaph.cont . 13. vnicam effe cauffam
eclipſeos adæquatam no obfcure fignificat inquiens , Quid eclipsis ? priuatio
luminis.fi vero addatur , a terra in medio inter pofita , bat est cum ipfa
cauffa ratio . non inquit fimpliciter , cum cauffa , fed inquic , cum ipfa
cauffa , ad oftendendum vnica eſſe cauffam . hanc enim habet emphafim vox ,
ipfa , vt nemo non videt : & quicunque locú illum interpretantur , non
aliam nominant cauffam , quam interpofitionem terræ , & ibi Auerra ait
allata cauffa eclipſis , nimirum interpofitione terræ , perfectam haberi co
gnitioné eclipſis , eſt ergo interpoſitio terræ cauffa eclipſis adæquata . Ac
vanum eſt dicere , his locis Ariftotelé , & Auerroem non dicere
interpofitionem terræ effe eclipſeos æquata cauffam etfi.n.id totidé , ac
prorfus ijſdem no enunciat verbis , fententia tamé prorfus eandem proferüt .
" Dixi etiam Ariftotelem primo poſter . vnicam eſſe cauflam rei dicere ,
ob quam res eft : Ad hoc refpondet aduerfarius , Ariftotele loqui de fcientia
aptitudinis , non autern de fcientia actus : Fuga hæc OGILIK eft , 4 eſt , non refponfio . De eadem enim
cauſſa loquens Arift . ſecundo poſt . 6. qua vocat το ' μίσον , & τὸ ιιατί , de qua loquutus erat in primo ,
exemplum præcipue affert eclipleos , & cauffe ipfius , quam diximus ,
interpofitionis ſcilicet terra . Neque vero ipſe miretur , quod ego in Cri ticis dixerim ,
putidum effe de re hac omnibus manifeſtiſsima plura dicere . Vnicam enim effe
cauffam , propter quam res eſt , nemo mihi præter ipſum aduerfarium in dubium
reuocauit . Falfum effe lineam a perſpectiuo definiri eſſe longitudinem
cumlatitudine , & profundi tate , ac falfum eße , mathematicas non puras
eße magis phyſicas , quam mathematicas IXIT aduerfarius libro quinto logicarum
difputationum cap . 4. perſpectiua , & muſicam , quamuis inter mathematicas
connumerentur , accedere potius ad naturam philoſohiæ naturalis , quam ad
naturam mathematicæ , idq ; philoſo- phum teftari in ſecundo phyſ . cont . 20.
Præterea geometram dixit lineam defi- re in hunc modum , linea est longitudo
fine latitudine , cuius extrema funt duo puncta , peripetiuuin autem definire
lineam hoe modo , linea viſualis est longitudo habens latitudinem , &
profunditatem , quas a linea remouet geometra , & c . Diximus ergo in his
verbis aduerfarium duo errata comittere , ac prius effe , quòd perſpectiua ,
& muſica potius accedant ad naturam phi- lofophiæ naturalis , quâ ad
naturam mathematicæ diſciplinæ : alterum effe , quod perſpectiuus definiat
lineam , quod fit longitudo habens latitudinem , & profunditatem . Nam fi
perſpecti- ua , & muſica ( dixi ego ) eſſent magis phyſicę , quam
mathematicæ , quis id rectè ſentiens , eas vocaret potius mathematicas , qua
phyſicas , & in albú mathematicarú potius referret , in quo ab omnibus fere
collocatur , qua in album phyſicarum , cùm vnúquodque conueniétius denomi netur
ab illo , cui affinius eft , qua ab eo , cui minus eſt affine . cauſſam auté
erroris huius dixi flu xiffe ex prauo intellectu contextus 20. ſecundi phyſici
, cuius vulgata interpretatio hæc eft : De monstrant autem & que ex
mathematicis magis phyſica funt , ut perspectiua , & harmonica , & astrologia
. quæ quidé ita reddita decipere aduerfariú potuere , vt exiftimaret ita eas
eſſe magis phyſicas , vt magis effent phyficæ , qua mathematica . Attamen ſi ea
diligenter ipſe legiffet , & bene confi deraffet , in erroré hunc minime
incidiſſet , vt contra do & iſsimorú exiſtimatione ſciétias has ma gis effe
phyſicas , quam mathematicas exiftimaret . Vidiſſet enim vocem , Magis , non
poftulare poſt ſe , qua mathematica , quas duas voces aduerfariusſubintelligit
, vt hanc effe velit integram , & rectam loquutionem , Demonstrant autem
& que ex mathematicis magis phyſica funt , qua mathematica , fed potius
hanc , aut fimilem requirere oratione , nempe , quam aliæ mathematica.vt per
alias mathematicas intelligantur puræ mathematicæ , fi itaq ; bene verba intellexiffet
aduer farius , certe exijs vidiffet , eo modo ( etfi non ſatis rete ) latine
redditis verbis inferri non pof- ſe , opticain , & harmonica eſſe magis
naturales , quam mathematicas . Sed profecto vt ſenten- tia effet clarior
vertendum fuiffe dixi aliter illud φυσικώτερα . hoc enim loco vox comparatiua
non folú ( dixi ) nó auget , fed meo etiam iudicio inminuit : immo vero ſi
ſequamur iudiciū vete- rum grammaticorum , ſemper minus aliquid dicit
comparatiuum , quam poſitiuum . Certe id Gaza euenire aliquando , apud Græcos ,
obferuauit . Cuius hæc funt verba : Ανάπαλιν δ ' ενίοτε τοῖς συγκριτικοῖς ἀντὶ ἁπλῶν
θετικῶν ἐτι χρήσασθαι , και τι θετικού μετριώτερον βούλεσθαι ὁ λέγων δοκεῖ .
Hac igitur voce , phyſicotera , hoc loco dicendum eſſe , Ariftotelem minime
intelligere voluiffe harmonicam , & opticam efle magis phyſicas , quam
mathematicas , fed præter quam quod mathematicæ funt , ſapere non nihil phyſica
. propterea vocat cas philoſophus mathematicas , quia re vera funt mathe matice
, & fimul phyſicoteras , quia non funt prorfus phyſicæ , fed mo do quodam
phyſicæ , quoniam non nihil habere videntur affiniratis cum rebus phyficis ,
qua- tenus ipſam quantitatem confiderant in determinatis rebus , & fubie
& is phyſicis materialibus propterea , fi hæ quæ modo quodam , ſeu ſecundum
quid phyſicę dicuntur , res in determina- ta tantum materia confiderant , licet
a materia ſeiunctas ( inquit Ariftoteles aduerfus eos qui ponentes ideas , eas
effe volebantre , & ratione a materia ſeparatas ) quanto magis res cú ma-
teria , & vt obnoxias materiæ confiderare debuerit ſcientia phyſica ? Vt
argumentetur Arifto- E teles teles a minori ad maius huc in modű , fi quæ
mathematicæ funt , propterea quòd phyfice ſunt ſe : cundum quid , &
paullulum ſapiunt naturam phyſicarum , non confiderant res , nifi in mate- ria
determinata , quanto magis immerſa materiæ eſſe debuerit illa , quæ non
ſecundum quid , verum fimpliciter eſt phyfica ? Hoc modo interpretata ratio
Ariftotelis in cont . illo 20. fecundi phyſici , validiſsima eſt , ac proinde
tanto digna philoſopho . Secundum erratum aduerfarij ef- ſe diximus , quod
perſpectiuus definiat lineam effe longitudinem cum latitudine , &
profundita te . quod nunquam fando auditum . Si enim linea definiretur a
perſpectiuo , vt res latitudine , & profunditate conftans , linea
perſpectiui effet corpus geometræ , quia corpus geometra illud eſt , quod
longitudinem , & profunditatem habet . Refpondet ad hæc in ſua propugnatio-
ne aduerfarius his verbis : Vi primi perperam iudicati erroris confpicua magis
refulgeat defenſio , a fe- cundo ordiemur , pro cuius euerſione id accipiendum
est , quod in Aristotele verſatis est notum , nempe indiui- fibile minimum ,
& punctum dupliciter vfurpari , vel ratione , vel ſenſu : punctum , &
minimum ratione illud eft , quod abſolute , fui natura , & conditione eſt
tale , punctum vero , & minimum ſenſu est illud , quod videtur quidem ,
& non eft , adeo quod minus co fub ſenſum non caderet . Ex hoc oritur
distinctio puncti , linea , ac ſuperficici in mathematicam , & phyſicam , nam
mathematicum punctum est penitus indiuifibile , pu Etum vero phyficum videtur
minimum ſenſui , at non eft : id ipſum de linea , & fuperficie , relata ad
latitudi- nemilla , hac ad profunditatem , fe habet . Hæc distinctio elicitur
ex varijs locis Ariftotelis , veluti ex primo de calo 1 17. & primo de ortu
& interitut . 35. Ac viris doctis ingenue philoſophantibus confpicua est ,
ex quo refulget euerfio fecundi a Critico iudicati erroris , & ea confpicue
ex Aristotele elicitur . nam cum perspectiuus lineam confideret materia iunctam
, eamque confideret vt phyficam , vere punctum , & linea perſpettini
poſſunt dici corpora abſolute , quia iuncta materiæ funt minima phyſica , &
fecundum , ſenſum nõ aute abfolute.Cocedamus aduerfario diftin & ioné hanc
eſſe conſpicuam viris do & is ingenue phi loſophantibus , hoc enim nihil
officit noftræ reprehenſioni : linca enim perfpe & iui non dicitur phyſica
in ea ſignificatione , qua ab Ariftotele precitatis locis ſumitur pun & um
, fed longe alia proinde distinctio facienda eſt vocis phyſica vel naturalia .
eft auté hæc : naturale dicitur vel id , quod habet natura , & eſt ſubie
& u accidentiú , vt funt corpora omnia phyſica , vel id , quod eft in ſubie
& o naturali , vt funt accidentia , quæ ob id poſſunt dici naturalia (
licet nor fatis proprie cú proprie tantú naturalia dicantur , quæ habent
naturam , ipſa ſcilicet accidentiú ſubiecta ) quo modo minus improprie
naturalia dicuntur accidentia verbigratia quæ funt de predicamento qualitatis ,
quam ea , quæ funt de prædicamento quantitatis , ea.n. non nifi ex mutatione
aliqua oriuntur , aut mutationis alicuius cauffæ funt , ob id præter phyſicam
nulla de his alia poteſt eſſe ſcientia , quia ratio formalis phyſicę eſt motus
, & mutatio . At vero accidentia de prædi- camento quantitatis , neque a
mutatione neceffario veniunt , neque mutationem in alijs faciunt ; proinde hæc
minus proprie dicuntur naturalia , quoniam ea poſſumus abſtrahere a materia non
confiderando ipſa vt accidentia rerum naturalium . quo quidem modo confiderantur
a pu ris mathematicis . quando autem hæc etſi non confiderantur vt accidentia
corporis naturalis , confiderantur tamen vt in definito ſubie & o funt ,
verbigratia cum confideratur linea non qui- dem vt pafsio corporis , fed tamen
vt in fubie & o aliquo definito exiſtens , verbigratia vt in ra- dijs ab
oculis ad obie & ú viſibile emiſsis , ité numerus vt in ſonis , tum hec
accidentia poſſunt ad huc dici phyfica , quatenus confiderantur vt funt in
rebus phyſicis , ſed multo minus pro- prie . Naturale igitur proprie dicitur
corpus habens naturam , minus proprie naturale dicitur accidens in eo corpore
exiſtens . quoniam autem accidentia non ſunt eiuſdem naturæ , fed alia a
mutatione pendent , alia minime , quæ pendent a mutatione comparata eum illis ,
quæ ab ea mi- nus pendent , minus improprie quam illa dicuntur naturalia : illa
autem quę a mutatione mi- nime pendent , inter ſe comparata , quatenus ſcilicet
cófiderari poffunt , vel vt accidentia , & paf- fiones corporis naturalis ,
ex co manantes , vel vt in ſubie & o definito verſantes , primo modo mi nus
improprie , fecundo autem magis improprie naturalia dici poffunt.atque hoc
poſtremo mo do linea perſpectiui dicitur naturalis , quia ſcilicet confideratur
vt exiſtens in re naturali , nem pe vel in radijs viſualibus , vel in aere
interiecto inter viſum , & obiectum viſibile , non autem vt paſsio viſus ,
aut tale aliquid . Atque hoc dicere voluit Ariftoteles ſecundo phyfico cont .
20 . his verbis : Perspectiua autem mathematicam quidem lineam , fed non quatenus
mathematicam confide- rat , fed quatenus phyſica eft . Quatenus phyſica eſt ,
inquit , hoc eft quatenus eſt in determinato corpore phyſico . Vbi illud
notandu Ariftotelem dicere perfpe & iuam confiderare lineam ma- thema- t
thematicam , quod eft , lineam fine latitudine . Non credit aduerfarius
expofitioni huic mea ? faciam mox vt ei libenter fidem habeat , ecce verba
Simplicij hunc locum exponentis : Per- Jpettina autem accipit lineam
mathematicam . nam vt longitudinem folum , ſine latitudine illam confiderat ,
fed non qua mathematicam , fed qua naturalem . Quid pro nobis clarius ? non ne
igitur palinodiam canet aduerfarius , ſi ſapiet ? At ipſe nobis affert
Alhazenum libro primo propofitione 14 . & Vitellium perſpectiuos vt fibi
hac in re fuffragantes . Neque vllibi Alhazenus , aut Virel- lius dicunt lineam
eſſe longitudinem cam latitudine , & profunditate , nec , fi dicerent ,
eſſet ijs credendum , cum ſtultissimum fit hoc afferere : & eorum
principijs contrarium . Vt autem ad- uerfarius intelligere poſsit quomodo a non
puris mathematicis lineæ & puncta conſiderentur codem modo , quo a puris
mathematicis , coſulat cos , qui locorum longitudines dimetiuntur : ac roget
cum explorare volunt longitudinem & interuallum loci , quam ab vno termino
ad alium du & am lineam confiderant , cogitent ne eam vt lata , &
profunda , an ſolum vt longam , ipſi enim ridentes , dicét ſe quærere
longitudinem loci , proinde lineam confiderare vt longa , non vt lata , hoc
enim ad rem nihil pertinet , fic etiam perſpectiuus cum lineam ab oculo ductam
ad obie- & um vifibile confiderat ; non confiderat vt latam , ſed tantum vt
longam , vt rectam , vt refra- Cam , vt angulos efficienté , & cetera
huiufmodi : in eo differt a gemetra , quod is linearum re- & itudinem , refra
& ionem , curuitatem per ſe ipſas confiderat , nulli eas applicans
determina- to fubiecto , perfpe & iuus auté eas applicat ſubiecto
determinato , illarū tamen ſolam confide- rat longitudinem , nempe earum
progreſsionem in longum , non autem in latum , aut in profun dum . aduerfarius
autem deceptus eſt forte quia confiderauit lineas illas , quæ in libris
perſpecti uæ exaratæ funt , quæ certe latitudinem habent : & phyſicæ funt
co modo , quo phyficum dicitur puntú ab Arift . primi de celo 117. commemoratu
. Sed puerilis eſſet hæc deceptio . An forte deceptus eſt a voce , viſualis ?
putauit.n.forte dici viſualé perſpectiuilineam , quia videturratqui hoc etiam
falfum eſt . Viſualis porro linea dicitur , quia conſideratur in viſu ,
quatenus a viden- te ad rem viſam protrahi , ac produci mathematice cogitatur .
Non ergo linea perſpetiui mo uet ſenſum , nifi ille , que in Vitellij , &
Alhazeni , & aliorum libris extant . Cum igitur dicat ad verfarius : Sunt
itaque linea gemetrica , & linea phyſica distincta , & ideo confiderans
lineam , vt geome tricam , differt per modum confiderandi , & definiendi a
confiderate lineam , vt phyſicam : at geometra , perspectiuus ita fe habent ,
non eft igitur idem vtriufque conſiderandi , & definiendi modus . Reſpondeo
ſi per lineam phyſicam intelligat linea , quæ videri poteſt , concedo hanc effe
diſtinctam a geo- metrica etiam quo ad eſſentiam , fi vero per naturalem ,
intelligat lineam perſpectiui , dico cá differre a linea geometrica non quo ad
eſſentiam , ſed quò ad illud accidens ; nempe quod linea perſpectiui fit
alligata certo cuidam fubiecto , linea autem geometrica fit abſtracta ab omni
fubiecto.propterea nego definiendi modum perſpe & iui eſſe diuerfum a modo
definien- di geometre quoad eflentiam rei definitę , cú vterq ; definiat linea
eſſe lõgitudiné fine latitudine . Et nego perſpectiuú a geometra differre per
modum confiderandi , in quo etia ſi differret , ad huc modus confiderandi non
poteſt vllo pasto mutare effentiam , & naturam rei confiderata : quod vel
pueri ſciunt . at vero qui lineam geometricam confiderat vt latam , &
profundam ; mutat naturam lineæ , & facit cam effe corpus. si ergo geometra
non differt a perſpectiuo in re confiderara , perſpe & iuus lineæ
geometricæ debet eum afferre confiderandi modum , qué ea recipere poteft in ſuo
ſtatu , & in effentia ſua manens ; alioqui falfum erit hos duos artifices
in re confiderata non differre . Vt igitur vna atque eadem in ſubalternate
ſcientia , atque in fubal- ternata maneat res confiderata , non debent diuerſz
eius afferri definitiones to modo , quo di- uerſas affert lineæ definitiones
aduerfarius , qui in hac re ica ridiculus eſt , vt ridiculus mihi ipſe videar ,
qui cú eo difputatione hac de re longius protraha . Nunc quæſo cognoſcite
interpretatio nem contex . 20. ſecundi phyſici , ab aduerfario productam : Hoc
cum fit verum ( inquit ) refpondes etiam Aristotelis inſtituto in ſecundo phys
. vult enim ibi philoſophus manifeſtare aduerfus Platonem for- mas materiales
non poſſe a materia fecerni . & cum id ostendiffet de formis abfolute
phyficis , qua fe habent vt fimum , idem oftendit etiam de formis mathematicis
, que se habent vt curuum , patefaciendo , quod quam uis a geometra definiantur
fine materia , tamen a mathematicis medijs , qua lineam confiderant vt phyſicam
, connectuntur cum materia , & per materiam definiuntur.at niſi
perſpectiuus lineam fecus confideraret , & definiret , acid faciat geometra
, re vera confirmatio illa Aristotelis inanis effet . Argumentum illud 2 minori
ad maius , quod & Themiftij ipfius , & communi interpretationi
confentaneum eſt , ad- uerfarius verſarius inane exiftimare videtur , nëpe
ſcientiæ ſecundum quid phyficæ , vt perfpe & iua , & c.no poffunt res
confiderare fine materia , vt lineas , circulos , & c . fed neceſſe habét
hæc omnia confi- derare in ſubiecto , & materia determinata , quanto igitur
minus naturalia ipſa , quæ conſtant in . trinfece ex materia , phyſicus
abſtrahere poterit ? inane , inquam , hoc exiftimare videtur argu- mentum ,
illud vero tantūmodo ſolidum , quod ex ſuppoſitionibus ſuis præclaris elicitur
, nem- pe aliter lineam verbi gratia a perſpe & iuo definiri.Sed quomodo
lineam per te definit perfpe- & iuus ? age dicito , hoc ( inquies ) modo ,
vt a te definita eſt lib.5 . logicarum difp.cap.4.linea vi- Sualis eft longitudo
habens latitudinem , & profunditatem . Ddefiniat hoc modo linea
perſpectiuus . quid poſtea ? an ob id perſpectiuus erit magis phyſicus , &
magis phyfice res confiderabit ? fi id ſequetur , nihil obſtiterit , quo minus
& geometra dicatur phyſicus , & impurus mathematicus , cú & ipſe
conſideret & longitudiné , & latitudiné , & profunditaté , fi quidé
gemetriæ pars eſt ſtereometria , qua eſſe ſubalternantem , no ſubalternatam
tradidit , Ariftoteles primo poſter . & ibide Themiſtius parte geometriæ ,
facit , vt reuera eſt facienda , in qua confiderantur quæ con ſtant longitudine
, latitudine , profunditate . Sed ſtercometra purus eſt mathematicus , ergo
& purus erit mathematicus perſpetiuus ipſe.per fundameta igitur aduerfarij
potius pſpectina eſt pure mathematica , quá vllo modo phyſica . Certe quod
efficitur ex eius ſuppoſitionibus argumé tum Ariftotelis nihilo erit validius ,
quá quod ex noſtris eſt factum : immo validius multo no- ſtrum eſſe nemo non
intelligit . Sed mittamus hæc . Poftea meinclamat , tu vero ( inquiens ) a quo
didiciſti vnum , eundemque effe geometrie , & perspectiva definiendi modum
, cum earum confiderandi mo- di fint diuerfi ? Rogato me potius a quo difcere
contrarium potuerim , exceptis tui fimilibus primum enim res conſiderata
vtriuſque eadem eſt quoad eſſentiam , differt enim tantú per ac cidens : modus
autem conſiderandi idem ex viri clar . ſentétia . Cú ergo non differant in re
co- fiderata , niſi diſcrimine accidentali , idem eſſe omnino debet quo ad
effentialia modus definien di . Ad cetera : Pertranfiens modo ( inquit ) ex
fecundo ad primum nuncupatum errorem , non ignoro lite effe inter philofophi
interpretes de mathematicis medijs , num magis fint phyſica , an magis
mathematica.Verun tamen cum AQUINO (vedasi) in phys.existimo ego eas effe magis
phyſicas . quod elicio ex verbis Aristotelis di centis : oftendunt auté &
mathematicarum quę magis phyſicæ funt . Nec dicere valemus , id de- bere
intelligi , facta comparatione cum pure mathematicis , dicendo , vt Criticus ,
quod funt magis phyſica , quam ille , quæ funt pura mathematica . nam fi id
diceremus , in confpicuum errorem laberemur , quod fcili- cet pura mathematica
ob vim comparationis effent phyſica . Erratum merito dixi eſſe , quod ab
auerfa- rio dictum foret mathematicas impuras eſſe magis phyſicas , quam
mathematicas : fi enim prin cipia , & media fuarum demonſtrationum fumunt a
puris mathematicis , quomodo poffunt ma gis phyſicæ dici , quam mathematicæ ?
ſi enim demonftratio ſumit appellationem a medio , & media conclufionum
huiufmodi ſcientiarum à ſuperioribus puris mathematicis petuntur , vel certe in
eas reſoluuntur , cur eas eſſe dicamus magis phyſicas , qua mathematicas ? Quia
inquit , modus earum conſiderandi eſt phyſicus . Immo vero ex hoc inferre
debuit modum confideran di harum ſcientiarum non eſſe phyſicum , quoniam cum
media , & principia deſumantur ex eo- dem fonte , vnde petitur modus
confiderandi ; ſi principia fumuntur a ſubalternantibus , ab ijf- dem quoque
modum confiderandi eſſe deſumendum neceſſario ſequitur . hinc etiam inferre li
cet , quando Ariftoteles dixit 2. phyſ . lineam a perſpectiuo confiderari vt
naturalem , non in- nuere per id perſpectiui modum confiderandi , ſed ſolum id
dixifle ad oftendendū accidentale il lud diſcrimen geometriæ & perſpectiuę
, vt dictum eſt a viro clarifsimo in libro de tribus præ- cognitis . Hoc cú
forte poſtea confideraffet AQUINO (vedasi), quod afferuerat in phyficis , népe
ſcie- tias haſce eſſe magis phyſicas , qua mathematicas , id retractauit ſuper
Boethú de Trinitate q.5 . de diuiſione ſcientiarum , artic . 3. vbi fatetur has
eſſe magis mathematicas , quod & fatentur mathematici alij clarifsimi ,
& clarifsimi philoſophi . Nec vero timendum eſt , ſi , φυσικώτεραι reddétes
, magis phyſica , cú auctore vulgatæ verſionis , dicamus magis phyſica , quá
puras ma thematicas , ne puras mathematicas ob vim comparationis phyſicas
efficiamus . Timeane hoc , qui negligenter in auctoribus legendis verſati funt
. Quid ? non abeo longius.en tibi fi- milem dicendi modum ex lizio in contextu
ſuperiore ſecundi phyſici , dicente , Phifica enim abstrahunt , cum minus
abſtracta fint mathematicis . Si ergo aduerfarius ob vim compara- tionis
colligi putat puras mathematicas effe phyficas , co quia impuræ dicunturijs
eſſe magis phyſica ; fequitur.n.ex hoc , puras eſſe minus phyſicas , ac proinde
phyſicas ; fimiliter ergo dicam phyſica 4 phyſica abſtrahere , qa ſi minus
abſtrahút mathematicis , ergo abſtrahunt.at falsŭ eſt ex Arift . phyſica
abftrahere a motu , ergo fequitur cóparationé hic nó cogere vt phyſica
abſtracta pute- mus efle : quod fi hic comparatio non cogit , neque igitur in
textu ſequenti coget , vt puras mathe maticas effe phyſicas exiftimemus . Quod
auté hic non cogat , teſtatur Simplicius inquiens Ari- ſtotelem dixiffe phyſica
eſſe minus abſtrata mathematicis non quia putet Ariftoteles phyſica effe
abſtracta , cum ne cogitatione quidem a motu poſsint iuxta eius ſententiam
abſtrahi , ſed δι ευλάβειαν φιλόσοφον . Quod autem fine motu & materia ne
cogitari quidem poſsint naturalia , manifeſtat Ariftoteles exemplo ſimitatis ,
quæ fine materia & fubie & o intelligi non poteſt . Hęc Simplicius .
Habeo & alia huiuſce loquendi rationis exempla , quæ cum alijs quamplurimis
abu- fionibus , & άμαρτύμασι ſcriptorum tum Græcorum tum Latinorum a me
obferuatis , breui , Deo annuente , in lucem proferam . Inquit deinde
aduerfarius : Quod verò mathematica nuncupеп- tur , parum refert : appellantur
enim mathematica tum ratione fubalternationis , quoniam mathematicis fub-
alternantur , tum etiam quia fuam confiderationem in principia mathematica
refoluunt , at per proprium con- fiderandi modum cum materia , motu , &
ſenſu iunctum magis phyſica funt . Si mathematicæ mediæ , vel impuræ
ſubalternarentur puris mathematicis ſecundum partem aliquam ſui , vt
ſubalternari di cuntur phyfica quoad tractationem de iride ipſi perſpectiua ,
& chirurgia , quatenus agit de vul- nere orbiculari ipſi geometriæ , hæc
aduerfarij reſponſio admitti poſſet : Verum cum impuræ mathematicæ ſecundum ſe
totas puris mathematicis ſubalternentur , hæc refponfio explodenda ) \ eft vt
fibi contradicens.ſubalternari.n.puris mathematicis ſecundum ſe totas ( hoc
enim de ijs negari non poteſt : & hoc fignificat , verbum , ſubalternari ,
cum abſolute ſumitur vt ipſum ſu- mit aduerfarius ) & effe phyſicas , idem
eſt dictu , ac eſſo vere mathematicas , & effe vere phyſicas , videlicet
hermaphroditos . Poſtremo notat & aíaduertit in me aduerfarius , vt &
hoc loco Criti- cus videatur effe , peccatum quoddam in ſyllogizando meum : His
peractis , inquit , acre noſtri Cri- zici ingenium obiter retegere
lubet.exponens ipfe vocem illam , φυσικώτερα , in 20. contex.fecundi pbys.quod
Scilicet harmonica , & optica modo quodam , & fecundum quid phyſica
funt , pronunciauit comparatiuum minus aliquid femper dicere , quam pofitiuum ,
illudque Gaze auctoritate confirmauit , inquiens certè id Gaza euenire apud
Græcos aliquando obferuauit . Quæ obfecro , hac est confirmatio ? Caza apud
Grecos aliquan- do obferuauit comparatiuum minus aliquid dicere , quàm poſitiuum
, ergo femper comparatiuum minus ali- quid dicit , quam pofitiuum . O miſer
Critice deſinas ineptire . Ego verò miſer . cú homine enim mihi res eft ,
quicum me Aſcenſium etiam interdum agere oportet . Cum dixi , certe id Gaza
euenire ali- quando apud Græcos obferuauit , nolui per hæc verba propoſitionem
illam vniuerſalem confir mare , Cominus aliquid ſemper dicere comparatiuum
poſitiuo : ſed co verba illa dixiffe volui , ve conftaret in propoſito
Ariftotelis loco τὸ φυσικότερα ſumi poſſe vt fignificans minus , quam τὸ φυσικά
: & confequentiam hanc feci , comparatiuum ex auctoritate Gazz aliquando
minus dicit poſitiuo , ergo potelt το φυσικώτερα minus dicere , quam τὸ φυσικά
. hæc eſt mea conſe- quentia , non autem illa inepta , quam inepte mihi imponit
aduerfarius , ſcilicet , Gaza obferuauic aliquando comparatiuŭ minus dicere
poſitiuo , ergo ſemper cóparatiuú minus dicit poſitiuo.nó enim auctoritatem
Gazæ produxi ad probandam illam vniuerfalem propoſitionem ( vt dixi ) ſed ad
oftendendum hoc peculiare , nimirum τὸ φυσικώτερα poſſe minus dicere , quam τό
φυσικά . quod quia probare tum mihi non vacabat per vniuerfalem propofitionem ,
quæ eft , compara- tiuum ſemper dicere minus poſitiuo , often dere ſatis habui
per particularem Gazæ propoſitio- nem . Senfus ergo meorum verborum hic eft :
το φυσικώτερα hic non auget , ſed potius im- minuit ſignificationem rei ; ac
imminuunt interdum voces comparatiuz . immo ve- ro eas ſemper imminutam dicere
qualitatem alij voluerunt . Sed vt cunque fit , certe eas aliquando imminuere
Gaza obferuauit : quare & hic τὸ φυσικώ τερα minus quam τὸ φυσικά
fignificare poteſt , hic eſt meorú ſen- ſus verború , qué qui Latinè ſciat , ex
ijs facile eruet . Quicúque ergo ea dici inepte putat ; ineptus ipſe eſt . Ne
igitur hæc aduerfarij admonitio videlicet , o miſer Critice de finas ineptire ,
ineptiſsima videatur , cú & ip- ſe Criticú agat , ca in ſe ipſum reflectat
. Iure igitur duo , quæ diximus , aduerfarij errata in Criticis repre hendimus
, eaque iure errata vocauimus . : Syllogifmum illum , quo per animal rationale
oftenditur riſibilitatem effe apti- tudinem hominis ad ridendum , non eſſe
Auerroi demonstra- tionem , immo neque Syllogifmum : Ixit aduerfarius libri ſui
4.difputationum logicarum , cap.2.demonſtrationé illă , in qua concluditur
eſſentialis definitio paſsionis de paſsione per aliam eiuſdem pafsionis
cauſſalem definitionem , non poſſe eſſe potiſsima , ſed tantum propter quid :
vt gratia exempli : Propter aíal rõnale eſt aptitudo hominis ad ridendū , ſed
rifibilitas eſt propter aíal rationale , ergo riſibilitas eſt aptitudo hominis
ad ri- dendum . Idem libri quinti capite vltimo affirmare non eſt veritus hanc
eſſe ex Auerrois ſenten tia com.47.ſecundi poſter.potiſsimam demonſtrationem ,
immo vero præcipuam inter potiſsi- mas . Quæ duo aduerfarij dicta poſterioris
Critici cap.quinto in diſquiſitioné vocauimus , often dimuſque corum alterum
inconftantiam aduerfarij patefacere , qui diſput.logicarum libro ſex- to , vbi
agit de ſpeciebus demonftrationis , eas ſolas demonftrationum propter quid
nomine ſic dignatus , quæ de ſubiecto concluderent inhærentiam propriæ
affectionis : alterum vero non obſcure fignificare cum Auerroi tribuentem ea ,
quæ fi dixiflet Auerroes , ad agnatos deducen- dus fuiffet , Auerroem non
intelligere.produxique Auerrois ex com.47.in ſecundum poſter , ver ba , quæ
aduerfarius non intelligens imponit Auerroi quæ nunquam ille ſomniauit .
Explicans Auerroes ſecundi pofteriorum contextum ipſi quadragefimum ſeptimű ,
cuius quidem contex- tus iuxta verſionem , qua vſus eſt ipſe Auerroes , in
initio hæc verba leguntur : Ex diftis itaque euidens est , quomodo demonftratio
de eo quodquid eft , inueniatur : & quomodo non est : Hæc verba in duas
ſecat claufulas : quarum prior hæc eſt : Ex diftis itaque euidens est , quomodo
demonſtratio de eo quodquid est , inueniatur : pofterior autem hæc : Et quomodo
non eft : ac priorem quidem ſepa - ratim explicat , ac feparatim poſteriorem .
Nulli autem eſt dubium Ariftotelem per hæc verba dicere velle ipfius
definitionis dari modo quodam demonftrationem , quatenus elicitur defini- tio
ex ea demonſtratione , in qua oftenditur paſsio de ſubiecto : non dari autem ,
quatenus mon- ſtrari definitio vlla , vel ſubſtantiæ , vel accidentis , hoc eſt
, de ſuo definitio per demonſtrationem concludi , non poteſt . In prioris
igitur claufulæ expoſitione non poteft Auerroes loqui , nifi de ijs
demonftrationibus , ex quibus definitio elicitur , népe de veris
demonſtrationibus , in quibus pafsio de fubiecto ſuo demonſtratur : in
poſteriori aut no niſi de ijs , quæ concludunt definitioné de definito ; quæ
quoniam concludi nó poteſt per demonftrationem , merito inquit Ariftoteles quod
eius demonftratio non detur . Auerrois ex com.47.ſecundi poft . verba hæc funt
. Dum di- xit Arift . Ex dictis itaque euidens est , quando ſit demonstratio de
eo quodquid est , intendit , Euidens itaque eſt ex diftis quomodo ex
demonstratione educatur definitio.quando enim definitio ex demonstratione
educi- tur , aliquo modo inuenitur demonftratio de co quod quid eft , ideft de
ipfa definitione , que autem demonſtra- tio fit illa , boc fit quando ipfum
definitum fuerit maius extremum , & fumitur oratio explicans loco eius no-
minis , & deduxit in medium maioris extremi cauffam , fiue illa cauſſa
ſignificetur per orationem adeo quod eius fit aliqua definitio , fiue fuerit de
illis , qua non ſignificantur per orationem . Difpofitio enim medij termi- ni ,
qui est cauſſa maioris extremi , non euadit quatuor modos : quorum vnus est ,
quòd vnaqueque fignifice- tur per in complexam diftionem , & hac
demonftratio non eßet definitio proxima potentia . fi vero fit , hoc eft per
remotam , ideft quod illa non ſit definitio poſitione differens , niſi poſt
commutationem maioris extremi per orationem explicantem.fecundus autem modus eft
, quod medius terminus fignificetur per orationem , & maius extremum per
orationem , & de re huius demonftrationis non eft dubium quod fit perfefta
definitio.me dius autem terminus insidit inter duas res , quibus commonstrauit
maius extremum , videlicet inter accidens , quod eft genus definiti , &
inter ipfius ſubiectum.Tertius autem eft , quod maius extremü fignificetur per
ora tionem , & medius fignificetur per dictionem , & bac etiam eſt
definitio in potentia , ficut definitio perfecta , que non est alia a prima ,
medius autem terminus cadit in illam , quando cadit a prima . Et quartus est
quod maior terminus ſignificetur per diftionem incomplexam , & medium ,
quod eft cius tauſſa , ſignificat illud per orationem , & bec iterum eft definitio
in potentia , nifi quia eſt remotior prima : indigemus enim in ea comon-
Stratione ad A ftratione nominis , & rei , per demonſtratione propter quid
, ficut eſt diſpoſitio demoſtrationis fimpliciter . & c . Horum Auerrois
verborum hęc eſt ſententia : Patet ex dictis quomodo fit demonſtratio ipfius
quid eſt eſt . n . eius demonſtratio , quatenus ex demonſtratione educitur ipsú
quid eſt , ſeu defini tio accidentis . Hæc autem demonſtratio , ex qua
definitio educitur accidentis , eſt ea , pro cu- ius maiori extremo ponitur ipſum
accidens circumſcriptum per orationem explicantem , hoc eſt per definitionem
fuam nominalem , vt fi dicamus , omne rationale eſt aptum ad riden- dum , eſt
oratio explicans , & nominalis definitio riſibilis . pro medio auté termino
ponitur aut vox incomplexa , vt ratioale , aut oratio explicans , ideſt
definitio eius nominalis , vt ratio- nis capax . nihil emim refertan medium fit
dictio complexa , an incomplexa . Maius autem extremum melius eft vt
ſit di & io complexa . & fi enim quatuor maioris extremi cum medio
diſpoſitiones dari poſsint , Vna , cum vterque terminus eſt di & io
incomplexa , vt , omne rationale eſt riſibile ; Altera , cum vterque terminus
eſt dictio complexa , vt omne ra- tionis capax eſt aptum ad ridendum ; Tertia ,
cum maius extremum eſt di & io complexa , & me dius terminus eſt di
& io incomplexa , vt omne rationale eſt aptum ad ridendum ; Quarta , cum
medium eſt ditio complexa , & maius extremum eſt incomplexa : tamen eſt
melius vt maius extremum ſit dictio complexa , vt eſt ſecunda , & tertia
diſpoſitio , quam vt fit incomplexa , vt eſt prima , & quarta . nam in
prima , & quarta diſpoſitione ſi fiat demonftratio , erit qui- dem
definitio potentia , ſed potentia quidem remota ; quòd fi fiat in ſecunda ,
& tertia di- ſpoſitione , erit definitio potentia quidem , non actu , fed
tamen definitio potentia proxi- ma . Nam fi dicamus , omne rationale eſt aptum
ad ridendum , Homo eſt rationalis, Ergo , & c . hæc demonftratio erit
definit o propinquiore poteſtate , quam fi dicamus , omne rationa le eſt
riſibile , & c . Na
illud , Aptum ad ridendum facile comutabimus in aptitudo ad ridendi , quæ eſt
definitio quidditatiua , & formalis rifibilitatis , cuius integra definitio
ex demonſtratio- ne , eſt elicienda . De ea igitur demonſtratione loquitur
Auerroes , in qua monſtratur paſsio de fubiecto ex qua tandem educitur
definitio ipſius pafsionis , cuius diſpoſitionem medij , ac maioris extremi
poſſe quattuor modis fieri oſtendi , non autem de ea , in qua monſtatur defini
tio . De ca enim fi agit , agere debet in pofteriori claufula , quæ eft : Dum
autem dixit lizio. Ει quomodo non fit demonftratio ipfius quod quid est ,
Intendit quòd demonftratio concludat ineſſe definitione definito per aliam
definitionem , quæ fit mediu . Cuiusmodi quidem demonftratio non datur . Hanc
vero ab aduerfario comemoratä demonſtrationem ſi dari vellet Auerroes , &
Ariftoteli cam omnino neganti , & fibi ipſi faceret iniuriam.præterquam
enim quod definitio nulla de definito , poreſt demonftrari , accedit co ,
fyllogifmum hunc , quo concluditur aptitudo hominis ad ri- dendum de
riſibilitate tantum aboſſe vt demonftratio fit , vt ne fyllogifmus quidem
topicus fit , imnio vero ne ſyllogifmus quidem fit , cum peccet in forma ,
proinde nihil concludat . Quis.n. fyllogifmus hic eſt , Propter animal
rationale eſt aptitudo hominis ad ridendum : At riſibilitas eſt propter animal
rationale , ergo rifſibilitas eſt aptitudo hominis ad ridendum ? fi enim hæc
illatio huius fyllogifmi foret neceffaria , neceſſaria etiam foret hæc , Propter
animal rationale eſt aptitudo hominis ad ridendum , At vero ſciendi facultas
eſt propter animal rationale , ergo & ſciendi facultas eſt aptitudo hominis
ad ridendum.os & audaciam hominis quæſo ſpectate , tribuentis Auerroi , quæ
fi diceret Auerroes , eam præ ſe ferret inſcitiam logicæ , vt , ne ſyllogizá di
quidem rationem tenere ſe ſe oſtenderet . Nunc audiamus aduerfarij refponfioné
in ſua pro pugnatione : Ratiocinatio ( inquit ) in qua medius terminus , &
maius extremum per orationem ſignifica- tur , ab Auerroc vocatur demonftratio .
Nam in comm . 47. ſecundi poster.inquit Auerroes : Secundus autem modus eft ,
quòd medius terminus fignificetur per orationem ; & de re huius demonſtra
tionis non eſt dubium , quod fit perfecta definitio, & c . Vbi per
orationem intelligit Auerroes definitionem . Ecce Auerroem confiteri ,
ratiocinationem illam , in qua vna pafsionis definitio per aliam eiusde
pafsionis definitionem oftenditur , effe demonstrationem : aliter non dixiffet
, Et de re huius demonstrationis non est dubium , & c . Verum eſt Auerroem
confiteri , Ratiocinationem illam , in qua , vna paſsio nis definitio per aliam
eiuſdem pafsionis definitionem oftenditur , eſſe demonftrationem ; fed non
iccirco , confitetur eſſe demonftrationem eam ratiocinationem , in qua
paſsionis definitio de paſsione ipfa oftenditur.hoc autem ſecundum erat
aduerfario probandum , non illud primú . namque illud primum , quod ſcilicet ea
ratiocinatio , in qua vna paſsionis definitio per alia eiuf- dem paſsionis
definitionem oftenditur , fit demonftratio , numquam eſt a nobis negatum , a no
nobis bis tantummodo negatum eſt eam dici demonſtrationem , in qua
definitio nominalis de ſuo de- finito demonſtretur . Velenim dicamus , omne
rationis capax aptum eſt ad ridendum , homo eſt huiufmodi , ergo homo eſt aptus
ad ridendum , vel dicamus , in quo eſt facultas ratiocinan- di , eſt aptitudo
ad ridendum , in homine eſt ea facultas , ergo in homine eſt aptitudo , &
c.fem per quidem oftendimus vnam definitionem per aliam , nempe definitionem
riſibilitatis , aut rifi- bilis per definitionem rationalitatis , aut
rationalis , non tamen per hæc oftendimus vmquam definitioné de definito , népe
ipſius riſibilis aut riſibilitatis definitionem de riſibili , aut de rifi-
bilitate . Nihil igitur ex verbis Auerrois modo relatis probat aduerfarius.
Præterea cum ipſe libri 4.difput.log.cap.8.vt fupra diximus cap.quarto , ex ea
propofitione , Rationalitas eft cauf ſa riſibilitatis ( quæ eſt eadem cum hac ,
videlicet , propter animal rationale eſt aptitudo ho- minis ad ridendum , nifi
quod huius propoſitionis termini pluribus ſignificantur vocibus , cum termini
illius duabus tantum ſignificentur ) deducat hanc conclufionem , ſcilicet ,
ergo in ho- mine eſt riſibilitas , cur igitur vult Auerroem ex eadem propofitione
colligere conclufioné hanc videlicet , ergo riſibilitas eſt aptitudo hominis ad
ridendum : non autem eam , qua ibi ipfe colli- git ? Pergit aduerfarius : Quod
poftea demonſtratio illa inter potiſſimas pracipua fit , ex Auerroe colligi-
tur.nam fi vult ipſe demonstrationem , que est potentia remota definitio , eſſe
propterquid , & per Criticum potiffimam , tanto magis velle deberet eam
inter potiſſimas præcipuam eſſe , in qua vna paßionis definitio per aliam
eiusdem paßionis definitionem oftenditur , cùm per Auerroem ea fit perfecta
definitio , eiuſque medium cauffa fit veriusque extremi , quod potißima
demonftratio requirit . Vult ( vt dixi ) Auerroes eam effe po- tiſsimam
demonftrationem , in qua vna paſsionis definitio per aliam eiuſdem paſsionis definitio
nem oftenditur , vt cum demonſtratur definitio quidditatiua paſsionis de
ſubieto per definitio- nem eiufdem pafsionis cauſſalem . Quis hoc tibi negat ?
ego folum nego Auerroem velle eſſe de monftrationem eam , in qua paſsionis
definitio de paſsione ipfa demonſtratur.cuius quidem me dium nullo modo poteſt
dici caufla vtriufque extremi eo modo , quo demonftratio potiſsima re quirit ,
vt demus in præſentia eius mediŭ ex mente Auer.eſſe cauffam vtriuſque extremi .
Na me dium eſt minoris quidem extremi cauſſa formalis , at vero maioris eſt
cauſſa vel efficiens , vel fi- nalis , Huius autem demonftrationis , in qua
demonftratur definitio paſsionis de pafsione , me- dium non effet vllo pacto
formalis cauſſa minoris extremi . Præterea medium eſt cauſſa vt maius extremum
infit minori , at vero vt definitio infit definito nulla cauſſa , nullum medium
eſſe po- teſt . Quod aduerfarium noſtrum non vidiſſe mirandum non eſt , ſed
mirandum eſt hoc idem nó vidiſſe , aut non cogitaſſe Tomitanum in folutione
contrad . 59. vbi de hac eadem re , eadem fere , quæ nofter aduerfarius
pronunciat . Cuius do & rinam eſſe eandé cum do & rina Tomitani fi di-
cerem , fic exiſtimet , Reſponſum , non di & um eſſe , quia læſit prior .
Quibus vero aduerfarij ver- bis hæc reſpondeant , ipſe intelligit . Sequitur :
Nec proinde ſibi aduerfatur Auerroes in expoſitio ne illius vltima lizio
particula , qua est , quomodo demonſtratio de co quodquid eft , non fit ,
inquiens : Dum autem dixit lizio & quomodo non ſit demonſtratio ipfius
quodquid eft , intendit quòd demonſtratio cócludat ineſſe definitionem definito
per aliam definitionem , quæ fit medius ter- minus : Quoniam ibi commentator
non recedens a mente philoſophi manifeste negat , demonstrationem con- cludere
definitionem de definito per aliam eiufdem definiti definitionem in co quod
quid eft , atque vt definitio est , non propterea negat Auerroes definitionem
vt quæfitum , & in confecutione vi ignotam , non pofje de de- finito
demonſtrari . Fabula Definitio nominalis accidentis ( vt eſt aptitudo hominis
ad ridendum ) no poteſt eſſe quæfitum , nam præfupponitur ſemper nobis eſſe
cognita ante demonftrationem teſte Ariftotele , qui numerat in precognitionibus
antecedentem cognitionem fignificationis no minis , hoc eſt definitionis
nominalis ipfius paſsionis , ( quæ eſt eius genus ) vt aduerfarius ipſe fatetur
libro quinto diſput.logicarum cap.vltimo , in quo Auerroem arguit inquiens :
Praterca pluribus in locis afferit Auerrois demonftrationem dirigi ad illud ,
quod eſt ignotum , ſed nominalis affectionis definitio femper est nota , cũ de
affectione ante demonftratione precognofcatur quid fignificet nomen , Ergo fe-
cundum Auerroes principia huiufmodi demonstrationes mibi ſuſpecta visa funt :
Vbi Auerroem non fibi conftare haud obicure ſignificat , inquiens afferri
demonſtrationes ab Auerroe eius principijs repugnantes . Vide quid fecerit
prauus intelle & us eorum Auerrois verborum , dicentis eam de-
monftrationem , in qua vaa paſsionis definitio per aliam eiufdem paſsionis
definitionem oſten- ditur , eſſe præcipuam inter potiſsimas . Quoniam enim
putauit aduerfarius de co fyllogifmo id Auerroem intelligere , quo oftenditur
definitio palsionis de paſsione , & po bene verba Auer- rois per rois
perpendit , hinc factum , vt Auerroem & inconſtantem , & immemorem ,
& ( quod aduerfa- rius non animaduertit ) rudem methodi ſyllogiſticz
effecerit . Audes ergo dicere Auerroem confiderare definitionem nominalem
paſsionis vt quæfitum ignotum ? tam ſtolidus , tam ergo immemor ſuorú
principiorů , immo vero principiorú Aristotelis abſte inducitur Auerroes , vt
nó cognſcat , no meminerit definitioné nominalé accidentis non eſſe quæfitum ,
cú præcognoſci ſem per debeat , ac proinde demonſtrari non poffe ? non ne
igitur maxima afficis Auerroem iniu- ria , quem velis in rebus logicæ
trititiſsimis eſſe aut rudem , aut immemorem ? At pergit in- quiens : Immo in
queſitis , pluribuſque in locis , & præcipue in com . fecundi post . id
concedit Auerroes vt definitio prout est quæfitum ignotum , de definito poßit
demonstrari.funt enim hec Auerr.verba com . 37 . fecundi pofter . Et propterea
oſtenduntur eſſentialia per demonftrationem , cum fuerit inter ipſa , &
inter demonftrationem , in qua inuenitur hæc eſſentia , medium , quod fit
cauſſa eſſentiæ , & hæc eſſentia aut ignorabitur ineſſe rei , in qua
inuenitur notificare monftrationem illius , quod fignificat nomen , &
terminus medius exhibet exiſtétiam illius eſſentiæ , & cauffam ipfius fimul
, quæ eſt definitio perfecta , aut erit eſſentia notæ exiſtentiz non per
cauflam ipſius , & tradet de- monſtratio cauffam illius eſſentiz : &
prima eſt intentio demonſtrationú abſolutarú , & fecúda intentio cauſſarú ,
qd hoc eſt in hoc , præter quá qd ipſa eſt ſpés cócludens eſſentialia per
cauſſas fuas : Quid clarius ex Auer.haberi pot ex Critici igitur fentëtia Auer
. quãdo hmõi verba potulit , no potuit no infanire . Neque verba Auerrois ,
neque contextu illü 37.intelligit aduerfarius , ſi quidé hæc ex animo dicit .
Ariftoteles enim in contextu præcedente iam ipſam rei veritaté aperire pollicitus
erat , inquiens : Iterum autem confiderandum quid horum dicitur bene , &
quid non bene : ac patefacere quiſnam reuera fit prauus modus demonſtrandi
ipſum quid eſt , in quem valida ſunt argumenta quz in parte diſputatiua fuerant
in medium allata : quis etiá fit bonus , vtiliſque modus , in qué argumenta
illa inualida ſunt . eo igitur cont . 37. prauum modum demonſtrandi ipſum quid
eſt , patefacere conatur.in ſequenti enim cont . eum vt prauum reijcit ,
inquiens , hic igitur modus quòd non fit utique demonstratio , diftum eft prius
, fed eſt logicus fyllogifmus ipfius quid est . Hunc igitur moduın inquit
Arift.vt fyllogifmum quidem topicum admitti poſſe , vt demonſtratiuum autem non
poffe , quia prauus & vitiofus eft.ipſo igitur cont . 37. Ariftoteles
prauum modum hac ratio- ne declarat : Demonſtrare aliquis vult definitionem de
definito , verbi gratia A , in eſſe C , vt eius quid eſt : Quod hoc vanum fit
oftenditur conſiderando modum , quo id fieri poſsit . Certú eſt aliud eſſe
oftendere abſolute A.ineſſe C. & aliud eſſe oſtendere ineſſe vt eius quid .
quod etia latius declaratur.na aliud eſt probare hoc illi ineſſe , aliud eſt
probare ineſſe vt propriű , ideft , re- ciprocabile . fi igitur oftendere velim
fimpliciter A. ineſſe C. hoc colligam ſumendo in propoſi- tione minore B.
ineſſe C. fimpliciter . at ſi velim oftendere A.ineſſe C.vt proprium , neceſſe
eſt ve in præmiſsis quoque exprimam proprium , & dicam B.ineſt C. vt
proprium & A.ineſt B.vt pro- prium.fic enim colligam A.ineſſe C.vt proprium
. At fi in præmiſsis ſumam ſolum ineſſe abſolu- te , colligam quidem A.ineſſe
C. At non potero colligere quòd infit vt proprium , ſicuti colligere volebam .
fic igitur dicendum eſt de quid eſt . fi enim velim colligere concluſionem
talem , ergo A.ineſt C. vt quid , neceſſe oſt vt etiam in minore ſumam B ineffe
. C.vt quid.nam ſi ſecus faciam , colligam folum A inefle C , fed non colligam
( quod volebam ) ineſſe vt quid . Non eſt ergo poſsi- bile oftendere hoc ineſſe
in illo vt eius definitionem , niſi ſumendo medium ineſſe eidem ſubie- & o
, vt definitionem : hic autem modus eſt vitiofus , vt antea oſtenſum fuit ,
quia petit principiú . nam quærens definitionem ipſius.C.accipio eam in
propoſitione minore , ſi quidé apud demon- ſtratiuum vna tantum eſt vnius rei
eſſentia ac definitio . Cum ergo non poſsit aliter oftendi de- finitio vt
definitio de definito , & hic modus prauus fit , non poteſt vllo modo
demonſtrari quid eſt , vt demonſtretur definitio de definito . Hoc docet lizio
co cont . 37. aliud pręterea nihil . In ea igitur parte Auerroes nulla alia in
re laborat quam in exponenda Ariftotelis ſententia.om nia igitur Auerrois verba
pertinent ad declarandam prauam ac vitiofam illam demonſtratio- nem , in qua
petitur principium . ob id ea declarans Ariftotelis verba , quz ſunt : ipforum
namque quid eft , neceffe est , medium eſſe quid eft & c . inquit : ſenſus
eft : Et hoc , quoniam de conclufionibus , qua ſune eßentia , &
definitiones , existimatur vt concludantur per fe : fequitur itaque vt fit
terminus medius eßentia confimiliter etiam iftius rei , quæ exiſtimatur eſſe
conclufio eſſentie : & fequitur petitio , quéadmodú prædixi- mus . Ecce
Auerroem dicere ſequi petitionem principij cum demonſtratur definitio de
defini- to.quare cum dicat paullo poſt Auerroes : & propterea ostenduntur
eſſentialia per demonstrationem , cum fuerit inter ipfa , & inter
demonſtrationem , in qua inuenitur bec effentia , medium quod fit cauffa effen-
tie : & cetera , quæ ex Auerroe recitat aduerfarius , minime dubitandum eſt
de praua eum loqui demonftratione , hoc eſt de ea , quam Ariftoteles negat eſſe
demonſtrationem , & concedit effe tantum modo fyllogifmum logicum , hoc eft
topicum . &
qui verba hæc ſecus intelligit , is ea non intelligit , ac fi ea vt aduerfarius
noſter intelligit , Auerroem infanum facit .
Aduerfarium , dum oftendere nititur virum clarissimumfalſo Auerroem
inter- pretari , ipsum & Auerroem & Viri clarissimi ſcripta falſo
interpretar i NOVIT aduerfarius a me reprehenfus quod Auerrois loca male
interpretetur : Auerroi vir Clarifsimus vere iniuriam facit , tribuens ei , vt
per partem differentiæ intel- ligat differentiam remotam , velitq ; in tertio
modo per fe dari propoſitiones in vfu in ſcien lijs , cum tamen oppofitum
Auerroes dicat : nam quod attinet ad primum in com . 30. pri- mi post . bac
leguntur : Cum vero dicimus quod prædicatum eſt per ſe , eſt vt præ- dicatum
fit in definitione fubie & i , aut ſecundum quod eſt definitio perfe &
a , aut pars definitio- nis , quemadmodú acceptio lineæ in definitione
trianguli , nam trianguli definitio eſt , qui com prehenditur a tribus lineis ,
Igitur linea in definitione trianguli procedit per modum partis ſe gregantis ,
ideft , differentiæ , & quem admodum pun & us , qui accipitur in
definitione linez , Et hoc , quoniam linea definitur , cuius extrema ſunt pun
& um , aut punta , igitur punctum reſpe Au lineæ ſe habet per modum partis
ſegregantis , quoniam differentia ipfius perficitur ex nu- mero , & puncto
, hoc eft , quia funt duo punta : Quorum verborum fenfus est hic : videlicet ,
in ali- cuius rei definitione fumi poſſe integram differentiam pluribus
diftionibus expreſſam , vt in trianguli defini- tione tres lineas , & in
definitione linea duo puncta . Nam triangulus eft figura plana tribus lineis comprehe fa ,
nec non linea eſt longitudo fine latitudine , cuius extrema funt duo puncta :
linea , & punctum in defini- tione trianguli , ac linea procedunt per modum
partis completa differentia , & funt in primo modo dicendi per ſe , ficut
integra , & tota differentia per partes igitur differentia non intelligit
Auerroes differentias vemotas , ideft , fuperiores in eodem pradicamento
differentias , quas fupponit proxima differentia , ficuti per partes generis
intelligit genera remota , vfque ad generalissimum , fed intelligit verè parte
, ex quibus integra differentia conſtituitur , eafque non fecus ac completas
differentias vult eſſe in primo modo dicendi : Videamus ergo vter eorú iniuriam
faciat Auerroi . Vir clarifsimus libro Priore de propoſitioni- bus neceffarijs
capite 8. colligit ex Auerroe quinque eſſe genera prædicationum per ſe ad pri-
mum modum pertinentium , aut enim definitio integra prædicatur , aut genus ,
aut differentia , & hæc ambo vel proxima , vel remota ; vt hæ omnes
propofitiones fint pſe primo modo , homo eſt animal rationale , homo eft animal
, homo eſt rationalis : homo eſt corpus , homo eft anima- tus & addit :
Dicens enim Auerroes partem generis , & partem differentiæ , genus remotum
, & differen tiam remotam intellexit : fimpliciter autem genus , &
differentiam dicens , proximum genus , ac proximam differentiam . genus enim
remotum pars est eſſentialis proximi generis , vt corpus animalis , cum in
anima- lis deamtione fumatur . differentia verò remota non ita dicitur pars
differentia proxima , fed alia ratione , quandoquidem omnis differentia tam
proxima , quàm remota ſimplex forma eſt , quæ partibus caret : fed quo niam per
differentiam proximam res differt ab omnibus alijs rebus , per remotam vero non
ab omnibus , fed ab aliquibus , ideo differentia dicitur pars differentia
proxima vero dicitur fimpliciter differentia , & alias omnes complectitur ,
vel faltem fupponit , quia fine illis nullo pacto effe , aut exogitari potest .
Per
hæc vir clarifsimus interpretatus eſt quidem verba Auerrois ex eo cont . 30. primi poſter , non tamen ea
verba , quę ex Auerroe citat ad verſarius , quæ funt de definitione lineæ ,
& trianguli , fed ea , quæ in calce funt illius commentarij . Cum enim
initio illius commentarij dixiffet Auerroes : Per fe autem dicitur de cunctis
prædicatis ſumptis in definitionibus fubiectorum : In calce diftinguens ge nera
huiufmodi prædicatorum per ſe , inquit : Et prædicatum huiufmodi vel est
definitio completa , vel pars definitionis ; & hac vel eft differentia ,
vel genus , vel pars differentia , vel generis : Quibus verbis vni nerfalem
& perfe & am facit diuifionem prædicatorum , quæ locum habere poffunt
in propofi- tionibus primi modi dicendi per ſe , quæ quinque funt , non
pauciora , in ijs ergo annumerari debet 1 debet neceſſario differentia remota ,
cum ea non minus prædicetur in primo modo dicendi per ſo , quam genus remotum ;
eam ergo ( ſi quidem hæc Auerrois enumeratio perfe & a exiſtimari debet )
per partem differentiæ fignificauit Auerroes . Cuın igitur hæc dixit Auerroes ,
neque lineam refpexit , neque triangulum , ſed numerum ipſum ſpe & auit
prædicatorum , quæ in cu- iuslibet rei definitione includuntur . Ac vera quidem
ſignificatio partis differentię non eft colli- genda ex allatis exemplis lineæ
, & trianguli , non tam.n.explicate , ac exacte ratio differentiæ ap paret
in prædicatis eſſentialibus trianguli , & lineæ , ac rerum aliarum huius
generis . quia cum huiufmodi rerum differentiæ proximæ deſcribantur per plures
di & iones , illę di & iones ſumi ſo- lent potius vt partes explicatiuæ
folius differentiæ proximæ , quam vt plures differentiæ remota a proxima
differentia præſuppoſitæ , ideoq ; Auerroes nó inquit eas plures dictiones eſſe
partes differentiæ , hoc eſt , differentias remotas ; ſed inquit : Se habere
per modum partis differentia : quaſi dicat : hæ per analogiam quanda dici
poſſunt differétiæ remotæ , quatenus linea per puncta qui- dem differt a rebus
, quibus non infunt pun & a , at vero per determinationé punctorú in duo
tan cú , & c.differt ab ijs etiam rebus , quibus inſunt puncta , vt &
homo per ſenſibile differt a rebus , quibus nó ineſt ſenſus , at per rationale
differt ab ijs etia , quibus ineſt ſenſus . idéquo de triāgulo dicédú . Tantú
igitur abeft vt Auerroes per parté differentiæ ſolum intelligat in eo comentario
plures di & iones , ex quibus habetur differentia proxima lineæ , ac
trianguli , vt potius in his ratio partis differentiæ minus , in alijs vero
rebus magis proprie ſumi ab Auerroe intelligatur . Sed ad uerſarius ea modo
cernens , quæ ante pedes ſunt , nihil præter illa profpiciens , ſecure pronun-
ciat , Auerroi fieri iniuriam . Fit certe Auerroi iniuria , ſed a te fit , qui
ante quam eius commen- tarios a capite perlegas ad calcem , eos interpretari
vis , & alios reprehendere , qui eos integros ſummo adhibito ſtudio
perluſtrarunt . Reprehendit quoque virum clarifsimum aduerfarius , quod velit
ex Auerroe in tertio modo dicendi per ſe dari propoſitiones in vſu in ſcientijs
, cum tamen oppofitum Auerroes dicat in comm . 33. primi poſt . inquiens :
Postea quam intentio fua fuerat enarrare duos modos cius , quod dicitur perfe ,
& iam mentionem fecit ex hoc de duabus ſpeciebus , que appropriantur
propoſitionibus demonſtratiuis : mentionem facit ex hoc confimiliter etiam de
ſpecie ter tia , non quod fit res vtilis ad propoſitiones demonſtratiuas , fed
eo modo quo oportet docentem diftinguere no men equiuocum in omnia ſua
ſignificata , & dirigere ad intentionem , quam intendit : Inquit ergo
aduer- farius . Si tertia ſpecies per ſe ( admifſſo nunc in tertio modo
propofitiones fieri poſſe ) non est res vtilis ad pro pofitiones demonstratiuas
, & ca , quæ funt in huiufmodi modo per ſe ſubſtantiæ indiuidue vocantur ,
quæ neque in fubiecto funt , neque de fubiecto dicuntur , & per confequens
in ſcientijs nullo pacto vfurpantur , quomodo audet dicere vir clarissimus in
tertio modo dicēdi per ſe eſſe ex mente commentatoris propoſitiones in vfu in
ſcientijs ? Iam oftendimus aduerfarium falſo eſſe Auerroé interpretatum , ideoq
; Auer- roi feciſſe iniuriam , nunc eundem eandem eidem , & viro clarifsimo
iniuriam facere breuiter oftendamus . Hunc tertium per ſe dicendi modum eſſe
quidem inutilem in demonſtrationibus dixit Auerroes , at non dixit inutilem
eſſe in ſcientijs , idem prorfus a viro clariſsimo di & ú eſt.is enim eu non
ufurpari in demonftrationibus rotundo ore protulit libro primo de propoſitioni-
bus neceffarijs cap.7.his verbis : Hac de tertio modo fatis fint . is enim
modus omnino ad demonstran- dum inutilis eft . Quare igitur ( inquiet
aduerfarius ) eum modum vir clar . in vſu eſſe aſſerit in ſcien cijs , ſi is
vtilis minime eſt ad demonſtrationes ? Quia cum multæ fint propofitiones , quæ
licet a demonſtrationibus excludantur , in ſcientijs tamen admittuntur , earum
multæ funt in tertio dicendi modo , qui ſæpe locum in ſcientijs obtinet .
proinde erronea eſt conſequentia illa , ſcili- cet , tertius modus eſt inutilis
, & non vfurpatur in demonſtrationibus , ergo modus is omnino a ſcientijs
eſt excludendus.fecundi.n.adiacentis propoſitiones no ſolú fingulares , fed
& vniuer - fales omnes ad hunc pertinent modum , vt eſſe Deum , eſſe
intelligentias , eſſe naturam , & cetera , quz ſi locum in ſcientijs habent
, & is modus in ſcientijs vfurpabitur . Quare non poteſt Auer- roes negare
propoſitiones tertij per ſe dicendi modi eſſe in ſcientijs in vſu , fi id enim
negaret de medio tolleret quæſitú ſimplex an fit ( quæ eſt propoſitio de ſecúdo
adiacente ) qd in ſcientijs eft vfitatum , & a lizio inter quattuor illa
quæfita connumeratum , quæ initio ſecundi po- ſteriorum recenfentur , immo verò
primú eorú conſtitutu . Proinde philoſophi cú de aliqua re di ſputant , ea
folent vti methodo , vt eius tractationé in quattuor partes pro numero quęſitorú
tú fimpliciú , tú cópoſitorú diſtribuat , primü quęrentes an ea res , qua de
agitur , fit , poſtea , quid fit , certio qualis fit , vltimo propter quid fit
. Quorú ordiné ſequutus aduerfarius in principio diſpu- tationum logicarum
inquit . Quoniam de omni , quod ſciri potest , vt teftatum reliquit philoſopus
in principio fecundi poſter.quattuor queri poſſunt , an fit , quid fit , quale
fit , propter quid fit , Quibus diligen- ter confideratis non poteſtid
exquisite non cognofci : ideo cumlogica artificiofa , de qua in preſentia
loqui- mur , fine vlla controuerfia ſciri poſſit , in eius tractatione a
philofophi fententia non recedentes , quattuor illa quæfita , in quibus omnia
fere prolegomena latent , examinanda proponimus . Non eſt ergo inutilis in
ſcientijs tertius per ſe dicendi modus ipſomet aduerfario iudice . At inquit
quæ funt in hoc tertio modo dicendi per ſe , indiuiduæ ſubſtantiæ vocantur ,
indiuidua autem quæcunque fint a ſcientijs reſpuuntur . At ego dico in hoc
tertio modo dicendi per ſe ſubſtantias omnes compre- hendi poffe , quia
ſubſtantiæ omnes per ſe dicuntur effe , & quatenus in hoc modo fiunt propo-
fitiones vniuerfales de ſecundo adiacente , eatenus habere modum hunc in
ſcientijs locum , nifi a ſcientijs quæfitum An fit excludere velimus , &
nefas eſſe dicere in ijs aſſeri rerum exiftentias . Proinde aduerfarius temere
pronunciat tertij modi propoſitiones nulli eſſe vſui in ſcientijs & Auer
roi , & viro clarifsimo iniuriam facit , illi quidem , dum attribuit ei quæ
non dixit , huic au- tem , dum quę dixit veriſsime , & Auerrois do &
rinæ minime repugnantia , contra mentem Auer rois ca dici pronunciat .
Aduerfarium dicentem in potißima demonſtratione medium effe debere nobis notius
bene- ficio fenfus , cogi medium potißima ſemper facere accidens : vel potif-
fimam fimul ponere , & non ponere . IBRI ſexti difputationum logicarum
capite ſeptimo , vbi enumerat ſpecies de monftrationis , inquit aduerfarius :
Si demum fuerit notum effe caufſſe natura , & nobis , non mediate , ideft ,
no mediante demonstratione , Quia , fed immediate , hoc eft , beneficio fenfus
: effe vero effectus fuerit ignotum , tunc exoritur demonftratio , quæ potißima
nuncupatur . capite poſtea 7. libri ſeptimi tuetur mediū potiſsimæ
demonftrationis eſſe quid- ditatiuam definitionem , & formam fubie &
i.quod & tertio capite tertij clarifsime pronunciat , inquiens , potifsimæ
demonſtrationis medium effe cauffam formalem ſubie & i , & efficiente
paf- ſionis demonftranda , nimirum efficientem per emanationem . Quæ quidem duo
dicta , nempe demonſtrationis potiſsimæ medium eſſe forma , & idem eſſe
notius nobis beneficio ſenſus , eiuſ- modi eſſe dixi ego in Criticis , vt vnum
alterum euertat : proinde hanc eſſe contradi & ionem ma- nifeſtiſsimam.idem
enim eſt diau medium in potiſsima demonſtratione eſſe nobis , & natura
notius , & eſſe formam fubie & i , ac dicere medium in potifsima eſſe
natura , & nobis notius , & idé eſſe natura notius , nobis verò
ignotius , vel , medium in potiſsima eſſe formam fubie & i , & idem non
effe formam fubie & i . Si enim medium eſt nobis ſenſu notum , & non
per demonſtrationem Quia ab effe & u notiore , non eſt forma.quoniam formæ
non poflunt ſenſu cognofci , fed per di- ſcurſum innotefcunt , proinde per
medium , quod eſt aliquod accidens cadens ſub ſenſum , a quo tanquam a notiore
progredientes tandem in cognitionem formæ deuenimus , fi igitur medium
potifsimæ cognitum nobis effe debuerit ſenſus beneficio , nullius ope
demonftrationis , profecto nunquam in potifsima munere medij fungi poterit
forma ipſa , ſed ſemper medium potiſsima erit accidens : fin autem inedium
neceſſario eſſe debuerit forma fubie & i , falſum erit , medium potiſsimæ
effe debere & natura , & nobis notius immediate , hoc eſt nulla
præcedente demon ſtratione ab effe & u notiore , cum ipſa forma non poſsit
a nobis immediate cognofci . Hæc ego ſecundo Critico cap.fexto . Ad hæc
aduerfarius in ſua propugnatione : Mediate , & immediate con
tradistinguuntur.quare ſi principia demonftrationum quando mediate cognoscuntur
, a nobis dicuntur cogno ſci per demonftrationem a posteriori , ſequitur vt
quando immediate cognofcuntur , a nobis cognofci dicantur fine huiufmodi
demonſtratione : fed , vt commentator ait , aliqua manerie diſcipline idcirco
diximus ea cogno- ſci beneficio fenfus , quoniam induftione cognoscuntur , que
ex fingularibus fenfu notis monstrat vniuerfale ignotum.Cum itaque interna
ſpecierum principia cognoſci poſſint & demonstratione a posteriori , &
bene- ficio fenfus , non quod fenfus vifus ea intuitu ſuo percipiat : fenfus
enim ( vt inquit philofophus ) non fe ex- sendią 1 tendit vfque ad ſubstantiam
, ſed ope inductionis , quæ ſenſus auxilio ( vt diximus ) cognofcere facit.fi
cognita fuerint demonstratione a posteriori , ex illis oritur demonſtratio
propter quid tantum , ſi vero beneficio fen- ſus eo modo , quo dictu eſt ,
nempe inductionis ope , ex eis fit demonftratio potissima . Videat nunc
Criticus qua zi momenti fint tot eius nuga , quibus præcedens caput repleuit . Hæc aduerfarius
, qui quidem ignora- re ſe quænam fit natura , vis , atque efficacia indu &
ionis , non obſcure indicat . Inductio fanè au- xilio ſenſus cognofcendum
exhibet nobis non quidem aliquid re diuerfum a ſenſibilibus ; fed id , quod a
ſenſu cognofcebatur in fingularibus , offertur per indu & ionem intelle
& ui cognofcen dum in vniuerfali : at vero vniuerſale a fingularibus eiuſdem
generis re ipſa non differt , ſed ra- tione tantum , quatenus id ipfum , quod
in fingulis indiuiduis confpicitur , ab intellectu confide- ratur in vniuerfali
. Non probat ergo inductio aliquid per aliud re diuerfum.itaque dici poteſt
inductio probare rem per ſe ipſam.exemplo rem illuftremus : Ad colligendum per
inductioné hanc vniuerfalem , omnis homo currit , ſumimus particulares
homines.u.g.Socratem , Platonem & c.dicentes , Plato currit , Socrates
currit , & fic de fingulis ; At vero & Plato , & Socrates , &
fin- guli alij funt homines , Omnis igitur homo currit : quis non videt fubie
& ú concluſionis huius ef- ſe idem ac medium , quo deducitur hæc conclufio
? Socrates enim , & Plato , ac finguli homines af fumpti in præmiſsis ſunt
homines nihilominus ac homo in conclufione poſitus . id em ergo pro batur per
idem in inductione : fed & modo quodam idipſum dici poteſt probari per
diuerfa , quatenus differt fingulare ab vniuerfali eiuſdem generis , non quidem
re , ſed ( vt dixi ) ratione.fin gulare enim eſt notius , & mouet ſenſum ,
vniuerfale no item.eſt itaque in indu & ioneproceſſus ab eodem ad idem ,
ſed non fub eadem ratione ſumptum , ſed ab eodem vt a noto ad idem vt ad
ignotum . Qua propter dici ſolet ab inductione non haberi aliud , quam vniuerfalitatem
propo fitionis.cú enim in ipla concluſione inductionis , quatenus eſt
propoſitio , duo conſiderentur , materia , quæ funt eius termini , nimirum
fubiectum , & prædicatú , & id quod forma dici poteſt , videlicet eius
vniuerfalitas , inductio non facit cognitionem quoad materiam , fed tantum quo-
ad formam , non enim cognofcimus ex indu & ione , formaliter vt indu &
io eſt verbi gratia , homi nem currere , id enim nemo ignorat , fed tantum
diſcimus homini vniuerfaliter curſum compe- tere . Si ergo indu & io ex ſenſu
notis monſtrat vniuerfale , cum vniuerſale illud ( vt diximus ) fit eiuſdem
generis cum fingularibus illis ſenſu notis , per quæ monftratum eft , ergo
& ipſum erit de genere ſenſibilium , ergo non poterit eſſe forma
ſubſtantialis , cum ipſa non pateat ſenſui . Va na igitur eſt inductio ad
notificationem fome ſubſtantialis . Quod ſi per indu & ionem cognofci
poffet forma ſubſtantialis , u.g.forma hominis , hoc eſt rationalitas , certe
per ea cognofceremus formaliter , prout inductio eſt , vniuerfalitatem
concluſionis , quatenus ſcilicet rationalitas om ni ineft homini , non autem
materialiter quatenus homini ineſt , proinde hæc cognitio vniuerfa- lis petenda
& inferenda foret ex præmiſsis , in quibus idem cognoſcimus in fingularibus
: quare antequam inductio fieret , præcognofcendum esset nobis hunc, &
illum indiuiduum hominem effe rationalem. tum autem quæro per quid
cognofceremus hunc, aut illum hominem effe rationis compotem ? non per senſum
formæ enim substantiales cum sint substantiæ, non possunt esse obiecta sensuum,
ergo per intellectum, si per intellectum, quomodo? non cognitione intuitiva,
cum non fimus intelligentiæ, ergo per discursum ab aliquo notiore, hoc autem
notius, erit aliquis effectus [SIGNVM – H. P. Grice] notus sensibus, a quo
progredientes vt a nobis notiore, forma hominis investigabimus, hic autem
progressus est demonftratio quia. Medium igitur potissimæ ſi eſt forma fub
tantialis , quocunque modo cognofcatur , ſemper per demoſtrationem Quia ,
cognofcitur , ergo immediate cognofci non poteſt , Melius ergo illi , qui
dicunt , non conſtitui effentiale difcrimen potiſsimæ demonftrationis ab
Auerroe penes modum cognoſcendi medium ipſius , fed penes alias differentias (
quamquam & ipfi in alio peccant ) Hoc enim pacto concedunt in demoſtra-
tionibus habere poſſe locum medij formas ſubſtantiales , quas excludere ſtultum
forer , Aduer ſarius autem ne formas quidem accidentales eſſe poſſe in
demonftratione potiſsima mediū tue ri poterit , cum alibi id neget , alterum
enim accidés eſſe poſſe negat cauffam eſſendi alterius aç cidentis ; in
demonftratione vero potiſsima medium eſſe inquit cauſſam & inferendi ,
& eſſendi fimul . Videat modo vter noſtrum nugas garriat . Poſſe in
caussis & cauſſatis ſenſibilibus prius sentiri effectum , quam caussam ,
& contra . IBRI ſexti logicarū diſputationum inquit aduerfarius , falfum
effe in can fis , & cauffatis fenfibilibus vt aliquis prius fentiat cauffam
, quam effectum , & hanc co- gnoſcat fine cauſſa cognitione , quomodo enim
poteft quispiam , exempli gratia , fentire folis eclipsim & non fentire
lunam , quæ illius eclipsis cauſſa eſt , interponi inter folem , & nos ?
fimul abſque vllo dubio vtrunque sentit , & cognoscit . hinc optime
philoſophus in fecundo post.cont . 1. fecus finem dixit : fi verò eſſemus fuper
lunam , non vtique quereremus neque ſi ſit videlicet eclipsis lune , neque
propter quid fit , ſed ſimul manifestum eſſet vtrunque , quia tunc vtrunque
eſſet ſenſile Hanc ego refponfionem ſecundo Critico cap . 7. reprehendi
inquiens ex hac aduerfarij ſenten- tia conijcere licere aduerfarium viſu eſſe
præditum longe alio , ac nos ceteri homines ſumus , cú in eclipſi ſolis cernere
videatur non ſolum eius lumen nobis deficiens , verum etiam tempore co dem
lunam ipſam huius cauffam eclipſeos , fi quidem ex animo loquitur , dum fibi
videri ait fie ri non poffe , vt qui eclipſim ſolis videt , luna non videat .
Ego.n. ingenue ( dixi ) fateor me pau- cis ab hinc annis ſcire cauſſam ſolaris
eclipſeos , nempe interpofitionem luna . & cum anno fa- lutis MDLXVII . (
me puero ) contigiſſer ſolis defe & us ſub meridiem , eo tempore cauffam
eius eclipſeos mihi fuiſſe ignotam , & notum effe & um . Quin memini
domeſticas mulieres , qui buſcum id ætatis verſabar , valde cómoueri , ac
diaitare trepidantes mundi intericum adeffe . eum enim portendi ſolis lumine
hebeſcente . Hæc & alia huiufmodi ferebantur inter mulieres , quæ ſi roi
huiuſce cauſſam vidiffent , nihil certe timuiſſent.fic contra exiſtimo poſſe
aliquem vi- dere cauſſam ſolaris eclipſeos , antequam videat eclipſim . fi quis
enim ſtatueretur inter ſolem , & lunam , eo tépore , quo luna interponitur
inter folem , & terram , lunam quidem eſſe ſub ſole vi deret , effectum
tamen illum , nempe eclipſim , non neceſſario videret , illi viderent , qui in
ea ter- rarū regione verſarentur , cui tum ſol ipſe lucem fuam ægram oftenderet
. Di & um vero Ariftote lis quid aduerfario profit non video.non enim ait
philoſophus , ſi eſſemus fupra lunam , neceffa- rio euenturum vt cerneremus
& eclipfim lunæ , & eius eauſſam fimul , ſed id euenturum ne- ceffario
, fi oculos ad terræ orbem defle & eremus : ſi enim terram non inſpiceremus
, ſed lunam tantum , interpoſitionem eius non videremus , lunaris tamé luminis
defe & um neceflario videre mus , quia lunam abſque lumine confpiceremus . Itaque hæc aduerfarij ſententia
ſupponit alia in co eſſe virtutem viſiuam a noſtra connaturali . Refpondens ad
hæc in propugnatione inquit aduerfarius : Ratione , & exanimo loqui coattus
fui , dum fieri non poſſe dixi vt qui folis eclipsim videt , lu- nam inter
folem , & nos interpofitam non videat ; loquendo de eclipsi , quæ fit vel
in magna folaris corporis parte , vel in eius toto corpore , faltem ex parte
noftri , & in aliqua terreni orbis parte , non autem de ea qua fit in
aliqua parua eiuſdem ſolaris corporis parte , quoniam tunc euenire potest , vt
ex accidenti propter ma- gnam folis luminis copiam , luna interpoſita inter
folem , & nos non cernatur . Ne tum quidem videri Junam , cu fit eclipſis
in toto ſolari corpore ſaltem ex parte noſtri , ratio ipſa perfuadere aduer-
ſario debuit . lunæ enim corpus huiufmodi quidem eſt , vt luce , non ſua luceat
, verum aliena , hoc eſt ſolis ipfius : hinc fit vt in coniunctione lunæ , ac
ſolis , quæ fingulis fit menfibus , quia tum lunæ globus ſuperne tantú
illuminatur , ex inferiori parte lumine deſtitutus a nobis minime vi- deatur .
idem prorfus ipfi contingere dicendum eſt , cum inter nos , & folem
interponitur : ca enim interpofitio coniun & io lunæ cum ſole eſt , tum
autem inferne luna videri non poteſt , cum co tempore a ſolis radijs inferior
lunę pars , ca nimirum , quæ terram ſpectat , omnino deſtituatur , quonam
igitur modo in eclipſi tolis lana videri poteft ? non enim videtur a nobis luna
ni- ſi cũ nobis lucet ; at vero in eclipſi ſolis lucere nobis luna non poteſt ;
Videri quidé poteſt ſub fole tenebroſum quid , quod fit lunæ corpus , coceda id
. at tenebræ tantú abeft vt monſtrét , & ſenſibile faciant aliquid , vt
contra id ſenſibus eripiant . fed & fi luna videri poſsit ( quod no niſi ar
tificio aliquo adhibito fieri poſſe credo ) ſat mihi eſt ea poſſe etiá nó
videri ( quod imprudenter ad uerfarius mox cócedet ) dū eclipſim videc
ſolis.immo no videri ipsa ab ijs etiã q acutiſsime cer nunt , niſi arte
adhibita , nemo debet ambigere . Non ne . n . ſolaris , ac lunaris eclipſeon
cauſſæ per multas states ignoratæ veteribus fuerunt ? quare vt portenta quædam
exiſtimate magnum ho minibus minibus terrorem iniecerunt ? Thales ille Mileſius
vnus ex pleiade ſapientum qui cauffas eclip- fium inuenerit , aut primus , aut
in primis fuiſſe perhibetur , & tamen ante Thaletem non deerat , qui
acutiſsime cernerent : ij tamen eas cauffas non ſunt oculis affequuti.noſter
autem aduerfa- rius non alio ( vt fatetur ) viſu præditus , ac ceteri homines ,
ca videt , quæ ceteri non viderunt : ( Vti nam vero ea videret , quæ ceteri
vident : non male cum eo ageretur ) fic enim ille : Quod pertinet ad Criticum ,
ciufque domesticas mulieres , quibus ( vt refert ) contigit folis defectum
vidiffe , eius autem defe- Etus cauffam ignoraffe , dicimus id eis cueniffe ,
quoniam non confiderarunt , ficuti euenire folet ſpeculantibus vniuerfale , vt
particularia ignorent , quia non aduertunt : veru ſi oculis fuis vitreos
orbiculos admouiſſent , facile eam cernere potuiffent , & melius fortaffe ,
quam ego qui non longe alio visu praditus , ac ceteri homi- nes , eam fine
confpicilijs vidi . Salue verò mi Endymio , cui ſoli ſe ſe luna , cum latet
alios , offert con- fpiciendam . Nunc audiamus cetera : fi id verum fit (
inquit ) vt confpici poffit folis eclipsis , luna au- tem inter folem & nos
interpofita nequaquam , falfum diceret vir tuus clarißimus de ſpeciebus de-
monftrationis , vbi ait : Si quis nullam habens ſolaris eclipſis cognitionem ,
videat lunam interpo fitam inter ſolem , & nos , ſtatim per cauffam
cognofcet eclipſim fieri : ſi ex eius fententia non potest videri luna interpofita
inter folem , & nos quin Statim videatur folaris eclipsis , ergo fimul
videntur luna in ter folem , & nos interpofita , ac folaris eclipsis ,
contra opinionem tuam : ex ijfdem viri clariffimi verbis con- jcitur falfum
effe vt prius folis eclipsis cauſſa , que est luna interpofita inter folem ,
& nos sentiri poffit , qua folis eclips , cum affirmet interpofita luna
inter folem , & nos statim cognosci ſolarem eclipsim . Non in- quit vir
clarifsimus videri non poffe lunam interpofitam inter ſolem & nos quin
ſtatim videa- tur eclipſis , fed inquit cam co modo videri non poffe quin
ſtatim cognoſcatur eclipſis.aliud eſt autem videri , aliud cognofci . fi quis
enim ſtatuatur in orbe lunæ , in ſuperiori nimirum eius re- gione , qua ſolem
refpicit , & videat eam in ecliptica cum ſole coniungi , certe eam videbit
inter folem , & fublunaria corpora interponi , eclipſim tamen non videbit ,
ſed cognofcet , hoc eft intel liget fieri : ex quo demonftrationem condere
poterit largientem vtrunque eſſe , ſcilicet effectus & cauffa , fi quidem
per coniunctionem lunæ , vt per cauffam notam oftendere poterit effe Aum
ignotum , nempe eclipſim ſolis : quæ eſt Auerroiftis demonftratio potifsima :
quòd fi priuſqua eclipfis folaris cauffam infpexerit , ( cum nimirum eſſet in
terris ) ei videre contigerit eclipſim, tū certe ex Auerroiftarum ſentétia
habita cauſſa demonftrationem eclipfis efficiet , largientem fo lum effe cauffa
, quæ per eos eſt demonftratio propter quid tantum . Hæc eſt eorú viri
clarissimi verborum fententia , quam facile aduerfarius aſſequutus fuiſſer , ſi
eius interiores oculi exteriorű aciem exzquarent . Pergit aduerfarius : Quod
verò pertinet ad exemplum a Critico allatum pro fuæ opinionis cõprobatione , vt
fcilicet poßit aliquis fcire cauſſam ſolaris eclipsis antequä ex ea colligat
eclipsim , affirmamus eumën exemplificando non recedere a fubtilitate
præceptoris fui . Quomodo ( obſecro ) aliquis con- Sticutus inter lunam , &
folem potest cognofcere lunam effe cauſſam ſolis defectus , fi videt ſolem ſplendere
, quamuis fub co luna exiſtat ? nunquam id fcire poterit , quoniam refpectu
illius fol nequaquam deficiet . Non videbit is quiden ſolis eclipfim , cum fit
inter ſolem , & lunam , at vero cauffam videre pote- rit , nempe lunæ
ipfius interpofitionem , ex quo & cognofcere poterit lunam efle eo tépore
cauf- ſam , vt quæ fub ipía funt , luminis folaris defe & um patiantur ,
videbit igitur cauffam , & cogno- fcet , effectú vero non videbit , ſed
cognofcet tantum , ac ſciet , & æque ſciet , ac fi videret , ( fi qui- dem
verum dixit Ariftoteles primo pofter , videlicet tum ſcire nos , cumcauſſam
cognofcimus ) & fi in qua terrarum parte fiat ignorabit.non eft enim ad
eclipsis ſcientiam neceſſarium , vt ſcia tur ex quanam terrarum regione videri
poſsit.terra enim haud eſt de eſſentia eclipſis folis , ne- que locú vllum in
ea habet . & fi enim terra non effet , adhuc fieri poffet eclipſis , fat
illi eft vt ſciat ſi qui ſub lună co tépore fint , qui id videant , ijs lumen
ſolis hebes & infirmű videri. Quod vero concludit : Quare falſa eſt Critici
exiftimatio , vt fciri poßit , aliquid eſſe cauſſam folaris eclipsis , antequam
ex eo colligatur eclipsis : hoc nó ſequi ex ijs , quæ diximus , vnufquiſque
intelligere poteft.nos enim diximus , fi quis in globo lunæ ſtatuatur , quo
tempore fit ſolis eclipfis, ita vt ſolem poſsit videre , viſurú cú
interpoſitioné lune , ipſam tamen eclipſim non vifurum.ex his non fequitur fi
quis co- gnoſcat lunæ interpofitionem effe cautſam ſolaris eclipſeos , eum non
continuo cogniturum fo lis eclipſim.aliud eft enim videre , aliud
cognofcere.poffumus enim cum cauffam videmus , effe- Aum non videre , quia
poteſt ante oculos noſtros cauſſa conſtitui , effectus autem aliquo opaci
corporis impedimento a conſpectu noſtro remoueri . at vero de cognitione
intelle & iua longe alia ratio eſt . At inquiet : tute dixiſti , ſic contra
exiftimo poſſe aliquem ſcire caußam folaris eclipseos , antequam antequam
ex ea colligat eclipſim . Fateor id me dixifle . Hæctamen verba ad propofitum
non effe nemo non intelligit , cum non loquamur de cognitione intellectiua ,
ſed de ſenſitiua , nempe de viſu , quare hic to fcire , & τὸ colligat
mutanda eſſe in το videre , & id videat qui non videt , is cecus eft . ego
enim ( ut dixi ) in toto eo capite loquor de viſu , & ad confirmationem
commemo ratorum iam verborum exemplum affero viſus , non cognitionis , inquiens
: Si quis enim ſtatuere tur inter folem , & lunam co tempore , quo luna
interponitur inter ſolem , & terram , lunam quidem effe fub Jole videret ,
effeftum tamen illum non neceffario videret . Hoc igitur eſt erratum ( vt vulgo
dicitur ) ca- lami . quod certe emendaſſem , ſi meum archetypum Criticorum ,
quod ad chalcographú tranſ- miſi Venetias , recognofcere ſaltem potuiſſem , vel
ſaltem ipſi imprimendo præeſſe , poſt vbi ip- ſum mihi exfcribere non fuit
otiú. Quod igitur ſolis eclipſis videri poſsit , & non videri eius cauf- ſa
& contra ( hoc.n.contendo ) tū ratione , tu au & oritate fatis probatú
eſt . Reliquum eft vt videa- mus quid aduerfarius ad primum Ariftotelis
contex.2.poſter.dicat.Demum fi diftum ( inquit ) il- lud philofophi in
2.post.loco citato Criticus diligenter ponderaſſet , quid mihi profit optime
vidiffet.quamuis enim ibi philoſophus hæc verba explicite non pofuerit ,
videlicet : & videremus obie & am terram : asta- men fubintelliguntur ,
quia in primo poſt.cont.43.circa medium , feu .ca expreßit , inquiens; Quare
& ſi ſupra lunam eſſemus , & videremus obie & am terra , non vtique
ſciremus cauſſam defectus . fentiremus enim nunc quod deficit , & c . quare
textus ille hunc in modum iacere debet , nimirum : li effe mus fuper lunam ,
& videremus terram obie & am , non vtique quæreremus neque ſi fit
eclipſis , neque propter quid fit , ſed ſimul manifeſtum eſſet vtrunque , &
hoc non alia de cauſſa , nifi quia fi- mul vtrunque videremus.non enim perfpici
poteſt oppoſitio , niſi constent ea , inter que verſatur.colligitur er go ex
Ariftotelis textu non poffe prius cauſſam cognofci, quam effectum , neque
effectum fine cauffa , quando vtraque viſibilia funt . Cognoſci quidem cauſſam
non poffe prius effe & u , ſi tibi concedam , non ſequitur ex hoc eam prius
non poſle videri , cum ( vt dixi ) aliud fit videre , aliud cognofcere . Sed
hic exiftimo aduerfarium accipere to cognofcere pro tῷ videre.de viſu enim ,
non de intelle- tione fermo eſt : alioqui non eſſent ad propoſitum ea, quæ
dicit . Quod igitur ad viſum attinet : ego dixi verba illa Ariftotelis ,
ſcilicet , ſi eſſemus fuper lunam , non quæreremus neque an fit eclipsis , ne
que propter quid fit , ſupponere nos intueri obie & am terram , alioqui
falfaeſſe.fi enim ( dixi ) nolimus in luna exiſtentes intueri terram , eclipfis
quidem cauffam , hoc eſt interpofitionem terræ ignorabimus, ipſe autem
reſpondet ſubintelligenda eſſe in textu illo verba hæc , ſcilicet , videremus
obiectam terram . at quare ſubintelligenda ? vt verum ſit di & um philosophi
, non ne ? ergo nifi hæc fubintelligantur , eſt falfum dicere nos ſi eſſemus in
orbe luna ne- ceffario cognituros cauffam eclipfis lunaris , cum non poſsit
perſpici , niſi terra obiecta videatur . quamuis ergo videatur lunæ eclipsis ,
adhuc tamen ex Ariftotele cauffa non videtur , licet ſupra lunam transferamur ,
nifi obie & am terram intueamur . poteſt ergo videri & ſentiri ef-
fectus non videndo , nec ſentiendo cauffam , & contra, præter aduerfarij
ſententia ex ipſiuſmet aduerfarij verborum Ariftotelis expofitione .
Aduerfarius igitur mihi dum refragari vult ſuf- fragatur . Et tamen clamat ex
hoc lizio loco colligi, prius cauſſam non poſſe ſentiri , quä effectum , neque
effectum fine cauffa , quando vtraq ; viſibilia funt : idque me non vidiſſe ,
quia ver ba illa fine confpicilijs legi . At vidit hoc , qui verba illa fine
iudicio legit . Si hoc diceret lizio, negaret ſenſum : & falfam argueret
eſſe Auerrois ſententiam , exiftimantis aliquas eſſe re runs cauffas ſenſiles ,
ex quibus fiat demonſtratio potifsima ad demonſtrandos earum effe & us
ignotos . Poſtremo illam veritatem , vt ſcilicet videri poſsit effectus
ſenſilis cauſſe ſenſilis , non videndo cauffam , vt aduerfario os occludamus ,
ipfiusmet teſtimonio comprobabimus.is enim libri logic . duſput.cap.3.inquit :
Cum terra interpofitio nobis infra lunam existentibus , beneficio fenfus nota
effe non poßit , quia oculis noſtris penitus occulta eſt , clare patet
demonſtrationem illam de luna defectu propter terræ interpofitionem non poſſe
ex Auerroe dici potissimam , fed propter quid tantum . Ne gat hic aduerfarius
cauffam lunaris eclipſis poſſe videri , cum tamen effectus ille optime videa-
tur . ergo poteſt videri effe & us ſenſilis , cum eius cauſſa oculos latet
. Confugiat nunc ad conſpi cilia . : :
Aduerfarium dicere non poſſe ſe per demonstrationes propter quid tantum
in . tellexiſſe ſolas demonstrationes factas per cauffas externas . V M a viro
clarifsimo decretum eſſet libro primo de medio demonſtrationis , non omnia
accidentia per formam fubie & i demonſtranda eſſe , ſed ea folum , quæ ab
ca immediate fluunt : ea verò , quæ non habent cauſſam ſui proximam formam
fubie & i , ac proinde non fluūt immediate a forma , ſed ab alijs
accidentibus in co dem ſubie & o inhærentibus emanant , per eadem
accidentia , vt per proximas cauſſas oftendenda eſſe , non per formam fubie
& i , neque idcirco demonftrationes haſce , in qui bus medium eſt accidens
, & cauffata cauffa , fatendum non efle potifsimas demonftrationes , id
ipſum & rationibus , & auctoritatibus lizio , & Auerrois , eius
libri . comproba re conatus eft inquiens
: Hanc eandem fententiam colligit ex verbis Ariftotelis , ac declarat Auerroes
in 3 1. particula quarti libri phyſici . cùm enim dicat ibi Ariſl . bona
definitionis munus effe , vt cauffam decla * ret omnium rei definite
accidentium , Auerroes boc dictum interpretans inquit , illud quidem verum effe
, fed non reciprocari . omnis enim bona definitio debet cauffam tradere
omnium accidentium rei definita , fed non omne id , per quod traditur cauſſa
accidentium , eſt definitio illius fubiecti : proinde mediu non ſemper evit
definitio fubiecti , cum plura dentur accidentia , qua non per eam , fed per
alia accidentia eiuſdem ſubie- Eti demonstrantur . quod declarans Auery. In com
. poſt . inquit , magnam partem demonstratio- num celebratarum fieri ex
accidentibus effentialibus. Aduerfarius autem libri ſui ſeptimi logi.difput .
cap . 3. ad illam Auerrois auctoritatem in 4. phyſ.com.3 1. ita refpondet ,
quando Comentator ait : Sed no omne id , per quod redditur cauſſa accidentium
fubiecti , eſt definitio ipfius : Per cauffam intel- ligit cauffam inferendi
ſolum . Ad aliam verò in com.65.primi poſter . inquit Auerroem per
demonftrationes celebratas non intelligere tantummodo potiſsimas , fed omnes demonſtratio-
' nes a priori , quamobrem optime dixit , magnam partem demonftrationum
celebratarú , ideft , a priori eſſe per accidentia eſſentialia , intelligendo
per magnam partem celebratarum demon- ſtrationum omnes illas , quæ funt propter
quid non potiſsimæ , & c . Dixi igitur ego pofterioris • Critici capite
vltimo : Ex hac aduerfarij verborum Averrois interpretatione ſequi demonſtra-
tiones fa & as per cauffam , quæ fit aliud accidens , ne dum eſſe
demonftrationes propter quid , fed vix , ac ne vix quidem appellandas
demonftrationes Quia , falfum eſſe igitur eas eſſe demo ſtrationes propter quid
, vt eas ipſe vocat , ac falſum proinde , demonftrationes has efle adeo
celebratas , vt inquit Auerroes . Falſum etiam effe , quòd eæ fint à priori ,
vt exiſtimat aduer- farius , neque enim eas a priori effe , neque a pofteriori
. Quod non mereantur dici propter quid , inde probavi : Quod demonſtrationes
propter quid ſunt a cauſſa eſſendi , non a cauffa inferendi tantum , dant enim
propter quid effectus : præterea demonſtrationes propter quid habent neceffario
maiorem per ſe, at vero demonſtrationes a caufla inferendi tantum , nullum
habent in maiore neceffarium connexum medij cum maiori extremo . Eas nec efle a
priori cla rum eſſe dixi . vbi enim non eſt proceſſus a cauſſa ad effe & um
, aut contra , ibi non eſt illa ratio prioris , & pofterioris , a qua
vocari folent demonſtrationes a priori . Pugnantia ergo aduerfariū dicere , fi
quidem inter ſe pugnant hæc duo , Demonftratio eadé eſt a cauſſa eſſendi ,
& eadem a cauſſa inferendi tantum : qui enim dicit propter quid , dicit
cauflam effendi . Reſpondet in ſua propugnatione aduerfarius inquiens :
Accidentia propria ſpecierum , vel interna funt , qua vo- cantur aptitudines ,
vel externa , quæ vocantur actus.hec vero , qua vocantur actus , non a ſola
manant fpe- cici forma , fed et ab obiecto extra.vt eclipſatio luna , que eſt
eius altus , non a fola natura , & forma luna pro- ficifcitur , sed ab
obiecto extra , quod eft interpoſitio terre . Hoc poſito dico & me , &
Auerroem reycere eas demöftrationes , in quibus vna fubiecti aptitudo per aliam
demonstratur , omnia enim accidentia propria interna fubiecti , ab ipſius forma
fubiecti producuntur , non autem vnum accidens ab altero , quare cum vnu
accidens non ſit effectus alterius , non poteft vnum per alterum demonſtrari .
Atque huiusmodi quidem ac- cidentia per folam fubiecti formam vt per aquatam ,
& Jolam eſſendi cauffam demonstrantur , Accidentia ve ro externa vt funt
actus ſpecierum , & per formam fubicfti , & per caufam externam ( vt
eclipsis , & per form am luna , & per interpoſitionem terre )
demonstrantur . Dico igitur Celebratasillas demonftrationes ab Auerroe
diftas non eſſe eas , quæ fiunt per ſolam inferendi cauffam , fed eas , qua
demonstrant actu fpe cici de ſpecie per naturam speciei , & cauffam
extrinfecam , quod eiufdem fpeciei accidens externum dici po- test . Auctoritas
autem Anerrois 4. Phys.com . 31. vbiinquit : Sed non omne id , per quod
traditur cauſſa accidentium eſt definitio illius fubie & i : Ita intelligi
debet , vt per cauffam accidentium intelli- gatur cauffa externa pafsionis
demonstranda , vt inter pofitio terra est cauſſa eclipsis : ita vt fenfus fit ,
licet omnis quidditatiua fubiecti definitio fit cauſſa pafsionis illius fubiefli
, non proinde conuertitur , vt omne , quod est caußa passionum , fit earum
fubiecti quiddiatiua definitio , cùm efficiens & finis fint femper cauſſa
paßionum , forma autem fubiecti earum paſsionem non femper fint . Noua hæc eft
foluendi ratio , quam hic inijt aduerfarius , negando quæ afferuerat . Prius
dixerat , Auerrois auctoritatem 4. phyſi- co intelligi de cauſſa illa
accidentium , quæ eſt inferendi tantum , nunc vero inquit intelligieum locum de
cauffa accidentium efficiente , ac finali , quæ funt effendi . O præclaram
difputandira- tionem . Macte virtute Martiali pugnator egregie . Iam hoc nouum
didici concertandi genus . Quid quęris ? abeo doctior . Ad cetera . In primo
autem ( inquit ) Poster.com . 56.intelligitur Auer vois auctoritas de externis
accidentibus proprijs fubiecti , qua ( vt dictum est ) eiufdem fubiecti actus
ap- pellantur , corumq ; vnum eſt alterius non folum cauſſa vt inferatur , fed
etiam vt fit : hinc optime dixit co- mentator loco citate , magnam partem
demonstrationum celebratarum , idest demonftrationum propter quid fieri per
accidentia eſſentialia , hoc eft per externa accidentia propria , quorum vnum
in alterius defimtione ponitur , quod internis accidentibus proprijs non euenit
. Recte verò . Demonſtrationes igitur cele- bratas vocat Auerroes , quę rarò
locum in ſcientijs habent ? Nemo enim ignorat in ſcientijs raras eſſe
demonſtrationes a & uū , pleraſque enim coſtat eſſe aptitudinu . Noua
igitur affertur ab aduerfario non folum foluendi , fed & interpretandi
ratio . At
plures eius Auerrois loci funt in terpretes , eſt Burana , eſt Abraham , eſt
Mantinus . Burana vertit celebratas . At clarius Abraha , reddens ,
Demonstrationes fimpliciter . Sed clariffime Mantinus , reddens demonstrationes
fimplici- ter , fiue abfolutas , quod eſt ditu , Potifsimas . Atliceat per
nos aduerfario verſiones has reij cere : concedamus in hac verſione impegiſſe
omnes. Quid? An impegit etiam ipſemet aduer ſarius ? qui in expofitione ſua ,
qua hic ex logicis diſput . deſcripſimus , inquit , Auerroem per de- monftrationes
celebratas non folum potiſsimas intelligere , fed omnes demonſtrationes a prio
ri in cóparatione demoſtrationű a poſteriori , quæ potius ſyllogiſmi , qua
demoſtrationes voca ri folebant , quamobrem ſubdit optime Auerroem dixiffe ,
magnam partem demonftrationum celebratarum , ideft , a priori , eſſe per
accidentia effentialia , intelligendo per magnam partem demonftrationum
celebratarum , omnes illas , quæ funt propter quid no potiſsima . At vero có--
cedit aduerfarius demonſtrationem per cauffam cauffata , qua demonſtratur
accidens vnú per aliud internú accidens , vt eſt demoſtratio accretionis
luminis in luna , eſſe demoſtrationem pro pter quid , negans tantum eam eſſe
potifsimam , cum cap.10.lib.7 . logic.difp . dicat . Firmiſſima duo illa philofophi
fundamenta fuperius commemorata manifeſtiſsime indicant , efficiens extrinfecum
tantu , vi eſt ſola terra interpofitio ad demonſtrandam eclipfim de luna ,
& internum , quod fubiecti accidens fit ad aliud accidens de eodem fubiecto
demonſtrandum , vt ſphæricum effe ad oftendendam accretionem luminis de luna ,
medium effe in demonftratione propter quid tantum , in potißima vero minime :
& cap . 5 . demonſtrationem hanc accretionis luminis in luna , & omnes
alias , quæ fiunt per cauffas cauflatas , eße propter quid , affeueret.ergo
falfum eſt per celebratas demonſtrationes intel ... ligi tantum ab Auerroe
demonftrationes factas per accidentia exter- na , non autem demonſtrationes
factas per interna , ac propria , At- que hæc fatis . Manet nobis velut tertius
come- diz actus Apologeticorum pri- mus defendendus. Defenfionis poſterioris critici
. 11 Laus Deo , Virginiqs Deipara. DEFENSIO DEFENSIO APOLOGETICI Virum
clarissimum recte dixiffe habitum , seu facultatem eſſe genus logice remotum . VM
vir clarifsimus priore libro de natura logicæ genus eius inquireret , il- lud
nempe genus , quod in eius facultatis definitione eſſet vt propinquiſsi mum
omnium collocandum ; quamobrem capite eius libri octauo non ſa- tis habuit eam
vocare artem , ſumendo artem pro quauis artificioſa ope- ratione , ſeu
cogitatione , quo nomine quælibet ſcientia vocari ars poteft ; per hoc enim
nomen , inquit , Proximum eius genus non exprimitur , fed remo tum , &
valde commune , neque adhuc cognofcimus fub quo intellettuali habitu habi tus
logica conſtituendus fit , capite nono oftendit eos etia , qui logicam neque
ſcientiam , neque artem , ſed facultatem vocat , ſi quidem facultatem in ea
figuificatione capiunt , qua ceteras ſcie cias facultates dicimus , nimis
amplum , & remotum logicæ genus dicere . Ex quo patet , virú- clariſsimű de
ijs loqui , qui in definitione logicæ ponebant facultatem tantum , at vero imme
diatum logicæ genus , nempe habitum inſtrumentalem , omittebant . ij autem
erant illi , qui lo- gica hoc modo definiebant : logica eſt facultas in quaque
re diſcernendi verű a falſo , & c . vel lo gica eſt facultas diſſerendi ,
& c . Multi enim huiufmodi definitiones vſurpant , omittentes logicæ genus
proximum , quod eſt habitus inſtrumentalis , quod quidem genus & a CICERONE
(vedasi), & a BOEZIO (vedasi), & ab alijs compluribus , immo , & a
Platone ipſo in afferenda logicę vel definitione vel deſcriptione omittitur . Non ergo loquitur de ijs , qui in
logicæ definitione genus eius pro ximum collocant , nempe habitum
inſtrumentalem , fiue diſciplinam inſtrumentalem . Cú ergo aduerfarius libri
primi diſputationum logicarum cap . decimo definiat logicam eſſe diſciplina
inſtrumentariam probantem inftrumenta vtrique phiſoſophiæ parti inferuientia ,
& c . hæc cla- rifsimi viri animaduerfio ad eum non pertinet , cum ipſe
genus logicæ proximum non omittat in eius definitione aſsignanda . Nihilominus
aduerfarius anſam arripiés calumniandi , vt hæc viri clar.reprehéfio ad ſe
pertinere videatur , primo capite inquit habitu eſſe genus logicæ proximű ,
& virum clariſsimű dicentem eŭ eſſe genus logicæ remotu , ea ratione
nititur refellere , quod , inquit , ſi logica accipiatur prout diftinguitur ab
intelle & u , ſcientia , ſapiétia , prudentia , & arte , qui funt habitus
præcipui , tunc habitus rationalis dici poterit genus logicæ proximum . Quod fi
logica accipiatur prout diftinguitur a grammatica , quæ & ipſa eſt habitus
inſtrumen tarius , tum verum erit eius proximum genus eſſe habitum
inſtrumentarium , ficuti animalra- tionale ( Dato nunc ſecundú Porphyriŭ plures
eſſe Deos , eoſque eſſe animalia rationalia ) dicie tur genus hominis proximu ,
comparando hominem cum dijs , at hominem comparando cum brutis , genus eius
proximum eſt animal . Hanc ego reſponſionem aduerfarij primo Apologetico
reprehédi tú quia , dato habitu dici poſſe reſpectiue logicę genus proximú , cú
tú có parando cũ genere logicæ propinquiſsimo recte vir clarifsimus dixit
remotu , cum ipſe venare- rur genus illud logicæ , qd ' in eius definitione
eſſet neceſſario exprimēdű , videlicet proximű fim pliciter ; tú quia ſolű
genus , quod immediate de re definita prædicatur , proximű dici meretur , alia
vero omnia remota dici debent.Refpódet igitur in hac ſua propugnatione his
verbis aduer Larius . Ex Aristotele fecundo post . secundum veterem ſeftionem ,
omne copofitum , ſeu omne , quod aft fub aliquo genere , ex duobus eſſe , nempe
ex vno tamquam genere proximo , & ex altero tamquam pro- Ga xima xima
differentia . ex quo ſequitur intellectum , ſapientiam , ſcientiam , pradentiam
, & artem effe ex habitu rationali , veluti ex genere proximo , & ex
principali , veluti ex proxima differentia : a pari, ex duobus effe logicam ,
& grammaticam , ex eodem ſcilicet habiturationis , vt ex proximo genere ,
& ex inſtrumenta vio , vt ex proxima differentia , ergo proximum logice hoc
modo fumpta genus eft habitus rationis , non ha- bitus instrumentalis . Concedo
proximum hoc modo ſumptæ logicæ genus effe habitum rationis ( quamquam id re
vera falſum eſt . vnum enim eſt ſemper logicę genus proximum , nimirü illud ,
inter quod , & logicam nullum aliud intercedit genus.cetera remota funt ,
& femper eodem mo do remota , quia pedes non habent , neq ; mouentur , vt
propinquiora fieri poſsint ) quid ex hoc ſe quitur ? ergo non recte eum vir
clarifsimus appellauit genus remotum in comparatione pro- pinquioris ? Immo cú
vir clarifsimus cap . 9. dixiſſet ſe quærere genus logicæ propinquius ha- bitu
( hæc enim funt eius verba : Sed magis propinquum in prafentia logica genus
indagandum propo fuimus :) neceffario debuit habitum vocare genus logicæ
remotum ; & qui hoc neget , non folum ignorat logicam , fed etiam fonfu
communi caret , id etiam fateri cogitur aduerfarius , qui dixit logicæ genus
proximú eſſe modo habitum rationalem , modo habitu inſtrumentalem , qua do ergo
genus logica proximum eſt habitus inſtrumentalis , tum non eſt proximum habitus
rationalis , ergo remotum , ergo recte cum vir clar , vocat remotum .
Auctoritas autem Ari- ſtotelis ex fecundo poſter . allata quantum fit ad propofitum
nemo non videt . Illa certe con- ſequentia , nimirum Ariftoteles inquit omne
compofitum ex duobus conftare , ex vno tam- quam genere proximo , & ex
altero tamquam proxima differentia , ergo ſcientia , & c . eft ex ha bitu
rationali tamquam genere proximo , & ex habitu principali , vt ex proxima
differentia : & logica ité eſt ex habitu rationali vt ex genere proximo ,
& c . eft ex conſequentijs aduerfario fa- miliaribus , quæ nullam habent
necefsitatem , ac proinde cogitatu , nedum commemoratu in- dignæ funt . Non
referam hic multa alia , quę in eandem ſententiam dicit aduerfarius non mi- nus
inepta ijs , quæ retulimus . pudet enim me ea perfequi , cum præfertim ea omnia
cadem , quá attulimus , adhibita reſponſione corruant . Dixit etiam vir
clarifsimus in calce illius capitis no ni : Illud præterea animaduertere illi
debuerunt , qui logicam dicunt effe facultatem , quòd per hanc eo- rum
refponfionem difficultas , quæ in præfentia nos vrget , non foluitur . Cùm enim
conftet logicam habitu effe intellectualem , & credendum fit plenam , &
fufficientem eſſe talium habituum enumerationem , quam Aristoteles in fexto
libro de moribus fecit , attamen nondum apparet ad quem ex illis habitus logice
redigendus fit , immo nos ad nullum corum redigi poſſe demonstravimus , quia
logica neque est scientia , ne- que intellectus , neque ſapientia , neque
prudentia , neque ars . Quiigitur facultatem effe dicunt , fi facultatem alium
quendam habitu effe putant prater illos quinque , Aristotele in habituum
enumeratione mancu , ac dimi nutum faciunt : fi vero non alium , fed corum
aliquem , id declarare debebant , & argumenta , quæ nos attuli- mus ,
foluere , quod ipsi neq ; fecerunt , neq ; facere , vt arbitror , potuerunt .
Reſpodit aduerfarius. Nego fuffi ciente eſſe ea habituŭ enumeratione , quă
poſuit Aristoteles in fexto de moribus , quia ibi philoſopus nõ diuidie habitum
rationalem in genere , fed alteram eius ſpeciem , videlicet habitum rationalem
præcipuum , in quo est verum per ſe . Si ergo ponamus facultatem habitum quendam
diuerfum a quinque illis præcipuis habitibus , non video quomodo Aristotelem in
habituum enumeratione mancum , diminutumque faciamus . Dixiego primi Apologet .
cap . 2. aduerfarium non intelligere vim illius obie & ionis . Vis enim (
dixi ) obie- Fionis viri clariffimi in his eius verbis eſt , ſcilicet : Attamen
nondum apparet ad quem ex illis habi- tus logicæ redigendus fit : hoc eft , per
hanc folam vocem , facultas , non apparet ad quemmam ex enume- ratis ab
Aristotele bhabitibus , aut ad quem nam alium logica facultas redigatur . Non
folum fcilicet reprehen dendi aduerfarij ( hoc est illi , qui logicam dicunt
effe facultate diſſerendi , non autem eam eße habitum inſtru- mentalem ) quòd
facultatem folam pro genere logice nominantes, loco generis proximi capiunt
remotum ; ve rum & eo nomine accufandi , quod nihil addentes magis
peculiare , vt instrumentale , aut aliquid aliud tale , faciunt vt hereamus
neſcientes cuiufmodi habitus logica fit . Quod quidem realis effe non poßit ,
rationes in præcedentibus capitibus a viro clar.allate probare videntur ; quas
ij , qui logicam folum vocant facultatem, aut habitum, fi realem exiftimabant ,
foluere debuiffent , non eas filentio præterire , ſin vero hanc facultatens
putabant alium effe habitum a realibus , id quoque declarare , & quomodo
Aristoteles mancus non effet eo habitu prætermiffo , ostendere . optimum ergo
fuerat fi ij ad amouendas dubitationes faltem dixiffent logică effe habitum
realem , fiue inſtrumentarium.cum ergo aduerfarius refpondeat , Aristotelem non
videri maneu , reliqua a nobis relata , nemo non videt hanc eius reſponſionem
non effe ad propofitum . Nos enim ab co in prafentia non querimus quemnam
babitum putet effe logicam , aut cur mancus non fit Ariftoteles : fed dici L
mus mus eum tunc , cum logice genus attulitinmedium , cuiufmodi habitus eſſet
logica diferte pronunciare debuif fe , & in eius definitione eum exprimere
, proinde reſponſia eius in co pofita effe debet vt oftendat id ei neceffa rio
agendum non fuiße ad remouendas , quas diximus , dubitationes . Quibus ego
verbis fuppono aduer - farium tueri partes eorum , qui dicebant logicam eſſe
facultatem differendi , & corum fufcipere perfonam , propterea cum ipſe
reſpondeat : Adillud vero , quod dicit, me tunc cùm logica genus in me dium
attuli , qualis habitus effet logica , diferte pronunciare debuiffe , ne
bereamus nefcientes cuiufmodi habi tus ea fit , refpondemus tantum abeſſe vt
diferte id præstiterim , vt contra potius , & prater rationem preſti surus
fuiffe videar fi aliter feciſſem : Nam logica genus limitari , & contrahi
non poterat , nifi per differen tias , qua tum a fubiecto , tum ab eius fine
defumuntur . Verum fi adhuc ea , que differentias largiuntur , non erant
inuenta , quo iure , quando logice genus in medium attuli , qualis habitus eßet
logica , pronunciare deba- bam ? Sut mihi fuit in loco id opportuno effeciffe ,
nempe cap . 10.libri primi log , difp.vbi dixi , conſtituto quan sum per nos
licuit logica genere , fubiecto , & fine , confequens eft vt eſſentialem eius
definitioné ponamus & c . in qua quidem definitione cuiufmodi habitus effet
logica optime expreßi , quod vir clarißimus non perpen- dens , capite decimo
prioris libri de nat , logica ante eius fubiefti , ac finis inuentionem
imprudenter affirmauie logica genus eße habitum instrumentalem . Quare ego
verba illa , in quibus ( vt ait Criticus ) vis obiectionis po fita erant , data
opera præterij . ijs enim appoſitis , vel remotis nihil refert : hæc eius
refponfio non eſt ad propofitum . ipfe enim fuam logica definitionem cap . 10.
allatam tuetur , vir auté clar.oppugnac definitionem illam , in qua fola
facultas vt genus logicæ proximum ponebatur , aliud præterea ni hil . Et
quoniam inquit aduerfarius virű clar.libro priore de nat.logica capite decimo
ance cius fubie & i , ac finis inuentionem imprudenter affirmafle , logicæ
genus effe difciplinam inſtrumen- talem , dato nunc neceffario cognitionem
fubie & i & finis ipſam proximi generis logicæ faculta- tis cognitionem
præcedere debuifle , ne diſputatie longe nimiú protrahatur , ut vnuſquiſque in-
telligat hoc eum imprudentiſsime viro clar.obijcere , & in eo ſe ſtupidum
oftendere , qui non vi- derit in co capite virum clar.clarifsime finem logicæ ,
& eius fubie & um , quantum fatis eft ad co gnitionem hauriendam
generis logice , prodidiffe , non nulla ex eo capite referam . Inſtrumento- rum
autem inquit eo cap . 10.vir clar.duo funt genera , alia namque a natura , alia
a nobis fiunt . Quæ vero a nobis fiunt alia corporea funt , vt omnia arte falta
calia vero incorporea : qua in fola mentis conceptione confiftunt : fabricat
enim illa intellectus , vt ijs inuetur ad rerum cognitionem adipiſcendam , hec
non funt , niſi conceptus animi , qui voce articulata , folent a nobis
fignificari : Non ne hæc verba : vt ijs iuuetur intelleftus ad rerum
cognitionem adipiſcendam : logica finem explicant , qui eſt cognofcere verum ,
& id a falſo difcernere ? Eundem clarius ſignificant quæ habentur in calce
huius capitis . 10. nempe : logica ve rò ſcopus est viam ac methodum tradere , qua
ad rerum notitiam adipiſcendam vti debeamus . Pergit mir clar . Duplex autem
eft eiufmodi vox . alia namque fignificat conceptum rei , vt bomo , animal ,
alia vero con ceptum conceptus , vt genus , ſpecies , nomen , verbum , & c
. propterea ha vocantur fecunde notiones , illa au- tem prime , prius enim mens
rem concipit , deinde in eo conceptu alium conceptum effingit . Voces quidem
pri- me notionis non funt instrumenta , fed figna conceptuum , vel faltem ipſi
primi rerum conceptus nulla ratione inftrumenta funt , fed imagines rerum . At
voces ſecunde notionis inftrumenta dicuntur , quoniam conceptus , qui per ea
fignificantur , funt inſtrumenta nostri intellectus , nam fingere in
conceptibus rerum alios fecundos conceptus non oportuiſſet , nifi aliquam nobis
vtilitatem præftituri fuiſſent , fed cum vtiles fint , & ad rerum
cognitionem capeſſendam maxime conferant , digni fuerunt , de quibus aliquæ
difciplina conflituerentur , nón quidem per fe digni , fed propter alia , ad
que vtiles funt . propterea he discipline vocantur instrumentales , quia non
propter ſe , ſed propter alias tradita funt . En ſubiectum logica , conceptus
nimirum primi in quibus ſecundi a logico finguntur . Quos quidem primos
conceptus non appellat formalitor nomine fubiecti , cum hoc ad intelligentiam
naturæ generis proximi ipfius logicæ quantum at- tinet ad præſens nullo modo
pertineat . Finem autem logicæ formaliter expreſsit , vt exprime- re fuit
neceffe , antequam ipfius generis natura cognofceretur ; quoniam inftrumenti
natura pen det a fine , ob id in co cap . 10. & finem , & fcopum logica
nominauit : & eam eius attulit cogni- tionem , quæ ad naturam habitus
inftrumentarij , quod eſt logicæ genus , fatis effet . plenam auté eius finis
cognitionem tradidit poftmodum capite 1 3. A cuius cognitione venatus eſt etiam
per fectam cognitionem fubie & i , quoniam materia inſtrumenti , vt &
cius natura pendet a fine.quo nia enim u.g.finis gladij eſt incidere , ideo
materia cius duriſsima fit oportet , ac proinde ferrea . quare a fine eius
materia determinatur , ob id vir clar.prins logice finem , deinde vero materia
cius cum difputatione determinauit . Aduerfarius autem perturbato ordine ( vt
hoc obiter dica prius de materia vel fubiecto logicæ, deinde autem de eius
fine verba fecic . & reprehendere tamen audet methodum viri clarıſsimi ,
quam nullatenus intelligit . Tandem in calce capitis tertij dixit aduerfarius
aperiendum fuiſſe reſpectu quorü habitus inſtrumentarius fit genus lo gice .
Reſpondi ego primo Apologetico id a viro clar.abunde præſtitum fuiffe , cum is
in eo capi te decimo , & circa medium , & clariſsime circa finem
dixerit habitum inſtrumentalem eſſe ge- nus logicæ , & grammatica proximum
. en eius verba : Ex ijs , quæ diximus , manifestum'eſt logicam vua cum
grammatica fub intellectuali instrumento , tamquam fub proximo genere contineri
. Ad hæc inquit in ſua propugnatione aduerfarius : hoc non ſat fuit . erat enim
neceffarium aperire etiam refpectu quorú genus illud non effet logica proximum
, cùm habitus rationis inſtrumentarius non fit reſpectu omnium proxi- mum
logice genus , qua in re non vacat reprehenfione . Id quidem neceſſe fuit
aperire fatuis , ac plū beis , & nullo rationis vſu præditis : Nam ( vt
demus aduerfario habitum inſtrumentarium non eſſe reſpectu omnium proximum
logicæ genus ) quis eſt ex ijs , qui in ſtudijs logicæ verſantur , ni fi
craſsiſsima fit Minerua , qui non colligat ex eo quod habitus inſtrumentarius
eſt propinquif fimum logicæ genus , ac propinquius habitu rationali , qui &
præcipuū , & inſtrumentarium fub ſe eodem gradu continet , non eſſe
proximum genus logica reſpectu habituum realium , ac præ- cipuorum ? Namque vir
clar . dixit logicam eſſe ſpeciem habitus , habitum autem dixit eſſe ge nus
remotum , ſub hoc genere dixit eſſe habitū realem , & instrumentarium ,
eamque dixit conti neri ſub habitu inſtrumentario , vt ſub genere proximo , non
fub reali . Qui nequit ex hoc collige re reſpectu quorum habituum
inftrumétarius habitus logicæ genus proximum non fit , is æqui uoce ( vt ita
cum Auerroe dixerim ) homo eft . 10 %
" L !!! Viri clarifsimi de fubiecto logica fententia
, cum reprehenfionibus aduera Sarij , & defenfione viri clar.fententiatra 1
borg EQVITVR difputatio de ſubiecto , ſou de materia logicæ . Viri clar .
ſententia eft priore libro de natura logicæ cap . 19. fubiectum logica proprie
appellatum fubie Aum operationis eſſe res omnes fiue primos earum conceptus ,
aut primas inten- tiones in ea locum eundem occupantes , quem in arte ſtatuaria
occupat as , & la- pis , in fabrili ferrum, ac lignum & in medicina
corpus humanum . nam quemad modum ſtatuario proponitur æs tanquam materia , in
qua formam efficiat ſtatuæ , quæ eius artis ſcopus eſt ac finis , ita logico
proponuntur res omnes , fiue earum conceptus tanquam fubie Aum , in quo ſecundæ
intentiones effingantur , vt fint inſtrumenta nos iuuantia ad rerum notitia
adipiſcendam.Hanc inquit ſententiam omnium teftimonio , & Auerrois
auctoritate confirma ri.omnes enim dicunt logicum ſecundas intentiones tractare
primis applicatas , quod nihil aliud fignificat , quam primas intentiones eſſe
ſubie & tum , in quo logicus efficit ſecudas , quæ funt finis
logica.fecundæ enim fine primis neque effe , neque mente cocipi poffunt . A
uerroes autem in vlt . cap.epit . libri Categor.afferit Decem categorias eſſe
ſubiectum & in ſcientijs , & in logica , duo- bus tamen diuerfis modis
, in logica quidem quatenus eis contingunt intellecta ſecunda , ideft ,
quatenus eis ſecundæ intentiones imponuntur , in ſcientijs vero quatenus funt
conceptus rerum , quæ extra animam funt , & c.Logicus itaque res omnes
confiderat non fecus ac philofophus , di- uerſa tamen , vt di & um eſt ,
ratione . Hæc opinio ( inquit aduerfarius ) cum veritate non conuenit , neque
enim ( inquit ) logica diſcipline , neque Logici operantis res ipfa funt
fubiectum : non Logica difcipli na , quia in ea , ficuti in mechanicis artibus
res confiderata funt inftrumentaiam confecta , neque Logici operan tis , nam fi
res ipfa eßent eius res cõſiderata , feu operationis fubiectum non fecus , ac
ſtatuary as , tapis , pro feltò res eſſent pars materialis
Logicoruminftrumentorum , ficuti as , & lapis ſtatua : quemadmodum igitur
Statuarius , gratia exempli , ex are , & figura Mercurių efficit eius
Statuam , ita Logicus ex rebus , & fecundis intentionibus deberet fua
inftrumenta conftruere , quod tamen falfum eft , vt inferius apparebit . Ad
oïum ve vo teftimonium , quòd fateantur omnes , Logicum fecundas intentiones
tractare primis applicatas , dicimus , ea verba in bonum fenfum redacta noſtram
interpretationem recipere , vt , fcilicet , res fint fubiectum , ideft , fun
damentum , in quo fundantur fecunda intentiones . A qua communi fententia non
recedit Auerroes loco cita- 60 , quia per decem categorias intelligit ſubiectum
profundamento . Quod res fint tantummodo fundamentu fecundarum : Jecundarum
notionum , non fubiectum , ante Juniorum oculos ponimus . Sit in libris Priorum
ex regulis à phi- lofopho ibi traditis compoſitus fyllogifmus , quem in fua
principia refoluemus , vt recte cognofcere poffimus ex quibus fuerit confeftus
, cum compoſita ex illis conſtruantur , in qua refoluuntur . Syllogifmus itaque
imme diate refoluitur in propoſitiones , qua non funt res , ſed ſecunda
intentiones in rebus fundata : propoſitiones deinde in terminos fimplices , qui
etiam non funt res , fed fecundæ intentiones rebus applicata . Subiectum ita-
que operationis Logici in fyllogifmorum constructione non funt res , fed
termini fimplices , & propofitiones , quia ficuti in rerum naturalium
generatione elementa , in qua corpora naturalia refoluuntur , funt fubiectum
operationis natura in mixtorum productione , & hæc , videlicet , mixta in
animalium generatione , ita termini fimplices , quos rebus applicatos aſſumit
Logicus in libro categoriarum , ſunt eius fubiectum operationis , cir ca quod
verfatur in conſtructione propofitionum , & he , fcilicet , propofitiones
funt fubiectum eiufdem Logl- ci , circa quod verfatur in efficiendo fyllogifmo
, qui non ſecus , ac cius ſubiectum operationis , fundatur in rebus . Non funt
itaque res ſubiectum operationis Logicorum inſtrumentorum , fed fundamentum .
Hæcaduerfa- rius . Noſtræ autem opinionis de ſubiecto operationis Logici
defenfio hoc fundamento nititur , dari , ſcilicet , in rebus Logicis duplicem
compofitionem , & duplicem refolutionem : vna com- pofitio eft ex partibus
eſſentialibus , népe , ex materia , & forma , vt gratia exempli , lapidea
Mer- curij ſtatua ex lapide , tanquam materia , & effigie Mercurij ,
tanquam forma , componitur.alte- ra vero eſt ex partibus integrantibus , vt
ſunt in eadem lapidea Mercurij ſtatua eius mébra , nem pe , caput , brachia ,
thorax , crura , & c.quæ confiderata cum reſpectu ad totū non inepte dici
pof- funt materia Mercurij , quia partes , quæ toti ſubſternuntur , per
analogiam quandam dicuntur materia totius , cum illud reſpectu earundem partium
dicat forma , & fi partes illæ feorfum con- ſideratæ videntur fingulæ
conftitutæ ex materia , & forma , vt pes ex materia , videlicet , lapide ,
& forma pedis , & fic de aliis . Ad duplicem vero compoſitionem
ſequitur neceffariò duplex re- folutio , cum id , quod componitur , in ea
reſoluatur , ex quibus componitur . huius duplicis com pofitionis fyllogifmus
quoque , quod eſt Logicum inſtrumentum , capax eſt . Primum eſt mani- feſtum
eum admittere ſecundam compofitionem ex partibus integrantibus , componitur
enim fyllogifmus ex propoſitionibus , & propoſitiones ex terminis , vt ex
partibus integrantibus , quæ dici etiam confueuere materia fyllogifmi . Quòd
autem fyllogifmas admittat etiam prima com- poſitionem , ex materia , ſcilicet
, & forma , ex materia vt eſt lapis in ſtatua Mercurij , & ex forma ,
vt in eadem eſt eius effigies , probaui ipſe ex eo , quòd hæc compofitionis
ratio inuenitur in fin- gulis partibus fyllogifmi , totum auté non debet carere
eo , quod reperitur in vnaquaque ipfius parte integrante . Ve oftenderem
ſyllogifmi partes huiufmodi compofitioné habere , accepi tres notiſsimos
terminos , minorem , fcilicet , & maiorem extremitatem , ac medium , in
quos tanquam in partes vltimas integrantes diffoluitur fyllogifmus , coſque
conftare ex re , & ſecunda notione , non autem effe meras notiones ſecundas
, ita probaui : Vnuſquiſque ex iam dictis terminis id no bis vere ſignificat ,
de quo veræ eſſe reperiuntur regulacin Logica traditæ , quodque Logicis defi-
nitionibus explicatur : Sed regulæ in Logica traditæ de terminis fyllogifmi ,
& eorum definitio- nes verificantur non de ſecundis nudis intentionibus vt
ſeparatis à primis , fed de ijs quatenus primis impofitæ funt , immo de primis
quatenus funt velatæ fecundis , ergo vnufquifque ex ijs ter minis non eft nuda
intentio ſecunda , fed prima , quatenus operta eſt ſecunda : fyllogifmus igitur
totus ex primis conflatur , & fecundis notionibus , non ex fecundis ſolum .
Maior clara , minor probatur exemplo . Regula enim eft in primo modo primæ
figuræ , nempe in Barbara , ( ex qua vna diſcemus omnes , ) vt , ſcilicet , in
eo fyllogifmo maior extremitas affirmetur de medio vniuer faliter ſumpto in
maiore propofitione , in minore autem mediú affirmetur de minori extremo &
ipfo vniuerfaliter prolato , vt ſequatur conclufio vniuerfalis affirmativa .
Definitiones autem terminorum fyllogifmi vniuerfaliter ita traduntur , Medius
terminus eſt , qui bis in utraque præ- miſſarum reperitur , vel de akero
prædicatus , vel alteri ſubiectus : Maior extremitas eſt termi- nus , qui in
priori propoſitione cum medio affumitur , de eo prædicatus , vel ei ſubiectus :
Minor extremitas eſt terminus , qui in poſteriori propoſitione ſubſumitur , de
medio prædicatus , vel ei fubiectus . At hæ regulæ , ac definitiones de vtris (
quæſo ) veræ funt , de ſecundis ne intentionibus , an verò de primis , vt tamen
opertæ ſunt ſecundis ? ſi de ſecundis , ergo Logicus ſyllogifmus eſſer
huiufmodi , medius terminus vniuerfaliter ſumptus eſt maius extremum , at minus
extremum vniuerfaliter acceptum eſt medius terminus , ergo minus extremum
vniuersè conſideratum eſt maius extremum . quo quid abſurdius ? idem etiam
fequeretur abſurdum , ſi definitiones com- TITAS memorata memoratæ non
primis , ſed ſecundis intentionibus conuenirent.Sequitur ergo , vt hæc omnia de
primis , vt ſecundis operti ſunt ; conceptibus rerum vera ſint , exempli gratia
, de terminis reali- bus his , rationali , riſibili , & homine , in hoc
fyllogifmo : omne rationale eſt riſibile , omnis ho- mo eſt rationalis , omnis
igitur homo eſt riſibilis . His poſitis , ad reſolutionem ſyllogifmi ab ad-
uerfario confideratam primum refpondi , ea ( ſi dari poffet co modo , quo ab eo
intelligitur ) effe in partes integrantes . deinde dixi eſſe falfum , propofitiones
, in quas primo refoluitur fyllogif- mus , & terminos , in quos primos
reſoluuntur propoſitiones , eſſe ſecundas , non primas notio- nes , cum fint re
vera compoſita quędam ex primis , & fecundis notionibus , quamuis ergo
reſol- uatur fyllogifmus in propoſitiones , & propofitiones in terminos ,
qui ob reſpectum ad fyllogif- muin , cuius funt partes integrantes , materia
eius quandoque vocantur , nó tamen ob id ſunt ma- teria , ſeu operationis
fubiectum Logici operantis , qua termini funt , & ex duplici conceptu ſunt
compoſiti , ſed ſunt potius prima quædam opera Logici . quare peccat , dixi ,
aduerfarij ratio ex #quiuocatione nominis materiæ , propterea illud exemplum
generationis rerum naturaliú nó eſt vllo pacto accommodatum eius fententiæ de
ſubie & o Logici , cum elementa non fint partes mixti integrantes , verum
eſſentiales ; quinimmo eſt magis accommodatum , imo aptiſsimum ad declarandam ,
& confirmandam opinionem noſtram.ficuti enim ſe habent elementa ad corpus
mixtum , ita & res ipfæ ad ſecundas notiones à Logico fabricatas . Demum
contra Aduerfarij interpretationem illius Auerrois auctoritatis in vltimo
capite Epit . libri Categoriarum , vt.f.fubie & u ab Auerroe accipiatur pro
fundaméto , argumétatus ſum in húc modū . Vel ipfe pu tat notiones ſcias effe
fundatas in rebus , hoc eſt , eſſe quidé elicitas ex primis conceptibus rerú ,
ipſas tí à Logico tra & ari ſeorfum à rebus , ita vt Logico nullú fit cú
rebus , aut primis concepti- bus negotium , vel ipſas res exiſtimat neceſſario
a logico tractari . Si primo modo velitres effc fundamentum ſecundarum notionum
, iam fateatur neceſſe eſt , res ipſas nullatenus pertinere ad Logicum , neque
dici poffe Logicales . Atqui id repugnat Auerroi loco citato dicenti , & in
fumma ex eo quòd contingunt eis , hoc est , decem rerum generibus , intellecta
ſecunda , quorum inuentio certe est in intellectu , folum erunt Logicalia ,
quia ars Logica certe tribuet regulas de iſtis generibus ab intellectis Quod
fiis ita velit eſſe primos conceptus fundamenta ſecundorum , vt fine illis a
Logico tracta ri , & intelligi non poſsint , vt imprudens fatetur , ficut
mox oftendemus , ſine dubio noftræ ſen- tentiæ ſubſcribit : nulla etenim in re
diſſentimus , lis eſt ſolum in verbis , quia id , quod a nobis dicitur fubie
& um , ab eo vocatur fundamentum . Si enim res ipfæ neceſſario ſumuntur a
Logi co cum fecundis earum conceptibus , aut vt corum materia fumuntur , aut vt
forma , quo.n.alio modo capi , & vfurpari valeant , non video . Sed res à
logico non confiderantur , neque tratan tur vt formæ , quia formæ funt finis ,
& opus logici in logica facultate , ideoque a logico fingun tur , remanet
ergo , vt fint loco materiæ . Quòd autem aduerfarius nolit a logico ſecundos
co- ceptus intelligi , ac tractari poſſe abſque primis , ex eo patet , quia
inquit , logici materiam eſſe có ceptus ſecundos fimplices applicatos primis ,
idq ; pluribus in locis libri primi log . Difput.con- firmat , præfertim in
fine capitis quarti , dum ait , Hinc perfpicitur omnes ſcienter dicere , logicum
fecu das intentiones tractare primis applicatas , ideſt , habere pro subiecto
operationis fecundas intentiones fim- plices primis applicatas , in illiſque
fundatas , cum fecunda intentiones abfque primis effe non possint . Sum ma hæc
fit , vel effe vult Aduerfarius logicæ fubiectum ſecundas notiones abſque
primis confi- deratas , vel eafdem neceſſario applicatas , hoc eft , intelle
& as , & confideratas cum pri- mis , ideft , rebus ipfis , fiue earum
conceptibus , Primum eſſe falſiſsimum oſtendi- mus ad eius argumenta
reſpondentes : Secundum quoque falfum eſſe probauimus alias , nimirum cum
ſecundas notiones primis applicatas non verè ſubiectum , hoc eſt , non pri- mum
logici ſubiectum , fed primas : eius opera eſſe demonftraui mus.igitur vtro
libet modo intellecta eius opinio falſa eft . 1 Propugnatio aduerfarij , &
eius confutatio . D hac reſpondens aduerfarius inquit : Vi iuniores huius
Critici ſumme arcis ruinam facile percipere poffint , bos duos non tectos , fed
planos agimus cuniculos , quorum primus ille fit , Materiam ex Ariftotele 8.
meta.t. 12. duplicem effe , vnam , ex qua , nimirum cam que potentia est ,
& fimul cum forma compofitum conſtituit : alteram , in qua , nempe fubiectu
actu existens , conflatum ex materia & forma . Alter vero cuniculus
huiufmodi fit , instru- menta fcilicet , & res omnes logicales duobus modis
confiderari poſſe , vel in ſe , quatenus ſcilicet funt a fcien- tiarum materia
abiuncta , & feparata , idest , vt forma materia ex qua , nundate , licet
fine materia , in qua , extra intellectum ſubſiſtere non poßint , quo pacto ab
Aristotele accipiuntur in proprijs logica difciplinali-- bris , qui hoc nomine
logica vniuerfalis nuncupantur : Vel quatenus earundem fcientiarum materiæ
applican- tur , veluti forma materia ex qua , quo quidem modo a philofopho
confiderantur in fingulis ſcientijs , ex quo ortum duxit logica particularis .
His pofitis prope Critici arcem cuniculis , eam funditus corruere vnuf quifque
facile intelligere poterit , quoniam in logica difciplina fecundæ intentiones
fiue fint ille fimplices , fiue composite , carent penitus materia , ex qua ,
non autem materia , in qua ; cum ( vt dictum eft ) fine ea extrain- tellectum
fubfiftere non poffint . Genus enim gratia exempli , non componitur ex re
tamquam materia , ex qua , & fecunda intentione , veluti forma , fed eſt
pura , & nuda intentio ſecunda fundata in re , nimirum , in ani- mali :
& illud idem verificatur etiam de omnibus intentionibus fecundis , &
fimplicibus , & compoſitis , que in logica difciplinæ libris conſiderantur
vt forma accidentales in primis rerum conceptibus fundata , pro pterea fecunde
intentiones compoſite in libris illis non poffunt componi , niſi ex partibus
integrantibus : at re- bus applicate componuntur vtique ex materia , &
forma . Papa papæ , cuniculos arci noſtræ minatur Martialis iſte alter
Plautinus Pyrgopolinices Acacidinis minis expletus . At videat ne & ipſe in
Periple & omenon inciderit . Nunc iſtos cuniculos exploremus . ac prius
naturam ſecundarum intentionum , ( quam non optime tenere profefforem logicæ
turpe eſt ) ab aduerfario minime co gnitam fufius explicemus , vt logici iſtius
meri logi oſſe cuniculi videantur . Cum inter nos , at- que aduerfarium conſtet
dari aliquas ſecundas notiones , quæ fint abſque materia ) , ab hoc no- tionum
genere de quo inter nos conuenit , incipiendo dico , cùm ſecunda notio , quæ
eſt pura que dam forma , fiat per a & um collatiuum intellectus , hoc eſt
per comparationem ab intellectu fa- & am inter rem , & rem , cuiufmodi
funt primæ intentiones , neceffario hanc collationem præſup- ponere res aliquas
, videlicet intentiones primas . Non enim poteft fieri collatio , nifi
præcedant ea , inter quæ fit , hoc eſt res collatæ , & ab intellectu
cognoſcantur , antequam fiat inter eas colla tio ; quæ quidem res collatæ funt
fundamentum , ac terminus eius collationis , ac ſecundæ notio nis , vt
paternitatis , quæ eſt collatio inter patrem & filium , fundamentum eſſe
dicitur homo ha- bens filium , aut filios , & terminus homo habens patrem .
Sicuti ergo antequam paternitatem in- telligamus , neceſſe eſt vt paternitatis
ipfius fundamentum , & terminum intellexerimus , verbi gratia homines duos
, fic antequam ſecundam intentionem fabricare aut intelligere poſsimus , eit
neceſſe in nobis præcedere notitiam primarum , in quibus ſecundæ fundantur ,
non poffumus : enim noſſe quid fit ratio generis , nifi præcognouerimus
fundamentum genercitatis , quod fit ver bi gratia anımal , in quo genereitas
fundatur , & eius terminum , vt hominem , equum , & c . Priuf- quam
igitur in animali cognofcam genercitatem , neceffario cognofcere ipſum debeo ,
& cum ſpeciebus , vt cú homine , & equo conferre , quapropter ſecunda
intentio ſemper cadit inter duo obieta cognita , quorum alterum eſt fundamentum
, alterum vero terminus . Sicuti autem aliud eſt relatiuum , aliud relatio .
Relatio.n.cſt reſpatus ipſe relatæ rei ad ré , ad qua refertur , vt pa-
ternitas eſt reſpectus verbi gratia Gaij patris ad Sempronium filium ac vero
relatiuum eſt id , in quo fundatur refpe & us ille , nimirum Gaius pater ,
itaque relatiuum connotat ſubie & um , relatio non item : Sic etiam aliud
eſt genereitas , aliud genus ; illa nullum connotat ſubie & um , hoc vero
fubie & um connotat , primam ſcilicet intentionem , verbi gratia
animal.generitas enim eſt purus . ille reſpectus animalis vt ſuperioris ad
hominem , & ad equum , vt ad inferiora , at vero genus eſt ! ipſum animal
prout eo reſpectu præditum eſt . Eodem quoque modo albú dicimus eſſe ſubiectú
albedine cóformatú , at albediné purā formā abſque ſubie & o . Recipiunt
ergo ſecundæ intentio nes eadé diſtinctioné , qua relatiua , & quá ét
accidentia realia . ficuti ergo realia accidétia alia in abſtrato dicuntur ,
alia in concreto , in abſtrato vt albedo , in concreto vt albu , ſic etia
ſecundæ intétiones aliæ in abſtracto dici pit , vt genereitas , aliæ in
cocreto , vt genus . Ac in abſtracto qui- dé confiderantur a metaphyſico , ex
do & ifsimorú virorü fententia , in concreto aût a logico ipſo .
logicus.n.non definit genereitaté neque ſpecialitaté , neque indiuidualitaté ,
ſed genus , ſpém , & indiuiduű ; quod aut definit , illud confiderat , non
aliud . quod non definiat genereitaté , ex eo pa tet , quia in Ariftotelis
logica nulla inuenitur definitio genereitatis , aut ſpecialitatis , & c .
At di- ces , genereitatis definitionem efle ipſam generis definitionem . hoc
falfum eſt , cum verú non ſit genereitaté prædicari in quid de pluribus
ſpeciebus , vt prædicatur genus , quod de pluribus ſpe- ciebus in eo quod quid
eſt , prædicari a logico definitur . Similiter prædicationes apud logicum non
traduntur de ſecundis intentionibus in abſtrato , ſed de ſecundis in concreto .
Quádo enim dicit logicus , exempli gratia , propoſitio primi modi dicendi per
ſe eſt , in qua genus enunciatur de ſpecie , per genus non intelligit
genereitatem , fed illud , quod oft genereitate præditű , hoc eſt primam
intentionem , vt genereitatis forma præditam , ſeu primam intentionem , quæ eſt
genus . Falfum eft enim genereitatem de ſpecialitate prædicari , nam falfum eſt
dicere ſpecialitas eſt ge- nereitas.Sed obijciet nobis aduerfarius , inquiens ,
at falfa & hæc eſt propoſitio , nimirum , Genus eſt ſpecies , & tú
dicitur genus de ſpecie prædicari , & verè dicitur . falſo ét dicitur
medius termi- nus eſſe maius extremú , & tń maius , extremű de medio
termino prædicari verè dicitur . non ſe- quitur ergo , ſpecialitas non eft
genereitas , ergo genereitas de ſpecialitate non prædicatur , quare nec
ſequitur in logica non definiri genereitaté , nec tradi regulas de genereitate
, & c . Refpondeo igitur , in hoc dicendi modo , videlicet , ſpecies eſt
genus , capi ſpém pro ſpecialitate , & genus pro genercitate : proinde
falſa eſt hæc propofitio , illa aut , ſcilicet , Genus de ſpé prædicatur , eſt
vera , quia in illa fpecies , & genus fumuntur in diuerſa ſignificatione .
Sciendu eſt.n.ipfa quidé realia ac cidentia tum quæ in concreto , tum que in
abſtrato ſunt proprias habere nominationes , itaque aliter vocantur quæ in
concreto ſunt , & aliter quæ in abſtracto.u.g.accidens diſgregatiuú viſus
in concreto ſumptú , dicitur albu , at idem in abſtracto dicitur albedo :
ſecundæ aut intentiones tú quæ in cocreto , tú quæ in abſtracto ſunt , code
noie vocari ſolent.genus.n.tú pro genere ſumitur , hoc eſt pro intentione prima
, quæ ſubſter intentioni ſecundæ , genereitati nimirű ipfi , tū pro ipſa
genereitate , idemque dicendum de medio , & maiori & minori extremo :
cum ergo dicimus ſpe- cies eſt genus , ambigi põt , ne per ſpém , & genus
intelligamus ſpecialita é , & genereitaté : immo in hac propofitione , ſpés
eſt genus , potius accipimus hos duos terminos , ſpém , & genus , pro ijs ,
quæ in abſtrato , a pro ijs quz in cócreto funt.hinc fit vt ad fugienda
ambiguitaté ac ſcrupulů , in quo facilis eſt offenſatio , ſcdæ intétiones
plurimæ vt modi prædicétur quidé prædicatione fi- gnata , exercita aút
prædicatione non ité . Scdæ intentiones vt modi dúr illæ , quas ia vocauimus
Icdas intentiones in concreto ; ficuti ſcdæ intétiones vt quid dír illæ , quas
vocauimus ſcdas inten tiones in abſtrato . prædicatio aút ſignata dicitur cú
inter ſubie & ú , & prædicatú propoſitionis ponitur aliquid qd ſignet ,
hoc eſt ſignificet prædicatú dici de ſubie & o , vt cú dicimus , Aíal prædi
catur , ſeu dicitur de homine.in hac.n.propofitione , verba illa prædicatur , ſeu
dicitur ſignificant qå aïal fit prædicatú reſpectu hominis , & quod homo
dici poſsit aial : Prædicatio verò exercita eſt cú abſque illa nota ſignante ,
prædicatú dicitur de ſubie & o , vt cú dicimus , homo eſt aial . Dicitur
aût exercita , qm exercet id , qd ſignificatur in ſignata . in ſodis ergo
intentionibus plerifque , quæ funt in concreto , vera eſt pdicatio ſignata ,
ſed falſa exercita ; ac falſa quidé , qm in ea potius ter- mini ſupponunt pro
ſodis intentionibus in abſtrato , pro fodis in concreto , ob id apud logicu no
ſolent dari prædicationes exercitæ ſcdarū oíum intétionú , quarū dant ſignatæ ,
qm ij ſolú có fiderant ſcdas intentiones in concreto , in prædicatione ait
exercita de ſcdis intentionibus ter- mini vt plurimű fignificant ſcdas
intentiones in abſtracto , ex quo fit vt dicatur a logico , Maius extremű
prædicatur de medio , Minus extremű fubijcitur maiori , & cetera hmõi ,
& id vere dica tur : at vero apud en dicere non liceat , Mediú eſt maius
extremu , & cetera. Dixi aut vt plurimü in exercita prædicatione terminos
propofitionis fignificare ſcdas notiones in abſtracto , nó ſodas in concreto ,
qm qúque termini hmõi ſignificant ſedas in cócreto qń nimirű prædicantur ſupe-
riora de inferioribus , vt cú prędicatur vniuerfale de genere aut de ſpé ,
tu.n.dicere licet , genus eft vniuerfale , ſpés eſt
vniuerſale.prædicationes.n.fuperiorú de inferioribus rete fiút tú in entibus
realibus , tú in entibus ronis tā fignata a exercitæ , & ta in ſcðis
notionibus in abſtracto , qua in ſe cundis in concrero.proinde rete dicitur ,
aial prædicatur de homine , ergo ho eſt aſal , vniuerfale prædicatur de genere
, ergo genus eft vniuerfale , ſcia intétio prædicatur de genereitate , ergo ge
nereitas eſt ſeda intétio , at no tener conſequétia , genus prædicatur de ſpé ,
ergo ſpés eſt genus , quia ! 1 - quia termini huius propoſitionis inter ſe no
habét rõnem ſuperioris & inferioris ob id dicitur in terminis fcdarū
notionú diſparatis ( funt aut ſede notiones diſparatæ , quæ no coordinátur
joui- cé ſcium fub , & fupra , ve ſunt ſpés , quæ fub codé genere
collocantur , vt fcda intétio ſpéi , & fcda intétio generis , q fub
vniuerfali , vt fub genere eodé gradu coſticuuntur ) in hmõi inqua terminis no
tenere cóſequétiá a pdicatione ſignata ad exercita.no ſequitur.n.genus de ſpé
pdicatur prędi catione ſignata , ergo de cade prædicari pot exercita
prædicatione . quia ſcdæ notiones in cocre- to diſparata aliud fignificat in
prædicatione ſignata , aliud in exercita . ( cda aut quęuis notio in abſtracto
in vtraq ; prædicatione code ſp capitur mo , proinde de hmói notione vel
affirmatiue , vel negatiue fiat conſequentia , a prædicatione exercita ad
ſignata & cótra , ( p valida eft . Quare optime fequitur , ſpecialitas non
eſt genereitas , ergo hzo de illa non prædicatur : quod proban- du ſuſcepimus.Sed
hæc , quz a me dicta funt , quod.l.notiones fcdz tű ez , quz in cocreto , tú
illa , quz in abſtracto cócipiútur , eodé appellétur noie , no ex ppria , ſed
ex alioru ſentétia dicta efle ſciendú eft.neque.n.ego vera eſſe puto , niſi ad
reaú quēdā lensú pertrahatur . Quauis.n.verú fic intétiones ſcdas plerunque no
przdicari prædicatione exercita cu altera de altera prædicari de ſed tantú
ſignata id tí haud inde fit quia notiones ſcdę eodem vocentur nomine tum in
concre- to ſumptz , tum in abſtracto . Genus enim , ſpecies , fubiectum ,
prædicatum , & c . fignificant proprie concreta , non abſtrata .
notio.n.illa in abſtracto , quz genus coſtituit appellatur gene- reitas , nó
genus , & ſpecieitas , aut ( vt ipfi dicunt ) ſpecialitas illa notio in
abſtracto , quæ format ſpecie , non ſpecies & c . Verú quidem eſt
Generestatem , ſpecialitatem , & nomina alia huiufmo- di raro vfurpari.fed
hoc ideo fit , quia ſcdarum in abſtracto notionum raro facimus mentionem .
quare infrequens rei mentio quominus frequens vocis eius proprię métio fit , in
ca videtur eſſe , aliud præterea nihil . Non prædicantur autem intentiones
ſecundæ de alijs intentionibus ſecun- dis exercita prædicatione , quoniam cum
ipſa dicant realem conceptum rei vt velatum ſecunda notione , ille in
prædicatione earum exercita contingeret error , quòd cum verbi gratia ſpecies
fut res gerens ſecundam notionem ſpeciei , quæ habet intrinfece vt generi
ſubiecta fit , & co inte- rior , dicendo ſpecies eſt genus , intelligeretur
, illud quod gerit notionem ſpeciei id ipſum quate- nus eſt ſpecies , eſſe
genus , ac proinde id ipfum qua fubie & um , & inferius eft , eſſe
ſuperius , quod maxime eft abſurdum . Cum enim ſecundæ notiones in concreto ex
duobus conſtent , ex prima intentione vt ex fubie & o , fiue materia ,
& ex fecunda in abſtracto , vt ex forma , in prædicatione exercita dicunt
connexionem fubie & i , & prædicati non ex parte materiæ , fed ex parte
ipfius for mæ , vt cum dicitur , ſpecies eſt genus , in hac propofitione
intelligitur ſpeciem quoad ſpecialita- sem , quam concernit vt formam , eſſe
genus quoad genereitatem , quam concernit genus vt for mam : vt perinde ſit
dicere ſpeciem eſſe genus , ac ſpecialitatem eſſe genereitatem . Ad hunc fen-
ſum trahendo quod dicitur ab alijs , ſecundas nimirum intentiones in abſtracto
vocari nomini- bus ſecundarum in concreto , hoc eſt , dum ſecundæ notiones in
concreto prædicantur de ſe- cundis item notionibus in concreto exercita
prædicatione in huiufmodi propoſitionibus ter- minos ipſos non dicere connexionem
materiæ , ex qua conſtant , ſed forma , quæ eſt ſecunda notio in abſtracto , ac
proinde in hoc caſu nomina ſecundarum notionum in concreto vt prin- cipale
connotatú dicere ſcdas notiones in abſtracto , quz ſunt partes formales
ſecundarum no- sionum in concreto , hoc inquam modo dictum illud interpretando
, verum eſt . Atque hæc pluribus in gratiam tyronum dicta funto . Nunc ad
propofitum redeundo dico breuiter , no- ciones fecundas diuidi in abſtratas ,
& in concretas , ſcu in notiones ſecundas in abſtrato , & in notiones
ſcdas in concreto : & eas q ſunt in abſtracto eſſe vt formas caré , quz
ſunt in cocreto . Quare notio fecunda in concreto dicit primam in abſtracto ,
ac præterea materiam , fiue ſubie- Aum , cui notio illa in abſtracto impoſita
oſt , vt impoſita eſt forma ſtatuæ lapidi , aut zri . & de hac ſecunda in
concreto agit logicus , cum hanc definiat , non autem de nuda eius forma per ſe
ſumpta , cum hanc per ſe ſumptam non definiat , neque de ea regulas, aut
precepta tradat . Nunc vero quanti fint aduerfarij cuniculi videamus . Inquit
primum notiones fecundas non habere materiam , ex qua , dum in proprijs logicæ
diſciplinæ libris ab Ariftotele ſumuntur , fed habere tantum materiam in qua .
Quomodo habent materiam , in qua , dum ſumuntur in pro- prijs logicz libris ?
An vt partem , cum qua ab intellectu concipiantur, vt concipitur album , quod
non poteft abſque ſubiecto concipi , cum fit accidens in concreto ? an vero vt
merum fun- damétum , veluti habere materiam dici pot ipſa paternitas , hoc eft
fundamentu , in quo funda- tar , verbi gratia Sophroniſcum Socratis patrem ? Si
dicat habere materiam ve album , iam fen- cit tit nobifcum , &
contradicit fibi.non funt enim amplius , vt ipſe putat , ſecundæ notiones
logicz puræ quædam formæ , & inftrumenta logica non componuntur amplius ex
partibus ſolum inte- grantibus , fed & ex partibus eſſentialibus , to
ſcilicet modo effentialibus vt componi dicitur ſta tua ex lapide , vel ex ære ,
& forma ſtatuæ , & cetera arte facta , vt domus , ſcamnum , & c.ex
pro- pria materia , & propria forma , quorú quidem partes proportione quadā
rident partibus com- poſiti naturalis ; vel eo etiam , modo effentialibus , vt
componi dicitur album ex ſubiecto in actu , & forma albedinis , itaq ; hæc
aduerfarij materia , in qua , coincidit cum noſtra materia , ex qua , per
materiam enim ex qua conftituuntur notiones ſecundæ , intelligimus nos materiam
in actu , non in potentia , fed tamen proportione quadam reſpondentem materiæ
rerum naturalium , quæ eft in potentia ad formam ſubſtantialem.omnis enim
materia , ex qua conſtat aliquid , vel fit potentia , vel a & u , dici
poteſt materia , ex qua . Si vero per materiam , in qua , capit fundamen- tum ,
vt eſt Sophroniſcus pater fundamentum paternitatis , vt certe capere debet , fi
verum effe vult inſtrumenta logica non ex alijs conftare partibus , dum in
logica ſumuntur , quam ex inte- grantibus , & notiones ſecundas ſumiſcorſim
a rebus , & in fumma fi falfam effe vult opinionem noftram quod ſcilicet
ſecundæ notiones non fint pura forma , ſed compoſita quædam : iam fa- teatur
neceffe eſt a logico definiri , ac vſurpari fecundas ſolum notiones in
abſtracto , & de ijs ab co regulas & præcepta tradi , quod eſſe
falſiſsimum demonftrauimus . Sed in hac opinione ſua inconſtantiam aduerfarius
præſefert , vt inferius oftendemus . Dicit quoque aduerfarius res logicas , dum
ſcientijs applicantur , habere materiam , ex qua . Quomodo hoc dicere pofsit
inhæ rendo ijs , quæ tanquam fundamenta ab eopræiacta funt , equidem non video
. Nam fi per ipſum materia , ex qua illa eſt , quæ in pura potétia eſt , &
cú forma eſſentiali copoſitū facit , quonam pa Ao res logica applicatæ rebus ,
quæ funt adu , & pera & um cognofcuntur , manentes adhuc lo- . gica (
cum ipſe nolit logicam applicatam degenerare poffe in realem ſcientiam , cui
applicatur ) materiam , ex qua habere dici poffunt ? falfum ergo dicit quod
logicæ res applicatæ habeant ma teriam ex qua , aut fi verum eft hoc , cuertit
iam ſua fundamenta , quod ſcilicet duplex fit materia , vna , ex qua , & fit
illa quæ eft in pura potentia , altera in qua , & fit illa , quæ fumitur
pro funda- mehto , & eft in actu & c.præter has enim duas tertia quædam
danda fuerit , quæ cum in actu fit , dici tamen poſsit ex qua , & pro parte
eſſentiali rei compofitæ ſumi , vt eſt ſubie & um acciden- tiú , &
artefatoru , quod neceffario fumitur in corum definitione , & ut eſt mä
rerum logicarum , dú ipſæ rebus applicata ex ma coſtare dir . Ad cetera .
Inquit : Inſtrumenta autem logicalia in logi- ca difciplina confiderari ab
Ariftotele ut formas a materia , cui anncati poffunt , feparatas , declaro , na
ex com- muni omnium expoſitorum fententia philofophus in libris priorum docet
conftruere fyllogifmum , quatenus forma eft a materia ſciuncta , ergo in illis
ad mentem eius non potest dari fyllogifmi compofitio ex materia , forma ,
ficuti ex lapide tanquam materia , & Mercurij effigie tanquam forma
componitur lapidea eiufdem Mercury Statua . & licet Ariftoteles in
fyllogifmi constructione tradenda exemplificet in materia , id facit ( ipfomet
teste ) vt addiſcentes facilius fentiant . Ruit igitur illa duplex in rebus
logicis compofitio , & refo- lutio vt in logica difciplina confideratis ,
& c . In libris priorum docet philoſophus conftruere ſyllo- gifmum quatenus
eſt a materia ſeiun & us , non ab omni prorfus quomodocunque accepta ma-
teria , fed a materia neceffaria , accepta prout neceſſaria eft , quæ in
poſterioribus analyticis con fideratur , & a contingenti , accepta prout
eſt contingens , quæ in topicis pertra & atur , & c . Ac ego non de hoc
modo ſumpta materia loquor dum dico ſyllogifmum prioriſticum conſtare ex
materia , ſed eam intelligo , cui ſecunda notio fyllogifmi eſt impofita , quæ
eſt quidem realiter aut neceffaria , aut contingens , formaliter tamen non
concipitur fub vlla ratione aut neceffa- riæ , hoc eft pofterioriſtica , aut
contingentis , hoc eft topicæ , & c . fed capitur confufe pro fubie & o
terminorum fyllogifmi . Medium enim , maius , & minus extremum dicunt
inten- tionem ſecundam cum prima . habet ergo duplicem fyllogifmus materiam ,
vnam lapidi re- ſpondentem in ſtatua Mercurij lapidea , alteram , quæ in omni
compoſito ex partibus integran- tibus , & quantitatiuis reperitur . Medius
enim fyllogifmi terminus , maius , & minus extre- mum habent quidem formas
ſignificantes mutuos corum inter ſe reſpectus , ipſa tamen no ſunt pura forma ,
Medius enim terminus u.g.in primo modo primæ figuræ dicitur quodlibet ens rea
le prout ita eſt affectum ad aliud ens reale , vt cum ei ſubijciatur , includat
in ſe rationem , ob qua illud ens reale quod de co prædicatur , de alio reali
ente prædicetur . Quare medius ipſe termi- nus nihil eft aliud , quam ens reale
cum modo confiderandi intentionali . Propterea re & e dicunt aliqui
definiri in logica entia ipfa realia vt quod , intentionalia verò vt quo.nam
quod definitur , quando 33 : quádo u.g. definitur medius terminus , eſt exépli
cauſſa rationale , at vero quo definitur , eſt rá- τιο medij , fiue ( vt ita
dica ) mediatio , quia tū rõnale non confideratur ſcdum propria nam , fed
tantummodo fecundum illam rationem medij , quam ei logicus imponit . ob id
varijs in libris lo gicis iuxta varias quas accipit notiones , varias etiá
ſortitur definitiones . In libris peri hermen . a logico rationale confideratur
vt fubie & um , vel vt prædicatum , co igitur in libro definitur per
fubijci , & per prædicari ; in libris priorum confideratur vt medium , vel
vt maius extremum , ibi igitur definitur per refpe & um medij inter
vtrunque extremum , aut per rationem maioris extre mi , quod eſt predicatum
concluſionis , & c.In libris vero poſteriorum vt ſubie & um in
propoſitio ne ſecundi modi dicendi per ſe , aut vt prædicatum in propoſitione
primi niodi , aut vt medium quod fit cauffa inhærendi , & c . Adreliqua .
Dixiego in primo Apologetico regulas in logi- ca traditas de fyllogifmis non
eſſe veras de ſecundis , fed de primis tantum intentionibus , cum abſurdum fit
dicere u.g.medium eſt maius extremum , & tamen regula illa vera fit ,
ideoque mi- nime abſurda , ſcilicet , Maius extremum in prima figura de medio
termino prædicatur . Ad hæc refpondet inquiens : Criticus abfurdiſſimum eſſe
vult quod in via philofophi congruum , & conueniens est . Non ne falsum est
dicere B.eße A.C.effe B. C.effe A ? attamen primus modus prima figura ab Ari- ftotele
hoc patto aßignatur , Omne B.est A.omne C.est B.ergo omne C.eft A. A
pariinconueniens non erit fi etiam his terminis aßignetur , omnis medius
terminus est maius extremum , omne minus extremum est medius terminus , ergo
omne minus extremum est maius extremum , licet falfum fit medium terminum effe
maius ex- tremum . & c . Primum aduerfarius mihi concedit eſſe verum quod
medius terminus non fit ma- jus extremum , quo mihi conceffo concludo contra
ipſum quod volebam , nempe regulas logi- cas non effe veras de notionibus
ſecúdis quatenus ſecundæ funt ac fupponût pro ſe ipſis , vel pro ſecundis in
notionibus abſtrato . Deinde cum ab exemplis Abecedarijs faciat confequentiam
ad terminos ſecundarum notionum , ſe quod dicit non intelligere aperte oftendit
. Exempla qui- dem Abecedaria in libris prioru ( vt & in ceteris logicæ
libris ) ſumuntur vt fupponunt pro inten tionibus primis , non vt fupponunt pro
ſcdis , quia funt exempla quædam , in quibus logicorum præceptorum , ac canonum
veritas actu pratico ( vt aduerfarij verbis vtar ) manifeſtatur , fumun tur
autem huiufmodi exempla fita pro veris ( fi & a dico , quia in his
ſupponitur A. effe . B.quod eſt per ſe falſum ) quo melius formæ ſyllogiſticæ
vis intelligatur , & abfque vllo errore percipia- tur , quod non tam facile
eueniret exempla vera proponendo , cum in his fæpe materiæ neceſsi- tas nobis
imponat , & vt ex ea necefsitatem formę dimetiamur efficiat . Propterea
dicitur in prio ribus analyticis omne A.eſt B. & omne C.eſt A , ergo omne
C.eſt B.quæ funt prædicationes exer citæ , quia vult logicus ut A fupponat
u.g.pro rationali B. pro riſibili , C.pro homine , vt idemfit , omne A.eſt
B.quod , omne rationale eſt riſibile . & hæc quidem fuppofitio a quocunque
fit , qui in ea incidat exempla , nulla præcedente admonitione , quia nemo
ignorat A.non effe B.ideoque id per ſuppoſitionem dici cognofcit . At vero
eodem modo dici non poteſt, medius terminus eſt maius extremum, & c.non
folum quia cum de ijfdemmet terminis regulæ tradantur, per cofdem met explicari
, ac declarari illæ non poffunt ( non poteſt enim idem fieri notum per ſe ipfum
, nifi per ſe alio atque alio modo ſumptum ) verum etiam quia vt dixi ſecundæ
notiones prædicari nó poffunt de ſecundis alijs notionibus prædicatione
exercita , nifi adfit refpe & us ille fuperioris , & inferioris , fed
prædicantur ſolum predicatione ſignata . non valet ergo confequentia, dici
poteſt A. cit B. ergo etiam dici poteſt medius terminus eft maius extremum ,
quia in illis haber locum prædicatio exercita , in his vero non item ; &
idcirco in his locum non habet , quia pe- riculoſa in ijs eſt ſuppoſitio ita ,
vt in ea decipi addifcentes facile poſsint : quia in prædicatione exercita
termini propofitionum huiufmodi formaliter fupponere folent , non materialiter
, in fi- guata vero materialiter , itaque maxima fieret confufio , in
prædicationibus vero quæ fiunt in exemplis Abecedarijs , termini in utraque
prædicatione codem ſupponunt modo . Sed vt Afri- ca ſemper aliquid noui , fic
nouam aduerfarius huc quoque affert ridendi materiem . In- quit enim . Ad
rationem , quam format Criticus contra meam interpretationem ad illam Auerrois
aucto- ritatem , refpondeo me velle fecundas notiones , & fi in rebus
fundatæ funt , quoniam fine eis extra intellectu fubfiftere non poffunt , a logico
in logica difciplina tractari feorfim a rebus , non proptered fatear neceffe
est , res ipfas nullatenus ad logicam pertinere , neque dici poſſe logicales .
funt enim eatenus logicales , quatenus in eis actu practico , vt facilius
fentiant addifcentes , logicus aliquando manifestat regularum fuarum veritate ,
non autem vtex eis tamquam materia , & fecundis notionibus tamquam forma
intra fue facultatis limites Logicus inſtrumenta componat . Res igitur ex
aduerfarij fententia ita funt logicales , vt huius propu gnationis auctor
eſt Martialis.nomen enim habent logicalium , aliud præterea nihil . Animal er
go verbi gratia idcirco dicetur effe logicale , quia logicus in declarando
genere exemplum af- fert animalis , inquiens genus eft quod prædicatur de pluribus
ſpeciebus , vt animal prædicatur de homine , & leone . Tune hæc tuis
diſcipulis ? O cœlum , o terra . Nec eum pudet dicere : Qua Sententia eff
Auerrois loco citato , vbi non potest intelligere fubiectum pro materia . Sed
cur ( dicet aliquis ) id cum pudeat ? Non ne perpulchram , & cedro dignam
affert rationem ? inquiens : Alioquin Auerroes contra fua dogmata cogeretur
concedere materia formas contingere , & accidere , cum decem ge- nera fint
materia , & fecunda notiones fint forme . Salue
Auerroiſtarum anteſignane . Heus tu vnde hanc exculpis conſequentiam ? ſemper
ne in coſequentijs faciendis eris tui fimilis ? Inquit Auer roes res efle
materiam ſecundarum notionum , & fecundas notiones effe formas huic
accidétes materiæ , ergo fuis Auerroes dogmatibus aduerfatur ? Quibus
dogmatibus ? An unquam nega- ret Auerroes materia in a & u , vt eſt materia
arte factorum , quæ compoſita ſunt ex materia in adu , & forma accidentali
, formas artificiales contingere , atque accidere ? Tandem inquit : Su- bie & tum
igitur ab Auerroe non potest fumi , niſi pro fundamento . Quamuis enim res ipfa
a logico neceffario Sumantur cum fecundis carum conceptibus , non vt corum
materia fumuntur , nec vt forma , ex quibus logica mfirumenta componantur , fed
vt fundamentum , in quo fundantur . Quodfi Criticus nõ vidit , nil mirum , quia
varo videt qua cum veritate conueniunt , vt patet quando ex co quod in multis
locis logicarum difputationi affirno logicum fecundas intentiones traftare
primis applicatas , idest habere pro fubiecto operationis fecun das notiones
fimplices primis annexas , in ijſque fundatas , infert ad mentem noftram res a
logico in logica di- Sciplina fumi , vt materiam , ex qua construere valeat
logica instrumenta . Si legiſſet aduerfarius ea , quæ ab alijs de ſcdis intentionibus
ſcripta ſunt , vidiffet vtique hoc neceſſario inferri , cùm penes illos ſcdz
notiones applicate vocentur ille , que ſunt in concreto , & conftant ex
rebus , ac ſcdis notio nibus in abſtracto taqua ex mä , & forma , cú ipſi
propoſitioné illa Boethi decantatâ quod.l.lo- gica ſit de ſedis intentionibus
applicatis primis , hoc mo intelligat , quod.f.logica agat de ſcdis notionibus
in cocreto , nó aút de ſcðis in abſtra & o , vt præter oium exiftimatione
intelligit ad- uerfarius . Quod fi neget adhuc inferri hoc ex ſuis verbis , qm
ipſe per ſcdas notiones applicatas intelligere ſe aperte ſignificarit ſcdas
notiones in abſtracto , cú per applicatas primis , intelligi a ſe dixerit eas
quæ fundatæ fint in primis , quę vero fundatz in primis ſunt ex ſunt ſeda in
abſtra- ao , nó aut ſcaz in cócreto : dico id quoq ; eſſe falsú , qm ij qui de
ſcdis agūt notionibus res ipſas vocat fundaméta nó ſolú ſcðarú notionú in
abſtracto , ſed et ſodarū in cocreto , cú aíal ipsů u.g. mõ fubiectú , mõ
fundamétú vocét ſede illius notionis , qdé genus , q eſt ſcda notio in cócreto
cú ergo ſcdz notiones in cocreto dici poſsint eſſe in primis fundatæ , &
propriú eatú fit eff : ap- plicatas , illatio a nobis fa & a ex cius verbis
optima eſt . Sed antequá caput hoc cócludo libet hu- ius viri in coſtituédo
logicz ſubiecto retegere incoſtátia.hoc.n.loco inqt : Quauis.n.res ipfa a logi-
co neceffario fumatur cũ ſodis earŭ cõceptibus , no ve earŭ materia fumitur ,
nec vt forma , fed vi fundamēru . cocedit ergo ſumi a logico res ipſas neceffario
cú ſcdis notionibus , & ita cócipi.qd cófirmant q fubdit , nimirű logicu
tractare ſodas notiones primis annexas . cú hæc verba , pprie ſignificēt logicú
tra Aare ſodas notiones non abfq ; primis , fed cu ijs cóiun & as , hoc eſt
cú tumere vna cú ſcðis et pri mas , vero dixit res iő dici logicales , &
eſſe catenus logicales , quatenus in eis actu practico , vi faci- lius fentiat
addifcentes , logicus aliquando manifestat regularū fuaru veritate.qd hoc
fignificet , ex ſuperio ribus apparet , vbi dixit : licet Aristoteles in
fyllogifmi conſtructione tradenda exemplificer in materia , id facit , ipso met
teſte , vt addiſcentes facilius fentiant . fignificat igitur res eſſe logicales
, quatenus adhi- bentur aliquando in exemplum regularum logicarum . At exempla
non ſunt fundamenta , nec neceſſario ſumuntur , ergo res in logica ex
aduerfario ſumuntur neceffario , & non ſumuntur ne- ceſſario : & funt
fundamenta , & no lunt fundamenta . Antea etia dixerat res ideo eſſe
fundamen- ta notionum ſecundarum , quoniam hæ fine illis extra intelle & um
exiſtere non poffunt , quaſi di- ceret , in intelle & u exiſtere poſſunt
abſque primis , ( ed non extra intelle & um : hunc enim ſenſum ea verba
faciunt : at hoc eft contrarium fere eius quod poſtea faſlus eft , quod
ſcilicet res a logico fumantur hoc eſt concipiantur cum ſecundis notionibus :
nam fi hæ non nifi extra intelle & um indigent primis , quorfum igitur
concipiuntur neceſſario.cum primis ? Præterea hic Applicatas interpretatur
fundatas in primis non vt ex ijs tamquam ex materia conſtantes , at ſuperius
di- xit : fecunda intentiones compoſite in libris logica non poßunt componi
nifi ex partibus integrantibus , at rebus applicate componuntur vtique ex
materia , & forma . Præterea dixit in hoc capite ſuz propu- gnationis ,
definitiones logicas non verificari de notionibus primis , nifi quatenus prima
funt velata ſecun- 2 h dis : dis : & in defenfione capitis 10.libri primi
log.diſput , huius fuæ propugn.pag . 6. logicus & fi levem quandam , &
confufam rerum omnium cognitionem habet , eas tamen in facultate fua non
cognofcit vt res Junt , fed tanquam fecundis intentionibus fubiacentes . Ergo
res ſunt fubiectum ſecundarum notionum , non autem merum fundamentum . Quid eſt
ſi non hæc inconſtantia eſt ? certe quo id alio vo- cem nomine , niſi grauiori
verbo vtar , nefcio . De externo logice fine aduerfarij , & viri clarifsimi
fententia , cum vtriufque oppugnatione , ac defenfione . OLVNT nonnulli
externum logicæ finem eſſe diſtinguere verum a falſo , bonum que à malo , quam
de bono , & malo additionem ſuperuacaneam eſſe exiſtimac vir clariſs . lib
. priore de nat . log . quia veruin , & falfum , eorumque cognitio non modo
in contemplatiua , ſed etiam in a & iua philoſophia , & in omnibus
artibus locum habent , id tamen intereſt , quod cótemplatiuæ nullum alium fine
n habet , quam cognitionem , reliquæ verò omnes cognitionem non per ſe quærunt
, fed propter opera- tionem . Quoniam vero bonum , & malum funt propriæ
materiei conditiones non ſecus , ac calidum , & frigidum , durum , molle ,
& huiufmodi , quas logica , atq ; adeo omnia logica inſtru menta
accidentarie reſpiciunt , ideo ſi in logicæ definitione ſumeremus bonum , &
malum , per- inde eſſet , ac ſi multas quoque alias materiei conditiones
acciperemus , dicendo , logicam effe inftrumentum , quo diſcernimus bonum , a
malo , calidum a frigido , & durum à molli ; quæ om- nia cum inconuenientia
fint , inconueniens eſt etiam in logicæ definitione ponere alium finem , quam
eum , vt diſcernat verum a falſo . Et licet Ariftoteles in Moralibus finem , ac
ſcopum a & i- uz philoſophiz a & ionem nominare maluerit , quam
cognitionem , id ab eo hac ratione factum ait , quoniam a & io ibi
principalem locum tenet , cum fit vltimus , ac præcipuus finis , ad quem omnis
earum difciplinarum cognitio dirigitur , quare aliter loqui non poterat lizio
de fi- ne actiuæ philoſophiæ . De logica autem ( vt vocant ) adæquato ſubie
& o deridendos eos eſſe dixit , qui ſecundas notiones tanquam rem
confideratam , deinde vt inftrumenta notificandi po- nunt tanquam modum
confiderandi : qui quidem error , vt palam fieret , notandum voluit , ſu- bie
& o modum conſiderandi apponi ad coarctandum non rem confideratam , vt
multi putant , ſed potius eius conſiderationem , vt gratia exempli , fi quis
diceret eſſe in aliquo libro ſubiectu animal , quatenus eſt rationale , is non
recte diceret , quia fi hæc locutio eſſet admittenda , opor- teret omne animal
eſſe rationale , qui enim ita loquitur , videtur ſupponere omni animali ra-
tionale ineſſe , vel ſaltem non ſimpliciter animal ſumit , ſed reſtrictum ,
& pro ſolo homine , perinde ac ſi di diceret , homo quatenus rationalis ,
fic enim re & e diceret , etiam fi eandem rem bis exprimeret, ſemel quidem
tanquam rem confideratam , deinde iterum tanquam modú confiderandi , quoniam in
conſtituendo vero ſcientiæ contemplatiur ſubiecto modus conſide- randi æqualis
eſſe debet rei conſiderate . Licet enim dicere homo , quatenus homo , fed non
reto dicitur animal , quatenus homo , niſi animal pro homine ſolo accipiatur :
dum enim dieit animal quatenus eſt homo , non omne animal ſtatuit rem
confideratam eſſe , ſed ſolum hominé , quia bos non poteſt conſiderari quatenus
homo : cuius confideratio cum fit multiplex , reſtrin- gitur , poteft enim homo
conſiderari vt ſanabilis , vt fælicitatis capax , & alijs fortaſſe modis ,
ideo dum dicimus ſubiectum eſſe hominem , vt homo eſt , vel vt eſt rationalis ,
ad hanc vnam confiderationem hominem coarctamus , & alias excludimus . Quæ
ſi vera ſunt , duplicem ef- ſe dixit illorum errorem , qui ponunt ſecundas
notiones pro vt funt inſtrumenta notificandi ef- ſe ſubie & um logicæ ,
etenim rem confideratam reſtringunt , quod faciendum non eſt , confide-
rationem autem non reſtringunt , quam potius reſtringere debuiffent . Secundæ
quidem no- tiones latius patent , quam inftrumenta notificandi , a Grammatico
namque ſecunde notio- nes conſiderantur , quz inſtrumenta notificandi non ſunt
: videntur itaque ſic dicentes rem ip- ſam reftringere . At ſi ſecundas
notiones non amplè ſumant , ſed ſtrite pro illis tantum , quz a logico
confiderantur , & funt inſtrumenta notificandi , nihil reſtringunt , dum
dicunt , pro ve ſunt inſtrumenta notificandi ; rem enim non reſtringunt , vt
manifeſtumeſt , ſed neque eius confi- derationem , quia harum nulla datur alia
conſideratio , quam pro vt funt inſtrumenta notifi candi . Ad hæc
refpondet aduerfarius libro primo logic.difputatio . capite 9. hunc in modum ,
inquiens : cum opinio noſtra de externo logice fine fit fundata fuper illa
philoſophi auctoritate in Moralibus , tantum abeft , vt aliorum refponfio
opinionem , quam ſequimur , funditus euertat , vt potius tam confirmare
videatur . quoniam ſi hac de cauſa philoſophus in Moralibus finem , ac ſcopum
actiuæ philoſophiæ a & ionem nominare maluit , quam cognitionem , eo quia
actio principalem locum tenet , cum fit vltimus , ac præcipuus finis, ad quem
omnis earum diſciplina- rum cognitio dirigitur , & per quem a & iua a
contemplatiua philoſophia ſecernitur , ita etiam nos hoc nomine addimus
difcernere bonum a malo , vt magis ſignificare poſsimus mentem phi- loſophi de
logica effe , vt inſtrumentum fit vtriufque partis philoſophiæ , quod fieri non
poteſt per id folum , vt diſcernat verum a falſo , quia licet verum , &
falfum, eorumque cognitio non tantum in contemplatiua philoſophia , ſed etiam
in a & iua locum habeant , manifeftius tamen atiua per id , vt diſcernat
bonum a malo , quam per id , vt diſcernat verum a falſo , ſignificatur . An
verò deridendi fint qui ponunt ſecundas notiones fimplices tanquam rem confideratam
, deinde vt inſtrumenta notificandi , ideft , quatenus ex illis inſtrumenta
notificandi, quæ ſunt ſe- cundæ intentiones compofitæ , conſtruenda funt ,
tanquam confiderandi modum logici operan- tis , alijs iudicandum relinquimus .
Quod autem ad reliqua pertinet , eos ( inquit ) fibi ipfis , & philoſopho
aduerfari , ſuamque poſitionem non fatis animaduertere exiftimamus , afferendo
enim non rem conſideratam , ſed eius conſiderationem reſtringi debere , fibi
ipſis repugnant , cum alibi dicant : Res quidem confiderata non est cuiufque
ſcientiæ propria , fed potest ei cum alijs eſſe communis , modus autem
confiderandi cuique proprius est , & rem conſideratam restringit , que ipfa
per se communis erat . Deinde putantes in vero fubiecto ſcientiæ contemplatiuz conſtituendo
modum confiderandi æqualem efle debere rei confideratæ , ſfimul &
philofopho , & fibi ipfis contradi- cunt . Nam philoſophus in ſecundo
phyſico . tex , 18. & 20. ait , in re confiderata poſle conueni- re plures
contemplatiuas ſcientias , in modo autem conſiderandi nequaquam , & ipfi (
vt paulo ante diximus ) affirmant rem confideratam non effe cuiuſque ſcientiæ
propriam , fed poffe plu- ribus communem eſſe ; modum autem conſiderandi cuique
proprium . Si itaque res confidera- ta poteſt eſſe pluribus communis , &
modus confiderandi cuique proprius eft , quomodo affe- runt in conftituendo
vero fubiecto ſcientiæ contemplatiuæ modum confiderandi æqualem eſſe debere rei
confideratæ ? Demum ponendo id , quod negligunt , pofitionem fuam parum ani-
maduetere videntur . Nam rem aliquam confideratam , quæ pluribus modis
confiderari pof- fit , ad vnum ex illis coar & ari , & restringi ,
nihil aliud eft , quam oes alios eius cófiderandi modos excludere , &
illorum vnú ſeligere.vt gratia exépli , cum poſsit homo conſiderari vel vt
ſanabilis , vel vt fælicitatis capax , fi aliquis excludendo , vt eſt
fælicitatis capax , acciperet , vt eſt ſanabilis , diceretur ad hunc , non ad
alium conſiderandi modū hominé reſtringere , ergo ponunt , quod ne- gligunt .
Hæc cum vera fint , tantu abeſt , vt in duplici verſentur errore , qui ponunt
ſecundas no- ciones fimplices , pro vt ſunt inſtrumenta notificadi , id eſt ,
pro vt ex illis conftruenda funt inſtru menta notificandi , eſſe logici
operantis adequatum fubie & ü , vt potius eorum fententia fit pe- nitus ad
mentem philoſophi . Accipiunt enim ſecundas notiones fimplices latè , pro vt
etiam a Grammatico confiderantur , eaſque ad modum confiderandi Logici
reftringunt , quod fecundú Ariftotelis præcepta loco ſuperius citato faciendum
erat . & hoc præſtare , videlicet ; rem aliquam ad vnum ex pluribus eius
confiderandi modis coar & are , nihil aliud eft , quam eiufdem rei con-
fiderationem reftringere . Hæcego primi Apologetici cap.fexto confutans dixi
Logicam eſſe inftrumentum commune omnibus facultatibus , quare ſi communem
Logicæ fru & um peculia- rem eſſe dicamus vſum vtriufque philoſophiæ , tum
afficimus iniuria reliquas facultates , dú eas excludimus , & vfum
inſtrumenti huius nullis per ſe concluſum finibus , certis quibuſdam termi-
> nis coercemus.non erat igitur in Logicæ definitione peculiaris facienda
mentio vfus illius , quem Logica pręſtat Morali philofophiæ , neque timendum ,
ne ambigat aliquis , an hæc facultas vtilis fit Morali , & eius quoque fit
inſtrumentum , cum verum illud , cuius mentio fit in Logicæ defini- tione ,
ſumatur vniuerfaliter vt genus ad omne verum.quem vanum timorem arguit ( dixi )
aduer- farij reſponſio , metuere enim videtur niſi in definitione Logicæ
peculiariter fignificetur eam ef- ſe inſtrumentum philoſophiæ moralis , ne quis
putet hanc facultatem non effe inftrumentum niſi philoſophiz contemplatiuæ ,
& non effe inuentam à philoſopho niſi ob contemplatiua . quo- niam hoc modo
ratiocinatur , ſi ſola cognitio veri ſtatuatur , atque exprimatur pro fine in
Lo- gicz definitione , poteſt adhuc ambigi , an ibi verum intelligatur illud
etiam , quod fecundo re- fpicitur fpicitur à Morali , ' an illud tantummodo ,
quod præcipue ſpectatur à contemplatiuo : Propterea ſatius exiſtimat ad
tollendam omnem dubitationem , addere verba illa , ad diſcernendum bonu à
malo.fic enim liquido cognofcitur , Logicam eſſe inſtrumentum etiam philofophiæ
moralis . Secundo , & vitimo defendi alteram opinionem , quòd , ſcilicet ,
ſubiecto modus confiderandi ap ponitur ad coartandum non rem confideratam , fed
potius eius confiderationem. Cuius verita- tem prolixa oratione oſtendi ; Et ad
obie & iones Adverfarij reſpondens , probaui nec ſibi ipfi , nec Ariftoteli
Virum clar , aduerfari , neque ſuam ignorare pofitionem . Et primo ſibi ipfi
non ad uerfari , licet alibi dixerit , rem confideratam à confiderandi modo
restringi , ſi ſano modo verba intelligantur.Confiderare enim ( dixi )
aduerfarius debuit , multa in tractationibus prius confu- ſe dici folere ,
poftea vero explicatius , qui mos fuit Ariftotelis ipfius . Verti igitur nobis
vitio nó debet , quòd primum dixerimus rem ipſam reftringi , deinde id
negauerimus . Primű enim con- fuſe tradita eſt bipartita illa conſideratio
ſfubie & i , cum ad eum tátum finem eo loci de ipſo men- tio facta fit , vt
cognofceretur ſimilitudo inter ſubiectum demonftrationum , & fubiectuin
opera tionis : propterea non neceffe fuit diſtinguere rem confideratam ab eius
cófideratione , fatis fuit eam diftinguere à modo confiderandi , vbi autem fuit
neceffarium confufa diftinguere , & expli care , ideoque notionem
vnamquamque ſuo nomine vocare , diftin & a funt hæc , res confiderata ,
confideratio rei , & modus confiderandi , ac difertè pronunciatum eſt ,
modum confiderandi eſſe #qualem rei confideratæ , & eius confiderationem ,
non rem ipfam confideratam reftringere ſo- lere . Neque igitur nobis
contradicimus , neque Ariftoteli repugnamus , fiquidem ipfi quoque di cimus ,
modum confiderandi effe cuique ſcientiæ proprium , licet is totam ample & i
debeat rem confideratam : contradiceremus quidem Arift.ſi ſententiam aduerfarij
ſequeremur , quæ eſt de- terrima , ob id eam iure reprehendimus . Tandem non
ponimus quod negligimus , quia non pro- prie tem confideratam exemplis
restringimus , ſed determinamus ad vnum conſiderandi modū , nifi verbum
reftringendi cum verbo determinandi confundamus . & tum rem ipſam
reftringen- tes , hoc eft , determinantes , nobis non contradicimusalibi
dicentibus , rem confideratam non debere reſtringi . ibi namque reſtringere nobis
ſignificatimmutatam ( vt fic dixerim ) & non inte gram accipere rem
confideratam , vt fianimal confideremus , vt rationale , quod vitium eſt ma-
ximum . Summa hæc fit , proprie loquendo res conſiderata non debet à modo
conſiderandi re ſtringi , ſed determinari : proprie autem reſtringi dicitur nó
res , fed confideratio rei , quæ ex mul tiplici fit à modo confiderandi
fimplex.quod fi res confiderata non debet à modo confideran- di reftringi ,
fequitur , modum confiderandi eſſe rei confideratæ æqualem . Ariftoteles autem
pro prie non diceret rem confideratam à confiderandi modo reſtringi , fed
diceret ab eo propriam effici alicuius ſcientiæ , quod idem eſt , ac
determinari , ſicuti etiam his verbis dicitur in Lib . de tribus præcognitis
cap . 2. Nam res confiderata poteft huic fcientia cum alijs diſciplinis effe
communis , at modus confiderandi cuique ſcientia proprius est , & fubiectum
proprium efficit . Viri clariffimi de logic a fine fententia defenditur .
ESPONDENS aduerfarius in ſua propugnatione inquit : Dicimus id quod ponit
Criticus tanquam firmum , logicam ſcilicet effe inſtrumentum adeo commune
omnibus facul- tatibus , vt nulla excludatur , philofopho penitus aduerfari
primo top.cap . 9. vbi expreſſe vult logicam adminiculari vtrique philoſophie
parti , inquit enim , quædam problematum veile eft fcire tantum ad eligendum ,
vel fugiendum , quadam autem ad ſciendum tantum , quadam verò ipfa per fe
quidem ad neutrum horum , adminiculantia autem funt ad aliqua talium . Qua- re
ex Critici fententia philoſophus reprehenfione dignus est , cum logice communem
fructum dicat effe triusque philofophie vſum , reliquas enim facultates
excludendo , iniuria eas afficit , ſeque ignorare often- dit logica vſum , cum
ex Critico nullis perſe finibus ille fit concluſus , ab eo autem loco citato
certis quibuf- dam terminis coerceatur : Hæc eft ex conſuetis aduerfarij
conſequentijs , ſcilicet , Ariftoteles dixit logicam adminiculari vtrique
philoſophiæ parti , ergo non vult logicam adminiculari alijs facul tatibus ,
quare non poteſt eſſe inſtrumentum aliarum facultatum : ac fi dicentibus nobis
culter incidit panem aliquis inferret , ergo non incidit carnem . Nihil ergo
probat contra nos aduer- I farius farius . Subdit : Non fuit itaque neque
vanus , neque non varius meus timor , cum minime timuerim licet oppofitum
Criticus affirmet , qui mibi falſo imponit , quod in reſponſione mea dixerim :
Ideo fi fola - cogni tio veri ſtatuatur atque exprimatur pro fine in logicæ
definitione , poteſt adhuc ambigi an ibi verum intelligatur illud etiam , quod
ſecundario reſpicitur a morali , an illud tantummodo quod przcipue ſpe &
atur a contemplatiuo : Verba enim formalia fub initium noni capitis libri primi
logic . disp . huiufmodi funt : fi hac de cauffa pbiloſophus in moralibus finem
ac fcopum actiue philoſophiæ aftione nominare maluit , quàm cognitionem co quia
actio principalem locum tenet , cum fit vltimus , ac præcipuus fi nis , ad quem
omnis earum difciplinarum cognitio dirigitur , per quem actiua a contemplatiua
philoſophia fecernitur , ita etiam nos hoc nomine addimus difcernere bonum a
malo , vt magis ſignificare poßimus men- tem philoſophi de logica eſſe , vt
inſtrumentum fit vtriufque philofophiæ partis , quod fieri non potest per id
folum vt difcernat verum a falſo , quia licet verum & falfum , corumque
cognitio non tantum in contempla- . tisa philoſophia , fed etiam in actiua
locum habeant , manifestius tamen actiua per id , ve fcilicet difcernat bo num
a malo , quàm per id , vt difcernat verum a falſo ſignificatur & c . Nihil
profecto falfi aduerfario impofui , nam etſi verba eius formalia non vfurpaui ,
fententiam tamen , quæ ex ijs verbis elici poteſt , bona fide retuli : Quæ enim
ipſe hic recitat formalia verba eam , quam ego retuli , præſe- ferunt
fententiam , ob id dixi ea verba vanum eius timorem arguere . Quod eam
præfeferant ſententiam , vel me tacente , qui ea perpendat intelliget . id
tamen probate non grauabor . Inquic aduerfarius per id vt logica diſcernat verű
a falſo non ſatis ſignificari menté philoſophi efle , ve ea fit inftrumentum
etiam philoſophiæ moralis , tum quæro ab ipſo quare his verbis mens phi-
lofophi non ſatis ſignificetur ? quid rídet ? nihil certe aliud , nifi quia non
intelligitur tam clare per hæc verba an philofophus voluerit logicam eſſe
inſtrumentum philoſophiæ moralis . inquit enim manifeftius tamen actiua perid ,
vt fcilicet difcernat bonum à malo , quàm per id vt difcernat verum a falſo
ſignificatur , ergo ambigi poteſt an philoſophi mens fit logicam eſſe
inftrumentum philoſo- phiz moralis : ergo qui illam expreſsionem boni , &
mali neceſſariam in logicæ definitione pu tat , ideo neceffariam putat , quia
timet , ne illa omiſſa dubitet & ambigat aliquis an logica de- ſeruiat
morali , aliter enim , fi hoc non timet , quæ cum cauſſa impellat ad prolixiorem
efficien- dam definitionem ijs additis verbis , equidem non video, cum in scientijs
oratio prolixior effici soleat ad rem melius declarandam, hoc est ad eum finem,
vt omnis ex animo studio sorum dubitatio circa rerum cognoscendarum veritatem
eximatur cum ergo eam expressionem necessariam putet adversarius, ergo timet,
ne abſq ; ea inens philosophi de fine logicæ intelligi non possit. Non impono
igitur adverfario aliquid, quod eius verba respuant. Hunc igitur ego timorem
eximere volui adverfario inquiens non posse dubitari ne logica sit instrumentum
vtriufque philosophiæ, cum in vtraque philosophia verum a falso diftinguatur,
logica autem distinguat in omni re verum a falso si enim in omni re, ergo et in
vtraque philosophia. Contra quæ si inſter ipse dicens per hæc sola verba non
intelligi philosophi mentem eam esse, quam dixi , neque per illa ( dicam ego )
intelligitur philoſophi mens ea effe , nifi dicatur logica finem eſſe
difcernere verum a falſo , & bonum a malo , cum expreſsione auctoris
huiuſce opinionis , addendo , fecundum Ari- ſtotelem , aut aliquid tale . An
forte dicet , ſe voluiffe dicere ſolam expreſsionem veri & falfi in de-
finitione logicæ non oſſe ſatis ad ſignificandum philoſophi mentem ſcilicet
logicam effe in- ſtrumentum vtriufque philoſophiæ , hoc eſt logicam eſſe
inſtrumentum vtriuſque philoſophiæ tantum , non autem aliarum facultatum ? fi
hoc dicere voluit , primum , verius eſt culpa , fi non percepta eſt eius
fententia , cum ipſius verba hoc non dicant , neque innuant ? Deinde hanc effe
Ariftotelis mentem ex verbis eius relatis minime colligitur , quemadmodum
oftendimus , vt fci- licet logica fit inſtrumentum vtriufque philoſophiæ tantum
, non etiam aliarum facultatum , cá eas Aristoteles per ea verba , quæ ex cap.9
. primi topici refert aduerfarius , non excludat . Sed de his fatis , ac
fortafle nimium . Adalia . Inquit : Altera defenſio omnia in ſe falſiſſima
continet . A quo obfecro ( inquit ) Peripatetico accepit rem confideratam etiam
confuse accipi poſſe pro eius confideratione ? id enim erat vel auctoritate ,
vel ratione probandum . Tu vero a quo Peripatetico accepiſti artis ex- teriorem
finem ab artifice operante attingi non poffe , & finem externum efle artis
confide- randi modum ? & tot alia , quæ gratis a te dicta funt ? Cur ego
teneor omnia mea verba auctori tate aliqua , aut ratione probate , tu verò
legibus ijs eris ſolutus? A quo etiam philoſopho didi- citi eum qui defendit
pofitiones ſuas , cas probare rationibus debere ? oppugnantis eſt proban - di
munus , non propugnantisi logice ſexagenarie . Tume reprehendis quod dixerim
modum confiderandi coar & tare rem confideratam tamquam mihi cótradicentem
, ego refpondeo a me rem confideratam cum ſua confideratione confundi , cum
dico eam restringi a modo conſide- randi. Probandum eſt tibi rem confideratam
confundi non poſſe cum eius confideratione ; mihi fatis eſt aſſerere eam
confundi poſſe : vt certe poteſt , ſi non tuo , at doctorum , & re & am
callen- tium docendi methodum iudicio : quibus haud improbari poteſt hæc
confuſio rei confideratz cum eius confideratione , ſi ſpectent locum , vbi a
viro clar . fit , ibi enim fit , vbi diftin & io harum rerum confufionem
gignere potuiffet , & intempeftiue lectoris animo ingeſta primitias eius (
vt Boethi verbis vtar ) perturbare.Cum enim vir clariſs.cap . 15.
fignificationes vocis , quę eſt , ſubie & um , enumeraret , fimilitudinem
quandam breuiter oftendere voluit inter ſubiectum ſcientiz , & fubiectum difciplinæ
operatricis , inquiens fubie & um scientiæ duas habere partes, vnam veluti
materiam, quæ dicitur res confiderata, & alteram veluti formam, quæ dicitur
modus considerandi, cui quidem disciplinæ operatricis ſubiectum & finis
modo quodam refpondeant.re ſtringit enim finis ſubiectum operatricis diſciplinæ
, ficuti modus conſiderandi reſtringit ſubie- Aum ſcientiæ . Dicere autem hic
modum confiderandi ſcientiæ reſtringere conſiderationem ſu- biecti , non autem
ipſum ſubie & um per ſe ſumptum , & quæ effet conſideratio , quid fubie
& um per ſe ſumptum ſecluſa omni eius confideratione , pluribus explicare
erat a propoſito alienum , & potius obeffe difcenti , quam prodeſſe
poterat.fatis fuit idoneo loco , nempe cap.8.hæc diftin guere . In co igitur
capite dictum eſt conſiderandi modum non apponi ad reſtringendum rem ipſam
confideratam, ſed eius confiderationem. vbi confideratio & a re confiderata
, & a modo confiderandi diſtincta eſt . Quamuis enim confundi poſsint res
confiderata , & confideratio , at- queetiam conſideratio capi aliquando
ſoleat pro conſiderandi modo ; attamen hoc loco di- ſtinguenda hæc omnia fuere
ad rei veritatem penitus cognofcendam , quam ignorare præſe- ferabant illi ,
qui volebant in logica rem conſideratam eſſe notiones ſecundas , modum autem
confiderandi , vt funt inſtrumenta notificandi ; ipſi enim reftringebant
ſecundas notiones per il- lum confiderandi modum , eo nixi fundamento , quod
modus confiderandi reſtringere dicatur rem confideratam . quam quidens
propoſitionem eos non intelligere vir clarifsimus patefecit . Quare autem non
intellexerunt? quia non acceperunt rem confideratam cum tota eius
conſideratione in huiufmodi enunciato , ſed ipſam rem confideratam nudam
ſumpſerunt , quo qui- dem modo ſumpta re conſiderata , hoc enunciatum eſt
falſum . Verum enim eſt rem confideratā reftringi a modo conſiderandi , fi res
confiderata ſumatur cum tota ſua confideratione . tunc enim'confideratæ rei
pars eſt eius confideratio , hæc autem fi contrahatur , & limitetur ,
quatenus ad a & um confiderandi pars eius aliqua tantum vocatur , contrahi
videtur res ipſa modo quodā , ac limitari . Quod fi res ipſa capiatur ab omni
ſua conſideratione ſocluſa , tunc modus conſide- randi cam minime reſtringere
dici poteſt , ſed potius ipſi eſſe æqualis ; reftringit autem ſolam eius
confiderationem . Quid per rem nudam confideratam , quid per confiderationem
rei , quid per modum cófiderandi intelligamus , exemplis explico . fit in
ſcientia , aut in tra & atione aliqua ſubiectum illius animal . Hoc poteſt
confiderari vt ſanitatis, & ægritudinis , vt ſomni & vigiliæ capax , vt
mortale , & c . qui ſunt plures eius confiderandi modi . Si omnes hi modi
fimul animo concipiantur, hoc aggregatum dicitur animalis confideratio . Quod
ſi animal nullo horum mo- dorum confideretur , fed tantummodo eius quidditas
& effentia ſpe & etur , tunc dicitur animal nudum , & ab vniuerſali
illa conſideratione ſecluſum confiderari . Modum igitur confiderandi
reftringere rem confideratam & vere , & non vere dicitur . Vere dicitur
ſi res vna cú eius confide ratione ſumatur: vt ſi ſamatur animal cum omnibus
fuis conſiderandi modis , ad eum finem , ve vno aliquo eorum modorum
confideretur : tunc enim vnus eius confiderandi modus ab intelle- Au noſtro
delectus , ac ex pluribus illis depromptus illam conſiderationem ex multiplici
ſimpli cem reddit , & rem prius ampliſsime confideratam ad vnicam
reftringit conſiderationem . Non vere auté dicitur reſtringi ipſa res
conſiderata , ſi abſque illa conſideratione fumatur , cùm enim poſtea ſub vno
aliquo confiderandi modo fumitur , vt cum animal acceptum vt corpus animatū
ſenſibile , poftea confideratur quatenus vigiliæ ſomnique capax eſt , non
dicitur reſtringi , cum non fiat ex pluribus vnum : nec latius antea patuerit
animal , quam nunc pateat , cum capitur ve vigiliz ſomnique capax, fed &
prius , & pofterius vt æque patens accipiatur . Illi ergo qui ſecundas
intentiones in logica rem confideratam faciunt , & modum earum confiderandi
eſſe vo- lunt , vt ſcilicet funt inftrumenta notificandi , rem confideratam ita
reftringunt , vt non zque 4 . T la Jare pa late pateat , ac patebat prius
. Aliud porro eſt rem confiderată ad prædicatum aliquod , quod fit que patens
ac res ipſa patet , coar & are , aliud autem eam ad ſuam aliquam ſpeciem
reftringere, cum enim fubie & um reftringitur ad vnicam confiderationem
prædicati non minus late pa- tentis , maner adhuc ca res communis vt prius : at
cum genus ad ſpeciem contrahitur ( vt ſecun dę notiones ad inftrumenta
notificandi , quarum funt genus , ab aduerfario contrahuntur ) non eſt amplius
commune ceteris ſpeciebus , vt infra ex Auerroe oftendemus . Nunc aduerfarij
ac- cufationibus reſpondeamus: Idem ( inquit ) funt o bone Critice confideratio
, & modus confiderandi ali- cuius rei , quot enim funt rei confiderate
confiderationes , tot funt eiufdem modi conſiderandi . Concedo hoc , dixi enim
aliquando confiderationem rei ſumi ſolere pro modo confiderandi . Sed nó
ſequitur ex hoc, ergo confideratio nihil fignificat aliud quam modum
conſiderandi . Nam illud aggrega- tum ex pluribus confiderandi modis , vt fomni
& vigilię capax , & fanitatis , ac morbi , & mortis & vitæ ,
& fi qui funt alij , dicitur coſideratio aíalis , non ti dicitur
conſiderandi modus aialis , nifi per confiderandi modum numero fingulari
intelligamus omnes animalis confiderandi modos , quo quidem modo non intelligit
aduerfarius confiderandi modum, cum inquit cum reftringe- re rem
confideratam.omnes enim conſiderandi modi animalis fimul ſumpti ipſum non
reſtrin- gunt . Subdit ; fi confideratio distingueretur a modo confiderandi ,
qui per Criticum rem confideratam de- terminat , & eius confiderationem
restringit , fequeretur ex eiufdem Critici fententia , ſubiectum adequatum non
constare ex duabus partibus, nempe ex re confiderata, & modo confiderandi,
fed ex tribus , nimirum ex re confiderata , ex eius confideratione , & ex
modo confiderandi , & c . Hem inftantias pueriles . ſubie- Cum femper
confideratur vt conftans ex partibus duabus , vel re conſiderata , &
peculiari ali quo modo cófiderandi , vel re cófiderata , & vniuerfali eius
cófideratione.nãq ; extra particulares ſcientias diftingui poteſt in rem
confideratam , & eius confiderationem in vniuerfali fumptam , in hac vero ,
vel illa ſcientia diſtinguitur in rem conſiderata , & peculiarem modum
confideran- di . cum enim in vniuerfali illa conſideratione lateant plures
confiderandi modi , ac infint poten tia , quando fubie & um particulari
alicui ſcientiæ fubijcitur , ex potentia vocatur in a & um ille pe culiaris
confiderandi modus , qui ſcientiam eſt determinaturus , & cius tantum , ac
rei confide + ratæ habetur in illa ſcientia ratio , neglectis alijs
conſiderandi modis . ſubiectum ergo adæquatu prout tale conftat tantum ex
duobus , ex re confiderata , & parte aliqua confiderationis ipfius rei
confideratæ , neglecta eius reliqua confideratione : quare illa reliqua
confideratio , cum ne , gligatur , & nulla ipſius ratio habeatur , non
facit numerum.Inquit . Non diftinguitur confideratio a modo confiderandi , nec
ab eodem restringitur . nam fi modus confiderandi rei confiderationem
reftringeret , quia multiplex eſt , quid modum conſiderandi reftringeret , cum
& ipſe ſit multiplexi ? fi refpondeat aliquis , cum a nobis intellectus
nostri ope restringi , a nobis criam codem modo reſtringetur eiufdem rei
confideratio , non ( vt affirmat Criticus ) a modo confiderandi . Hæc ratio
cotra te militat , fi enim modus cófiderādi non poteft reftringere
confiderationé , quia is eſt multiplex , neq ; ergo re ipſam confideratam re
ſtringere poterit , contra tuam fententiam . Quare enim , cum fit multiplex ,
rei confiderationem non reftringit ? dices certè quoniam æque late patet ,
acconſideratio : fed confideratio rei quæ eſt multiplex æque late patet ac res
ipfa cófiderata , ergo modus cófideradi & ipfe æque late pas tet ac res cófiderata
, non igitur eam vllo pacto reftringere poteft , contra quam a te dictum eft .
Modus cófiderandi o bone de quo loquimur , no eſt multiplex , ideo que
reſtringere poteft con- fiderationem , cum ea fit multiplex . Inquit : Modus
confiderandi remconfideratam reftringit , terminat , alicuius fcientia propriam
efficit.pro vno enim , & codem bec tria accipiuntur . nam fi modus
confideran , di terminat rem confideratam ad vnam ſcientiam , eiuſque propriam
efficit , cam quoque ad illam reftringit , contrabit : quia ficuti animal cum
potentiam habeat ad rationale , atque irrationale , per rationale non quan tum
ad fuam naturam , & effentiam , fed quantum ad fuam ( vt ita dicam )
potentialitatem reftringitur , itares confiderata cum poffit a pluribus fcientijs
vfurpari , per modum aliquem confiderandi , jeu per aliquam ex multis fuis
confideratiombus ad vnam eius poteſtas restringitur , non ad alias . ex qua
ratiocinatione facile opparet falfum dicere virum clar , in primo de nat ,
logice cap . 18. quando pronunciat : Si quis dicerer efle in aliquo libro
ſubiectum animal quatenus eit rationale , is non recte diceret , quia fi heo
io- cutio effer admittenda , oporteret omne animal effe rationale qui enim ita
loquitur , videtur ſuppopere omni animali rationale ineffe , vel faltem non
fimpliciter animal ſumir , ſed reftrictú , & pro ſolo homine , vt perinde
fit , ac ſi diceret , homo , quatenus rationalis, fic enim recte dice- ret :
quoniam admißa locutione illa , non fequitur vt oporteat omne animal effe
rationale , qui enim ita loqui- Currion i tur , non fupponit omni animali
rationale ineffe , quia non accipit pro fubiecto animal quantum ad eius totam (
vt diximus ) potentialitatem , fecundum quam restringitur , fed quantum ad eius
totam effentiam , fecun- dum quam ſubſtat rationali, & irrationali , &
in hunc fenfum animal fimpliciter fumitur quantum ad effen- tiam , &
naturam , quod poftea ſecundum fuam potentiam per rationale ad hominem , &
per irrationale ad brutum veftringitur . Multis oftendere poſſum rationibus
neque quo ad ſuam potentialitatem re ſtringi debere ipſam rem confideratam .
Sed vnicam afferre me breuitatis ſtudium cogit in præ . ſentia , quæ ex ipſius
rei natura deſumpta eſt . Dixiiam , ex duobus conſtare etiam extra ſcientia
ipſam id quod ( cientiæ fubiectum eſt , ex re confiderata , & ſua
conſideratione , cum vero fubijci- cur'ſcientiæ , deſumi ex multiplici ipfius
conſideratione niodum aliquem peculiarem confide randi , fub quo res
conſiderata ſcientiæ propria fit . Nunc addo rem ipſam confideratam & fi
ſcientiæ fit propria per modum peculiarem confiderandi , eam tamen adhuc per ſe
conſiderată habere potentiam , vt euadere poſsit aliarum etiam ſubiectü
ſcientiarum.alioqui falſiſsima eſſer omnium exiftimatio dicentium rem
conſideratam pluribus eſſe poſſe ſcientijs communem , mo- dum autem
confiderandi , vnius proprium ac peculiarem ſcientiæ . Amittit autem illam
potentia cú determinatur non a prædicatis ſibi æqualibus , & vniuerfalibus
, fed a particularibus verbigra tia fuarum ſpecierum.ab eiufmodi enim
prædicatis ita reſtringitur , vt definat eſſe genus , & non amplius maneat
natura communis : quare alijs ſcientijs ſubſterni non amplius valet . Animal
enim , exempli gratia , conſideratum cum attributo peculiari humanæ ſpeciei ,
videlicet vt ratio- nale , vel vt riſibile , non manet animal commune , ſed
factum eſt animal quoddam , quod conuer- citur cum rationali : at vero animal
in communi eſt animal , quod latius patet rationali , quare cum co non
conuertitur , proinde animalis prædicatio de rationali , ſi capiamus animal ,
pro eo , quod reſtri & um eſt a rationali , eſt prędicatio vniuerfalis
vniuerfalitate pofterioriſtica , vt auctor eft Auerroes , at vero fi capiamus
animal pro eo , quod a nulla differentia ſpecifica contractú eſt , eius prædicatio
de rationali non eſt vllo pa & o vniuerfalis , niſi vniuerfalitate
prioriſtica . Quod animal vt rationale non ſit amplius commune ceteris
tratationibus hinc patet , quod illud ani- mal , quod eſt rationale , neque eſt
a & u , neque potentia irrationale.non ſeruat igitur , cu eſt con tra &
um ad rationale naturam , quam habebat , antequam contraheretur , cum non
maneat am- plius commune . Cum ergo animal vt res confiderata debeat ſub
quocunque conſiderandi mo- do habere potentiam vt fit commune alijs facultatibus
, & animal vt rationale non poſsit vllo pa & o fieri irrationale ,
neque communicari poſsit vlli animali præter hominem , neque fit genus , ergo
animal rationale non poteſt vt animal eſſe res conſiderata . Quod animal vt
rationale non fit amplius communicabile , ex Auerroe ipſo diſcimus , qui ipſum
vocat animal quoddam , & vult eſſe medium inter animal commune , &
hominem , & eſſe ipſum vult materiam hominis propriā alijs ſpeciebus minime
communicabilem ; quod fuſe a viro clar . explicatur libri poſterioris de
propofitionibus neceſſ.capite nono . Falſum ergo inquit aduerfarius , dum ait
rem confideratam fecundum fuam potentialitatem reſtringi poſſe a confiderandi
modo : ſed ſecundum naturam non poffe.fi enim ſecundum potentialitatem
reſtringitur , etiam ſecudum naturam reſtringitur . alia enim eſt natura
animalis in communi , alia in particulari , prout eſt homo , aut equus , aut
leo . in communi enim animal eſt communicabile, in particulari autem non item ,
ergo amiſſa poren tialitate coar & atur eius natura , & fit alia modo
quodam. Res ergo confiderata retinere debet ſuam potentialitatem , qua retinet
, dum eius conſiderandi modus eſt aliquod prædicatum quod totum eius ambitum
exequat , amittit autem , dum eius confiderandi modus minus late patet , vt
funt prædicata ſpecierum . Tandem inquit : Verum difputandi gratia admittamus
modum confiderandi rem confideratam non reſtringere , fed eam determinare , non
ſequitur proinde modum confiderandi rei confiderata æquale eſſe , quoniam res
conſiderata eſſe potest alijs ſcientijs communis , modus autem confideran di
minime : qui licet totam rem confideratam quantum ad eius naturam &
effentiam amplectatur , eam non amplectitur quantum ad cius potestatem. Modus
confiderandi debet effe æqualis rei co nſideratz non æqualitate conſiderationis
, ſed æqualitate predicationis.non enim vbicunque confideratur ipſa res
confiderata , debet vnus & idem conſiderandi modus habere locum . Sed
utique de quo cúque res ipſa prędicatur , & cófiderādi modus prædicari
poſſe dét . & hæc æqualitas ſola eſt ſa- tis , illa vero non requiritur ,
immo nec requiri vila ratione debuerit , proinde non tener confe- quentia ,
modus confiderandi non poteſt eſſe communis alijs ſcientijs , ergo non eſt
zqualis rei confiderate Quod logica applicata fiat ſcientia illa , cui
applicatur IRI Clar . fententia eſt libro priore de natura logicæ , facultatem
ipſain logica cum duplex fit , auulſa a rebus , & ijs applicata , auulfam
quidem non effe fcien tiam , at vero applicatam efle ſcientiam , contra quam Scotus
exiftimauit . Verú que di & um vt falſum reſpuit aduerfarius primo
difput.logic . cap . 13. & contra- riam tuetur ſententiam . Cuius quidem
defenfionem eſſe vanam oftendere cona ti ſumus primi Apologetici cap . 8. Ipſe
autem in hac ſua propugnatione , folum defendere ni titur logicam applicatam
non eſſe ſcientiam illam , cui applicatur , meaque primum refert defen fionem
inquiens . Multa pro hac fecunda reſponſione tuenda Criticus loquitur , quæ in
pauca minime conferre decreuimus , ne dicere pofsit ( vt ſolet ) nos aliquid
reliquiſſe , in quo tota vis defenfionis confistic . Inquit igitur ; vt hæc
noſtra ſententia melius intelligatur , rem altius repetam . Logici quidem munus
eft fabricare inſtrumentum idoneum ad notificandum ignotum, quod vel vnum, vel
, præcipuum eſt ſyllogiſmus , hic ex propoſitionibus conftat , hæ ex terminis .
Termini autem funt vel fubiectum , vel prædicatum , & hæc aut ſpecies , aut
genus , & cætera huiufmodi , quæ omnia ex primis rerum conceptibus effita
funt propter ſignificandas rerum inter ſe habitu- dines . Cum igitur agit
Logicus de vocibus ſecundæ notionis , re ipſa de omnibns agit rebus pri ma
notionis , ſed ſub huius , illiusue habitudinis ratione , verbi gratia quatenus
res ipfæ aliarū rerum genera funt , aut ſpecies , aut fubie & a , aut
prædicata . Præcepta iguur in Logica docente tradita videntur attinere ad res
omnes in omnibus facultatibus pertractandas , ob id'logica do cens vniuerfalis
quædam ars eſt , facukatumque omnium communis. Cum ergo nos docet logi , ca conficere
demonſtrationem , virtute quadam nos docet demonftrare eclipſim de luna , rifi-
bilitatem de homine , & in fumma omne accidens proprium de ſubie & to :
quia demonſtratio logica eſt ſecunda quædam intentio impofita demonſtrationibus
omnibus real bus , quæ fieri poffunt : ipfa tamen demonftratio intentionalis
cum a tu ad ſpeculationem aliquam peculia- rem adhibetur , & applicatur
particulari materiei , definit communiseſle , ac fit propria , dege- neratque
in realem illāpeculiarem demonſtrationem , notiones enim logicæ dum cogitatione
à nobis contrahuntur ad peculiarem primi cuiuſpiam conceptus fignificationem ,
cuadunt ille idem conceptus . Cum enim earum fubie & um fint primi omnes
rerum conceptus , quibus ip- fa , vt formæ quædam inditz funt , ſi ſecluſis
alijs vnicum rei conceptum apprehendimus cum fecundo conceptu , certè ſecundus
ille conceptus actu contrahitur ad primum illum , quem ani mo comprehendimus,
& cum eo fit idem , vt exempli gratia , genus in logica docente con-
fideratum , non minus habet ſubiectum animal , quam corpus , quàm colorem ,
quam virtu- tem , & reliqua rerum genera , hic enim ſecundus conceptus à
logico eft impoſitus primis qui buſque rerum conceptibus , quæ genera effe
poffunt . Cum ergo hunc in phyſica ſcientia con- jungimus cum primo conceptu
animalis , vel vt melius dicam contrahimus ad vnicum anima- lis conceptum ,
nihil aliud fignificat , quam animal , & idem prorfus videtur fupponere .
ob id in vniuerſa philophia , atque adeo in omnibus artibus videmustam fæpe
nominari genera , fpecies , fubie & a , prædicata , propoſitiones ,
fyllogifmos , quia ibi fecundæ hæ notiones ca piuntur pro peculiaribus
notionibus primis , & non funt amplius logicæ notiones , ſed vel phy- ficz
, vel metaphyſica , vel mathematice , vel aliæ , neque ſunt inſtrumenta niſi
ſignificandı pri mos rerum conceptus ; idcirco distinguenda hæc funt ; alba
enim corum ratio eft , cum explican tur in logica , & alia cum vfurpantur
in ſcientijs . quod vt bene intelligatur , confideremus praxim logici
inſtrumenti . Primum logica docens regulas tradit vniuertales , verbi gratia ,
de de- monftratione , videlicet , in demonftrationis à priori maiore
propoſitione collocari pro ſubie to debet cauffa, pro eius attributo effectus ;
in minore autem fubie & um effe debet illud ip- fum , quod in conclufione
fubijcitur affe & ioni demonſtrandz , de quo quidem fubie to enuncia da eft
cauffa , que ſubijcitur in maiore , quz & immediata effectus demonſtrandi
cauſſa , & co notior debet effe , hæc quidé in logica docéte præcipiuntur ,
que nos ſcire oportet , ſi demonſtra re aliquid re ipfa velimus , eadem etiam
neceffario , cum aliquam facere volumus demonſtrationem, repetimus , &
cogitatione retra & amus ; quz dū ſumimus ſcorſum à terminis faciendæ
realis demonſtrationis ( quam exempli cauffa dicamus eſſe demonſtrationem
riſibilitatis de homine ) ( unt mera nobis inſtrumenta futura demonftrationis ,
& ab ea differút vt differre debet omne inftrumentum à re , cuius eſt
inſtrumentum , dum munere furgitur inſtrumen ti , hoc enim negare non poffumus
, eorumque ope præmiſſas indagare debeanus huius con- clufionis , nimirum ,
omnis homo riſibilis eſt . At inuentis deinde præmiſsis , hoc est rationale
eſſe riſibile , & hominem effe rationalem , & illud huius eſſe
ſubiectum , hoc illius predicatum , tum omnis inſtrumenti ratio ceſsat ,
affecutis iam nobis finem inſtrumento queſitum , nempe , ſcientiam
conclufionis; & applicando notiones illas ſecundas peculiaribus hifce
primis , dum dicimus, rationale eſſe ſubiectum riſibilis , & hanc eſſe propoſitioné
maiorem , idé nobis pror ſus incipit fignificare ſubiectum , & rationale ,
predicatum , & riſibile , fiue medium ; & maius extremum , neque funt
amplius inftrumenta notificandı , fed tantum fignificandi : Non confun damus
ergo terminos , fed diſtinguamus hæc , Logicam vt docentem , fiue habitum
ipſius , quz eſt inſtrumentum vniuerfale potentia , non actu notificans ;
Logicam vt mox applicandam , hoc eft , vt eam in memoriam reuocamus cum aliud
cognofcere eius adminiculo volumus ; & demú Logicam vt applicatam , cum non
eft nobis amplius inftrumentum notificans, fed potius SIGNIFICANS, vt funt
voces omnes primæ notionis. Si hæc diftinxerimus, abſurdum non videbi tur,
Logicam fieri fcientiam , dum eam confideremus non quidem dum eſt inſtrumentum
ſed defuncta iam munere inftrumenti , quo quidem pato non erit abſurdum eandé
effe prius facientem , deinde factam , facientem quidem vt cauffam
inſtrumentariam , non vt principalem . Efficiens enim principale concedere
poffumus non euadere oppofitum , ſed de inſtru- mentario negamus hoc eſſe verum
, maxime in ijs , quæ funt corporis expertia . Logicum enim inſtrumentum longe
alia conditione eft , ac cætera inſtrumenta . nam ferra , verbi gratia , longe
alia res eſt à ligno , vel à lapide , quem ſecat , tum quo ad materiam , tum
quo ad formam: et ferè corporea instrumenta semper a rebus, quibus applicantur,
aut materia, aut forma differunt: sed et si in vtroque conveniant, adhuc evadere
non possunt res ille, quarum sunt instrumenta, quia corporea funt , corporea
autem non poffunt ſe ſe penetrare vt vnum fiant . At ve- ro Logicum
inftrumentum in materia eft idem cum rebus , quarum inftrumentum eft , cum res
ipſe ſint Logicæ ſubiectum; in forma etiam eatenus conuenit, quatenus
habitudines rerum nobis offert, quarum typi quidam sunt logicæ notiones, vt sic
dixerim.quid igitur mirum fi logici conceptus applicati realibus, in eos
degenerant, et fiunt ijdem formaliter? dicamus ergo logicam causaliter esse scientiam,
cum oft auulſa a rebus, at eandem applicatam fieri formaliter scientiam: sicuti
et intellectus ipse formaliter, dum actu intelligit, sit res ipsa actu intellecta,
non quidem res extra animam, sed ipsa res in ANIMA, hoc est , ipse rei CONCEPTUS,
in ijs enim, ait Lizio Aristoteles in de anima particula decimaquincta, quæ sunt
sine materia, idé est, quod intelligit, et quod intelligitur, ita vt intellectus
actu intelligens rem intellectam fiat res ipfa intellecta, et contra res
intellecta actu siat intellectus. Similitudo igitur a viro clarissimo ob
hujusrei declarationem in libro priore de natura logicæ allata stat in hoc,
quod sicuti intelle- Ausin actu sit idem cum specie intelligibili, quia natura
vtriusque incorporea , et immaterialis, non impedit, vt hæc duo, quæ prius
erant impermixta, sic invicem permisceantur, vt siant vau, ad eundem modum secundæ
notiones, quæ prius erant instrumenta notificandi applicatæ primis ab intellectu
consideratis, in eum modum cum primis confunduntur, vt, earum natura ob
inmaterialitatem non reluctante, siant, et euadant prorsus vnum, quamobrem secundæ
notiones logicæ non sint amplius logicæ, sed reales. Fundamentum ergo similitudinis
est immaterialitas vtriusque partis: an vero in cæteris ita se habeant instrumenta
logica ad rerum scientiam, sive ad res ipsas quæ pro vt sunt in anima, non
differunt a scientia vt se habet intellectus seu potentia intelligens ad rem
intellectam, non laboramus. In hac sua defensione criticus in quit advers.
totus fere fulfus est: quod manifestissimum erit si ex lizio probavero logicum
instrumentum applicatum non posse fieri scientiam, cui applicatur, ad hoc enim
diriguntur omnia, quæ in hac defensione a critico dicuntur, vi scilicet
instrumentum applicatum siat scientia illa, cui applicatur. Dicimus itaque quod
philosophus top determinat, vt de ratione, et natura logica sit vtrique philosophiæ
parti, vel ad mentem critici, omnibus facultatibus adminiculari, et inservire,
quo munere suorum instrumentorum ope, et auxilio fungitur, sed instrumenta non
possunt actu adminiculari, nisi applicen sur. Nã clauis, exempli gratia suspensa
non claudit, et referat ostium sed ostio annexa, ergo instrumenta logica
Scientia scientia applicata, no possunt fieri illa scientia, cui
applicatur, alioquin amitterent propriam ratione, et natura, que est, alteri inservire
notificado, ac scientia in nobis aggenerando, et in consecutione ide esset
faciens, faltu, quod falsi est semper itaque; demostratio vel a rebus fe iuncta,
vel rebus annexa, instrumentum est, et causa organica scientia, diversa tamen
ratione, quonia a rebus diisa, et in logica disciplina considerata scientie causa
est potentia, rebus vero coniuncta, causa est actu scientia, vt patet tum ex scientia,
tue x ipsius demonstrationis definitione. Scientia enim ex Arist. est habitus
conclusionum acquisitus per demonstrationem, non per cam, que est a rebus divisa,
fed per eam, que est rebus, vel earum conceptibus applicata: et demonstratio ex
eodem philosopho est syllogifmus scientialis, secundum quem in habendo ipsum scimus.
Cum itaque ex Aristotelis sententia demonstratio vel a rebus ſe iuncta, vel eis
annexa semper sit causa organica scientie, vanum et ab eius mente alienissimum
est affirmare, logicum instrumentum applicatum fieri adeo scientiam illam, cui
applicatur, vt ratio, et natura instrumenti non sit diversa a ratione, et
natura scientia. Quod logica applicata ipsa met scientia sit, non autem instrumentu
sciendi, et verissimum est, et a græcis peripateticis existimatum, vt testatus
est vir clarissimus, quorum vnus est philoponus, qui in calce præfationis in
primú priorú NEGANS LOGICA ESSE PHILOSOPHIÆ PARTEM --- H. P. Grice: “As we do,
at Oxford” --, dū est a rebus auulla non negat tamen eandé esse parte philosopiæ,
cum est applicata. Nunc adverfario respondentes dicimus esse verum quod inquit
Aristoteles, logicam adminiculari scientijs, quis enim id neget? ſed dicimus
hoc esse munus logicæ dum est logica, hoc est dum est instrumentum, at vero
logica applicata non est instrumentum, neque est amplius logica, sed est ipsamet
scientia, cui est applicata, ergo logica applicata, si propriè loqui velimus,
non auxiliatur scientijs. Et
quamuis logicam applicatam vocemus nomine logicæ, non ob id existimare debemus
eam esse logicam, nam et hominem distinguere possumus in vivum, mortuum, ac
pictum, cum tamen solus homo vivus sit proprie vocandus “homo.” – H. P. Grice:
“This does not mean that ‘homo’ has MORE than ONE sense – ‘dead man,’ and
‘painted man’ are IMPLICATURAL or DISIMPLICATED uses of ‘homo.’ Est porro
instrumentum logica penitus auulſa, ac instrumen tú potentia solum notificans,
est etiam instrumentum logica mox applicanda, sed instrumentum actu notificans
. huc vsque logica est instrumemtum, at verò logica rebus iam applicata, no est
amplius instrumentum, vt fuſe diaŭ est a nobis in his, quæ ex octavo capite
primi apologetici superius relata sunt. Veruntamen inquit adversarius
instrumenta non possunt adminiculari, nisi applicentur actu, et anne et antur
ijs rebus, quarum instrumenta sunt. Concedo de instrumentis plerisque
materialibus, et corporeis, quæ nihil agere possunt, nisi applicentur ad rem
efficiendam, eamque contingant, et contingant quidem tatu physico – H. P.
Grice : NATURAL -- ; at verò instrumentorum spiritalium ratio longe est
alia, vt superius diximus. Quod si non nulla instrumenta corporalia
reperiuntur, quæ non tangunt rem, sed longe posita sunt dum a et u munus obeunt
instrumenti et non applicantur rei, cui deferuiunt, ita, vt eam physice – H. P.
GRICE : NATURAL -- tangant, quanto magis id instrumentis incorporeis
evenire posse dicendum est? Non valet ergo argumentum, clavis non aperit nisi
admota hostio, aut ſeræ, ergo instrumentum digno scendi verum a falso non potest
dici adminiculans, nisi applicatum primis rerum conceptibus. Præterea cum
instrumentum logicum, et spirituale sit, et intellectuale, ſat est vt intelle
& ui ad rem aliquam cognoscendam accedenti ſe se offerat, vt in eo intellctus
IMAGINEM videat progressionú earum, quas ipse in rei venanda cognitione, et
rimanda veritate instituere debeat: hoc facto deinceps instrumenti ratio cessare
poreft, et quod antea auulfum a re fuit vt norma futuræ operationis, cum
deinceps rei applicatur, instrumentum esse definere, et cum re ipsa commisceri,
atque idem ob immaterialitatem evadere. Non est igitur absurdum vt instrumentum
spirituale dum applicatur, amittat rationem instrumenti, modo eam retineat, dum
actu adminiculatur. Inquit deinde adversarius: scientia est habitus
conclusionum acquisitus per demonstrationem, non per eam, quæ est a rebus ſe
iuncta, sed per eam, quæ est applicata: ergo logica applicata est instrumentum,
NON autem scientia. Reflecto argumentum hoc modo, scientia est habitus
conclusionum acquisitus per demonstrationem , non per eam, quæ est a rebus seiun
et a , sed per eam, quæ sit in scientia, sed demonstratio illa, quæ in scientia
sit, et infert conclusionem, est pars scientiæ, ergo si illa ex aduvrsario
vocatur logica applicata, logica applicata est absque vllo dubio pars scientiæ,
ergo erit scientia. Quod autem demonstratio, quę sit in scientia, sit pars
scientiæ, tam clarum est, vt id ridiculum sit probare. Qua propter iplemet
adversarius rationem nobis, et eam quidem optimam subministravit, ad nostram
persuadendam opinionem. Demonstratio igitur mere organica est illa, quæ mox
applicanda est, non aute ia applicata, si ergo logica applicata non est
organica, optime congruut que per analogia dixit vir clar. de intellectu, ac re
intelligibili, et de logico instrumento, ac sciétia quanuis د quanuis dicat
adverfarius non esse paré rationé de intellectu, et rebus intelligibilibus, ac
de spirituali instrumento, et scientia, inquiens: licet enim intellectus, et
logicum instrumentum immaterialia sint, non propterea sequitur veriusque eandem
esse similitudinem, vt scilicet instrumentum logicum applingtum siat scientia illa,
cui applicatur, sicuti intelleftus sit res intelligibilis: est enim hac in
reinter intellectý , instrumentum logicum applicatum ratio diuerfitatis ,
quoniam intellectus ratione indiciy fit res intelligibi- lis cùm principale ,
& iudicans fit , inſtrumentum autem logicum applicatum minime fcientia illa
fieri poteft , cui applicatur , nec enim principale , nec indicans eft , fed
folum inſtrumentum . Et fi enim logicum inftru mentum non eft iudicans , ſat
eſt vt fit immateriale hoc eft vt habeat aptitudinem ad id , vt fei- licetidem
fieri pofsit eum re ſeibili . cum ca enim identificatur poftea fi non per ſo ,
at certe ex præfcripto iudicantis.ficutienim in intelle & u immaterialitas
non eft caufla vt actu fiat res intel leta , fed vt fieri poſsit , fic in
logico inſtrumento immaterialitas eſt cauſla non vt fiat a & u ſcien cia ,
fed vt fieri poſsit . & in hoc ſtat fimilitudo . Ac de his hactenus :
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CIGARVISEPTIMUM pandqololula jana alas Categorias Ariftotelis effe logicas
& fi in co libro fecunda notiones primis sabella conceptibus actu non
imponantur . OSTERIORE libro de natura logices exiſtimat vir clar.res ibi
tractatas effe po tius fubijcibiles ſecundis intentionibus , quam a & u
ſubietas , quia in ijs libris co gnofcendum proponitur ſubiectum logica , at
vero fubiectum logica ex ipfius fen tentia funt primi rerum conceptus vt
fabijcibiles ſecundis , nam primi conceptus aqualiter fubie & ſecundis.i.fimul
accepti cum fecundis non funt amplius fubier Aum logici , fed prima eius opera
, vt alibi oftendimus . Hanc ergo viriclar ſententiam confutas aduerfarius
primi halogic.difputationum cap . 17. inquit , Contradictionem implicat dicere
libruaril lum eſſe logicum , & rebus ibi confideratis non impofitas effe
fecundas notiones nec reſponderi ( inquit ) pos test , in eo libro philofopbi
ſcapumeſſe agere de vocibus rerum fignificatricibus vt vocibus focunde notionic
tamquam fundamenta ſubſternantur , quia fi aftu in libre categoriarum res non
fubijceventan , fed fubijciki bes effent fecundis notionibus , fequeretur
dibrumitlum non eße acha logicum , qumibires adta modo logisa në confiderentur
, ergo frustra poſitus effet antelibrum peri bermenias , & c . Nonvulbergo
aduerfariús librum prædicamentorum actu logicum diei poffe , nifi illa , quæ in
co libro dicuntur , acquipſo ( non fola poteftate ) ſecundis intentionibus
fubiecta fint , ita vt primi rerum conceptus co in lit bro fub ea ratione
confiderari debeant , quatenus a & u ſubſtant ſecundis , vt liber ille dici
logicus mereatur.ac pro codem capit dicere res in coflibro confideratas actu
modo confiderandi legi ei ſubſterni, et des in eo libro confideratas a tu
ſecundis notionibus effe fubietas , va valeat cop fequentia , res ibi nou
confiderantur vet actu ſubſtantes intentionibus fecundistergo non fubter nuntur
modo confiderandi logici. Quare ibi ex aduerfario ſubſterni aliquid modo
confiderad di ipfius logici , non eft effe intentionibus fecundis ſola
poteftate fubiectum fad eft effe ijs acqu ipſolſubie & um , vt eius verba
clarifsime oftendunt , ita vt hæc duo , nempe confideraritos ve hulgi cibiles
tantum intentionibus ſecundis, & eas modo conſiderandi logici ſubſterni
opponantur inuicem vt potentia , & actus. Ego igitur negaui illud implicare
cotradi & ionem , inquiens fimul ſtare poſſe vt res in categorijs
conſiderentur vt ſubijcibiles tantum & c . Et vt liber ille dici logi- cus
mereatur ideft, vt res in coconfiderata modo logici confidetandi non ſubſternantur
adu ( accipiendo per ſubijci modo conſiderandi logici vt ſumebat aduerfarius ,
nempe actu fubijci intentionibus secundis) & tamen vt illolibera au logicus
dici pofsit . atque vſus ſum exemplo medicinæ inquiens , ſi implicat contradi
& ionem dicere , in libro prædicamentorum agi de pri- mis rerum , non de
logicis conceptibus & cum librumeffe logicum , implicabit quoque dicere, in
ea parte medicinæ , quæ dicitur phyſiologica , agi de rebus phyficis, vt de
elementis , de humo ribus , ac de humano corpore , ſeu de corpore ſanabili ,
non de tuenda , non de recuperanda ſani tate , quod eft , conſiderari in eo
libro corpus ſanabile ita vt modoſconſiderandi medici non fub- ſternatur ,
& eam eſſe artis medicæ partem.fed hoc non implicat, ergo neque illud . Ad
hæc in propugnatione reſpondet aduerfarius inquiens, responsio critici fic
potius iacere debebat : Si bos contradictionem implicat , implicabit quoque
dicere , in parte medicine phyſiologica agi de rebus phyficis modo
confiderandi medici non ſubstratis , & eam eſſe artis medica partem .
Quando poſlea fubdit , fed hoc non implicat , id negandum est , quoniam nihil
ab artifice confideratur quod ab eius confiderandi modo recedas. Non eft quod
meam hoc modo corrigat reſponſionem , vel , vt melius dicam , quod ſe putat
cor- rigere non corrigit , cum nihil mutet per hæc fententiam , fi quidem ego
quoque meis illis verbis dicere volo in parte phyſiologica de rebus agi modo
conſiderandi medici non ſubſtratis et
cum dicam hoc non tion implicare , probandum ipſi eſt quòd non implicet . At
probat per hæc, nimi rum: Quod nihil ab artifice confideratur , quod ab eius
confiderandi modo recedat . At hæc propofitio vt vera fit ſano modo eſt
intelligenda , nempe vt quicquid ab artifice confideratur , id ad regulas , &
præcepta in arte tradita quoquomodo pertineat . & hoc modo cam intelligendo
dico corporis humani cognitionem pertinere ad medicinam vt fubie & um ,
& item decem generum tra & a- tionem habitam in Categorijs pertinere ad
logicum vt ſubiectum , cui ſecundas tandem impo- nat notiones : fic autem neque
pars phyſiologica recedit a modo conſiderandi medici , neque ca tegoriz a modo
confiderandi logici . licet enim illæ actu non ſubijciantur intentionibus
ſecúdis, at fatis eft vt philoſophus qui eas confcripfit , actu voluerit vt
carum tra & atio conferret ad affin gendas ipſi intentiones ſecundas, et
actu fuerit ad eum librű confcribēdum impulfus ab illo fine vt liber ille
præcognofceretur logicis præceptis ac regulis ; quemadmodum ſi faber ferrarius
di- ſcipulum inſtituens , cum de natura ferri non nulla doceat primű , vt
poftea facile diſcipulus in- telligat quæ ipfi præcepturus fit de varijs
ferreis inſtrumentis elaborandis , is certe etiam dum agit de ferri natura ,
dici debet agere de ijs quæ modo confiderandi ferrarij fabri ſubſternuntur ,
& quatenus , ſubſternuntur.conſequentia igitur aduerfarij mox a nobis
referenda accipiendo in ea ſignificatione rò fubijci modo confiderandi , qua
nos hic accipimus , optima eſt , at vero ipſum capiendo in ea fignificatione ,
qua ipſe vſus eſt in logicis diſputationibus , vt ſcilicet per ſubijci modo
conſiderandi ipſius logici aliquid nihil fit aliud , quam a & u fubijci
intentionibus ſecun- dis , ridicula eſt . Inquic enim : Preterea dicit Criticus
librum prædicamentorum eſſe aftu logicum , quia li- cet predicamenta fint
poteſtate ſecundis notionibus fubijcibilia , actualis tamen eſt auctoris
intentio ea scribentis vt fundamenta rerum logicarum fint . fi actualis
auctoris quatenus logici intentio eft vt categoria fint rerum logicarum
fundamenta , ergo velit nolit debet eas confiderare aftu modo logico fubiectas
, non poteſta- Be fubijcibiles : Quonam modo ſequitur hoc ? Voluiſti videlicet
conſequentiam hane ex eadem officina depromptam , ex qua tot alias a me notatas
deprompſiſti operi huic tuo quaſi coroni dem imponere, vt comedia in morem cum
riſu perpetuo ad finem vsque perageretur . En consequentiam; Actualis lizio
intentio eſt , vt prædicamenta , de quibus agit , fint fubiectum logica
facultatis & vt fubie & um rerum logicarum cognofcantur , ergo ea con
fiderari vult vt atu fubijciuntur , non vt fubijcibilia ſunt . En ſimilem huic
confequentiam : Faber ferrarius in arte ſua diſcipulum inſtituens, de ferri
natura non nulla ipſi cognoſcenda tradit ; qua de cauffa actualis eius intentio
eſt vt quæ de ferro ab eo dicuntur tamquam de ſubiecto , di & a intelligan-
tur , vt conferant diſcipulo ad intelligendum ea , quę poſtea de varijs ex ea
materia conficien dis inftrumentis , formiſque illi imponendis eſt præcepturus
, ergo iam actu difcipulum docer quomodo ex co ſubiecto varia fabricentur
inſtrumenta, ac diuerſe in id forme inducantur. Spe & atores plaufum clarum
date. LAVS DEO OPT . MAX . VIRGINIQVE DEIPARAE Errata . Pag . Lin . propriæ
conceptus Logica 22 te I egri de nec ullo pacto præceperim inquam.hee adfcribet
fue fateri , ae quoddam qui em adiutorem accommodariam ipsum ſi dupliciter
large , aliud risibilitas terza Correcta. homo est: vſque ad : adri- dendum ,
& lin . . in ho- Delenda mine est : vfque ad , est aptitudo , & c .
paffionem dato nunc : vfque ad , Delenda et protrahatur fis Periplectomenon ips
proprie conceptibus nec eas ibi cõfiderare vllo pacto perceperim hec , inquam
adfcriberet Sue faceri , & fateri a nobis ce- gnitam , ac auditorem
accommodari tam ipfum dupliciter Large , & alind rifibile paffionuna
Periplectomenë ipfis C. Nome compiuto: Antonio Persio. Persio. Keywords: implicature, dialecticis, Telesio,
Campanella, spirito come vita, animo come aria, Cicerone, Catone, Boezio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Persio,” per
il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria. Persio.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Persio: la ragione conversazionale –
filoofia italiana – Luigi Speranza (Matera). Filosofo italiano. Abstract: H. P. Grice: “I was
certainly fortunate in my mother wanting a good education for me, better at
least than the one that poor woman can provide me with at Harborne – so off to
Clifton I arrived aged 13, and till 17, GREEK became my first language!” –
Keywords: Greco, latino, GRIEF AND LAUGHING. Persi, Persii. Ascanio. Nasce da Altobello,
scultore, e da Beatrice Goffredo, ultimo di cinque fratelli: Antonio, Giovanni
Battista, Giulio -- da cui nacque il giureconsulto e poeta Orazio --,
Domizio. Così come il fratello Antonio,
si forma a Matera alla scuola tenuta dallo zio materno Leonardo e poi nel
convento di S. Francesco, dove studia filosofia. Segue le orme di Antonio, che a
Napoli divenne precettore di Lelio e Pietro Orsini, fratelli minori di
Ferdinando Orsini, duca di Gravina e conte di Matera. Poi si lega alla famiglia
Caetani e è amico di Manuzio: tutti personaggi con cui anche P. stringe
rapporti. Persio è a Roma, in familiarità con Muret e con il letterato
sulmonese Ciofano, e a Venezia. Qui pubblica, in una stampa sine notis, ma
edita da Manuzio, La corona d’Arrigo III re di Francia, e di Polonia,
componimento d’occasione per il passaggio sulla laguna del nuovo re di Francia
Enrico III diretto a Parigi per salire sul trono di Francia, composto in verso
volgare Heroico Patritiano, cioè nel verso di tredici sillabe adottato da
Patrizi nel poemetto mitologico Eridano -- Ferrara -- per ovviare
all’inadeguatezza dei metri italiani alla nobiltà dell’epica. Testimonianza
dell’amicizia che lo legò a Manuzio è la dedica a P. del Lepidi comici veteris
Philodoxios fabula ex antiquitate eruta ab Manuccio, che Manuzio pubblica a
Lucca con questo frontespizio, incorrendo però in un infortunio, poiché si
tratta della commedia autobiografica Philodoxeos scritta da ALBERTI (vedasi) che
si firmò con il nome di Lepido, ingannando a lungo i lettori. P. studiò lettere latine a Padova, ma
frequenta anche i corsi di filosofia di ZABARELLA (vedasi). Ottenne a BOLOGNA
la cattedra di lingua greca, libera per la morte d’AMASEO (vedasi), per un
biennio con lo stipendio di 800 lire. Negli anni successivi è confermato senza
interruzione, con progressivi aumenti di stipendio, l’ultima volta a vita , con
l’elevato stipendio di 2000 lire, quando però gli resta poco da vivere. Gli
studi filosofici hanno intanto prodotto i Logicarum exercitationum libri duo
priores critici -- Venezia, F. Valgrisi -- con dedica a Orsini suo ‘mecenate’,
in cui postilla la critica scritta da PETRELLA (vedasi), professore di
filosofia a BOLOGNA, alla Logica di ZABARELLA (vedasi), prendendo posizione a
favore di quest’ultimo. Seguirono i Logicarum exercitationum liber tertius
apologeticorum primus -- Bologna, G. Rossi -- e la Defensio criticorum et
apologetici primi, quos edidit adversus Bernardini PETRELLA (vedasi) logicam in
Patavino Gymnasio primo loco profitentis logicas disputationes -- Bologna, G.
Rossi. Consegue anche la laurea in filosofia, dopo la quale gli è dato
l’incarico di leggere Aristotele IN GRECO – “as he should be read, or not at
all!” – Grice --. Sul versante degli studi greci P. compila un lessico del I
libro dell’Iliade -- ne da notizia per lettera a Titi, in Lettere memorabili --,
pubblicato a cura dell’allievo Garisendi con il titolo Indicis in Homeri
poemata, quae extant omnia, Graecolatini, et Latinograeci, qui scholiorum fere
vicem explere possis, ab P. diligentissime constructi, specimen -- videlicet in
primum Iliados uterque index -- Bologna, Er. G. Rossi --, precede una lettera
di Manuzio, contenente l’elogio dell’opera. L’indice si compone di un elenco
greco-latino e di uno latino-greco. L’opera è presentata come parte di un
lavoro lessicografico completo sulle opere omeriche, al quale però non risulta
che P. si sia effettivamente applicato. Lo Specimen ha tuttavia risonanza negli
studi omerici successivi. Il solo indice greco-latino è ristampato, in versione
ridotta senza glosse, in calce alle Commentationes in I lib. Iliad. Homeri di Kraus
– Crusius – Heidelberg --, G. Voegelin -- , che dichiara la dipendenza da una
edizione romana, molto probabilmente mai esistita) e, completo, nei Commentarii
in Iliadem di Eustazio a cura di Politi -- Firenze. A conferma del radicamento
nella vita culturale cittadina, fu conferita a Persio la cittadinanza
bolognese. Compose in italiano, latino e greco la Historia della s. imagine
della gloriosa Vergine, la quale si serba su ’l monte della Guardia presso
Bologna, nella chiesa di S. Luca, da cui fu dipinta, pubblicata con ampio
corredo di versi di autori non solo bolognesi, nei Componimenti poetici
volgari, latini et greci di diversi, sopra la s. imagine della beata Vergine
dipinta da san Luca la quale si serba nel monte della Guardia presso Bologna,
con la sua historia in dette tre lingue scritta da Ascanio Persii (Bologna, V.
Benacci). La Historia fu acclusa nella Vita b. mem. Nicolai Albergati
Carthusiani, episcopi Bononiensis edita a Colonia dal certosino Georg
Garnefeld, insieme con le biografie di Albergati di Giacomo Zeno, Poggio
Bracciolini e Carlo Sigonio e scritti di altri autori. Le relazioni intellettuali intrattenute da
Persio con letterati italiani e stranieri si ricostruiscono per lo più sulla
base delle testimonianze epistolari, a stampa e manoscritte. Conosce
Campanella, di passaggio a Bologna diretto a Padova. In stretti rapporti con il
fratello di Persio, Antonio, Campanella era allora già sospetto al S. Uffizio;
il nome di Persio emerse in un interrogatorio di Campanella durante il processo
a cui fu sottoposto nel 1594 presso il tribunale dell’Inquisizione, ma solo
come testimone di opinioni contrarie alla fede cattolica espresse da altri.
Altri personaggi con i quali Persio fu in contatto sono Ulisse Aldrovandi,
Giovan Vincenzo Pinelli, il latinista tedesco Valtin Havekenthal (Valens
Acidalius), studente di filosofia e medicina a Bologna nel 1590-93, Bellisario
Bulgarini, Antonio Quarenghi. Della sua
abilità di verseggiatore in greco, riconosciutagli dai contemporanei, resta
testimonianza nel ms. J.149 inf. della Biblioteca Ambrosiana di Milano e nel
Vat. lat. -- un epigramma a Paleotti e una lettera, autografi. Collegamenti con
ambienti liguri si ricavano dalla lettera di Pinelli a Manuzio (Inedita
Manutiana), nella quale si legge che Persio aveva avuto dal Comune di Genova
l’incarico di volgarizzare la Historia Genuensis di Uberto Foglietta, allora in
stampa, ma l’incarico gli era stato tolto per dissidi sopraggiunti. Un Discorso
geografico intorno alla città di Savona, sulla discussa origine e ubicazione
della città ligure, composto su richiesta di Giovanni Antonio Magini, risale. Muore
a Bologna. È sepolto nella chiesa delle suore d’Agostino. Sul sepolcro è collocato
un busto marmoreo e un epitafio dettato d’Antonio -- il testo in Fantuzzi. Dal
matrimonio colla bolognese Costanza Virgili non ha prole. L’opera a cui P. deve
la sua fama è il “Discorso intorno alla conformità della lingua italiana con le
più nobili antiche lingue, e principalmente con la greca,” stampato pella prima
volta a Venezia da Ciotti, al quale l’operetta è mostrata da Tognali. Ciotti se
ne entusiasma a tal punto da pubblicarla senza autorizzazione dell’autore con
dedica a Tognali. P. provvide a una ristampa bolognese per Rossi, emendata
dagli errori tipografici e con dedica a Caetani, al quale e al di lui casato P.
professa la sua devozione e la sua
riconoscenza, mantenendo però quella di Ciotti a Tognali. Il discorso mutua il titolo dal “Traicté de
la conformité du langage françois avec le grec d’Estienne -- Genève --, in cui
il filosofo gallo aveva studia il rapporto del gallo col greco piuttosto che colla
lingua latina, prendendo però le distanze dalla corrente di studi sviluppatasi
nella Gallia -- Périon, Picard --, intorno al tentativo di provare la
corrispondenza del gallo col greco o addirittura una presunta discendenza,
mediata dal celtico parlato dagli antichi abitatori delle Gallie anteriormente
alla romanizzazione. In effetti, nel discorso il greco occupa una posizione
praticamente esclusiva. Preoccupazione costante di P. è d’estendere l’orizzonte
della sua indagine a tutti i volgari della penisola, nei quali si è
disseminata, attraverso differenti vicende storiche, l’eredità ellenica.
L’indagine di P. ha il pregio di portare la scienza etimologica a dialogare colla
frammentazione del volgare, che costituisce una specificità della situazione
italiana, colla quale i filosofi galli non si sono dovuti misurare. Notevole è
l’apertura verso l’eredità viva del greco in alcune zone del meridione,
distinta dal greco classico, che da molto tempo in qua vive solamente ne’libri,
rispetto al quale P. avverte il problema di rintracciare conformità colla
lingua parlata. P. unisce così, con mirabile equilibrio, competenza
etimologica, indagine sul campo e proposta d’una lingua italiana che, pur
riconoscendo l’eccellenza del toscano -- benché in universale la toscana lingua
con molta ragione a tutte le altre italiane s’antepone --, non disdegna d’accogliere
voci proprie ed espressive di altre regioni qualora siano legittimate dal greco
e il toscano sia sprovvisto di un termine equivalente. In alcuni passaggi del discorso
P. dichiara d’andare raccogliendo d’anni molte conformità della lingua greca e
latina colla italiana, oltre a diverse somiglianze con altre lingue, e tale
materiale etimologico, già alquanto voluminoso, sarebbe andato a comporre un
grosso volume, la cui pubblicazione egli era costretto a differire a causa
degli impegni di lavoro e del progredire dei confronti tra le lingue, che
aumentano costantemente le schede destinate a trovare posto nel libro. Il discorso
costituirebbe un anticipo di questa monumentale opera etimologica, che però non
è mai portata a termine e della quale ci restano solo alcune etimologie di
parole e frasi nel ms. ambrosiano R. sup.
Il discorso geografico è edito in Sabatia, scritti inediti o rari, a
cura di G. Cortese, Savona (e in G.V. Verzellino, Delle memorie particolari e
specialmente degli uomini illustri della città di Savona, I, Savona, in
entrambi senza indicazione del manoscritto). Il discorso intorno alla
conformità della lingua italiana è stato riproposto all’attenzione degli
studiosi da Fiorentino, con una premessa in forma di epistola a Francesco
Lomonaco (Napoli; ristampata in Padula - Motta); l’ed. anast. della stampa
bolognese è a cura di T. Bolelli, Pisa
(ristampata in Padula - Motta, insieme con la riproduzione di
Bolelli). Fonti e Bibl.: V. Havekenthal
(Valens Acidalius), Epistularum centuria I, Hannoviae; Lettere memorabili,
istoriche, politiche, a cura di A. Bulifon, I, Napoli; Tasso, Le lettere, a
cura di C. Guasti, Firenze; Inedita Manutiana, a cura di E. Pastorello,
Venezia, ad ind.; G. Chiabrera, Lettere, Firenze (i rinvii nell’indice a pp.
122, 134 si riferiscono, a mio avviso, ad altro personaggio). Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi,
VI, Bologna; Mazzetti, Repertorio di tutti i professori antichi e moderni della
famosa Università di Bologna, Bologna; Catalogo dei manoscritti di Ulisse
Aldrovandi, a cura di L. Frati, Bologna, ad ind.; L. Firpo, Appunti
campanelliani, in Giornale critico della filosofia italiana; Pastorello,
Epistolario manuziano, Venezia, ad ind.; P.O. Kristeller, Iter italicum, I, II,
V, VI, London-Leiden, ad indices (talora confuso con Antonio); Bolelli, P.
linguista e il suo discorso, L’Italia dialettale; Padula - Motta, Antonio e A.
P.: il filosofo e il filologo, Matera; A. Daniele, Sviluppo della critica, in
Storia letteraria d’Italia, Il Cinquecento, a cura di G. Da Pozzo, III, Padova;
Sacchi, Esperienze minori della mimesi, Padova; Pignatti, Etimologia e
proverbio nell’Italia del XVII secolo. Agnolo Monosini e i «Floris Italicae
linguae libri novem», Manziana; V. Cox, The prodigious Muse. Women’s writing in
counter-reformation Italy, Baltimore, MD; A. Lucano Larotonda, Riprendiamoci la
storia. Dizionario dei Lucani, Milano 2012, pp. 416 s.; D. Danesi, Cento anni
di libri: la biblioteca di Bellisario Bulgarini e della sua famiglia, Pisa. PFC*;d't$'.c.g*-so
•; ! l D'A S dA N I O ' . 'p te.R s i.o Intorno alla cbnfojrmjjà della lingua
Italiana cotUc più nobili antiche lingue^Sc , * Jj£, principalmente con la ' 1
) • * Grtca,. v; T^uouamtnte corrette dall'originale de1T*Auttore, ALL'ILLYSTRISS.
SIGNÓRA . IL SIGNOR BONIFACIO CAETANO. In VENEZIA. E ristampato in Bologna V
per Giovanni Stofsi Cw licenz* de 1 Superiori . tSU- AL MOLTO MAG. SIG. GIO.
IACOMO tognali, Signor mio ofl'eruandifsimo. E il preferite discorfb da V .S,
cortefemen- preftatomi , le fi rimanda trafcrttto con più dureuole inchtoftro
di quello del suo originale, fard ottimo giudicio il lodar ptù toflo la mia
buona int emione di perpetuar - lo con la (lampa y che il bta/imar V ardire
d’bduerlo dtunlgato fin\a faputa,ne di lei , ne dell* Autt or e . Et certo con
JperanT^a d'hauerne cotal premio da lei , da lui , dal mondo , hommi prefa
quella licenza , parendomi che il tenerlo nafco!ìo > 4 J. -•*, *.,- * ' in ofcura prigióne ree affé notàbtt
pregiudi- CIO alla no (ir a lingua , per rtput atiene di cute (lato (fritto. H
or a dotte (in qui mi , jtuifo dibatter fatto cofa non indegna di lo- de iti
contrario mi parrebbe di adopera re 4 quando io il la fi taf si andar fuori
fen\a il j '/ nome di V . Stoiche da lei ha il mondo oc - cafone di questo dono
:& ella ni ha qua fi fatto rtfoluere à stamparlo, lodandolo fan» to a me ;
il quale Jo lei di tante lodi et inge- gno , di gtudicio i & di calore in
belle let- tere efierc adornata : & ha con lei l A ut to- te tanta
famigliarità , che dourà di ragio- ne il filo nome di V .S. che qui fi legga,
non J tanto ilfuo difeor fi da' detrattori > quanto il mio ardire dal fuo
fide gno forfè concepu- tone difendere , & render ficuro . * Accetti ~
dunque V . S. il fuo , & mio dono con lieta fronte, (t prendalo in buona
parte confer - 'osandomi in fu a gratta. Di Ve netta il dì 2. di M ar^o U $ 2 .
, Di V. S. molto Mag. Affettionatifsitno Seruitore Gio. Battifta Ciòtti. ALL’ILLVSTRISSIMO
SIGNORE, IL SIG. BONIFACIO Vanto io abbia volentieri feruita V.S. II- luftrifs.
di ciò ch’è a' lei piaciuto di commandar mi per I’vltima lua po- trà ella aliai
bene corq- prenderlo dalla mia pre ftezza neirelTeguirlo. Di cui é ftato
cagione (per dirgliene rintiero)non folamentequel lo ardore, c’hò Tempre hauuto
di TodisfarU in ciò ch’io potefsi, ma alquanto di gelofia id z an«* v 4 anchora
deirhonor mia. Percioche haueti dole io da quel tempo,che feco ragionai in
Bologna dell’eccellenza della noftra faldel- la Italiana , accennata quella
rpia fatica in- torno alla conformità di lei con le più nobi li antiche lingue,
& in ifpetieltà con la Gre- ca, né potendola si tofto dare fa luce, come io
haurei voluto , fentiua hormai alcun ri- morfo dal ricordarmi di quanto io le
haue- ua in quefta materia promeflò . Hora dun- que fatto confapeuole della fua
volontà d’hauere di detta mia fatica qualche poco di moftra , ò vn brieue
ritratto per conuin- cer l’amico , di cui ùii fcriue , fenza metter tempo in
mezzo fon corfo alla penna , per compiacernela , abbracciando di fomma gratia
così buona occafione, ch’ella mi por ge per ifgrauarmi in gran parte del pefo
della promefla . Et me ne chiamo obliga- tifsimo à V.S. Illuftrifs. come fo
anche del- la tanto amoreuole protettione, che fi pren de della mia perfona ,
riConofcendo in ciò molto bene il (ingoiar priuilegio di lei , & di tutta
la fua generofifsima cafa, ch*é d’o- bligare maggiormente col commandare, che
altri non fa col feruire ; ficome ricono- fco anche il mio proprio difetto ( ò
dirò " :r: “ r ' \ / pur pur grana ? ) che mentre attendo i pagare alcun
debito di tanti , che ne ho con V. S. Illuftrifsima , ò con rillùftrifsimo
Signor Antonio Tuo fratello, ò con grilluftrifsimi, & Reuerendifsimi
Monfìgnori lorzij, il Sig. Cardinale , & il Signor Patriarcha tan- to miei,
& di mio fratello antichi padroni > & protettori , ne vengo quafii
far fempre vn’altro maggiore . Ma io non terrò più V. S. Illuftrifsima à bada.
Leggeri il di- feorfo , che fegue , da me fatto nel fogget- to da lei ricerco :
il quale piacerammi tan- to , quanto faprò che d lei piaccia . . Alla cui
gratia m’inchino facendole riuerenza in nomedeirEccellentifsimo Signor Federi-
co , & del Signor Francefco Pendali • * » * f .' »• * i J \ Di Bologna #
Diy. S . Illuflrifsima ' i: ' ?
Viuotifiimo Seruitore . Jfeanio Terjto • . Difcorfo intorno I come
chiara co falche la ycjtré. lingua Italiana per la fin parte trahe l! origine
fua dalla Latina cosi quanto al rimanente onde - ella fi deriui , cioè da
quante lin- gue quali riconofcer debba tante fue voci,& maniere di parlare
con molti altri accidenti , che dalla Latina grandemente fi allontanane , egli
non apparifee anebora ben manifefio . Tuttauia fifono molti ingegnati di farci
credere, che quan to di lei non ha del Latino ,fia quafi tutto ò Lon- gobardo,
ò d'altro barbero idioma . ^Alcuni de* quali à me non porgono gran fatto
marauiglia , percioche non hauendo efsi d'altre lingue noti - tia, che della
materna, & della Latina Momiglia- no alcun tale geographo , il quale nella
deferit- ùone eh' eifacej] è della terra , le patti d'ejfa più remote , &
meno da lui conofciute ce le rappre- fentaffeper faluatiche , & folo da
fiere habitatc* afsicurato dalla lontananza di quelle di nonpo - ter e ejfere
così ageuolmente d' errar conuinto : ma ben mi marauiglio io di coloro, li
quali fa- cendo profefsione di bene intendere la Greca fa- vella , hanno
nondimeno voluto hauerper ricc- uute^quafi tutte le parole , & altre
particolarità di quella lingua , che d loro non pareuano Lati- net da ogn altra
men nubile 9 & più nuoua , che r - falla flWVVIV ADaiingtiàft^iarfìr. 5»
dalia Greca } fapendo‘pur efsiyrhje buona parte dell* Italia ne gli antichi
tempi là lingua Greca hebheper natia , & che d* noflri giorni anchora
intorno alle fue riuiere nel golfo Giorno nonpo- che caflella,& borghi ha,
ne * quali ftparla-Gre- co, benché corrotto , come anche nella Grecia iflef fa.
Et pure effondo efsi Italiani par eua, che do- ve jf ero ingegnarli di trouare
, & preffo che fin - . gore alla noftra lingua più nobile origine , che fi
potejfe , per non trauiare dal loro proprio , an^i . dal commune coftume de
gl'buomini d'innal^a- re le lor proprie cof ?,fi come à ciafctino fucl det*
tare iamor di feflejfo. Ver ciò maggior loda par che ad alcuni altri fi
conuenga , li quali han - no nelle loro fcritture , benché alla sfuggita piOi
toflo che in altra guifa , che io [appi a , mojlrata . di portare contraria
opinione z fi come maggio* reanchora ne douranno meritare alcuni lettera- ti
ftr ani eri,& particolarmente Iran et fi, li qua*, li fon giti, & yan
tuttauia affatticandofi di rin- tracciare i principi) della lor lingua ;
<& sformati . dofi non miga con alquante poche parole, ma con ben lunghi
trattati di far credere altrui che ella, fta , come di due nobilifsime piante ,
rampolli « della lingua Greca, & della Latina ; benché efsL fi arrifehian
troppo in quefla imprefa , come poi fi fard chiaro 9 & non contenti di ciò
9 fifiudianò * anche 10 Difcorfo intorno anche di f coprire nella noflra lingua
molti difet- ti j& nella loro molti vantaggi per farle f cala al più degno
luogo . Ma l' amor della patria può fcufargli ; & certo è da commendare f e
non al- tro > almeno la voglia , & la'ntentione in loro . La quale
dourebbeà noi feruire per acutifsimo / limolo d' affaticarci più affai , che
non facciamo per l'bonor e , & riputatone della noflra faueUa. Onde io da
ciò fofpinto , benché pocbifsimo di me poffo prefumere , non hò voluto perciò
reflarc d' ingegnarmi apro di lei d'accendere quel poco che potrò di lume per
ifcacciarne alcuna particel la di quello ofcuro,cbe può meno renderla pregia ta
9 &iUuftre Rapendo mafsimamente, che fico me è biaftmeuole il riufeire benché
felicemente nelle biafimeuoli imprefe , così è lodeuole il far pruoua di f ?,
anchorche poco felice nelle lodeuo - 11 9 & honorate . Sono molti anni ,
che tramet- tendo io tra miei principali fludi la lettone de * più nobili
antichi fcrittori della Greca lingua , et della Latina , hò hauuto diletto di
notare molte s & molte conformità loro con la noflra Italiana ( dico
Italiana, per non hauermt io voluto tener dentro da' termini troppo ftr etti
della fola T offa na ) oltre all'bauere nel medeflmo tempo poflo mente adiuerfe
fomiglian^e d’ alcun altra lin- gua con la noflra già detta . £t honnefino ad
ho - ra \ Alla lingua Italiana. x * rà
fegnato vn numero tale , che mejfe poi tutte infieme douranfare vn groffo volume
. 'iqèpià haurei dimorato àpublicarle ,f z io non mi tro - uafsuotanto occupato
, & non fperafsi anche di douer pagare di quefio indugio a gli Hudtofi lar
gavfura, conciò fia co fa che io vada fempre annuendo col fare ad ogrìhora
nuoui raffronti di dette lingue . Et per darne di'- S. Illuflrifs . alcuna
arra, & afsicurarne, ò farne , per me' di- re , ricredente l amico fuo , ho
hauuta quanto fi pojfa dir cara l'occaftone di formargliene il mo- dello, che f
zgue . Totefsi io così mandargliene ri- tratto tale, che prò due effe effetto non
punto dif- ferente da quello di vna bene intefa pittura di qualche gran numero
di figure , come farebbe i dire d'vno effcrc ito , delle quali alcune poche fi
vedeffero dipinte intiere , & il refto poi yeniffe in talguifa col pennello
accennato , che quindi fi poteff ? ageuolmente comprendere quante ne ba- ueua
il fuo facitore nella idea della mente . Se io dico far così potefsi in poca
carta gran mofira di tanti rifeontri delle antiche lingue con lanoflra dame
notati, reflerei per bora contento a pieno, fi come di leggieri ne rimarrebbe
& V.S. Illu - flrifsima compiaciuta, & l' amico fgannato : ma non
parendomi ciòpojsibile ,farò come potrò il meglio, dandole vn faggio fe non
della quantità f almeno I l Difcorfo intorno \ Almeno della qualità delle cofe
. Egli non hà al- cun dubbio che la lingua , fia italiana ,òfta La- tina, ò
Greca , ò quale altra fi voglia, che da huo tno fi parli r altro non è, conte
ogn’vn sà , che vn parlare, & il parlare non è, che vno (piegamento à in
voce , ò in if Iattura de * concetti dell'animo ) di ciafcun huomo ; li quali
concetti fono di due forti, cioè, f empiici, & compofii . (*r i primi fo-,
no effetti della prima, i f econdi della feconda ope ratiohe dello' ntelletto
noslro , come V. S, lllu- ftrifs. non meno valente philofopho , che eccellen te
giureconfoltosà molto bene: pofqia che fuol prima il noflro intelletto
riceueregli oggetti fem plici di ciafcuna cofa dal fenfo rapportatagli, [
concepergli in fe fleffo col dar loro vneffere più nobile , c r rendergli quaft
propri fuoi parti ; & poi da fi e gli accoda , & accompagna infieme •
Tar mente dunque il parlare da' philofophi chi a J . mato interprete del noflro
intelletto, farà ó fem- plice, ò comporto . & il femplice propriamente da
noi detto parola, manifeflerà il concetto f ?m ^ plice, ficome il compoflo, eh*
c da noi propriamen te detto parlare, & da' Latini oratione , dichia- rerà
il concetto compoflo . Et ficome i concetti compofli non da altri fi
compongono, che da* f plici, così il parlar compoflo da altro non fi do- vrà
comporre , chetai femplice parlare , ouero v , * - # ' ( :he - I o o o AH*
lingua Italiana . ’ i § ( che direm mèglio ) dalle f amplici paróle . 7$i •qui
occorre di fare mention veruna della ter^a operatione dello* ntelletto , &
diflinguerla dalla feconda , noti facendo ella a propofito del no Siro
ragionamento . Se dunque in ctafcuna lingua fi poffono conftderare due cofe
principali fen^a più, cioè parole , sparlare , adunque potranno due , ò più
lingue in due principali capi fenici piu , accordar fi , ò difcordare , cioè in
parole , & in parlare . Hora perche in qualunque parola fi a più cof ? fi
può da noi por mente , Vrima , ejfendo ella parte del parlare , qual parte fi
fila 9 \ fenomeno verb o, ò altra parte . *Appre ff o ejf m do ella compofla di
lettere , quante ne babbia,<&* % quali ; & ciò viene à dire qual fìa
la fua propria, materia, la quale chiameremo corpo : Ter^o do • uendo
ellahauerevn fuo particolare quafi im- pronto dalle altre differente , quale
fita la fua f or ma , quale il conio ,per così dire : Quarto , & vltimo
ejfendo ella trouata per fegno de* noflri concetti , quanti, & quali
lignificati ellapoffeg- ga , auanti che noi nella predetta opera vegna - mo a
trattare della famigliane di dette lingue intorno al parlare, & allephrafi
, come le chia- mano i Greci , richiederà il buono ordine d*infe gnare che ci
(fediamo dalla confideratione delle {empiici parole , Dalle quali cominciando
dar - ' rem0 14 Difcorfo intorno remo à teiere come la lingua Italiana fia in
ciò / conforme con la Greca, & differente dalla Lati- na , che ella ha ma
parte del parlare commune con la Greca , di cui manta la Latina : & quefli
'■ è l'articolo. La qual parte di quanta chiarez- za , & commodità fia nel
par lare, è quafi d tutti chiaro, & manifello : ma fe la noflra lingua tol
- ta l'habbia & quanto all y inuentione, & quanto al corpo dalla Greca
, ò nò, alcuni de' noHrigram matici no ardifcono d'affermare rif dut amente ,
benché più affai pieghino alla parte negatiua, %A me però ben molto terifimilpare,
che da ma medefima lingua fi fia prefa la'nuentione & del- lo articolo,
& del ticenome dif accentato, non fo lo del principale, ma anche del
deriuato, cioè del poffefsiuo,corneil chiamano i grammatici Lati- ni, eh' alcun
denollri fi è compiaciuto di nomare *Afjiffo . Del qual ticenome toccandoci pur
di ragionare in quefio difcorfo, non fard difdiceuo - le che qui con
l'articolo, con cui egli ha così firet to legame di parentela, accoppiandolo
,fifauclli deV'mo, <& dell'altro infiem infieme . Tronomi adunque
difaccentati principali chiameremo i feguenti , MI, TI, LI, GLI, LE, S I, LO)
ci, ne, vi, communemcnte quafi per tutta l'Italia tfati , cofiumandofi per poco
in egnifua contrada di dire, per cagion (Tessempio Alla lingua Italiana. i $
Dammi, Datti, Dalli Dagli; Dalle, Dajji, Dallo j Dacci , Danne, Dattili , /n
TPece di dir e, Dà à me, o Dame, Dà ate,o Dà te 3 Dà a lui, o Dà quegli , Dà a
lei , o Dà quelle , Dà a f e, o Dà fi, Dà lui, o quello , Dà a noi, o Da noi ,
Dà a voi, o Dd voi : & fimilmente, Mi dà. Ti dà. Li dà ; con del rejlo ,
mettendo cotali particelle dauanti a ’ yer ^ • Pronomi poi difaccentati
pofiefsiui chiameremo quegli , , li quali non fono hoggidì in rfo così
vnmerfile di tutte , ma filamenti di alcune parti dell’ Italia , tra quali è la
mia , che anticamente fi dijfe Magna Grecia :&finoMó, m a, t o, t a , s o,
s a , conciò fia cof t che in bocca quafi d’ognuno de’ noftri fieno non
filaménti le ' roti Fraterno; Vatremo, Matrema,Mogliérma , Figlioto , Signórto
, Mogliérta, Mammut a, Si- gnor fi cioè, il frate mio , ilpatre mio , la matte
mia, la moglier mia , il figlio tuo , il fignor tuo ; la moglier tua, la mamma
tua, il fignor tuo, ché gli amichi firittori accettarono nelle loro fini- ture
( dicendo però Fratélmo , Mogliama , mó- gliata,Figliuólto ,piiì toflo che
Fraterno, Moglier ma, Mogliérta,Figlioto ) ma molte altre ancbora, quali fino
Cognat omo, Cognàtama , Cognac toto, Cognàtata , Génermo , Génerto , Compari
mo, Comparto, Commàrma, Commdrta,Vuo * ramai 'parata , Suórma , S aòrta;
Cuginomo'; Cuginama, t6 Difcorfo intorno Cuginama , Cuginoto , Cuginata ,
Tyipètemo., Tgipóteto, Maritomo, Maritoto, cioè , il cogna- to mio , la cognata
mia , il cognato tuo , la co- gnata tua , il genero mio , il genero tuo , il
com- par mio , il compar tuo, la commare mia, la commare tua , la nuora mia ,
la nuora tua , la fuor mia, la fuor tua, il cugin mio , la cugi- na mia, il
cugin tuo , la cugina tua , il nipote mio, il nipote tuo , il marito mio , tl
marito tuo , & così anebora dir fogliono Cugino fo, Ccmpar- fo, &
alcune altre roti sì fatte , in yece del cu- gin fuo, compar fuo, & altre
tali , come dicem- mo , che preffo gli antichi fcrittori fi legge Si- gnorfo .
Hora io ho fempre creduto , & tutta- tua mi perfuado finche ,il contrario
non mi fi pruoui con più falde ragioni delle già recate da alcuni , che sì
fatti pronomi così principali , co- r mederiuati fieno prefi, non dico quanto
fila al ? corpo, ma quanto è ali’ inuention loro , dalla Gre l cafauellaffe non
dall'antica, che da molto tem- po in qua yiue folamente ne * libri , almeno da
^ quella, c'hoggidì fi parla, &parlafi nell'Italia 7 ìftefia , cioè nelle
fue contrade auanti dette: che \ iL trapalar monti ,& mari per rinuenire
quel ! - che babbiamo in cafa , come ad alcuno è paruto di fare, è fenga fallo
yn cercare a rouefeio . la - • quale ha cosìtralignato dall'antica , come ha
fai urtA. i tO Alta lingua Italiana. iy 10 V Italiana nofbra dalla- Latina ;
& pare che dì tempo debba andare innari alla nofira Italia- na, come
altroue dirafsi :percioche ella ha per vfanga parimente di porr e bora auanti,
& bora, dopò i ycrbi i fuoi vicenomi principali -difaceen^ tati y & di
Soggiunger e d! nomi i vicenomi deriud ti fcemi . onde ella dirà per ejSempio ,
Ton édo- ce , cioè , lo diede , Tin édocé , cioè, la diede 3 & édocé tin,
di e dela, valendofi delle particelle Ton 3 & Tin 3 & d'altre , ch'io
taccio , in luogo de' pronomi intieri : ficome per gli pronomi in- tieri mette
ancbora Moy ,Toy , Soy, nel dire édocé moy, édocé foy, édocé toy , cioè , die-
demi, diedeti , diedegli , pigliando però Mi, T i. Gli , nel ter^o cafo . Et
così dice ella fyntrophós moy, fyntrophós foy , iyntrophós toy, cioè, 11
compagno mio ,il compagno tuo , il compagno. Suo, che volendolo più fedelmente
tradurre , di-, remo Compagnommo,Compagnoto, Compagno fo, coinè da noi fi dice
Cuginomo^CuginotOyCugir . nofo ; ficome ciaf cimo , cbe folo intenda la lingua
Greca antica, p^ò vedere ne' due poemi Greci mo ' derni chiamati l'vno il
Tbefeo , et l'altro l'Iliade d'Homer.o . Et, di quefto feemamento di pronomi fi
vede pure il principio negli antichi medefimi , alle cui orecchie non men
dilicate delle noftre èda . credere, che de jfe alcuna noia, il
sétirefpejfeggia- B re 38 Difcorfo intorno re y come è forati che in molti
ragionari auuen - gay i vicènomi intieri di più d'vnafillaba l'vno; & che
eglino per tal cagione ne accorciajfero,& ne fmog^affero alcuni, come
feciono,vfando jpef fo di dire Mòy, Moì , Me , in luogo di , Emòy, Émoì, Emé,
cioè, di me, a mr> me . Et i poeti forfè per la comrnoditd del verfo, in
luogo del vi cenane demoftratiuo della terza perf ma di piu filiale jpejjo
vfarono quello d’vna fola, che è Hòs,Hòy >Hoi,H è, come fece anche alcun
profatore,et l'articolo anchora, quante volte lo- ro tornò bene . ^Adunque fe
dalla Greca lingua riconofcèr debbiamo il trouamento del vicenome dif accentato
così principale, come der indio , ragìonéuol pare chedaWifiejfa hauerfi debba
per ritenuta la’nuentione dell'articolo anchora . Ho - ra benché & Vvfo deW
artìcolo , & molte altre cofe , nelle quali la noftrà lingua è conforme con
le anticke,jiano a lei communi ^ conia Erancef ca, e con la Spagnuola, non
intendo però io , tra - p'ajfàndo il commiinctsm filentio,di riftringermi d
trattar folo di que’particolari, i quali fon pro- pri, & fingolari di lei,
o paiono ejfer tali , ma ver rò abbracciando il proprio, & il sommane >
o vni uerfalè infiememente, tanto più cbe dgli fcritto- rr Frane e (i è
piaciuto di fare il medéfìfno in trat- tando la medefima materia per la'lingua
loro . 4 ik là i I* «* , Alla lingua Italiana. ip 7$è mancherò io a luogo ,
& tempo dj moflra - re qual fia ( per dirlo con termini diloica )di quefte
vniuerfalità il foggetto primo . Hanno anchora i Greci [molte particelle del
parlare fo - ^ prabondanti, come, feng^altre dirne, fono de, “ c E J N E 1 di
cui fornita è in parte la noflra lin-y. fi - g H( i } che così habbiam noi
Mene, Tune, et Tene , in luogo di Me, Tu,& Te, vicenomi cornei Gre c/Egóne,
Emóine, Tyne , in vece di Ego ,\* Emoi , Ty . Et il Tgapoletano fuol dir Pace
Stace , per Ha, & Sta, terge perfone de * nerbi* ^ ^Andare, & ^Stare :
&Jn nriia lingua materna di damo Ede in vece di E, terga per fona del verbo
1 ‘ t. -j$ ?re ’ f lcome in luogo della Marca Mncho ir [^Knitana in vece di
T^ò, & Sì, T(ode, & Side fi di Cosìprejfo i Greci fi legge JpeJfo il c
e, ben- effe adoprato con più liberta ;& il t> e, foggiun • v *
determinate voci , dicendo eglino verbi gra- tta, Aidósde , & Toiòsde , in
vece di Aido s, & Toios. itti il in ■ii Ut wi Quanto Tappar tien poi alla
materia, & al ro* . corpo delle parole , che fu la f iconda co fa da noi
f?r ^ ^ propofia da confederare, a lungo mofireraffi nella ini * noflra opera,
che molte, & vie piu, che i più dot ' ti anchora non ejlimano , ne ha la
noflra lingua S rf- fraportate ,& tolte di pefo dalla Greca antica , \ o .
fenga fapernegr ado alla Latina, Delle quali prò (fi i B a durrò 1 io Difcorfo
intorno 9 (lQ& i durròbora quelle poche, che fenga troppo cercar re mi
verranno nella penna per ordine d *Abecè > i . parte da altri, &. parte da mefolo , che
iofappia uJfrM&L/ notate . & faranno le [egli enti: ^Abba car e,cioè,
yyj&Ufru- ingannarfi> ejfere in errore,cbe è voce Fioretina, Kf^JS*#***
?/ewe Greco, Abacein,c7m l' iflejfo figmfi fi.-t GreÀ at0; rabbattarft , pur
voce Fior etìna ^chefi-^^_ zìi “^Jinifica ingegnarfi al me 1 che fi può
diguadagnar / d*jJTil viuere;cbe in Greco Rhabattein vuol dire , /q*. [ correr
in sà,e'n già, come fan quegli ><b e fi prò- cacciano il viucre alla
giornata : Bobi no’, che Bà-*g£$j • m « • I Y . . 4 X ^ mj» a. A Aé+ k bainein
lignifica a' Grectàalbettare, come fan- noj bambini: Ballare ; dal verbo B al 1
iz e i n : fo ; da Bifìos, lignificante valle. <& pallet alo ra ft
prende per la parte baffa,onde ri verbo ^ 4u - uallare,quinci deriuato,fignifica
abbacar eA&ofi^ co ; da Bófcein, che vai quanto pafcolare :,§ra-[ < mare
; da Bromafthai, che è propriamente bra-i mare di mangiare : Calare ; dal verbo
Chalan:^^^^ Carogna, cioè cofa puggolente; da Charónion, ^^ che era nome di
luogo pnggolente : Cojla , colfuddrf^ verbo Incollare ; da Colla , onde fecero
i Grecj^lj ^' | il verbo Collan i Conio, cioè impronto ; da Ei "fanù
cónion ,qttafi dica, imaginetta , ejfendo il conio improto i&imagine di che
chefia : Endirna, allaffy^ Bolognefè, dlìroue detta Entimella,cbe e la ve fa
del cufcim | o vogliamo dir guanciale ; da énfiy xns> r. i 21 Alla lingua
Italiana . tna ,'cioè, refi intento : Gallone , cip è l'anca 3 ola S~t// parte
fporta infuori foprala cofeia ; da Lagòn, ^yr***^ per trafportamento di lettere,
: Gamba ; da Cà- pé , che yale tra le altre cofe quefche il Latino Suffragines;
Goffo ;da Coph òs; Golf o; da Cól- C <0$]* pos : Gong olar e s cioè 3
giubilare ; daG angali-^ ^Y, zein : Inchioflroy fecondo alcuni da encaufìon ma
fecondo me da enchrifton * che éngrefle mia lingua materna fi chiama f inchi
oflro : Io»T^ yicenome;da lo 3 pur yiccnome della lingua Beojh**}**} fica : La
fci are ; ( fenon yiene dal Latino Laxo)ffo da Lagaflein interpretato da
tìefichio per A- JjL^èA pheinai, cioè, lafciare andare,^ ondeiVinitiani 1
dicono Lagare , quel che la commune lingua La - jSkJiG fidare : Lifcio ; da
Likòsu t Maga rì } cioè ; Iddio jj* ilyogliay &,Iddio il yolejfe ,yJato
nella Marca* // ™*fì** f Triuigiana , zanella it ùflm Magna -Gre cia.* là doue
fi proferire Macari per£± da Macari Gre co lignificante éithe, óphelon,
cioè,yoglia 3 &r yolejfe Iddio , come Snidai' efpone : Macarom da Macaria,
la quale appo Hefichio èyna yiuan da di farina impaflata col brodo : Matt o ;
da Ma taios, che yuol dir yatio 3 leggieri : Molo ilporto fatto amano ; da
Molos r:_* 4ibo avverbio d' abominatone /& di cruccio : da Aibpì ^ Jtìov
Valla.; da Palla : onde^fu trattoci Latino pila f & non dal Latino Tila il
nofìro Valla , come al* B 2 cun . * • * 12 Difcorfo intorno ÌAl : *7 ' % ■% , /
^ uì % M • •****fy .-Ar.- •n 4* V cuti vuole : Piatto ,ch'è la parte più larga
dette cofe chan taglio ; da Plato s ,cioè 3 latitudine , perciò da dùftotele i
pefcifi dicono Neintois piateli, cioènuotare con la parte piatta , quegli dico
3 a ’ quali mancano le partii c*han forma d’ Or- li, che fi veggono negli altri
pefci : Viglia re ; da Piazein , & Tiare dicono i Vinitiani in vece di
Tigliare , ma ciò più toflo per difetto di pronun- ciale per altro ,v fondo
effi di tralafdare , o d’in ghiottirele due lettere gl, dicendo Meio , Fio ,
Confeioy in vece di Meglio , Figlio , Co yfeg lio 2L%o, tocco ; da Ptochòs,
onde è Titoccarc , cioè men- dicar e; ficome da Vtochòs formo ffi il verbo Pto_
chéuein : Tont ico , cioè topo , o [orice, così dettoV^hd da' Bolognefi ; daPonticòs,
trouandefi in JLri- ftotele vna forte di topi , che dal luogo già detto Tonto
furono chiamati Tontici , & fanne memo ria Euflathio nella frofitione
fuad'Homero , & prima di lui Tlinto . sì che potrebbe anche ejfere prefo
dallatino. come fi fia, è credibile che laftef fa voce Topo , per traffortaméto
di fillabe fi cre-^2op{ affé dalla voce Tontico, come quella , la quale fi * !
cominciaffe da prima aguaftare,& a dirfi Ton- to, poi Toto,j&
finalmente Topo . & ciò credi- bile fard almeno infino a tato chefene
trnouipià verifimile etimologia : §atfo> che pur topo dire ; da Hyrax t di
cui nacque il Latino Sorex * f$]f f Alla lingua italiana . *3 onde è il noflro
vulgar S orice : Roccia, cioè bai- za ; da Rh òx: Scheggia; da Scmza: Scherza-
'• |—*V> - . A _ ^ . , rr. _ • \ ■ « Ire; da Scirtan: Tapin o ; da
Tapeinòs:??, cioi^j piglia , ouer treni; onde Tè la preferite lettera dijf ? il
Boccaccio ; da Tè , che è da Eufìathio di chiarato con le voci,Déx2LÌj Labe,
cioè, prendi* togli, piglia. Tercioche fe per accorciamento del ^ verbo,
Togli,fojfe egli fatto , come pare che Bembo parejfe, non Tè, ma Tg fi direbbe
fempì fi come vna volta fu detto dal Tetrarcha , Dir parea to dime quel che tu
puoi . fet [a ; dà Titthòs : Treccia ; da Thrìx : V ettUfjk^ na ; da Bitina (
mutatajì la BinV , con la qua - le ha grande ami fa, & Vi in E, f uà
famigliare) la quale te fimonia Euflathio che communemen-C CMfa* te e'ca da'
Greci prefa in lignificato di Bicos, che vale or duolo , bariletto , &
generalmente quajt ogni picciol vafo. Onde formo jji per diminuimen rojBicion,
& Biddion voci pur Greche, &for^ maronfi par imate le no frali, Boccia
Boccella. <& potrebbe alcuno di leggieri darfi ad inten- dere, che
quinci procedejf ? la nò fra voce focale, ma ella molto piu rajfomiglia la
parola Bauca<B*»at*Ì€ lis, è paucalion , che così nomauafi vn vafo bere
fretto dibocca : Zio , che altri dicono ^ ba, è fecondo ilcommun parere fatto
dal Greco Theio s, mutatafi la Th in Z * della qual forte di B 4 4 fcantM *4 Difcorfò
intorno f cambiamenti , & mut ottoni di lettere infra di la ro nell* opera
principale diraffi a pieno . Ideile m iecontr ade anchora no n p o c he voci
balle qua - j ÌTnon che altroueper l' Italia ò vfate fieno, o in - èfe, an7i
elle vengono riputate per barbere, non oflanteche fieno la più parte o Greche
febiette ,o febiette Latine , imperoch e Greche fono la voce ^ Panaiere , che
vuol dir fiera , cioè mercato , ve- ^P^flendoda Panegyris lignificante ogni
folennità, * & mercato f dito afarfiper occafione difeflepu » v bliche :
onde Tanegyrico fi difie la diceria in lode 4# d' alcuna per fona, o d* altra
cofa fatta in fimjfl&a fi gunan^e , Camafirà, che è la catena del camino ,
IX onde s'appiccano fé caldaie ; da Cremaftra , & r « forfè anche da
Calaftra , che vuol dir Catena : s & la cicatrice altro non è, che f °,gno
di ferita , o A piaga faldata : Canna , che vai gola ; da Chane: QÓf ino, che è
ile ère dìo del Criuello ; da Cófci- • noti, che fignifica il Criuello . CiuUo,
cioè afino ; • da Cillos ; & CioUa , cioè afinaJTa Cilla : Ca- . t #
fttofeio, che è rhabitatione fotterranea; da Catò- ' * . * gaion: Seda, ciò è,
pomo granato ; da Side: Ofi- mare, ctoc, fintar e; da Ofmafthai : Stregriafe^
7“ cioèjlaf inamente fcher^r e ; da Streniàn : feti ' "" jgf ■| I J
Alla lingua Italiana^ aj ga dirne moltiflime altre d’orìgine Greca » La- tine
yoi fono le poche feguenti delle non poche no ftrali } chehamte habhiamo dal
Latino: Marzie» che vuol dire luoghi ajf ri , come fono balgi , quali fono le
alpi delio <Apennino , fu le quali fu Matéra mia citta fondata ; che Murices
dijfergli ilLatinifcr inondo Tv Ionio Marcello così : Murex acumen , feu
aderitasi faxi : VirgiliusV . *Àcn. Concujf# caiites>& acuto in murice
remi Obfiu- puere. Del qual verfo di Virgilio la parola Cau- tes mi torna a
mente la voce Coticci da noi vfa- ta, che l’iftejf j quafi viene a dire che
murgie .. la a quale fecefi da Cautes , cangiando V a v ino ,<&* \ poi
da Cotes formando Coticium . Vero diédele CICERONE (vedasi) l'aggiunto discrupoloso
dicendo. E quibus quoniam tanquam e scrupulosis cotibus end uigauit oratio: et
cetera. dittano, cioè f padrejtAttam 9 \ dice Feflo , prò reuerentia f mi
cuilibet dicimus , 1 quafi eu aui nomine appellemws. & i Latini heb- ' aero
quefia voce da’ Greci , che Atta foleuano i giouani chiamare i loro maggiori in
linguaggio Thejfalico , f zcondo Euflathio ferine : Tiagioni * cioèlenguoli ;
anche in Latino fi dijfero Tlaga, & T lagni# : Furunchio, cioè bugno ; che
da La m tini fu detto Furìffifulus: Turagna , cioè marcia ; che in Latino fi
dice Tus , Turi* : Tede* cioè il Piego vino i che Tes vinaceorum chiamarono i
La— i Stf . ' Difcorfo intorno latini : Vacanti a , ( proferendoti ifi la
ftllaba t i come nella yoce Mala ti a )èda noi chiamatala ' vergine grande da
marito , forfè come quella, la quale 1 ', non facendo anchora figliuoli ,nè
altro, che fia proprio di donna maritata , & ejfendo in età da farlo, fi
par che vachi, che detta voce con que fio fighificato fia d’origine Latina,
Marciano giu reconfulto nella legge Qui catu , ne’ digefii al ti- tolo \Ad
legem dulia de vipublica , ce lo può in- C, fegnare con le fcguenti parole t
Qui vacante mu < lierem rapuit ,vel nuptam, vltimo fupplicio af- L ficitur ,
non oftante che la Chiofa in quefio luogo per Vacante intenda la vedouafolamente.
la qua le fpofitione non foio vedere perche fia comune - neméte da tutti gli
altri Leggifli,ch’io ho veduti , fpofata , poiché non meno (per non dir, più ,)
va- ca la vergine di età da marito, che la vedoua, & piu fi conuiene,&
auuiene l’ ejfer rapita alla ver gine, che alla vedoua . Chi dunque non vuole
ap propriare la voce, Vacantem,alla vergine fi fat- ta, perche vuole egli farla
fignificatiua della f )- la vedoua, & non accommutiarla al meno ad a-
mendue ? Dirò per l’ vltimo vn nome de’ noflri , »» il quale da’ noflri
medefimi vien riputato affai • goffo, che è Quatràw , & vuol dire
giouanetto. nè à me fenibra men Latino degli altri già detti , facendomi a
credere che ei fia il Latino Càtlafler i fatto 1 I Alla lingua Italiafia • 17
fatto perla figura detta fincope da Cdtulafler , che fi legge in Cari fio , /7
quale deriuafi da Catu- lus , -vuol dir Cagnuolo, a quella guifa,che da pullns
formo jfi la voce Tullafier ; onde figurata- mente fi cominciarono a chiamare
Catulaftri i giouanetti , fi come hoggidì tal volta fogliamo pure chiamargli
pollaftri,elr poliedri, ne ciò fetv* ^a e ff empio de’ Greci fcrittori, non
ejfendo man- cato di loro chi gli appellò Póloy s , che è a dire poliedri .
Moltifsime altre voci hahhiamo noi Latine , come ho detto , non conofciute per
tali , ficome non poche Latine della lingua commune fono tuttauia in concetto
di forafiier e appreffo le piuperfone : dellequali difcorrerajfi nell'opera da
noipromeffa . douenon fi taceranno le voci non folo Latine, & Greche , ma
di qualfiuoglia al- tra origine ftraniera : nè fi mancherà di far ma- nife fio
onde fi ano elle a noi venute : & proue - rduuifi che molte non fono nè-
del Gothico , nè del Vandalico, nè d'altro barbero linguaggio , co me altri le
fa (& pure non negherajji che barbe- re ne habbiamo alcune ) ma dell'
liebraico piu to fio, 0 dell' lArameo, da cui la Latina lingua, & la Greca
ifiejfa riceuute hanno molte delle lor voci 3 ficome huomini di molto ingegno,
& di dottrina forniti hanno imprefo a moflrare. perciò feruen- doti noi di
lorofe non per i/corta ( ejfendo eglino 3$ < Discorfo intorno in alcuni
paflipel troppo loro arrifchiarfi aWv- fan^a de’galli, mal sicura guida \)
almeno per essempio, procederemo piu oltre, e con maggior cautela che potremo.
Siche non ci fieno forsè piu per lo innanzi oscure quanto fia alla lor nascita,
fiè da noi riputate per cotato barbere e vili tante voci ITALIANE, come per essempio
sono queste, cioè, Benda, o Banda, Schiera, Fondaco, Bggago, Lauto, Magagno,
Ricamo, Bugia, Gabella, Carrafa, D0gana, tAlebarda, Bpnca, Gaglioffa, Cremefino.i6.I{icche^a.
\y.Zifir\. 18. Guerra. 19. Guifa ; feè vero che Vitteffoper poco fignificano
inlingua ^dramea Bend., Afqer^. Fondac., Rabaz. Alhud. Machzen. Rigma. .Budia.
Cabula. Garaba (cojyie a.pun_ \ to in mia lingua fi dice) Douen. Albar- 1 daV
Romca Gaiaffa, che vuol direna- dultera Carmes (onde Carmefimo diconó i noflri
quel che i Tofcani Cremi fino) Rizeq. Sipra Ghera Ghifa, e aggiungiamui il
verbo tarpare, che vale SueUere, e rapire, delquale fi fanno i verbi B^ttr
appare, & Strappare , fe pure queflo fecondo non viene dal LATINO “extirpare”,
di cui fi tiene che l'origine fia . da Tarap Hebraico • Onde hauremo ( dico )
le vere etimologie, di quafi tutte le voci nofirali: nè crede- .è Alla lingua
Italiana. crederò io che elle fieno riputate f or elle dì quelle del Carafulla;
ficome no crederò già che altri po- trà con ragione rimprouerarci l'andarla noi
trop po storcendo in cotali etimologie , come con mol- ta ragione potrebbe
effer fatto a que' valeti Fran cejìyli quali hanno trattato l'iflejfo argomento
tn fàuore della lingua loro . Il che acciòpon paia da me detto ferina
fondamento, & foloper cantila - re, flimo ben fatto il dare 4 V.
SJlluttrifi.alquan ti effempi dello Rite da loro tenuto nel ricercare l'origine
delle lor voci materne, acciò poj] a ella far quinci giudicio del rimanente,
& porre il loft modo di trattare quefia parte a paragone del no-, Ftro .
Dicono adunque ejjì, che Feu , cioè fuoco > venga dal Greco Pyr: & dal
Greco anchora i fé- guenti nomi , Batre , cioè , baflohare, da Baton, cioè
bafione , vegnente dal Greco Ba&ron: Bra- cóle , cioè bracciali , da
Brachiólia : Diffamerà cioè > diffamare , da Difphemein : Differente ,
cioè,dtjferége,da Diaphéronta : Maifon,cioè, magione, Sfanga, da Ojìcos :
Cuider , cioè, pah-, fare, c beinmiaM guajì dice Cotare,da Cydiò- yn: Atyger,
cioè,ftuggicare, Atyzein: V r Or\ ter, cioè , rubare , da Lopizeiri : *Angin,
cioè,vn\ cino, da anciftron : Bgbxtyrs ,QÌoè, rouefeio , da* Roibòs . Balance,
cioè, bilance, da{I alante»: Bailly, cioè , la balia , che vuol dire,
magifirato 'c a. , jo • ' Discorfo intorno &goucmo , da Boylè :
Signeur,cioè , Signore, da Cyrios, dalla qual -voce altri traggono il no- me
Sire , che pur Signore vuol dire : Enuoier , cloè,inuiare,da Pcmpein:^
fin,cioè,a fine } o uè- ro accioche , da Hma : Forte de Sphodra : Con- fratrie,
cioè > confraternita, o Confrateria , da Phratria : Maialiti, cioè, Malatia,
da Malacia: Metayrie, cioè, malaria, da Metoysia . Le qua li voci chi non vede
eff ir Latine ; o fitte (per dir meglio) immediatamente dalle Latine , non
dalle Greche ? Che della immediata loro origine par- liamo , non della lontana
, percioche quanto è a quefla , non negherò mai efferne delle già dette al cune
Greche Tfèfo io come efjìpojfano negare, che Feu venga più toflo da Focus ,
& Batre da Batuere, & Bracele da Brachialia, & Diffamer da De
fumare, & Differentg^da Dijferentia, & Maifon da Manfto , & Cuider
da Cogitare (onde venne il noflro Cotare, vfato in mia lingua, fit- to per
fottraggimento della ftllaba c i : & Tra- ttato fu poi detto il traf
:urato, quaft T racogita to, che i noflri dicono Scoiato ) & Mtyger, cioè
fiwgpgcare, quaft dal nomeTig^o , vegnente dal Latino Titio, Titionis. dal
quale noi pofeia for- mammo i verbi .Attillare, Stilare, & Stug^ igeare,
quaft dica Stig^icare (percioche Tiggo, Stingo fi dice ) conciofia cofa che il
muouere Alla lingua Icariana. $ t alcuno a f degno, <& farlo riscaldare
, fa a punto come ne * tig^i eccitar la fiamma , Così voler f e cefi dal Latino
Inuolar.e , & *Angin da Vncinus, & Hebours da Ferfus,aggiuntaui la
fillaba He: & Baily dal verbo Falere , mutando fi in amenduni la lettera V
in B fua vicina : & Signe ur da Senior, et Sire altrefi fatto per fincope da
Sigtì.e-r, ur , che così Sènior douette (he* baffi tempi alme nojfignificar
maggiore, nonfolo d’età, ma d'au- torità, & perfonadi maggior riputatione ,
come il Greco présbys, il quale vuol propriaméte dir vecchio , mapigliafi
anchora per maggiorente ; & in fomma per fignore. ondehabbiamo in Hefichio
Présbeis, gerontes, bafileis, archontes, protimómenoi, cioè, présbeis diconfii
vecchi, i rè, i signori, e i piu oonorati pella qual cagione i preti si dissero
forsè presbyteri e LATINAMENTE domini, e poi donni PER SINCOPE, cori ciòfojfe
cosa, che effifojfero, come anchor fo no, più, honorati de* fecolari . Ter la
qual cofa co fiumano anchora nella mia patria i fecolari, o lai ci {come noi li
diciamo con voce Greca )fauellà - , do co* Cherici, di dir loro, 0 Signore,
come quafi per tutta Italia fi dice loro,o MÒfignorc,che vuol dir, mio fignore
,et baffi, nel Boccaccio, & Dorici-. ne>et Sere fatto p fincope da
Signore , òuer. Seggio » re (come fi diffe del Sirejinvece di Cherico,o Tre 3 1
- Difcorfo intorno te. Laqual yoce Signeur, o Signore chi pur non. - fi yolefje
indurre a riceuer per Latina, potrebbe egli con piu fondamento annouerarla tra
le bar-, bere, che tra le Greche , feguendo il giudicio del Signore Antonio
Giganti , perfona di non m nor giudicio & in quefla , & in ogni altra
forte di lettere, che di bontà di cofiumi adornata . il quale in leggendo nella
difputadi S. *Agofiino co Tafcentio quelle parole : Si enim licet dicere non
folum barbarti lingua fua , f ed etiam Romania Sihoraarmen 3 quod interpretatur,
Domine mi ferere , curnon licer et in concilijs patrum in ip- fa terra
Gracorum,ynde ybique declinata eft fi- de* , lingua propria homóyfion
confiteri,quod eft,\ patris, &fihj, & fpiritus fantti ynica jubflan -
tia ? ha notato che , della Sihoraarmen facédofi due parole, cioè Sihor,#-
Aarmen,c/4 Sihor, la quale doueua corrijpondere al Domine , fia nata la noflra
yulgare Signore . Inuoier fomiglian - temente yenne egli dal nome Via, & è
quafi Da - . re in yiam, come fi può comprendere da gli altri compofli, quali
fono ^Auuiare, Difuiare,Trauia- re : *À fine, da Lid finem : Forte , dal Latino
For te, nel genere neutrale, yfato in yece deWauuer - biòyFortiter, dandogli
ilfignificatodi, yehemen f et, tome danno i Greci ai loro Carta: & Ifchy
ròs ,& gli fteffi Latini al loro Valde,cbeda Va- n lid* i Alla lingua
Italiana. 3 j ìide fi fece . Confiaierie da Confraternita s, 0 da Confraterìa ,
non da Phratria . onde i compagni di tali congregationi fon da noi detti
Confratelli , • & Fratelli . importa che le [udette voci non pano
totalmente Latine , pur che Latine fieno le lorprimitiue, & le [empiici.
MaladiefièCiflef- fo, che Malatia: onde procedono amendue dal me defimo fonte .
Flora il nome Malatia fi formò da Malato participio del vèrbo Malarfi ( 1 nella
cui vece s'v fa il compofio Mmmalarfi) il quale deri uafi dal nome Male y
ficome il verbo Greco , Ca- còyftai , c'ha l'ifleffo fignificato , dal nome Ca-
cò n, cioè Male . perciò in vece di Malatia gli an ' fichi nofiri fcrittori
vfarono di dire Malitia , <&• Malore anchora , trahendo l'vna voce,&
l'altra dal nome vulgare Male , da cui tr afferò il verbo .Ammalar fi , come
può ognvn vedere . Siche il volere il lor nome Maladie , /pender per Greco , e
dir eli ei venga dal nome Malacia, doura àgiu- diciofi parer cofa più ingegnofa
, che vera . La voce Metayrie anchora nacque dal Latino , cioè da Medietas,
onde fi fece prima Medietarius: & da ciò poi Mediataria,& quinci
finalmente Me- tayrie. ò direm pur e y che da medietas fecefit Moi - tiè y cioè
, Meta , & da quefio conpoca di muta- tone Metayrie y che vale quel cb'd
noi Maffaria. Coti noi dalla voce Medietarius generarne il no C me 94 -
Difcorfo intorno me Mev^adro vfato in Lòmb'ardia,& lignifican- te il
contadino , cip e coltiuando i terreni altrui fk à meta col padrone , ò alla
parte , da' Latini per quefta cagion detto Tartiarius , & hoggi da' Bo-
logne fi Suo'zgo , cioè Socio, per la còpagnia chà infieme col padrone : &
da Megadro deriuofii la voce Mezzadria., che mutojji in Maffaria,ficcme Megadro
traualicò nel nome di Maffaro , eh' è ho ra più vfato : fe pure non vogliamo
& Maffa ria, & Maffaro deriuareda Maffa, come alcun vuole. Contrario
errore al già detto commetto- no i medefimi , quàdo dal Latino yan generando le
voci, che più col Greco fi confanno , che col La tino . Ter eff empio vogliono
cjfi , che il loro ver ho Retorner, eh' è il nofiro Ritornare , come ogni vno
vede , fia fatto dal Latino Reucrti;& che di corpo fia Latino , benché
nelle vltime fillabe mol to dal Latino differita . nè in ciò s' appongono ;
concio fia che egli più toHo r affamigli il Greco >. che il Latino, parlo
del Greco con otto, ò moder- no , non dell'antico . Vo ' dire , che egli
fecondo certa ragione di formatione s' acccfta molto più al Greco , che non fk
quanto fia alle fillabe, che'l compongono, al Latino : che fi come il Greco Gy
rizein lignificante ritornare , formofii dal nome . Gyròs, che vai giro,
cerchio, torno, così, il loro Retorner venne dal nome Torno, poiché fìcome -
Gyrf- <• f f I . I Alla lingua Italiana,' 55 t Gyrizein altro non v ni dire
, che fare vii giro » che è aggirar fi, cioè voltar filosi Ritorner,et Ri-
tornare , altro non viene a dire , che fare vno , ò più torni , come auuiene a
quegli, che tornano co là , di doue s’ erano partiti , a' quali fa mefliere per
tale effetto di voltarfi . onde può dirft , che il verbo Retorner
intatofomiglia il Latino, inquan to V aggirarfi è vn voltarfi, & Reuerti
altro non vuol dire , che riuoltarfi : & in queflaguifa ben direbbono , che
Retorner fia Latino , 7gè in di - uerf ? errore incappano i noftri grammatici ,
per dire anche di quejlo , che non è fuori del nofìro propofito ; volendo che
il verbo Cercare fia nato dal Latino Qu cerere ( del quale però fengf alcun
fallo vfcì il verbo Cberere famigliare agli anti- chi poetijperò che Cercare è
fatto dalla voce Cer- chiare , cioè, andare in cerchio, & intorno , intor-
no , come fanno le piu volte quegli , che cercano òperfona , 6 altra co fa ; i
quali foglionofare v- no, ò più giri, & cerchi hor caminando, & bora
fermi Hando invn luogo, Svolgendo gli occhi per ogni lato : onde Siro appreso
Terentio in cer cando di far danari dice, Hac, illac circumcurfa, inueniendù
ejl tamè „ Argenti t: & Dauo d Tarn - philo,di cui cercato haueuaper tutto,
Vbi te non inuenio, ibi afcédo in quendam excelfum loctm ; Circumjficio ,per la
qual cofai mie * paefani Cer C z colare $6 Difcorfo intorno colare fon f oliti
di dire il cercare con diligenza tra molte cofepofte infieme , come farebbe à
dire in cajfa , ò in armalo per tr ouare che che fia, qua- fi dica Circolare ,
che con altra yocenon menpro pria dicono V cruciare, quafi Voluulare (dal Lat-
tino Volucre) che è, riuoltare, & metter fottofo pra ogni cofa . Flora
habbiamo noi il verbo Cer care formato d famigliando, de’ medefimi Greci , li
quali dicono Gyreuein quel che noi cercare . € è yoce anche della lingua Greca
antica , nella quale ftgnifica yoltare in gite* ò intorno, & an- che
yoltarfi in fignificatione paffìua. Et tato ci do uro, baftareperfar giudicio
dell’ etimologie po fte à campo da’ begli ingegni Francefi delle y oci della
loro f duella . Le cui yefiigia chi f tguir yo lejfe , egli potrebbe di
leggieri à ciaf cuna parola attribuire qualunque origine gli aggradijf ? . Et d
me darebbe l'animo , non y olendo difcoflarmi dalla lor maniera, di far quafi
tutte le nofirali pa role apparir Greche . Così potrei io yerbi gratin dire,
che il noflro yerbo Carenare ( fatto vera- mente da Carene, che viene da caro)
f offe prefo 'dal greco Carrhezein: & la voce Cordella, che è diminutiua di
Corda , dal Greco Cordyle ; Meftola , cioècucchiaro ( che ha per fua radiceli
verbo Mefcolare) dal Greco Miftyle ; & Ghiot- to procedente dal Latino
Glutio, prefo talhora in fi&nifi- t Alla lingua Italiana. 37 Panificato di
afiuto, e di ribaldo , dal Greco Gó- cs , Góetos : & infiniti altri potrei
io riporre tra* Greci , i quali baurkfempre per conflante ef- fer Latini ',
estimando per molto più veri fintile* che fieno tali ; tanto più, chela noflra
vulgarfk- nella à fembian%a di corpo miflo , il quale fia di predominio, ò
terreo , ò acqueo , ò aereo, ò igneo, chiamar fi dee di predominio Latina ,
perciò la più parte , che fi può, delle fue voci è da tirare al Latino . Ter la
qual co fa non faprei io nè lo- ^ dare, nè difendere akum de* noflr iji quali
in cer ^ to lorbrieue difcorfo ftfludiano di farci crede- re , che molte parole
della noflra lingua riceuute fen^ alcun fallo dalla Lattna , à noi vengano im -
mediatamente dalTAramea , come per cagiott d*efiempio,fono Me%o, Modo, Arra,
Anima- re, Ballare', Battere, Bollire, Calca , Cauerna, Gobbo, Lago, Lampada,
Malato, Manico, Mar fello, T^aue, T^pige, '2\( occhierò , T^uuolo, Or- T^o,
Ortica, 0 fieno, Tadule, Tuffo , Telago, Bfn uà. Saetta , Sapone , Scodella,
Senno, Tentenno , Toro, T rama, Viuaio , Ffiire ,Zauorra , &c. Et w certe
altre tali dalla Todefia, come fono Bofio , Collarone, Tqeffola, Tancia,
Tiayga, Sega, Ta- glierete. Adunque per non parer altrui par- fiali confefiiam
pure, che iliaco* intra maro* peccatur,& extra. C 3 M' i r 38 5- Difcorfo intorno
Ma tempo è di por fine à quefta parte, nella qua- lefe troppo mi fono allungato
,fiudierommi d'ef - fer tanto più, brieue nelle rimanenti . Segue ho ra, che
alcuna cofa diciamo della forma di ejfe parole, da noi mejfa per la terrea
confideratione : & per forma intendiamo bora noi certa ragione di
formatone, di deriuatione, & di compofitio - ne delle voci , la quale
meglio s* intenderà con gli effempi, che con altro. De ' quali fi produrranno
alcuni per moflrare la famigliando, intorno d ciò della noftra con la Greca
lingua folamente , che questa per bora ci dourd baflare , fan^a far para gone
con altro idioma. 'Primieramente in molti nomi foftantiui feminili h abbiamo
noi certa ter - minatione con l accento nelT dn^iultima fillaba , che più tiene
del Greco , che del Latino , quale è quella, che fa in 1 a, fiicome Cortefia,
allegria , . Ta^xja, corrifpodenti alle Greche voci Filan- tropia, Euthyrma,
Mania ,fen%apiù dirne, co me che infinite nehabbiamo . 'l^èfchifiamo noi V
accento nellvltima fillaba tanto amato da Gre ci, & fuggito da * Latini ,
che così diciamo Vnità, Trinità , & altri tali , come effi Monas, Trias.
Vero è , che tai nomi non fi pojfono dire intieri , ma tronchi ; ma ciò poco
monta.&poi non man- cano alla noftra lingua voci intiere con l'accento
nell' vlt ima, come tra le altre fono alcune perfo- ira Alla lingua Italiana .
' ne di verbi de' tempi à venire , & de 9 tempi puf- fati . +Apprej)'o
communi b abbiamo noi co' Gre- ci quei nomi aggiunti ,che dalla loro
fignificatio- ne , &forga alcuni de' noflri ban chiamati *Àu- mentatiui,e
terminano in 6 n z,& in \ cci o, parte de quali in f e chiude non fo che di
fignifi - cato di difpreggieuole ; & tali fono, ficome è Ha to da altri
prima notato , leccone , ^icconaccio, Giouenone, Giouenaccio, Lupone, Guercione,
Mfi none, altri fintili, che rappresentano alcuni nomi greci finienti in o Nj
<& in a x, di non dif- famile forga , & natura , come fono Plóyton ,
Plóytax , Néax, Lycon, Strabon, Canthon, corri fpondenti à' predetti & di
terminatone ,dr di lignificato . .Alcuni au nerbi babbi amo finteti ti in one;
come Carpone , Tentone, Brancolone , Ginoccbione , accoft antifi a Greci in on,
della qual fatta fono Botrydòn, Ageledòn, Cyne- don . Deriuiamo non pochi nomi,
& verbi fe condo la Greca proportene ,&• regola da loro chiamata .
Analogia : che come ejfi da Tatèr,cioè, padre deriuano Patroos , così
noidaTadre, Tadrigno.&così noi da Madre, Madrigna; me efii da Méter, Metry
ia.dr così noi da Scro- Qsjfadt fa. Scrofola (che è tl Latino firuma) come ejfi
dà Choiros, Choiras. Così noi da noi da T a fio- ne,& dalla Tropofitione
Con , facciamo Com- C 4. P4f- 40 . Pifcorfo intorno pajfionc,Compafiionarc }
&CompaflioncuoIc, co- me ejjìda Pathos , & Sy n , propo fittone fanno
Sympatheia , Sympathetn , & Sympathès , benché con alcuna differenza nell*
ordine del deri uare . Così da Guerra facciamo Guerreggiare , come efii da
Pólemos , Polemizein , facendo le due GG la parte del Z tanto famigliare a*
Lom- bardi,* quali dicono Guerrez%are; & così noi da Vari Vareggio, come efii
da Ifos , Ifazo. &• così noi da Mano Maneggio, come ejfi da Cheìr, Cheirizo
. Moltiffimi altri terbi kabbiamo de- rinati da* nomi ( benchenon ferbino
l'ifieffa, ò fimile lettera figuratiuajd fiimiglianza de* Greci ; che così da
Bafione deriuiamo Bafionare , per cagion d’essempio,& da T^ecefiità 7
qecefiitare,&‘ da For^a, Forzare ; & da Due , Induare, cioè, accoppiare
, & accompagnare ( onde nelle rime antiche fi legge sAlhor ch'ella s'indua
Con donna , che leggiadra, e bella fila ) & innumerabili altri , di cui
nelT opera principa le fi farà memoria in buona parte , come efii da Rhapìs,
Rhapizein,^* da Anance, Ananca- zein,& da Bia, Biazefthai,^* da Dyo,Syndy
azein. Componiamo fecondo Vyfanza Gre- ca , & diciamo Bifauolo, come efii
Difpappos : & così dalla particella Die battente / or^a di ne - : ’W Alla
lingua Italiana • 41 gare , & dalla voce Ordine compoflo habbiamo il nome
Dif ordine, & da Dis,<& Honorem Disha f . nore,& da Dis, &
Credere Difcr edere, che fi leg ge in Dante : & da Fra, & Intendere,
Frainte- dere, come efii dalla particella A , detta priuati - t uà, & dal
nome T axis, cioè, ordine, compofero Ataxia , cioè , Difordine , &
dalTtSiefia A , & Time, cioè , honore, Atimia, cioè, dishonore: et dalla
predetta Piftein,rioè, credere, inufi - tato, Apiftein,c/W, difcredere:& da
Para prò- pofitione corrijpondente alla detta Fra, & Kcó- yein, cioè,
intendere, Paracóy ein , cioè , frain- t endcre* Cosi habbiamo anchora compolii
i ver - bi Dish onorar e, <&• Difordinare , cóme efii Ati- mein 3 &
Ata&ein . Comportiamo oltre di ciò nomi con nomi , nomi con verbi , &
altre parti del fituellare infieme, più alla Greca, che alla La tina ; che così
diciamo verbi gratin Teficiuendo- dolo, come i Greci Ichthyopóles ; & così
Gab- bacompagno, come efii Parabalaiteros : & co- sì Occhionero, Bellocchio
, Barbolungo, come e fi- fi Melanóphthalmos ,Euóphthalmos ,Ma- cropógon . &
così diciamo L'vnl' altro, cha ' • fiembiaga d'vna fiola parola, come efii
Alléloys. e raddoppiando la voce Tutti (con l’efiinguerne poi la fiecoda
fillaba) diciamo Tututti, òpiù tofto il di fiero gì antichi Toficani,come i
Greci da Pan 4i . .Difcorfo intorno fecero Pampan, che lignifica in tutto,
& per tut to. & molti altri comporli babbiamo , come fiono
Spazzacamino, Cauadenti , Terdigiornata 9 Guazzaletto, Tornaletto , S
caldaletto, Capo fuo-r go, Tagliacantoni , Tiediflorto, T^afolungo, Vi-
fotondo. Batticuore , & mille altri, di gran par- te de* quali in detta mia
op era fi farà la ràjfegna, & porr anno fi, à rimp etto de' Greci per dare
à ve- dere, quanto fia in fatti, & quanto poffa ancbora dafe fiejfa diuenir
ricca la nofirafimella . H ab- biamo co' Greci commun e l'vfo del troncar le pa
role, quando nella voce terminante in lettera vo- cale, & pofta dauanti à
quella, che da vocale in- cornine inda , per ifchtfare cotale incontro di due
vocali , che fpeffofh laido f mtire , gittiamo l'vl- tima vocale , onde in vece
di dire per esempio , Quell’uomo. Quello altro, diciamo quell’uomo, quell'
altro : & alloghiamo in fronte della confonante rimafa vltima della
precedente paro- la, nello fcriuerla quel fegno, ebe apoflropho do- mandano i
Greci . Fajjì l'iftejfo accorciamento di voci,feguendo etiandio parola
cominciante da lettera confonante,ficome quando diciamo. Quel eauallo , in vece
di quello cauallo . llche non fo fé babbiamo noi apparato dalla Greca fa nella,
ef fendoui pochifiimo ,& folo da' Voeti vfìito, Trapafiifi bora d dire
della conformità di quefle Un - Alla lingua Italiana • 43 lingue ne'
lignificati delle parole, che era il quar to modo della loro parentela intorno
alle parti del parlare . di cui non curerò io di recare molti ejjempi, come che
non pochi me ne f muengano. Primieramente noi Fgba , & Robe chiamiamo quel
che i Latini Bona , Diuitia Facultates , O- pes,&c. ma niuno di tanti nomi
par che empia il lignificato del Greco Chrémata a pari del vul~ gar noHro
F^obe; percioche non così acconciarnete il riandante , il quale bau effe b in
barca , ò in hofteria per dimenticanza, ò per altro accidente 9 Inficiate
alcune fuecofe per v fio (diciamo) del 'pi- aggio, direbbe in Latino , Ego in
nani , ouero in diucrfiorio mea bona reliqui,come in Greco , Egò tamà
Chrématacatélipon epì tés neòs,o«e- ro epì tòy pandocheioy : & in vulgar
nofiro , Io ho Inficiate le mie robe nella barca, ò nell'hofle ria . Così à chi
portaffi ? alcune cofi ? coperte non così bene , domandandolo , fi direbbe in
Latino » qua fers bona ? come in Greco, Tina phéreis chrémata; e in vulgar nostro,
che robe porti ? Tfiè il Latino efiprimerebbe così bene con yna yo ce (ola il greco
pleoné&ema, come noi con la voce “vantaggio.” Et col nome Frefico più
felicemente rendiamo il greco Eupfychés, che i Latini con qual si voglia
de'loro nomi. Diamo à molte voci oltre al principale, e ORDINARIO SIGNIFICATO –
H. P. GRICE – vn’altro men principale, e meno ordinario, e riftefio principale,
e meno principale, thè i greci usano di dare à molte loro: che così prendiamo
alle volte disciplina per Gafiigo, come i Greci paideia per cólafis: e Huomoper
M^chio, come ejjì anthroposper Arfen:^* si gite per Varentela, come efii Haima
per Syngéneia: e Forti per luoghi forti, cioè per Fortezze, come efii Carter
ìper Cartera Chovh, cioè Erymata: e Entrata per Bandita, come efii Enodos per
Prófodos. cimiamo noi di dare ét nomi aggiunti IL SIGNIFICATO de y sostantivi,
dicendo “il Bianco” – H. P. Grice: “Cambridge blue,” “Oxford blue” -- , il
T^ero, lo scuro, il commune, in vece di, la T^ereg^a, la bianchezza – H. P.
Grice: “My tutee Strawson was OBSESSED with this: he thought ‘virtue is
honurable’ had the logical form ‘the f is g’!” -- , la scurità, la communità, come i greci Tò
Melando ^ Leucòn, tò Scoteinòn, onero tò Zopheròn, tò Coinòn, in luogo di he
Melanótes, he Leucótes – H. P. Grice, “But they did use ‘horseness’ –
hippotes!” -- , tò Scótos, ho Zòphos, he Coinótes. Et benché fipojfa dire
(Thauer noi quefio vf o potuto apprendere da'LATINI, i quali pare che fi co -
piace fiero di dare alcuna volta a nomi aggiunti IL SIGNIFICATO de’sostantivi
alla sudetta maniera, più toftoperò greco si gli può egli dire, che LATINO inquanto
noi alla guisa de’greci procediamo più oltre in questa parte, CHE NON FANNO I
LATINI – H. P. Grice: “Understandably!” -- . onde in vece di, similitudine, leggesi , %A silmile
nelle rime antiche, fiume in greco Homoion - 9 i Alla lingua Italiana. 4f per “homoiótes:.
h \ io rimango bianco simile (Chuom morto . E pare che gl’anni adietro cotali
voci aggiunte y fate per soslantive andajfero tanto dgufto di alcuni de’nostri,
che in vece della B elleno. , la Vagherà Ja Benignitela Vieta , t Uumiltà, 1$
dolcezza, e mtll.e altre sì fatte parole riponi ha ueuano in feggio “il bello,”
“il vago,” “il benigno”, “il vietofo”, “l’umile”, “il dolce”: e così di mano in mano, ATTENENDOSI
AL CONCRETO [H. P. Grice contra P. F. Strawson: “Disinterestedness”], come
àfenfato 9 e LASCIANDO L’ASTRATTO [H. P. Grice: A term of abuse at Oxford!”] per
avventura agl’astratti. Ma poco apprejfo di queftaloro vfanga auué- ne quafi
come delle foggie nouelle de* veftiri in Italia, che per alquanto di tempo
contentano toc chio, & apparirono gratiofe, mapocoftante va perdendo poi la
lor gratin, & quaft prima inoc- chiano de* primi habiti, co* quali
cominciarono à vederfi poiché gli auttori,ò accrefcitori di quefte beUe^e del
parlare non furono in ciò molto tem po f eguiti. lappare già, che fi meritajf 3
,ro di ri- . manerft me così tofto infecco ,fe vogliamo giudi care dirittamente
; con ciò fojf ? co fa , che ejfi col fkr ciò moflr afferò vn modo d* abbellire
la noftra lingua f mga valer fi d* alcuno ornamento ftranic ro . ma thauer noi
t orecchie troppo malageuoli dafodisfare,&,per dirlo Latinamente, religio-
\ fe i le sf 4* Difcorfo intorno fepià del donere ,nefk fchifi d'ogni nouità :
Lift effe, ficomefur prima à' noftri Latini ,cosìfie nò a noi fempre cagione
della pou erta delnofiro idioma, fin eh e elle no rimettano buona parte del- la
loro rigide^a , Hora lafciamo noi Stare la lingua Latina, la quale no può
arriccbirfi,nè au- mentarli più, poiché ella, come pianta, d cui man chi
Vhumido radicale , non cbecrefcere, ma a pe- na- mantenerli può nella grandezza
primiera:&. diciamo pure della noSlra vulgate , la quale tìorpar non fo per
chè Sielle maligne. Che più non fappia andare innanzi per acquistar
lafuaperfettione, ò per auangarjì conuenga ac- cattare nuoui vocaboli nouelle
foggie di par- lare da lontani paefi,?2r donde meno fi conuerreb . he ,
{predando , & ifdegnando molte fue belle r & acconcie parole, &
maniere di dire ab antico hauute ò dal Greco, ò dal Latino, ò da alcun' altro
nobile linguaggio , le quali benché non habbiano lalor fedia in Tofcana , elle
però fono di diuerfe contrade d'Italia vecchie cittadine . la qual cof et
quanto fia da commendare poffiamo noi compre- dere da vna fimilitudine , cherni
viene hora in mente, di Tlutarcho, benché ad altro propofito da lui recata
ne'ricordi,che egli dà per conferuamé- t o. della fanità, la doue biasimando
egli ( f òtto al trai perfona ) il pigliare Jpeffo medicamenti fuor -v di Alla
lingua Italiana. 47 di mdlatia per purgare il ventre , dice che ,fico- me
alcuno , il quale, granandogli l’hauer e nella propria citta troppa turba di
fuoipaefani Greci , ì empi effe d* .Arabi , & di Scitbi , cacciando via
ifuot, commetterebbe gran fallo , così errano fen ga dubbio , & punto non
intendono coloro , li quali per fpingerfuora gli efcrementi famiglia- ti, &
natij dellor ventre,vi mandano non fa che grani da Gnido , & Scammonee >
& altre medi- cine molto jlrane,& contrarie alla loro compie fa [ione,
& infomma tali , chanpìà toflo da effere purgate effe ,. che da purgare gli
altri h untori . Hot qudto maggiore è il noflro fallo , mentre noi con
l'introdurre in Italia non falò babiti , & co- fami, ma voci ancbora,&
parlari f or afa eri, & barberi , ci sformiamo di dar perpetuo ejjiglio al
le noftr e paróle, & pbrafi originali, & natie gr a' tempo fa venute
dalla Greca, & dalla Latina Un gua,& d* alcun* altra antica di grido ?
Et quan- to farebbe meglio il mantenerci le noHre parole, & guif ? di
parlare ò Lombarde , ò Hpmanefcbe, ò TS^apoletane ò Tuglicft , ò Calaurefi (
miglio- randole però con lo fcriu erle,& proferirle più ac conciaméte, che
fiapoflibile) majjìmamente quel le, chea noi parranno di nobile, & chiara
difeen denga,cbe priuandole della loro slanga paterna, far dono della
cittadinanza d tali , & quali capi fateci 4 * Difcorfo intorno fateci non
so donde ? Hora chi potrà negare, che non fianoper diuerfi idiomi della lingua
Ita - liana jparte alcune "voci , & maniere di fhuella - re
fignificantiflime ,&piu anchora lignificanti f d' alcune T ofcane(benche in
-vniuerfale la Tofca - na lingua con molta ragione a tutte le altre Ita- liane
s'antepone ) & venute à noi da più nobile principio ? Darò l’ejf empio d'
vna fola parola per non ejlendermi fuor di mi fura . Molto è vfato regno di
'Napoli il verbo Incegnar e, che figni ^ fica mettere in vfo quafi ogni co f i
non prima a- doperata : che Incegnar dicono, per cagion d’ef- fempio , vna
botte di vino quando la mettono d mano ; & Incegnar e vna camicia, la prima
voi fa, chela fi veflono : & Incegnar e vn coltello , quando il cominciano
à porre in opera . La voce è fenòli dubbio di nobil ceppo ( per così dire) ef-
fendo di corpo Latina, am^i Greca, che così ne la fciò fcritto S.iAgoft.fopra
S. donarmi : Encania fefiiuitaa erat dedicationis templi . Gracè enim canon
dicitur nouum . quandocunque enimno - uum aliquod fuerit dedicatum , Encania
voca- A ^ A tur . Iam & vfus habethoc verbum * Si quia noua tunica
induatur, Encf niare dicitur . "UtorfoQuanto fia poi al fuo fignificato,io
non so già tro iQ 4rr+AA, uare p ar ola Tofcana , cheltflejfo vaglia . oltre di
ciò ella è parola Italiana da tanto m qua, che non Alla lingua Italiana. 49 non
ci ha memoria incontrario . Ejfendodun + que ella così nobile d'origine , tanto
lignificante, & antica Italiana , tfr importando all* eccellen- za delle
lingue l batter parole di fimile valore fio non se vedere perche non meriti
ella d’ejfere am* mejfia in publicbe fcritture ,fe non Tofcane , al* meno
Italiane , & perche più tofio vi fi h abbiano da riceuere voci flraniere ,
& barbere , Et in conto di flraniere metto io le Latine ifieffe non
introdotte , nè incorporate da principio nella no- ftra lingua . Delle quali
però veggiamo, che gli huomini delnoflro fecole vanno empiendo i loro
componimenti vulgari ,fenza euidentebi fogno > & contaminando ihpuro
Italiano di maniera t$ le j che fe la co fa under d feguitando , à mano d mano
i cantici di Clottochrifio Fidentio torranno la palma del parlar vulgate al
Tetrarca al Boccaccio . Quando, & fin douepuojfi la noflra fihuella rendere
douitiofa da fe fteffajl non furio, ò l arricchirla in quella vece col
mefcuglio delle lingue fiore fiere , che altro è egli, che vn non cu -
raré,nèconofcere ifuoibeni ? Laqualcofafeè dif liceuole à natione di tanto
giudicio, di quanto fiiflima V Italiana, è dunque d'obligo commune d tutti
ingegnarci di adoperare il contrario in qualche maniera . Et del come fra me
flefifo gid difcorrendo conchiudeua , che non inutile fatica D fercib jo
foifcorfo intorno perciò farebbe il fare vna raccolta di tutti i più f celti
vocaboli ; modi di dire , &prouerbi vfàti hoggidi \n Italia ,& in f mma
di tutto il meglio delle lingue noflre , la quale accommunandofi al 'mondo
conia fiampafferuiffe come pertheforo della noflra lingua vniuerfale , che in
quefta ma- niera ogni p articolar lingua d'Italia haurebbe la ptà parte nelle
fcritture di nome , & trapalereb- be con qualche raggio d'honore,& di
lode nè'fe- t oli à venire . Et io per hauerevfato lungo tem fo in diuerfe
citta , & contrade d'Italia? comin- ciai già à preparare la materia per vno
edificio sì fatto, pregando alcuno amico à darmi in nota quel più, ch'egli
poteffe raccògliere di particola - - re della f ’id lingua materna . Di che ejf
mdo io flato cortefemente compiaciuto da molti, affret- to l'ifteffo atto di
cortefia da qualùque altro bah hia à cuore l'honore della patria, &• la
lòde di f r flcffo , poiché quanta parte haurà ciafcuno nella pitica , che d
mia richièfla in ciò farà , tanta , & forf ? maggiore fi ? ne guadagnerà
nella lode,f ? io non vorrò, come non vorrò per certo >effereingr a to .
Ritornando bora alpropofito dopò l'hauer • vagato alquanto , dico , che
l'vfiaregli aggiunti in luogo de'fofiantiuipifi Jfrejfo di quello, che fi co
ftuma a no firi giorni , con giudicio però , & di - fcrete^a, altro non
farebbe, che faceoftarfi pià *" alla I Alla lingua Italiana. 5 51' alla
gétilev fan^a Greca fetida punto difcoflarfi , dalla naturalità della noflra
fauella. Habbia- mo anchora i nomi aggiunti Tanto , Quanto, che d noi dinotano
ogni quantità così continuata , co- me difcontinuata , valendo ilprimo i due
Latini Tantus, & Tot, & il fecondo i due Latini Quan tus, & Quoty
come dinotano a 7 Greci le lor voci TóTos, ouero Tosuytos, & Pófos. . Sogli
4- tuo noi il verbo Tatire tal volta pigliare perla verbo \ntrauenire,ò
accadere , quando verbi gr a tia diciamo , Il tale ha patita la tale difgratia
m così prendono talhora i Greci il loro Pifchein , che vuol dir Tatire . Il
nofiro verbo %Aggra- uarfiy in fimil modo di dire : il tale fi è aggr nuo- to
dinanzi al fuo Signore, cioè ,fi è lamentato d 7 effere aggrauato ,rapprefenta
il Greco Deino- patéin , adoperato alcuna fiata nella fleffaguifa, et il verbo
Solleuare pigliafi non poche volte per far ribellare, & riuoltare alcuno,
come fi pren- de il Greco Meteorizein , il cui proprio lignifi- cato è leuare
in su, come è del nofiro Solleuare » Grattare fogliamo dir talhora in luogo di
Lufin- gare, come 1 Greci Catapséchin, cioè » Strebbia re, in vece di
Colacéuein ,cioè lufingare.E come ejfi al verbo Biazein., & Biazefthai
fignifican - . te sforare , & effere sformato , & deriuato dal nome Bia
, cioè forza , come di f ipra dicemm o. Di dati- fz V ifcorfo intorno derno tre
fignifieationi tra le altre , cioè, metter le [uè forze in fare alcuna ccfa
& effer neceflita - io di farla : & far forza , & violenta
all’altrui caftità, così noi tre fignifi cationi , & l'ifteffetre diamo al
verbo Sformare. Il verbo «cheto ,cioè* bauere, vien da loro tal volta vfatOj
fetida fog— giungergli altro, per effer ricco, ò hauer della ro - ha . così noi
prendiamo tal volta il verbo Haue. te , & leggefi ne buoni fcrittori
antichi il fuo participio Habhiéte in ifeambio di v4giato,ct di Ricco , come èprefo
da' Greci il loro participio cchon . Il verbo Studiare in noftra lingua
prcndefi non folo per dare opera ad alcuna co fa con molta attentane di mente,
&per ingegnai fi, & affattearfi, ma anchoraper jcllecitarfi, &
affrettar fi some v follo alcuna fiata il Boccaccio » & gli altri auttori
di quel buon fecolo l & vfart lo hoggidi non folo in Tofcana, ma anchènel
con tado di Bologna , per quello , che io v dì già dire al Signor Camillo
Taleotti, il quale bene ffeffo diportandoli nel fuo fhuoritiffmo Oriento., non
f degna di prender ui tal volta piacere , & frutto . da' rovi parlari de
gli habitatori vicini allagui fa, che egli fh in citta da’ dotti ragionamenti
de letterati > a quali fuol dare di continuo materia d'aguzzar lo’ no ezno
con fue acutijjime quiflio - ni f torà i Greci medefimmente chiamar fi. Alta
lingua Italiana « 5 j girono Spoy dèn non polo Vattentione della tneit te da
noi nomata Radio, ma anche la follecitudt- ite, & la fretta . lS{el prender
fi anche la noftrd lingua vna certa libertà ne' lignificati d' alcune parole f
può molto bene difenderli conio feudo della Greca . Eccone effe mpi . T^el
regno di “3N {a poli vfano affai di dire Tartar e in vece di men te, non
oflante, che v'hdbbia in molte città ilfuo proprio verbo, che è Anducere, fatto
dal Latino tAdducere . la Greca lingua anchora dona al fuo verbo Comizein , che
vai Tortare, Vifieffa già larare detta lignificatone. Vfauif i Me Jpejfo, in
vece d'Infegnare . & i Greci pren- dono il loro Manthaneinper Didafcein .
HdP noni i verbi Entrare (che eglino per lo più dico* no Trafire , che è dal
Latino Tranfire ) & yfeire a in doppio lignificato, cioè , ajfoluto , &
tranfiti-yfy 1 ***** ito, come gli chiamano i grammatici Latini : n myfi cto
fenga teff empio de Greci , // quali diverbi Eisbamo j Fcbaino firn valere
l*vno , n \ & l'altro .facendo il primo lignificare Entrare, ' %4 &
anche fare entrare, ò portare, & condur dert fyy^ tro ; & il fecondo,
Vfcire, & fare vfeire, ò pòr- tare , <& condur fuori . Salire dicono
anche non 1 folo il montarsi , ma il far montare , è il portar 7- / di sù, come
i Greci Anabainein •, Bene è vero 9 thè egli è vfo piu lofio de* poeti, che de
* prò fato - D 3 ri 54 Difcorfo intorno ri della Greca lingua il prendere in
doppia manie ra i tre giù detti verbi . llyerb o Stentare viene ^ vfato quafi
per tutta V Italia nella doppia ftgnifi- can%a t come anche il Greco
Tàlaiporein, al qua le il noflro verbo Stétare di fignificato corrifpon de
meglio di qualftuoglia altro verbo Latino:che Stentar fi dice chi dura fatica,
& difagio in alca na cofa, & effere fientato diciamo chi vien fatto da
altri durar dif igi , & fatiche . llabbiamo anchora noi di numero pari alle
Grecheletre vo ci de' verbi, che fignificano le differente del tem- po
affolutamente, ò perfettamente trapalato, v- ’ c>fiL f an< *° no1 dì dire
net tempo trafcorfo per e ff empio io fcriffi , Io hebbi fcritto ,& Io ho f
trino ; & * ° " con quefia terT^a voce dinotando noi quel tempo , che
i Greci chiamano Paraceimenon ,cioèag - Q Zf giacente , & vicino, & con
li due precedenti rap Z^T^frefentado quegli, che efii chiamano Aoriftoys,
t&cioè tempi indeterminati , inguifa tale , che tre o p voci vfano
equiualenti (f econdo la commune opi ~ ione )alle tre fudettc, quali fono
égrapfa,égra- Gégrapha . tìora ficomc noi cir conferì - do il tempo Taracimeno
di ciafcunverbo col fuo proprio participio del tempo paffuto , & col verbo
Hauere, diciamo verbi gratia, in vece del s Latino Scripfi, Ho ferino, così
anche fi vede, che i Greti, benché non molto beffo , cofiumauano -' r ? * ' • '
di AH.a lingua Italiana . 5 % ài fare,' dicendo, éc ho grapfas,écho perana$>
coho defas, écho crypsasi cioè , hofcritto, ho fitto , ho legato ,bo nafcofo .
Ma fetali circon~ fcrittioni babbiano forgu particolare, lafcieraf- fi per bora
nella penna ,cor rendo noi verfo il fine* & v olendo per ciò fornire queflo
quarto capo, il . quale chiuderò, con dirle , che parlando de ' pi, non fard
per auuentura 'fuori di tempo?. .frinì i /irvi n tini il tPW9.il fi V. il
uertire, che tal v olta pigliamo noi il tempo dente delmodo dimofirdtim per lo
tempo trapa f^^/\ C\ fato del mòdo defideratiuo ,come da' Greci fi CQ ^T^ 4
ftuma (benché effi in vece del hoftro pendente v fano più volentieri l Mrifio
in tal cafo ) dicendo per cagion d'ejfempio , Io vi andana, f tupelo™*'
cómandaui , in vece di Io vi farei andato , fe tù u mel'hauejfi comandato .
7\(è ottóne, che fi dica ^ altro del quarto , &.vltimo modo , nel quale
/flw no/lra lingua fi confa con la Grécaper conto del-**** le parole
^paratamente confiderate. %eft*,chc {jo alcuna co fa diciamo della parentela di
quefle ducQpfo fi- lingue nello accoppiare, él congiungere le par 0 ^ le
infieme, nella quale , per non ifiancar tanto V. S. Illuflrifi. faremo brieue
dimòra. Il par- y lare adunque, di cui patti facemmo daprincipiot&jji** le
parole fecondo quattro confiderationi da noì^^ ^^ diuife , & trattate ,
confifté nel congiungere , accompagnare fati in vna maniera , che in vnal- D 4
tv& r fS Difcorfo intórno tra effe parole tra di loro . Et volendo alcuna
fa dire della conueniew^a, che tra quefie due lin- gue fi truoua interno a
detto congiungimento 9 comincieremo dall* articolo . L’vfo di cui , ben- ché
appo i Greci non è V ifteff ? d punto , che è ap- po noi , pofcia che i Greci
Vadoprano con più lar- ghe leggi di noi, nulladimenovi ci prendiamo pur tanto
di libertà, fe non in vniuer fate , alme- no in qualche particolare idioma
dell* Italia, che alcuna fiata adopriamo l’articolo ferina bif jgno , ò almeno
in vece d’altra parola, come fi fa nel regno di Tfapoli, la doueper effempiofi dice.
Mi duole il piè. Ho male all’occhio, in cambio di di- re, mi duole vn piede, ho
male in vn’occhio. Co- sì fvfarono taluolta i Greci ; onde diffe colui nel , la
fiutola della formica Tòn tòy ixeutòy póda ’ laceri: cioè ,morfe il ptè dell’
radiatore: & quell* altro : Eith* cxecópé próteró tò n oph- thalmòn litho:
cioè, oh che innanzi mi f offesa * tocauato rocchio con vnfaffo . 7^ però dico
io , che in sì fatti parlari , Mi duole il piè , Ho male all occhio, fempr e r
articolo fia di fouerchio,per- . eioche quando io haueffi vn foto occhio ,
& vn > fol piede, ò all’vditore, & à colui, con cui parlo , fofje
manifeflo qual piè mi dolga, & in quale oc chio io habbia male,fen%a dubbio
V articolo non vifoproHanzcrebbe , ma vi ferirebbe per reite- ; ramerà Alla
lingua Italiana qj tomento della Co fa eonofciuta ,ficomè vi può tal volta f
bruire per premo flraméto, e tale altra per additamelo di detta tofa : ma dico
io bene, che Vi foprabondi , quando egli non fzt niuno degli ef f etti già
ricordati, ficóme egli non fu ne * foprapè Hi e fiempi Greci , il primo de *
quali è nella fiuto- la d'Ifopo della formica , & della Colomba , F altro
nel principio delle Tfttgole d y <Ariflopha- ne, che ciajcu no potrà
vedergli in fonte V Met- tiamo oltre di ciò F articolo dauati ad alcuno att-
uerò io , onde egli s'acquifla for’ga di nóme , & diciamo , il come, il
quando , il perche, in ifeam- bio di , il modo , il tempo , la cagione . &
i Greci in ftmilguifa ponendo V articolo dauanti al Pòs, cioè, come , & al
Potè, cioè , quando, & al Dii tì, cioè, perche], & a moltiffimi altri
amerbi, et quali -non potiam noi allogarlo, gli adopr ano fi- milmentc in
cambio di nomi : Sogliamo anchort t noi dire , il configlto de 7 diece ,
tacendo la voce 9 Uuomini ,ò Senatori , b altra parola pià conuc- neuole :
& con fimil figura dicono in Firenze i quarantotto , & in Bologna i
cinquanta , come fanno i Greci, prefio i quali fi legge hoi triacoti ta, cioè i
trenta, doue il compiuto parlare fareb- be , i trenta tiranni , parlando di
quegli , che fi- gnor eggiarono per alcun tempo il comune d'*A- thenc • Hello
accoppiar poi nome con nome in tnol - b & Difeorfot inwroo molte fate co'
Greci M**» ^fj n «cfdo ballerà per bora toccar • ^ j jciam0 noi, nome foftau
-tuo eoa pólis Rhómes , & ' Itcittàdi Roma ,co J..j c i (ne mettendo il PÓ
Hs A*bc« >X k j£ì£oUc*fo ; ebefe- nome proprio della cttan \ K ndyer
teroaUuna ^oltai L ’ ho(che poi fi Co. Ettori Franco] co ’ ffiThucy dideS Jjffe
F r4nc f C ^^ r c tdided’Oloro .fottmtenden- J ÌOt ^Ii4 nome figlialo , & elfi
« '» 0MC p ^° doni noi il nome 1}, , r awettiuo con folla - altro tale . Et ; -
dell’ ejfercito, cioè, la *• diciamo rfifli Ttodtf- maggior parte del B &
di' ifleffo modo de, Tò Ì‘ S** **>*" diciamo , llp>*j ‘ P * u
maggiorparte U maggior parte ,, Hfecodio delle volte. E (Madia Latina. Etpt-
cafo alla Greca , f crUt m di. gliando il compari W _ ,^ w ciamo per e ffempi »
. . g ocr ates hapii- *i i P ’ ^£ 2 % Stero. . U ton.tòn philosophon enlop
&/n . ali rio così diciamomi» ftiifW 0 *" > u£j fi t T cioè vn
certo huomo , come efi t , Htis cioè, ^Hei$ *» Alla lingua Italiana • W il
contrario ,ò , Tutto l'oppofito , come efiii pantoynantiòn : & altri tali
accoppiamenti ^ facciamo d lor famigliano^ . Quanto è poi al* l'accompagnar
nome co verbo , tra le molte con - . y ^ formità, che v'h abbiamo, fono
lefeguenti. E CO, . . , a jt \ ' fiume della Marca Triuigiana,& di buona
par-i te della Lombardia il congiungere co' nomi dèi -A numero del piu i verbi
del numero del meno, & dire jVerbi gratia, Gli animali corre , come co$ ^
fiumano di fare i Grect co * nomi neutrali, dicen^, p . ^ (io.TàZóatrÉchei. '
Tare anésira, che il fimi ; lev [afferò di fare alcuna fiata gli fcrittori^
Tofca ni . come che ion'habbia fegnato piu d vno f ■ -c£\:y^ eff 'tmpio , oltre
a que' pochi, che ne recano aletta : ^ ni, d'vn falò pero mi fauuienealprefénte
,che A _: M di Ser Brunetto nell' Ethica d' Jirifiot eie da lui. abbreuiata,la
doue parlando del Magnanimo di* ce così : Et è pigro di far picciole faef ? .
ma nellt co fa, la oue è grandi honori, & grandi fatti, non è pigro . A
molti verbi danno i Greci il fecondo* cafo di que' nomi , ne' quali trapalando
fottio* ne di tali verbi, non fi riceue ella, fa non in alcu- na parte di loro
. onde diranno, Piein hydatoSjr & efthiein artoy> cioè, ber dell'acqua,
& mah giar del pane, quando non fi bee tutta l'acqua, nè fi mangia tutto il
pane . Simile forma di dire v*\ fiam noi bene ffejfa , come fi vede nell' eff
empio ' • * - ' delle *t> Difcoffo intorno dèlie parole giù dette per
yulgarigamento delta Greche • Sogliamo etiandio noi in cambio del ’**^Bf* a -
•^*ei, dicendo yerbigratia , Vonfnre , 7{on yeni- ~j t H/ eryx ' uwuu vcì
uigraua , i\onjnre , i\on yent- * fi? ) tome ejfi Mé poiein, Me elthein ,
benché è ^ 'faitj'Ujo ilor conceduto di J urlo & con tali auuerbi , fìnga .
Molto è loro amica la particella Hot i , & la HosirìTjignificato della
noflra, Che , yfatn da noi in tali maniere di fiiuellare : Intendo , . thè
Vietro è -renato : Io so s che Giouanni non è J dnchora tornato ; dicendo ejìi
non altrimenti, che noi, Pynthanomaihoti, ouero hos, Pétros élthe : &,
oid’egò hóti Ioannes oycét’epa- ftélthe. Et così diranno Oid’ hóti eleufetai*
tome noi , so che yerrà : là doue i Latini adopra* no gl’infiniti, V enijfe,
BgdifJJc, Ventar um. *Au - dio Tetrum yenijfe ; Scioloannem nondumre- r Scioeum
venturum . *A’ yerbi di mo- * / *° “pimento foggi ungono quafifempre le
propofitio- ni altrimenti di quel che fanno i Latini , ma non già di quello,
che fncciam noi , li quali diciamo , yerbigratia , *. Andare in Mthene, yenir
da Mtbe ne, come efii Elthein eis Athénas-, & Elthem ap’Athenon : &
così taluolta d mangi à’ nomi che importano jpatìo di tempo, mettiamo la prò*
fofitionealla lorguifa • Onde quel di ienophon* Alla lingua Italiana! €% te, Hairoyfm
ctn tirisi mesi' dya-poleis HeU a * • . 1.5 . Ia |j *wì iiI rr rff .
lenidas,c(W numero di parole jipuò vulgo* ridire in quefta maniera : 'Prendono
in tremoli due città Greche 4 alcune particelle del parlati Jl dirottiamo -
cordine tra loro *& forameli* cor rifondenti alle Greche dell ijleffa feti
e . così vCiamo, Nonc hé, feguendo , Ma non , comi ejji le loro, M?nou Seguendo
Alla, oy de . £& + nophonteml primo tóge himauon » è #q^icW>è.^o ti >
noi> . ? toatés axias labón. : cioii \i& m vero * \ A * fta, bla
cafaikakro di ciò che tùpoffMwriputan do che vaglia danari, à niuno non ché in
dono da retti mane anche fe meno delgiuftopre^o n* . m È I «I .. _ Z 1 /..4Ì.A
prendevi . il Boccaccio pfl Philocopo : Certo, non che egli mandi me die, ma
egli non lafeierA Lf • • _ x. 1 fi* ^KTpÌÌp Pì\YWlP. t)Ot. i A -, tri di quefle
due lingue fi poffono notare: Che com&U~ sì diciamo noi, Far congregatane ,
Fare odore . <f in fece di, rendere odore, Far lalegge,.Far la re ~v+*f If*.
%ola. Fare il re , cioè creare il re. Far diligenza, , in tal modo di parlare»
par T amore. Far opera lo farò opera Rabboccarmi con Francesco ; Far €i
‘Difcorfo intorno fciù tirare alcuno , Farfe mbianti, Far di marnerà, j:
JTT7T-.. _ r. ^ .~me, Farai di maniera, che Francefco venga: J** efii Poiein,
ecclesia, Poiein ofmèn, Poi fcin tòn nómon, Poiein tòn canóna, Poi- ein tòn
bafiléa, Poiein epiméleianMnyein a crota, Poiein ergoti , Poiein anaehoreiai
ti- ^^4S^lia,Pokin émphafirt, Poiein hóto trópo,&c. cosi noi, Haùer collera
, Hauer glòria , Ha- , HakerZaflonate , Hauer Cura > Ha - y? y $ter\
ceruello , Hauer per cofiume , come effi, éehein chòlort v , <fr
aganaófcefin , éehein dò- xan,édiéin cacone éehein plegis , éehein
epiméleiartjéchein nòyn, cai phrénas, éche- indi J ethóys . còti quali voci tutte
altri verbi , thè Facere, ÒHabere fogliono accompagnare i Latini rie' sentimeriti
Jkbe fi danno alle prefate . maniere di parlare . po chi modi di fauella - lf
** r *-YF*è figurati , e prouirmali abbiàmo comune* co' Greci; che così , per essempio
fogliamo ma** dire, Vortare alcuno in testa, in vece di Farne f
-y^gran contò, come efii; Epi tè cephalè phérein e Landre ad alcuno il
capo, in vece di , nfà-ìrf fj'fowgti vtlhma, & riprenderlo, comeeffi Ply- .
non poiein tina: e chi è malageuole da cor
.reggere, ed ammendare così viene da noi detto. Cura malageuole, come da
loro Dyfcolon the- rapeuma. Ma e di questa sorte di rifeontri Alla LINGUA
ITALIANA. tonta greca lingua, e d'altro, chea cios^pparz. tenga, riferbandomi
io altrove d farne lutìgé trattato, non occorre qui dir più, fatuo che È-Mdt ti
fard per auùenturà malageuole il persuadètè% che di tanta conformità di qucfle
due lingue cagion sia lo auermi vd betta pofla volato raj fotti gliare il
parlar greco, è no più toflo vxt effèrùi Cà fudlmente abbatrutrneU'iflefe forme
did\re‘^ forfè anche pardi®, guidati in vncerto\vfodoÀ tiò dalla natutd'M
concetti, de' (piedi ritratta ed imaginefipud quasi dire il parlare ,»
&lepd± rote, tuttoché elle più veracemente fieh chiama* ti segni
-douendofixredéte, che l’ifiejf ? incontra d’alcune parole,
'&pbrAfi'auuengd trilingue di popoli lontanijtimi'fralbro, che d pena l’vnf
altro si confcono per fama i Ma ciò non deepre~ giudicar punto al nostro
intendimento principa heyche è diprouare l’eccellenza di quefia lingua»
cólfcruirciper pruoud della fimilitudine, eh’ella hdcon le più eccellenti
sanategli fa pM.tofloper noi, conciofia co fa, che sì cornei più valente quel
pittore, che ben dipinge di fhntafiadi quello,U quale ben ritrahe folamente, e
quel Voeta, che ben compone di suo cervello, di quel che tarato bene ciò fd,
quanto egli fegue de’buoni poeti la guida, così di maggior riputatiane ci sta
Cha- rter lingua nello esprimere i nostri concetti e pen- DiTcorfaintòrnó; pensietii
gareggiante con le migliori, l*qu<ilfùg matafia da noi , f *nga avere altro
essempio da tMW# /^/àr favella, della cui forma abbiamo l'impronto hauuto d’altra
lingua isf v - certo, come ffo #o h ow
mi creda, cfce /a maggior parte della similitudine di queste due lingue sia casuale
– H. P. Grice: “Italians never cared, like Jones, did, for the general Aryan
hypothesis, as long as they could post a ‘non casual’ connection between Greek
and Latin, or Grief and Laughing, as we say at Oxford!” -- , credolo però d’alcuna
parte,&• bollo per molto fimile al vero . flora battendo io piu voi* , te
imaginato ejferquafi imponibile, che la nofira fiiuella dell' Hebraica vniuerfj
madre -di tutte nonferbi molti lineamenti , non foto per la cagio ne vniuerfale
già detta , ma per lo lungo ftudio & continua lettionede * due tejlamenti
vecchio* & nuouo (ejfendo l'vno flato fcritto tutto in He . - braico da
principio , & l'altro parte in Rebr ai- co, parte da Hebrei , oda difcepoli
d'H ebrei nel- lo fcriuqrlo hebraeggianti ) della quale tutti i no Uri antenati
Cbriftiani ò immediatamente, òper l'altrui me^o ban partecipato , chi molto,
chipo co,ho voluto fkrpruoua,fe fi trouajfetra quefia lingua ancbora , & la
nofira , qualche notabile conuenienga d'altra f irte però delle gid trouate da
alcuni ; nè la pruoua è fiata vana , come da gli ejf vmpi, che f aggiungeremo ,
fi puòfhr chia- ro, ‘ Percio che non è da dubitare , che la nofira >
*t*é»y*yace Creatura, la quale fi piglia jppejfoper la fo* vr «4hyt&
ragioneuole , che è 1 buono > in quanto è rap- Alla lingua Italiana. 6 %
’ieffi prefentotriceper lo più di tal concettò ,non fta el mhr la, per dir così
3 creatura della lingua tì ebraica, hauendo noi nel Vangelo ( l'enea dire di
molti al , n tri luoghi della [at ra frittura) Vr adicate Euan t$ gelium omni
creatura . Così il pigliarla -voce .Anima per la fola ragioneuole , anzi per
tutta l'huomoy come quando diciamo, Bologna fa tan- - te migliaia d’anime, può
venire dall’ Hebreo, ba- ttendo noi nel Genejì , OFlo anima fuerunt in ar - V*
*X T « rt _ J - * 1 • I I t . . a . tutti ca Ts[oe . onde viene anche il dir
noi Fratelli co» nati quei, cì)e fon nati d'vna ificjfa madre ,c d' ^ ♦7 /I _I
_ I . % m ’i£ll ' i " •• «»» mudi
(t j/««" é, padre, hauendo battuto riguardo a quel \io, l U0 g 0 del
Genefi. Frater noster, caro no i/i lira, che vuol dire . Fr/ttpl nn(ì-v>/y -
fì ltra, che vuol dire , Fratei nojlro carnale, fecon^ * do viene egli
interpretato da' più.intendenti : Eti^try^-y z \d» H d lr ì Dormire con alcuna
, in vece di , conojcerr actlòM/reo. gl (u carnalmente , 0 piu tolto (come in
tdnti luoghi 0 fi legge del Boccaccio ) giacer ficon alcuna ; leg % gendoft nel
Deuteronomio , Maledittus , qui dor - U rnierit cum omni iumento: Et cjuello
vfare It dir. Sì, & sì, in vece di replicare le altrui paro* ^ K } e per
auantiref erte ; leggendofi nel quarto de i 4 ^ » *1 , Ingrejfm eSlitaq; jqaa- . man aci Dominarti
fuum, & nunciauit ei dicensi (, p> & fi c loquuta efi puella de
terra lfrael ; per ¥ n reiter are le parole da colei dette, & raccon - , ^e
dalihisìorico poco innanzi , le quali fono % 1 £ Vti. • * ' me -Difco^fb
intorno t : «A Vtintimfuiffet dominustnettsad prophetam^qM eft in Samaria ;
profetiti cuvajfet eum à lepYai quam habet . ^An^i è da credere fermamente^
effendo fiata la Bibia trafilata primieramente d'Hebraico in Greco , &
attaccatifi alla Greca molti Hebraefimi ,& poi dal Greco traportata nel
Latino, & trapaffatinella tradottione Lati- na molti & Hebraefimi , &
Grecbefimi , & fi- nalmente vulgar legata da gli fcrittori ,& dai
predicatori, chabbia nellanoflra lingua recate - voci Htbree , Greche , &
Latine , & inneftata gran quantità nonfolo di Hebracfimi , ma di
Grecbefimi, & Latinefimi anebora , che così per breuità chiamar voglio al
prefente le proprietà , di quefie lingue . Truoua di ciò faranno per bo- ra in
qualche parte quefti pochi ejfempi : Quella forma di parlare: Il tal e mi mandò
dicendo, che ei verrebbe, ficome non ha dubbio, che non J Latina , & il
douerfi ella più toflo dir Greca, è' t a:V’v<. » — f J, chiaro dal trouarfi
ne * buoni fcrittori Greci, é pé- pfe legon, épempfe celéuon , cioè, mandò di-
cendo, mandò commandando ; così tomi perfua - do, che ella non da buoni
fcrittori Greci , ma dal; la tradottione Latina del Vangelo Greco fia fiati
portata nella noHra lingua vulgare , leggendo- • nifi , & più d'vna volta,
fe mal non mi ricordo « ✓O rs Mifo eum dicens* ; Et lay oce
Traditore * ' w -V di ri AHa LINGUA ITALIANA •^ dhcorpa LATINA con quel figni
ficaio y thè ha nel noflro bulgare, non da antico fcrittor Latino, m(L dal
predetto V angelo fard trapalata a noi, ejfea do ella dal V angelica Marco
attribuita come per cognome a Giuda, il quale battendo data Kofi™ Signore nelle
mani de' Giudei, viene per ciò chiamato Traditor nel Vangelo Latino , cioè 9
datore , che confonde al Greco, Para dot es,?- fato da S, Marco ♦ H ora, perche
egli noi diede femplicemente, ma con tradimento, perciò il no- medi Traditore
comincio poi à lignificare chi da ua alcuno in mano altrui con tradimento,
& chi in qualfiuoglia altra gui fa tradi ua alcuno . Così il verbo Mettere,
che vai Toner e, è per mio aui- P9Vr^, % J° fatto dal Latino M itto, vfato nel
Vangelo Còti L, tal lignificato : Sicomela , doue firacconta , che «j Kpfiro
Signore commandando à s. Tietro iche ri *&*\Pf* ponejfe la fp a da nel
fodero, diffe , Mitte gladium É tuum in vaginam, in vece di direnane, ò I{eco *
CT* 4 * de . percioche il trafilatore trottando quiuitlGrt ffify co Bàie, che
ha per ordinario il lignificato di , V* / Mitta,& dirado quel di, Tono, ò
facondo, s'ap - c **'f*~ pigliò al piu vfato . Ter ta qual cofachi vorrà, n %
d< f tlllbr f diligentemente guatare , trouerà affai fimi rifcótn sì fatti,
come trouatihabbiant . ^ not,& notatili per farne moflra à fuotempo *
EtZf*^ 0 *' dico pii, che oltre £ libri ^cclefiafikUmolti al^af^i/^ ! «3
®féorfo intornò tri Greci di FILOSOFIA di medicina , & fattoi materie piti
fedelmente , che Latinamente tradot . >ur 4i già in Latino, & di Latino
fatti bulgari, han - no nel noUro bulgare introdotte mólte forme di dire, &
anche parole quanto fta al corpo, ò al SIGNIFICATO [H. P. GRICE] 3 ò ad altri
accidenti Greche, ficomei mólti effempi che addurremo, faranno mani fello,
acciochealtri non creda!, che io mi creda del- la conformità di quelle lingue
effer fola cagione Vhauere anticamente buona parte d'Italia parla- to tn Greco
. ?\ {ella Latina lingua finalmente quante parole ,&guife di parlare oltre
à molti altri accidenti fi truouino, le quali prodotte fen- . . ^a nome d y
auttore,farebbono da * dotti etiandio » & bene intendenti del Latino
filmate per pure Italiane , & impure Latine , nella mìa più volte t - .
detta opera fpero dì douer moftrare d pieno . La doue come per giunta alla
derrata fi verranno forfè à feoprire glivltimi termini, <& confini della
lingua vulgare,& della Latina . Il che non curerò per bora di prouar con
effempi , temendo bormai -, che non rìefca d V. Sig. lUufirifi. que- . fta mia
fcrittura fatieuole, & noiofa . La quale offendo fiata da me diflefa in
fretta , non può ef- fer é ferrea molti difetti , & mancamenti . Con - f
ortomi però , che per molti ,& grandi che efji fieno, dinari ài
difcretifjimo giudicio di bei rjftrf I - I * II - /• fif j k tìA i» tè % fi- li
ini ti- nti a n- [J, ? « tt * AHa lingnaTraliaffà fa fotta itoihe effetto ptà
che d'altro di mìa prò» " t€ X?i a tnferuirla , / cuferd , <&
ricoprirà in guifa,che io per auuentura non hau* \ tò à perder nulla nella fua
opinione di me, e farò per fà- \ re più toflo alcun guadagno nella grafia ,
& nell' amore 1 -- il F I T^E. Laus Dea » Virginia Deipara & ’j 19 ni
in b It fi k lì Errori di Scampa più v importanti. If. (9, tuo 1J • à. i
vicenomi der mu- ti fami , V- IO* Latino» 2^ 3 ^f t 19 .té eost mi da noi pafiono
fi 1 . cortuthittam • '^i.fam,. Corretti. j \'iì fico » victnomi difaccentati
ài m/iri deriuatifcemt cor rifondenti. Latino, benché egli con tut t° ciò tr
g^a piu alGre , co, che al Lai. 2\j, &c» Così noi da pajfjiont conuetìiam*
■" fama ? T f>- r / C' > ♦ |
v\ KB HO K . & ,v «ftr f 8-
Difcorfgj; intorno * 0 molte fate co' Greci conueniuano . Delle quali bufferà
per bora toccar Unto , che congiungendo nomefojtmiuo con fofiantiuo così
diciamo noi, la citta di i{oma , comeeffì Pòlis Rhòmes , & Polis Athenòn ,
la città d'^Àthebe, mettendo il nome proprio della città nel fecondo caffo ;
che fe- cero alcuna volta I LATINI, ma follmente nel ver A- & così Frane
efco di Tetraccho (che poi fi difie Francefco Vetrarcajcomeefli Thucydides
OÌQioyycioè Thucidide d'oloro ,fott intenden- ti notai nome figliuolo , &
effi il nome Pais, ò diro tale . Et acco^andofi aggettino confoflà- ttuo
diciamo così noi , il piu dell' efferato, cioè , la maggiorparte dell'
efferato, come diffe Thucidu de, To pleion tòy ftratòy . * aWifteffo modo
diciamo , il piu del tempo , il pià delle volte, per U maggior parte del tempo.
Li maggior parte delle volte , Et diamo a compar attui il fecondo safo alla greca
,non tl fefia alla LATINA. Et pi- gliando il eomparatiuo hi vece delfuperlatiuo
di c [ am °pzr- cffentp.iQy.Socr attfù ilpiàfauo di tut- ti i pbitofophiycome
in Greco Socrates hapan-' ton ton philosòphon en fophòceros. oltre di ciò così
diciamo noi, in certo, Vnfolo,&Vn' Duomo», cioè , vn certo huomo , come
efii , Hcis tis , Hcis mònos ( che Mia oie diffe Homero . aoè, vnajolaj &
Héis anèr % & cosi noi, Xut - 5 ’ to Alla lingua Italiana. tt> il
contrario ,ò , tutto F oppo fitto , come efii* pintoynantión : & nitritali
accoppiamenti facciamo d lor famigliando, Quanto è poi aU r accompagnar nome co
verbo , tra le molte con- formità , che v*h abbiamo, fono le feguenti. E c®>
^ fiume della Marca Triuigiana,& di buona par^ te della Lombardia il
congiungere co nomi dii numero del più i verbi del numero del meno, & dire
, verbi grafia, Gli animali corre, come co $ fiumano di fare i Greci co’nomi
neutrali, dicen -s do. Ti Zóa trechei. Tare ancora, che il fimi le vf afferò di
fare alcuna fiata gli fcrittori^ Tofca ni . & come che iorihabbia
fegnatopiud vno e jf empio , oltre d que * pochi, che ne recano alcu^ ni,
d*vnfolo però mi fouuierie alprefente ,che A di Ser Brunetto nell* Ethica d*
Jirijlot eie da lui abbreuiataja doue parlando del Magnanimo di- ce così : Et è
pigro di far picciole fi/efe . ma nello cofe, la oue è grandi honori, &
grandi fatti, non è pigro . kA. molti verbi danno i Greci il fecondo* cafo di
que* nomi , ne* quali trapalando Fottio - ne di tali verbi, non fi riceue ella,
fi non in alcu- na parte di loro , onde diranno, Piein hydatoSjr & efthiein
àrtoy, cioè, ber dell* acqua, & mah giar del pane, quando non fi bee tutta
F acqua, nè fi mangia tutto il pane . Simile forma di dire v- fiam noi bene
jfeffo,comefi vede nell* ejf empio delle L *rt * * . • ''Ifc'.. OiQto X
Difcotfo intorno delle parole giù dette per yulgarigamento delti Greche .
Sogliamo etiandionoi in cambio del m ^° commandatiuo metter l'infinito ( con
gli r e€^^Lftnuerbi però foli del probibire) come fanno i Gre pi, dicendo
verbigratia , 7S {onfkre , ?y [on veni- - i , w > tome ejji Me poiein, Me
elthein , benché è 'hi* jMjq g Ìoy conceduto di furio & con tali auuerbij
& finga . Molto è loro amica la particella Hot i , & la Hos
itTjignificato della noflra , Che , vfats , £ ài noi in tali maniere di
fhucllare : Intendo , ti a J^ àe Tietro è venuto : Io so , che Giouanni non è
Sncbora tornato ; dicendo efii non altrimenti ,che noi 9 Pynthanomaihoti, ouero
hos, Pétros élthe : otd’egò hòti Ioannes oycét’epa- fielthe . Et così diranno
Oid’ hóti eleufetai* tome noi , so che verrà : là doue i Latini adopra- no gl
infiniti , V enijfe , Hedijjjc, Venturum . ^Au- dio Tetrum v enijfe ; Scio
loarmem nondum re - w. /ZJpfci Scio €um venturum . W verbi di mo- r+ / ‘'Cimento Aggiungono quafi fempr eie propo
fitti- vi altrimenti di quel che fanno i Latini , ma non già di quello , che
fùcciam not , li quali diciamo , ver bigrati a , * Andare in *Atbene , venir da
Athe ne, come efii Elthéin eis Athe'nas-, & fclthem ap Athenòn : & così
taluolta dinangi à' nomi che importano Jpatio di tempo ,mettiamo lapro-
pofitiene alla lorguif % . Onde quel di Zenoph on- te, ^ / + oi ■ t&Jk. t-
Alla lingua Jtftlkna, fi te, Hairòyim cn Misi mesi' dyo poleis Het- ^ ìcnidzs,
con pari numero di parole fi può vulgo* fidare in qucfta maniera ;; Trendono
intremefi due città Greche 4 ^Alcune particelle del parlavo ^ diportiamo ,
cordine tra loro A c$r /fap mdt*J*°*“* corrifpondentifllle Greche ieWifiefifia
frette : & così v Ciamo, 'Nonc hé, feguendo , ho» > cowt ejjì le loro,
Mthoti , / ignendo Allà oydè Pigiai * nophonteml primo /de- fin oi s/tpon nem i
Cajtoi * tóge Uimation » è te&Qiciafli, è. aito ti yhòi> cé&efai i
opj mio argyrtoy ^xÌQOQÌRai,oy-? deni àn pne bori proica d°* es AU’oyd’elat*
toatés axias iabón. i ciati ii& m vero. ò la **» , fila, o la tafiamkro di
ciò c^e tùpoffiedh.riputà* do che vaglia danari , à ninno nonché in dono
<ftfc retti ; ma ne anche fe meno del giufio pre^o no prendefii , il
Boccaccio: nel Thilocopo ; Certa non che egli mandi me à te, ma egli non
lafcier& mai venire te la doue io fila
T^ellej orme poi del dire della fcbiera delle fieguenti infiniti rifi
:otF tri di quefte due lingueji poffono notare: Che co* _ , sì dic/amo noi ,
Far congregatone , Fare odore in vece di, rendere odore, Far la legge,, Far la
re §<*, gola. Fare il re , cioè creare il re. Far diligenza, Q t^ era, in
tal modo di parlare» Far V amore. Far opera, lo farò opera Rabboccarmi con
Francefico : Far viti- i \ fi • Difcorfo intorno r C' tirare alcuno , Far fe
mbianti, Far di maniera, w J^^toi — ' ■ TT - 4 * J: - L - ^ tome y Farai di maniera , che Frane efeo
venga : y**tyijhà$ome efii Poiein, ecclesia, Poiein ofmèn. Poi jlT*
fcintònnómon, Poiein tòn canóna, Poi- ^ cin tòn bafiléa, Poiein
epiméteianMnyein * • A # A A a erora,
poiein ergon , Foiein anaenoreiai ri- £^e/)»t!a,Poiein émphafin, Poiein hóto
tròpo,&c.> b co« «ai, Haùer collera , H4«er g/orù , H4- ^ *«* W4/; ,
Houerbafionate , H4#er £ , H4- $ter\ceruello , H4#er per coflume , come ejfii
échein chólort \ & agana&efin , échein dò- xan , édieincacòn* échein
plegis , échein r epiméleiart,échein nòyn, cai phrénas,éche- in di’éthóys . con
quali voci tutte altri verbi, éhe lacere , ò Habere fogliano accompagnare i
latini ne' fentimenti , che fi danno alle ore fate- ì maniere di parlare . Wè
po chi modi di fkuella- irf&M—WHe figurati proucrvtali habbiamó commi r-
" ' x pi co' Greci ; che così , per eff empio ; fogliamo dire , Torture
alcuno in te fin y in vece di , Farne ^ t # -
w j . gran contò, come efii s Epi tè cephalé
phérein di J - ^ tini, & Lattare ad
alcuno il capo , in vece di. w . r ' ~ iijj/ì villania riprenderlo , comeeffi
Ply- 'non poiein tina : d 7 * chi èmalageuole da cor « - .reggere , e£"
ammendare così viene da noi detto\ Cura malageuole , come da loro Dy fcolon
the- r ape urna . Af4 di quefta forte di rif :ontri 4 H Alla lingua Italiana.
tonta Greca lingua', &d')alm, chea ciòs'ppdf*, ■tenga , riferbandomi io
altroue ci farne lungo trattato, non occórre qui dir più, fatuo che &Mdt ti
farà per auùcnturà malagettole il perf cadere^ che di tanta conformitàdi qucjle
due lingue (ra- gion fia lo hauerdooiyà bella pofta voluto rafforzi gliare il
parlar Greco, è nópiù toflo vri* effetti M finalmente abbattuilmIViflejfe forme
di dimi forfè anche parola, 'guidati in vncerto\iyodoÀ : tiò dalla naturò, de'
concetti , de' quali ritratta », & imaginefi può quafi dite ilp orlare?
& hp<&» roie, tutto ché elle p iùup eracem ente fìen chiama* tifegni
•: douendofuredérc, che l'iftejfo incontro d'alcune parole,' &
ptìrafiauuengd trolinguedi popoli lontanifiimifralbro ^ che à penai' vn l'al-
tro fi cónf :ono per fama i Ma ciò non dee pre- giudicar punto al noftro intend
imento priucipa teycbeèdiprouareVeccellenxa di quefia lingua,, cól fcruirciper
pruoua della jìmilitudine, ch'ella hà con le più eccellenti : angi egli
fdpiu.tofio per > noi, conciofiacofa, che sì cornee più' valente quel
pittore , che ben dipinge di fantafia di' quello ,d' quale ben ritrahefolamente
, & quel Poeta, che ben compone di fuo ceruello , di quel che tan- to bene
ciò fà, quanto egli fegue de' buoni "Poeti la guida, così di maggior
riputatane ci fia Pha- \ #4 , *• Difcorfa intòrnò , pwfi&h gareggiante con
le migliori , la qudlfhq matafia danoi,fengahauere altro e ff ‘empio da* Uanti
,cbe Pvfar fàuella , della cui forma bah* biamo V impronto hauuto da altra
lingua . Et certo , come che io non mi creda , che la maggior parte della
fimilitudine di quefte due lingue fta taf iole, credalo però d alcuna parte,
& bollo per molto fimile al vero . Hora bauendo io piu voi* te imaginato
ejfer quafi imponibile, che la nostra favella dell’ebraica vmuerfj madre\di
tutte non ferii molti lineamenti, non soto per la cagio ne vniuerfdle gii detta
, ma per lo lungo fludio,' & continua Unione de* due teft amenti vecchio*,
tir mono (ejfendo Vvno flato ferino tutto in He % . braico da principio , &
Poltro parte in tiebrai- c o , parte da Hebrei , oda difcepoli dtìebrei nel -
lo fcriuejr lo hebraeggianti ) della quale tutti i no Siri antenati Chrifliani
ò immediatamente, òper V altrui mexp han partecipato , chi molto, chipo co, ho
voluto far pruoua,fe fi trouajfe tra quefta lingua anchora , & la noflra ,
qualche notabile conuenienga d altra forte però delle giàtrouate da alcuni ; nè
la pruoua è fiata vana , come da gli eff mpi, che f aggiungeremo , fi può far
chia- ro . Tercioche non è da dubitare, che la noflra * y**My>&<>ce
Creatura, la quale fi piglia JppeJfo per la fo* ' Wufa+lfi ragionerie 9 che è
Ibuvino , m quanto è rap- • £ b, u r ’u « Ut n. n- Ui (fi j di il Li .fi* &
m, di ; i e Ir s Su f / i' r Y Alla lingua Italiana. <fj Ì brefentatriceper
lo più di tal concetto iìlón fia el a, per dir così , creatura della lingua
Hebraica r -» bauendo noi nel Vangelo ( f enga dire di molti al tri luoghi
della fatra frittura ) TradicateEuan A gelium omni creatura . Con i l pigliarla
voce St . * minima per la fola ragionevole , an^i per tutto l'buomo , come
quando diciamo , Bologna fa tan~ te migliaia d' anime, può venire dall Hebr co
ba- ttendo noi nel Genefi , Olio anima fuerunt in ar~ ca Isipe . onde viene
anche il dir noi Fratelli nali quei,~cì)efon nati d’vna ilteffa madre,c £v- no
ifteffo padye, battendo hauuto riguardo a quel \ luogo del Genefi j 7. 27.
Frater nofter , caro no ftra, che vuol dire , Fratei nofiro carnale, fecon^',
do viene egli interpretato da' più intendenti : Et 0 &Y 7 hf J r il dir,
Dormire con alcuna, in vece di , conoscer £ a^lum.a< la carnalmente , ò più
tolto ( ;ome in tdnti luoghi fi legge del Boccaccio ) giacerfi con alcuna ;
leg-y gendufi nel Deuteronomio, Maledittus, qui dor- mierit cum omni iumento :
Et q uello vfare dp^ dir. Sì, & sì, in vece di replicare le altrui paro -r
^ er auanti referte ; leggendoli nel quarto de £ \ ■ tal J\e , al quinto
capitolo, Ingrejfm efì itaq; Naa- ‘W y tindm fuijfet dominùs-meus ad
propbetam^qàt eft iti Samaria ^profettò curaffet eumà lepra 1 , mam habet.
J.ngi è da credere fermamente*- e (fendo fiata la Bibia trafiatata
primièramente d’Hebraico in Greco , & attaccatili alla Green molti
Hebraefimi , &poi dal Greco traportata nel Latino, & trapaffatinella tr
adottione Lati- na molti & Hebraefimi , & Grecbefimi , & fi-
nalmente vulgari^ata dagli fcrittori ,& dai predicatori, chabbia
nellanoftra lingua recate yociHtbree, Greche, & Latine > & inneftata
gran quantità nonjolo di Hebraefimi , ma di • Grecbefimi, & Latinefimi
anebora , che così per breuità chiamar 'voglio al prefentele proprietà j di
quefte lingue . Truoua di ciò faranno per bo- ra in qualche parte quefìi pochi
ejfempi: Quella forma di parlare : il tal e mi mandò dicendo , j ihe ei
"verrebbe , fìcomenon ha dubbio ,■ che boti j Latina , & il douerfi
ella più tosìo dir Greca, è’ -/' Jl ■ r :a.u : «ir*»-' ebiaro dal trouarfi né
buoni fcrittori Greci, epé- pfe tégon, épempfe celéuon , cioè i mandò di-
tendo, mandò commandando ; così to mi perva- do, che ella non da buoni
fcrittori Greci, ma dal* la tradottone Latina del Vangelo Greco fia fiati
portata nella nofira lingua vulgare, leggendo- * ìiifi , & più d'vna volta
, fe mal non mi ricor do% il* Mifit ad eum dicens « Et l av_Q ce Traditore*
/jjtAMjwa fi# fa tifi Ifrf! tta tifo w rf "il ec& fa w • >n AHa
Jingualtaliafta T 4^ Acarpo Latina con quel fìgnificato ytheha nel ìtoflro
bulgare inonda antico fcrittor Latino, ma dalpredetto V angelo farà trapalata à
noi, effen do ella dal V angelifia S. Marco attribuita co«* ' me per cognome à
Giuda , il quale hauendo dato *2fpJlro Signore nelle mani de 9 Giudei, y iene
per ciò chiamato Traditor nel Vangelo Latino , cioè 9 datore , che
corrijpond§al Greco , Paradótes^T^» fato da S. Marco ♦ Hora, perche egli noi
diede [empite ement e y ma con tradimento , perciò il no- me di Traditore
cominciò poi à fìgnificare chi da ua alcuno in mano altrui con tradimento,
& chi - in qualftuoglia altra grufa tradiua alcuno . Così il yerbo M ettere
, che yal Toner e, è per mioaui- P+Yr^> m //) ’frtt'ti 1 /7/r / T sf rivi sk
+ f* r/ 7 _ ^ fo fatto dal Latino Mitto, yjato nel Vangelo Con ^ #1 • ^ tal
lignificato : Sicomela , dotte firacconta , cta V^ofiro Signore commandando d s
.Tietro icbe ri ponejfe la jpada nel fodero, dijfe, Mitte gladium tuum in
vaginam, in vece didire,Vone, ò meco i- CrT 4 * de . percioche il traflatore
trottando quitti il Gre co Bile , che ha per ordinario ilfignificato di t S
Mitta, & dirado quel di, Tono, è facondo, s’ap~ C *y*' , pigliò al piu
vfato , Ter la qual cola chi vorrà *c*dtsd**>i <r#$ TOfcorfointor nò Itri
Greci di FILOSOFIA, di medicina , & fatto ^ materie piti fedelmente , che LATINAMENTE
tradot 4i già in Latino , <& di Latino fatti vulgati, han- no nel noUro
vulgate introdotte mólte forme di dire, & anche parole quanto fta al corpo,
ò al li- gnificato, ò ad altri accidenti Greche, ficomei mólti effempi, che
addurremo , faranno manife- sto, accioche altri non creda], che io mi creda
del- la conformità di quelle lingue eff et fola cagione Phauere anticamente
buona parte d'Italia parla- to in Greco . Isella Latina lingua finalmente
quante parole , & guife di parlare oltre à molti altri accidenti fi
truouino, le quali prodotte fen- %a nome d y auttore,farebbono da * dotti
etiandio , èfr bene intendenti del Latino filmate per pure Italiane , &
impure Latine , nella mia più volte - . detta opera fpero di douer mofirare à
pieno . La ! doue come per giunta alla derrata fi verranno forfè à fcoprire
glivltimi termini , & confini della lingua vulgare,& della Latina . Il
che non curerò per bora diprouar con eff empi , temendo hormai -, che non
riefca à V . Sig. Illufirifi. que- . fta mia frittura fatieuole , & noiofa
. La quale eff endo fiata da me diflefa in fretta , non può ef- feré f m%a
molti difetti , & mancamenti . Con - f ortomi però , che per moki ,&
grandi cheeffi fi eoo, dinari al dif sretijjìmo giudUio di UiPjfttf f "•».
'? j I * Il / -A M ! • j , r . r il ' AHa lmgualraliatfji 6> fa ffotta%cihe
effetto più che d'altro di mia prò» in f eru irla, fcu fera, & ricoprirà in
guifa,che io per auuentura non bau - \ : ' ròd perder nulla nella fuaopi~ nione
di me , & "* ' r V. farò per fà- -, re più tofto alcun guadagno nella
grafia 3 & nell’ amore. IL F I 7^E. • -< Laus Deo , Virginiq; Deipara
Errori di Scampa più V importanti. Corretti, If. (f. tuo 17. 6 , i vicenomi
derma* ti fcemi . f vietinomi difaccentétì di n-,jtri derma ti ( cerni cor rif
jondenti. Nome compiuto: Ascanio Persio.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pessina: la ragione conversazionale –
filosofi italiani (Roma).
Filosofo italiano. Roma, Lazio. Abstract. H. P. Grice: “At Oxford, for the B.
A. Lit. Hum. we do study Cicero in Latin; at Bologna, they study it in LATIN
*and* Italian!” – Keywords: Cicerone, Leech on Grice’s programme as
‘conversational rhetoric’ -- Luigi P.,
the author of 'Precetti di rettorica ',
was an Italian educator and author known for several other publications related
to rhetoric, poetry, philosophy, and literature, primarily published in Naples
and Bari. Information regarding his place of birth is not explicitly stated,
though he was active in Southern Italy. Other Publications In addition to 'Precetti di rettorica'
(published for private use at his institute), P. published several other
educational works, including: “Precetti di rettorica, e di poesia” – Naples --,
“Elementi di poesia ad uso delle scuole” – Bari --, “Istituzioni di rettorica e
belle lettere” – Naples --, “Storia della letteratura antica e moderna” –
Naples. These
titles indicate his focus on classical education and literary studies, intended
for use in schools or private institutes.
The search results did not explicitly mention the exact town or city of
his birth. Several individuals named “Luigi P.” appear in historical records
with births in various locations across northern Italy (Casatevecchio, Alme,
Varese, Stresa), but none are definitively linked to the author who was active
in Naples and Bari. His educational and publishing activities, however, strongly
indicate a long-term presence and influence in the Kingdom of the Two Sicilies
region. -- pppw^'i^wf BIBLIOTECA NAZ-,
Vittorio Emanuele III <v/// xx\:ilr F 7 Ó NAPOLI I COMPILATI DA LUIGI P. SOPRA VARII AUTORI,
PER USO DEL SUO PRIVATO ISTITUTO. l
TCfUOtiioi Ss ssriy q P'tifopixi) , S(» r« ro ^ast siyx( xpstrriuy rt(Xir)d)i
x«( r« 8ix«t» r«y gyayriojy.. . . . srt Ss stpos <yiou;, ov8’st T>)y
axpijSsarArtjy sirt<rnniti)y , pfStoy «xr* sxsiyi)! ies!a»i \sffovxxu Utilis
vero est Rhetòrica, propterea quod na- tura sunt meliora vera et iuata
conlrariis.,.. praelerea apud nonnulloa, nec si exquisitis- simam haòeremus
scientiam , facile est pet illant solam dicendo persuadere. Aristot.
Rhet. I. i. DALLA STAMPERIA FRANCESE. Al DELL’ISTITBTO. ^teccW'Otej Io vi aveva promesso,
miei amatissimi giovani, un transunto di precetti oratorii' ' dal quale voi
poteste raccogliere quanto si è detto di più utile da’ grandi Re- tòri, senza
darvi la pena di leggerne e di meditarne le voluminose opere. In- considerata
fu questa mia promessa ; dappoiché distratto dalle cure dell’edu- cazione di
quelli che misono stati in- teramente confidati dai loro genitori , e dalle
varie lezioni diarie, che sono ob- bligato di dettare nelle scuole annesse all’
Istituto da me diretto, ove risecar tempo da spendere in questo lavoro? Come
sperare una certa tranquillità di mente per leggerò attentamente in- numerevoli
precetti , esaminare le di- verse teorie e distaccarne poi quello Digilized by
Google IV che, secondo i mici scarsi lumi , esser potesse più confacente ad
istruirvi in questa parte ? Ma ho riflettuto per al- tro esser meglio mostrarvi
1’ ansietà di secondare il vostro desiderio, che man- care all’ intuito alla
promessa, deluden- do le vostre speranze. Quindi profittan- do de’pochi giorni
di vacanze, che vi ho accordate in compenso dell’esame da voi sostenuto al
cader dell’ anno scolastico, mi sono accinto all’ opera. Deggio intanto
ricordarvi, come già vi dissi più volte col vivo della voce , non essermi
affatto proposto per iscopo di presentarvi un nuovo trattato di Ret- torica ,
dopo quelli di Aristotile, di Ci- cerone , di Quintiliano , di Rollin, di
Ratteux e di tanti illustri retori. La scarsezza de’ miei lumi, c le mie po-
chissime letterarie cognizioni sono de- gli ostacoli insuperabili , i quali non
ini possono giammai far aspirare all’o- nore di questa palma. D’ altronde , che
altro avrei potuto soggiungere di nuovo dopo quello che con tanta maestria si è
trattato da questi insigni personaggi? Aristotile , Tullio e Quintiliano inimi-
tabili per l’argomentazione, e per l’or- dine ; Rollin e Ratteux diligentissimi
pel gusto , per lo stile , per gli ornamenti, eJ infine per la locuzione.
Considerando Digilized by Goog A itdaiique che faticosissimo ed incompali-
tfeile per la vostra età sarebbe il leggere accuratameate tatti questi ed akri
trat- tati oratorii, ha pensato farvi cosa gra- ta , riassomendo da essi quel
tanto elio possa servirvi ad acquistare cog,nizioni teoriche e pratiche dell’
arte oratoria. Nella maggior parte delle cose sono stato o un semplice
traduttore, o tutto al più un mediocre ristauratorc ; e se col volger degli
armi vi darete la pena di rileggere questo mio abbozzo, ed al- cuno degli
autori da me citati, voi vi ermvincerete della verità di quanto vi dissi. State
sani. V PRECETTI DI RETTORICA. NOZIONI PRELIMINARI Etimologia e Definizione
della Rettorica. Rettorica deriva dal Greco pYiropwn, eh’ è formalo da ^é<x
> , dico ; onde c quindi venuto pyjrfflp, Oratore. Aristotile definisce la retiorica:
« Ecttoj 5’ pYiropwri 3upa,ais 'Kepi exadrov lou tvcprflcu to 6V- Se^opLiVov
'Kidxvoy. Sit autem Rhetorica facullas in quoque re videndi quod contingit ^sse
idoneurn adfaciendamfidein. -- ^^ixei-lÀhX. -- E Vossio: Facultae videndi in
unoquoque quod contingal ad persuadendum conducere. OuAT. Inst. E CICERONE
(vedasi) : ìvVms {^civilis rationis) quae- dam magna et ampia pars est ,
artificiosa eloquentia , quam Rheloricam vocont... Of- ficium autem eius
facultalis videtur esse di- cere apposite ad persuadendum : finis per- suadere
dictione. De Invent. Quintiliano finalmente : Dic.im non utique quae incenero ,
sed quae placebunt : sicut hoc Rhetoricen esse bene dicendi scientiam. ( Inst.
orai.) NOZIONI FRELIMINAHI. Le quali defìnizioui , ad eccezione di quella data
da Quintiliano, e che sembrami non es- sere stata da alcuno seguita, possono
tutte aggi- rarsi a questa « Arte di favellare in modo ac- j) concio a
persuadere ». E seguendo siffatta definizione, è opportuno considerare , che
ogni arte dipende da regole e tla precetti , segui- ti i quali , il lavoro
riesce perfetto : ma per servirsi di queste regole e di questi precetti ,
bisogna d’ altronde , che l’ artefice abbia il ma- teriale e’I disegno su cui deve
eseguire le pro- S orzioni. Ora è da sapersi che così avviene ella rettorica :
essa in altro non si aggira che in una teorica di precetti e di regole, che
molto possono contribuire ad illustrare il di- scorso , ma che non contengono
poi il mate- riale , ossia i pensieri. E siccome il gran se- greto di
persuadere è riposto nella forza de’ pen-. sieri , nell’ eloquenza , e non mai
nella ser- vile pratica de^ precetti ; così è d’ uopo che premettiamo una
differenza tra i due vocaboli rettorica ed eloquenza : differenza, che non da
tutt’ i retori essendo stata presa di mira , molti giovani han credulo , che
menando a memo- ria un indice stei’ile di precetti , una farragi- ne di tropi e
di figure, fossero già al caso di possedere il gran talento di persuadere.
L’eloquenza adunque è il talento e 1’arte di persuadere, e la rettorica è la
teoria di quest’arte. Quella addita le sorgenti , questa vi attinge; quella
preparai materiali, questa gli as- sortisce , ne fa la scelta e li mette in
opera. L’ eloquenza è nata prima delle regole della rettorica, come le lingue
si sono formate pri- ma della gramatica. La natura stessa rende gli uomini'
eloquenti ne’ grandi interessi , nelle grandi passioni. Chiunque è vivamente
commosso , vede le cose diversamente da quello che non veggonsi dagli altri
uomini. Tutto è per lui oggetto di paragone rapido, di metafora; e senza
accorger- sene egli anima lutto , comunicando in quelli che lo ascoltano una
parte del suo entusiasmo. Un filosofo rischiaratissimo ha osservato , che anche
la plebe si esprime con ligure ; che nul- la è più comune , più naturale ,
quanto i tropi. In fatti , in tutte le lingue ed in lutt’ i ceti il cuore
s’infiamma , s’ accende il coraggio , scintillano gli occhi , è oppresso lo
spirito , il sangue si gela , l’orgoglio divampa , *la ven- detta inebria. La
natura si dipinge da per tutto con queste immagini forti , divenute ordinarie.
£ dessa il cui istinto insegna a prendere da principio un tuono modesto verso
quelli cui imploriamo il soccorso. La natura fa dunque I’ eloquenza; e se pur
si è detto che i poeti nascono , e che gli oratori si formano , ciò è stato
qnando 1’eloquenza fu obbligata di studiare le leggi , il genio de’ giudici ,
il metodo del tempo. 1 precetti sono sempre venuti dopo P arte. Tisia fu il primo
che raccolse le leggi della eloquenza , ma la natura ne dà le prime regole. E
intanto indispensabile di studiarsi ijucsti precetti ; ^poiché quantunque la
natura dia ad un oratore quel genio attivo che slanciasi fuori della comune
sfera , quella vivezza d’ ingegno, che sente ed esprime con un vigore che sor-
prende ; pure egli troverà più campo e più mezzi di un altro ne’ precetti dell’
arte quan- to più gli approfondirà , e gli avvicinerà ai IO l. grandi modelli; e tanto maggiormente
sarh con- vimo che quello che chiamasi arte , altro non è che il risultamcnto
della ragione c dell’ espcliciiza messe in pratica. Le qualità fondamentali d’
ogni specie d’elo- quenza sono solidità nel ragionamento, forza nelle prove ,
chiarezza nel metodo , ed una apparenza almeno di sincerità nell’ oratore. Ma
ciò non basta ; è necessario ancora che lo stile sia capace di cattivare , di
comandare qualche volta 1' attenzione degli uditori. Il gran- de ed il
principale scopo dell’ oratore è di persuadere ; ma per persuadere un uditorio
com- posto d’ uomini sensati , Insogna prima convin- cerli. Convincere c
persuadere sono adunque due cose assolutamente distinte. 11 filosofo convince
della verità pe ’l numero e per la forza delle prove ; ma 1’ oratore strascina
la nostra volontà, fissa la nostra irresoluzione , e ci forza final- mente a
volere ciò eh’ ei vuole , mettendo nei nostri cuori gli stessi suoi sentimenti.
La convizionc intanto è un mezzo , che 1’oratore non deve trascurare, essendo
una strada che con- duce più presto al cuore ; poiché noi non restia- mo per
nulla persuasi d’ una verità , di cui non siamo stati prima convinti. Si deduce
adunque, che per essere veramente eloquente , bisogna es- sere filosofò ed
oratore. Gli antichi perciò non separarono adatto 1’ eloquenza dalla filosofia
, ed i veri maestri dell’ eloquenza furono prèsso di essi filosofi. Lo stesso
Cicerone confessa che egli divenne oratore più nelle passeggiate delle
aceademie , che nelle scuole de’ retori. Fateor me oratorem, ai modo aim aut
etiam quicumque sim , non ex r/ieioram qfficinis, sed ex accademiae spatiis
extitiase, Ora- Ani. Il tor. ad M. Brut. Positmn sii tur in primis , sine
philosophia non posse tfficl quem quaerimus t loqueniem. Nou basta poi
all’oratore di convincere gli animi per mezzo della forza e delia giustezza del
ragionamento 5 1’ clo(|ncnza ha non solamente 1’opinione, ma le afiezioni , le
passioni da combattere e da soggiogare. In quo- slo è riposto il suo trionfo:
quindi il carattere distintivo dell’ eloquenza è un’ azione piena di calore,
più o meno veemente, secondo la na- tura e la forza degli ostacoli che deve
rovescia- re ; ed ecco per qual motivo essa con una fles- sibilità ingegnosa
piegasi a luti’ i tuoni, abbraccia tutt’i generi, parla ogni lingua che possa
farsi intendere dal cuore umano. Ora si ristringe ad allettare gli uditori con
le grazie dello stile, e la vivezza de’ pensieri: e que- sta è 1’ eloquenza de’
panegirici , delle orazioni funebri , de’ discorsi diretti a’ grandi , e pro-
nunziati nelle pubbliche cerimonie. Questo ge- nere di composizione offre allo
spirito un sol- lievo piacevole , e può d’altronde , anzi deve lasciare
sfuggire per intervalli i tratti d’ una morale utile , e d’un sentimento
piacevole. Ora 1’oratore non cerca unicamente di piacere , ma sforzasi d’
istruire e di convincere: ed allora im- piega tutta la sua arte, riunisce tutte
le sue forze per distruggere le prevenzioni che pos- sono suscitarsi contro lui
o contro la sua causa, per riunire le sue pruove, e disporle nella ma- niera
più favorevole alla sua difesa. Ma il ter- zo , ed il più allo grado della
composizione oratoria è quello che irresistibilmente s’ impa- dronisce
dell’uditorio, che porla la convizioiie negli spiriti, una veemente commozione
negli animi , ^trascinandoli in balia dell’ oratore, il quale fa dividere le
sue passioni , i suoi sen- timenti , amare , odiare , risolvere , volere ,
detestare come lui. Nelle popolari assemblee ba luogo questo genere d’
eloquenza , e qual- che volta il pulpito ancora lo richiede. Ed osservisi
perciò, che in questo ultimo grado agisce quasi assolutamente la passione , la
quale delFiniamo c( Uno stato dell’ anima fortemente )) agitata da un oggetto
che interamente la in- y> veste. E da ciò dipende 1’ influenza general-
mente riconosciuta dell’ entusiasmo dell’ oratore sopra quelli che lo
ascoltano. Da ciò si deduce ancora, che ogni ornamento studiato , sia nelle
cose , sia nello stile , è incompatibile con l’ elo- quenza dell’ animo e del
sentimento; e che l’oratore per riuscire a persuadere gli altri, de- v’essere,
o almeno parere esso stesso persuaso. Queste sono le idee generali che abbiam
cre- duto dover dare della eloquenza. Sarebbe ora il momento di far conoscere i
suoi progressi presso i Greci , presso i Romani e presso i moderni; vale a dire,
tracciarne il quadro isterico. Ma poiché molti autori hanno ciò fatto con
felice successo, essendoci noi proposto di compilare delle lezioni , anziché
fare un’ opera per cui , non abbastanza ripetendolo, confessiamo la scar- sezza
de’ nostri lumi , abbiamo creduto trala- sciare questa parte , inculcando a
quelli de’ no- stri allievi , cne fossero vaghi di conoscerla , di leggere i
trattati di Blaire , di Amar e di Falconieri , i quali sebbene con sistemi
diver- i , pure ne han fatto un cenno. Prenaesse adunque queste notizie ,
consistendo lo scopo dell’ eloquenza nella persuasione , e non jx)tendosi
persuadere alcuno senza pensieri robusti, senza una certa disposizione nelP
assor- timento di essi , un certo abbellimento ed una certa scelta di parole nel
manifestarli , e final- mente (se il discorso esser debba pronunziato in
pubblico ) una decenza ed una forza nel pronunziarlo, onde gli uditori
rimangano vie maggiormente colpiti ; noi divideremo questo nostro trattato in
quattro parti, cioè Invenzione, Deposizione, Elocuzione , e Pronuncia. Parti'
deir oratore, e quali sieno le più importanti. Q iTANTUNQUE tiuia la forza
dell’ oratore, c lima la facoltà oratoria trovisi distribuita iu quattro parli,
che sono l’invenzione, la dispo- sizione, l’elocuzione e la pronuncia ; di
queste le prime due sono le più importanti, e nelle quali sta riposta l’arte
del persuadere. L’invenzione è la ricerca e la scelta de’ pensieri , delle ra-
gioni , di cui 1’ oratore dee servirsi , e questo è il primo suo dovere. Ma essa
non consi- ste nel trovare facilmente i pensieri che pos- sono entrare in un
discorso. Ciò rendesi quasi comune a tutti , purché abbiasi un fondo di lettura
; e bene spesso peccasi nell’ eccesso an-
Oportel igitur esse in oratore inventionem , dì s- posilionem ,
etocuUonem , menioriam , et pronuntìa- tionem. Inventio est excogilalio rerum
verarum , aul verisimitium , quae cauisam prohabilem redàant. Dis- positio
est orda et distribuiio rerum ; quae demon- slrat quid quibus in tocis sit
coltocandum. Eloca- iio est idoneorum
verborum et sententiarum ad in- ventiouem accommodalio. Memoria est
firma animi reruni et verborum et dispositionis perceptio. Pro- nuntiatio est
vocis , vulliis , geslus moderatio cum venustate, Rhet. ad Heren. zichè nella
deGcienza. L’ invenzione propria
consiste nella scelta de’ pensieri che presen- tansi alla mente, cioè quelli
più idonei al sog- getto che trattasi , più nobili e più solidi , togliendo i
falsi , i frivoli ed i triviali, e con- siderando il tempo e ^1 luogo in cui si
parla. L’invenzione unita alla disposizione sono rispetto all’ oratore, quello
che è ,il corpo e 1’ anima rispetto all’ uomo. L’ elocuzione poi è il vesti-
mento della persona ; quindi colui che pos- siede la sola elocuzione sarà
appena un oratore ornato, e non arriverà giammai ad ottenere lo scopo dell’
eloquenza . UJ/icii deir oratore^ e
quistioni delle quali deve occuparsi. Tre sono gli uffizi! dell’ oratore , cioè
pro- vare, dilettare e muovere. Diligente nel pro- vare , parco nel dilettare ,
e veemente nel muo- vere. Dal che si scorge, che 1’ ufficio della vera e soda
eloquenza non consiste in una lussureg- giante elocuzione ; ma nella forza del
convin- cere , e nella veemenza del muovere. E CICERONE (vedasi), numerando le
cose che rendono prin- cipalmente ammirabile e del tutto prodi- giosa i’
eloquenza, dice che sono queste due, cioè r arte del conciliare gli animi , e
quella (i) Ex rerum cognitione effloresccU , et redundet oporlet oralio : quae
nisi aubest , rea ab oratore per- cepta et Cognita , inanem quandam habet
eloculio- nem puerilem, Cic. de Orai. del mnovere le affezioni ; soggiungendo
che nel muovere regnai oratio: che questo è partico- larmente quello che
strappa a viva forza dalle mani de’ giudici i decreti favorevoli , e che in se
ha tanta possanza , che niun petto trovasi così duro , che non arrendasi e non
diasi per vinto : Hec vehemervì , intensum , incitatum^ qan caussae eripiunlur
quod cum rapide fer- tur suslinp.ri nullo poeto potest. Le vere quisiioni dell’
oratore sono de justo et inìquo , de honesio et turpi , de utili et inutili.
Laonde s’ ingannano gran fatto que- gli oratori i quali fanno pompa di
descrivere minutamente le cose a|)partenenti agli anota- raici, a’ medici, a’
semplicisti. Quindi Aristotile iusegna (1) che opus est omnem prohationem et
orationem a comunibus ducere ; mentre gli oratori parlano dinanzi a uditori i
quali per multas rationes acute rem inlelligere non pos- sunt. Devono adunque
gli oratori , e tutti co- loro che bramano incamminarsi a quest’ arte pro- curar
di conoscere le azioni della natura uma- na , perchè sopra queste fa d’ uopo
principal- mente discorrere.' Queste in vero somministrano i materiali del
lavoro; in queste cercasi il giu- sto o l’ingiusto , r utile o il danno , il
lo- devole 0 ’l biasimevole : e perciò devono i gio- vani studiare la Glosofla
morale , perchè que- s%a rendesi molto necessaria all’ oratoria. ( 1 ) Liù,
/. Hhet. c. Q. t. 64. a Digitized by Coogk rAim^ I. — T^vl:^zIo^•E. A n T I c o
1.0 III. De^ Generi (i). Sono da
dislinguersi nella rettoriea ire ge- neri , il deliLeiaiivo , il giudiziale,
e’I dimostra- tivo. Il primo riguarda le/delilicrazioni , e l’ora- tore o
consiglia , o sconsiglia , prevalendosi deJ- r utile o del danno, congeiturando
per via di raziocinio o di esempio il futuro ; e le ora- zioni di lai genere
sono ordinate ad attaccare la facoltà appeiiiiva. Il secondo riguarda i giu-
dizj , e 1’ oratore assume le parti o d’ accasa- re o di difendere ,
prevalendosi del giusto o dell’ ingiusto , congetturando per via di ve-
risiniili il passalo ; e le orazioni di questo ge- nere sono ordinate ad
assalire 1’ irascibile. 11 terzo riguarda 1’ ammirazione, e l’oratore o loda o
Liasima, prevalendosi dell’ onesto o del Lriil- to , argomentando dall’avvenire
lo stato pre- sente del soggetto di cui discorre ; c le orazioni di questo
genere sono ordinate ad illuminare la potenza ragionevole. Potrebbe avvenire
an- cora che nella stessa orazione l’oratore con- s'gliasse il giusto,
dil'endesse 1’ onesto , e lodasse , 1’ utile; questa orazione allora direbbesi
del ge- nere misto. Tultavolta per bene intendere a qual genere sjreiti un’
orazione , basta considerare la pane sotto cui 1’ oratore tratta quella pro-
posizione. L’ utile per esempio sarà del genere (i) Tria su nt genera
cnusiarum, judicii ^delibem- iiouis , laiidaiionis. Cic. Topic. ig deliberativo
se consiglisi , e del dimostrativo se lodisi : il giusto, del genere giudiziale
quando si difende , del dimostrativo se lodisi : 1’ onesto sarà del genere
dimostrativo se verrà lodalo , se consigliato, è del deliberativo , e se difeso
è del giudiziale. Con questa regola riuscirà fa- cile l’intendere a qual genere
debbansi ridurre le onizioni. Articolo IV. Degli strumenti de' quali V oratore
serpesi in ogni genere dC orazione. L’ entimema è il principale strumento di
cui si servono tutti e tre i generi dell’ orazione , il quale dicesi esempio,
se vien composto di esem- pii ; se di ragioni , ritiene il suo nome d’ en-
timema ; se dilatato, dicesi amplificazione. La ragione per cui il solo
entimema sia 1’ unico strumento per formare qualunque prova è per- chè l’
orazione è un discorso , per cui 1’ oratore vuol dimostrare o 1’ utile o il
danno ,'o il giu- sto o 1’ ingiusto, o l’onesto o il turpe. Quindi se è un
discorso , ed è discorso diretto all’ udi- tore , acciocché resti persuaso o
dissuaso della proposizione presa per assunto , converrà dire , che il migliore
strumento per provare in qua- lunque genere , sia l’entimema ; perchè posto 1’
entimema, vi è discorso , tolto l’ entimema , non vi è più discorso. L’
entimema , che ha per antecedente l’esem- pio, è più adattato al genere
deliberativo, che a qualunque altro genere ; e questo , perchè in tal genere
persuade più a ^re una cosa , che non persuada 1’ entimema , che ha per an-
tcredclite un principio di ragione : iìcUheralivo generi maxime canveniunt ,
n<.m VX proeterilis futura conjicieutes , quid sit agendiiin statuimus (i).
entimema poi , che ha per antecedente un principio di ragione, è più adattato al
genere giudiziale , perchè in tal genere serve più la ragione, che l’esempio.
Quindi gli. entimemi nelle, orazioni del genere giudiziale si formano o da
congettuit; o da ragioni , che dimostrano il fatto o giusto o ingiusto.
L’entimema dilatato, detto amplificazione, vie- ne più appropriato al genere
dimostrativo, per- chè in questo 1’ oratore non prova 1’ assunto in quel modo
eh’ è solito provarlo negli altri due generi. Quindi non provando , altro a lui
non rimane, che amplificare; e questa è la ra- gione per cui r ampiificazioue
comune a tuit’i generi , viene appropriala al dimostrativo. Ma la migliore c
più oratoria disposizione dell’en- timema si è rpiella insegnata da Cornificio
, c che chiamasi collezione , la quale ha cinque parti ; La prima è la
proposizione, con cui l’ora- tore Ijrevcmcnte espone agli uditori ciò ch’ei
vuol ])rovare. La seconda è la ragione, con la quale provasi la verità della
proposizione. La terza è la confermazione, con cui l’addotta ra- gione, con
altre ragioni e con 1’ autorità si raf- ferma c si stabilisce. La quarta è
quella , che i retori chiamano csornazione , e che può an- cora dirsi
ripidimento , di cui 1’ oratore ser- vesi per dicliiarare , illustrare ed
arricchire il suo assunto; e ciò con maniera graziosa, ed or- {^\') .4rist.
Liò, I. Rhct. c. 34. t. 4op. nata, per diletlarc e per muovere 1’ uditore- Jaj
quinta, cliianiala complessione, oppure coin- jdicazionc , eoa cui l’ oratore
raccogliendo le |>arti dell’ argomentazione , con brevità e con lorza il suo
ragionamento conchiude. Questa dis- posizione dell’ entimema non è necessario
che facciasi interamente, poiché talvolta in un breve discorso si tralascia la
complic<izione , talvolta nelle materie non punto adattate all’ amplifi-
cazione lasciasi il ripulimento , e finalmente se r argomentazione sarà breve ,
o la materia te- nue , si omettono- del parila complica/done c ’l ripulimento.
Si avverta eziandio che non è ne- cessario disporsi esattamente le cinque parli
della collezione, ma come torna bene. Articolo V. Delle Controversie oratorie,.
La controversia oratoria altro non è, che il eouiras o di due proposizioni ,
una afFermiti- va, per esempio , fecisti , non feci ; jiire feci, non jure
fecisti. E;l in materia morale, la glo- ria è un bene sommo , essa non lo è ;
il rigore è giusto , il rigore noa è giusto. Onde chiara- mente ap[)arisce che
la controversia non con- siste in altro, se non che in un contrasto di due
proposizioni, nell’ una, delle quali si aller- lua ciò che si nega nell’ altra;
Lo stato oratorio è poi il genere che na- sco dalla precedente controversia.
Dunque la controversia est conjlictla caussarum -, lo stato est genus
([uceitionis , qaod' ex conjlictione resultat. Mi avendo Tullio ed i primi
rotoli dclFinito lo staio con quella dciTinizione con cui dclliniscesi la
controversia, e viceversa avendo dcdinila la controversia con quella dcQini-
zione con cui dclliniscesi lo stato; noi pren- deremo in lutto questo riepilogo
la contro- versia per la medasima cosa , che lo stato ; c delTmendo e dividendo
gli stati , intendere- mo dellinire e dividere la controversia. Tre sono
adunque gli stati oralorj , o siano controversie ; c questo perchè tre
egualmente sono le cose dubbie (i;. 11 primo è di con- gettura, Jtn sit. Il
secondo è di deflinizione, Quid sit. Il terzo di qualità ; Quale siL Ed ' in
fatti tutt’i dubbj riduconsi a tre soli, cioè se la cosa sia ( an sii ) ; se le
si adatti quel nome . e quella propricù ( quid sit ) ; se le convenga quella
qualità ( qualis sit ). Così venendo uno incolpato d’ aver fatta la tale azio-
ne, se risponde : non feci, nasce lo stato con- getturale; se risponde, quod
feci non est hoc , nasce lo stato delTinitivo ; se risponde, quod feci,jure
factum est , nasce lo stalo di qualità. Cominciando adunque dallo stato
Congettu- rale, in esso la cosa conlrovericsi per tre tempi, (in sii, an fai,
an futura sit: onde lo stato congetturale risultar deve dal precedente con-
trasto sopra qualche fallo o passalo , o pre- sente , o futuro. Le sue
quislioni sono tre : an sit ; qua caussa id ejfecerit ; an res ab eo quod est ,
mutari possit in aliud. La prima (i) Quaestiones tripartitae sunt , curri an
sit ; aut guid si/ : aut , quale sit, guaeriiur. TJarum primum ronjecitira ,
secundam, deiìnilione,' tertium ,\a\\se\. injuiiae disiinclione explicatur. —
Cicer. Topic. . 2^ qmsiionc congetlurale riguarda il passato il presente , c ’l
futuro ^ come anche il possibile; La seconda quistione non si muove sul latto,
già certo , ma sulla sua origine ; per esem- pio , certa t la morte d’Alessandro
, ma se nfr cerca 1’ origine. La terxa quistione non >nuo- vesi sopra una
cosa certa per la 'sua origine, ma solamente se possa cangiarsi j per esempio,,
certo è che Pietro- è vizioso nw cercasi se lo stesso possa cangiarsi dt
vizioso. in. virtuoso. Lo statoDeflìnitivo è quello in cui contro- vertesi il
nome del fatto.. Varie sono le sue divisioni, ma noi le tralasceremo,.
limitando^ ci a dire che altro k semplice ^ ed altro è doppio. Il semplice è
quello in cui si con- troverte se ad un fatto si adatti un nome , come se 1’
ambire un posto debbasi chiamare ambizione. Il doppio è quello in. cui si con-
troverte se allo stesso fatto , oltre quel nome , gliene competa un’ altro,
come nel citato csem- ])io , se oltre il nome d’ambizione , gli com- peta
quello di superbia. Lo stato Qualitativo è quello in cui contro- vertesi la
qualità del fitto.Le qualità sono sei : Giusto , Ingiusto , Onesto , Turpe,
Utile, Dan- noso, alle quali si |)nò. aggiungere il facile , e ’l possibile.
Questo stato «lividesi in negozialo e giuridiziale. Il JNcgoziale è quello, che
na- sce dalla precedente controversia sopra la qua- lità della cosa fumra , o
sia della cosa di farsi. Per esempio, cercasi, se dehbansi seppellire i Barbari
,■ che nella battaglia di iMaraiona fu- rono trucidati. Questa è una cosa
futura , di cui cercandosi se sia utile, se giusta, se one- ■sla ; P utilità,
la giustizia c l’ onestà sono quali- tà negoziali, su cui appoggiasi lo sialo
negoziale detto con altro nome stato prammatico. Lo stato Giuridiziale è quello
che nasce dalla precederne controversia sopra la qualità della cosa fatta, come
nell’ esempio arrecato , cercandosi se il fatto d’ essersi sepellili sia stato
j>iusto , utile , ed onesto ; quindi la giustizia , 1’ onestà e 1’ utilità
diconsi qualità gjuridiziali su di cui è fondato lo stato Giuridiziale , il
quale divi- desi in assoluto ed in aasuntivo. Lo stato Giuridiziale assoluto è
quello na- scente dalla precedente controversia sopra la qualità, per la quale
confessasi il fatto volon- tario , ma si controverte che il fatto sia giu- sto
: per esempio , Milone confessa d’aver ucciso Clodio , ma dice jure occidi. Lo
stato Giuridiziale assuntivo è quello che nasce dalla precedente controversia
sopra la qualità per la quale si giustifica non il eseguito, ma la volontà e 1’
animo con cui è stalo fiuto. Quattro poi sono gli stati assuntivi , cioè di
Compensazione, di Recriminazione, di Tra- slazione , c di Concessione. Il primo
, che ad- dimandasi anche di Comparazione , è quello nascente da una precedente
controversia sopra la qualità della comparazione, la quale serve di colore per
iscusare un fatto che per se stesso sarebbe ingiusto : per esempio, Sanile
accusalo di non aver esterminate tutte le sostanze de- gli Ameliciii , si scusa
dicendo , d’ aver ciò fatto , perchè restasse una parte della preda pc ’l
sacrifizio. Il secondo nasce da una pre- cedente controversiar sopra la qualità
dell’ offeso o di qualche altra persona appartenente al- 1’ offeso , e serve di
motivo e di colore per iscusare e giustificare 1’ offesa. Così Gioabbo si scusa
d’ aver ucciso Assalonne , dicendo parte I. cbe era un fij'llo traditore. 11
terzo nasce da una precederne controversia o 'sopra qualche cosa , in cui tr
isferiscesi la culpa , .c ciò in due maniere. Nell’ una attribuendo la ca-
f^ione del delitto o ad altra persona o ad al- tra cosa. Come fece Adamo , il
quale si scusò con incolpar la moglie , e questa il serpente. Nell’ altra
dimostrando , che la cosa imputa- tagli a delitto non è s|)ettanle nè a se , nè
alla sua autorità , nè al suo ulTieio ; come fece Caino, allorché ricercato
del. fratello ucciso, rispose non essere suouQicio il tener diradi lui. Il
quarto nasce da una precedente controversia sulla qualità dell’animo, con cui
uno confessa d’a- ver commesso un fatto : e questo stato ha due parli, una è la
Purgazione , poiché con essa jmr- gasi il delitto , attribuendolo alla
necessità , al caso , alla imprudenza ; come fece Davidde allorché , incolpato
di aver numeralo il po- polo , disse d’ aver peccato per ignoranza. L’al- tra è
la Deprecazione, con cui non si purga il delitto , ma solamente domandasi
perdo- no ; ed a questo capo di controversia ricorse lo stesso Davide per Uria.
Avvertiamo inoltre che lo stato di qualità, altro è di qualità semplice , ed è
quando si coniro- troverte una sola qualità o ai giustizia o di oaesià o di
utilità , ed altro è di qualità com- parata (i) , la qual comparazione può
farsi o nelle persone o nc’ fatti , cercandosi se una persona sia o per merito
o per altra qua- (i) Curri autern quaeritur q tiare quid sii, ani sim/j/iciter
quaeritur , aut comparaie. Cicero, Topic. Clip. su. ’. sG lilà maggiore di un’
altra ^ e di azione se si i jiiìt giusta , se più utile se più onesta d’ un’
altra. Finalmente, oltre le sin ora spiegate contro- versie , se ne danno
alcune , che chiamaiisi controversie d’ azione , nelle quali i litiganti lianno
per fine d’ intraprendere o di lasciare alcuna azione. Per esempio, se debbasi
invadere l’ impero Turco ; se Cicerone sia da eleggersi accusatore di
G,Verre;se debbansi fuggire le occa.sioni pericolose; se debbansi rimettere le
ingiurie ricevute Tutte questesono quisiioni di azioni, per trattare le quali
conviene preva- lersi destre stati , cioè Congetturale , Defliniti- vo , e
Qualitativo , i quali tre stati da’ retori chiamansi stati di cognizione- Per
esempio, nella quistione di azione : Se debbasi invadere l’ im- pero Turco; per
manifestar il dubbio di que- sta controvexsia , conviene servirsi degli stati
di cognizione , e quindi : Se possa farsi ? Come s’ invaderà quello impero ?
Che quantità di soldati vi necessiteranno? Quali ostacoli sono da superarsi ?
Queste sono tutte controversie congetturali per mezzo delle quali si può trat-
tare lo stato principale detto di azione. Mede- simamente si possono muovere
per lo stesso fi- ne altre controversie di qualità, e cercare se sia utile
invadere P impero Turco; se giusto, se lodevole ec. ]Nè può darsi controversia
di azione nella r|uale non vi sia sempre mai in- clusa una qualche controversia
di cognizione ; e questa è 1’ unica ragione , per cui la qui- stione d’ Azione,
non costituisce uno stato di- verso dai tre stati di cognizione. Ogni
proposizione aseunta da un oratore deve avere stato , ed esser soggetta a con-
troversia. Indarno parlerebbe un oratore se assumesse a provare una
proposizione non soggiacente ad alcuni controversia: così, per esempio, se
l’ac- cusatore di iMiloue avesse assunto a provare che Milone avesse ticciso
Clodio , la sua fa- tica sarebbe stata inutile, dappoicliè Tullio non negava
che il suo cliente avesse ucciso Clodio , ma sosteneva d’ averlo giustamente
ucciso. Quin- di, per parlare con profitto, doveva Taccusatore di Milone
prendere per assunto ciò eh’ era per negare Tullio. In conseguenza ogni oratore
deve prendere assunti controversi , e contrasta- ti , o che suppone
contrastarsi dagli uditori; altrimenti parlerà senza interessare nè punto , nè
poco coloro eh’ ci vuol trarre al suo partito. Per eseguirsi questo
importantissimo inscgJia- mento , uopo è die 1’ oratore prevegga i punti die
potranno essergli contrastali, e sopra que- sti distenda i suoi argomenti , i
quali debbono eliminare ogni ostacolo dall’ animo degli ascol- tanti. Questo
artiflzro è stato praticato da Cicerone, da Demostene , e da tanti altri
valenti ora- tori. Demostene , per esempio, nella prima ora- zione contro
Filippo il Macedone vuol persua- dere agli Ateniesi di preparare la guerra con-
tro quel Re ; e per arrivare a tanto, prende per assunto quello appunto che
veniva con- trastato da’ suoi avversar). Costoro dicevano , che per una tale
guerra richiede vasi un grjn- de apparato , che superava Jo stato jircscntc
della jRepuhLlica; che vi volevano soldati molto più , che la Repubblica non
fos-c in isialo di arrollare; che in fine abbisognava gran de- naro mollo più
di quello che la Rc|)ubblica avesse il comodo di accumulare. Demostene adunque
si propone di voler dimostrare , che nè per la grandezza dell’ apparalo , nè
per la moltitudine de’ soldati, nè per la provvisione del denaro debbano, gli
Ateniesi ritirarsi dal muovere guerra a Filippo , e prende questo assunto.
Quanto facile sia 1’ apparato della guer- ra , quanto facile il mettere in
campo un suf- ficiente numero di soldati, e quanto facile in fine il ritrovar
danaro. Avvertasi, che l’insegnamento finora dato non può aver luogo nè nei
panegirici, nè nelle ora- zioni il cui oggetto sia la lode ; ma gli assunti di
tali orazioni esser debbono sempre fondati su qualche qualith comparata ,
ovvero sull’ ec- cesso. E sebbene in simili discorsi non sievi al- cuno che contenda
la .sostanza delle cose o la a ualiià delle medesime, nulladimeno la gran- ezza
, o sia 1’ eccesso , il quale ordinariamente suole assumersi a provare dall’
oratore , è ciò che superando 1’ opinione degli uditori , fa che tutti questi
assunti abbiano eziandio stato detto da Aristotile di quan/ìlà , e da
Quintiliano di qualità de summo genere. Quale orazione possa aver due stati y e
quale non possa averli. L’ orazione può costare d’ un capo solo , o di più. Se
d’ uno , diccsi Caussa simplex ; se di più capi, Caussa copulata o sia con-
juncta. Per esempio proponendosi a parlare del furto latto da V'erre a Leonida
, sarebbe causa semplice ; se poi si parlasse de’ furti fatti dallo stesso
Verre a Leonida , a’Mameriini e ad Apol- lonio , sarebbe causa congiunta In
conseguenza la causa sem[)Iice ba un solo stato; quella com- posta ha tanti
stati principali , quanti sono i punti che si contrastano. Quindi, se 1’
oratore si proponesse di dimostrare che Verre non- ha ricevuto denaro nè da
Leonida , nè da’ Mamer- tini, nè da Apollonio, l’orazione avrebbe tre stali
congetturali diversi , perchè tre falli ven- gono contrastati. Nelle orazioni
esornative vi sono tanti stati , quante sono le virtù che si propongono ;
perciò 1’ oratore il quale volesse discorrere sopra la l'ortczza , la clemenza
, 1’ in- gegno di qualche Eroe, costituirebbe tanti stati quante sono le virtù.
Sarebbe qui il luogo di doversi parlare degli arlilizj cui devcsi 1’ oratore
servire in ogni sialo, per- chè 1’ ordine delle cose il richiederebbe; ma noi
però abbiamo credulo dover prima additare le varie lonti ove debbansi
aiiiiigerc gli argomenti per facilitare la pratica di questo artiGzio. oo
Articolo Vili. De luoghi onde si prendono gli argomenti per provare le
prupo'iizioni , sieno di qua- , lunque controversia si vogliano. Questi luo^bi
sono quattro , cioè Generali , di Comparazioni., Circostanze, e Rimoti. Dei
luoghi Generali. Pi ima luogo: delle Cause. Quattro sono le cause ; una dicesi
Mate- riale, 1’ altra Formale, la terza Eflicicnte , e la quarta Finale. La
Materiale è quella , ex qua aliquid fil. Lattanzio prova dalla causa Materiale
che il mondo ebbe principio , e che debbe avere il suo fine ; il che dimostra
dal- r esser questo composto d’una materia ,la quale soijjjiace a mutazione ed
a corruzione. iSelle iodi può servir molto F argomento preso dalla causa
materiale , potendosi ogni opera lodare dalla qualità e preziosità della
materia di cui è composta : lo stesso dicasi de’ biasimi. Per esempio ,
Cicerone servesi di questo luogo per esagerare sopra i furti di C. \erre, e ciò
con rilevare il valore della materia di cui eran com- poste le coso rubate.
Notisi , che quando si 1( ciano le scien7.e dall’ ogf^ello intorno a cui
vcilono , l’ argomento dicesi preso dalla materia. La causa Formale è quella ,
per mezzo della quale le cose acquistano il loro perl’etiivo e di- stintivo
dalle altre. £ quando dalla materia non si può trovare argomento pc’l nostro
proposito, si può ricorrere alla forma. Se si volesse pro- vare che noa devesi
temere la morte , si può provare dall’essere 1’ anima , eh’ è forma dell’uo- mo
, immortale. Gli oratori però ordinariamente non argomentano dalle forme
intrinseche ed occulte ; ma dalle estrinseche ed accidentali , come dall’
estrinseca formazione dell’uomo, delle statue , e di qualunque altra cosa
naturale o artifìziale. La causa Elficiente è un principio attivo di qualche
cosa : e questo principio o è crea- tivo , come Dio, o cotìservativo , come
l’aria e r alimento , che nell’ ordine da Dio stabilito conservano gli animali,
e le leggi che conser- vano gli stati ; 0 distruttivo , come le febbri , le
intemperanze, che cagionano la morte; ov- vero cllictentc , il quale o è
libero, come l’uomo, che opera , o è necessario , come il fuoco , che riscalda.
Nell’ orazione prò Marcello Tullio prova , che Cesare è più glorioso per la sua
clemenza , che pel suo valore ; perchè delle opere di clemenza egli solo è la
causa effi- ciente , non COSI in quelle che riguardano il suo valore , alle
quali hanno avuto parte e i soldati e gli altri capitani subalterni. La causa
Finale è quella , in grazia della quale si opera ; e di questa causa sarà fatta
parola nel luogo detto Circostanze. Secondo, luogo : degli Efieui. Sorto gli
Effeili quelli , die traggono la pro- pria origine dalle cause, senza le quali
non si possono trovare : così Cicerone nell’ottava filip- ])ica prova , die la
contesa che passava tra ÀJarco Antonio e la Repubblica , era una vera guerra, e
lo dimostra dagli effetti della guerra: che però espone la oppressione di Bruto
Con- sole designato ; 1’ assedio di Modena, colonia del Popolo Romano , il
saccheggio della Gallia , provincia soggetta alla Repubblica. Tutt’ i vizj, le
virtù , e le passioni umane si possono esporre da’ loro effetti. Poirehbcsi,
per esempio, lodare la sapienza esponendola da’ suoi effetti, col dire: Essa è
quella che tempera 1’ ira , che frena la lingua mordace, che governa la mente,
che mantiene la pace. Terzo luogo : de’ Conscguenti. t Conspgtienti , a
differenza degli effetti, so- gliono essere estranei alla cosa cui diconsi con-
seguenti. Come per esempio; la superbia è con- scguente della potenza , la
lussuria è conse- guente dell’ozio, la gelosia dell’amore, la lode della virtù
, il premio di un giusto giu- dice, conscguente delle opere virtuose. Or tutti
questi diconsi conseguenti c non effetti, perchè non provengono' dall’
intrinseca natura delle cose. Se uii oratore volesse provare che dalla dottrina
provviene del bene , potrebbe pro- varlo dal conscguente * eh’ è l’invidia. Non
v’è cosa che non possa provarsi per mezzo de’ con- scguenti , r uso de’ quali è
poco dissimile da quello dogli cffelli , i quali molte volle con- siderati
sotto varii riguardi possono ad un tempo stesso chiamarsi effetti e insieme
conseguenti. Da questo spiegalo luogo è facile intendere r altro degli
antecedenti e de’coneomiianti, per- chè quelli diconsi anlccedentii, quali
precedono la cosa , c quelli diconsi concomitanti , che ac- compagnano la cosa;
ma poiché siffatti ante- cedenti e concomitanti prendonsi ordinaria- mente
dalle cii costanze o della persona o della cosa , lasciamo di farne menzione in
questo articolo, in cui parliamo solo dei luoghi ge- nerali . Quarto luogo :
del Genere. Ciò eh’ è più universale c più comune di- ecsi genere, l'cr
esempio, la virtù è un genere, perchè tiene sotto di se la giustizia , la
tempe- ranza , la fortezza. Si argomenterebbe pari- mente dal genere, se
volendo lodare la fortezza di Catone Uticense , 1’ oratore si fermasse a lodare
la fortezza considerata in se stessa. Ma bisogna intanto osservare che molli a’
quali non riesce il rinvenire prove immediate del soggetto su cui discorrono,
hanno ricorso a questo luogo, e tanto vi si fermano , che stancano la pazien-
za di chi legge o di chi ascolta. Devesi discor- rere, per cagion d’ esempio,
della castilù di Su- sanna , adunque a che serve trattenersi tanto sulle lodi
della castità in generale , e poco o quasi nulla occuparsi dell’ eroismo di
Susanna in particolare ? Cicerone prò Roselo A merino argomenta dal genere ,
quando mettcsi a rilevare 1’ orridezza del parricidio ; e ciò per potere da
quella de- durre 1’ invcrisimililudine , che un tal delitto Stato fosse
commesso da Sesto Roselo , giovane da lui descritto d’ ottimi costumi. • Quinto
luogo : de’ Repugnanli. Sono i repugnanti quelli che non possono stare insieme,
e sono molto propri! a convin- cere l’ avversario. Se uno, per esempio , si
van- tasse d' essere virtuoso , e che poi le sue azibni non fossero tali ; 1’
oratore argo men- tando da queste azioni, verrebbe ad argomen- tare da’
repugnanli. Sesto luogo : dell’ Autorità , o sia Hei judicalae. Quando 1’
oratore in prova , o in conferma di qualche sua proposizione arreca il giudizio
, il parere , il sentimento degli uomini dotti , e versati nelle scienze e
nelle arti , allora egli argomenta da questo luogo. Per esempio, dal- 1’ avere
Marco Marcello, capitano valorosissimo e religiosissimo, giudicato che i tempii
di Si- racusa, città nemica espugnata a forza d’ ar- mi , non dovessero
spogliarsi degli ornamenti loro, conchiude Cicerone quanto empio sia G. Verre,
che fece togliere da’ medesimi tempii di Siracusa tutti gli ornamenti in tempo
di pace, ed in tempo che i Siracusani erano amici. Os- serviamo, prima di
chiudere questo articolo, che gli argomenti tratti da’ luoghi soprindicati ven-
gono chiamali da’ varii retori , Argomenti apo- dittici, dal Greco a.voSstKXtMs
, e da’ Latini , argumenti ad probandum , cui docendum , ad confirmandurn. De'
luoghi di comparazione. Dell’ Esempio. ' L’ Esempio altro è vero, altro è
immagi- nato. L’ esempio vero contiene cose da noi fatte quo res gestas
narramus ; e degli esempj veri sono piene le storie. L’ esempio immaginario
contiene cose finte da noi, quo nos ipsi fingi- mUs , aìiquid perinde ut
gestum^ come la fa vola. L’ apologo più frequentato dall’ orato- re, è la
finzione. Questa si definisce esse- re una proposizione certamente falsa , la
quale si assume come vera nel caso possibile. Quindi nella finzione la cosa
attualmente non c , ma si finge che sia . o perchè poteva essere , o perchè potrebbe
essere diversamente. Ermogene chiama la finzione anche suddivi- sione , im
quanto che considerando la cosa in altri tempi , in altre circostanze , la
considera- zione nel caso attuale c fiilsa , ma è vera nel caso possibile. Come
dicendo , se Achille si fosse ritrovato a’ tempi di Alessandro , avrebbe tolta
la gloria a questo Eroe. Se Giulio Cesare ora vivesse, non sarebbe maggiore de’
nostri Im- peratori. Veniamo ad un altro esempio : Se uno volesse persuadere a’
Romani d’ ergere in Cam- pidoglio una statua a Cesare , potrebbe ciò ese- guire
con questa ed altre simili finzionit Se Cesare fosse uomo già morto da 5oo anni
, ed io vi narrassi che ha fatte per la Repubblica queste ed altre bravure ,
voi giudichereste <lie gli si dovj-sse alzare una statua in Cam- , pidoglio
; ed ora , perchè vive , non giudiche- iclc, che per cagione delie stesse gesta
gli si debba alzare la statua ? Questo è quel grande artifizio , con cui si
possono illustrare tutte le proposizioni , e per mezzo di cui si possono ren-
dere vive , sensibili e popolari j nel che con- siste l’ artifìcio maggiore
dell’ oratoria : ma nelle illustrazioni, ciò sarà più spiegato distintamente.
Artifizio di servirsi dell’ esempio per argomentare a Miijori ad Minus , a
Minori, ad Majus , a pari contrariia. Prima di far conoscere questo artificio,
con- viene spiegare in che consistono le quattro ar- gomentazioni dette
comunemente di compara- zione. L’ argomentazione per tanto a majori ad minus è
quella in cui da una cosa più pro- ■ bahile , inferiscesi la proposizione
negativa meno probabile. Per esempio , se non abbiano potuto sopportare Cesare
uomo di tanta virtù, soppor- teremo ]>oi Marco Antonio abbandonalo ad ogni
sorta d’ iniquità ? L’ argomentazione a minori ad majus è quando si . argomenta
da una pro- posizione meno probabile ad un’ altra più pro- babile. Per esempio,
i Romani per una piccola ingiuria si sono vendicati della città di Corin- to ;
dunque costoro per una maggiore ingiuria debbono vendicarsi di Mitridate.
L’argomentazione a pari è .alFatto simile all’ argomenta- zione ai exemplo. L’
argomentazione a contrariis è ancb’ essa simile all'argomentazione ab exemplo.
Se l’oratorc volesse, per cagion d’ esempio, provare «he dalla guerra nascono
tuli’ i mali , potrcMie provare la proposizione da’ conlrar j , cioè , dalla 5
are contraria alla guerra , dimostrando che alla pace nascono luti’ i LenL
Vedute le ar-. gomeutazioui di comparazione , veniamo ora alla spiegazione
dell' artifizio di sapersi prevalere del- r esempio per riuscire nelle dette
argomenta- zioni. Questo artifizio per tanto consiste nel ri- trovare il più ,
il meno , l’ eguale , il contra- rio , e di poi nel riflettere alla
proposizione che v’ è nella circostanza , che serve d’ antecedente all’
esempio. Pongasi questa argomentazione ab exemplo. Alessandro, ) resa ch’ebbe
la Grecia , s’ impos- sessò della Persia ; dunque se i Persiani lasce- lanno
che il re di Macedonia prenda la Gre- cia, presa la Grecia , prenderà anche la
Persia. Dal Minore al Maggiore. Aggiungasi all’ antecedente qualche circo-
stanza per cui diventi proposizione del meno e qualche altra circostanza al
conscguente , per cui diventi proposizione del più : per esempio. Se Alessandro
con pochi soldati e con picco- lo equipaggio , quand’ ebbe presa la Grecia ,
conquistò la Persia ; dunque tanto più il re di Macedonia con moltitudine di
soldati c con grande equipaggio, presa che avrà la Gre- cia, conquisterà la
Persia. Dal Maggiore al Minore. Aggiungasi una circostanza allo antecedente per
cui diventi proposizione del j)iù , cd una circostanza al conseguente , per cui
diventi pro- posizione del meno : per esempio , Se presa che fu la Grecia non
si potè far resistenza ad Ales- sandro, uomo di mediocre valore , cd egli poi
s’ impossessò della Persia; dunque presa che ora sarà la Grecia , molto meno si
potrà resi- stere al re di Macedonia , uomo valoroso , sic- ché non s’
impadronisca della Persia. Dal Pari. una eguale circostanza all’ ante- ai
conseguente : per esempio , Se Alessandro, con ottantamila cavalli e seicento- mila
fami , presa eh’ ebbe la Grecia s’ impos- sesso della Persia ; non è da
dubitarsi che il re di Macedonia con cgnal numero di soldati, preso che avrà la
Grecia s’ impadronirà della Persia. Aggiungasi cedente ed Da’ Contrarii.
Conviene esaminare 1’ aniccedenle in modo contrario, figurando l’effetto
contrario, se si fosse posta la cosa contraria , indi ricavarne la conchiusione
come ricavasi dall’ argomento ad esempio. Eccolo: Se i Persiani avessero im-
pedito cne Alessandro non si fosse impadronito della Grecia , non si sarebbe di
poi questo Duce impossessato della Persia ; Dunque se i medesimi Persiani non
impediranno che il re di Macedonia s’ impadronisca della Grecia , que- sti s’
impadronirà di poi della Persia. Siffatta maniera .d’ argomentare facendo cre-
scere e decrescere una proposizione, è subli- me c conducente alla persuasione
; per cui coloro i quali vogliono aspirare all’ eloquenza , debbono rendersene
padroni. Articolo XI. I De' Luoghi delle circostanze , che ’^sono proprj dell*
oratore , e della controversia Congetturale. ' Della Gircostanza della cagione.
, Cagione è lutto ciò per T cIGcacia della qua- le una cosa avviene , ma qui
però intendiamo, parlare del motivo impellente, che determina .r Agente ad
un’-azionej Cicerone la chiama cireostanza inseparabile dal fatto , c per
conseguenza continente il fatto: perchè provato ; che essa vi sia, si prova an-
cora il fatto, provato che essa non vi sia, si prova non esserv’ il fatto. La
cagione si divide in. cagione d’ impulso, cd in cagione di raziocinio^ La prima
è quella , che muove ad un fatto senza piena precedente riflessione , delibera-
zione : e può essere di due sorti , interna ed esterna. L’ interna è quella eh’
è dentro di noi , come l’ ira 1’ odio , 1’ amore , e per dir breve , c^ni passione
e perturbazione dell’ animo , che ci muove ad intrapren- dere qualche fatto. L’
esterna è quella eh’ è fuori di noi , qual’ è la potenza de’ grandi la forza ,
il comando , il dominio altrui , che ci violenta ad eseguire qualche fallo. —
'La se- conda è quella , che muove ad un fatto in Digitized by Google 4o virtù
d' una piena precedente deliberazione ; c questa consiste nella speranza di
conseguir qualche bene, o d’ accrescerlo , e di conser- varlo , o di fuggire
qualche male : onde 1’ utile , e ’l danno sono ordinariamente gli oggetti da
cui costituisccsi questa cagione. È da riflettersi , che i motivi d^ impulso ,
o di raziocinio si possono argomentare da tutte le circostanze personali, di
cui faremo ap- presso parola , a motivo che uno può muo- versi a qualche cosa o
per educazione , o { >er patria , o per lo stalo ec. Inoltre tutte e
circostanze attribuite ad un fatto , possono essere cagioni d^ impulso , o di
raziocinio ; per esempio , una ingiuria fatta in luogo pubblico può essere
motivo di risentimento , e questa circostanza del luogo può essere ancora
motivo di raziocinio, perchè 1’ ingiuriato può riflet- tere all’ onore e all’
utile che gli risulterebbe dal reclamare contro una ingiuria fallagli in un
luogo pubblico. Similmente il modo può essere motivo d’ impulso e di raziocinio
, per- chè da una ingiuria futa in presenza altrui uno può muoversi ad ira ad
odio per lo scorno, o pensare a provocarne vendetta dalla giustizia per
soddisfare al suo onore ; e così pure il me- desimo dicasi di tulle le altre
circostanze at- tribuite a’ falli. . t Si noli che questa fonte d’argomenti
appar- tiene a quella che da’ retori vicn detta Apo- diltici-Pratici ,
Intrinseci. rtelle circosiauze della persona Le persone altre sono quelle
ch’entrano mi soggetto di cui si discorre , le quali sono 1’ ora- tore , il reo
, il clieniolo, il giudice , i icslinionj; ed altre quelle che sono separate
dal siij;- {^etto , dal giudizio , in lode o biasimo , delle quali i giudici
muovonsi. Ma sia qualun- que la persona, le sue circostanze sono dieci: nome,
natura, vitto, fortuna, abito , alTezionc studio, fatti, casi, detti. 11 nome è
quello eh’ è proprio della cosa cui quel vocabolo è attribuito , o sia uomo , o
sia città, o sia provincia. Così dicesi: Tito Cle- mente, Scipione Invitto,
Roma Guerriera, Sparta Sapiente. La natura è quella la quale fa che una per-
sona ci paja più atta d' un altra a fare qualche cosa. Sei sono le sue parti :
età , sesso , forza, figura , nazione , proprietà. II vitto è quel diletto di
vita , con cui ognuno 0 vive o visse, e dividesi in educazione , uso , c
costume. La fortuna è una mutazione delle cose o di prospere in avverse, o di
avverse in prospere, in cui si considerano la ricchezza, la potenza , gli onori
, ed i loro contrari. L’ abito è una perfezione di animo o di corpo acquistala
conio studio, o con l’industria. l'Iel- 1’ abito si considera no tutte le virtù
e tuli’ i vizj acquistati , che difficilmente possono sepa- rarsi o dall’animo
o dal corpo. Gli abili dell’ ani- mo sono le arti, le scienze, come anche le
virtù, le quali sono prudenza,- giustizia , fortezza, c temperanza ec. Gli
abili del corpo sono l’arto di correre , di cavalcare , di portar pesi oc. L’
affezione disiinguesi dall’ abito in quanto che l’ abito difficilmente si rimuove
dal corpo , o dall’ anima , c l’aft’czione facilmente. Lo studio è un’
occujiazione veemente di qual- che cosa , che si fa con sommo diletto. Sotto
questa circostanza si considerano tutte le oc- cupazioni nelle arti, nelle
scienze, ne’ giuochi, ne’ piaceri; e non solamente le occupazioni reali, ma
quelle che sono di sola immaginazione c di sola opinione. 1 fatti, i casi, i
detti si considerano in ordine a tre tempi, al passato , al presente , ed al-
l’ avvenire. Alle circostanze della persona si possono ag- giungere gli otto
luoghi insegnate da Aristotile i quali sono : Si solus , si primus , si cum
paucis , si praecipue , si tempore opportuno, si crebro . si novos honores sit
consequutus, si comparatus praeponatur. Tutti questi otto luoghi possonsi applicare
alle sopra dichiarate circostanze. Per esempio se dicessimo; Socrate è saggio,
saggio sarebbe circostanza del nome , potrebbe cercarsi se sia saggio con pochi
, se sia egli principalmente saggio, se siasi meritato questo nome, per es-
sere stato in tempo opportuno , se per avere molte volte dimostrata la sua
sapienza , se per esser saggio abbia .'tequistato nuovi onori , se in questo
nome debba preferirsi ad ogni altro. èssendosi spiegate le circostanze
personali , le quali sono un campo vastissimo per 1’ oratore, uopo è che
veggiaino come l’ oratore possa av- valersene nelle congetture. 1.” Dal nome di
raro si congettura la po- tenza, la volontà, ed il fatto: pure quando il nome
proviene da qualche azione spettante a vizio o a virtù , in tal caso serve anch’
essa per congetturare. Per esempio , colui che a ca- gione di eroiche azioni
avrà meritato il nome di Saggio di Grande , è probabile che abbia potuto c
voluto fare , e che abbia fatto qual- che cosa da grande , da saggio- Dalla
natura e prima dall’ età si cavano le congetture per argomentare la potenza ,
la volontà ed il fatto ; e si distingue in giova- nezza j in virilità , ed in
vecchiezza , e da cia- scuna età si possono trarre le congetture, per- chè
altrimenti opra un giovane , che un vec - chio, 6' diversamente uno di età
virile , che ì vecchi ed i giovani. Secondo, dal sesso si con- gettura , che
sia più facile in un uomo il furto, che in una donna , ed al contrario il
venefizio più facile in una donna , che in un uomo. Medesimamente si congettura
che la donna sia più incostante dell’ uomo , e che facilmente muti opinione.
Terzo, dalla forza si congettura che il forte non sia stato assalito dal
debole. Quarto, dalla figura si congettura , che di pessima fì- sonomia abbia
commesso il delitto , di cui è accusato. Quinto, dalla nazione si congettura ,
che quello eh'’ è probabile in un Barbaro non sia vcrisimile in un incivilito.
Sesto, dalla pro- prietà, col qual nome intendonsi tutt’ i comodi e gl’incomodi
che abbiamo dalla natura, come sarebbe l’essere uno robusto o gracile, grande o
piccolo, bello o brutto , veloce o lento ; e da tutte queste circostanze si
argomenta se la per- sona abbia potuto , abbia voluto , abbia fatto. 3.0 Dal
vitto. In questo si considerano 1’ e- ducazione, i genitori, i maestri, i
consiglieri, gli amici , la maniera del vestire il costume . 4.“ Dalla fortuna.
E si congettura il fatto ed il non fatto, perchè i ricchi, i potenti, i nobili
hanno adottali costumi diversi da quelli de’ plebei, de’ poveri, degli abietti
e de’ mi- seri ; che perù operando diversamente un ricco da un povero , si
congettura che un fatto il quale sia di un povero , non possa essere di un
ricco. Dall’ abito si congettura che colui il quale ha avuto un abito , lo
abbia c sia per durar- gli sino alla morte. Così, un uomo abituato sì ad una
virtù , che ad un vizio , si congettu- rerà ragionevolmente che quell’ uomo
voglia es- sere per continuare negli atti dell’ abito. 6. ® Dall’ afiezione , e
prima dall’ ira si con- gettura la vendetta, dalla mansuetudine il per- dono ,
dall’ audacia l’assalire, dal timore l’es- sere assalito , dalla speranza 1’
intraprendere , dalla disperazione un fatto precipitoso. 7. ® Dallo studio. Per
congetturare dalla circo- stanza dello studio conviene considerare quali sieno
i costumi che ricevonsi dalle arti , dalle scienze , da’ giuochi , da’ piaceri
: quali sieno , per esempio i costumi de’ poeti, de’ pittori, dei iìlosoG ,
degli oratori ec. lìitrovata 1’ occupa- zione della persona , è facile
congetturare an, potuerit , an voluerit , an fecerit , perchè un fatto
verisimile in un filosofo , non è tale in un contadino ; uno verisimile jn un
soldato, non è tale in un ecclesiastico. Unendo poi alla circostanza dello
studio la circostanza della cagione , può congetturarsi che uno , per esempio ,
occupalo cd applicalo nell’ arte mi- litare , se riceva ingiuria , die possa e
voglia vendicarsi, assalendo aperiamenic l’ ingiurialorc. 8. ° Da’ fatti le- 1
I g o j St prendono le congetture , Ì icrchò da un fatto passalo , si
congettura un alto presente , cd il fatto che |)uò avvenire. 10.“ Dagli
accidenti , o sia da’ casi. Qui gli accidenti non si ]irendono per gli effetti
cau- sali e Ibrtuiti , che non hanno origine dalle passioni dell’animo, perchè
questi non servono a provare , ma solo ad esagerare. Per esempio, se una
vergine accusasse colui che le rapì ^ ioleniementc 1' onore , cd in quel mentre
il ciclo tuonasse , potrebbe l’ oratore che prende le sue parti , esagerare
sopra 1’ accidente se- guito , e trarne molte illazioni contro il reo. Quindi
intendiamo quegli accidenti , che ca- gionano mutazioni nel corpo e nell’ animo
del- la persona , durante il fatto , o prima , o dopo, c uà cui si possono
ricavare molte congetture. Delle circostanze del latto. Il fatto è un complesso
di tutto il negozio di cui si tratta , il quale suol essere congiunto a qualche
segno o indizio , che serva di con- gettura per argomentare il fatto ; e 1’
artifizio di vincere nella controversia consiste nel dare verisimilitudine a
quel segno o indizio. - Le circostanze che si considerano nell’ at- tuale
esecuzione del fatto, c che sono inse- parabili dall’azione, sono cinque:
luogo, tempo, occasione, modo e facoltà. Il luogo è un certo spazio comodo o
incomodo per fare o non fare qualche cosa; e questo dividasi in due, nel
naturale , e nell’ artifizialc. Il primo è uno spa- zio , che .sempre fu così ,
come Mare , Monte, Pianura , Fiume. Il secondo è uno spazio, che non sempre fu
così, come Città , Casa ec : Il naturale dividesi in due, cioè nella quantità ,
nella qualità. Nella quantità si considera se lo spa- zio sia angusto, se
ampio, se grande , se piccolo : e nella qualità si considera, se lo spazio sia
decli- ve, se arduo, se aspro, se sassoso, se pieno d’al- beri ec. L’
aitifiziulc si divide in otto : nel pub- blico; come teatro , piazza; nel
privato , come casa , villa ; nel sacro , come tempio ; nel pro- fano , come
lupanare; nel religioso , come i se- . f tolcri de' maggiori ; nell’ intervallo
, come se ontano , se vicino ; nella posizione , come se davanti se dopo ;
nell’ abitazione, se frequentalo se deserto. E da tulle queste cose potrà con-
getturarsi se un luogo sia stato opportuno per eseguirvi un fatto. 11 tempo è
uno spazio opportuno che con- * siderasi o per fare , o per non fare una cosa ,
come sarebbe giorno , mese ed anno. E da questa circostanza considerasi se la
cosa si è latta o tardi o presto , se è antica , se è fa- volosa , se presente
, se lontana. L’ occasione , è 1’ idonea comodità di fare o non fare una cosa ;
e questa dividesi in tre cioè nella Na- turale , la quale è quella , che
addiviene a tutti quasi nello stesso tempo , come notte , giorno , mietitura ,
vendemmia , caldo freddo. Nella statuita , la quale è quella che addiviene coi
consiglio di un certo tempo determinato ; come in giorno festivo , in tempo di
nozze etc. Nel- 1’ accidentale, la quale è quella che addiviene a caso , come
sarebbe in tempo di peste , di assedio, di fame etc. Il modo è quello per cui
si considera in qual maniera sia fatta la cosa , ed ha due par- li : la prinia
è prudenza , la seconda impru- denza ; le quali si congetturano o da’ motivi di
raziocinio , ed allora il fatto è seguito con prudenza , o da molivi d’ impulso
, ed allora è seguito con imprudenza. La facoltà considera la materia con cui
la cosa poteva facilmente farsi ; come sarebbe se si cercasse come sia stato
ucciso un uomo , o con la fune , o col ferro , o col laccio , o col veleno. In
questa circostanza si considera tutto CIÒ che può concorrere 'a farcii fallo o
assolutamcntc , o più facilmente. Quindi compren- desi la cagione efllciente
ausiliaria istrumentalc, comprendesi tutta 1’ attività del reo ; cioè si
comprendono gli amici, i servi, le ricchezze ; e per dir breve, tutt’ i l3eni
di fortuna i quali anche servono di facoltà, o di fare assofuta- inente , o di
fare più facilmente un fatto. Si avverta che queste due altre fonti d’ ar-
gomenti appartengono eziandio a quelli che dai retori vengono chiamati
Apodittici Pratici In- trinseci. De' luoghi rimoti. I luoghi rimoli , ossiano
gli argomenti ri- nioti, detti extrinseca ed assumpta da’Latini , secondo
Quintiliano riduconsi a sei capi , leggi, fama , scritture , giuramento ,
tormenti , tesii- monj. Questi servono principalmente nel genere giudiziale.
Leggi sono tutti gli statuti , i decreti , le prammatiche di un popolo per
governarsi. L’ oratore le farà valere in maniera , che se ne vegga tutta la
forza e lo spirito. Se poi queste leggi saranno contrarie al fatto , ])otranno
indebolirsi col confronto di altre leggi opposte , o colla contrarietà della
consuetudi- ne, o con r ambiguità del loro senso. Fama , o sia la voce
pubblica, si potrà con- fermare , dicendo esser come un oracolo che non s’
inganna così facilmente. Tavole , sono le scritture di qualunque sorta , come
se fossero lettere , testamenti , donazioni , contratti , cessioni, da cui P
oratore potrà trarre pruove per avvolorare il suo assunto, e ciò scm-r- ' pre
in coerenza de’ codici di procedure, o ci- vili , o criminali. Giuramento è 1’
alTermazionc o la negazione il' una cosa , convalidata col chiamare Dio in
testimonio. È desso di grandissima forza , attesa la sua santità ; ma si
ricordi però 1’ oratore del detto di iialviani plures inv-nies , qui sae- pius
perjnrent y quam qui omnino non jurenL Tormenti, detti quaestiones o tormenta ,
sono que’ patimenti a’ quali si sottopongono gli ac- cusati per trarre la
confe.ssione nel fatto. Que- sti sarebbero di grandissimo peso per far as-
solvere o condannare un uomo : ma poiché si è veduto che alcuni innocenti per
non .soDTrire mille sevizie si sono confessati rei d’ un misfat- to ; e molti
altri , che quantunque rei , per la loro valida costituzione fìsica, avendo
resi- stito alla forza de’ tormenti , si sono poi libe- rati dalla pena del
giudizio ; così sono ormai •State tolte da’ tribunali dell’ Italia siffatte
bar- bare usanze. Testimoni sono le persone , clic vengono chiamate in giudizio
per attestare' col loro detto la verità su qualche delitto, L’ oratore adunque
potrà servirsi delle dichiarazioni di tali testimoni per avvalorare la prova ,
ricor- dandosi però, che la lede da doversi prestare a’ testimoni è sempre
proporzionata alla pro- bità , al disinteresse , al grado di cognizio- ne , c
ad altre circostanze , che richiedonsi nella persona che depone , su di cui non
ci di- lunghiamo , persuasi , che colui il quale as- sume le funzioni o di
avvocato o di accusatore , avrà studiato i precetti delia Logica. Artlfizii cui
deve V oratore prevalersi in ciascuna controversia. Essendosi data la
definizione c divisione di tulle Je controversie oratorie , qui altro non fa-
remo che additare gli artifizj cui l’oratore ser- vir devesi in 'ciascuna
controversia j sia conget- turale , sia qualitativa , sia deffinitiva. Stato
Congetturale. Come rcndonsi verUimili le congetture. Si dev’ esporre sempre un
fatto con qualche sogno , il quale dia motivo di fare che una persona venga
chiamata in giudizio , il qual segno chiamasi colore. In conseguenza cerchiamo
come dar si possa vcrisiraililudine a tuli’ i colori , o sieno segni , da cui
d.ipendono le congetture. Ogni qualun- que segno pertanto, il quale serve di
conget- tura, rendesi prima verisimile dalla circostanza di cagione. Volendosi
perciò congetturare , che una persona sia rea di un fatto , convien cer- care
se aveva ragione di farlo. È seguito l’omi- cidio di Ajace; cercasi se Ulisse
ne sia l’ucci- sore , il quale lo ha sepellito nella selva di notte, il che
serve di segno e di colore. Onde perdarvisi verisimìli indine, dee cercarsi se
Ulisse avesse avuto motivo d’impulso per ucciderlo: per esempio , se ira , se
odio contro Ajace j o 4 ■ motivo di raziocinio, cioè se speranza di conseguir
qualche onore , o favorire qualche amico eie. Quindi la circostanza della
cagione è quella senza cui non può rendersi verisiniile alcuna congettura , o
che riguardi il fatto, o che ri- guardi il possibile. Volendo dar poi
verisimilitudine alla cagione, è da considerarsi l’ animo della persona , ossia
la volontà, mentre potrebbe avvenire, che un uomo ricevesse una ingiuria , la
quale sarebbe motivo di vendetta , ma che non avesse 1’ ani- mo di vendicarsi.
L’ animo e la volontà si ar- gomentano dalle circostanze personali , e pro- I
inamente da’ fatti passati , da delti , dal vitto, all’abito, e dallo studio.
In questa guisa unen- dosi le circostanze della cagione, con quelle della
volontà , il fitto della vendetta rendesi verisimile o inverisimile . Intanto
non perdasi di mira il precetto di Cicerone e di (^intiliano, che per congettu-
rare l’animo, conviene prevalersi di circostanze personali affini al fatto ,
come in un furto , la circostanza dell’ avarizia , in un fatto atroce, la
circostanza della crudeltà , in un fatto d’ a- dulicrio , la circostanza dell’
età giovanile. Dopo essersi considerato 1’ animo , conviene considerare la
potenza , potendo avvenire , che uno abbia avuto cagione ed animo di
vendicarsi, e che poi gli sia mancata la potenza. Onde per congetturare la
potenza , servono le circosianze della fortuna , dell’ età , del luogo, del
tempo dell’ occasione. E qui avvertasi , che in tutte le circostanze da cui
argomentasi la volontà e la potenza; devesi considerare il modo , esaminando se
il modo col quale sia seguito un fatto , cor- risponda alle altre circostanze
della persona , perchè se un fatto per esempio sarà eseguilo con prudenza , con
precauzione, con raziocinamento , e Ja persona accusata sarà rozza , ignorante
, rustica , non è per avventura verisimilc che da una persona di tale sfera
siesi eseguita un’a- zione con tanta prudenza. ' Lo stalo Congetturale 'è il
proprio dell’ oratore. ISeir invenzione che è la parte più interes- sante deir
eloquenza, lo stato congetturale è il proprio dell’ oratore , poiché da questo
stato dipende il saper provare le controversie della cosa e del fatto , e la
sottigliezza dell’ ingegno ; dappoiché dipendendo le congetture dalla in-
venzione dell’ oratore , il quale da un indizio , da un segno inferir deve
questa, e non quella conchiusione, ne siegue, che nelle congetture conoscesi 1’
acume , la mente , la facondia , la dottrina , 1’ eloquenza ■dell’ oratore.
Tizio, per esempio, ha un coltello nelle mani; una parte congettura che abbia
ucciso il nemico , ì’ altra coògeitura dall’ animo , dall’ indole , dallo
studio e da altre cose personali , che quel coltello era per difesa , e non per
of- foa ec. Noi adunque avveniamo , che senza questo artifizio, non è possibile
ad un oratore di co- minciare , proseguire, ed ultimare qualunque orazione ; e
questa è quella controversia sì uni- versale , che entra in tutte le altre. Può
, è vero , un oratore formare un’ orazione senza la controversia di qualità ,
senza quella deffini- tiva ; ma non potrà giammai darsi il caso, che possa
comporre un’ orazione giudiziale senza la controversia congetturale. Stalo di
qualità negoziale. Luoghi dello stato negoziale. Le qualità più essenziali per cui
propongonsi >e deliberazioni sono , 1’ utile, il possibile, Tone- sto , 1’
evento. L’ utilità è il motivo che , al dire di Aristotile , muove più a
deliberare , che non farebbe la stessa giustizia ; e benché gli uditori
dimostrino apertamente di muoversi jter cagione dell’ onesto , e per giustizia
, in- ternamente però si muovono per cagione del- 1’ utile. Quindi i motivi
principalissimi , che servono per le cause deliberative sono 1’ utile , e’I
danno ; questi sono que’ motivi ai quali si ajtpigliano più universalmente le
persone popo- lari , che però sono più efficaci di qualunque altro motivo. La
possibilità non è propriamente motivo per làr deliberare una cosa, ma è
condizione , senza cui 1’ utile non sarebbe sufficiente motivo , per cui è
anche da prendersi di mira. L’ onestà e la gloria è il motivo apparentemente
più atto per far deliberare una cosa che non è l’utile. ' Quindi dice
Aristotile , che ognuno onestamente si muove più per la gloria, che per
l’utile; laddove internamente ognuno si muove più f )er 1’ utile , che per la
gloria. Ben è vero che e persone nobili soglionsi muovere più per r onestà e
por la gloria, che per 1’ utile ; ed all’ incontro le jiersone plebee più per
1’ u- tile che per la gloria : che però se proponesi una cosa al popolo ,
devesi rappresentare più r utile, che la gloria; se si propone a’ nobili si
deve rappresentare più la gloria, che l’utile. L’ evento fa che la quislione di
qualità si raccolga pervia di congetture, perchè nell’evento si considera quid
futurum sit , e ciò in due maniere. j.° Che qualunque sia per essere l’evento,
fortunato o infelice , seguirà utile e gloria alla Repubblica. Per esempio,
debbono i Romani muover guerra a Mitridate , sia che perdano , sia che vincano,
sarà sempre utile e glorioso alla Repubblica l’aver intrapresa questa guerra; e
qui non si controverte altra cosa se non che; Se da qualunque sarà per essere
1’ Evento , come la Repubblica sarà per conseguire utile e gloria. a." Che
da tale evento seguirà il tale utile, è tale gloria , e dall’ evento contrario
, il tale danno , la tale ignominia. Gli eventi sono quattro. 1 . Se
conserveremo i beni ; > ; . 2 . Se acquisteremo i beni , che non al>-
hiamo; 5. Se ci libereremo da’ mali in cui ci tro- viamo ; 4- Se fuggiremo i
mali , da cui non siamo anche oppressi . Per fare adunque deliberare una cosa,
deve 1’ oratore servirsi d’ una delle sopraccennate qualità , la quale servirà
di motivo per far intraprendere un’ azione, e qui dee considerare quella , che
sia più elBcace per ottenere Tin- tento, osservando piuttosto la qualità che
pre- vale nell’ opinione degli uditori , come 1’ uti-r Jità , e di. questa
servesi per ridurre i mede- simi uditori ad intraprendere 1’ azione. Che se
volesse prevalersi delle altre qualità e degli altri motivi , procuri l’oratore
che in essi ap- paja inai sempre qualche molino derivante dal- V opinione degli
uditori. Questa premura non sarebbe poi tanto ne- cessaria , quando si parlasse
ad un’ adunanza di uomini illustri , o in dottrina , o in no- biltà di sangue ,
perchè con questi prevale r onesto , la giustiza e 1’ equità. Se la cosa da
farsi è facile, debbonsi allora congiungere i motivi dell’ utile , e dell’ one-
sto a questa condizione , e fermarsi nell’ am- plificazione della facilità ,
dimostrando per esempio in' questa proposizione : jitn Caeaar Brittaniam
impugnata con quanta poca gente, con quanto poco denaro si possa effettuare
l’im- presa ; come abbondi la repubblica di tutte quelle cose che servono per
effettuarla ; quale sia il valore de’ soldati , quale sia il desiderio di
combattere, in quali altri cimenti siensi ri- trovali : e quindi congiungendo
lu facilità ai motivi dell’ utile e della gloria , tutti si risol- veranno a
deliberare l’ impresa. Se la cosa da farsi sarà difficile, parlisi poco della
difficoltà, e si ampliGchi l’uiile, l’onore- vole, l'onesto, congetturando
dalla persona, dalla cagione, e dal fatto. Introdurrà 1’ oratore le
suddivisioni d’ Ermogene, cioè che cosa seguirà non deliberando l' impresa ;
che cosa sarebbe succeduto , se altri in un caso simile non avesse deliberata
la cosa stessa ; da quali altre per- sone potrebbe disperarsi dell’impresa , in
quale altro tempo , in quale altro luogo non dovreb- bes’ intraprendere ; ma
che in questo tempo , in questo luogo, con queste persone vada in- trapresa .
AiiiCzj (li esporre le proposizioni , che hanno stato Negoziale. Il primo
artifizio d’ esporre le proposizioni che himno stato negoziale consiste nel
consi- derare tutte le cose alle (juali Tazione può essere relativa , eh’ è
quanto a dire , lo circostan- ze delle persone j delle cagioni, e del fatto ,
ed amplificare quelle circostanze precise , le quali sono più adattate al
motivo, da cui gli uditori debbono più indursi all’ azione, cioè a deliberare.
Per esempio, se un oratore volesse persuadere Davide atl- intraprendere la
batta- glia contro i Filistei , la battaglia sarebbe la cosa da persuadersi :
converrebbe per tanto eh’ egli considerasse le persone , le cagioni a cui
riferiscesi la battaglia, e poi le circostanze della stessa battaglia, in qual
luogo , in qual tempo, in qual modo , con quali ajuli sia facile o difficile.
Per ordine alle persone, i Filistei sono 1. nemici implacabili degli Ebrei , a.
oltraggia- tori del nome di Dio d’ Israel lo, 3. Confidano nella virtù
menzognera d’ idoli insensati, 4- di' sprezzano la religione di Mosè, 5. Non ad
altro t iensano che a rendere soggetta la nazione israe- itica . Quindi
succederà e riputazione e gloria a lutti coloro che combatteranno conira simili
empii e superbi nemici. Per ordine alla ca- gione , vanterà il premio proposto
dal Re Sa- ul le di dare la sua figlia per moglie al cam- pione. Il secondo
artifizio consiste nel conget- turare 1’ evento, cioè nel congetturare che cosi
appunto la cosa seguirà. L’ evento è cosa dub- bia , la cosa dubbia devesi
congetturare con qualche segno chiaro , manifesto , e conceduto. Quindi r
ariifìzio di congetturare che Davide vincerà , il che è dubbio ed oscuro ,
consiste nel considerare s’egli abbia altre volte com- battuto con vantaggio ,
se persone o inferiori o eguali a lui abbiit vinto , e da questi se- gni certi
inferire la proposizione dubbia ed oscura. Talora si rende all’ oratore
proflitevole, prima di congetturare l’ evento , il dimostrare che l’a- zione e
così onesta , così giusta , e di tale uti- lità , che si deve in ogni modo
determinare , o che 1’ evento succeda , o che non succeda con prospera o con
avversa fortuna , come sa- rebbe : per la patria si deve combattere , o che si
vinca , o che si muoja. E per rendere il suo dire più atto a persuadere , potrà
1’ ora- xore rinvenire una condizione austera, tremen- da , e orribile, che in
niun conto si può eleg- gere , e tuttavia una delle due dee eleggersi, o la
cosa proposta , o la condizione ; e così se- guirà che l’uditore elegga la cosa
e non la con- dizione. Per esempio, se uno vuol persuadere il perdono de’
nemici , e dice che devesi per- donare, che che ne avvenga alla riputazione
umana , altrimenti ( ecco la condizione austera ) avrassi Dio Onnipotente per
sempre nimico. Supposto .adunque, che i vendicativi non si fos- sero mossi a
dar il perdono , nè per cagione del giusto , nè dell’ onesto , forse si
muoveranuo per cagione dalla condizione austera. Quando gli uditori sono
persuasi , che la cosa devesi eleg- gere per cagione d’ una condizione austera
, tre- menda ed inseparabile , in tal caso congetturan- dosi poi l’ evento
felice , la congettura oltre il credere diletta e piace. Stato Giaridiziale
assoluto. Quanto si è detto in proposito di questo stalo, è sufficiente per
sostenere una controversia ad esso spettante; si avverta intanto che 1’ oratore
dovrà argomentare in esso dal dritto di natura, dal dritto pubblico , dalla
consuetudine , dal- r equità, dal giudicato, e dal patto, serven- dosi degli
stessi artifìzj della persona , della ca- gione , e del fatto ; le quali cose
sarebbero no- iose a ripetersi. Stalo Giaridiziale assunlivo. Questo stato
esser può o di comparazione, o di recriminazione , o di traslazione , o di
conces- sione; quindi l'arfilìzio per poter confutare le scuse fondate sopra
questi quattro diversi stali devesi attingere dalle congetture delle cagioni
delle persone , de’ fatti , e da altre fonti che si offriranno all’ oratore per
abbattere ogni pre- testo. Stato De£GiDÌtÌTo. Essendosi già fatta menzione di
questo stato, qui altro non faremo , che additarne gli artifizj. Primo
artifizio di deffinire e confermare la deffinizione. 11 primo artifizio di
deffinire, è di deffinire dal iàllo precisamente , e non dalle circostanze. Per
esempio, un capitano con minori forze as- sale il nemico , ed ottiene vittoria
; 1’ oratore, che prende le parti d’ accusatore non considera il fatto con la
circostanza della vittoria , ma il fatto preciso d’aver assalito un nemico pifi
forte, e dice ohe un capitano è stato temerario ; per- chè temerario è colui
che assalisce un nemico più forte. Questa definizione la chiameremo di- minuta
, perchè fondata- sul fatto , e non sulle circostanze. Per confermare simile
deffinizione, conviene trovare la médesimezza ossia identità tra la cosa fatta,
considerata secondo se stessa, e la stessa cosa fatta considerata con le circo-
stanze : per e.sem[)io , il capitano che ha assa- lito il nemico con minori
forze, ed ha ottenuto vittoria, è stato accusato per temerario, perchè
temerario è colui che assalisce il nemico più forte. Con 1* artifizio fin ad
ora dichiarato si risol- vono luti’ i p.aradossi , perchè dimostrando che da
una diflìnizione sieguono gli stessi eiTctii , gli stessi conseguenti che
sieguono dall’ altra, s’ inferisce subito , che una cosa lontana diventi
prossima, e che l’azione incredibile, diventi verisimili. Cicerone, nella prima
Filippica, di- mostra che tutt’ i cittadini , anzi tutt' i popo- lari possono
dirsi Ottimati della città , e aef- finisce gli Ottimati dal fatto , cioè che
gli Ot- timati sono quelli, i quali desiderano la pace e la quiete de’
cittadini. Secondo artifizio. L’ altro artifizio dì deffinire è deffinire dal
fatto, e insieme dalle circostanze lasciate nella sua definizione da qualche
altro oratore. Così invece di dire : Sacrilego è colui che ruba uii uomo in
chiesa , dirà : Sacrilego è colui che ruba in chiesa cose sacre. E Cicerone
nell’ orazione contro Pisone, vuol defilnire, che cosa sia Console, e lo
dcffinisce primieramente dal fatto solo , secondo P opinione dell’avversario, e
dice; Stimi tu che il consolato si contenga ne’ lit- tori , nella toga, e nella
pretesta? Poi lo def- finisce dal fatto con tutte le sue circostanze , secondo
l’ opinione propria , e dice che bisogna essere Console con 1’ animo e coi
consiglio , con la fede , con la gravità , e finalmente con ogni uffizio , che
convenga al consolato. Indi fa ve- dere da tutte le azioni di Pisone, che non
fu Console , perchè non è la stessa cosa la deffi- nizione dei fatto solo , e
del fatto con tutte le circostanze ; non è la stessa cosa avere la toga
pretesta, e le guardie senz’ altra dote dell’ ani- mo , ad avere la toga , la
pretesta , le guar- die con l’ animo , col consiglio con la fede , con la
gravità con la vigilanza, con tutte le perfezioni di colui ch’esercita il
consolato. Di- mostra adunque che la deffinizione del conso- lato dal fatto
solo , qual è la deffinizione di Pisone, è falsa, ed è tnrpe, perchè deffinire
il Consolo dalla toga , dalia pretesta , e dai littori , è lo stesso , come
volere nella toga , nella pretesta , e ne' littori uniti P animo , il consiglio
, la fede , la gravità , la vigilanza del Console , che è non solo falso , ma
turpe, perchè in simili cose se consistesse l’ essere Con- solo , seguirebbe
che i ladri ed i nemici po- trebbero dirsi Consoli , potendo le altre cose ri-
trovarsi ne’ ladri e ne’ nemici. Uso delle controversie oratorie nelle orazioni
esornative, ed accademiche. Orazioni esornative. Le orazioni esornative, che
appartengono al genere dimostrativo, non di altro si costituti- scono , che di
narrazioni e di amplificazioni ; poiché non si loda e non si biasima
propriamente altra cosa, che l’azione derivante dalla virtù e dal vizio :
conseguentemente ogni qualunque oratore , o sacro o profano , tanto nella lode,
quanto nel biasimo , ha da narrar prima le azioni, e poi dev’entrare nelle loro
amplifi- cazioni. La narrazione esser deve chiara , per- spicua, non
<liminuta, non superflua, e sopra tutto verisimile , da cui 1’ uditore sia
infor- mato perfettamente che Res sit. Onde pria d’ amplificare , e di far
vedere la difficoltà del- 1’ azione , l’ oratore ha necessariamente da far
precedere la perspicua narrazione di essa. Con- viene inoltre , che
distribuisca la narrazione de’ fatti in modo, che dopo la narrazione d’un fatto,
passi all’ amplificazione , e così prose- guendo , onde tutto il discorso sia
distribuito , e compartito di narrazioni e di amplificazioni, consistendo il
giudizio dell’ oratore nel narrare, e 1’ eloquenza nell’ amplificare. Tulle le
cose poi, generalmente parlando; possono lodarsi dal - 1’ onestà , unica Ionie
di tutte le lodi , come per lo contrario, possono vituperarsi dalla di-
sonestà. Gli uomini posson lodarsi generalmente dalla nobiltà della loro anima
, e dalla sor- prendente struttura del loro corpo. Se poi volesse
pariicolarmente lodarsi qualche personaggio, in due maniere, far ciò si
potrebbe o seguendo 1’ ordine artificiale , o il naturale. L’ artifizialc si ba
quando riduconsi tutte le lodi d’ una persona a determinati capi. Que- st’
ordine nel descrivere le lodi di alcuno , è il migliore , e più proprio per un
oratore , come quello nel quale può campeggiare l’ elo- quenza , ed è
suscettibile di rillessioni brillan- ti. Ad oggetto però che quello che si dice
sia proprio , e ben adattato , ed anche ben pro- vato , è necessario che
l’oratore percorra bene la storia del personaggio che prende a lo- dare , sì
per assumere quelle virtù nelle quali si è più segnalato e distinto il suo Eroe
, come per procurarsi 1’ apparato de’ fatti da por- tare in comprova del suo
assunto. E questo r ordine seguito da Cicerone prò lege Manilia nel descrivere
le Iodi di Pompeo , che riduce tutte alla scienza militare, al valore, all’ au-
torità , cd alla facilità. 11 naturale poi si ha quando descrivonsi le lodi di
alcuno , seguendo la storia della sua vita. Acciocché però non degeneri in una
sec- cantissima storia , bisogna avere l’ avvertenza di amplificare, di far
delle digressioni. Ed af- finchè in questa seconda maniera andar possa con più
ordine la cosa , è ben fatto dividere tutta la storia del personaggio che
prendesi a lodare, in tre tempi, i. Avanti la nascita, a. Du- rante la vita ,
3. Dopo la morte. Si avverta che in ciò l’oratore dev’ essere saga- ce , perchè
incontrandosi nell’ Eroe delle cose che gli facciano poco onore, è d’ uopo o
tacerle, o colorirle in modo che gli diano piuttosto lode, che biasimo. Nel
tempo avanti la naseita eonsidcransi i portenti , la patria , i natali. Nel
tempo della vita , le doti del corpo, come sanità, bellezza , forza, ricchezze
, onori , cariche sosienute. Le doti dell animo conte la beneficenza, la
giustizia , la religione , la fortezza. Nel momento della morte, il genere di
morte, se placida , se dolce, se violente. Nel tempo dopo la morte, il pianto c
’l dolore de’ buoni , la felicità eterna che succede alla vita mortale , e
tutto ciò che va in conto di virtù. Pe’ bruti , essi possono essere lodati per
la grandezza , per la fortezza , per la fedeltà. , Le cose poi devono
diversamente lodarsi, secondo la loro diversità. Abbiasi, per esempio, a lodare
la religione. L’ artifizio a esporre e di ampli- ficare le qualità della
religione in genere con- siste nel considerare il suo oggetto , ed ampli-
ficarlo. L’ oggetto dunque della religione è Dio è tutto ciò che a Lui
riferiscesi. Volendosi di- mostrare inoltre quanto più eccellente sia la nostra
religione da quella de’ gentili, si esporrà che r oggetto della nostra è Dio ,
e gli og- getti delle altre sono le pietre , i genii ec. Oltre 1’ esporre
l’oggetto, potrassi considerare la sua origine , cioè donde essa nacque , da’
quali po- poli fu coltivata, di quale virtù, di quale in- dole, di quale
rettitudine , di quale fedeltà sicno stati coloro che hanno operato secondo i
principi della religione. Come la religione regoli gli uomini per ordine a Dio
, per or- dine alla società, per ordine a se stessi. Cer- care i conseguenti
che derivano dalla religione, cioè la felicità , la gloria , c tutt’ i beni
utili e giocondi. Cercare ancora che cosa sarebbono gli uomini senza religione
, ({ual divario passerebbc fra essi e le fiere , quale trai boschi e le città
popolate. Fatta così parola della religione in generale, ■può passarsi a
lodarla in ispecie, mercè un fatto particolare. In questo poi considerisi la
fonte delle circostanze, cioè cagioni, persone e fatti. Scelgasi, per esempio,
il sacrifizio di Jefte. Dalla persona. Le qualità della figliuola , e quelle
del padre , il che offre un campo vastissimo per argomentare ed amplificare
nello stesso tempo. Dalla cagione. La fedeltà dovuta a Dio, mo- strandosi
quanto essa abbia preponderato sulla tenerezza paterna. Dal fatto. Le lagrime
del padre , le lagrime de’ circostanti, l’ apparato del sacrifizio , ed altre
infinite cose, che 1’ oratore potrà scegliere per dar risalto al suo assunto.
Ciò che si è detto della religione, può fa- cilmente aprire la strada a lodare
le altre cose. E sicuramente per le cose viziose potrassi con eguale successo
argomentare prima in genere, e poi in ispecie, e dalle persone , e dalla
cagione e dal fatto. Uso della controversia congetturale , deffini- Uva nelle
orazioni accademiche. Le orazioni accademiche servono per lodarsi le scienze, o
per risolversi de’ problemi morali atti ad esercitare i giovani nel comporre.
In queste orazioni , quando si propone la controversia , ossia il problema ,
senza dubbio 1’ assunto tanto dell’ uno, (Juanto dell’ altro ac- invenzione.
cademico deve avere stato. Per esempio , si propone , se allo stato sieno utili
o i capitani, o gli oratori ; questo è problema cbe contie- ne lo stato d’ ulta
controversia , sopra cui l’uno* degli accademici sostiene , che i capitani
sieno più utili, l’altro sostiene l’opposto, che sieno più utili gli oratori ;
e questa controversia ha stato di qualità comparata, e per provarla de- vesi
dall’ una e dall’ altra parte ricorrere al- 1’ utile. Ma tutta l’ utilità deve
inferirsi da’luo- ghi dello statò congetturale, e dalle congetture. Quindi se
una parte sostiene che 1’ utilità mag- giore derivi da’ capitani , deve ciò
inferire dalle congetture prese dalle cagioni, dalle per- sone , e da’ fatti ;
e quanto maggiori saran- no le congetture , tanto più renderassi ve- risimile
che sieno ])iù utili i capitani , e cosi vadasi discorrendo, se si sosterrà
dall’altra parte; di modo che tutta la materia dell’ utilità si prende dal
genere deliberativo : ma tutto l’ar- tilizio d’ inferire la quistione di
qualità dipende dallo stato congetturale, per mezzo di cui s’ inferisce o che i
capitani , o che gli oratori sieno più utili. Succede alle volte, che nelle
accademie, in cui si fanno discorsi sopra qualche parte della felicità, come
sarebbe dell’ amicizia, della bel— le'i,za, dell’ avvenenza ec. si prendano
assunti i quali hanno stato diffinitivo. Se l’oratore vorrà allora sostenere ,
che l’amicizia sia questa cosa e non quella, che la bellezza non sia cosa
reale, ma opinativa ; in tal caso deve ricorrere agli artifizj insegnati nel
capitolo dello stato dif— finitivo. Di ciò non istiamo a dare degli esempi!,
essendosene a suo luogo soverchiamente discorso. Come ti lodino >le Scienze.
• • Le scienze , o speculative o pratiche , lodatisi dagli oggetti e da’ loro
principj, e secondo la preferenza degli oggetti e de’principj una scien- za è
all’ altra preferita. Chi vuol sapere se la Giurisprudenza sia preferibile alle
altre scien- ze, deve considerare se la giustizia eh’ è il suo oggetto sia
preferiia a tutte le altre virtù. Nella scienza s[>ecuiativa puossi
considerare la dignità dell’ oggetto secondo se stesso , I’ uti- lità e ’l bene
che ne possono derivare , l’ uni- versalità, r indipendenza de’prim ipj. Nella
scien- za pratica si considera, 'oltre la dignità dell’og- getto e la fermezza
de’ principj, anche la di- rezione della virtù , per cui la volontà è di- retta
all’ azione che si riferisce al proprio og- getto. Se un oratore, per esempio,
voglia lodare le _ Matematiche, che formano una scienza spe- culativa , deve
riflettere all’ oggetto, eh’ è la quantità; alla certezza de’ princi|)j , come
sa- rebbe , che il tutto è maggiore della parte ; alla universalità, come da
questa sieno dipcn- ' denti l’ astronomia , la musica , 1’ architettura ; alla
utilità : ma non può già estendersi per ordi- ne alla direzione delia volontà ,
perchè di que- sta potenza essa non ha direzione alcuna. Per lo contrario , se
un oratore voglia lo- dare la scienza cavalleresca, eh’ è scienza pra- tica ,
non solamente riQeiter deve all’ onore «h’è il suo oggetto; a’ principj , che
sono quegli stes- si della civile e della morale; ed all’utile, cioè al
benefìcio universale di tutte le città, di tutti i popoli , di tutte le nazioni
, di tuitoi il mondo , da cui tolto 1’ onore nulla più è bastevole per la
conservazione della perfetta so..- cietà umana : ma si ba stendere ancora alla
direzione della volontà , in quanto che questa * scienza la dirige per via di
giustizia , e di va- lore alle azioni convenevoli air oggetto suo, eh’ è r
onore. La disposizione oratoria, secondo Cicerone, altro • non è, che un’
ordinata distribuzione delle cose trovate , o pure, secondo Gorniiicio , un
certo ordine , il quale dimostra come debbano collocarsi le parti
dell’orazione. £d in fatti, a che servirebbe 1’ aver rinvenuta, una quantità di
ragioni per provare un assunto , se un or- dine non si desse a queste ragioni ?
Qual ca- pitano non amerebbe meglio di avere un’armata non molto numerosa, ma
bene ordinata e di- sposta , che d’ avere un esercito immenso di forti soldati
composto, ma indisciplinato e senza ordine? Ora per una simigliante ragione
torna meglio un’ orazione non tanto ricca d’ orna- menti e di prove, ma
ordinatamente disposta , che un’assai copiosa ed elegante, ma distesa alla
rinfusa , e senza la' convenevole distribu- zione. Ciò posto , è da sapersi che
due sono le parti essenziali dell’ orazione, cioè proposizio- ne , e prova : ma
siccome potrebbero gli udi- tori inmtidirsi nell’udire la nuda proposizione, e
poi la prova , così è stato inventato il proe- mio , o sia l’ esordio. Inoltre
poiché tutti non (i) jépla rerum inventarum in ordinem dislribu- n'o. — Cicer.
de ìnvent. estano espugnali dalle prove per approvare , e che 1’ uomo è
soggetto a passioni ; così per iscuolerle si è avuto ricorso alla perorazione',
la quale chiamasi anche mozione degli affetti, ed in altri casi Epilogo, come a
suo luogo ve- dremo. Circa la narrazione , nel genere giudi- ziario è sempre necessaria
, ma nel deliberativo e nel dimostrativo non ha luogo. In conse- guenza diremo
esser cinque le pani d’uua ora- zione, vale a dire, esordio, proposizione, nar-
razione, prova ( detta ancora argomentazione, ed in questa parte è compresa
similmente la confutazione , fa quale non è che una prova ) , epilogo , o
pérorazione. Ma non tutte queste parli sono nocessarie in ogni orazione ,
dipen- dendo ciò dal genere in cui parla o scrive l’ora- tore , e dalla materia
che ha per le mani. L’ esordio è quella parte dell’ orazione per la quale c’
introduciamo .id esporre qualche cosa, preparando con ciò l’ animo dell’
uqitore al resto del discorso , ed è perciò che i maestri dell’arte vogliono
che 1’ esordio sia ingegnoso , modesto , corto, e ricavato dalla essenza
dell’orazione. Si propone 1’ esordio tre lini , cioè la bene- volenza,
l’attenzione e la docilità. Per conci- liarsi la benevolenza degli uditori è
d’uopo che lor mostri 1’ oratore che il suo oggetto è inti- mamente ligato con
gl’interessi loro : come, per esempio , un pubblico parlatore , che mostrasse
a’ suoi concittadini il pericolo in cui trovasi la patria ; un oratore del
pergamo , che intra- prendesse a dimostrare quanto la carità sia accet- ta a
Dio , e finalmente tutt’ altra materia a cui partecipano i circostanlL Per
destare l’ atten- zione può farsi qualche cenno dell’ imporuinza della dignità
e della novità del soggetto^ dando qualche indizio della chiarezza e della
preci- sione^ con cui vogliamo trattarlo, e della bre- vità in cui intendiamo
di contenerci. Per ren- dere finalmente docili gli uditori o sia disposti a
lasciarsi persuadere, converrà prima distrug- gere ogni prevenzione che possano
aver con- cetta contro la causa o contro la parte che noi abbracciamo. Ma non
in tutti gii esord^ è d’ uopo conciliarsi la benevolenza , 1’ atten- zione, e
la docilità ; ciò dipende dui soggetto elle P oratore avrà per le mani. Sarà
poi l’esordio ingegnoso quando farà co- noscere moderatamente il talento , il
genio , il buon senso dell’ oratore , in modo , che faccia travedere ciò che
debba seguire , e decida l’uditore ad ascoltare con attenzione. Sarà modesto se
P oratore avrà l’ arte di non far campeggiare ad un tratto tutto il suo ta-
lento , e tutta la sua dottrina ; dappoiché Pamor proprio degli ascoltanti è
soggetto ad esser fe- rito, ed in conseguenza bisogna molta sagacilà per fare i
primi passi senza dispiacere. Si distinguono due esordj , cioè generale ossia
principio , c particolare ossia insinuazione. Il generale, dice Tullio, è
quello in cui l’oratore chiaramente, e subito rende P uditore affezionato ,
docile, at- tento, e nel quale espone pienamente l’oggetto del suo discorso. Il
particolare è quello in cui P oratóre con giri di parole , e dissimulata- mente
procura d’ entrare nell’animo delPuditore; come fece Cicerone contro Rullo in
pro- posito dalla le{>{>e Agraria. Traitavasi d’una legge proposta dal
Tribuno Rullo, la quale favoriva il popolo, c pure Tullio usa tanto artifizio,
impugnando questa legge, che strascina la mol- titudine, anche prima di addurre
le prove per rigettarla. Negli esordj particolari comprendesi ancora l’esordio
detto exabrupto , ed è quando r oratore essendo investito da un vivo dolore, da
una grande gioja , o dallo sdegno violente, 0 da qualche cosa nuova che si presenti
alla sua mente, al suo sguardo, ad un tratto prorompe con una invettiva, con
una esclamazione, o con altra figura veemente , come fece Cicerone al- lorché
stando in senato , e disponendosi a par- lare contro L. Catilina , entra colà
Catilina. 1 senatori sono spaventati , l’oratore stesso trema dapprima; ma
quindi investito dal furore, in- drizzàndo la parola al traditore, gli dice :
Quo usque tandem , Catilina , abutere patientia nostra ? £ fino a quando o
Catilina , abuse- rai tu della nostra sofferenza ? De’ luoghi , onde «i
ricavano gli Esordj generali. Gli esordj generali si possono licavare da
quattro luoghi, cioè 1 . Dall’ oratore. a. Dal cliente. 3. Dall’avversario.
4> Dalla stessa causa. Dall’ Oratore. Dimostrando essere tale il suo dovere
, la sua gratitudine. Esponendo senza arroganza ed ostentazione quali sìeno
sta.li i suoi uQizi verso lo stato. 5 . Protestando essersi mosso ad
intraprendere la causa per vero zelo delia salute pubblica y e del bene comune
(5). . 4. Dimostrandosi premuroso del bene degli uditori. 5. Esponendo i ptoprj
incomodi^ cioè pover- tà , solitudine y miseria ( 4 )> б . Facendo valere le
diOicoltà incontrate nell’assumere la causa. Implorando 1’ altrtii sovvenimcnto
, con protestarsi y che ne’ giudici è- riposta tutta la nostra speranza > e
che abbandonati da loro non sappiamo a chi far ricorso ( 6 j.. Dagli Avversar^.
Procacciando contro gli avversar] 1* odio , il disprezzo , r invidia d^li
uditori. Rendonsi poi odiosi gli avversar] , esponendo qual- che loro fatto ,
che sia ributtante , superbo , perfido , crudele , temerario , malizioso ,
scellerato. f i) Pro tirchia. 1) Pro Fiacco. Pro C. Rabisio. ^4) Pro Pub.
Sylla. ( 5 ) Pro Pub. Quintio.
(6Ì Pro Milone. (7) Pro Roscoo
AruerirìO: Si rendono invidiati , esponendo la forza , la f iotenza , il
rarlito , la ricchezza , la nobiltà , e aderenze, le protezioni, le amicizie
,le paren-^ tele , facendo vedere che gli avversarii assai pili confidano in
queste coso , che nella ve- rità della causa. Si rendono finalmente spre- gevoli
esponendo la loro pigrizia, negligenza, come anche un certo modo di vivere
assai vile ed indegno. Dagli Uditori. 1. Commendando senza adulazione le cose
da essi fatte con valore e sapere , con magnifi- cenza e mansuetudine (i). s.
Amplificando i bcnelizj da loro ottenuti (i). 3 . Esponendo in quanta stima
sieno presso la società , e come tutti sieno in aspettazione della loro
rettitudine. Dalla Causa. Con rilevare dalla propria causa quello che v’ è d’
onesto e d’ utile , dimostrando all’ in- contro la causa dell' avversario del
tutto iniqua, turpe , e sommamente pregiudizievole al bene pubblico. Oltre i
luoghi surriferiti, awene degli altri, , i quali servono per formare gli csordj
in que- ste tre circostanze di tempo. Quando di già la causa ha alienato dal» r
oratore gli animi degli uditori. (ij Pro Quinùo, {Sì) Pro Milane, . ^5 a.
Quando scorgesi , che gli uditori sono già stati persuasi dall’ oratore
contrario , che ha fa- vellato in primo luogo. 5. Quando sono gli uditori già
stanchi di f »ìù ascoltare. Nel primo caso per procacciarsi a loro benevolenza
ed attenzione , si può ri- correre a’ seguenti luoghi. Se il pregiudizio della
causa nasce dal fatto, si può far ricorso alla persona , la quale per essere
stata per io passato di tanto giovamento alla Repubblica , non merita ora a
essere ri- dotta a pericolo della vita. Se il pregiudizio nasce dalla persona ,
come avverreobe , se si pretendesse , che ad una persona vile si ergesse una
statua , in tal caso potrebbe 1’ oratore in- sinuarsi negli animi degli uditori
, rilevando la cosa , c dimostrandola di tal condizione , che porti di sua
natura il non doversi avere riguardo alla vile condizione della persona , ma
bensì alla grandezza del benefìzio per suo mezzo ot- tenuto. Quando finalmente
1’ orazione dell’ avversa- rio ha già retiduti persuasi gli uditori, e per tali
cagioni sono con l’animo da noi alieni, devesi procacciare la benevolenza e
l’attenzione. , 1 . Con promettere di voler rispondere esat- tamente a quell’
argomento su cui 1’ avversa- rio ha fondato la sua causa. a. Prevalendosi della
dubitazione , e dicendo di non sapere a che appigliarsi , e ciò che ri-
spondere. Quando gli uditori sono stanchi di più ascoltare , e sono per tal
cagione non di- sposti ad udire il nostro discorso , farà l’ ora- tore ricorso
a qualche apologo o favola per eccitare il riso. Artifizio di formare gli
Esordj particolari. L’ esordio particolare da noi già defHnito , essendo stato
da alcuni retori diviso in quat> Irò classi , cioè Insinuazione , Exabrupto
, Di- retto, ed Indiretto; e trovando noi questa divisio- ne utilissima , per
vie maggiormente spianare la strada a’ giovani compositori , a questa un poco
ci arrestiamo. Dell’esordio per Insinuazione e di quello Exabrupto abbiamo già
fatto cenno: quindi diremo qualche cosa degli altri due , e prima del Diretto.
Dicesi esordio particolare Diretto quando ciò che in ispecie trattasi nella
proposizione di as- sunto , in genere se ne discorre nell’ esordio : per
esempio, avendo a lodarsi la castità di Su- sanna , nell’ esordio mi metto a-
lodare la ca- stità in generale , oppure la virtù nella quale, come nel suo
genere è compresa la castità. Di- cesi poi esordio particolare Indiretto ,
quando ciò che nel genere, assume l’oratore nella pro- posizione , in ispecie
lo tratta nell’esordio: sic- ché avendo a discorrere sull’ amore della pa-
tria, nell’ esordio si riferisse con arte oratoria il fatto di Muzio. Scevola ,
o di Orazio Coelite. Bisogna però por mente a ben congiungere il proemio con la
proposizione , perchè da que- sta congiunzione dipende il maraviglioso effetto
di questi esordj. E quando Cicerone biasima gli esordj separati , egli intende
parlar di quelli che non sono con maestrìa uniti all’ assunto , ma non già di
quelli , che qn.-mtnnque sepa- . 'j5 Tali, vengono dall’ oratoro uniti alla
proposi - z one con feliciti ; e di questi secondi pirla con vantaggio
Aàsiotile , adducendo 1’ esempio del- l’esordio d’ Isocrate nella orazione in
lode di Et lena. 11 voler poi determinare quale esordio aver debba un’orazione
del genere deliberativo, quale quella del giudiziale , e quale quella del di- ‘
mostraiivo , sarebbe lo stesso d’ inceppar la mente di colui che deve formarlo
, onde lo lasciamo in piena libertà dell’ oratore , il quale dopo aver
tracciatò il suo assunto , gìudicberà quale più gli convenga di dover porre in
prin- cipio della sua orazione. Arte di formare gli Esordj preoccapando.
L’oratore deve bene immaginare eguale sia l’o- pinione dell’uditorio, quale l’
opinione che ha della materia ; se pensi che sia ardua, non giu- sta , odiosa.
Quale opinione del tempo , del luo- go, delle persone , se pensi che la materia
sia da trattarsi in altro luogo , in altro tempo , o avanti ad altre persone.
Quale opinione abbia di lui , che parla , se pensi eh’ egli non sia di quella
età , di quella prudenza , di quel consiglio , di quella sapienza , che
necessite- rebbe in colui che avesse a trattare e a discor- rere sopra siffatta
materia. Preceduta 1’ opi- nione dell’ uditorio , bisogna colpirlo con qual-
che forma di cominciare , mediante la quale esso conosca d’ essere stato
prevenuto j il che farà che gli uditori rimangano tosto guadagnati dalla
prudenza e dall’accortezza dell’oratore. Quando l’oratore si serve delle forme
del preoc- cupare , può dimostrare qualche sua passione secondo che porta la
qualità della' materia su cui discorre. Se la materia è ardua , odiosa ,
pregiudicata, potrà servirsi di quelle forme di preoccupare , che manifestino
il suo timore , se' la materia sarà utile, grata, piacevole, potrà ser- virsi di
quelle forme di dire, che manifestino la sua letizia. L’ artifizio del
preoccupare serve dal princìpio del discorso sino alla fine , pei>> chè
sempre fa bisogno in qualche luogo un pic- colo preambolo prima d’ entrare nel
discorso Questa preoccupazione poi può aver luogo. 1 . Per passare con grazia
da una considera- zione ad un’ altra ; а. Per togliere un pregiudizio; 3. Per
togliere 1’ odiosità ; 4. Per dire qualche cosa strana ; б. Fingendo timore
d’aver a espugnare le ra- gioni degli avversar]. Questo è quel grande artifizio
col quale l’o- ratore tende insidie a’ suoi uditori , onde muo- verli secondo
voglia. Da questo grande artifi- zio dipende il farsi conoscere uomo saggio e
pru- dente , di buon costume, di buona indole. Precetti da osservarsi io ogni sorta
d’ Esordio. Perchè un esordio qualunque sia fatto se- condo le regole dell’
arte oratoria bisogna por mente alle seguenti cose : 1 . Non dev’ essere 1’
Esordio volgare , e co- mune, vale a dire che sia cosi proprio ed unito con
lutto il resto dell’ orazione , che non possa adattarsi ad altri; ed il miglior
mezzo è di aver presente questo precetto di Cicerone : « Con- j) siderate tutte
le cose , allora finalmente bi- J> sogna pensare a quello che deve prima
dir- y> si , cioè di quale esordio debba servirini. E se Dli qualche volta
hovoluto cercarlo a principio, » non mi si è presentato nulla' che non fosse »
o esile, o frivole, o volgare ». 3 . Devesi usare nell’ esordio ogni accura-
tezza nel dire , e le espressioni più ricercate <]ui hanno il loro luogo ;
poiché essendo gli uditori in questo momento più disposti a cri- ticare , non
potendosi ancora occupare del sog> getto , che punto non conoscono , la loro
at- tenzione è tutta ri volta alio stile , ed alla ma- niera di dire. Adunque
una corretta natura- lezza , una elegante semplicità , sono il con- venevole
carattere di un esordio. 3 . Una moderata umiltà , la quale deve a principio
mostrare 1 ’ oratore non solamente nel- r espressione, ma in tutte le sue
maniere , negli sguardi, e nel tuono della voce. Ma questa umiltà non vuol
essere bassezza cd abjezione ; poiché deve l’oratore accoppiare all’ umiltà una
certa dignità procedente dalla persuasione, della giu- , stizia ed importanza
del soggetto che è per trattare. In qualche circostanza potrà prorom- pere con
un tuono alto ed ardito, come quando si levi a difendere una causa già molto
scre- ditata nel pubblico , dove un cominciamento troppo modesto potrebbe
prendersi come con- fessione di colpa. Con 1’ ardimento , o con la robustezza
dell’esordio dev’egli allora sforzarsi d’ arrestare la taccia che ha contro di
se , e rimuovere le prevenzioni , affrontandole senza timore. 4 . Comùnemente
però 1’ esordio vuol es- essere condotto in una maniera placida , e pa- rata, e
ben di rado la veemenza e la passione vi può aver luogo , eccetto se il
soggetto sia tale , che il ricordarla solamente desti qualche gagliardo
loovinieiiio ed aSetto , e I’ ioaspel- tata presenza di qualche persona , o di
qual- che cosa faccia prorompere 1' oratore in una invettiva , come si disse
per 1’ Exabrupto. 6. Non devesi introdurre nello esordio veruna parte
sostanziale del soggetto ; alirimcnii ver- rebbe a trattarsi un argomento due
volte. 6. Finalmente , vogliono essere gli esordj pro- porzionati all’orazione,
e non farsi che ad una statuetta mettasi una grossa testa, che ne op- prima il
busto. i." Modo di formare l’Esordio. Ermogene dice , che tre partì
principali aver deve 1’ esordio , cioè la proposizione , fa quale è come la
base del proemio^ l’assunzione, ossia Teddizione , con- cui 1’ oratore in virtù
della prima proposizione , ne ripiglia e ne assume un’ altra ; e l’esito, che è
una conclusione , mediante la quale il proemio si unisce al- 1’ assunto
principale dell’orazione. Alla propo- sizione , ed all’ assunzione si può aggiungere
la loro ragione , ma le parti principali sono le tre accennate. Esempio
(Boccaccio). Ogni vizio può in gravissima noja tornare di colui che 1’ usa ; e
molte volte d’ altrui : E‘ tra gli altri , che con più abbandonate redini ne
trasporta ne’ nostri pericoli , mi pare che l’ ira sia quello. La quale ni un’
altra cosa è, che un movi- mento subito ed inconsiderato , da sentita tri-
stizia sospinto , il quale ogni ragione cacciata , INVENZIONE. e glij occhi
della meme avendo di tenebre of- fuscali , in ferventissimo furore accende
l’anima nostra ec. ec. ec. Acciocché da quella con più forte petto ci guardiamo
, il caso di tre giovani , e di al- trettante donne, per l’ira a’ una di loro
di- venuto infelicissimo , intendo di mostrarvi. 2 .° Modo. Considerala , e
riflettuta la proposizione del- la quale 1’ oratore far deve la sua orazione,
ne caverà ia ragione , formandone lEniime- ma , facendo andare avanti 1'
antecedente , e dopo la sua prova con qualche illustrazione , se vi cadrà a
proposito ; e dopo conchiudendo col conseguente , che conterrà la proposizione
dell’ orazione. Alle volte 1’ oratore fa seguire alla proposizione certe
proprie digressioni; il che e molto lodevole, facendo semprepiù cam- peggiare
1’ eloquenza. £ finalmente potrebbe anche farsi 1’ esordio in un Sillogismo
Ora- torio. Articoi. 0 IlL Della Proposizione. La proposizione è quella nella
quale 1’ ora- tore assume qualche cosa da provare, ed è quella in cui tanquam
in cardine tota vertitur ora- tib. Va essa dopo l’esordio, e talvolta nelle
cause fornite di narrazione dopo di questa , ac- ciocché meglio si vegga quello
che cade in quistione , e che si assume a provare. La pro- posizione vuol
essere espressa in poche e semplici parole, senza la minima afTcttazione , con
una certa aria di novità , la quale ecciti negli ascoltanti sospensione di
animo , e curiosità di vedere , come 1’ oratore riuscirà a dimostrare il suo
proposto assunto. Due specie di proposizioni vi sono cioè la semplice , e la
distributa , ovvero composta. La semplice è quella , che propone una soia cosa
, come quella di Cicerone prò rege De- jotaro'. a. Is igiiur modo a te pericolo
liberatus, » sed etiam bonorc amplissimo ornalus arguiiur 3) domi te suae
interliccre voluisse: quod tu nisi y> eum fedriosissimum iudicas , suspicari
profecto 3) non potes ». Questi adunque che tu hai libe- rato da’ gravi
perìcoli, e fornito di estesissimi onori, viene accusato d’aver attentato alla
tua vita in sua magione , e perciò se non lo sti- mi folle, al certo non potrai
dubitare della sua fede. — La proposizione composta è quella , che divide tutta
la cosa in due o tre parti , secondo che si crederà necessario ; le quali parti
for- meranno altrettanti punti particolari dell’ ora- zione , i quali
richieggono ognuno una prova particolare , come quest’ altra dello stesso Ci-
cerone pe ’l poeta Archia: E ingiusto di ne- garsi il diritto di cittadino
Romano; 1. Perchè è realmente citudino Romano ; a Perchè se non lo fosse, il
meriterebbe. Bisogna poi osservare nella proposizione : . 1. Che le varie parti
in cui dividesi il sog- getto , debbano essere realmente distinte fra lo- ro ,
sicché r una non sia nell’ altra compresa. a. Nella divisione deve proccurarsi
di seguire r ordine naturale, incominciando da’ punti più facili, e quindi
discendere a quelli più intrU gali , che sono appoggiali su’ primi.
DISPOSrzrONE. 8 v 3. 1 varj membri dalla divisione dovranno riem- pire tutto il
so;,'getto , altrimenti la divisione sarà imperfetia. 4 . Fuggasi la troppa
moltiplicità de’ punti. Due o tre bastano , altrimenti faticoso riuscirà all’
oratore di dimostrare moltissime parti , e penoso sarà all’ uditore di
ascoltarl e e ritenerle. ArticoIìO IV. Della Narrazione. La Narrazione è 1’
esposizione d’ un fatto qua- lunque , e potrà aver luogo in ogni sorte di
orazione ; poiché in ognuna occorre di descri- vere de’ falli; ma è necessaria
specialmente nel genere giudiziale, essendone una parte rilevan- tissima
insieme e difficilissima J^er più riguar- di. L’ oratore deve dire il vero , ma
nello stesso tempo non cose che pregiudichino la sua cau- sa, essendo i fatti
ch’ei riferisce la base di tutta la sua futura argomentazione : e perciò il
rac- contare le cose , che sieno strettamente ne’ li- mili della verità,
presentale co’ colori più favo- revoli alla propria causa , mettendo in luce
ogni vantaggiosa circostanza , e temperando ed inde- bolendo le contrarie ;
richiede non poca dose di sagacità e destrezza. La narrazione può es- sere o
intercisa , o continua, secondo che rac- contasi un fatto con digressioni, riflessioni
mo- rali inerenti al soggetto , o pure senza queste cose. Essa poi esige
Chiarezza , Distinzione , Pro- babilità e Concisione. Si avrà la chiarezza e la
distinzione facendo particolare attenzione alle persone, a’ tempi, ai
DISPOSIZIONE. ]uogliì , e ad ogni altra rilevante drcostaneadel fallo rlie si
racconta. Si avrà la probabilità , mostrando nel carat- tere delle persone di
cui si parla , che le azioni loro soli procedute da motivi naturali , e fa-
cilmente credibili. . Si avrà la concisione , quando si lasciano da parte le
circostanze superflue , ritenendo le sole importanti. ^el genere dimostrativo
poi è da sapersi, che la narrazione non si fa tutta in una volta , ma sparti
lamenle , altrimenti non sarebbe discorso, ma storia. Conviene adunque, che 1’
oratore sotto bella e plausibile idea distribuisca i fatti della per- sona
ch’egli vuol lodare o biasimare, che li vada amplificando in maniera, ebe ne
risulti la lode, o il biasimo. Quindi è che nel genere dimo- strativo la
narrazione è l’unica prova , e l’ am- plificazione serve a darle risalto.
Ricordisi ezian- dio , che le narrazioni di cjuesto genere poggiate sono sulle
persone , sulle cagioni e su fatti, onde conviene far rilevare alcuni
particolari, che dar possono risalto allo assunto. Si consulti Cicerone nella
settima Verrina quando narra il supplicio di Gavio Cosano , e veggasi con quale
maestria questo insigne oratore fa rilevare tutte le circostanze , con quale
artifizio fa giungere l’esito d’un racconto nuovo ed inaspettato. Digitized by
Googic Parte II. — disposiziomb. 85 A B TICOliO V. Della Prova y o
Argomentazione (i). Cicerone definisce la Prova rationem , quae rei diibiae
faciat Jidem: la manifestazione della cosa dubbia per mezzo di una certa. Per
esempio , Davidde è padre , dunqne noa vorri , che Assalonne suo figliuolo sia
ucci- so ; questa è ima prova, perchè la cosa dub- bia , cioè se Davidde voglia
che Assalonne rubcllo sia, o non sia ucciso , si manifesta da cosa certa, cioè
dall’ esser padre. Questa prova si manifesta per mezzo degli argomenti tratti
da’ luoghi generali , da’ luoghi di Comparazio- ne , e dalle circosunze di
persona , cagione e fatto , come da noi già si è accennato nelle Controversie.
Quindi, per procedere con esattezza l’ orato- re considerata bene la proposizione
, vedrà a quale facoltà appartenga , se al diritto natu- rale , se al civile,
se al canonico, se alla po- litica . e quali sieno le controversie che deve
porre in campo. Dopo questo apparato , disporrà le sue ra- gioni nel modo che
crede il più confacente, dividendo le forti e convincenti dalle deboli e
piccole. Quintiliano insegna una maniera di distribuire le prove , da lui detta
economica, ed è quando 1’ oratore avendo qualche par- ticolare riguardo agli
uditori , dispone F o-* (i) Per argomento s’iotende una dimostrazione. Qne. sto
vocabolo deriva da Arguo che significa dimostro. DIsrOSraTONE. razione in modo
, che possa ad essi piacere ; onde talvolta tornerà bene il cominciare, o il
finire con qualche ragione per altro di non molta forza , ma che per conto
della patria , dello stalo , degli uditori , di qualche celebre avvenimento, o
di altra circostanza, sia per essere da essi gradila. E que.sia disposizione
totalmente dalla prudenza dell’ Oratore di- l ArticoIìO VL Esposizione degli
Argomenti , ovvero Con- fermazione. Non basta trovare gli argomenti opportuni ,
e disporli nell’ordine più acconcio; ma è d’uopo che sieno esposti in modo ,
che abbiano nell’ a- nimo degli uditori tutta la loro forza , e chiamasi
esposizione degli argomenti o delle prove. I Dialettici hanno inventato otto
maniere di esporre gli argomenti , cioè Sillogismo Entimema Epicherema Dilemma
Sorile Prosillogismo Induzione Esempio. Ma al parere di Aristotile, la
confermazione esser deve varia, ed adattata al genere delle cause. Nel
dimostrativo bisognano qualche volta i DISPOSIZIONE. 8& siila^isini e {{U
eatimemi , per lo lare o bia- simare, ma la priatiipal cura essere di es- porre
, e mettere sotto gli occhi le azioni del sof^getto con l’ ampliQeaaione. Nel
genere de- liberativo gli entimemi, che hanno per ante- cedente un esempio,
sono molta al caso per in- durre gli animi. Il genere giudiziale poi esige
entimemi , perchè in esso trattasi di provare concludememcnie l'asiunto. Anzi
qualche volta per incalzar maggior niente la prova, potrà 1 o- ratore , come di
passaggio , servirsi del sillo- gismo, e della indiiaione. E però da usare,
dice il principe de’ Peripatetici , moderazione negli entimemi, cioè non
debbonsi raunare tutti in un luogo, altrimenti per la loro moltitudine s’ impediscono
fra loro , cioè non fanno il loro spicco , e lo stile non riesce oratorio , ma
mi- nuto e scolastico. Conviene adunque fra gli en- timemi frammischiare altre
cose , le quali ab- biano dell’ oratorio. Ciò posto , fissando il nostro
sguardo sull’ en- timema, sull’esempio e sull’amplificazione , di questi
prendiamo a discorrere , essendo essi gli strumenti più comuni cui gli oratori
si ser- vono por esporre le loro prove. E finalmente prima di terminare P
esposizione de’ precetti da seguirsi nell’argomentazione , noi faremo cenno del
ripulimento , e della illustrazione , ondo abbiansi sotto P occhio i varii
materiali di cni- potrà servirsi 1’ oratore nel trattare un argo- mento. DISPOSIZIONE.
Ahticodo vii. ' DeU uso deir Entimema. . U oratore può servirsi dell’ Eniiinema
in due maniere; o naturalmente, o alteratamente. Con maniera naturale , se la
precedere 1’ antece- dente , inferendone di poi il conseguente; come sarebbe ,
Clodio fu insidiatore : dunque fu giu- stamente ucciso. Con maniera alterata ,
se fu f (recedere la conclusione , soggiungendo di poi ’ antecedente ; come
sarebbe, Cilodio è stato giu- stamcnse ucciso , perchè insidiatore. L’oratore,
a differenza del filosofo , si serve delle maniere alterate , primo perchè per
mezzo di esse tiirne l’arte più ascosa; secondo, perchè gli entimemi alterati
hanno forza maggiore di muovere gli affetti, per la ragione, che la conclusione
posta subito in principio , dà maggior vivezza e mag- gior energia al discorso.
Quell’ udir subito: Clo- dio è stato giustamente ucciso , mette in at- tenzione
1’ uditore d’ intendere 1’ antecedente da cui s’ inferisce. In tre circostanze
di tempo si usa r Entimema : primieramente per istahi'- lire la pro|)osizioiie
in modo , che l’ orazione fondata sull’ argomentazione entimematica abbia molo
progressivo; secondariamente deve l’ora- tore servirsi dell’ Entimema ; quando
l’orazione è talmente sensibile , che pare che per la trop- f )a sensibilità
sia vile e bassa ; quindi sebbene a specie sensibile sia sempremai più applau-
dita dell’ arie, ad ogni modo in quelle circo- stanze , nelle quali 1’ oratore
si accorge d’ es- sere troppo sensibile , deve sollevare la sua ora- zione con
1’ uso dell’ Entimema ; che vale a dire . 8,f con r USO dell’ esempio deve
valersi delle ra- gioni e delle congetture* Ultimamente l’ora- tore può
servirsi dell’ Entimema , quando gli cale che 1’ uditore non prenda tempo a
risol- vere , perchè P Entimema è un parlar corto , che viene alle strette , e
che mette 1’ uditore in uno stato quasi di violenza , per la forma del dire.
Articolo Vili. Deir uso detr Esempio. Può 1’ oratore in due maniere servirsi
dell’ & sempio , cioè o per confermare le ragioni, o per illustrarle.
Quando l’oratore servesi dell’Elsem- pioper confermare le proposizioni, deve disporlo
nelP orazione entimematicamente con la forma dell’ induzione , mettendo molti
esempii , che servono d’ antecedente, per inferirne la conclu-. sione , come fa
Cicerone nell’ orazione Pro Mil- ione. Egli vuol confermare questa conclusione,
che sia lecito uccidere un uomo scellerato , e porta r esempio di Servilio e di
Pubblio Mas- sica , di Caio Mario , ed il suo stesso , coi quali esempi fa
vedere non essere cosa ingiu- sta 1’ uccidere uno scelleraito; e un siffatto
modo d’ argomentare chiamasi da’ Dialettici a par- iibus sufficienter
enumeratis. Quando poi l’O- ratore si serve dell’ esempio per illustrare e
ripulire qualche proposizione , allora dove di- sporlo senza forma
enlimematica, e piuttosto nar- rando, che provando ; cioè in modo , in cui pre-
ceda la narrazione dell’ esempio e di poi segna l’applicazione della
proposizione, la quale da quel* r esempio che precede, ed in cui essa si
.contiene, viene illustrata; ed in questo caso l’ esem- pio più proprio per
illustrare, e rendere sen- sibile la proporzione, è 1’ esempio finto , cioè o
la similitudine o 1’ apologo , non negando però che anche i’ esempio vero non
sia a ciò valevole. Notisi che quando 1’ Oratore si serve dell’e- sempio , o
sìa ]ier confermare , o sia per il- lustrare , ha sempre campo di passare alle
ar- gomentazioni a minori ad minus, a majori ad minus , a pari, a contrariis ,
come si è già spiegato. ArticoIìO IX. DelV Amplificazione, e suo uso.
L’Amplificazione può(i)prendersi in due modi, o formalmente , o materialmente :
amplificazione formale, che i Retori chiamano delle cose, si trae da’ luoghi
onde prendonsi le prove, ed è quella per cui il discorso riceve maggior vigore
tanto nel persuadere , che nel muovere. L’ amplifi- cazione materiale , o sia
delle sole parole, si trae, dalle figure , ed è quella per cui il di- scorso
riceve maggior vaghezza. Le figure che campeggiar vi deggiono sono la Metafora,
Rlper- hole , r Antonomasia, la Ripetizione , la Peri- frasi, e la Sinonimia.
Di questo genere è quella di Cicerone nell’ orazione per Ligario : enim ,
Tubero , dislriclus ille tuus in acie Pharsalica gladius agebat ? cujus latus
ille (i) Gntvior quaedam affirmatio quae mola ani- moTurn conciliai in dicendo
fidem. Cic. DISPOSIZIONE, 89 mucro petehat ? qui sensus erat armorum iuo- rum'ì
quae tua mensl oculi'ì manuel ardor animi ? quid cupitbas ? quid opiabas ? Che
faceva, o Tuherone , quella tua spada impu- gnata nella battaglia farsalica V
II fianco di chi ricercava quella punta ? quale era l’ intenzione delle tue
armi? quale la tua mente? gli occhi? le mani? l’ ardor dell’animo? che bramavi?
che desideravi ? L’ una e l’ altra amplificazione; ma principalmente quella
delle cose , si può prendere in due altre maniere , o per una esten- sione di
prova, o per una esagerazione della cosa provala. L’amplificazione che serve
principalmente ad estendere le prove, è ordinata quasi più a far fède, che a
muovere. L’ amplificazione che serve ad esagerare sopra la cosa, è quella che
usasi nelle Narrazioni , per cui l’oratore intende di muovere gli affetti , e
negli epiloghi delle prove, e principalmente in quella di tutta 1’ orazione
dove suol essere il trionfo degli afietti stessi. L’ amplificazione, allorché
serve per estendere la pruova , si fa con una forma contenziosa ; ma quando
serve per esagerare, e per recar ma- raviglia agli uditori della cosa provala,
allora si suol mettere sotto una forma lontana affatto dal contenzioso ; e
quantunque 1’ oratore si di- stingua mai sempre dal filosofo appunto dal- l’
amplificare l’argomento, dal dilatarlo; ad ogni modo , quando prova , non
discostasi tanto dal filosofo , come quando esagera : quindi nel Proemio ,
nelle Narrazioni , nelle Perorazioni , dove 1’ ampIifie.azione serve a recar
maraviglia, e far vedere quam niaffna res sii , 1’ oratore è affatto distinto
dal filosofo , il quale non si serve nè di Proemj, nè di Narrazioni, nè di Pe-
go DISPOSIZIONE. rorazioni. Parlando dell’ amplificazione formale, varj sono
gli artifizj. 11 primo prendesi dalle circostanze , e consiste neli’unire più
circostanze insieme, perchè' da una circostanza sola si forma la prova ^ ma se
alia prima circostanza si aggiunge un’ altra, ed alla seconda la terza ec. ogni
circostanza 'aggiunta servirà per amplifi- care. Per esempio, se Tullio avesse
detto: Quem jure non est ausus , hunc injuria potuit oc- cidere. Da questa sola
circostanza avrebbe in- ferita la conclusione ; ma perchè ha detto , quem jure
, quem loco , quem impune non est ausua , hunc injuria , iniquo loco , periculo
capitis non dubitavit occiderel Questo aver aggiunto alla prima altre cir-
costanze, è stato un amplificare. Il secondo artifizio si prende dalle
comparazio- ni, e consiste nel comparare le circostanze della cosa comparata,
con le circostanze della prò- posizione di cui si discorre. Per esempio, Cice- rone
nell’ orazione cantra Pisonem fa la com- parazione tra il consolato di Pisene,
c’I suo, e dice: Pisene fu fatto console , ma in qual tempo ? impeditis
Reipublicae temporibus. Con quale unione di voli? dissidentihus Cons. Cae- aare
et Bibulo ( ne’ tempi lorb'di della Re- pubblica ) ( allorché discordavano i
consoli Ce- sare , e Bibolo ) ; ma io fui fatto in tempo congruo , non prius
tabula , quam voce. Fui fatto console ce’voti di tutta l’Italia, di tutti gli
ordini, di tutta la città. Il terzo artifizio consiste nel dividere un qualche
tutto nelle sue parti , come sopra nel apportato esempio. Tullio poteva dire
che tutti lo elessero console ; ma egli divide quella voce tutti nelle sue
psrti , e dice : Me cuncta Jta- /{(I, me
omnea or dine à , me universa chi taa priorem consulum declaravit, L’ uso dell’
amplificazione può aver luogo ri- spetto alla parte più propria dell’ orazione.
Circa la prova , deve amplificarsi quella cbe diccsi principale , e che serve
alla fine del discorso , non |)retendendosi però che non dchhansi am- plilìcare
le altre. Circa il tempo , deve amplifi- carsi la cosa dopo che è provata , e
sarebbe ridicolo 1’ amplificare una prova che anche fosse posta in dubbio.
Intorno al luogo dell’orazione deve amplificarsi precipuamente la Perorazione ;
essendo questa la parte propria in cui trionfar deve 1’ Amplifi- Del
Ripulimento. Il Ripulimento è quello in cui l’oratore non si avanza punto nella
sua orazione , ma si sta fermo in una cosa , 1’ orna , la ripulisce , e la
spiega. Questo ripulimento non ha luogo determi- nato nell’ orazione , ma entra
negli entimemi , e può farsi in qualunque parte del discorso ; sin- golarmente
in quella cosa , dice Coruificio , la quale preme all’ oratore , che resti bene
im- pressa nell’ animo degli uditori. Il modo più ovvio di fare il ripulimento
’ è il. ripetere la stessa cosa in varie maniere ; così presso il Boc- caccio,
Tito acceso di Sofronia , seco discorre: Cile dunque ami ? Dove ti lasci
trasportare dal- 1’ ingannevole amore? Dove dulia lusinghevole speranza ? Apri
gli occhi dello ’ntelletto , e te medesimo , 0 misero , riconosci. Dà luogo
alla ragione , raffrena il concupiscibile appetito, tem- pera i desideri non
sani , e ad altro dirizza ì tuoi pensieri; contrasta in questo momento alla tua
libidine , e vinci te medesimo mentrccliè tu bai tempo. Ma per far illustrare
il ripulimcnto con- vien ricorrere alle figure , e singolarnjcnte alle
interrogazioni, ai dialoglietti , alle ripetizioni , alle antitesi , alle
ipotesi, e a qualunque al- tro modo d’ esporre una cosa , che la renda vi-
vamente quasi presente, e .sotto gii occhi del— r uditore. Ecco altri esempj.
Che se parrà 'che tu, che giudice sei , non porga il tuo patro- cinio contro la
potenza ed i favori , a coloro che di favori e di forze abbandonati si trovano
; e se presso di questo consiglio si misurerà la causa dal potere che altri
hanno , e non dal- 1’ onestà eVessa contiene ec. (i) Ma se altro in ciò non si
tratta, se non che ninna cosa manchi a coloro , a’ quali ninna cosa è bastevole
: se ora di altro non si contende , se non che per colmo di questa opima e no-
bilissima preda , s’ aggiunga la cond.mnagione del medesimo Sesto Koscio (a).
Che tratta ora Sesto Nevio ? Di che cosa è la controversia ? Che giudizio è
questo nel quale sono due anni già che dimoriamo ? Di che negozio si agita, in
cui egli affatica tanti e si segnalati uomini? (3) fi) Pro P. Quinciio. (a) Pro
R. jimerino, Pro P. Quinclio.
DISPOSIZIONE. Dalle Illustrazioni. Le Illustrazioni altro non sono che un ador-
namento , che si dà alle prove , o sia agli ar- gomenti. Può un argomento
essere illustrato in varie maniere: 1.” Con l’ induzione, la quale si ha
(quando, per rendere vieppiù sensibile la prova, si ag- giungono due,o più
fatti adattali, presi dal fondo della storia sacra o profana. > S2.“ Co’
paragoni , i quali sono o di Simili- tudine , o di Uissimiliiudine. . I
riguardi che aver si debbono nella simi- litudine sono : 1. Che si prenda da
cose note, e non già troppo recondite; 2. Che sia bene adattata alla cosa ; 3 .
Che convenga con la qua- lità delle persone. Per la Dissimilitudine, questa di
Ovidio, nella quale- paragona se stesso ad Ulisse , in ciò eh’ e- rano
differenti , per far rilevare più chiaramente la grandezza de^ suoi mali , è
suiHcientissima a darne un’ idea. file habuit fidamque manum , sociosque Ji-
deles : Me profugum comite s deseruere mei : Ille sUam laetus patriam ,
victorque pete- bat : patria fugio vie tua ^ et exul'ego. llli corpus erat
durum patìensque laborum : Invalidae vires , ingeniumque mihi. Ille erat
assidue saevis agitatus in armisi uissuetus studiis mollihus ipse fui. 5.° .Con
gli apologi , i quali sono racconti l StSFOSIZIONE. g4 — di cose, che afiutto esser non possono,
come quelli di Fedro e di Esopo ; ma di cui gli oratori valgonsi per allettare
e persuadere gli uditori. 4 “ Con le parabole , o sia racconti di cose, che non
furono , ma che poterono , o potreb- bero essere. 5 . ° Con le favole, che sono
que’racconti il cui principio è vero, ma la fine falsa. 6. “ Co’tesù de’ grandi
scrittori ; ed il loro uso è si frequente , che appena trovasi proposizio- ne,
la* quale non ne sia abbastanza fornita. 7. ® Cou le sentenze , ossia
riflessioni morali, che si cavano dalla considerazione di varj og- getti
particolari. 8. ' Con gli adagi , o sia que’ detti volgari , che contengono
qualche concetto utile alla vita. Articolo XII. J)ella Confutazione. Cicerone
delHnisce la Confutazione, esser quella con la quale , argomentando , si
scioglie , s’in- deboljsoe , e si toglie via la confermazione degli avversar}.
Grand’ e l’utilità che reca agli ora- tori il saper confutare ; ma grande e
somma di (licolta s incontra nel farla acconciamente e cou forza. Il suo luogo
nell’ orazione non è stabilito ; ma ordinariamente nelle accuse siegue la Con-
fermazione , e nelle difese la precede. Ma l’o- ratore la fara dove la crederà
più necessaria. . In fatti Cicerone prò Milane , dopo 1 ’ esor- dio, pianta l’
argomento teoretico : Esser lecito uccidere 1 insidiatore j e ciò per togliere
sul ■' i Lei principio dal cuor de’
giudici la massima ' tanto promossa da'* contrarj , che non doveva vivere chi
confessava d’aver ucciso un uomo. Tre sono pertanto i modi per confutare : l’u-
no è per via di riprensione, l’altro è per via di contenzione, e’I terzo per
via di simulazio- ne. La Riprensione è specie di confutazione, per mezzo della
quale si mostra , che la proposi- zione dell’ avversario non è universalmente
vera, o secondo qualche sua parte non è vera. Per esempio, nell’orazione prò
Roselo Amarino, Eru- zio vuol dimostrare , che Roscio fosse odialo dal padre, e
porta per sua prova l’averlo il padre sempremai tenuto in villa. Cicerone ri-
prende la proposizione , e dimostra non essere universalmente vero , che il
mantenersi un fi- gliuolo in villa sia segno d’odio paterno. La Contenzione è
specie di conlutazìone, per mezzo della quale non si dimostra che la pro-
posizione dell‘ avversario sia falsa , ma solamen- te che la nostra sia più
probabile; quindi il contendere non è altro , che dimostrare più ve- risimile e
più probabile la nostra proposizione, che quella dell’ avversario ; e questo si
fa (con aggiungere ad una ragione altre ragioni , ad un esempio altri esempi ,
di modo che il conten- dere non consiste in altro se non che nell’ ag- giungere
ad una ragione , ad un esempio , con cui si è ripresa la proposizione
dell’avversa rio, più ragioni e più esempi , come nella citata orazione fa
Tullio , il quale dalla qualità delle possessioni date a coltivare al
figliuolo, ripren- de la proposizione dell’ avversario , e fa vedere che 1’
averlo destinato alla coltura de’carapi, non fu per odio , ma per amore. Ad una
tale congettura altre ne aggiunge, prese dall’amore DISPOSIZIONE. del padre ,
il eguale , mentre era in vita , la» sciava a suo ligliuolo libere le rendite
d’ al- cune possessioni ; dal costume che in que’tem- pi correva , mentre i
padri di famiglia erano solili d’ impiegare nell’ agricoltura i figliuoli loro
più amati : e ciò chiamasi contendere, perchè è un far vedere più verisimile
che oesto Roscio fosse dal padre amato , che odiato. La Dissimulazione è specie
di confutazione per mezzo della quale nè si contende che una proposizione sia
più vcrisimile dell’ altra , nè si riprende che la proposizione dell’ avver-
sario non sia universalmente vera ; solo si dis- simula , si sfugge , si scansa
la difficoltà : ma le maniere di sfuggire la difficoltà e gli ar- gomenti degli
avvcrs irj sono senza numero , e r invenzione di essi dipende più dal giudi-
zio dell’oratore , che da’ luoghi additati a que- sto proposilo da’ vani retori.
Avvertasi che sebbene non possa chiamarsi vera confutazione quella , nella
quale non si scioglie la difficoltà, ma si dissimula , con tutto ciò sarà mai
sempre da perfetto oratore il sa- perla sfuggire , massimamente quando o la
dif- ficoltà lo dovesse far dare nelle acutezze e nelle sottigliezze , o quando
fosse indissolubile di sua natura perchè 1’ oratore cercar deve di vin- cere
gli uditori in tutte le maniere , in cui è possibile di riportar vittoria; e
giacché non si può riportar vittoria d’ un argomento che non si può sciorre col
discioglimcnto reale, si ha da cercare di riportarla con lo scioglimento
apparente, quale è quello appunto del dissi- mularla e dello sfuggirla. Oltre i
hnqui spiegati artifìzj di confutare , DISPOSIZIONE. i retori ne insegnano un altro, che consiste
nel- lo sciorre tutte le opposizioni , ricorrendo alla divisione, la quale
mette subito sotto gli 00 chi , quale delie due parti sia vera, quale falsa,
quale verisiraile, quale più verisimile. Occorre talvolta finalmente, che
rigettar deh-, basi qualche motto acuto e pungente. In tale circostanza una
lunga e ben ridettuta rispo- sta riesce fredda e di nessun effetto. 11 solo
mezzo di bene uscirne si è di ricorrere a’motti acuti. Così Cicerone , quando
di cendogli Or- tensio neU’orazione perVerre: Ciceronis aenig- mata non
infelligo j tosto rispose: Aiqui de- bea cum aphingem domi habeaa\ alludendo ad
una sfinge di bronzo di gran valore , che aveva ricevuta da Verre. Articolo
XIIlI. Perorazione. Due sono le parti della Perorazione , 1’ una chiamasi
enumerazione , epilogo , o sia repli- cazione de’ capi principali di tutti gli
argo- menti addotti nella prova e nella confuta-r zione ; e 1’ altra chiamasi
mozione degli affetti. Noi adunque ci occupereino prima della se- conda parte ,
il che ci darà agio di fare un cenno sulle passioni oratorie ; e poscia della I
irima , e così porremo fine a quanto possa 'oratoria disposizione. Delle
passioni oratorie. Indarno alcuni troppo austeri metafisici si sono fatti a
condannare F uso delle passioni 7 Digitized by Googl g8' msrosTXiose. nell’
eloquenta. È necessario prendere gli no- mini come sono, e non quali esser
dovrebbe- ro. Che la Glosofia li guidi al punto d’ amare la verità per sè
stessa, e senza nuli altro m’ teresse, ed allora l’eloquenza non avrà piu
ricorso alle passioni. Ma intanto essa fara bene di seguir sempre lo stesso
piano, armando in favore della virtù, quanto avvi nell’ uomo per mantenere e
vendicare la virtù. Le passioni sono un istrumento pericoloso , quando “on ® dalla
ragione governalo ; ma è molto piu elti- cace della stessa ragione quando
accompagna e serve essa ragione. Per le passioni 1 eloquenza trionfa, e regna
ne’ cuori : e chiunque ^prà eccitarle opportunamente, dispone della volouta
degli altri a suo bell’ agio, fa passare gii mini dalla tristizia alla S>oja
, dalla pietà alla collera. . , . Ma per far comprendere , che intendasi per la
parola passione, bisogna che entria.no in qual- che dilucidazione sulle facoltà
ed operazioni dell’ anima. _ Quantunque l’anima nostra sia una ed lu-
divisibile, pure vi si possono distiuguere due cose. Dicesi , io concepisco ciò
che mi dite; ma non voglio farlo. Quindi questa maniera di discorrere significa
che P anima concepisce e vuole, ma che concepire non è lo stessto che La
facoltà che concepisce chiamasi intelletto, quella che vuole , volontà. Un uomo
avra molto intelletto , o pure molla intelligenza, quando concepirà bene,
presto, e facilmente ciò , che eli verrà proposto. La funzione dello intelletto
è dunque di vedere , conoscere , comprende - y 0 j e quella della volontà e di
amare, odiare , approvare , disapprovare. blsiPoSrizitìNE. gg l?er l’ intima
relazione che avvi ira la vo- lontà e r intelletto , tutto ciò che apparisce
agli ocelli di quello, fa su di questa impressio- ne. Se l’impressione è
piacevole, la volontà appro- va l’ oggetto che ne è l’occasione, e per lo con-
trario disapprova se l’impressione è dispiacevole. Quando queste impressioni
sono leggieri, pro- ducono sentimenti, moli, passioni dolci, comé r amicizia ^
P allegria , il gusto. Non è allora l’anima turbata da quelle violente scosse,
che le fan perdere il suo equilibrio. Quando poi l’ impressioni sono vive ,
violente , allora chia- tnansi propriamente passioni^ Onde sono moti impetuosi
che ci strascinano , o ci allontanano da un oggetto! Del pari , considerando la
ma- niera cui la mente agisce sugli oggetti , essa prende il nome di genio, di
giudizio, d’im- maginazione, di memoria; e perciò anche ri- spetto alla volontà
, considerando la manicira cui si determina per un oggetto , acquista di- verse
denominazioni. Se la volontà vuoisi unire all’ oggetto che l’è presente , è
amore. Per ec- citarsi questa passione bisogna dipingere l’og- getto con
qualità piacevoli ed utili a quelli a* quali si parla. Se la volontà tende d’
allonta- narsi dall’ oggetto, è odio ; e si eccita con op- posti mezzi a quelli
die servono p^r 1’ amore; cosi X^ilho nelle Verrine nelle filippiche) nelle
catilinarie. Queste due passioni) ambre ed odlo) soilo i cardini di tutte le altre
, perchè compren- dono i due rapporti dell’ anima col bene é col male. Se il
male è presente) chiamasi tri- stezza ) dolore ; se assente con apparenta di
potersi evitare , è timore, se non potrassi evi^ tare è disperazione ; se è
negli altri , ma chd n. — disposizione. potrebbe anche ricader su d i noi , è
compas- sione. Lo stesso avviene del bene: se presente , è gioja ; se assente
con mezzo d’ ottenerlo , è speranza ; se in altri , con nostro pregiudizio,
invidia ; se si volesse strapparcelo allorché il possediamo, è collera. Ma
intanto se l'oratore voglia ispirare questi affetti, è d’ uopo eh’ esso stesso
li senta (i). Della Mozione degli affetti. Diconsi affetti alcune commozioni d’
animo , surte dall’ opinione d’ alcun bene o male. Questi sono chiamati da
alcuni retori argomenti Pa- tetici. Essi sono importantissimi nell’ arte ora-
toria, perchè sono come l’anima del discorso,, poiché somministrano una
impetuosità, una vee- menza che rapisce e trae o forza il tutto , e perchè 1’
oratore esercita con essi sopra gli uditori un imperio assoluto , e loro ispira
que* sentimenti che più gli piace. L’oratore adunque che si determina a fare la
perorazione per mezzo della mozione de- gli affetti; tre cose, dice Aristotile,
deve pra- ticare 1. Disporre gli uditori a sentir bene di se, e male dell’
avversario ; q ciò egli fa col mostrare la sua probità , 1’ animosità dell’ av-
versario , e l’equità della causa, a. Accrescere o diminuire ciò di che si
tratta , secondochè ( I ) Si vis me fiere : dolendum est primum ipsi Ubi, lune
tua me infortunia laedent. Orat. À.rt. poet. v. loa. Digitized by Google PARTE
ir. — DISPOSIZIONE. JOl
più è all' oratore opportuno. 3. Muovere ne^li uditori quell’affetto che viene
più all’ oratore in acconcio. Deve inoltre essere nella mozione degli affetti
ùno stile conciso , e non periòdi- co , j>erchò questo toglierebbe la forza
del par- lare. Usar deve moderazione e varietà negli affetti , perchè 1’
affetto iropM lungo stanca , e conviene perciò desistere da esso , o mode-
rarlo con affetto di diversa natura ; e talvolta torna Lene il mescolar gli
affetti dolci coi forti, per così toglier via la noia con la varietà. Gli
affetti che muover si devono sono vari secondo la varietà delle controversie j
ma i prin- cij)ali sono 1’ amore , 1’ odio , il timore , ed altri , che
indicheremo qui appresso insegnando nello stesso tempo gli artilizj per
muoverli. Artifizio per muovere T amore. L’ amore è quella volontà per cui
deside- riamo del bene ad altrui nouper noi, ma per lui stesso , e aiamo pronti
a farglielo. Per muovere, per esempio, gli uditori ad amare un benefattore, l’
artifizio consiste nell’ esporre i suoi benefizii, amplificandoli dalle
circostanze delle persone del beneficante e del beneficalo Per muoverli ad
amare un uonao liberale , è parimente necessaria la considerazione della
persona liberale , e di quella che ha speri- mentata la libertà. Per moverli
all’amore di un amico, 1’ artifizio consiste nel dar grandezza all’ amicizia
dalle circostanze della persona a- mante , e di quella amata. Per muoverli ad
amare le persone grate, devesi dare grandezza alla gratitudine con le
circostanze delle perso- ne. A queste circostanze delle persone , si ag-
Digilized by Google yARTE li, BISPOSISIONB, giungeranno sempre quelle del
tempo, del lua. gq , de’ fatti. Artifizio per muovere T odia L* odio è 1’
opposto dell’ amore ; esso non è cck sa lodevole , ma qui non si la che
insegnare i motivi thè possono eccitarlo. Debbesi , per esem- S io , muover 1’
odio contro un ladro; diesi gran-; ezza al fatto con le circostanze di persona
y, di luogo , di tempo , di cagione , di fatto. Cosi , in un fatto di tirannia
, per muovere gli uditori ad odio contro il tiranno , devest dare grandezza
alla tirannia con le circostanze personali del tiranno, e di coloro a cui ^
usata la tirannia. Artifizio per muovere U timore. Il timore è un disturbo ,
che reca un male imminente. Dunque per muovere . gli uditori a timore ,
conviene esporre qualche fatto in cui opparisca , che la persona descritta
possa to- gliere agli uditori le cose da loro amate e desiderate, come sarebbe
che può lor cagio- nar la morte o qualche gravissima molestia , che già di
queste cose fa precedere i segni. Circa poi la persona che sarà per incutere
questo timore, conviene che l’ oratore amplifichi la di lei potenza ,
amplifichi i beni che ci può to- gliere , che sarà quella per conculcare le no-
stre leggi , i nostri costumi , che profanerà i nostri tempi , i nostri altari
, le tombe dei nostri maggiori , e finalmente descriverà 1’ ora- tore tali rovine
con caratteri così vivi, che ecciti nel cuore degli uditori timore non solo ,
m^t sdegno nello stesso tempio. / Digilized by Googic FARTE IL — DrSPOstZrOSE.
ICK> Àrlifizio per muovere la confidenza. i: . Cicerone dice esser la
coofidenza quella di- sposizione per la quale , in cose di rilievo ed oneste ,
uno fida molta in se stesso, L’ artifizio dunque per muovere questa afiictto
consiste nel ' dar grandezza a quel mezzo prossimo salutare per cui possiamo
sfuggire la calamità che ci sovrasta. Se H mezzo ritrovato è facile , pronto,,
prossimo , valevole a tener lontano ciò che ci reca terrore , conte .se fossero
gli amici , i compagni, i parenti, i denari, le armi, ed altri simili , che
conosconsi proprii ad' allonta- nare il male eh’ è minaccialo , servono per ec-
citare cofidenza e 1’ artificio di muoverla deva consistere nel dar grandezza
al mezzó facile ritrovato, con le circostanze delle persone, dando grandezza
all’ amicizia , alla parentela , alla compagnia , alla ricchezza , alle armi ,
e di- minuendo tutte sifiaite cose in persona di co- lui eh’ è temuto , e qui
elegantemente potrà l’ oratore servirsi della Dissimiliitudine. 1 Artifizio per
maevers la misericordia. La misericordia , secondo Tullio, è .quel dis- piacere
, che si sente per le sventure di al> cuno , che sia a torto travagliato.
Aristotile poi dichiara quali siexro ì mali per cagione di cui noi ci muaviamo
a misericordia , e dice che sono quelli che apportar sposso no. o la morte o
qualche grave dolore. Si psen- dono eziandio per mali tutte quelle cose che ne
sono i segm , come le vesti insanguinate di qualche nostro amico , i segni che
appariscono nella terra , e da’ quali possonsi argo- mentare gra\i sventure. Si
deve però sempre rappresentare come se quel male fosse vicino, il che si fa
esponendo i conseguenti, gli effetti ec. Si noti esser altra cosa , che un
oggetto mi- sero muova a misericordia , ed altra poi che quell’oggetto misero
interessi gli uditori ad usar- la. Per muovere a misericordia , basta
rappresen- tare l’oggetto , ed ingrandirlo con le circostanze delle persone e
del fatto; ma per muovere gli u- ditori ad usare misericordia , devesi
procurare di addurre anche qualche motivo utile , per mezzo del quale diesi 1’
ultimo compimento al movimento dell’ affetto. Artifizio per muovere l’ ira. L’
ira è il dolore d’ un affronto col deside- rio di vendicarsi. Questo affronto,
secondo Ari- stotile, può esser cagionato o da qualche vio- lenza , o da
qualche contumelia ; onde l’ arti- fizio di muovere l’ira consiste nell’
amplificare queste tre cose, vale a dire, nell’ ingrandire le circostanze delle
persone agenti o pazien- ti , e le circostanze del fatto stesso , ossia del
disprezzo , della violenza , della contumelia. Se la persona che riceve il
disprezzo è molto eccellente in nobiltà , in ricchezza , in sape- re , e la
persona che il fa è plebea , povera , ignorante, cresce la quantità e qualità
del di- sprezzo. Se fosse la persona disprezzata un be-> nefattore , e
quella disprezzantc un beneficalo, sempre più crescerebbe il disprezzo , e 1’
ora- tore avrebbe campo vastissimo da poter ampli- ficare. Artifizio per
muovere la lenità. La lenità , ossia piacevolezza è la stessa cal- ma dell’
ira. Quindi per farsi calmare l’ ira con- viene ascondere il disprezzo , la
violenza , la contumelia. Ogni dimostrazione adunque per cui si conosca che 1’
azione ingiuriosa non fu vo- lontaria , fa che l’ azione non si riceva come
disprezzo , e conseguentemente che invece di muovere all’ ira , la sedi e 1’
accheti. E per- ciò la confessione d’aver fatto male , il penti- mento , le
dimostrazioni di stima , 1’ impulso altrui, l’altrui autorità, l’impulso
delfira , sono tutte circostanze con cui si scuserà il di- sprezzo , la
violenza , la contumelia , facendo conoscere che ciò non fu volontario. Artifizio
per muovere la vergogna. Aristotile deffinisce la vergogna, un dispiacere una
perturbazione per conto di que’mali, o pre- senti o passati o futuri , i quali
a noi pare che ci apportino disonore ed infamia. L’arliiizio per muovere negli
uditori la ver- gogna consiste nell’ esporre qualche fatto o a- zionc turpe da
cui sia svergognato il suo au- tore , e non solo debbonsi manifestare i vizj
turpi e sordidi per eccitare vergogna , ma an- cora debbonsi manifestare i
segni stessi indi- canti que’ vizj ; come sarebbe , non solamente è cosa
vergognosa il timore in battaglia , ma i segni ancora del timore, come la fuga
ec. , sono vergognosi. Quindi , tulli i segni che sono in- dizj d' intemperanza
, d’avarizia, d’ ingiustizia, di fcllouia , di tradimento , sono tutti
vergognosi; e l’oratore, che es[>onendo qualche fatto per muovere vergogna ,
ampltiica i sogni de’ vizj turpi , viene a dire quelle tose che sono atte a
muovere confusione. Per amplificare il mal turpe , che è 1’ og- getto eccitante
questa passione , si ri( orrerà alle circostanze della persona in presenza
delia quale è stata commessa. E finalmente, ogni circostan- za , la quale fa
che maggiormente si perda la buona stima , viene ad aggravare il motivo turpe
eccitante vergogna. Oltre queste passioni vi sarebbero l’ emula- zione , il
disprezzo, l’indignazione, e molte altre, il cui artifizio per muoverle riesce
no- ioso a dischiararsi in questo ristretto. Onde l’a- ratore il quale avrà
studiala la morale filoso- fia, conoscendo bene le cause dell’ emulazione, del
disprezzo ec. , potrà nelle occasioni ricor- rervi per ottenere 1’ intento che
sarà per pro- porsi nella perorazione. Articolo XV. Deir Enumeraziorie ovvero
dell'Epilogo^ L’ Enumerazione , che chiamasi anche Epi- logo dal Greco effiXsty
, è una breve ricapitola- zione delle cose dette , la quale si fa per rin-
frescare la memoria di tutto quello che nel- 1’ orazione si è detto. Aristotile
e Cicerone dan- no r ultimo luogo all’ enumerazione , facendo precedere la
mozione degli alfeiti. In conse- guenza per quelle orazioni le quali avranno
bi- sogno di tntt’ e due le parti della perorazione, rimarrà in arbitrio dell’
oratore , e secondo che vedrà gli animi disposti , di far precedere o la
mozione degli affetti , o 1’ epilogò. Grca poi la maniera di farsi 1’ epilogo,
e da sapersi non esser mestieri il riepilogare tutta quanta 1’ o- razione ,
altramente si farebbe pompa d' una faciliià di memoria , la quale annoierebbe
gli ascoltanti ; e perciò si deve solamente toccare 1' assunto , ed i tfapi
principali delle prove. Due cose , secondo il Yosio , debbono farsi in tale
enumerazione : la prima si è di ripetere solamente quelle cose nelle quali
consiste il forte deir orazione , e le quali bramiamo che restino impresse
nell’ animo degli uditori ; la seconda è che l’ enumerazione sia breve bensì,
ma non pero sterile e senza ornamento ; anzi deve farsi con parole scelte , e
con energiche espressioni , ed essere con sentenze e con fi-« gurc avvisata, 6i
noti che non è sempre necessario di farsi qnesta enumerazione , perchè nelle
brevi ora-» zioni , ed in quelle che sono di tessitura fa- cile e chiara , 1’
enumerazione si trasanda. La perorazione di Cicerone nell’ orazione prò Mi^
Ione , e l’enumerazione di Buonaccorso da Mon- temagno , nell’ orazione eh’ ei
fa fare a Catilina contro il console Qccrone , possono servir di esempio a
quanto abbiamo detto in ordine al-» 1’ ultima parte d’ una orazione. (i)
Antologia italiana ad uso delle scuole d’ uma-» tlità maggiore. Elocuzione.
Eixjctjzione viene dal latino eloqui^ parlare: sicnlGca propriamente il
carattere del discorso; ed è nel linguaggio de’ retori quella parte della
rettorica, che tratta della dizione e dello stile dell’ oratore. E quantunque
la forza de’ pensieri, e la scelta di essi sia l’anima del discorso, pure
l’arte di esprimerli dà un maggiore risalto al- r oratore , ed alletta nello
siecso tempo gli ani- mi degli ascoltanti. Noi dunque ridurremo quanto abbiamo
a dire sulla elocuzione a due capi, cioè Gusto e Stile . Possiamo dei&nirc
il Gusto una facoltà di ricevere le impressioni piacevoli o noiose pro- dotte
in noi dalle bellezze o dalle difformità della natura. Questa facoltà è, sino
ad un certo punto , comune a tutti gli uomini. In fatti ciò ch’è bello, grande
armonioso, nuovo, brillante, S reduce generalmente piacere; al contrario il
isarmonico, il difettoso, il rozzo, produce dis- gusto. Questo gusto naturale
si sviluppa di buon’ ora ne’ragazzi , e manifestasi per la loro pre- mura e per
la loro propensione , almeno mo- mentanea, per tutto ciò che li colpisce per
no- vità e per maraviglia. ELOCUZIONE. ÌOg Il pià Stupido contadino prova un
certo pia- cere nei racconti che gli si fanno ; e non è d’ altronde insensibile
a’ grandi fenomeni della natura. Ne’ deserti dell’America, ove sterile la
natura offresi , i selvaggi hanno i loro adorna- menti, i loro cantici
guerrieri, i loro inni fu- nebri, i loro oratori. Dunque i principj gene- rali
del gusto sono profondamente nell’ uomo scolpili , e ’l sentimento del bello
gli è tanto naturale , quanto la facoltà di parlare e di ra- gionare. IN i uno
è privo di questa facoltà: ma non è in tutti nella stessa intensità , essendo
in ragione composta de’ temperamenti varii , della supe- riorità degli organi ,
e delle intellettuali fa- coltà. 11 gusto però è il più suscettibile di per-
fezione; e ce ne possiamo convincere osservan- do l’ incalcolabile superiorità
che l’educazione dà all’ uomo incivilito su’ popoli barbari. La ragione e ’l
buon senso hanno sulle ope- razioni e sulle decisioni del gusto un’ influenza
cosi diretta , che un gusto completamente puro può e dev’ essere riguardato
come una facoltà risultante dall’ amor naturale dell’ uomo per tutto ciò eh’ è
bello , e dal suo intelletto per- fezionalo. Ed infatti, le produzioni del
genio non sono per la maggior parte , che imitazioni della natura , pitture del
carattere , azioni e costumi degli uomini : quindi , il piacere che ne arrecano
queste produzioni e queste pit- ture è unicamente fondato sul gusto. Ma se
trattasi poi di pronunziare sul merito dell’ ese- cuzione del lavoro , qui
comincia ad agire il giudizio , che avvicina la copia al suo ori- ginale.
Leggendo, per esempio, la Gerusalemme e Ilo l»ArtTB Iti. — Et.OCtJZtÓNÉi 1*
Eneide , una porzione considerevole del pia- cere che ci cagionano questi bei poemi
è fon- data sulla saggezza del piano , sulla condotta dell’ opera , sulla
concatenazione sorprendente delle parti col grado di verisimiglianza neces-
sario all’ illusione , sulla scelta de’ caratteri fé- delmente imprestati dalla
natura, e sull’ accordo finalmente de’ sentimenti co’ caratteri dello stile^.
Il piacere che risulta da opere così condotte , è ricevuto e sentito dal gusto,
come un senso interno ; ma la scovcrta di questa condotta ^ che ci alletta e ci
rapisce , è dovuta alla ra- gione; e più la ragione ci rende capaci di scoprire
il merito d’un simile piano, piu troveremo pia- cere alla lettura dell’opera. I
caratteri distintivi del gusto si possono a due principalmente ridurre ,
delicatezza e pu- rità. La delicatezza del gusto consiste princi- palmente
nella perfezione di quella naturale sensibilità, eh’ è la base di esso gusto:
essa suppone quella finezza d’ organi che ci rende capaci di scovrire alcune
bellezze , che sfug- gono all’ occhio volgare. L’ eccellenza del gusto tton
consiste in altro che nel grado di superiorità’ che acquista dalla sua unione
col giudizio. Colui il cui gusto Q sicuro, non lascia, giammai sorprendersi da
bellezze fattizie , ha continuamente innanzi a se la regola invariabile del
buon senso, che deve guidarlo in tutto ciò che vuole giudica- re ; egli valuta
esattamente il merito relativo delle diverse bellezze che gli offrono le opere
di genio , le classifica con ordine, ed assegna la sorgente, da cui attingono
la forza di allet-- tarci. II giusto non è già un principio arbitrario
Digitized by Google JPAHTE III. — nrocUZICNE. Iti soltomesso alla fantasia d’
ogni uomo, e sprov- veduto d’ una regola certa , che determina la giustezza o
la falsità delle sue decisioni. La sua base è assolutamente la stessa in tutti
gli animi : essa è ne’ sentimenti e nelle percezioni inseparabili dalla nostra
natura ; i quali agiscono generalmente con tanta uniformità , quanto gli altri
nostri principii intellettuali. Se questi sen^ tìmenti sono stati pervertiti
dall’ ignoranza , o adulterati da’ pregiudizj , la ragione può rei-* tifìcarli
, paragonandoli col gusto generale' per giudicare se siano nella loso purità
naturale. È inutile adunque il declamare sui capricci e sull’ incertezza del
gusto, poiché l’esperienza ha da lunga pezza dimostrato, che avvi un cer- t’
ordine di bellezze che collocate nella loro sfera , comandano la universale e
durevole ammirazione. In ogni composizione , ciò che interessa 1’
immaginazione, e muove il cuore, è certo che piace in tutt’ i tempi ed in tut-»
t’ i paesi , per la ragione che avvi nel cuore umano una certa corda , che
mossa con giu- stezza non può non produrre il senso che l’è proprio. Da ciò
proviene quello attestato di stima quasi generale , che i più illuminati po-
poli han dato da tanti secoli a’ capi d’ opera d’ ingegno. Esaminiamo ora le
sorgenti donde derivano ì piaceri del gusto. Qui s’ offre un campo vastissimo ,
che rac- chiude tutt’ i piaceri dell’ immaginazione , o ri- sultanti dagli
oggetti che la natura presenta, o dalla imitazione e dalla descrizione di que-
sti oggetti. Ma non è necessario di percorrerli tutti ; considereremo solamente
i piaceri che derivano dalle produzioni letterarie , insistendo particolarmeme
sul bello e sul sublime nelle opere d’ ingegno. Pochi passi si sono fatti in
questa parte della filosofia critica; e ciò devesi attribuire alP estre- ma
sottigliezza di tutt’ i sentimenti del gusto. E diiiicile il noverare i diversi
oggetti che possono proccurare de’ piaceri al gusto , ed è più diiiicile ancora
deffinire quelli che l’ espe- rienza ha scoverti , e collocarli nel loro vero
si- to ; e quando vogliamo innoltrarci a cercare le cause efficaci del piacere
che ne procurano sif- fatti oggetti , sentiamo allora la nostra insuffi-
cienza. L’ esperienza s’insegna che certe figure del corpo ci sembrano più
belle di altre ; e I irogredendo I’ esame , scopriamo che la rego- ariu'i d’
altre figure e la piacevole loro varietà sono il principio delle bellezze che
vi trovia- mo. Ma volendo poi render conto a . noi stessi di quella regolarità
, e di quella varietà che cagionano in noi le sensazioni del bello tutte le
ragioni che ne possiamo assegnare sono sem- E re imperfettissime. E Montesquieu
, il quale a preteso di spiegare i fenomeni del gusto eoa ragioni tratte dalia
metafisica , non ha fatto , a. parer mio, che un metafisico romanzo. Sem- bra
che la natura abbia avvolto fra dense nubi questi primarii principii del senso
interno. Ma se la cagione prima di queste sensazioni è per noi oscura , la loro
causa finale è poi facile a colpirsi ; il che deve consolarci. Del sublime
nelle cose. \ Il piacere che risulta dal sublime o dal grande esige una
particolare attenzione. Il suo carattere infatti è più preciso , più facile a
colfirsi di quello dogli altri piaceri dell’ imma- ginazione , ed ha col nostro
oggetto un rap- porto più diretto. La grandezza presentasi a noi sotto la più
semplice forma nel vasto ed im- menso quadro della natura. Tali sono quelle S
ianure ove la vista non ravvisa limiti , la volta cl cielo , r illimitata
estensione dell’ oceano. Tutto ciò , che presenta grande estensione , produce
generalmente 1’ idea del sublime , per- chè la nostra anima sembra estendersi ,
innal- zarsi , ingrandirsi per trovars’ in armonia con questi stessi oggetti.
Una immensa pianura ci colpisce , una montagna , di cui 1’ occhio mi- sura
appena l’ altezza , un precipizio , una torre elevata , dalla quale la vista
abbraccia una va- sta circonferenza , eccitano sensazioni tanto più vive in
quanto che sono involontarie. La gran- dezza del firmamento risulta per noi
dalla sua elevazione ed estensione ; quella dell’ oceano proviene non solo
dalla sua estensione , ma dal moto continuo , e dalla irresistibile impetuo-
sità delle acque. Allorché trattasi di spazio, una sorta d’eccesso delia sua
estensione, in qua- lunque senso , è inseparabile dall’ idea della grandezza
che vi si unisce. Ed ecco perchè ì’ immensità dolio spazio, l’aggregato immenso
de’ numeri, c la durata eterna riempiono 1’ a- nima di si grandi idee. La
sorgente più feconda delle idee sublimi deriva dall’ azione d’ un gran potere,
o d’una forza superiore ; e perciò viemaggiormente col- pisce la grandezza dei
tremuoti , de’ vulcani , delle grandi conflagrazioni, dell’oceano solle- valo
dalla tempesta , e d’un urto qualunque tra gli elementi. Un fiume, che scorre
tranquil- lamente tra le due sponde, è indubitatamente 8 nrocussTONE. un bello
spettacolo ; ma che si precipiti poi con 1’ impetuosità e’I l'ragore tl’ un
lorrente , il quadro diverrà sublime. Le tenebre, la so- litudine , il silenzio
, e tutte le idre fìnal- mente che partecipano del solenne e del reli- gioso ,
assai contribuiscono a produrre il su- blime. La volta azzurra che scintilla di
stelle con ricca prolusione seminate , ci dà forse una idea più giusta delia
grandezza, che non lo sa- rebbe allorché risplende per mezzo de’ fuochi solari.
Osserviamo egualmente , che 1’ oscurità è favorevolissima al sublime. Tutte le
descrizioni ebe hanno per oggetto l’ apparizioni di esseri soprannaturali,
presentano ael maestoso, quan- tunque noi ne avessimo idea confusa; ma questo
genere d’ impressione risulta dalla idea d’ un S otere , d’ una forza superiore
che circondasi ’ una maestosa oscurità. Nulla di più sublime quanto 1’ idea che
ci formiamo della divinità; e questo è il meno cognito, quantunque il più
grande di tutti gli oggetti. L’ infinito di sua natura , 1’ eternità della sua
durala , la sua onnipotenza sono cose che oltre|iassano la sfera delle nostre
idee , ma esse le innalzano al più alto punto a cui possano attingere. E facil-
mente comprendesi non essere con lo spirito solo che noi c’innalziamo e che
arriviamo a queste sorte di bellezze. Esse parlano eloquentemente alle sole
menti già penetrate dalla sublimità morale di questi grandi oggetti. E qui cade
in acconcio spiegare che intendiamo per mo- rale del sublime. Esso ha. la sua
sorgente in alcune operazioni della mente umana , ed in certe affezioni o
azioni de’ nostri simili , che si conoscono sotto i vocaboli di
magnanimità, EtiOCUZtONB. Il5 eroismo /
producendo su di noi un efietlo si- mile a quello eccitato dallo spettacolo de’
grandi oggetti della natura : 1’ anima riempìesi d’am- mirazione, ed innalzasi
al di sopra della sua sfera. Ogni volta cbe in una critica situazione noi
veggiaino un uomo spiegare un coraggio straor- dinario , fidarsi solo di se
stesso , essere im- perterrito , disprczzare 1’ opinione dei volgo , il suo
personale interesse, e per fine la morte che il minaccia ; 1’ elevatezza del
suo animo si trasfonde nel nostro , ed allora troviamo il sentimento del sublime.
Poro è fatto prigio- niero da Alessandro , dopo essersi valorosa- mente difeso.
II figlio di Filippo gli domanda come voglia esser trattato. Da re, risponde
Poro. Il piloto che portava Cesare, trema all’ aspetto delia procella. ' Che
temi , ei disse ? Caesarem vehis\ tu porti Cesare. Ecco gli esempi del sublime
di sentimento Del sublime nelle letterarie composizioni. Nella natura del
soggetto descritto è d’uopo ricercare la base del sublime nelle letterarie com-
posizioni. Per elegante che sia una descrizio- ne , essa non apparterrà al
genere sublime , se r oggetto cbe descrivesi non sarà capace di produrre idee
grandi , e inaravigliose : e ciò cb’ è bello , piacevole ed elegante solamente,
viene ad esserne escluso. Non basta d’altron- de , ch’il soggetto sia sublinae,
dev’ essere an- cora presentalo nella maniera più atta a fare una impressione
viva ; e questa impressione dovrà essere forte concisa e semplice. Ma tutto ciò
dipende principalmente dall’ impressione più o meno folle, che l’ojjgeito descriuo
ovrà fall* sul j’oeta o sull’oratore. Se hanno deLolniente sentilo , non
potranno giammai eccitare ne’ let- tori una ben profonda emozione. Gli esempi
proveranno chiaramente l’ impor- tanza c la necessità di quanto si esige dallo
scrittore. Chiama gli ahitator dell’ ombre eterne 11 rauco suon della tarlarea
tromba: Treman le spaziose atre caverne , £ l’aer cieco a quel rumor rimbomba.
Nè si stridente mai dalle superne Begìuni del cielo il folgor piomba: Ne
riscossa girimniai ireiiia la terra. Quando i vapori io sen gravida serra.
Tasso Ger. lib. IV
. 3. L’Enfer s’èmeut an bruit de Neplune cn fureur. Plulon sort de son tióne,
il pàlit, il s’ ccric , 11 a peur que ce dirli, daiiscet alTreux séjour , B’un
coup de son tridrnt, ne fasse entrer le jour. Et, par le centre ouvert de la
terre èbralée , Ne lasse voir du Stix la rive désolée, Ne dccouvre aux raortels
cet empire odieux, Abhorré des mortels, et crainl méme des Dieux. Boileau.
'..... Namque Diespiter, Igni corusco nubila dividens Plcrumque per purum lonantes
Egit equos, volucremque enrrum. Horat. Ode 34 lib. I. La concisione e la semplicità sono
essenziali al sublime , e la ragione è evidente. L’ emo- zione che la grandezza
e la nobiltà d’un og- getto eccita nella nostra anima , 1’ innalza al di
so]>ra di se stessa , produccndo non so quale EliOCUZIOKE. II7 eniiusiasmo ^ che ci alletta
sin oh' esiste , ma non si mantienie l’anima lungo tempo in (jue- sto allo
grado d’ elevazione , e tende a rica- dere nel suo stato ordinaria Quindi se 1’
au- loie moltiplica le parole senza necessità , se offusca d’ ornamenti la
descrizione d’un oggetto sublime, snerva la forza dell’ emozione , cd al- lora
la descrizione potrà essere bella, ma non più sublime. Cosi Virgilio ci
rappresenta Giove scuo- tendo l’Olimpo con un cenno del suo capo.. Annuii^ et
lotum nuU* trem^ìfefiit Olimpum. Eneid. IX, to6. Rvavinoiy ofp-J3i vt^ias
K^ovlAiy. ..... (/.s'/xy S' o/.’j(jwroi». J/iad. I. 5sì8 e 53o. . . . J.0V1»,
Cuncta supercilio moventis. Horat., Ode 4 > Oltre la semplicità e la
concisione , Iji forza è una delle qualità indispensabili del sublime. La forza
d’una descrizione consiste in gran parte nella sua concisione , ma essa
comporta qual- che cosa di più , ed è principalnaente una scelta giudiziosa di
circostanze capaci di mettere l’og- getto descritto nel lume ptu favorevole. In
ciò. consiste la grand’arte dello scrittore , la grande difficoltà d’ una
descrizione sublime. Una tem- pesta, per esempio , è un oggetto naturalmente
sublime; ma per farne una descrizione subli- me , basterà forse di
sopraccaricare a caso e senza gusto tutti gli effetti che può produr- re , e
tutte le circostanze che 1’ accompagna- no ? No certamente , è d’ uopo
scegliere in quell’aggregato di cose quelle che possono fare una più profonda
impressione. Virgilio si è pe- netrato di tutte queste cose nella descrizione
della tempesta. Sifpe eliam irvmensum coe/o venit agmen aquarum, MI foedam
glonierant tvmpeslalern imbribua altria tic. Geuig. 1 > 3- 3:23 e teg.
Ariosto descrive il rumore dell’ archibugio. Dietro lampeggia a guisa di baleno
, Dinniizi scoppia , e nian'ia in aria il tuono ; Treman le mura , e sotto i
piè il terreno , 11 ciel rimbomba al paventoso tuono. Ori. far. IX , y5. Del
bello e dei piaceri del gusto. Il Lello è dopo il sublime, ed è quello che
procura all’ immaginazione i ])iù vivi piaceri ; ma r emozione eh’ eccita ,
facilmente distin^jucsi da quella prodotta dal sublime. Es a è d’ un genere più
dolce, ha del più amabile , del piu seducente , non innalza tanto 1’ anima , e
v’ in- troduce una certa serenità. Il sublime cagiona sensazioni troppo forti
per essere durevoli; quelle che risultano dal bello sono suscettibili d’ una
più lunga durata. 11 suo dominio è molto più esteso , e la varietà degli
oggetti che abbrac- cia è sì grande , che le sensazioni che pro- duce hanno tra
esse diversi distintivi. Niente di |ùù astratto quanto la parola bello; appli-
casi quasi a tutti gii oggetti ebe appagano is- chio ed allettano l’ orecchio ;
alle grazie dello stile, a parecchie disposizioni dello spirilo, ed a cose
anche che sono 1’ oggetto delie scienze puramente astratte. BI.OCU'ZfOMS. tig
11 colorn y secondo Blair , somministra il ca> ratiere più semplice della
bellezza. £ proba- bile che 1’ associazione delle idee inlLuisca in qualche
maniera sul piacere che ci danno i co- lori. Il verde, per esempio, può
sembrarci bello, { )ercliè si liga nella nostra immaginazione con e idee di
scene campestri, di prospettive ec : il bianco ci dipinge la innocenza.
Indipendente- mente da quest’ associazione d’idee, tutto ciò che possiamo
considerare di più circa i colori è, che sono i più delicati , e non già quelli
più sor- prendenti , che diconsi ordinariaincnie i più belli , come le piume d’
alcuni augèlli , It fo- glie de’4iori, e r ammirabile varietà che spie- ga il
ciclo al levarsi ed al tramontar dell’ a- stro benefico. Le figure ci
presentano il bello sotto le for- me più varie e più complicale. La regolarità
s’offre da principio all’ osservatore come una delle sorgenti principali della
bellezza! Una figura è regolare quando tutte le sue parti sono formale dietro
una regola certa che nulla am- mette di vano, di arbitraria, nè conosce ec-
cezioni. Così un cerchio , un quadrato, un tri- angolo appagano 1’ occhio,
perchè sono esse fi- gure regolari , ed ecco la loro bellezza. Inlanta una
felice varietà è una sorgente di bellezze molto più feconda. La regolarità
stessa allora ci alletta , quando legasi naturalmente alle idee di giustezza,
convenienza, unità , le quali hanno un rapporto più diretto con le figure
esatta- mente proporzionale , che non lo abbiano con quelle il cui aggregalo
non è stato soggetto ad alcuna regola certa. La natura , il più abile degli
artisti , ha ricercato la varietà in tuit’ i suoi ornamenti j ed essa afielta
una specie di disprezEo per la regolaritJi. Quale prodigiosa va- rietà nelle
piante , nei fiori e nelle stesse foglie? ' Il moto è un’ altra sorgente del
bello ; è per se stesso piacevole , e tutte le cose in moto sono generalmente
preferite a quelle che sono nel- 1’ inerzia. Il moto dolce appartiene solamente
al bello; il violente e rapido, come sarebbe un torren- te , appartiene al
sublime. 11 moto d’ un uc- cello che equabilmente fende lo spazio, è bel-
lissimo; ma la velocità del lampo che solca i cicli, è imponente e magnifica.
Quindi il su- blime e’ 1 bello sono sovente separati da .una nube leggiera , e
qualche volta si approssimano quasi al punto d’ incontrarsi. il colore, la
figura ed il moto, considerati se- paratamente, sono adunque le sorgenti del
bello; s’incontrano intanto in una quantità d’oggetti, che improntano allora da
questa riunione il carattere della più perfcita bellezza. I fiori , gli alberi
, gli animali offrono a gara la deli- catezza de’ colori , la grazia delia
figura, e spesso ancora il moto dell’oggetto. L’aggregato più completo di
bellezze, che possa presentarci lo spettacolo della natura , è indubitatamente
la veduta d’ un paesetto , arricchito d’ una suf- ficiente varietà di oggetti;
qui un tappeto di verdura , più lungi alcuni alberi sparsi , un ruscello che
serpeggia , armenti che pascolano. Che r arte aggiunga a questa bella scena or-
namenti analoghi al colorito del quadro, come per esempio , un ponte gettalo
sul fiume , il fumo che a globi esala dalle capanne traver- sando gli alberi ,
allora si che proveremo tutto ciò che hanno di più dolce , di più soave le
sensazioni che caratterizzano il bello. La beltà della Gsonomia è più. variata
, e più complicala di tutto ciò cb’ è stalo sioora oggetto del nostro esame. tt
I suoi capelli eran crespi, lunghi e d’oro, j> e sopra gli candidi e delicati
omeri rica- » denti ; e’ 1 viso ritondetlo , con un color vero » di bianchi
gigli, e di vermiglie rose mesco - )) lati, tutto splendido, con due occhi in
te- n sta , che parevano d’ un falcon pellegrino ; j> e con una boccuccia
piccolina , le cui labbra » parevano due rubinetti. » ( Bocc. Novel. ) Ma la
bellezza principale della Gsonomia consiste in quella espressione sincera dei
mo- ti deir animo , della vivacità , del candore , della benevolenza , e di
tutte le altre ama- bili qualità. Ed avvi di certe qualità dell’ a- nimo , che
espresse co’ lineamenti del viso , o con le parole , o con le azioni , ci fanno
pro- vare una sensazione eguale a quella della bel- lezza. Le qualità morali
possono ridursi a due grandi classi. La prima contiene quelle alte ed eminenti
virtù, eh’ eccitano granai sforzi, ed espongono a grandi pericoli , o a grandi
calamità ; come 1’ eroismo , la magnanimità , 1’ avversione del piacere e ’l
disprezzo della morte. L’altra classe comprende le virtù sociali , ovvero la
comp.is- sione , la dolcezza , 1’ amicizia , la generosità, e (inai mente tutte
le virtù dolci. Esse eccitano nell’animo dell’ osservatore una sensazione di J
tiacere simile a quella della bellezza esteriore [egli òggctli , che quantunque
d’una sfera molto più elevata , si può , senza degradarla collo- care nella
stessa classe. Nelle letterarie composizioni il bello è un termine astratto, di
cui è diUicile determinare il elocuzione. senso. Applicasi indistintamente a
tutto ciò cbe piace sia nello stile , sia ne* pensieri. È un genere particolare
, eh’ eccita nell’ animo del lettore una emozione dolce e piacevole , simile
poco presso a quella che risulta dall’ aspetto della bellezza nelle opere della
natura- li bello dunque^ dopo il sublime, è la sor- gente più feconda de’
piaceri del gusto. Ma non solamente per la bellezza e per la sublimità gli
oggetti ci appagano : essi investono altri caratteri , come la novità e
l’imitazione per cui anche ci allettano. Un oggetto il quale altro merito non
ha che quello d’ essere nuovo o poco comune , eccita per questo solo una sen-
sazione tanto viva quanto piacevole ; e da ciò deriva quella passione della
curiosità sì natu- rale a tutti gli uomini. Gli oggetti , le idee con le quali
siamo fa- migliarizzaii da lungo tempo , lasciano una im- pressione
debolissima, che non può dare alle nostre facoltà un esercizio ben piacevole ;
ma oggetti nuovi e straordinarj tolgono , per cosi dire, lo spirito dall’
apatìa dandogli un impulso repente e piacevole. L’ emozione prodotta dalla
novità è più viva, più intima di quella che produce il bello , ma è di minore
durala , perchè se l’ oggetto non contenga cosa cbe possa fissare l’attenzio-
ne , il diletto prodotto dalla novità , subito sva- nisce. L’imitazione
presenta al gusto un’ altra sor- gente di piacere , ed essa entra in tutte le
arti d’ ingegno. I piaceri della melodia e del- r armonia appartengono del pari
al gusto. Non avvi deliziosa sensazione , risultante dal bello e dal sublime ,
la quale non sia poi suscetti- r EliOCUZrONE. ia3 bile di ricevere un maggior
diletto dal magico poterex de’ sensi. Da questa sorgente proviene il piacere
del metro poetico , e di quella spe- cie d’ armonia , che trovasi, quantunque
meno sensibile , nella prosa un poco ricercata. Se uno dimandasse ora a quale
classe di pia- ceri , delle quali abbiamo fatto parola, debba riferirsi quello
risultante da una bel’ opera di poesia, e di eloqunza ; gli si risponderebbe di
non appartenere nè alla tale o alla tale altra classe in particolare , ma
generalmente a tutte. Questo e il vantaggio particolare de’di- scorsi
eloquenti, e delle composizioni accurate : il campo che percorrono è tanto
vasto quanto fecondo, presentando nel loro aspetto tutti gli oggetti capaci di
sedurre il gusto e l’ immagi- nazione , o che il piacere nasca dal sublime', o
da qualunque genere di bellezza. Articolo II. Dello Stile. Passando ora a
discorrere dello Stile, noi di- videremo la materia in tre Sezioni: nella prima
accenneremo i suoi particolari caraueri ; nella seconda ci occuperemo degli ornamenti;
e nella terza , delia struttiira oratoria del discorso. Dello Stile in generale
, e di suoi particolari caratteri. Lo Siile (i) è la maniera con cui esprimia-
mo per mezzo del linguaggio , ciò che conce- piamo col raziocinio; è il quadro
fedele delle nosire idee , e dell’ ordine col quale sono li- gate nella nostra
mente. In qualunque soggetto che si tratti lo stile aver deve due qualiia es-
senziali , la chiarezza e la purità. Scriviamo per farci intendere; è
neces.sario adunque di comin- ciare dall’(intenderci noi stessi , onde moslarci
chiari e facili verso coloro che ci ascoltano (2). Questo (irìncipìo è così
naturale, e d’ un uso COSI indispensabile^ che parrebbe quasi inutile di qui
ricordarlo , ed intanto è trascurato da’ gio- vani.*. La premura di produrre ,
il desiderio di godere e di far godere agli altri delle nostre produzioni, fa
prendere la penna prima d’es- Siile
signiGcava un tempo l’ago di coi si servi- v.vno per iscrivere sulle tavoleite
incerate ; il quale da un estremo era puntuto , e dall’altro ammaccato, ^er
cancellare , nel bisogno , ciò eh’ crasi scritto. Saepe atylum veriaa. Hor. (2)
Ipaae rea verba rapiunt. Cic. fin. III. c. 17. F"erbaque
proviaam rem non invita aequentur. Hor. Art. poet. v. 3 ti. Selon que notre
idée' est plus ou moins obscure L’expression la suit , ou moins nette , ou plus
pure. Ce que I' on concoit bien s’énonce clairement , Et les mols pour le dire
arrivent aisément. Boiuav.
ELOCUZIONE. 125 sersi ordinalo il filo delle idre , d’ aver ricer- cato , e
messo tra esse quel legamento, quel* l’ armonia , senza cui lo stile più
abboncTante d’ ornamenti stanca in vece d’ inienssare il let- tore. E se
bisogna continuamente ritornare in dietro , rileggere più volle quello clic già
s’ è letto per arrivare a capirlo, la mente si stanca, ed abbandona l’ opera.
L’ uomo d’ altronde è naturalmente indolente ; sicché schiva un’ im- presa
tanto laboriosa: e qualunque siesi l’elogio che possa darsi ad un autore
profondo , cui si sono finalmente squarciate le tenebre , ben dì rado sarebbe
uno inclinato a leggerlo per la seconda volta. L’ oscurità dello stile nasce
principalmente dalla confusione delle parole, e dalla inesatta costruzione di
esse ; e questo è il difetto più inescusabile in tutte le lingue. Una
sovrabbon- danza di parole e di circostanze inutili , una precisione affettata
contribuiscono egualmente all’oscurità dello stile. Delle volle dicendo molto,
nulla si dice ; delle altre per non dir tutto , non si dice abbastanza; c
finalmente per timore d’essere troppo semplice uno diviene oscuro. Ma non
pretendiamo con ciò inferire esser mestiere il rinunziare di esprìmersi in una
maniera in- gegnosa, nuova e penetrante, interdicendo una certa acutezza di
stile ; noi vogliamo soltanto premunire i giovani contro gli scogli d’ un ge-
nere di scrìvere, che li seduce facilmente col suo momentaneo splendore,
facendo lor mettere in non cale tutto il resto : vogliamo loro inse- gnare, eh’
il gran segreto dello scrivere è ripo- sto nel conciliare la finezza dello
stile eoa la chiarezza ; e che tutti que’ tratti che par- ranno brillanti
oscurando poi quell’iudispensa- » Digilized by Googic ia6 PAfiTB Ilf. —
elocuzione. bile biforme qualità , non potranno lunga.- mente brillare. La
chiarezza dipende dalla scelta delle pa- role , dalla costruzione delle frasi ,
e dal liga - mento delle idee. Considerata poi sotto il rap- porto delle parole
e delle frasi , esige purità e proprietà ne’ termini , e precisione nelle
frasi. Sovenie si confonde la purità e la proprietà grammaticali : queste due
qualità si toccauo in- fatti da vicino ; ma è facile di penetrarne la
differenza. La purità del linguaggio consiste nel- r impiegare i termini e le
costruzioni che ap- partengono all’ idioma cui ci serviamo , in pre- ferenza di
quelli improntati dalle altre lingue, o non più usati nella nostra , o troppo
muovi e non ancora autorizzati. La proprietà poi con- siste nel irascegliere
per esprimerci i termini più convenevoli e più generalmente adattati alle idee
che ci proponiamo di manifestare. Lo stile esser può puro , e lasciare intanto
mo'to a desiderare circa la proprietà. Le parole esser possono malamente scelte
, mal adattate al sog- getto , e presentare sotto un falso lume il pen- siero
dell’ autore. Egli forse le avrà tutte at- tinte nella massa generale de'
vocaboli ricevuti, ma non è stato nè felice , nè abile nella scel- ta. Lo stile
nulladimeno è difettoso nella pro- S rietà , quando pecca contro la purità 5 e
quindi alla riunione di queste due qualità ne risul- tano le grazie e la
chiarezza. In tre maniere possiamo offendere la purità: 1.° impiegando pa- role
non italiane, se in questo idioma scrivia- mo , e ciò dicesi barbarismo ; 2®.
facendo una costruzione non italiana , il che dicesi solecis- mo (1) j 3 “.
finalmente le parole e le frasi pos- (i) Solecismo trae la sua origiue della
città di SoXo' sono essere scelte e disposte in modo da non si- gnificare ciò
che ordinariamente significano, e ciò dicesi improprietà. Oltre la purità , lo
stile esser può conside- rato , come avendo per oggetto 1’ intelletto^ clx’
esso vuol rischiarare ; P immaginazione ,.che vuol colpire ; le passioni , che
si propone di eccitare ; e 1’ orecchio finalmente , che non deve mai trascurare
: or dunque in questi varii rap- f iorti lo stile dovrà esser chiaco per l’
intel- etto , forte e veemente per le passioni , ed ai> monioso per
l’orecchio. Non basta però d’ essere chiaro , bisogna essere ancora preciso.
Anzi è difficile il concepire la chiarezza senza la pre-« cisione. La grand’
arte dello scrittore è di con- ciliar queste due qualità , e potrà ottenerlo
ba- dando alla purità ed alia precisione del lin- guaggio. La precisione ha due
scogli da evitare : la pro- lissità, che degenera in un abbondanza di pa- role
insignificanti , e la estrema concisione , che conduce spesso nell’ oscurità.
La strada da scegliersi in questi due eccessi , è di sfron- dare 1’ albero
senza mutilarlo. Ecco l’immagine della precisione ; nulla deve dirsi di
superfluo, e non ommettere ciò eh’ è necessario. Ma la precisione è qualche
volta nel pensiero , e qual- fondala da Solonc. Vi si accurse in folla per
popo- larla ; e gli Ateniesi vi andarono in gran numero. Ed essendosi confusi
con gli antichi abitanti , per- dettero nel loro commercio la purità e la
civiltà del loro linguaggio , e parlarono come i barbari. Da que- sto ^oìouo)
gli abitanti di <oXoi vennero chiamati , e 4oXotKi'{;siy parlare una cattiva
lingua , fare de’ sole- cismi. elocuztone. che volta nell’espressione. Quando
Cesare scorge Bruto fra suoi assassini , ed esclama dolorosamen- te: Tu quoque
, Brute ^fili mi = E tu ancora , o Bruto, mio figlio (i) , 1’ espressione è
semplice, e la precisione del pensiero ha del sublime Ma , lo ripetiamo ancora
, la precisione non può produrre un buon efiFetto , che quando e unita alla
chiarezza. Litlora tum patriae lacryjnans porlusque reli n quo , Et carnpos ubi
Troja fuit. ÈnEIO. ut j T. IO. Qui la precisione somiglia ad un solo e me-
desimo tratto ; tutto ciò che poteva esprimere un gran pensiero , e tutte le
particolarità pos- sibili, non darebbero un’idea più giusta e più. compieta
della distruzione totale a una città celebre. Lucano , volendo dipingere 1’
abbat- timento e la costernazione profonda che re- gnava in Roma
all’approssimarsi della guerra civile, impiega un tratto solo, eh’ è sublime per
la sua precisione. Erravil sine voce dolor. Phar. a , v. af. Questi caratteri
generali dello stile sono in- dispensabili allo scrittore in qualunque genere
eh’ egli scriva ; ma avvene molti altri che di- pendono più particolarmente
dalla natura del soggetto , e eh’ è d’ uopo conoscere e saper distinguere. È
verità incontrastabile, che soggetti diversi esigono stili diversi , e che lo
stile oratorio, per esempio , non può essere quello d’ un trattato filosofico.
Ma ciò che deve maggiormente fis- (i) K»i' oJ, rsHvov. Plut. in
Brut. XP' II. ELOCUZIONE. ] 2g sare l’ attenzione de’ giovani è che malgrado la varietà
degli stili , essi debbono conoscere la maniera di scrivere d’ un autore in
tutte le sue ^eie. Per esempio , la Divina commedia del Dante e le prose di
qtjesto autore , la Gerusa- lemme del Tasso e le sue lettere, lo Spirito delle
leggi di Montesquieu e le sue Lettere Persiane, L’ Éneidi di Virgilio e le
Buccolicbe sono su- periormente trattate nel loro genere ; eppure si scorge in
essi la penna dello stesso au- tore. Dunque uno scrittore di genio deve avere
uno stile , ed una maniera d’ esprimersi tutta propria; e quando le sue
composizioni non offrono un particolare carattere , ei sarà sempre uno
scrittore mediocre , che lavora d’ imitazione , e. che non proverà giammai l’
impulso del genio Dionigi Alicarnasseo divide in tre specie i ca- ratteri
generali dello stile , cioè stile austero , stile fiorito, e stile medio.
Cicerone e Quinti- liano lo sieguono nella divisione , ma con certe distinzioni
delle loro qualità rispettive : e que- ste distinzioni sono state adottate da’
moderni retori ; ma cosi astrattamente trattate , eh’ è impossibile 1’ aver
idee giuste dello stile in ge- nerale, e delle sue particolarità. Noi procure-
remo di supplirvi. La prima c la più interessante distinzione degli stili
risulta dal maggiore o minore svi- luppo che dà 1’ autore ai suo pensiero. Da
ciò risulta lo stile conciso e’I diffuso. Lo scrittore conciso rinchiude le
idee nel minor numero pos- sibile di parole , impiega le più espressivej
rigettando tutto ciò , che non aggiunge sen- sibilmente al pensiero. Si
permette qualche or- namento , ma serve per fortificare , e non mai per
abbellire la frase : tutto insomma tende alla precisione, cercando piuUoslo di
la r pen- sare il lettore , che completamente soddisfare la sua immaginazione.
Lo scrittore diffuso al contrario non crede giammai d’essersi abbastanza
spiegato, e sembra dubitare talmente dell’ intelligenza del lettore, che nel
presentare il suo pensiero sotto varie forme, stanca. Non cura di farsi capire
a primo aspetto, perchè s’ è proposto di ritornare sulle sue idee ; c ciò che
perde in forza, cerca di guadagnarlo in abliondanza ed in varietà. I suoi f
ieriodi sono naturalmente lunghi ; e ben vo- ontieri profonde gli ornamenti che
crede adat- tali. Onde lo stile diffuso è snervato ; e quando manca di
robustezza è poi snervato senza essere diffuso. Lo stile prolisso non è già il
diffuso : quello estendendosi sulla superficie degli oggetti, s’arrc- sta sulle
idee accessorie; questo si trascina d’in- duzione in induzione, di conseguenza
in con- seguenza, stanca la mente, e ricalcitra l’at- tenzione , quando la
vuole soggettare alla sua penosa lentezza. Lo stile debole , e lo stile nervoso
sono so- vente confusi con lo stile conciso c ’l diffuso ; e la nube che li
separa è infatti difficile a sco- prirsi. Trovansi intanto degli scrittori
molto com- mendevoli per la forza, e per 1’ abbondanza dello stile ; e tra gli
antichi si possono cita- re Platone, Plutarco , Tito Livio ed altri scrittori.
La forza o la debolezza dello stile dipende dalia maniera con cui un autore
vede il suo sog- getto. Se con forzalo concepisce, tale lo e.spri- merà. Ne ha
un’ idea vaga e confusa ? il suo stile Io scoprirà. Ma lo scrittore robusto , o
che sia conciso o diffuso , ci lascerà sempre una impressione di quello ch’e’
ha voluto dire. Sem- pre pieno del suo soggetto ; le sue espressioni saranno
tutte egualmeute caratterizzate , ogni frase, ogni figura contribuirà a rendere
il quadro più commovente e più completo. Cuniiauaziune della stessa materia.
Fin qui abbiamo parlato dello stile circa l’im- pressione del pensiero, lo
considereremo ora circa gli ornamenti de’quali esser può suscettibile. Sotto
questo punto di vista adunque sarà lo stile Secco, Semplice, Conciso , Elegante
e Florido. Lo stile secco non ammette vcrun ornamento. Contento d’ essere
inteso lo scrittore , non cerca nè di cattivar l’ orecchio , nè d’ appagare
l’im- maginazione. Questo genere di scrivere è solo tollerabile nelle opere
didattiche j ma esser deve sostenuto dalia solidità della materia, e dalla più
grande chiarezza nella espressione. Lo stile semplice ammette piccolo numero d’
ornamenti ; e se da una parte non ci alletta per le grazie e per le finezze
della composi- zione , non ci disgusta però dall’ altra con la sterilità e la
durezza della sua maniera d’espri- mersi. E indipendentemente dalla più felice
chiarezza, esige una severa proprietà , purità e precisione. Avvi questa
dinerenza tra lo stile secco ed il semplice ; quello non è suscetti- bile d’
ornamenti , questo volontariamente li rifiuta. L’ autore che adotta lo stile
conciso , non isdegna le bellezze del linguaggio , ma le fa consistere nella
sola scelta e disposizione delle parole. 11 giro (delle frasi esser deve
naturale, i periodi variati, senza affeltazionc, senza una ricer- « ata
armonia; le sue figure, quando nè ini|jiegas- se , sono vive, anziché ardite o
brillanti. Kè molto génio,nè molta immaginazione è necessa- ria per attingere a
questo stile , ma con la di- ligenza e con l’attenzione possiamo arrivarvi.
Questo è quello stile che bisogna assolutamente studiare, perchè conviene in
qualunque sogget- to, ed in molti è indispensabile. L’ eleganza dello stile
vuole la correzione , la giustezza e la purezza della dizione. Ma questi
requisiti non bastano ; esige ancora una nobile libertà, Una maniera facile c
naturale, che senza nuocere alla correzione nasconde lo studio e la
riservatezza. Il punto essenziale e ditlicile è di conciliare l’ eleganza con
la na- turalezza : due mezzi vi sono per riuscir- vi la scelta nelle idee e
delle cose , e l’ arte di collocare le parole. Ma qualche volta la ma- teria
presenta assolutamente oggetti spiacevoli a descriversi, cose vili e triviali.
Che farà al- lora lo scrittore per essere elegante ? Dovrà porre in opera tutto
il suo artifizio, per non trasandate le circostanze, che possono interes- sare
e muovere il lettore, accennare alla sfug- gita quelle che, spargendo la
chiarezza, sareb- bero in ."lira occasione da tacersi perchè di-
spiacevoli. Maravigliosa è in questo genere la descrizione che fa Dante della
crudel morte di fame, alla quale fu condannato dagli Ubal- dini Ugolino della
Gherardesca , con quat- tro figliuoli , tutti rinchiusi nella torre di Pisa :
Già cran desti > e l’ ora s’ appressava Che il cibo ne soleva essere
addotto. E per luo (ogno ciascun dubitava, cc. Jnfer. Canio 33. Il padre
Segneri descrive mirabilmenie le orribili penitenze de’ Solilarj veduti da S.
Gio- vanni Cliinaco, i quali penetrati da una viva considerazione delle pene
acerrime da Dio pre- parate a’ peecalori nell’ altra vita , seco propo- sero di
volersi rinchiudere in un luogo soli- tario , che chiamossi carcere de’
penitenti , e quivi praticare tutti le possibili asprezze, amando meglio di menare
in questo mondo una pe- nosissima vita, che d’ incontrare nell’altro l’eter- na
morte. a Stavano alcuni, dice, tutta la notte diritti oran- do al sereno ,
altri ginocchioni, altricurvi; ma per lo più con le mani tutti legate dietro le
spalle a guisa di rei , perpetuamente tenevano i lumi bassi , nè si riputavan
degni di mirar cielo. Sedevano altri in terra aspersi di cenere, sor- diti ,
scarmigliati , e fra le ginocchia tenendo celato il volto ; ululavano sopra 1’
anima loro^ e la deploravano. Altri percuotevans’il petto, altri svellevano i
crini, ^ altri putrefatte mi- randosi le lor carni , per gli alti strazii , co’
quali le avevjino macerale, pareva che solo in quella vista trovassero alcun
sollievo, e si con- fortassero ec. ec. Pred. rii. n. y. La languidezza e la
mollezza dello stile sono gli scogli prossimi all’eleganza ; e noi non lo
diremmo giammai abbastanza con Tullio, quante sieno le cure che aver deve uno
scrittore per riunire nella migliore maniera possibile la forza de’ pensieri
con l’eleganza continua dello stile. Il Gladiatore e 1’ Atleta , die’ egli ,
non eser- citansi solamente a parare ed a ferire con de- strezza ; ma a
muoversi con grazia . Cosi nel discorso, bisogna occuparsi nello stesso tempo a
dare solidità a’pensieri, e piacevolezza e de- cenza air elocuzione. Lo stile
fiorito è abbondante di pensieri f )iù piacevoli che for;i , d’ immagini più
bril- nnti che sublimi , di termini più ricercati eh’ energici, e la metafora
da cui impronta il suo nome è ragionevolmente presa da’ fiori , i quali offrono
più vaghezza che solidità. Le bellezze passaggiere qui trovano il loro sito ,
quando non si hanno cose solide da esprimere. Ma questo stile sarebbe molto
inconsidera- tamente impiegato ne’ sermoni e nelle orazioni forensi: esso
conviene alle composizioni di puro allettamento, agl’idilìii, all’ egloghe,
alle de- scrizioni delle stagioni. Questo è quello stile che più seduce i
giovani, ed al quale ben vo- lentieri s’abbandonano. È raro che le loro prime
composizioni non pecchino nella profusione degli ornamenti, la cui scelta eia
distribuzione non hanno potute essere regolate dalla saggezza d’un gusto severo
e rischiarato. E plausibile però che i giovani abbiano un genio ardito ed
invento- re , e che i loro primi saggi abbiano della vanità : facilmente si
toglie il superfluo e’I di- fettoso nell’ abbondanza : ma al contrario la ste-
rilità è un vizio quasi irreparabile. Questo fu anche il sentimento di
Cicerone, il quale bra- Quemadmodum qui
uluntur arniis aul palae- atra , non so/nm sibi vitandi ani feriendi ralionern
esse habendam putant , sed edam ut cuin venustate moveaniur ; sic verbis
r/ttidem ad aptam compositiv- nem et decentiam , senlenliis vero ad gravitalem
ora- iionis utatur oraior. De orat. III. lao- EI,OCU5CtOME. l55 inava , che la
gioventù s’ abbandonasse alla lo- condilà del dire . Dell’ Armonia dello siile.
Oltre quell’armonia’ cliiamata imitativa, per- chè dipinge ed imita con la
stessa combina- zione de’ suoni, come il vedremo nel seguente capitolo, avvi
un’armonia generale dello stile, la quale abbraccia tutte le parti del
discorso; non si attacca alle particolari circostanze ; e tende all’effetto
generale del quadro. Questa è una delle più grandi difficoltà , ma però una
delle prime bellezze dell’ arte dello scrivere (2). Ciò che i filosofi
grammaticali hanno detto della formazione , e de’ principj fisici del lin-
guaggio', deve far comprendere che ogni lin- gua è più o meno capace dell’
armonia cui ora ci occupiamo. Appartiene poi al poeta , all’ i- storico ,
all’oratore di bene studiare l’essenza e ’l genio della lingua in cui scrive
per rica- varne il miglior frutto. Ma non deve d’ altronde a uesto studio
degenerare in una puerile ricerca i minuzie. Tullio vuole che il giovane
oratore dia alle sue frasi un giro armonioso ; fiat quasi structura quaeda/n ;
ma non vuole che il la- voro e la ricerca appariscano » nec tamen fìat operose
, percliè sarebbe lavoro frivolo ed im- menso « nam esset ^.quam infinitus, tam
pue- rilis labor. » P^olo se efferat in adolescente facandilas. De orai. Quae
siint res permitloenf aures ; sonus et nii- merus. Cif. ' Er,OCUzrONE. Il primo orgiino da cattivarsi è l’
orecchio , eh’ è naturalmente sensibile all’ armonia. Ma esso è superbo c
sdegnoso, ed il giu- dizio suo è severo. Il minimo suono duro , una costruzione
alquanto equivoca ; una chiusura disarmonica ne urtano la sensibilità. 11
pensiero più maschio e ’l più piacevole ferirà 1’ orecchio, se l’armonia della
frase non lo alletta. Quam- vis enim suaves gravesque sententiae , tamen si
inconditis vorhis efferuntur offendunt au- •res,quarum superbissimum est
judicium. Cic. Quintilmno per
esprimere lo stesso pensiero servesi del seguente paragone : Nihil intrare
potest in affeclum , quod in aure , velut quo- dam vestibulo , statim offendit.
Tun’i generi di letteratura non domandano uno stile egual- mente metrico; ma tutti
vogliono uno stile grato all’ orecchio. Questi principj dell’ armonia sono
dunque essenzialmente nella natura , la quale è tutta armonica , nè potrebbe un
momento esistere questo ammirabile aggregato di cose senza il portentoso
concento delle sue parti. Ogni pensiero ha la sua estensione , ogni im- magine
il suo carattere , ogni movimento dcl- 1’ anima il suo grado di forza e di
rapidità. Ora il pensiero dimanda lo sviluppo del periodo; ora i tratti di luce
da cui lo spirito è col- pito sono tanti baleni , che succedonsi rapida- mente
1’ uno dopo l’ altro. Lo stile interciso conviene a’inmultuarii moti
dell’animo; esso è il linguaggio del patetico veemente ed appassio- nato. Tutte
le lingue hanno delle sìllabe più o meno lunghe o rapide ; e ciò è suiliciente
per la prosa. Ma quello che possiamo dire intorno a questo, per rischiarare!’
inesperienza de’ gio- vani nelle loro composizioni e nello studio degli autori
è che avvi armonia nello stile , che è rapido o lento , conciso o poriodico ,
stretto o sviluppato, secondo che trattisi di provare , o dipingere, muovere o
ragionare. Esempio d’ uno stile rapido. nacqui sul Gange ; Vissi fra r armi :
Asbite bo noltae. Ancor non so , che sia timor : piìi dilla vita Amar la gloria
è mio costume amico : Son di Poro seguace , e tuo nemico. Met. ^les. nelUt Ind.
AU. I. Se. 5. Altro esempio di Cicerone prò Milane. a Egli ( P. Clodio ) con lo
stupro macchiato j» aveva le santissime religioni , rotti i gravis- » simi
decreti del senato , erasi col denaro li- » herato apertamente da’ giudici ,
oltraggiato » aveva nel suo tribunato il senato , annullate n le cose latte da
tutti gli ordini , me cacciato » dalla patria , bruciata la m'a casa , lacerati
» i figliuoli e la consorte mia , intimata sccl- )) lerata guerra a Gneo Pompeo
, fatte stragi » di magistrati e di privati , arsa la casa del » fratei mio ,
dato il guasto alla Toscana , cac- » ciati molti dalle case e da’ beni , c’ era
sem - j) pre sulle spalle e premeva : non potevano » inCne le città , l’
Italia, le provincie e i re- p gni capir la costui pazzìa ec. » \ Esempio d’
uno siile vivo ed incalzante. Cic. Pbo. Mix.. Pehobsz. « Quest’uomo dunque nato
alla patria morrà » in altro luogo che nella patria ? O se per ELOCUZIONE. »
avventura per la patria riterrete le memorie » dell’ animo suo , e sasierrete
che il suo corpo » non abbia sepoltura nell’ Italia? Scaccerà cia- 3) scuno
costui da questa città con la sua scu- » lenza , il quale tutte le città, da
voi scac- » ciatO; a se chiameranno? O beata quella tcr- » ra , che riceverà
questo cittadino : questa in- » grata , se lo scaccerà , misera , se lo avrà »
perduto! » *, Esempio distile vivoe rapido in una progressione tinaie. Se 1’
odio ti consiglia , L’ odio sospendi un breve istante e pensa , Che vana è la
mina D’un nemico impotente , uiil l’acquisto D’ un amico fede! ; die Re tu sei,
Ch’esule io soli; che fido in le, che vengo 'Vittima volontaria a questi lidi :
Pensaci, e poi del mio destili decidi. Met. in Xeni. Armonia imitativa. I suoni
senza essere figurati, possono som- ministrare, ed hanno somministralo all’
uomo, sia per la loro natura , sia per la loro durala, una specie di linguaggio
inarticolato , per espri- mere almeno sino ad un certo punto un nu- mero di
cose. Gli uomini non avendo da prin- cipio eh’ il gesto per comunicarsi le idee
, imi- tarono la figura, il moto degli oggetti che vo- levano rappresentare. Ma
quando questo lin- guaggio de’ segni si è trovato iusulficienie, è stalo mestieri
ricorrere ad un linguaggio più espres- sivo: allora 1’ organo della voce ha
necessaria- mente agito con più forza , cd ha fallo init-n- ELOCUZIONE. l3g
dere de’ suoni rapidi, penetranti, forti , so- nori ec. tutti figurati dalle
impressioni diffe- renti , che dall’ aria ricevevano , diversamente modificata
dagli organi della parola. Questi suoni imitativi trovansi in tutte le lingue ,
di cui sono divenuti , per così dire , la base fondamen- tale. Ma la poesia che
consiste nella fedele imi- tazione della natura , e che adattasi a dipin- gere
lutto ciò eh’ è suscettibile d’ essere di- pinto per mezzo de’ suoni , ha
ritenuto e per- fezionalo il linguaggio imitativo , ed è uno dei suoi caratteri
distintivi: ed ogni poesia che nulla dipinge pe ’l moto del verso , e per la
verità dell’ espressione imitativa , cadrà tosto in un eterno oblìo. Il che non
si saprebbe troppo rl- S etere a quelli che aspirano alla riputazione i poeti ,
per aver semplicemente riunito alla rinfusa alcune linee d’ una prosa mal concepita,
e che altro non tiene del poetico , che il me- tro monotono d’una rima situata
macchinalmente all’ estremità di un certo numero di sillabe. Al contrario,
aprite Omero, e da per tutto gli ren- derete quella giustizia che gli rendeva
Virgi- lio , il quale riconobbe che Omero e la na- tura eran una sola e
medesima cosa. La na- tura aveva appreso ad Omero che per distin- guere la
bellezza , bisognava scegliere le più dolci vocali. Se voglionsi degli esempj
dell’ ar- monia imitativa , non ne mancano in Virgilio in Tasso, ed anche nell’
Ariosto. ELOCUZroUB. Sezione li. Degli ornamenti. §. L Delle ^figure in
generale. Cicerone c Quintiliano hanno definito le li- gure « certi giri di
parole , certe maniere d’ e- )» sprimersi, che allontanansi dalla comune ma- »
nieradi parlare.» Nell’infanzia delle lingue gli uomini incominciarono a dare
de’ nomi agli og- getti che colpivano piu frequcn temente la loro vista ; e
questa nomenclatura fu lunga pezza li- mitata; ma a misura che acquistarono
cognizioni di un più gran numero d’ oggetti e che le loro idee molliplicaronsi
, la quantità de’ nomi pro- porzionalmente s’ estese. Or dunque era , ed è
tuttavia impossibile , che una lìngua sommini- stri de’ termini differenti per
tutte le idee , e { )er tutti gli oggetti. Cercossi perciò d’evitare ’
imbarazzo di trovare incessantemente nuove f tarole , e per alleviare nello
stesso tempo il avoro alla memoria, servirsi d’ una parola già adattata ad una
cosa conosciuta per esprimerne una che non lo fosse ancora ; ma avendo con la
prima una sensibile analogia. Ecco 1’ origine delle figure in generale ; le
quali promanano dalla penuria , dalla necessità e dalla sterilità del
linguaggio; ma poscia, quantunque le lìu- f ue si fossero accresciute ; si
continuò 1’ uso elle figure , perchè allettavano l’ immagina- zione (ij. E
facile il vedere perchè il liiiguag- (i) Modus tras/erendi verbi late palei,
quem ne- ELOCUZIONE, gio sia Stato più
figurato ne* primi tempi della formazione delle lingue , e perchè si trovi co-
munemente iu bocca di quelli , che la loro nascita ha situato lungi dalla
sorgente dell’ i- struzione. Si fanno più figure fra gl’ idioti , che fra gli
accademici. Ma sccondocbè le lingue si sono perfezio- nate ed arricchite , gl’
ingegni osservatori han considerato il vantaggio che può ritrarsi dal lin-
guaggio figurato , tanto comune ne’ primi tem- pi. Hanno veduto , che le figure
contribui- scono alle grazie ed alla bellezza dello stile , quando sono
diligentemente impiegate ; eh’ esse arricchiscono una lingua , rendendola più
ab- bondante ; che moltiplicano le parole , le frasi ; e che facilitano perciò
1’ espressione d’un gran numero d’ idee. Venne allora la classificazione delle
figure, ricevettero de’ nomi , se ne li- mitò 1’ uso ; ed i retori le
distinsero in figure di parole , ed in figure di pensiero. Ed infatti avvi una
sensibilissima differenza tra le figure di pensiero , e quelle di parole. Le
figure di' S ensiero , dice Tullio , dipendono unicamente a uno slancio dell’
immaginazione , e consistono in una maniera particolare di pensare , o di sen-
tire, in modo che la figura rimane sempre la stessa , quantunque si
combinassero le parole, che r esprimono. Ma per le figure di parole, se voi
cangiate le parole, la %ura svanisce (i). cessilas genuit , inopia concia et angustiis
; post autem delectatio , jucundilasque ceUbraoit. Cic. de Orat. hi , Ltter confermalionem verborum et sententiarum
hoc interest , quod verborum toUitur , ai verba mu- Figure di parole. Nelle
figure di p irolc conviene fare una di- stinzione, che r uso stesso di queste
esi‘>e , ed è quella di figure semplici di parole , e di tro- pi , che noi
separatamente verremo a trattare. Figure semplici di parole. Le figure semplici
di parole sono quelle per cui cercasi dare al discorso una maggior forza, ed una
maggior vivacità e vaghezza ; ora ac- crescendo le parole , ed ora diminuendole
senza punto cangiarne il significalo ; ed in ciò dif- feriscono da’ tropi la
cui definizione daremo nel- r articolo seguente. Le principali figure sem-
plici di parole sono i.“ la duplicazione , che prende ancora i nomi di Anafora
Avjtpopx , di Epistrofe Eiriorpo^ri, di Simploce SuaTrXoxiri , di £ pana 1 epse
E'7ray*XYi4-is, di Anadi piosi AvaJ tirXcBcn di Epizeussi secondochè si ripete
una parola ne’ principj , nella fine ; nel principio del precedente membro , e
nella fine del se- guente ; nella fine del membro precedente , e nel principio
del seguente ; o quando finalmete la ripetizione è continua. Così Plinio il
Vecchio dopo aver rappresentata la terra come un pic- ciol punto quasi
indivisibile in paragone del- l’ Universo , soggiunge : (C Ecco ove noi
cerchiamo a stabilirci , ed » arricchirci j Ecco ove noi vogliamo essere i
tarìs ; aenienliarum , permansi , quiòusctimque ver-, bis uti velia. Dz Okàt.
ELOCUZIONE. 145 » despoii , i denominatori ; Ecco ciò che agita » r uman genero
; Ecco ciò eh’ è 1’ oggetto della y> nostra ambizione , la materia delle
nostre di- » spute, la cagione di tante guerre tra cittadini, » e tra fratelli
». E Gcerone prò Quin. Quid haec amentia , quid haec festinatio, quid haec
maturitas tanta significai ? Non vini ? Non scelus ? Non latrocinium ? Non
donique omnia potius , quam jus^ quam offi- cium , quam pudorem. E lo stesso
nella seconda Filippica. Doletis tres exercitus popoli romani interf eclos'ì
in- terfecit Anlonius. Desideratis clarissimos ci- ves ? eos quoque vobis
eripuit Antonius. Au-~ ctoritas hujus ordinis qfflicta osti afflixit An- tonius
(i). a.° La replica e la soppressione della con- (/) Altri esempli . Dai bei
rami scendea , Dolce nella memoria, Una pioggia di fior sopra il suo grembo: '
£d ella si sedea Umile in tanta gloria Coperta già dell’amoroso nembo Qual fior
cadea sul lembo. Qual sulle trecce bionde , Ch’oro forbito e perle Kran quel di
a vederle. Qual si posava in terra e qual sull’ onde, Qual con un vago errore
Girando, parca dir, qui regna amore; PzTBasca. ELOCUZIONE. giunzione
copulativa. E, che chiamasi ancora Asindeto o Polisindeto, AawSerov,
IIoXutfuyJgToy, Così un autore « Che stragi inaudite ! S''uc— » cide nel tempo
stesso il fanciullo , il vec— » cbio, la sorella, il fratello, la figlia, la.
ma— » dre , il figlio nelle braccia del genitore. » Le donne , i cavalier,
l’arme, gli amori, Le corteaie , 1’ audaci imprese io canto. ÀBJOSTO. Ed il
Tasso , C. IV. st. 5. Qui mille immonde Arpie vedresti , e mille Più cbe Palle
mura Piace a te il campo e 1’ erbe Piace l’ intatta Vergine natura. Pindemonte
, alla Salute. È risorto : or come a morte La sua preda fu ritolta? Come ha
vinte 1’ atre porle , Come è salvo un’ altra volta Quei <he giacque in forza
altrui ? 10 lo giuro per Colui Cbe dai morti il suscitò ; È risorta : il capo
santo , Più non posa nel sudario : £ risorto : dal 1’ un canto De 1’ avello
.solitario Sta il coperchio rovesciato ; Come un forte inebriato ^ 11 Signor si
risvegliò. , Manzoni , La Risurrezione È dunque in van ch’io scampo Amor ,
dalla tua mano , Ed io qui fuggo invano Della tua face il lampo. PÌQdefflOQte f
La Giovinezua. Ut EtiOCUlZrONB. 14 $ Centauri , e Sfingi , e pallide Gorgoni }
Molle e molte latrar voraci Scille, E fischiar Idre , e sibilar Piloni : £
Vomitar Chimeré atre faville ^ E Polifemi orrendi , e Gerioui ; £ in nuovi
mostri non piu intesi , o visti Diversi aspetti in un confusi , e misti. 5 . La
Sinonimìa "XyvcùmtfMX consiste nell^espri- mere la stessa cosa con piu
parole , aventi urt significato bensì analogo ^ ma con qualche dif- ferenza
che. vieppiù 1’ accresca e rinforzi. Viene chiamata ancora Esposizione; ma
allora il suo ullicio è di riunire insieme più sentimenti. Così Cicerone. « A
voi ed al popolo Romano ar- » rechi pace , tranquillità , ozio , concordiak
y> Ed in altro luogo : Abiit^ evasiti erupit eCi Lo stesso , prò Rasoio
Amerino : » Tito Roselo non ha offeso un compagno nel » maneggio de’ danari ec.
ma nove uomini ono-^ 7) ratissimi , compagni d’ un medesimo ordine^ » d’ una
medesima ambasceria , d’ un medesi-^ » mo uQicìo , e d’ un medesimo carico «
se-“ » dusse, ingannò , abbandonò , diede in mano » degli avversar ] , e gli
gabò con ogni maniera » di frode. » Oltre queste figure semplici di parole ^
vtì ne sarebbero delle altre le quali o apparten- gono alla grammatica ^ o sono
poco in uso ^ e perciò crediamo bene di non farne parola* Tropii Tropo viene
dal Crcco tpoifos, la cui radice h Tpe-ìTiM, latino verta : conversione ,
transkto, tra- sposizione. Dunque i tropi altro non sono chd IO ELOCUZIONli.
parole le quali alioiuanandosi dalla siguinca— zioiie primitiva, ne prendono
altra aliena. Così il Tasso , Canto III. st. 45- Cade, e gli occhi , eh’ appena
aprir si ponno , Dura quiete preme, e ferreo sonno. I principali tropi sono la
Metafora, l’ Allego- ria , la Sineddoche j la Metonimia , 1’ Ironia, il
Sarcasmo, TI perJiole , la Perifrasi, e la Ca- tacresi , de’ quali parleremo
particolarmente. Mctaibra. La Metafora, da /seraupep*, /retn^ro, è upa fi- gura
per la quale trasportasi la significazione propria di uno o più nomi , ad un’
altra si- gnificazione , dietro un |)aragone che si fa nella mente. La metafora
differisce dal paragone per la sola forma, perchè nel senso e sempre lo stesso.
Se io dico, per esempio, parlando di Ora- zio Coelite, eh’ et sostiene l’urto
del nemico come una quercia gli sforzi d’ Aquilone , fo una similitudine ,
perchè stabilisco uu rapporto sen- sibile tra due oggetti. E se dico : Come una
quercia immobile contro gli sforzi d’ Aquilone, Orazio sul ponte sostiene l’
impeto delle ne- miche schiere, fo un paragone , perchè esprimo tntt’ i punti
del rapporto de’ due oggetti pa- ragonati. Ma se poi dico semplicemente: Questo
Orazio Coelite è una im monile quercia , ecco una metafora la quale altro non è
che un pa- ragone abbreviato, a cui l’ immaginazione sup- plisce. Questa figura
, la più ricca di tutte , deve ia sua origine alla nostra disposizione abitua-
le di rilerire le affezioni morali alle nostre fisi- clie impressioni , ed a
far servire le une a for- - c ELOCUZIOMH. l47 lificare l’espressione delle
ahre. Quintiliano dice che la Metafora brilla col suo proprio lume ne’^discorsi
del genere elevato ; getta una gran variazione ne’ concetti , innalza e
nobilita le cose più comuni , illude lo spirito , mostran- dogli una cosa e
nascondendogliene un’ altra. Le metafore si possono prendere 1. " Dalle
cose animate alle inanimate. 2 . ° Dalle inanimate alle animale. 3. "
Dalle animate alle animate. 4/ Dalle inanimate alle inanimate. Perchè le
metafore poi non sieno difettose bisogna por mente a’ seguenti avvertimenti : 1
. Non debbono essere prese da soggetti bassi e triviali , come quella di
Tertulliano natu- rae generale lixiviun , chiamando il diluvio universale la
lesciva della natura. 2 . Non bisoga che sieno forzate e prese da cose poco
cognite , in modo che il rapporto non sia naturale , c’I paragone poco
sensibile , come quella di Teofilo: Je baignerai mes maini ciana ies ondes de
tea cheveux. 3. Bisogna ancora aver riguardo alle conve- nienze de’ varii stili
, poiché avvi delie meta- fore che convengono allo stile poetico , e che
sarehbono mal usate nella prosa : per esempio, disse un poeta d’ un fratello e
d’^ una sorella che quantunque belli erano ambedue privi di un occhio. Parve puer ,
lumen , quod hahes concede torort , Sic tu coecus Amor , sic erit illa Fenua. Nel quale distico osservasi , dice
il Dizio- nario Enciclopedico, che lumen significa occhio; ma questa parola in
prosa non si prende nello stesso senso. 4- Si può mitigare una metafora
combinan- Bt,OttJZlONE. dola in un paragone , o aggiungendovi qual- che
correlativa come.Quasi , per cosi dire. L’arte dev’ essere per così dire
innestala sulla natura. La natura sostiene 1’ arte, e le serve di base j c Tane
abbellisce e perfeziona la natura. 5. Quando vi sono più metafore di seguito,
non è necessario che sieno tutte ricavate esat- tamente dallo stesso soggetto ,
come si può scor- gere nel precedente esempio : innestata è preso dall’ agricoltura
: sostiene e base , sono presi dall’ arciiitcttura. 6. Ogni lingua ha le sue
particolari meta- fore , e che non sono in uso nelle altre liu— “ gae : per
esempio , i Latini dicevano d’ un’ ar- mata = Dextrutn et sinistrum corna , e
noi diciamo =l’ ala dritta e l’ala sinistra. Allegorìa. Quando la metafora è
continuata diviene un’Al- legoria , ovvero una figura per la quale una cosa
dicesi , ed altra vuoisene intendere. L’ allegoria trae il suo nome a-ro tou
«XXo pifiv «vopsostv, «XXo Js / yoetv. DiSerisce dalla metafora , perchè questa
s’occupa d’una sola idea, e 1’ allegoria ne conti- nua il completo sviluppo ,
presentando sempre il senso figurato in vece del senso proprio. Le al- legorie
sono altre pure ed altre impure ©mi- ste , secondochè le parole sono o tutte
meta- foriche , o avvene alcuna non metaforica per maggior chiarezza. Cicerone
prò Mil. = Equi- dem coeteras tempestates , et procellas in illis duntaxat
fluctihus concionum semper putavi Milani esse subeuntas. E lo stesso, prò
Murena , <t Quodf return , quem Eurìpum tot motuSy tliOCUZrONK. l49 » t.
inique variaa habere putatis flucium agi~ » tationes , quantas perturbationes
et quantos » aeslus habet ratio comitiorum ? Dies in- • »
terposilus unus , aut nux interposita , aaepe » perlai hut omnia , et totam
opinionem parva » nonnunquam commutai aura rumoris. » E il Petrarca, volendo dimostrare lo
stato delr r animo suo , ricorre ad un’ allegoria , che dir si può mista. Pasfa
la nave mia colina d’ oblio Per aspro mare , a mezza notte il vemO' ec. E siccome
1’ allegoria è una continuata me- tafora ; così le regole assegnate per la
metafora SODO quasi tutte adattate all’ allegoria. Ma inol- tre poi bisogna
badare , che quando cominciasi un’ allegoria- è necessario di conservare in
tutto il filo del discorso la stessa immagine da cui si ricavano le
espressioni. Questo precetto è stato seguito da Orazio nell’ode 14 del I libro,
ove considera la Repubblica sotto l’ immagine d’una nave , e tutte le cose eh’
ei dice sono adattate- alla detta nave^ O navis , referent , in mare te novi
Fluclus ! O quid agìs ? Fortiter occupa Poriam ; nonne videa , ut Nudutn
remigio lalus Pi malus celeri sancius Africo , Anletinaequc gemant ? ac sine
funibu* Pix durare carinae Posmnt imperiosius Acquar? ISon tibi Sfint integra hntea
t: Quamois politica Pinus Silvae filia nobilia Jacies et genus et nomea inutile
; Nil pic/is timida^ novità pnppìòus. Fidil. Tu , niai uen/is Debta liidibì
inni , cave. ÈliOCUZIONE. Kuper soUicìtum quae mi Ai iedium. J^unc desiderium ,
curaqne non levìt , Jnterfusa nilentes Vites aequora Cycladas. . • Il mezzo più
sicuro per accertarsi della giu- stezza d’ un’ allegoria è di tradurre
letteralmente il senso figuralo pe ’l senso proprio , vedendo se tutte le
circostanze si riferiscano egualmen- te , e tutte le immagini coincidano con la
cosa espressa. Prima di chiudere 1’ allegoria crediamo bene dir qualche cosa
dell’ allusione , la quale è an- che una figura rettorica. L’ allusione adunque
differisce dell’ allegoria, poiché questa presenta un senso e ne fa inten- dere
un’altro ; quella è la personale applicazione d’ una lode , o d’ un biasimo ; e
secondo il Di- zionario Enciclopedico, è una figura per la quale dicesi una
cosa, che ha rapporto ad un’ altra, senza far menzione espressa di quella a cui
si riferisce. Così questa ni Ovidio nelle sue me- tamorfosi. Ulisse rimprovera
ad Ajace d’ aver avuto costui nella famiglia uno esiliato pe ’l fra- tricidio. JUiAi Laerles
pater est; Arcesius itU : Jupiler Aule, neque in his quisquam damnatus et
exsul. E quest’ altro d’ Achille ad Agamennone . Jamais vaisseaux , partis des
rives du Scamandre Aux champs tAessuliens osèrent-ils descendre ? Et jamais
dans Larisse un làcAe ravisseur Me vini - il enlever ou ma femme ou ma soeur ? Ipliigen.
elocuzione. iSt Metonimia. La Metonimia viene dal greco e si- gnifica trasposizione,
cangiamento di nome, no- me preso per un altro ; e si ha quando 1 . Si prende
la causa per l’effetto, come Marte per la guerra, Minerva per la sapienza
Habent Moysen ^ et P rofetas. \j\xc. XVI. ig. Col nome di Mosè e de’ Profeti s’
intendono i loro scritti. 2 . L’ effetto per la causa , come Ovidio — AVc habel
Pelion umbras. Met. Xri. V. 53i. L’ombra è presa per gli alberi, che la danno.
Così il Boccaccio : ogni stella era già dalle parti d’ Oriente fuggita; effetto
prodotto dall’ apparir dell’ aurora. 3. Il continente per lo contenuto, come
Car- tagine pe’ Cartaginesi , il nappo per la bevan- da. Così nella Genesi,
Terra corrupta est, cioè gli uomini, ch’escono sulla Terra. 4- Il nome del
luogo ove una cosa si fa per questa cosa , come il Portico , c ’l Liceo per la
filosofia di Zenone e d’ Aristotile ; perchè que- sti due grandi uomini
dettavano -le loro, le- zioni P uno nel Liceo e 1’ altro nel Portico di Atene.
fi. Il segno per la cosa significata , come lo scettro pe’l reame, la spada, la
divisa, pe ’l mcsiier delle armi. ■ L quasi tutt’i tropi, nel senso stretto
sono delle metonimie, percbè tutti fondali sopra un qualche cangiamento o una
trasposizione di parole, e sopra un’ analogia che è compresa i.n «picsla
figura. La Sineddoche viene da twsuSoyA che vaof dire compréssione , la quale
si avrà nelle se- oucnii circostanze : « 1 . Quando si mette la parte pe 1
tutto co- me il Santuario per la Chiesa, il cuore per Tuoino. 0^1 * 3 . 11
tutto per la parte, come Sustulerunt Ì>ominum, in vece di corpus. Il
giardino è fruttifero, ec. j •• 3. La materia in vece della cosa da cui si è
fatta , come il ferro , T acciajo per la spada , il pino per la nave ec. • 4 .
11 genere per la specie , come gli am- mali son soggetti alla legge di
collisione. 6 . La specie [ e ’l genere, come clu dicesse, un fiero aquilone
ruppe le antenne , le vele squarciò, ove aquilone è presa pel vento. 6 . Il
nome per eccellenza dato ad una per- sona, e che chiamasi ancora Antonomasia
Av- TOVO/iz»sw, come Coriolano per Cajq Marzio -- 11 vinciior di Mitridate pel
gran Pompeo, il conquistator delle Gallie per Q. Cesare ec. ■ Iperbole. È un
tropo per cui si eccede nell’ esposi- jione del vero; ed esprime il disordine
d’un animo al quale una gran passione tutto esagera : illustra mirabilmente
l’orazione, ed è di tanto uso presso i poeti, che appena si trova una
descrizione ove non campeggi questa figura. Diamone alcuni esempj.- Verròj farò
là monti ov’ ora è piano, Monii d’ uomini estinti e di feriti : Fa.ò fiumi di
sangue. Tasso , Ger. liò. IX. si. . E Cicerone, prò Leg. Man. — « Dirò questo »
brevemente, ninno giammai essere stato sì » sfacciato , che dagl’ immortali Dei
ardisse de- » siderare tacitamente tanti e così fatti doni, » quanti gl’
immortali Iddii a Gnep Pompeo » concedettero, » ' E lo stesso, prò M. Mar. «
Non v’ è così abbondevole fiume d’ ingegno , , 1 ) nè tanta forza di parlare o
di scrivere , nè » così . profonda eloquenza, la quale possa, non » dirò
ornare, ma raccontare , Cajo Cesare , le n cose da te fatte. » Le iperboli alle
volte sono troppo ardile , ed allora si modificano con le particelle quasi,
presso a poco, per lo /?/«; quantunque ne’ poeti, che sono riscaldati dal loro
èstro non sieno tanto da biasimarsi. Così Virgilio, nella dedica delle
Georgiche v. 34 dice ad Augusto. ' Ipse libi jiim brachia contrahit
ardens Scorpius , et coeli junt i plus parte relinquit. E Cicerone, prò Arch. poeta « 11
poeta è formato dalla natura , è incitato » dalla virtù dell’ intelletto, e
ispiralo da certo » quasi divino spirito. Laonde con ragione il » nostro poeta
chiama santi i poeti ; perchè » quasi qual altro dono e dote degli Dei sembra-
n no essere presso di noi in maggiore stima, od amore. L’ Ironia – H. P. Grice:
“He is a fine fellow” +> a scoundrel -- Eipovia è una figura con la quale una cosa si
dice con le parole ed un’ altra se ne vuole intendere ; ma dev’ essere
accompagnata dal gesto , dal sorriso e dal tuono di voce per potersi
comprendere. Così Cicerone, prò Q. Lign- rio, volendo mettere in derisione 1’
accusa del- l’avvesario dice « Un nuovo delitto , Cajo Ce— » sare , ed innanzi
a questo giorno non più » udito , Quinto Tuberone, mio parente , ti ha »
denunciato, Quinto Ligario essere stato ncl- » l’Affrica ec. Laonde io non so
dove rivol- » germi , poiché era io venuto con animo di » valermi alla salvezza
di questo misero del )> non aver tu contezza di tal cosa. Ma poiché )>
per diligenza del nemico é stato trovato quello y> che stava nascosto ,
giudico che sia neces- y> sario il confessarlo »• Quando i sacerdoti di Baal
invocavano questo falso nume , per ottenere un miracolo che non avrehber
certamente mai ottenuto , il Profeta Elia volendoli deridere, lor disse
ironicamente : Clamate voce majore ,• Deus enim est et f arsitati loquitur, aut
in diversorio est, aut in itinere, aut. certe dormit , ut excitelur. • ( Diz.
Enciclop. E. di Lucca ). Sarcasmo. Il Sarcasmo, 2$3tpx3tSf4o? tutto tot
sxpKx^stv, car- nes detrahere , carnem Idee rare, non é altro che una ironia
pungente , accompagnata da di- sprezzo. Così il Tasso, lib. XIX. st. 6.
Digitized by Googl Parte III. — elootzionb. i55 Vienne in disparte pur tu, che
omicida. Sei de’ Giganti solo , e degli Ero'; L’ uccisor delle femmine ti
sfida. Perifrasi. La Perifrasi Ilgpi?pot 5 (S è un tropo ^er cui ór-
coscriviamo con molte j>arole ciò che po- tremmo dire con meno. i>i fa
per due nni. 1. Quando non si vuol dire la parola semplice e schietta , o
perchè sia indecente , o perchè sia spiacevole. Così il Boccaccio, Gior. 7.
Nov. g, volendo esprimere , che la fortuna era favo- revole ad un giovane con
1’ offrirgli occasione di amor licenzioso , dice , che » Gli aveva parato
dinanzi cosa a’ desiderj » della sua giovanezza atta, » E Cicerone , prò Mìl.
in vece di dire , che gli schiavi di Mi- Ione uccisero Clodio , si esprime con
questa Pe- rifrasi : Fecerunt servi Milonis , neque impe- rante , neque sciente
, neque praesente do- mino, id quod suos quisque servos in tali re facere
voluisset. 2. Per ingrandire e rendere maestoso il discorso; e perciò lo stesso
autore nel principio del filocolo per accennare i Ro- mani, disse: Il valoroso
Popolo anticamente di- sceso dai trojano Enea. Ed il Petrarca , per nominar P
Italia , dice 11 bel Paese, che in parte il mar circonda e l’Alpi. E lo stesso
, per dire nel sonetto 2. eh’ era Venerdì Santo, così esprimesi : ’ Era il
giorno, che al suol si scoloraro Per la pietà del suo Fattore i rai. Vuoisi
però badare , che la circonlocuzione non possa adattarsi ad altra cosa che a
quella a cui st riferisce , onde possano 1’ oratore ed il poeta essere seguiti
nel loro pensiero. La Catacresi, x«T«jfpYi(Jts, è un tropo per cui impiegasi
una parola impropria in luogo d’ una adottata. Viene dal greco xaTotjfpaofroci
, clic si- gnifica abusare , derivando questo verbo da JMtr» in significato
peggiorativo, e utor, cioè usare della parola contro la sua signifi- cazione
propria e naturale. S’impiega dunque la catacresi quando per difetto della
parola propria ad esprimere un pensiero , si abusa d’ un’ altra che possa avvi-
cinarsele, come chi dicesse, oc Andare a cavallo ad un bastone. La ragione
condanna queste espressioni , ma la necessità le scusa , ed il senso che vi si
appropria* salva la contradizione che presentano. 5 . 3. Figure di pensiero. Le
figure di pensiero ( che i retori chiamano ancora figure di sentenze , figure
sententiarum, schemata dal greco forma , abito , abi- tudine , attitudine )
altro non sono che un lin- guaggio espressivo , prodotto dalla passione o
dall’immaginazione, più o meno riscaldate da- gli oggetti che se le parano
dinanzi. Ed in- fatti allorché un uomo è in quello stato di cal- ma , in quella
equabilità , secondo i filosofi , la quale risulta dall’ equilibrio del
concupiscibile con l’irascibile, e eh’ è poi tutto ad un tratto colpito il suo
cuore da un infausto o felice av- venimento, o il suo sguardo, la sua immagi-
nazhne da una contemplazione o dilettevole o dolorosa; tosto cessa in lui 1’
equilibrio dei Digitized by Coogle PARTE III. — ELOCUZIONE. 167 Uue appetiti ,
e trovasi in un novello stato , il quale lo fa prorompere in un linguaggio di-
verso da quello eh’ egli terrebbe essendo in cal- ma. E questo slato si
allontanerà più o meno dall’ equilibrio secondochè la causa eindente sarà per
1’ uomo più o meno interessante. Ora i maestri dell’ arte ad esprimere i
diversi gradi di questo istantaneo cangiamento hanno inven- tato delle figure,
le quali si possono dire na- turali se vengono espresse dalla persona stessa
che è stala sopraffatta dalla sensazione ; ed ar- tifiziali, o imitative, se è
il poeta, o l’ora- 'lore , che parla , imitandone il linguaggio. Quindi le
figure di pensiero saranno diverse secondo i vai-ii moti che si ecciteranno nel
cuo- re, c secondo le varie idee che col[)iranno l’im- maginazione. E perciò,
seguendo la traccia di altri retori, noi le distingueremo in due classi: nella
prima comprenderemo quelle dettate dalla passione, e nell’altra quelle dettate
dall’im- maginaziioue. Figure di pensiero dettate dalle passioni. Le principali
sono l’Interrogazione, l’Escla- mazione, rimprecazione, la Preghiera, la Su-
stentazione, la Reticenza, la Subjezione, la Com- municazione , la Correzione ,
la Permissione l’Antitesi, la Preterizione, il Giuramento. Interrogazione.
Questa figura è la più energica, la più ra- pida in ogni genere di eloquenza ;
e serve a stringere, incalzare l’avversario in modo che elocuzione. resti
abbattuto ; e l’ ascoltante soggiogato con la veemenza dell’ oratore. » Quid
tuus ille , Tubero,^ districtua in j) acie Pharsalica gladiua agebat? cujus k~
3» tua ille mucro petebat ? qui senaua erat n armorum tuonimi quae tua menai
ocuUI )» manua 1 ardor animi 1 quid cupiebaa 1 quii » optabaal » Cic. Pro. Lig.
» Che faceva, Tuberone, quella tua spada ■» impugnata nella battaglia farsalica
? 11 fianco » di chi ricercava quella punta ? quale era lo » scopo delle tue
armi ? quale la tua mente? » gli occhi? le mani ? l’ ardor dell'animo tuo?
j> che bramavi? che agognavi? E lo stesso Cicerone, riell’ esordio della
pri- ma Catilinaria. )) E sino a quanto , o Catilina , abuserai 7 > della
nostra sofierenza? in sino a quanto il » tuo furore si befferà di noi? quando
porrai y> termine a questa tua sfrenata audacia? ec. Quoi , Rome et
l’ Italie en cendres Me feront honorer Sylla ? J’admireraì dans Alexandre , Ce quc
J’aibborre en Attila? Esclamazione. Si avrà questa figura quando 1’ oratore, ab
zando la voce , ed impiegando una interie- zione, ovvero sottintendendola ,
«prime un mo- vimento vivo di sorpresa , di sdegno , di pietà, o qualche altro
gagliardo affetto , eccitato dalla grandezza e dalT importanza delia cosa. ELOCUZrONE.
iSg Adamo Oh CgJio ! Oh
giorno Oh vista ! Oh qual profonda e vasta Piaga spaccò quest’ innocente capo !
Ah rimedio non avvi. Ma un tal colpo Chi diette, o figlio? e qual fu 1’ arme ?
... Oh cielo ! V egg’ io , ben veggio di Cain la marra Là giacer sanguinosa....
Oh duoli Oh rabbia! £ fia possibil ciò ! Cain ti uccìse ? 11 fratello , il
fratello ! ec. ec. In u4bele Tramelogedia. = Alfieri. • E Cicerone ironicamente
prò Quint. « O rem incredihilein ! O cupiditatem in- » consideratam ! O
rtuncium polucrem ! ad- )■) ministri et satellites sex. Naepii Roma » trans
alpes in Sehusianoa lidus veniunt. O » hominem fortunatum , qui ejus modi nun-
1) Ci 05 , seu potius Peyuros habeat. w (( O cosa incredibile ! O cupidij'ia
inconsi— » derata ! O messo veloce ! I ministri e par- » tegiani di S. Nevio ,
di Roma vanno in due » giorni nel paese de’ Sebusiani di là delle al- » pi. O
felice uomo , il ^uale ha così fatti mes- » saggieri , o per meglio dire pegasi
! Ed il Tasso. Lib. XVI. st. 57. O Cielo ! o Dei ! perchè soiGfrir quest’ empj
? Fulminar poi le torri , e i vostri tempj ? Imprecazione. È una figura per
mezzo della quale P oratore desidera che accada ad alcuno qualche danno Così
Tullio nella prima Cati linar ia. c( 5 T«, tu Jupiter, qui iisdern , quibus
haec » urbe , auspiciia a Romuìo es consti tutus , ELOCtrZIOJ^E. » qupm
statorem hujua urbis atque imperit » vere nominamue , hunc , et hujus socios ti
» tuia aria ceterisque templis , a iectia urbis » ac moenibus , a vita
fortunisquc civium om-^ » nium arcebis ; et omnes inimicos bonorum^ » hostea
patriae , lati ones Italiae . scelerunt » foedere inter se ac nefaria societate
con- » junctoa , ac ternis suppliciis vivoa mortuos- y> que mactabis. Tu , Giove
, che co’ mede- }f> simi auspicj , co’ quali fu edificata la citià^ y>
fosti collocalo da Romolo , il quale con ve- » rilà chiamiamo Statore , cioè
conservatora di » questa città e di questo imperio , rimuovi co- T) siui ed i
suoi collegati da’ tuoi altari, da tut- )) t’ i templi , dalle case , dalla
vita ; e dalle )> facoltà di tuli’ i cittadini : ed ammazza tut- » t’ i
nemici de’ buoni , i ribelli della patria, i 5) ladroni dell’ Italia, con lega,
e nefanda con* » federazione fra se congiunti , vivi e morti 3) ad eterni
supplizj condannali. Cosi in Rodoguna , Cleopatra spirando, de*- sidera a suo
figlio Antioco , ed a quella prin- cipessa tutte le disgrazie riunite. Rè^ne de crime
en crime enfiti te voilà roi. Je t’ai défait d'un pére et di un frère , et de
mai: Ruisse le del tous deux vous prendre pour viclimea^ Et laisser cheoir sur
vous la peine de mea Crimea i Puissies-wus ne trouver dedurla votre .union
Qu’horreur , que jalouaie , et que confusion ; Et pour voua aouhaiter tous lea
malheura ensemble Puiaae natlre de voua un fila qui me reasemble , Preghiera. La Preghiera, detta ancora
Deprecazioné , è quella figura per mezzo di cui s’ implora l’al- trui ajuto o
cooperazione , ed è veemente a muovere il cuore d’ una persona. EliOCUZIONE. .
l6l Non avendo fin qui per la possanza degli av- versarli potuto trovare nè
egualità di ragione, nè parità d’ azione , nè giustizia di magistrati, prega e
supplica te, G. Aquilio , e voi altri suoi consiglieri, die la stessa giustizia
di’ è siala contrariata ed agitata da tante ingiurie, possa finalmente fermarsi
e prendere sollievo innanzi al suo tribunale. Pro P. Quint, tom. a5. a6. Ed il
Tasso ,Lib. IV, st. 6a. Per questi piedi , onde i superbi , e gli empj Calchi ;
per questa mau , che il drillo aita : Per 1’ alle tue vittorie : e per que’
tempj Sacri , cui desti , e cui dar cerchi aita , 11 mio desir tu , che puoi
solo , adempì. Susteutazione. La Sustentazione, delta ancora dubitazione, è una
figura con la quale 1’ oratore mostra di sta- re con animo sospeso cd irrisoluto
, e ritrovarsi in tali angustie , che non sa a qual partito ap- pigliarsi.
Cicerone , Pro P. Quin. t. i. « ó'i vadimnnium omninn tibi cum P. Quin- » tio
nullumfecit'. quo te nomine appellemu^7 » improbum ? at , etiam si deserium
vadimo- » nium esset , tamen in ista postulatione , et » proscriptione bonorum
improhissimus repe- » riebore? num malitiosum ? negus fraudult n~ » turni jam
id quidem ano? as tibi, et prae- » clarum putas audacem : cupidum? perfidio— »
sum ? Bulgaria et obsoleta sunt / rea aulem y> nova et inaudita. » E se
Quinzio non era da te citato , come 11 l6a ELOCUZIONE, » ti chiameremo noi ?
Malvagio ? Quando Lene » egli non fosse comparulo , nondimeno in chie- » dere
che si vendessero i suoi Leni , trislis- » simo uomo dimostrali essere.
Malizioso ? tu » lo neghi. Fraudolente ? Già questo ti at- » tribuisci , e te
lo rechi a laude. Audace , » cupido e perfido 7 Questi son nomi antichi » ed in
bocca di tutti, e questo tuo fatto è nuovo » e non piu udito. » Ma la
dubitazione di Tito nel Melastasio, att. 3 se. 7 , è un pensiero senza pari, un
tratto , che caratterizza lo ingegno di questo autore. E dove mai s’intese Più
contumace infedeltà? Poteva Il più tenero padre, un figlio reo Trattar con più
dolcezza ? ec. Reticenza. La Reticenza , detta ancora Aposiopcsi , viene dal
Greco ATroata-irriatj, nome derivato da aifos- tajTO® io taccio , è una figura
con la quale 1’ o- ratore s’ interrompe, tacendo il restrj del suo sentimento ;
e viene impiegata ne’ moti di col- lera, di sdegno , di minaccia. Così Racine
fa parlare la Principessa Atalia al sacerdote che 1’ avea tratta nel tempio. JSn r appai de
tori Dieu tu t’étais reposé De ton espoir frivole es-tu désabusé ? Il laisse en
moti pouvoir et son tempie et ta vie ; Je devrais sur 1‘ autel oà ta main
sacrifie ; u-Je. . . nmaisdu prix qu’on mloffreil fautme conlenter Ce que tu
m'as promis songe à V exécuter. EliOCUZIOKB. l63 E Tasso , Caitto. XIII, st. io.- Per lungo
disusar già non si scorda De 1’ arti crude il più. efficace ajuto ; £ so con
lingua anch’io di sangue lorda Quel nome proferir grande , e temuto , A cui nè
Dite mai ritrosa, o sorda; TSé trascurato in ubbidir fu Plato. Che si? Che
si!... volca più dir; ma intanto Conobbe , eh’ eseguito era l’incanto. S’ or si
forte ti duoli., oh! che farai, Quando l’orrido palco, e la bipenne... Quando
il colpo fatai... (Quando vedrai..., £ non fini ; che tal gli sopravvenne Per
le membra immortali un brividio , Che a quel truce pensier troncò le penne , Si
che la voce in un sospir morio. Monti, Basvill. C. 1. Cicerone, prò Rosaio
Amerino. oc Si potrebbero dire molte altre cose , per » le (juali si conosce ,
che tu gran potere avevi » di ricevere il carico di quest’omicidio ; le quali »
io trapasso non solamente perchè io non l’ac- » cuso volentieri , ma ancora, e
molto p-ù , » perchè se io volessi raccontare le uccisioni , » che allora si
fecero ec. dpbito che non fosse » tenuto, che le mie parole appartenessero a »
molti. » Subjezione. La Subiezione detta ancora Preoccupazione è quando si
previene ciò , che potrebb’ essere op- posto , rispondendosi , confutando e
sciogliendo le obiezioni dell’ avversariò : « Sesto Roselo ha ucciso il padre.
*E qual )> uomo era costui ? Forse un giovanetto corrotto e sedotto da
uomini malvagi ? anzi )> egli è uomo di più di quararit’ anni. Forse » un
antico sicario è già assuefatto alle uc- » cisioni ? Questo neppure I’ avete
udito dal- » I’ accusatore. Lo spendere adunque nei pia-» j> ceri che
secondano la cupidigia, la gian- » dezza de’ debiti , ed i soverchi desiderii
del* » r animo , l’ hanno spinto a questa scellerag- » gine. Quanto alla
lussuria , ciò ha pur- » gaio Eurizio, dicendo , eh’ egli non fu giam- » mai a
convito veruno. E altresì certo , che » non ebbe debiti di veruna sorta. Quali
cu- » pudigie poi possono essere in un uomo, il » quale , come fu opposto ,
abitò sempre ia » villa ? ». Cic. prò Ras. Am, Tu che ardilo fin qui ti sei
condutto . Onde spfri nudrir cavalli e lauti ? Dirai: rannata in mar cura ne
prende. Da’ venti dunque il viver tuo dipende? Tasso. Lìb. -9. st. 76.
Conimnntcazione. La Commnnicazione è una figura con la quale 1’ oratore, sicuro
della bontà della sua causa , o affettando d’ esserlo si rimette in qualche
punto alla decisione de’ giudici, degli uditori, ed an- che a quella dell’
avversario. « Tu denique , Labiene » quid faceres tali in re ac tempore ? cum
ignaviae ratio te in fugam atque in latebras impellerei ; im- probilas et juror
L. Saturnini in Capitolium arcesseret ; consules ad patriae salutem ' ac
libertatem vocarent : quam iamen auctoritatem f guam vocem , cujus sectam
segni, cu- jus imperio parere potissimum velles ? Crc , prò. C. Rab. 8. Tu
tìnalmente , Labieno , che avresti fatto in cotale accidente ed occasione ?
confortandoli la dappocaggine a fuggire , e cacciandoli al bu- jo ; invitandoti
la malvagità e ’l furore di Lucio Saturnino nel Campidoglio ;e chiamandot’ i
con- soli alla salvezza ed alla libertà della pairia , quale autorità avresti
piuttosto voluto seguire, quale invito , qual parte , ed al comando di . chi
ubbidire? Corrosione.. > La Correzione, detta in Greco ’EitoLvop^cùSis
composta da gTi' , «yji, òpSdaj, correggere rimet- tere in linea dritta , è una
figura con la qnale l’oratore corregge ciò che ba detto, aggiun- gendovi altra
cosa più energica e più conforme alla passione che 1’ occupa, o lo trasporta
guani- guam guid loquor? te ut alla res frangat ? tu ut unguam te corrigas ? tu
ut ullam me- ditere ? tu ullum ut exilium cogites ? liti— nam libi islam mentem
Dii immortales da- rent. Clc. in L. Cat. g. « Quantunque che dico io ? che
alcuna cosa' » ti spaventi ? che tu mai ti corregga ? che tu stimi mai di
fuggire ? che tu pensi d’ andare j> in esilio ? O quanto desidererei che
gl’iin- » mortali Iddii questa mente ti donassero ! » Filiurn unicum
adolescentulum habeo, A h l qui dixi habere ' me ? imo habui , Ch.eme ; ' '
Nunc habsam , nec ne , incertum est, Tkhbnt. Heautouiini , Mi. I , se. i.
EIX)CUZlON«. ■> Antitesi. L’ antitesi , che vuol dire nel suo reno si-
gnificato , contrario , è una figura , che serve per opporre una parola ad un’
altra , un pen- siero ad un altro pensiero , per fortificare l’im- pressione
che lo scrittore si è proposta di fare ; ma questa figura vuol essere impiegata
con diligenza , c ben di raro. Est enim haec non scripia^ sed natalex; quam non
didicimus , accepimus, legimus ; ve- Tum ex natura ìpsa arripuimits , hausimiis
, expressimus : ad quam non docti , sed facti. non insti luti , sed imbuti
sumus. Cic. prò. Mil. « Non è questa una legge scritta ma nata; Tt la quale non
abbiamo imparata , non ap- )) presa , non letta , ma dalla natura cavata %
bevuta e ritratta ; alla quale non siamo am- n maestrati , ma fatti , non
istituiti , ma im- » bevuti E Giunone risoluta di perdere i Trojani esclama.
Flectere si nequeam superos , Acheronta moveòn. Viaoii.To. a Se il Cielo mi si
nega , armerò l’ Inferno, A"* es-tu que roi ? condamne. Es-lu juge ?
examine. VOLTAIKK. Permissione. • È quando mossi dallo sdegno o dalla com-
passione permettiamo che facciasi una cosa. £ questa una di quelle figure
veementi , alte a scuotere gli' ascoltanti. . — ELOCUitONE. 167 Fassa pur
questo petto , e fcrio scempio Col ferro tuo crudel fa del mio core. Tasso,
Can. Xll, si. 76 ’. « Tu possiedi, dic’egli, le’mie ville, io conserv ° » la
mia vita con 1 ' altrui pietà , ciò concedo , » perchè 1 ’ animo mio è
sofferente , e perchè è » necessario : la casa mia a te è aperta , e a me »
rinchiusa , lo sopporto. Tu comandi a tutt’i » mici servi , che sono molti , ed
io non ne » ho neppur uno: questo anche lo sopporto » con pazienza ec. ec. Cic.
prò Rose. Am. Preterizione. La Preterizione, detta ancora pretermissione, ed in
greco ITapaXsKftff, deriva dal latino prae- ierire , che significa passar oltre
, è una figura per mezzo della quale l’oratore finge di passar sotto silenzio, d’
ignorare alcune cose , eh’ egli poi chiaramente dice , solo accennandole. Quid
vero ? nuper cum , morte ’ superioris uxoria , novis nuptiis domum vacucim
fecis- ses , nonne alio incredibili scelere hoc scelus cumulasti ? quod ego
praetermitto et facile patior aileri , ne in hac civilate tanti facino- ris
immanitas aut extitisae , aut non vindi- cata 'esse videatur. Praetermitto
ruinas for~ tunarum tuarum , quas omnes impendere Uhi proximis Idibus senties.
Ad illa venia quae non ad privatam ignominiam vitiorum tuo- rum, non ad
domesticala tuani difficuUatem ac turpitudinern , aed ad summarn reipubli- cae
atque ad omnium nostrum vitam salu- temque pertineU Cic. in Cai. 1 n. 11.
ELOCUZIONE. <c Che hai tu' veramente poco fa operato ? » avendo con la morte
dell’ alli-a moglie resa j) la casa vota alle nuove nozze, non hai tu »
accresciuta questa tua scelleMggine con un’al- » tra incredibile scelleratezza
? il che io tra- y> passo , e volentieri sostengo , che si taccia , 3)
acciocché non paja che la crudeltà d’ un y> tanto misfatto si sia trovata in
questa città, y> o non sia stata punita. Lascio uà canto le » ruine delle
tue fortune, le quali tutte inten- » derni, che ti hanno a venire addosso a’
vi- » cini Idi. Vengo a quelle le quali non apparten- » gono alla privata
infamia de’ tuoi vizj, non y> a’ tuoi domestici biasimi e vituperj , ma alla
» vita cd alia somma salute di noi tutti. Giurameato. Il Giuramento è una
figura con cui l’oratore adduce in testimonio Iddio e le cose sacre in evidenza
di ciò che dice. Cosi Cic. prò P. Sylla. « Laonde voi, Dei patrii e domestici,
i quali » avete in protezione questa città e questa » impero , ed essendo io
consolo col divino » vostro ajuto , avete conservata questa libertà, » il
Popolo Romano , e questi tetti , e questi )> templi, io vi chiamo in
testimonio, che con » puro e libero animo difendo la causa di Publio » Siila,
non per occultare, che io sappia al- » cuna sua scelleraggine , non per
mlèndere 3) alcuna malvagia opera centra la salute di » tutti. Niuna cosa di costui
, essendo io con- » solo, ho ritrovata, di ninna ho preso sospetto, » nulla ho
inteso. ELOCUZIONE. i6g Lamento. Si fa uso di questa figura o nell’ epilogo, o
alla fine d’ un argomento; ed è diretta a que- relarsi de’ torli ricevuti, e
degli aggravii sop- portati. Omnia , Judices , in hac causa sunt misera atque
indigna : tamen hoc nihìl ncque acer- bius , ncque iniquius proferri potest.
Morti» paternae de servi» pataernis questionem lia- bere filio non licei • ne
tamdiu quidem do- mìnus crii in suos , dum ex iis de patri» morie quaeratur.
Cic. prò Ros. Am. « Tutte le cose , giudici , che intervengono » in questa
causa , sono misere , ed inique : j) ma ninna più miserabile e più di questa
ini- 7) qua. Al figliuolo non è concesso di poter j) per via ordinaria da’
servi del padre inve- » stigar quai sieno gli autori della morte dello » stesso
padre; nè può aver tanto di signoria » sopra la sua famiglia , chq da essa que-
j> sto fatto si possa intendere. Gradazione. La Gradazione è una figura con
la quale si connettono le idee antecedenti con le susse- guenti sino alla fine,
per dar un m.aggior peso a quello che 1’ oratore si propone di voler in-
trodurre nell’ animo degli ascoltanti. Così Tullio in difesa di Milone. « Non
solo si diede in potere al popolo , ma » anche al senato; nè solamente al
senatu., ma n a’pubhlici presidj, ed alle armi; nè solamente » a queste, ma
anche alla potestà di quello , a EliOCUZIONB. » cui il senato aveva commessa
tutta la Rcpul^- y> blica, tutta la gioventù italiana, c tutte le •» armi
del Popolo Romano. Apostrofe. L’Apostrofe, in greco xxosrpoi^i composta da affo
e jrp£(^o , che vuol dire in latino verta,. ed in italiano Rivolto , è una
delle figure più usitaie e da’ poeti e dagli oratori , la quale si adopra
quando rivolgesi il- discorso a iiersone lontane, a persone vive o morte, o
alle cose inanimate, come se capaci fossero d’ intendere e di rispondere ; e
linalmente anche alle so- stanze, spirituali. Cosi Cicerone contro P. Clodio. «
Voi, Albani colli e boschi, voi , dico, 3) affettuosamente invochiamo in
testimonio ; e » voi rovinati altari degli Albani compagni , » ed eguali ne’
sacrifizj 'del Popolo Romano , » i quali costui precipitoso d’ audacia , e for-
» sennato oppresse con quelle smisurate fabbri- j» che sotterranee , tagliati e
distrutti i san- » tissimi boschi. Allora i vostri altari, e le vostre »
religioni finirono , e la vostra virtù fu pos- » sente , la quale egli con ogni
scelleraggine p aveva macchiata. E tu dal tuo alto monte la- » tino. Santo
Giove, il cui lago, i cui boschi, » e i confini , costui spesso con ogni
malvagio » stupro e malvagia opera aveva contaminati, » finalmente una volta
avete aperti gli occhi » a punirlo a castigarlo. Una volta al vostro » cospetto
quelle pene tarde a voi , ma giuste j> c debite sono state pagate. ELOCUZIONE. I7I
« Hélas! nou* ne pouvons un moment arrèler les » yeux sur la gioire de la
princesse, sans que la niort i> s’y mèle aussitòt pour lout oiTusquer de son
om- » bre ! O mort , éloigne-loi de notre pensée, et laisse » Dous Iromper pour
un moment la violeuce de no- » tre douleur , par le souvenir de notre joie. ' Bossuet , Or. fun. de la D. d' OH.
Figure di Pensiero dettate dalt Im- maginazione. Le principali e più degne di
attenzione sono l’Ipotiposi, la Prosopopea , l’Etopeja, la Proso- grafia, P
Epilbncma , la Topografia, la Com- parazione , la Digressione. Ipotiposi.
L’Ipotiposi, delta da’ Greci IjtOTwrosis , e dai latini Dernonstratio , è una
delle più belle fi- gure la quale sia capace a mostrare la forza deir immaginazione.
Essa adunque serve a di- pingere le' cose con tanti colori , e con tanta
vivacità che parrebbero vedersi e toccarsi, e non ascoltarsi. Il suo proprio
luogo è nelle de- scrizioni , ed eccone degli esempj. Virgilio dipinge la
costernazione della madre d’ Eurialo nel momento che seppe la di costui morte. Miserae calar
ossa reliquit : Excussi manibus radii, revolutaque pensa. llclas I l’état
horrible oìx le del me l’olTrit, Revieiit à tout moment edrayer mon esprit. De
princes égorges la clianibie clait rcinpiie. Dn puignard à la main l’implacable
Alhalie, Àu carnage animait scs barbares soldati, Et puursuivait le cours de
ses assassinali. BLOCUZroUR lya PARTO ni. — Joas laiss^ pour mori; frappa
soudain ma vue, Je me figure encore sa nourrice éperdue , Qui devaiit les
bourreaux s’était jetiée en vaio f !Et faible le tenait rciiversc sur son sein.
Je le pris tout sanglant , en baignant son visage : Mes pleurs da sentimeut lui
rendirent l’usage, Et soit frayeur encore, ou pour me carcsser. De ses bras
inuocens , jc me sentis presser. Grand Dieu! que mon amour ne lui soit point
Oneste. RacrKE , Alhal. Aci. /.
Se. S. ........ .Vedi quel sasso , Signor , colà , che il soltoposto Alleo
Signoreggia, ed adombra? Egli vi ascende In men che non balena. In mezzo al fiume
Si scaglia; io grido in van : 1’ onda percossa Balzò, s'aperse, in frettolosi
giri Si riuni, l’ascose: il colpo, i gridi Beplicaron le sponde , c più noi
vidi. Metast. Olimp. Att. II. Se. i3. Cosi si combatteva e in dubbia lance Col
timor le speranze eran sospese : Fìcn lutto il campo è di spezzale lance, Di
rolli scudi , e di troncato arnese : Di spade ai petti , alle squarciate pance
Altre' confine, altre per terra stese. Di corpi altri supini, altri . co’ volti
Quasi mordendo il suolo , al suol rivolti. Giace il covallo al suo signore
appresso. Giace il compagno appo il compagno estinto, Giace il nemico appo il
nemico, e spesso Sul morto il vivo , il vincitor sul vinto, rion v’è silenzio e
non v'è grido espresso. Ma odi un non so che roco, e indistinto; Fremiti di
furor, mormori d’ira. Gemiti di chi langue e di chi spira. ElAXrUZlONE. 173
L’arme, che già si liete > 1 » vista loro, Faceano or mostra spaventosa, e
mesta. Perduti a’ lampi il ferro, i raggi loro , Nulla vaghezza ai bei color
più resta. Quanto apparia d’adorno e di decoro • Ne’ cimieri, e ne’ fregi, or
si calpesta; La polve ingombra ciò, ch’ai sangue avanza. Tanto i campì mutata
avean sembianza. Tasso , Can. XX. st. 5o , 5i , 5a. Dopo questa ipotiposi , che
colpisce anche eli stupidi , ogni altro esempio in poesia sarebbe vano. Molli
altri in prosa si possono vede- re in Cicerone prò Q. Ligario , prò scio A
merino^ e prò P. Quincùio y i quali, da noi si tralasciano. Prosopopea. La
Prosopopea, che vuol dire personificazione, è una di quelle figure , che più.
adornano l’e- loquenza. Èssa rappresenta cose che non esi- stono, apre le tombe
, e ne chiama gli estinti j fa parlare i numi, il cielo, la terra , i popoli,
le città, i monti , gli esseri reali , astratti, ira»- naaginarii. « Perciocché
se la patria , la quale m’ è più » della vita cara , se tutta 1’ Italia, e se
la Re— y> pubblica mi dicesse , che fai tu , Marco Tul- >> rio ? Tu
colui , che hai ritrovato esser nemico » della patria , e vedi che ha ad essere
capi- » tano della guerra ; il quale tu senti essere » aspettato nel campo de’
nemici , autor del- » le scelleraggini , capo della congiura , sol- » levator
de’ servi , e de’ perduti cittadini , so— » sterrai , che si diparta in guisa ,
che P®!® > » che da te non iscacciato , ma stabilito EliOCUZIONE. » nella
città? Non devi tu comandare, ch’e- » gli si ponga in prigione , si strascini
alla » morte, e sia con estremo supplicio fatto mo- » rire? Chi è colui, che te
lo impedisce? il co- » stume de’ maggiori ? moltissime volte anche » i privati
hanno punito con morte gli empj J) cittadini. 0 le leggi , le quali esimono dal
y> supplizio i cittadini Romani? Coloro i qua- » li si ribellarono , non
ritennero più in 3) questa città i privilegj de’ cittadini Ro- » mani. 0 pur
temi 1’ odio di coloro i quali » nasceranno ? Bella grazia rendi al Popolo Ro-
3) mano, il quale te , uomo conosciuto solo per 3) te stesso senza alcuna
prerogativa de’Mag- 33 giori , così tosto per tutt ’ i gradi degli onori »
innalzò alla somma podestà , se per cagion 33 dell’ odio , o per tema d’ alcun
pericolo non 3) fai stima dalla salute de’ tuoi Cittadini ec. 3> Dimmi un
poco , quando per la guerra si sac- 33 cheggerà l’Italia, si affliggeranno le
'città, 3» ardendo le case, non istinti tu che allora debba cadérti sopra 1’
incendio dell’ odio? Je songeais, celle nuit que de mal consume Còle à cóle
d’un pauvre on m’avait inhumé , Moi qui ne pus souffrir ce fàcheus voisinage,
£n luort de qualiié je lui tins ce langage : Retire-toi , coquin ; va pourir
loin d’ici, Il ne t’ appartieni pas de m’approclier ainsi. Coquiti !
répoudit-il d’une arrogance exirème , Va chercher les coquins ailleurs ; coquiu
toi-mème lei tous soni egaux, je ne te dois plus ricn ; Je suis sur mou fumier,
comme l«i sur le tien. Prosop.
de M. Patris. ELOCUZIONE. 175 ■Etopeja. L’ Etopeja , che viene dal greco y|3os costu-
mi , e «Oli, è una figura con la quale si descri- vono i costumi, le passioni,
il genio, il tempe- ramento d’ una persona. Carattere di Cromwel. Fu quest’
uomo d’ un ingegno profondissimo, ippocriia raffinato , ed abile politico ;
capace d’ intraprendere , di nasconder tutto ; attivo, in- stancabile e nella
pace , e nella guerra ; di- ligente nel gabbar la fortuna, e pronto, vi-
gilante ne’ prosperi avvenimenti ; e finalmente uno di quelli genii ferventi ed
audaci , che sembrano nati per cangiare il mondo. E Tasso , Lib. II ,st. 68,
6g. Alete è l'un che da principio indegno, Tra le brutture della plebe è sorto
, ec. ec. FrosopograQa. La Prosopografia è quella che dà la descri- zione viva ed
esatta delle fattezze d’ una per- sona. Così Boccaccio descrive F. Cipolla
nella ]Nov. lo. « Era questo F. Cipolla di persona piccolo, » di pelo rosso , e
lieto nel viso , ed il mag- » gior brigante del mondo ; ed oltre a que- » sto ,
ninna scienza avendo , sì ottimo parla- » tore , e pronto era , che chi
conosciuto non » 1’ avesse , non solamente un gran rettorico » lo avrebbe
stimato , ma avrebbe detto essere }> Tullio medesimo, o forse Quintiliano
ec. BI.OCUZIONB. Hitratto della Dea Calipso nel Telemaco. a Così parlando ,
Calipso aveva gli occhi rossi j> ed infìammati j ne’ suoi tetri ed incerti
sguar- » di si scopriva la ferocia ; le tremanti gote co- » verte di nere e
livide macchie cangiavano » spesso colore; un mortai pallore ingombrava » il
volto : la forza del duolo e della dispe- » razione , rinserrando il pianto ,
appena qual- » che lagrima scorreva sulle guance ; era la voce y> rauca ,
tremante , e interrotta ». Ed il Tasso, C. IV, st. 7. descrive il re de- gli
abissi. Orrida Maestà ec. Epifonema. L’ Epifonema è una figura , che consiste
in una specie d’ esclamazione alla fine d’ un rac- conto , o in un detto
sentenzioso sul soggetto cui si è parlato. Così Virgilio , dopo aver dipinto
tutto ciò che la collera suggerisce ad una dea immor- znortale contro il suo
eroe, esclama: « Tantae ne animts coelestibus ira! » ' Ed in altro luogo. «
Tantae molla erat romanam condere genlem ? » Sìm. Sic vita erat; facile omnes
per/erre ac pati: Cum quiùua erat cumque una , iis sese dedere . JSorum
obsequi studiis, adversus neminis I^unquam praeporiens ill/s Sos. Sapienter
vitam instituit ; namque hoc tempore Obsequium amicoa , veritas odium parit.
Tsrent. Act. J, se. /. ELOCUZIONE. I77 Arrig. Più che convinto io <on , ch’io non dovea Mai
ricercar regie fatali sozze * Non, che atterrito dall’allezza io sia. Del grado
, no ; che quetto scettro istesso Ignoto peso agli avi miei non era ; Ma ben mi
daol eh’ io non pensai , qnal vana » Instabìl cosa eli’ è di donna il core , »
E un benefizio, quant’è grave incarco. • Se da chi far noi sappia , ei si
riceve. Alf. Trag. M. St. Topografia. La Topografia è una figura con la quale
si Fa la de.scrÌEÌone d’ un bosco , d’ un prato , d' un palazzo , d’una città ,
e di altro luogo , ma con colori vivi e naturali. Così Tasso de- scrive il
palazzo d’ Armida — C. 16. Tondo è il ricco edifizio , e nel più chiuso Grembo
di lui , eh’ è quasi centro al giro Un giardino v’ha, che adorno è Sovra 1’ uso
Di quanti più famosi unqua fiorirò D'intorno inosservabile, e confuso Ordin di
logge i Demon fabbri ordiro £ tra le obbìique vie di quel fallace Ravvolgimento
impenetrabil giace. Siegue la descrizione nelle stanze a, 3 , 4 » S, 6 , 7 , e
porzione dell’ 8. Si può anche leggere la descrizione che fa Fè<- nélon
delia grotta di Caiipso. « Gette grotte etait taillée dans le roc
en voùte -, a pleinc de rocailles et de coquilles ec. ec. Avv. de T. Liv. I. Comparazione. La
Comparazione, che chiamasi ancora similitudinc, è una figura cui si serve l’
oratore, ma più il poeta per paragonare un oggetto con un altro, onde darne un’
idea più chiara , allettando nello stesso tempo l’immaginasionc del lettore»
Qual 1* alto Egeo , perchè Aquilone o Nolo i Cessi , che lutto prima il volse ,
e scosse. Non s’accheta però; ma ’I suono , e ’l moto Ritien dell’ onde anco
agitate, e grossf. Tal, se ben manca in lor col sangue voto Quel vigor, che le
braccia a’ colpi mosse Serbano ancor l’impeto primo , e vanno Da quel sospinti
a giunger danno a danno. Tasso. C. XIL Si. €3. Canzoni. La Pentecoste. Come la
luce rapida. Piove di cosa in cosa , ^ £ ì color varj suscita, 'Ovunque si
riposa; Tal risuonò molliplice La voce di’llo Spiro: ‘ L’arabo, il Parto , il
Siro lo suo sermon l'udl. . ‘ ' Come d’ autunno si levan le foglie L’ una
appresso dell’altra, infin ch’il ramo Rende a la terra tutte le sue spoglie
Siinilmeiite il mal seme d’Adamo Gittasi da quel lito ad una ad una Per cenni,
come augel per suo richiamo. Dantb. Cani. JJT. In/. Celatamente amor 1’ arco
riprese. Com’uom, eh’ a nuocer luogo, e tempo aspetta. . Pbtbarca , Son
. a L ’ Enfant tombe dans son sang , ses yeux }» se couvreni des omhres de la
mort ; il les ELOCUZIONE. I7J) » entre ouvre a la lumière, mais à peine P
a-t-il » trouvèe , qu’il ne peut plus la supporier. » Tel qu’un beau lis au
milieu des champs, » coupé dans sa racine par le tranchant de » la charrue ,
languii et ne se soutient plus ; » il n’ a point encore perda cetle vive blan-
» cheur , et cet éclat qui charme les yeuxj » mais la terre , ne le nourrit
plus , et sa vie » est éieinte.' ainsi le lìls d^ Idomeucé , cotiime )) une
jeune et tendre fleur est moissonné dès » son premier àge. Tel. Tom. 5. Avvertimento. Noi
abbiamo date le defilinizioai e gli esemp)^ di tulle queste figure per mettere
al caso i giovani di conoscerle, quando lor si presente^- ranno delle poesie ,
de’ discorsi oratorii , da analizzare; ma ricordiamo, ch’esse sono il solo
ornamento dell’eloquenza, e che colui il quale, nel distendere un pensiero
ballasse ad impie' gare or questa, or quell’ altra ligura, senza occuparsi nè
della robustezza, nò della scelta degli argomenti , riuscirebbe ad abljagliare
per brevi istanti il lettore, e non mai a convincerlo e persuaderlo. Avremmo
dovuto far parola di varie altre figure , che incontransi presso gli antichi ed
anche presso qualche moderno retore ; ma da noi esaminate, abbiamo considerato
che altro scopo non ci saremmo proj^osli , che quello di caricar la mente de’
giovani d’altre peregrine voci , e di altre delHnizioni. E rifiettendo d’
altronde eh’ esse hanno analogia or con le une , ed or con le altre di quelle
da noi spie- gate , ci siamo esonerati da questa fatica. it T ELOCUWONE. Diapoaizione delle parole ,
ovvero Struttura oratoria del diacorao. La struttura materiale d’ un discorso
può farsi o per mezzo delle proposizioni, o per mezzo de’ periodi ; quelle
danno più concisione , que- sti più robustezza ed armonia : quindi il ser-
virsi diiigenlemcnte delie due maniere ^ è quanto si richiede da uno scrittore.
La proposizione è un senso compiuto , che costa di un soggetto d’ un verbo , e
d’ un at- tributo , o d’ un soggetto , d’ un verbo , e d’uu oggetto; secondochè
il verbo sarà sostantivo, o ag- gettivo, come -nella logica s’insegna. I
dialettici distinguono varie sorti di proposizioni, la maggior parte delie
quali sono veri periodi ; ma siccome essi si occupano nella manifestazione
de’giudizj e dei raziocinii, della sola verità, e non già della robustezza e
dell’ armonia dei pensieri , così da noi non si fa parola che de’ periodi. Le
proposi- zioni dialettiche, che possono competere alla parte oratoria , sono le
Semplici , le Composte e le complesse. Esempi!. P. Semp. Alessandro fu
invincibile. P. Comp. Cesare , e Pompeo erano valorosi. P. Compì. Annibaie
attraversò le Alpi con molta perdita di soldati. Omettiamo la distinzione delle
parli di que- ste proposizioni , perchè sarebbe fuori del no - stro proposito ;
come anche gli esempj d’ al- tre proposizioni composte e complesse , formate da
un numero maggiore di parole , senza cessare d’ essere tali. Osserviamo però
che una pro- posizione dialettica potrebbe anche divenire pro- S osizione
oratoria ; cambinandosi la disposizione elle parole onde darvi una specie d’
armonia, ma ciò dovrò farsi con diligenza , vale a di- re , senza alterare il
signihcato del peusiera Eccone un esempio.. Proposizione Dialettica. « Le umane
grandezze, restano sepolte nella » notte de’ tempb Proposizione oratorie. «
Restano nella notte de’ tempi le umane gran- » dezze sepolte. Dagli addotti
esempj si potrà facilmente ravvi- sare la differenza che passa tra la
proposizione ed il periodo, del quale passeremo ora a parlare. Del Periodo. Il
periodo è stato in varie guise definito , e da Aristotile , e da Cicerone , e
da altri re- tori ; ma noi ci atterremo alla definizione da- tane da un autore
moderno , vaie a dire , un giro di parole composta di membri , c se vo^ bete di
prtmosizoni, che hanno connessione ed armonia. Raccogliamo da un’ antica
Rettorica essere stato Trasimaco il primo inventore del Periodo ; dopo Ini
Gorgia, fjeontino ne fece la divisione , e Tullio finalmente vi diede 1’ ul-
tima mano. Generalmente si distinguono due sorti di pe- riodù i semplici ed i
composti. Il periodo scin.- ELOCUZIONE- pHc^ è quello che ha un .solo membro ;
ma un membro non è altro che una proposizione; dun- que invece di chiamarsi
periodo si dirà meglio proposizione oratoria della quale abbiamo dato un
esempio. 11 periodo composto è quello che ha più membri ^ e se ne distìnguono
di due, di tre, e di quattro. Ed un vero perìodo ora- torio non deve avere meno
di due , nè più di quattro inembri ; oltrepassando poi i quat- tro membri , si
chiamerà piuttosto ordine , di- scorso periodico. 11 periodo si divide in mem-
bri j ed i membri in incisi. Per membro d’ un periodo s’intende una
proposizione completa ; e per inciso s’ intende una voce, 1’ unione di due voci
, e qualche volta 1’ aggregato di più, voci , che per se stesse formerebbero
anche un membro, ma perchè dipendenti dal soggetto prim cipale , tutte insieme
non formano che un in- ciso. Con gli esempii si potrà più facilmente ca- pire
questa distinzione, Periodo, di due membri. «c Carissime dame , a me si para
davanti » a doversi far raccontare , una verità , che. n ha troppo più , di
quello ch’ella fu , di men- )) zogna sembianza: e quella nella mente mi ha n
ritornata l’avere udito, un per un altro es- » sere stato pianto e sepolto. (
Bocc. n. 8. ^ In questo periodo sono molti incisi ; ma quel- lo , che deve 'più
richiamare 1’ attenzione è » che ha troppo più di quello eh’ ella fu , » il
quale come si scorge forma una intera pro- posizione , che diecsi subordinata ,
e che perù, non è il secondo membro di esso periodo, di- pendendo ^utio il.
complesso di esso inciso da.! ELCOURIOSB. Jt85 •ckstantivo Verità^ a cui si
riferisse il che na- miuatiro della segucnie proposizione. Altro esempio. ' »
Quindi questo re , che il solo per quaranta » anni , stanco di pugnare contro i
piti famosi » capitani Romani , e che nel prender la di- » fesa de’ suoi
alleali , rendeva dubbia la sorte » dell’Oriente, muore; e lascia dopo lui per
» vendicar sua morte, due disgraziati figli d’op- R posti sentimenti. Periodo
di tre membri. r R poiché l’ usitato cibo assai sobriamente » ebbi preso : non
potendo la dolcezza de’ pas- » sali raggionamenti dimenticare : grandissima »
parte di quella notte, non senza incompara- » bil piacere , tutti meco
riprendendoli , tra> £ passai. Altro Esempio. » Tre volte il giovane
vincitore sforzossi di » fugare quest’ intrepidi combattenti; tre volte » fu
respinto dal valore del Conte di Fontaine ; » che, trasportato di Già in Già
nella sua sedia, » faceva vedere, malgrado i suoi acciacchi, che » uno spirilo
guerriere è padrone del corpo. , » che comanda. Periodo di quattro Mviabri. »
Manifesta cosa è-, che siccome le cos* Uitt- ELOCCZIONE. yì porali tulle sono
Iratisitorie e mortati: così » in se e fuori di se essere piene di noja ed »
angoscia , e di fatica , e ad infiniti pericoli » soggiacere : alle quali senza
niun fallo nè » potremmo noi , che viviamo mescolati in esse, » e che siamo
parte di esse, durare, Rè ripa- '» rarci: se speziai grazia di Dio forza ed
ayve^ » dimenio non ci prestasse. , Bocc. Nov. i._ Altro esempio. » Se l’Eroe,
che prendo a lodare non avesse » saputo che combattere, e vincere; senza che »
il suo valore e la sua prudenza fossero ani- }> mali da uno spirito di fede
e di carità ; con-< )> tento di metterlo nel rango degli Scipionì 3» e
de’Fahii, alla vanità lascerei la cura di se » stessa lodare ; e non parlerei
della sua gloria, che per deplorare la sua disgrazia. De’ Legamenti de’ membri.
» Per attaccare un membro coll’ altro due li- gamenti vi sono , cioè i
Congiuntivi ed i So- spensivi. l congiuntivi attaccano un membro con un altro ,
senza che il senso rimanga sospeso; ed i sospensivi per io contrario sospendono
in uno de’ membri il pensiero , in modo che l’ ani- mp non possa quotarsi senza
la couchiusione.. I. Esempio. » Questi miei giovani, con estremo mio di- »
letto, commuovono il vostro animo; e pac-> Digitized by Coogle rARTU UI.
BliOCUZtORE. l8S » mi che la fortuna gli avesse a bdla posto ofr » ferii al
vostro sguardo. 11. L^ein[)io, n Poiché gli amici ebbero alquanto ragionata »
sulle vicende della umana condizione ; io » nel dovere di lor r^immentare, che
il luogo e’I » tempo imponevano silenzio. » Delle particelle sospensive alcune
sono sin- golari , perché non han bisogno delle corre- lative ; e tali sono
Mentre » Poiché , Quante- voltc ec. i participi! ed i gerundi!; ed altre di-
consi accoppiative , perché han bisogno delie correlative; e tali sono Siccome,
Quantunque ec, le quali sono ordinariamente seguite da Cosi, Pure ec. La
particella E sebbene sia congiuntiva , pué divenire sospensiva , ed é allora
quando si ri- pete in tutu i due membri, come sarbbe: Idr dio, il quale e i
giusti sa rimunerare ; e sa punire i rei: Dovrebbe qui parlarsi delle
particelle det- te riempitive , le quali iroyansi spesso nelle novelle del Boccaccio,
ed in altri antichi au-r tori ; ma sarebbe lo stesso d’ entrare in certe
minuzie che, oltre il non doversi imitare, ar- recherebbero grandissima noja.
Data un’idea del periodo, parrebbe utile di co noscersi in quali circostanza Jo
scrittore debba far- ne uso. Generalmente parlando il principio d’ uu discorsa
grave e nobile dovrà essere j)ei:iodit:o , ma nel rimaneiite lo scrittore si
lascerà dirigerò dal carattere de’suoi pensieri dalla natura del le ^miitagiiii
che dovrit risvegliare , e dal soggcuoi BLOCUZrOME. finalmente del suo
racconto. Quindi farà usu. ora di frasi vive , corte e brevi, ed ora di frasi
lunghe , armoniose e robuste ; ed in ciò potrà ognuno riuscire, se ad un lungo
e tenace eser- cizio di scrivere vorrà obbligarsi; poiché in tutte le cose, la
natura dà il materiale, c 1’ uomo, poi devo lavorarlo. Del Numero. 11 Numero,
tanto nella poesia, che nella prosa, è una certa misura, proporzione , o
cadenza, che rende un verso , un periodo piacevole al- 1’ orecchio. Lasciando
da parte ciò , che ri- guarda la poesia , qualche cosa diremo del nu- muro
oratorio. In conseguenza nella prosa il numero produce una certa armonia
semplice e senza aSettazione , e che 1’ orecchio gusta con piacere. Esso rende
lo stile facile, libero, e cor- sivo, dando al discorso una certa rotondità. Il
Boccaccio è uno degli scrittori che può, darci nell'italiano idioma un esempio
costante del mumero ; quasi tutt'i suoi periodi sono ar- monici , rotondi ,
chiari , c finalmente d’ ua suono grato all’ orecchio. È pur vero , che quel
continuo stile periodico stanca l’attenzione del lettore, nè sarebbe poi
interamente da imitarsi; ma trattandosi di dover avere un modello per la
formazione de’ periodi , dopo Cicerone per l’ idiom a latino, è da preferirsi
per l'Italiano ad ogni altro, il Novelliere Fiorentino. - Le regole da darsi
intorno al numero ora- torio, si possono restringere alle seguenti. 1 . L’
armonia deve più diligentemente ap- parire nella fme del periodo, perchè il
senso. EXOCUMONB. essendo iuterajneiite terminato, 1 uditore, o il lettore ,
che sono rimasti per qualche tempo sospesi , qui daranno il loro giudizio, qui
1 orec- chio vuol essere più piacevolmente colpito. U cominciamento del periodo
esige ant he molt per conciliarsi 1’ attenzione , ed il mezzo de- y’ essere ben
congegnato, senza lungherie, senza equivoci e senza parentesi. 2 . Bisogna ,
per quanto si può , evitare 1 in., contro delle stesse sillabe. Non bisogna che
il periodo finisca con luonosìllabi , con pronomi , o con altre pa- role
accidentali. 4 . Dév’ essere recato ad una giusta lunghez- za, perchè se troppo
corto, l’ armonia non potrà camjieggiare , e se troppo lungo , la mente umana
essendo limitata, non potrà ad un tratto colpirne il senso, e le bellezze. 5 .
Non si deve nella prosa far uso del metro poetico, siccome nella poesia non si
tollera la frase prosaica perchè sono due maniere d’espri- mersi , le quali
hanno de’ particolari nrivilegj. 6., Per aversi la chiarezza ne’ periodi , come
anche nelle proposizioni , è d’ uopo collocare le parole nel sito ove vanno
poste; ed in ciò sono da osservarsi le regole della grammatica. È vero, che una
costruzione sempre diretta renderebbe il periodo monotono , ma per so- verchia
simputli di trasposizioni non, vuoisi ren- dere il senso enigmatico. 17 . Si
badi a,lla convenevole disposizione dei pronomi relativi, i quali potrebbero
arrecare mollissimi equivoci nella esposizione di un pen- siero, ove
figurassero più nomi proprj o altri 9 cui si riferiscono essi relativi. 8 . È.
da schivarsi 1’ incontro di più nomi BROCirzlONS. mti dalla preposizione Di la
quale serve a ri* siringere il significato. 9. deve aversi occhio ali’ unità
onde le dU vene parti del periodo facciano l’impressione d’un, sol tutto ; e
perciò, non vuol» cangiare 1’ a- genie principale, che regge il senso. 10.
Debhonsi toghere tutte le parole chela, vece di dar vivezza alil espressiona,
le snervano. > 1 . Bisogna che i membri vadano crescendo sempre di valore. '
Ad ognuno di questi precetti avremmo po- tuto accoppiare degli esempj ; ma sono
per se stessi troppo ovvii per non dilungarci maggior- mente, stancando cosi la
pazienza di coloro ^ che si darebbero la pena di leggerli, D’ altronde poi,|
allorché abbiamo parlato del gusto, e dello, stile , varii esempli si sono da
noi portati , i^ quali possono servire di norma a quanto ora,, a. proposito del
periodo , abbut-no detio^ rAWTii IV,
pflOMUNari. Pronunzia, La pronunzia, eh’ è 1’ ultltnà parte della Reir lorica,
è quella che insegna all’oraiore a regolare, ed a variare la sua voce, ed i
suoi gesti in una maniera nobile e conveniente al soggetto ehe tratta , ed al
discorso che pronunzia , in modo che risvegli negli uditori delle favorevoli
impressioni. Definisce Quintiliano la pronunzia : vocis et i>nltus et
oorporis moderatio cum venustate. Cicerone cniama la pronunzia : quaedam cor-
pnria eloquentia. E perciò per [uronunzia al- tro non devesi intendere che 1’
azione dell’ ora- tore; la quale per maggior cliiarezza conside- reremo sotto
tre aspetti, cioè Pronunzia isolau- mente, Memoria, e Gesto. Ab.ticoi<o
PaiMO. Della pronunzia, Varii precetti si possono dare intorno a que- sta , ma
da potersi praticare solamente da quegli oratori i quali hanno ricevuto dalla
natura un organo di voce capace di modulazioni. E vero che 1’ oraure Ateniese
affrontò coraggio^ samenie i difetti che riteneva dalla natura , ram- picandosi
sopra le più scoscese montagne , e pronunziando nello sresso tempo i più lunghi
periodi ; rinchiudendosi per mesi interi in un gabinelto sotterraneo per
perfezionare innanzi allo specchio i varii movintenti degli occhi , del tìso ,
delle mani , e di tutto il corpo ; ma chi sarebbe tanto perseverante , per
obbligarsi a tali penosi esercizj ? 1 precetti adunque sono i se- guenti : 1.®
La pronunzia dev’ essere corretta in modo che il suono della voce sia naturale
e piace- vole, accompagnata da una certa nobiltà e delicatezza , che allontani
ogni suono straniero e triviale. 3. ° Dev’ essere chiara ; il che si otterrà
ar- ticolando tutte le sillabe , e sostenendo , o so- spendendo la voce con
pause ne’ diversi mem- bri componenti il periodo. 5 .® Chiamasi pronunzia
ornata quella eh’ è accompagnata da un felice organo, da una voce grande ,
ferma , durevole , chiara , sonora , dol- ce , ed insinuante ; poiché avvi una
voce fatta per 1’ orecchio , e non tanto per là sua esten- sione, quanto per la
sua flessibilità, capace di tuli’ i suoni dal più forte , al più dolce, e dal
più aito al più basso. 4. “ Finalmente la pronunzia esser deve adat- tata al
soggetto, e maggiormente nelle passioni, che vogliono essere espresse con varii
suoni. Ed infatti nella gioja la voce è rapida, chiara ; nella tristezza è
languente , bassa ; nella collera è impetuosa , interrotta. Se trattisi di
confessare un fallo , la voce è timida e sommessa. Negli esordj è necessario un
tuono di voce grave e moderato, nelle prove un tuono più elevato, nelle
narrazioni un tuono regolare e simile a quello del conversare famigliare. ( Rol, Trai.
deg. Stud. ) PRONUNZIA. Ufi
f ‘ » A R T r c o i, o If. Della memoria. L’ essere dalla memoria tradito non è
una cosa tanto dilTicilc ad accadere, e particolarmente in persona degli
oratori , che arringano nel l'oro e sul pergamo, i quali innoltrandosi in qual-
che punto intrigato della loro orazione, niente di più facile , che pongano in
dimenticanza gli altri argomenti che lor restano a trattare. Un Demostene
Principe de’ Greci Oratori , un Teo- frasto , un Eraclito caddero in tali
dimenticanti ce ; per la qual cosa conviene , che P oratore si premunisca con
que’ mezzi , che possano ser- vire d’ajuto alla sua memoria. Quindi giova
molto: 1. ’ Il considerare 1’ ordine delle cose e delle parole di cui vogliamo
ricordarci ; in questa ma- niera la memoria viene ajutata dall’ intelletto e
dalla immaginativa , ed una cosa ridotta in tal forma , tira appresso di se 1’
altra ; come uno il quale avesse venti vocaboli da mandare a memoria, non
dovrebbe alla rinfusa impararli, ma seguire 1’ ordine cioè dal i al 2 , e così
di seguito sino all’ultimo. 2 . ° Se le cose saranno in gran numero , si ridurranno
a pochi capi , e questi suddivisi a proporzione del bisogno. À questo fine
molti pongono numeri , o lettere iniziali nel margi- ne d’ una carta , il che
giova mollo per ri- tenere la memoria, sicché non iscorra cosa al- cuna senza
avvedersene. 5.“ È opportuno lo scrivere di proprio pu- gno l’orazione che
vuoisi recitare a mente, il* leggerla più volte con aita e sonora voce,
recitandone ì capi principali , onde abbiasi wi-* nore diflicoltà nel momenio
di esporla. E que- sto è quanto si può dire intorno alla me^ moria. Articolo
III. Del gesto. Il Gesto riguarda 1’ esteriore dell’ oratore ^ «•he deve
accompagnarsi al soggetto, che tratta. Molte regole si danno da’ retori intorno
al gel- ato; ma a dirla francamente sono delle minu- zie le quali stancano la pazienza
di chi le do- vrebbe scrivere , e di colui, che le dovrebbe l^gere ; d’
altronde 1’ esperienza ed il senno vi suppliscono. Nói perciò faremo parola
delle cose più essenziali , che riguardano il gesto. 1.® Deve fuggirsi 1^
affettazione la quale nau- sea gli ascoltanti , ed offende la gravità degli
oratori. a.° Tutt’ i moti ed i gesti debl>ono apparire dettati dalla natura
e non dall’ arte. 3. ® Fuggire gli atti ed i gesti che sono prò— prj de’
commedianti , perchè J’ oratore non deve come essi imitare le altrui azioni.
Tutto al più con 1’ indice , e le palme delle mani potrà ac- compagnare i varii
oggetti che esprime ; ma le raant non debbono mai oltrepassare l' altezza del
petto. 4. ® Nelle espressioni degli affetti deve in qual- .- che manier.i gestire
coerentemente ; ma il capo dev’ essere diritto, il volto ed il viso deve ri-
voltarsi verso quella parte óve la mano gesti- sce.' 5. ® Il volto vuoisi
conformare alle parole , PRONUNZIA. igS
c lo stesso' dicasi degli occhi , i quali non deb*- bono mai rimanere fissi in
un luogo , nè va-- ganli or di qua , ed or di là , lenendoli sem* pre in moto.
6 . ® Il petto deve talvolta piegarsi verso gli uditori , ma non già a guisa d’
un semicerchio. 7 . ® La destra sempre gestisce , ma la sini- stra , accompagnando
questa , non deve rima- nere oziosa. Per gli oratori sacri il gesto è alquanto
più. libero , essendo ad essi permesso , or di sedersi , or di alzarsi ; or P
andare alla dritta , ed ora alla sinistra del pulpito , abare alquanto più le
mani per invocare 1’ assistenza di Dio , degli Angeli , c dei Santi. Fine. i3
ERRORI CORREZIONI miiono. IV. » 4. ansietà non il ese- guito 33 . » 6.
antecedenlii 70 . » ai. quando. (Roscoo) . n 11. Sorte. . e chiamasi 87. » 3 i.
segna. lo. a minori ad minns. a quanto
possa 9 Q. » IO. violente.. io3. ». cofidenza . avvisata.. . verso ultimo(gìu-
sto) Ita. » i3. s’insegna. i3a. » ig. nelle idee i55. » aa. autore... i55. » So
mi sono ansietà non il fatto eseguito antecedenti , i quanto (Roscio) sorta e
ciò chiamasi segua a minori ad majus a quanto possa riguardare violenti
confidenza ravvivata gusto c’insegna delle idee Boccaccio al Sol NOZIONI
PRELIMINABI. Etimoi^oia e Definizione , ec InTen2Ìone ^ Articolo Primo Parli
dell* oratore ivi Articolo II. Uffitii dell* oratore 16 Articolo 111 . Generi
iS Articolo IV* Degli strumenti di cui 1 ’ oratore si serre ec Delle
controversie oratorie .... ai Ogni proposizione assunta dal - r oratore aver
dere stato ed es~ ser soggetta a controversia . .. 37 Articolo VII. Quale
orazione possa arere due stati De’ luoghi onde si prendono gli argomenti 3 o
De’ luoghi generali ivi Articolo X. De’ luoghi di comparazione De* luoghi delle
circostanze De’ luoghi rimoti 47 Articolo Xlll. Artiiiz) cui dere l’oratore
pre- ralersi ec Uso delle controrersie nelle j orationi esornatire ec 60
Articolo XV; Uso della controversia conget- D ell’ esordio 6d Artifizio di
formare gli Esordii particolari Della proposizione 79 Articolo IV. Della
narrazione Della prova , o argomentazione . Esposizione degli argomenti Uso
dell’ entimema Uso dell’ esempio Dell’amplificazione Del ripulimeulo Delle
illustrazioni Della conlulazione Delia perorazione Delia mozione damili affetti
Dell’ enumerazione , ovvero epi- * loRo . ELOCUZIONE lofi Articolo Primo Gusto
ivi Articolo II. Stile ia 5 Sezione Prima. Stile in Rcnerale 134 SrZlONE lì.
Ornamenti 140 Figure «li parole 142 Tropi 145 Figure di pensiero Figure dettate
dalla passione Figure dettale dall’ immagina- zione Disposizione delle parole Del numero Della
Pronunzia i(. Memoria » 9 ‘ Copia ec. A.
S. E. Il Presidente dell’ Istruzione Pubblica , Monsignor Colangelo ,
Eccellenza Reve- rendissima — 11 Direttore della Stamperia F rancese desidera
stampare i Pbecetti di bettorica di Luigi Pessiua — La supplico perciò
accordargliene il per- messo. Presidenza della Giunta della Pubblica Istru-
zione 11 Regio Revisore Signor D. Angelo
Antonio Scolti avrà la compiacenza di rivedere la suddetta opera ^ e di osservare
se siavi cosa contro la religione , ed i dritti della sovranità. — 11 Deputato
per la Revisione de’ libri Canonico Francesco Rossi. Eccellenza Reverendissima.
Per eseguire i comandi di V. E. Rev. ho letto il la- voro del signor D. Luigi
Pessiua intitolato firecelU di Retlorica lo vi ho ammirata la vasta lettura , e
la saviezza non volgare , onde da moltissimi scrit- tori di siffatto argomento
ha egli tratte le migliori os- servazioni, che poi a bene della gioventù
studiosa con sobrietà e chiarezza ha ridotto in precetti. - Nulla in- tanto
avendovi incontrato , che offenda le verità della religione, o i dritti della
sovranità, stimo che possa permettersene la pubblicazione, purché gli alti lumi
dell’E. V. non giudichino altrimenti. Napoli 4 febbraio 1829. 11 Regio Revisore
Angelo Antonio Scotti. Digitized by Google Napoli 10 Aprilo i 8 ap. PRESIDENZA.
DELLA GIUNTA r BK LA PUBBLICA ISTRUZIONE. Viltà la domanda del Direltorc'della
Stamperìa Fran- cese, con la quale chiede di volere stampare l’Opera
intitolata: Precetti di Pittorica di Luigi jPessina ; Visto il favorevole
parere del Regio Revisore Signor D. Angelo Antonio Scotti ; Si permette , che
la indicata Operasi stampi: peri non si pubblichi senza un secondo permesso ,
che non si da- rà , se prima lo stesso Regio Revisore non avrà atte- stato di
aver riconosciuta nel confronto uniforme la impressione all’originale
approvato. Jl Preàdenle M. COLANGELO. Pel Segretario Generale e Membro della
Giunta L’ Aggiunto Antonio CorrocA. ' Digilized by Googlc Digitized by
Google Digitized by (^oogl DIgitized by Google %0 VvC. Nome compiuto: P. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e P.,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Pessina: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
– la scuola di Napoli -- filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Napoli). Filosofo
italiano. Napoli, Campania. Studia a Napoli sotto GALLUPPI. Cura la sua storia
della filosofia. Di idee liberali, prende parte ai moti. Pubblica un saggio
sulla costituzione italiana che gli procura la persecuzione della polizia e il
carcere. Recluso nell’isola di S. Stefano, sposa la figlia di Settembrini. Fugge
dal regno, insegna a Bologna. Fonda “Il Filangieri”. Dei Lincei. Muore nella suo palazzo in via del Museo,
strada che prese in seguito il suo nome: Anche il palazzo dove visse. Aula a
lui intitolata. A lui è dedicato un busto
alla passeggiata del Pincio. Saggi “Che cosa e il diritto private?” (Napoli: Poligrafico);
“Procedura del diritto (Napoli, Jovene); “Il naturale e il giuridico – alla
regia di Napoli” (Napoli, Accademia Reale delle Scienze); Il piu privati dei
diritti (Napoli, Marghieri, Diritto e privacita (Napoli, Marghieri); Il privato
del diritto (Napoli, Marghieri); Che e private nel diritto privato? (Napoli: Marghieri);
“Il diritto privato” (Napoli: Priore); “Storia della filosofia” (Milano:
Silvestri); Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia. Giurista (Napoli 1828 - ivi 1916). P. avversò il positivismo
filosofico e metodologico applicato alle scienze giuridiche e l'empirismo
semplicistico di antropologi, psicologi e sociologi criminalisti. La genialità
della sua mente ebbe davanti a sé orizzonti più vasti di quello del diritto, e
così fu non soltanto grandissimo giurista, ma filosofo, letterato e storico. E
fu avvocato insigne e conferenziere affascinante. Vita Appena ventenne, prese parte ai moti
rivoluzionari del 1848. Un suo Manuale di diritto costituzionale (1849) gli
attirò le persecuzioni della polizia borbonica per le idee liberali ivi
professate. Più tardi, arrestato, rimase in carcere per quattro mesi, cui
seguirono due anni di domicilio forzoso in Ottaiano. Di nuovo arrestato (1860)
per le sue relazioni con il rappresentante del governo sardo a Napoli, dopo due
giorni di prigionia riparò a Marsiglia; di qui andò in esilio a Livorno. Con
decreto di L. C. Farini, dittatore dell'Emilia, fu nominato prof. di diritto nell'univ.
di Bologna. Caduti i Borboni, fu sostituto procuratore generale presso la gran
corte criminale di Napoli, quindi segretario generale nel dicastero di Grazia e
Giustizia. Fu più volte deputato al parlamento, senatore (dal 1871),
vicepresidente del senato (1889), ministro di Agricoltura, Industria e
Commercio (1879) con B. Cairoli, ministro di Grazia e Giustizia (1885), con A.
Depretis, infine ministro di Stato (1914); socio nazionale dei Lincei (1899).
Membro residente dell'accademia reale di Napoli, fu presidente dell'accademia
Pontaniana di Napoli e socio di molte altre accademie italiane e straniere.
-ALT Opere Con F. Carrara fu uno dei
capi della scuola classica del diritto penale, alla quale, sotto l'influenza
della filosofia hegeliana, diede con originalità ed equilibrio un indirizzo
filosofico. La pena fu da lui concepita come retribuzione giuridica del male
del reato, e oggetto della scienza del diritto penale fu, per lui, non il
diritto ideale, oggetto semmai della filosofia, ma il diritto storicamente
divenuto e positivamente vigente nello stato. Se non partecipò con molta
assiduità ai lavori parlamentari, fu autorevolissimo membro di numerose
commissioni costituite per la compilazione delle leggi penali: da quella
incaricata della revisione e unificazione delle leggi italiane, per la quale
scrisse la memorabile relazione pubblicata in testa al codice penale e al
codice di procedura penale, fino alla commissione incaricata della revisione e
del coordinamento del testo definitivo del codice di procedura penale nominata
con decreto del 30 giugno 1912, dalla quale per altro poi si ritrasse per
l'impossibilità di far trionfare alcune sue idee di riforma. Tra le opere si
ricordano: Trattato di penalità generale secondo la legge delle Due Sicilie
(1858); Trattato di penalità speciale secondo la legge delle Due Sicilie
(1859); Elementi di diritto penale (3 voll., 1865); Il naturalismo e le scienze
giuridiche (1876); La scuola storica napoletana nella scienza del diritto
(1882); Manuale del diritto penale italiano (3 voll., 1893-95); Manuale del
diritto pubblico costituzionale (1900); La crisi del diritto penale nell'ultimo
trentennio del sec. XIX (1906); Il diritto penale in Italia da C. Beccaria fino
alla promulgazione del codice vigente (1906); oltre alle raccolte di scritti
varî (3 voll., 1899) e dei discorsi (7 voll., 1914-16). Promosse e curò
l'Enciclopedia del diritto penale italiano.La scuola italica venne fondata da Pitagora che crea
una filosofia matematica a CROTONE e TARANTO. L’anima, secondo Pitagora, è un numero
che si muove. L'armonia dell'anima, o la sua rassomiglianza col divino
costituisce la virtù; e la giustizia è l'equa retribuzione. La scuola di VELIA
svolge pienamente l'idealismo dei Crotonesi; e la varietà, non negata da
Pitagora, esclusivamente affermata dalla scuola gionica, venne assorbita
dell'unità da Senofane, trascurata interamente da Parmenide – VELINO (si veda)
--, e negata da Zenone – VELIA (si veda) --, il velino. Empedocle di GIRGENTI (si
veda) ed Anassagora seguirono l'eclettismo, ma il primo fu più proclive alla
setta dei crotonesi, ed il secondo alla scuola gionica. La scessi ha a fautori
i sofisti I quali sorgeano da tutte le scuole. GORGIA di di Lontino o LIONZO
(si veda), discepolo di Empedocle di GIRGENTI (si veda), è sofista, e tale era
benanche Protagora, discepolo di Democrito. Ma questi non pensano che a sedurre
il popolo colle loro vane disputazioni e colla loro effeminata eloquenza. Nulla
possiamo dire della filosofia appo i romani perocchè essi, rivolgendo il
pensiero alle cose pubbliche, non poteano ri-concentrarsi nella severa
meditazione filosofica. Epperò, anche quando la filosofia del dritto e la giurisprudenza
fiorirono del romano impero, i giureconsulti non fanno che freddamente seguire
ora la filosofia dell’orto o del portico. E se alcuno ci obbiettasse le opere
di CICERONE, di Senеса, o di PLINIO, risponderemmo che questi filosofi saranno
sempre degni di venerazione de’ filosofi, ma che non fondarono alcun sistema NUOVO.
Neander, origine e sviluppamento de’ principali sistemi gnostici. Walsch de
gnosticorum systematis fonte Lewald de doctrina gnosticorum. Olearii, De philos.
eclectica. stitui. D. Italia. Anco in Italia ebbe il sensualismo
degl’adetti. Ma in alcuni è originale, in altri una imitazione di Locke, di
Gassendi, e di Condillac. Fra’primi possiamo annoverare ZANOLLI, MURATORI,
BIANCHI, e VERRI. Il primo di questi,
7 2 be spazio è la relazione di due 'corpi di stanti l'uno dall'altro, che il
tempo è la successione o consistenza per gli es seri creati, e che la felicità
rattrovasi la scessi, tenta formare i principii più stabili dell'umana
credenza, assegna la sola probabilità alle idee morali, e riconosce che i sensi
ci fanno aperti i fenomeni esteroi ed il loro ordine successivo, ma non la
natura della causa. Kirwan sostenne che non possono aver luogo gl’esseri senza
una causa, che lo nello stato di piacere assoluto non-misto a veruna pena. Da
ultimo, Young, dettando un trattato sulla forza della testimonianza, la
rinchiuse ne’ confini della probabilità, e sostenne che essa è capace di un
convincimento superiore ad ogni altra esperienza, tentando la spiegazione di
molti fenomeni intellettuali colla dottrina sulla forza attrattiva delle idee,
dimostra che tutte le umane azioni si rifondono in semplici probabilità. MURATORI,
che è il solo curato fra’ filosofi ed il solo filosofo fra’ curati, indagando
le forze dell'umano intendimento, confuta la scessi mediante una morale
poggiata su’ principii della ragione e dell'amor proprio – cf. Grice,
SELF-LOVE, OTHER-LOVE. BIANCHI fa dipendere il piacere dalla cessazione del
dolore.VERRI vuole che si fosse a’ suoi tempi effettuata la dottrina del
sentimento o del senso morale. Fra’ secondi, BALDINOTTI nega che si puo discoprire
le essenze delle cose co’sensi o colla riflessione ed ammise il principio che
ogni nostra cognizione debb'esser di fatto. Lo studio di Locke, dopo l'opera di
BALDINOTTI attira in Italia molti proseliti, fra'quali possiam nominare a
cagion di onore SARTI, PAVESI, TETTONI, CAPOCASALE, e BRIGANTI. Iovano molti filosofi,
arversi per fede a’principii del Lockianismo, cercarono bandirlo; egli vi
avea radicato i suoi profondi germi che si estesero insino all’aurora del
secolo presente. Fra suoi seguaci si distinsero SOAVE, TOMASO, e VALDASTRI.
SOAVE, seguendo il sistema di Locke sulle idee acquisite, riguarda l'idea come
l'immagine degl’obbietti e fonda la certezza sulle tre evidenze di Condillac. VALDASTRI
fa derivare dalla sensibilità tutte le nostre idee, trasse il criterio del vero
dal senso intimo e sostenne nulla esservi di vero in meta-fisica se non fondato
sulla economia del nostro essere. An co Rezzonico, Corniani e Prandi danno
opera alla propagazione del condillachismo. Ma gl’italiani, benchè sensualisti,
non si nabissano nelle funeste conseguenze del materialismo francese, perocchè
risenteno ancora l'influenza della vera e sapa filosofia, la quale mai è, che si
scompagni dalle verità che crediamo DIVINA. C. Italia. Giovenale, Magneni,
Rufini, e Miceli segueno l'idealismo ed hanno a scopo comune quello di
determinare l'ideale principio costitutivo delle cose. Ma Pino da a luce la sua
proto-logia che, quantunque tenuta in dispregio da’ sensualisti, pure non
lascia di onorare l'autore e la patria di lui. Questo saggio venne diretto ad
indagare il primo della verità de' principii e delle scienze, l'uno che in se
racchiude il principio delle scienze tutte. Egli con prove ingegnose e con
sottili ragionamenti dimostra che le parole non ànno il primo senso nelle umane
convenzioni, che esiste un primo, causa ed origine dell'umana intelligenza, che
il primo principio della ragione è divino. Law e Hutton sono i suoi più
forti sostenitori – Law negando ogni realtà obbiettiva alle idee di spazio e di
tempo; Hutton inclinando alle opinioni del celebre Berkeley. è strato all'uomo,
che le parole non sono [Borovshi, Notizia sulla vita e sul carattere di Kant; Jachman,
Lettere ad un amico in torno Kant - Wasianki, Emmanuele Kant negli ultimi anni della
sua vita.- Biografia di Emmanuele Kant. - Rink, Tratti della vita di Kant.
Bouterweck, Em. Kant. Rimembranze. Grohman, Alla memoria di Kant. Cousin,
Lezioni sulla filosofia di Kant -- versione italiana di F. Triochera con note
del BENEMERITO [B.] Galluppi -- Kant, Idee sulla maniera di apprezzare le forze
vive Principiorum metaphysicorum nova dilucidatio. Considerazioni
sull'ottimismo. Sogni di un uomo che vede gli spiriti] SEGNI DELL’IDEE, nè le
idee segni delle parole, che il primo pensiero dell'uomo è il mistero nel senso
dell'uno o primo, ovvero del divino; che l'analisi è la distinzione della
pluralità costituita dall'uno; e da ultimo che non già la dimostrazione
matematica, sibbene la scienza del primo è la ragione primitiva della scienza. Dietro
l'impulso di Premoli, dietro gli sforzi di qualche altra e università che cerca
difenderlo, il misticismo ha in Italia parecchi coltivatori, fra'quali si distinsero
FERRARI e LETI. FERRARI fa derivare la filosofia dalla rivelazione del divino, dalla
esperienza, e dalla ragione, ed assevera che il filosofo dove seguir laprima in
preferenza dell’altre. LETI, attenendosi ad un principio rivelato o positivo,
tenta fondare un sistema cosmologico sul “Genesi.” Epperò, secondo lui, tutte
le cose han principio dal divino, lapima si congiunge con uno spirito materiale
costituito come la vera forma delle cose materiali, e contenente la luce, l'acqua,
la terra, che sono volatili o fissi, e formano gl’altr’obbietti. Ma la
riforma conoscendo la propria fallacia ed illusione, De ti intese della
massime a divinità determinare derivare di S.,edi le idee Tomuniaso gli Secco
che immediatamente attribu, segue facendo da, le però il divino [Rousseau,
Discorso sulla quistione se il risorgimento delle scienze e delle arti hanno
contribuito a depurare i costumi. Discorso sull'origine e su’ fondamenti della
ineguaglianza tra gl’uomini Lettere scritte dalla montagna; Del contratto
sociale o principii del dritto Politico; Emilio o dell’educazione; Jacobi, L'idealismo
ed il realismo Lettera a Fichte Alcune lettere contro Schelling Delle cose
divine, Romanzi filosofici - Introduzione alla filosofia. Koeppen Della
rivelazione considerata per rispetto alla filosofia di Kant e di Fichte
Trattati sull'arte di vivere; La dottrina di Schelling Sul fine della filosofia.
Guida per la logica. Saggio del Diritto naturale. Esposizione della natura della
filosofia. Filosofia del Cristianesimo. Politica secondo i principii dell’Accademia.
Teoria del Dritto secondo i principii di l’Accademia. Lettere ad un amico su'] C
C filosofica sperimentale preoccupa gli spiriti per lo studio degl’obbietti
sensibili; ed è questa appunto la ragione per cui le speculazioni del
misticismo non ven nero accolte e ridotte ad una dottrina generale. tori.
L'eclettismo ha de’ forti e valenti sostenitori. Ceva confuta Gassendi e
Cartesio; la celebre Agnesi, prevenendo il Cousin, dice non doversi aderire a
setta alcuna, ma scegliere tra le sentenze dei filosofi quelle che rispondono
alla esperienza ed alla ragione. Corsini insegna non doversi seguitare ne i
Cartesiani, nè il Lizio, ma le migliori opinioni di tutte le sette con una
specie d’eclettismo. S. 7. venne sostenuto da molti 'Glo [L'Empirismo –
Razionalismo] sofi, tra' quali si distinsero Luini, Gorini, Scarella, Ansaldi,Vico
Stellini, e Genovesi. LUINI si oppone all'armonia prestabilita di Leibnitz
accostandosi al pensiero della forma sostanziale [viene le categorie di
Kant, ammettendo nello spirito certe idee prime, e discer de la percezione
della convenienza o discrepanza di due idee dall'assenso dissenso a tale
percezione. Secondo lui, la mente umana non può comprendere come convenienti
due cose che re dell'anima, distingue nell'anima la sostanza 'le potenze i
modi, afferma che nel percepire un oggetto noi ci distinguiamo dall'atto della
percezione, che le potenze s'argomentano col ragionamento, che le forze sono
una certa condizionata esigenza delle sostanze, che colla filosofia è dato di
scoprire nell'anima una certa sovra-esistenza, e che il razionale non debbe
superare il fatto. Gorini, elevando la dottrina dell'associazione, considera
l'idea come semplice rappresentazione dell'oggetto, e sostenne il principio
logico che la cognizione intuitiva è composta di due idee e la dimostrativa di
tre. Scarella concilia il principio di contraddizione e quello della ragion
sufficiente, prepugnano fra loro, il principio della cognizione stà nel predicato
che chiaramente si vede convenire o disconvenire dal soggetto. Infine egli
distingue gl’errori secondo le facoltà dello spirito, divide la psicologia in
fenomenale e PSICOLOGIA RAZIONALE, classifica le facoltà, spiega i sogni con
certe continue commozioni cerebrali, distinguel'anima umana da quella de’ bruti,
indica due specie d'appetito, l'una sensitiva, l'altra razionale; ed ammette
l'anticipazione in noi di qualche cosa innata, che dicesi idea. Ansaldi
dimostra che il portico non è atto a diminuire i momenti di infelicità, confuta
l'uomo macchina di Mettrie, il principio dell'associazione di Hartley, distingue
il sentimento dalla sensazione; e provando che è impossibile dedurre il fisico
dal morale, che le facoltà dell'anima sono indipendenti da’principii dell
organismo, fonda il principio morale sopra una virtù costitutiva dell'ordine
invariabile delle cose, lontanandosi dall’Utcheson e dalla dottrina dell’amor
proprio – Grice: SELF-LOVE, OTHER-LOVE. Gerdil divide l’idee in idee di modi, di
sostanze, e di relazioni, pone il criterio del vero nell’osservazione e nella
esperienza regolate dalla ragione, dichiara l'idea dell'ente un idea di
formazione, pone il criterio morale in un naturale criterio diapprovazione, che
indipendentemente dalla considerazione e del proprio utile determina il
giudizio o dettame pratico in virtù di una certa e conosciuta legge di
convenienza – il principio di co-operazione -- di che l'uomo si compiace per
natura; fa consistere l'ordine nel rapporto comune fra molti oggetti, deduce
l'immaterialità dell'anima dalla diversità tra la sostanza pensante e qualunque
sostanza corporea, dall'impossibilità che la materia contenga la prima
origine del moto di sostanza e di modo; deduce l'esistenza del divino dalla
necessaria esistenza di qualchecosa ab eterno; pone per principio che le regole
della morale per condurre al buon fine dove trarsi dalla natura umana, e colloca
il fine o la e dalle nozioni. Egli si eleva ad un sistema empirico razionale
fondato sulla storia e sulla ragione, e getta le fondamenti della scienza dell'umanità.
Il suo metodo è ricavato dalla psicologia, dalla natura della scienza, e dal la
geometria, ed in esso la facoltà inventrice, o la facoltà certa del sapere è
preposta a quella dell'ordinare o comporre. Esso è l'analisi geometrica ben
diversa da quella di Condillac. VICO venne a ridurre la filologia ad una vera
forma di scienza e da ritrarre dalla mitolo [Il nostro celebre
concittadino VICO, conosciuto più a’ tempi nostri che a'suoi, più dagli stranieri
che dalla sua patria, scrive la scienza nuova, monumento di gloria italiana, in
cui egli avea indagato i principii filosofici della storia, precedendo di un
secolo le teorie di Hegel, e Cousin . per а gia starei felicità nel bene sommo,
o nell'amore divino. dire una vera storia; ei pose il meta-fisica,
che in sostanza è una vera teo-logia, si è di stabilire un vero appoggiato al
senso comune ed all'ordine eterno delle cose, qual è il divino. Da questo
priocipio VICO deduce che tutte le scienze emanano dal divino, rimangono
comude 3 una na velle; che e criterio del vero: nel senso cerca surrogare
il principio dell'autorità universale a quello della ragione individuale.
Questo senso comune di Vico è un giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente
sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta nazione, o da tutto il
genere umano. Secondo VICO, il vero è diverso dal CERTO, inquantocchè quello è
riposto nella conformità della mente coll'ordine delle cose, e questo nella
coscienza sicura dal dubbio, quello fondasi sulla ragione, e questo
sull'autorità. La meta-fisica è quella che stabilisce l'ente e il vero, ed è
legata necessariamente alla religione romana cattolica. Lo scopo della sua, nel
divino, e tornano al divino solo; che il divino è l'infinito posse, nosse,
velle > ; corpo, contiene una virtù infinita di estensione che va
all'infinito, e che dipende dallo sforzo dell'universo; e che il conoscere
chiaro in meta-fisica è vizio, cosicchè approfitta in meta-fisica colui che si è
perduto nella meditazione di questa scienza. Nella sua Psicologia VICO
distingue la sostanza intelligente dalla corporea. Indi sostiene che quella è
l'anima ed ha la sua sede nel cuore, che
in essa esistono le facoltà della memoria, della fantasia, dell'umano arbitrio;
che la mente umana l'uomo è il posse, posse, nito, che tende all'infinito; che
l’Ea te è Dio, e le creature esistono per partecipazione; che la causa unica è
quella che per produrre l'effetto non abbi sogna d'altra; che l'essenza
consiste ia una indefinita virtù; che l'anima è diversa dal corpo e dalla
materia;che il 4 > 2 pe'pervi, che si danno gl’universali, o l’idee come forme
delle cose che queste sono create dal divino, e che l'anima distingue l'uomo
dalle bestie. Il non intende [VICO considera l'uomo come ente fioito
procedente dal divino, superiore agl’altri animeli per la ragione, e in cui
distinguesi la natura innocente dalla corrotta. L’uomo è naturalmente
socievole, onde in lui una LINGUA. La sua vita propria è quella che è
consentanea alla natura. A lui appartengono l'umanità o l'altrui
commiserazione, il desiderio dell'utile, il carattere d'una comune cognazione di
natura, l'istinto alla fede, il pudore, e infine la brama dell'onore. L'uomo
insomma è un essere costituito d'intelletto e di volontà, corrotto in entrambi
dagl’errori e dalle passioni, ma capace dello sforzo della mente al vero che
come equo bene è il giusto, conformità della mente all'ordine è l'onesto. La
giustizia, secondo VICO è la virtù universale. La virtù è la stessa ragione, e
distinguesi in prudenza, come, temperanza e fortezza; e causa della
società è l'onestà. Noi abbiamo verso il divino de’ doveri a soddisfare col
culto, senza onestà non può darsi società civile, la giustizia dev'essere
universale o architettonica, perchè uno è il divino. VICO nella sua Scienza nuova
parte dall'idea o cognizione del divino che illumina gl’uomini e tutto dispone
co'suoi ordini prestabiliti. A questa idea principale si rannodano le seguenti.
Questo mondo è diretto dalla provvidenza divina. Questo mondo civile fatto dagl’uomini
non è molto antico. In esso tutte le nazioni convengono sulla religione, sul
matrimonio solenne, e sulla sepoltura. Su questi surgeno le nazioni più barbare.
Tutte le nazioni percorrono III età: I età degli dei – GIOVE, MARTE, QUIRINO --,
II età degl’eroi – ENEA, ASCANIO, ROMOLO --, III età degl’uomini – BRUTO,
CICERONE, OTTAVIANO; III diverse lingue: I geroglifica, II simbolica, III volgare
– il latino. Le nazioni furo prima di natura cruda, indi severa, quin di
benigna, e poscia dilicala; la forma di governo è o teo-cratica o è delle
repubbliche democratiche o aristocratiche, o finalmente è quella delle
monarchie; formate le città nasco BO.le tras-migrazioni de’ popoli, ed il
dritto naturale delle genti. Cresciute le nazioni, l'equità civile rafforza il
dritto naturale. Tutto ciò dura finchè non sopravvengono delle grandi crisi per
mutare il mondo civile. Queste vicissitudini umane formano il corso e il
ricorso della nazione italiana nel quale si ravvisano III età, degli dei –
GIOVE, MARTE, QUIRINO – II degl’eroi – ENEA, ASCANAIO – ROMOLO; III degl’uomini
– BRUTO, GIULIO CESARE, OTTAVIANO; tre specie di natura: fantastica, eroica, e
intelligente; tre specie di costumi: religiosi, colerici, e officiosi; tre
specie di dritto naturale: divino, eroico, umano; tre specie di governo: I teocratico,
II aristocratico o III democratico, e monarchici; tre specie di lingue, I mentale,
II eroica e III di parlari articolati; tre specie di caratteri, geroglificii,
eroici e volgari, aleo VICO idea gli dini lesi doè nesto nė joni atri pri
-in SUI are ; elit 10 specie di giurisprudenza, divina, eroica, ed umana; tre
specie di autorità: divina, eroica ed umana; tre specie di giudizi: divini,
eroici, umani; tre specie di tempi: religiosi, eroici, e civili. Tutte queste
cose hanno apco un ricorso. Il corso e ricorso è fondato sul fatto. La storia
ideale non è propria de Romani, tre Tor oé Iri. del co ed ute ma di
tutto il mondo. La Scienza nuova si offre sotto gli aspetti di Te-ologia ragionata,
di filosofia, di storia delle umane idee, di critica filosofica, di storia
ideale eterna, di sistema del dritto. naturale e delle geộti, di scienza de’ principii
di storia universale. Questo grande uomo ha delle lodi e delle accuse, ma
sarebbe lungo e difficile il giudicarle per vedere se le une o le altre preponderano.
Epperò altro non facciamo che rimapere stupiti come intempi tantomeno
civilizzati de' nostri che si addimandano civilissimi l’Italia abbia dato alla
luce un ingegno sì 'straordinario e maraviglioso. La filosofia del VICO rimane
ignota per lungo tempo all'Europa. Ma ha anco ra de continuatori fra’ quali
vennero ad altissima rinomanza STELLINI e GENOVESI. STELLINI analizza le facoltà
umane, affermando che il bene o l'ottimo stato dell'anima dipende dalla
proporzione o dall'equilibrio di tutte, e fecede rivare la virtù
dall'equilibrio tra le facoltà e le affezioni umane. Nella sua opera sull'originee
su’ progressi de’costumi dimostra esservi tre epoche della natura umana, cioè
quella de’ sensi che servono all'animo, quella dell'animo che serve a’sensi, e quella
del mutuo commercio tra l'anima e i sensi. STELLINI integra, per dir così, la
filosofia vichiana, in quantocchè Vico cerca nella storia la morale delle
nazioni con quella degl’individui, e STELLINI fa la storia de costumi degl’individui
colla morale delle nazioni, comprendendo l'assoluta necessità di dedurre i
principii morali dalla natura delle cose che si offre spontanea alla nostra
contemplazione, dando una unità sistematica alla scienza della morale, e
riducendo la dottrina della virtù alla sola grandezza. FILANGIERI, PAGANO, ed
IEROCADES proseguino quasi in silenzio la via luminosamente segnata da VICO e
STELLINI, ma colui che si fa chiaro, e fra' Vichisti e tra gli’empirici razionali,
è GENOVESI, nostro concittadino. Egli nella sua meta-fisica sostiene che non
possiamo avere idee distinte intorno alla sostanza, che l'essenza consiste in
varie proprietà, e che si distingue in reale, nozionale e nominale. L'anima
secondo lui, è lo stesso subbietto pensante ed intelligente, ed è dotata
d'intelletto e di ragione della percezione, del giudizio e del raziocinio; per
ben filosofare è mestiere che si faccia uso di quelle idee che possiamo avere, che
la verità sia chiara ed evidente, mai il filosofo non il principio
dell’autorità e dell'arte critica, cità della mente umana e della estensione
della conoscenza. Secondo lui, la > 1 1 debbe scostarsi dalle dimostrazioni
stabilite se non quándo ci si presentano dell’obbiezioni. Egli dichiara
imperfetta la scienza teo-sofica e conchiude che ascendiamo al Verbo per via
della ragione. Segue il principio che rion sidapno nemmeno l’idee intellettuali
senza; un moto corrispondente nel cervello> ammette il principio del vero e
del falso il cui criterio è l'evidenza intelligibile sensuale e storica >
> . della capa ra umana morale è mossa dal conoscere la
natu in che trovansi due forze, l'una concentrica e l'altra diffusiva che
entrambe dalla morale devono esser di rette alla felicità. Scopo della morale è
quello di regolare e non distruggere l'uomo. La legge naturale è risposta de
dae precetti di attribuire i proprii diritti al divino a te ed agli altri, e di
fare tutto che conviene alla felicità del genere umano. Egli ripone la legge
morale nella ragione e distingue questa come facoltà calcolatrice dalla regola
che la governa e che consiste nel tenore dell'essenze e dei rapporti essenziali
delle cose ordinate, e per la quale v’ba un'obbligazione perfetta che è della
forza e della giustizia, ed un obbligazione imperfetta che è la legge
dell'umanità. Egli dimostra ancora che l'utile è il più bello indizio di una
legge generale che punisca o premii talune azioni, e che tutti i doveri si riducono
si a rispettare le palu rali proprietà di ciascuno che ad acquistar le
proprietà, perchè non s'invadano le proprietà di coloro i quali sono al
medesimo piano dell'universo con noi. GENOVESI non è un filosofo originale, ma
è originale pel suo metodo, per la sua chiarezza, per la sua critica; e se
talvolta si desidera in lui maggior ordine, maggior precisione, ciò nasce
appunto dalla difficoltà di riunire in un sol corpo l'intera filosofia
italiana. S all'immaginazione- De 2 Antropologia di Gorini-Luini, Meditazione
Ansaldi, Riflessioni sui mezzi di perfezionare la filosofia morale. Saggio in torno
traditione principiorum legisnaturalis- Elementa Logicae, Psychologiae, ac
Theologiae naturalis, auctore Scarella Gerd il., Anti Emilio o Riflessioni
sulla teoria e la pratica dell'educazione contro Rousseau. Piano degli Studii Logicae
Institutiones Storia delle sette de’ filosofi. Principii della morale cristiana.
Origine del senso morale. Memoria dell'ordine del divino e della immaterialità
delle nature intelligenti. Philosophicae Institutiones quibus Ethica seu
Philosophia practica continetur VICO: De nostri temporis studiorum ratione-
Dell'esistenza De antiquissima italorum sapientia. De uno uni versi juris
principio et fine uno liber unus. De Constantia jurisprudentis liberalter-
Principii di scienza nuova STELLINI: Ethices Opera omnia PAGANO, Saggi politici
Discorso sull'origine e natura della poesia. GENOVESI: Elementa metaphysicae. Elementorum
artis logico criticae. La Logica. Istituzioni di meta-fisica pe’ principianti. Diceosina
o sia Filosofia del giusto e dell'onesto. Per dar compimento alla esposizione
dell'attuale filosofia italiana e insieme allo svolgimento storico de'si stemi
filosofici non rimane che esporre lo stato della filosofia in Italia al secolo
presente. I filosofi italiani oggdì si dividono nelle V classi dei sensualisti,
degl’idealisti, de’ mistici, degl’eclettici e degl’empiristi razionalisti. La
tendenza della filosofia italiana al dì d'oggi è l'Empirismo Razionalismo
benchè si ravvisi qualche avanzo di sensismo, e som qualche
imitazione dell'idealismo alemanno non che del misticismo francese e del
eclettismo scozzese. È il chiarissimo Barone GALLUPI che, colla potenza della
sua dialettica, e colla severità del metodo analitico, rappresenta
eminentememente la filosofia in Italia, movendo guerra sì all'idealismo di Kant
che al sensualismo del Condillac. Noi per seguire l'ordine ideo-logico dei diversi
sistemi di filosofia esporremo pri mamente le dottrine degl'empirici. Po scia
verremo agl’idealisti, a’ mistici, ed agl’eclettici; e da ultimo agl’empiristi-Razionalisti.
POLI: Supplimenti al Manuale della Storia della filosofia di Tenneman. Gioberti:
Del Primato morale e civile degl'Italiani. I capi del sensualismo italiano nel
secolo presente sono Gioia, Romagnosi, e Lallebasque. GIOIA (si veda), fondando
la sua filosofia sul la ricerca de’fatti, non fa che mirare aduna scienza
popolare. Procedendo in tal modo egli trova tre facoltà fondamentali: la
sensazione, l'attenzione ed il raziocinio. Indaga l'origine delle sensazioni e
dell'istinto, ammise l’organizzazione e gli stimoli esterni come cause
dell'istinto, e spiega l'anomalia delle sensazioni, e le loro leggi, por gendo
un cenno storico sulle norme materiali che furono falsamente riguar date come
norme misuratrici della in telligenza. Riguardo a'prodotti intellet tuali e
morali, egli inclinò ad una i deologia fisiologica, che egli conchiude con una
teoria del piaceree del dolore, in cui considera il dolore come n o n sempre
proveniente da lesioni organiche, e il piacere come non sempre effetto
della cessazione del dolore, e stabilisce l'azione reale del piacere e del
dolore, e le loro sorgenti come inoti maggiori o minori del moto ordinario
delle fi bre. Poscia dimostra che essi influisco no sulla felicità, sulle
facoltà intellet tuali,sulle affezioni sociali, e sulle passioni ; e
rettificando le nozioni false sulla vita, mostra che le sensazioni u- nite alla
forza intellettuale cisvelano l'e sistenza del me e del fuor dime epro ducono
certe operazioni diverse dalle semplici sensazioni ; cpperò distingue la
sensazione dalla idea e dal giudizio. Nella filosofia morale, GIOIA dove
soggiacerealleconseguenzedelsuo si stema empirico ; ed infatti il suo prin
cipio è che la morale è la scienza della felicità, riponendo egli la felicità
dell'a vanzo delle sensazioni gradevoli su’mali; e che la virtù è una somma di
atti uti li disinteressati. Il sistema di GIOIA è erroneo e difettoso, perchè
tende a generalizzare il sensualismo, favorisce il sistema del piacere,
approssima l'ideologia alla fisica, analizza superficialmente ed inesattamente
i fenomeni psicologici, e deduce da un fatto incerto una teori ca o un
principio. Ma la comunicazio ne della scienza al popolo, una filoso fia
pratica e sociale, una mente vasta e perspieace, un giudizio avvalorato dalla
induzione,una ammirabile chiarezza d'idee e di ragionamenti;ed una scelta
erudizione, sono le doti che se fossero andate disgiun
tedanonpochierroriavrebbero formato di Gioia un pensatore non mediocre. ROMAGNOSI
(si veda) segue, nel suo metodo, ne'suoi principii, e nelle suededuzioni, l'empirismo,
ma un'empirismo psicologico, da lui manifestato, cercando il principio del dritto
nale nelle relazioni appoggiate Pe all'es senza ed alle reali connessioni delle
co se, dimostrando che l'arte di governar la società deve riuscire l'ordine
morale di fatto perfezionato, e che nella spo sizione dell'ordine teoretico e
pratico debbe aver luogo la storia della natura umana e delle sue relazioni 3
nendosi la ricerca de'fenomeni e propo psicolo gici sperimentali, lasciando le
astruse indagini della metafisica psicologica. E gli definendo la psicologia,
la dinamica dell'uomo interiore; stabilisce le tre funzioni psicologiche
del conoscere, del volere, e dell'eseguire, dichiara l'esi stenza del me e
degli altri corpi il cui carattere esclusivo è la pluralità di so stanze
compresa in un sol concetto ; e dimostra che le sensazioni sono i segni reali e
naturali cui in natura corrispon dono le cose e i modi di esseri reali che il
sentire è diverso dall'intendere che stà nel percepire l'essere e il fare delle
cose ; che il senso intimo è una facoltà occulta che unisce all'uno il
moltiplice, al semplice il complesso, che perciò è suo ufficio il conformare
gliatti psicologici che qualificano l'in tendere, il dettare un sentimento in
ogni giudizio, l'attrarre ciò che è ana logo e respingere ciò che ripugna ; che
laleggedell'umana intelligenzaè funzione in cui il senso dell'azione ri cevuta
e quello della reazione corrispo sta concorrono a produrre la percezio ne
dell'essere e del fare ideabile delle cose. Nulla,secondo lui,avvi d'innato o a
priori riguardo alle idee che tutte e una derivano dalla
sensazione combinata col la reazione o dalla competenza dell'Io combinata con
quella degli obbietti e sterni. Egli ripone il criterio del vero nel principio
di contraddizione, consi dera la causa come un non so che rac chiudente il
concetto d'una potenza pro duttrice di un atto o di un fatto; ne ga le idee
iunate pel principio che l'Io vedendo tutto in sè stesso non può di stinguere
dall'acquisito ciò che vi si rattrova d'innato; considera il valore della prova
nella certezza, e nel dubbio, e conchiude che lo stato esterno e sensibile
degli ele menti delle prove è fondamento univer sale e primitivo del loro
impero. La morale, secondo lui, stànel proporzionare la natura de' mezzi
secondo la speciale considerazione del fine. Il principio generale della sua
morale è l'ordine della perfezione, cheper leg ge di fatto reagisce su quello
della conservazione tanto coll'insegnare quan to col somministrareimezzi
delmiglior bilità, e nel dubbio nella proba Lallebasque congiunge alla
scienza del pensiere la filosofia naturale. Secondo [È comune opinione che sot
to il nome di Lallebasque tenga celato quello del caraliere BORRELLI:
essere umano; e che mira al benesse re all'utilità fisica o morale ed alla
umana felicità che costituiscono l'uomo attuale e le leggi naturali per cui
l'uo > mo, com 'essere perfettibile è tenuto a seguire l'ordine morale di
natura. E gli distinse l'incivilimento dalla civil ne pose le basi nella natura
nella religione, nell'agricoltura, nel governo, nella concorrenza; ed il prin
cipio nell'incivilimento sempre dativo. Una mente vasta, un ingegno acuto e
profondo ed una dialettica rigorosa formano tutti i suoi pregi; ma è in e
qualche modo oscuro e confuso, né fu tanto innovatore quanto lo predica rono i
suoi proseliti, e per l'empirismo da lui professato, e per le diffi coltà della
scienza, là; g lui,lasensazioneèprimitiva,
conti nuata, riprodotta ed aumentata; ed è lo stesso che l'idea, tranne che
questa si adopera più di frequente a signifi care le funzionidell'intelletto.
In quan to al giudizio, egli distingue quello di occupazione da quello di
attenzione;e riduce ogni giudizio a quello di diver sità; considera il
raziocinio come l'atto onde due idee producono un giudizio per via d'una terza.
Riguardo alla vo lontà egli sostiene che il calcolo voli tivo e l'atto
prelativo si risolvono in un giudizio di preferenza pel quale la volontà
sisviluppa come un'azionecon cui l'animo eccita i nostri organi a pro cacciarci
ciò che abbiam prescelto. In trattando della scienza etimologica, egli
ripartisce le lingue in radicali e produttive. Indaga l'origine delle parole e
le loro cause, che sono l'imitazione, il bisogno, il comodo, l'arbitrio. Riconosce
due mezzi per trovare le lingue radicali: la ricerca de'popoli che han
comunicato con quello per la cui lingua han luogo le indagini etimologiche,
e l'attignere dalla lingua derivata la noti zia di quelle che àn concorso a
formarla. Un luogo stuolo di empiristi tenne dietro a questi Àtre pensatori.
Gigli de finisce la filosofia la scienza di ciò che può conoscersi con esatte
osservazioni e con esperienze bene istituite. SAVIOLI è seguace di Locke e di
SOAVE. Troisi riconosce ne'sensi gli strumenti delle po stre prime idee.
MAZZARELLAriconosce l'attività e la sensibilità come proprietà costitutive
dell'essere semplice ;Bini dichiaratutte le idee provvenire all'ani ma col
mezzo de'sensi. PEZZI nega l'e sistenza delle appercezioni e delle idee
astratte. Accordino fadipendere tutte le facoltà dell'anima dalla sensibilità,
e riguarda l'uomo neiprimi momenti della sua esistenza come una tavola .rasa
ove non è impresso alcun carattere; MARA no distingue la percezione dall'idea e
preferiscel'analisi. ABBÀ fa dipendere le idee dal senso e dall'azione
dell'anima. ZELLI afferma che l'uomo riceve le losofico sulla coscienza. TESTA afferma
che il sentimento non può fallire al ve e che l'osservare la natura e fi -prime
idee per mezzo de'nervi ; Alberii dichiara pescibile tutto che esce dalla sfera
del mondo sensibile. PASSERI riconosce l'influenza del fisico sulla rettitu
dine delle nostre azionispirituali. SANCHEZ niega alla ragione la conoscenza
dell'assoluto e trae tutte le idee da' sensi. GATTI dichiara esser la
sensazione il risultamento di una conformazione spe ciale vivente. BONFADINI riconosce
il metodo induttivo come mezzo logico della verità, e spiega l'origine delle
idee coll'analisi e coll'astrazione. REGULEAS pretende nell'anima altro non
esservi che il sentire. BRUSCHELLI trae l'esistenza del mondo e del divino dall'osservazione
de' fatti che ne circondano. GRONES dichiara la metafisica la scienza delle
cose astratte conoscibili per mezzo dell'osservazione costante e delle esperienze
accurate. PIZZOLATO forma della filosofia una scienza fenomenical. BUTLURA poggia
il sapere ro, studiarne i fatti sono i soli mezzi sicuri d'ammaestramento.
BRADI riduce la certezza alla diretta cognizione del modo di essere speciale
degl’obbietti. FAGNANI fonda il suo sistema gloso-fico sul dinamismo e sulla sensibilità.
BRAGAZZI propone per facoltà d'apprendere l'osservazione de'fenomeni dello
spirito e per criterio del vero la verificazione. COSTA sostiene la memoria e
le altre facoltà a simiglianza della sensazione, ed ammette l'origine delle
idee generali e normali dall'idea individuale. FERRARI segue il principio
dell'associabilità interna e FELLETTI quello dell'utile umanitario. L'empirismo
venne applicato alla pedagogia da PASETTI, FONTANA, TOMMASEO, e RENZI, alla storia
da ROSSI, alla estetica da CICOGNARA e DELFICO, e dalla genealogia delle
scienze da PAMPHILIS, ROSSELLI, e FERRARESE, che riunisce tutti i rami delle
scienze a quella dell'uomo, seguendo il principio che in esse tutto è relativo a
noi. [e Gioia : Il nuovo Galateo ca Tavole Statistiche sofia ad uso delle
scuole Logica Statisti Elementi di filo Ideologia. Esercizio logico. Nuovo
prospetto delle scienze economiche. Del merito e delle ricompensa. Dell'ingiuria,
de'danni, e del soddisfacimento. Indole, estensione, e vantaggi della
Statistica ROMAGNOSI: Che cosa è mente sana? Indovinello massimo. Della suprema
economia dell'umano sapere. Vedute fondamentali sull'arte logica. Dell'insegnamento
primitivo delle matematiche. Assunto primo della scienza del dritto naturale. Introduzione
allo studio del dritto pubblico universale. Dell'indole e de'fattori dello
incivilimento. Biblicteca italiana. Vari articoli di filosofia. L'antica
filosofia morale. Genesi del dritto penale. Progetto del codice e della procedura
penale. LALLEBASQUE: Introduzio De alla filosofia naturale del pensiero
la - - - cu mo Fa il - - - cato su! si dal per Ista OS ette mali Fel en -ia oi.
Eila, alla . ea dal Fer àa cipii della Genealogia del pensiero. BORRELLI: Gia
Troisi: L'arte di ragionare. Istituzioni metafisiche. Mazzarel Intorno
a'principii dell'arte etimologica gli. Analisi delle idee la. Corso d'ideologia
elementare. BINI: Lezioni logico-metafisico-morali. PEZZI: Lezioni di filosofia
della mente e del cuore, riformata e dedotta dall'analisi dell'uomo. ACCORDINO:
Elementi di filosofia. Regole dell'arte logica. Marano ABBÀ: Elementa Lo
Pringices et Metaphysices. ZELLI: Elementi di metafisica. PUNGILEONI: Dell'udito
vista. Alberic: Del nescibile. Passeri: - e della Della natura umana socievole.
Sanchez: Influenza delle passioni sullo scibile umano. GATTI (si veda): Principii
d'ideologia. BERTOLLI: Idee sulla filosofia delle scienze morali e politiche.
GERMANI: Dell'umana perfezione. SCARAMUZZI: Esame analitico della facoltà di
sentire. BONFADINI: Sulle categorie di Kant. REGULEAS: Nuovo piano d'istruzione
ideo-logica elementare. BRUSCHELLI: Praelectiones elementares logico-metaphisicae.
BUTTURA: La coscienza logica. TESTA: Introduzio ne alla filosofia dell'affetto.
Filosofia dell’affetto. BRAVI: Teorica e Pratica del Probabile. FAGNANI: Storia
naturale della potenza umana. Elementi dell'arte logica. BALDINI: Cenni sopra
un corso di filosofia. RAMELLI: Prospetto degli studii filosofici nelle scuole
comunali. NESSI: Schizzo intorno i principii di ogni filosofia. OCHEDA: Filosofia
degl’antichi. GRONES: Ricerche metafisico-matematiche sulla lingua del calcolo.
PIZZOLATO: Introduzione allo studio della filosofia dello spirito umano.
SAVIOLI: Institutiones metaphysicae in Epitome redactae. ZANDONELLA: Elogio di
Bacone. COSTA:Del modo di comporre le idee. FERRARI: La mente di Romagnosi.
FELLETTI: In torno ad una nuova sintesi delle scienze. PASETTI: Sull'educazione
fisico-morale. FONTANA: Manuale per l'educazione umana. TOMMASEO: Scritti varii
sull'educazione. RENZI: Sull'indole de'ciechi. ROSSI: Studii storici.
CICOGNARA: Ragionamenti su bello. DELFICO: Pensieri sulla storia e sulla
incertezza ed inutilità della medesima. ricerche sul bello. PAMPHILIS: Genografia
dello scibile considerato nella sua unità d’utile e di fine. ROSSETTI: Dello
scibile e del suo insegnamento. FERRARESE: Saggio di una classificazione sopra
le scienze del l'uomo fisico e morale. Delle diverse specie di follte. Ricerche
intorno all'origine dell'istinto. Trattato della mòno-mania suicidia. Esame dello
stato morale ed imputabile de'solli mono-maniaci. Elementi di ito e dela.
PASERI Paseri: Sanchez:In - - umano Bertolli: 1 orali epolis perfezione- a
facoltà di orie di Kant uzione Praelectiones - Buttura : -latroduzio ilosofia
tiia delPro e delap e logica- del ideo orso dinilo spetto del ali- NESSI filosofia
– e sula oduzione a GRONES : lin - ee umano – in Epitome Bacone elletti . For
:lo S 3. Non ostante il gran numero di fautori che si procaccia l'empirismo,
pure si avverte ilbisogno di spiegare la natura umana non dall'esperienza, ma
dalla subbiettività dell'uomo. Epperò sorgeno i razionalisti a combat, il secondo
affermando l'assoluta necessità delle idee innate, o de principii apriori, ed
il terzo annunziando esser la filosofia una scienza degl’enti di ragione. LUSVERLI
considera le facoltà come COLUI il quale da una forma siste ! un potere
di produrre qualche effetto, dipendente dalla forza spirituale. DEFENDI riconosce
ne'sordo muti l'idea dell'ente in universale, e PARMA nel fondo di ogni esistenza
rattrova l'essere. CERESA afferma essersi im battuti nel vero coloro i quali
riposero il principio del conoscere nella pura subbiettività che è sola
infinita, spontanea, positiva, e tale che l'uomo per suo mezzo elabora la sua
obbiettività. o tere le tendenze empiriche; ed aspira rodo a spiegare i
problemi più difficili della filosofia; ma non si elevarono alle chimere ed
alle astrazioni del trascendentalismo alemanno. Maggi, Bianchetti, e Receveur
coltivarono il razionalismo pel suo lato obbiettivo. MAGGI cerca un sommo
archetipo logico e supremo, P 1aspira 1 dificili ronoale Trascen
ilBian: tempo, di spazio, di iriposero 0 ilha etiro, RECEVEUR an na scienza considera che tipolos afermando
ionate, 0 prodare Jalla fora nesont ersale; eld stenza rat essersi im pura
possibilità dell'essere medesimo. Secondo RECEVEUR, quest'idea è è innata, poichè
non proviene nè da'sensi nè dal sentimento dell'io, nè dalla riflessione; e da
essa derivado tutte le idee acquisite diforma e di materia, di sostanza. Egli
si propone di ricondurre la filosofia dell'intelletto sulla giusta via,
combattendo i sistemi che hanno perturbate le menti e disonorata la filosofia,
e stabilire un criterio saldo e irremovibile alla verità ed alla certezza.
SERBATI segue ilprincipio che l'idea unica ed innata si è quella dell'ente
nell'universale. Egli preferi che riducesi a’ due sce il suo metodo assiomi di
non assumere nella spiegazio ne de'fatti dello spirito umano, nè meno nè più di
quel che è necessario a spiegarli. Egli parte dal principio che l'uomo pulla
può pensare senza l'idea dell'ente; che quindi la qualità più generale delle
cose è l'esistenza nella pura suk 7 spontana I suo mez matica al razionalismo
si e SERBATI. Egli si di di essenza, di causa, rma siste moto, e di estensione. sso è il senti mento
intellettuale, l'intelletto medesimo. Ecco i punti principali della sua teoria.
L’anima ha due potenze originali: l'intelletto, che ha per obbietto essenziale la
forma e la sensibilità che è esterna se ha per obbietto un corpo, interna se ha
per obbietto l’io. La coscienza upisce la sensibilità all'intelletto con una
sintesi primitiva, il cui effetto è la ragione scorgendo i rapporti generali,
ed è la facoltà di giudicare congiungendo l'attributo al subbietto la
sensibilità esterna è tratta ad operare colla materia prima, e la ragione
produce le percezioni intellettive; donde la facoltà di generalizzare e la
libertà all'indefinito svolgimento delle facoltà dell'uomo. Egli distingue la
sensazione dalla percezione sensitiva, l'idea di una cosa dal giudizio sulla
sua sussistenza, la percezione sensitiva dalla intellettiva, un atto dello
spirito dall'avvertenza dell'atto. Finalmente dimostra che è impossibile che
l'uomo percepisca una cosa diversa da sè;
I che lo spirito comunica le sue proprie forze alle cose
percepite; che l'idea del l'essere è fonte e criterio del vero e genera la
cognizione de'corpi, di noi; del divino, ed anco la legge morale. Per tal modo
l'idea dell'ente è, secondo lui, il primo principio innato nella psicologia e
nell'ontologia, il criterio del vero e del certo nella logica, il principio
supremo del bene e del dovere nella m o rale. senti nedesi lasua Itoeso
chee le quattro idee di spazio, di tempo, rigio io огро, lacr eleto to| gene
CON Terce adal 0;he :cold acele Non rimane che dirqualche cosa in torno al
nostro concittadino COLECCHI, seguace in qualche modo della filosofia di Kant.
COLECCHI pone di sostanza, e di causa efficiente, colle quali espone le leggi
della ragione che egli dichiara comuni ad ogni sistema fi losofico.Il principio
del suo sistema è questo: l’io non potrebbe determinare la sua esistenza nel
tempo senza una esi stenza interna, dal quale deriva che la cagione movente la
sensibilità non può riponersi nello stesso me, cioè che il cel indef. uomo
berce 7atto atto. eche vario delle rappresentazioni nasce
all'occasione del di fuori che modifica il sen so; che la riunione del vario nello
spazio e nel tempo è opera della fantasia, è e quindi chel'unità sintetica
dell'oggetto nell'esperienza è un prodotto della fantasia di accordo con
l'intelligenza. Secondo lui, l'induzione fisica è diversa dall'induzione
matematica inquantocchè quella mena allo scetticismo e questa a cono scenze
necessarie ed universali; se il rap porto tra le idee è neeessario, le idee e i
termini di questo rapporto son tali anch'esse ; ogni nostra conoscenza in
comincia da'sensi, e passa da questi al la intelligenza. Riguardo alle leggi
della ragione egti sostiene che la ragione esi ge inogni esperienza come data
la to talità delle parti dello spazio e degli arti colideltempo non confondendo
quello che è con quello che appare,. lità delle parti del tutio dato nella
divisione, la totalità delle condizioni nella catena delle cause e degli
effetti, pro nunziando l'accordo delle due causalità la tota- della
natura e della libertà, il necessa rio nella serie de contingenti ed infine un
ente assoluto, dotato di tutte le possibili realtà, il divino. Nella morale, egli
sostiene che il principio della propria felicità non può elevarsi alla dignità
di legge morale, che le due idee del giusto e dell'ingiusto sono originarie e
non fattizie, e che le regole etiche, le quali dirigono l'uomo interno sopo
essenzialmente diverse dalle giuridiche che dirigono l'uomo esterno. Colecchi
non è solamente seguace del Kant; ma egli cerca armonizzare colla morale i
pensamenti del Vico sulla filosofia e sulla legislazione; anzi poichè le verità
del Kantismo eran sepolte nella scienza ila lica, Colecchi ha saputo
raccogliere un seme da'principii di questa per produrre novelli frutti e
contribuire allo a vanzamento delle filosofiche discipline. Receveur: Institutionum
philosophicarum elementa Maggi: Critica sistematico-univerle e guida alla
rigenerazione della filosofia. Bianchelti: Studii filosofici tuzioni logico
metafisiche. Lusverli: Isti Defendi: Sul dolore estetico e sull'entusiasmo,
ragionamento. Parma: Supplimenti sul sansimonismo. Serbati: Saggio sulla felicità.
Saggio sulla unità dell'educazione. Opuscoli filosofici. Saggio sull'origine delle
idee. Principii della scienza morale. Frammento di una storia dell'empietà pii
e leggi generali di medicina e filosofia speculativa, Colecchi: Quistioni filosofiche.
Ceresa: Princi.] Il sensualismo venne anco combattuto da taluni che, seguendo
l'esempio della scuola teologica Francese, si elevarono al misticismo e
fondarono la scuola de’ soprannaturalisti, che fanno prevalere la fede ed il
sentimento sulla riflessione e sulla ragione. Primo fra questi, Palmieri
attacca di fronte l'empirismo, mette in campo le idee innate come impressioni
permanenti e modifcazioni dello spirito, afferma che sonovi nello spirito delle
idee e delle impressioni non avvertite e la teologia hanno lo
stesso scopo, cercano un solo vero discutono gli stessi principii, esse non ponuo
essere due scienze. Mastrofini si vapta autore di una meta-fisica subli-
.attualmente che la ragione per giudi care debbe seguire certe basi e regole
impresse nell'anima; e ri-vendicando l'autorità de'libri sacri, confutando il
Kantismo e negando alla filosofia la facoltà di spiegare lo stato èdell'uomo
sostiene che tutti i suoi sistemi sono contraddizioni manifeste, e che il solo vero
è il soprannaturalismo che è l'unico, e non contraddittorio, quando anche la
ragione non potesse sentirne chiaramente l'evidenza. Manzoni stimando
incompiata la filosofia che anno gli uomini sul giusto e sull'ingiusto
indipendentemente dalla religione, e la distinzione tra la filosofa e la religione
come una imperfezione, si accosta al soprannaturalismo, sostenendo che la
filosofia morale va congiunta alla teologia, che la ragione naturale è
imperfetta, e che se la filosofia e. Il nome di Licinio Ventebranz è
anagrammatico ed é celato in esso quello di Albertini me in cui applica la
filosofia alla teologia; Ventenbranz predica una filosofia eclettico-cristiana;
Perolari Malmignati sostiene che la sola filosofia verissima è la morale
cristiana. Olivieri e Pasio sostengono una morale dedotta dalla ri-velazione.
Cesare Cantử dimostra che, dovendosi basare la giustizia positiva
sull'assoluta, non puo giammai mepare ad effetto questa sua condizione se non
colla religione positiva; che l'umanità è regolata dal divino, che il
linguaggio della parola è dato dal divino all'uomo e con esso tutte le idee
primitive di giustizia e di rettitudine morale. Parma pretende che ogni sistema
filosofico debba dipartirsi da un dato primitivo anteriore alla dimostrazione,
e che sola la filosofia religiosa assume tutti gl’elementi del materialismo,
dell'idealismo e dello scet Riccardi fa
consistere il difetto di ogni filosofia del vizio logico e morale di sostituire
la parola natura al divino; e pretende la scienza essere essenzialmente
religione, non potersi dar conto di alcuna cosa che risalendo al divino, la
filosofia non dover concludere contro i fatti della ri-velazione, la stessa
fisica esser falsa se a questa è opposta. Ventura cerca identificare la
filosofia alla ri-velazione. Secondo lui, la filosofia statutta nel metodo, il
fondamento della certezza è riposto nel senso comune, l'intelletto e la verità
costituiscono un tutto indissolvibile, l'uomo si rapporta al divino, la
convenienza dell'ente coll'intelletto forma ad un tempo il sommo vero ed il
sommo bene, l'uomo debbe conosce ticismo, epperò, secondo lui, la
teologia è un ingrandimento dell'umana ragione, o la scienza dell'umanità
illustrata da'più alti intelletti, la filosofia non è che la religione, essa
comprende la teo-logia, 1'etica, la logica e la fisica e debbe re Dio mos
[Gioberti è un sostenitore del misticismo. Egli cerca surrogare l'ontologia al
ta psicologia, e il metodo sintetico all'analitico; segue il dommatismo, cercando
dedurre ogni cosa con logica stretta e severa; unisce la filosofia alla teo-logia,
subordinando la prima alla seconda; e distinguendo la parte razionale da quella
che è superiore alla ragione, incomincia dal primo ente, in relazione alla
mente umana; e, dopo aver presentata una dottrina dell'assoluto si intrattiene
a mostrarne lo svolgimento in tutte le forme delle scienze umane e divine. Secondo
lui, la un tutte le sue parti decidere coll'autorità generale. Intorno a Gioberti
e mestiere leggere la nota di ROVERE (si veda) SULĽ ONTOLOGIA E SUL METODO ed
un articolo di Massari cui è titolo: CONSIDERAZIONI SULL’INTRODUZIONE ALLO
STUDIO DELLA FILOSOFIA propo DI GIOBERTI (Progresso). V. de e combinati
con essa formapo tre realtà indipendenti dallo spirito, cioè una sostanza ed
una causa prima moltiplicità di essenze e di sostanze, ed un atto col quale l'ente
si collega alle esistenze; il nostro pensiero intuisce questa realtà con un
atto semplice e simultaneo che precede ogni intuizione particolare, e per cui
mezzo l'intelletto percepisce leproprietà essenziali dell’ente mercè la ri-velazione;
l'idea non può addivenire obbietto di riflessione senza la parola interna,
quindi è necessario l'intervento del linguaggio per opera della ragione; vi è
gran differenza fra l'intuizione e la riflessione, fra il metodo ontologico e
il metodo psicologico, e d'accanto alle facoltà che a p > > sizione. L’ente
crea le esistenze è la formola ideale che comprende tutte le nozioni dello
spirito umano; ogni suo membro esprime una realtà obbiettiva assoluta e
necessaria nell'Ente, relativa e contingente delle esistenze; questi due membri
son legati dalla creazio una > e non ha lasciato di cadere in
molti gravi errori, specialmente quando egli prendono l'intelligibile, avvidell'uomo
un istinto che mira al sopra intelligibile senza poterlo giammai conoscere. L'ente
si offre al nostro pensiero come lecido e tenebroso; e da ciò sorge il legame e
strettissimo tra la filosofia e la teologia tra’dogmi ri-velati e i razionali. Egli
applica la sua formola ideale a molti problemi di logica, d'ideologia, e di
meta-fisica; prova la sua fecondità e larghezza in lei rattrovando la ragione e
la fonte del sapere; imprende a delinear nela storia attraverso le opinioni, le
credenze, e le rivoluzioni de'popoli, ed a mostrare che dessa abbraccia la
ragione di tutti sistemi potevoli di filosofia. La sua filosofia offre il primo
esempio di una meta-fisica ortodossa, ma ardita ed originale; sicchè può dirsi
aver egli tentato di mostrare i legami tra la filosofia e la ri-velazione
cattolica estimando il progresso delle scienze sperimentali e lo svolgimento
della civiltà ma attaccando il metodo psicologico, afferma che esso e la cagione del mate e quando
sostituisce al metodo analitico il sintetico. È principio riconociuto da ogni
sana mente che l'analisi di per sè sola non può menare allo scoprimento della
verità; ma è falso che la sola sintesi si adatta a darci la nozione del vero.
L'unico metodo è quello di conciliare l'analisi alla sintesi; perocchè vi sono
delle idee che conoscia mo per mezzo della sola analisi, e delle altre che
conosciamo per mezzo della sola sintesi. E poi l'accagionare Cartesio di tutte
le dottrine materialiste palesa una immoderata avversione al psicologismo che
da alcuni si vuole esser l'ultimatum della filosofia, ma dal quale noi stimiamo
doversi partire per giungere al l'ontologia, alla conoscenza della legge che
regge il mondo sensibile ed il mondo soprassensibile. Del resto Gioberti
evitando ed il pan-teismo ed il " rialismo che nel secolo scorso ebbe lao
go, · rolar [Malmignati : Lezioni filosofiche. Parma: Sulle opere di
Gerbet. Supplimento sul Sansimonismo. Cantù: Notizia di Romagnosi. Riccardi: Lapratica de'buoni studi. Discorso sulla
filosofia. Ventura: De methodo philosophandi. Gioberti: Introduzione allo
studio della filosofia. Errori filosofici di Serbati. Teorica del
sovrannaturale filosofia estetica. Saggio sul bello e Principii di Del Primato
Morale e civile Lettera sulle dottrine filosofi degl’italiani co-politiche di Lamenoais.
parallogismo nel dedurre con ragionamenti a priori la scienza de' Gniti da
quella dell'infinito, non fa altro che proclamare la verità della ri-velazione cattolica.
Palmieri: Analisi ragionata de'sistemi e de' fondamenti dell'ateismo e della
incredulità. Manzoni: Osservazioni sulla morale cattolica. Mastrofini: Le usure
Olivieri: La filosofia morale. Pasio: Elementa philosophiae moralis cum notis. Albertini:
Discorso critico intorno a’ pregiudizii ed errori ed a'tanto disputati due
metodi d'insegnare le scienze astratte. Lo Spirito della Dialettica. Pe C C
- osserva che i sensualisti hanno preso una strada erronea occupandosi
della quistione sull'origine delle idee e mischiandola con quella sulla realtà
dell'umano sapere che essi non han conosciuto l'uomo che per le sole sensazioui
tralasciando l'analisi dell'essere interno, che non hanno avanzato la scienza, non
potendovi essere scienza Glosofica filosofica senza la cognizione dell'uomo
intelligente e morale; epperò cadde in errore coloro i quali lo annoverarono
tra'sensualisti. Il suo metodo è di ricercare tutto che i filosofi italiani
hanno scritto intorno ad esso .1
ida e de ta scien emo 1 oried -A Pour tosul Ro studi ala ra : tro 2 cibi
do, iïdi osofi civile che zione della scuola scozzese. Oltre Sebastiani e Corradini,
dobbiamo poverare S 5. Sonovi in Italia alcuni filosofi che si addano a
coltivare l'eclettismo tra questi ROVERE (si veda) e WINSPEARE (si veda) Winspeare.
Rovere, comparando, sceglien e fondendo i loro trattati, ecco l'ecletismo. Il
principio che egli accoglie è di esaminare non solo i fenomeni sensibili, ma gl’interni,
cioè i fatti e rigettare tutte le idee non comprovate dall'esperienza come
fatti esteroi, o incompiute per aver trascurato una di queste serie; e, secondo
lui, le ultime conclusioni della filosofia razionale debbono combaciare con le
opinioni del senso comune, quindi pos sono tacciarsi di false quelle teorie che
credono mostrare che il genere umano sia caduto in errore. Ora se tali sono i
principii e tale è il metodo degl’eclettici e degli scozzesi, e se la scuola
cui appartiene un autore debbesi rilevare dal metodo e dai principii, possia modire
che l'autore si approssima all'eclettismo della scuola scozzese. Veniamo ora al
le sue principali opinioni. La filoso > venne dagl’uomini cercata; ma questi
hanno mancato di buon metodo non serbando proporzioni tra’ diversi elementi che
costituiscono la natura; ne’ filosofi italiani ben meditati e specialmente nel
Galilei vi è il vero metodo sperimentale. ROVERE lo riduce ad un mezzo che ha
per fia esiste, della coscienza materia lo scibile, per fine il vero e lo fa
consistere nelle V arti: preparatoria, inventiva, induttiva, dimostrativa,
distributiva. Egli pone il criterio di certezza nell'intuizione immediata, o
meglio nell'identificazione dell'oggetto con noi, distingue nella conoscenza
l'atto di giudicare dall'oggetto giudicato, e cercando un legame tral'oggetto
el'idea, lo colloca ove l'ente si converte col vero ed il conoscitore si
identifica col cogoito; ammette l'intuizione immediata o l'atto di nostra mente
il quale conosce le proprie idee e le loro vicende voli attinenze, nonchè
l'intuizione mediata o l'atto di nostra mente, il quale per la certezza
assoluta dell'intuizione immediata prova in un modo assoluto l'esistenza delle
realtà estrinseche o i loro rapporti con lo spazio e col tempo; fonda la
certezza sulla duplice intuizione sul senso intimo e sul senso comune, nega che
i principii apodittici e gl’assiomi siano atti a dimostrazione o aspiegazione, fa
derivar la causa dalla' > SCO unde 1. Sofia che me èil ile to eria pos Bano
di 001 clet cer cu Idee Cati dal dire 2 SIDO 080 LIO SCO successione
delle esistenze e ripone il criterio del vero nella conversione del fatto
operata dalla intuizione creatrice la quale è un prodotto della nostra
spontaneità e mette capo al senso comune. L'ultimo che sia venuto in campo
a sostenere l'eclettismo scozzese è Winspeare in suoi Saggi di filosofia
intellettuale. Dalla prefazione ove egli fa manifesto il piano del lavoro si
rileva che egli è parteggiano della scuola scozzese, pero chè la difende dalle
accuse promosse contro di essa, e sostiene che seguirla svolgendo la è il solo
mezzo per far progredire la scienza filosofica. Winspeare vuole ristaurare un
sistema che egli stima più atto a far progredire quelle verità necessarie al
progresso dell'intelligenza ed alla osservanza della morale. Un simile
tentativo gli apporta sommo onore, perocchè lo à immaginato ed eseguito con
molto studio e coscienza. Nul l'altro possiam dire intorno a lui poichè è una
rapida rassegna delle dottrine filosofiche da’ Greci, non si può dedurre un
sistema formolato ne’ principii e delle sue conseguenze . - che dal solo primo
volume dell'opera, Corradini: Utilità della filosofia Prospetto delle Lezioni
di filosofia razionale Sebastiani: Novum Systema Ethices- ROVERE: Del
Rionovamento dell'antica filosofia in Italia. Lettere a SERBATI. Dell'Ontologia
e del metodo Lettere a Mancini intorno alla filosofia del Dritto ed all'origine
singolarmente del Dritto di punire. Winspeare: Saggi di filosofia intellettuale.
Blanch: Articoli due sul Winspeare nel Museo di Scienze e Lettere. Per dar
compimento alla filosofia italiana non rimane che esporre le opinioni di coloro
che si diedero all'Empirismo-Razionalismo. Tamburini confuta Holbach,
Condillac, e Kant; ri l' pose l'obbligazione morale del bisogno l'altra
su’limmiti di essa. Riguardo alla prima, abbattendo la scessi, egli prova
essere in noi reale la cognizione, esistere le facoltà intellettuali come cause
delle della perfezione che si appoggia all'umana natura, al senso
universale ed all'ordine naturale, si oppose alle dottrine dell'amor proprio e
dello interes combatte le opinioni di Condorcet sul progresso o meglio
sull'umana perfettibilità da lui circoscritta al reale, al possile, alla
storia, e considerata non come infinita, sibbene come progressiva; stazionarla,
e retrograda. 1 se, per opera di Galluppi che combattendo le opposte dottrine di
Condillac e di Kant, ne viene salutato a buon diritto il fondatore ed il sostenitore.
Egli incomincia dal proponersi lo scioglimento di due importanti quistioni, l'una
sulla realtà dell'umana conoscenza Pa. Gli sforzi del Tamburini prepararono la nuova
era della filosofia italiana, la quale sorse insieme
coll’Empirismo-Razionalismo per opera 2 US idee, e lo spirito
giungere al vero al lorchè dietro la testimonianza del senso intimo afferma ciò
che è e piega ciò che non è. Ecco perchè Galluppi appar tiene alla filosofia
moderna, alla scuola psicologica di Cartesio. Nell'analisi dei fenomeni
intellettuali egli ammette le verità primitive di esperienza interna contenenti
principii a priori ed a posteriori riconosce il principio dell'oggettività
della sensazione e della intuizione inmediata in quella; dimostra il passaggio
dalla regione del pensiero a quella dell'esistenza per mezzo del punto di
comunicazione tra la conoscenza intellettuale e la reale, pel quale egli
ammette l’idea universale come legge dello spirito derivante dalla sua
soggettività, la quale forma il giudizio analitico e si risolve in due ordini
di conoscenze: le une di esistenza e le altre di ragione, queste servendo di
base alle verità de dotte, e quelle supponendo l'applicazione delle verità
razionali a’ dati dell'esperienza. Secondo lui, benchè tutti i giudizii puri
sieco identici, pure lo spirito allarga la sfera delle sue conoscenze, ed il
raziocinio ci istruisce, perchè ordina e classifica le nostre conoscenze, e perchè
ci mena a conoscenze che 1 1 pon potremno avere senza di esso. Per mezzo della
causalità da una esistenza sperimentale ci eleviamo ad esistenze che tali non
sono; la sensibilità è esterna ed interna, questa percepisce il me e le sue
modificazioni, quella ci rivela l'esistenza del fuor di me e delle sue
modificazioni. Riguardo a’limiti delle nostre conoscenze egli cerca
determinarli dimostrando esserci ignote l'essenze delle cose, e la natura divina,
ed ignoto il modo onde le cause effettrici agiscono non che quello onde gl’esseri
producono in sè o in altri quelle date modificazioni. Il sistema delle facoltà
dello spirito introdotto da Galluppi ha per iscopo la ricerca delle facoltà
elementari; e queste sono la coscienza e la sensibilità che presentano allo
spirito gl’obbietti, l'analisi che li sepa la sintesi che li riunisce, il
desiderio, e la volontà che mossa da questo dirige le operazioni dell'analisi
della sintesi. L'illustre filosofo di Tropea professa le medesime teorie in
tutti i suoi saggi filosofici; se non che degl’elementi e nelle lezioni di
filosofia, poggiate sull'empirismo-razionalismo, segue il metodo analitico
procedendo dal noto all'ignoto. Egli divide la logica in pura o scienza delle
idee e mista o scienza di fatti seguendo il principio dell'identità progressiva
ed istruttiva, considerando come ufficio del ragionamento il rapnodare e
subordinare le nostre idee, dichiarando il sillogismo un'analisi del discorso, e
stimando molto importante l'entimema. Secondo lui, la religione naturale è
l'insieme delle verità che si possono provare per mezzo della ragione, che ci
svelano come dobbiamo pensare del divino, e de'suoi rapporti cogl’esseri creati.
La ragione ne insegna che il divino è eterno immutabile uno iqboito; la sua
eternità, non ha ra, e } successione fisica nè meta-fisica. La
relazione fra il divino e le creature è quello di causalità cioè tutte le
creature sono state create dal divino. L’esistenza di due principii eterni
dell'universo è assurda. Il male non ripugna alla bontà divina. L’esistenza
de'doveri ne vien manifestata dalla coscienza ed è una verità primitiva. Il
dovere non può definirsi per e, chè è una nozione semplice, un’azione
soggettiva che deriva dalla natura umana. Le verità morali sono necessarie ma
sintetiche. Il principio del dovere è distinto da quello dell'utile che gli è
subordinat. La massima: si giusto è primitiva. Il principio di BENEFICENZA non
basta a mostrarci i nostri doveri verso gl’altri. Noi abbiamo de'doveri non
solo verso gl’altri, ma verso il divino e *verso noi stessi* (amore proprio),
la filosofia ci manifesta l'immortalità dell'anima umana, il congiungimento
della felicità colla virtù, verità che vengono dimostrate dal premio della
virtùe della pena del vizio, verità provate dalla naturale indistruttibilità
dell'anima e dal desiderio costante negl’uomini di un bene supremo, rità
enunciate dalla ragione non solo ma anche dalla ri-velazione che è un'azione
immediata del divino sullo spirito umano con che il divino produce nello
spirito le conoscenze che vuol produrre, e la cui possibilità deriva dalla
semplice nozione dell'onnipotenza. Egli riponendo la legge morale nella retta
ragione che dirige la nostra volontà al nostro benessere seguendo il sistema
del dovere indipendente dall'utile, introducendo qualche cosa d'innato nella
morale ed ammettendo il dovere come un principio sintetico a priori, si eleva
dall'empirismo psicologico ad un ragionevole idealismo nella morale. Ecco le
principali opinioni professate dall'immortale Galluppi, cui va tanto debitrice
l'attuale filosofia italiana de’ suoi progressi, ed in cui non sappiamo se sia
maggiore l'elevatezza e l'acume d'ingegno o la forza e la potenza del
ragionamento. Molti altri filosofi dietro l'esempio del ve GALLUPPI pure
si addissero all’empirismo-Razionalismo. Tedeschi la forza dell'anima come unica
ed divisa, sostiene le idee assolute ed immutabili, distingue le idee io
riflesse o prodotte dall'astrazione, e spontanee o prodotte d’un intimo impulso
che de mena dal sensibile all'intelligibile sino alla cognizione della
sostanza. Zantedeschi presenta un sistema di facoltà de dotto dal percepire dal
sentire, e dal l'appetire intellettivo, sensuale, e razionale, considerando la
logica come quella scienza che dirigela facoltà conoscitiva a perfezionarsi,
stabilisce il metodo induttivo sulla causalità e l'analogia. La sua melafisica
è la dottrina dell'ente che s'accosta alla teoria del VICO e degl’antichi
italiani. Nella filosofia morale egli racchiude i principii delle azioni, come
la coscienza, la libera volontà, e la legge morale, ed il precetto comune. Quod
tibi non vis alio ne feceris. Mancino concepisce la filosofia come scienza
dello spirito uma considera in sul > /
S corpo ; la filosofia è la scienza dello spirito umano in sè ed in
tutte le sue relazioni. Per conoscere l'anima è me stiere l'analisi che
scompone il partico lare per ridurlo a principii generali; la vila dell'anima
stà nella cognizione-azio pe no, e ne deduce uoa filosofia eclettica cioè
equitativa e completa che accoglie il vero da per ogni dove; epperò divide la
filosofia in soggettiva cioè diretta a disaminare le forze dell'iplendimento .
ed oggettiva o diretta a disaminare gli obbietti della conoscenza; rionega
l’Empirismo ed il Razionalismo ; e conside ra le iee come prodotte dalle
sensazio ni, dalla coscienza, e dall'attività dello spirito e POLI è uno de'più
for ti propugnatori dell'Empirismo-Razionalismo. Secondo lui, l'uomo consta di
due elementi, anima che si riduce all'atto del giudizio o
idea-volizione-coscienza; conoscere pon è che giudicare e giudicare non è che
conoscere, ma il giudicare è il modo del conoscere e il conoscere è l'effetto
del giudicare, il giudizio non è una sintesi tra l'attributo ed il subbietto
perchè l'anima non ha forza sintetica potendo solo percepire e vedere, il
giudizio ha le sue applicazioni come il bello, il buono, il vero, le sue
perfezioni, che sono il buon senso, lo spirito, il gusto, l'ingegno, il carattere
l'istinto e le sue relazioni che sono i rapporti dell'anima coll'età col sesso,
coll'indole, colla fisonomia, col clima, col vitto, col sodoo, colle malattie o
colle altre circostanze. Il giudizio è un tutto composto ed un effetto che non
può sussistere senza parti componenti e senza facoltà generatrici, che sono
due: volontà-intelletto ed intelletto-volontà fondate sul principio di
simultanea in divisibilità; tutte le altre facoltà son modi empirici di queste
due facoltà primitive che colle loro leggi sono attributi dell'anima. Il
giudizio e le rispettive facoltà dell'intelletto e della volontà hanno per
fattori supremi l'oggettivo ed il soggettivo messi tra loro in rap
donde il commercio del fisico col morale nell'uomo; la filosofia si Altri
Empiristi-Razionalisti non hanno pubblicate delle opere; ma il loro sistema
traspare da vari articoli di giornali e ragionamenti disparati. RICCI è amante
del metodo empirico-speculativo; porto, rannoda alla religione ed alla teo-logia
perocchè questi fattori dipendono dal divino; la vita dell'anima e il giudizio sono
oggetti limitati perfettibili; questo perfezionamento è dato come legge di
natura e come scopo all'anima ed alle sue facoltà, esso è riposto nel maggior
aumento ed equilibrio possibile delle facoltà dell'anima congiunto al maggior
grado possibile di scienza e di felicità, esso può ottenersi avendosi de’ mezzi
facili e corrispondenti che si riducono all'uso reiterato e frequente degli stessi
atti o delle stesse funzioni; quindi l'uomo perrendersi perfetto al maggior grado
deve operare e usare per quanto può delle proprie facoltà, secondo la loro
natura e la loro destinazione. Rivato limita il sapere filosofico e
e cioè il pro filosofico, sostenendo che l'uomo dee tutto studiare e nel mondo
esterno e nello interno tutto riferire alla coscienza, Riccobelli si accinge a
combattere il Trascendentalismo di Kant sullo spazio e sul tempo; Devincenzi
pone per primo fondamento dell'ecletismo la cognizione perfetta di tutte le
filosofie e scegliere il vero da tutte; e per lui l'eclettismo è quella
modesta filosofia che nulla sprezzando esamina tutte le dottrine e segue il
vero ovunque il rinviene. Cusani sostiene che lo spirito umano ha due sole vie
nella ricerca del vero, cedimento empirico ed il razionale, che i principii
assoluti sono anteriori nel loro stato fenomenale, ma contempora nei nella loro
essenza alle idee necessarie, che la tendenza filosofica dev'essere l'Ontologia,
e che dovrebbesi elevare una metafisica sul fondamento psicologico degli
eclettici francesi e sul fondamento ontologico dei filosofi alemanni. Molti
altri recenti filo C Supplimenti al Manuale della Storia della filosofia di
Tennemann Ricci: Articoli sul Cousinismo (Antologia di Firenze), Rivato e sul +
sofi han coltivate le scienze filosofiche pel lato d'un tal sistema ma i limiti
di brevità che abbiamo imposti a poi stessi ci vietapo di noverarli. Tamburini:
Introduzione allo studio della filosofia morale. Elementa Juris Naturae Cenni
sulla perfettibilità dell'umana famiglia. Galluppi: Saggio sulla critica della
conoscenza. Filosofia della volontà. Lezioni di Logica e Metafisica. Elementi
di Filosofia. Lettere filosofiche sulle vicende della filosofia relativamente a’
principii delle umane conoscenze da Cartesio insino a Kant Introduzione allo studio
della Filosofia. Memoria sul sistema di Fichte o sul Razionalismo assoluto
l'idealismo Trascendentale di Kant Tedeschi: Sulla filosofia. Zantedeschi:
Elementi di Psicologia empirica, di Logica e Metafisica, e di Filosofia morale.
Mancino. Elementi di filosofia. Poli: Saggio filosofico sopra la scuola de’ moderni
filosofi naturalisti. Saggio di un corso
di filosofia. Primi elementi di filosofia. Intorno al vero e giusto spirito
filosofico. Riassum to sempre, identico stesso nell'India, nella Grecia nel
cadere del medio-evo, nella filosofia moderna, e nel l'attuale filosofia. del
Progresso. Gall è que gli che rappresenta eminentemente in Francia la filosofia
empirica spingendola sino al materialismo. Il razionalismo ha pochi adetti,
fra'quali la Baronessa de Stael; il misticismo ha de’seguaci; ma quegli che più
di tutti imprese a difenderlo si e Lamennais. L'eclettismo comprende gl’eclettici
propriamente detti o Cousinisti, gl’eclettici scozzesi, tra’ quali Jouffroy, e
i filosofi Storici che muovono tutti dal Guizot; cosicchè tre sono i grandi
campioni dell'ecletismo Cousin, Jouf ' In Francia la filosofia superando i
limiti dell'ideologia e della psicologia empirica, a malgrado alcuni avanzi di
sensualismo, ha cangiato la sua direzio ne; ed ha dato luogo alle cinque scuo
le degli Empiristi, de'Razionalisti, dei Mistici, degli Ecletici, e de Filosofi profondità dell'Alemagna, si presenta
una lotta di varii sistemi.Qualche avanzo del sensualismo invalso nel secolo
scorso as sume l'originalità italiana; ma l'Idea lismo ben presto gli fa guerra
benchè numeri pochi seguai; il misticismo non ha'che pochissimi coltivatori,e
l'eclet tissimo scozzese comincia ad introdur sinelleopere de'Filosofi
italiani; ma froy e Guizot. Il sansimonismo inva se i dominii delle
scienze morali e sociali ; ed a malgrado le sue stranezze attirò de'fautori,
frà quali alcuni sco standosene alquanto fondarono la filoso fia del progresso
continuo, che è addi venuta la filosofiapredominante in Fran cia ma che debbe
esser posta in accor do colla Religione Cristiana. Il fondatore del
Sapsimonismo è Saint-Simon; e Leroux è quegli che lo ha tra mutato nella
filosofia del progresso con tinuo. Nell'Italia, che è chiamata a tenere il
giusto mezzo tra la eccessiva superfi cialità della Francia e l'eccessiva
9 l'empirismo-razionalismo combatte tutti questi sistemi e viene a
fondarsi sulla ragione e sull'esperienza. Ogni sistema in Italia ha un grande
ingegno che lo difende. Romagnosi segue ilsensualismo Rosmini l'idealismo,
Gioberti il misticismo, Mamiani l'eclettismo scozzese e Galluppi
l'Empirismo-Razionalismo. Questo sistema, proprio de’filosofiitaliani, che è
l'ultima espressione dello svolgi mento della filosofia, debbe mirare ad una
nuova formola più compiuta, e ten tare lo scioglimento de'più ardui pro blemi
per mezzo dell'esperienza combi nata colla ragione; esso abbisogna di un metodo
e diun prịåcipio che spie ghi il commercio de sensi colle idee del mondo
esterno col mondo interno ; ed al suo ampliamento contribuiscono non solo
leversioni delle operestraniere, ma anche altri lavori filosofici degli
italiani che preparano una restaurazione definiti va delle scienze filosofiche.
Noi di que sto sistema abbiamo lodevolmente par lato al cominciamento del
nostro lavoro; e facciam voti perchè tutti gli Italiani pensatori presenti ed
avvenire di unanime consentimento siraccolgado sotto una sola e medesima
bandiera, sotto le inse goe dell'Empirismo-Razionalismo, ricono scendo
per loro capo e maestro l'immortale filosofo di 'Tropea Pasquale GALLUPPI.
Nome compiuto: Enrico Pessina. Pessina.
Keywords: storiografia filosofica in Italia, la storia della filosofia romana,
Galluppi, diritto private. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pessina” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Petrarca: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
di Cicerone – la scuola d’Arezzo -- filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Arezzo).
Filosofo italiano. Arezzo, Toscana. Grice: “There are a few studies on Petrarca
and ‘filosofia’: “Petrarca platonico,” etc. – but his most important
contribution is via implicatura, as when I deal with Blake or Shakespeare.”
ir«^|#»rtit«» ,i\ARK TP Jt^ -'f \t. \3FICO ^1 PP TIGI03 i^C/->>. t -nF
CARLINI LA FILOSOFIA di P. Saggio Tipografia Editric e Cooperativa Jesi V A
SEVERINO FERRARI DELLE OPERE PETRARCHESCHE CONOSCITORE PROFONDO CON ANIMO
RIVERENTE E GRATO La tradizione platonica e religiosa nel Medio evo Caratteri
del misticismo italiano Il Cristianesimo e il Papato II pensiero religioso e la
scolastica Dante e Platone P. e Aristotele P. ed Averroe P. e Platone Il
criterio filosofico di P. è afl'atto religioso Filosofia della religione
Paganesimo e Cristianesimo Se P. è cattolico Colui che fece per viltade il gran
rifiuto Se P. è un mistico Varie specie di misticismo Il De vita solitaria II
De ocio RELiGiosoRUM Ascetismo e misticismo sano II pessimismo di P. II
pessimismo cristiano La vita umana secondo P. Il De REMEDiis UTRiusQUE FORTUNAE
- P. e Leopardi L' acedia e le contraddizioni di P. hanno radice nel suo
sentimento religioso P. non e strettamente un filosofo Ma ne’suoi scritti è un
ampio contenuto filosofico (GRICE ON ONE SENSE OF PHILOSOPHER AND ONE
IMPLICATURE) E ha ancora ingegno filosofico P. e la scienza Meriti filosofici
di P. Il rerum memorandarum Carattere morale, sociale e politico della nuova
filosofia P. e il ri-sorgimento filosofico religioso Il sentimento della natura
Carattere psicologico della filosofia di P. Le Rime II Secretum Eternità di P.
Il pensiero religioso può precedere o seguire il pensiero filosofico, secondo
che l’uomo è credente o no : sempre poi esso ' è dalla filosofia iìiseparabile^
se vtwle divenir cosciente. Questo chiamo pensiero filosofico religioso: e
penso che sia la remota cagione anche delle manifestazioni letterarie e
artistiche de' nostri grandi scrittori. Della multiforme opera petrarchesca poi
questo mi parve il segreto ; e però con amore mi misi a cercarlo. Non credo,
per le mie piccole forze, di averlo scoperto; ma spero che questo saggio sarà
poca favilla che gran fiamma seconda. Luglio Carlini. La tradizione platonica e
religiosa nel Medio evo Caratteri del Misticismo italiano - Il Cristianesimo e
il Papato. 'ift^ È ^^w ^M 'fìJS ^p^ Abelardo, w^ audio, 8uspecti»e fidei ».
PLATONE, dichiarando che Dio è il puro I essere e la materia il non essere,
scavava per primo, come anche il ^P. osservò (*), quell'abisso tra il finito e
l'eterno, tra la materia e lo spirito, tra la natura e Dio, che poi né
Aristotele né alcun altro filosofo riuscì mai a colmare. E però in rispetto a
questo grande problema il Cristianesimo ebbe il merito di tentarne per la prima
volta la soluzione con il dogma di Cristo, che é insieme uomo e Dio, l'universo
finito e l' infinito. Di qui tutta la filosofia nel Medio evo; la quale nel
pensiero platonico trovò molti addentellati sin dai primi gnostici, che diedero
Alla religione un contenuto filosofico e alla filosofia un ufficio religioso. E
Origene, succedendo nel secondo periodo della filosofia medioevale che é la
patristica, rinnovella la dottrina platonica, affermando la preesistenza delle
anime umane e l'eternità della creazione. Un'altra schiera di Padri si dedicava
intanto sopratutto alla parte pratica della filosofia cristiana, alla morale:
fra essi era Lattanzio, tanto caro a Francesco P.. Si giunge cosi ad Agostino,
al pseudo Dionigi e a Boezio, che, raccolto tutto il lavoro precedente, diedero
una meravigliosa filosofia cristiana; la quale, per l'universalità propria del
nostro genio, ninna parte trascurò della filosofia psicologica, morale^
metafisica e politica. Ma, come è noto, già è sorto con questi filosofi
fiorente il misticismo. Il misticismo per ciò non è solamente una filosofia
speculativa, ma anche una tendenza religiosa, e morale e politica. Il Bartoli,
parlando del misticismo del P., dice che esso fu « la peste bubbonica delle
anime nel gran lazzaretto del Medio evo: là frase è speciosa, ma l'affermazione
è troppo vaga. Già anzitutto il misticismo della filosofia straniera è ben
diverso dal misticismo latino: quello fu sopratutto con lo Scoto e con
l'Eckardt un'intuizione speculativa che ebbe per confine la stessa filosofia:
questo si diffonde per le migliori menti e per il popolo, e ci dà un misticismo
cristiano che è tutto psicologico e religioso, come nel De imitaUone GhHati. E
questo carattere religioso e pratico che ebbe il misticismo in Italia è il
segreto del pensiero e del sentimento italiano nel Medio evo, e sopratutto nel
1200 e nel 1300: esso, dice il Barzellotti, non ci apparisce bene « se non
quando lo cerchiamo nell'idea religiosa che alimenta con la irrigazione secreta
delle sue sorgenti sprizzate dal cuore del popolo tutto il sottosuolo della
vegetazione di quell'età storica. 11 sentimento religioso poi, irrigando il
misticismo italiano, per una parte tende spesso nel silenzio de' chiostri
all'ascetismo; per l'altra va ad alimentare quella fortissima corrente, che
derivando dalla nostra latinità ereditaria dà al pensiero italiano un indirizzo
costantemente pratico e romano e sociale. Così la corrente cristiana e l'altra
pagana, riunite nel sentimento religioso, 'sboccano parimenti nel cuore del
popolo; laddove i grandi pensatori all'una o all'altra si aflBdano
maggiormente: in FranI Cesco P. poi si sogliono chiamare senz'altro misticismo
e paganesimo, e si equilibrano. » Né quest'equilibrio è cosa nuova: che nella
coscienza italiana, come il Barzellotti dimostra, è tradizionale la
contemperanza fra religione e vita, fra Dio e la natura, fra l'uomo e la
società. Così l'istituzione francescana, per esempio, oltre che religiosa è al
tutto democratica, e si diffonde fra il popolo nelle manifestazioni sue
letterarie e artistiche non solo, ma anche politiche: laonde, venute di
Germania le lotte fra guelfi e ghibellini, i comuni si chiaman guelfi, benché
in fondo non siano né guelfi né ghibellini, o meglio siano l'una e l'altra
cosa: nel senso che per una parte vogliono il ritorno all'antica grandezza,
rappresentata nel concetto, non nel fatto del rinnovato Romano Impero; e per
l'altra vogliono la vittoria della fede, rappresentata dalla Chiesa di Roma
quale avrebbe dovuta essere, non quale era. Ond'è che il popolo italiano non dà
né seguito né scuola alle speculazioni di Ioachim de Flore, l'unico mistico
astratto sorto in Italia, e fra Salimbene nella sua Cronica dà a questi mistici
visionari l'appellativo di uomini mezzo pazzi; e non dà neppure séguito né
scuola alle grandi eresie e ai moti che non agitano un'idea politica e
religiosa insieme: ond'é che Dante nella sua Divina Commedia non fa neppure
parola dei grandi eretici di que' secoli e mette Federico II all'inferno. Né
delle grandi eresie e mistiche concezioni medioevali pure Francesco P. fa
parola ne' suoi scritti (^); e Abelardo stesso, il grande maestro di Arnaldo da
Brescia che pur tanta comunione di idee doveva avere col P., passa inosservato
nel De vita solitaria^ e se ne dà la ragione con queste parole: « Abelardo, ut
audio, suspectae fidei. Da S. Benedetto, da Gregorio Magno, da Lanfranco, da
Pier Damiano a Ildebrando, ad Anselmo d'Aosta, a Pier Lombardo, a Innocenzo
III, a Tommaso d'Aquino, a Dante e a quanti altri si avvicinano più a questi,
lo spirito latino romano ha concepito il Cristianesimo più che come un ideale
nuovo di vita tutto interiore che ogni credente debba rifare a se stesso e
vivere in comunione arcana con Dio, come una forte disciplina della coscienza
sociale che prenda il suo valore principalmente dall'unità di consenso con cui
essa opera su le menti e per mezzo delle menti su le anime umane: così il
Barzellotti; il quale molto giustaihente conclude che il. popolo italiano al
sentimento religioso congiungendo la tradizione pagana prende da quello ciò che
a questa non repugna e riesce cosi, direi, a un classicismo religioso che dà al
cattolicismo italiano un carattere profondamente diverso da quello delle altre
nazioni d'Europa, anche delle latine. Questo ci spiega perchè il Papato
proteggesse l'Umanesimo; e ci dice ancora che quella meravighosa resurrezione
delle morte cose (come scrisse il' Machiavelli) non è infine che un risveglio
intenso di un innato classicismo, e che la nuova filosofia del Rinascimento ha
cause ben più remote che la presa di Costantinopoli. Andrebbe dunque ben lungi
dal vero, chi pensasse che il pensiero religioso nel Rinascimento nostro
filosofico fosse venuto a mancare: neppure il Valla (') intese combattere il
cristianesimo più che nelle false interpretazioni che gl'ipocriti ne avevan
date. E se il Ficino e Pico cercheranno di conciliare paganesimo e platonismo
col cristianesimo, ciò non farà meraviglia più del P. che cristianeggiava
Cicerone, Seneca e Platone e credeva con quest'ultimo in un'esistenza futura di
premio delle anime nel cielo degli astri. Il pensiero religioso di Francesco P.
tende adunque per una parte, come in Francesco d'Assisi, a un idealismo
cristiano che è spesso in antitesi stridente con la Chiesa di Roma divenuta una
mitologia del cristianesimo e un potere più che una fede; e per l'altra cerca
nel classicismo un carattere sociale e politico e letterario, cristianeggiando
la filosofia antica, combattendo le scuole del suo tempo che trascuravano la
morale e l'averroismo che avversava la fede, e propugnando il sentimento
patriottico e la restaurazione della Repubblica o dell'Impero, che è la
missione a cui Roma, come Agostino aveva dimostrato, era dalla divina
provvidenza destinata. Il pensiero religioso e la Scolastica - Dante e Platone
- P. e Aristotele - P. e Averroe - P. e Platone - Il criterio filosofico del P.
è affatto religioso. Vero filosofo è soltanto il buon Criatiano. E due correnti
del pensiero religioso che Imetton fóce l'una al misticismo e al guelfismo,
l'altra al paganesimo e al ghibellinismo, confluenti nel cuore del popolo
italiano, divergono invece sempre più nelle scuole filosofiche del periodo
detto defla Scolastica. Nella quale sono perciò a distinguere due direzioni
principali: la prima condusse al Nominalismo, l'altra al Realismo; l'una fu un
rinvigorire del misticismo, la seconda del razionalismo : e dico anche del
razionalismo, perchè non bisogna scordare che nell'Italia meridionale la
tradizione filosofica antica tenne sempre in onore la speculazione
razionalistica, che fiorisce poi alla corte di Federico IL Così adunque
Bernardo di Ghiaravalle, Ugo e Riccardo di San Vittore e poi Bonaventm*a di
Bagnorea videro l'anima umana sciogliersi dal carcere del corpo e
ricongiungersi nella pura regione degli aspiriti e perdersi in Dio: il primo di
essi mostrerà nel Paradiso Dio a Dante; il quale, ritenendolo con Dionigi
TAreopagita piii che viro a dimostrargli la gloria di Colui che tutto ^ muove
che è il fine ultimo della Divina Commedia, diede a questa prima corona de'
filosofi scolastici, presieduta nel cielo del sole da Bonaventura, molto più
onore che non all'altra di cui è capo Tommaso d'Aquino. Per che (so che mi si
giudicherà eretico) io credo che la filosofia di Bonaventura, richiamante il
sentimento reUgioso italiano all'amore di una vita profondamente cristiana e
all'antica povertà francescana é al culto della dottrina platonica, ch'ei stimò
più conciliabile dell'aristotelica con quella della Chiesa; essendo per ciò
molto più vicina all'indole del pensiero italiano che non la filosofia di
Tommaso, che, come il Barzellotti notò {% « ebbe forse in se per eredità
qualche goccia di sangue normanno e tedesco »; mi pare, dico, che il pensiero
mistico e platonico trovi nella Divina Commedia un'eco molto maggiore di quella
che comunemente si crede anche da valenti filosofi. Certo essi esagerano quando
ingannati dall'onore reso nel limbo al mastro di color chs sanno, cioè al
conoscitore maggiore che fu mai, dicono che la Divina Commedia è una Somma
tradotta in versi (^). Comunque sia, è noto che Aristotele in sul finire del
Medio evo, sopratutto per colpa degli orientaU panteisti, i quali più che
commentarne i Ubri tendevano a travisarne il pensiero, apparve quale gigantesca
minaccia contro la Chiesa e il sentimento rehgioso. E già su la fine del
duodecimo e il principìo del tredicesimo secolo AiAimco di Bena e Davide di Dinantson
condannati entrambi quali eretici, e nel sinodo di Parigi nel 1909 si decreta
che sia proscritta da Parigi la lettura delle opere di Aristotele « de naturali
philosophia Sorge allora l'altra scuola della scolastica che movendo dal mite
razionalismo del credo ut intelligam di Anselmo, è tutta piena della grande
Somma del santo di Aquino. Questi, avendo vigorosamente combattuto Averroe
("), si rivolse indi ai libri di Aristotele, di cui si procurò la
traduzione migliore che potè, e cercò di vincere anche questo grande terrore
della Chiesa, cristianeggiandone il pensiero e incatenandolo prigioniero al
trionfo del cattolicismo. In verità fu una grande vittoria; ma degenerata in
esagerazione e ridottasi la filosofia a una formula sofistica, s'inizia l'ultimo
periodo della scolastica, che cade nel tempo del lavoro massimo di Francesco
P.; il quale, visto il dissolversi del grande edificio, ne promosse in Italia
prima di ogni altro la distruzione. I maestri di Teologia si eran ridotti a una
profana e bugiarda dialettica, e imbrattavano il sacro nome di Dio facendo
gl'indovini e gl'incantatori. E la filosofia medesimamente era una logica
dicace; e come le teologia circoscriveva (dice P.) l'onnipotenza divina con
'gonfiati sofismi e a Dio poneva stoltamente legge, così quella prese a
disputare dei segreti della natura con tanta leggerezza che parve spudorata. I
dialettici finirono col prendere sommo diletto solo della contraddizione, e non
gik di trovare il vero ma solo di altercare si proponevano; e gli scolastici in
generale erano tutti ciarlieri e vanitosi e si davan vanto di essere solo essi
filosofi: ma la loro non era la vera filosofia < che negli animi ha sede più
che ne' libri e meglio di fatti si nutre che di parole > (*^). Di qui la
grande guerra mossa ad essi da Francesco P. per tutte le sue opere, nelle quali
si mostra acerrimo nemico della filosofia contemporanea. Ma in quest'opera di
distruzione è merito grandissimo del P. l'avere salvato sempre il rispetto e il
nome di Aristotele. « O esotica dottrina (egli dice de' dialettici e degli
scolastici) (^*) e mai non sognata da quell'Aristotele di cui costoro infamano
la memoria! »; e altrove: « essi si coprono con lo splendore del nome di
Aristotele; ma Aristotele, uomo di ardentissimo ingegno, delle più sublimi cose
a vicenda e disputava e scriveva. E se così non fosse, onde sarebbero a noi
venuti tanti volumi, obietto di immensi studi e di sterminate vigilie? ) Che se
alcune volte dovè schierarsi contro la dottrina aristotelica, egli fece ciò
molto rispettosamente, come non di rado fa con Cicerone e con Seneca e con
Platone medesimo. E se si trovò a doverne diminuire la fama tanto per lui
preziosa, di eloquenza, egli premise che avendo scritto Aristotele di retorica
e di arte Qpetica valorosamente, riteneva per certo che i traduttori latini o
per pigrizia o per invidia o piuttosto per ignoranza l'avevano guastato (*®).
Egli per ciò sostenne fortemente che s'ingannavan tutti trovando tracce
d'eloquenza nelle traduzioni aristoteliche; e mise così grande desiderio di
conoscere le dottrine nel testo, come poco di poi accadde. Credo che si possa
concludere che anche per P. Aristotele è il ìnaestro di color che satino^
inteso nel senso delle parole su citate. Ma ciò non toglie ch'egli non potesse
preferire Platone ad Aristotele per ragioni che ora vedremo. Del resto il
grande colosso non era stato debellato dal grande d'Aquino? e P. non era libero
ormai di scegliere quella filosofia che più gli piaceva? Neppiu'e nel De 8ua
ipsius et multorum ignorantia egli mosse guerra al culto delle aristoteliche
dottrine, ma all'arabo commentatore e ai presuntuosi suoi seguaci. Il grande
panteista aveva intimorito il Medio evo col suo pensiero incredulo che si
rivolgeva sopratutto contro il cristianesimo. AQUINO (vedasi) lo combattè
valorosamente: tuttavia la vittoria non fu forse compiuta se alla metà del
secolo XIV frate Urbano per il suo commento ad Averroe era con titolo d'onore
chiamato Averroista philosophus 8ummu8, e Pietro d'Abano esaltava Averroe nel
Conciliatore. E Dante, piuttosto che nel cerchio degli eresiarchi, perchè
l'aveva collocato nel castello de' sapienti con gli spiriti magni? Renan non sa
rendersi ragione per che P. si schierasse contro l'averroismo. Alcuno gli ha
risposto che P. confessava di sentire ripugnanza per tutto ciò che venendo
dagli Arabi tendeva ad ecclissare la gloria del genio classico: (**) sarebbe
insomma una ragione al tutto umanistica. Mi pare che sarebbe meglio dire che
egli doveva aver poca simpatia per un popolo maomettano che con i Turchi
contribuiva a tener schiave le terre che videro il grande dramma di Cristo
(^®). Ma ad ogni modo la ragione vera non è neppur questa. L'averroismo, che
rappresentò per alcun tempo la libertà del pensiero contro le scuole
teologiche, > aveva preso in alcuni luoghi d'Italia un significato
tutt'altro che filosofico, tentando di rovesciare non solo il cattolicismo ma
ogni pensiero religioso e di instaurare l'empietà (*^) : e contro di esso P.
già vecchio combattè una memorabile battaglia. Ma da che quella setta più che
filosofica era in alcuni luoghi, come in Venezia, divenuta scuola d'irrehgione;
cosi non è poi a far meraviglia, come molti fanno, che nel De stia ipsius egli
combatta Averroe non con argomenti strettamente filosofici, ma con pensiero
essenzialmente religioso. Né scrisse per bile, avendo preso la penna solo dopo
un anno e più da che seppe delle critiche de' quattro averroisti veneti, mentre
un dì risalendo le acque del Po si sentì annoiato del non far nulla. Da molto
tempo inoltre egli aveva pensato di scrivere qualcosa di simile, anche prima
che Donato lo spingesse a ciò ("). Quando mise alla porta quell'averroista
che in presenza sua e in sua casa bestemmiavo, di Cristo e della sacra
Scrittura e del Cristianesimo, lo accompagnò con queste parole: « Vecchia è per
me questa contesa con altri eretici pari tuoi ». E altrove scrivendo ad
Antonio, figlio di Donato, gli raccomanda di tenersi lontano dall'averroismo: «
sii divoto, cerca la scienza, ma più di quella la virtù. Averroe, nemico di Cristo
sia da te fuggito come nemico. Così che il De sua ipsius in fondo è un trattato
scritto non contro Averroe, sì bene contro l'irreligione che ne' suoi tempi
imperava sovrana ("). Ne tuttavia al P. sfuggiva che la corruzione
religiosa aveva la sua radice nel pensiero filosofico; e con tutta sincerità,
invece di far pompa di un'erudizione che a lui dopo i lavori di S. Tommaso e di
altri non doveva, credo, esser difficile procurarsi; impedito di approfondire
la sua scienza filosofica dalle molte faccende e dalla salute tristissima;
scrisse al padre Marsigli agostiniano, affinchè si preparasse con profondi
studi a scrivere: « un trattato contro quel rabbioso cane ch'è Averroe, il
quale agitato da infernale furore, con empi latrati, e con bestemmie da ogni
parte raccolte, oltraggia e lacera il santo nome di Cristo e la cattolica fede
»: e aggiungeva: <f Io, come sai, vi posi mano; ma parte per le faccende mie
cresciute a dismisura, parte per manco della necessaria scienza fui costretto a
deporre il pensiero. Se la battaglia contro l'averroismo fu fiera, benché tarda
e breve; ciò non avvenne della lotta contro i nemici di Platone, la quale
occupa gran parte della vita e dell'opera sua. Quali scritti di Platone
conosceva P.? Si suol credere che solo del Timeo tradotto da Galcidio avesse
egli conoscenza. Certo egli ne possedeva le opere in greco e alcune di. queste
conosceva almeno in parte. Contro i denigratori di Platone così egli scriveva:
« Ho io a casa sedici e anche. più (sexdecim vel eo amplius) de' libri di Platone:
ed essi dicono che ne ha scritto uno o due »; e aggiunge: « stupebunt si haec
audient >. E però il Fiorentino nota giustamente: « Una certa meraviglia
farà anche oggidì il sapere che non solo in greco, ma tradotti in latino -aveva
P. alquanti dialoghi non visti per lo avanti; perchè di questa traduzione non
han fatto menzione neppure coloro che han discorso de' platonici libri
posseduti dal gran poeta » (-^). Infatti P. afferma (*') che egli di Platone
possedeva tutto ciò che da' latini fu nella lingua patria tradotto; e il resto
egli, pur non giovandogli, tuttavia si dilettava vedere nella greca veste; e
proponeva di dedicarsi allo studio di questa lingua: « né voglio (egli scriveva
vent'anni prima di morire) al tutto deporre la speranza di fare in questa età
alcun profitto, sapendo che tanto ne fece Catone nell'estrema vecchiezza ». Ora
si noti che le lezioni di greco, da Barlaam impartite al P., sebbene brevi, pur
non dovettero essere, io credo, un esercizio affatto grammaticale, come a' dì
nostri costuma nelle prime scuole; ma probal)ilmente esse eran date su i testi
stessi di Platone: e non è poi strano a pensare che Barlaam stesso gli facesse
de' brani principali la traduzione (*^). So bene che di tutto questo non si può
recar prove certe; ma d'altronde non posso credere che P., il quale cita sempre
le dottrine degli autori a lui cari riferendosi o al testo o all'autorità di
alcun altro che egli nomina sempre (sì che giunge, come nel Rerum
Meìuorandarum, a notare le parole e le frasi ch'egli prende a prestito da
Cicerone o da Seneca o da altri), parlasse poi più volte del Fedone, del
Critone (*^) e del Fedro e del De Repubhca e del De Legibus e dell'Apologia
senza conoscerne più o meno adeguatamente alcuna parte (^^). Certo oltre il
Timeo anche il Fedro era stato tradotto in latino, come attesta Coluccio
Salutati (^*); laonde si può tener per fermo che in Italia, non solo prima
della venuta de' greci, ma prima ancora che Leonardo Bruni desse principio alle
note traduzioni, Platone era stato in parte tradotto. E in ogni modo P.
conosceva la dottrina platonica più e meglio che per i libri di Cicerone e di
Agostino, nei quali essa è o monca o nascosta o trasmutata, per il libro non
inelegante di L. Apuleio Medaurense intitolato De Platone; nel quale oltre che
la vita sono esposte di Platone tutte le dottrine: « De Deo, de Ideis, de
mundo, de anima, de natura, de tempore, de stellis erraticis, de animalibus, de
providentia, de fato, de daemonibus, de fortuna, de partibus animae et corporeo
singulari domicilio, de sensibus, de figura corporis humani ac dispositione
membrorum, de divisione honorum, de virtutibus, de triplici virtute ingeniorum,
de tribus causis appetendorum honorum, de voluptate,^ de labore, de amicitia
inimicitiaque, de turpi amore, de trihus amorihus, de speciebus culpabilium
hominum, de statu et morihus atque exitu sapientis^ de civitatibus,. de
Repuhlica deque eius institutione legibusque optimis. Come si vede sono in
questo schema contenuti tutti gli scritti di Platone, e forse esso è, direi, il
riassunto che delle platoniche dottrine P. avea fatto. Or quale fu la cagione,
per la quale P. a dispetto della filosofia contemporanea preferì Platone ad
Aristotele? — Il Voigt, e dietro lui molti altri, movendo dall'affermare che P.
non conosceva le dottrine né dell'uno né dell'altro danno risposte molto varie:
trovando la cagione o in un innato sentimento di simpatia; o nel desiderio di
contraddire, levando il primato ad Aristotele, alla filosofia del tempo; o nel
volere P. seguire costantemente il giudizio di Cicerone e di Agostino. Le quali
cose sono tutte vere; ma oltre che rimpiccioliscono grandemente l'opera del
grande Aretino^ mi pare che non colgano il suo pensiero principale. In tanta
idolatra adorazione del nome di Arw stotele si era arrivati al punto che un
amico del P. gli scriveva confessando candidamente di credere che Platone fosse
un poeta e non un filosofo. A lui fra meravigliato e indignato rispondeva P. f
^): l'universale consenso dei dotti ha proclamato Platone principe de' filosofi.
Cicerone, Agostino ed altri mille, mentre Aristotele in tutti i loro scritti
mettono sopra gli altri filosofi, eccettuan sempre Platone: or come tu vorresti
farlo poeta? Tullio in certo luogo delle lettere ad Attico non chiamò Platone
suo Iddio? Tutti o in un modo o nell'altro dicono divino l'ingegno di Platone
»; e altrove invoca anche molte altre autorità, quali Seneca e Apuleio e
Plotino « comecché insigne aristotelico ) f ^), e Ambrogio e Agostino. Ma non
l'autorità solamente valse a fargli preferir Platone. Né d'altronde io oserò
affermare che egli per conoscenza delle dottrine platoniche e aristotehche
fosse in grado di tentar la soluzione di quell'arduo problema che poi affaticò
tanti insigni intelletti. Egli è persuaso che Platone fosse divino per ingegno
e insuperato, e che Aristotele fosse un d<iemonium di scienza: sa che alla
sentenza di CICERONE (vedasi) e di Agostino si oppone il grande Averroe che
preferisce Aristotele a Platone, ma non osa neppure di tentarne la confutazione
e canta: ^ Non nostrum inter nos tantas componere litas. Che se nella questione
filosofica egli dovè confessare di non poter esser giudice, non così fu nella
parte religiosa della questione. P. aveva notato che Platone intorno a Dio e
alla creazione la pensava come i filosofi cristiani; laddove Aristotele se ne
scostava grandemente,:dicendo che il mondo non aveva avuto principio, e negando
così la, provvidenza divina che Platone aveva ammessa (®'), Spesso poi nota che
alla filosofia di Platone unus fuerit philosophandi finis et vivendi. E se nel
De remediisy oltre ad altre cosuccie, lo biasima meravigliato che vecchio
cedesse alcuna volta alla lussuria, pure (forse pensando a ciò che a lui
giovine era avvenuto) non manca di osservare che per tutto il resto il grande
Ateniese fu di ottimi costumi, e morì di ottantun anno, numero phe contenendo
due volte il nove per fattore attesta la santità della vita sua (^^). Tornando
ora alla dottrina platonica, egli ammirava quanto profondamente avesse gittato
lo sguardo nella intimità dell'anima umana, e vedesse ciò che prima era misto e
confuso divenire segregato e distinto: perocché «> seguendo la scorta della
natura » vi scoperse la triplice sede dell'anima, cioè la triplice
manifestazione sua (^^) dell'ira nel petto, della concupiscenza sotto i
precordi, della ragione nel capo come in munita rocca quasi a indicare «
l'impero e la sovranità di lei su le umane passioni. Inoltre P. osservava
acutamente che Platone per primo aveva congiunto la filosofia naturale, appresa
alla scuola italiana di Pitagora, alla morale e razionale filosofia, appresa
alla scuola di Socrate: e ne concludeva aver la filosofia platonica per questa
triplice unione quel carattere di universalità che le altre filosofie non
ebbero. A questi pregi filosofici poi egli aggiungeva un pregio tale che, tutti
gli altri superando, bastava a mettere Platone molto al di sopra di Aristotele:
vo' dire l'avere veduto e dimostrato l'immortalità dell'anima, che è il
fondamento della vera morale: questo era tal punto che diede poi travaglio
anche a profondi filosofi. E P. lieto di ciò; convenendo con Cicerone che nel
De Republica, parlando della salita delle anime al cielo, aveva detto che sarà
tanto più agile quanto più vissero peregrine al carcere corporeo; nota che tale
è il pensiero di Platone nel Fedro: « nihil aliud esse philosophiam nisi
meditationem moriendi, ubi duae designantur mortes, altera naturae virtutis
altera, quarum primam nullatenus nec accersendam nec timendam, sed aequo animo
expectandam Non par egli di sentire già il cantore de' Trionfi e della morte
non più triste delle ascetiche contemplazioni, ma bella nel viso di Laura? E
qui P. confessa di credere con Platone nell'esistenza futura delle anime negli
astri (^^), dove è la vita di perfetto amore: della dottrina platonica
dell'amore è, si può dire, un vivo commenta gran parte del Canzoniere. # « «
Ora tutte queste osservazioni, e altre ancora che per non uscir da' limiti
importimi dal tema tralascio, io credo che abbiano una remota e viva sorgente
nel pensiero cristiano di Francesco Petrarca, il quale credeva in un rapporto
ben piti che casuale fra la dottrina platonica e la predicazione di Cristo.
Egli dice che Platone solo fra tutti i filosofi antichi ebbe sentore della
nuova fede: perocché ne' suoi viaggi in Egitto avrebbe avuto notizia e
conoscenza della bibbia e della predicazione profetica. Tale credenza ch'egli
derivava da Apuleio e da Agostino era stata un tempo tema di molte dispute;
tanto che alcuni eretici avevano anzi detto che Cristo non predicasse infine che
le dottrine platoniche. Agostino stesso del resto aveva, come anche il Petrarca
notò (*®), trovato ne' platonici quasi tutto il proemio del vangelo di S.
Giovanni (in principio erat verhum etc). E P. si diffonde con evidente
compiacenza su questa questione, e conclude: « nemo dubitat quanta sit inter
illìus opinionis et Christianorum fidem paritas »; si legga, ei dice, il
settimo libro delle Confessioni di Agostino, « ubi reperietur in omnibus fere
quae de verbo Dei dicuntur a nostris Platonem consentire, praeterquam in
susceptione humanae carnis, ubi non contraddixit ille, sed siluit ). Filosofia
della religione- Paganesimo e Cristianesimo - Se P. sia Cattolico - Colui che
fece per viltade il gran rifiuto. Cristo più propizio che mai allora si
dimostrò quand' era di creta ». I pare che si possa sin d' ora concludere^ 'che
il pensiero filosofico di Francesco Petrarca non si può comprendere se non se
ne cerca la radice nel pensiero religioso. Anzitutto è innegabile che egli al
pari di tutto il Medio evo, come si disse, sentì il bisogno fortissimo di una
fede; ma in lui oltre che il sentimento è anche un manifesto concetto
religioso. Nel De ocio religiosorum (^') P., prenunziando pur lontanamente il
Renan, risale all'origine e alla storia delle religioni positive; e trova che
avendo voluto i re antichi eternarsi nell'arte, i successori ne fecero dei: sic
paulatim religiones esse ' coeperunt. Vede sorgere così nell'Egitto il culto di
Iside, presso i Mauri di luba, presso i Macedoni di €abiro, presso i Cartaginesi
di Brama, presso i Latini di Fauno, presso i Sabini di Santo, presso i Romani
di Quirino, presso gli Ateniesi di Minerva,^ in Samo di Giunone, in Pafo di
Venere, in Lemno di Vulcano, in Nasso di Libero, in Delo di Apollo. I poeti
contribuirono alle leggende, e co' poeti gli artefici, come in Grecia. Ma, egli
aggiunse, questi dei furono uomini, e Cicerone stesso nelle Tusculane questo
affermò. Ma la religione vera deve essere quella che fa capo a Dio veramente.
Ed ecco presentarglisi allora le religioni medioevali: l'ebraismo, il
maomettanismo, l'averroismo, il manicheismo e l'arianesimo; e' vistele tutte
cadere nella contraddizione conclude: « sì Christo non creditur, cui creditur?
»: all'Anticristo no, perchè egli verrà come nemico; al Messia futuro no,
perchè egli è già venuto. Né tuttavia si dissimula la difficoltà di credere
all'incarnazione, alla concezione, alla risurrezione di Cristo: « magna sunt,
fateor, sed quid horum omnium impossibile Deo est? >. Inoltre egli vedeva in
tutta la religione pagana e ne' suoi scrittori una lenta preparazione dell'idea
cristiana. Le profezie stesse della Sibilla Cumana s'accordano
meravigliosamente al racconto .de' libri santi, sì che un evangelista, dice,
non avrebbe potuto parlar più chiaramente: e un'eco degli oracoli cumani ei
vide, come è noto, in Vergilio. Ed ecco Platone essere il filosofo vero perchè
in tutti i suoi libri cerca il Sommo sd Unico bene; e a Platone succedere,
soltis imitator, Cicerone, al quale P. in più di una questione presta fede
maggiore che agli scrittori cattolici; e a CICERONE (vedasi) succedere poi
Agostino che, mentre Girolamo in sogno sentiva rinfacciarsi dal giudice eterno
il nome di ciceroniano, egli al contrarlo non solo pasceva la mente dei libri
di Platone e di Cicerone, ma confessava chiaramente avere in essi trovato gran
parte della cristiana religione e per essi dalle fallaci speranze e dalle vane
contese essersi rivolto alla contemplazione dell'unico vero. Ed ecco infine P.,
come in Platone l'eco delle ebraiche profezie, così in Seneca trovare tanta
somiglianza con la cristiana dottrina che non dubita il romano filosofo esser
stato in relazione epistolare con san Paolo (^*). Ed ecco dunque misticismo e
razionalismo, fede j e paganesimo fondersi nel pensiero religioso di Fran- ^
Cesco P.. Al quale è quindi inutile affatto chiedere a quale scuola filosofica
egli appartenga; perocché così risponderebbe: « io una volta sono Peripatetico,
un'altra Stoico, talora Accademico e tal'altra non sono nulla di tutto questo,
quando cioè si tratti di alcuna filosofia che alla vera e santa fede nostra sia
od anche paia essere in contraddizione. Dentro questi confini soltanto è lecito
a noi seguire le filosofiche sette, finché cioè non repugnino al vero e
dall'ultimo fine non ci allontanino. Se mai di questo si corresse pericolo, a
Platone,, ad Aristotele, a Cicerone, non ostante la sottigliezza di argomenti
eleganza di stile autorità di nome, si volgano pur le spalle. Insomma, siccome
suona il nome di filosofia, se vogliamo esser filosofi, dobbiamo amare la
sapienza: e poiché sapienza vera f di Dio é Gesti Cristo, ad essere veri
filosofi lui sopra tutto dobbiamo amare ed adorare: e in tutto e per tutto
dimostrarci cristiani. Perocché soltanto il Cristianesimo è oggi la vera
filosofia (^*). È egli P. nel sìw pensiero altrettanto cattolico, quanto
cristiano? La risposta è più difficile a darsi di quel che non paia. Certo se
per cattolicismo intendiamo le pratiche esterne del culto che accompagnano la
fede, egli è cattolicissimo, adempiendo scrupolosamente i propri doveri
religiosi (^^). Ma nelle sue opere egli non parla mai né di dogmi della Chiesa
né di santi né di miracoli ("): l'inferno ha perduto il suo fuoco, e il
Papato il suo entusiasmo. Non parlo delle lettere aine tiiulo <5he sprizzan
fuoco diabolico sì che il pio Fracassetti si rifiutò di tradurle perché, disse,
indegne non pur di cattolico ma di uomo ragionevole. Ma in una lettera senile
(^^) egli annovera fra le quattro tentazioni della vita cristiana le continue
crisi e le battaglie interne create dallo stato della Chiesa; lasciando così
intendere chiaramente che gli scandali del Papato potevano a ragione indurre
nella tentazione del dubbio su la veracità delle dottrine ecclesiastiche la
mente del credente. E nel De vita solitaria (^*) egli dichiara apertamente che
la cattolica fede aveva sofferta la maggiore iattura per colpa della Chiesa. E
nel Be remediis (^') ricorda che i pontefici antichi non avevano tante
ricchezze: essi erano guide del cristianesimo sacre al martirio. Oggi invece, egli
dicessi usano tutte le turpitudini per giungere al papato: « quod sacrìlegium,
pudendum vel diclu est, magnis saepe muneribus quin et pactis et sponsionibus
spes enitur sacerdotii pinguioris »; e segue: « Ghristiano homini quomodo
liceat ambire Pontificatum non video. Non modo largitione profusissima, sed,
quod non multo minus est, turpibus blanditiis atque mendaciis indignis viro
artibus sed comunibus adeo ut hasc fere iam unica sit in altum via ». « Queste
parole ci danno chiaramente la ragione della diversità del pensiero
petrarchesco da quello di Dante in una questione non priva d'importanza. Dante
guidato da un pensiero politico, aprendo rinferno vede affacciarsi per primo un
Papa: Celestino V, colui che fece per viltade il gran rifiuto. 11 P., che conosceva
già l'Inferno dantesco, forse anche al verso del grande fiorentino pensava
quando nel De vita solitaria ci presentò Celestino con queste parole: « (il suo
rifiuto) vintati animi quisquis volet attribuat, licet enim in eadem re prò
varietate ingeiniorum non diversa tantum sed adversa sentire »; ma per lui
Celestino V, che non salì mai il trono pontificio, è il pontefice più grande, e
si duole grandemente per pochi anni di differenza di non averlo veduto. E si
rallegra che altri molti dell'ordine suo religioso abbiano rinunciato alle alte
cariche ecclesiastiche; e soggiunge: « irrideant igitur, qui viderunt quibus
prae fulgore auri et purpurae squailidus opum spretor et paupertas sancta
sordebat, nos hominem hunc miremur »; e finisce con acre ironia ringraziando
Iddio di aver dato al cri-^ stianesimo siffatta pusillanimità (pumllanimitatem
huiuncemodi). E non solo al papato dà sì forti rampogne, ma arriva ben anche a
inveire contro l'oro e le gemme e l'argento che adornano gli altari. Cristo,
egli dice, più propizio che mai si dimostrò quando era di creta: voi dite di
far questo per onorarlo, quasi che egli non amasse maggiormente le Spoglie dei
poveri, la virtù e la devozione. E, aiutandosi oltre che col Vangelo anche con
le sentenze di Seneca, conclude: « dell'oro vostro Cristo non sa che si fare,
né delle vostre superstizioni ei punto si piace: non altro egli chiede che
buone opere, onesti pensieri, umili desideri di cuore mondo e puro. Com'entra
l'oro fra queste cose? Né con questo io credo di aver posto ben in chiaro il
pensiero del P. su la Chiesa: so bene che occorrerebbe una più minuta ed esatta
disamina. Ma credo che non a torto Paolo Vergerlo ih Giovine e Matteo
Francowitz furon tratti ad annoverare P. fra i precursori di Lutero; e a
ragione il Fleury espresse dubbi su la ortodossia di lui. Filosoficamente poi
si può affermare che il pensiero di P. è un ritorno alle pure scaturigtini
della predicazione di Cristo, e alimenta la grande corrente di sano misticismo
che a traverso le diverse lotte filosofiche e le opposte scuole sboccò
terribile nella riforma dopo più di un secolo. Se P. sia un mistico - Varie
specie di misticismo - Il De vita solitaria - Il De ocio religiosorum -
Ascetismo e sano misticismo. « Vita Solitaria liUerarum ignaris gravior ntorte
et mortem alkUura ». L misticismo è la più alta espressione filosofica del
concetto e del sentimento religioso. È quindi necessario affrontare- questo
problema, intorno al quale molto si parla, ma poco si chiarisce nei libri che,
specialmente negli ultimi tempi, trattarono dd P.. Innanzi tutto è bene
intendersi: non credo che si possa parlare di una vera scìwla mistica in
Italia: il misticismo è una qualità comune a molti sistemi filosofici che sono
infine ben diversi, come quelli di Agostino o del pseudo Dionigi o di
Bonaventura. Poi c'è un misticismo non di sistema filosofico alcuno, ma
scaturiente dal sentimento religioso popolare: il quale assume anch'esso
infinite gradazioni, come, per esempio, nella predicazione francescana o nelle
profezie ioachimite. Negare nel P. un concetto e un sentimento mistico, come
alcuni han fatto, non mi pare che risponda a verità: e neppure io credo giusto
il considerare con disprezzo il misticismo del P.,.come il Bartoli e molti
altri fanno, quale un ritorno à forme viete di filosofia e di regresso civile.
Intanto P. già toglieva alla teologia tutta la parte arida e dogmatica, quando,
oltre che parlare con disprezzo de' teologi del suo tempo, sosteneva, anche con
l'autorità di Aristotele, non essere la teologia altro che un poema che ha Dio
per subietto, e ricordava che i primi teologi furono poeti. Po i egli nella
storia dell' uman genere non vide più con Agostino tutta una provvidenziale
preparazione e una mistica rappresentazione di una futura città di Dio: che anzi
qua e là in numerosissimi passi delle sue opere comincia con lui la filosofia e
la critica della storia intesa nel senso moderno {^% e con lui veramente si
passa dalla città di Dio di Agostino alla città terrena dell'uomo. Queste cose
considerando si potrebbe forse concludere che i tanto decantati rapporti fra P.
e la filosofia agostiniana sono in verità molto minori di quello che si crede.
Si consideri infatti che, sebbene gli elogi e gli entusiasmi del P. per
Agostino siano, più che numerosi, continui; tuttavia egli di Agostino cita
sopratutto quella parte filosofica che ha rapporto con il sentimento e il
concetto religioso e cristiano. Inoltre prendete le Confesaiones, che è il
libro più caro al P., e voi v'avvedrete che egli mostra appena di aver compreso
che la grandezza sua è negli ultimi libri che sono affatto metafisici,
rappresentando l'ultimo volo di quella mente altissima. Più ancora egli si
scosta dal misticismo più vero che è rappresentato dal De lerumlem CoeiesUy e
che nel Paradiso di Dante ha sì grande cantore {^% San Paolo e Dante
discendendo dal Paradiso si contentarono l'uno di tacere, l'altro di cantare:
vidi cose che ridire né sa né può qual di lassU discende. Lo spirito umano,
secondo Dionigi, sale a Dio, cioè alla verità, solo con l'aiuto delle schiere
angeliche, le quali mentre ne aiutano la salita, col loro frapporsi vengono
anche a ritardarla; e la natura ugualmente, pur essendo scala a Dio, è anche
l'ostacolo maggiore che ce ne toglie la visione. Al più si può dire che alcune
volte P. sale a cime tanto vicine all'idealismo che rasentano il misticismo
filosofico: così egli crede che alcuno possa aliqtw afflatu divino divenir
dotto uomo, in virtù di un maestro celeste « qui intus in anima docet hominem
scientiam »: e par un ioachimita o un* precoce ontologo. Ma chi ben osserva
s'accorge subito che egli anche una volta riduce la questione filosofica a una
questione religiosa, affermando quod hoc non solum vera religio sentii, sed
gentilis quoque consentii auctoritcts (*^). E altrove dice che laddove delle
umane cose la verità per esperienza ci si mostra, di Dio invece nulla sappiamo
se non ciò che dalle cose visibili può opinarsi. P. adunque liberato avendo, al
dir di Carducci, Yumano dai vincoli teologici e mistici, « senti che la natura
non è condannata, che non è abominazione quello che umanamente si agita in un
petto d'uomo, che il bello è bene, che la vita ha il suo ideale, che l'anima si
nobilita da sé idealizzando se stessa ». P. infatti ne' suoi libri De vita
solitaria e De ocio religioaorum non si discosta meno che altrove dalla
tendenza mistica che condusse gli antichi asceti ne' deserti della Tebaide o a
popolare i chiostri per tutte le parti del mondo cristiano. Consideriamo
brevemente il primo trattato che è quasi prefazione all'altro, come P. stessa
ci avverte. Egli sin dal principio confessa bene di sapere che altri santi
avevan scritto della vita solitaria, e fra essi Basilio; ma non ne conosce che-
il titola (De solitaria^ vita^ latidibus); e non si è dato neppure pensiero di
prepararsi a scrivere con lo studio de' predecessori suoi, fidando nella
propria esperienza e nell'animo proprio. In verità la ragione è questa, che
egli avrebbe fatto una fatica inutile e avrebbe perduto il tempo. Egli esalta
la solitudine non per se stessa, ma per i beni che arreca, fra i quali primi la
libertà e Vocium. La solitudine del P. non è una specie di misantropia come
dicono, fra gli altri, il Ginguené e il Bartoli: tutt'altro; che anzi egli non
pretende di imporre una regola ad .alcuno, convenendo che ognuno segua l'indole
del proprio animo: a me, egli dice, « non tam pròprio studio alìove monitu ut
ita sentirem quam naturae ipsius persuasione consultum est. Tanto è vero ciò
che confessa di aver scritto questo trattato non per gli altri, ma per sé ('^).
Egli vedeva nella vita solitaria l'ideale della vita letteraria: « quod vita
solitaria litterarum ignaris gravior morte et martem allatura videàtur » ('*).
Naturalmente l'uomo solitario del P. non ha che vedere con l'uomo selvaggio del
Rousseau: in primo luogo perchè egli parla non ai fanciulli né agli uomini
ignoranti, ma a chi già per educazione e per studio sa approfittare di quella
vita; poi perchè protesta di non volere in alcun modo andar contro alla
socialità dell'uomo; che anzi vuole che la solitudine sia rallegrata da una
eletta schiera d'amici e sia così un lavorìo collettivo fecondissimo, un ocium
operativo e utile alla società: « volo solitudinem non solam, ocium non iners
nec inutile sed quod e solitudine prosit multis. i}ui enim ociosi prorsus eos
miseros consentio, quibus nec honesti actus exercitium nec nobilium
studiorum... ». E al Patriarca di Gerusalemme, al quale aveva diretti i due
libri intorno alla vita solitaria, già si accingeva, se quegli non fosse morto,
a scriverne altri due su la vita attiva: segno questo che fra le due opere non
doveva essere contraddizione. Concependo così la solitudine quale luogo in cui
l'uomo, non distratto dalle corruzioni delle città, può con lo studio essere
utile alla umanità, alla quale vuole che i propri studi sian trasmessi
("), P. giunge alla vera definizione della vita solitaria chiamandola vita
filosofica ('^). Nella solitudine infatti egli ebbe ispirazione e agio a
scrivere la maggiore e miglior parte delle sue opere. Nel De vita solitaria
egli ha trattato della solitudine del luogo; ma avverte che ve n'ha un'altra:
quella dello spirito, che chiama ocium: la prima è la preparazione della
seconda ('^). E scrivendo il P. in forma epistolare ai monaci della certosa di
Montrieux non è però a meravigliare che, trattando della solitudine per quella
parte che a monaci s'addiceva, la vita filosofica divenga vita religiosa nel De
ocio. E non mi par giusto dire che questo scritto sia tutto un arido ascetismo:
prima, perchè in esso si parla di molte cose che son tra filosofiche e
religiose; poi, perchè il vacate ut vacetis che è l'intonazione del trattato va
inteso nel senso di non Idborare, e il laborare è definito: currere post
concupiscentias ('^), ossia menar vita mondana e immorale. Che se alcune volte,
come nel primo libro, paia ad ora ad bra ri|:ornare il suono di quelle parole:
quid prodest liomini ecc.; e nel secondo: vanitas vanitatum ecc.; e se P. vede
gli angeli scendere dal cielo a tener dolce compagnia all'uomo che vive in
solitudine (^^): io non negherò che il misticismo di Gersone non abbia lasciato
in questi trattati alcun vestigio qua e là. Si tenga presente che il Medio evo
non era ancora passato. Inoltre io* ricorderò che P., scrivendo st Marco amico
suo (**), che voleva farsi frate, dopo avergli mostrato il pregio maggiore
della vita politica spesa in servigio della propria patria in confronto con la
grettezza della vita claustrale, lo dissuade da tal pensiero: e poteva citargli
anche il proprio esempio. Del Secretum parleremo più innanzi. Intanto noto che
molto erroneamente seguitano alcuni a chiamarlo De contemptu mundio e lo
confrontano poi al De contemptu mundi di Innocenzo III, che il P. forse neppure
conosceva. Quest'opera del noto pontefice è veramente un trattato ascetico,
laddove il Secretum è la storia veridica dell'animo del P., che in esso
trasfuse la foga del suo cuore innamorato di Laura e della gloria. Né il De
Giovanni (^*) pure credo che colga il vero quando lo riavvicina al De contemptu
saeculi di san Bonaventura, che volle davvero con esso persuadere gli uomini a
lasciare il mondo e a ritirarsi a Dio. Senza dire che anche questo trattato non
ha, per l'argomento, che vedere con le intitna confessioni del P. (che tale
infine è il significato del Secretum); ma basta guardare alla conclusione del
filosofo serafico per persuadersi che siamo ben lontani dal pensiero dal P.
espresso nel Secretum e negli altri trattati su detti: « Fugite et salvate
animas vestras. Convolate ad urbes refugii,^ ^d loca videlicet ubi possitis de
praeteritis agere poenitentiam, in praesenti obtinere gratiam, et fiducialiter
futuram gloriam praestolari. Il Petrarca non ha mai parlato in questo modo, che
è la negazione della sua solitudine e del suo ocium, €ome abbiamo notato. Non
si parli dunque di arido ascetismo. Né tuttavia si neghi che il sentimento
religioso del Petrarca non ascenda alcune volte a un mite e sano misticismo.
Imperocché anche a uno spirito sano e pur sinceramente religioso, il quale
pensi che a questa mortai vita un'altra ha a succedere, nella quale si vedrà la
vanità di ogni operazione e di ogni pensiero che non vadano al bene, può
avvenire, io penso, di scrìvere e di sentire molte volte cose simili a queste:
« Ogni volta che io per mezzo della mia ragione mi sollevo in quell'alta rocca
aerea dello spirito che al pari delle cime d'Olimpo ci fa vedere sotto di noi
le nuvole, io sento in qual tenebra, in qual nebbia di errori noi qui su la
terra ci aggiriamo Sono fantasmi che ci tormentano, larve che ci spaventano,
fulmini che ci atterrano e ci trasportano in alto come deboli canne. Il
pessimismo del P.- Il pessimismo Cristiano - La vita umana secondo P. - Il De
remediis utriusque fortunae - P. e il Leopardi - L'acedia e le contraddizioni
del Petrarca hanno radice nel suo sentimento religioso. « Tota philosophorum
vUa comtnetUcUio mortia est > m^'M o penso che con queste parole possa bene
accordarsi ancora 1' amore alla vita, alla bellezza, a ogni grande idea umana,
alla società terrena: intendendo che per un animo naturalmente religioso Y uomo
anche quaggiù ha una missione a compiere e un ideale da conseguire. Vorremo con
spregio chiamar mistici tutti coloro che credono in Dio e nella vita futura?
Forse il segreto proprio della grande anima di Francesco P. non è il misticismo
per se stesso: occorre invece ricercare quale concetto egli avesse della vita
umana. Foscolo nota che P. inclinava a
una sensibilità morbosa, malattia ch'è propria degli uomini di genio: da questa
dipendeva anche il continuo cambiamento di umore e l'animo per natura proclive
alle passioni. Egli ci appare già nel trecento con i segni del morbo di Giacomo
Leopardi. Francesco P. e Giacomo Leopardi sono due nomi che paiono contrari, e
invece sono presso che sinonimi. P. per lungo tempo è stato considerato come il
più felice degli uomini della nostra letteratura; il quale dalla generazione i
cui padri avevano perseguitato e condannato l'Alighieri, riceveva lodi e
trionfi in quantità. Ma chi ha letto tutte le opere del P. può confessare,
credo, che la nota fondamentale del sentimento suo è sempreil dolore, e il
pianto gli sta continuo su gli occhi. Al più egli fu felice sino al 41; ma dal
giorno della sua coronazione le sventure non gli hanno lasciato tregua mai
(**): furono morti di amici a lui più cari, dolori domestici tanto più grandi
quanto meno egli ne parla: le passioni poi dell'anima e del corpo, che in uomo
volgare non apportano grande turbamento, suscitavano in lui tempeste
grandissime; la ricerca affannosa di una felicità ch'ei non trovava lo rendeva
incapace di fermarsi in luogo alcuno. A tutto questo poi si aggiunga l'eredità
che col cristianesimo il sentimento religioso gli aveva apportato: vo' dire il
pessimismo. « È innegabile che la religione cristiana contiene* in sé più che i
germi della funesta malattia: la quale tuttavia potè svilupparsi per un
procedimento storico che, non essendo stato ancora ben definito, sarebbe
argomento di importantissimo studio. Nella, predicazione di Cristo e ne'
vangeli non c'è il disprezzo di questa vita e quel riguardare la natura un
peccato (*^). Ma in seguito il cristianesimo, aiutato in ciò dal dogma e dalla
filosofia, fonda il suo pensiero filosofico religioso su due basi
essenzialmente pessimiste: la colpa originale e la predestinazione. Certo anche
in Platone è qualche traccia dell'hoc lacrymarum valle nella dottrina del
carcere corporeo; e anche Cicerone aveva detto, come P. -spesso ricorda: haec
nostra quae diciiur vita niors est; così che anche ne' filosofi gentili egli
trovava la vita dover essere commenlatio nwrtis. Ma le religioni classiche,
greca e romana, ebbero appena un sentore della grande lotta che stava per
scoppiare fra l'umano e il divino, fra il senso e la ragione, fra l'uomo e Dio.
Nel Medio evo essa scoppiò terribile, e condusse il cristianesimo a parteggiare
per Dio contro l'uomo e l'umanità, per lo spirito contro il senso e la ragione,
per il cielo contro la terra. Nell'animo italiano popolare tuttavia noi abbiamo
già osservato che il sentimento religioso non portò mai il popolo nostro a
quest'ascetismo così fuori della vita umana e sociale, e che ciò fu merito
principale della tradizione classica ereditata col sangue dai nostri padri.' ^E
non ci fa meraviglia quindi che anche P., quasi inconsciamente, cercasse con la
filosofia platonica di nascondere i due punti più pessimisti del cristianesimo
su citati, credendo in un'esistenza futura delle anime negli astri e nella
bontà naturale di ogni anima (®^). Ma la lotta esisteva latente sì, ma feroce:
e P. è il primo uomo che nel Medio evo avverti il contrasto dei secoli, e nel
suo animo profondamente religioso vide concentrate tutte le guerre passate: da
una parte i padri della Chiesa e i santi del Medio evo; dall'altra i classici
latini e la tradizione italiana e la corruzione del Papato. A un amico che
aveagli chiesto qual giudizioegli facesse della vita, rispose^ ^ Sembrami la
vita essere albergo di dolorosi travagli, teatro d'inganni, labirinto di
errori, palco di giullari, deserto orribile, fangosa palude, tenebrosa
spelonca, campo pietroso, tana di belve, sonno inquieto, ridente frenesia,
speranza inutile, gioia bugiarda, riso scomposto, inutil pianto, ansia
perpetua, morbo continuo, doppia malattia, titoli infami, vaso fesso, sacco
sfondato, lusso idropico, avida stomacaggine, nausea famelica, fiore caduco, osteria
di passaggio, carcere tetro, nave senza governo, laccio traditore, scoglio
durissimo, vento impetuoso, turbine nero, pelago procelloso, sentina di
libidine, abisso d'odi, canto di sirena, onorata vergogna, velata ignoranza,
regno di demoni ecc. ecc Ed è peggiore ancora » f ^). ^ È inutile quindi
chiedergli che cosa è la morte: egli vi risponderà che è la fine di ciò che
dianzi ha detto della vita. E chi volesse su questo argomento confrontare P.
con il Leopardi troverebbe che quasi tutti i Canti di quest'ultimo hanno già la
loro ispirazione nel Canzoniere del primo. E pur tuttavia né P. né il Leopardi
hanno nulla a vedere con il pessimismo tedesco o schopenaueriano: che dalle
loro maledizioni scoppiano inconscie le benedizioni, nel pianto trovano la gioia
delle lacrime, nell'odio l'amore; i loro versi indicanti disprezzo della vita
se li metti insieme ne formano l'inno di ammirazione più bello. Ed é per questo
loro stato psicologico perenne che nei loro scritti troviamo serpeggiare il
dualismo,, come due fossero gli scrittori, e nella loro vita dominare sovrana
la contraddizione. Il pensiero della morte riempie gli scritti e la vita loro;
l'uno nel Secretum scrive: patrie iam hominem natum poeniteat (**); l'altro nei
Canti: nasce l'uomo a fati4ui, — ed è rischio di morte il nascimento {^% E al
P. e a Leopardi balena l'idea del suicidio con fiamma solfurea; e l'uno compone
a morto il proprio corpo {^% e l'altro sente già le membra sue sciogliersi e
confondersi nell'infinita vanità del tutto. In alcun luogo P. poi osserva: «
D'esser vivo non si lagna nessuno: tutti della povertà, della fatica, della
vecchiezza, della malattia, della morte metton lamenti, quasi che men della
vita fossero queste cose secondo natura » (^^). Ed ecco balzare una concezione
deUa morte tutta opposta, quella che il Carducci ricorda, la greca eutanasia^ e
divenir bella nel bel viso di Laura e il P. desiderarla come dolcissima cosa.
Anche nell'universo essi videro riflettersi ugualmente l'odio e l'amore. P. del
Canzoniere diventa scrittore del De reniediis, che nella prefazione del secondo
dialogo della fortuna avversa, vedendo l'odio divenir legge universale, giunge
inconsapevolmente alla dichiarazione di un principio che è agli antipodi di
tutta la sua filosofia: la lotta per l'esistenza, ch'egh, precorrendo non so
come lo Spencer, dimostra lungamente per il genere minerale, vegetale, animale,
umano. Ma se voi poi aprite le lettere, trovate al contrario: « Amore unisce e
governa le anime e la materia e tutto l'universo » (^^). Cosi se voi prendete
il Secretum, leggete a una pagina tutta l'esecrazione del peccato di amar
Laura, e nell'altra: « nihil pulchriua excogitari queat »; e non solo egli ama
lo spirito di Laura, ma anche il corpo: « animam cum corpore ». Quest'amore
bello e umano ritorna ad ora ad ora anche nei versi dell'infelice Recanatese.
Che cosa è l'uomo? * Nil miserius homine, nil debilius, nil pauperius »: così
P.; ma intanto riconosce l'importanza dello studio psicologico, aggiungendo: «
nimis magna res est ». Nella prefazione del primo libro del De remediis {^%
considerando le umane cose, dice che noi siamo per natura condannati
all'infelicità: le cose presenti ci annoiano, le passate ci attristano, le
future ci fanno guerra. Così noi trasciniamo una vita, il principio della quale
è posseduto della cecità e dall'obblivione, il mezzo dalla fatica e il fine dal
dolore, e l'errore poi signoreggia tutto. Ciò non accade agli altri animali, i
quali cercano di scampare solo dai mali presen^(i, di maniera che sarebbe quasi
meglio che noi fossimo privi di ragione, perchè voltiamo a nostro danno le armi
della nostra divina natura (^^). Ed egli è tanto persuaso che le ricchezze, gli
onori^ gl'imperi siano grandi fatiche, più gravi della povertà e dell'esilio é
della morte, che imprende a scrivere non per dilettare, ma per far opera
giovevole e dissipare gl'inganni {^^^). E siu dal primo dialogo, parlando della
gioventù, che suol riputarsi un bene perchè più lontana dalla morte, osserva
amaramente: « se due andassero al patibolo chiamereste voi forse meno infelice
il secondo, del primo? ». Così procedendo egli arriverà in questo medesimo hbro
(^^^) a dichiarare che nessuno può quaggiù esser felice mai, neppure colui che
è virtuoso, « qui aeque miser est habendtis ». E si toglie anche ogni speranza,
e l'ultima dea fugge innanzi a questo sillogismo: * chi spera non ha, dunque lo
sperare è privazione, dunque è un'infeUcità dell'anima »; laonde P., ridendo
delle discussioni filosofiche intorno al bene, conclude: « bene sperando et
male hahendo transit vita mortalium ». Né voglio ora neppur accingermi ad
esporre il pensiero del P. intorno alla gloria e alla fama: tutti lo conoscono.
L'autore del Favini ovvero della Otaria ha ridotta in nuova forma ciò che nei
Trionfi € nel Secretum e in quasi tutte le opere petrarchesche è ripetuto. Al
contrario, come il Leopardi per la gloria sopratutto scrisse e visse, P.
medesimamente aveva confessato nel Secretum di aspirare alla umana gloria: « ut
mortalium rerum inter mortales prima sit cura transitoriis »; d'altronde,
aggiunge nel De remediis {^^% tutti i più grandi uomini haii bramata la gloria
umana, benché questa sia molto grave per i continui affanni che apporta: «
durum «erte, sed tollerabile, imo et invidiosum et optabile ». Ed ecco uscire
una falange di critici poco benevoli i quali si dolgono che messer Francesco,
dispregiando tanto l'umana vita, abbia sino alla morte cercato Laura e il dolce
lauro. Certamente poi prende un grosso abbaglio il Koertiiig quando vuol fare
del pessimismo del Petrarca un anticristianesimo (*^^): esso ne è anzi la
logica conseguenza. Il pessimismo del P. e quello del Leo' pardi hanno per
comune fondament o la noia di questa vita; ma poi si discostano grandemente in
questo, che P. ha ancora un profondo concetto religioso; nel Leopardi al
contrario è succeduto il dubbio alla fede, e la religione s'è trasmutata in un
panteismo filosofico: Torquato Tasso col suo doloroso dubbio è forse, per
nascosto tramite, l'anello di congiunzione fra il trecento e l'ottocento.
Concludendo, noi intendiamo che la malattia del P. di cui si confessa egli
stesso, cioè la famosa acedia o aegrUudo animi, sia veramente quel morbo
terribile che il Cristianesimo ha lasciato in eredità alle anime che più
sentirono il bisogno di amare e di credere insieme, di accordare la ragione con
la fede, lo spirito col senso: l'ultimo grande malato di acedia, ma già
inguaribile, fu il Leopardi. Certamente dunque errano coloro che sentenziano P.
essere stato né più ne meno che uno scettico, e confrontano il Leopardi con lo
Schopenauer: essi non tengon conto dell'importanza e profondità e varietà del
pensiero religioso ne' grandi nostri. Tutte le contraddizioni di Francesco P.
si riducono infine a questo: che il suo pensiero religioso vacillava fra la
tristezza del cristianesimo e la serenità delle religioni antiche, fra
l'autorità de' libri santi e lo scandalo vivente della Chiesa di / Roma, fra il
Medio evo e il Rinascimento. Il pensiero religioso voleva in lui divenire
pensiero filosofico; e nel terribile sforzo P. ne sofferse grandemente, ma aprì
la via al quattrocento e a Telesio e a Pomponazzi e a Bruno e a Campanella. P. non è
strettamente un filosofo [cf. H. P. Grice: Two senses of ‘philosopher’:
professionally engaged in philosophical studies; disposed to provie general
reflections about life. Ma
ne' suoi scritti è un ampio contenuto filosofico - E aveva ancora ingegno
filosofico - Il P. e la scienza - Meriti filosofici del Petrarca - Il Rerum
memorancfarum - Carattere morale, sociale e politico della nuova filosofia. Andar
dobbiamo in tracce di nuove cogniMtoni indefessamente finché ci duri la vita EL
pensiero religioso adunque di Francesco P. sono da ricercarsi il pensiero e il
concetto ch'egli ebbe della nuova filosofia. Con questo non intendo di scemare
il merito suo. I suoi libri sono pieni della filosofia antica e moderna: e
credo che tutto Cicerone sia in essi trasfuso, e che Agostino e Lattanzio e
altri molti trovino in essi tanta parte delle proprie dottrine che volendo
anche solo riassumerle non basterebbe un grosso volume {^^^). Ma nel grande
crogiuolo, per così dire, della sua mente, tutto acquista uno scopo e un
carattere subiettivo proprio del P. (*^'). Il quale perciò molto liberamente
prende intorno al suo argomento le opinioni di ogni scuola che a lui sia utile,
a costo di cadere in contraddizione filosofica {^^^). Quindi (egli stesso lo
afferma) non è giusto, come molti fanno, chiamarlo né peripatetico né
accademico, né stoico; e neppure eclettico, perché l'eclettismo {^^^) e una
sapiente ricostruzione con argomenti tolti da molte filosofie, sì che formino
Town unico edificio: nel P. questo non è. Né, €ome abbiam visto, egli è
filosofo mistico né razionalista, benché misticismo e razionalismo abbiano sì
grande parte nelle opere sue. Dunque il Petrarca, per questo rispetto non si
può chiamare filosofo: ciò non toglie ch'egli nella storia della filosofia non
abbia diritto a un posto importantissimo. Vero é che P. aveva ingegno
filosofico e nelle sue opere sono infiniti i brani che ne dimostrano l'acutezza.
Osserviamone alcuni brevemente. A Cicerone che aveva detto gli uomini
sovrastare ai bruti per la favella, P. fa osservare che la facoltà discorsiva
presuppone l'altra intellettiva, e che se quella mancasse basterebbe questa
perché l'umana specie fosse molto al disopra dei bruti: ai quah tuttavia, se
non furon dati l'intelletto la scienza e la memoria, é da riconoscere alcun che
di simile all'intendimento e alla discrezione (^^^). E al pari di Dante che con
novità aveva nel Convito definito la filosofia un amoroso tiso di sor pienza,
egli, combattendo i cattedrari e plebei filosofi del tempo, affermò che essendo
la filosofia amore, cioè desiderio di sapienza, ogni uomo che la vuole può
amandola conseguire. Che se alcuno gli facesse obiezione che non tutti nascono
con uguale ingegno, egli risponderebbe essere necessario star contenti fra i
termini che al nostro ingegno posero Dio e la natura: « imperocché fino a tanto
che aDdremo in traccia di nuove cognizioni, e andar vi dobbiamo indefessamente
finché ci duri la vita, luoghi tenebrosi e oscuri ci si pareranno d'innanzi
ogni giorno per entro i quali cercherà invano di penetrare la nostra ignoranza:
e quindi a noi tristezza rancore e dispetto contro noi stessi; ed ecco la
scienza che ti promettevi ricca sorgente di puro diletto fatta cagione di
molestissimo affanno e della vita nostra non più fida scorta, ma morbo
micidiale. Deesi con lo studio aiutar l'ingegno, non sforzarlo dove salire non
poi^sa, che ciò facendo cade a vuoto » (**^). Anche in ciò mi pare che il verso
dantesco spesso frainteso: state contenti umana gente al quia; non potrebbe
desiderare miglior commento. Chi accuserà Dante Alighieri di avversar la
scienza, per cercar la quale egli condotto di girone in girone, di balzo in
balzo dà l'esempio più manifesto del cammino dell'umano sapere che di collo in
collo ricerca affannosamente il vero? Nelle parole del P., in quell'andar
indefesso finche ci duri la vita, è un forte sentore di quella dottrina che il
Vico e gli Enciclopedisti chiamarono dei progresso. Certo non ne mancava la
fede a chi scriveva: « Scorrano più* dopo noi altri dieci mila anni, si
accumulino secoli a secoli, mai non sarà chiusa la strada a nuovi trovati »
{^^% Evidentemente siamo ben lontani dalla filosofia del tempo che nelle scuole
insegnava ogni verità essere nei modi del sillogismo contenuta. Ma « la
dialettica (scriveva P.) è un mezzo e non un fine, come al contrario stimano
essi »; ed ei voleva non che ne lasciassero lo studio, ma che s'affrettassero
in quello, affinchè loro fosse scala a cose più alte. Egli per primo nel suo
tempo diede esempio della nuova filosofia, ripristinando il metodo latino di
trattazione che già aveva fatto mirabili prove con Seneca e con Cicerone e
anche con Platone e con Agostino. Così sciolse le ferree catene che spesso nel
Medio evo tolsero le ali a fortissimi ingegni, e- ravvivato alle fonti della
natura e della vita umana il contenuto della nuova filosofia, essa potè poi
spiccare il volo alla grandezza del Risorgimento e della moderna filosofia Quale
concetto ebbe P. della nuova filosofia e a qual ufficio la destinava? Il Rerum
memorandarum doveva esserne un primo esempio, iniziando un commentario di tutte
le virtù. Ma, così come ci è giunto, non è che un insieme disordinato di alcuni
appunti: i quali paiono colonne grandiose di un tempio non più eretto. Si
comincia dalla prudentia, e dìstinguesi in memoria, intelligenza, provvidenza:
Tintelligenza, pure ch'egli definisce cognitio rerum praesentium, distinguesi
in speculativa e pratica: la perfetta è quella che <;ongiunge pensiero e
azione. Così logicamente si giunge al concetto di una filosofia che sia
medicina delle anime; e il suo ufficio è insegnar Varie di ben vivere. La
stessa eloquenza diviene una parte della filosofia. Cicerone l'aveva infatti
definita: « nil aliud nisi copiose loquens sapieniia »; e Catone: « orator est
vir bonus dicendi peritus *: e P. unendo la sapienza della mente alla bontà
dell'animo arrivò al concetto della vera eloquenza, come del primo frutto della
nuova filosofia. Si comprende allora che quando spesso dice che Platone è più
eloquente di Aristotele, non fa, come comunemente si dice, una questione
retorica. E però con profonda verità afferma, sin da giovine, studiare non per
divenir dotto, ma per migliorare la propria vita, E altrove esce in queste
bellissime parole che io vorrei fossero meditate da coloro che in un modo o
nell'altro oscurano la santità della vita del grande Aretino: Tutti non possono
essere Ciceroni, Fiatoni, Omeri, Vergilii; ma buoni sì che tutti possono divenire
pur che lo vogliano. È degno di molta stima, se buono sia, pur anche il
pescatore, l'agricoltore, il pastore. Meglio l'uomo dabbene senza il sapere che
non il sapere senza l'uomo dabbene. La virtù vera poi è quella che insegna a
sentir rettamente di Dio e a operare rettamente fra gli uomini (**®). La nuova
filosofia è dunque, come egli splendidamente dice, una cultura delVanimo,
intendendo a darle due uffici nuovi: Funo educativo^ Faltro psicologico. « « In
tanta barbarie e viltà ecclesiastica e feudale si comprende bene quanto grande
fosse per la coscienza italiana il beneficio della nuova filosofia nel rispetto
politico e sociale. Già il Carducci notava che il concetto della libertà è più
vivo in lui che in Dante. E in verità in tutto degna del grande Astigiano è la
uscita del P. di Parma assediata e piena di ignobili guerriglie: « Ed io fra
queste strette sentii nascermi in cuore il desiderio di quella libertà che
ardentemente sempre bramai, che fu lo scopa di tutti i miei voti, alla quale io
corro di continuo »; e coraggiosamente di notte esce tra i nemici, è assalito e
attorniato, cade e riman pesto e senza flato; si rimette in sella, solo; e
sotto grandine e pioggia, mentre dalle mura lontane s'udiva il borbottare delle
nemiche scolte,, sotto il cavallo si accovaccia e aspetta l'aurora. Ed è poi
degna del Parini* l'altra lettera con la quale, dopo aver rinunziato alla
carica di Segretario del Papa, racconta a un amico come egli causasse quel
giogo d'oro con infinita gioia: « Io non voglio aver riguardo, scrivendo, alla
dignità e alle ricchezze di chi mi legge: voglio che un papa e un re pongano
nelle mie cose quell'attenzione medesima che qualunque altro, ed anche più se
son più poveri d'ingegno. E il poeta della pace cliviene poeta di guerra per la
libertà, senza la quale la pace è obbrobriosa. E scrive a Gola con spiriti di
cospiratore, e pieno dì odio alla tirannide e di fuoco ribelle in una celebre
esortatoria fa l'apologia dei Bruti. Altrove contro la tirannia additava il
vero rimedio, la bontà dei cittadini: « se la patria avrà anche un solo buon
cittadino, non avrà lungo tempo un cattivo signore >. Egli arrivò cosi, con
Dante, al nuovo concetto della nobiltà, non più fondata sul sangue ó le
ricchezze, ma su la virtù e l'ingegno: e queste cose ascriveva anche a Roberto
e a Carlo IV, e aggiungeva: « tutto il sangue è d'un colore, e qual è quel re
che non viene da schiavi, o quel servo che non viene da re? » ("•). Di qui
ancora la concezione di un governo al tutto democratico, tanto che interrogato
come cacciar si potesse di Roma la succeduta anarchia additò e dìihostrò
lungamente nella cacciata dei nobili tiranneggianti il solo rimedio al male: «
Via su dunque cacciate costoro e chiamate la plebe romana alla dovuta
partecipazione dei pubblici onori. È cosa poi ben strana nel P. un accenno alla
grande utopia del filosofo dì Stilo, che dopo più dì due secoli trovò neUa
stessa isola di Taprobana la Città del Sole: « Nell'isola di Taprobana (scrive
P.) che siede nell'oceano orien tale molto dì là dall'India e per diametro
opposta alla Brettagna, si elegge per arbitrio del popolo il re, e non vi
valgono o la ricchezza o la nobiltà del sangue, ma tutto il favore si
attribuisce alla virtù; di maniera che la grandezza o il parentado non gli
rimuove dalla elezione del migliore uomo: oh! santa e felice usanza che è
questa, la quale piacesse a Dio che s'usasse a eleggere i nostri re, che forse
non sarebbero succeduti per Taddietro ne' reami i figliuoli peggiori dei padri,
e i nepoti piti pessimi che i loro antichi, e non avrebbero corrotto e guasto
il mondo con la superbia e licenza loro »: là il re deve essere senza figli, e
se mentre è re ne avesse, deve subito abdicare. Quale il pensiero politico
dantesco, tale dapprima fu l'ideale politico del P.: cioè un imperatore che
fosse come arbitro di pace fra le cristiane nazioni; ed è notevole che P. molto
più chiaramente di Dante afferma doversi l'imperatore tedesco considerare
italiano. Vero è che in seguito s'accorse essere vana ogni speranza in papi e
imperatori. Allora ì due soli di Dante si oscurarono, e le due spade che tanto
avevan travagliato la mente de' Dottori medioevali egli le vide spuntarsi. E
dopo acerbissimi rimproveri a Carlo IV, finì col dichiarare che l'Impero fu
sempre l'infausto pianeta d'Italia. E il pensiero e l'amore della grande
Patria, ch'egli aveva sempre agitato, divennero più splendenti e chiari che
mai. P. per primo nelle sue canzoni italiane e ne' carmi latini saluta
c^hiaramente e dolcemente la santissima terra, la patria Italia, cinta di due
mari e altera di monti famosi, onoranda a un tempo in leggi e in armi. E certo
risuonò per molto tempo all'orecchio degli italiani quel memorando verso: che
fan qui tante peregrine spade?; perocché il Machiavelli con quella canzone dà
termine al suo Principe, e Stefano Porcari muore recitando quei versi, e Giulio
II compendierà la grande opera del P. col grido famoso: ftiori i barbari. Chi
condusse P. a tanta grandezza patriottica ? Il De Sanctis dice che l'amore del
P. all'Italia fu un amore filosofico. Non credo. Forse più giustamente il
Bartoli notò che nel pensiero religioso è in lui la radice del pensiero
patriottico, e lo confrontò con il Lamennais. Ciò del resto è stato sempre
sentenza comune a molti filosofi politici, che sin da Platone pensarono che
vera religio est firmamentum reipUblicae. Le relazioni fra Chiesa e Stato sono
per il Petrarca quelle medesime che fra Cristianesimo e Paganesimo, rampollando
entrambi dal pensiero religioso. Quindi non l'Impero soggetto alla Chiesa, come
in san Tommaso; non la separazione della Chiesa dall'Impero, come in Dante; ma
Chiesa e Stato tendenti a un unico fine: la grandezza politica e insieme
religiosa d'Italia. Ch* i* medemmo non 90 qnél eh* io mi voglio i A queste
brevi considerazioni si può, credo, concludere che come l'Umanesimo nel
trecento, intraveduto appena da Dante, ebbe nel P. il verace precursore; così
il Risorgimento filosofico, che in Italia si fa cominciare nel quattrocento,
ebbe inizio veramente con Dante e col P.: l'uno avendo alla filosofia dato
carattere laico, l'altro avendo abbattuto le scuole del tempo e dato gU
elementi della filosofia nuova. Quali sono questi elementi? Riassumiamo
brevemente. Il Fiorentino ne' suoi studi su la filosofia del Risorgimento
osserva che la disputa su la preferenza di Platone ad Aristotele costituisce,
se non tutto il significato filosofico del quattrocento, almeno la parte più
importante. E però, laddove tuttodì si afferma che il merito di ciò spetta a
Giorgio Gemisto e agli altri greci venuti in Italia dopo la caduta di
Costantinopoli, noi troviamo molto tempo prima doverne assegnare il merito a
Francesco P. È vero: il motivo che spinse P. alla preferenza della dottrina
platonica non è punto speculativo, e però rigorosamente filosofico. Ma certo si
esagera ripetendo ch'egli seguisse in ciò non so* quale proprio istinto, che
poi sarebbe un'inesplicabile leggerezza. P., abbiam veduto, non dispregia
Aristotele: tutt'altro. Egli conosceva bene e lodava grandemente l'Etica
aristotelica, ma diceva di non trovare in essa (ciò che è in Platone) l'ardore
che la virtù conosciuta deve di sé suscitare. Poi abbiam notato che il pensiero
religioso è la sorgente na-scosta così di questa, come di altre opinioni del
P.. Ora il Fiorentino stesso osserva che le contese del quattrocento ebbero per
vero motivo la questione del cristianesimo, al quale alcuni dicevano Platone
accostarsi maggiormente, altri Aristotele. E P., che né platonico né
aristotelico né ciceroniano voleva esser chiamato, ma cristiano, vide così
chiaramente ciò che altri sentirono confusamente. Anche intorno alla dottrina
aristotelica egli precorse le accuse, che affaticarono tanti ingegni nel secolo
seguente: non avere cioè Aristotele conosciuta la provvidenza e la creazione, e
aver negata la immortalità^^d^lTanima, senza la quale nessuna vera religione
può reggersi. Certo i libri filosofici del P. dovettero avere un'efficacia
grandissima su le nuove generazioni, se Gino Rinuccini quasi con le stesile
parole, certo con il medesimo pensiero, ripete col P. che: « Platone è maggior
filosofo che Aristotele perchè in sua opennione del- i Fanirna è più conforme
alla fede ca ttolica : ma nelle ' cose ch'anno bisogno di dimostrazioni e di
pruove Aristotele è il maestro di coloro che sanno. E Colacelo Salutati e Luigi
Marsigli e tutta una valorosa coorte di pensatori si misero a seguitare la
tradizione dal P. iniziata. E l'Aretino per bocca del Niccoli ridirà di
Aristotele col P.: « se i libri aristotelici, così come corrono si portassero
allo stesso autore, ei non lì riconoscerebbe per suoi, più che Atteone, i
convertiio in cervo, non fu riconosciuto dai suoi €ani » (^^®). Così P.
distinguendo Aristotele dai traduttori e mettendo in guardia i filosofi contro
questi, suscitò grande desiderio di conoscere il pensiero genuino del grande
Stagirita. L'Aretino stesso, sebbene platonico, misesi a tradurlo, e scorse che
anche in qUesto non mancava (come P. aveva indovinato, ma inutilmente)
quell'aureo fiume di eloquenza che era il pregio più generalmente riconosciuto
in Platone. Di Aristotele i primi libri tradotti furono gli Etici e i Politici.
Nelle dispute poi di eloquenza è vero che alcune volte si trascese a contese
solamente formali, ma in generale (come P. voleva) essa fu congiunta con la
filosofia: non vi fu cattedra di eloquenza cui non fosse aggiunto lo jsl;udio
della filosofia morale (^^^). 11 problema dell'immortalità dell'anima fu il più
— Siimportante che preoccupò i nuovi moralisti latini; finché si giunse al
Pomponazzi che nel suo cele^ berrimo libro De immortalitate animae affrontava
la grande questione e concludeva non potersi quella con le dottrine
aristoteliche dimostrare: il suo libro fu abbruciato dalla Chiesa. Ciò poi non
fa che mostrare, a mio avviso, quanto il sentimento cristiano informasse tutta
Topera di questi umanisti, il Valla compreso, come si disse. E tutto cristiano
è quell'idealismo di Marsilio Ficino, il quale tiene accesa una perenne lampada
innanzi all'effigie di Platone, della cui dottrina egli fu in quel tempo il più
grande maestro. Quelli che non ebbero molta attitudine filosofica preferirono
ad Aristotele e a Platone i filosofi posteriori, dal P. per primo messi in
onore: stoici, epicurei e specialmente eclettici; Cicerone fu il maestro di
questi, che da lui si chiamarono Ci\ ceraniani: e fra essi furono, oltre il
Valla, il Nizolio^ il Vives, il Ramo ed altri. Ma in ogni modo e i platonici e
ì ciceroniani [furono ugualmente avversi alla Scolastica: i primi per la
dottrina medesima che essa insegnava, gli altri anche per la forma barbara e
per i procedi 1 menti artificiosi. Insieme alla morale filosofia P. aveva \/
risvegliato la filosofia sociale e polìtica. Già Dante alle dottrine
scolastiche e alla concezione d’AQUINO (vedasi) del sole e della luna
(rappresentanti l'uno il potere pontificio, l'altro l'imperiale) aveva
sostituito l'altra dei due soli uguali e indipendenti fra loro. Il Petrarca
vide i due soli oscurarsi: e però nel suo pensiero religioso e patriottico egli
già prenunzia Giovanni Boccacci che deriderà finamente papi e papato, impero e
imperatori; e Marsilio di Padova che stabilirà la Chiesa essere costituita da
tutti ì fedeli, alla assemblea dei quali il papa deve essere ossequente, e,
combattendo la donazione costantiniana, proclamerà l'assoluta povertà di
Cristo. Il problema politico poi non sarà mai più abbandonato: anzi nella
pienezza del Rinascimento sarà argomento de' studi di profondi pensatori, che
son la gloria della nostra filosofica tradizione. La quale vediamo sorgere da
molteplici connubi di opposti elementi: da una parte cioè congiunge il
sentimento italiano profondamente cristiano all'odio contro la Curia e contro i
corrotti e corruttori pontefici, e assale la cupidigia e l'avarizia della
Chiesa; dall'altra tempra il misticismo inerente al cristianesimo col sano
risveglio dell'eredità latina,, sociale e politica, A tutto questo poi si
aggiunga lo spirito di libertà, del quale P. aveva dato sempre splendido
esempio, ribellandosi per primo a tutte le autorità antiche e moderne,
filosofiche e teologiche, qualora non gli garbassero. « Nihil saeculis nostris
invisius quam haec duo: veritas et libertas >: così egli scriveva; e però è
vero che dà il nome di divini filosofi a Platone, a Cicerone e ad Agostino, ma
eoa grande alterezza soggiunge: « ma rautorità di essi a me non toglie la
libertà del giudizio » (^**). E altrove, dopo di aver chiamato volgo spregevole
quelli che déiVipae dixit si facevan arma di logica, soggiunge che debbon esser
guide al filosofo: « et auctoritas et ratio et experientia . I tempi eran
maturi perchè con la voce di Martin Lutero s'elevasse anche quella di Galilei e
di Bacone. Seguitando a raccoghere nel Rinascimento italiano quelle auree fila
che nel P. hanno principio, non sono certamente da trascurarsi i due caratteri
principali che P., quasi senza avvedersene, diede al pensiero filosofico e
religioso: cioè il carattere naturalistico e l'altro psicologico: l'uno
condusse poi in filosofia al panteismo di Giordano Bruno e al naturalismo
scientifico; l'altro diede al sentimento religioso italiano una forza potente a
tradursi in grandissime manifestazioni artistiche e letterarie. II sentimento
della natura in Francesco P. è affatto nuovo, e traspare profondo da tutte le
sue opere. Leggendo la vita di questo letterato si rimane meravigliati della
quantità de' suoi viaggi e dell'intensa curiosità che lo spingeva a vedere
terre lontane e costumi stranieri. E oltre Vltinerarium Syriacum molte altre
sono le cagioni per cui egli meritamente è annoverato fra i geografi più
importanti di quel tempo. Così suscitando l'amore di nuove cose e distruggendo
pregiudizi e allargando le idee, P. preparò gli animi ai benefici effetti che
produsse la scoperta del nuovo mondo. I viaggi, dice il Kraus, hanno aperto gli
occhi a quest'uomo straordinario, e per mezzo di lui l'umanità del Medio evo
già declinante scoperse la magnificenza della natura che ci circonda. I viaggi
infatti nel Medio evo si intraprendevano per fini militari o commerciali o
religiosi; non per essere scopo a se stessi. P. superando difficoltà
incredibili e pericoli e disagi per strade spesso difficilissime viaggiava:
viaggiava per viaggiare e per vedere uomini e cose, popoli e costumi di lontane
regioni. Così egli è il primo che si recasse a un'ascensione alpina col solo
scopo di godere di lassù un'idea: la grandezza del paesaggio e dei monti. E di
lassù egli scoprì nell'infinito panorama la storia del mondo e dell'uomo e
dell'ultramondano: e al Medio evo, discesone, rivelò il nuovo pensiero. La
lettura di sant'Agostino lassù e le considerazioni mistiche che dal profondo
dall'animo gli suggerì, dimostrano quanto fortemente al sentimento della natura
egli congiungesse lo spirito religioso dell'anima sua. Ma un'altra cosa scoprì
P. dalla cima del Ventoux: scoprì che niente al mondo è più meraviglioso dello
spirito umano. Dante nella Vita Nova dà senza dubbio un esempio di psicologica
trattazione di cose umane; ma P. trovò un sentimento psicologico tutto moderno,
il quale consiste nell'irradiare fuori di sé Fanima propria con le proprie
passioni e nello stesso tempo dell'anima propria far centro di tutto
l'universo. Il fiore piti bello del pensiero petrarchesco, disseminato nelle
opere latine, è il Canzoniere. Il De Sanctis, nel suo saggio critico sul Pe-»
trarca, gli rimprovera l'abuso della riflessione nelle poesie italiane (*^*).
Questo deriva da quella finissima analisi che P. fa nel suo Canzoniere delle
sensazioni e dei sùbiti moti della propria psiche. Le canzoni specialmente sono
alcune volte una vera poesia psicologica: fra l'altre quella: i' vo pensando; è
un piccolo Secretum^ e con l'ultimo verso: E veggio 1 meglio ed al peggior
m'appiglio; ridicendo felicemente il noto: tMeo meliora prcboque, deteriora
sequor; conclude l'esame di una situazione perenne dell'animo umano: così nel
Secretum^ dopo i molti ammonimenti di Agostino, P. risponde ringraziando, ma
poco persuaso di essersi convertito. E questa lotta fra senso e ragione che nel
Petrarca è alimentata dal pensiero filosofico religioso, Jfa del Canzoniere un
romanzo, nel quale l'amore per Laiu-a, sensuale dapprima, si raffina e purifica
sempre più finché diviene sopratutto spirituale, e il poeta parla poi nei
Trionfi con l'anima della morta amica. E forse tenendo conto maggiore di questo
psicologico svolgimento non si sarebbe detto che Laura è parto fantastico del
P., o che nel Canzoniere si cantano molte Laure o una Laura al tutto ideale
(^*^). Chi sa ben leggervi^eiitro nelle Rime scorge tutto aperto il cuore di
P.; il quale, facgndo^disè specchio, ci ha descritte le piu^nrrtinie fibre del
suo seriliììreiito. Il mmidaè un accessorio per lui, per ciò che egli lo
esamina colorato e trasformato dalle proprie impressioni. Talora, dice il De
Sanctis, pare che scherzi con l'anima propria. Così, approfittando di questo
specchio che il P. ci mostra di se stesso, non sarebbe difficile, credo,
seguire nel Canzoniere lo svolgersi del sentimento filosofico religioso,
notandone la parte che il misticismo e il pessimismo e la ragione vi prendono.
Chi ha notato, per esempio, per qual tramite ascoso vengon fuori dal cuore del poeta
i confronti tra Laura e Cristo e la Vergine?. A ogni modo è certo che il
colore, dirò così, psicologico, che è il carattere vero e novissimo del
sentimento religioso di P., è a lui tutto proprio e ben diverso da quello che
è, per esempio, in Agostino. Si prenda il Secretum e si vedrà chiaramente
quanta è la differenza fra esso e le Confessioni del santo. Agostino scrive fra
la calma dello spirito, quando la passione essendo passata egU poteva
tranquillamente raccontarla: P. scrive il Secretum nel momento più feroce della
passione , e non per altro che per dar sfogo alle lacrime e parlare con sé
della passione sua. Nelle Confessioni è la gioia del convertito; nel Secretum
il dolore di chi cerca di convertirsi senza volerlo seriamente , perchè non
persuaso che l'ascetismo e il misticismo siano tutta la «vita. Nello scritto
del santo la sacra Scrittura, il vangelo, la metafisica; nel Secretum le
sentenze pagane e il pensiero umano imperano. Nell'uno la propria vita 4
narrata quasi per propaganda cristiana e a scopo polemico contro gli eretici;
nel* l'altro i fatti non servono che a indagare l'anima propria, che appare
misteriosa e profonda e tenebrosa tanto che l'occhio a fatica vi discerne.
Neppure nella Vita Nova s'arriva a tanto: essa è un commento a un aspetto solo
della grande anima dantesca e non ne cerca le profonde latebre. Il Secretum è
senza dubbio il primo vero ro* manzo psicologico, e toltane la forma dialogica
e l'aridità che qua e là deriva dal tempo e dai modi personali del P., si
potrebbe per alcuni rispetti confrontare con l'Ortis: certo non vi manca
l'amore della patria e dell'arte e di tutto ciò che è bello e gentile,
mescolato con quell'infinito dolore che si chiamò poi la malattia del secolo,
di cui l'ultimo malato fu Giacomo Leopardi. # Il Segré nel congedare, lo scorso
anno, i suoi Studi petrarcheschi (*^°) scriveva nella prefazione: L'età, di cui
P. è stato l'iniziatore, è lì, lì per chiudersi, e i fulgidi albori di una
novella, che scorgiamo disegnarsi baldi all'orizzonte, comincian di già ad
offuscare una espressione di vita spirituale che con diverse vicende domina
ormai da cinque secoli. Quella modernità petrarchesca fra breve, io credo, noi
non la comprenderemo più »: ed egli esorta ad affrettarci, finché lo possiamo
intendere, nello studio del P.. Ma (alcun frutto mi sia lecito trarre da questa
modesto scritto) così vorrei io concludere: Come Dante diviene ne' secoli più
grande per il suo verso divino, così P. per Yumanità del suo pensiero vivrà
eterno. E sempre più necessario sarà l'interrogarlo; finché sarà continuo il
contrasto tra la ragione e il senso, tra l'elemento eterno e il caduco che
hanno loro sede nell'inteÙetto e nel cuore umano. De Odo religiosorum,
dell'edizione latina delle opere tutte del P. stampata a Basilea, secondo la
quale sono anche le citazioni seguenti.
Vedi Storia della letteratura italiana VII, Francesco P., ipsig.
55. Vedi gl'importanti lavori su Italia
mistica e Italia parganay già pubblicati nella Nuova Antologìa, ora riuniti nel
volume Dal Rinascimento al Risorgimento (Sandron). Questa è la conclusione dello studio Italie
mystique di Emilio Gebhart. Per Dante
veggasi il Tocco: Quel che non c'è nella Divina Comìuedia ossia Dante e
l'eresia (Zanichelli). Il P. poi nel De Odo
elogia Agostino perchè combattè coloro che avean predetto che il regno
di Cristo non sarebbe durato più di trecentosessanta anni: forse P. pensò che
le predizioni ioachimite e le altre fossero un seguito di quelle antiche
avversarie del Cristianesimo. Egli infatti poco oltre distingue le eresie in
rispetta solo al dogma dell'Incarnazione (laddove le profezie ioachimite
riguardavano l'avvento dello Spirito Santo) in due classi: l'una egli dice,
fece di Cristo solo un Dio, l'altra solo un uomo. E (cosa ben strana questa
ignoranza in Dante e nel P. del moto ereticale contemporaneo) seguita dicendo:
ma la verità è ora divulgata tanto che neppure su r animo di una vecchia
(anicula) fa presa, perocché anche senza dottrina soio con la fede e la
semplicità essa si difende. Invece il male del suo tempo P. afferma essere un*
obiezione contro la fede, la quale, sebbene faccia molto paura a messer
Francesco, pur non è una vera eresia, ma un dubbio incredulo e (come ei lo
chiama) specioso; ed è questo: se Dio voleva salvare gli uomini poteva dar loro
forza maggiore o comandare cose men dure. Egli non confuta il dubbio, ma si
rivolge pregando a Dio, e afferma contro le predizioni in generale che è Satana
che ci tenta alla prescienza, « quae nec possibilis est homini nec necessaria
profecto nec utilis », « cita, fra altro, il De divinatione di Cicerone. E
neìVEp, sen. I, 5 a Boccacci, a proposito della nota profezia fatta da un frate
all'autore del Decamerone, scrive di diffidare delle profezie dei viventi: «
nuovo e inusitato non è che fole e menzogne si coprano sotto il velo di
religione e di santità, e del giudizio di Dio si faccia mantello alla frode e
all'inganno ». Per il moto ereticale veggasi specialmente il lavoro di TOCCO
(vedasi): L'eresia nel Medio evo (Firenze, Le Monnier). Cfr. Vita solitaria, 1. II, sectio VII, 1.
(7) Cfr. oltre il Barzellotti: op. cit.; anche il Fiorentino: Il Risorgimento
filosofico nel Quattrocento (Napoli): opera postuma a cura dell' Imbriani. Cfr.
La filosofia nel periodo delle origini in Vita Italiana, primo volume. Così il Conti nelle sue importanti lezioni di
storia della filosofia (AQUINO (vedasi) ed ALIGHIERI (vedasi)). Del resto
questo non potè alcuno affermare del De Monarchia, nel quale il pensiero di
Dante è ben lontano dal tomista. Cfr. anche un mìo lavoro (Del sistema
filosofico dantesco -nella Divina Commedia Zanichelli), nel quale cercai
vestigia di platonismo nella Divina Commedia.
Vedi Tocco: L'eresia nel Medio evo, Introduzione. Così nel De unitate intellectus contra
Averroistas. Cfr. De Bemediis utriasque
fortune^: I, dialogo. Gfr. passim scrìtti del P.. Per esempio EpiatóloB fam, I,
e XII, 3 (le cito nell'edizione del Fracassetti). Ep. fam. . Ep. fam. . Rerum memorandarum, II: Aristoteles. Vedi Renan: Averroés et Vaverroisme. Essai historique. deux
part. Giovanni: Le prose morali e filosofiche di P. in P. e il suo secolo
pubbl. nel VII centenario della morte del P..
Si vegga nel De Vita solitaria II, sectio IV, % in cui dopo avere
confrontato i principi cristiani con Maometto, tratta: « De reprehensione regum
et principum nostrorum qui somno, voluptacibus, turpibus lucris, subditorum
spoliationibus oc caeteris vitiis imcumbunt, et nullus eorum Terrae Sanctae
dispetti dio movetur ». (ao) Gfr. Senili XV, 6.
Gosì intendendo V opera del P., essa acquista ben maggiore importanza di
quel che non parve al Voigt. (Il risorgimento dell* antichità classica
traduzione italiana del Valbusa, Sansoni, Fireuze, Voi. I, I.), che accusa P.
di avere esagerate le note critiche mossegli dai quattro averroisti veneziani
per farsi bello con il suo libro De sua ipsius. Bartoli poi, certo seguendo il
Voigt, dice che esse furono un innocentissimo scherzo! Si cfr.
an^he ep. fam. V, 11 e 12. ep. sen. Ep. sen. Quanto all'empietà e irreligione del tempo si
veggano, fra altro, le ep. sen. Vili, 3; V, 2.
Gfr. oltre Sine titulo, X; Ep. sen. XV, 6 e 8. Vedi Fiorentino op. cit. Ili: il quale si
fonda sul seguente brano del De sua ipsius: « Neque graecos tantum, sed in
latinum versos aliquot nunquam alias visos (Platonis libros) aspicient... et
quota ea pars librorum est Platonis, quota ego his oculis muItoB vidi,
praecipue calabrum Barlaam modemum graia specimen sophiae, qui me eie. » (Op.).
Il periodo monco e sgrammaticato fa pensare purtroppo a una lacuna che sarebbe
importantissimo colmare. Forse per questo il Voigt non ne parla. Ep. fam, XVIII, 2. Veggasi infatti la nota 26: dal periodo ivi
citato pare potersi ciò dedurre. (») Il Fracassetti nella ep, fam. III, 18 dà
Fedone, e parlandosi delia morte di Catone potrebbe darsi che s'avesse a
intendere Fedone anche nella ep. fam, IV, 3.
Cfr. Fiorentino: op. cit. III. '
Con quanto poco pudore P. si sarebbe fatto dire, per esempio, nel dial.
II del Secretum da Agostino: « Hctec tibi ex Platonis libris familiariter fiata
sunt »/... Rerum mem. 1; Plato. Quanto ad Aristotele dice nel De sua ipsius:
« omnes morales, nisi fallor, Aristotelis libros legi, quosdam etiam audivi ». Ep,
fam. IV,
15 e 16. Ep. fam. XVIII, 2. Cfr. Rerum Mem. I: Aristoteles. Ho scritto creazione, ma P. non usa questa
parola che sarebbe impropria. Cfr. De ocio religiosorum I. (Op.): 4( unum
fabricatorem (è il demiurgo o architetto di Platone) mundi Deum a Platone, et a
discipulo eius Aristotele unum principem ».
Notava poi che Aristotele era morto di sessantatrè anni, numero
infausto: intorno a questo arino della vita climaterico cfr. anche Ep. sen. ALIGHIERI
(vedasi) nel canto IV del Purgatorio non interpretando rettamente la dottrina
platonica, la condanna. Ep. fam. XII,
14. (*i) Rer. Mem. loc. cit. (*2) Vedi: parte settima di questo mio lavoro.
Vedi De OciOy II . Anche qui nota
differenza da Dante: e. IV del Paradiso.
Cfr. ep. fam,; e per quel che segue sopratutto Ber, Mem. loc. cit.
Inoltre come egli alia religione conformasse tutte le sue opinioni cfr. Ep.
sen. Vili, 1. Vedi De Ocio I (Op.).
Anche il Ficino notò questo, come ricorda il Fiorentino (op. cit. II), nel Tom.
2, pag. 855. (47) Op. pag. 313 e II. (tó) Ep. fam. XVII, 1. Ep. fam. X, 5. Ep. fam. II, 9. (ói) Sul preteso
cristianesimo di Seneca vedi Fieury A.: JSaint Paul et SenSque: recherche sur
Us rapporta du philo^ophe avec VApòtre. Paris. Ma oggi non ci si crede più. (M)
Ep. fam. VI, 2; e XVII, 1. Ep. Sen.; Ep.
fam. XXII, 10. Ecco, per esempio, come
egli spiega l'origine delle stimate di san Francesco: « Dalle stimate di
Francesco questa certamente è T origine; tanto assiduo e profondo fu il suo
meditare su la morte di Cristo, che piena avendone Tanima, e parendogli
d'essere anch' egli crocifisso col suo Signore, potè la forza dì quel pensiero
passar dall'anima nel corpo, e lasciarvene impresse visibilmente le traccie ».
Cosi nell'jg^. sen. Vili, 3. Quale differenza fra queste parole e il pensiero
che jnosse Zola a scrivere il suo Lourdes?
XVI, 8. il, sectio III, 4. . E' notevole l'umorismo, che spesso divien
•sarcasmo asprissimo, del P. quando parla dello stato della Chiesa. Cosi
nell'ep. fam. 5 del libro XVII, vituperando il matrimonio aggiunge: del restp
ci son turbe di sgualdrine «he rallegrano anche i vescovi e i monaci ecc.. E in
un'altra il palafreno del Legato calcitrante contro quello dell'imperatore, gli
fa comprendere "^che il Papa era la causa vera di tutti ì mali d'Italia e
di Roma, perchè egli « è contento che Imperatore si chiami, ma punto non si
fida di dividere con lui l'impero ». E già prima aveva amaramente osservato: «
Ell'è gran cosa calcar la sede di Pietro» gran cosa ell'è vedersi assiso sul
soglio dei Cesari! ». Su '1 significato
del verso, anche oggi variamente interpretato, vedi i commentatori; e Tocco:
Dante e V eresia. Credo che quel che sono per citare dell'opinione del P.
dimostri anche più decisamente trattarsi veramente in quel verso di Celestino
V. (50) Ep. fam. VI, 1. (flO) Il Fracassetti naturalmente (vedi in nota)
disapprova le parole del P.. (61) Forse anche il Voigt è di questa opinione, là
dove dice che P. nel De sua ipsius più che il Cristianesimo in sé difende il
proprio. Ep. fam, X, 4, Cfr. Fiorentino: La filosofia della storia di
Francesc(y P. (in Giornale Napoletano di lettere e filosofia, 1874) e mio
lavoro su l'Africa di Francesco P. (Bihliot. Petr. del Biagi e Passerini — Le
Mounier. Cioè il De vera religione
citato dal P. molta spesso, e il De doctrina Christiana ecc. Cfr. Ep, sen. Vili, 6: « Negli ultimi tre
libri manifesta i suoi dubbi, e spesso ancora, per ciò che riguarda le divine
scritture, la sua ignoranza ». E dalle Confessioni egli già vecchio diceva di
aver preso amore allo studio della sacra letteratura, togliendosi alquanto dal
soverchio amore per la profana. Insomma gli ultimi libri egli li considera, in
quanto sono in seguito dei primi, sotto il rispetto tra filosofico e religioso,
ma più assai religioso che filosofico. — Delle Confessioni, per la parte
psicologica, riparleremo più oltre, a proposito del Secretum. Questo forse
intendeva P. quando, parlando della Divina Commedia a un amico, avrebbe detto
essere quella opera non d'uomo, ma dello Spirito Santo. (OT) De Bem. II,
40. De ócio: Op. p. 306. (89) Presso la
toniba del P. in Arquà. Gfr. I seetio
IV, 3. La misantropia era contraria al carattere medesimo del P.; il quale
amava molto le liete brigate di amici, e scriveva lettere'a tutti
continuamente. P. P. Vergerlo cosi nella Vita P.e scrisse di lui: 4( Erat mirae
iucunditatis comitatisque singularis ut nulius esse cum eo moestus posset ». E
anche il colore ascetico che ha qua e là il trattato è postumo. Si vegga VEp,
«en. XVI, 3, nella quale P. narra le aggiunte fatte per compiacere gli amici
appartenenti agli ordini religiosi, che con lui si dolevano di non aver egli
parlato de' santi loro fondatori: e ci fu un domenicano che voleva far
comparire tra i solitari anche san Domenico! Q^) Ep, fam, XVII, 4: « non in
servigio altrui, ma per fame mio prò, e perchè dì quell'affetto mio per il
sopravvenire di nuovi non s'abbia in me a ingenerare dimenticanza ». Gfr. I seetio IV, 1. Gfr. I seetio V, 1; e II seetio IX, 7. (74) II;
sect. IX, 6. Inoltre: Ep. sen. XI, 3. I;
sect. IV, 9. ' II, sect. Gfr, ep, fam. VI, 1: « Ghe se le
lettere famigliari come scherzando e quasi sempre nell'agitazione de' viaggi
soglio dettare, quando si tratta di comporre un libro, di solitudine di quiete
di tranquillità di assoluto e non interrotto silenzio sento bisogno ». E
Leonardo Aretino nella Vita di Francesco P.: 4c Era solito dire che solo il
tempo della sua vita solitaria poteva chiamare vita; perchè l'altro non gli era
stato vita, ma pena ed affanno ». Gfr. inoltre Ep. fam.Vita Sol. I: sect.
. Ep. fam. Ili, Op. cit.
FIDANZA (vedasi): OpuscuL (Opp. omn. Romae) . Ep. fam. XI, 3. Prose (Le Mounier): saggio sul P.. Ep. fam. II, 5: « Frattanto, il confesso,
checché i filosofi ragionino intorno al modo di soggiogare le passioni, a me
per brevi strade esse giungono e mi fanno bersaglio de* loro insulti. Che
questa legge a me fu data insieme col corpo dal di che nacqui: molto per la
compagnia di esso avere « soffrire ». E' la bancarotta della filosofia
speculativa!... La causa della
differenza è data dal P. medesimo in un luogo importante del Rerum
Memorandai'um (II, Dantes), nei quale (còsa, per quanto io so, non accennata
pur da gi*andi critici che trattarono della nota questione su le relazioni fra
Dante e P.) si accenna forse al vero motivo della freddezza del P. verso Dante:
« Dantes Aligherlus, vir vulgari eloquio clarissimus fuit, sed moribus parum,
per contumaciam, et oratione liberior, quam delicatis ac studiosis aetatis
nostrae principum auribus atque oculis acceptum foret >. Ma se P. fu
accetto, è a pensare che, mutati i tempi, nelle corti de' Signori si annidava,
come dice il Voigt, l'umanesimo. Gfr. le
epistolae: passim. Per esempio adposterose fam. IV, 10. (8») Ho svolto questo
pensiero un po' più ampiamente in un volumetto: Il pensiero italiano e la
Criovine Italia, in: A. Carlini e G. Gasperoni: La Giovine Italia (Iesi,
Tipografia Editrice Cooperativa, 1904, pag. 35). (W) Gfr. Secretum: diah I. e
passim gli altri scrìtti dianzi citati. (»i) Ep. fam. Vili, 8. Dial. II. Per altri raffronti vedi mio Studio
su V Africa citato, specialmente per il raffronto fra Magone (che è Petrarca) e
il iTeopardì. Canto di un pastore ecc.
Ma già c'era 11 biblico: « natile homo de muliere, brevi vivens tempore ecc.
». Secretum I, Africa I e V, Mime (ediz.
Carducci e Ferrari): . Per il Leopardi cfr. Vita Solitaria v. 34 e seg. e V
Infinito ecc. Ep, fam. II, 8. « Rapido stellae obviant firmamento,
contraria invicem dementa confligunt, terrae tremunt, maria fluctuant ecc. » E
seguita lungamente. Nota fra altro le fini osservazioni dell'odio nell'atto
generativo. Concludendo: * nil sine lite atque offensipne genuit natura parens
»; e: le còse più forti sono il sepolcro delle più deboli ecc. Ep. fam. Opera di bizzarro e coltissimo ingegno è il
Le remediis. Con copia meravigliosa di esempi, detti,» fatti, sentenze di
filosofi, di scrittori, di guerrieri, di scienziati greci, romani, sacri,
antichi e moderni; con fatterelli di storia e interpretazioni di miti e di
costumi e saltuaria conoscenza di tutto lo scibile; sono qui raccolti con un
criterio morale e psicologico svariatissimi argomenti di considerazioni
diverse. Il De remediis somiglia grandemente ai Pensieri di Giacomo 1
Leopardi. E in ep. Fam.: io non so se
non sia meglio talvolta starsi nell'errore contento, che non sempre essere
triste per la conoscenza del vero ».
Così nella citata prefazione. Han torto coloro che si lamentano della
noia che la lettura di questo trattato produce: esso non era un'opera
letteraria, ma un vademecum, per cosi dire, di utilità morale, fatto non per i
filosofi, ma per la comune degli uomini. Cfr. Ep, sen. Il pensiero filosofico de' Trionfi è già neìV
Africa: per il cfr. col Leopardi vedi mio studio citato. Nel Secretum sono
anche (come nello scritto leopardiano) già •enumerati i vari casi della fama.
Per le Epistola poi vedi qua e là diffusamente; per esempio ecco il tessuto
della prima delle familiarea (no» bisogna travagliarsi per la fama prima di
morire perchè vivendo non possiamo ottenerla): « Raro è che trovin plauso
scritti e imprese di chi ancor vive: comincian dalla morte le lodi degli
uomini. Vuoi tu che sian lodati i tuoi scritti? e tu muori. Anzi finché rimanga
in vita alcuno de* tuoi contemporanei non avrai piena la lode che assetisci.
Per la molta dimestichezza ancora ed il frequente •convivere T ammirazione
degli uomini suol venir meno. Gli «ruditi poi e i pedanti sdegnano d'indagare
il merito dello scrìtto, se credono di conoscerne Fautore. Giungono viventi a
fama solo coloro che con grida sostengono la loro gloria: ma morti perisce la
fama loro. La gloria è un flato di vento: è un fumo, un*omhra, un nulla ». Si
confronti ora questo tessuto con l'altro dello scritto leopardiano, e si vedrà
che è identico nella tesi e nello svolgimento e nella conclusione: sì ch'io
credo il Leopardi essersi ispirato al P.. Cfr. terzo dialogo. I8S. Cfr. P. 's. Leben und Werken
(Leip.). Per questa parte basti citare i
grandi lavori di Pierre de Nolhac: P. et rhumanisme e l'altro De codicibìis et
patriium medi aevi ecc. (107) Non è giusto dunque rimproverare al P. le
continue citazioni: chi ben le intende vedrà che esse non sono vana pompa di
erudizione, ma un fenomeno artistico e filosofico importantissimo. Per citare un solo esempio, egli crede spesso
con gli Stoici che la felicità vera consìsta nella virtù sola, e nello stesso
tempo li chiama crudeli e preferisce i Peripatetici che ammettono che anche il
dolore è un male (cfr. De Bem.) e poi ep. fam. Voigt, per esempio, lo crede
stoico; il Bartoli e il Koeting scettico; il Kraus (F, P. in seinem
Briefwech" .sei) sccMtico; molti accademico; molti mistico ecc. (liO)
Quanto alla parte considerevole che ha il razionalismo, basti citare il De
remediis, nel quale la E(mione da sola sostiene i dialoghi col Gaudio e col
Timore; nel Secretum Agostino che cita sempre i classici e i pagani è 1*
imagine della ragione, che egli invoca molto più spesso e volentieri dei libri
santi e dei dogmi. Cosi nelle altre opere del P.. In conclusione egli non è
mistico perchè rctgiona, non è razionalista perchè è credente, cioè ha una fede
indiscussa. Ep, fam. I, 7. Cosi nel Secretum (dial. II) distingue il verlmm oris
dal verhum mentis, (iw) De Bem. quella parte (I, 12) che forma il 1. dialogo
del De Vera Sapientia (il secondo dialogo è del Cusano). ivi. Cfr. De odo (Op.): « Optat adversarius noster
non ut discamus, cui ignorantia nostra gratissima, scire permoléstum est ». ^p.
fam. I, 8. Ep. fam. I, 2. 'anche De Bem.: Quest'ufficio egli notava che ebbe
già la filosofia antica, e però aggiunge; « perchè non Tavrà la nuova filosofia
cristiana, la quale è somma, e vera filosofia? ». Ep. fam. I, 2. Non parlo di alcuni miserabili denigratori
che giacciono meritamente ignorati. Ma di numerosi critici moderni pur anche
autorevolissimi, i quali hanno iniziato un genere di critica che, per questo
rispetto, è tutto fondato su la diffldenea delle parole del P., il quale ne'
loro libri diviene un monumento di orgoglio, di vanità, di leggerezza, di
menzogna, di avarizia, di parassita, di buontempone, di lussurioso, di
traditore, e via via. Insomma per farlo uomo^ dacché prima ne avean fatto un
dio, lo han fatto un po' birbante, un birbante geniale e burlone a cui molto si
può perdonare. Chi ha dato il cattivo esempio, credo che siano stati i
tedeschi. Il Voigt, per esempio, nella sua nota. opera, monumentale opera sul
Risorgimento, alcune volte mi pare evidente che non abbia compreso Tanima
italiana e lo spirito del P.. Kraus arriva a fare del P. un esteta né più né
meno, e fuori dell* estetica non vede. in lui nient*altro; e ragiona cosi: P.
dice la tale o tal* altra cosa? non credetegli, perchè parla per posa o per
fantasia poetica. Insomma facciamo si del P. un uomo, uomo con i suoi difetti:
ma non esageriamoli; non separiamo Tuomo dalPartista, il cittadino dal
letterato, anche perchè andremmo contro la nostra storia, la quale dimostra che
da Dante al Carducci Tonestà della vita ne* maggiori scrittori non si disgiunse
mai dalla grandezza artistica. Il Kraus del resto (op. cit. VI) non cita bene
quando dice che P. per un*idea estetica preferiva zoppicar d*un piede piuttosto
che d'un verso: il P. al contrario (cfr. Ep. fam.) biasima i poeti del tempo ì
quali preferivano zoppicare in morale piuttosto che in poesia. Ep.
fam, Ep. fam. I, 8. (IM) Ep. fam. V, 10. Ep. fam. XIII, 5. Cfr. la
celebre canzone: Italia mia ecc. (i«) Cfr. De Bem. I, 105. Cfr. fra altro Varie, 48. Né era solo fuoco
di paglia, come suol dirsi: che nel De Bem. (II, 118) pur riprovando il
suicidio di Catone, fa l'elogio di Bruto: « patrìae servi tus et tyranni facies
potius repellenda quam morte declinanda sunt »; e se Catone si uccise per non
vedere il volto del tiranno, ci fu chi lo riguardò: « Brutus aspexit et illius
potius morte tollendum, quam sua morte fugiendum censuit: id est enim viri
opus, hoc feminae ». Dante nella Divina Commedia approvò Catone, punì Bruto; ma
non sì venga ora a dire che nel P. è minore grandezza che in Dante, nel
rispetto politico! De Bém. Ep, fam. IV, 7 ecc. Ep. fam. XI, 16 e 17.
Gfr. un mio articolo sul pensiero politico di Dante, in Giornale Dantesco
(diretto da G. L. Passerini) X, 8-9. Del resto il pensiero politico del P. è lo
stesso di Gola, Quanto sbaglia il Kraus a giudicar Gola un pazzo! Ma il Gaspary
già ha avvertito che per P. Impero e Repubblica sono la stessa cosa (cfr.
Storia della lett.: P.). Ep. fam. XIX,
1. Cfr. Ep. fam. XXIII, 2; XIX, 12 e De Rem. I, 116. ( Vedi Canzone ali* Italia.
Quanto al patriottismo del P.: per T emancipazione deiritalia dal giogo
straniero (ut corpìM italicum labe barbarica purgatum medullitus agnoscam) cfr.
ep. fam. XI, 13 e XVIII, 16; per Tunione di tutti i popoli e principi italiani,
ol^re le Bime, cfr. ep. fam. XVII, 6; XIX, 9; per la grandezza d'Italia cfr.
poi passim tutte le "opere latine e volgari, ma mi pare che nella celebre
canzone alF Italia sìa tutto riassunto mirabilmente il pensiero petrarchesco.
(135) Si noti che P. loda Roberto, nel De Ocio (1. II Op. p. 315) per una
ragione affatto religiosa: « Siculus rex Robertus sub cuius temporali regimine
aeterno regi servientes suaviter quievistis (parla ai monaci di Montrieux) ».
Cfr. Dante che chiama similmente, ma con disprezzo, Roberto re da sermone. Cfr.
Ep. sen. XIV, 1: come Dio premi l'amor di patria. Op. cit. Ili e seg. (138)
Vedi in Fiorentino, loc. cit. Fiorentino: loc. cit. (141) Ep. fam. XX, 6; III,
6. (i«) Secretum, III. (1^) Certo FHumbolt, che nel Gosmos diceva nelle lettere
del P., tranne che in quella che descrive Tascensione al Ventoux, non aver
trovato il sentimento della natura, non le lesse bene. Ecco per esempio un
bellissimo argomento di arte moderna: la festa di san 6. Battista in Colonia:
Ep. fam, I, 4: « Era la vigilia del Battista... e il sole si avvicinava al
tramonto. Tutta la riva era coperta da immensa e splendida folla di donne. Io
ne stupii: Dio buono! che belle figure, che volti, che abbigliamenti. Chiunque
avesse avuto libero il cuore da altra passione, avrebbe trovato di che
innamorarsi. Io m*era fermato in un punto alquanto piii alto, onde ben si
scorgesse quel che accadeva. Incredibile e non punto molesto era il concorso: e
le vedeva a mute a mute tutte festose, e parte aventi nel grembo erbe odorose,
rimboccate le maniche in su i gomiti, lavar nel fiume le mani e le candide
braccia, non so quali dolci parole mormorando fra loro in lingua a me ignota ».
E P. si duole di non intendere le loro parole. Per questa parte si veggano
specialmente gli articoli dello Zumbini (Il sentimento della natura e Ascesa al
Ventoux in Studi Fetrarcheechi), e il Carducci (P. alpinista) e il Pierre de
Nolhac, e il Bourckardt (la nota opera sul Risorgimento italiano, II, 74 ecc.).
Fra le altre bellissime descrizioni nelle lettere, si notino: ep. fam, XIX, 13:
una splendida e nuova pittura delle bellezze della Riviera; VIII, 5: un
freschissimo quadro delle bellezze alpine; Senili VII, 1: mirabile descrizione
del lago di Garda. Quest'ultima darebbe buon argomento a chi ne volesse fare un
confronto con la bella, ma fredda descrizione dantesca (Inferno, XX 70 e seg.),
per rilevare roriginalità e l'elemento tutto moderno proprio al sentimento
della natura del P..Affatto filosofico è il seguente sonetto: S'amar non è, che
dunque è quel chHo sento? Ma, s'egli è Amor, per Dio che cosa e quale? Se bona,
ond'è l'effetto aspro mortale? Se ria, ond'è si dolce ogni tormento? S'a mia
voglia ardo, ond'è 'l pianto e lamento? S'a mal mio grado, il lamentar che
vale? viva morte, o dilettoso male. Come puoi tanto in me, s'io no *l consento?
E s*io "l consento, a gran torto mi doglio. Fra sì contrari venti in frale
barca Mi trovo in alto mar, senza governo, sì lieve di saver, d'error sì earca,
ch'i' medesmo non so quel ch'io mi voglio; e tremo a meeea state, ardendo il
verno, (146) L'ultimo lavoro in proposito è quello del Sicardi: Gli amori
estravaganti e molteplici di Francesco P. e l'or more unico per M. Laura de
Sade (Hoepli 1900); nel quale combatte il Cesareo e altri, e conclude Laura
essere stata runico amore del P.. Per i limiti stessi di questo scritto non ho
creduto apportuno svolgere maggiormente Pesame del Canzoniere. Cfr. Bime (ed. del Carducci e Ferrari):.
(148) Cfr. ep. fam. VI, 4 e XIII, 7 nelle quali confessa ch'egli scrive per
sfogar l'animo, perchè (dice) ha bisogno di scrivere. Firenze, Mounier.
Considerato il filosofo precursore dell'umanesimo e uno dei fondamenti della
filosofia italiana, soprattutto grazie alla sua opera più celebre, il
“Canzoniere”, patrocinato quale modello di eccellenza stilistica da BEMPO.
Filosofo moderno, slegato ormai dalla concezione della patria come mater e
divenuto cittadino del mondo, P. rilancia, in ambito filosofico, l'agostinismo
in contrapposizione alla scolastica e opera una rivalutazione
storico-filologica dei classici latini. Fautore dunque di una ripresa degli
studia humanitatis in senso antropo-centrico -- e non più in chiave
assolutamente teo-centrica – P. -- che ottenne la laurea poetica a Roma – gode
la sua vita nella riproposta culturale della poetica e la filosofia antica e
patristica attraverso l'imitazione dei classici, offrendo un'immagine di sé
quale campione di virtù e della lotta contro i vizi. La storia medesima del
Canzoniere, infatti, è più un percorso di riscatto dall'amore travolgente per
Laura che una storia d'amore, e in quest’ottica si deve valutare anche l'opera
latina del Secretum. Le tematiche e la proposta culturale petrarchesca, oltre
ad aver fondato il movimento culturale umanistico, danno avvio al fenomeno del
petrarchismo, teso ad imitare stilemi, lessico e generi poetici propri della
produzione lirica volgare dell'aretino. Il padre appartene alla fazione dei
guelfi bianchi ed è amico d’ALIGHIERI, esiliato da Firenze per l'arrivo di
Valois, apparentemente entrato nella città toscana quale paciere di Bonifacio
VIII, ma in realtà inviato per sostenere i guelfi neri contro quelli bianchi.
La sentenza emanata da Gubbio, podestà di Firenze, esilia tutti i guelfi
bianchi, compreso il padre di P. che, oltre all'oltraggio dell'esilio, e
condannato al TAGLIO DELLA MANO DESTRA. A causa dell'esilio del padre, P.
trascorre l'infanzia in diversi luoghi della Toscana. Prima ad Arezzo, poi
Incisa e Pisa, dove il padre è solito spostarsi per ragioni
politico-economiche. A Pisa, il padre, che non perde la speranza di rientrare
in patria, si riune ai guelfi bianchi e ai ghibellini per accogliere Arrigo
VII. Secondo quanto affermato dallo stesso P. nella Familiares, indirizzata a
Boccaccio, a Pisa avvenne, probabilmente, il suo unico e fugace incontro con
l'amico del padre, ALIGHIERI. La famiglia si trasfere a Carpentras, vicino
Avignone, dove il padre ottenne incarichi presso la corte pontificia grazie
all'intercessione di Prato. Nel frattempo, P. studia a Carpentras sotto la
guida di Prato, amico del padre che è ricordato dal P. con toni d'affetto nella
Seniles. A questa scuola, presso la quale studia, conosce uno dei suoi più cari
amici, Sette, al quale P. indirizza la Seniles. Anonimo, Laura e il Poeta,
Arquà P. (Padova). L'affresco fa parte di un ciclo pittorico realizzato mentre
è proprietario Valdezocco. L'idillio di Carpentras dura fino ad allorché lui,
il fratello Gherardo e l'amico Sette sono inviati dalle rispettive famiglie a
studiare diritto a Montpellier, città della Linguadoca, ricordata anch'essa
come luogo pieno di pace e di gioia. Nonostante ciò, oltre al disinteresse e al
fastidio provati nei confronti della giurisprudenza, il soggiorno a Montpellier
è funestato dal primo dei vari lutti che P. affrontare: la morte della madre.
Il figlio, ancora adolescente, compone il Pangerycum defuncte matris -- poi
rielaborato nell'epistola metrica -- in cui vengono sottolineate le virtù della
madre scomparsa, riassunte nella parola latina electa. Il padre, poco dopo la
scomparsa della moglie, decide di cambiare sede per gli studi dei figli
inviandoli nella ben più prestigiosa BOLOGNA, anche questa volta accompagnati
da Sette e DA UN PRECETTORE che segue la vita quotidiana dei figli. In questi
anni P., sempre più insofferente verso gli studi di diritto, si lega ai circoli
letterari felsinei, divenendo studente e amico dei latinisti Virgilio e
BENINCASA (si veda), coltivando così i studi filosofici e la biblio-filia.
Gl’anni bolognesi, al contrario di quelli trascorsi in Provenza, non sono
tranquilli. Scoppiarono violenti tumulti in seno allo studio in seguito a LA
DECAPITAZIONE DI UN STUDENTE, fatto che spinge P., con il fratello e SETTE a
ritornare ad Avignone. I tre ri-entrarono a Bologna per riprendervi gli studi
fino all’anno in cui P. ritornò ad Avignone per prendere a prestito una grossa
somma di denaro, vale a dire 200 lire bolognesi spese presso Zambeccari. Ser
Petracco muore permettendo a P. di LASCIARE FINALMENTE LA FACOLTÀ DI DIRITTO A
BOLOGNA e di dedicarsi agli studi filosofici che lo appassionavano. Per
dedicarsi a tempo pieno a quest'occupazione dove trovare una fonte di
sostentamento che gli permette di ottenere un qualche guadagno remunerativo. Lo
trova quale membro del seguito di Colonna. L'essere entrato a far parte della
famiglia, tra le più influenti e potenti dell'aristocrazia romana, permise a P.
di ottenere non soltanto quella sicurezza di cui ha bisogno per iniziare i
studi, ma anche di estendere le sue conoscenze in seno all'élite filosofica
romana. Difatti, in veste di rappresentante degl’interessi dei Colonna, P.
compì un lungo viaggio nell'Europa del Nord, spinto dall'irrequieto e
risorgente desiderio di conoscenza umana e culturale che contrassegna l'intera
sua agitata biografia. È a Parigi, Gand, Liegi, Aquisgrana, Colonia, e Lione.
Particolarmente importante è allorché, nella città di Lombez, P. conosce
Tosetti e Kempen, il Socrate cui vede dedicata la raccolta epistolare delle
Familiares. Poco dopo essere entrato a far parte del seguito di Colonna, prende
gli ordini sacri, divenendo canonico, col fine di ottenere i benefici connessi
all'ente ecclesiastico di cui è investito. Nonostante la sua condizione di
religioso -- è attestato che P. è nella condizione di chierico – ha comunque un
figlio nato con una donna ignote, figlio tra cui spiccano per importanza, nella
successiva vita del poeta. Secondo quanto afferma nel Secretum, P. incontra per
la prima volta, nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone, 7, che cadde di
lunedì, la donna che è l'amore della sua vita e che è immortalata nel
Canzoniere. La figura di Laura suscita, da parte dei critici letterari, le
opinioni più diverse. Identificata da alcuni con una Laura de Noves coniugata
de Sade -- morta a causa della peste. Altri invece tendono a vedere in tale
figura un senhal dietro cui nascondere la figura dell'ALLORO filosofico --
pianta che, per gioco etimologico, si associa al nome femminile -- suprema
ambizione del filosofo P.. P. manifesta già durante il soggiorno bolognese una
spiccata sensibilità filosofica, professando una grandissima ammirazione per
l'antichità romana. Oltre agli incontri con Virgilio e Pistoia, importante per
la nascita della sensibilità filosofica di P. è il padre stesso, fervente
ammiratore di CICERONE e di tutta la giurisprudenza latina. Difatti ser
Petracco, come racconta P. nella Seniles dona al figlio un manoscritto
contenente le opere di VIRGILIO e la Rethorica di CICERONE e un codice delle
Etymologiae di Isidoro e uno contenente le lettere di s. Paolo. In quello
stesso anno, dimostrando la passione sempre crescente per la Patristica, P.
compra un codice del De Civitate Dei di Agostino e conosce e comincia a
frequentare Sepolcro, professore di teologia alla Sorbona. Il professore regala
a P. un codice tascabile delle Confessiones, lettura che aumenta ancor di più
la passione del Nostro per la spiritualità patristica agostiniana. Dopo la
morte del padre e l'essere entrato a servizio dei Colonna, P. si buttò a
capofitto nella ricerca di nuovi classici, cominciando a visionare i codici
della biblioteca apostolica -- ove scoprì la Naturalis Historia di PLINIO il
Vecchio -- e, nel corso del viaggio nel Nord Europa, P. scopre e ri-copia il
codice del Pro Archia poeta di CICERONE e dell'apocrifa “Ad equites romanos”,
conservati nella Biblioteca Capitolare di Liegi. Oltre alla dimensione di
explorator, comincia a sviluppare le basi per la nascita del metodo filologico
moderno, basato sul metodo della collatio, sull'analisi delle varianti e quindi
sulla tradizione manoscritta dei classici, depurandoli dagl’errori dei monaci
amanuensi con la loro emendatio oppure completando i passi mancanti per
congettura. Sulla base di queste premesse metodologiche, lavora alla
ricostruzione, da un lato, dell' “Ab Urbe condita” di LIVIO. Dall'altro, della
composizione del grande codice contenente le opere di VIRGILIO e che, per la
sua attuale locazione, è chiamato Virgilio ambrosiano. Da Roma a Valchiusa:
l'Africa e il “De viris illustribus”; Marie Alexandre Valentin Sellier, “La
farandola di P.”, olio su tela, Sullo sfondo si può notare il Castello di
Noves, nella località di Valchiusa, il luogo ameno in cui trascorse gran parte
della sua vita fino all’anno in cui lasciò la Provenza per l'Italia. Mentre
porta avanti questi progetti filosofici, P. intrattene con Benedetto XII, un
rapporto epistolare -- Epistolae metricae -- con cui esorta il pontefice a
ritornare a Roma e continua il suo servizio presso Colonna, su concessione del
quale poté intraprendere un viaggio a Roma, dietro richiesta di Colonna che desidera
averlo con sé. Giuntovi nella città eterna P. puo toccare con mano i monumenti
e le antiche glorie dell'antica capitale dell'impero romano, rimanendone
estasiato. Rientrato in Provenza, P. compra una casa a Valchiusa, appartata
località sita nella valle della Sorgue nel tentativo di sfuggire all'attività
frenetica avignonese, ambiente che lentamente comincia a detestare in quanto
simbolo della corruzione morale in cui è caduto il Papato. Valchiusa -- che
durante le assenze di P. è affidata al fattore Chermont -- è anche il luogo ove
P. puo concentrarsi nella sua attività filosofica e accogliere quel piccolo
cenacolo di amici eletti -- a cui si aggiunse il vescovo di Cavaillon, Philippe
de Cabassolle -- con cui trascorrere giornate all'insegna del dialogo
filosofico colto – “un gruppo di gioco”. Più o meno in quello stesso periodo,
illustrando a Colonna la vita condotta a Valchiusa nel primo anno della sua
dimora lì, P. delinea uno di quegl’autoritratti manierati che diventeranno un
luogo comune della sua corrispondenza: passeggiate campestri, amicizie scelte,
letture intense, nessuna ambizione se non quella del quieto vivere. È in questo
periodo appartato che, forte della sua esperienza filosofica, incomincia a
stendere i due saggi che sarebbero dovute diventare il simbolo della rinascenza
classica: l'Africa e il De viris illustribus. Il primo saggio, in versi intesa
a ricalcare le orme virgiliane, narra dell'impresa militare romana della
seconda guerra punica, incentrata sulle figure di SCIPIONE l'Africano, modello
etico insuperabile della virtù civile della repubblica romana. Il secondo
saggio e un medaglione di XXXVI vite di uomini illustri improntata sul modello
liviano e quello floriano. La scelta di comporre un'opera in versi e un'opera
in prosa, ricalcanti i modelli sommi dell'antichità nei due rispettivi generi e
intesi a recuperare, oltre alla veste stilistica, anche quella spirituale
degl’antichi, diffusero presto il nome di P. al di là dei confini provenzali,
giungendo in Italia. L'ALLORO con cui P. è incoronato ri-vitalizza il mito del
filosofo laureato, figura che diventerà un'istituzione pubblica in paesi quali
il Regno Unito. Il nome di P. quale uomo eccezionalmente colto e grande
filosofo è diffuso grazie all'influenza della famiglia Colonna e SEPOLCRO. Se i
primi hanno influenza presso gl’ambienti ecclesiastici e gl’enti a essi
collegati -- quali le Università europee, tra le quali spiccava la Sorbona --
SEPOLCRO fa conoscere il nome dell'Aretino presso la corte del re di Napoli
Roberto d'Angiò, presso il quale è chiamato in virtù della sua erudizione.
Approfittando della rete di conoscenze e di protettori di cui disponeva, pensa
di ottenere un riconoscimento ufficiale per la sua attività filosofica
“innovatrice” a favore dell'antichità, patrocinando così la sua incoronazione
filosofica. Difatti, nella Familiares, confide a SEPOLCRO la sua speranza di
ricevere l'aiuto del sovrano angioino per realizzare questo suo sogno,
intessendone le lodi. La Sorbona fa sapere al Nostro l'offerta di una incoronazione
filosofica a Parigi. Proposta che, nel pomeriggio dello stesso giorno, giunge
analoga dal senato di Roma. Su consiglio di Colonna, P., che desidera essere
incoronato nell'antica capitale dell'impero romano, accetta la seconda offerta,
accogliendo poi l'invito di re Roberto di essere esaminato da lui stesso a
Napoli prima di arrivare a Roma per ottenere la sospirata incoronazione. Le
fasi di preparazione per il fatidico incontro con il sovrano angioino durarono,
P., accompagnato dal signore di Parma Azzo da Correggio, si mise in viaggio per
Napoli col fine di ottenere l'approvazione del colto sovrano angioino. Giunto
nella città partenopea è esaminato per III giorni da re Roberto che, dopo
averne constatato la cultura e la preparazione filosofica, acconsentì
all'incoronazione a filosofo in Campidoglio per mano del senatore Anguillara.
Se conosciamo da un lato sia il contenuto del discorso di P. – la collatio
laureationis --sia la certificazione dell'attestato di LAUREA da parte del
senato romano – il privilegium lauree domini Francisci Petrarche, che gli
conferiva anche l'autorità per insegnare filosofia e la cittadinanza romana --
la data dell'incoronazione è incerta. Tra quanto affermato da P. e quanto poi
testimoniato da BOCCACCIO (si veda), la cerimonia d'incoronazione avvenne in un
arco temporale. In seguito all'incoronazione incomincia a comporre l'Africa e
il De viris illustribus. Gli anni successivi all'incoronazione filosofica sono
contrassegnati da un perenne stato d'inquietudine morale, dovuta sia a eventi
traumatici della vita privata, sia all'inesorabile disgusto verso la corruzione
Avignonese. Subito dopo l'incoronazione filosofica, mentre P. sosta a Parma, sa
della scomparsa dell'amico Colonna, notizia che lo turba profondamente. Gl’anni
successivi non recarono conforto al filosofo laureato. Da un lato le morti
prima di SEPOLCRO e, poi, di re Roberto ne accentuarono lo stato di sconforto.
Dall'altro, la scelta da parte del fratello di abbandonare la vita mondana per
diventare monaco nella Certosa di Montreaux, spinsero P. a riflettere sulla
caducità del mondo. Mentre soggiorna ad Avignone, conosce Cola di Rienzo --
giunto in Provenza quale ambasciatore del regime repubblicano instauratosi a
Roma -- col quale condivide la necessità di ridare a Roma l'antico status di
grandezza politica che, come capitale dell'antica Roma le spetta di diritto. È
nominato canonico del Capitolo della cattedrale di Parma, mentre è nominato
arcidiacono. La caduta politica di RIENZO, favorita specialmente dalla famiglia
Colonna, è la spinta decisiva da parte di P. per abbandonare i suoi protettori.
Lascia ufficialmente, l'entourage di Colonna. A fianco di queste esperienze
private, il cammino del filosofo P. è invece caratterizzato da una scoperta
importantissima. Dopo essersi rifugiato a Verona in seguito all'assedio di
Parma e la caduta in disgrazia dell'amico Correggio, P. scopre nella biblioteca
capitolare le epistole ciceroniane “ad Brutum”, “ad Atticum” e “ad Quintum
fratrem.” L'importanza della scoperta consistette nel modello epistolografico
che esse trasmettevano: i colloquia a distanza con gl’amici, l'uso del tu al
posto del voi proprio dell'epistolografia medievale ed, infine, lo stile fluido
e ipotattico indussero l'aretino a comporre anch'egli delle raccolte di lettere
sul modello ciceroniano e senecano, determinando la nascita delle Familiares
prima, e delle Seniles poi. A questo periodo di tempo risalgono anche i Rerum
memorandarum libri, l'avvio del De otio religioso e del De vita solitaria.
Sempre a Verona, P. ha modo di conoscere Alighieri, figlio d’ALIGHIERI, con cui
intrattenne rapporti cordiali. La vita, come suol dirsi, ci sfugge dalle mani.
Le nostre speranze furon sepolte cogli amici nostri. Ci rese miseri e soli.
Delle cose familiari, prefazione, A Socrate. Dopo essersi slegato dai Colonna,
P. comincia a cercare altro patrone presso cui ottenere protezione. Pertanto,
lascia Avignone, col figlio, giunge a Verona, località dove si è rifugiato
l'amico Correggio dopo essere stato scacciato dai suoi domini, per poi giungere
a Parma, dove stringe legami con il signore della città, Luchino Visconti (si
veda: “Morte a Venezia”). È, però, in questo periodo che inizia a diffondersi
per l'Europa la terribile peste nera, morbo che causa la morte di molti amici
del P.: i fiorentini BENE (si veda), Casini, e Albizzi; Colonna e il padre,
anche Colonna; e quella dell'amato ALLORO, di cui ha la notizia. Nonostante il
dilagare del contagio e la prostrazione psicologica in cui cadde a causa della
morte di molti suoi amici, P. continua le sue peregrinazioni, alla ricerca di
un protettore. Lo trova in Carrara, suo estimatore che lo nomina canonico del
duomo di Padova. Il signore di Padova intese in tal modo trattenere in città il
filosofo il quale, oltre alla confortevole casa, in virtù del canonicato
ottenne una rendita annua di 200 ducati d'oro, ma P. utilizza questa abitazione
solo occasionalmente. Difatti, costantemente in preda al desiderio di
viaggiare, è a Mantova, a Ferrara e a Venezia, dove conosce Dandolo. Prende la
decisione di recarsi a Roma per lucrare l'indulgenza dell'Anno giubilare.
Durante il viaggio accondiscese alle richieste dei suoi ammiratori fiorentini e
decide di incontrarsi con loro. L’occasione è di fondamentale importanza non
tanto per P., quanto per colui che diventerà il suo interlocutoreL Boccaccio.
Il filosofo e novelliere, sotto la sua guida, incomincia una lenta e
progressiva conversione verso una mentalità ed un approccio più umanistico alla
filosofia, collaborando spesso con il suo venerato praeceptor in progetti
culturali di ampio respiro. Tra questi ricordiamo la la scoperta di antichi
codici classici romani. P. risiedette prevalentemente a Padova, presso Carrara.
Qui, oltre a portare avanti i progetti letterari delle Familiares e le opere
spirituali riceve anche la visita di BOCCACCIO in veste di ambasciatore del
comune fiorentino perché accetta un posto di docente presso il nuovo studio
fiorentino – meno prestigioso dall’antichissimo di Bologna -- Poco dopo, e
spinto a rientrare ad Avignone in seguito all'incontro con Talleyrand e
Boulogne, latori della volontà di papa Clemente VI che intende affidargli
l'incarico di segretario apostolico. Nonostante l'allettante offerta del
pontefice, l'antico disprezzo verso Avignone e gli scontri con gli ambienti
della corte pontificia -- i medici del pontefice e, dopo la morte di Clemente,
l'antipatia d’Innocenzo VI -- gl’indussero a lasciare Avignone per Valchiusa,
dove prende la decisione definitiva di stabilirsi IN ITALIA. Targa
commemorativa del soggiorno meneghino di P. situata agli inizi di Via Lanzone a
Milano, davanti alla basilica di S. Ambrogio. P. inizia il viaggio verso la
patria, accogliendo l'ospitale offerta di Visconti, arcivescovo e signore della
città, di risiedere a Milano. Malgrado le critiche degl’amici fiorentini -- tra
le quali si ricorda quella risentita del Boccaccio -- che gli rimproveravano la
scelta di essersi messo al servizio dell'ACERRIMO NEMICO DI FIRENZE. P.
collabora con missioni e ambascerie -- a Parigi e a Venezia; l'incontro con
l'imperatore Carlo IV a Mantova e a Praga -- all'intraprendente politica
viscontea. Sulla scelta di risiedere a Milano piuttosto che nella natia
Firenze, bisogna ricordare l'animo cosmopolita proprio di P.. Cresciuto ramingo
e lontano dalla sua patria, P. non risente più dell'attaccamento medievale
verso la propria patria d'origine, ma valuta gl’inviti fattigli in base alle
convenienze economiche e politiche. Meglio, infatti, avere la protezione un
signore potente e ricco come Visconti e Galeazzo II, che si rallegrerebbero di
avere a corte un filosofo celebre come P.. Nonostante tale scelta discutibile
agl’occhi degl’amici fiorentini, i rapporti tra il praeceptor e i suoi
discipuli si ricucino. A ripresa del rapporto epistolare tra P. e Boccaccio
prima, e la visita di quest'ultimo a Milano nella casa di P. situata nei pressi
di S. Ambrogio sono le prove della concordia ristabilita. Nonostante le
incombenze diplomatiche, nel capoluogo lombardo elabora la sua filosofia, dalla
ricerca erudita e filologica alla produzione di una filosofia fondata da un
lato sull'insoddisfazione per la cultura contemporanea, dall'altra sulla
necessità di una produzione che puo guidare l'umanità verso i principi
etico-morali filtrati attraverso l’accademia e il portico. Con questa
convinzione, P. porta avanti gli scritti iniziati nel periodo della peste: il
Secretum e il De otio religioso; la composizione di opere volte a fissare
presso i posteri l'immagine di un uomo virtuoso i cui principi sono praticati
anche nella vita quotidiana -- le raccolte delle Familiares e, l'avviamento
delle Seniles -- le raccolte poetiche latine -- Epistolae Metricae -- e quelle
volgari -- i Triumphi e i Rerum Vulgarium Fragmenta, alias il Canzoniere.
Durante il soggiorno meneghino P. inizia soltanto il dialogo “De remediis
utriusque fortune” in cui si affrontano problematiche morali concernenti il
denaro, la politica, le relazioni sociali e tutto ciò che è legato al
quotidiano. Per sfuggire alla peste, P. abbandona Milano per Padova, città da
cui fugge per lo stesso motivo. Nonostante la fuga da Milano, i rapporti con
Visconti rimanono sempre molto buoni, tanto che trascorse tempo nel castello
visconteo di Pavia in occasione di trattative diplomatiche. A Pavia seppelle il
piccolo nipote di due anni, figlio della figlia, nella chiesa di S. Zeno e per
lui compose un'epigrafe ancor oggi conservata nei Musei Civici. Si reca a
Venezia, città dove si trovava il caro amico Albanzani e dove la Repubblica gli
concesse in uso Palazzo Molin delle due Torri sulla Riva degli Schiavoni in
cambio della promessa di donazione della sua biblioteca, che era allora
certamente la più grande biblioteca privata d'Italia. Si tratta della prima
testimonianza di un progetto di bibliotheca publica. La casa veneziana è molto
amata da P., che ne parla indirettamente nella Seniles, quando descrive, al
destinatario Bologna, le sue abitudini quotidiane. Vi risiede stabilmente --
tranne alcuni periodi a Pavia e Padova -- e vi ospita Boccaccio e Pilato.
Durante il soggiorno veneziano, trascorso in compagnia degli amici più intimi,
della figlia sposatasi con Brossano, decide di affidare a Malpaghini la
trascrizione in bella copia delle Familiares e del Canzoniere. La tranquillità
di quegli anni è turbata dall'attacco maldestro e violento mosso alla cultura,
all'opera e alla figura sua da IV filosofi averroisti che lo accusarono di
ignoranza. L'episodio è l'occasione per la stesura del saggio “De sui ipsius et
multorum ignorantia”, in cui P. difende la propria "ignoranza" in
campo del LIZIO a favore della filosofia dell’ACCADEMIA, più incentrata sui
problemi della natura umana rispetto alla prima, intesa a indagare la natura
sulla base dei dogmi del filosofo di Stagira. Amareggiato per l'indifferenza
dei veneziani davanti all’accuse rivoltegli, P. decide di abbandonare la città
lagunare e annullare così la donazione della sua biblioteca alla Serenissima.
La casa di P. ad Arquà P., località sita sui colli Euganei nei pressi di
Padova, dove vive il filosofo. Della dimora P. parla nella Seniles. Dopo alcuni
brevi viaggi, accolge l'invito dell'amico ed estimatore Carrara di stabilirsi a
Padova, in Via Dietro Duomo a Padova, la casa canonicale di P., assegnata a lui
in seguito al conferimento del canonicato. Il signore di Padova dona poi una casa
situata nella località di Arquà, un tranquillo paese sui colli Euganei, dove
poter vivere. Lo stato della casa, però, a abbastanza dissestato e ci vollero
alcuni mesi prima che potesse avvenire il definitivo trasferimento nella nuova
dimora. La vita di P., che è raggiunto dalla famiglia della figlia, si alterna
prevalentemente tra il soggiorno nella sua amata casa di Arquà e quella vicina
al duomo di Padova, allietato spesso dalle visite dei suoi amici ed estimatori,
oltre a quelli conosciuti nella città veneta, tra cui si ricorda Seta, che
daveva sostituito Malpaghini quale copista e segretario del filosofo laureato.
Si mosse dal padovano soltanto una volta quando e a Venezia quale paciere per
il trattato di pace tra i veneziani e Carrara. Per il resto del tempo si dedica
alla revisione delle sue opere e, in special modo, del Canzoniere. Colpito da
una sincope, muore ad Arquà mentre esaminava un testo di VIRGILIO (o CICERONE),
come auspicato in una lettera al Boccaccio. Peraga è scelto per tenere l'orazione
nel funerale, che si svolge nella chiesa di S. Maria Assunta alla presenza di
Carrara e di molte altre personalità laiche ed ecclesiastiche. Per volontà
testamentaria le spoglie di P. sono sepolte nella chiesa parrocchiale del
paese, per poi essere collocate dal genero in un'arca marmorea accanto alla
chiesa. Le vicende dei resti del P., come quelli di ALIGHIERI, non sono
tranquille. La sua tomba espezzata all'angolo di mezzodì e vennero rapite
alcune OSSA DEL BRACCIO DESTRO. Autore del furto e Martinelli, un frate da
Portogruaro, il quale, a quanto dice una pergamena dell'archivio comunale di
Arquà, venne spedito in quel luogo dai fiorentini, con ordine di riportare seco
qualche parte del suo scheletro. La veneta repubblica fa riattare l'urna,
suggellando con arpioni le fenditure del marmo, e ponendovi lo stemma di Padova
e l'epoca del misfatto. I resti trafugati NON SONO MAI RECUPERATI. La tomba,
che versa in stato pessimo, venne sottoposta a restauro dato lo stato pessimo
in cui il sepolcro versa. Il restauro però, a seguito di complicazioni
burocratiche e di conflitti di competenza e questioni anche politiche, e
addirittura processato con l'accusa di violata sepoltura. Avennero resi noti i
risultati dell'analisi dei resti conservati nella sua tomba ad Arquà P.. Il
TESCHIO, peraltro ridotto in frammenti, una volta ricostruito, è riconosciuto
come femminile e quindi non pertinente a P.. Un frammento di pochi grammi del
cranio esaminato con il metodo del radiocarbonio, consente di accertare che il
cranio ritrovato nel sepolcro è femminile. A chi sia appartenuto e perché si
trovasse nella sua tomba è ancora un mistero, come un mistero è dove sia finito
il suo proprio cranio. Il resto dello scheletro è invece riconosciuto come
autentico. Riporta alcune costole fratturate. Ferito da una cavalla con un
calcio al costato. Nello studio, affresco murale, Reggia Carrarese, Sala dei
Giganti, Padova. P. manifesta sempre un'insofferenza innata nei confronti della
cultura a lui coeva. La sua passione per i classici latini liberate dalle
interpretazioni allegoriche lo pone pongono come l'iniziatore dell'umanesimo
italiano. In “De remediis utriusque fortune”, ciò che interessa maggiormente a
P. è l'”humanitas”, cioè l'insieme delle qualità che danno fondamento ai valori
più umani della vita, con un'ansia di meditazione e di ricerca tra erudita ed
esistenziale intesa ad indagare l'anima in tutte le sue sfaccettature. Di
conseguenza, pone al centro della sua riflessione filosofica l'essere umano,
spostando l'attenzione dall'assoluto teo-centrismo all'antropo-centrismo
moderno. Fondamentale nella sua filosofia è la riscoperta dei classici, sopra
totto di CICERONE – E LIVIO (“Ab urbe condita”) e PLINIO (“Historia
naturalis”). Già conosciuti, sono ati oggetto però di una rivisitazione che non
tene quindi conto del contesto storico-culturale in cui le opere erano state
scritte. Per esempio, la figura di VIRGILIO è vista come quella di un
mago/profeta, capace di adombrare, nell'Ecloga IV delle Bucoliche, la nascita
di Cristo, anziché quella d’Asinio Gallo, figlio del politico romano Asinio
Pollione: un'ottica che ALIGHIERI accolse pienamente nel Virgilio della
Commedia. P., rispetto ai suoi contemporanei, rifiuta il travisamento dei
classici operato fino a quel momento, ridando loro quella patina di storicità e
di inquadramento culturale necessaria per stabilire con essi un colloquio
costante, come fa nel libro delle Familiares. Scrivere a CICERONE o a Seneca,
celebrandone l'opera o magari deplorandone con benevolenza mancanze e contraddizioni,
è per lui un modo filosoficamente tangibile -- e per noi assai significativo
simbolicamente -- di mostrare quanto a loro dovesse, quanto li sentisse,
appunto, idealmente suoi contemporanei. Oltre alle epistole, all'Africa e al De
viris illustribus, opera tale riscoperta attraverso il metodo filologico da lui
ideato e la ricostruzione dell'opera liviana – LIVIO (si veda) -- e la
composizione del Virgilio ambrosiano. Altro aspetto da cui traspare questo
innovativo approccio alle fonti e alle testimonianze storico-letterarie si
avverte, anche, nell'ambito della numismatica, della quale P. è ritenuto il
precursore. Per quanto riguarda la prima opera, P. decise di riunire le varie
decadi (cioè i libri di cui l'opera è composta) allora conosciute in un unico
codice, l'attuale codice oggi detto l’Harleiano. P. si dedica a quest'opera di
collazione, grazie ad un lavoro di ricerca e di enorme pazienza. Prende la III
decade, correggendola e integrandola ora con un manoscritto veronese vergato da
Raterio, ora con una lezione conservata nella Biblioteca Capitolare della
Cattedrale di Chartres, il Parigino Latino acquistato da Colonna, contenente
anche la IV decade. Quest'ultima è poi corretta su di un codice appartenuto al
preumanista padovano Lovati. Infine, dopo aver raccolto anche la I decade, P.
puo procedere a riunire gli sparsi lavori di recupero. L'impresa riguardante la
costruzione del Virgilio ambrosiano è invece molto più complessa. Iniziato già
quand'era in vita il padre, il lavoro di collazione porta alla nascita di un
codice composto di fogli manoscritti che contene l'omnia virgiliana (Bucoliche,
Georgiche ed Eneide commentati dal grammatico Servio), al quale sono aggiunte
quattro Odi di Orazio e l'Achilleide di Stazio. Le vicende di tale manoscritto
sono assai travagliate. Sottrattogli dagli esecutori testamentari del padre, il
Virgilio ambrosiano si recupera solo quando P. commissiona a Martini una serie
di miniature che lo abbellirono esteticamente. Il manoscritto finisce nella
biblioteca dei Carraresi a Padova, tuttavia, Visconti conquista Padova ed il
codice è inviato, insieme ad altri manoscritti di P., a Pavia, nella Biblioteca
Visconteo-Sforzesca situata nel castello di Pavia. Sforza ordina al castellano
di Pavia di prestare il manoscritto allo zio Alessandro signore di Pesaro, poi
il Virgilio Ambrosiano torna a Pavia. Luigi XII conquista il Ducato di Milano e
la biblioteca Visconteo-Sforzesca si trasfere in Francia, dove si conserva
nella Bibliothèque nationale de France, circa CCCC manoscritti provenienti da
Pavia. Tuttavia il Virgilio Ambrosiano è sottratto al SACCHEGGIO FRANCESE da
Pirro. Sappiamo che si trova a Roma, di proprietà di Cusani, poi acquistato da
Borromeo per l'Ambrosiana. Il messaggio petrarchesco, nonostante la sua presa
di posizione a favore della natura umana, non si dislega dalla dimensione
religiosa. Difatti, il legame con l'agostinismo e la tensione verso una sempre
più ricercata perfezione morale sono chiavi costanti all'interno della sua
produzione letteraria e filosofica. Rispetto, però, alla tradizione medievale,
la religiosità petrarchesca è caratterizzata da tre nuove accezioni prima mai
manifestate: la prima, il rapporto intimo tra l'anima e Dio, un rapporto basato
sull'autocoscienza personale alla luce della verità divina. La seconda, la
rivalutazione della tradizione morale e filosofica classica, vista in un
rapporto di continuità con il cristianesimo e non più in chiave di contrasto o
di mera subordinazione; infine, il rapporto "esclusivo" tra P. e il
divino, che rifiuta la concezione collettiva propria della Commedia dantesca.
Comunanza tra valori classici e cristiani La lezione morale degli antichi è
universale e valida per ogni epoca. L’umanita di CICERONE non è diversa da
quella di Agostino, in quanto esprimono gli stessi valori, quali l'onestà, il
rispetto, la fedeltà nell'amicizia e il culto della conoscenza. Sul legame
degl’antichi è significativo il celebre passo della morte di Magone, fratello
di Annibale che, nell'Africa ormai morente, pronuncia un discorso sulla vanità
delle cose umane e sul valore liberatorio della morte dalle fatiche terrene che
in nessun modo si discosta dal pensiero cristiano, anche se tale discorso fu
criticato da molti ambienti che ritenevano una scelta infelice porre in bocca
ad un pagano un pensiero così Cristiano. Ecco un passo del lamento di Magone:
Edizione dell'Africa stampata a Venezia, nella stamperia di Manuzio. Nel
particolare, l'Incipit del poema. Heu qualis fortunae terminus alte est! Quam
laetis mens caeca bonis! furor ecce potentum praecipiti gaudere loco; status
iste procellis subjacet innumeris, et finis ad alta levatis est ruere. Heu tremulum
magnorum culmen honorum, Spesque hominum fallax, et inanis gloria fictis illita
blanditiis! Heu vita incerta labori
dedita perpetuo, semperque heu certa, nec unquam Stat morti praevisa dies! Heu
sortis iniquae natus homo in terris! Vista del Mont Ventoux dalla località di
Mirabel-aux-Baronnies. Infine, per il suo carattere fortemente personale,
l'umanesimo cristiano petrarchesco trova nel pensiero di sant'Agostino il
proprio modello etico-spirituale, contrario al sistema filosofico
tolemaico-aristotelico allora imperante nella cultura teologica, visto come
alieno dalla cura dell'anima umana. A tal proposito, REALE (si veda) delinea
lucidamente la posizione di P. verso la cultura contemporanea. La diffusione
dell'averroismo, col crescente interesse che suscitava per l'indagine
naturalistica, sembra a P. che distragga pericolosamente da quelle arti
liberali, che sole possono dare la sapienza necessaria per conseguire la pace
spirituale in questa vita e la beatitudine eterna nell'altra. La sapienza
classica e cristiana, che P. contrappone alla scienza averroistica, è quella
fondata sulla meditazione interiore attraverso alla quale si chiarisce a sé
stessa e si forma la personalità del singolo uomo. L'importanza che Agostino
ebbe per l'uomo P. è evidente in due celebri testi letterari del Nostro: il
Secretum da un lato, in cui il vescovo d'Ippona interloquisce con lui
spingendolo ad un'acuta quanto forte analisi interiore dei propri peccati;
dall'altro, il celebre episodio dell'ascesa al Monte Ventoso, narrato nella
Familiares, IV, 1, inviata seppur in modo fittizio a DSepolcro. La forte vena
morale che percorre tutte le opere petrarchesche volgare tende a trasmettere un
messaggio di perfezione morale: il Secretum, il De remediis, le raccolte
epistolari e lo stesso Canzoniere sono impregnati di questa tensione etica
volta a risanare le deviazioni dell'anima attraverso la via della virtù. Tale
applicazione etica negli scritti (l'oratio), però, deve corrispondere alla vita
quotidiana se l'umanista vuole trasmettere un'etica credibile ai destinatari.
Prova di questo binomio essenziale è, per esempio, “Delle cosa familiar”,
indirizzata a CICERONE. Esprime, in un tono di amarezza e di rabbia al
contempo, la sua scelta di essersi allontanato dall'otium letterario di TUSCOLO
per addentrarsi nuovamente nell'agone politico dopo la morte di GIULIO CESARE e
schierarsi a fianco d’OTTAVIANO contro MARC’ANTONIO, tradendo così i principi
etici esposti nei suoi trattati filosofici. Ma qual furore a danno di
MARC’ANTONIO ti mosse? Risponderai per avventura l'amore alla repubblica, che
dicevi caduta in fondo. Ma se codesta fede, se amore di libertà ti sprone come
di sì grand'uomo stimare si converrebbe, ond'è che tanto fosti amico di
OTTAVIANO? Io ti compiango, amico, e di sì grandi tuoi falli sento vergogna.
Oh, quanto era meglio ad un filosofo tuo pari nel silenzio dei campi, pensoso,
come tu dici, non della breve e caduca presente vita, ma della eterna, passar
tranquilla vecchiezza. La declinazione dell'impegno morale nella vita attiva
delinea la sua vocazione civile. Tale attributo, prima ancora di intendersi
come impegno nella vita politica del tempo, dev'essere compreso nella sua
declinazione prettamente sociale, quale suo impegno nell'aiutare gl'uomini
contemporanei a migliorarsi costantemente attraverso il dialogo e il senso di
carità nei confronti del prossimo. Oltre ai trattati morali si deve però anche
registrare che cosa significa per lui nella sua stessa vita, l'impegno civile.
Il servizio presso i potenti di turno – Colonna, Correggio, Visconti, e Carrara
-- spinse i suoi amici ad avvertirlo della minaccia che tali regnanti avrebbero
potuto costituire per la sua indipendenza intellettuale. Però, nella “Epistola
ai posteri” ribadì la sua proclamata indipendenza dagli intrighi di corte. I
più grandi monarchi dell'età mia m'ebbero in grazia, e fecero a gara per trarmi
a loro, né so perché. Questo so che alcuni di loro parevan piuttosto essere
favoriti della mia, che non favorirmi della loro dimestichezza: sì che
dall'alto loro grado io molti vantaggi, ma nessun fastidio giammai ebbi
ritratto. Tanto peraltro in me fu forte l'amore della mia libertà, che da chiunque
di loro avesse nome di avversarla mi tenni studiosamente lontano. Nonostante
l'intento autocelebrativo proprio dell'epistola, P. rimarca il fatto che i
potenti vollero averlo di fianco a sé per questioni di prestigio, facendo sì
che il poeta finisse «per non identificarsi mai fino in fondo con le loro prese
di posizioni». Il legame con le corti signorili, scelte per motivazioni
economiche e di protezione, getta pertanto le basi per la figura del
cortigiano. Se ALIGHIERI, costretto a vagare per le corti dell'Italia soffre
sempre per la lontananza da Firenze, fonda, con la sua scelta di vita, il
modello del cosmopolita, segnando così il tramonto dell'ideologia comunale
fondamento della sensibilità d’Alighieri prima, e che in parte è propria di
BOCCACCIO. La sua caratteristica è l'otium, vale a dire il riposo. Parola
latina indicante, in generale, il riposo dei patrizi romani dalle attività
proprie del negotium, la riprende rivestendola però di un significato diverso:
non più riposo assoluto, ma attività intellettuale nella tranquillità di un
rifugio appartato, solitario ove potersi concentrare e portare, poi, agli
uomini il messaggio morale nato da questo ritiro. Questo ritiro, come è esposto
nei trattati ascetici del De vita solitaria e del De otio religioso, è vicino,
per sensibilità del P., ai ritiri ascetico-spirituali dei Padri della Chiesa,
dimostrando quindi come l'attività letteraria sia, nel contempo, fortemente
intrisa di carica religiosa. P., con l'eccezione di due sole opere poetiche, i
Triumphi e il Canzoniere, scrisse esclusivamente in latino, la lingua di quegli
antichi romani di cui voleva riproporre la virtus nel mondo a lui
contemporaneo. Egli credeva di raggiungere il successo con le opere in latino,
ma di fatto la sua fama è legata alle opere in volgare. Al contrario
d’ALIGHIERI, che aveva voluto affidare la sua memoria ai posteri con la
Commedia, P. decise di eternare il suo nome riallacciandosi ai grandi
dell'antichità. P. -- a parte una letterina in volgare -- scrive sempre in
latino quando deve comunicare, anche privatamente, anche per le annotazioni AI
MARGINI dei libri. Questa scelta del latino come lingua esclusiva della prosa e
della normale comunicazione scritta, inserendosi nel più ampio progetto
culturale che ispira P., si carica di valori ideali (Guglielmino-Grosser). P.
preferì usare il volgare nei momenti di pausa dall'elaborazione delle grandi
opere latine. Difatti, come più volte definì le liriche che confluiranno nel
Canzoniere, esse valgono quali nugae, cioè quale elegante divertimento dello
scrittore, a cui dedicò senza dubbio molte cure, ma a cui non avrebbe mai
pensato di affidare quasi per intero la propria immortalità letteraria. Il suo
volgare, al contrario di quello d’Aligheri, è caratterizzato però da un'accurata
selezione di termini, cui il poeta continuò a lavorare, limando le sue poesie
-- da qui la limatio petrarchesca -- per la definizione di una poesia
aristocratica, lemento che spingerà il critico Contini a parlare di
monolinguismo petrarchesco, in contrapposizione al pluristilismo dantesco.
ALIGHIERI e P.. Dalle considerazioni fatte, emerge chiaramente la profonda
differenza esistente tra P. ed ALIGHIERI: se il primo è un uomo che supera il
teocentrismo medievale incentrato sulla Scolastica in nome del recupero
agostiniano e dei classici depurati dall'interpretazione allegorica cristiana
indebitamente appostavi dai commentatori medievali, ALIGHIERI mostra invece di
essere un uomo totalmente medievale. Oltre alle considerazioni filosofiche, i
due uomini sono antitetici anche per la scelta linguistica cui legare la
propria fama, per la concezione dell'amore, per l'attaccamento alla patria.
Illuminante sul sentimento che P. nutrì per l'Alighieri è la Familiares,
scritta in risposta all'amico Boccaccio, incredulo delle dicerie secondo cui
lui odia Alighieri. Afferma che non può odiare qualcuno che conosce appena e
che affronta con onore e sopportazione l'esilio. Prende le distanze
dall'ideologia, esprimendo il timore di essere influenzato da un così grande
esempio se avesse deciso di scrivere liriche in volgare, liriche che sono
facilmente sottoposte allo storpiamento da parte del volgo. L“Africa” è un
poema epico che tratta della seconda guerra punica e in particolare delle gesta
di SCIPIONE. Costituito da dodici egloghe, gli argomenti del “Bucolicum carmen”
spaziano fra amore, politica e morale. Anche in questo caso, l'ascendenza
virgiliana è evidente dal titolo, che richiama fortemente lo stile e gli
argomenti delle Bucoliche. Attualmente, la lezione del Bucolicum petrarchesco è
riportata dal codice Vaticano lat. Dedicate all'amico Sulmona, le Epistolae
metricae sono lettere in esametri, di cui alcune trattano d'amore, mentre per
la maggior parte si occupano di politica, morale o di materie letterarie. I
Psalmi penitentiales ne accenna nella Seniles, a Sagremor de Pommiers. Sono una
raccolta di sette preghiere basate sul modello stilistico-linguistico dei salmi
davidici della Bibbia, in cui chiede perdono per i suoi peccati e aspira al
perdono della Misericordia divina. Il “De viris illustribus” è una raccolta di
biografie di uomini illustri dedicata a Carrara signore di Padova.
Nell'intenzione originale dell'autore l'opera doveva trattare la vita di
personaggi della storia di Roma da ROMOLO a Tito, ma arriva solo fino a Nerone.
In seguito P. aggiunse personaggi di tutti i tempi, cominciando da Adamo e
arrivando a Ercole. L'opera rimase incompiuta ed è continuata dall'amico e
discepolo padovano di P., Seta, fino a Traiano. I Rerum memorandarum libri sono
una raccolta di esempi storici e aneddoti a scopo d'educazione morale in prosa
latina, basati sui Factorum et dictorum memorabilium libri del filosofo latino
VALERIO MASSIMO (si veda). Iniziati in Provenza, furono continuati allorché P.
scoprì le orazioni ciceroniane a Verona, e ne fu indotto al progetto delle
Familiares. Difatti, furono lasciati incompiuti dall'autore, che ne scrisse
soltanto i primi 4 libri e alcuni frammenti del quinto libro. Il “De secreto
conflictu curarum mearum” è una delle sue opere più celebri e fu composta,
anche se in seguito fu riveduta. Articolato come un dialogo tra lui stesso e un
santo alla presenza di una donna muta che simboleggia la Verità, consiste in
una sorta di esame di coscienza personale nel quale si affrontano temi intimi
del poeta, da cui il titolo dell'opera. Come emerge però nel corso della
trattazione, Francesco non si mostra mai del tutto contrito dei suoi peccati
(l'accidia e l'amore carnale per Laura): al termine dell'esame egli non
risulterà guarito o pentito, dando così forma a quell'irrequietezza d'animo che
contraddistinse la sua vita. "La vita solitaria” è un trattato di
carattere religioso e morale. L'autore vi esalta la solitudine, tema caro anche
all'ascetismo medioevale, ma il punto di vista con cui la osserva non è strettamente
religioso: al rigore della vita monastica P. contrappone l'isolamento operoso
dell'intellettuale, dedito alle letture e alla scrittura in luoghi appartati e
sereni, in compagnia di amici e di altri intellettuali. L'isolamento dello
studioso in una cornice naturale che favorisce la concentrazione è l'unica
forma di solitudine e di distacco dal mondo che P. riuscì a conseguire, non
considerandola in contrasto con i valori spirituali cristiani, in quanto
riteneva che la saggezza contenuta nei libri, soprattutto nei testi classici,
fosse in perfetta sintonia con quelli. Da questa sua posizione è derivata
l'espressione di "umanesimo cristiano" di P. . Il “De otio religioso”
è un'esaltazione della vita monastica, dedicata al fratello Gherardo. Simile al
“De vita solitaria”, esalta però soprattutto la solitudine legata alle regole
degli ordini religiosi, definita come la migliore condizione di vita possibile.
Il “De remediis utriusque fortunae” è una raccolta di brevi dialoghi scritti in
prosa latina. Basata sul modello del De remediis fortuitorum, trattato
pseudo-senechiano composto nel Medioevo, l'opera è composta da scambi di
battute tra entità allegoriche: prima il "Gaudio" e la
"Ragione", poi il "Dolore" e la "Ragione". Simile
ai precedenti Rerum memorandarum libri, questi dialoghi hanno scopi educativi e
moralistici, proponendosi di rafforzare l'individuo contro i colpi della
fortuna sia buona che avversa. Il De remediis riporta anche una delle più
esplicite condanne della cultura trecentensca da parte di P., vista come
sciocca e superflua. Ut ad plenum auctorum constet integritas, quis scriptorum
inscitie inertieque medebitur corrumpenti omnia miscentique? Cuius metu multa
iam, ut auguror, a magnis operibus clara ingenia refrixerunt meritoque id patitur
ignavissima etas hec, culine sollicita, literarum negligens et coquos
examinans, non scriptores. Perché persista pienamente l'integrità degli
scrittori antichi, chi tra i copisti guarirà ogni cosa dall'ignoranza,
dall'inerzia, dalla rovina e dal caos? Per il timore di ciò si indebolirono,
come prevedo, molti celebri ingegni dalle grandi opere, e quest'epoca
indolentissima permette ciò, dedita alla culinaria, ignorante delle lettere e
che valuta i cuochi, e non i copisti. L’occasione per la sua “Invectivarum
contra medicum quendam libri IV,” una serie di accuse nei confronti dei medici
e la malattia che colpe Clemente VI. Nella Familiares gli consiglia di non
fidarsi dei suoi archiatri, accusati di essere dei ciarlatani dalle idee
contrastanti fra di loro. Davanti alle forti rimostranze dei medici pontifici
nei confronti di P., questi scrisse quattro libri di accuse, una copia dei
quali fu inviata poi al Boccaccio. Il “De sui ipsius et multorum ignorantia” e
composta in seguito alle accuse di ignoranza che quattro lizij gli rivolgeno,
in quanto alieno dalla terminologia e dalle questioni delle scienze naturali.
In quest'apologia dell’umanismo risponde come lui e interessato alle scienze
che interessassero il benessere dell'anima umana, e non alle discussioni
tecniche e dogmatiche proprie del nominalismo. Invectiva contra cuiusdam
anonimi Galli calumnia -- di carattere politico, e una nvettiva rivolta ad
Hesdin, sostenitore della necessità che la sede del viscovo di Roma e Avignone.
Per tutta risposta sostenne la necessità che il viscovo di Roma appartiene a
Roma, sua sede diocesana e simbolo dell'antica gloria romana. Di grande
importanza sono le epistole latine in prosa, in quanto contribuiscono a
costruire l'immagine autobiografica idealizzata che offre di sé e quindi la sua
eternizzazione. Basate sul modello di Cicerone, ricavato dalla scoperta delle
“Epistulae ad Atticum” compiuta da lui a Verona, le lettere sono aggruppate in
quattro raccolte epistolari: le Familiares (o Familiarum rerum libri o De rebus
familiaribus libri), epistole dedicate a Socrate; le Seniles, epistole dedicate
a Nelli; le “Sine nominee” -- epistole politiche in un libro; e le epistole
“Variae”. È rimasta intenzionalmente esclusa dalle raccolte l'epistola “Ai
posteri”. Le lettere spaziano dagli anni bolognesi sino alla fine della sua
vita e sono indirizzate a vari personaggi suoi contemporanei, ma, nel caso d’un
libro delle Familiares, sono rivolte fittiziamente a personaggi dell'antichità.
Sempre delle Familiares è celebre l'epistola incentrata sull'ascesa al Monte
Ventoso. Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono / di quei sospiri ond’io
nudriva ’l core in sul mio primo giovenile errore quand’era in parte altr’uom
da quel ch’i’ sono. P., Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono, prima
quartina della lirica d'apertura del Canzoniere). Il “Canzoniere” è la storia
poetica della sua vita interiore vicina, per introspezione e tematiche, al
Secretum. La raccolta comprende 366 componimenti (365 più uno introduttivo. Voi
ch'ascoltate in rime sparse il suono: sonetti, canzoni, sestine, ballate e
madrigali, divisi tra rime in vita e rime in morte di Laura, celebrata quale
donna superiore, senza però raggiungere il livello della donna angelo della
Beatrice d’Alighieri. Difatti, Laura invecchia, subisce il corso del tempo, e
non è portatrice di alcun attributo divino nel senso teologico
stilnovista-dantesco. Anzi, la storia del “Canzoniere,” più che la celebrazione
di un amore, è il percorso di una progressiva conversione della sua anima. Si
passa, infatti, dal giovanil errore (l'amore terreno) ricordato nel sonetto
introduttivo Voi ch'ascoltate in rime sparse, alla canzone Vergine bella, che
di sol vestita in cui affida la sua anima alla protezione di dio perché trovi
finalmente pietà e riposo. L'opera, che gli richiese anni di continue
rivisitazioni stilistiche -- da qui la cosiddetta limatio petrarchesca -- prima
di trovare la forma definitiva sube ben varie fasi di redazioni. I
"Trionfi" e un poemetto allegorico in volgare toscano, in terzine
dantesche, compost a Milano -- è ambientato in una dimensione onirica e irreale
(strettissimo, per scelta metrica e tematica, è il legame con la Comedia).
Viene visitato d’Amore, che gli mostra tutti gl’uomini che cedeno alle passioni
del cuore. Annoverato tra questi ultimi, P. verrà poi liberato da Laura,
simboleggiante la Pudicizia (Triumphus Pudicitie), che cadrà poi per mano della
Morte (Triumphus Mortis). P. scoprirà dalla stessa Laura, apparsagli in sogno,
che ella si trova nella beatitudine celeste, e che egli stesso potrà
contemplarla nella gloria divina soltanto dopo che la morte lo avrà liberato
dal corpo caduco in cui si ritrova. La Fama poi sconfigge la morte (Triumphus
Fame) e celebra il proprio trionfo, accompagnata da Laura e da tutti i più celebri
personaggi della storia antica e recente. Il moto rapido del sole suggerisce al
poeta alcune riflessioni sulla vanità della fama terrena, cui fa seguito una
vera e propria visione, nella quale al poeta appare il Tempo trionfante
(Triumphus Temporis). Infine il poeta, sbigottito per la precedente visione, è
confortato dal suo stesso cuore, che gli dice di confidare in Dio: gli appare
allora l'ultima visione, un «mondo novo, in etate immobile ed eterna, un mondo
al di fuori del tempo dove trionferanno i beati e dove un giorno Laura gli
riapparirà, questa volta per sempre (Triumphus Eternitatis). Già quand'era in
vita fu riconosciuto immediatamente quale maestro e guida per tutti coloro che
volevano intraprendere lo studio delle discipline umanistiche. Grazie ai suoi
numerosi viaggi in tutta Italia, gettò il seme del suo messaggio presso i
principali centri della Penisola, in particolar modo a Firenze. Qui, oltre ad
aver conquistato alla causa dell'umanesimo Boccaccio (autore, tra l'altro, di
un De vita et moribus domini Francisci Petracchi de Florentia), trasmise la sua
passione a C. Salutati, cancelliere della Repubblica di Firenze e vero trait
d'union nella generazione petrarchesco-boccacciana. Coluccio, infatti, fu il
maestro di due dei principali umanisti: Bracciolini, il più grande scopritore
di codici latini del secolo ed esportatore dell'umanesimo a Roma; e Bruni, il
più notevole rappresentante dell'umanesimo civile insieme al maestro Salutati.
È Bruni a consolidare la fama di P., allorché redasse una Vita di P., seguita
da quelle di Villani, Manetti, Sicco Polenton e Vergerio. Oltre a Firenze, i
soggiorni del poeta in Lombardia e a Venezia favorirono la nascita di movimenti
culturali locali desti declinare i princìpi umanistici a seconda delle esigenze
della classe politica locale: a Milano, dove operarono letterati del calibro di
Decembrio e Filelfo, nacque un umanesimo cortigiano destinato a diventare il
prototipo per tutte le corti principesche italiane; a Venezia si diffuse,
invece, un umanesimo educativo destinato a formare la nuova classe dirigente
della Serenissima, grazie all'attività di Giustinian, di Barbaro, e di Barbaro.
Bembo e il petrarchismo Magnifying glass icon mgx2. svg Pietro Bembo e
Petrarchismo. Se P. è visto soprattutto come capostipite della rinascita delle
lettere antiche, grazie al letterato e cardinale veneziano Bembo divenne anche
il modello del cosiddetto classicismo volgare, definendo una tendenza che si
stava progressivamente già delineando nella lirica italiana. Difatti Bembo, nel
dialogo Prose della volgar lingua, sostenne la necessità di prendere come
modelli stilistici e linguistici P. per la lirica, Boccaccio invece per la
prosa, scartando Dante per il suo plurilinguismo che lo rendeva difficilmente
accessibile: «Requisito necessario per la nobilitazione del volgare era dunque
un totale rifiuto della popolarità. Ecco perché Bembo non accettava
integralmente il modello della Commedia di Dante, di cui non apprezzava le
discese verso il basso nelle quali noi moderni riconosciamo un accattivante
mistilinguismo. Da questo punto di vista, il modello del Canzoniere di P. non
presentava difetti, per la sua assoluta selezione linguistico-lessicale.»
(Marazzini) Contini, grande estimatore di P. e suo commentatore. La proposta
bembiana risultò, nelle diatribe relative alla questione della lingua, quella
vincente. Già negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione delle
Prose, si diffuse presso i circoli poetici italiani una passione per le
tematiche e lo stile della poesia petrarchesca (stimolata anche dal commento al
Canzoniere di Vellutello), chiamata poi petrarchismo, favorita anche dalla
diffusione dei petrarchini, cioè edizioni tascabili del Canzoniere. A fianco
del petrarchismo, però, si sviluppò anche un movimento avverso alla
canonizzazione poetica operata dal Bembo: allorché letterati come Berni ed
Aretino svilupparono polemicamente il fenomeno dell'antipetrarchismo; poi, nel
corso del Seicento, la temperie barocca, ostile all'idea di classicismo in nome
della libertà formale, declassò il valore dell'opera petrarchesca. Riabilitato
parzialmente da Muratori, P. ritorna pienamente in auge in seno alla temperie
romantica, quando Foscolo prima e Sanctis poi, nelle loro lezioni tenute dal
primo a Pavia, e dal secondo a Napoli e a Zurigo, furono in grado di operare
un'analisi complessiva della produzione petrarchesca e ritrovarne
l'originalità. Dopo gli studi compiuti da Carducci e dagli altri membri della
Scuola storica, il secolo scorso vide, per l'area italiana, Contini e Billanovich
tra i maggiori studiosi del P.. P. e la scienza diplomatica Magnifying glass
icon mgx2.svg Diplomatica. Benché la diplomatica, ovvero la scienza che studia
i documenti prodotti da una cancelleria o da un notaio e le loro
caratteristiche estrinseche ed intrinseche, sia nata consapevolmente con
Mabillon, nella storia di tale disciplina sono stati individuati dei precursori
che, inconsapevolmente, nella loro attività filologica, hanno analizzato e
dichiarato l'autenticità o meno anche di documenti oggetto di studio da parte
della diplomatica. Tra questi, infatti, vi furono molti umanisti e anche il
loro precursore e fondatore, P. Ifatti, l'imperatore Carlo IV chiese al celebre
filologo di analizzare dei documenti imperiali in possesso di suo genero, Rodolfo
IV d'Asburgo, che sarebbero stati stilati da Giulio Cesare e da Nerone a favore
dell'Austria che dichiaravano tali terre indipendenti dall'Impero. P. rispose
con la Seniles in cui, evidenziando lo stile, gli errori storici e geografici e
il tono (il tenore) della lettera (tra cui la mancanza della data topica e
della data cronologica propria dei diplomi), negò la validità di questo
diploma. Onorificenze Laurea poeticanastrino per uniforme ordinario. Laurea
poetica — Roma. A P. è intitolato il cratere P. su Mercurio. L'epistola,
scritta in risposta a una missiva in cui l'amico Boccaccio gli chiedeva se
fosse vera l'invidia che P. nutriva per Dante, contiene l'accenno all'incontro,
in età giovanile, con il più maturo poeta: «E primieramente si noti com'io mai
non ebbi ragione alcuna d'odiare cotal uomo, che solo una volta negli anni
della mia fanciullezza mi venne veduto.» (Delle cose familiari). La critica, se
l'incontro sia da attribuirsi a Pisa o ad altre località, è divisa: Ariani e
Ferroni, nota 6 propendono per la città toscana, mentre Rico-Marcozzi pensano a
un incontro avvenuto a Genova quando la famiglia di ser Petracco si stava
dirigendo in Francia. Pacca4 opera un'interpretazione intermedia tra le due
città, benché ritenga che sia più probabile Pisa come luogo effettivo
dell'incontro. Dello stesso parere, infine, anche Dotti. Si legga il brano
dell'epistola, in cui P. ricorda il loro primo incontro e il piacevolissimo
periodo trascorso nella località francese: «e noi fanciulli ancora impuberi partimmo
in un cogli altri, ma fummo con speciale destinazione per imparare grammatica
mandati a scuola a Carpentrasso, piccola città, ma di piccola provincia città
capitale. Ricordi tu que' quattro anni? Quanta gioia, quanta sicurezza, qual
pace in casa, qual libertà in pubblico, quale quiete, qual silenzio ne' campi!
(Lettere Senili). P. mostrò, nei confronti di tale scienza, sempre
un'avversione innata, come è esposto nella Familiares, in cui P. scrive a
Genovese che a Montpellier prima e a Bologna poi «ben altro in quegli anni fare
io poteva o in se stesso più nobile o alla natura mia meglio conveniente: né
sempre nella elezione dello stato quello ch'è più splendido, ma quello che a
chi lo sceglie è più acconcio preferire si deve.» (Delle cose familiari). Come
però ricorda Wilkins, la scelta di P. di entrare a far parte della Chiesa non
fu soltanto dettata dalla cinica necessità di ottenere i proventi necessari per
vivere. Nonostante non avesse mai avuto la vocazione per la cura delle anime,
P. ebbe sempre una profonda fede religiosa. A sviluppare la tesi
dell'identificazione di Laura con tale Laura de Sade è la stessa testimonianza
di P. nella Familiares, II, 9 a Giacomo Colonna, il quale cominciò a mostrarsi
dubbioso sull'esistenza di questa donna (si veda Delle cose familiari, Più
precisamente, nella Nota, Fracassetti fa riemergere la vita della presunta
amata del P.: «Da Odiberto e da Ermessenda di Noves nobile famiglia di Avignone
nacque una fanciulla, cui fu dato il nome di Laura. Fa fatta per man di notaio
la scritta nuziale fra Laura ed Ugo De Sade gentiluomo Avignonese. Due anni più
tardi nella chiesa di S. Chiara di questa città, a quell'ora del giorno che
chiamavano prima, P. allora di poco più che ventidue anni la vide» Si legga
l'episodio di come fossero stati dati alle fiamme dei libri di VIRGILIO e
CICERONE, cosa che suscita il pianto in P.. Al che il padre, vedendolo così
affranto «d'una mano porgendo Virgilio, dall'altra i rettorici di Cicerone:
"tieni, sorridendo mi disse, abbiti questo per ricrearti qualche rara
volta la mente, e quest'altro a conforto e ad aiuto nello studio delle
leggi".» (Lettere Senili Il codice, dopo la morte di P. passa nelle mani
di Francesco Novello da Carrara, nuovo signore di Padova. Quando questa città verrà
conquistata da Visconti, anche il patrimonio bibliotecario petrarchesco passò
nelle mani dei duchi milanesi, che lo conservarono nella loro biblioteca di
Pavia. Fu poi sistemato nella Pinacoteca Ambrosiana, grazie all'intervento del
suo fondatore, il cardinale Federigo Borromeo arcivescovo di Milano. Si veda:
Cappelli. Da questo momento in avanti, P. non esitò a chiamare Avignone la
novella Babilonia di apocalittica memoria, come testimoniato dai celebri
sonetti avignonesi facenti parte del Canzoniere. Oltre a motivazioni di
carattere morale, ci fu anche la profonda delusione che suscitò la decisione di
Benedetto XII di non recarsi a prendere possesso ufficialmente della sua sede
vescovile e ristabilire così pace in Italia (Ariani). P. scrisse, riguardo alla
morte del vecchio amico e protettore, due lettere commoventi: la prima, al
fratello di Giacomo, il cardinale Giovanni (Delle cose familiari; la seconda,
all'amico Tosetti, soprannominato Lelio (Delle cose familiari, traduzione di
Fracassetti). Nella Nota alla prima Fracassetti ricorda come P., nella
Familiares, avesse avuto, in sogno, il presagio della morte del Vescovo di
Lombez venticinque giorni prima della sua effettiva scomparsa. Cappelli 55.
Significativa la ricostruzione storico-letteraria compiuta da Amaturo, ove si
rievocano le figure di intellettuali che si legarono alla biblioteca capitolare
veronese (Matociis, Dante e Pietro Alighieri, Benzo d'Alessandria, Vincenzo
Bellovacense) e le rarità che essa conteneva (codici contenenti le lettere di
PLINIO il Giovane; parte dell'Ab Urbe condita liviana che P. utilizzò per la
ricostruzione filologica del codice Harleiano; le orazioni ciceroniane citate;
il Liber catulliano). Boccaccio esprimerà la sua indignatio nell'Epistola X
indirizzata a lui, ove, grazie alla tecnica retorica dello sdoppiamento e a
topoi letterari, Boccaccio si lamenta col magister di come Silvano (il nome
letterario usato nella cerchia petrarchesca per indicare il poeta laureato)
avesse osato recarsi presso il tiranno Visconti (identificato in
Egonis):«Audivi, dilecte michi, quod in auribus meis mirabile est, solivagum
Silvanum nostrum, transalpino Elicone relicto, Egonis antra subisse, et
muneribus sumptis ex pastore castalio ligustinum devenisse subulcum, et secum
pariter Danem peneiam et pierias carcerasse sorores». Inoltre, bisogna
ricordare che la scelta di risiedere a Milano era anche uno schiaffo alla
proposta delle autorità fiorentine di occupare un posto come docente nello
Studium, occupazione che gli avrebbe concesso di rientrare in possesso dei beni
paterni sequestrati. L'arcivescovo Giovanni II Visconti, difatti, proseguì la
politica espansionistica dei suoi predecessori a danno delle altre potenze
dell'Italia centro-settentrionale, tra le quali spiccava Firenze. Le ostilità
tra Milano e Firenze perdureranno fino a quando salì al potere come duca dello
Stato lombardo Francesco Sforza, che intraprese una politica di alleanza con
Firenze grazie all'amicizia personale che lo legava a Cosimo de' Medici.
Durante l'epidemia di peste milanese, morì il figlio Giovanni (Pacca), nato da
una relazione extraconiugale. I rapporti con il figlio, al contrario di quanto
avvenne con la secondogenita Francesca, furono assai burrascosi a causa della
condotta ribelle di Giovanni (Dotti) accenna all'odio che Giovanni provava
verso i libri, «quasi fossero serpenti»). Come ricordato nella Familiares. Si
separa dal figlio Giovanni, che tornò ad Avignone in seguito a non precisati
dissapori (Familiares); tre anni dopo sarebbe tornato a Milano. (Rico-Marcozzi)
Il ravennate Malpaghini fu presentato da Donato degli Albanzani a P. che,
rimasto colpito dalle sue qualità letterarie e dalla sua pronta intelligenza,
lo prese al suo servizio quale copista. La collaborazione tra i due uomini,
durata appunto si interruppe il 21 aprile di quell'anno, quando il Malpaghini
decise di lasciare l'incarico presso l'Aretino. Per maggiori informazioni
biografiche, si veda la biografia di Signorini. P., nella Seniles informa il
fratello Gherardo, tra le altre cose, anche della sua nuova dimora sui colli
Euganei, dandone un quadro piacevole e ameno: «E per non dilungarmi di troppo
della mia chiesa, qui fra i colli Euganei, non più lontano che dieci miglia da
Padova mi fabbricai una piccola ma graziosa casina, cinta da un oliveto e da
una vigna che dan quanto basta a una non numerosa e modesta famiglia. E qui,
sebbene infermo del corpo, io vivo dell'animo pienamente tranquillo lungi dai
tumulti, dai rumori, dalle cure, leggendo sempre e scrivendo. Lettere Senili.
La lettera non può essere considerata "reale", ma piuttosto una
rielaborazione voluta dal P.. Difatti, a quell'altezza, il giovane P. non era
ancora entrato in contatto con il padre agostiniano, e la scelta della data
(corrispondente al Venerdì Santo) e del luogo (la salita al monte rievoca
l'immagine della Passione di Gesù sul Calvario) rendono ancora più
"mitica" l'ambientazione. Si veda, per quanto riguarda la
ricostruzione filologica e cronologica dell'epistola, il saggio di Giuseppe
Billanovich, P. e il Ventoso, in Italia medioevale e umanistica, Roma,
Antenore, Il ventiquattresimo libro delle Familiares è composto da lettere
indirizzate a vari personaggi dell'antichità classica. Per P., infatti, gli
antichi non sono lontani e irraggiungibili: la costante lettura delle loro opere
fa sì che CICERONE, ORAZIO, Seneca, VIRGILIO vivano attraverso queste ultime,
rendendo i rapporti tra P. e i suoi ammirati scrittori classici vicini per la
comunanza di sentimento. L'Otium degli antichi romani non consisteva unicamente
nel riposo dagli impegni quotidiani, indicati sotto il sostantivo di negotium.
Per CICERONE, l'otium non era soltanto il riposo dalle attività forensi e
politiche, ma soprattutto il ritiro nella propria intimità domestica col fine
di dedicarsi alla letteratura (De officiis). In questo caso, il modello
petrarchesco è affine a quello stoicheggiante dell'oratore romano. Si veda il
riassunto operato da Laidlaw, che ripercorre la concezione all'interno della
letteratura latina. Per CICERONE, nello specifico si vedano le pagine Laidlaw,
Termine di origine catulliana, P. lo prende in prestito per descrivere le
liriche come diversivo, passatempo. La questione delle nugae volgari e, più in
generale, delle opere latine, è esposta nella Familiares (Delle cose familiari)
Guglielmino-Grosser I testi sono raccolti nel codice Vaticano Latino come
ricordato da Santagata, Bisogna ricordare che Il Canzoniere non raccoglie tutti
i componimenti poetici del P., ma solo quelli che il poeta scelse con grande
cura: altre rime (dette extravagantes) andarono perdute o furono incluse in
altri manoscritti (cfr. Ferroni). L'inquietudine petrarchesca nasce, quindi,
dal contrasto tra l'attrazione verso i beni terreni (tra cui l'amore per Laura)
e l'aspirazione all'assoluto divino, propria della cultura medievale e della
religione cristiana, come ricordato da Guglielmino-Grosser. P. mantenne,
nell'ambito della lirica volgare, quell'aristocraticismo stilistico-lessicale
prima accennato, in cui si rifiutano molti usi lemmatici presenti nella
tradizione poetica italiana e che P. rifiuterà, accogliendone un preciso gruppo
ristretto ed elitario. Come ricorda Marazzini, Si delinea una tendenza del
linguaggio lirico al 'vago', inteso nel senso di una genericità antirealistica
(al contrario di quanto accade nel corposo realismo della Commedia),
testimoniato anche dalla polivalenza di certi termini, i quali, come
l'aggettivo dolce, entrano in un numero molto grande di combinazioni diverse.
Eppure la lingua di P., selezionata e ridotta nelle scelte lessicali, accoglie
un buon numero di varianti canonizzando un polimorfismo...in cui si allineano
la forma toscana, quella latineggiante, quella siciliana o provenzale...» Di
Benedetto170. Si ricorda anche che, seppur in forma minore, era presente nel
mondo letterario italiano del '400 anche un'ammirazione verso il P. volgare,
come testimoniato dalle edizioni a stampa del Canzoniere e dei Trionfi uscite
dalla bottega dei padovani Bartolomeo Valdezocco e Martino de Septem Arboribus
(cfr. Ente Nazionale P., Culto petrarchesco a Padova.). Riferimenti
bibliografici la notte Casa P. Arezzo, Regione Toscana Wilkins Ariani21. Più
specificamente Bettarini. Dopo essere stato accusato di aver falsificato un
istrumento notarile è così condannato al pagamento di 1000 lire e al taglio
della mano destra. Dotti Bettarini e Pacca Per informazioni biografiche, si
veda la voce Pasquini. Il ricordo di P. al riguardo è riportato in Lettere
Senili, Pasquini. Quanto a P., il magistero di Convenevole si colloca
indubbiamente. La Casa di P., su arqua P..com. Pacca Si legga il brano della
Lettere Senili, Il brano è ricordato anche da Wilkins Ariani Wilkins
Rico-Marcozzi. Si recò a studiare a Bologna, seguito da un maestro privato; e
Wilkins in cui si ritiene che questo maestro avesse «l'incarico, almeno per
Francesco e Gherardo, di fungere in loco parentis. Ariani Ariani, Wilkins,
Dotti Bettarini. Cappelli Pacca Rico-Marcozzi; Ferroni Wilkins, Wilkins,
Rico-Marcozzi. Colonna reclutò P. per la sua corte vescovile di Lombez, in
Guascogna: ne avrebbero fatto parte il cantore fiammingo Ludovico Santo di
Beringen e l'uomo d'armi romano Lello di Pietro Stefano dei Tosetti, che P.
battezza in seguito, rispettivamente, Socrate e Lelio. Ferroni Pacca Alinari,
su alinariarchives La distinzione tra le due scuole di pensiero emerge in
Ferroni, Ariani ricorda che il primo sostenitore del filone
allegorico-letterario fu il giovane Giovanni Boccaccio nel suo De vita et
moribus domini P.. Ariani. Dotti, specifica che questo san Paolo è acquistato
per procura a Roma e che il volume proveniva da Napoli. Ariani. Per maggiori
approfondimenti biografici, si veda la biografia di Moschella. Moschella,
Suggello ideale dell'amicizia tra i due fu il dono, da parte di Dionigi, di una
copia delle Confessiones di s. Agostino.Billanovich, Wilkins e Pacca Wilkins;
Wilkins Rico-Marcozzi. Nel frattempo aveva raggiunto Roma accolto da fra
Giovanni Colonna al termine di un avventuroso viaggio, e dove nella sua prima
lettera contemplando dal Campidoglio le rovine dell’Urbe, manifestò la meraviglia
per la loro grandezza e maestosità, dando forma a quella riscoperta
dell’antichità classica e al rimpianto per la sua decadenza che divennero i
cardini etici, estetici e politici dell’Umanesimo. Pacca Dotti, Dotti Mauro
Sarnelli, P. e gli uomini illustri, Treccani). Ariani Certo il privilegio
toccava, del tutto straordinariamente, a un poeta che ancora non aveva
pubblicato molto per meritarselo: ma la protezione dei potenti Colonna e la
rete di estimatori che aveva saputo intessere per tempo sono evidentemente
bastate a valorizzare al massimo le epistole metriche, la fama dell'Africa. e
del De viris, le rime volgari già note...» Dello stesso avviso anche Pacca e
Santagata. Moschella. Dionigi fa ritorno in Italia; dopo un breve soggiorno a
Firenze, giunse a Napoli (cfr. P., Familiares), dove l'aveva voluto il re
Roberto d'Angiò, che per l'agostiniano nutriva una profonda stima, oltre a
condividerne gli interessi per l'astrologia giudiziaria e per i classici
latini. Wilkins. La conoscenza dell'antica tradizione e delle due o tre
incoronazioni celebrate da singole città in tempi moderni, insieme
all'aspirazione a diventare famoso, accese inevitabilmente in P. il desiderio
di ricevere a sua voglia quell'onore. Egli confidò dapprima il suo pensiero a
Dionigi da Borgo San Sepolcro e a Giacomo Colonna, e ne venne a conoscenza
anche qualche persona che aveva legami con l'Parigi. Si legga il brano della
lettera dove inizia la decantazione delle lodi nei confronti del re napoletano:
«E chi dico io, e lo dico con pieno convincimento, in Italia, anzi in Europa
più grande di re Roberto Delle cose familiari, traduzione di Fracassetti)
Wilkins; Rico-Marcozzi. Sulla base dei contraddittori racconti di P. si
dovrebbe dedurre che nello stesso giorno questi avesse ricevuto l’invito a
cingere la corona sia dal Senato di Roma sia da Parigi e avesse chiesto
consiglio al cardinal Colonna decidendo di scegliere Roma (IV 5, 6), per
ricevere la laurea "sulle ceneri degli alti poeti che ivi dimorano".»
Difatti P. riteneva che l'ultima incoronazione a Roma fosse stata quella di
Stazio e che quindi, se vi fosse stato incoronato, sarebbe stato direttamente
un successore degli antichi poeti classici da lui tanto amati (Pacca). Cfr., ad
esempio, Rico-Marcozzi; Wilkins, Ariani, Pacca74. Rico-Marcozzi. Sono le date
fornite da P. ([Familiares]), e la più probabile sembra essere la seconda;
tuttavia Boccaccio situa l'evento il 17 e il documento ufficiale, il
Privilegium laureationis, almeno in parte redatto dallo stesso P., reca la
data. Lacultur, biografia di P., su lacultur.altervista.org. Wilkins; Dotti.
«In Avignone egli vedeva simbolicamente la corruzione della Chiesa di Cristo e
l'intollerabile esilio di Pietro.» Paravicini Bagliani. Moschella. Petrucci.
Wilkins, Così Ariani, Wilkins sostiene invece che Cola sia giunto ad Avignone a
Wilkins4 «Cola si intrattenne parecchi mesi e in quel periodo strinse amicizia
con P.. Cola era ancor giovane e poco noto; ma i due uomini avevano in comune
un grande entusiasmo per la Roma antica e cristiana, una grande preoccupazione
per lo stato presente della città e una grande speranza per la restaurazione
dell'antica potenza e dell'antico splendore.» Il Mondo di P. Ariani, il quale
ricorda, a testimonianza della rottura coi Colonna, Bucolicum carmen, VIII, intitolato
Divortium (cfr. Bucolicum carmen. Santagata ricorda inoltre come i legami tra
P. e il cardinale Giovanni non fossero mai stati buoni come con il fratello di
lui Giacomo. A differenza di Giacomo, il cardinale resta sempre il dominus.
Rico-Marcozzi. Pacca e Cappelli. Dotti, Wilkins, Ariani. Troncarelli. Waley.
Pacca, Padova, sRico-Marcozzi: «Giacomo II da Carrara, signore di Padova, che
gli fece ottenere un ulteriore e ricco canonicato da 200 ducati d'oro l'anno e
una casa nei pressi della cattedrale». Ariani. Una prospettiva generale del
rapporto tra P. e Boccaccio è esposto in Rico, Branca87. Rico-Marcozzi. Solo in
autunno si trasferì ad Avignone, per scoprire (almeno secondo quanto affermato
in Familiares) che gli si offriva la segreteria apostolica, già a suo tempo
rifiutata, e un vescovado». Ariani, Ferroni; D. Ferraro, P. a Milano. Le
ragioni di una scelta, Rinascimento; Firenze: Olschki, Viscónti, Galeazzo II,
su treccani. Pacca, Amaturo. Ma è fuor di dubbio che tra il poeta e i suoi
nuovi signori si istituiva come un patto di mutuo interesse: da un lato egli si
avvantaggiava della posizione di prestigio che gli offriva l'amicizia dei
Visconti; d'altro lato acconsentiva tacitamente a essere adoperato in missioni
diplomatiche, non numerose invero, né discordanti con i suoi ideali civili.
Ariani Cappelli La riflessione petrarchesca si indirizza sempre più ad hominem
e ad vitam, all'uomo concreto nella sua circostanza concreta, si nutre di
meditazione interiore, progetta un'opera capace di delineare una parabola
esemplare in cui lo scrittore propone se stesso e la cultura di cui è portatore
come modello capace di confrontarsi su tutti i terreni.» Rico-Marcozzi: «il
Secretum...composto in tre fasi successive. Ferroni Ariani Cappelli Wilkins
Vicini Retore originario di Pratovecchio, Donato degli Albanzani fu intimo
amico sia di P. che di Boccaccio. Per quanto riguarda i rapporti con il primo
si ricordano, oltre le missive indirizzategli dall'Aretino, anche alcune
egloghe del Bucolicum Carmen, in cui è chiamato con il senhal di Appenninigena.
Si veda la voce biografica Martellotti. U. Dotti, P. civile: alle origini
dell'intellettuale moderno, Donzelli Editore, Wilkins, espone dettagliatamente
le trattative tra P. e la Serenissima, citando anche il verbale del Maggior
Consiglio con cui si procedette all'approvazione della proposta petrarchesca.
Per ulteriori informazioni, si veda Gargan, Lettere Senili, traduzione di G.
Fracassetti, Si ricordi la visita dell'amico Boccaccio, quando però P. si era
recato momentaneamente a Pavia su richiesta di Galeazzo II. Nonostante
l'assenza dell'amico, Bocca ccio trovò una calorosa accoglienza da parte di
Francescuolo e di Francesca, trascorrendo giorni piacevoli nella città lagunare
(Cfr. Wilkins, Rico-Marcozzi -- fece ritorno a Venezia dove fu raggiunto dalla
figlia Francesca maritata al milanese Francescuolo da Brossano. Pacca,
Ma...bisogna dire che il vero valore del De ignorantia consiste nella vigorosa
affermazione della filosofia morale sulla scienza naturale. Ed è questo il
motivo della sua inferiorità rispetto a scrittori come Platone, CICERONE e
Seneca; perché per P. la cultura "è subordinata alla vita morale
dell'uomo. Casa del P., Arquà. Wilkins Ariani Wilkins, Billanovich. P.
designacon indicazioni esplicite anche per noi remoti quale loro custode un
letterato padovano, Lombardo della Seta, mediocre per ingegno e per dottrina,
ma cliente premuroso del maestro, di cui in una intima familiarità negli ultimi
anni aveva lentamente conosciuto le abitudini e filialmente soddisfatto i
desideri. Così...era promosso subito a buon segretario. Ariani Baldi, Razetti,
Zaccaria, Dal testo alla storia, dalla storia al testo, Paravia Wilkins La
tomba di P.. Canestrini e Dotti, Millocca, Francesco, Leoni, Pier Carlo, in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Si
veda Analisi Genetica dei resti scheletrici attribuiti a P.. Si veda inoltre
P.il poeta che perse la testain The Guardian sulla riesumazione dei resti di
P.. Ricchissima la al proposito: si ricordino i libri citati in, tra cui
Cappelli, L'umanesimo italiano da P. a Valla; i saggi curati da Billanovich
(tra cui l'opera sua più importante, Billanovich, P. letterato, uno dei
maggiori studiosi di P.; i libri di Pacca, Ariani e Wilkins. Pacca e Cappelli,
Garin. Si veda il lungo articolo di Lamendola al riguardo, in cui si espone
anche la chiave di lettura dei classici latini nel corso dell'età medioevale.
Dotti, Nassar, Numismatica e P.: una nuova idea di collezionismo, Il
collezionismo numismatico italiano. Una storica e illuminata tradizione. Un
patrimonio culturale del nostro Paese., Milano, Numismatici Italiani
Professionisti, Billanovich Per la datazione cronologica, cfr. Billanovich. Il
P. formò tra i venti e i venticinque anni il Livio Harleiano»; Le scoperte e i
restauri degli Ab Urbe condita eseguiti dal P. sul palcoscenico europeo di
Avignone; Cappelli, Billanovich, Billanovich, Un riassunto veloce è esposto
anche da Ariani63. Cappelli42 e Ariani62. Cappelli, Albertini Ottolenghi,
Albertini Ottolenghi. Significativo il titolo del settimo capitolo di Ariani.
Lo scavo introspettivo. Ferroni10. Ferroni, Ferroni e Guglielmino-Grosser. P.,
Africa, Cappelli e Guglielmino-Grosser Dotti,: I versi vennero infatti
riconosciuti bellissimi, ma tali da non convenirsi alla persona cui erano posti
in bocca, in quanto degni piuttosto di un personaggio cristiano che di uno
pagano.» Santagata. Il gesto di fastidio con il quale si liberò quasi sùbito
delle superfetazioni scolastiche ha il suo esatto corrispettivo nel rifiuto
dell'imponente edificio logico e scientifico della filosofia Scolastica a
favore di una ricerca morale orientata, con la guida determinante
dell'agostinismo, verso il soggetto e l'interiorità della coscienza. Delle cose
familiari, Guglielmino-Grosser, confrontando Dante, il quale non ha trasmesso
ai posteri dati biografici della propria vita, e P,, afferma che quest'ultimo
«fornendoci una grande quantità di informazioni dettagliate sulla sua vita
quotidiana, vere o false che siano, mira a trasmettere di sé un'immagine
concreta. Dotti, sulla base della Familiares delinea il senso del messaggio
umanistico lanciato da P.: parlare con il proprio animo non serve. Bisogna
affaticarsi ad ceterorum utilitatem quibuscum vivimus, per l'utilità di coloro
con i quali viviamo in questa terrena società, ed è certo che con le nostre
parole possiamo giovare: quorum animos nostris collucutionibus plurimum
adiuvari posse non ambigitur (Familiares). Il colloquio umano è dunque lo
strumento dell'autentico processo umanistico. Sua mercé si saldano e si
congiungono gli spazi più lontani...I comuni principi morali, dunque, e
l'indagine costante e irreversibile sono la molla di un processo che non può
aver fine se non con la morte dell'umanità medesima, e il discorso, il
colloquio e la cultura ne sono il filo conduttore. Viaggi nel TestoAutori della
letteratura Italiana, su internetculturale. Si ricordino i celebri versi di Pd
in cui l'avo Cacciaguida gli profetizza la durezza dell'esilio: Tu proverai sì
come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per
l'altrui scale Guglielmino-Grosser Guglielmino-Grosser Marazzini Santagata. La
riforma di P. consiste nell'introdurre entro l'universo senza regole della
rimeria coeva la disciplina, l'ordine, la pulizia formale, lo stesso
aristocraticismo propri delle più compatte 'scuole' duecentesche. Luperini, Il
plurilinguismo di Dante e il monolinguismo di P. secondo Contini. Delle cose
familiari, traduzione di G. Fracassetti, Pulsoni Pizzimentig Opera: Altichiero,
San Giorgio battezza Servio re di Cirene; Si veda, per maggiori informazioni,
Pacca, Per maggior informazioni, si veda il saggio di Fenzi. Si veda il saggio
di Dotti sulle Epistolae metricae. Pacca, Pacca, Ferroni. Amaturo, Cappelli
Ferroni, Pacca; Santagata; Amaturo, Le epistolae retrodatate furono, secondo
Santagata, probabilmente scritte ex novo perché fossero aderenti al progetto
culturale-esistenziale idealizzato da P.. Guglielmino-Grosser; Ferroni; Ariani;
Dionisotti. Salutati e dopo la morte del P. e del Boccaccio, il più autorevole
umanista italiano, unico erede di quei grandi.» Dionisotti. Dopo lungo
intervallo, Boccaccio compose in volgare una succinta vita di Alighieri cui
fece seguire un'assai più succinta vita del P. e un conclusivo paragone fra i
due poeti. Cappelli, Di Benedetto. Si veda la voce enciclopedica curata da Praz
e Benedetto Ariani Pacca, P. e Bresslau, Lettere Senili, traduzione di G.
Fracassetti, M. Albertini Ottolenghi, Note sulla biblioteca dei Visconti e
degli Sforza nel Castello di Pavia, in Bollettino della Società Pavese di
Storia Patria, Raffaele Amaturo, P., con due capitoli introduttivi al Trecento
di Carlo Muscetta e Francesco Tateo” (Roma, Laterza); M. Ariani, P., Roma,
Salerno), Bettarini, P., Francesco, in Dizionario biografico degli italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, G. Billanovich, P. letterato. Lo
scrittoio del P,, Roma, Storia e Letteratura, Billanovich, Gli inizi della
fortuna di P., Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, G. Billanovich, Il
Boccaccio, il P. e le più antiche traduzioni in italiano delle Decadi di Tito
Livio, in Giornale Storico della Letteratura Italiana, Vittore Branca, Giovanni
Boccaccio: profilo biografico, Firenze, Sansoni, H. Bresslau, Manuale di
diplomatica per la Germania e per l'Italia, Annamaria Voci-Roth, Roma,
Ministero per i Beni Culturali e Ambientali-Ufficio Centrale per i Beni
Archivistici, Giovanni Canestrini, Le ossa di Francesco P.: studio
antropologico, Padova, Reale Stab. di Prosperini, Cappelli, L'Umanesimo
italiano da Petrarca a Valla, Roma, Carocci); G. Contini, Letteratura italiana
delle origini, Firenze, Sansonie, A. Benedetto, Un'introduzione al petrarchismo
cinquecentesco, in Italica, Dionisotti, Bruni, Leonardo, in U. Bosco,
Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dionisotti,
Salutati, Coluccio, in Umberto Bosco, Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, U. Dotti, La formazione dell'umanesimo nel Petrarca
(Le "Epistole metriche"), in Belfagor, Firenze, Leo Olschki, U.
Dotti, Vita del P., Roma-Bari, Laterza, E. Fenzi, Sull’ordine di tempi e
vicende nel Bucolicum carmen di Petrarca, I generi della lettura, Firenze,
Pensa Multimedia Editore, Giulio Ferroni,Cortellessa e Pantani, L'alba dell'umanesimo:
Petrarca e Boccaccio, in G. Ferroni, Storia della letteratura italiana, Milano,
Mondadori, Gargan, Gli umanisti e la biblioteca pubblica, in Cavallo, Le
biblioteche nel mondo antico e medievale, Roma-Bari, Laterza, Guglielmino e
Grosser, Il sistema letterario, Storia, Milano, Principato); Marazzini, La
lingua italiana. Profilo storico” (Bologna, Mulino); Martellotti, Albanzani,
Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, M. Moschella, Dionigi da Borgo San Sepolcro, in Dizionario Biografico
degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Pacca, P.,
Roma-Bari, Laterza, Agostino Paravicini Bagliani, Colonna, in Dizionario
Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Emilio
Pasquini, Convenevole da Prato, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rime (Bari, Laterza); Lettere: Delle cose
familiari libri ventiquattro, Giuseppe Fracassetti, Firenze, Le Monnier, P.,
Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro, Fracassetti, Firenze,
Monnier, Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro, Fracassetti,
Firenze, Le Monnier, Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro,
Fracassetti, Firenze, Monnier, P., Lettere: Delle cose familiari libri ventiquattro;
Lettere varie libro unico, Fracassetti, Firenze, Monnier, Lettere Senili,
Fracassetti, Firenze, Le Monnier, Lettere Senili, Fracassetti (Firenze,
Monnier); Il Bucolicum carmen e i suoi commenti inediti, Avena, Padova, Società
Cooperativa Tipografica, P., Africa, Léonce Pinguad, Parigi, Thorin, Petrucci,
Angio, in Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, M.
Praz, Petrarchismo, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Pulsoni,
L’ALIGHIERI (si veda) di Petrarca: Vaticano latino in Studi petrarcheschi,
Padova, Antenore, Rico e Marcozzi, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rico, La conversione del Boccaccio, in
Luzzato e Pedullà, Atlante della letteratura italiana” (Torino, Einaudi); R.
Sabbadini, Le scoperte dei codici latini” Firenze, Sansoni, M.Santagata, I
frammenti dell'anima. Storia e racconto nel Canzoniere, Bologna, Mulino, M.
Signorini, Malpaghini, Giovanni, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Troncarelli, Casini, Bruno, in Dizionario
biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Waley,
Colonna, Stefano, il Vecchio, in Dizionario biografico degli italiani Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Wilkins, Vita, Rossi e Ceserani (Milano,
Feltrinelli); Donata Vicini, Musei civici di Pavia, Milano, Skira,
Petrarchismo; Pre-umanesimo Umanesimo Canzoniere Petrarchino; Biblioteca di
Petrarca Incoronazione poetica Casa del P.. Treccani Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. P., Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ente
ufficiale per gli studi petrarcheschi in Italia, Boccaccio, Epistole e lettere,
Biblioteca Italiana, F. Lamendola, Il culto di VIRGILIO nel medioevo, Centro
Studi La Runa. Romano Luperini, Il plurilinguismo di ALIGHIERI e il
monolinguismo di P. secondo Contini, Pacca. Catalogo dei Compositori e delle
opere Musicali sulle rime di su Artemida. Le tre corone fiorentine della lingua
italiana. Francesco Petrarca. Petrarca. Keywords: implicature, cicerone, I
lizij, lucrezio, filosofia Latina, filosofia romana. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Petrarca.” Luigi Speranza, “Il dialogo filosofico – Platone, Cicerone,
Petrarca e Grice.”
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Petrella. (Sansepolcro). Sansepolcro, Arezzo,
Tocana. P., Bernardino. Nasce a Borgo del Santo Sepolcro -- oggi Sansepolcro,
in provincia di Arezzo --, da Domenico P. Non è noto il nome della madre. È
allievo di Francesco di Niccolò PICCOLOMINI (vedasi) a Padova, dove -- Riccoboni
e Lohr -- comincia a insegnare logica «in secundo loco» -- succedendo a TOMITANO
(vedasi) con lo stipendio annuo di 40 fiorini e avendo come concorrente ZABARELLA
(vedasi) -- e poi filosofia, sempre «in secundo loco», quale collega di MERCENARIO
(vedasi). Torna sulla cattedra di logica, questa volta «in primo loco», avendo
come concorrente AMALTEO (vedasi) e succedendo a ZABARELLA (vedasi) con uno
stipendio annuo di 140 fiorini – ZABARELLA (vedasi) in precedenza ne prendeva
solo 60 -- che, con progressivi aumenti, giunse alla cifra assai elevata di 500
fiorini, a condizione che non fosse richiesto un ulteriore aumento. A
differenza delle altre università italiane ed a Oxford, dove la logica è solo
una disciplina propedeutica e come tale venne affidata a docenti all’inizio
della loro carriera, a Padova questa disciplina gode di grande attenzione -- anche
sul piano delle retribuzioni -- presso i riformatori dello studio, che
ricorrevano a professori di provata fama ed esperienza, incrementando così il
numero degli studenti. Una riforma sul modello padovano, intesa a valorizzare
di più l’insegnamento della logica, è proposta invano ai maggiorenti dello
Studio di Pisa da VERINO (vedasi) il Secondo che, oltre a TOMITANO (vedasi),
cita a mo’ di esempio il caso di P. e la
sua lunga esperienza nell’insegnamento di una disciplina frequentata d’una
infinità d’anni con gran sua reputazione et utilità et con gran frutto degli
scholari -- Grendler. Dopo aver collaborato a una raccolta encomiastica in
versi dedicata a Geronima Colonna d’Aragona -- Tempio, Padova --, pubblica a
Padova, apud J. Jordanum, L. Pasquatus excudebat, le Quaestiones logicae de
intentione Philosophi in II libro Posteriorum, de medio demonstrationis
potissimae, de speciebus demonstrationis, dirette, sia pure in maniera non
esplicita, CONTRO i testi di ZABARELLA (vedasi) che circolano manoscritti fra
gli studenti padovani, cui seguirono i Logicarum disputationum libri septem
(Patavii, apud Paulum Meietum, seconda edizione, accresciuta dallo stesso
autore, Venetiis, apud F. Valgrisium -- , dedicati in buona parte alla
confutazione delle tesi di ZABARELLA (vedasi), che nel frattempo aveva dato
alle stampe l’Opera logica. In effetti la fama di P. è legata alla lunga
polemica con Zabarella e i suoi sostenitori, riflesso dell’affinamento del
discorso metodologico nonché nel clima di forte competizione che caratterizza in
quegli anni l’insegnamento della logica a Padova. La polemica è avviata in
sordina da P. nelle citate Quaestiones logicae. ZABARELLA (vedasi) evita di
rispondere direttamente, lasciando questo compito ad Persio -- docente di
lingua greca a Bologna e fratello del telesiano Antonio Persio --, che pubblicò
a Venezia, presso Felice Valgrisio, i Logicarum exercitationum libri II, cui fa
seguito il Logicarum exercitationum liber III, apologeticus primus, in quo de
natura logicae disputatur -- Bononiae, apud. Rossium. Con la discesa in campo
di Persio la polemica si fa più vivace, assumendo anche toni acri. A sostegno
di P. apparve la Propugnatio di MARZIALE (vedasi), dietro il quale, a detta di
Persio, si celava lo stesso P.: l’opera risulta oggi introvabile, ma essa è
ampiamente citata da Persio. Questi replica, infatti, alla Propugnatio con le
Defensiones criticorum et apologetici primi adversus Bernardini P. logicam -- Bononiae,
typis Rossii. Nel frattempo anche Piccolomini era intervenuto nella polemica,
allargando l’ambito della discussione al metodo della filosofia morale e della
teoria politica. Le critiche di P. a ZABARELLA
(vedasi) sono a pieno raggio, a partire dal tema più generale, ossia la definizione
e il soggetto della logica -- con la distinzione fra il «soggetto dell’ARTE»,
ovvero i concetti, che esprimono la realtà, e il «soggetto dell’ARTEFICE, le
intentiones secundae ovvero i puri termini. La discussione si sposta poi: sulla
distinzione fra la definitio -- cui era attribuita una propria capacità
conoscitiva, mentre Zabarella l’aveva ridotta a un semplice supporto alla
dimostrazione -- e la demonstratio. Sulla teoria della dimostrazione P. separa
nettamente la demonstratio potissima, che prende avvio da principi
indimostrabili, dalla dimostrazione propter quid o causale, e contro i logici
recentiores rivalutava quest’ultima rispetto alla demonstratio quia, che invece
risaliva dagli effetti alla causa); sui quattro metodi della logica
(risolutivo, divisivo, dimostrativo e compositivo), che Zabarella aveva ridotto
a due -- compositivo e risolutivo --; sulla classificazione delle «scienze
subalterne e subalternanti», nonché sul termine medio del sillogismo. Ragnisco,
che dedicò un ampio studio a questa polemica fra logici padovani, da un
giudizio poco positivo su P., denunciandone «la sottigliezza arida, la
lungaggine delle distinzioni, la debolezza del ragionare» -- Zabarella. In
realtà P., che rifuggiva da una considerazione tecnica e formalistica dello
strumento logico, nella sua polemica contro Zabarella e i logici recentiores si
richiama al tradizionale legame tra logica, metafisica e filosofia della
natura, sostenuto in particolare dagli scotisti. Per lui la logica, in quanto
scientia al pari delle altre scientiae, ha come suo campo d’indagine i concetti
che definiscono la realtà -- ossia le intentiones primae -- e non le
intentiones secundae. Ma in tal modo, mantenendo lo stretto legame fra il
termine e la cosa, egli si preclude l’effettiva conoscenza della realtà
sensibile, limitando l’indagine alla «scomposizione negli elementi che già vi
erano», e alla loro ricomposizione, sicché il metodo della logica si riduceva
«a un circolo vizioso, a un dibattito astratto su forme ideali separate -- Garin. Morì lasciando numerosi scritti sulla logica
aristotelica, in parte inediti. Fonti e
Bibl.: Archivio di Stato di Padova, Archivio notarile, 4851, c. 621r; Padova,
Archivio storico dell’Università, Mss. bollettario, Riccoboni, De Gymnasio
Patavino commentariorum libri sex, Patavii, apud Franciscum Bolzetam, v; G.F.
Tomasini, Gymnasium Patavinum libris V comprehensum, Utini (rist. anast. Bologna; L. Jacobillus,
Bibliotheca Umbriae, I, Fulginiae 1658 (rist. anast. Bologna), Cinelli Calvoli,
Biblioteca volante, IV, Venezia (rist. anast. Bologna), ; Facciolati, Fasti
Gymnasii Patavini […] collecti ab anno MDXVII, quo restitutae scholae sunt,
Patavii (rist. anast. Bologna, Ragnisco,
Giacomo Zabarella il filosofo. Una polemica di logica nell’Università di Padova
nelle scuole di B. P. e di G. Zabarella, in Atti del r. Istituto veneto di
scienze, lettere ed arti, serie ; Id., La polemica tra Francesco Piccolomini e
Giacomo Zabarella nella Università di Padova, ; A. Crescini, Le origini del
metodo analitico: il Cinquecento, Udine, Garin, Storia della filosofia
italiana, Torino, Vasoli, La logica, in Storia della cultura veneta, III, 3, a
cura di G. Arnaldi - M. Pastore Stocchi, Vicenza; Ch.H. Lohr, Latin Aristotle
Commentaries, II, Renaissance Authors, Firenze; A. Poppi, Introduzione
all’aristotelismo padovano, Padova 1991, p. 37; G. Santinello, Tradizione e
dissenso nella filosofia veneta fra Rinascimento e modernità, Padova, Grendler,
The Universities of Italian Renaissance, Baltimore-London 2002, pp. 253, 255
s.; E. Veronese, Gli illustri ingegni dello Studio di Padova. Una canzone di
Giacomo Balamio, in Quaderni per la storia dell’Università di Padova, XXXVII
(2004), pp. 139-163 (p. 153, nota 43, con ulteriori indicazioni sulle fonti e
sulla bibliografia); D. Bouillon, L’interprétation de Jacques Zabarella le
philosophe, Paris. C i / P. EX VRBE
BVRGO SANCTI j SEPVLCHRI LOGICAM IN PATAVINO CYMNASIO PRIMO LOCO PKOFITEN. TIS
LOGICARVM DISPVTATION VM. lAd Pcrillujlrcrru , ac rcltgtoftsftmurru Eptfcopurru
NICOLAVM T ' ornaboriurru Patrttiurru Florcrjttnttrru. Qwm duplici rerum
notabdium indiccqus in tcto opcre cw.mcmur. CVM PRIVILEGIO. /A i PATJVI Apud Paulum
Mcictum. eum^ Opt. M ax.precor ? ut te dtu m~ cotumenj/orentefy confer
uet.Vale. Patautt.IIL Id.J^ouembr.fi J Itcidtefefio Di. zfllartini. 2). INDEX
EORVM CAPITVM QVAE INSINGVLIS libris continentur. Primi libri capica hxc func.
^ i UC *ron^t:y*, fiTIlJiJi wl L J X* Lr*n 1 1 t nriff^i - rl/i tr i>\! nr»i
Q Ogica uniucrfalitcr fumpca an fit, eiufqj genus quodnam fic cap. i *—* Ex
aliorum fenccncia obieaiones quardam dc gcncrc Logica: cap.r Supcnores
obiectioncs loluuntur cap.j L>e iogicariubiecto cap.4. iNonnuliorum
icncentia de iogica? iubieao . eap.^ tjpinio luperius notata impugnatur ',
capu> Ue nnc iogicg DJlaplina^ciulug ac logici operantis ada-quato fubjeao,
, cap.7 hx anorum lcncencia opinio /iuaonsiyvpugnacur de hnc cxccrno logw ~~
ca? aiicipiinar, adarquacoq? logici opcrantis iubiccto cap.g R tfp ondctur
pra-djcta* lmpugnanoai cao.o ^ienuaiis iogicardehnitio j ; ; carvx v trum logna
nt lcuntia ca p t , , cx mcncc aiiorum, bcotj, # Jacmorum tcrc omnium nocaca
(enccncia . ^ , impugnacur ^cap.ra ' Ponca impugnano dertruitur ; C ap.r 3 L»c
quaiuonc propccr quid tic iplius loeicx cap.r* uc lugicz iibrorum ordinc , cap,
, e L x dijurumicnrcncia Auaons opinio impugnatur ', . cap.r£ Jutlauua: coiura
dccerminacioncm Aucions reipondetur cap trir>rnm . . , r, aupcnus addutta:
opinionis impugnatio ca | v .Jj Opioio AuUoris dc uijiiuiupiji cunliijo 10
lecuodo Foli: i«bro ~ cTp - " b± aliorum (cnccutiA uumiuu* uujcujonc*
contra opimonem Auctori- 1 lauma iuuuin.3 JUIUUUIUT a (\ \ ci f . . J J iiii t
^^i. J uuctunt«LLJu iui.uiccundoPoitcriorumiibro opjaio Aucio — ris falfa
oftenditur. ca P» ^oluitur asfignata
inftantia cx philofophi progreffu in toto fecundo Po ftcriorum libro ca P* ' 3
Auerroi quoquc opinioncm Audoris aduerfari alii oflenderc nituntur. ca.i 4
Rcfpondctur obieaioni fundatar fuper nonullis Aucrrois audoritatib js.ca. . 5
Soluuntur rationes,& auaoritatcs euertuntur,in quibus opinio Aufto* ris
fundata fuit cap.i0 Exammatur Aduerfariorum rcfponfio ad Commentatoris
auctoritatcm in fcptimo Diuinorum commcnto quadragefimo fccundo Dc librorum mfcriptionc Ioannis Grammatici
opinio cap.ig Supra notatar opinionis explicatio cap. 1 9 Opinio Auaons czp.io
ioru Ordinc rcfolutiuo,ex notione fcilicct ipfius fcire fimplicitcr
principiorum potistimar demonftrationis conditioncs inueftigantur cap»i Ex
aliorum fententia nonnullar obieaiones ponuntur contra ea,quar fcri pta funt in
explicanda ipfius fcirc fimplicitcr dcfinitionc cap.t Propofuar obicaiones foluuntur
cap.j 'Potisfimar demonftrationis conditionum unaquarq; probatur cap.4
Nccefiarii, ex quo potisfima dcmonflratio conltat,diaicp dc omni pofto
rioriftici cxplicatio ca P*S" Ex aliorum fcntcntia nouadifTercntia intcr
illa duo di&a dc omni, eiufqj impugnatio cap.£ Dc co, quod pcr fe cft cap.7
diuifionc cap.g Propofita modorum diccndi per Ie,cV cx accideti diuifio
impu^natur. f ~ r 1 ' rT" ^ 7" De primo modo diccndt per le cap»ii
-'Dc fccundo modo diccndi pcr fe Dc
cau(a, luper qua rundatur tccundus modus dicendi per fc * tA prardictis obieaionibus. AQUINO (vedasi)
dctcnditur De rcrtio.cV quarto modis per lc cap.ic Dcclaratur contcxtus decimus
primi libri Poltcriorum cap.i 6 fcx aliorum lcntcntia lmpugnatur communis
interprctatio fuper dcci/ mo contextu pnmi ^ott: lub initium, cacfl defcnditur
cap. 1 7 Dc tcrtia conoitionc aa neceiianum elicntialc requitita. uidcliccc .
Ar V, niucriali /'oitcnonrtico cap.i g fcx anoi uin luiuuua pi Auicaiioucni
generis de lpccic pnmam.cV uniucr " falcm eflc, probatur unica rationc,ad
eamqj nonnullorum retpon* ltoponicur Addufla rcfpopfio confutatur, aliac|
fortaflc accommodarior in me, ^ium anertur, cap.a^ 4 Capita quarti libri,
anrrv; t)c ea dcmonftracionisfpccic.qua potisfima appcllant Auaoris inftitutu
cap. i Ponuntur omncs tcrmini pocisfimam dcmonftracioncm ingrcdicntcs cap.a
Oitcnditur omncs potisiimar dcmonitrationis propolitioncs babcrc prav dicatum
uniucrfalc, fcu primum ca r»3 Nonnulla ponuntur notanda ,quibus facilius
cognofci posfic in quo mo do dicendi per fe prardi&ar dcmonftrationis
propoficiones exiftanc cap.4. In quo modo dicendi per fe rcpcriacur
condufio,& minor propoficio pro poficar demonftrationis. In quo modo
diccndi pcr fc reperiatur maior propofitio potisfimar dc* monltrationis cap.6
JMonnuliorum lcntencia,quar ctiam communis clt,circa maiorcm propofi cioncm, ui
nc in iccundo.no n in quarco modo diccndi pcrlc cap.? Prardiaa opinio, quar
communis etc, impugnacur cap.t fcx icnccntia nonnuiiorum Anltotchs artiucium
dcclaratur circaquar* tum modum dicendi per le tmpugrnriur ca, qugin lupcriorc
capiccdiaalunt cap x £x aiioruti. icnccnua acciocncium a duabus cautis
cmanantiu nccesfitat dcclaratur per comparacione caufar cxtcrnar cum
intcrna Impugnancur ca, qua; m lupenorc
capicc nocaca tunc . a, fcxaiiuiu"'
fentcncia quumuao acmomtrationis taaar per caulam exter nam propoi.cioncs,cx
conclulio lint pcr lc .. cap. , , Qusc iu lupenui 1 capne aiaa lunt magna cx
partc confucantur ~ caftT^ xjjuuui uc uiuui Furteriunicicuto repenri in omuibus
DroDofir innibus ~ liiius uuusiimx dcmonitrationis, qua concluditur, hnminrm
rWlki icui tuc prupicr animai rationalc "
^apica qumai libn. Explkatur primum corollarium c numcro corum, qux cx
Gmplicitcr nc ceflario infcruntur Ejj accidcnti difpucacur dc fcienciis
fubalccrnis "cap» Coromums opinio dc fcienciis fubaltcrnis a nonnullis
impuenatur cap, '^Uiorum impugnatio refellitur C3 p Duo corollaria cxplicantur
C3 p De modo pcognofccdi principia^aliacp fcictiar ratiocinatiuz prarcognita
cap.J Dcconucrfioocpotisfimardemonftrationisindefmitioncm impueoacur corum
opinio,quicxiftimanr,maius extrcmum prxdiO* dcmonara tionis fcmper eflc
propriam pasfionem.nunquam eius genus cap, 7 Impugnatur coru opmio.qui
arbitrantur,maius cxtrcmu pocufimar dem5 ttracionis fempcr dcberc ec pasfionis gcuus,nunquam
cius nomcn cap,g Corroboraturnonnullorum opinio mcdia Mcdia opinio
conwtatur^AuaorifQ) fcntcntia ponitur cap x Capicafexcilibri. V ' Difpuutionis
dc fperiebus demonftracionis termini explicantur cap , Semcnua Auaoris dc
fpccicbus dcmonftrationis ca p a cap. 1 5 Auicennac rationcs contra
demouftrationem quia cap . Auiccnnjr rationes diiloluuntur r /'* Latinorum
rationcs contra demonftrationem propter quid tantum cap.c Soiuumur latinorum
rationcs dc demonftrationc propter quid tantum cap.tf A udoris fcntentia
explicatur de difTcreutia incer deaionfrrationem potif fimam,cV proptcr quid
tantum cap t 7 Ex aliorum fcntencia nullam dTc dirTcrentiam intcr potisfimam
demon» ftrationem,cV proptcr quid tantum cx parcc medii abfq ; noftra co/ umi i
«uiuucs luiuuntur La aiioiuni umcuLu
iciicnitur ca diiterentia.quar lumitur a medio nobis 'pnmum, uei non pnmum noto
R atfeiiHiuA mpuiui i canuc auaucns reipondctur cao» f i inu uiiiuuuu j
quJiiiis accepru rcrciiicur uu.uiumu. u^ju* ui vapiic LJra-ccaenti contra
/iuttork 1^^;,«, ) anara iu r.r. ■ toctuiaauaontatem iiuui pmioiopm m irnmdo
Poft^o? Tur: hbrr: — t* 1 .cundum uctrrcm irvrmnrtr» fPl!i '».i»'g>, *.i5L{j
auuci un aeciaratur r-nn • Capica feptimi libri. iiuiii ii.i nillll t
AL)l|C«iniUl I Qujc in.jnpenon capite aiiata ruerunt rcnciuntur ~ Cd p.j La
uiivmu tniicmu quxja coy;niiu maxime di^na proDonnnrnr nn K„c mmimur
lunnameniuoDieuionis m lupenon capicca noI^K alhrsr aauerm^ ibi^ommcmoracas
demonllracioncs rar> d Confuiaraur nii umuu, qu«r ui lupcriun capicc dicta
iunr. ran. Omnia lupenons capius impugnantur
" can.x Lx iiiciHenonruuiorum ueciaratur /iriltotclis lcntcntia in
un^rrfm puefecundi Poitcriorum libn tr\ ri cap. cap. r "''-» m prrcedenti
capiterefcllunt~~ ^pnnu auuuns cnca lhuiuiuuui lencenciam in capitc dC caulis.
buDia quaraam proponuncur,eorurnqj lolutiones ~ ' ~ + r - . cao. i a %JE%V fe,ualet confequentta
ad abfiracla.xt.a. sAtliua pbtlofophta perqutdmam fcfitus fignificctur.8. c.
Acius qut demofiratur quotuplex fit. 17^ L Ad cognojcendu an uniuocu, uel
&- quiuocufit qt defintendu J>pont ; tur qtttd agendum fit . jo. b. no
demoftrattone,nec aitqua alta rattoctnattonts/pecie,fed fola de ftnttione
rejpondetur.^o.b. aAd quam fctentiam fpeclet redde requbd. t22.b. Alta eft
rattoform&, ut forma eft , altaeftratto form&,ut tnrna terta.76. c. Aho
paclo fe re habere quando a- ptitudo,tf quando aclus de fub teclo demonftratur
. Ammal fecundum q$ dtal uiuere quot modts tntelitgiposfit. p7.a Animal
rattonalecur dicaturcau fa effictens,etfinaitsrtfibtlttatis. f. a. ^ oAnmahs dtuifio immedtata.2.b.
Applicatio tnfirumentt etus natu- ram non uirut ij.a. tArtfiotelts artifiaum tn
modts dt cendt per /e.r>2.b. jirs a quo ente extra animam pen deat . fol.
2.pag.2.b. Artis res conftdcrataquid fit.j.b aArtts modus confidcrandi qutd
fit. tbidem. Jirtificis operantis res confiderata qutdfit.^.b. dArt/ficis
operantis modus confidt randtqutdftt. . Artiumfints. n.a. jSucrroes qutd
tntelltgat per fubie- clu, quando tn ulttmo captte ept ** tomcs libri
categoriarum afie- rtt, decem categorias efefubte- tlam tnloitca.j.b. o C
Caufii exislendt,& infercndi fimui qu&nam fit. Causa mferedtfolu
qu&na fit.ibide. Caufa efficiens quando competat
pdtisfim&dcmoftrationi. i^S.a. . Caufz proxima fujftctes quafpecie
demofftrationis efftciat. , Caifa proxtma non fuffictcns qua fpccbcm
demojlrationis ejftciat. widem . Caiif& ) cJ t caifata qttot modis pof
fifttdifpom.ijLj.d. fauftuariantur, ut cffcclus uaria- ri contin^tt. . a. • ! 1
1 fatfirum altas cffcueras,alias exi jlfrfiatas. Cauja cjfecirix per quam
pr&pofi- tionem -denotetur. 6 j fe qu& nafit.SS.a faufa efftctcns pcr
accidcns qu& na fit. fbidcm. Cauftta extern&,quam intern& u- de
necesfitatem efentialem ha- bcant- no.b. Cognitto £f cum ratione,^ fme ra tionc
acqutritur. Coznitio accidentium multum con fert ad cogncfcendu quid. . c.
Comunis condttio dis defimttonis,et ois defcriptionis qu& na ftt. Compofita
exillis conflituunturjn qu& rcfoluuntur.j.b. Conclufio potisfim&
demonftratio- nis cur fit perpetua. . b. (foclufio demoflrationis quomodo fit
efsetialis dcfinttio pasjtots Condtttoncs primi,(f fccundt mo- dt pcr fe quot
ftnt . S2. a. Condittoncs uniucrfalis poflertori- fiici qu&nam fint.pj-.a.
fonexio olurn contextuufecudi Po jlerwrum Itbrt.sfi.c. infra. Cofiderare
inftrumetafctedt, ut m ftrumeta fut ad quejpcttct. v .!> Cur rcs ipf&,
ncque logicx dtjciplt- n&, neque logict operantts fmt res confiderata. j.
a. • Curuitas cutus na jit forma .6 D Daturfctcntia communis ad rca lem,&
rationalem . Dc defimttone trattatur tn
feptimo Diutnorum libro in ordtne ad tjuodquid eft. Defnitio
dtiplex eft, utdelicct, no- minis,&rei. 1. q. Definitio reicx qutbus
coftet. Defimtio nominis comp/eM
qud namfit. 20. *• Defimtw nomtnis pofita in princi- pto capitis de nomine
nonefitn- tegra, completa. ibidem. b. *Definttto quomodo posfit fiert enun
ctatio. tbtdemc. Definitto anfit inter infirumenta logtca collocanda. Definttio
cqfideratur a /ogico 2 c.d 'Defimtio ^lethodt proprie fum- pti, qtutnam fit
26.d. *Definitio pro ut efi prtncipiu demo- ftrationis gddicat.jo.c.e-/ 3 f.c
Definitione quxnam qutftto nota fiat. 33. a. Defmitto non efi finis methodi de*
monflrattua.^^. Dcfimtio,qu*ex demonfiraticne £ fe eltcttur,qu£nam fit.^S.a.
]J)efinittofubfiatid quomodo elicia turex demonflrattone. tbtdem. Defimbtle ut
defintbi/e pcr quidha beatur. Definitto tpfius fctre fimpltciter qudnamfit,
eius explicatto. 6 ' 2.a. Definttionem reinon effe aUamna turam ultra rem
illam,quomo do debeat intelltgi. 17 6 .b. Definitio tndemonfirabt/ts qud na\
fit. tStf. b. Definttio tneft,non fubiicitur. Definitio efientialts pasfioms
cur non posfit effe mator cxtremi- tas in potisfima demonflratto- ne. too.c.
Defimtto proprietatum cur dica- tur dtfinttto per additametum. Definttio
nonfecus, acdemonUra tio efi perpetuorum .127. c. Definitto quorum nam umuerfa-
Itum fit. tbtdem. Defimttonem expltcantem nomi- nis figmficationem fumt alujaa
do pro tpfamet nomtnis figmfica ttone. Definitionem exprimentcmrci qui
dttatemacctpipro tpfamet qut- dttate. ibtdem. Defimtio tota pasfionis
qu&mo— .j do cx dcmonfirattont eliciatur. Definitiones ab omni caufarumgc
^Hcre fumuntur. 16 3. c. De zsWedto pro ut eft caufa rei ^ttbi ^nflote/es uerba
fecertt. Demonfiratio (juta cur altcjuando dicaturfyllogtfmus. Demonftratto
applicatafcietuquo modofiat fctentia tlUjCut appli- catur.i j. a. Demonftratio
compofita efi ex ma wUria^forma.31. c. Demonfiratioms forma qud nam fit.
ibidem. Demorjftrattonts materia qua na fit. tbtdem,tf 61 . Demonfiratione quot
qtufitaoffe dantur.jj.a. Demonfiratto cjuomodo coferat ad cognttionem
definittonu. jtf.b. Demonslrabt/e 3 ut demonfirabi/c^ J> qutd habeatur.
Demonflratto a quo habeat } ut fit demonfiratio -^8.a. Demofiratio } de qua
agitur ab A- rtfiotele in primo PoHertorum in quafnam definitiones refdiua
tur.jjb. Demonfiratto acaufaproxima efi fimt/is copoftttorit NatHr*.j8.b
Demonfiratio quomodo fit caufa fcienttA.6 i.d. Demcmflratio potisfima ex
{juibt+f- prtoribt4f prtnctpus progredta- tur.68.b. • • t Demonfiratio
quidofifdat.i7^.a Demonftrabilia ex qutbusnamde monfirart debeanf. ti} .b. ^
Demonfiratto quandodtcatur ejfe definitiopotefiate proxima, "f£ quando
potefiate remota. Dcmovttratio quando fiat aclu de firittto. ifj.b. -v* l '
vr*d Demonfiratto ad quid dtrigatur. Demonfimtiones, §l#ia } Propter qiud
tantum } pottsfima quo modo progrediantur . .d.($ ijS.a. Demonfiratio debet
habere propofi ttones neceffarias. 1 $ p.b. Demoffrationes pottsfima quomo dofe
habeant tnter aliasdcmon flrattones. Demonfirationem potisfimam a-
pudaArifiote/em fignificarifub ncmine demonfirattonisfimplt- citer.i/i.c. De
natura potisfima demofiratio- nis qutdfit.m.a. Deomni , quod fciripotefi , quot
qu&rantur.i.b. De ratione infirumenti, ut infiru- -^ mentum efl,quid
fit.tj-.a*: ' ^ De rdtioncf \Uogtfmi quidfit. 70 . b Deratione Dtcitde
omnipofteno- fitci qutd fit.tbidem . c . Defiruilo ma*is umuerfMrJefirtn tur
quoque mtnus ttmuerfale* %^t^9^ ' £ Dia/et1icam 3 qu£0$o librts ^Topi- 5 corum
ttfhtirietur, hbrii iota L& gtcam cum ^RJjcftoncapht/o/o x ' phus
comfarat.fb/. Kpdgr&fcQ Dialechcddocet ;n utram^fuepar tem
dTfptftarc.ifadfa^™^^ "Dia/eaictSyUogtfmititilitas. 17J Diclto } propter,
ut p/urimum qutd denotef.tif.c. Dtclum dc omni commnnms efi > gftrfe>$$
umucrfdtc. p.c. Dtclum de ornm Poficriorifiicum qutd fit.tbtdem. ^Diclum deomni
^Pof/criorifiicum in quonttm fupcrct dttltim dc_s emnt priorifitcum.tbidcm.d.
Diftum de omni,ac diclum de nul iofuntradtx , ctprtnctpium tn cj(t fyllogfmus
refoluttur.^o.c. Dtdum deornnt inqutbusJyUogtf mis aclu, & tn ojutbus
potefia- tcreperiatur.yt.c .V. .cjv\ Dtffercnttd tn logtcA defintttone a quo
fumanturfol. Dtjferentta,qua methodw propric dtcla ab ordtne feparatur .2y.a
Dijferenttae cfuado tnqualecjutd, & quando tn qu/d prxdtcan- i^/w**
4&rfa ^Vh\ttm\3L Dtffercntta tnter ejjenttalcm acct- dent/sfroprit, &jubjlanttae
de fimt/onem, fi . a. Dtfferentta inter formas fubstan ttales~ l &
acctdenta/es . /oj .a. D/fferenftaw efienttalem effetnter demqnsfrattonem
pottsfimam , (ef propter qutd tantum ex par ^tfqu$torunj.ij.j.c. A 'Dtffcrcntta
triter caufalemy etqui . dttattuam definttionem quoma do cognofcatur.id' 3 .a.
Dfcrimen inter demonstratione ', de cjua phtlofophus loquttur tn prtmo
Tostertorum,tf cam,de quaucrbafactt tnfecundoltbro contextu undccimo,undc Juma
tur.tSd ' .b. Dtfcrtmen inter partem demon- stratiuamM^Topicam quodna fit./j.a.
Difcrtmentnter primum,f$ fecu- dummodum perfe.Sj.a. Dtfcrtmen tntercjuartum,
& pri mum modum dtcedt per je.nec nontnter quartum,et fecundu. /oS.a .
i\\va - h . Difcrtmeninter fctenttas fubalter nantes,(c? fubaliernatas.
Dtjcrtmen fctenttarum habitara- ttoe fubteclt cjuotuplex fit./2^..b Dtfcrtmen
definittonum tn quo c% i^jijiat.tjt.b. fcwV. Dtuerfam effe rationem inter cla- uis
tnaurationem , (ef mtnor/s propofittonis pQttsfimae demon- strattonis
immedtatione. I7i-c. Dtuerfa fctentunequt eofdem ter mtnos, neque tafdem
propoftiio nes fecundum unum , & eun- dem confiderandt modum con- tempUntur,ncquttntcgra
t ade demonfiratione utuntur I20.d. Dtuerft, Mat-erte ad dtuerfarum formarum
recepttonemdtrtgun tur.i2j..b. Diutfto LogtU a quo fumatur . Diuifo
demonflratioritPnb Auer- Wrot fatla. tytifi v o\\vr,A\«\v\ Diuus Doclorqutd
ftbi uelttjquan v do dtctt,ACCtdcns proprtumpth dere a Jubttclo.S \f.b. Dvmus
utttitattr.i&.c. Dum unum tju&rimusMuo inutni re pofumui non ftmptrftd
alt- quando. 160.C d. Eadem eft proportto inter tcrmi- nos fimpltces, et nomen,
ac uer- bumrfu* efi tnter cnunctationc, {fpropofittoncm. /7. c. Ea , quA
fepefiunt , quomodo fub demonftrattonem, ac fctenttam cadant. tw. b. Ea, quA
exaccidtnttfunt, alienif- ftmaeffea demonftrationis natura. Ecltpfis
quodnamfubicclum dcno tet. ij j.c. Effeclus quacmsainferat. 14.2.C
Eftctcnsquotup/exfit. Effictens uerum , non uerum quodnam ftt. tbtdem.
Effictentts proprta natura quAna fit,/6 ^L. a. Elemcnta quare dtcantur fimpli-
cia Itcct fint compofitacxmate ria,tfforma.j.c. Enttsdmfio.2.d. Enunciationis
dupbcem traclatio mmfictt pht/ofbphtu.Enunciatio ex uerbo eft, uelex cafu
^trbi.2o.c. Enunciatio eftgenus ad affirmatio nem^negattonem. tbtdem. Eorum,quA
nonfemper fiunt,quot fint genera.u 2. b. Efie in fubtetto fundamcntum eft tpfiw
dta de subjecto . Eflfeammalnon efttdcm, quod ui- ucre. 97. b. Ejje utfuale cur
lincA dtcatur dijfc rentta acctdenta/ts. i22.a. Effe prtnctpta nobis not*
tmmcdia tc , & medtatc qutd dcnotet. tjo. d. Efsenttafpecierum quo
inftrumen to cognofcatur. j?.d. Efsentta pasfionum proprie ditta quAnam
fit./oj.b* Efsentiapasfionum /argo modoac cepta (jUA namfit. tbtdem.
Efsentia/es proprupasfionis defini ttones cur non posfint efsc me- dtum tn
demonftratione. 162. c. Explicatio opintonis loannu Gra- mattct de infcriptione
fccundi b brtTottcrtorum. jS.c. Exp/tcatto dectmi contextusprimi Itbrt
Foflcrtorum.SS.a. Facultas quotuplexfit. fol. i.pag. Facultatis nome
quomodocunque fumatw tott logicA tton conue- mt. tbtdem.c. Finisinternus logicA
quidfit.S.a. Ftnts cxtcrnus /ogicA qutd fit. tbt~ dem. b. Ftnis GrammattcA
quidftt. 2 j.b Finisqutbusnam tnducat ncccsfi- tatem.6 j.b. Formatto apud
^ucrrccm qutd ftt.j2.a. Forma partis, quA eft a/tera pars * compofiti y a
quanam materia contradtfttnguatur. So.c. Forma totius quid fit. tbtdem. Forma fubtcttt
eft caufa efficicns proprtetatum ciufdcm fubteUi. Formt fcnfitiua fupponit
uegetati uam,non econtra. 97. b. Eorm& fubftanttaics carent caufa
inb&rcnti&, babcnt tamcn effi- ctens cxtrinfccum,aquo produ cunturin
ipfumejfe.io j.a. Forma quomodo fit % caufaeffethrix accidcntium fui (ubttttt
.iSo.c- Fruftra cft rat'to,ubt fuperabundat (cnfus.tyt.b. Ccneratto curab
Ariftoteie dtca- tur Natura.f j.a i!j enera ca%fvrum quot ftnt. 62.C ij cnus
conucnicnttA, non dtfcrepa tu canfa cfi earum (pecierum, qux fub fc contincntur.
Cicnus quotupltx ftt . Cenus tnnominatum quomodo dif ferat a dcfinitione.j-p
.b. Ccnus innominatum qutd fif.ibide (f enus nominatum qutd fit.ibtdcm (jenus
quare dicatur gcrere utcem rnatcru.St.a. Ccnus accidtntt* proprti aquo re
ftringatur . tji.d. Cjenus fecundum fe quid fignifi- cet.tbtdem. Cjradus
demonftrationis quot fint. C rauttas a quo nam in iapide fluat 1 Grxcorum fcre
omnium fententia, fundamentafydepbtlofopbi con ftlto tn fccundo
"FofiertorUm it- bro. 31. a. *V"v^3» Habens quidttatemex quibusnam
^Sfonftct. $0* ' W\ fc» t Habttus communiter acccpti di- uifio.2.a. Habitus
tllt quinque a f j Anftotele v& cnumeratt infexto libro de Mo rtbus cap.
j.rcf 4.. a quo confti- tuantur. tbtdcm. Habitus inUrumentarii, ncmpe io
.^gtca, Crttmmatica a quoco Jiituantur. tbtdcm. b. -Habttus raftondisdtuifto a
quofu matur. tbtdeWid*- HabttuspTAciput , babitusin- Jirumentarii a quaparte
entts *^entfc*n+$t: 2 . .a. w. HSitus inftrumentartt quomo- do intcrfc diucrfi
fiant. foi. 2. Habttus pr&cipui , et infirumcn- tarittn quo cjnucniant foi.
2.Nabitus rationafis intctteclusdtui fio. 2j.a. Hacctria,
uideticet,uniuerfaieffe •^* cundum quod tpfum } (f pri- muminunum,tf idemconcur
rcre.pj.. c. Hdc dtclto , quatenus ,fecundurn unam tantum ftgntficationem >
(tf tliam proprtam apud sAri- fiotelemfempcr legttur. p6 '. c. Homtnis
conftderatto multtpiex efi.7.c. Homo quid addat animali ratto- nalt. Homo,e4
focrates cjuomodo sit tde, (*? quomodo differant. Idem dtuerfa ratione in
diuerfis e- iufdem DifcipltnApartibus con Jiderartpotefi. 17.lt> Idem fe
tpfum uenart nonpotefi . 29. d. Idcm infe ipfum non refoluitur. Idem fc ipfum
componere abfur- dum effe.yo.d. Idem tn fe tpfum agere non potefi. Impltcat
contradtclionem dicereli brum categortarum efe logicu, gfrebus ibt conftderatts
non ejfe tmpofitas fecundas intentiones. 21. k. -\ \VVV, ; r\\ In Aptlogo cjuid colltgere teneamur. .
Infertora tccidunt fuperioribus . In Itbro categoriarum res aclu fccundu
nottonibus fubttciuntur . tu c. In Itbro Prtdicamentorum quomo dopbtlofophus
agat determinis Jimpltctbus in rebus fundatis. 17. a. In Itbro Terihermenias
qucmodo phtlojophus agat de itfdem fim- pitctbus termints. i7.a. In prtnctpio
prtmi Trtorum quo- modo phtlofophus agatdettfde fimplictbus ter mtnts ..b. In
cjuo habttu rationait ftt uerum per fe.fol. 2 .p. ln cjuibu spropoftttontbus
ftt uerTi , & in cjutbusftt faifum, nomen pro Jubieclo, uerbum pro pra
dtcatofumt.. d. U . a. In cjualtbet qu&fitone quid qu&ra- tur. 3*. a.
In quem fenfum phtlofophus reii- ciat,c4 tnqucm Jenfum admit- tat defintttonem.
. b. Injtrumentt condttioncs a quo flu- ant. 6 1. d. Infirumentorum logicorum
dtui- fto.28.c. Infirumentum fpiritaU quomodo appltcatum fctentu fiat fcientta
tUa, cut appltcatur. ij b. Intelieclus a quo ente extra anim2 pendeat.fol..Intelieclio
qutdfit .tjb. Intelieclus quomodofiat res intelU cla.ij.b. Intentio philofopht
in logica dtfcipU na naquAnanupt. .b.
Jntentionts prtnctpium eft jtnis exe cuttonts. 16 '. c. Jntenttot/ts finis efl
principiurru executionts. tbtdem. Jntettophtiofopbi tn Itbro categoria
rumquAnamfit. Jntettopbtlofopbt tnltbris Pofterio- rumqu&nam[it...c.tf .
Jntentto pbtlofopht in Itbrts Prto- rum.7o.a. Jnter bomtnem,(f atai cadtt altud
fubieftummcdtum. pS.b. Jn tertio modo pcr fe quAna fubftan tia conttncatur. .
c. Jn uno quoque prAdtcamento efi quodqutdefl.So.b. Joannis Cjrammattct
opiniodein- fcripttonc fecundt Itbrt Pofierto rum.j7.c. Lapidis conditto
naturalis qu&na fit. . c Latinorum fere otum sententia, (f fundamenta de
pbtlofopbt confi- lio tnfccudo Tofiertorum.j2.b Ltbrt Pcficrtorum cjuare
tnfcri- pttfintPojtericres.jp. b. Ltiri Prtorum quaretnfcrtpttfint Trtores.
tbtdem. Ltbrt Tofiertorum Cjuare mfcripti ftnt refolutortt. 0 a. Ltnea
nonefiuerum fubietlum re- nec ucrum fubtctlum curui fetunclim acceptt. 8 p. c.
Linca ut linea ad (juamfcientiam fpcclct. . b. Ltnea ut utfualts ad cjuam
fcien- tiam pertineat. tbtdem. Ltnea (juomodo aGeometra defi- niatur. Ltnea
wfualts cjuomodo a Perfpe- cltuo defintatur. tbtdem. Linea pbjficacjuomodo
confidere- tur a Cjeometra. ibtdem. Linea matbemattca quomodo con- fideretura
Perfpecltuo.ibtdem. Ltt t cr& cur ad altcjucm mittantur Locos argumentorum
effeab argu mentis diuerfos. pp.c. Jj>ct dcmon/lratiuiyfialttjua fint ,
quAtn Toftcrwribus dtct mere antur. ioci demonfiratiui^mna cffeposfint.pp.dtf
loo-a. LogtcAuttlttas* i6.b. LogtcA proportto ad totam pbtlofo pbtam. ibtdem
Logtca artificiofa rcgit intelletlum ne crret tnfuts operationtbus,re
clajfpbilofophandtratio efi. 1 c. Logicabomtmlusa r.atura infita cfi. tbtdcm. J.ogtCA
ffutd nomtnis tbtdem. Lo'tica genus (juidfitfol t.par. 2 a Logtce proxtmum genu
s cjuidfit, & quidfit proxtma differen- tta 2 b. Logtca per cjuid a
Grammattca dtfttnguatur.2 b. *** LogicAdefinitio.2.cio.b.(y n. c. Logica in quo
conuentat cum habt^ tibus prtnctpalibus.ct tn quo ab illis dtfferat . foL .d.
Logtcatnquo conuemat tnqua dtjferat aGrammattca, . a* Loztc* res confiderata
quodnam ftt. i- c Logict operantis res: confidcrata quodnam ftt.j. d*
Lcqu&demonftrattua nu cupaturin ufu pofita femper ex proprtts uniufcuiuf^
fcietiA^cui applicattir, prtnctptis porgrcdi* tur. ij. a. Logica ggquidfuit
inucnta. if.a* M- Maior propofitto tlltus dcmonUra t;onis (jua concludttur homine ■ rtfibikto cjfe
J>£ animal rationa lc ytnqm moda dtcendtper /i repertatur.iof. a. o^Pfaior
extremttas potisfimA de~ monslrattonis cju&nam fit. . c. Matorpropofttto
potisftmA demon ftrattonts eftin quarto mododi~ cendi pcr fe.ioi.b.& ioj.a.
MathematicA quomodo dtcantur habere matcriam.iS 2.c. Materia ex qua quomodo
colloce tur tn fecundo modo dicendi pcr fe. .. c. Materia ex qua cur non
collocctur in fccundo modo dtccndtperfc, ficuti matcria inqua. 104.. a.
cPllateria in qua ad quod genus caufe reducatur. j.a. ^llateria cx qua cft altera pars compofiti.So.
b. Materia no epars quiditatis . ibi.c Materia quomodo posfit dtct pars
quiditatis.S i.a. cZWateriadup/ex eft S2, c.
enti& proprtus .p.b. Modus confiderandt logici cfuina fit. ' .a.
Modus confiderandi Metaphifici (fuinamfit.j7.a. Modus confiderandt a quofuma-
tur.t26.a. Modtts definiendt a quo fumatur. ibidem. N- . Natura non
cognofcit.Natura pottsftm& demonflratio- nisin cfuibusnam condttionibus
confifiat.uS .c. Natura demonftrationis cfl uana abfcfue cognitione nofira.
ijt.a. J^Qaturam demonfirationts ab- fque nofira cognittone mtnime confiderart
pofse. 1 jj.c. Necefsartum efuid ftt.. ^Qjcefsartum latttudtne habct.
Nccefsarium accidetale undepro ueniat.6 p.a. Nectfsarium effentiale unde oria
tur. ibidem* Necesfitas duplex eft. Nthti conftderatur ab Artifice,/jf reccdat per quam inefi fubieclo. l^jf.d. Pcr™*?™*
idefi,per caufam ,pro>. pter quam res efi, qutnam cau fa ab
i/trifiotelcintelligatur. fj.a. Per dcmonfirationes ceUbratas quid intclligat
uiuerroes . S. a. *Per magnam partem
cclebrataru demonflrattonum qutd intclli- gat
b. Pr&dtcationaturalis,tf pr&ter na turam qu&nam fit.8o.a.(
a. ^Prtmus modus dicendi per fe cur nonposfit fiert fecundus , & c
conucrfo. Trtncipta demonflratiorits quomo- do fctantur. 6 S.a. Princtpia
dsmonfirationis quomo- do fint uera. p.Prtncipta quando pofunt transfer ri de
gensrein genus. Principta demonfirattonis debent efie nota ut fint
ejfentialia PoHertorum Itbro agat de De-
fintttonepro ut ex demonfiratt9 ne eltcitur.j6.b. Quomodo philcjophus
definitionis traclattonem tn Jecundo Pojie- rtorunu libro cum. demonftra ttonis
traftattone^confundat. Quomodo demonfiratio, dcpnt- "7/0 fint tdem, &
quomodo dtfft rant.jj-.a. Quomodo naturalis philofophus , fcieniu fubalternaU
confi- derent formas m materia . 12 j. c. Qho ordine condttiones principio- rum
pottsfim* demonslrattonis inuefitgentur.Si.c. Quod qutd efi rci quot modis fumi
posfit.2p.d. Quot fint gcnera eoruifu , qmdc qualtbet fpectt fciri pojfunt .
Ratio (ssWcthodt in gencrc qutd fit. Rattones toptCA quarc absAri- ftotele^j
logtca nuncupcntur . Ratio generis a fuarum fpecic- rum rationc dtuerfa ejl .
Ratio 9 qua probat philofiphus in primo Pofteriorunu contextu trigefimo
parietcm non rcfpira re, cur ab eo dicatur demonjlra tioquod. ij6. a.
{Rccentiorum opinto, eorum% fun- ^amcntum de phibfophi confi- lio in fecundo
libro Pofterio- rum.$4..a. Isjeilum eft tudex fui ipfius,(f obli qui.. a. Rem
altquam confidcratam , qux plurtbus modis confiderari pof- fit, adunum ex ilits
coar&ari , reftringi qutd fit.p. b. ^B^rum alit alteram caufam ha- bent
altauero mtnime. 1{js per qutdcognofcantur . 4.: c. 1{js funt fundamentum
fecun- darum intenttonum. j. b. confiderata pluribus cH com munis.p. b. I^js
cognofcenda quot fint .Res a qua caufa habeat ut fit . 63. b. %js demonUrandae
quot ftnt . j. b. H^jsper fe cxificns quanam fit. 7S-I>. *Rfs a quo
conftituatur S) tfnvmi- nctur. ,4. %jfolutioquidftt.j8.b. c R^hetorica docet in
utramquc^ partem dtfputarc.fol. . *-^wuWu\>V\v^ v:\j\4\ $t£fprtn
cipta.xi.a. Scientu fubicBum quodnam cfic debet. . d. Scicntta in communi de
quonam entcfit. . d. Scicntta a quo conUituatur , nominetur. 123. d. Scicntu fubaltcrnata quando
fa- ctunt s ($> quando nonfactunt numerum. i2#.a. ScienttA Jubalternantes ,
($* fub- alternata quando in rc confi- derata dijferant , in modo confiderandi
concurrant . . c. Scirc fimpliciter pro
quo fcircfu- matur.6 2.c. Scircfophiftico modo pro quofcirt accipiatur, ibidcm.
Scire caufamejfetlHS quando fit fctrcpropter qutd.ij.2.c. Sctreper pofterius in
cornparatio- nem ipftus fcire per prtus habc tur pro tp/ofcirc fccundum ac-
cidens. i.a. / Scopus deflnitionis fcparatur afco po dcmonUratioms.^.o.b.
Secundarum tntcnttonum difttn- Bio.^.c. SccundA intentiones abfque primis ejfe
non pofunt.^.a. Secunda nottoncs latius patent, ^ quam inftrumenta nottfican-
Secundum (juodtpfum qutdfit. #S b.tf ..C. Secundt modt dtcendi per fcex-
plicatio.8 i.c. Secundi modtdiccndi perfepr/tdi cataqu&nam fint. ibtdem.
Secundus modus prtdicandi per fe in qua caufa fundetur. 8 3.a. tfj+.d.
Secundumquod tpjum quid ftgni fcet.py.a. Sigmficatto nominis alicuius rci
quando tntelltgatur.i 31 .b. Simt/ttudo ncn cfi idcntttas. 14-b. Simtlitudo,
disfimilttudo intcr phtlofophum , jophifiam in quo confiflant.6 2.b. Simttas
cutufham fit pajfio. Simitas qnidfignificet,^ quidde notet tbidem. Sine
ucrbonullaaffirmatio,uelne gatiocft.2o.c. Subaltcrnantes, fubalternatas
fcientias conuemre in fubieflo materiali.i22.a. Subalternantcs , fubaltcrnat*
fcientiA quare dtjfcrant. tbt- dcm . Subieclumadxquatum tam $s4r- tis , quam fubicftunu pro~ prias pasfwnes , earumjj d
lam eius partcm difputatricem , qux odo.libris Topicorum continetur , hanc enim
philofophus comparat cum Rhetorica,cV ei fimilcm cflc dicit, non totam Logicam,
quando in principio primi hbri dc Rhetorica inquit, Diale&icam , &
Rhetoricam fimiles eflcipter fe, & urramque dynamin, idcft, Facultatem
quau*j dam dTc, quoniam har folar Difciplinar doccnt in utramque partcm
difputarc, & c nos aptos reddunt ad utramquc partem arquc tucndam, Patet
itaque Facultatis: nomen fiue communiter, fiue proprie fumatur, toti Logic-e
non conucnircPra: terea, per nos, qui Logicam dicimus cflc Facultatcm,
diflicultas, quar alios ur^ gct, non foluitur, cum enim conftet, Logicam
habitum efle intelligcndi, & cre/ dendum fit, plenam, & fufTicicntem
cflie habituum enumcrationcm in fexto libro deMonbusabAnlTotele pofitam, ad
quorum nullum Logicar habitum redigi pcfle facile demonftratur; ft Facultatem
alium queudam habitum eiTe putamus prarter illos quinque , Ariftotelcm in
babituum cnumeratione mancum , ac di/ minutum facimus; fi uero non alium ,fed
corumaliquem , id a nobis decla* randum, & argumenta folucnda erant, qua:
in oppofitum fieri folcnt; quanv obrcm fortaflc mclius dicendum crit , Logicar
genus cfle Difciplinam, feu Ha bitum mftrumentarium» Superiores obie&ioncs
foluuntur. Cap.I I L /\ Llatis obicdionibus ita rcfpondcmus, ut ad primam
dicamus,nos accipcre Facultatcm primo modo fumpuro,& contra inftamiam,
negamus Logicx liber Primus 2 genustunc^campIisfimumArcmotisfimu - cbremFacultas,feu
Hab.tus rationalis Logic* gcnus rcmotum fit, cum eius quoq; prox.mum effc
posfit, nam licct habitus ratic nalis gcnus fit plunbus com nrnnc , non tamcn
eft a Logica rcmotisfimum, fed ci proximfr, fi Lo*ica accipia tur pro ut
d.ftinguitur ab Intcllcdu, Scicntia, Sapientia, Prudentia, & Artc. Id autcm
man. eftument, fi habitus communitcr acccpti diuifionem in mcdium allcramus.
Habitus ergo communitcr acccptus ucl corporis, ucl Animi eft Ha bitus anim. ucl
cft moralis,uclrationalis, habitus rational.s ucl eft principalis uel
in(trumcntarius,principalis autcm ucl contcmplatiuus , ucl ad.uus, ucl cffel
ct.uuseft. Hacpofita diuifione,dicimus, difTcrcntiam princ.palcm add.tam iiabi
tui rationah conftituercquinqueillps habitus in fcxto hbro dc Monbus cap tcr
tyo,& quarto enumeratos, uidelicet, Intcllcaum, Sc.ent.ar^Sap.cntiam,
Prudcn ttam, & Artcm, qui hab.tus praxipui dicuntur; cidcm ucro habitui
rationali al, ^eram inftrumentariam d.fferentiam adiundam ahis diflmguatur, alioquin ab cis non
difTerrct, cum gcnus conucnicntiar, non dt fcrcpantiar caufa ftt carum
fpccicrum, qua: fub fc continentur dum ,
quod operationis fubicdum appcllant , cfle res omncs , fiue carum primos
conceptus,ucl primas intcntioncs,in ca occupantcs cundcm locum,que in Artc
Itatuaria occupat ars , cV lapis, in fabrili fcrrum , ac lignum,& in Mcdi*
cina humanum corpus ; nam qucmadmodum ftatuario proponitur acs tanqul- materia,
in quaformam ftatuar efticiat, quareius artis fcopus , ac finis cft , ita
Logico proponuntur rcs omncs,fiucearum conccptus tanquam fubic&um , itt quo
fecundar intentioncs effingantur , uc fint inftrumenca nos iuuantia ad rcrfi
notitiam adipifcendam . Quam fcntentiam cV omnium tcftimonio , & Auerrois
auctoncate confirmant , omnes cnim dicunt,Logicum fccundas intcntioncs cra.
clare primis applicatas,quod nihil aliud fignificat, qua m primas intentioncs
clTc fubiccium, in quo Logicus crTicit fccundas, quac funt hnis
Logicar,fccunda: cnirn c finc primis neque cfsc, ncque mente concipi pofsunt.
Auerroes autcm in ultimo capite Epitomcs Iibri Catcgoriarum afserit,decem
Cacegorias clTe fubicdum 6c in fcicntns & in Logica, duobus|tamen diuerfis
modis , in Logica quidem quatcnus cis contingunt inccllccla iccunda , ideft ,
quatenus eis fecundae inteny tfones imponuntur, in fcientiisucroquatcnus funt
conceptus rerum ,quae cx* tra animamfunt , quafi dicat , quatcnus funt
cognofcibiles, rcs namqueca gnofcimus pcr ipfarum conceptus,quos mente
apprchcndimus. Logicus itaquc rcs omncs confidcrat , nou fecus ac philofophus ,
diuerfa tamen ( ut dixia mus ) ratione. Opinio fupcrius notata impugnatur. C
AT. VI. d TT AEC opinio ,quantum coniicerc poffum \ cum ueritatc non conucnit»
Alncque cnim Logicac difciplinac > ncquc Logici opcrantis rcs iplactunc ■ M
Liber Primiu y fubicaum feu res confidcrata , non Logics d.fciplin*, quia in
ea,ficuti in ** i cnamcis Art.bus res confiderata funt inftrumcnta iam confctfa
& abfoluta • nequc ctiam Log.ci operantis, nam fi res ipfarcflenc eius rcs
confiderata feu' operac.onis fubic^um , non fecus ac ftatuarii *s, & lapis,
profcdto res eficnt pars materialis Logicorum iuftrumentorum , ficutiars, &
lapis fhtuar.qucm, admodum igiturflatuarius,gratiacxcmpli , cx are, &
f.gura mercurii eff.cic c.us itacuam , ica Log.cus ex rcbus, & fccundis
intcntion.bus dcbcrct fua iu, Itrumcnta conftrucre, quod tamcn falfum cft,uc
clarcinfcrius apparebic Ad omn.um uero tcflimonium, qudd fcilicet fateantur
omnes, Logicum fecundas Jntcnt.ones traflare primis applicatas , * in eis
fundatas , d.cimus , ucrba illa juam .11, afTerunt n.fi m bonum fcnfum ca uerba
redigantur , ut falicec rcs fuu fubKTctum , idcft, fundamcntum, in quo
fundantur fecuudar intencioncs tam fim plices, quam compofitar a' Logico
confidcrata:. a>a communi fentcntia non b reccd.t Aucrrocs loco ab eis
citato, quia pcr dcccm Caccgorias intclli^.c fubic ttum pro fundamento, in
quofundanturfecundarintentiones fimpl.ces caquam lubicdtum operationis
Art.ficis, nempc Logici, ex quibus conrtruic fecundas .a tentiones compofitas.
Manifcftum igicur eft ex jii , qus hucufq ; d.x.mus,res non efTe fub.eaum
Logici opcrantis , fcd fundamentum fecundarum Inccncio, iium quod antc iiimorum
oculos ponimus. Sit in l.br.s Priorum cx rceul.s ibi a philofopho trad.tis
compofitus fyIlogifmus,quem in fua principia reloluemus, uc rede cognofcere
posfimus ex qu.bus fuerit conkaus,cum compofita ex Z Jisconfcruantur,inq ua
:rcfoIuuntur . Syliogifmus itaquc immcdiatc rcfolui, turm propofitiones , qua:
qoq funt res , fed fecundarintcntioqes in rcbus fun. datar; propofitioucs
dcindc in terminos fimplices , qui etiam non funt rcs , fcd fecunda- Intcncones
repus applicat* Subiedum itaque operationis, feu materia, r mi qU fi m l ^ L °
g,CU / in S y ,Io S ifl * 0 ™™ conftrudione, non funt rcs,fed C termin.
fimphces, & propofitiones, qu.a ficuti in rerum naturalium eencrat.o,
peelcmenta , m quar corpora naturalia refoluuntur/unt lubicdum operationis
uatursinmixco™ p ro duaione,& harc uidclicet mixta in animal.u gcnc.atione,
Jta term.n, fimplices, quos rcbus appl.catos afTumit Logicus in l.bro caceeoria,
rum, func c.us fub,e perationis, tundatur in rebus. Non funt itaquercs ^ -
fubicdum operationis Logicorum inftrumen torum, fed fundamentum, cum Iccund*
Jntentioncs abfq; primis, & rcbus. fubfiftcrc non posfinc, ( B >
Logicarum Difpur. Defne Lojrictdi/cip/tnx, chtfq^ac Lofictope- rantts adaquato
fuktctto* C i>. F//. T"\EcI.into Logicar difciplinar fubieao,reIiquum
eft,utad cius finem indagan dum perucniamus. procuius notitia confideranclum
ell, Logicar non fccus ac Mcchanicis Artibus dupliccm conucnirc fincm, internum
unum, alterum cx ternum,quafi fmem gencrationis,& reigenicar. fincm
intcrnum Logicar dicimus cfleablolutionem cxplicationis fubicfti cius, quem
finem alTecutus fuit Arifto, tcles dv.m Logicsc libros abfoluit,cV Addifcentcs
cundcm finem funt alTccuti du b pertinuiua aj partcs Logicar didjcerunt.per
quar poffunt ad libitum formarein iTrumenta Loaica,- cxternum uero cx
Ariftotelis fentcntia in primo Top, cap t nonodlc utrique philofophiar parti
adminiculari, tradcndocis methodos, ac rc gulas dillmgucnch uerum a fallo.
bomimq,- a malo,hinc eftquod philofophus in Morahb.:s rmem , ac fcopum actiuar
philoiophiac nominare maluit aclionem , qua'm cogmtionem, uc agcndo chgamus
bonum, cV malum fugiamus. Difcipli nar itaquc non fccus, ac Mechanicar artes,
ita fe habcntcs ucrfantur in attinentia bus ad finem internum tanquam in re
confiderata,modum ucro confiderandi rc cipiunt a rclatione ad fmem cxternum,cx
quo duplici fine oritur earum adarqua tum fubicdtum, ut gratia excmpli, Artis
naualis fubiedum adarquatum eftnauis quatcnus nautis inieruirc dcbec,Logjcar
autcm ada*quatum fubiedum func inftrti menta quatoijs utrique philofophiar
parti inferuirc dcbent ad fecerncndum ue^ rum a fallo,bonumq ; a malo; Logici
ucro operantis adarquatum fubicdum funt c fecundar Intentiones
fimpliccs,quatenus cx illis inftrumenta,quar funt fecunda: fn tentiones
cornpohta-, conftruere intcndit. Ex quo mamfetTislime apparcc, fubic cTi a
gica: dcfinitioncponcrcalium fmem,quam cum, uc d fccruat ucrum a falfo. Ec Kccc
Ariftoteles in Morahbus fincm, ac fcopum actiuar piulolophiar adionem no minare
malucrit, quam cognitioncm, id ab eo hac rationc factum eflc dicunt , quoniam
adio ibi principalem Iocum ccnct, cum fit ultimus, ac prarcipuus finis, ad qucm
omnis carum difciphnarum cognitio dirigitur , quare non poterat ali^ tcr loqui
Ariftotelcs dc finc, & fcopo adiuar philolophix. De Logici opcrancis
adxquato fubiedo, inquiunc , eos cfle dxridendos ,qui fccundas notioncs tat^
cjuam rero confidcratam , deindc , ut iuilrumcnta notificandi ponunt canquam
modum confidcrandi. Qjjem crrorem uc dcccganc, notandum dTc uolunt, fubic
&o modum confidcrandi apponi ad coar&andum non rcm confidcratam , ut
multiputanc, fcd cius confidcrationem , quod cum maxime dignum cognitu fit,
& a paucis animaducrfum , tali exemplo dcclarant; Si quis diccret eflc in
ali» cjuo libro fubie&um animal quaccnus elt rationalc , Is non redc
dicerct , quia fi harc locutio eflcc admicccnda', oporccrcc omnc animal cflc
rationalc, qui cnim ita loquicur , uidctur fupponerc , omni animali rationalc
inefle, uci faltem non * fimplicitcr animal fumic, fcd rcftritf um , & pro
folo hommc, uc perinde fit, ac fi dicerct, Homo quatcnus rationalis , ficcnim
reaediccretetiam fi eadcm rcm bis cxprimeret , fcmel quidem canquam rcm
confidcracam , deinde icerum can* quam modum confiderandi , quoniam in
conftituendo uero fcienciar concenv platiux fubic&o modus confidcrandi
arqualis efle debec rei confidcracar , licec cnim dicerCjHomoquaccnushomo, fcd
non rcdcdicirur, animal quaccnus homo , nifi animal pro hominc folo accipiatur
, dum cnim dicit animal quacc* nus cft homo , non omnc animal ftatuit rcm
conlideratam eflcjfed folum homi* ncm, quia bos non poceft confidcrari quatenus
homo , cuius confideratio, cum fic multiplex, rcftringitur, poteft .n. homo confiderari
ut fanabilis, ut fxlicitatis capax,& aliis fortafle modis,ideo dum
dicimus.fubie&um effe hominem ut homo cft,uel ut efl rationalis, ad hanc
unam confiderationem homine coar&anius , & fngido,& duruni a x molh; ruunt(dico)
huiufmodi inconuenientia, quia non ica per calidum, frigi d dum, durum , &
mollc fignificatur attiua philofophia, ficuci perbonura,6t nulum . An ucro
dcridcndi finc , qui ponunt lccundas nocioncs fimphccs tanquam rcm confidcratam
; dcindc , ut inftrumenta notificanii , lielt # ' Libcr Primus o quatenus ex
illis inftrumenta notificandi, quarfunt fecuudar Tntcnfiones' compo fitar,
conftruenda funt, ramquam confidcrandi modum Logici opcrantis , Aliis
judicandum rclinquimus. Quod autcm ad rcliqua pertincc. Eos & fibi iplis , &
plnlofopho aducrfari, fuamcp poficionem non fatis animaduertcrc exiftimamus,
.Aflerendo cnim non rem confideratam, fcd eius ccnfiderationcm reftringi debc
rc, iibi ipfis rcpugnant, cum alibi dicant, Crcs quidem confidcrata non cll
cuiuf 3uc fcicntia* propria, fcd poccft ci cum aliis cfle communis, modus autcm
confi crandi cuique proprius eft,ix* rem confideratam reftringit,qua-ipfa
perfccom rnunis erac,] nec dicere polTunt,id uerum eflc dc rc confiderata , fcu
dc fubie&o materiali in fcicntiis conccmplariuis, in opcratricibus autcm
minimc,quia ftacirn fubiungunt, Cita in operatricibus folemus fubic&um a
fine rcftriclum nominarc, tic cu dicimus fubie&um ln arcc Mcdica efTe
corpus liumanu,uc fanandfu] dcindc, pucanccs inucro fubie&o fcienciar
concemplaciuarconftituendo modu confidera ili arqualem clTe debere rci
confideraca*,fimul cx* p!ulofopho,& fibi ipfis concradi cunt,na philofophus
in fccundo phyficoru contextu decimo oc~tauo,cx" uigcfimo aic,m rc
confidcraca potTc conuenircplures conceplaciuas fciencias, in modo ac
confidcrandi nequaqua,& ipfi(ucpaulo ancc diximus)afTirmanr, re confiderata
fion cfle cuiufque fciencrar propria,fcd polTe plunbjs communc elTc, mo iu aute
cofidcrandi cuiquc proprium. Si icaquc rcs confiderata poccft eflc plunbus cora
rnunis,& modus cofidcrandi cuique proprius eft,quomodo afleruncjn cofticuen
do ucro {ubic&o fcieciar conceplaciuar modu cofidcrandi arquale" cflc
dcbcrc rei cofideratar? dcmu, poncndo id, qct neghgunc,pofitione fuam paru
animaduercc rc uidentur. dcclaro cos poncre qct negugunt,nam re aliquam
confiderata,qnar pluribus modis confiderari posfit,ad uuu cx illis
coardan,& reftnngi,nihil aliud cft,qua v m oe"s alios cius
confidcrandi modos cxcluderc,& unum illoru feligcrc; ut gratia cxepli,cu
posfic Homo confiderari,ucl uc fanabilis,ucl uc farlicicacis ca pax,fi
Aliquiscxcludedo ut e farlidcacis capax , accipcrct ut cft fanabilis,dicc/
retur ad huc,no ad aliu cofidcradi modu homine rcftringerc,crgo ponunc , q$
cicgliguc Harc cu uera finc,cancu abeft,uc in duplici uerfcncur errorc, qui
ponuc fecundas nociones fimpliccs prouc suc inftrumenca notilicadi,idcft,pro uc
ex lllis coftruenda sut inftrumeca notificadi,elfc Logici opcranris adarquacu
fubicctu,uc potius eorti fentccia fic penitus ad mcnce phuoloplu, accipiunt.n.
fccuda» nono ncs fimplices late,pro ut ec a Gramacico confidcracur,cafq;admodu
conliierau & Logici reftringunc,qct fecundu Ariftocehs pccpca loco fupcrius
cicaco facicn du erat,& hoc prarftarc,uidchccc,re aliquam ad unu cx
pluribus eius confideradi tnodis coardareaiihil aliud eft,quaVn eiufdem rci
cofiderationcm rcftnn^erc EJfentialis Logtc* Ttefimtio. C A T. X. COnftituto
(quantum pcr nos licuit ) Logiccs gcncrc , fubicclo, cV finc, confcqucns cft ,
uc cflcntialcm cius dchnicionem ponamus,qu* cum ci io LogicarumDifput. a
gcnerc,& difFcrentiis proximis cfficiatur, rationi congruere uidcrctur, ut
pro generefibi aflumeret habitum intclledus racionalcm , fub quo cum reliquis
prl cipalibus habitibus proximc contincntur habitus inftrumencarii ; uerum ft
rcs dili^enter con(idcrecur,in cius definitionc Logicus non dcbct habitum
colloca* rc, quoniam Logicus,ut Logicus,cum conftdcrarcuon poceft, alioquin
cogcrc tur etiam intellcctum copfiderarc,cum habitus dicat ad intcllectum
relacionem, & a quo rclatiuorumJunum confidcratur , ab codcm confidcrctur
& alccrum, fcd a Logico (ut clarc patctj incellc&us non confidcratur,
crgo ncc habicus.mc lius icaque( nifi fallor) fuo muncrc fungccur Logicus , ft
in Logiccs dcfinitionc pro cius proximo gcncrenon habitum intelle&us rationalem,hcet
fub co (ut fu pra dilputatum fuit) Logica contincatur, fcd difcipiinam
acceperit. Et cum iaro tletcrnunatum fttjLogicaefubiectum efle inftrumcnca
pcrfcda,& completa, ii* ncm ucroucrique pmlofophia: partiadminiculariad
fccernendum ucruma fal ^ fo,bonumcp a malo , a quibus ,nimirum
fubie&o,& ftnc differentiac fumuntur, hunc in modum eius definicio(uC
opinorjponi dcbetjLogica eft difciplina inftru mcntaria
probansinflrumentautriquc philofophia-parti tnfcruientia ad feccr* nendtm uerum
a falfo.bonumq? a malo. in generc contraclo pcr difTcrentiam a fubicclo
dcfumptam Grammatica cum Logtca conuenic , habct enim eciam, Gramrratica pro
fubiecco inftrumenta, fed hne ab ea diftmguitur Logica , ete* nim Grammatica
non conftderat fua inflxumenta quateuus inferuirc debeanC utrique philofophiar
parti ad feccrnendum ucrum i falfo, bonumcjj a malo , ul facit Logica» Vtrum
Logica J!t fcicntU. C A P. XI. c EXaminatis duobus fimplicibus Logicar
quarfttis, uidclicer,An fit , cV quid fic, rcliquum eft,ut alia duo compoiita
declarcmus , quorum unum nempc propccr quid fic,alteru
pra?fupponic,uidcliccc,qualcfic, ftcuci in iimphcibus quid fic prarlupponic an
ftt; quarc confonum racioni eft , uc in compoficis a quacftco qualeftc
incipiamus,dicimus icaq;, illud nihil aliud efse,nift ponerc in numerti,
idcft,facerecnunciacioncs de cercio adiacencc, in quibus alcerum alceri
inhaerct interie&a copula,uCgracia exempli,quando quaerimus,ucrum homo fic
albus, rifibilis,c\ huiufmodt , harc quarftio appellacur Quale ftc qua pofica
huius termi nicognitione, quarripoflec de Logica, utrum ci prardicatum aliquod
iungacur uideliccc,An lic ftmplicitcr fciencia,&huiufmodi alia mulcajcuius
quacftionis fub tilisDodor unacum tccafere Latinorumfcholaparcem affirmaciuam
tuecur, quia iudicans, Logicam efle fcienciam racionalem,cogicur eciam
aflerere,Logi* cam elTe ftmplicicer,& abfoluce fcienriam,nam quod elc fub
fpecic alicuius genc ris,non potcft non efle fub gencreilliusfpccici, fed
fcientia rationalis eft fpecics ^ fcicntiae communicer fumptae ad rcalem,&
rationalcm , ergo Logica , cum fic kicticia racionalis,cric quoquc fcicncia
fimplicitcr accepca,quae fuodatur in ente ctiam Liber Primu^ etiam communicer
fumpco;nam ficuti datur cns commuoe ad eus cxtra animu, a tfcad cns in
animo.ica dacur fcicncia communis ad fcicnciam dc rc excra animu, idcft,dcencc
rcah,& ad kicociam dc rc in animo, ideft, dc cncc rationali . qua:
communitcr acccpca fciencia , cumlic efFe&us dcmonftrationis communiter
fumptarad realem,& rationalem dcmonftrationcm,babec fubicctum, pasfioncs , &
principiatamquam mcdia ad cas pasfioncs dc fubie&o dcmonftrandas , qua:
omnia ut communia ad rcalcm, & rationalcm dcmonftrationem accipiuncur. Efse
autcm Logicamfcientiam fimplicitcr, & abfolutc fumptam,intelligrndo dc
Logica doccntc,quam Grarci uocant fciun&am a rcbus, liac ratione Doctorfub
tilis probat . Logicus e£l fcicns,crgo Logica eft fcicutja,quia a concrctjs,ubi
cft prardicatio pcr fe, ualet confcqucntja ad abftra&a ; Antecedcns
probatur hunc •nmodum,Logicus demonftrat, crgo Logicuscft iciens; dcducitur
Antecc/ elcns hoc paclo,in Logicafunt ca omnia, quar ad dcmonftrationem
facicndam requiruntur,ergo Logicus demonftrat . Sj uero intelligaturdc
Logica,qua: cft in ufu,idctl,dc Logica (ut Crxci dicuntjrebus applicata,negat
jllam cflc fcientia, tiuia hoc paclo coufidcrata non cft cx propriis , lcd ex
communibus. ucrum nc ijuifpiam crcderct,dum putac Logicam eflcfcientiam,cum
fentire,Logicam ciTc lcicntiam rcalcm,dubitat contra partcm
affirmatiuam,quamtuctur,uc appareac tur
acerrimc impuenarc , probautcs contra Dodorcm fubtilcm Logi» cam non cflc
icicntiam abfoluce , cx quo fcquitur, cam ncc cflc quidcm icien tiam
rationalcm,cum tcncat femo, confcqucntia a fupcriori ad infenus ncgatiuc.
QuotI,rclicla(ut dicunc ) argumencoru mulcjtudinc ,oftcndunt racionc ex ipfius
^ rci nacura dcducla,qua: huc m modu ab cis formatur. Tota traftatio Logica cft
dc fccundis notionibus,hx autcm opus noftrum funt,& arbitratu noftro
cfle.ac non cifc poilunc , non funt igitur rcs nccoTaria: , (cdcoucingouccs ,
;ca ut fub Logicarum Difputl * fcicntiam
non cadarit ,' cum fcientia fit rcrum tantummodo ncccflariararn ; qui rc patct
Logicam fimiliorem cflc Artibus,gua % ni fcicntiis in rcrum confideraca rum
conditione.fcicntiacnamque in rebus fimplicicer ncccflariis ucrCintur, Lo» gica
ucro,& Artcs omnes in rcbus contingentibus,quae a 1 nobis producuncur:
habita etiam racionefcopi,& finis.Logica Artibus fimilis e(T, fcicntiis
uero dik fimilis,nam fcicntiarum finis eft fola rerum confideratarum cognitio y
Artium uc ro non cognitio, fed effcccio , fi quam enim cognitioncm habcnt ,
caiH ad c/Te Gionem dirigunt , Prarterea ualidisfimis Ariftocelis
auftoricacibus, & in pri^ mo priorum fub initium fccunda: , ac cerci*
fcdtionis , & in pnmo To/ picorum capite nono candcm rationcm confirmant;
nam philofophus in prima Priorura Iocis citatis afleric fe conftrutTionem
Syllogifmorum doccrc, ncm* pe quomodo efficicndi fint , & quomodo facile a
s nobis ficri posfic ,ut nofl ad cos efTiciendos apti reddamur, at quisnon
uidct talem clTc Artcm oma D nem docentem ? In nono autem capite primi hbri
Topicorum air , pro* blematum aliaperfc rcfpiccre eIcdionem,6V fugam,qua!
quidcm funt problema ta ad a&ionem pertincntia corum enim fcopus non eft
cognitio, (cd cleelio,uel fuga, idcft, agcrc uel non agcrc ; alin pcr fe
tendcrc ad uentatcm , 6V fcientiam , ut funt problemata
fpeculaciua,quorumnullus alius eft fcopus , quaYn fcicntia ueritatis ; alia
dcmum utriquc parti philofophiarauxiliari, qua* funt problcma* ta Logica, hax
ctcnim funt inftrumcnca , quibus utltur tum acliua , tum con tcmplatiua
philofophia ; itaquc fcntcntia Ariftotclis cft , rcrum Logicarum non cfie
fcienciam , cum pcr hanc condicionem fcparet problcmata fpecula^ tiua
abacTiuis,& Logicis, utfcilicer, fola fpeculaciua fcopum habeanc lcicrr
tiam. Addamus nos m fauorem huius opinionis aliam philofophi audoria tatcm in
fecundo Diuinorum contexcu dccimo quincto infine,ubi ait , ab^ furdum efle
fimul fcientiam , & modum fcienti? qua-rere , ex qua philolo* t phi
au&oritace clare pacct , Logicam , quar pcr modum fcicntia: cxprimi-» tur ,
non clTe fcientiam , alioqum non re&c ibi philofophus locutus fuiflet. Quod
ucro fpe&at ad argumenta in oppofitum , corum uanitatem oltcna dcre facile
cfle dicunc , primum cnim argumcncum , fi ualidum "cllec, non magis in
Logica , quaYn in Artibus omnibus cfTcclricibus locum habcrct; Si namque Artem
aliquam docentcm flatuamus , ut medicam , uel ardifu catoriam , illa quoque
fubic&um proprium habcbit , de quo multa dc* nionflrabit pcr propria illius
artis principia , omnis enim Doclrinafitex prxcognitis , cV per ratiocinationem
a x noto ad ignotum ; QuiJ igicur ? Ars ardificatoria doccns erit fcientia
fpeculatiua ? Ad primum icaquc Do etoris fubtilis argumencum refpondences ,
neganC anteccdcns, Logicrfscv nim ncque cft fciens , nequc demonflrat , nequc
habet ea omnia , quacad ueram dcmonftrationem ucrar fcicntia: efTedricem
requiruntur , non cnim d fubie&um tale habet, quale ad fcicntiam
contcmplatiuam rcquiritur; fciencia quidcm fubieclum poftulat artcrnura , non
continecns , quod arbitrio noftro cf fc,ac non clTcpoffit; at Syllogifmus ,
& omncs (addamus nosj fccundx notioncs Liber Primus x funt opus , c*
figmentum noftrum,quarc idoncum fcientiar fubieflum non funt. Pro
intclligentiarcfponfionisadalccrum fubtilis Dofloris argumentum quo probac
Logicam in ufu pofitam non effefcientiam , aducrtcndum efle fcribunt Logicam
duas mtcr cartcras habcrc partcs,demoftratiuam unam,quam in libris Pofleriorum
Ar.ftotcles tradit , &altcram dialcc>icam , dc qua agit in libris
Topicorum ; inter quas illud inquiunt cflc difcrimcn, quoM dcmonfrratiua dum
praxepta, ac regulas docet,non fit fcientia,fcd inftrumcntum fcicntiarum,ut uc
ro appl.catur rcbus , fit ucrc fcicntia,non quidcm fcicntia, quar dicatur
Logica, (cd lc.entia naturalis,ucl gcometrica , uel alia,quia tunc procedit cx
propriis il> lius fcicnciar pnncipns,cui applicatur. Faculcas autcm topica
nonmodoutdo/ ccns non fit fcientia , fcd ncquc ut in ufu pofita,quia dum alicui
fcientiar applica tur, non fumit propria cius fcientiar media, ptercaqudd ibi confidcrat ea, quarfunt
neccflaria, & artcrna* ueritatis , ut gracia txcmpli, demoniTratio
eitfyllogifmus fcientialis, dcmoaiTratio coniTac cx ueris, prinus, immediatis,
prioribus, uotioribus,& cauiis conclufionis,& infmita huiuf modi alia.
Prarcerca, licet Logicus non habcat rcalcfubie£tum,quod realisfcien tia
poftulat,& proptcrea reahtcr non dcmoniTret, non fcquitur idcirco cum no
ciTc fcicntcm , cum abfolutc fcicntia non folum dc rcali , fed ctiam de
rationali fcientia ducatur; fat igitur eiT, uc Logicus demoniTret
dcmonftrationc racionali, atq; ideo rationali fcicntia fit fcicns,licet non
dcmoniTrec reali dcmonfcrationc, quare primum argumentum manet adhuc 111 roborc
luo.Quatenus ucro fpe&at ad altenus argumeoti diiTolutioncm , antequam in
mcdium afleramus quid dc d illa fcntimus , aduerccndum c(Tc duximus , DocTorem
fubcilem a ucritate non rcccdcrc , quando dicic , Logicam in ufu poiitam non ex
propriis, fed cx communibus proccdcrc,fi pcr Logicam incdligit partcm
Topicam;(i au-^ Liber Primus tem totam Logicam intelhgac , cum ucritatc ( quod
pace tanti uiri dictum fit) a minimc eonuenire, quoniam ca pars, quar
dcmonftratiua nuncupatur,in ufu po/ fttalempcr ex propriis uniufcuiufque
fcientia-,cui applicatur, principiis progrc^ ditur.Hocanimaduerfo, rcfponfio ad
alterum argumentum aliquiddifficultatis .patitur,quia dc ratione inftrumcnci,ut
inftrumccum eft,quod amplectitur inftru mcntum rebus applicatum.A ab illis
feiunttum.ncc non corporcum,& fpiritale, cft folum alteri inferuire.cV propterea
cfle inftrumcntum,non autcm ut fiat rcs illa,cui applicatur.quoniam applicatio
inftrumenti,quodcumquc illud fucrit, dJ fitquid accidcntale,eius naturam non
uariat. Demonftratiuum itaquc inftrumc tum,quod fpiritalc eft,applicatum
fcicntiar non poteft ficri ucre, & formaliter fci cntia illa,cui applicatur
, fed utique caufalitcr.quatcnus fcilicct parit,& aggenc* rat
fcicntiam,quemadmodum gencratio ab Ariftotclc dicicur natura,pro utcft uia in
naturam : ficuci igitur gcncratio non cft ucrc natura, licct fit uia in natu*
ram,ita inftrumcntum fpiritalc applicatum fcicntiar non fit ucrc ca
fcicntia,cui ap plicatur,quamuis pariat,& aggcncrct fcicntiam
illam.alioquin idemcflet facies» c* fa&um . Philofophi autem au&oritate
in tcrtio libro dc Anima cxiftimamus «on faceread propofitum,quia philofophus
ibi comparat potcntiam intclligea tcm rei intcllcdar , ipfi ucro comparant
inftrumcntum fpintalefcientiar; Prartc rea,non uidetur cum ueritate
conucnirc,ut Mcns noftra intelligcns fiat ucrc res lpfa,quar intelligitur, alioquin
Intellc&us intdligcns lapidem.cV Iignum,ficrct uc rc lapis,n cis fecundas
notiones im, 1 poncrct; quod clarius confirmant,(lum aiunt, ( uocibus cnim
primjr notioms ip, fe alias fccundas uoccs imponit,quod facere incipit in illo
primo capitc iibri de interprctationCjUbi fummo cum artificio librum illum cum
libro Catcgoriara conneclit,accipicns uoces fignificatriccs rerum iam
confidcratas in libro Cate^ gonarum, & in eis imponcrc incipicns fecundas
notiones,a fimplicibus cxordi' cns ,qua?(unt nomina,c\ uerba,&c. ) fi
itaq.-in principio libri dcintcrprecatione incrpit philofophus imponcre
fecundas notiones uocibus res fignificantibus,de quibus agit in libro
Categoriarum,rcs in libro Catcgonarumnon func fccun* dis notionibus opertar.
" lnfimtu contra dcterrninationem sAuftorit refpondetur. . b T-J AEc
opinio fuper duobus di&is fundata, qua impugnatur fententia noftra, «*-
-Lirjjutroque non paucas uidetur pati difhcultatcs , & primo circi pnmum
diclu , ut fcilicet nomen, & uerbum nullum refpc&um de notcnt adenunciatio
ncm,(cd abfolutam habeant fignificationcrri/ibi ipGs aduerfantur,& ab
Anftote lc ( quantum coniiccrc polTum) rcccdcrc uidcntur. Sibi ipfis eos
aducrfin patct, r>am uolunt nomina,& uerba dTc partes enunciationis,dum
dicunc, C fcd dc fim plicibus tcrminis pnmsincellc&us operationi
rdpondentibus , qui ucrcpartei cnunciationis funt,agitur ia pnincipio hbri de
intcrprctationc , & fijnt nomma, fk ucrba,exjiis dicit Ariftotcles
enunciationem conltitui,non ex fubttantia.qua to,& quali,ut patet legentibus
totum Iibrum de intcrpretationc,in quo nulla un cjuam fit mentio fubftantia- ,
uel quaoti,tanquam partium enunciationis,fcd fcm pcrnominis,& ucrbi. ) Si
nomina,& uerba confidcraotur in hbrodc intcrpreta. c tjonc ut funt partcs
cnunciationis^umuntur in ordmc ad iUam, cum partcs ha* beant refpeclum ad
tctum.Oppoficum po(teatuentur,dum inquiunt,( duplcx i* gitur eft tra&atio
de fimpliciDus terminis,una abfoluta m principio hbn «ie in* tcrpretatione,
quando agitur dc nominc,& ucrbo, altcra notans rtfpcclum ad? cnunciationem,
quando m ipfa cnunciationis trattatiotie uocantur iubieclum, &
pracdicatum,quo in loco nulla fit mcntio nominis,& uerbi, nifi qiutcnus in
c^ nunciationc fuot fubieclum , & pra:dicatum,hac cnjm ratiopc rcfcruntur
,fcd non quatenus nomioa,& ucrbafunt. ) Eosdcmum ab Anftotclc rcce
Jcre,omni bus manifeftum effc exifbmo,qui diligcntcr pr imam fc&iontm hbn
Perilicrme* iiias,& ultimum capucfecundarlcclionis legcrint; attamcn eorum
mcdiis id o^ flcndcrcpIacct,accipiendo, ut faciunr ipfyiominis,& ucrbi
dcfinitione>,fcd pri^ tnum pondero pjiilofophi fententiam in capitc dc
nomine, in quo cum nominis ^ dcfinitioncrn pluribus aliis communcm tradidcric ,
ciufqj nonnullas particulas dcclaraueritjCJicludit a nominis dcfinicionc nomen
jufinisuoi,quufignificacio* D 20 Logicarum Difpat. a dcfmite, & quod
cfl,& quod non efl; ex quo colligitur dcberc addi troCitx defi r ricni
alteram difTcrentiam, uidchcct , flgnificans aliquod fmitum , ut defmirio jlla
hunc in modum fit ; Nomcn cft uox fignificatiua fecundum placitum, (ine
ttmpore, cuius nulla pars fignificatiua ciT fcparata, finite aliquid
fjgnificans. ue/ i um quia fic intellccTa nominis dcfinitio comprehendic etiam
eius cafu?;,cxc ludit lljof ab huiufmodi definitione, quoniam iuncTi cum ucrbo
ncquc ucrum,nequc falfum chcunt, non.cn auccm fcmper,- ex quo Jtcrum colbgicur,
tradira* nommis dcfinitK m clcbere appcni aliam difTercntiam, uidelicet,ut
iuncTa ucrbo dicat uc rnm, aut talfum, atq; jdco faciat aut aiTirmatiuam,aut
ncgatiuam rnunciationc.. Cum i^irur complcra nominis dcfinitio ex ArifTotcIc
pcc ea,qu.T habetintoto illo captte,hunc in modum efTe dcbeat, uidclicct, Nomcn
etT uox fignificatiua ad pljcirum, finita, (inc tcmpore, cuius nulla pars
figniGcatiua cfl fcparata , & quar lunrTa cum ucrbo dicit uerum , ucl
fjlfum,& proptcrca facit cnunciationem; lu l ce cbrius pattr, nomcn di
fjiuri ab A niTocdc in ordme ad enunciationcm, cum m «a rc penatur uerum, ud
folfum. Std in hoc fortaiTc hallucinati funt illi, quii ticjidciunt,
dtlinincrcm nonunis ab AulTotelcpofif.irw in principio capitis cf U inicgram, d
ccmplctam cius c.chnitiol.tm,qBed falfunveflc ex lubfcqueiui^ ru « propterca lccundis notioni, • Btn IdKUr,
Res uero adJu ,n hbro Carcgoriarum fecund.s notionibus fubii. c faclc
comprehend, potcft ct tituIo,& .otentione, atq, ex iis qu« fa falfc
ftS^f" P r ' d ' C — SSS t^antuV 9 * m qla ' '" P lunbus « «Bteotione
fumitur, d,cimus .ntentionem philofopni eiTc ,uan,T ' n °, ^ ° mniUm D0 "
0DUm rerum m orLe ad affirS £X n £Sr T»
in qua uerum - & filfum c ° ntincn - s, L fornaarc,ac formatas
enunciationes ucras,& falfas coirnofcere noT Smus, q U x q ul dcm mtcntio
ex iis,q U * ante Categorias ^3 "cn - J^tf nab T Ur ' CUm i taqUf i0 Lbr °
Catcg^ria r"m co „ ■ SaSu^fe d P r * d,Ca ;' on «. clar L e P"« «
Ar.ftotrlis intenrione ■D, aau l U bnc,& f U bflerni fecndis notionibus;
& clarius hoc ex titulo habo ^SS^T^^rT^'^^ Su^ecunTno o . ur S A ' P r * d
, ,Ci,to ' Quod f"bieao,tamquam forma matcrir, faniti, d % «afla
dcBominanBDe, l.brum illum PncaWntBrum hbrum placnit phflo *2 Logicarum
Dijfcuf. fof lls> hunctvpirr. Fx iis quoque, qoat in fingulis
pi^dicametific; # r praxipoctrt pra-dicamcnro fubfraotiar tra&antur,
manifcfbifirrlc hoc irjem colltiprurjiri^qtio prgdkamcnro muJra
rcpcriuntur,qua- ad rrm noftram attinoit.fednoncad oftc dcwdtjm qubd intfndimos
fatiscflcpoffuntfubftanriJrdiuifto to*rimam,6V fecurj 3«3am, dtfcriptioncs , 6V
rommunitates, qUac omnia manifeftisfime m-dicant rcs • ibtCOHfiderarijmordioc
ad fccundasnotioncs; A licct ex communiratirnit alfa quir uickafitur
clTcptifita* (ccundum naturam fubfranttar, 6V urfextra intcllcclurn tffywoW
ramcri pojjunt ad modum prardicandi; Cc ad propofitidrH4 conftitutio
i»cmn-*>fid.:i r.i.->m;. , .f:u! u:->) ( nr,.: /.mcJJi aoxi wi tnutl :
De Lopc* difcifhmt ti^tiWf flfcifom >^4c de modo frogredknh Wprtc*yti , eam
dcftimi po(Tc ab Ariflotclis fcopo.qucm diximus cflc pra*ccpta tradcrc t r 5
i^uCridifrirrrumeTita ignotum manifcftantia,in'ter qoa? pra-cipuc proprcf
dcmr5- frrarioncm syllogifmum philofophus fpcOat;qui, cum duplicitcr
confidcrari posf»r,ueI quo ad conllirutiuas, ucl quo ad fubieftiuas partes',
induxrVnos ad' crcdcndum^ur I ogicardifciplina* hbri in duas (cccntur parccs,
inquafum prima.' contincntc libros Catcgoriarum,Pcrihcrmcnias, & Priorum r
agic philofophus dc iis,qua: fpeclarit ad fyllogifini communiter accepti
conftfuccrdricmjrivfcudS 1 * 1 daojcro comprHicndcnte rejiquos omnes libros
deeiuldcm fyllogTfmipartibus; : Libcr Primus 2 fubie&iuis tra&ar»
hinccft ( nififallor ) qudd Auerroes io prarfatione (upcr lu brospoftcriorum
fcribit,Logicam in duas pnrcipuas fccari partcs,quarum un3L uniucrfalcm,fcu
communem,altcram particularem.fiue propriam uocat; pcr par tcm communcm innuit
libros Categoriarum,Pcrihermcnias ) & priorum, in qui frusfut dizimus)
agitur dcfyllogifmo in communi quo ad cius conftructionem; pcr propriam ucro
poftcriorcs analyticos, Cc cartcros omnes fubfcquen* tcs libros, in quibus
agitur dc Syllogifmo contraclo,idcft,dc (yllogif mo quo ad cius partcs
fubieciiuas.pofita librorum Logicar diui ConCjCirca modum progrcdicndi in
huiufmodi prarcep* tis in ea difciplina tradendis pro inftrumentorum
conftruclionc i^notum notificantium , dici* mus , Anftotelcm his omnibus uti,
ncmpc , Diuifione,Rcfoh]tione, & Compofitionc» Deo , qui Trtnvj s unuf ejl
, Laus , Honor , Gloria fit. - :1 V ) P. LOGICARVM DISPVTATIONVM DE PHILOSOPHI
PROPOSITO IN POSTER IORIB VS AN ALITICIS. Ejfentialem
Jpecierum defimtionem intcr Log/ca infirumcnta c/Te cottocandam. C *A P . /.
VMadcius demonfcrationis, qua? potisllma nuncu» patur , cflentialifcp fpccierum
dcfinitioms intclligcn^ tiam iuucnes introducere cogicaucrim , abfoluta de
uniucrfa Logica difputarione, Poftcriorum analycia corum, in quibus barc
inftrumencafcientiis omnibus appnme neccflaria tradantur,prolegomena prius xaminare
non inutileforc mccum ipfc iudicaui, eoru cnim auxilio inflicutum noftrum
ficilius cxequi potc rimus.ut autc in huiulmodi ncgorio ordmacim prri/
grediamur, ea induomcmbra iccarc dccrcuimus , in quorum pnmo dcphrto fophi
inccntionc in Poft: libris, accipicndo intcntionem pro fubie&a materia, in
fecundoucro dceorum infcriptionc ucrba facicmus; Quoniam uero dc philofo fhi
intcntione in primo libro nulla cft apud eius explicatores controucrha,om ncs
cnimunoore .atcntur,agcrc ibi ph.lofophum dc principiorum dcmonflra/ tionis
c6dicionibus,fcu dc maccria dcmoftrationis.cu de cius forma in prionbus a&u
fit,ab huiufmodi fpeculacionc fupcrfedebimus, foluq* circa philolophi intcn
tioncl(ecudolibroucrfabimur,uarii.n»dccius propollto ibi uaria locuti sut.cuq;
inter Ariflotclis intcrprctes mulci fint,qui fubftincrcconaucur in eo hbro agi
ad tnentcm philofopln dc dcfinitione prout infcrumencum cfc concradiflinclu a
dc monflrationejargies qct quid e comuncad fubftantia,oVaccides;facerc no poiTu
tnus quin difpuccmus, an ld ueru fir^qct ab ilhs uidctur (upponi.ccfcilicet
huiuf* tnodi difinitionem intcr inftrumenta Logica collocadam ,ahoquin tiana
effee 2^ Logicarum Difput. * corum fpeculatio. Dicimusitaq; (fumpto altius
principio) Jlabituum InteHes clus rationalium, alios effe primarios , alioi
fecundanos , fcu inftrumcncarios^ primarii, qui pcrfc, non alccrius gracia
confiderancur, ( in lis cnim pcr fe ucrum eft) quinquc func , uc rcftacum
rcliquit pliilofophus in fcxto libro de Moribus cap.3» uidelicet,
Incelle&us, Sciencia, Sapiencia, Prudencia, & Ars, ab enccqjor* tra
animam riuunc, qua dc caufa dicuncur eciam rcrum habicus, nam fciencia,fa
piencia, ne ab ca difbnguitur;
grammatica: cnim hnis,& fcopus eft regulas traderc re■• i:i>r.iii'yaiil
SfioiiwU^^ tbomluiurl ds.irl :jCt cjp. u. ITJ 07J ' "P\l;fmitioncm, licct
oon ratiocinctur, efTc Logicum inftrumentum probatur 'ratione, &
aucloritatibus confirmatur. ratio hunc in modum fc habct, dcrl nicio conG d
cratur a Logico, crgo dcfinitio cft Logicum inftrumcntum; Antc* cedcns Liber
Secundus I 26 *z cedens clariffimum cft cx Ariftotele in feptimo diuinorum
texxom: quadrage a fimofecundo,& ex Aucrroefupcr illo contcxtu;
confcquentia probatur,modus confiderandi Logici cft ut inftrumentum notificandi
ex Auerroe in prologo f>rimi Poft: & iti L ; pit: Logic: circa
principium, fed nihil confidcratur ab Arti. fjce,quodrccedatabeius modo
confiderandi,ergo defiuitio.cum a Logico co fideretur, non poteft ab eo
confidcrari nifi ut inftrumcntum notificandi, cft igi tur dehnitio Logicum
inftrumentum.Confirmatur hoc audoritacc philofophi m fexco Topic.
cap.primo,& cercio,quibus in locis ait , definitionem facerc ut cognofcatur
(ubft3ntia,fiueaccipiatur fubftantia pro ciTentia,fiuc pro fubftantia
concradiftinda ab accidentibus. illud idem habetur in fecundo Poft j hbro ca*
pite fecundo : ubi philofophus ait ( amplius,fi definitio fubftancia: quardam
co, gnitio cft, &c.J dixit, quardam cognitio.uc denotaret, non folum
ratione, fed etiam fine ratione acquiri cognitionem.Et in eodcm capitc uolens
philofophus . inueftigarcquoinftrumentoqua-ftioQuidfitnota fiat, proponit
primum non nulla examinanda, mter qua- ponit hoc, an idcm posfit fciri
demonftratione , & dcfmitionc, cx quo manifcftifiime uidetur uellc
philofophus,defmitionem facere ijc faatur,atq ; idco dTe Logicum
inftrumentum,alioquin Quarftio abeopropo Ijta prarccr racionem adduda
fuifTec.fi defmicio non faccret fcirejqua fcicncia per definitionem nulla ex
cius fenccncia in fcpcimo Diuinorum concexcu quarco me lior , atcp
prarftabilior eflc poteft . Demum in primo dc Anima,& in primo Di umorum
utrobiquc tex: com. 4 g. uulc difciplinas omnes pro inftrumenco uti
demonltratJone,& definitione,inquiens, ( atqui omnis difciplina per
prarcognita aut omnia , aut al.qua cft, & aut per dcmonftrationem, aut per
definitioncm. ) cjuam philofophi fencenciam fccuti func Thcophraftus,&
Alcxandcr, refercnce fcuftratio m fccundo poftcriorum Commentario fuo
quadragcfimo fcxro p 0 / fucrunc enim & ipfi duas fcicntias , dcfinitiuam
fcilicct , & demonftratiuam c # proptcrca duo inftrumcnta,nimirum,
definjcioncm , & dcmonftracioncm. ex qua philofoph. racione colligicur non
dTc ad mcncem eius , uc omnc Logi, cum inltrumcncum fic cumillacionis
necesficace. quareconfirmacum rcdd.cur quodtradita_habicuum racionalium diuifio
nobis ance oculos pofuic, nempedc fmicioncm cUc Logicum inftrumcncum. Ex
aliorurru fententia obiezlioncs qmdam contra ea, qu* dc defnitione proxime
didafunt. . JS^JOnnulli contra ea ) quardida funt , inftare nituntur \ probando
pluri, d bus medns, non elTc dcfinicionem inter inftrumcnta Logica connumc,
randam , & primo definitionemethodi proprie fumptar, quar cft, intelleaua*
le mltrumcntum facicns cx notis cognitioncm ignoti,fcu intelleauale infW E 27
Logicarum Dilfpiit. a mentum notificans quod prius ignorabatur.
intelle&uale inftrumentum Metht. di gcnus cft, quod ordtncm quoque
c.omplcditur; tecere autcm ex rjotis cogni tioncm ignoti,ucl notiftcare quod
pniw ignorabatur, eft difterenti*, qua mctlio dus propric dicla ab ordinc
feparatur; ba?c cnim mcthodus illationis ncccsfita* tcm habet, alioquin non
diccrctuc notilicans, cum netincarercm jgnbtam non posfit cffe fine illationis
necesfitacc; ordo autcm minime. Hac pofita metbodi proprie dictac definitione ,
inftant hunc in modum , deiinitio mcchodi propric diclar non compctit
deiinitioni,crgodcfinitio non eft mcthodus proprie (umpta; Confcqucnt» eft
clara per locum topicum a dcfinitionc ad dciimtum , Anto ccdens probatur ,
definitio non progreditur ex noto ad cognitioncm ignoti cum illationis
necesfitatc, quod eft mcthodi proprie difise dtlinitio, crgo defmj tioni non
competic dcfinitio mcthodi propric dicla:; Antccedan probatur, fi dcfinitio
progredcrctur cx noto ad coguitionem ignoti cum illationis neccsfi/ b tatc,
ipfacfiict terminus a quo notus,e\ quiditas, ad cuius cognitioncm pcr dca
finitioncm ducimur, cflct termitius ad qucni ignotus; fcd lioc eft falfum,
cum.n. defmitio, & quiditas non dilcrcpcnt nifi ut fignificans, 6c
figniiieatum, nonpon teft dehnttio cffc nota, dum quiditas ignoratur, crgo
ddmitio non proirrcdirur cx notoad cognitioncro ignoti cum.illatioms
neccsfttatc. Sccundo, cadcm cft ratiodefinitionis adqutdicacem abcafigniticatam
, &' nommisad rem , qux ab ipfo ftgnificatur , crgo fi dcfinitio cfl
mcthodus, & inftrumentum Logicum no>? tificans quiditatcm, nomco etiam
mccbbdus crit, & inftrumencum Logncuri» rcm ipfam notificans , fcd hoc cft
faKum, crgodcfinicio non eft Logicum inftrd mcncum, fed inftrumcntum tantura
fignificandi , ut patct cx cius dcfinitionc-ab Ariftotele pofita in primo
T0p.cap.4v quarhuncin modum fe.habec, (cftautcmi tcrminus quidcm oratio quid
eratcffcfignificans,) ubiterminus pro dcflnitio* 3 nc accipitur , &
licct.Anftotclcs infcxto Top. cap. 3»nccnon in primo hbrox c de Amma, 6t in
primo Diuinoruni ucrobiquctex: 4«. comparans defimuor nem cum dcmonftrationc
dicat, qudd dchnitio cft cx notioribus , ficutido monftratio , non uulc
philofophus eodcm modo definitioncm , ac demon> ftrationcm ex notionbus
cflc, nimirum cum illationc ignoti cx notis,fedfiv lum in hoc communi uult
carum fimilitudincm confiftcre, ututraquecx no* . tioribus conftet , alio tamcn
, & alio modo , nam demonftratio cum illationis ncccsfitatc progreditur ,
defmicio ucro minimC ; quo fit, ut altcra quidem fic methodus , &
inftrumcntum fciendi, nempc, demonftratio, alterauero, uidelia cet definitio,
nequaquam» Tcrtio , Ariftotelcs in primodc Anima,4.cV.c. con tex: quarrit, An
fit aliqua communis mcthodus inucftigandi quid cft in omni* bus fubftantiis ,
mcthodos ctiam aliquas nominat,fubiungit enim, an fit dcmori ftratio , an
diuifio, an aliqua alia methodus ; At uero fi definitio , uel metho> dus
dchnitiuaeflctproprium inftrumcntum , & propria mecho.lus , qua noci*' d
fjcatur quid fit, uana ccrtecffcc quarftio Ariftotelis co ia lpco, non cnim
opus crat dubitare, & ad alias mcthodos confugcre , cih» iu promptu cffcc
comr- munis mcthodus inucftigandi omncs rcrum quiditatcs , nempe dibnitio #\ a
Lihcr Secundus 28 feu mCthodus dcfinitiua; igitur uidic Arirtoteles
definitionem non eflc mctho • dum.uclinftrumentumnotificandiquid fic/cd clTc
illud, quod per mcthodum notificaturquando latet; nam quarrere quid res aliqua
fit,eft dcfinicioncm eius cjuarrere,pro!nde definitio quando eftignota fmis efl
methodorum , non mctlio dus; quandd autcm nota eft,notum cft etiam quid rcs fit
, ncc methodo indiget, qua inuclbgctur; proptereaibi Ariftoteles non ipfam
dcfinitionem,fcd alias me thodos nominat . Quarto, & ultimo,Ariftotelcs in
fecundo priorum cap. 25. ucrba facicns de incIuctione,ait,omnia enim crcdimus
aut pcr fyllogifmum,auC cx induftione . qua-lcntentia legituretiam in pnmo
Poftjcontextu. 33. fecundu fcctioncm uctcrem,in primo Rheroricorum , & in
fexto cthicorum utrobique cap.^.fi itaque omnia crcdimus aut per
fyllogilmum,aut ex induc~tione,defmitio noncft ihftrumentum ex noto faciens
fidcm ignoti,alioquinmale dixiflet pbilo fopluiSjOmnia credimus aut pcr
fyllogifmum,auc cx indu£tione,cum ctiam per , delinitioncm credamus.Ad rationem
in oppofitum refpondent,negando confc quentiam,licct enim Logicafic diicaplma
inftrumcntaria,tamen non eftnecefsa r»um,ut quidquid in Logica
traftetur,inftrumetum notificandi fit/ed uel inftruv mentum,uelfaltcm ad Logica
inftrumenta refpcctum aliqucm habens; dcfini/ tio igitur in Logica trattatur
non ut inftrumcntum ,fed uel tanquam principifi, ucl tanquam finis Logicorum
inftrumcntorum . Ad Ariftotelem uero locis d tatis dicuntjdefmitioncm facerc ut
cognofcatur,& fciatur fine illationis neccsfi tate,idcirco non efsc
methodum,& inltrumcntum fcicndu Soluuntur tradit& obiediones. . V
"\7T facilius intelligi posfit quo tendant adduftjc obicftiones ,
repctenda eft c * diuifio Logicorum inftrumentorum,qua- hunc in modum fc
habcbat, Lo* gicorum inffrumentum aliud inferuit ad fingulas fcientiarum,
Artiumcp partes congrue difponendas,aliud adnotificandum quarprius
ignorabantur; inftrume ti Logici inferuientis partium d«fpofitioni, quod etiam
ordo uocatur ,aliud eft rdolutiuum,aliud compofitiuum.aliud
diuifiuum;inftrumcnti autem Logici fci cntiis inferuicntis notificando,quod
methodus quoquenuncupatur, aliud cum rationc, ahud finc ratione notificat; cum
rationc notificat fylIogifmus,& omnes cius fpccies, fine ratione uero
definitio, ut patet per ea,qua? lupra diximus in ca pitcprimo,& fecundo.
Hac pofita Logicorum inftrumcntorum partitione, fu> mamus modo ex ea
methodum cum fuis fpeciebus,cV uideamus quarnam fit ca- rum omnium ratio.
dicimus itaq; , rationcm mcthodiin gencrc nullam aliam eflc , nifi notificarc ;
eius uero fpecierum diuerfam elTe , alia enim cfc noti" ficarc cum
iliationis ncccsfitatc , alia autem minime ; prima competit fyl/ d logifmo ,
ciusque fpecicbus , b fwn , m tluci) Jt> :u lv~i A imir.ii: .n Pr*M*
ofinioms Im^iuo. liV ,«3i*J mu* >wk±, mum^wk aigfocl \uiQ « ?ujil non, hin \
i :p vU*55Uol cpnro jT irt fri \f. I .ioL.ify'jtir, r i imjxolnrrtooni ox : ■7
pbrf. '.'pils .. tjr! - r:- »if HAEGopinio ( pace tantorum uirorum fcripferim j
non uidctur attingere mentcm philofophi; fi cnim elTct uera, fcqucrctur,
Ariftocclcm in hac Difei phna diminucum ruilfc, quoniam inftrumentum, quoad
ipfius quidu"t cognicio ncm ducimur, defiderarctur,& ab co
prartcrmilfum fuilTcc, quod Logica* adueri- d farecur, cum ad cam fpeclet, ut
perfccta dici posfic , nobis inftrumcnta tradcre , quibus ad omnium quarficorum
cognitionem liccat perucnirc; harc autem duo Logicarum Difyue. a funt
demonftratio fcilicct, ac definitio, nam demonftratione, An fiit , Qualefir,'
& Propter quid fit oftenduntur,definitione uero notum tit Quid fit. fi
itaque eorum fcntentiam admktamus, ut in Pofterionbus analy ticis fola demonftratio
tra&etur.inftrumcntum' defmitiuum , quo quarftioni Quid fit fatisfacere
polTe» mus, philofophus non tradidiliet,quare mancus, reprchenfioneqj dignus
foret* ( ontutata huiufmodi opinionc, ad fundamcnta, quibus innitebatur,
refpondem» dum cft, & primo ad Grarcorum fundamcntum dicimus, illud falfum
cfle, quia de Mcdio,pro ut eft caufa rei, fatis fupercp uerba fccit Ariftoteles
in primo libro Poftcriorum, agendo enim de conditionibus principiorum
demonftrationis, a/ git ctiam de Mcdii conditionibus, non pro ut eft caufa
illationis.quia dc illo hac ratione egit in primo Priorum,fed pro ut eft caufa
fei. Ad conhrmationem re fpondemus, Anftotclcm neccsfitate coaclum,non ex
profelTo facerc ibi mcntio nem de Qua-fitis,cV de Mcdio, ut infra explicabimus,
ubi apparcbit ctiam quan t> ti momenti fit eorum refponfio ad obiec~tionem
de definitione,de qua per fc (ut dicunt) ab Ariftotcle agi in leptimo
Diuinorum, falfum cft,cum ibi deddmitio netra&ctur in ordine ad quod quid
cft. Quo ucro ad Alberti ratjonem,dici* mus, eam ncgocium non facefccre,
doccndo enim philofophus conditiones , dc omnia ad potisfimam demoftrationcm
rcquifita in primo libro,docct etiam quo modo huiufmodi demonftrationis Medium,
pro ut eft caufa rei, inuenirc posfi* mus, nam percepta do&rina, quam ibi
philolophus tradidit, optimedemonftra» tiuum Medtum inuenire poterimus; Sed
Medium non poteft efle demonftratiuu, nifi fit ctiam caufa rei, ergo agendo in
primo hbro de conditionibus principio rum dcmonftrationis, agit quoqucdc Medio
dcmonftratiuo,idcft,de Medio pro> ut rei caufa eft: At de fyllogilmo, non
fat erat cum docuiflic omnia ad fyllogifa mi conftru&ionem requifita, uerum
debcbat ctiam doccrc quomodo in rattoci nando abundarc, idcft, Mcdium
fyllogifticum adinuenire posfimus ; dum enira agit dc fyllogifmi compofitione,
deMcdii Syllogiftici inucntioneminimeagit, idcircodeiyllogifmo duo philofophus
debebat raccrc; fcd dum agitdecon*- ftrucltone dcmonftrationis quo ad ekis
materiam,idcft, dum in primo libro agic demateriac demonftrationis inucntione ,
agit ctiam de inucntione Medii deyf monftratiui , pro ut eft caufa rci , cum
dcmonftrationis materia fit cius Me' dium; quare clarepatet, firoilitudincm,
quam intcr fyllogifmum , & dcmon ftrationem Albertus ponit , non clTc
admodum tutam , fcd difficultatis ali^ quidpati ,nonfecus ac Diui Do&oris
fundamentum , uoluit enim tantus Vir a N complcxo incomplcxum principium, feu
Medium diftinguerc contra fcnten* tiam philofophi, qui dcmonftrationis materiam
aliquando principia, ahquando Medium uocauit: traftando itaque philofophus in
primo libro Pofteriorum de principio complcxo, tradat ibi quoquc de mcomplcxo ,
& de Medio, quod cft complexi pars prarcipua; non eft igitur Ariftotelis
intcntio in fccundo Poftcrio Ttrrnjintnrfpfi Quo/ d rum libro de Mcdio dcmonftrationis
agere, pro ut rei caufa cft. Liber Secundus 34- Quorundam recentiorum opinio 9
eorum% fundamenturn de pbilofophi * confiuo in fecundo Ubro Poferiorum '. EX reccntioribus noftri tcmporisnonnulli
huius uidetur clte opinionis ,ut ^ Ariftoteles in poftcrioribus analyticisduas
tantu methodos tradiderir, dc moftratiua fcilicct,&
refoluciua.demonftraciua quidem primo, relolutiua uero fccundo loco, & pro
ut pcndet a x demonftratiua , cuius rci argumcntum ex eo «Iefumunt,quia in
principio primi priorum,ubi philofophus cam in pofterioribus quam in
prioribusanalycicis intentionem fuam proponir,& in Epilogo fub cal cc
fccundi Pofteriorum,ubi colligit ea omnia,quar dixit ufquc ad locum illum,
unicademonftratiuam methodum propofuit, eamq,- unam collegic, nullam dc mechodo
rcfoluciua mencionem faciens, quamuis ab eo confiderccur in Pofte= rioribus
analycicis.Huius ordinis racio eft,quia uoles philofophus nobis mccho b
dfi,& inftrumentu traderc,quo ad reru cognicionc ducercmur,pfecta cognicioa
,nc primu rcfpicerc debcbac,qua: ab eo inftrumeco producitur,quod naturam in
eius operacionibus imitacur,- hoc autem eft potisffma demonftratio,quailli mc
thodum dcmonftratiua appellac;ficuci.n.natura du opcracur procedica caufa, ita
dcmonftratio pocisfima,dum in nobis aliquara reru cognitione geticraulu/ rc
igitm- optimo in hac fua pnncipali intentione folu quaruam fic mechodus g/ t
ectam fcirntiam tradens confiderauit,non omnino fpcrnens noftrx infirmitatis
confiderationem , immo ad humani ingenii imbecilhtatcm oculos conucrtens, «oluit
ctiam doccre nos uiam,qua in corum notitiam ducamur,quarlicet fccun dum
propriam naturamfintnota,nobis tamen ignotacfsc contingif; ha*caute
funtcau(ar,& principia,ideo dcmethodo quoque refoluciua loqui uoluit, quar
posad principiorum cognitioncm pcrducic . huius rcfoluciuar methodiduas ponunt
fpccies , demonftrationcm fcilicct ab cr7c&u,& indudioncm,quar cftica c
citatc intcr fc plurimum difcrepant,dcmonftratio cnim ab effcdtu ufurpacur ad
jCorum,quar ualde obfcura,& abfcondica fuut,inuentionem,ioduclio uero ad co
jrum tantumodo inucntionera,quar non pcnitus ignoca func,& lcui cgencdecla/
rationc. quoniam ucro uidebant obiectionem de dcfinitionc aducrfus latinos
tnilitarc ctiam contra fcntcntiam fuam, rcfpondenc,dehnicionem non confidera
ria Logico,nccin Logica craclari ut inftrumcntumfcicndi, cum methodus,feu
l.ogicum inftrumentum non fit,fed uel pro u: ad prarcipuam mcthodum, ncm pc ad
dcmonftratiuam tanquam cius pnncipium dirigicur,ucl pro ut cft mccho dorum
finis; de ea primo modo coniideraca agicur in primo,alcero uero modo accepcain
fecundo pofterioru libro.fundamcntum huius opinionis illud eft,q3 ad res omnes
cognofcendas duarmethodi fufhciunt,dem6ftratiua, & refolutiua, riam
omne,quod cognofcendum proponitur , aut eft fubftantia , aut accidens ;
fubftantia quidcm tunc plcne cognofcitur quando pcrfecia ipfius habecur dc/
finitio , harc fi notafit , nulla cget raethodo ut inueftigctur ; fi ucro igno/
d ta , pcr aliquam mcthodum ucnanda cft , pcr dcmonftracioncm quidcm uc/ I
Liber Secundus 1 36 rum ncuter quiditatiua rerum dcfinitio cft,non internus ,
ut patet per Iongum » progreflum apud Ariftotelem in fccudo pofceriorum a v
principio fecundi cotcx tus ufque ad decimu.neq; ccia excernus,quonia dcfinitio
contra fcntentia philo lophi in pruTopicoru Ca^eflet cognicio,&fcicncia
inharreciaipasfionis in fubie cto,ergo quiditatiua reru dcfinicio mcthodi
demonlTratiuse finis dTe non poteft, «ifi dicant, defmitionc effe fmc methodi
demoftranuar, prout ex ea elicitur; fed hoc dicerc nihil cft,quia definitio,quar
ex demonftratione p fe clicicur,e cantumo do cllcntialis definitio cu caufa
pasfionis dcraonftrata:, non ac fubftanti* dcfini tio eft,nifi paecidcns, co
quia racdiu.qct eft caufa pasfionis,ac dicit propterqd, stp eft in pocisfima
demoftratione fubie&i dcrinino,ut declarauimus in propria
difputationedemedio.Pra:tcrea,iiccc iu parcealiquafecudi Pofterioru libri Ari
ftocelcs agat de defmicione, uc ex demonftracione clicitur, id came paccides,
cj nf> pfcfacit;cu.n. in pri.lib. docucric , cria quarfica,nepc, An
fic,Qualc fic,&Pro i pcerquid fic oflendi pdemoftracionc.m iearacLo cocextu
fecundi poftcrioru in cipic inueftigare quomodo y gd cft haberi posfit,&in
decimo cotcxtu decermi nac,dcfinitionc, & fi de defiuno p dem-oftratione
minime probari potefl, cx dc moftrationc elici,quafi uellt innuerc.fi ahqua ex
parte confert demonftratio ad cognicione defmicionis,id no aliunde cucnirc,nili
quia ex ca clicitur. p accides itaq; , non p fc in fecundo poflcrioru libro
agit philofophus de dcfinitione pro uc ex deraonftracioneelicicur.fed Arc/fex
no curac ea^qo* func t> accides,ergo .falfunieft, Ariftoccleper fcibiagcre
dc definitione prouc clicicur ex demoftraa tione,cum dc ea Jiocnominecgcnc in
primo libro,nara cunc dcfinitio cx demo ilracioncopcimeelicicur, quando dcmonftracionis
principia conftaut ex onu nibus fuis conditionibus, fi cnim potjs/imar
demonftracionis principianon cjO 'fcnt immediata, ncq; caufx curcisec pasfio
demonftranda , ex ca non pofset clici pcrleaa ciufdcm pasfionis dcfmitipjucrum
de conditiombus principiorum «• potisfimar dcmonftratiouis pcr fcagic m
primo\vbro,cifqi in fccundo nullas pra: ftantiores addit , crgo in primo libro
pcr fc quoqxiefimul agic dc dcfraicione, qua: ex potisfima dcmonftracione
clicicur»Cum iam explicacum fit.Recentionj opinioncm racione fui noneflecx
menceplnlofophi , rcliquytn cft, ut illud ide dcclarcmus racione fundamcnti,
& primo ex rerum coguofctodarum natura, qux duar funt,fpccierum fcilicet
proprietates^earumqp fpecieru dfcntia; propric tates methodo dcmonftraciua
optime pcrcipiuntur,fpecicru ucro dTcutia,&qui ditas mcthodo refoluciua
nequaquam, fed fola dcfinitione cognofcitur, ut m fu pcrioribus didum fuit;
methodo cnim rcfolutiua, qua: cft dcmonftracio quia,ad inucniuncur folum ea
principia , qua: poftea in demonftratione a priori dicunt propcer quid,
paffionifq? dcmonftranda: caufalem definitionem , quod illis cona ccdimus ;
principia ucro , qua: rcfpe&u dcfiniti dicant quidicaciuam defmicione,
.demonfcracione quia ab Ariflocelc non inucftigatur,ut infra dcclarabimus.prx
tcrea,qua:flioni quidfit ignoca: nulla facisfacic mcchodus rcfoluciua,ncquc
dcmo d Hraciua,^fed folum dcfinicio, qua omncs fubflancias cognofcimus, ergo
prarcer mechodu demonilratiua, & rcfolutiuam, datur ctia inlbrumcntum
dcfmiciuum, Logicarum Difput. 3 quo manifcftatur \ & nota fit quarftio quid
fit. cum cx rerum cognofcendaruni natura dcclaratum fit,noti eflc cx fcntcntia
philofophi Rccentiorum opinionem afferentium duas illas mcthodos ad tradcndam
rcrum omnium cognitioncm fufficere, rcliquum cft,utilludidcm apcriamuscx ipfo
methodi,feu Logici in* ftrumcnti communitcracccpti progrcflu ca,qusr prius
ignorabantur,notifican* Cis » Dicimus itaq; dc rationc huiufmodi Logici
inftrumcnti non efle, ut a N caufa od cfleaum,& e conucrfo progrcdiatur,(ed
folum ut notificet,quod fieri potcft, & curo ratione,& finc ratione,fi
cum rationc,fit ucrc (cicntificus progreflus,uel i caufa ad cfTcaum,ucl ab
erTeau ad caufam,& inhuncfcnfum Recentiores op/ timc dicunt; fi uero finc
ratione,ut patct dc definitionc,corum fententia non pro batur,cum in rei
defmitionc nullo pa^o fiat huiufmodi progrcflus ratiocinatio b ni accommodatus,
quare dccipiuntur (nifi rallor) Reccntiorcs, quia id gcneri at tribuunt, quod
uni cius fpeciei competit, fufpeda itaquc nobis uidctur harc o> pinio tam cx
partc fui, quam cx partefundamcnti. Opiniozdufiorisdc Pbdofopht conftlio
infecundo Pofl: iitro. £ *, QVoniam quar fciuntur,aliquo inftrumentofciri
oporttt, idcirco quar de re aliqua qusrruntur,cu quarantur ut fciatur, aliquo
inftrumento fciri opor • tet; At quac dc rc aliqua quarrutur,ut ( fi ficri
posfit) fciitur,quatuor funt,uidcliV cet, An fit,quid fit,Quale fit,&
proptcr quid fit.crgo harc quatuor aliquo inftru tnctofciri
oportetrdemoftrationefciutrtur An fit ,qUale fit,&proptcr quid fir,
defmitione uero quid fit,cum illis dcmbnftr*tio,huic autcm dcfinitio
fatisfaciat. Vcrum cofiderare inftrumenta fcicndi,ut inftrumenta funt, ad
Logicum fpeQac c in libris Pofteriorum,crgo in illis dcmonftratio a
priori,& a poftcriori,nec non definitio confiderari dcbc«t,cura fcicndi
inftrumcnta fint . Dixi demonftratio-; rem a x priori propter pcrfedam
demonftrabilium cognitionem, qusr a dcmon- ftrationc pcr caufcm
producitur.demonftrationem ucro a pofteriori propter iti genii noftri
irrbecillitatcm,ad quam rcfpiciens philoibphus uoluit ctiam dcmo ftrationcm
Quia confiderarc,ut eiusauxiho ad illorum cognitione ducamur, qusr fecundum
propriam naturam funt nota,nobis tame ignota, ficuti funt cau far, &
principia. At quoniam in primo libro cx communi omnium confenfu agi tur dc
demonftratione,ut tflc posfit inftrumentu abfoluens ouxfita, An fit, Qua le
fit,& Propter quid fit, fequitur ut in fecundo agi debcat dc dchnitionc ,
quac posfit eflc inftrumcntum fatisfaciens quarftioni Qtiidfit. Pra*tcrca,cx
Ariftote* lis fentcntia duo dc qualibct fpecic confidcrarc dcbemus,fubftantiam
fcihcct , & accidentia propria, quar omnia cx mcntc eiufdcm philofophi in
fecundo Poftc* rc,fi in fecundo
Pofteriorum librodc definicione tracteret a demonftrationeco tradiftinda;
debuiftet enimin primo librototum dedemonftratione fermonerri abfoluerc, dcinde
m fecundo fcorfum de definitione loqui, fi ( ut nos alTerimus.) dub diftincTa
inftrumcDta funt demonftratio,& definitio. Liber Secundus \ ^ Trddifl&
rationesfoluuntur. a CAP. XI. ^\JT ordinatim ad propofitas
rationesrefpondeamus, ad primam negamus falfitatem fecundi confcquentis,ad
probationcm, qudd, pofita ueritatc no* ftra-opinionis, non fcpararcmus, ficuti
ucllcuidcmur, lcopum definitionis a fco po demonftrationis, ratioqj noilra
nihil roboris habcret, quando ex co qudd in fpcciebus duo funt cognofccnda,
fubftantia fcilicct, & accidcns proprium, colli gimus, duobus inftrumentis
rediftindis ad corum noticiam acquircndam opus
riatas,ut efTeSus uariari contingitjcum enim cfTe&ufi alii
fempiterni, ncceflariiqj fint,alii ucro ut plurimum,eodcm modo ipforum caufas
uariari nccefle cit,ut iU lar,quarum effeclus neccflarii funt,neccflaria: ,
illar autem,quarum effcctus funt ut b plurimum,ut plurimum ctiam fint,nam fi
efsent neceflariar, efTcclus quoque cort tra fuppofitum neceflarii elfent. His
pera&is, in contextu decimo feptimo,& in/ fraufquc ad mcdietatem
uigefimi fecundi Ariftoteles ex profclTo agit de inuc tioneprardicatorum
quiditatiuorum,atq? ideo deinucntione quiditatiuar defini tionis in ordine ad
defmitum,ut clTc posfit inftrumetum, quo farisfaciamus qua: ftioni quid
fit,idcp non fine ratione, cum cnim in primo Poftcriorum traftaue/
ritdcinuentione demonftrationis,cuius opctria quarfita oftenduntur,uidelicct,
An fit,Qualc fit, & proptcr quid fit, cinecclTarium fuit in fecundo libro
aggre/ di proprium tra&atum de inuentionc dcfmitionis, tamquam de akcro
initru* mcnto, quod fatisfaccret quarftioni Quid fit, cui nulla demonftracio
fatisfacerc potefL quo in negocio pertra&ando qua mcthodo progrcdiatur
paulo infenui cxplicabimus . fed quifpiam & optime contra fcntentiam
noftram hunc in mo/ dum inftarc pofsct,fi mtcr modos imaginabilcs ad habendum
qtf quid eft, quos rciccit philofophus , rcponitur ctiam dcfinitio, quorfum dc
cius inucntionc ita agit,utcfle posfit inftrumcntum, quo manifeftum redatur
quid fit ? Adhu/ iufmodi inftantiam refpondemus,philofophum in huncfcntum
reiiccre definitio ncm , ut fcilicct ex ca tamquam cx inflrumento ratiocinatiuo
non concludaa c tur quid fit, in alium uero fenfum,ut fcilicct dcfinitio fit
inftrumentum fimplici Quarfuoni Quid fit fatisfaciens,eam minimecxcludere,fed
penitus admittere,dc finitio cnim uel quarhbet cius pars ad quarflionem Quid
fit refpondctur . Cum itaquc a v decimo nono contcxtu ufquc ad uigefimum fccundum
de methodi di uifiua? utilitatepro definitioncinucnicnda ex propria fentetia
fatis , fupercp di fputauerit, na&us hic occafionc,de cadcm diuifionein
altcra partc uigefimi fca cundi contextus, & in toto uigcfimo tcrtio ucrba
facit pro ut cft utilis ctiam ad omnium problematum caufas inuenicndas . Hac
fa&a problematum men/ tionc,cum eorum plurima,qua: cx partc terminorum
diucrfa funt, ratione mc/ dii eadem efle posfint,cogebatur philofophus id
aperire,quod detcrminat in co textu uigefimo quarto. Et licct fuperius uerba
fccerit dc caufis, & caufatis, quar fimul funt,nec non de his,quar no sut
fimul,&docuerIt quomodo in iis eX necef fitatc confequentia fiat, nunc in
uigefimo quintto contextu de caufis , & cau^ d facis , qua: iunt fimul, idcm
rcpctit, & cxquifice magis , quia huiufmodi Liber Secundus .1 ^ fpeculatio
ad problcmatum caufas inueniendas multum confert; dubitat igitur t an exiftente
caufato.ex nccesfitate fit caufa,ficuti cxiftcntccaufa , exneccsfitate
fupponitur ttTe caufatum ♦ Si dicatur, caufato cxillente , non cfse cius cau*
fam iIlam,quarpro caufa poncbatur.tunchuiufmodi caufati aliam caufam ponc re
nccclTarium erit.quare ciufdem cfTcdus plures caufar dabuntur , quod tamen a
propna demdnftratione alienum cft : fi autem dicatur,exiftcnte caufato , cau=
famcfse,& cconuerfo,tunccaufa, & caufatum inuicera demonftrari
poterunt, quare in demonftrationibus dabitur circulus; quar omnia (ut fui moris
eft ) exe plis illuftra^difhcultatesqj propofitas diligentcr difsoluit.His
omnibus cxplica tis,in contextu uigefimo fexto colligit quar propofuit m
principio primi prio^ tum,ubi poncns intentionem fuam m illis,& in
Pofterioribus,camcp in Hpilogo rcpctens,dc defmitione niliil dicit,non quia
omnia,quar ufque ad locura illum docucrat.ad dcmonftrationcm pcrtincant, cum in
fecundo Pofleriorum pcr fc de inuentione definitionis,ut efse posfit
inftrumcntu fatisfaciens quarftioni quid fit,
mo feptimo,diccns,cam eflc principium indcmonftrabile; quarc,fi
ignoretur, no poteft pcr dcraonftratiofrjcm indagari, fcd aliqua alia uia, quam
ipfc ibi no cott t Liber Secuncfus 46 fidcrat, quia in ca partc Ioquitur folum
dc illa definitione,quar pcr dcmonftratio » nem innotefcit, harc autcm efl
definitio afTeaionis , ut in ca partc manifcftisfi, mum eft,& ut alTeric
ctiam Auerroes in primo commentario fexci Metaphyfi* corum libri; fimiliter
clarum eft, uiam ducentcm ad cognofccndum quid fit in accidencibus non cflc
definitionem, fed dcmonftrationcm, in finccnim primi ca picis proponit
Ariftotelcs declarandum quomodo pcr dcmonftrationemdecla, rctur quid fit ,
& in contcxtu quadragefimo feptimo colligit fc dcclaralTe quo, modo fit
dcmonftratio ipfius quid fit,& quoraodo quod quid eft monftrctur ; fed
totam illam partcm legentibus manifeftum eft, Ariftotclem nihii aliud docc re,
quam quomodo demonftratio ducat ad cognitioncm ipfius quid fit , non eft jgitur
dcfmitio inftrumentum duccns ad cognofccndum quid fit, fcd dcmonftra tio.
dcinde Ariftoteles in contcxtu quadragefimo oftauo incipit traclationem dc
genenbus caufarum,& docct eorum quodiibet pofle in demonftrationc mo , dium
efle;& in ca caularum confidcrationc uerfatur ufque ad contcxtum fcxage
fimum odauum , quar tota traftatio abfqueullo dubio de demonftratione eft , uia
nihil dicitur ibi dc dcfinitione. poftca in contextu fexagefimo nono incipit
cclararcuiam ucnandi prardicata eflentialia,quar prardicantur in eo quod quid
cft, & confticuunt cam dcfinitionem , quarcft principium indemonftrabile;
ncc tnagis cft definitio iubftautiar, quam accidcntis, prardicata enim , quar
uocantur quiditatiua, non poffunt demonftrari dc illo, dc quo in co quod quid
cft prardi, cantur, fiue fubftantias, fiuc accidcntia dcfinienda confidercmus ,
quemadmodfi cnim non poflumus pcr caufam demonftrarc homincm cfle rationalem ,
uel cllc animal, uel efle corpus; ita ncquc albedinem efle colorcm, ucl cflc
qualitaccm,ne que eclypfim dTe priuationcm Iuminis,ncque tonitrum eflc fonum;
polTumus qui dem per caufam demonftrare priuationcm luminis de Lunafubieda/ed
non de eclypfi;& acccnfionem dc fanguine cordis, fcd non de ira,mfi idem de
fc ipfo de, nionftremus. Cum igitur ca, quar prardicantur m quid tam in gcnere
fublW c tiar, quamin generibusaccidcntium, demonftran non posfint,tameu ignota
ef fc contingat, docct ibi Ariftotelcs qua uia dcbcant inucftigari , an uia
diuifiua , ut ccnfuit Plato, an aliaua alia mcthodo; quarc tota llla traftatio
eft de illa defi nicionc, quam Ariftoceles antea in contextu quadragefimo
fecundo rciecerat, diccns, eam efle principium per fe notum in fcicntia, uel fi
ignorari contingat , non pofle per demonftrationem innotefcere, fcd pcr aliquam
aham mcthodum, quam in ca partc quarrit ; inftrumentum i^icur idoncum ad
uenandum quid fic non eft ipfa definitio, quaudoquidem harc ignota proponitur,
& quaricur inftru mcntum, quo inueftigetur; fed inftrumentum eft ipfa uia
diuifiua,uel uia compo fitiua, per quam docct ibi Ariftotelcs quomodo ciufmodi
prardicata uenari dc^ beamus,& horuminueftigatioeftinueftigacioipfius
definitionis ignocar.quia ue nari ipfum quid fic,& ucnari dcfinitione idcm fignificac;
quarc nihil inamus eft, , nihil ab Arifto*le alienius, qua v m diccre,
definitionem efle methodum, & inftru mcntum, quo ipfcin ea partedocct
uenari prardicata in quid , ut patct tum lc* gcntibus ucrba Ariftotelis co in
loco^tum rcm ipfam pcr fe confidcracibus; crgo t 0^ , Logicarum Difput. t io ea
quoque parte, quar a v contextu fcxagefimo nono ufqucad oauagefimum quartum
protenditur, manireftum eft tum Ariftotclem non loqui de fola defi.ni tione
fubftantiar, tum etiam non conliderarc detinitionem ut methodum , linquitur, cum cfle rationalcm, quar hominis
differentia fi cflct ultima, non poflet amplius aggregatum cx animali, &
rationali pcr alias diflerentias diuidi,qua* rc cx ea tamquam cx contrahente,&
cx gcnerc tamquam cx contrahibih hcrec b quidiratiua hominis dcfinitio; ucrum
-fi rationale non cflet ultima hominis diffc rcntia (latcnt enim ut plurimum
ultimar rcrum dirTcrcntia*) tot cflent a nobis in tragenus accipicndayi quibus
detinibilealicnum non fit,quot fimul iuncla: ulti/ mam cius difFcrcnttam
circumlcnbcrcnt. cum itaque rationalcex mentePlato nis ultima hominis
difTcrentia non fu, animali appofitum hominis definicionem ron cfTicit, fcd
genus nominc carens, quod licet inquid prardicetur, ficuti defini tio, ab ea
tamcn difTert, quia definitio cum definito conuertitur , gcnus uero no mine
carcns ccmmunius cft. dixi genus nominc carcns,quia gcnus in duplici dif
fcrentia cfl, nominatum um;m,alterum nominc carcns; nominatum gcnus illud cft,
quod folo nominc profcrtur, nulla ci addita diffcrcntia, ut animal; gcnus ue ro
nominc carcns cft aggrcgatum cx gencrc nominato,& una, ucl plunbus dif
fcrcntiis, ut animal rationale, quod cum latius patcat, quam homo, rurfus diuu
dcndum cft pcr mortalc, atcp immortale,& cum probatum fucrit, hominem no c
(flc m mortalem,manikftisfimc apparct, cum mortalitati fubiacerc; applicetur
dcinde mortalc animali rationah,fi aggrcgatum, quod oritur cx animali rationa
li,cx mortali, cum homine conuertctur, ut uerc conucrtitur, eius dcfinitio crit
, fin minus, cnt genus nomine carcns, quod cft deinceps diuidcndum , quoufquc
aggregatum cx gencre, & difTercntiis cum definito conuertatur. Et in
huncfen lum ucra cft pinlofophi fententia aflercntis, ca, qua: ponuntur in
dcfinitionc,pcr fe communiora cfle , qua x m dcfinitum, ac dc eo in quid
prardicari, quando fcili^ cetultima differentia latet,ciufq$ loco fumitur
aggrcgatum cx pluribus diffca rcntiis ultimararquiualentibus. Nec conturbent
nos aUquar definitionis partcs, uidelicet, diffcrcutisr, cum diclum fic, ca,
auar in definitionc collocantur , in co quod quid cft dcdefinito prardicari ;
nctortc confiteri cogamur cas in qualc quid non prardicari, proptcreaqudd
differencia: a gencrc fcparaca: optime in qua Ic quid prardicantur, at generi
coniun&ar, cum ucl gcnus nomine carcns, uel de d fimtionem faciant, non
poflunt prardicari nifi in quid. Eccc quomodo pcr diuia fionem habctur ordo in
partibus defmitionis, ita utuna, uidcliccc, minus com/ munisalteri communiori
fucccdat, ncculla practcrmittitur. harc methodus iu> | fcruic Liber Secundus
I j Q - fcruit ad inueftigandam defmitionem non folum fpeciei fpccialisfima-,
fed ctiam a febalternar,ad cuius iterum definitionem indagandam,aliam ci
propriim,non au rem fpccici fpecialisfimar ponit methodum , quarcft aggrcgatum
ex methodo diuifiua , cV compofitiua liunc in modum fe habens. primum debet
fpc, cies illa fubalterna diuidi in alias fpecies infra fe poficas, fi non in
omnes , faltem in aliquas; deindc accipienla» funt earum fpecierum dehniciones
acauifi tx per priorcm mctliodum , # dibgenter confidcranda* funr,an habear i n
l£ a!i quid commune; cum cognitum fit,cas in aliouo communi conuenirt,(S:Ii6c
no aliunde,mfi metliodo compofitiua a fingularibus progredicndo, fumcndum eft
poftmodum gcnus gcncralisfimum illius pnrdicamenti.in quo definibile,&eiu*
ipecies collocantur.cui fi appofitum fucrit illud commune pcr mechodum com
poficiuam inuentum,efTicictur cx huiufmodi aggregato quiditatiua fpccici fub
altcrnx dcfinitio.Vc gracia excmpli, fi quifpiam inueftigarc uellct dcfinitioncm
atumahs, quod cft fpecics fubalterna, deberct primoan.mal in fuas fpccies diui
a dcrc ncmpe,in hominem,cquum,& leonem; prarcerea,efsent ab co cxprima mc
thodo accipienda- illarum fpecicrum definitiones,ut fcilicct Iiomo fit corpus
a, b nimatum fcnfitiuum rationaIc,cquus ucro corpus animatum fenfitiuum irratio
lialc hinnhibile,& leo corpus animatum fenfitiuum irrationale rugiens;
quibus detinitionibus ita acccptis/deberet ulterius uti mcthodo compofinua a
fineula ribus lutdiximus)uniufcuiufque fpeciei pregrodiendo.ex qua quidcmethodo
manifeflisfimc apparet illud comuuc cfTe animatu> fenfitiuum, cum in anima,
to,&fenlitiuoconueniant indiuidua otnnium animalis fpecierum; demum cum
cogn.tum fueric ,carum fpecicrum genus gcneralisfimum efTccorpus gcnerabi le,#
corruptibile, ci communc illud,quod inuentum erat in illis dcfmition.bus
mcthodo cotf.pofitiua,addere deberet,&ita inuenta eflet animalis dcfinitio
uide !icet,corpus animatu fcnficiuum. Ad cognofcendu poftea an uniuocum,uel
arqui iiocumntquod dcflniendum proponitur, uidendum crt quomodo fe habcac
communc iIIud,quod fpeciei fubalcernar definibilis ratio eft, ti .n. unu &
ide* fue Tit m omnibus fuis fpeciebus,carumcp indiuiduis,non potert dcflnibile
illud non c in fccundo Poftcrioru libro
ex mentc commetatoris tractatur cfsentialis utri^ ufq; dcfinitio.fubiccti
(cjlicct,& cius pasfionis demonftrandar . Ex qua ratioci* C natione clare
patet, cum ueritate non conucnirc minorcm propofitionem Aducriarjorum
rationisjoptimccp afferuiflic Aucrrocm, ut ca, qua: di&a funt in primo,
fint di&a propter fecundum. Altera Commentatoris au&oritas opinio' ni
noftra: mirtf^equadrat,quia nulk dcfmitio cft rc diftin&a a demonftratioa
ne,dc tota propriLr Um ftcade«ii»»,«kfmitione,cl;mim eft,cam a deraonftratia ne
re non diftingui,uim m utraq; iidcra tcrmini rcpcriantur uariati folum fccu dum
fitum; manifcftunietiamcftdc fubicQi dcfinicionc,qux licct a dcmonftrar tionc
diffcrat ratione fort*ar,ac finis,rationc matcrix ab ca non differt,cum mc
dium,quod materia deraoruVation is cft,in potisfima demonftratione fit femper
fubiccli dcfinitio,cui Dicto fcnt?tia. Auerrois non repugnat,quando ait,raro mc
diuindcmoftrationeefsc fubiecu ^etinitionem, quia cx eius fcntentia rararetia
funt potisfimar demonftrationcs ; qaafi innucrc ucbt non fcmper,fcd raro in
dcmonftrationc cffc mcdium fubie&i d>fmitioncm, Quia non in omnibusdc d
monftrationibus mcdium cft fubicfii defmitio , fcd folumin illis , qux raro
inueniuntur proptcr cxquifitam carum pcrfcctioncm , ut funt potiflimx
demonftrationcs ; rc&e igicur loco citato dixit Aucrroes non cffc fcilicct
inter Liber Secundus 5-4. demonflrationem, de qua agitur in primo,&
definitionem,de qua tra&atur in fe a cundo, magnum difcrimen. Et quando
diximus alias, detinitionem, de qua agi* tur in fecundo Poftcriorum libro, cifc
inftrumentum a' demonftraticne, de qua agitur in pnmo,redirtindum,
intelleximus,eam efleinftrumenrum a demonltra tione ucre diltmftum , quia licct
materialiter fint idcm , formalirer tamen diffe* runt, quare duo, non unum,
inflrumcnta funt diucrfis quarfitis fatisfacientia. VI tima ctiam Commcnratoris
audoritas non fecus,ac fecunda, nobis uidetur faue re ; quando ucro Aducrfarii
pctunt, cuiufnam in fecundo Pofteriorum libro dc monftrationis principia
fignificent quid fit, uel fubiedi, uel pasfionis; refpondc mus, ca fignificare
quidfitlubiccli , quoniam m potisfima dcmonftrationc mc/ dium fcmper eft
quiditatiua fubicdi dcfinitio,Iicct confideretur ut propter quid pasfionis,
cuius fignificant ctiam quid fit principia illa non proprie,cum eius nc que
gcnus, neque proxima diffcrentia fint, fcd quia funt caula eius quiditatis.un
dcmotus Aucrroes dixit,medium efle quiditatem extra quiditatem. Ad obie*
fiioncm uero rcfpondentes, ncgamus, Aucrroi opinionem noftram aduerfari,li cct
cnim in primo Poftcnorum commentario undecimo,& in propria qua*ftio b rc dc
mcdio dcmonftrationis corum fcntcntiam confutet, qui dicebant,medium cfle
fubietf i dcfinitioncm, id facit Aucrrocs, quia illi uolebant, medium in potif
fima dcmonftratione cfle per fe fubicdi definitioncm,& pcr fe caufara
utriufip cx trcmi, at nos cum eo aflerimus,medium in potisfima demonftratione
cfle per ac cidcns quiditatiuam fubiecli dcfinitionem,quia non confideratur ut
cius quidi tatiua dcfiuitio, fcd folum utcaufalis dcfinitio pasfionis demonftranda-;
optimc igitur dixit Auerroes, cafdem propofitiones, quar in primo Iibro
dcfignant pro pter quid,in fecundo dcfignarequid fit communead fubftantiam ,
& accidens proprie quidcm rationc fubftantia: , ratione ucro pasfionis
demonftranda: non adeo propne, fcd quatcnus (ut diximus) funt caufa cius
quiditatis. allata iam rc, fponfione ad omnes Auerrois auclorirates, rcliquum
cflet, ut oftendercmus cas ad totam pasfionis dcfinitioncm non tcndcrc, cum in
fecundo Pofteriorum no agat ex profcflb Ariftotelcs de illa defmitionc, qua: cx
dcmonftratione clicitur, c ut eft tota pasfionis definitio, uerum quia de hoc
fupra contra Rccentiorum opinionem difputauimus , ab huiufinodi ncgocio
fupcrfedentes , ad locum jl/ lumLettorem dimittimus. Soiuuntur ratwnes 3
audoritates euertuntur y tnquibus optnio cAuttoris fundata fuit. C /^ 1 VM in
plerifqj fuperioribus capitibus& Ariftoteli,& Auerroi opinionem
^•^noftram rcpugnare probaucrint Aduerfarij, nuuc, utcius fallitas lucc cla^
rior appareat, rationibus,& au&oritatibus , quibus crat innixa, hunc in
mo> d dum rclpondcnt , & primo prima: rationi , concedcndo ,
dcfinitioncm , ut di* 57 Logicarum Difput. a citquid, a^Logico confiderari, non
tamen ut inftrumentum.fed ut finem inftru mentorum,d: methodorum,demonftratiua?
fcilicet,& refolutiua\ Sccundaruero rationi, concedendo id,quod nos
alTcruimus,duo fcihcct clTe in fpecicbus cogno fcenda, fubftantiam,&
accidcns proprium;(ed quando poftea inferimus, ergo de dcfinitione in Logica
agcndum clTc,ut de inftrumento fubftantisr cognofccndar, hanc confequentiam
neganfjnam debet quidcm Logicus ageredeinftrumento, quo fubftantia ignota
notificarur, fed illud non cft definitio,at methodus rcfolu tiua. Ad
Ariftrtelis audoritatem in fcptimo Diuinorum tex: com: ^z. codcm modo
rcfpondent, quo refpondcntad primam rationem ; Vcrbis autcm Auera rois in
pnncipio commenti fupcr eo contextu duos fenfus tribuunt , primum quidcm,
Auerroem nominarc definitionem in numero plurali , cum dicat , ( de
definitionibus, ) deinde inftrumetum in numero fingulari, quare non uidetur ap
pellarc definitioncm inflrumcntum, fcd folum dicere , dchnitiones confidcrari a
b Logico quatcnus datur inflrumentum ahquod Logicum, quod ducit intcilcLttJ ad
cognofcendas quidfrates rerum, ideft, carum definitiones, quafi dicat, def.ni 1
tioncm a Logico confiderari quatcnus pcr inflrumcntum Logicum innotefcic ,
inftrumcntu autcm cft dcmonflratio.. Sccundu ucro (enfum ucrbis illis tnbuunt,
concedcndo, Auerroem uocare definitionem inflrumcntum Logicum, non ra* men ut
fit rc diftin&um a demonflrationc, fed quatenus eft idem, quod dcmort
ftratio,nam demonflratiocftdcfmitio, & definitio eft demonftratio, ideo
detini tioqua rationepoteft uocari demonftratio,cadem ratione potcftdici
inftrumen tum, quo ducimur ad cognofcendum ipfum quid fit, demonftratio cnim
ducit ad cognofcendum ipfum quid fit. hanc cflc Auerrois mentem patet
confideran/ tibus alia cius uerba in eodem loco, non poteft enim
diceredchnitionem extra demonftrationem fumptam, & ab eadiftin&am,
inftrumentum cfTe, quod dccla rct rci quiditatem,quia ftatim cofiderationem
hanc primo philofopho attribuic, c diccns, (philofophus aute quatenus
fignificat quiditates rerum, ) dcfinitio enim rcfpeSu naturar,cV quiditatis
rerum non eft nifi eius fignificatris, fed ad ipfius re rum quiditatis ignota?
cognitionem nos ducere non poteft ; hac igitur ratione afTerit Auerrocs eam a
primo philolopho confiderari, no a* Logico,quareut ia ftrumentum fignificandi
quiditateeft confidcrationis mctaphyficac; quo fitut cadem ratione a Logico
confiderari non posfit , fcd aliqua alia. Examinatur aAduerfariorum refponfio
ad (ommentatoris auttoritatem infeptimo Dminorum Commento quadrageftmo
fecundo, L d f~\ Vantum utriquc noftra?
rationi Aduerfariorum folutiones fatisfaciant,qua" ^-v.tiq;fit ponderis
corundem rcfponfio ad prardi&am Ariftotelis au&orita tem hoc in ioco
necclTarium eflet examinarc; quoniam ucro harc omoia tamqua I Liber Secundus j6
falfa in capitc o£huo a nobis rcie&a fucrunt , ad illucl caput Le&orem
rcmicti/ a tnus. Quod uero attinet ad Commentatoris au&oritatem, ncc prima,
nec fecuti da refponfio arridet, non prima, quia licct Aucrroes nommct
dehnitiones in nu mero plurali,& inftrumentum in numcro fingulari,
propterca non colliturquin ex cius (entcntia definitio fic inftrumentum ,
(icuti non fcquitur quin dcHnitto h> gnificct rcrum naturas, quamuis
dcfinitioncs nominct in oumcro plurali , &. Cu gmficat,innumcro fingulari,
quando ak; Philofoplius autem de definiciouibus tra&at pro ut figniftc.it naturas
rerum» uult igitur diccrc Commeatator, Logi/ cum confiderarc dc dclinitionibus,
pro ut definitio iuftrumentum eft.quod indu tic intellectum ad intclligcndum
quiditates rcrum, philofophum autem confidc rarc dc dcfmitionibus, pro ut
dcfiuitio fignificat naturas rcrum Infuper,fi dcfint tio a Logico
confideraretur quatcnus pcr inftrumentum Logicum,idcft,per dc nionftraiioncm
nota ftt, quar Logicum inftrumentum cft, fruftra philofophus ageret iufccundo
hbro de inucntionc dcfinitionis . Prarterea, dato hoc,utdcrl= nitio per dcmonftrationcm
nota ruc, quomodo per illam noca ficr Ccrte ucl tjuia pcr demonftracionem
concluditur,ucl quia ex ea ehcitur, no.i primo,ut pi b tcc per ea, quar dicit
Ariftotclcs in fccundo Pofteriorum a fccundo contextu ufquc ad dccimum, crgo
(ecundo modo, fed hoc paclo de dttinitionc tra&atur iin primo bbro dum
agitur dc inucntionc demonftrationis, quia eatcnus detini/ ut,quemadmodum
demonftratio a Logico confidcrata quatenus eft inftru' t mcntum.quod conftat cx
principiis immcdiatis,cV fccundum ouod ipfum , lar> giens inharrentiam
propria: pasfionis in fubie&o, potcft ctiam a philofopho con fiderari; ut
cius ope aliquid aliud addifcat, uidclicet,exiftcntc demonftrationc in
ftrumento ex principiis immediatis,& fccundum quod iplum,non liccrc tranfccn
derc de ^cnere in genus demonftratiuc; ita definitio a Logico confiderata pro
ut eft inftrumentum quiditatis rcrumfignificatrix, a x Metaphyfico quoquefic
confiderata ufurpetur , ut eius auxilio rerum quiditatis,& naturar, quam
pcr(e confidcrat Mctapbyficus, conditiones,& proprietates nonnullas
inucftigarc pof fit, quare Logica cum Mctaphy fica confideratiooc non
confundicur» Deltbrorum infcriptione Ioannisgrammstici opinio. ■ k Bfoluta prima huius fecundi libri partc, reliquum
eft ut breuiter declarc/ mus cur fecundus liber refolutorius appelletur, quia
dc primo non tam uc hementcr Ariftotelis cxpofitores altercantur. loanncs
grammaticus duas cau/ fas uidecur afTerre, quarum altera cft, qudd cum
dcmonftratio dicatur refolu/ tio, pars autcm demonftrationis fit prarfcns
tra&atus ueluti docens de medio dc monftrationis, hinc fit,ut etiam
fecundus Poftcriorum liber appelletur refoluto rius, ficuti & primus,qui
dicitur refolutorius, quoniam dcmonftratiua mecho' dus, de qua in eo
agitur,rcfolutionis cft fpecies, ex refolutione enim nobis prin cipia
demonftrationis inueniuntur a x prionbus nobis afcendentibus ad priora na tura,
uiddicct, ad caufas; primo enim coguoicimus fenfu Lunam deficcre, Intel leclus
autcm poftca ratiocinando caufam jnuenit, proptereaqudd dicit , Luna d deficit,
fed quod deficit obftruitur, ergo Luna obftruitur. Harc cft rcfolutio cx
caufatis fioa man b Liber Secundus cg, caufjiisincaufas progredicns , dcinde
demonftratio ex caufis in caufata de a fcendit huncinmodum, Luna obftruitur ,
fed quod obftruitur deficit , ero-o v •. i vygE- - * *-4 * r w • w * i «ilJ
IsJOffJtfif llTL 1 sA l3l > 1 1 / I T 1^*1
f 4 4 ^ • TTarc Philoponi fentcntia quodam modo uera eft, quoda autem
modo falfa , » A cx ca partc uera eft,du inquit,dcmonftrationem efsc
rcfolutione, fedaliqua indiget explicatione,na clameft demoftrationeQuia efsc
refolutionc",at mcdiu, de quo ex eius fententia Ariftoteles agit in
fecundo libro,non eft mediu dem6 ftrationis quia^, fcd eius, qua m primo libro
philofophus principaliter tratfat |j«eautc ex comuni omniu opinione no eft
dcmonftratio Quia,fed propter qd, quod habct proportioncm cum materia, nempc ex
principiis neccfsariis , &. ex co , quoa cum forma proportioncm habet,
nimirum ex (yllogifmo , qui demonftrationccommunior eft, ut teftatur philoiophus
in principio quarci ca pitis primi libri priorum,ualct enim diccrc.eit
demonftratio, ergo fyllogifmus, non autem e conuerfo ; cuius rci ratio tft,
quia demonftratio iolum circa ma# teriam nccefsariam uerfatur , fyllogifmus
uero ad unamquamquc materia ap/ plicari poteft. 6Vquamuis in hbrispriorum
communiccr accipiacur, confidera/ turtamen principali intcntione in ordinead
dcmonftrationem,ut uelleuidetur philobphus in principio primi hbri,& in
pnncipio quarti capitis eiufdcm hbrij nec non in ccntextu uigtfimo
(cxrofccundihbn poftcriorum ,quibus inlocis dc fyllogifmo,ac dcmot ftratione
folum facla fuit mcntio ab Anftotelejcuius rci fatis prcbabile argumentum fumi
etiam pofsct cx modo procedendi, quo phij C lofophus utifolet,nam in oibusaliis
ferchbns Logicar dilciphnac fyllogifmidc finitioncm rcpctit,in poncrionbus uero
minimc,quall ueht innucre,fc ibi, uideli cetin prioribus,fyllogifmum
confiderarcin ordinead demonfrrationem. prarte reaaduertcndum cft,m hbris
ptftcriorum dtrroftracioncm ab Ariftotcle pri> roo loco confiderari,fccundo
aute dtttmtionc.quia demoftratio emcaciusali/ quidnotu facit,quam
dcfinitio,licet dcfiniuo circa nobihus obie&um ucrtetur; hinc faclum cft,ut
ncque in proccmio priorum , ncquc in cpilogo pofteriorum dc dcfinitione mentionem
feceric,quamuis de ea,ut dc inftrumento fatisfacien/ te quarftioni ipfius quid
fit,trac>et philofophus in fecundo poftcriorum . His po litis,dicimus,illos
iure optimo priores,hos uero pofteriorcs infcriptos fui(Te,cu in hbris priorum
agatur de partc demonftrationis communiorc , in poftcriori* d fcus autem de
partc minus communi ♦ Declarata prima infcriptionis parte,acl fecundar
explicationem acccdimus , diccntcs ,nullam deprimo libro inter A» riftotdis
intcrprctcs controucrfura cfsc , omncs cnim arbitrantur , cum Liber Secundus
rcfolutoriuminfcribi.quiaibiphilofophusordinc rcfolutiuo potisfimar demon/ a
ftratioms principia pcrfcrutatur; dcfecundo autcm maximc dubium cft, qucrn non
fecus, ac primum, rciolutorium infcribendum eflc opinamur, ud quia methodus compofitiua
, qua quidcm methodo in co libro prardica* ta quiditatiua , & proptcrea
quiditatiua defmitio in ordinc ad dcfinitum ab Anftotcle quarritur, quadam
rationc cft rc(olutio,quatcnus fcilicct in ca a N magis compofito ad minus
compofitu,ut a fpccic ad genus pro» gredimurjuel quia in eo agitur dc dcfini
tione,quar rcfolutio dicitur,omnis .n. definitio rcfoluit dehnibile in fua
principia,ut ex quincto con= ! O W .1 G a i 3 3 (3 textu pnmi hbri Phyfico
rumaxime notu,ac manifeftum ,c(t , . f -: : 1 Laus iterunu, Honor,tf Gloria
T>eo Optima MdxiMOiQui T rmus, vnus efl. . I / J> ;n wjiarj ( inut upsii zotnnup
oon^&tc$ -. K pbuM up sb . zuckaoiMbo? sisrc V"> ?n o it P.
LOGICARVM DISPVTATIONVM DE EA DEMONSTRATIONIS SPECIE , O.VAM PO, tisfimam
nuncupant, 7 5? JE F %4 T l O, Vperiorc librofatis ( nifi fallor ) de iis rcbus
difputauU mus , de quibus in pofteriora analytica nos prarfari cporTebat; nunc
infhrutum noftrum aggrcdientes, di camus,corum,quar dc quahbet fpccie fciri
po(Tunt,duo geneta C&/ubftantiam fcilicet, feu cflentiam , & cius
proprictates. qua: omnia ex fententia philofoplii in fc cundo Poftenorum fub
initium non uno,fed duobus inftrt mentis cognofcuntur , nam dcfinitionc
fubflan* tia, demonftratione uero nota: fiunt proprietatcs,qua: (luunt a"forma,non
autcm accidentia communia,qua: Ortum ducunt acomplexionc ut igitur Iuuenes,in
quorum gratiam,& utilita tcm fcnbimus, maxima cum facilitatc duo tlla
genera corum, qua* de qualibet fpccic fciuntur, pcrcipcrc posfint,de
demonftratione primum, poftea de defini/ | tionc ecmpendjofam eis traditionem
facerc decrcuimus,nc latum quidcm(ut a* iunt ) unguem a philofophi fencentia in
poftcrionbus analyticis rccedentcs,- Quatenus itaquc ad dcmonftrationem
pcrtinct^dicimus, cum ca prardicetur dc potisfima , proptcr quid tantum, cV
quia,intentionem noftram in prarfenti di> fputationc non cflc,de
dcmonftratione quia,6V proptcr quidtantum agere, fed foludc potisfima.quo ad
cius matcria,qua? nthil aliud eft.nifi principia illis coar Ctata coditionibus
, dc quibus primo pofterioru libro philofophus uerba facit» Ordinere/olutiuo,ex
nottone fctlicet ipftus fcirc ftmpltciterprincipto- rum potisfim*
demonfirattmis condtttones inuefiigantur. C. //. i CED Nonnulli hacin partc
obiiciunt, nos Ariftotclis methodum pcrucrterc, *^maximaqj reprarhcnfioncdi^nos
ciTc, dura quacrere,ac decUrarc uolumus , Liber Tertius 6\ qiodnam caufa? gcnus
in pofita defmitione philofophus fignificaucrit ; proptc* » rA f *i 1 ■ •
l ST ' 1 - . r .. v v*J>. • ^v-» « n i « i . . t Tropo/tU
obieftionesfoluuntur. ™;.XXL . c *a ?. ii l D - ' ^jfF&tZ £1 * i -- J
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Ntcquam propofitas obicdioncs diflbluamus, notandum eft, pasfioncs prac ■^^ter
propriam clTentiam, quar conftatcx gencrc,& dirTerentia,habere caufam rxtra
cflentiam,a N qua ipfar,& carum elTentia producitur; quar caufa ncquc
f6rma, & ccque matcria in qua rci dcmonftrandae cflc potcfl,quia ambxfunt
dc eius pro> 6) Logicarum DiTput. t pria f flcntia, extra quam (ut diximus)
eft caufa illa, liinc fadum eft, ut in &?in\) tionc ipfius fcire
ftmplicitcr philoiophus dixent,(pcr cauiam, proptcr quam r:s cft, ) hoc cnim
modo loquendi Hjiat, eiqj per diametrum opponi posftt, cum agens debcat agere
in palTum rcdc difpofttum, Luna cnim cum fit materia in qua ipftus defedus,
rcducitur ad gc* mis caufar matcriahs. Prarterea, haec caufa pasfionis efTedrix
cfle potcft uelin eq ientiam fubiedi, a
qua habet ut ftt, per cflentiam fubiedi dc codem fubicdo de* monftrabitur, crgo
mcdium,& caufa, proptcr quam cft res demonftranda, in po tisftma
dcmonftrationc fubicdi ratio erit» Infupcr , philofophus in primo Poftc riorum
contextu trigeftmo nono fecundum uetcrem fedioncm uult, ut demon ftratio
faciens maximefcireprogrcdiacur pcr caufam non caufatam , fed caufa non caufata
nulla alia eft nift ratio iubiedi, quia quando demonftratur unum ao eidcns dc
fubicdo per aliud accidens, dcmonftratur pcr caufam caufatam , cr/ go
dcmonftratio illa maximcfcirc oon facit,& propterea non cft pocisfima ;
in> tcntio igitur philofophi loco citato eft, utmedium in dcmonftratione
faciente maxime kire, quar potisfima cft, fubicdi ratio ftc , cOnftdcrata tamcn
tamquam S propter quid pasfionis dcmonftranda?. Eccc auomodo philofophus fe
ipfuntdev tt rmmacdc qua caufa incelligat in illa ipfius icirc fimpliciter
definitionc,nam fi in toto primo libro philofophus accipcrct nomcn caufa:
gencraliter , uidchcet , pro Liber Tertius pro rei caufa proxima , quarcumq;
illa fucrit , non dixiflet in primo poftcrio/ rfi loco citato,dem6ftratione facientcm
maxime fcire progredi per caufam non caufatam ; prarterea , fpharrica figura in
demonftranda luminis in Luna accrc/ A tione efset ciuidcm Lunarforma , cVcaufa
non caufata , quod tamen , & op/ timc , Aduerfarii negant ; confequentia
probatur , & primo,fpha:ricam n> guram efse Lunar formam , nam per cos
demonftratio illa eft potisfima, er* go cius conclufio per Ariftotelcm habec
fecundum quod ipfum , atq; ideo prardicatum ineft fubieclo per efTentiam
fubiedi , crgo per fubiecli efTcntiam demonftrari debct ; fpharrica igitur
figura , pcr quam luminis in Luna ac/ cretio potisfima demonftrationc
demonftratur , clfet ratio , uel forma Lunx. Secundo , & ultimo ,
fpharricam figuram efse caufam non caufatam , pro/ ptcrea quo N d pcr
Aduerfarios huiufmodi demonftratio , cum fit potifiima, ra cit maximc fcirc ,
fcd per Ariftotelem loco cicato demonftratio, quar facit ma aimefcirc , per
caufam non caufatam progreditur, crgo fpharrica figura , per quam luminis in
Luna accrctio demonftratur , illius accretionis cffet caufa B non caufata . hac
pofita ( ut cgo opinor ) ucritatc , philofophum , fcilicct, non loqui
generaliter cic caufa in primo Pofh metiiodum Ariftotelis non perucr/ timus ,
dum dcfinitionem illam interprctantcs , quarrimus quodnam caufae genusinca philofophus
fignificarc uoluerit, quia non cft Ariftotclis intentio in libns poftcriorum
tra&acum facere dc caufis , ita ut in co, progrcdiendo or/ ciinar doctnna?
, prius agat dc caufis uniuerfaliter , deindc particulariter de fm gulis
caufarum generibus, icd cius intcntio cfl , in primo hbro inuenirc condi/
tiones principiorum illius dcmonftrationis , quar atiis perfedior cfl , in
fecun/ do ueroinuenircquiditatiua definitionisprardicata,ut ex illis
conflatadefinitio cfse posfit communc inftrumcntum ad quid fubftantia: , &
ad quid acciden/ tium , ut abunde in prarfationibus eoruni librorum
declarauimus . & licct in fc cundo farpcphilofophus decaufis uerbafaciat ,
id quafi coaclus facic , ut ui/ dcrecft in iliis prarfacionibus . intcntioncm
autcm fuam in primo libroafse/ quicur philofophus ordinc rcfolutiuo cx notionc
finis,qui necesfitatem inducit C iis , quar funtad finem , non ex notionc finis
cuiuslibct dcmonftrationis , fcd folum eius , dc qua intendit, quia finis cum
agentis inccntionc proportioncrrr baberc dcbct. Cum itaq; philofophus
(utdiximus) ordihc refolutiuo inuenire intcndat conditiones principiorum
demonftrationis propter quid ftmplidcer, qua: potisfima d»ci folcc , ab alio
fcirc incipere non poteft, quam a x fcirelimplicr tcr , quod ab omni genere
caufar non producitur , fcd fcrlum a formali, non (uc paulo fupra diximus )
pasfionis demonilrandar , quia rorma rci dcmonflran/ darcft dccius cfscncia ,
& potius in conclufione, quam in principiopotifiima: dcmonftrationis
continctur ; fcd fubiecti , a qua (ubiecti caufa formali cmaunc res
potisfuna.dcmonftrationc demonftranda* ne igicur Addilcentes crederent, omnia
caufarum gcncracfsc caufam illam , propccr .qtum res demonftFan/ D da eft ,
optimc ( nifi fallimur ) definitioncm illam interpretantes quarri» mus,
quodnacn caufac gcnus Ariflotelcs jn ca Ugnirjcarc uolucnc , quan/ 67 Logicarum
Difput. 1 do dicit , ( propter quam rcs cft) , licct cnim fcicntibus id
notumfit , Addi^ fccntibus fortafle ambiguum efle polTet . Tancum igicur abeft
, ut maxima reprarhcnfione digni fimus, ut pocius laudandi uideamur , cum ex
Addifcea tium mentibus ambiguicatem remoucre concmur » Ad aliam aduerfariorurr»
rationcm ncgamus confequentis falficatem , ad probationcm fundatamfu* pcr
Auerrois au&oritatibus in trigefimo nono , & quadragefimo fecund»
commcntariis fccundi libri Poftcriorum , dicimus , Aucrrocm , quando locis
cicacis ait , potisfima? dcmonftrationis medium nunquam eflc formani,
incclligerc pafsionis , non iubie&i formam , cum aflerac , & optimc ,
for> mam in conclufionc potius , quam in mcdio demonftrationis contincri,
nam forma fubic&i nunquam in conclufionc , fcd fcmpcr in medio potifiima:
de» monftrationis concinecur , cum abillapasfio demonftracionc pocisfima de*
monftranda habeat ut fit , & confeructur. & licet Auerrocs dicat,
raro,cVper accidens medium in dcmonftratione efle dcfinitionem fubiecii , non
aducr* fatur ci pofitio noftra ,raro cnim fubiedli definicioin demonftratione
me» b dium eft,quia rarar funt, & raro fiunt potisfima: demonftrationes ,
inqui^ bus per Ariftotelis , & Auerrois fundamcnta non poteft efle mcdium
nifi fubiedi dcfinicio , ut a nobis copiofe didum fuit in propria difputatione
dc medio potisfima: demonftrationis. djxit, pcr aocidens medium cfsc fubicai,
dc finitionem , non quia fit uerc pcr accidcns , fed quia ut formalis definitio
fu> bicdi non confideratur; ucrum ut caufalis defmicio pasfionis
dcmonftrandx» Eartim conditionum unaqm^ probatur. . ////. /"^ ONFIRmata ex
obieaionum Tolutionc tradit* dcfmitionis explica; t ^ tionc , ad fingulas
propofitionum pocisfima: demonftracionis condi^ tioncs probandas reucrtendum
eft-, quarum prima de fc mantfeftisfima eft quia fi falfa conclufio , nimirum,
diamctcr eft commenfurabilis cofta: qua* draci , uel homo cft non rifibilis ,
fciri non potcft , lcquitur , ut fciacur tantum ucra, fcd uerum demonftratiue
non coliigitur nift cx ucris, idcrt, ucrumnon fcitur cx ; falfis, alioquin
falfitas efset caufa fcientia: , qua? pcr dcmonftrationem habctur , atcp • idco
cfset caufa ueritacis , quod eft abv 1 furdum , crgo demonftratio eft cx
propofitionibus ucris . dixi ucrum do monftratiuc , idcft, rationc materiar
nccefsariar , circa quam uerfacur dc monftratio , non colligi nifi cx ucris ,
quia fyllogiftice , hoc eft, rationc formarex falfis quoquc colligi potcft ,
ficuti ncccfsarium cx non ncccfsa^ d no. Efie ctiam dcmonftrationcm cx primis,
& immediatis , feu cx indc monftrabilibus, ( idcmcnim (unt, £ fc inuiccm
cxplicant ifta: du* con, ditioncs ) cx co patet , quia k potisfima:
dcmonftrationis principia cflcnt Libcr Tertius 68 incdiata,&
demonftrabilia,abfq; dcmonftrationc fciri mini ne poHcnt, quoniam a
demonftrabilia,ut eiufmodi, per dcmonftrationcm liabcntur,ficuti per dchnitio
ncm babcntur definibilia,ut definibilia,fed hoc eft talfum , alioquin daretur pro/
grcfsus in infinitum,qui ab omni dcmonftratione rcmouctur,crgo potiflimar de
monftrationis principia funt immediata,&'indemonftrabiIia,lumiuetameninteU
lcclus iciuntur.Principia illa cfsc caufas conclufionis, cx hoc patct, quia
tunc ali cuid fcimus, quado cius caufam cognoicimus , fi icaque tunc
conclufionem fci/ cnus,quando cius caufam cognofcimus , potisfima;
demonftrationis principia fliint caufr conclufionis,cum dcmonftratio in
uirtutcprincipiorum cam fciri fa/ ciat.cx quo probatur, illa cfsc quoque priora
concluilone hunc in modum, cau (x funt natura priorcs caufato,fed potisfima*
dcmonftrationis principia funt cau (ar conclufionis , ut probatum eft , crgo
potiifimae dcraonftrationis prin* cipia lunt priora coclufione . Vltimo
,efscconclufione notiora,hac ratio/ nc manifeftum cft ; proptcr quod cft
unumquodq; , illud magis cft , fcd per b -principia nobis rcdduntur hotar
conclufioncs , crgo principia iunt nobis no xiora conclufione,ideft, illud
cuius caufa cognofcimus aliquid certa, & infallibi h cognitione,eft
infallibiliter,&magis notum,fed principia potisfimar dcmonftra tionis funt
illa,quorum caufa cognofcimus conclufioncm cognitione certa , &
«nfalhbili,ergo principia potisfima* dcmonftrationis iunt infalhbilitcr , &
magis •nota,quam conclufio.Scd quia priora,& notiora dupliciter
funt,naturafcilicct, diflify de omni
pofleriortfttct cxpltcatio. Cum ncceflarium latitudincm habcat, aliud cnim cft,
quod uocatur accidc talc,fcu tccundum quid,aliud ucro , quod appcllatur
clTcntiale, uel fimplicu tcr ; potisfima demonftratio non conftat cx nccdTario
accidentali,quodfunda* tum in tcrminis no conucrtibilibus cfficitur cx partc
unius tantum tcrmini pro pofttionis,cx partc fcilicet prardicati, quando gcnus
dc fpccie prardicacur, uc ani mal de hominc,nam licct prardicatum fubicao
neceflanum fit.eo quia fuperiora ncceflario funt in inferioribus , non tamen
prardicato fubic&um cx ncccsfitate compctic,cum infcriora accidant
fuperionbus ; fed conftat ex neceflario fimpli citer,qudd fundatum in tcrminis
paribus, & conucrtibilibus prouenit ex partc b utriufcp termini
propoficionis,namficuti prxdicacum eft iubiecco necelTarium, itafubicctum eft
nccelTarium prardicaco,uC patecquando prardicatur toca defini tiodedefmitojuel
ultima difTerentia, auc propna paslto de fubietfo; cx quoco fequenter habcmus
potisfimx dcmonftrationis prmcipia elTe uera non concin» gentcr,fed
fimpliciter. neceflarium itaqj fimpliciccr tres condiciones requirie,
uidelicet,d»clum de omni,pcrfe,cV uniucrfale; debent lgitur potisfimar demon*
ftrationis prinCipia trcs illas conditiones habcre,quarum defeclu fimpliciter
nc cclTaria non eflent. Et quoniam uniuerfaliora fcmper prarmitti debent,cum
in^ tcr pofitas conditioncs una fit aliis uniucrfalior , ab uniuerfaliori
cxordium fli^ mcmus,fed uniuerfalior conditio eft didum dc omni,nam quando
dicimus, cy gnus cft albus,harc propofitio eft dc omni,cum omnibus cygnis,
& in quolibet tcmpore albedo compctat,attamcn non cft pcr fe, ncquc in
primo, ncquc in foj cundo modo,cum prardicatum nonfit dc quiditatc fubiedi, ncc
fubic&um dc c conceptu prardicati ; non habccctiam uniucrlale prardicatum ,
quod fignificat adarquationcm fui cum (ubicdo,cum albedo folum cygnis non
compctat; a db cto igicur dc omni poftcnoriftico,tamquam a conditione magis
comuni,qua tn per fc,ct uniucrfale,incipicmus,dicentcs , dictum dc omni
pofteriorifticum efse, quod utiquc non in aliquo quidem fic , in aliquo autem
non, ncquc aliquando quidcm,ahquando autcm non,ideft, dictum dc omni
poftcrionfticum cfle,quod habet non folum fubiedi uniucrfitatcm,cum dc fubiedo
, & de omnibus fub cq contcntisprsedicatumucredicatur,fcd Ctiam tcmporis
perpetuitatcm , cum fcmpcr cuilibct fubieao idcm prardicacum infic , uc homo
cft animal, harc propo ficio habct chaum dc omni pofterionfticum,quia ammal,dchominc,
& de om mbus particulanbus homioibus prardicacur, prarterea,fub quahbet
tcmporis dit d fercntia homini,& omnibusfubco contcntis animal incft. Ex
quo patct,dictum / * de omni pofterionfticum fupcrarc dictum de omni
priorifticum,eo quia habct tcmporis pcrpctuitatem , qua carct dictum dc omni
prionfticum cuius rci ra* Liber Tertius 70 *'o eft, quia in pofterioribus
confideratur materia neceflaria,a qua tcmporis * Petuitas cmanat, in prioribus
ucro ncquaquam,cum in eis non de materia, fcd r atum agatur dc forma
(yllogiftica,a qua folu fubiecti uniucrfalitas ortu duciCr Exaliorum
fententianoua dijferentiainterilla duo dilladc omni 3 eiufy impugnatio. A Uo difcriminc prardicationcm dc omni
pofteriorifticam a prioriftica difcrc •^**pare,& co quidcm a N paucis animaduerfo
Nonnulli opinantur ,qudd fcilia cet poftenoriftica folam propofitioncm
fignificec , prionftica uero non folam propofitioncm , fed totum dcnotet
fyllogifmum . hanc opinionem ipfi confir* b tnant Auerrois teftimonio fupcr
primo priorum pluribus m locis, & prarcipuc in capitc quin£to,&
uigefimo quarto, nam in quincto ait, dictum de omni duas ncceiTario poftulare
conditioncs,unam, ut maior propoficio femper fic uniuerfa, lis, alccram,uc
minor fic fcmper affirmatiua . in uigcfimo aucem quarto inquic, dictum de omni
efie in prima rigura a&u, in aliis ucro non actu , fed poteftatc, hinc
optimc Ariftotcles in capite dc prima figura non ufus cft alia rationcad modos
utiles primar figurar confirmandos, quam dictis de omni,ac de nullo,per.
di&um enim de omni duorum affirmantium modorum efficaciam oftendit, g
diccum autcm dcnullo duorum negantium.uulc igitur Auerrocs , dictum dc Omni
integrum figniticarcfyliogifmun^non fimpliccm propofitionem.Hrc opi fiio( nifi
fallor) pcccat in utroq,- dicto , primum cnim cum uericatc conuenirc Don
uidctur,ut fcilicct prioriftica prxdicatio dc omni totum denotct fyllogif*
tnum,alioquin per locum topicum adcfmkoad dcfmitionem dicto dc omni prioriftico
compctercc fyllogifmi dcfinitio,qdod fallum cft,nam de racione fyl/ logismi
eft,ut in uirtute principiorum cx ncccsfitatc conclufioncm mferat , lcu c ut
cum illationis neccsfitatc aliquid norum faciat; dcratione uero dicti dc om *ii
prioriftici cft,ut nihil fumi posfit fub fubie£to,de quo non dicatur
prardicatu, aut, ficuci prardicatum, de fubic&o uerum cft,ita de omni
concenco fub fubie&o ucrum cfscpoceft,quod illacionis neccsficaccm non
indicat , nequc uc mcdiurn de minori cxtrcmo prardicerur , qct una cu
prardrcationc maions cxtrcmitatis demedio necesficas fyllogiftica? lllacionis
poftulac. prarterea, dictum de omni, non fecus ac diftum dc nullo eft radix ,
& principium, in quod fyllogifmus rc foluitur ,quoniam fyllogismus in
propoutiones, propofuiones, in tcrminos, termini ucro in dictum dc omni,&
di&um denullo rcfoluuntur,ergo dc primo ad ultimum fylldgifmus refoluicur
in dictu de omni ,6V diccum dc nullojdi&u igicur de omni inceger
fyllogifmus cffc no poctft, alroqyiiuidcm in fc ipfum re* ioluerctur , atq;
idco feipfum componcrct , cum compofitum in ca refoluatur, 4 cxquibus
componitur ,quod cft abfurduro,ucfcilicet,idcni icipfum componac y\ Logicarum
Difput. g Nifi uelint , di&um de omni prionfticum efle totum fyllogifmum
naturalcm , qui radix efl: omnium artificiabum fyllogifmorum affirmaciuc
concludcntium, quos in libris priorum Anftottles tractat,(ed hoc dicert(quantum
connccrc pof fum) nihil cft, cum omnium tam naturalium,qua x m artificialium
fyllogifmorum cademfit ratio, omois cnim (yllogifmus, quicumquc ille fucrit,
uel naturalis , ucl artif;cialis,eft ratio,in qua quibufdam pofitis neccfle
cftaliud eucnireper ea, quar pofita funt, quod diclo de omni prioriflico minimc
competit; in fe ipfumqj non rcfoluitur neq ; naturalis, ncqj artificialis
fyllogifmus, non cft igitur didum deomni priorifticumncquc integer naturalis, ncque
intcgcr artihcialis (ylloa gifmus. Cum ueritatc etiam non conucnit quo ad
altcrum diclum , ut fcilicct prardicatio dc omni pofterionftica folam
propofitionem fignificet, totumqj fyL logifmum non dcnotet, ficuti
facit^prioriftica, conceflo nunc tamquam ucro, lia cet falfum fit , ut
prardicatio de omni prionftica totum denotet fyllogifmum. " dcclaro ,
iaclo prius hoc fuodamento,ut fcilicet agcrc dc demonflratione,& agc
redefyllo^ifmo ad matcriam nccelTariam contrafto, (eu agerc dcmateria ne» b ccflana
forma* (yllogifticsc fiibieda idcm fit,namhorum utrumquc, uidelicet materia
neccflaria, & forma (yllogiftica, demonflratione communius eft, cuili/
betcnim materia: (yllogifmus appbcari potcft , circacp neceflariam materiam non
folum dcmonflratiuum ,fcd etiam definitiuum inflrumcntum ucrfatur,at
dcmonftratio, & fyllogifmus ad matcriam necclTanam contra&us conuertun^
tur. hoc pofito fundamento , dicimus,cum demonflratio aggregatum fit cx fyl
Jogifmo> & materia neceflaria, rationi confonum non uidcri , ut
pofterioriftica prardicatio dc omni folam propofitionem fignificet, nam ft a
fubie&i uniuerfita^ te priorifrica prardicatio de omni habct,ut totum
denotet fyllogifmum,fequitur ut etiam pofterjorifhca, cum ipfa quoque prartcr
temporis perpetuitatemjfubie &i uniuerfitatem habcat; non folam igitur
propofitioncm fignificat , fed totuna quoque fyllogifmum denotat
pofterioriflica prardicatio dc omni , fi prioriflica prardicacio dc omni
denotct ipfa quoquc totum lyllogifmum. Quod ucro atti* c nct ad Auerrois au&oritates,
dicimus, cas opinioni noflrar potius fauere,quata obcflc, naro in capitc
quin&o per ca uerba non uulc, ut maior prppofitio femper uniuerfalis,&
minoriemper arfirmatiua, fint ipftus di&i dc omni propofitiones , fed ut
illorum fyllogifmorum , in quibus aclu rcpetitur diOum dc omni , ficuci funt
fyllogifmi primsr figurar, maior propofitio iit feniper uoiuerfalis, &
minor fcmper affirmatiua. cx quo capitc, qucmadmodum ex uigefimo quarto,ncc non
cx capitc dc prima figura ipfiufmct philofophi, non chcitur , di&um dc omni
intcgrum fyllogifmum cffe,feu totum fyllogifmum deno tarc,fcd aclu rcpcnri in
fyllogifmis prima: figurar.affirma tiuc cocludetibus,potcftate uero m
fyllogifmis alia rum figurarum,quod nemo fanse mentis ncga cJ rc potcft,cum
oium fyllogifmorum affir matiuc concludcntium lit rajix, dfuoddmcatum* Liber
Tertius 72 De eo , quod per fe ejl. t . ^NRationc iam abfoluta difti de omni
pofterioriftici,fequitur id,quod cft pcr ^Mc ipfo uniucrfali communius, ualcc
cnim diccrc, eft uniuerfale, ergo pcr fe, fcd non c contra, eft pcr fe, crgo
uniucrfalc, quia harc propofitio , homo eftani/ mal, eft pcr fe in primo
modo,& tamen uniuerfalc prardicaturn non habct, quoa fiiam animal cum
homincnon conuertitur, quam cerminorum conuertibihta/ tcm uniuerfale poftcrionfticu
rcquiric, uc fuo loco cxplicabitur; eft itaque huiuf modi uniucrfali communius
ipfum per fe, quod nunc diuiditar in quatuor moi dos, quorum primus,
fccundus,& quartus funt modi prardicandi, cercius ucro , ut ita dicam,
clTcndi modus cft;& hcct finc mulco plures modi pcr fe, uc paccc in quindo
Diuinorum libro cap. dc per fe,his camcn Ariftocelcs fuic coritcntus,ut E>
cx tali diuifionc apparcrct multiplex e(Tc ipfum pcrfe, nequc omncs cius modos
pocisfimar dcmonftrationi accommodari pofle . fcd Aliqui hanc, quar commu/ nis
cft, opinioncm quo ad utrumquc dier fe, quia licet modus eflendi pcr fc non fic
modus per fe prardicandi,eft tame pcr fe, fabcr ucro (ucdiximus) non eft
philofophus. Ad id ucro, quod in fecuna da rcprehenfionc quamtur quoad altcrum
di&um, cxiftimo hunc in modum rc fponderi poflc, cum philofophus pofucrit
aliquos modos diccndi per fc, conuc* niens erat , ut ctiam modos diccndi pcr
accidens illis per fc cx oppofito refpoa dcntes adduceret, qui quidem non crant
hac dc caufa fpernendi,quia habent mo dos diccndi pcr fc oppofitos; fpreuit
autcm alios modos per fe,quia non eft nc cedarium in aliaiius a-quiuoci
diftin&ione omnia eius fignificata enumerarc,fcd utiquencceflarium crat
poncre modos pra;dicandi,& modos clTcndi pcr fe, uc ofteudcret ipfum per fc
multiplex,& arquiuocum efle. B, • Ex aliorum fententta de noua modorum
dicendi per Je , ex accidenti dtuijione .. i SFri7F.i1 A*n*!r **^i7 • a * • . 1
t * > 1 wf\ ~ t —\ t ~ ' 1 mi% c«i Ji « .'
, ;uiu...i k.iiiuu, iji j 1 ^ ) J) 1 nfAlJ H Dluifione ha&enus a
nemine cognitaNonnalli manifeftare conantur,modos per fe ab Ariftotcle
confideratos clTc omncs modos enunciandi, dctcrmio5 do prius, id, quod
diuidendum proponicur,non cflc modos clTendi,ncque modbi cnunciandi, quia modos
docerc, quibus fimpliciccr rcs funt, non eft officium Lo gici, & modos
cnunciandi confiderare, atq$ diftingucre ad librum dc Intcrprea tatione, non ad
hbros Pofteriorum fpectat; fcd efie modos enunciandi in fcien» tiis ufitatos
pro ut a N modis ciTcndi deriuantur,& cum eis conueniunt,feu modos dTcndi
pro ut indeuarii modi enunciandi dcducuntur , quos omnes,nullo prac C termilTo
, Anftotclcm ibi recenferc hac diuifionc a ncminc f ut diximus) ha&cnus
co^nitamanffeftarc conantur,In omni (inquiunt) propofitione uel prxdicacum
& iubiectum re ipfa non diftinguuntur, ucl funt duar rcs diucrfae , quarum
alccraw&> , rnuIwDOfll m:Liup rnsup^mulsD 5; u!; ».■»& ;ns>
sAucrrois tcfiimonio modorum dicendi pcrfi diuifio confirmat* impugnatur. C KTOua illa modorum dicendi per fc diuifio
ab illis confirmatur pluribus A« 1 >*uerrois aucloritatibus , nam in
commcntariis fuis.30» 32.» 33. &. 34. pri mi pofteriorum cxpreffc uult
Aucrrocs,nullum cnunciationis gcnus dari,quod fit in (cientiis ufitatum,practcr
ea,quar Au&orcs prardi&a: diuifionis commemo rarunt , quandoquidem aut
alicuius rei exiftcnciaenunciatur,aut res dc rc prac dicatur,caq* ucl ci
coniun&a,uel difiun&a eft. fi autem aliquis alius afFcratur ab
intcrprctibus modus dicendi pcr fc,illc facilc pofset ad aliquod illius
diuifionis mcmDrum redigi, ficuti & ipfi rcdigunt quinctum modum pcr fc a
Thcmiftio cxcogitatum in primo PoftcriorumCap.x» quando fcilicct accidens
deaccidc te prardicatur, ncmpc, fuperficies cft colorata,- quia fi ucra cft
diuifio prardicati inharrentis fa&a ab Ariftotelc.nccefsc cft, uel colorem
efsc dc defmitione fuper D ricici,& ita primum cflc moduro.ud colorcm in
fua dcfinitionc accipcre fuper/ ficicm > & ita cfsc proprictatcm
fuperficiei,proinde cfsc fccundum modum , non Liber Tertius 1 c|uinctum ; uel
tandem neutrum efsc de altcrius definitione, & ita non cfse tno/ dum
diccndi per fe, fed potius eiTc modum diccndi per accidcns, cuius mcmia nit
Ariftocelcs. hx func Aucrrois autloritates,quibus illi fuammodorum diccn A di
pcr fe nouam diuifionem corroboranc.Quidquid fic dc opinionc Commenca
toriscirca hanc diuifioncm ,fupponocum fuiflc huius fcntentiar, ut quacuor finc
modi cnunciandi pcr fcjoullumcp aliud enunciationis gcnus dari prarccr ca, quar
attulerunt prardidar diuifiouis Au&orcs, fcd quomodo ex mcntc Aucrrois alTercre
pofsunt in tcrtio modo per fe cfse propofitiones iu ufu in fcicntiis,cum dicat
Aucrroes,quar in tcrtio modo per fe funt.non efsc io fubie&o,ncc dc fubic
clo prardicari? harc aute cx Ariftotelis fcntecia in antc prardicametis capitc
fccun do no pofsunt cfse nifi fubftanciar indiuidux , quar in (cicntiis nullo
pa&o ufurpa tur, quo ucro ad Thcmifcium dc illo quinclo modo diccndi pcr
fc, cxiftimamus iure eum optimo impugnatum fuifse,quia illa propofitio, de qua
ctiam philofo/ phus mcntjonem fecit in quincto Diuinorum contextu uigenmo
tertio fub ini tium,rcduci potcftad iecundum mochim diccndi pcr fc, cum fit
color affc&io B fuperflciei. Scd quid rcfponderi poterit ad Ariftotelem in
eodcm contcxtu circa fincm,quando dicit, fupcrficics eft pcr fe alba? harc
propoficio ufurpatur in fcicntiis, & camcn non eft pcr fc eo modo, quo
dccerminatum cfc pcr fc ab Ari ilocclc in prarfenci parcc, quod indu&iuc
probari poccfl , nam in prirao modo non cft, quia prardicacum non eft de
conceptu fubiccti ; non eft etiam in fccun do, quoniam fccundus rcquiric
terminos conucrtibilcs, cuiufmodi non funt,fu pcrficics , & album, nam
licct omnc album fic in fuperflcic , non tamcn omnis fuperficies eft alba,- non
cfse eciam in tcrtio modo patct fccundum corum diui- fionem,prardicatum cnim cfl
a fubie&o re ipfa ditcinctum , quod repugnat ili tcrtio modo ; manifeftum
eft ctiam noncfsc in quarto,quoniam eius prjc^ica tum eftiunctum fubiecto,&
ipfi inharrens, quod ex corum fententia quar'0 mo do non competit, ergo prartcr
modos per fc iam defcriptos in pximo •ofterio rum dantur ctiam aln,quibus in
fcientiis utimur,& ad illos reduci nor pofsunt* nifi uclint, propofitioncm
illam clse per accidens in primo,& in fecn»do modo, C fed hoc nihil cft,
quia pcr Ariftotelem quar pcr accidcns funt in ill* duobus mo dis oon funt pcr
fc, fcd propofitio illa,uidelicet, fuperficics elt alKab Ariflotelc dicitur pcr
fe. fortafsc diccrc pofsent,pro uno,& codcm intcll£i>cfsc propoficio ncs
in ufu in fcicnciis, & cfTc utilcs dcmonftracioni,qualis nr*i cli
propofioio illa; fcd tunc contra fc habcnt, tcrtium modum non
efhccrrpropoficiones,& fi illas cfficcret,non forc utiles
dcraonftrationi,cum fint firujulares,# binariar ; Prarcca rea, quarcus modus
fecundumfuumtocumambirum non cft ucilis dembnftra tioni,dcqua principalitcr
ucrbafacit philofopbus in primo poftcriorura, crgo in adduda diuifionc non
omnia mcmhra huiufraodi demonft racioni utilia func; quamobrcm nou efse in hoc
reccdendum a v communi opinionc , dc qua facta cft mcntio D fub initium octaui
capitis, tutius cxiflimamus» 75» Logicarum Difput. A De primo modo dicendi per
fe. COnftituta ipfius pcr fc diuifione in quatuor modos , adfingulos explican
dos acccdimus,& primo ad primum,diccntcs, pnmum modum ciTe illum , in quo
prardicatum c(l dc quiditatiua rationc fubiedi,cui ineft,& hoc erit cx fen
tentia Commentatoris uel tota dcfinitio, ut homo eft animal rationale, uel par
tes eius, nempe, gcnus, & diffcreutia, ut homo eft animal, nec non homo eft
ra/ tionalis , aut pars gencris, aut pars differentiae. Nonnulli dcclarantcs
quid pcr partem generis, & diffcrcntiar intcllcxcrit Aucrroes, dicunt, cum
intellexiiTe ge/ nus remotum,& rcmotam difTercntiam, per fimpliciter autem
genus,& differen tiam, proximum genus, ac differcntiam proximam, genus enim
remotum pars cft effentialis proximi gencris, ut corpus refpe&u animalis,
cum in animalis defi nitionefumatur; Differentia ucro rcmota non ita dicitur
pars differenria- proxi mar, led alia rationc, quandoquidem omnis differcntia
tam proxima,qua x m rcmo B ta fimplex forma cft, qua- partibus caret; uerum
quia per differcntiam proxima rcs diffcrt ab omnibus alns rcbus, per remotam
uero non ab omnibus,fed ab a* liquibus, idco diffcrcntia remota dicitur pars
differcntia? , proxima ucro dicitur fimpliciter differentia, & alias omnes
compleditur, ucl faltcmfupponit,quiafine illis nullo patfoeffc, aut cxcogitari
poteft. quod quidem remotum genus,& re mota diffcrcntia eatenus dc fpccie
prardicantur per ie primo modo, licct in cius «Icflnitionc non
exprimantur,quatcnus in proximo gcnere, quodcxprimitur, tu contincntur,ut patct
de corpore,& deanimato, quae cxplicite non ponun* tun n hominis
definitionc, fcd implicite pro ut in animali, quod in illa dchnitio nc
ncnunatur , aclu inclu(a,& comprehenfa funt, idcmcnimeft dicere animal;
acdicciccorpusanimatum fcnfitiuum,f»definitio idcm eft, ac dcfinicum. Poha ta
uerbomm Auerrois dcclaratio ex eo fupcr hoc primo modo diccndi per (e ' minitne
(b8 falKmur) colligi poteft, cum ibi aliam dc partibus differcntia? fentcn C
tiami*ibcre iideatur,inquit cnim,(cnm uero dicimus.quod prardicatum eft per fe,
cft>t praeetcatum fit in dcfinitionc fubicdi.aut lccundum qudd eft dcrinitio
perfe&ayauc parsl cn nitionis,qucmadmodum acccptio hnc* in dcfinitione tna
guli, nam tnanguli 4 c hnitio eft,qui comprchenditur a tnbus lincis: igitur
linca in dcfinitione trianguh ?roceditpcr modum partis fcgrcgantis, ideff,
diffcrciv * tia% Et quemadmodum ptiM&um, quod accipitur in dcfinitionc
linex,& hoc,quo niam iinea definitur, euius ex«rema funt punclum , aut
punda i igicuj* punctum rcfpctlu lmear fe habet per modum partis
fegrcgancis,quoniam diffcrentia ipfins pcrficitur ex numero,& pundo: hoc
cft, quia func duo puncla. ) harc Auerrocs, cuius uerba hunc habcnt fcnfum,
uideliccc, in alicuius rei dcfinitionc fumi poile integram differentiam
pluribus di&iombus exprciLm,ucin tnanguli dcfinitionc D tres lincas,&
in linea: detinitionc duo pun&a, nam trungulus eft figura plana tri bus
Lincis comprehenfa, ncc non Linca eft Longitudo finc latitudinc, cuius ex>
Libcr Tertivs jffo trcma ifunt duri puncta.at fi in defmitionc trianguli
ponatur linca fine numero; & in defimtione linearfine numero ponatur
puncrum,uidelicet, triangulus cft fjgura plana a lincis comprchenfa, &
linea ett longitudofine latitudine,cuius A excrema funt punfta; linea , &
punctum in definitione trianguli , & linex pro cedunt per modum partis
differentia:,cV funt in primo modo dicendi per fe,ficu ti tota differcntia .
per partes igitur differentiarnon intclligit Aucrroes differe tias rcmotas
,ideft, fuperiores in codem prardicamento difTcrcntias,quas fup, ponit proxima
d>ffercntia,ficuti pcr partcs gcneris intelligit gencra rcmota uf= quead
gcneralislimum, fed mtelbgit uercpartes,ex quibus integra diffcrentia
conftituitur, eafcp non fccus,ac complctam diffcrctuiam, uult efse in primo mo
do dicendi per fe, ex quo duo cliciuntur,unum, ut prardicatio fit
naturalis,quse cft, quando dcfubicaopradicatum enunciamus , ficuti cxtra animum
re uera in eo ineft ,quando fcilicct prardicamus accidcns de iubftantia,&
caufam dc cau fato fubflantiali,ut homo cft albus , & homo eft rationalis,
rc enim ucra,& aL B bedo, c\ rationabtas in hominc funt.Prardicatio ucro
prartcr naturam oppofito modofc habct, quando fcilicct de fubiedo enunciamus
aliquod prardicatum, quod extra animum re uera in co non ineft.ficuti album cft
homo,ucl rationale cft homo , ncquc enim albedini , nequc rationalitati incft
homo , fed e contra, Alterum, quod elicitur ex primo modo dicendi per fe , cft
, omnia prardicata primi modi efseformalia, & quiditatiua prardicata , quar
in fingulis prardicamc tis reperiuotur , cum in uno quoq; prardicamento ex
philofophi fcntcntia in pri rno Topicorum Cap. fcptimofit quod quid cft\ hinc
patet primum modum fundari in caufa formali principalitcr , confccutiue autcm
in caufa matcriali cx ::Vi - ,hrj> De fecundo modo diccndi per fe. CEeundus
modus dicendi per fe eft, in quo fubie&um eftde conceptu pnedf* ^cati in
eodem fubic&o cxiftentis, utgratia exempli, quando dicimus , nomo eft
nfibilis , linea eftrccla, uel curua, 6V numerus eft par, aut impar, nam in
deft nitione rifibrhratis ponitur homo, cui incft, in definitione rc&i, ucl
curui colloca tur linca , in qua infunt , & in definitione paris , aut
imparis ingrediturj nume/ rus, cui inexiflunt; hincfaclum eft, ut philofphus
dixcrit, pcr fcefsc inlecundo modo, quibufcumque inexiftcntium ipfis, ipfa funt
in oratione quid cft declaran C te,ideft,per fe in fecundo modo lunt, quando
ipfa, hoc cft, quando fubiecta func in orationeipfum quid eft declarante,idcft,
quando fubiecta funt dequiditatiua definitione quibufcumque inexiftentium
ipfis, ideft, omnibus prardicatis , quac in illis fubiectis
inexifrunt.undepatet in fectindomodo dicendi per fc non efsc prar dicata nifi
accidentia propria,cum in corum prardicatorum definitione ponatur (ubieclum ut
difTcrentia. quarquidem propria accidcntia,cum fuorum fubie&o rum efsentiam
iequantur,ciTentialia acciclcntia nuncupari folcnt,dupliciaq? funt, alia enim
unica diclionc proferutur,ut rifibilc rcfpe&u hominis,alia ucro di&io
nibus oppofitis,ut par,& impar refpc&u numeri. manifcftiffimum ctiam
cft, in hoc modo non fecus, ac in primo, cfsc naturalcs prardicationcs , cum in
utroq; modo pra-dicatum fubiecto incxiftat . cuarc iniuria fanc quidcm omnibus
Ari D ftotelis expofitonbus attribuunt nonnalli,ut cx corum fentcntia
philofopus una duntaxat primi modi dicendi pcr fc conditioncm ftatuat, u
)dclicct,prardicatum cfsc .m Liber Tertivs j 82 cfse de tubiecti
definitione,unamq$ fecundi,fubicctum,fcilicet,efse dc conccptu prardicaci; quia
fi omncs fentiunt, prardicationes per fe potisfimam demonftra/ A tjonem
ingrediences cfscex mentc philofophi naturalcs, ex eius quoquc fcnten tia
aftirmare coa&i funt,utriulq; modipcaidicatum fubiecto inefse dcbcrc, quod
tamquam. prarccptum in hoccontexcu ab Ariftotele traditum fupponentes,alio quin
afsercre non potuifscnt,pra;dicatione$ per le else naturales,qua:runt duta xac
modum, quo prardicaca in pnmojcV in fecundo modo dcbeant inefsc, in pri mo,uc
fiut dequiditacc fubiecci, in feoundo ucro, utfubiecta fintde corum defif nicione,
Ecce,ipfos etiam cxmcnce pluiolopbi.duas ucriufquc modi codiciones
ftacuere,unam explicite,alteram implic!ite \ Qua coguica ab omnibus fcre Ari-
ftotelis explicatonbus uentate, non pivtueruut uerba ilk (oaa vv*p%«.-n or
t&T-jt &qua-fequuntur,)ftc exponere, uc cis
attribuitur,uidelicct,qua*cumqucpra: dicata infunt in dcfmicione,ita ut ucrba
illa («» ™ 71 idefl, in dctiiiicione, fi/ B gnihcent id, in quo pr^dicatum
inefsp dicitur, quoniani fupponitur ab illis (ut 3 «jiximus) prsedicata m
utroqoe modo inefsefubie&oinon m definitione, cum na turalker definitioncm
incffe.non fubiici ab omnibus cx fcntentia philofophi co ccdatur; fed
exponunt,omnia pra:dicata,qua- naturaliter defubiecto prardican* tur in eo quod
quid eft, ita ut in eius ckhnitione fumantur,efsc in primo modo -dicendi pcr
fe,& aua* de fubiecto naturaliter prardicantur,ita ut in eorum defini tione
ponatur {ubiectum, cfsc in feoundb modo.Cum itaquc in utroquc modo fint
prardicationcs naturalcs,clare patet,primum modum nunquam fccundum, necfecundmn
unquam pofsefieri primum, alioquin in illis darctur prardicatio •pra-cer
naturam,fi enim harc propoucio in primo modo^uidelicet, homo eftani mal
rationale,qua* habet naturalem pra*dicationcm,per cerminorum conuerfio »cm
ficrct in fecundo,nt animal rationalc eft homo,abfquc ullo dubio in ea fie *ret
prardicatio prarcer naturam, C 2)* /«/>«- qua fundatur fecundus modn-dkendi
fer yo. . t-ft s • I* ' #Tt t • >* £.1*1 f *i , ir nr* ? 4 •% • . r» * • f^! • 1 1 *f* V7*T. r* f " 1
* • n T T^S hac rationc explicatis.uidendum nunc t\ in quo gcncre caufa: fundc/
***• -^tur hic fccundus modus,in caufa cnim m?«criali cx qua,& formali
minime, quia folum ad pnmum modum pertinent-^-rincipalitcr (ut diximusj una,
altc/ ra uero cx confccutione; nec ctiam in c-^fa etficicncr,& hnali,
quoniam folum •quartum modum conftituunt,crgo i** nulla,fccuncjus igitur modus
cfsentialem ccrminorum connexum non habcbit,qaamobrem eius propofitiones non
cruc perfe.SoIuit D» Thomas hancdub.itationem pro cuius folutionis
intelligcntia aducrtcndum cfl,materiam duphccm ctse,unaminternam , quar
eftalcera pars compofiti,nucupaturcp matcria cx qua,altera ucro
externam,quxdicicur matea ria in qua,(eu fubiectum adu exifles ex
matcria,c\forma compofitum, ut homo, qui compofitus cfl cx fubftantia animata
fenfitiua , 6V rationalis qualicace ,quac D refpcclu hominis forma , rcfpectu
uero hominis propnetatum efl caufa erTc/ M 1 frj Logicarum Difput. arix; quare
accidens proprium a fubicdo cx duplici gcncrc caufar flucrc uide» Atur, primum
quidem ut a x matcria in qua, deinde ut ab eflicicnce. hoc pofico, in quic D»
Dodor,omnem propofirionem , in qua de fubic&o accidens propnutn prardicatur
, efle per fc duobus fimul modis, fecundo, & quarto , propcer illam
duplicem deriuationcm accidcntis proprii a fubie&o , nam quatcnus oritur ab
co ut 3 caufa efTicientc, catenus cfl per fe quarto modo, quatcnus autem ab eo»
dem fubieao nafcitur ut a materia cxcerna, catenus pcr fe cft fccundo modo,qui
hoc difcriminc a primo difcrepat, quia ad primum pertinct materia incerna co
modo, quo diximus, ad fecundum autcm pcrtinct matcria excema. aflfirmac ita
cjueD. Thomas, fccundum modum fuhdari in matcria extcrna, qua: reducitur ad
genuscaufarmaterialis,&cum fett proprietatlbus nexum facic efleutialem «.
Nonnulli contra tantumuirum infurgunt, ac dicunt, cum abfq r ullo dubio hac in
rc falfum cflc,quiafi fola pendentia accidentis propri/ a fabiedo ut a matc^ B
riacxternafaciteflentialem conncxum.d fecundum modum diceiiJi perlecon ftituit,
fequitur, omncaccidens, eciam commune, de fubiccio prardicaci fccundo rnodo
dicendi pcr fc, quoniam non minus accidens commune,qua v n proprium a fubiefto
pendet tamquam a materia extcrna, neq ; apparec cur fubixium ma gis dicatur
materia accidentis proprij, qtaa\n communis ; itaquc fi duas has in* ter fc
conferamus propofitiones,homo cft nfibihsoV homo elt albus, co tantum
difcriminc difTerent , quia illa crit pcr fe duobus modis fimul , fccundo,
& quar^ to; ha?c ucro fccundo foium , non quarto ,^uod ett manifcfte falfum
, quarc etiam accidens communc inerit in
fubiedo per fe, quod quidcm nemo «^crcrct; fi effcarix,crgo ha?c facit utfubic
aum fumatur in dcfinitioneacddent.s, ?r oinde fccundum modum conflituit , non
quartum, alia namque pcndentia a fubyjao prarter cas duas non rcmanct , ut
ctiam D. Thomas fatctur, crgo pendentia a fubiefto ut a caufa efMricc ad
fecundum modum pertinet, quia finehacnon feruatur propria illius modi
condino>t,fcilitct,fubicaum fumaturin deflnitionc prardicati. Confutata D.
Thoma: opinionc , dicunt , cum in hoc recle fcnfiflc , quia putauic duobus
Dtantummodis accidcns proprium a fubicdo pcndcrc , fcd in co deceptum ef, fc,
quoniam dixic , akcram pcndcntiam conflitucrc fecajndum modum , aU" tcram
ucro quartum , ca m utraraq; ad fccundum modum pcrtincre • f - TertivoJ neutramad quartum conftanter
afTcucrant ;idq^ Ariftotelcm ipfumfignificafle A afbrmant pcr duas illas
fccundi modi conditiones,qua*'antea dcclaratar fuerutyl ch/oniam enim fubicctum
eft matcria excerna accidcntis,idco dixic, prardicatG itrfubiecto propofitionis
extra animum inexifccre, hax tamcn condicio non cft propriafecundi modi dicendi
per fe, cum compecac cciam prardicacioni ex ac/ tfdenti; quoniam ueroidem
fubicctum efc etiam caufiitfTecfrix eiufdcm accidc fW prsedicati, ideo dixit r
fubicctum fumi in definicionc prxdicati r quar cftpro* pna fecundi modi
conditio,quam fi ab co auferamus-,. & quarco modo tribuaa iV>us,nulla
fecundo modo remaoebic propriacondicio,qua i reliquis modis dia flmguatur» •
rrel i\ wq v ■ (tA prkdiftis obieftiomhus DSThomas dcftnditur.. B SI uerba D.
Thomar reOe intclligantur, tantum abcft ut liac in re dcceptus fit,ut potius
ueritatem fil maxrme a(Tccutus,dum enim dicic , accidens pro/ prid
fluerca'fubiccto,non excludit caufam cfficientcm quoniam per fbtMe&Udl intclligic
materiam in qua, ideft, fubiectum cx matcria j^Sfrrna compofiruni, bicctum fumatur in accidcntis proprii
definitione.non fequitur,ut proindc fc* cundum modum conflituat,nifi quando
eftannexa materia*, cum cx duabus fu biccti partibus fola forma in caufa fit,ut
totum fubie&um fumatur in definitio nc propriorum accidcntium; ut ucro
cfFiciens in materia , fi accipiatur homo pro toto fubie&o, ex hoc tamen
non fcquitur quod illi infcrunt,ergo ctiam aU bumfumctin fua dcfinitionchominem,quia
noneodcm modocadem uigetra cio ,ut fupra dictum cft; non fuit igitur deccptus.
D. Thomas quando dixit» alteram pcndentiam accidentis proprii a fubiecto
conftituerc fccundum mo' du,altcram ucro quami.Quod deroum ad Ariftotelis
confirmationcm fpc&ar, B ab co nihil aliud loco citato habemus, nifi
efficiens in materia conftituere fccun dum modum dicendi pcr fe,ideft,fubie£tum
a&u exiftens , quod nihil aliud eft, quam efticies in matcria, fumi in
definitionc prardicati,quam conditioncm fatc mur cfsc propriam fccundi modi
,ncc ab eo illam auferimus,&quarto tribuimus cadcm ratione, alioquin nulla
propria conditio fccundo modo rcmancrct, qua arcliquis diftingueretur, fed cam
utriquc modo diucrfa tamcn rationcadapta mus,in fccundo enim cx mcnte
philofophi dicimus fubiectum propoficionis, & rci, quod eft cfficicns in
matcria.leu fubicctum cx materia , & forma compofuu fumi in definitiooe
accidentis proprii ut difTercntiam,6Y propterca ut eius par» tem efscntialcm,in
quarto uero fubiectum propoficionis folum , quod eft altera pars compofuifuidelicct,forma(ubiccti,
fumiin definitione ciufdem accidcntis proprii ut proptcr quid, & caufam
extra ueram cius cfscntiam, unde patet,hos duos modos non confundi, ut infra
declarabitur.Ex iis igitur,qua: hucufquedi C £t* funt, colligitur, qusccumque
non funt prardicata ucl primi, uel fccundi mo/ di dicendi pcr fe,accidcntia
efse in hunc fenfum 5 quatenus fcilicet a primo,6V a x fe cundo modo
diftinguuntur, ut gratia excmpli , animal cfl muficum,fcu, animal cfl album;
nam muficum,& album,qua:funt pracdicata,non ponuntur in dctini' tione
animalis, quod eft fubicctum.hinc pacec, propofitioncs illas non efsein pri mo
modo diccndi per fe, ncque etiam esfe in fecundo,quia fubiectum non ponia tur
in dcfinit ionc prardicati, idcfl,animal non ponitur ncq; in mulicyieque m
aL> bi dcfinitionc, De terttQ,& quarto modis fer fc.
EXphcatis"duobus modis per fe,primo fcilicet,& (ccundo, reliquos
aggredl mur , & primo tertium;qucm dicimus non efficere prardicationem , in
co cmm cx fententia philofophi id collocatur,quod dc fubiecto non dicitur,
utfub D ftantia prima,qux de fubicdo non prardicatur ; quarc nec fuhftantiac
fecunda?, 87 Logicarum Difpat. A rrqur ulla accidcntia funtin hoctertio
modo,nam detubftantiisfecundi;nirione,quir adtertium modum fpcclant,ad quartum
& ultima explicandum acccdimus, afTcrentes, eum ellc, in quo ponuntur
caufar excrinfec* ranonc clknnx corum effccTuum, quos producunr, uc patec de
animah raciona» !i,& tcrrar interpofutonr,quar dfcuotur cfTe extra dlcntiam
rifibilitatis.cV eclipfis; ba- autem exrrinfcca- cauiar funr efltcivm.cA'
hnalis,qua: caufa efTicicns duplex elT; B una ucra, alrera non i.era cauia
efficicn^ uera ca cft, qua? non fempcr ctl cfTecxui annexa, ut uiderc c(\ cfc
ftatuario ra«) dum dicit,JE* rffr*, ^u^huJ^ iJ^Lr &quar tcquuorurJideft,item
alio modo,quod quidcm propcrr ipfiim in cft unicuique^pcr fe, &cartcra,oam
diflio illa(proptcr) ut plurimum denotac cau fcm c Ficieo£em,cx- finalcm, ut
propjccr tcrrar intcrpoficioncm xjc priuacio lumi* nis (olis id luna, proptcr
aniraal rationalccft aptitudo hommis ad ride'dum,pro ptcr filmm patcr aroat
pra:ccptorcm,d iauiufmodi. Sw^gicur m principio huius decinn contcxtus debcc
axxipi pra-pofitio illa^ fau ^urnpta fuic m calcc no ovA »bi (ut omoibus cJarum
cfrjfumpca fiijc.uc significatcaulam cm"cienccm,dc fmalcm fcquitur ctiam
hic cam aqcipi.uc sigoifjcac hu»u4»odi caufas , quando D igitur plulofophus
ait^QHarfunc pcrfcsiciujt m illa *mt i Q 5? 3 Logicarum DiTpuc. fubieclis,
propter ipfacp funt, & ex nece.sfit.itc, ) fcnfus illorum uerborum efscr, i
primum,& fecundum moduro.non fccus ac qtiarrum,haberc nexum caufa* cfFi/ '
cicntis,ac finalis,cx: caufati,quod non mdttur cum ucrkatc conucnire.quarc for
taiTc mehus dici pofsct, Anftotelem in principio huius dccimi contcxtus ac=
cipere ( e/)a) pro ( xaiu ) , ut ( Jiaum ) pro ( xa^atym )ideft, proptcr ipfa,
pro, pcripfa,feu pro pcr fc, ut fere omncs commuuiter intcrpretantur, cuius
jntcrprctationis auxilio,& corum ucrborum scfus,& fcopus optime
colligitur contra illorum fcntentiam, qui ailerunc , coru uerborum nequc
fenfum,nequc fcopum ab aliquo ha&enus plenc intclle&um fuilTe. ( dta- )
uero non folum cum cafu gcncrandi accipi pro(jta-ja) j ideft, fignificare (
per) ,fcd ctiam cum cafu ac cufandi,patct apudcofdem,qui conuertetes in latinum
fcrmoncm ucrba illa plii lofophi in calce decimi noni contcxtus, uidclicet , (
A/Vto apa e/j« *a} tc /u% J ' > j ; '"*>!3i") QVH%V Ti jDo
tertia conditiont^ ad necejjariunu efsentiale requijita, uideli cet , de
umticrfalt pofleriortfttco. p^oisu qr.Bv C *A P. X V III. tb 03 rfhot-j X7
Xplicata fccunda conditione ad necefsarium cfscntialc requifita , reliquum
'eft,uc tcrtiam,& ultimam declaremus,uidclicec , prardicatum uniuerfale, in
quo pofita cft tota cfscntia potisfima? demonftrationis ; quarc pro cius
intcllige tia aduercetidum efT,uniucrfalc in duplici difterencia clTe,unum pro
primainccn tione , alrerum pro fecunda. relicco uniuerfali pro prima incencione
, qua* ad Logicum non fpcclac nifi pro uc in ca fundatur fecunda , accipimus
uniucrfalc pro fccunda inccncione , quffdicitur eciam ens racionis , & a
Lo= gico pnncipalicer confideracur.Scd hoc uniuerfale,cum fic mulciplcx , non
av que in cmnibus Logicsc parcibus accipicur; ut igicur cognoici posfic quav
uii fn illa uniuerfahs fignificacio aVpofterioriftico confiderata , non cric ab
re iu mcdiuoi arTerre qua* fiot huius uniucrfalis figmficata in communi.
dicimus itaq; uniuerfale hoc Logicum fumi aliquando pro natura quadam com muni
rata apta dc plunbus pra*dicari , dc quo uniucrfali e^ic Porphirius in
prardicabilibus } & Anftoceles in libro penhcrmenias; uel accipi inccrdum
pro A figno diftnbutiuo uniucrfalitaris, quod folct appcllari nota quantitatis
, ficuti cir, omne,cV nullum, dc quo cgit philofophus in codcm libro
pcrihermenias; dc mum fumi pro prardicato primo, ideft, pro eo, quod dicit
conuerrionem prardia cati cum fubiecTo,^ hoc appellatur uniucrfale
poftenorifticum, de quo ucrba fe cit philofophus in primo Poftcriorum contcxtu
undccimo, attribucns ei tres co d"itioncs,uidclicet, di&um dc omni,
pcr fc, & fccundum quod ipfum , ut carum opcillud fcpararet a quohbec alio
Logici uniuerfahs fignificato , ne incellcttus addilcctium redderctur confufus,
fi ance eius diuifioncm,cum mulciplcx fit,illud dcfiniuilTcc; unde apud me
aliquid difTicultatis patitur communis interprctatio, ut, fcilicct , duas
prardicaci uniucrfalis dcfinitiones in undccimo illo contcxtu plulofophus
pofuerit abfque eius diftinftione abaliis uniucrfalis Logici
fili,nfibjlecompecic bomini fecundum quod ipfum, ergo uniuerlalicer, ac pri
mo.cx cconucrfo,nfibilecompecic homini primo,ergo uniuerfalitcr,& lccundu
quodipfum. Factamencioncde prardicaco primo,non cft frlentio prjtcreuns e, quod
tamen falfum efh Nonnulli huic rationi rcfpondentcs, dicunc, duplic^ ifle
fignihcatione huius uocis (quatenus,) poteft.n. fumi lacc,& facis
impropric, potcftec fumi ftricle, quar cft propria cius fignificacio; lacc
quide,& araplefumi' tur,quando nil aliud fignificac, quam intcrnum
principiu/eu interna ratione,pro D indc cxclufione principii cxccrni,&
externar racionis.in qua accepcionc propofia tio harc eft ucra,homo quacenus
homo cil animal,uc .n. nihil aliud fignihcarc uo Liber Tertius s>s
lumus,quam hominc ex interna ratibnc eflc animal,no cx aliquo cxterno princi
pio quod quide ucrisfimu eft,quoni5 homo £ iotcrna ratione cft fcnciens, &
anU mal ; in hoc igitur fenfu Aduerfarioru ratione conccdenda eflc fetcntur.
altcra cius uocis fignificatio maximc propria , ut ipfius uocabuli cofideratio
poteft o/ itcdere, eft,ut dicat,eande cflc utriufq; tcrmini rationc.ut fi dicamus,homo
quatc nus homo cft rifibilis,ucra cft harc propofitio ct in fecunda acceptione,
qa figni, ficat.eandc cflc racione.qua homo eft homo,& qua cft
rifibihs,t> propna.n. rbrx m2 habct homo ut fit homo,'& p. eande"
habet ut fic rifibilis , uerc igicur homo quatenus homo eft rifibilis,quia ex
codc principio pedct nfibilitas,cx quo pedcc humanitas; fcd hxc no eft
ucra,homo quatcnus homo cft animal , quia non cx code principio homo habct ut
fic animal,cx quo habct ut fic homo, fiquide pcr fcnsu eft animal,homo uero no
£ fcnsu,fcd pcr racione; non igitur qua rationc c homo.cade eft animal,fed
aha,& alia rationc, itaq; homo non quatcnus homo c animal,quarc fecundu
hancpropria fignificatione Aducrfarioruargumcncun5 cocludic concra
philofophu,& comcncacorc" , qui in hac fignificacione accepc/ runt ca
conditione (quaccnus ipfum. ) hac diftin&ionc ipfi, quado Logic5 publi
ceraterprctabatur,inucnerut,eacp illis plcnisfimc (atisfccit,quaqua.n.apud
nullu aliu ca ance ld tepus legcrac,came uidcbac,ipsa cum rci, tum cc uocabuli
fignifi' cationi minficc confcntancam cflc ; poftca ucro cis contigic, ut
candcm lege* rcnt apud loanncm gandaucnfem in quarftione dccima fecundi
Metaphyfico. rum , quod cos ( ut aiunt ) fumraa hrtitia afTecic , cum uidcrcnt
cruditum jllucn uirum fua au&oritatc ipforum fcntcntiam comprobaflc,
sAddufla reftonfioconfHtatur,aliafyfortafseaccommodatiorm medium afertur . .
T^Iftinaioncs,quar non fint defumptar ab aliqua ucl philofophi , uel grauisfi/
moru peripateticorum audoritate,uoluncariar merico nuncupari poflunc , cum in
quouis hominc quodhbet imaginari poficum fic ; iotcr quas locum habc rc uidctur
pofita diftinclio de duplici huius uocis (quatenus ) fignificatione,Iatc
fcilicet,& fatis impropric, ucl ftndc, & proprie; quouiam apud
plnlofophum fni fallor ) fecundum unam tantum,& illam propnam fcmpcr
lcgitur, & prarcipue cum rcs ipfa, & uocabuli fignificatio
idminficcpoftulcnc, noca enim rcduplica tionis in ahquo , ncmpr, in hominc ,
dum dicitur, homo quaccuus homo,& huiuf modi , non poteft in eo dcnotarc
nifi illud principium , rationc cuius homo efl Jiomo, quod cius forma cft. a
qua fentencia non uidecur reccderc loanncs gaii/ dauenfis loco cicaco; nam
cxiftimanccs cius Aducrfarii non eflc in auimali plurcs formas fubftancialcs
diftindas,fcd unam , & eandem darc cflc ucgecaciuum , & animal, id
probabant aucloricatc philofophi fub initium hbri de iuucncuce, & fcncaute,
dicentis,(fiericnimnequit,utanimal, qua animal,cft,non umac.) fi cnim in ammali
una, & cadcm forma non darct cfle uegccaciuum,& animal , ex | ncccsfitacc
animali, quatenus animal cft, contra fcotcncum philofophi, non inck Logicarum
Difpuc. fct uiuere, quod pro uegerari accipitur. refpondens Gandauenfis ad hanc
dirTi' cultatcm,au£toritarrm illam philotophi declarando, ait, animal fccundum
quod animal uiucrc, duphciter intclligi polTe, uno modo, ut animal llt primum
fubie tlum uitx , & fic non intclligic Ariltotelcs, quia fi hoc efTet ucrum
, tunc quid quid uiucret, uiucret per animal , quia hoc dicit ( fecundum quod ,
) omnibus, fcilicct,ine(Te per naturam eius , ut pacet primo Poftcriorum. alio
modo intclx ligipofle , animalfecundum quodanimal uiucre , ideft , cx
nccesfitatc uiue/ re , ita ut includat necclTario principium, per quod uiuit
animal , & fic cft ucrum , nam licct uegctatiua anima fit alia a fenficiua
, tamen cx ncccsfitatc includitur in animali . Eccc , do&isfimum
Gandaucnfem accipcre ( fecuna dum quod ipfumj fcmper eadem fignificacionc , pro
ut, fcilicct, fignificat for/ mam cius ,cui applicatur, & hac dc caufa aic
, dupliccm haberc fcnfum pro/ pofitioncm illam , quxcft, animal fccundum
quodeft animal uiuit, unum , ut forma fcnfitiua , pcr quam animal eft animal ,
fupponat uegeratiuam , a N qua prouenit uita , non autcm e 1 conucrfo ! alterum
, ut eadcm forma fenfitiua , qua animal cft animal , faciat animal fubie£rum *
primum uitar ; quarc primo , non fecundo fcofu atTjrmat audoritatcm illam
philofophi intelligi dcbcre . hanc Gandaucnfis lcntcntiam eandcm clTc cum
fcntentia philofophi loco citato , indicant ciufdcm philofophi ucrba , dum inquit
> ( In hifcc quidem , quibus utraque ifta , cfle animal ( inquam ) ac uiue/
rc compctunt , unam , & candcm clTe partem ncccfTc est, qua uiuunt, simul et
animalis nuncupationcm fortiuucur , fieri cnim ncquic , ut animai, qua animal
cft , non uiuat : at qua uiuit , hac cfTe animal , haud qua== quam nccdTc cft :
nequc cnim idem eft clTc animal quod uiuerc . ) quo/ rum ucrborum fcnfus (
quantum coniiccre polTum ) huiufmodi cft , illa, in quibus rcpcritur anima
fcnficiua , & ucgctaciua , habcnt hoc , ut fcnfiti/ ua fupponat ucgctatiuam
, non autem e conucrfo , hinc eft, quo v d animal ca partc , qua eft aoimal ,
uiuit , ideft , torma fcnfitiua , pcr quam ania mal eft animal , fupponit
ucgetatiuam , a qua prouenit uica ; e contra autem , uegctatiua non fupponit
fenfitiuam , cum planta: uiuant quidem, fcnfu uero carcant . hunc Ariftotclis
locum fi illi dihgcnter ponderafsent, optimc animaducrtiiTcnt , ei dupliccm
illam fignificationcm huias uocisfqua tcnus ) accommodari non poffe, nec ita
facilc dixilTent , fuam fententiam loannis gandauenfis fummar eruditionis uiri
auclorirace c6mprobatam fuifTe , cum alicer ipfe fencirc uidcacur. fcd nunc
concedamus huius uocis( quacenus ) duplicem pofTe dari fignificacionem, late,
fcilicet,&ftride,prima fignificatio non nullas pacicur difTiculcatcs,
quoniam cxplicandum erac, cuiusnam,pra:dicati,fci licet , anfubiedi , incernum
illud principium, feu incerna illa ratio fignifica* ta ab hac uocc (quatcnus)
eftct principium, ucl ratio ; fi cnim prardicati , ut gratia cxcmpli, quando
dicimus, homo quatenus homo cft animal , idcft , ho/ n,o cx inccrna racione
animalis cft animal , fcqucrecur ccncra fuppoficum, uc homo non quaccnus homo ,
fed quatenus (enfitiuus eOcc animal ; fi ucro fubie&i. Liber Tertius o S
{iib:cai,ut,fciIicet,homo quatcnus homo ficanimal,ideft,uc homo cx intcrua ra
tioneliominis fit ammal.tunc prima accepcio crac declaranda, quomodo, fcili
cec,homo quaccnus liomo poffit ef;c animal.cum cx coclcm princioio non ha* A
bcac uc fic animal.ex quo habcc uc fic homo.hcuci dcclaratur a Gandauenfe quo
modo animal quaccnusanimal uiuar,cum a diuerfis principiis oriancur cfsc ani
mal ,& uiuere.non crat igitur ponenda duplex illa lignificatro huius uocis
fqua reous) uc cius ui Aduerfariorum rationi contra Arittotelis, # Auer-roi?
pofi' tionem fatisfacere poiTent-,quoniam co modo diffoiui potcft;quo
difsduitur illa i celcbcrrimo Gandauenfe,ut, fcilicet,homo quatenus homoftt
animal , poteft dupliccm haberc fenium ; unum,ut homo cx peccsllcatc fic
animal,quia forma ho minis, nempe,racionalitas,qua homercfc homo,fupponic
formam fcnfitiuam,qua animal eft animal,non autem e conuerfo,quoniam forma
fcnfitiua norvfupponit rationalitatem,cum bruta animalia fenfum habeant,
ratione uero careant . altc rum autem,ut homo fit primum fubiectum,cui copecac
animal. pofito cius pro/ pofitionis hoc duplici fcnfu,ad argumcntum in
oppofitum refponderi potcft, iU B Jud concludcrc in primo fenfu, iecundum qucm
Ariftotcles, & Auerrocs illam propofitioncm in prarfcnti partc non
intclligunt, in fccundo uero fcnfu nequa» quam,eo quiaex icntentia Aucrrois
intcr hominem,& animal caditaliud iubie fium medium,cui primo
compctitanimal,uidclicct,aIiquodanimal , cuhisope (ut diximus in calcc dccimi
noni capitis) difponitur homo ad recipicncUm pro priam, ac fibi detcrminatam
formam; & cx mentc philofophi in hac tcrtia con> ditionc requifita
ncceflario clTentiali prardicatum conucrtitur cumprimo fubicclo,ut patet dc hac
pasfionc trianguii,uidclicct, habcrc trcs anga los arqualcs duobus re&is,
quar quidem pasfio nec cum figura, ncc cum arquicrurc conucrtitur , at folum
cum triangu lo , quia cius primum efl fubicctum , fed hoc non repcritur in
gcnerc quando dc fpecic prardicatur» ^nornoi ai/niHijqui^q zl tnift vnohLiilacr
Laus iterum,Honor 3 tf GloriaTteo optimo Maximo, Qui Trmus^Vnus ejt % . i»L
svlp 3i«oq aoo »n» iguj jmin.iknvwsh i t bo/r t ( fj jb i { » i m rr -
mJ-nj.nujfl tibbiri ,ujmu O 51 lii lt4J TUJU7-1J boI fiiupoiiJ sbiii non L
il'j~> 25 »p a (ntn muAu \}Ql *UJ0B3"I?m P. LOGICARVM DISPVTATIONVM De
ea dcmonUrationisfyccic, quampotisftmam afppcllant ^Autloris mfjtutumj. C cus
cfset de cfsentia argumenti, & aurifodina dc cfsentia auri» quod noo uide
turmultum cum ueritate conuenirc , acfialiqua fint, quar in pofterioribus dici
mereancur loci dcmonftrat\ui , a quibasj argumcnca demonftratiua Liber
Qjjartus: 100 fumi posfint exiftimamus illa efse , uidelicet, dignicaces,
poftulata, definitiones, caufam,& effcctum, cx hoc tamen non fequitur,
locos haud e(Tc ab argumencis diucrfos,cum argumcnta altcrius probationi
adhibcantur,loci ucro nequaqua, nam dignicas, dehnicio,cV alia.qua* diximus
cfselecos dcmonftraciuos ,fi loco* rum nomcn mcrcantur,alccrius probacioni non adhibentur,fed
harc dignicas,feu hax dehnitio,& fic de reliquis. quarc forcade mclius dici
polTet,uc,fciliccc, dida de omni
pofteriorifticum,perle,&uniucrfalefintconditiones ncccfsario cfscntia li
requificx per qucd efsenciale neceflarium principia , fcu media p>risfima:
dc* monftrationis func demonftraciua. Dcclaratis itaquc fuperiore hbro omnibus
illis conditionibus , rcliquum cft accommodarc cas demonftrationispotisfimx
pnncipiis,atqj conclufioni, ut indc manifeftum reddacur.huiufmodi demonftra tioncm
conftarc cx nccclTario cfscnciali,quod erac probandum . Et quamuis in ulcima
eondicione infmt alixdux, undc ii probaretur, propoficiones pocisfimx
demonftracionis cfsc uniuerfales.efsct ctiam probatum, cas cfse per fe,& dc
om tii,quia fcmper condicio minus communis contrahit ad fc (ut diximus ) condi^
tioncm magis communcm; dccreuimus tamen in iuniorum gratiam aperire,
dcmonftrationcm potisfimam habcre didum dc omni,pcrfc, & uniuerfalc.
Tonuntur omnes terminipotisfimam dcmonjlrationem ingrcdicntes. . \7Taddifcentes
finem,qucfummopcrc optant,facilius confcquantur, aduer» y tcre
debent,demonftrationem potisfimam ex partc formx,qux fyllogifmus cft, habere
trcs terjninos,maiorem,fcilicet, cxtrcmitatcm,minorcm , & medium tcrminum.
ucrum quia demonftratio cft inftrumentum, quod parit fcicnciam proprietatum,qux
fpcciebus infunt,fcientiam ucro cfscntix carum propriecatu minime , nifi
quacenus huiufmodi efscncia cx dcmonftracione ipfa clicicur. hinc cft, utmaior
cxtrcmitas debeat efsc propria pasfio , non pasfionis dcfmiti.) rfscntialis ,
cuius rei ratio cft , quia mcdium in potislima demonftrationecic caufalis
definitio primi cxtrcmi , quarcfi cfscntialis dcfinicio pasfionis per aliam
eiufdem pasfionis caufalem dcfinitionem demonftrarctur , necef;e ef* fcr, utin
maion propoficionc prxdicarecur cfscntialis dcfinitio dc caufali,fcd propoficio
, in qua prxdicatur definitio dc defmitione, non eft per fc ncc in primo, nccin
lecundo modo , nec in quarco reducibili uel ad primum , uel ad fccundum , circa
quos modos ucrfacur pocisfima demonftracio. er» go demonftracio illa , in qua
concludicur clscncialis definicio pasfionis dc pafa ?ione pcr aliam ciufdem
pasfionis caufalem dcfmitioncni , non poccft cfsc potisfima , ut, gratia
cxempli , propccr animal racionale eft apcicudo homu nis ad ndcndum , fcd
ntibilitas eft proprer animal rationale, crgo rifibi/ Iicas cft apcicudo
hominis ad ndendum » huius dcmonftrauonis maiorcm 9 * ioi Logicarum DiTpur. A
propofttionemjn qua prardicatur dTcntialis dcfmitio dc caufali, non efse in
pri/ mo modo, patet,quia in primo modo dicendi per tc collocancur ea,qua: funt
de rationc dicente , hoc eft hoc , quod non rcpentur iu maiorc tlla
propofttione, quia animal rationale no eft propne,uerecp aptttudo hominis ad
ridendum/ed eius caufa,& propter quid, quare fcnfus ilhus propofitionis
eft,ut animal ratio nale fit caufa,a qua fluit aptitudo hominis ad ndcndum.
pra:tcrea,in primo mo do prardicatum eftde quiditatefubie&i,quod non
repcntur in illa propofttio/ nc, ct.i5 ft termini conuertantur,quia una defraitio
non eftde quiditate alterius dcfinitionis, non eflc etiam in fccundo modo
manifeftum eft,quia animal ratio* nale,quod eft in cafubiectum,tantum abcft ,
ut ponatur in cfsentiah dehnicione prardicati tanquam differentia.quod poftulat
fecundus modus,ut potius dctini/ tioncm illam non iogrcdiatur, quia
cfsentiarfut dictum eft) non poteftcfscaha B cfsentia,(ed utique proptcr
quid,& caufa,a qua efscntia tlla cmanat, ficuti cft ani mal rationale
refpectu aptitudtnis hominis ad ridendum. demum non else in quarto modo rcducibili
uclad primum,uel ad fecundum,paret,quia nccpra? lu catum eft de quiditate
fubiccti,ex quo no reducitur ad pnmum, ncc iubicctuiu eft de quiditate
pra:dicati,quapropter non reducitur ad fccundum. Ent itaq; in quarto modo ut
quartus contra nonnullorum (entcntiam alTcrentium , qu ucu modum nonconftderari
in unicapropoficione; potisfima igiturefscnon potcft demonftracio illa, in
cuius maiori propofttione prardicatur efsentialis derimtto de caufali, fcd
tantum propter quid; quare maior extremitas in potisftma de monftratione crit
propria pasfio , minor uero erit illius pasftonis dcterminata fpecies, non
pasfto ipfa, dc qua concludatur cius efsentialis definitio pcr aliam ciufdem
pasfionis caufalcm dcfioitionem,quia ( ut diximus } demonftratio illa noti eft
potisfima;medius autcm terminus non poteftefse nifi quiditatiua defini C tio
minoris cxtrcmitatis, ideft,fubiecti,licct non fumatur ut quiditatiua fubiccti
definitio,fed ut caula efiicicns non ucra pasfionis,nam ft propria pafsio habet
ut ftt a x quiditatiua fubiedi dcftnitione, fcircqp fimphcitcr ex Ariftotele
eft rem £ caufam cognofcere,a qua res illa habet ut hc, mcdius terminus non
poteft fe nift quidtcatiua fubiccti dcfinitio, fumpta tamen ut caufa efflciens
non uera pasfionts, cui femper eft anncxa, ad dtfTerentiam caufa: cfTicicntis
ucrar,qua: no fcmpcr comitatur cfTcclum,ex quo patct, non cfsc ex mcntc
philofophi corum fentcntiam.qui dicunt, unam pasfioncm pcr aliam potisftma
dcmouftratione o* ftendi potfc. cum una non fit caufa ut altcra ftc, 0[ienditur
} omnespotisjimxdtmonftrationis propofitiones hatere prfidicatumuniucrfalc }
fcu pnmum. ^/^Onftitutis potisftmac demonftrationis terminis , accipiamus loco
cxcmpli ^illara uulgatisfimam, in qua concluditur , hominem rifibilem clTc
proptcr • animal rationale, hoc pacto, animal rationalc est risibiIe, homo est animal
rationale, ergohomo eft riiibilis. Omnes propofitiones huius dcmonftracioms has
benc prardicatum primum, & uniuerfale; dixi pra-dicatum primum, qma ha?c
di" dio fprimumj non folum fubiedo, ficuti (fecundum quod jpfum ) fed
eciam prar dicaco (quidquid dicanc aln) accommodari poteft,r U m dcnotet
prardicatum im mediatum, uel lubiecti, ucl caufar immediatione. Conclufionem
illius dcmonftra tionishabcreprardicatum primum primicate fubicdi, non indigct
probacionc cum incer hominem,& nfibile non cadac aliud fubicctum mcdium,
cui rifibilicas primo infic, ficuci manitVftisfimura eft, eam non Jiabere
pra:dicacum primum pri micacc caula-, cum inccr hominem, & rjfibilc cadac
caufa mcdia,uidelicct,animal rationalc, pcr quod rifibihcas incft homini; eft
icaque conclufio illa mediata & immediaca,mcdiaca mediacione caufa*,ahoquin
non polTct dcroonuTari,immcdia taueroimmcdiacionefubieai.aliccrnon habcret
prardicatum uuiucrfalc, quod B prarter nexum dehuiciuum rcquiric fui cum
fubiedo conucrfioncm. minore quo que, uideliccc. homo eft animal rationale,
haberc prardicatum pnmum omni pri mitace clarum cft, cum incer dcfinicionem
quiditaciuam , & defiuicum mhil ca^ dat medii, ldcirco haberc prardicacum
uniuerfale. ultimo, maiorcm propofitioa ccm habere & ipfam prardicacum
primum primitatc caufx compertisfimum eft cum intcr animal rationale, &
nfibile non cadat alia caufa media , a qua rifibi! litas habcatut fit, &
conferuccur. Cum itaquc prardicatu.n primum.uel uniucr falc prarccr ncxum
defmitiuum dicat femper adarquacioaem fui cum fubiefto col ligicur, pra?dicaca
prima, fiue uniuerfalia non ciTc nifi cria, uidclicec, tocam defi, mcionem,
ulcima difTerencia,& propriam fpecici pasuone,quonian hxc folu cria
funttermini pares,# conucrtibilcs; colhgitur ctiam , potisfimam demonftracio
nem non reperiri nifi in tcrminis conuercibihbus, \l v r : tur in fecundo modo
dicendi per fc , quia in huiufmodi materia non infunt pro/ prictates
fpccificar, ucrum fi in aliquo modo dcbet collocari, uon poteft colloa cari
nifi in primo, non principalitcr, quia in co prardicata funt formalia,(ed con
fequcnter, ueluti caufa fihe qua non potcfl forma fubfifterc, idcft , ueluti
uehicu lum defcrens formam, licet Latini aliter fentiant, uolunt cnim matcriam
cx qua non fecus,ac formam,efle in primo modo dicendi per fe, cum cx corum
fenten/ tiatota rciquiditas conftetex tali materia, & forma. quam opinioncm
philolb/ phi fententia: repugnarc fupcriore libro capitc duodecimo a nobis
difputatum fuit. cum cxplicatum fit in quo modo diccndi pcr fc fit conclufio,
uidendum cft in quo modo fit minor propoficio,uidclicct,homo eft animal
racionalejdicimus, cam eflc in primo modo, quia pracdicatum non folum eft de
quidftatc fubicdi , fcd eft cius ipfamct quiditas,fcu definitio quiditatiua;
nec poteft in alio modo rc peririminor propoiitio potisfima: demonftrationis,
quia non demonftracur pro pria pasfiodc fubic&o in huiufmodi demonftratione
nifi per eiufdem fubiecli dc iinitionem, quarin primo modo primar figurar
fubiicitur in maiori propofitionc pasfioni dcmonftranda?,& in minori dc
fubie&o prardicatur; nec obftat minorem aliquando rcpcririin fecundo modo ,
quando , fcilicct, demonftratur pasfio dc lubic&o pcr aliam ciufdem
fubic&i pasnonem, quia dcmonftratio illa non cft po tisfima, ut fuo loco
declarabitur. ln quo modo dicendi per Je reperiatur maior prcpojitio iffius
potisfimt demonjirationis .ft:W*gi->**l-» wwrmjri 2u$Lcwc rrumsk
^i^^itss^HB/fUfum V M dixcrimus in auo modo diccndi pcr fe rcpcriatur conclufio,&
minor propofitio illius uulgatisfimardcmonftrationis^quam loco exempli accepi
mus, rcliquum cft, ut uidcamus in quo modo fit maior propoficio , ncmpe, ani»
mal rationalceft rifibile. non eft in primo, tum quia prardicatum non cft dequi
ditatc fubie&i, tum quia ctiam in illa propofitione non ponitur uera caufa
fors malis rifibilitatis. noncft infccundo, quiafubic&um non cft decflentia
prardica ti, nam animal rationalc non cft ncq; gcnus, ncq; diflcrcntia
rifibilitatis, non cft icf Logicarum Difput. ctiam in tertio, quia in eo
collocantur folum fubftantiar primar , quarfignificanc A Jioc aliquid, cVde
fubieclo non prardicantur. Bric igitur propofitio illa in quar/ to modo, in quo
collocantur caula? excerna:, uidclicet, dTiciens,& finalis, nam animal
rationale quatenus cft extra rifibihtatcm, & illam cflicir, dicitur cius
caufa cfFiciens, dicitur etiam caufa finalis, quia rifibilitas rcducitur ad
animal ra tionale, tanquam perfe&ibilc ad fuum pcrrcciiuum. cum itacp
animal rationa^ Jc refpc&u rifibilitatis fit tfTicicns , 6V finalis caufa ,
fequitur , propoficio// riem illam cflc pcr fe in quarto modo , qui rcduci
poteft ad pnmum , & fccundum ♦ voiq jDt^t^iioa tn~ • i HtomMictl r*\ ijvp t
bl -i m n wnz Ah otfcrft Qhnvmm tuj NonnuHorum fententia , ejuA etiam commmis
efi 3 circa rnai orem frofoftttonem, ut ftt in fecnndo 3 non in qUartomodo
dtcendi per fe . \.A.. EX altcraparte nonnulli communem opinioncm fequentes,
aflerunt, maio/ rcm prcpofitionem c(Tc per fe fempcr fccundo modo,nec minus ,
quam con clufionem» ut autem hoctacilius declarcnt , inquiunt , elfc in
memoriam ea o* Jtnnia reuocaoda, quar dixerunc dc duplici cmanatione accidentis
proprii a x fubic cTo,ncmpc, tanquam £ materia'cxtcrna, in qua recipicur, '•'
«b'*m> pnk:itA anh n ;*J|d;in uitjifcrTiq majf^uicv;^ SorqiW';! . Uxcopinio
tCfUA communig eft , impugnatur. . zijiiDQtfi^vpv.' 1 ' /5 Wjfflu) 'HJj«ni4£$u
>^,oii v )h i "jH>yjb')i xnulir muborn hs TT AE C opiniojicct fit
communis,non uidetur mihi undequaq? tuta, quare, 4 cum philofophandi uia nemini
fit intcrclufa , ueritatis amore ductus non uereboream, quantum in me ent,
huncinmodum impugnarc; ncmo fanarraeu B tis cft,qui non intclligat, rationale
fignificare formam hominis, & denotare ma teriam,uidelicet, carncs,&
olTa, fcd quarritur pro quo intelligatur rationale in illa propofitione,
uidelicec , racionalecft rifibilc,uel folum pro cfficiencc abfq; maceria,idcft,
pro forma hominis, quar nfibilitatis eft caufa ffhciens.ucl pro crti cicnte in
maccria,ideft,pro homine compofito ex matcria, & formajfi refpondea
rcnt,illudintclligi pro compolico ex materia, & forma , multafequcrentur
abfurda,& primo,minorem potisfimat dcmonftrationis ncn efsc pcr fe,nam fi
ra tionaleinfubiecto maioris intelligerctur pro hominc com|>ofito ex
maceria, & forma, intelligereturetiam procodemin prardicato
minoris,alioquin medium non efsct idem in utraq; propoficionc.acqj idco ratio
efsct in qiutuort?rminis; fi itaque m ambabus propofitionibus intelligerctur
pro eodem , crgo dicere in minon,homocft rationalis,efscc pcrinde,ac diccre.homo
cft homo, qua- propo* fitio,licet fic uerisfima,non cft per fc eo modo , quo
decermihatum cft pcr fe ex mencc philofophi in primo pofterioru contexcu nono.
pra*terca,concctsa huiuf modi fenccncia,medium non cfsec excra efscntiam
pasfionis dcmonftrandar con C tra Aucrrocm in fecundo poftcrioru com. trigcfimo
octauo,6V contra feipfos, afserunt cnim alibi, omnem caufam
efficientc,quarcunquc illa fuerit,ucl interna, uel cxtcrna,cfsc cxtra efsenciam
erTeccus; deducicur confcquentia , fi rationale, quod pro mcdio fumitur, idem
efset,quod homo,& homo eft pars efscntia? rifi fibilicatis
demoftrandar,quia in eius definicioneponiturutdirTcrcntia, rationale quoque
efset pars efsentia? eiufdcm rifibilitatis,ergo medium non cfscc cxtra cf
(entiam pasfionis demonftranda. Vltimo fcquerctur, quando defmimus rifibilia
tatcm pcr homincm , dum dicimus, rifibilitas cft aptitudo hominis ad riden-»
dum,ut pcrindc etTet,ac fi dicerctur , rifibilitas cft apcitudoracionalis .id l
ridcn dum,crgo fruftra cfscntiali nfibilitatis dcfinicioni adderctufr cius cau(
>,ihoquin uercc nugacio in tota rifibilitacis definicionc , quonfam idcm bis
rcpctcre rj tur, diccrccuim cogcrctnur, risibilitas cft aptitudo racionalis ad
ridendum P 107 Logicarum Difput. proptcr rationale, fcu , rifibilitas cft
aptitudo hominis ad ridendum proptcr jiomincm.Si ucro rcfpondercnt,ibi
rationalc intclligi folum pro efFiciente abfs quematcria, contra corum
determinationem maior propofitio noo efsct.ficuti conclufio,in fccundo modo
dicencji pcr fe,quoniam in fccundo modo, no fecus ac in primo,pra?dicatum dcbet
incfsc fubiccco , quar conditio non rcpericur in ca propoficione, rationale eft
rifibile,quia ex eorum fententia neutrum alteri iu» t ft.cum itaq; rationalc,
fcu animal racionalc, licec dc nocct maccnam, incelligaa tur in maiori
propoficione folum pro caufa etTicicntc , quoniam de eo fecunda buiufmodi
fignificatum prardicatur rifibile; melius fortafse cric diccrc,maiorerm illam
propofitionem ciJc in quarto modo diccndi pcr fe, qui huiufmodi caufam, & hnalcm
poftulat,pro ut tamen rcducibilis eft ad fecundum. quomodo autem ad modum illum
rcducatur,declaro,& dcclaratio fumitur cx iis , qua? fupcrius in quarco
capicc noCauimus,fi cnim rifibilicacis racio fumacur propricideft.fine
caufa,propofitio illa maior,quar eft,animal rationalc cft rifibilc, feu,
rationale eft rifibile,non eft pcr fc in fccundo modo, quia rationalc non eft
ncq; gcnus , neq; ditferentia rifibilitatis , & propterea non cft de cius
propria ratione ; uerum fi ciufdem rifibilitatis ratio accipiarur largo modo,
pro aggregato, fcilicct, ex uc ra cfscntia,& eius caufa,tunc illa propoucio
eft in fccundo modo diccndi per fe, quiaeius fubiectum eft dc rationc
prardicaci,non camen ica proprie , ficuci con/ dufio,propccrcaquo x d fubiecCum
conclufionis cft compofitum ex matcria,&for ma,atq; idco cft fubjcctum
propofitionis,& rei,feu inharrentia*,&pars cfscntialis rationis
prardicati,cum fit cius dirTercntia,cui quidcm fubiecco ucrc pasfio dici* tur
incfse; fubiectum autcm illius maioris eft folum fubic&um propofitionis,cti
fit forma rationciiominis,& caufa cfriciens non uera,quar fapic naturam
formx, ratione rifibiliratis, in cuius integra definitione ponitur ut pars, pro
ut,fcilicet, eft propter quid, & caufa cfficiens,a qua rifibilitas,efsencialifqj
eius ratio rluit,& cali fubicctonon ineftproprie prardicatum,quar
condicio,uidelicec, prardicatum ineflc fubiecto, rcquiricur ad ucrum fccundum
modum dicendi per fe; fcd dicu tur ci inefsc, quacenus ab co emanat,& hac
de caufa maior propolitio non cft propric in fecundo modo,fed ad illum
reducibilis, nam ad cum reducicur quar cus modus,quando demonftratur propria
paslio dc fubiecto, ad primum uero modum,quando dcmonftratur cfsentialis
pasfionis definitio de ipfa pasfione, rti mirum.aptitudo hominis ad ridcndum dc
rifibilitatc pcranimal racionale hunc in modum , propter animal rationale cft
aptitudo hominis ad ridendum, fed ri fibilitas eftpropteranimairationale,ergo
rifibilitas cftaptitudo hominis ad ri* dcndum. in hac dcmonflratione,licct
potisfima non fic,ucin fupcrioribus demo ftratum fuic , minor propofitio eft in
primo modo,ficuti & conclufio , cum animal rationalc , quod cft prardicacum
illius propofitionis , fit dc ratione ri> Gbilitatis,quar fubiectum eft,fi
accipiatur tota ratio,ideft,racio cum caufa,aoimal enim rationale eft caufa
efTeutiar rifibilitatis . cum itaq; in quarto modo , ficuti in primo,&in
fecudo.fiSc propofitiones,neccfTe cft,ut caufa cxterna fit uel prardi catu,uel
(ubiectu;fi rucric prardicatu, tunc quartus modus concurrit cu primo, Liber
Quartu! 108 ficuti cnim in primo modo prardicatum ponitur in dcfmitione
fubiccti , ita etia A in quarto, qui tamen ab co diftinguitur,quoniam
prardicatum in primo modo L ucleftquiditasfubiccti,ut, homo eft animal
rationalc,uel pars quiditatis,ut,ho/ mo cft animal,&,homo eft rationahsjin
quarto ucro prxdicatum eft fcmpcr cx tra efsentialcm fubiccti rationcm proprie
acceptam.ut patet in illa propofitio/ nc; uidclicct,rifibihtas eft animal
rationalc,fcu, rifibilitas eft proptcr animal ra* tionale, ncquc cnim animal
rationale eft efsentialis ratio rifibilitatis , neq? pars eius, fed caufa,a qua
rifibilitas,& cius efscntia ortum ducunt; fi autcm caufa illa
cxternafueritfubicctum,utuidereeftin illa propofitione,ammal rationale cft ri
fibilc.conuenit tunc quartus modus cum fccundo,quiaficuti in fccurido modo
ponitur fubicctum in definitionc prxdicati, ut, homo in dcfmitionc
rifibilitatis, ita in quarto animal rationalc ponitur in eiufdem rifibilitatis
dcfinitionc ; differt tamcn quartus a fccundo , quoniam in fccundo modo
fubiectum fu* mitur pro compofito cx materia, & forma , idcft , pro matcria
in qua , & -cftpars cficntiar prardicati, in quarto autcm fumitur iolum pro
cfficientc B i abfquc matcria , & cft extra efscntialem prardicati
definitionem . de fenfu 'tiero carum propofitionum , rationalc eft rifibile,
& e conuerfo , rrfibile cft rationalc,ut,fcihcct, in quo fubiccto incft
rationalitas, in codcm infit riftbilitas, cV in quo fubiecto incft
rifibilitas,in codem initt rationalitas , quia neutrum rc uera altcri incft,fcd
utrunquc alicui tertio,dubia res eft,nam pofita ucritatc hu/ ius dicti,
fcqucrctur primo,rifibilitatcm non inefsc fubiccto a Logicarum Difput,
Exfcntcntia nonnuUorum Ariftotclts artificium dcdaratur circa quartum modum
diccndi pcr (c. . Li C E T quartus modus potisfiroa: demonftrationi fit
utilis.quia tamcti cft hoc ex accidenti, ideft,raro,nam raro cucnit, ut caufa
efTiciens,qua: col> locatur in quarto modo,cum cffc&u rcciprocctur,
& pofita ponat , atqj ablata aufcrat,ficuti fc habct tcrrar obiedio cum
lunar dcfc&u,hinc nt, ut nonnulli affir rocnt, quarturo modum ab Ariftotelc
omifsum fuifsc in modorum utilium e* numcrationc,quam fccit in dccimo contcxtu
fccundum fc&ionem uctcrcm,quo niam in Difciplinis nulla ratio habcnda eft
eorum,qua:cx accidcnti funt, & ra» ro cucniunt,aiserunt tamcn,Ariftotelis
artificium expeodentes, non omnino ab B coneglc&um fuifsc; fiquidem in
quarto capitc primi libri Poftcriorum poft quam modos omncs diccndi pcr
fe,& per accidens cnurocraucrat, docct,duos priorcs habcrc nccefsarium
tcrminorum connexum , dc quarto nihil dicit ; in fcxto ctiam capitc
probans.principia dcmonftrationis cfsc pcr fe, ac ncccfsaria, cos tantum duos
modos confidcrat , ut in ca partc legere pofsumus, qua: inci/ piensa'contcxtu
quadragcfimo quarto dcfinitin quinquagcfimumfcxtum fc CUndum frftionem
Aucrrois, in quo conclufionem facicns omnium,qux dixc* rat,inquit(pcr fc igitur
oportct & mcdium tertio,& primum mcdio incGc. ) qui bus ucrbis
fignificatfc loqui dc illis tantum prsedicatis,qua: infunt in fubiectis, non dc
difiundis, proiade dc duobus tantum prioribus modis, non dc quarto.
itaquciAriftotcles pro illa tantum demonftratione rcgulas ibi tradit,qua:
fitpcr intcrnas caufas^ion deilla,qua: fit pcr cxtcrnas,quoniam raro
contingit,utcaa (a cxterna ad demonftrationem utilis fit ; uoluit tamcn
demonftrationcm pcr C caufas cxtcrnas reducendam cfsc fub rcgulas,&
prjeccpta cius , qua: fit per cau fas intcrnas,idq? ab Arillotclc notatum.atqj
prarceptum fuifsc pnmi illi animad ucrterunt , # eft (inquiunt) magnum
philofophi artificium nemini cognitum; locus,in quoid tcftatum rcliquit
Ariftotclcs, eft particula fexagcfima quincta fccundum Aucrrois partitioncm
primi libri pofteriorum,ubi loquitur dc (cien* tia.ac demonftrationc
eorum/quarfarpc fiunt.cum cnim in prarccdcnrc cius lie bri partc potisfima:
dcmonftrationis conditioncs docuiflet,&eas tantum dcmo flrationcs,quar ex
internis caufis fiunt,refpcxifsct,in his cnim locum habcnt duo foli priores
modi diccndi pcr fe; poftea uidcns facile cucnturum cfsc,ut cas, quae pcr
cxtcrnas caufas fiunt,a v gcnerc dcmonftrationis rcpcllcrcmus,admonc/ rc nos
uoluit , eas quoq; cfsc ucras dcmonftrationes,carumcp principia , fi re&e
confiderentur , cfsc ncccsfaria non minus, quamilla , quar. inaliis dcmonftra n
tionibus afsumuntur» Liber Quarcus no Impugnantur ea 3 qu& infuperiore cap.
difta funt. A C A i ,ft ( . j r ,- k *_•
n . mmjm t . #v*> i ,' iii *4 t ■ i f h 1 1 > W I «V ARbitrantes nonnulli
accidentibus , tum a fubicfto , in quo inhacrcnt, tum a caufa, a x qua
producuntur, cmanantibus , ut uidcrc eft dc Lunar defe&u, & huiufmodi
aliis, caufam effearicem, uon fubicaum , cxiftcndi nccesfitatcm indu/ ccrc,ut
id, quod dicunt, facilius intclligatur , confcrunt accidcntia harc cumi]^ li$,
qust ab intcrna caufa fluunt , fic cnim manifcftior fict corum ncccsfitas. di^
aum ab illis cifyccidens proprium pcndcrc a (ubicao tanquam a duplici cau^ fa,
uidclicct, ut a matcria cxtcrna, & ut ab efficicntc pcr cmanationcm, ucluti
n fibilc ab hominc, quia latct in hominc cauia cffcarix rifibilitatis , quar
cfl ipfa ho minis forma; igitur fi ficri poffct, ut har duar caufar
rifibilitatis a fe inuiccm fepara rcntur,cV cffctin homine rifibilitas , in quo
ratiooahtas non ineffct^neccffariurri non effct,hominem rifibjlcm cffc, fcd
poffct non cffc nfibilis , quia refpcaus, quc habet homo ad rifibilitatem,cft
refpeaus fubicai recipientis.cV potentiar pasfiu*, quar dicitur cffe potentia
arquc rcfpicicns utrunque oppoficum; homo lcaq; qua tcnus cft
materia,cVfubicaum rifibilitatis, nullam illi accidcnti infcrt cxiftendi
nccesfitatcm, fcd tam habcre,qua x m non habcre illam potcll quoniam igicur
fc> iunaa caufa effearice non eft neceffanum homincm cffc rifibilcm.fi
abfquc illa ri fibilis effc poffet, ca fola cft, quar illi accidcnti ut in hominc
infit neccsfitatem im ponit ; idco rifibilitas neccffanacft homini non propter
pendetiam abco ut a ma tcna rccipicntc, fcd proptcr pcndcntiam a v caufa fua
effearice, qua: cidcm (ubie Go infita cfl. fimili ratione in accidentibus,
quorutn caufa cflfearix externa cft,U cam mcnte cum fubicao .accidcntis
coniungamus , accidcns fcmpcr incft non tT.inus.quam illud, quod caufam
intcrnam habct , & hac rationc ciusinharreiv tia fit ncceffarja propter uim
caufar efflcicntis; pcndent cnim harcquoque accide" tia & afubicao
tanquam matcria,* a caufa produccnte; at it* co djfferunt, quia Liber Quartus
112 fubicaum,& caufa produccns non funt coniunda, ut in illis, fcd
difiunaa; itaquc A 1, fubicaum non accp,amus folum, ac nudum , fcd unitum
uirtutc caufa- eflcien t,s, accdcnua ,lla funt ci ncceflaria; ut Lunam f,
confidcrcmus cum ob.cdionc tcrrar , nccdTc eft ,n ca ficri cclipfim , fed non
cft neceflarium dum folam Lunam refp,cmus ergo accdentia harc,quar rationc
fubiefli non fcmpcr funt.femper ta men funt habita ratmne caufar , quia ccrtam
caufam nccelTario confequuntur, Ex h,s autem fum,tur facilisintcrprctatio
quorundam ucrborum ArifLehs in pnmocap,tc fccund, libri Pofteriorum, quar licct
iGrarcis optimc dcclarcntur mult,s tameft negocum facclTunt; loqucns ,bi
Ariftotcles dc quarftione ,Ila co I plexa qua» uocatur proptcr quid, dicit, pcr
cam quarri caufam corum , quar per fc, ucl pcr accdcns ,nfunt alicui; uidctur
itaq ; illa, quar per accidcns pr*d,can. tur, ad demonftranonem admitterc, quod
quidcm nulla rationc uidccur cflc co ccdendum; Grarc, fic mtcrprartantur; pcr
fc infunt , ut in hominc r,fib,Iitas pcr accdcns ucro, ut ccl.pfisin Luna ; cft
cnim cx accdcnti dum folius Lunar ratio habetur, attamen cft pcr fe adhibita
caufar cxtcrnar confidcrationc,pcr fc finqua) 1 lecundo modo, qu,a m
dcfinitionc edipfis ponitur Luna,atnon poncretur (Tnul la elTet cxtra Lunam
caufa, quar Lunam cogcrct obfcurari, caufa namque extcr na factcchpfim
neceflario, & perfcin Luna inefle. Eft autem aducrtendum nc propter
amb.gu.tatcm in d.fT.cultatcs labamur, duo efle genera eorum.qu* no femper
f.unt, .dcocp cx accidcnti flcri dicuntur; illa cnim, quar cafu cuen,unt,cx
accdcnt, funt, & fub fcentiam, ac demonftrationem non cadunt,quoniam raro
fiunt non folum hab,ta ratione fubicdi, fcd ctiam habita ratione caufar ,
nullam en,m certam caufam neceflario cofcquuntur.quia flunt prarter intcntionem
cau fe efficcntis, quar pcr fc aliud quidpiam efficerc uolcbat; eclipfis aurem
raro f,t & (ubfccnuam cad,t, quia rat.onc tantum fubied, raro fit , fcd
fcmper rationc caufar: corum igitur, quar raro, & ex accidenti fiunt , al,a
fub fcicntiam cadunt aua non cadunt . ' Impugnantur ea y qu* modo notata funt..
, C J7 X imposfibili illa fuppofitione ut per comparationem caufc externar cum
mterna declarare po(Tcnt necesfitatcm eorum accidcncium,qu* excra fubie, o2t '
, n 7 tUm ' Ut P ro P° fit r„ alTcquantUr ' Ut P° tius °P° rr «' la oon eft caufa fufTiciens ad oftendendum
eclipfim inellc Lunx, quia prarccr tcr rgc intcrpofitioncm requiritur ctiam
Lunam efte modo prardido difpofitam ad cclipfis receptionem, fi crrim Luna non
a x folc , fcd dc fe lumen habcrct , a cerra interpofita minime prohiberecur
lumcn illud , nequcctiam prohiberccur , con cefto eam a" folc lumen
recipere , fi ci diamctralitcr non potfet opponi. Ex quo clarepatet,
dcmonftracionem deeclipfi Lunarper folamtcrrar interpofitionem oon clTe
potisfimam , cum fic conftruda per caufam non fufficientem. Quodat/ tinet ad
uerba philofophi in iecundo Pofteriorum capitc primo,ca non uidctur fufciperc
cxpofitionem,quam ponunt, per illa .n. , qux infunc p (e intclligit A/
riflotclcs ea,quar infunt scper,uc nfibile m homiue.per illa uero , quarinfunt
per accidens, intelligit ea,quar mfunt raro , ut cchpfis in Luna; fed
dato,philofophum B accipcrc( per fe)ut lonac uox , & (per accidcns ) pro ut
contradiftinguitur a per fe , conccdimus, habita folum matcriar Lunar
confidcratione abfq; eius na/ cura , eclipfim ineflc ci pcr accidens, non pcr
fe m fccundo modo , quia fecun/ dus modus fundatur in materia in qua , quar eft
fubicftum actu exiftcns, compo fitum cx maccria , & forma ; negamus camcn
eclipfim ctTc in Luna pcr fe in fc/ cundo modo adhibita caufar cxternar
confideracionc , quiaper eam Luna non cfta&u Luna, &. propcerea non eft
materia m qua ad fecundum modum rc* Cjuifita , fcd utiquc adhibita Lunarnatura,
per quam Luna eft aclu Luna , & lubicctum requificum ( utdiximus) ad
fccundum modum djccndi per fc abfq; «errar interpofitionis confidcrationc .
dcmum circa llla duo genera eorum,quar -non fempcr hunt , quando dicunt ,
cclipfim raro fieri, & fub fcicnciam cadcrc , t quia raciOnctaritum fubieai
raro fic,fcd fcmpcr rationc caufar; dict jm hoc quo ad utranquc partem patitur
diflicultatem, cV pnmo quo ad primam , quia non C raro , fed nunquam fit
cclipfis habita folum rationc fubie£ti , fiue illud fit materia abfquc forma,
fiuccompofitum exmatena,& forma , cum eclipfis , eo quia actus eft , non
(olum a natura fubic/ cti, fed etiam a v terrar intcrpofiriooc rluat tanquam ab
obieclo extra . Secundo , cV ultimo quoad fc/ cundam , quia pcr caufam
intelligunt tcr/ rar intcrpofitioncm abfque Lunarnaa tura , quod non admodum
cum ucntatc conucnu rc difputatum f: ' . -winoq t : " qsnu «ij. , n - cfc.
icii* : 0 f cofi3oirm & , f:: niicnfOOD mtjpilc cnxlucj isq aoa t iyjiyiii&Mw
. Logicarum Difput. Ex aliorum fentcntia quomodo demonftrationis faBdpercau fam
externampropofitiones 3 (f conclufio fint pcrfc* r A Sferentcs,dcmonftrationcm
, qiw tam pcr extcrnam , quam pcr intcrnarri caufam fit, potisfimam
ciTe,dcclaratis iis, quar ad dcmonftrationcm pcrcau famintcrnam fpc&arc
uidcbantur, cxplicarc nituntur quomodo in dcmonflra^ tionc pcr caufam cxtcrnam
, nimirum , quando demonftratur cclipfis dc Luna per terrar interpofitioncro,
propofitioncs, cV conclufio fint per fe» uerum ut id fa. cilius perficcrcnt,
duobus modis demonftrationcm illam formandam cfTcexifti mant,primo fic,Quod
prohibetur radiis folaribus a N tcrra obicda,id oblcuratur, atqui Luna
prohjbctur radiis folaribus a s terra obie&a , Luna igitur obfcuratur; B
Secundo autcm modo hac rationc, iilud,inccr quod,& folem terra
interponitur, obfcuratur, at intcr Lunam,6V folem tcrra intcrponitur, ergo Luna
obfcuratur» fed utcuque formetur dcmoftratio, non facit fide, nifi tanqu5 notum
fuppona-» mus,Luna? lumen a N radiis folaribus efTici» dc maiori propofitionc,
ac prardi&aru demonftrationu coclufione claru eft in quo modo perfe fint ;
conclufio .n. fccU du Ariftotclis prarcepta cftin fccundo modo diccndi per
fe,cum fubic£tu,cui prac dicatum incft, in eiufde prardicati definitioneponatur;
maioruero eft in quarto modo,cuni ibi fic pofica caufa cxterna,quar idonea
eftad dcmonftrationem, quo niam adepta cft fecundi modi conditioncm, habct cnim
fubieclum, quod in prar dicati dcfinitione accipitur. de minori autcm
propofitionc quomodo fit pCr fe non eft facile demonftrare, nam in ea
prardicatur dc Luna intcrpofitio terrar,fcu impcdimcntum fciclum a terra
interpofita , quorum tcrminoru neuter altcriufc caufa cft. mulci ad lioc mulca
dicunt,fed rcli&is alioru rc.ponfionibus,e5 omniu C tutisfima c(Tc
cefcnr,ut aileucrcnt, minore illa propofitione nullo modo efle pcr ic; quod
dicunt non eflcita abfurdum,ut uidccur , fi naturam dcmonftrationis , finemcp
fpe&emus, c\ uerba philofophi rc&e, ac profundc perpendamus; finis ,na
cogni tio fubicrii jj demonftrationc non quarritur,fimilicer neq; cognitio
medii,fed,& fubicdlum, cV mcdiurn antcdemonftrationem cognita fupponuntur;
cota igitur uis demonftracionis ad affe&ionetn quarfita dirigitur; promdc
ca fola in dcmon^ ftrando attcndcda fiint , quar ad ipfius affe&ionis plcna
fcientiam requiruntur t ha*c cum multa finc, duobus tamen prarcrptis omnia
perftringi poflunt,cum .n», affe&io pendeat tum a N fubicclo, tum a N
caufa,quod ad fubie&um attinct, uult de^ monftrari de proprio fubie&o,
cuiprimo ineft, non dc aliquoalio , uc rifibile dc homine, non de animali,
& trcs anguli arquales duobus re&is dc triangulo, non dc arquilatero ,
ncque dc figura;.quod ucro attinct ad caufam , uulc dcmon* D ftrari pcr caufam
proximam , & fibi acquatam , qua una pofita, ponitur , & qua ablata,
aufcrtur , non per caufam aiiquam communem , & rcmotam» harc A •3U Liber
Quartus u * duofiadfint, non cft dubitandum, potisfimam, ac prarftantisfimam
eam demon ^ ftrationem elTe, cum de re propofita nulla potior cxtrui queat; hoc
autem dum dicimus, aflcrimus in demonftratione fumme eflentialem connexum cffe
dcberc affeclionis tum cu medio.gquod demonftratur, tum cu fubicclo.de quodemon
ftraturj mcdii ucro cum fubie&o non eft ncceflarius talis cflentialis
connexus nc quc rcquiritur ut alteru altcrius caufa fit, cti ncq ; fubie&um
proptcr mediu , nc que mcdiu proptcr fubicdu in demonftratione fumatur , fcd
utrunquc propter affe&ione. Ha:c omnia ita ucra sut,ut ex ipftus rci
infpcftione omnibus nota efle dcberent, fi tcmponbus noftris philofophos
haberemus, qui rcrum naruras per^ Ccrutado philofopharctur,nec folu uerbis
Anftotelis addi&i.eao^ farpius perpcra" intclligetcs,ad ea rcs ipfas
accommodarc foliti eflent,nil aliud quarrcntes, quam quiddicat Ariftotcles,
nequealiunde,quam ex ipfius uerbis argumeta ad oium cognitione,&
eoprobatione fumetes. hacfua rationc cofirmant Ariftotelis au/ cloritate in
fecudo Poftcrioru, ubi fa-pe dicit,potisfima ce ea demoftratione,qua cclipfis
de Luna dcmonftratur £ obie&ione tcrra-Jicctpropofitio minor in ca ^
demoftratione no posflt ullomodo ee £ fe» nec obftant uerba Anftotelis in par
ticula illa quinquagefima fexta primi ljbri Pofterioru dicetis,
>>«>(>* (' tCwi j •.•orn*o u0fl;3u0ia.iuu(jiu aijii^ib /. j
iiviu/inoj i»rntx QuAin/uperiori capite diBafunt magna exparte confutantur. f t
/■* 9 * rft ffi • • f T' f*f* '\ I M * ttftifif 1 #*• f • « k f } f 'i i f i r
• ^ tt *C '1 l f f* * t ( ( f #**f i I ""h '\ m r • *"•' ' Ju
" ■ NVllapotcft dari potisfima dcmonft'ratio(fiuc fiat illa per externam.fiue
per ioternam caufam)quar nou habeat omocs propofitioncs perfe; quod fipro C
batu fucrit, non folum aliis, fcd ctiam ipfifmct abfurda fortafle uidebitur
refpo Tio illa,quam tutisfima efle arbitratur, ut, fcilicet, minor propofitio
dcmoftratio nis dc Lunar dcfcdu per terra: interpofitione,qua dicunt eflc
potisfima.nullo mo do fit p fe. & primo ad id probandu acdpio pro fundameto
ea,qua: ipfi ahbi co codunt,ut,fcihcct, fpcr fc ipsu, & quatcnus ipfum,
nihil aliud fignificarc uidean^ tur,quam percflentiam propriam ,quando cnim
fubicdum per fuam eflentiam babet aliquod prardicatum,dicitur per fc
ipfum,& aaatenus ipfum illud haberc, quafi dicatur, ex eius fubiecli
elTcntia, non cx aliarationc illud prardicatum fubicclo compctere. ) pofita
huius fundamcnti,quod cft ctiam philofophi, uc/ ritatc , argumentor hunc in
modum; Conclufio formata: demonftrationis quar eft , crgo Luna cclipfatur,
habct quatcnus ipfum , feu fecundum quod D ipfum , idcm cnim fignificam
,alioquin non ciTct qua-fitum potisfima dcmon» ii7 Logicarum Difput. ftratione
demonftratiuum,ergo pcr iactum fundamentum eclipfis dcbet compe A tcrc lunar cx
ipfius lunac cfscntia , non cx alia rationc; fed per Anftocclcm affe/ fiio
alicuius fubiecti non poteft dc co demonftrari nifi per caufam, propter qua
talifubicaocompctit.quarquidcm caufain uirtutc ipfius fccunduro quod ipfii oon
potcftcfsc nifi ciuldcm fubiccticfsentia,mcdium igitur ad demonftrandam cdipfim
dcluna crit lunar cfscntia, non autem alia ratio, crgo minor propofuio» non
poteft cfsc nifi per fc, cum in ea mcdium de fubiecto,cuius cft efsentia, prav
dicetu^fedpcrcosillanoncftpcrfcjcrgodemonftratiodc lunar dcfectu non cft
potisfima contra propriam corum dcterminationcm.ncc confugcrc pofsunc adillud
nouumdogma dcduplici (ipfius quatcnus ipfum) fignificacione,dc qua duplici
figniucationc fupcrius difputatum fuit,quia ratio illa interna.quac rcqui ritur
ad quatcnus ipfum,pro ut idcm eft cum prardicato uniucrfali , non potcft e(sc
nifi ratio fubiccti, merito cuius ftatim fequitur.minorcm propofitionem de
bcreeffc perfcin omm potiffima demonftratione. nifi dicant, aliud cfsc ( quate/
B nuripfum} in demonftrationc potisfima, quac fit per caufam intcrnam, aliud in
dcmonftratione potisfima,quac fit per caufam cxtcrnam; quod quam fit cx men te
philofophi ipns iudicandum rclinquimus.Sccundo, & ultimo , ad illud idcm
probandum accipio altcrum phnofophi.cV corum fundamcntum,ut,fcilicct,pro
pofitionon posfitdici dcmonftratiua,nifi fit necelTaria necesfitatc omncm con/
tingcntiam cxcludente,quac nuncopari lolct nccesfitas cfscntialis,feu,fimplicitcr
t hoc iacto fundamcnto,arguracmorfic,mmor illa propofitio ,at intcr lunam,&
folcm tcrra interponiturjteu^lunainter fe,& folem pacitur terrac
interpofitionej ucl eft dcmonftratiua, uel non cft; fi non eft demonftratiuajdcmonftratio
potif (ima conftabit cx aliqua propofitionc non dcmonftratiua, quod cft
inconueni/ ensj fi ucro cft dcmonftratiua,pcr fundamcntum crit
ncccftarianeccsfitatc om« nem contingcntiam cxcludcnte,fcd huiufmodi non potcft
clTc, nifi habcat prav dicatum uniucrfale ; uerum non potcft propofitio dici
uniuerfalis , quin fit pcr C fe,cum minus comune,quod eft ipfum uniucrfale,
contrahat ad fc communius , quodcft modus diccndi per fc , crgo dc primo ad
ultimum ; fiilla propofitio cft dcmonftratiua,dc ncccsfitatc fequitur,ut fit
per fe; formetur itaquc ratio ca tcgorica hunc in modum, omnes propositiones
ncceflariac ncccfsitatc cfscntialS funt pcr fe,fcd omncs propositiones
cuiushbctdemonstrationis potifsimar,uel Ct illa a caufa intcrna, ucl a x caufa
cxterna, funt nccefsariar neccfsitatc efscntiali, crgo omncs propositiones
cuiuslibct demonstrationis potifsimar, siue sit illa a caufa interna,siuc a x
caufa cxtcrna,funt g fe, minor igitur illius demonftrationis dc lunar dcfectu
propter terrar intcrpositionem contra corum fententiam erit pcr (e,alioquin no
cfTct ncccfTaria simplicitcr,atq; idco non elTet demonftratiua» maior huius
rationis non indigct probatione , cum cx fundamcnto etiam ab illis concefso
ucritatem fortiatur;& minor cft philofophi rationeprin» cipiorum in primo
pofteriorum contextu feptimo , decimo quindto , deV pcimofcxto , dccimo fcptimo
, & dcciroo o&auo , rationcucro concluho^ nis in fcptiroo, dccimo
quincto , dccimo fcxto , & dccimo nono. nisi dicanc, Liber Quartus 118 per
principia Ariftotelcm intclligcrc mcdium , ita ut fenfus sit ] princi/ A jjia
dcmonftrationis funt ncceflaria , idcft , mcdium potisfim* demonftrationis
debct ellc : neceffanum , non contingcns , ubi non determinat , minorcm debere
eflc neceffanam ; horc rcfponfio cflct potius fug* , quam ucra refponfio L qu.a
mcdmm femper idcm cffcdebet in utraq; propofitione, crgo minor non fecus ac
ma.or . crit ncceffaria , a* afcaio, nis caufa cft cflcdrii; ficuti ctiam non
re^c fcquitur, dum inquiunt,nulla prarft* tior demonftratio pro Lunar defe^us
fcientia conftrui poceft, quam per mediam tcrrar loterpofitioncm, crgo
demonftratio de Lunar defcau pcr mediam terrx in tcrpofitioncm eft potisfima,
quja ad hoc ut aliqua demonftratio fic potisfima.de bet habere cond.ciones
demonftucioni potisfim* requifitas , quibus uidetur ca rcrc illa dcmonftracio
de Lunar defeftu pcr folam terrx incerpoficionem; non cft cmm in materia
neceflaria ncccsfitacc effentiali, qu«r omnem contingmtiam ex cludit, ncqucpro
mcd.o habet caufam non caufatam,in quibas duabuscondi- C tionibus tota
potisfimar dcmonftrationis natura confift.c. demonftratrcmem il lam non cffc in
materia ncceffaria fimpliciter, cx corum feutentia clare patet cu uel.nt ,
mmorcm illius dcmonftrationis non effe per fe , nam fi per fc non cft
hcceftquidem uniucrfalis, in qua conditione com.necur necesficas effentialis'
dcftruaocnim communiori, deftruitur quoqucminus commune. pro medio ticronon
haberc caufamnon caufatam , qur per Ariftotelem in pnmo Pofte, riorurn contextu
trigcfimo nono fccundum ucccrem feaionem fac.c mixime
cire,ratisman.fcftumeft,cumpernaturam Lunx, cx co , fcilicet ,,qudd a N f 0 *
Ic lumen rcc.pit, & cum fole ita fe habct, ut ci diametralitcr opponi
posfic dc monftrcmusaliquando, Lunam terra obieaa deficere'. demum potisfima
noncf Ic dcmonftrationem de Lun* defe^u pcr folam tcrrar intcrpoficioncm ,
oftcudi D potclt cx corum ucrbis, uolunt cnim , ( ut duimus fub imtium
prjeccdcntis ca. us> Logicarum Difput. ] pitis ) demonflrationem dc luna:
defe&u pcr mediam tcrrar obiectionem,quo' dA modocunquc formctur,non facere
fidcm^nifi tanquam notum fupponamus, lu rxlumcn a radiis folanbus cffia;ft
jtaquc jn uirtutc altcnus medij fidcmfacit, pcr folum tcrrar obiect,um non
potcft tiTe potisfima.Harc omnia(nifi fallor) ita ucra funt, ut cx ipfius rci
infpeclione illis quoquc nota cfsc deberent, nifi, durn xcrum
naturasperfcrutantur , nimium ab Ariflottle recedercnt, ut faciuntin Iiac
matcria, cum philofophus nunquam in fccundo Poflcriorum potisfimasdi cat
tfsedcmonftrationcs dclunar dtfc&u,detonitruo,c\defoliorum cafu,illi uc ro
affirmatiuc oppofitum exiftimeot,quafi ex natura rcrum Ariftotcles non fit
philofophatus; licct cnim ibi carum, in quibus mcdium cft tantu caufa efTcdrix
pasfionis, mcmincrit,id folum(quantum coniicerc pofsumusjhac dc caufa fccit, ut
innucrcr,potisfima? dcmonflrationis medium , quamuis non posfit efse oili
cfscntialis (ubiccti dcfiuitio,non debcre confidcran nifi ut proptcr qnid
aflfc&io nis demonftranda*. B Dtftum de omni pofteriorifticurn repertri in
omnibus propnjttionibus tlltus pottsftm&demonftrattoms tfua concludttur
Joomtncm rt- ftbtlem ejjepropter antmal rationaic. . monflrationis, qua
oftcnfumfuit, homincm rifibilem cfsc proptcr animal rationalc,cfsc pcr fc,&
in quo modo/upereft ut oftendamus, cas habcrc ctiam diclum dc omni
pofterionfticum ; io quo negocio non mulcum laborabimus, cum dc fe patcat , cas
baberc uniucrfalitatem iubiecti, & tcmporis perpetuitate, quar duar
conditiones rcquiruntur ad dictum Jc omni poftcriorifticum; nam ri C fibilc
prardicatur in maiori propofitionc fub quahbct tcmporis difTercntia dc a^
nimali rationali,& dc omni contcnto fub illo.codcmq; modo animal rationalc
dc hominc in minori,ncc non rifibile dc code homine m conclufionc , crgo pro
pofitioncs illsr habcnt didum de omni pofterionfticum.cum itaquc ha&cnus dc
rnonftratum fit,omncs conditioncs nccclTarii effentialis conuenirc omnibus pro
pofitionibus potisfima? dcmonflrationis, concludcudum cft,no folum principia
iedctiam eius conclufioncm cfsc ncccfsariam ncccsficatc ctTcntiali omncm con tingentia
excludente, ex qua ncccsfitacc cfsenciali coca pocisfimac dcmonftratio nis
natura cmanat,cum pcr cam demonflraciuus fyllogifmus a quolibct alio syl
Jogifmo diftinguatur. Laus tterum } Honor 3 tf (Jloria T>eo Optimo maximo, F
I N I ofi o iber Qjjinctus DEEA
DEMONSTATIONIS SPECIE , QJVAM VO, CANT POTISSIMAM. JZxplicatur primunu
corollariunu e numero corurru , qu& ex fimplicitcr neceftario inferuntur.
3* B . | Cum dcclaratum fit prarcedcnre libro , neccflarium, circa quod
ucrfatur dcmoftratio potisfima, eflc illud fimplicitcr neceflarium , quod omncm
contingentia excludit,reliquum eft, ut cxplicemus nonnulla corol laria,quai ex
eodem fimplicitcr necciTario inferuntur, quorum primum eft, non liccre
demonftratiue tran fcendere de gcnerc ingcnus, ideft, defubie&o unius in
fubiectum altcrius fcientiar» nam fi licerct , mcdia , C & extrcma contra
philofophum non cfsent cx eode genere,qtiamobrem principia,& conclufio non
haberet prardicatum uniucrfalc, cum termini diuerfarum fcientiarum non fint
pares, & conuertibiles. pcr diucr fas fcicntias debentintelligi illa?,quar
habent difbn_ta(ubiccta,ut Geomctria,A' rithmetica.o- naturalis philofophia. in
quibus non datur huiufmodi tranfitus, quia fcientiar,qua? habetit diftin&a
fubiecta , ex neccsfitatc habcnt ctia diftin_hs pasfiones, ucl accidentia per
fc,nec non diftinfta mcdia , cum unumquodquc fu biectum proprias pasfioncs ,
carumqj detcrminatas habcat caufas ; quarc fi in eis darctur tranfitus
dcmonftratiuus, propofitiones,6V conclufio ( ut diclum eftj noh haberent
fecundum quodipfum, & uniuerfalcpra:dicatum,&proptcrcano efsent
demonftratiuar. cum itaque omncs tcrmini demonftrationis uni t&ntum
dctcrminata; fcientiaraccommodari debeant , propofttionesq? cx tcrminis con
ftituantur, fequitur,ut,ficuti cofdcm terminos fecundum unum,& eundem confi
D dcrandimodum diucrfor fcientia: non contcmplantur, ita ncquc eafdcm propo -J_
-U i i izi ; Logicarum Difput. fitiones codem modo confiderarcposfint;
pra:terea,cum cx propofitionibus de ar\ monftrationes formentur,diuerfa*cp
fcientia* lifdem propofitionibus eodcm mo do confideratis non utantur, rationi
confonum eft , ut etiam intcgra uti non posfinc eadcm demonftracionc; Tranfitus
igitur de una in aliam fcientiam dari non poccft riec rationc fimplicium
terminorum , nec cx parte propofitionum , ncc dcmum ratione totius
demonftrationis , nifi quando unus fcicntificus altea rius habitum induit ad
euitandos errores, qui contingere pofscnt circa ca, qusc detcrminanda funt in
propria fcientia,uc facit philofophus in primo Phyficoru a textu fexto ufque ad
quadragefimum primum , ncc non in primo dc Anima, & alibi,inducns habitum
Metaphyfici,eiufcp rationibus utensjfeu quando demo flratio per fe facia in una
fcicntia infcruire potefc confiderationi , quar in aliqua slia fcitntfa fieri
dcbear,ut uidcre cftdeeadem demonlrracione, qua uucur Ari ftoteles in primo
Phyficorum conrextu quinquagefimo primo, -fubie&um alcerum in icicntiis
fubalternis dcbcat intcllmif ut nonnulli uidentur f uellc) fubic&um aliqua
altcratione afTctium , huiufccmodi alterano applicara v facit earum fcitntiarum
fubie&a adeb inter fe dift m&a , ut unum non posfit rnriTe utnufque
adarquatum fubie&um. pro lntelhgcntia huius intcr eas difcri/ minis ,
notandum cft , corum , quar fcicnuficus raferior, uidclicct , pcrfpc/ f diuus
dc radiofa linca dcmopftrat , alia cflc , quar radiofar lmea* infunc , D
quatcnus linca cft , ncmpc , ut fit re&a , ud curua , nec non ut fupcr ca R
12} Logicarum Difput. fieri posfit triangulusa*quilaterus,& his fimilia,
quar omnia radiofarlinearconr . rum ,gcomctriar;
alia ucro cfsc, qua: radiofa: lincar infunt cx partc qua tft radio fa, ut,fcilicet,
radiofa linca fupcr rc tcrfa,& polita relie&atur , quod non gcome*
triar,fed folum pcrfpe&iuar pasfio eft. hoc pofito,uulc philofophus, ut
fubalterna^ tar fcicntia* (it rcddcrc duntaxat qudd quantum ad pasfiones,qua:
de eius fubie clo demonftrantur,licct fint pasfiones fcicntiar fubalternantis,
& huius rei ratio cft,quia ad cam fcientiam fpe&at rcdderc quod, a qua
confidcratur subiectum , reddere uero proptcr quid fupcrioris eft
fcicntia*,quoniam cius funt proprieta» tes,quac de fubicdo inferioris fcicntiar
dcmonl trantur, cum hoc tame congruic, ut inferior,idcft, fubaltcrnata fcicntia
posfic quandoquc reddcre,& qudd,6c pro ptcr quid,quoderit quando de fubie&ofuo
demonftrabit quac in co infunt mc ritofuijut gratia exempli, fi perfpe&iuus
dcmonftraret dc linea radiofa,ut cflet rccla,aut curua,uel uc fupcr ca ficrct
triangulus arquilacerus, tuncpcrfpe&iuus, B non geomctra, darct qudd , quia
perfpectiuus,non geometra, ^ontcmplatur li/ neam radiofam; proptcr quid autcm
non pcrfpe&iuus, fcd folus geometra rcd dcret, huiufq; rci ratio cft , quia
dTe redtum,uel curuum, nec non fieri triangu/ lum arquiiatcrum accommodantur
radiola: linea:, non quatcnus eft radiofa , fcd cx partc qua lincacft; ucrum fi
pcrfpcdiuus demonftraret, r uus magnitudo eft,contemplatur.aliar in re
confiderata non differunt, fed in mo dotantum confiderandi,ut diuina fcicntia
ens confidcrar, quatenus eft ens, na* turalis uero cns,quatenus cftmobilejproptcrea
ha* fcientiar diuerfar funt, quia uar a x formis diucrfis eonftituuntur.etia fi
materia cadchabeat.res diuerfar dicc ar sur, Aliaruero eade rc cofiderant,fcd
una cu additione.altera cii defeclu ; qcf tertifi mcbru propter fubalternas ab
Aucrroe ponitur, ut ocs confitentur, fupc rior .n.traclat eade rc cu defectu
fcnfilis qualitatis » qua inferior cu talis qualita tis additionejfcd quia
pingui mincrua alu diclu hoc Auerrois accipiut,nos pro fundius ipsu coteplari
oportet;cu n. fubieOu utnufqucfcientiar habcat &rc co C (iderata,&modu
c6fideradi,uidedu eft in utra haru duaru partiu Auerroes fub alternaru
fcietiaru ducrimen coftituat,na fi in ambabus diflfcrant, ccrtum eft,tcr
tium,& primu diuifionis mcbruin cundc fcnfum cadere , proindc non tria elTc
mcbra,fed duo; fi ucro in folo modo confidcrandi,non in re confiderata, fimili/
tcr tertiu mcbru idc eft,ac fccundu,quarc duo tatu mcbra funt,non tria,crgo rc
manct ut dicamus, Aucrroem intelligere difcrimen cfle in fola re confidcrata,
non in modo cofidcrandi.quar cft rc uera fcictiaru fubalternaru
c6ditio,fic.n.fa cilc cft tueri,eas no facerc numcru , & eadc fcictia eiTe,
no duas diuerfas . dici/ mus igitur , has fcientias in rc confidcrata non
penitus diffcrre , fed accidentali tantum difTcrentia ; in modo autem
confiderandi nullo pafto difTerre , fcd cun/ dcm fcruari in fubaltcrnata, ac in
fubalternante coniiderandi modum ; additio D namquc fenfibs qualitatis ( quod
ncmo ha&enus intcllexit ) fit foli rci confi/ R 12) Logicarum Difput.
dcrata:,non ipfi modo confidcrandi ; ut in mufica rcs confiderata eft numerus
'A fonorus, modus autem confiderandi eft ut numerus, non ut fonus ; in
perfpe&i/ ua rcs confidcrata eft liuca in uifu accepta,modus autem
confidcrandi eft ut li riea,non ut in uifu; quod ab Ariftotele clara uocc
prolatum legimus in tertio cap tc libri dccimi tcrtii mctaphyfica: , quarc hanc
ipfius fcntcntiam extitiflc ha« udquaquam dubitarc debcmus ; bcct cnim in
particula uigcfima fecundi libri Phyftcorum contrarium dicerc uidcatur,dum
inquit, pcrfpe&iuum confidcrarc lincam non quatcnus cft mathematica,fed
quatenus eft naturalis;tamcn non eft diccndum Ariftotelemfibi contradiccrc ,
fcd pingui mineruaibi fumerchanc diclioncm,quatcnus, qua* ibi non fignificat
modum confidcrandi,(ed difcrimen folum perfpecliuar, ac geometriar qualecumquc
illud fit; cum cnim hanc llli con traponat,idco ad cam dirTcrcntiam efficacius
denotandam utiturca uocc, qua> tcnus , qua fignificarct perfpecliuam uergerc
quodammodo ad naturalem, ob illam, quam diximus , accidentalem difterentiam
adie&am ; at fi putallet , B perfpectiuam clTe uere naturalem.ccrtc in
principio ciufdem contextus non ca uocaflet mathcmaticam. fignificauit etiam
hanc fententiam Ariftoteles in con tcxtufcxagcfimo nono primi hbri pofteriorum
fecundum Auerrois diuifionc, quando de fubic&o inferioris fcientiar
loquens,dixit ipfum etfe alterum t ideft,al' teratum , fubieclum enim scientia superioris
nulla qualicatc altcratum dicitur, fed fubiectum infcrioris,promde non aliud
eflc dicitur,fcd alteratum, Ex his igi tur ratio facile colfigi potcft , cur
pcrfpe&iua aliquando uocatur geometria , & mufica appellatur
arithmctica , & omni fubalternatar nomcn fubaltcrnanti* attribui poteft;
nam ubi idem penitus cft modus confiderandi.ibi cadcm cft for ma conftitucns,a
qua cuiufquc rci nominatio fumi folet. Tradtta impugnatto rcfcllitur. C I I.
ovSbr ! Ty Efpondentcs ordinatim ad obicctioncs,& primo ad
primam,ncgamus,fccu v turum,fcictiam infcriorcm efse partcm fcientiar naturalis
, modus cnim co fiderandi mufica: non cft fonus.fed fonorum, & pcrfpecliua:
non cft uifus,fed ui fualc cfle ; & licct huiufmodi fubaltcrnata: fcientia:
confidercnt formas in matc ria,quemadmodum naturalis philofophia,proindc non
fcquitur, cas efle partcra fcientia: naturalis,quia philofophus naturalis
confiderat formas iUas cx carum principiis fubftantialibus,ipfar ucro cx carum
accidcntibus; uidcntur itaquc pcr fpediua,& mufica,quamuis inter
mathcmaticas connumcrcntur , acccdcrc pc tius ad naturam philofophiar
naturalis, quam ad naturam mathcmaticac difci» plinac , ut tcftatum rcliquit
philofophus in fccundo Phyficorum contcxtu D uigcfimo ; idcirco non tollitur
quin aliquar pcrfpectiuar,& mufica: demonftra^ tioncs fiant cx principiis
fumpris c fupcrioribus fcicntiis fubaltcrnantibus , Liber QvindusoJ j 2 6
quando, fcilicet, de fubieclis fcientiarum inferiorum demonftrantur pasfio' ncs
pcr fc fcientia: fuperioris , ncc tunc inconucnicns cft cx fententia Anftotelis
in primo Pofteriorum contcxtu uigefimo transferrc priacipia de gencrc in ge/
nus, quamobrem dcmonftrationes aliquar faclar in perfpe&iua optime
appellan- * tur geomctricar , & aliqua? in mufica ercclar uocantur
arithmeticar , cum in illis principia, & media geometrica, inhis autcm
arithmctica fint. quemadmodum itaquc geomctria , & arithmetica funt
mathematicar, ita mathcmaticx funt pcr fpc&iua, & muftca, quar quidcm
fubalcema: fcientiar fecundum communem coo, fidcrandi modum, quem poflunc
habcrc, non taciunt numerum, illum tamcn fa* ciunt fccundum proprium confidcrandi
modum , quarc uera omnia remanent quar dc fubaltcrnis afferic Ariftotelcs. Quod
uero fpeclac ad illoru opinione,cxi/ ftimamus,eam cu ucritatcnon conuenirc,tu
quia rationi, tum quia philofopho aduerfah uidetur; rationi quidc
repugnac,quonia fi idcm eflcc modus cofideran di gcomecrar, &
pcr(pecliui,idem et cflct utriufquc modus definicndi.cu modus confidcrandi
fumatur a modo dcfmiendi,& e contra , crgo perfpcctiuus deberct dcfinirc
linca uifualcm eo modo, quo geometra definit linca; fcd confcquens cft
falsU,crgo & illud, cx quo fequitur. falfitas confcqucntis patct , quia
geometra 8 definicndo lincam , aic , linca eft longitudo finc latitudinc ,
cuius cxtrema funt duo pun&a, perfpectiuus autem definicndo lineam
uifualcm, inquit , linea wifualis cft longicudo habcns latitudinem,&
profunditacem, nam Iinearuifuali : cum fit corpus, fupra longitudinem, quam
accipit geomctra in dcfinitione \i, ricar, addit perfpcdiuus latitudinem,cV
profunditatem , quas a linca rcmouet geo rnetra. contradicit quoque philofopho
in fecundo Phyficorum contextu uigc limo , ubialTerit, modum confiderandi
pcrfpcdiua; diucrfum dTc a x modo confi dcrandi geometriar , cum uclit lineam
phyficam, quar cft tcrminus corporis na curalis, confiderari a x geomctra
mathematicc, idcft , fimplicitcr quatcnus linca cft,non quatenus eft phyfica,
mathcmatica uero lincam a x perfpectiuo confidera ri quatcnus phyfica eft. non
fumitur igitur di&io lllafquarcnusjab Ariftotelc(ue dicunt ipfi) pingui
minerua, pro ur, fcilicct , fignificat folum difcrimcn pcrfpe* &iux , &
gcometriar, qualecunquc illud fit; fed accipicur fcmper pro ut modum C
confiderandi , formalemq* rationem fignificat, nec indc fcquicur ( uc
dcclaraui/ mus) perfpe&iuam cflc partem nacuralis philofophiar» Ad
Ariftotelem uero in dccimotcrtio libro Diuinorum contcxtu Cercio ( admiccendo
nunc Ariftocelis ciTelibrum illum, ac decimum quarcum) refpondemus, hac dc
caufa id ab co di ftum cfTe, quia aliquando perfpectiua demonftrac dc linca
uifuali propriecaces ci compeccnces, quaccnus cft linca , & mufica
dcmonftrac inccrdum dc numcro io* noro pasfioncs ci compccenccs pro uc numcrus
cft,& tunc non cft inconuenicns, ut fubaltcrnantes, ac fubalternatar
fcientix dirTerant in rc confidcrata , in modo autcm confiderandi concurrant,
at inconuenicnseft diccrc , fcmpcr gcomctriar, ac perfpedtiuar , ncc non
arithmeticar, & muficar effe cundcm confiderandi mos dum, non contradicit
igitur Ariftotclcsfibi ipfi. harc cadcm refponfio (nifi fal/ D lor)
confirmationi cx Auerroe dcfumptar in primo Poftcnorum commcntario 127
Logicarum Difpuc. fcxagefimo nono optime fatisfacerc uidetur, nam quando
fcientia fubaltcrnata, nimirum, perfpc&iua , dcmonftrat de fuo adarquato
fubie&o, nempc, dc linca uia fuali, ut fit refia, uel curua, quar pasfio
per fc compecit fubiedo georaetrix , uidc hcet,linca: quatcnus cft linca, tunc
necelTe cft, ut fcientiar fubalternantcs, cV fubal tcrnata? differant in rc
confiderata,in modo uero confiderandi conueniat,& hoc pa£to continentur in
tcrtio Auerrois diuifionis membro; frucro confidcrentur fcientia: iubalternantcs
, & fubalternaca: pro ut dcmonftrant de fuo adarquato fubk&o pasfioncs
ci pcr fccompctentes,tunc abfquc ullo iuconucnicnti in iccua do ciufdcm
diuifionis mcmbro collocantur» *Alia duo corollaria explicantur. Declarato primo
corollario, quod ex neccflario fimpliciter infcrtur, ad re« liqua duo
cxplicaoda accedimus, quorum alterum eft, necelTarium efle , ut concluuo
potisfimardcmonftracionis ucranquc propofitioncm uniucrfalcm ha* bentis
perpetua fit. cuius rci racio cft, quoniam principia, fi tunt uniuerfalia,{unt
ctiam neceflaria, fempitcrna, atcp pcrpetua, cum uniuerfalc femper fcruetur ucl
in aliquo cx fuis (ingularibus, ut patct dc uniucriali politiuo, dc hominc,
icilicct, equo, & fimilibus; ucl in fua caufa cum tcmporis determinationc ,
ut uidcrc cft de Lunar defedu , qui femper eft, quia fcmpcr in determmatis
temporibus intcn folem , & Lunam fit tcrrar intcrpoiitio , qua: cft caufa
cfficiens non ucra didi Lu nar defedus;fed ex arr.babus propoficionibus
neccllariis , fcmpicernis , & pcrpc^ tuis non poteftfcqui nifi necciTaria,
fcmpiterna,atcp perpctua conclufio, crgo xiftcntibus pnncipiis potisfimar
demonftracicnis uniuerlalibus , conclufio nott poceft cfle nifi pcrpctua .
Quoniam ucro definicio cft auc pnncipium demon* ftrationis , aut demonftratio
pofitionc diffcrens, aut conclufio quardam demon ftrationis, idcm cfledebet
iudicium de definitionc , & dcmonftrationc , ut, fcili'
cet,nonfccus,acdemonftratio,fit perpctuorum ; ncc obftat Commcntatons
au&oritas in primo dc Anima commcntario oftauo , ubi aic , dcfinitioncs
efle rerum particularium cxtra intclleclum , quar corrupcibiles funt , quia
nonat' firmat Commentator ciTe corruptibilium definitiones , fcd dixit hoc , ut
dcno» taret , dcfinitiones non efle uniuerfalium cxtra animum a&u exiftentium
, ut uidcbaturuelle Plato, fed corum uniucrialium , quar realitera fuis
fingulari/ bus non fcpararitur. Explicato fecundo corollario, tertium
aggrcdimur, quod eft , ut conclufio demonftranda non posfitfciri pcr principia
communia com^ munitcr accepta , fed lolum per fibi appropriata ; nam fi
pnncipia non eiTcnt appropnata demonftranda: conclufioni , fed communitcr
acccpta , non ciTcnt iccundum quod ipfum, & proptcrea non eiTcnt
uniuerfalia ; fed principia poa tisfima: demonftrationis eflc uniucrfalia difputatum
cft fupcnus, crgo cxiftentibus priocipiispotisfima: dcmooftratioois
uoiuerfalibus, fcquitur dc oecesfitatc, illa dcbcre cffe appropriata
conclufioni ciufdcm potisfima; dcmooftratioojs. A De modo pruogrufiendi
principia , alta% fcieritia ratioci- natim prtcognita. T_J AEC appropriata principia in qualibet
fcicntia ratiocinatiua diucrfo mo» x a do a duobus ahis prarcogojtis,a x
fubicdo, fcilicct, & a pasfione, prarcogno fcuntur , nam de principiis
ultra quid nominis oportet prarcognofcere qudd, ideft, ca cflc ucra, dc
pasfione quid eius nomcn fignificet, de fubicclo uero utru que, quod,
fcilicet,& quid nominis. fcd nc quifpiam crcderct, unam, cV candem cfle
prareognitionem qudd principiorum,c\ fubiecli, aduertcndum dTc duximus,
prarcognitionem qudd, feu quia eft, duplicem cfle, fimplicem unam, altcram co B
pofitam. prarcognicio quia eft fimplex, quar competit fubieSo , idcm fignificat
, ac prarcognofccrc an conceptui uniucrlali, dcquo aliqua pasfio
quarritur,cxtra animum aliquid refpondcat, quia fat eft in omni doctrina ,
& difciplina ratioci' natiua dcfubie&o, ideft, dc conceptu illo
uniucrfali prarcognofcere uc fic in re* »um natura, hoc eft, ot cxiftat cxtra
animum rcs aliqua particularis ci correfpo .3L»inu o!Jt v noeo^b ,ftabi jidul^b uuijca HIS explicatis, quar ad
potisfimar demonftrationis confticucionem concur/ rcre,eamcp confcqui
uidcbantur,reliquum eft, ut aliquanculum digrediamur circamodum, quo
definitiopasfionis ex dcmonftracione elicicur,& rurfusin dfc monftracionem
redtgitur, cum dittum fuerit fub initium tertii libri , nos de pofe tisfima
folum demonitraticne clTc derba fiduros, quar potentia eft toca pasfiofc nis
Hefinitio per eam demonftrata;. dicimus itaque interomnes defmitionis fpe/ C
cies alicuius pasfiotiisab Anftotele pofitas in pnmo Poftenorum contcxtu ufcs
gcfimo fecundo, & iu fecundo libro concextu decimo , cam omnium
perfedrisfi/ mam dTe, quar cOnftat cx caufali. & elTcntiali defmitione
illius pasfionis, nanvafc cidentia propria, prarter efTennalem definitioncm
conftantcmex genere, cV ,, (cxco Top,corum hbro capice ccrtio , confcqucncia
uero hunc in mWP.P&W' to« 1 4cmooftratio, cum fit potentia definitio, i a
eotamdefi, • fl.c.pncmmutatur.ergoqmdqu.d dcmonftracionis pacs cft , ,dcm
dcfinicionis B quoquc uc pars fic uein qua loco maions cxcrcmi ponitur
afTccTioms genus, eT drfi$ nitio potelTate proxima,cum in ca nulla pars
perfccTar definicionis illius ancdTio nis dcfidcrccur ; & dcmonlTratio pro
maiori excremo a/Txtiouis nomei habes, eft definitio poteftate remota,cum in ea
non fic cxprelTum eiufdc arrcctionis gc 0 nus,crgo demoniTracio,in qualoco
maioris cxtrcmi ponicur arTcclionis genus, mclior,aco^ exquiftcior elT ea
demonftratione,in^ua pro maiori extremo collo C catur ciufdem afTedTionis
nomen.altcra ratio elT,quoniam melius eft notioribus uocibus uti,quam
ignotioribus,fed nobis notrus clT genus, quamfpcdes,notior cnim nobis elT fonus
, quam tonitrus, & nocior pnuacio luminis , quam cclip^ fis.cuicunqucenim
nocusclT conicrus,eidem fonum quoque cognitum elTc ne^ cefTc clT,non tamen r
conuerfo.prWs *u. inuenics,quibus nocus elT fonus in mul tis rebn^
narnraIit>o3,quJ nullaconitrus notitiam habent,ita plurimiiunt,qui da ri
luminis priuacione cognofcut , fecLca", qua: in Luna tit,ig ;orant, crgo
demon ftratio, qux pro maiori cxtrcmo habet afTeciionis genus, mchor clT ca
dcmon^ {tratione,quar habet eiufdc arTecTionis nomcmcorroborata propria
fentenmjol uunt argumcnta , quaraducrfus extremas opjniones adducta fucrunt; ad
pria mum argumentum concraeos, qui pucanr,maius extrcmum femper dcberc cf/ (\
fe arTecTionis nomcn , dicunt, non cile necelTarium,uc in dcmonftracionc expri*
D tnacur arTccTionis gcuus , licec cmm non cxpnmatur , fuppomcur tamen cx S z i
r$3 l Logicarum Difput. r - necesfitatc cognitum antc dcmonftrationcm,proinde
illa deraohftratio eft defl nitio,fi non poteftate proxima,at faltem
remotiorc,quia fa&a dctnonftratione, additurnullo ncgocio gcnus ipfum
praxognitum in extra&ione definitionis. ad fccundum argumcntum ncgant
confcquentiam,ad probationem rcfpondet, quando demonftratio in dcfinitioncm
conucrtitur, non rcmanercnome pasfio nis ut cft pars definitionis , fed ut
dcfmitum, cuius c* dcfinitio effe dicitur , gc/ rus uero additur ut
definitionis pars non exprcffa in demonftratione, fcd antc dcmonftrationcm
cognita.ad Ariftotelis audoritatcm dicunt, cum nomcn af/ fedionis,& cius
genusaccipiantur a philofopho ut unum,& idcm , nonutdi/ ticrfa, ibf fumcrc
Anftotelcm gcnus affe&ionis pro eiusnomine.Ad argumcn tum contra cos, qui
exiftimant , maius extremum fempcr dcberc effe affe&io/ nis gcnus , nunquam
cius nomcn, rcfpondcnt,non fumi gcnus affcdionis,ut gc nus cft, & ut latius
patcns,fcd ut arquale.immo ut idcm, quarc conclufio cft per ic , &
uniuerfalis , non cnim Omnis priuatio luminis in Luna incffc demonftra/ B
tur,fcd illa folum,quar dicitur ccliplis ; pcr fc quoque, &
uniucrfaliscftmaior » propofitio,nam maius cxtrcmum non cft latius termino
medio , dum fumitur coardatum,& reftridum ad hanc fpccicm,cuius gratia
cxtruitur dcmonftratio, crgo medium eff arquata caufa maioris extrcmi , &
cum co rcciprocatur , & propterca maior propofitio eft uniucrfalis. ad
Ariftotclis au&oricatem locis ci tatis rcfpondcnt, philofophutn, licct
intertcrminos dcmonftrationcm ingredi/ cntes explicitc non pofucrit gcnus
affcclionis,fcd cius nomcn,pofuiffc illud ims plicitc, quia idcm funt , idcm
cnim gratia cxempli (unt cclipfis,& priuatio lumi nis,ncc non
tonitrus,& fonus, quart abfquc ullo difcriminc utitur nominc, dc gcnerc
affe&ionis. sZMcdiaopinio confutatur 3 propria% /cntcntia ponitur. . Cum
mcdia opinio non omnino ucra cflc uidcatur, adcrcdcndum indu/ cor,cxtrcmarum
altcram ueram , alccram falfam cffe ; quac autcm ucra , & quac
falfafit,oftcndi minimc poteft,nifi ultimum corum fundamcntum pcrpenda
tur,uidclicct , gcnus effeutialis definitionts acridcntis proprii ucl a
fubieciore/ ftringi,uel a dincrcntia quadam potcntiali cogitata,ac
fubmtellrft;»,quam ab co fubicdo dcducimus. gcnus cilentialis dcfinicionis
accidcntis proprii, cum co la tius pateat,coardari dcbere,& ad ipmm rctlringi
pcr fubic&um,cui inhacret, ta quam pcr diffcrcntiam,fatis,fupcrcp id
tcftatum rcliquit philofophus in feptimo Diuinorum plunbus in locis,nam hoc
pa&o contradum genus fit ciufdc acci/ D dctis proprii nominalis,fcu
cfsentialis dcfinnio,quac cumdefinito conuertitur, & cu eo
facitpropoficione uniuerfale; fcd ditticulcas cft dc gcnerc,quado pracdi catur
dc fubic&oflct ponitur loco differctiar,cu accidctia propria ab aliis
diffc/ Liber Qvindus j 134. rat pcr illud,cui inharet, ut pcrmanea in eorii excmpIo,'cum
gcnus ad cclipfim> tumirum, priuatio luminis, (eu defeaus, prardicetur dc
Luna , quarricur , an dc ca prardicccur in fui communicacc , uel contradc ad
eclipfim ; non concrade , A quia cunc genus cflet contraaum uel a diflerentia
illa pocenciali cogicaca,ac fub incellcda, quam i fubicdo deducimus, uel ab
ipfo fubicdo; fi a diffcrcncia.quam a fubiedo deducimus, fruftra luminis
priuacioni, feu dcfcftui adderetur Lunain cxcrahcnda cclipfis definicioae ex
dempn{tracione,cum dtfeaus fic reftridus ad cclipfim pcr diffcrenciam
pocentialcm cogicacam, ac fubinteilcaam, quam a Lu na dcriuamus; fi ucro a
fubieao, nugacoria cffcc pra-Jicacio , quan Jo m conclu/ fionc dicitur, ergo
Luna priuacur iuminc, quia idcm cflet, ac fi dicerecur , ergo Luna priuatur
luminc Lunar, fieri cnim non pocefl , uc elTcncialis , fcu nominalis dcfinicio
alicuius accidcntis proprii dc fubjeao, quod eft cius diffcrentia, prardi cccur
abfque nugacionc , fi genus illius accidencis dcbcac ad illud concrahi pcr
fubieaum, cui inharrct; (equicur icaquc uc de Luna in fui communicacc prardicc*
lurud priuari lumine,uel dcficcre, crgo illius dcmonflracionis, in qua pro maio
ri extremo ponitur Ioco pasfionis genus cius , ncc maior, nec conclufio cflct B
Dniucrfalis, & proptcrca dcmonftracio illa non cffet potisfima. hac pofita
prardia ai fundamcnti confideratione, corum rcfponfio non difloluic
obieaionemfaaa contra putantes,maius cxtrcmum in dcmonftrationc dcbcrcfempcr
clTc pasfio^ ris gcnus, nunquam cius nomcn; quamobrcm credimus magis cfle cx
fcntentia phiiofophi primam, quam fccundam opinioncm, proptcrcaprimam clTe
ueram , t& fccundam talfam. fed quoniam primar opinionis uericaccm
nonnullar in cona trarium morar dubicaciones infirmare uidcbancur, cis
refpondcrc conabimur , UM prius his duobus fundamencis , quorum primum fic ,
ut, fcilicec , propria pasfio unum fignificct, & alccrum denotct,fignificat
quidem fuam formam.quar fumitur aliquando pro co, cuius cfc forma, &
denotac fubicaum,cui mharrcc, ut gratia cxcmpli,fimicas, quarefl:
nafi;pasfio,fignificac curuitatcm, quar forma fimi tacis clt, &
denocacnalum fibi fubieaum, fi ei nafus non addacur,quoniam Cunc intcllcaus in
firoitatis intclleaioncm ratiocinatur , & tcndic ad nafum canquam C ad
ccrminum cmanacionis fimitatis, cum pasfio a fubicao fiuaC; at quando fimi,
tati additur nafus, non amplius eum fimitas denotat, quare intellcaus quicfcit,
& ampliusad nafum tanquam ad fimicacis cerminum non raciocinacur , nafus
icaquc addicus fimicati nou ciTicic uugacionem; & illud, quod di^um eft de
fimi tacc, & nafo , ucrum cciam eft dc rifibilicatc, & hominc , dc
cclipfi , ac Luna, & dcfimihbus, ut, fcilicct, homo additus.rifibilicaci,
& Luna adiica cchpfi aoncd ficianc nugationcm, ficuti nugationem cfliciunt
quando homo additur cflcncia li rifibilitatis dcfjnicioni, quarcft, aptitudo
hominis ad ridendum, & quandoL u, naadditur cflcnciali eclipfis dcfimtioni,
quarcft, priuatio Iumiais Lunar, feu pri. uatio luminis in Luna, in illis cnim
dcfinitionibus, quar de fuis definicis prardica tur, cxprimuntur homo,&
Luna, quare bis in propoficionibus ponuntur homo, & Luna, in
fubicao,fcilicct, & prardicaco, quando dicimus , homo habet aptitu D
oiactti hominis ad ridcndum, & Luna pnuatur luminc Lunar, ucl priuatur lumi
Logicarum DiTput. ne in Luna. fecundum fundamenrum fit , alicjuando fumi
defjnitionem expticl A rem nommis figniticationcm pro ipfamec
nominis-fignificarionc , ftcuti accipi folcc dcfmitio cxprimens rci quidiratcm
pro ipfamcc rci quidirace. his poficis ru darotnris,formaliterad obiccliones
rcfpondemus, & primo ad primam, licecde rnonftratio, ac definicio idem re
clTe debeant, non eft nccelTarium , uc cx cifdem terminis omnino
conftituantur> nam gcnus in definitione concralucur per difTc rentiam, &
ita contraclum prardicacur dcdchnicoin primo modo diccndi pct ic, cum fic
cflentialis cius dcfinitio, in dcmonftratione uero non pocefl contra&e
prardicari de minori cxcrcmo, cjuod eft dcfinicionis difTcrencia , fine
nugatione v ut pacct pcr ca, quar diximus in primo fundamcnto ; quamuis icaque
pasfio , & cius gcnus non finc iidcm termmi uoce, fcu di&ione, func
camen iidem fignifica tionc, & cflentialiterjCjuod fat cft ad hoc, ut
demonftracio,ac dcfinicio finc idcm rc, hinc fic, uc facilc pasfto,qua: in
dcmonfcracionc etl maius excrcmum , mutcj tur in fuum genus,quando demonfrracio
conuercicur in derinicioncm. Ad fccun J3 dam bbie&ioncm, ncgamus
confequenciam,ad probationem rcfpondcmus,quI uis totademonltratio in tocam
detinitionem mucccur, non fequicur propccrea> ut quidquid dcmonftracionis
pars clT,idem quoque dcfinitionis pars dTe dcbcac, quiadcmonftratio non eft
acfu, fcd potentia definitio; fi dcmonftratio dTct aelu definicio> abfquc
ullo dubio rauo elTec alicuius momcnci , ucrum ( uc di&uro cfc ) cum fic
potentia definicio, non concludic ; quando cnim demonfcratio i ic atlu
dcfinicio , pasfio, qua- demonflrationis crat maius cxcrcmum , rcdditur
dcfmitum , & pasfionis clientia collocacur in cius definicionc ut genus ,
& pros ptcrca uc pars; cum icaque defmicio quid nominis fic oracio
cxplicans quid fi> gnificac nomen , non porelf nomen ipfum ihgredi
detinicionem ut pars, fcd cius lignificario , quar in ca locum gcneris occupac»
ad Ariftotelem in conccxtu odauo fccundi Pofferiorum hbri rcfpondcmus, eum
accipcrc ibi nominis, feu. C pasfionis fignificacionem pro nominc fignificancc,
uel pro ipfamet pasfionc, ctTen tialitcr enim idem funt eclipfis , &
dcfedus , nec non conicrus , & fonus , difTc* runc fclum in hoc , quia
cclipfis , & tonicrus denocanc fubie&um dctcrmina^ tum, nam cclipfis
denocac Lunam , & tonicrus nubem , defe&us uero, & fonus dcnotanc
fubiccium indccerminacum , cum plura, & diucrfa fubic&a rcfpicianc.
ilemum ad Auerrois auctoricaccm in fccundo Pofceriorum commcntariis qua
dragcfimo primo , & quadragcfimo fcpcimo , quam pcrpcndcrunc mcdiam o/
pinionem fequentcs aduerfus primam opinionem , rcfpondcmus pcr fecundura
fundamcntum , ibi commentatorem acciperc dcfinicioncm dcclarancem nomi D tium ,
feu aflccfionum , ncmpe, echpfis , & conitrus fignificacioncm , pro ipGu
mcc torum nominum ,feu earum afTcdionum fignificacionc,idcfl, pro dcfe&u,
cjucm fotuni fignihcat cclipfis , & pro fono , quem figmficat tonicrus ,
alioquin tion poflec aurugere nugacione,quando prardicacur defcclus.ut
dcfiuitio cclipfis, de Luna,& fonus, ut dcfinicio couicrus, dc nube, fcd
illac demonftrationes non fubc pocisfimar, uc probatum fuic ,
quando,fciliccc,genus afTc&ionum commu Dicci acccpcum prardicacur de
carundcm afTc&onum fubiccto,quod geric uiccrn Liber Qvin&us 136 \-
d)fTcrentia:,quarefecunda ratio,quam illi adducunt ad oftendcndum pro Auer roc
roeiius cflegenus afFcclionum , quam afTe&iones inter dcmcnftrationis ter
rninos collocarc,non ualct nifi in hoc , ut tuncfacilius cx illa dcmonftrationc
A chciatvr dcfinitio.Quo ad primam ratioaem dicimu*, Aucrrocm, quando uulc
melius ciTe in dcmonftratiaoe dcclaratiotrcm nomibisj ku norolnis definitione
accipere, cnja^ra ipfum nomcn, non intelligcre ut nominis,fcu pasfionis
dcfinitio dc differentia prardicctur , proptcr caufam fuperius-adduClam, iddT,
propter nugationem, quar in illa prscdicationc ficret,fed dc nominc, aut dc
pasfionc, tuc cnim fccundum ipfum dcmpqftratiqeft defi^kio potentia proxima:
ucrum hu iufmodi demonftrationcs,in quibus cfTcntialis,fcu nominalis afTcdionis
dcfinitio de ca CQn^u4itur pcraliam ciufdcm ajTc$ioniscau&rro dciinitioneoi,
mihife/ pcrfuerunt fufpe&ar,quamuis Aucrrocs uelit,cas c(Te prarcipuas
inter ortincs po tisfimas deraonftrationcs;& fundamenta,quibus inducor ad
id crcdcndum,func ciufdemmet Auerrois,nam irUecundo poftcrioruni
commcntariotrigefimooa tiauo ait,quod prardicatio dcfinitionis dc dcfinitione
cft. ueluti prardicatio pro= prii deproprio,at prardicatio proprii depropno
(inquit ipfe) non cft pcr fe,non g cft igitur per fe prardicatio dcfinitionis
dedefinitionc , quarquidcm prardrcatio dctinitionis dc dcfinicione fcmper in
maiori dicTarum demonftrationum propo fitionc rcperitur. Prarterea, plurityus
in locis afserit Aucrrocs, dcmonfirationc dingi ad illud,quod eft ignotum, fed
nohiinalis afTe&ionis definitio femper eft nota, cum ante dcmonftrationem
de afTe&ionc prarcognofcatur quU fignificet tiomcn,crgo fecundum Auerrois
principia huiufmodi dcmonflrationcs mihifu fpecTar uifarfunt melius itaque
fortaftc dicendum eflfe exiiTimamus,fumi debcrc in potiffima dcmonftrationc pro
maiori extrcmo potius nome afTc&ioniSjquarn cius gcnusjfcu nominalcm
dcffnitionem, ex qua demonftratione fscillime pau« cis mutatis clicitur
afTc&ionis dcfinitio cum caufa , propcercaquod facilc muta# tur affedio in
fuum gehtls^cum ante demonftrationcm ficprarcognita alTe&ionis dcfinitio
nominaIis,quar eius gcnus cft; pofito itaque loco afTrctionis ciusgenc rc, tota
afTecTionis defmitio ehcitur,ut gratia excmpli,demon/tratur dc hominc C '
rifibilc elTc , idcft, homini rifibilitatem meOe per animal rationale,(i modo
loco rifibilitatis ponatur cius gcnus,uidelicct, aptitudo ad ridcndum , cjuod
quidem rifibilitatis gcnus de ca antc demonftrationem prarcognofcitur,harc
elicitur dc^- finitio,uidclicet,aptitudo ad ridendum hominis proptcr animal
rationale , qua; de nfibilitatc tanquam dc (uo definito uere enunciatur * £t
harc fatis di&afinc dciis,quar adpociffimac demonftrationis principia
pertincnt» Lam 3 Honor 3 et GlorU
cidcnulis, nam intcr demonftracioncm quia , & alias fpccies
efscntialem diftin* ftjonem eiTc,apud grauisfimos Anftotchs intcrprctes nulla
controuerfia eft, Dijputationu termini cxplicantur. .)t jnijnq t.C* .^qJRcoi /•
:iv.r.zb xmilh3oej|)$ xup^ti^b QV O D attinct ad primum difputationis mcmbrum,
placet.cius tcrminof aperirc,ne ulla inter difputandum oriatur confufio.dicimus
itaqj , demon» ftrationem quia pregredi ueia cauia rcmota.ut gratia
cxempli,quando demon ip ftratur , parictem non refpirare, quia nop cft
animal,uel abcfTcdu ad caufam, ut fi aliquis per non fcintillare
probaretplanetas propc cfle , feu pcr rifibilc efsc concludcrct homincm dTc
rationalcm, huiufmodi progrclTus, qui fit ab eflcclu ad ,5U Liber Sextus 138'
ad caufom, dicitur demonftratio quia, fcu a poftcriori, ab efte&u,
demonftratio figni, & ut fit folum, quia folum nobis eiTe caufar oftendic,
quod prius crac igno tum. demonftrario uero propter quid tantum progreditur a y
priori ad pofte= A rius, uel a caufa proxima ad caufatum.quar alio nominc
appdlatur demonftra* tio fecudi ordinis, fecudar mcfurar,& caufar
tantum.proptercaquod oftendicno bis tatu propter quid efTe&us.cum in ca
ratione fiac progreflus ab clTe cauf* no to p dcmoftratione quia ad proptcr
quid cfTe&us ignotu.ut fi retrocedamus ab efle prope planetaru nobis noto
f> no fcintillaread propter quid ipfius no fcin tiIIarcplanetarum,necnon a
rationahtace hominis nota nobis p nhbile elTc ad propcerquid rifibilitatis in
eodcm homine, huiufmoh progrelTus uocatur dc> moftratio propter quid tatu.
demu potisfima demonftracio dla eft, quar progrc ditur etia a caufa ad caufatu
nota tamc nacura quatcnus caufa,&nobis non mc diate,idcft,non mcdiante
demoftracionc quia, fcd immediatc,uidehcet,bencficio
fcnfusjquacenus/cilicct^huiulccmodi caufa cft nobis scfaca,ur, crit illud
medium inucntum , idcft ,nobis cognitum pcr dcmonftracioucm quia abfolucnccm (
ut didum cft ) folum ciTc caula? , exoricur dcmonftratio cau T jj9 Logicarum
Difput, ■,. , A (z tantum,notiflcans duntaxat proptcr quid effcaus. quara
Aucrrois opinionc ^ Ariftotcli maxime confentancam cflc arbitramur. %dtiicenni
rationes contra demonflrationcm quia. CsAP, Ul HA N C partitioncm, quam
ucrisfimam eflc opinamur, impugnarunt gra# uisfimi philofophi,nam
fubtilisfimus,ac do&isumus Auiccnna dcftruit dc> inonftrationem
quia.latini ucro noftri pcnitus inficiantur demonftrationera pro ptcr quid
tantum,quorum omnium rationcs cxaminabimus,illifcp fatisfacicraus, Auiccnna
dcftruens primo demonftratione quia,quar fit pcr caufa rcmota hac utitur
dcmonftratione, in rationc quia g caufam remota" maior propofitio no cft
neccflaria,crgo non cft ucrc dcmonftratiua; confcqucntia notisfima eft, quia B
deroonftratio dtbct habcrc propofitioncs ncccflarias , ut patctcx Ariftotdc in
primo Pofteriorum pluribus in locis; antcccdcns etia clarisfimu eft,cu caufa 16
ginqua non infit neccflario caufatis,placet tamcn illud illuftrarc Ariftotelis
cxe plo in primo Pofteriorum contextu trigefimo,dc quo fa&a fuit mcntio in
ca« pite fecundo,uidelicct, omnc refpirans eft animal, nullus paries eft
animal, ergo nullus paries refpirat. hic fyllogifmus, cum medium habeat caufam
rcmotam, fit folum in fecunda figura , quia caufa remota eft uniucrfalior
caufato,ex quo pon poteft nifi prscdicaridc caufato, cfficitur crgo
fecudafigura,in cuius maio ri prardicatur caufa dc caufato. illius maioris
propofuionis , omne refpirans efl animal,nulli dubium cfledebct,animal, cum fit
caufa longinqua rcfpirationis, non incflc ncccflario refpiranti, quare
roanifcftisfimeapparcc, antcccdcns illius rationis ucrisfimum eflc. ultimo
dcftruic Auicenna demonftrationcm quia per immediatos efTeclus huuc in modum.
in raciouc quia ab cfTc&u proccdentc fit C petitio in principio,crgo ratio
quia non poceft eflc demonftratio. confequentia notisfimaeft,
probaturantcccdcns,principia dcmonftrationis quia debent cflc
cflentialia,quoniam dcmonftratio fic cx iis , qua: funt per fe , & debent
cfle nota ut fint eflentialia .alioquin ignorarcmus an eflent propria, ucl
communia; fi dc bnit efle nota ut fint cflentiaua,hoc crit aut pcr
induclioncm,aut per caufam;fed pcr induclionem id fieri non poteft,ut habetur
dc Cygno,&dc Coruo,iu quibus an cflentialia.ucl accidcntalia fint
albedo,& nigrcdo , per indu&ionem non co* gnofcitur,ergo per caufam,fi
pcr caulam,crgo in demonftrationcquia fit pcti/ tio in principio,cum in eius
propofitionibus fupponatur quod debet probari.ut, gratia cxempli,omne rifibiic
eft rationale, omnis homo eft rifibilis, crgo omnis homo cft rationalis.miuor
huius rationis debet efse nota utfit efsetialis,& hoc, ut dicTu eft, per
caufam, crgo quia homo cft rationalis, in roinorc igicur propo Dfitioncnotum
crit,homincm cflc rationalem ,quodtamcn in conclufionc collir gitur, fi itaquc
ratio quia ab cffe&u efset demonftratio, in dcmonftrationcfio rct pctitio
in principio, quod falfum cft, Prartcrea, ratio quia ab cfledu non eft •iu
Liber Sextus 140 CX uniuerfalibus,ergo ratio quia ab efFr&u non eft
demonftratio. confeauentia dariifima eft cx Ariftotcle in primo Poftenorum
farpc affcrcnte demonftratio» nem dcbcre conftare cx uniucrfahbus • probatur
anteccdens , nam ratio a po» \ ftcnon alTumit in principiis cfTec"turo,fcd
effe&us c numero eorum cft.qua: fingu lariaiunc , crgo ratio ab effc&u
non cftcx uniuerfahbus. confirmantur omnes iftar racioncs duabus nunc
Anftotclre au&oritacibus, quarum prima eft in prin cipio quinrJh contcxtus
primi Poftcriorum,ubi philofophus, poftquamdmc,de monftratiuam fcientiam eflc
cx ueris,primis, xujau^ vrtorj*iftnormo ab tgiibint rtutm >i Aukenm rationes
dtffbluuntur . CtAT. IIII. 0 "P R ATprima Auicennar ratio , qua deftrucbat
dcmonftrationem quia a*C -L / caufa rcmota hunc in modum. in ratione quiaper
caufam rcmotam ma* ior propofitio non eft ncccfTaria,crgo non cft uere
dcmonftraciua ♦ ad hanc nc* gatur antecedcns,ad exemplum, quo illuftratur,
dicimus, falfum efTc , maiorcm illam propofitionem , uidclicct,omne refpirans
cft animal, non cfle neceflarian, nam liCetc(Teanimal fit remota caufa
refpirandi,idcirco non fcquitur,ut animal collocari non debeat in dcfinitione
refpirationis ,ergo neceflario ineft anircul rcfpiranti. crant aliar duar
rationcs cuertcntes demoftrationem quia ab efTe&u, cjuarum prima huiufmodierat
, in ratione quia proccdenteab effedu fic peti tio in principio , crgo ratio
quia non potcft cfTc dcmonftratio. ad hanc ne* gatur antcccdcns , ad
probationem dicimus , illam peccare per infufticiens tcm cnumerationcm , nam
quando ait, propoficiones demonftrationis quia dcbcrcclTe notas ut fint
cflentiales,idqj uel pcr indudioncm,uel pcr caufam.dici mus,cam pcccarc,quoma
propofitioncs illar pofsunt cfTc notar ut fmc ciTencialcs " ' T x #--
" V.' • I. . ;J L 141 Logicarum Difput. ctiam pcr fecundum modum dicendi
per fe,ut patet prardicto exemplo pro ma r A jori cettitudinc illius
probationis,nam minor illa propofttio, ncmpe,omnis ho* / 4bo eft nfibilis,
cognofcitur ctle eiTentialis , quia iubiextum cius cft dc conceptii pra-dicati,
ponitur enim bomo in defjhicjone rifibilitatis ; cum itaquc ftt in fe> cundo
modo diccndi per fe, redditur eciam nota ut fit elTentialis abfque indu>
clione,& caufa.Sccunda ratio crat huiufmodi, dcmonlTratio quia ab
cfTc&u no cft ex uniucrfalibuSjCTgp non cft dcmonftratio.ad haqcoegatur
amtecedens,ad probationcm dicimus,efTccTum, ratione qua eftfingularis, non
ingrcdi demom ftrationcm,fed quatcnus cx pluribus fingularibus etfccTibus fit
cffecTus uniucrfa lis, ut colligitur cx Ariftotelein primo Poftcrioruiu capitc
uigcfimo quarto circa finero,feu contexcuquadragefimo tertio circan1edium,nec
non in fccuor do Poflcriorum in calcc primi textus,& in conrextu ultimo,cum
enimcxema pli gratia,pcr Lunar dcfectum ofTcndimus tcrram interponi inter
Lunam, & So Icrn, non accipinius fingularcm defecTum,fed dcfecTum
uniucrialcm,qui ex plu> J3 nbus fingulanbuc detccTibus ctTicitur» Ad primam
philofophi aucTontatcm dc (| ifumptam cx quincTo contextu primi PoiTcriorum in
confirmationem omnium rationumdicimus,ex illa aucToritateelici , dcmonftrationcm
quia ciTc fyllogiC- mum in comparationcm dcmonftrationis potisfimar,fcd non
fimpliciter,dc abfo Jlntc. acl kcundam in contcxtu ocTauo fccundi hbri
PoiTeriorum refpondemu?, -pbilofophum pcr demonftrationcm quia intelligerc eam
, in qua fumitur aecia 'des remotum,non illam,in qua accipituraccidens
eiTcncialc,nimirum, propria ;pasfio,quando inquit,demoniTrationcm quia non
parere fcichtiam,cVproptcrea non cflc dcmonftrationcni. & fi quifpiam
inftarct, di&um illud philofophi debc re etiam intelligi de demonftrationc
quia,in qua fumitur accidcns ciTentiale; rca fpondcmus,id ucrum efle dc
fcientia perfecTiflima, ut, fcilicet,demonftratio quia non pariat icientiam
perfecTisfimam , ficuti dcmonflratio potisfima , non aucein ut
fimplicitcr,& abfolute non J>ariat fcicufiam. Latworum rationes contra
demonftrationem propterquid tahtUtn o.. cnL^^ p t jr . Hon r'.'n ifirrttnr .
^ifM ji orini'.' 1 . Ij.^iu. mvncnttoqoic/ rofiiit AViccnnac fcntentia fic
cxplicata circa dcmonflrationc quia,ciusq ; rationi# bus diflolutis,nunc uidcndum
cft, quid fcnferint latini circa dcmonftratio/ ncm praptcr quid tantum.
Rcfpondcnc fere omnes,eam fuiflc figmentum.d ibr mniu commentatoris, quoniam in
docTrina philofophi non poteiTdari liuiufmo di dcmonnratio,quod probant,&
primofic, dcmofiratio quia prartcr id, qct ad jpsa pcrtinct, prarflat et jllud
ide , qd 5 Auerroc oftendit demoftratio jjf» quid D tantu,crgo malc ab co
diftinguitur demoiTratio jog quid tantu a dcmoftrationc quia. confequcntia nota
e,probatur antcccdcns,in demoflrationc quia a poftcrio rj ciitaus dcclarat
causa clTc^at po poccft dcdararc caufam eiTe,Qifi fciatur,causi * Liber Sextus
A 142 illam cffe caufam eiufdem cffcclus, fed hoc cft fcirc propter quid , ergo
dcmon* fn-atioquiapraM:erid,quodadipfampertincc, prarftac cciam illud iJem ,
quoi ti per Auerroem oftendic dcmonftracio propccr quid tantunl. probatur
allumpcu, A jlla caufa, qux per cffcdum monftratur, uel fcicur ellc- .propria
dliuscffeclus, ucl non, fi fcicur, habecur intcntum, tl uero non, per lllum
erTeduna noo magis una, quam alia caufa poceric iofcrri, quis cnimprohibcbk,
ignoraco ignecu cUe cau fcm fumi, quin infcratur, fi fumus cft, cciam lapis ?
& jta pcr effeaum nunquam dcueniemus in cognitionem caufa: decerminatar. fi
igittir progredicndo aUclIc &u ad caufam, fcimus caufam illius
effe&us,& fcire caulam ctfedus citlcire cius propccrquid, demonfcratio
quia dabicelTc caufar, & propter quidcffecTus, qua* re dcmonftratio quia
oltcndiccV quooViuumeOj&quQd IpccTAcad dcmonilfatio nem propter quid
tantum, fecundo, & ulcimo, diuifio Aucrrois repugnac Ari ftotelis
diuifioni, crgo falfa, confcqucntf^cxiftcncc maniftlla, probatur antecc' dcns,
nam philotophus in primo Foftenorum. 30. diuidcns ipfum fcire in fcirc quod,
& fcirc propcer quid, innuit duasfolum dan fpccics demonl"lracionis,aIcc
wim quia^alccrampropccr quid, qua: eadcm cft cum pocisfima commcncacoris, B
& hoc cx natura rei, quilibec cnim progreffus uel cft aj>'tffcc'tu,ucl
acau(a,undc manifcftisfimc apparct,Aucrrois partitionc recedcrcab Anftocele,&
a uericacc. Solutintur
Latinorum rationes de demonjirationcpropter ' \ quid tantum \ . r *•
frm ff"!*?! iWQ^fii^vcfr )" r m >">ril oTt'i
•Ttwxai ftiui} no quo fumitur uera diftin&io intcr fpecies demonftratioms,
non posfit oriri nifi demonftratio proptcr quid tantum, licet cx parte
quarfitorum uidcatur poflc ctiam erTici dc« monftratio potisfima, ad,ercdcndum
inducor, ucrba commcnti nonagefimifex B ti, & illius traclatus, qui eft dc
demonftratione , cfle dcprauata , deberecp in eo t ommento dclcri di&ioncm
illam, (nifi, ) ut legatur, fpecies aotem fecunda conv iequcntiar cft, ut
fequatur poftcrius ex priori, hoc cft, caufatum ex caufa, & non conucrtatur
res, in hac fpecic non adducitur demonftratio fimpliciter tantum>, &
quar fcquuntur; ni uelimus dicere,Commecatorcm pcr demonftratiouem* fim
plicitcr tantum intellcxifle dcmonftrationcm proprerquid tantum , cum folcat
aliquando demonftrationcm proptcr quid tantum appeliare dcmonftrationem
fmplicitcr,ut patet de illa dcmonftrationc, qua oftendicur eclipfis dc Luna pro
ptcr terrarinrcrpofitioncm ; cx eius cnim doccndi mcthodonon poteftdTc de*
monftratiO illa nifi dcmonftratio propter quid tantum,cum habeat principia no
tanatura, nobiscp mcdiatc, & tamcnin fecundo Pofteriorum commento qua>
dragefimo uocatur ab co demonftratio fimplicitcr , dc cuius rationc eft fecun/
dum Commentatorcm,ut cius pnncipia fint nota natura , & nobis immediate , C
quarc pcr dcmonftrationcm fimplicitcr non potcft ibi intelligerc nifi demonftra
ticncm propter quidtantum. in traclatu uerodc demonftrationc non longea
fmedcbct addi(non) uerbo illi (fir, )ut legatur, tcrtia pars eft,ut fequatur
poftc rius ad efle prius, & non fcquatur prius ad cffc poftenus , in hac
non fit demon^ ftratio caufar, & eflcndi folum, idcft, non fic dcmonftratio
potisfima, decuius ra tionc eft, ut det caufam, 6V cfle, & ita uniformis
fcmper eflcc Auerroes. manifc^ ftum igitur cft ex mente Commentatoris,diftingui
inter fe demonftrationcm fira pliciter, feu potisfimam , c\ demonftrationem
propter quid tantum ex natura niedii, atcp-ideo ex natura rci, non autcm cx
noftra cognitionc. hanc realem di fiinelioncm rcfpe&u pnncipiorum eflectiam
ad mcntcm philofophi,probatur ex cms fundamcntis hunc in modumjfi dcmonftratio
potisfima, 6V proptcr quid tS tum non difTcrrent eflentialiter,fed folum
accidcutaliter,ut uoluot Latini, omnia D illa gmera caufarum , quar
ingrediuntur proptcr quid tantum , ingrederentur etiam potisfimam ; confequens
cft talium, ergo & illud, cx quofcquitur : confc qucntia cft clansfima, nam
fi aliquod caufargenus uni; & pon altcn demouftra^ tioni •V LibenrScxttigoJ
^14^ tioni accommadaretur, non folum accidenraliter,fVJ ctiam cflentialicer
demon /f" ftrariones illar difhngoerentur, quod eflct contra latinorum
fcntcnciam. proba* tur falfkas confequentis cx ipfomec phi!ofopho,ait cnim
Arirtoteles in fccundo Pofteriorum contextu undecimo, & in fccundo
Phyficorum contcxtu fcptua gefimo fccundo in demonftratione propter quid
ingredi quatuor caufarum ge nera,& propcerca quartum modum dicendi pcr fe,
ut quartiim,idclT, caufam ef ficientem ucram,quar a x potisfima demonftratione
excluditur , ut pcr Ariftote* lem mprimo Pofteriorum contextu dccimo manilcfti
greditur ex principiis natura, nobiscp primum, feu immediatc cognitis,oftendic
duo quarfitajefTcjfcilicct, & propter quid cfTcclus, at dcmonftratio
proptcr cjuid tantum conftans ex principiis natura.nobifqj non primum , &
immcdiatc , fcd mcdiatc cognitis , oftendic folum unam quarftionem,ncmpe,
propter quid efTe&us. confirmatur hocfutfupra diximus ) Anftotelis au&oritatc
in fccundo Pofteriorum contcxtu odauo , ubi aHcrit , proptcr quid quarri ,
cognito qudd , nonnunquam ucro , & ' j I) fimul manifcfb 147 Logicarum
Difput. 1 £ x dwrurru fententia nullanu ejf^j dtffercniumu inter pottsftmanu
demonRrationerru , (f propter qutd tan~ tHrrucxpartai noa ftrsr, quia
demonftracio proptcr qutd(uc difputacum tuic m fupenonb^s) fe Iia* '. bcc
ueluci gcnus ad potisfimam , & ad eam.quar cum gcnerc aequiuoce dicicur B
proptcr quid tantum,omnis emm potisftraa cft propter quid,fcd non econCra, cum
dcmonftracio proptcr quid fit uniuerfalior demonftraciooe ponsftraa.dra
monftratio igitur propcer quid , quando in regrdfu abquoties fit per caufam
jtormalem non fecus,ac potisfima ,cuncab ea non difTcct ratione medii abfoluce
fumpti,fed concurrentcnoftra cognicione, quoniamin pocisfima dcmouftracio
occaufa illaformalis eftnota natura^uobifcR primum, feu immediatc , proinde
oftendit huiufmodi dcmonftratio duo quaratajcfle, fciliccc,& proprer quid
cfle/ £tus; in dcmonftrationc uero propter quid tantum fic di&aad
diiT.vcntiam po tisfimar, quar eft ecia proptcr quid,cum omnis pocisfimaCuc
diximus.) fic propcer crTecTus; quarc
non folum rationc mcdii primum,& non primum nocixiifTcrc po C u.niant demonftratio potisfima,&
propterquid.diflcrunc tamcn in alns condicionibus, quia huiufmodi cau(a proxima
poteft ciTc ucl fufficiens,uel non,prarterea,primum,uel non primum nobis
nora,fi.fuerit fufficiens,nobifcp prjmum nota, cx ca fit potisfima
demonftrario,fi uero no (uf ficies,nobisqj no primu nota,cx ea oritur dcmoftratio
proptcr qd tatu,ut patct per ca,quac diximus,& in fepcirao, D & in
prarfcnti capitc paulo 145* Logicarum Difput. ^ Ex aliorum fentcntia refcUttur
ca dtjferentia 3 qm fumitwr k 5>UU0 mcdio nobisfriwum , uel non frimum wto,
. ti .L-iur! : vjyiui iuh**p Wiirororrc^Tr i p otyisb rr ! jiloqq > ni om
ERAT altcra ditTcrentia inter potisfirtiam dcmonftrationem ,* cV proptcr quid
tantum, pot»sfimam,fci|icet,mcdium habcrc nobis primo nocum,noa «x cffcclu
jnucntum, proptcr Cjuid ucro tantum habcrc mcdium non primo no bis noram,fed ex
effe&u notiorc declaratum , ut autcm buiufmodi diiTcrcntiam ii
demonftrationjs natura alicnam c(Tc olTendant,hunc in modum aducrfus cam
argumentantur . Harc diffcrentia non eft fumpta cx conditionibus principioru)
.demoftrationis ab Ariftotclc adductis,crgo a natura dcmonflrationis non deri
uatur^proindc fpccics uariarc no poccfl; confcquentia cft clara,affumptum pro*
B patur, principia dcroonlTrationis uocataeab Auerroiftis proptcr quidtantum
ablquc dubio uera funt,funt ctiam prima,fcu immcdiata, quia nil aliud cft, pria
cipia cflc immcdiata,quam nullum dari mcdium intcr maiorcm cxtremitatem, cV
tcrminum mcdium dc fcntentia philofophi in capitc dccimo primi libri Po
(tcriorunvhabct huiufmodi dcmoniTratio principia priora, & caufas condufio
pis,cum in ca progreffus fiat a x caufa ad effecTum; habct ctiam illa notiora
natus ra,& nobis,natura quidem , quoniam omnis caufa cft notior erTecTu
fccundum riaturam; nobis ucro,quoniam omnis demonlTratio fitpropter noftram
cogni tioncm, quarca notionbus nobis progrcditur ; fin minus, cfl prorfus
inucilis ; quod dc ca non cfl diccnduro,crgo eiu$ principia & patura,ctC
nobis notiora co clufione clTc oportcc» dcmum, principia demonflrationis
proptcr quid funt dc omni, funt per fe,& funt quatenus ipfum, omncs igitur
conditiones habct, & in nulla difcrcpat a potisfima,ergo difTcrcntia harc
cx natura demonftrationis non C accipitur,proindc ipfi dcmonltrationi
accidentaria elT. rc ucra ca diffcrcntia in nobis tantum cft,non
ipfademonftrationis natura , quandoquidem nobis con/ tingit,ut caufam primum
notam habeamus,cVut non primum notam cx cffe&a notiorc inucniamus.fcd ad
ipfam demonftrationis naturam id minimc pertinct, bincfactum clT,ut Ariftotclcs
idnunquam confideraueric,dumodo.n.principia fint nota natura, & nobis,quse
conditio communis clT omnibus demonftrationi bus a priori,& a caufa
proxima,nil refert an nobis primum nota fuerint,an inue ta per aliud;propterca
illud eileciale dcmoftrationi cfle dicicur,hoc ucro accidc tanu,qct naturS demoftrationis
uariarc no poteft» Prartcrca.fi ca fececia admicta tur,feq:ur,huic homini eandc
demonftratione cfle potisfima, altcri autc homini c(Tc proptcr quid tantum,quod
abfurdum cft. confequcntia probatur,nam con ccdit Auerroes in commentariis. 1
8z.& 183. primi libri Poftcriorum , aliquas P cffe rerum caufas fenfiles,
cx quibus apud cum fic potisfima demonftratio, quo* piam primo notar occurrunt,
nec inueniuntur per aliud ; quoniam igicur ctiam C ffc&us aliquis a tali
caufa producTus fcofibilis cfTc potcft , idco fi contingat ab Liber Sextus lyo
aliquo prius caufam fcntiri, qua m effeaum, & ex ca illum cfleaum
dcmonftrari, demonftracio rcfpc^u illius potisfima crit, nocificabie cnim, cV
qudd cffcaus fiej & cur fit; ut fi quis nullam habcns folaris eclipfis cognicionem,
uideae Lunam in A tcrpofitam inccr folcm, # nos, ftacim pcr caufam cognofccc
cclipfim ficri, qua ancea nunquam cognoucrat; fi uero alius,qui prius cam
cclipfim noueric fme cognitionc caufar, ucniat poftca in cius caufar
cognitioncm , pcr cam cognofcct propcer quid fiat cclipfis, fed non qudd fic;
cadem igicur dcmonftracio huic erit propccr quid,quar alcch pocisfima fuic;
nullamcjj in f? ipfa mutationc paffa fiec di ucrfarum fpccicrum refpeau
diucrforum homjnum; quod fi abfurdum eir,uc ccr cc cft abfurdisfimum ,
dubicaodum minimc cft , hanc diffcrcnnam e nacura dc fnonftrationis fumpcam non
cffc, fcd accidcns cffe ipfi demonftracioni , cV accv denf quidcm
feparabile,cum uni,cV cidcm mcdio concingac, ut fic primo nocum alicui,&
alccn non primo notum refpcau ciufdcm cffecius» Rationibusfufcriori capitc
adduilis rc/pondctur. B 1 1 «1 IAMad probacioncm aucem dicimus, falfum cffc
demonftrationcm proptcr quid tan tum fcmper haberc principia immcdiaca, cum
progrcdiatur aliquaudo pcr cau fam caufacam, uc uiderc cft de cclipfi Lunar ,
dc cius luminis accrccione,& hu* iufmodi,qux funt demonftraciones propccr
quid , & camen progrediuncur pcr caufam caufacam,ideft,pcr mcdium
caufatum,& propccrea pcr pnncipia cau faca , idcm cnim cft principium
demonftracioms , & dtmonftrationis medium» demonftratio uero potisfima
fempcr debct haberc mcdium non caulacum , feu principium immcdiatum, quarc
principia effc immcdiata, non euVuc dicunc ipfi) oullum dari medium incer
maiorcm excrcmitacem , & cerminum medium , fed C Ctiam nullum dari mcdium
inccr minorem,cxcremicatcm,& mcdium cerminum, alioquin pro mcdio cffec
fumpca caufa caufaca concra naturam potisfimar demo ftrationis. Practcrca,
falfum eft, dcmonftrationcm propter quid cantum habcre principia noca nobis co
modo, quo habec demonftratio potisfima,quar eft ctiam proptcrquid, fcd proptcr
quid pcrfeaa,nam dcmonftracio potisfinn habet prin cipianotanobis immediacc,
idcft, ablquc ulla demonftracione, (olocp fcnfus bc fieficio, demonflracio ucro
propccr qoid cancum fdico proptcr quid tantum ad differenti3 demoftraeionis
ppquid perfcaar,& potisfimar^habet prjcipia nota no pis mediaec, ideft,
medianccdemonftracionc quia, cVa pofteriori. quar quidem differcncia, licec in
nobis cautum effe uideacur, multum tamcn facic ad dcmon^ ftracionis naturam,
nam cffc principia nobis nota immediacc denotac principia D demonftrationis
effc indemonftrabilia , quarconditio percinct ad pocisfimar de* fnonftrationis
nacuram; cffc ucro principia nobis noca mcdwcc indicac principia i ry r
Logicarum Difput. cjemonftracionis efle demonftrabiha , qua? conditio recedit
abi eiufdem potisfi/ ^ mardcmonftrationis natura, fcd non recedit a natura
demonftrationis propter quid tantum. Clareitaquc patct,hanc difTerentiam non
efie quid dcmonftratio ni accidentarium, cum cius naturam uariarc
posfic,fatiscp ab Ariftocele fuiilc ca fideracam, cum in Logucsc difciplinar,
& philofophiae libr.s farpc dicac ipie, prinx cipia fcnfu, & uia innata
nobis fieri mamfefta; uana igitur eiTec demonitrationift natura ablque cognicionc
noltra. Demum falfum eft, principia onrojcuiusquc ^enrionftrationis propter
quid eilc quatcnus ipfum, quando cnimfciufa, & cauia tutn hcc pa&o funt
difpofita , ut caufam fequatur caufatum, non auceme con* tra r ficuti,exempli
gracia, ignem fequirur illuminatio, & calor, fed non e con» *urrfo,in bis
non polTe fieri demoQftrarionem poti^fmram , quamuis cilc cauiae: fuenc notum,
non autcm eflc erTedus, manifclt im eft,cum potisfima demoaftra tio
poftulettcrminos parcs,& tamen imliisfic demonftcado a caufi. proxima,
& propterca propter quid, quar non hibec quacenus ipfum , ergo dacur aliq
'1! monftrationi requificas. quo ad alceram racionem, qua dicunc, fi ea
fencentia ad mittatur, fequetur huic hominj eandemdempnftra^ionem elTe
pocisfinnm, altc ri autem efle propter quid tantom ncgatbr corrfcquentia,ad
probationem dici' mus, falfum efle in caufis & caufatis fenfibilibus ut
aliquis prius fentiat caufam , 'quim cfTeclum, & hunc cognofcat fine caufa?
cognition^quomodo enim potcft quifpiam(fi fequamurcorum excmplum) fentirefolis
eclipfim,& non fentirc Lu nam , quarillius eclipfis.caufa cft,- mccrponi
jncerfolem, & nos ? fimul abfqucut )o dubioutrunqucfcntit, ac cognofcic.
hinc optimephilofophus in fecundo Po fteriorum contextu primo fecus fmcm dixit,
(fi uero cflemusfupcr Lunam, noa utique quxrcrcmus, ncquc fi iit, uidcliccc,
eclipfis Lunar, ncquc propter quid fic, fed fimul manifcftum eftct utrunquc. )
quia tunc utrunquc eflec.iailile; fruftra ita quc cft racio, ubi fuperabundac
fcufus; quar enim ienfus comprcheufionc cognita C iunc
ommdcmonftracioneeuidentiorcm habcnc perfuafionem. O Lil . mu.L^ui /ijuoirrmj
& . m^isiitrmixi rnnoism r>5:.i frimtafninL rn"ds(T tvui mtut
fr> cnqyjdttUtr,?. : tr • i.i \: aorrob mcri.t :• : oiup r»:noiri tn\ JLfDp
ii3qoi quicur dc dcmonftratione a caufa rcmota , hanc cnim tali cxcmplo
dcdarac, Ci quarratur propcer quid paries no rcfpirat,&rcfp6dcatur,quia no
eft animal,tali$, coftruetur dcmoftratio,omne rcfpirans eft animal,paries n6 c
aimal.ergo parics no rcfpirat,quar quide no demoftrat proptcr quid,cu proxima
caufa addu&a no fit,fcd(olu qudd; in hocexeplo Anftotchs ccrcu
cft,cxiftentia rci quarficar nocS efse ante illam demonftrationem,&antequam
quarratur proptcr quid parics no rcfpirct,quis.n.cft,qui ignorct parictem non
rcfpirare ? imo Ariftotclcs talc pro blema addacit tanquam notum quo ad
quarftionem an fit,iaquit enim ( fi quavD ratur propter quid oon rcfpirat
pariesj, at ccrtum cft non quarri proptcr quid cft oifi qutado notum cft
quddfic , ut ait Ariftotclcs in fecundo libro poftcno ij) Logicarum Difput. £
rum contextu primo, cV trigcfimo nono fccundum Aucrrcis partitiiincm,nuny quam
emm qurrimus proptcr quid ahqua res fic,nifi prius conlbcuamus notum eflc qudd
fit; attamcn facTa dcmonftratione, dicit Arifroteles-per eam notificari qudd
cft, non propter quid clt, auafi dicat : quarficum eft propter quid non rea
fpirat parics, hrc autem demonfrratio qurfboni non fatisfecit, fed folumdecla
rauic qudd fic, parictcm, fciliccr, non rcfpirarc. fi itaquefcntcntia Aucrrois
ad» mittcrctur, lalfum diccret Anftorelcs.quoniam cnim ante demonfcrationem no
tum crac paneccm non refpirare, demonftratio illa non declarar quod, quareni
)nl notificat; ccrte rcs hrc nimis clara cfl,ncc alia rationc Arifcoceles
dcfcndi po tcft, nifi diccndo,ipfam dcmonftrationis uim, & nacuram
fpc&andam eflc, quan* do quid per eam oftcndatur infpicerc uolumus;
fiquidem illa demondrationc cx propria cius natura oftcnditur, parietcm non
rcfpirare, quamuis cnim nocum id tuerit omnibus hommibus, pcr hoc tamcn ipfa
uis dcmonftrationis minime tol h |itur,fcd frmpcr talis feruatur, ut notificet
rcm eflc, fed non cur fic. crcerum ad j lcnicrcm huius dogmacis confucacioncm
oftcndunt cx Ariftotelc in crigefima rona parcicula fccundi libri Poftcriorum
non modo nacuram demonftracionis fpcdando, uerum ctiam nosipfos deraonftrantes
inlpiciendo, omnem demon^ Orationcm notificantem propter quid eft,
nofincarceciam quod cfr, nobifqj tra dcrcnouam utriufquc cognitionem, quam
antedemonftrationem non habebap fnus; nam philofophus loco citato reddens
rationem cur illc,qui rcm clfccogno fcicfinc cognitionc caufr, non cognofcat
quid rafit,hanc racionem adducit, quianequc rcm illamefle cognofcic,
mfilcuiter, & ex accidcnci: cum enim res ita cognofci dcbcat, uti eft, uc
aucem fit habeac a fua caufa, fequitur tunc uere cognofci eam ctTe, quando pcr
caufam, propccr quam cft , cognofcicur ; non eft autcm rcpugnantu m ucrbis
ArilTotelis,ut forcasfis clTc uiderur.cum dicat prius rem cognoia qudd fit,
pofcca hoc idcmneget; nam fignificac duphcicer cogno fci rcm cflc, uno quidcm
modo lcuicer, & confufe, & abfque cognitionc caufr , altcro modo
pcrfccTc, rics; quarc fi ad hoc quarfitum rcfpondens dixent, quia non cfl
animal, hoc pa» cto m tccunda figura fyllogifmum conticicndo,omnc rcfpirans
cflanimal^paries oon cftanimal, crgo parics non rcfpirat, dctnontTratio non
ciT:c propccr quic^ Liber Sextus fedquod; noo cfletpropter quid,etcnim (ut
inquit Ariftotcles ) non dicitur ^ caula,non ut in tali iyllcgifmo non fit
acccpta caufa j quia rc ucra cft (yllo gifmus a priori , & a caufa, fcd
quoniam caufa remota , qux cius lyllogiU mi mcdium eft.comparata proximar
habctur pro non caufa.ElTet cx alccra par tc qudd,non co modo,quo dicunt ipfi,
quia, fcilicct,notificac qudd,nempe,parie tcm non refpirare.quomam hoc,cum omnibus
raanifeftum fit, non poceft ab ca ootum ficri,licct rationc formarfyllogiflicx
infcratur; fcd uccx hoc denotetur eius impcrfc&io.ficuti enim ratio a
poftcriori coparata rationi a priori dicitur im pfe&a , ica demonftratio a
x caufa remota comparata demonftracioni a caufa proxima eft imperfecla,&
hac dc caufa (ut diximus ) nuncupatur demonftratio cjudd, fcu quia. adidautcm,
quoddicunt, fi fetctia Aucrrois admitteretur, fal/ fum diccret
Ariftotcles,quoniam demonftratio illa non declarando qudd,quia notum crat,nihil
notificarer, negatur hoc,nocum .n. redditquod priusa s quat rentibus
ignorabatur, uidehcct , non efle animal eflficcre ut parics non refpirct ,
qunmuis nOn fit uera caufa,& uerum propter quid; fatiffecit itaquc illa
demon ftratio propofita* quarftioni quantum licuit, quia oftcndit caufam ad
quarfitum, quarcunque tlla fuerit.Nec obftac huic noftrar rcfponfionidi&um
phtlofophi,ut dclicet,m his non propter quid,fed ipfius quia dcmonftrationcm
eiTc, quoniam philofophus non uult dicere, demoftrationem illam non elTcpropter
quid, quia nullam caufam notificac, uerum quia non habet caufam proximam, fed
remoa cam, quamobrcm mcrctur potius ( ut fupra diximus ) nomen demonftrationis
3uia, quam ipfius propter quid; proinde,mco quidcm iudicio , non infpiciendo emonftrationisnaturam,Ariftoteles
dcfcdi potcft.Harc oia.qua? hucufquea no bis diclafut,poflut inferuirc etia
refpofioni ad ca,quarfubfcquucur, nepe,( carteru ad plcniore huius dogmatis
c6rutationc,&c. ) cu itaquc dctur demoftracio pro pter cjd tatu ut aha demoftrationis
fpccies a potisfitm cfletialiter diftincla/irma remanet ca dcmoftrationis
diuifio, qua Aucrroes ex mctc philofophi in pnmo Poftcrioru capitc dccimo
facit, qux huc \ modu fc habet,ois demoltratio aligd notu facies, eflentiale
progrcilu habct ucl a caufa ad efTcc"hj,uel ab effc&u ad cau fam,fi a
x caufa,aut proxima.aut rcmota,a x caufa proxima ht demoftratio propter cjuid
comunis ad potisGma,& proptcr quid cancum.fi.n. fut clTcntiahs progrek fus
a caufa proxima nobis immcdiate cognita, efficitur una fpccics demonitra*
tionis, quar dicitur potisfima, fi uero fiat a caufa proxima nobis mediatc
cogni ta,uidchcct, mcdiantc demonftrationequia, orituralcera fpecics, quar ab
Auer* roe appcllatur proptcr quid.fcu caufar tatu ; ac fi eflcntialis progrcflus
fiat ucl i caufa rcmota,ucl ab effe£tu,tcrtla efTicitur fpccies,quar ab omnibus
uocatur dc moftratio uelqudd.uel quia.no folu igitur ex partc medii,fcd etia
rationc quar fitoru daturCut declarauimus)crcs dcmonftrationis fpccies, quare
firma nbn rc manct ca demonftrationis diuifio, qua ipfi feccrunt.ncc argumetu
ex Auerroe fumptu (nifi fallimur ) ab eis difloluitur , ciim probauerimus dari
difcrimen in» Ccr dcmonftrationem potisfimam , & propter quid tantum in
principiorum conditionibus , ac pofle dcmonftrari propccr quid finc
dcmonftratione ipfiui X t iy7 Logicarum Difput, quod . fed aliquis de hac
diuifionc forfiean nobis obiicerct, ut in ca pofuerimui quodaduerfarii
facilcnegarc pofscnt, dari, fcdicec, demonilracionem propcer quid communem ad
pocisfimam,& proptcrquid tantum , qua propccr id pro# barc ipfiusmet
pbilofophi auftoritatc dccreuimus. Nam in primo Pofi contex tu decimo
Ariftotclcs fele&ionem facicns corum modorum diccndi pcr fe, qui eam
dcmonflrationem ingrediuutur,quam ipfc fimplicitcr uocat,alh ucro po»
tisfimam,dcterminat,eos duntaxat huiufmodi demonftrationem ingredi.qui nc Xum
caufa*,& caufati ncceflarium habent; hi funt primus, # fecundus, quarcus
vcro ut quartus minime, quamuis cnim ipfc quoquc prardiclar dcmonftrationi
adhibeatur,non (ecundum fuum totum ambitum, idcfi,non ut quartus ci adhi*
betur,fcd quatenus concurrit cum primo,& fccundo,quod cucnit quando cau» fa
efficicns cft cffeflui anncxa, in ciufcp dcilnitionc ponitur, at quando cft ab
eflc du difiun«5ta,in ciusq; dcfinitioncminimccollocatur,non potcft huius
caufar ge nus prjrdiftar dcmonflrationi accommodarj. in fccundo autcm
Pofteriorum c«5 tcxtu undecimo.cV in fccundo Fhyficorum contcxtu fcptuagcfimo
fccundo a£ ferit,quatuor gcncra caufarum mcdium cfsc in dcmonftrationc a priori,
feu pro ptcr quid,cV propterea quartum modum fccundum fuum totum ambitum in ea
fibilocum ucndicarc. quamobrcm uidcturphilofophus locis citatis innuc/
re,difTcrentiam e(Tc rationc mcdii, atcp idco «flentialcm intcr cas
dcmonftratio» ncs propter quid,quaru una fimplickcr.fcu potisfima , altcra ucro
propter quij tancum appcllatur.cum itaque huiufmodi dcmooftrationes ita intcr
fe ditifcriic, vt una,uidclicct,propter quid tantum,altcra,nimirum.potisfimadTe
non posfic, ad crcdendum inducor.ut etiamcx mcotc philofophi dctur demonftracio
co« munisad potisfiroam,cV proptcr quid tantum Dixi,ctiam cx mcnte philofophi,
quia cx ca caufarum,&caufatorum difpofitionc.de qua in capitc feptimo ad mc
tem commentatoris copiofc locuti iumus , & prarcipuc cx ultimo mcmbro id
manifcflisfimum apparet» Ex aliorunu fintentia aufloritatenu illanu pbillofophi
in ■ Jecundo ^PoRcriorunu iibro contextu oclauo fecundunu ueterem Jeclionem ai
Juerroiflu non in telltgi,cife[\ aduerfartde claratur* I li /. -• . Erv A T pro
Aucrroiftis locus illc pulchcrrimm philofophi in trigcfiau nona particula
fccundi libri Poflcriarum , cuius harc funt uerba, ( ficuci cnim propter quid
qua-rimus , habentes quia eft , aliquando autem
monftrationis autcm natura non in quarftionc prarccdentc, (ed in iis,
quar nocifi caotur, conftituta eft , & abhis appellationcm fumcrc debct,
non a prarcedenti* bus quarftionibus, quar a fola animi noftri accidentaria
afTeftionc pcndcnt , quo* niam aliquando Icuicer, & ex accidenti
cognofcimus qudd eft , aliquando id pc nitus ignoramus, ob id alio, & alio
modo quarftioncm proponimus; attamcn uc D cumquenos quarramus, cadcmfempcr
fcruaturuis notificatiua demonftratio» nis.Patct igitur locum illum Ariftotclis
in fecundo Poftcriorum libro ab Aucr roifris non intclligi, & cis caufam
crroris fuifle, Ariftotclcm in illis tribus di&is confidcrare cas
quarfciones etiatu ut dcmonfcracionem prarcedences, non folu u t I $60 pcr Jcmonftrationem notificatas; carum
cnim ut prarcedcntium difTcrcntia nul a lumdifcrimen facic in qua-fitis , qua:
funt dcmonftrationis finis , ncquc diucrfas dcnonftrationis fpecies conflituit;
fcd quando Arifloteles flatim in fcqucntibus ueibis qua-fita illa non amplius
ut prarccdcntia, fcd folum ut pcr demonftratio/ ncn notificaca confidcrat ,
duas tantum demonftrationisfpccies ponic rationc qcarfitorum notificacorum
diflin&as, dicit cnim duobus modis cognofci rcm cf Tc auc per accidens,
aucpcr caufam ,duas dcmonftrationis fpccics fignificans , cjm coim omnis
demonftratio aliquid cflc oftcndat, alia id facic per caufam, alia
fiiccraditionccaufa:, Addunc aliud argumentum aduerfus Auerroem f uc ipfi
dicunc) efTicacisfimum, nam Ariftotcles ibi doccc, per cam demonftrationcm ,
quar rcm efTc oftendic non pcr fuam caufam, minime cognofci quid cfl , fcd pcr
cam cancummodo, quar rem efTe demonftrac per fuam caufara; boc pofico,argu
*> mentantur hunc in modum , fola dcmonftratio oftcndcns rcm elTe pcr caufam
Yuam eft illa,quar declarat quid cft, quo fic uc omnis dcmoftratio declarans
quid cft oftendat rcm cfleper fuam caufam, hoc cnim aflenc eo in loco mamfefte
Ari ftotcles; acqui demonftratio,quam uocanc propccr quid tancum,fcu caufa:
caiufi, dcclarac quid eft,ut Auerrocs fatecurin crigefimo nono, &
quadragefimo com mcncariis fccundi libfi Pofteriorum , harc igitur dcclarat rcm
clTcpcr caufam fuam, declarat igitur rcm cfle, quod Aucrroifbc ncganc,
Impugnantur ea,qu*in fuperiori capite dtttafunt. . A DmifTa uerborum
Ariftocclis in crigefima nona particula fccundi Iibri Posfteriorum
intcrprctatione, quam eis dat inftantia,non potcft autioncas illa philofophi
aduerfariorum fcntentia: non ofTicere,quoniam fi ea, qua: quarruntur, luc
ratione qujcruntur.ut (fi fieri posfitj fciantur , interdumqj per Ariftocdrm
cognofccntibus qudd licct qua:rcrc proptcrquid, deneccsfitace fcquicur, dari
ahquam demonftrationem , per quam folum proptcr quid manifcrtum fiar,nan\ fi
tam m qua:ftionc proptcr quid, quam in quarftionc an fic , poft fatiam demona
ftrationem notum redderetur utrunquc quarfitum > qudd ,fciliccc, &
proptcr cjuid, non rcdV dixilTcc philofophus in particula illa tngcfima nona
fccuud; Po* 'neriorum, aliquando auccm , 6V fimul mamfefta fiunt, quia fcmpcr,
non aliquaci do id cueniret , fi, dum quxnmus folum propter quid habcrites
quod,mox,facla dcmonftratione,redderccur nocuni & propter quid , &
qudd;fed caufa huius cr roris fuit , cxiftimare, nos femper, dum unum quarrimus
, duo inucnirc, nam li^ cct hoc didum locum habeac in quarftione an fic quando
illam cognofcimus a x priori per fuam caufam proximam » quia tunc ,dum quarrimus
an fit, ignora^ mus utranquc quacftionem , locum camen non babec nec in eadcm
qua:ltionc O ^uandoillam cognofcimus apofteriori » &fccundum accidcns »
tunc cnim X }6i Logicarum Difput. A per Ariftotelem in illo o&auo contextu
fcimus rem eflc, & quod , ignonntes quid, & propter quid; rcc locum
habec in quarftione proptcr quid , quoniam id in ca inuenire non poiTumus, quod
non quarrebamus, uidclicec, ipfum quoJeft, quia illud ante qua-flionem ipfius
propter quid fcicbamus,immo ignoraco qjdd non poteft quarri propter quid. Ncc
obftat, Ariftotelem dicere, ipfum quod ef fefcuum fccundum accidens, quia
loquicur comparatiue, id cnim ucrum eftin comparationem ipfius propter quid,
nam fcire pcr pofterius in comparationrm jpfius icirepcr prius babcturpro ipfo
fcirc fecundum accidcns; ueritati autcm non conucnit, fi fcirc qudd fc cundum
fc confideretur,etcnim fcire non fuiflet ab Anftotclc rcfte diuilum in primo
Pofteriorura libro contcxtu trigefimo, fi fcU re qucd finc caufa* cognitionc ut
patet de animali rationah,quod dicimus cfle nfibilicatis caufa «fficiecc nu
ucra, oa (ub qualibei teporis dirteretia, poftta aoiraali ronali,ponitur
rifibilitas,*} ab ajW caufa produ, D ci no potc(t;&h,oc cfficics 06 mru
illud e,quod Coincidit cu forma. quando igi tur dicimus, mediu non potTe
collocari tuti in gcnccc cau(a?ctfteie3tW}'A finaliSi pcr caufam cfficicntem
intclligimus emcicnte non ucr.l cjuacenus, fcihcet^cauta?, cfficicnu accidit,
utfit fcmpcr WtfcftuianacjBa, tuoxpctoim i«^»t ^ ?" bbrnAr- I 16*4 tiatura,qux eft non fcmpcr efTc&um
fuum comitari. cum itaquc determinatum A fit a v nobis, pet rationem primi
extrcmi non polTe ab Ariftotele intclligi nifi caufalem dcfmitionem,qua:
exphcat propterquid eiufdem primi extrcmi,iiv conucnicnsqj non fit,ut idcmelTc
posfit propter quid pasfionis demonftrandar, & quid fubiecli , iure optimo
m hacdifputationc quarcndum exiftimauimus, utrummedium, quodeft ex
mcntepbilofophi ratio,idcft, caulalis defimtio pafo fionis dcmonftranda», fit
fcmperin demonftratione potisfima definitio quidita tiua fubiccli. per
demonftrationem potisfimam quid intclligi dcbeat , fatis, fu^ perc£ oxplicatum
fuit a nobis in prarcedcntc libro» per mcdium intclllgi debct medium rci,qudd
eftcaufa.a qua pasfio dcmonftranda habet ut fir, & confcruc tur; ex quo
fit,ut ab huiufmodi mcdio rei,quod cmanarc dicitur £ matcria nc/ cciTaria
necesfitatc Gmplicitcr,circa quam uerfatur dcmonftratio potisfima.ne/ ccftaria
colligatur conclufto,nam dc medio confcquentiar, leu lllationis.quod di B cimus
clTc,quando cx concesfis quibufdam conclufio dc nccefitatefequitur, in
prarfcntia neucrbum quidcro,cum illud proucniatex parte formar ipfius dc»
monftrationis , qua? fyllogifmus eft , de quo pnmo in ordine ad dcmonftrario=
nero ucrba facit plulofophus in hbris priorum.lccundo autem loco ut commu/
niscftad oranem matenam. dcclaratis tcrminis propositx difputationis , quid dc
ca alufcntiant prius cxarainarc decreuimus» sAliornm Opinio. PLcriquc ncgatiuam
partcm fuftinentes huncin modum argumentantur,cauC &, ptopter quam
unumquodque accidcns eft,debet clTe medium , quo illud dcmonftratione potisfima
demonftretur, at multa accidentia funt,quorum cau fa- non funt corum
fubiecTorum forma?,fcd alia accidentia, crgo multa acciden/ tia funt, qua* per
alia accidentia , non autem per eorum fubiedorum dcfmitio/ ncs demonftrantur
potisfima demonftrationejabfurdum igitur eft dicere,in om
nideraonftrationepotisfimaprimi cxtremi rationem fempcretfequidiratiuam
fubiccTi dcfinitionem. maior propofitio clara cft ex definitione ipfius fcire
fim/ pliciter, minor fatis,furjercp declarari potcft & Ariftotehs, &
Auerrois teftimo nio,na philofophus in primo Pofteriorum contextu tngefimo
dcmonftrat au* gmcntum luminis in Luna per cius fphacrjcam figuram , in fccando
ucro libro contextu o&auo , cV uigefimo quin&o oftcndit Echpfim de Luna
per terrse interpofitionem, tonitrum dc nubcper ignis extin&ionem,
foliorumcp tiuxum dearboribus perhumoris congelationeni,in quibus
demonftrationibus mediu eft ratio primi extrcmi ,fubiecli autem quiditatiua
definitio minime . Verura re ullus amplius cauilladi locus relinquatur , eas
dcmonftrarioncs efle potiln> D tnashac ratione probarc nituntur , illa
demonftratio eft appellanda potisfima , V Y 2 it j Logicarum Difput. A c\ux
pcrfc&am rci fcicnciam nobis tra fueuifle uocare demonftrationem propter
quid non potisfimam, ficuci eft illa de Luna: dcfcclu propter terra?
intcrpofitionem, fub nomine demonftrationis fim= plicitcr, ut facit in citato
commento quadragcfimo fecundi Poftcriorum , non autem fub nominc
dcmonftrationis potisfimar, licct apud Ariftotelem fimplici ter, &
potisfimc idcm fignificent, nec re uera aflcrere poceft Auerroes, demom-
ftrationem illam de Lunar defe&u proptcr tcrrar interpofttionem efle
potisfima , proptercaqudd fuis aduerfaretur principiis, nam pro comperco habet,
pnnci/ pia potisfimar dcmonflrationis dcberc efie nota natura, & nobis;
natura , quate^ rus caifa- funt,nobis ucro non mediate, uidclicet,per
dcmonflrationem quia,fed B immcdiarc,auxilio ipfius fenfus. cum igiturterra?
interpofuio nobis infra Luna exiftcnnbus bcncfic io fcnfus nota cfle non
posfit,quia oculis noftris penitus 00 culta cft, clare patct, demonftrationem
illam de Lunar d. fcdto propter terra? in* terpofitioncm non pofleex Auerrois
fententia dici potisfmam fed propcer quiJ tantum. pro inttllii»entia
rcfponfionis ad fccundam ciufdem Auerrois auctori/ tatcm in quarto Phylicorum
commcnto trigcfimo primo, aducrtendum cft, ali quid poflc cfle caufam
propriorum accidentium duobus modis, ucl exiftendi, & infercndi fmul,uel
folum infercndi.caufa exiftendi,& inferendi fimul non poteft cfle ex eius
principiis nifi forma fubiedi, cum per eundem Aucrroem id , quod dat cfle
fpcciei, det etiam confequentia ad ipfam cfle, quar funt illms fpeciei pro-*
prictates; caufa ucro infcrendi folutn eflc potcft aliud accidens propnum ; nam
fi de cius fentetia unum accidcns proprium alicuius fubiedi daret elTe alceri
pro prio accidenti ciufdcm fubiccli, efletmedium ad illud alcerum accidens
propnu l potisfima dcmonftratione oftendendum, ergo in maiori propofitione
accidcas de accidente prardicarctur prardicatione fubftantiali.cum maior per
eos in omni potisfima demonftratione uel per caulas externas,ucl per caufas
internas dcbeat clTe per fc; fed ex mcnte Commcntatoris in fecundo Pcftcriorum
commento tri gcfimo oOauo fub initium confequcns eft falfum, cumibtdicat
Auerrocs fquo jiiam prardicatio dehnitionis de definitionc non cft
fubftantial»s,qucmadrnodum jncxiftcntia propnorum fibi inuicem non eft
prardicacio fubftanciali >, ) ergo fal fum cft antccedens , ut, fcilicet,
unum accidcns proprium fit caula exiftcn Ji ali/ cuius alterius proprii
accidentis ciufdem fubiecu» hac pofita animaduerlione,di cimus , Auerroem,
quando ait in lllo trigefimo primo commento quarri Phyfi corum, (fcdnon omnc
id, pcr quod redditur caufa aecidentium fubiecli, eft defi nitio ipfius, ) per
caufam mtclligcre caufam infercndi folum, & ita optime loqui tur, quia non
id omne, pcr quod redditur caufa illationis accidcntium proprio rum alicuius
fi.biccti,cft eiufdemfubie&i definkio,at ex eius fcntentia utiquefubie cli
dttmitio cft id omne, per quod rcddicur accidentium propriorum caufa exi flendi
, & infcrcndi fimul. quarc parum cum ucritate uideptur conucnire quar Liber
Septimus 168 afleruot de Commenfatorc, efle , fcilicet , ex cius fenteutia
aliqoorum acciden* A tium caufas in potisfima demonftrationealia accidentia,
cum fccundo Pofterio rum Jibro commcntario illo trigcfimo oaauoafWr,
prardicationem proprii dc propr.o non efle fubrtantialem, finc qua fubfhnciali
prard.cacione non poceft tfc pocasl.ma dcmonrtratio Demum ad al.as duas eiufdcm
Commentatons au flor.tates, & pra-cipuead illam in quinquagefimo fexto
commentario pr.mi Po Jtcxiorum rcfpondemus, Auerroem per demonrtrationes
celebracas non incelli, gere tancummodo potisfimas, led omncs demonfrrationes d
priori in compara, nooem dcmonarationum i porteriori, quar potius fyllog.im.,
quam demonftra lioncs Duncupan folcbant ; intcr quas demonitratioues i pnori ut
in (uperiorc Iibro oiknfum fuit , contincntur demonflrat.ones propccr qui J
potisfimx & proptcr quid non pocisfima- quamobrem optime d.xit, magnam
partcm demo rat.onum celebratarura, ideft, a priori eifc per accidentia
eUcntialia, incellizen B dopcrmagnampartcm cclcbratarum dcmonftrationum omnes
illas , quxfunt proptcr qu.d non pot.sfimz, racionc uero pocisfimarum, quar
funt inter al.as dc loonltrat.oncs tanquam aurum purum incer mincralia,&
adamas inter gcmmas loedium cx fentent.a Commcntacoris,atcp ctiam ipfius
ph.lofophi non potcft ul Jo paflo
clTeaccidcns,aIioc,uindicendume(Tet,grauisfimum Commcntatorem tu.fle
inconitant.sfimum in huiufmodi fpeculatione, & ab Ariftotelc loneisfime
dccliDare. Quod fpedat ad propriam eorum opinionem , fi animaduemlfenc illa duo
Anftotelis tundamenta,fuper quibus collocata ert huius difputationis parj
aH.rmatiua non tam facile pronunciaiTent, fentcntia Commcntatoris eflc ex me te
pnilofophi , ut raro medium iu potisfima demonftrationc fic etiam caufa &
^uiditatiuaminoriscxtremitatis dcf.nitio, cum cx illis fundamcntis oppoficum
colligatur, quod luce clarius apparebit, quando inferius dc opinione noftra ucr
ba faciemus ubi alTcrimus et.am nos, medium cfle pasfionis demonftranda: cau C
fam pcr fc, fub.caiuero per accidcos,oon tamcn eo modo.quodicunt ipfi uc
fcilicct,ci raroadueniat, cuminpotisfimadcmonltrac.onecaufa, & propter
quidpasfionis fitfcmper^ ucibiprobabimus) quiditatiua fubicdi defuntio -fed
quia non confideratur ut caufa, & quiditatiua (ubicdi dchuitio. Ex diorum
fenfentia tjuxdam cognitu maxime dtgna pro- fonmtur , qutbut deflrmtur
fundamehtum obtecl/o- rits tnfupertori capite a nobis aliau tduerfus tbi
commemoratas demonftrattones. lu^foU *V .1
tf^f^ ' ,\; Vndaimcntum, quodoosfupcriori capiiemouebati ut crederemus,
demon, itracioncsabi comraemoracasnon efle potisfimasi fuit (quemadmodum co ^
lulocodijunuw^contcwutquwaas priifflibbhpo^ utautem huiuf. \ \6oronis cnim
dcmonftratio proptcr quid cft dcmonftratio primi gradus. Confutantur firc
ornnia, qu* injuperioric^itc dicla (unt* MNES unanimitcr conccdunt, unamquamque
potisfimam demonftra* ^-^tioncm cflc dcmonftrationcm proptcr quid, e contra
ucro non ita apud B omncs conftaf,ut cis uidetur cffe manifcftum,nam fupcrius
(quantum pcr nos U cuit) oftendimus,demonftrationes de accrctionc luminis in
Luna,dceius defe» clu,dc tonitruo in nube,dc foliorum cafu,& his fimilibus,non
elTc potisfimas, dfc tamen uocantur propter quid,ergodancur dcmonftrationes
propcer quid,qua: ex do&rina philofophi non pofTunt efle potisfimayion cnim
quarlibct dcmonftra tio proptcr quid perfcclisfimam rei fcicntiam tradit , fcd
folum illa,qua! racit uu iciatur pcr caufam non caufatam; ncc admodum cx ea
partecucum uidctur cflc quod dicunt,omnero,fcilicet,demonftrationem proptcr
quid cfle potisfimam, co quia in dcfinitioncm conuertatur, propterea qudd
dcmonftr atio dc lunac dfc fcclu per folam terra; intcrpofitione non cft
potisfima, ut probatum fuit in quac to libro,& tamen in definitioncm
conucrtitur. Adillud uero,quo x d harc appella tio 1
uidelicct,potisfimademon(tratio,& fi rcprehcndenda non eft, apud Ariftocc
lem non repcriatur,dicimus,cam fignificari fub nominefimpliciccr demonftra» C
tionis, nam ficuti apud Ariftotelem in libris Pofteriorum datur fcicntia, &
fcirc fimplicitcr, ita datur fimpliciter dcmonftratio,q eft eciam quid , fcd(ut
dixi* mus)non ois demonftratio quid cft potisfima , Quod aut exeplo dc duabus
fcrreis clauibus,inaurata una,& altera non,oftendercnituntur,non cfle,
feilicet , conditione necclTariam demonftrationi adcfhcienda prarftantiorcm
fcicntiam, ut minor cius propofitio,ficuti maior,immediata eflc dcbcat,fcd ut
in dcmoftra tionc huiufmodi coditio fc habeac non fecus,ac in altera clauc
inauracioad apc rienduro,cV claudcndum,non poflum nonmirari eorum ingenii
fubcilitacCm m cxcmplificando,& pcipuc io addu&o exeplo,quod prima
frontc uidctur pfcfer/ re aliquid probabilitatis,at fi diligentcr confideretur,
eius opc propofitum noa aftequuntur,diucrfa cnim cft ratio intcr clauis
inaurationcm, & minoris propo* fitionis potisfima? demonftrationis
immediationcm,cum illa claucm , cuiadue^ D nit,aptiorcm non reddat adproprium
munus excrccndum claucnort aurata, quamuis ci aliquid nobilicatis largiacur j
hax ucro fic conditio ncceuaria,' M Libcr Septimui 172 & confcrcns ad
prarftantiorem rcientiam cfhciendam , proptereaquoJ ex Ari- A ftotelc in primo
Pofteriorum contextu trigefimo nono fccundum fcdionc ucte A- tem inter
demonftratjiones a pricri illa prarftanciore' fcicncia cmcic,qua* fic g cau fam
non caufatam, fcd catifa non caufata eft definicio fubie&i,quar cum in
mino/ ti propoficione potisfimar demonftrationis defubietto prardicetur , cft
in caufa, ut illa propofitio non fecus, acrruior, immediata ficcrgo immcdiatio
minoris neceflario requiricur ad prrftantiorcm (cienciam ctticienda m ,- quam
quidem ionditionem contincri intcr condiciones potisfimar r (cu fimpliciccr
dcmonftra* tionis pofttas ab Anftocele in primo Ppftenorum liac rationc
probatur; coclu flo fimplicitcr dcmonftrationis.quafcumque illa fueric.uel pcr
excernas ] ucl per Htteruas caufas ,dcbcchabcre fccundum quod ipfum, alioquin
non dTet demo (tratiua, crgo minor cft immediaca.ar#eT»iens cft philolophi in
primo Poftc> riorum concextu decimo nono, confcquemia probatur ,fccundum
quod ipfum B excorum fentcntiaeft , quando prardicacum compctic fjbictto pff
ciuflcm fubie&i eflentiam , cV non ex alia racione , erg ) in concljfi ine
prarJica* tura inerit fubie&o pcr rationem fubie&i, ergo perrationen
fubiecti demom ftrabifU^cum pasfio dcbeat per eamxsrukm dimonftrari, pcr quam
iucft fubie/ &0;fi itaquc ratio fubie&i eritmcdium,quod m mimri
propoficione pocisfimar. demonftracionis de iubie&oprardicatur,uon poceft
eile it!a minor pronofitio ni fi immediata, quia inter dcfinitioncm quidiuriuam
, 6V J.hnicum fublbntialc nihil cadic medii ; cx quo clarc
pacet.demonftraciones dc accreciooe luminis in Luna,dc eius defcdu,dctonitruo in
nubj,& defoliorum cafu in arbonbus , cii tninonem mcdiatam habeanc,non
faccre maxime fdre, idcirco non efle potisfu mas dcmonftrationcs; continetur
naquc minoris imm:diatio inrcr conditioncs potisfimardcmonftrationis ab
Ariftotcle poficas m primo Poftcnorum hbro. tjuod ucro fpe&at ad eorum
rcfponfipnem Anftocclis auctoritaci in secundo ca C pite primi libn Posteriormn
dicimus, argumentu super ca rundatfi non cilc solu tu, quia demonstrationes
illa? singula; quibus aific aptan posse conditiones co rum principiorum, qua?
prima sunt, vel potissimae sunt, vel non; si potisfimar non sunt, non raaunt
contra nostram determiuationem, quia conccdimus etiam nos cx mente philofophi
in dcmonftracione , quar pocisfima non fic , polTe dari minorem mcdiatam; fi
uero func pocisfimar.dc neccsficace, propteradduc^a fundamcnta minorem habere
dcbcncaclu immcdiacam contra eorum opinio^ nem.Duo autcm illa philofophi loca
in principio primi hbn Topicorum , & irt primo Pofteriorumcapitcdccimo pro
eorum opinionis confirmationc , tan/ tum abeft , ut fententiam noftram
infirment, uc pocius eam miximc corrobjr rent, quiaphilofophus in primo Topicorum
non definic dcmanftracionem po tiffimam , fed dcmonftracioncm communicer
accepcam , cuius minorem rhe> diatam cflenullumeft inconueniens ; in primo
autcm Pofteriorum loco cica/ to philofophus ucique exemplificac dc
dcmonftracionibiis proptcr quid , ut funt illar de accrctionc luminisin Luna ,
dc dc eius defcctu fcd huiufmodi D demonftrationcs ( ut probatum fuit ) non
iunc pouffimar , dc quibus Z a.
Logicarum Disput. , solis ucrum est, ut omniacarum principia c(Tc
dcbcant immediata. cui ucritati A non repuenat Aucrroes in iam citato commento
ccntcfimo fexagefimo nono primi Pofteriorum,licct utatur codcm Joqucndi modo ,
quia non loquitur ibi dc demonftratione potisfima.fed cum Ariftoteie probat ,
demonftrationcm u/ niuerfalem meliorcm,& perfecliorem efle particulari , co
quia progreditur pcr caufam proximam,& immediatam rei deraonftrandar , quod
non facit demon» ftratio particularis. dcmum pro diflblutione illius
ualidisfimi argumenti , quo> utuntur ad comprobandum, eam,quam dixerunt,AnftotcIis
mcQtcm fuiflc, acl uertcndum cft cx philofophi fcntcntia in primo libro dc
Anima contcxtu o&ua gcfimo quindo, quo x d Rc&um cft iudex lui ipfius ,
& obliqui, cogaita cnim rci ueritatc , omnes cius obliquitatcs notar
redduntur. hoc pofito,dicimm,«x con» ditionibus illius dcmonftrationis,quam
priiicipalitcr philofophus intedic m prja mo Pofteriorum libro, factlc apparcrc
poffc,quot modisabcadcmonftraciones alia? dcclincnt, & deflciant; nam ex
quo illa facit uc fciacur per caufam.ab ca de* B clinat dcmonftratio quar facit
ut fciatur per cffeoftd?m9ffb "nttoisi viiQ.iTj* uiuuiri^ > uhi)? ffoQ
t>iP^ .oijift: 1M> uVmjj j? cuncjiD Problematis refolutio cxplicatnr. •b
btiMM^rDon. ^IMiir "frtiil , rr, *noi3£1 H" ■!* '^"tTTtJ iU
lh.il JJl n.jJ!f?wflP5nOi J-JliJ i.l^J- )'J >nT>b smiV;! REiecla huius
difputationis partc negatiua, amrmatiuam ample&imjr,quam ueriorcm, magifq?
clTccx mente philofopbi probabimus, allata pnus m me #um fuppoficione, quar
huiufmodi eft, ea, fcilicet, q uar per demonftrationem o* ftenduntur, non folum
eiTeproprietatcs,f Logicarum Difpuc. ^ rum trigefimo nono contextu inter
dcmonflraticnes""a priori llla prjrflantiorc A fcientiam cflficit,
quar fir per caufam non caufatam, tHel caufa non caufata eft qui- ditatiua
fubicfti dcfinitio, crgo in potisfimademonftrationcfemper quiditatiua fubiccli
dcfinitio cft ratioilla pasfiauis dcmonftranda: , quam mcdium efle dicit
©hilofophus in fecundo Pofteriorum o&auo, & uigefimo quin&o
contextibus , hinc optimc dixit Aucrrocs, illudj quod dat clTcfpccici,
darcconfcqucntia ad cf fc, qua: (unt illius fpecici proprietatcs, ut ipfcquoque
innuerct , mcdium in po^ tisfima dcmonftrationcfcmpcr eiTc formam fubie&i,
ut tamen dicit rationem, efTe homini rifibilicarem, cum homo,& animal
rationalc fint idcm . Secunda ra tio,fi medium in potisfima dcmonftrationc
efiet quiditatiua fubie&t defmitio,fe querctur, potisfima demonftrationem
non clTe ex principiis propriis, confequcs cft falfum, crgo & antccedcns,
falfitas confequentis patct per ea, qua dixit phi/ lofophus in primo Pofteriorum
contextu uigefimo tertio contra Brifoncm, Sc contextu uigefimo quarto in
principio, confcquentia dcducitur, nam fi animal rationalc, cxcmpli gratia, cft
mcdium ad concludendum rifibile de homine,eric ctiam medium ad concludeudum de
codcm homine difciplmabile , & reliquas OQmes cius proprictatcs, quoniam
non cft maior ratio ut una potius, qua m alia: hominis proprietates de eo
dcmonftrcntur per animal rationale, quod eft quidi tatiua hominis
definitio.quiditatiua igitur fubie&i definitio non eric principium D uni
tanium accommodatum, fed potius omnibus eius proprietatibus commu/ ne , &
propterca dcmonftratio pocisfima pcr huiufmodi mcdium non eflet ex proprns
pnncipiis. Tcrtia, & ultima racio , fi mcdium in potisfima demonftra= Liber
Septimus 176 tione cflct quiditatiua fubie&i definitio, maior propofitio
illius demonftrationis i concra fcncenciam philofophi m primo Pofteriorum eflct
demonftrabilis, proba tur confequcntia,quoniam incer fubic&i
defmitionem,& pasfioncm demonftran dam interie&a efteiufdem pasfionis
definitio,per quam poterit pasfio illa demo ftrari dc fubiecti definitionc. His
rationibus fatisfacicntcs, ad primam ncgamus confequcntiam, ficri.fcihcet, in
potisfiraa demonftracjonc pecitioncm principii, fi roedium in ea fit
quidicatiua fubie&i defmitio; ad probacioncm , ncgatur antc ccdcns,nimirum,
fupponi jn illa dcmonltrationc id, quod debcret probari; ad cius declarationem,
negamus,in maiori propoficionc illius dcmonftracionis.aua concludimus
rifibilicacem incflc homini proptcr artlmal racionalc, fupponi ho^ mini
rifibilitatem lnefle, quia,fajfum cft , ut ibi anirrial rationalc, & homo
idcra fint non cnim pro codcm accrj)iuntur aftimal rationale,& homo in illa
dcmon ftracione, nam animal rationalc fumitur folum pro forma.homo ucro pro com
^ofico ex materia, cV forma, uc facis, (upercp difputauimus in quarto libro
capir : tfc ot"tauo,ad qucm locum Lc&orcm remictimus. ncc obftac
Commentacoris au *-&6r1cas aiTcrcntis, rci dcfinitioocm non ciTcalum
naturam ultra rem iilam,quo 'fciam uerba eius ucra funt de primo definito, qua:
forma cft, fcd quando deiini* f f um accipitur pro compofito ex matcr» , &
forraa, # dehnitio pro torma tan^ tUrn, utclarcpatct in prardi&a
demonftratione dc hominis rifibilitatc propter animal rationalc, tunc Auerrois fententia
non habct locum, nam homoanima «fr rationali addit carnes, fintentia de ordine
ab aArfilotcle feruato inde clarando mediunu demonfirationis ejfecmfam , fefdc
conncxionc capitu undecimi fecundi Potterio- rum cum prdcedentiius. C *A g f
bri, luce clarius patet,medium in potisfima demonftratiooe a N nullo alio
cau JLogicarum Difput. fcd caufar
externr duat funt ) cmcicns,& fmis , fequitur igitur ut tria (W ad fum>
A mum gcncra caufarum.quarmcdia dcmonftrationum clTe poiruntjefticiens/inis}
& caufa interoajixc autcm duplex cft,nam accidentium ab interna caufa pcn
dentium alia per defmitionem fubic&i , alia per alia accidcntia ciufdem
fubie&i demonftrantur,tamen idem cft cau/ar modus,quo accidcns ab alio
accidcntc, & quo a forma,fcu natura fubie&i producitur , utraque cnim
poteft uocari caufa cfTctfrix per cmanatione,efficiens naquc duplex cft, aliud
cum uera actione cffi cit,& eftproprie di&um cfffcicns/empctcp cxternum
eft , quoniam idem in fc ipfum agere non potcft ; al/ud ucro , quod minus
propric dicitur efficiens, per emanationem potius t tticit.quam per ucram
aclioncm, cum femper abfquc ulia patientis rcfiftentia efticiat ; ita forma eft
caufa efTcfirix accidentium omnium iui fubiccli , emanant enim omnia ab ca; ita
etiam accidens caufa cft cfTe&rix al tcrius accidentis in eodem
fubic&o» hac pofita ucntatc, manifcftum eft, per cau fam formalem
accidentis propric fumptam,& ab his tribus modo nominatis di B
ftin£tam,dcmonftrationem ficri non poflc, fed pcr caufam formalem pro dcfini*
tionc acccptam , ut apparebit in cxplicationc undecimi capitis fccundi Poftc/
riorum libri. Omnia fuperioris capitis impugnantur. C e/f P. JT. A Flrmiffima
dup illa philofophi fundamcnta fuperius commcmorata manifc^ ftiflimc indicant,
cthcicns cxtrinfecum tantum, ut cft fola tcrrar interpofitio ad dcmonftrandam
Eclipfim de Luna,& internum, quod fubiecli accidcns fit ad aliud accidcns
de eodcm fubie&o demonftrandum, ut fpharricum cffe ad often C dendam
luminis accrctionem de luna, medium cffc in demonftratione propter quidtantum,in
potiffima uero minime, in ca cnim id folum efhciens pasfionis dcmonftrandz
locum habet,quod eft quiditatiua fubicdi dcfinitio,nam harc pro mcdio fumitur
ucl fola,quando, fcilicct,fpcciei aptitudincs demonftrantur, quae ab cius forma
tantum producuntur, ut rifibilc cfle de hominc , uel cum aliquo alio
concurrens, nempc,cum obie&o cxtra,quando aclus dcmonftratur, ut ccli pfari
dc Luna.quare non uidetur admodum tuta eorum fentetia, quando dicue, aliqua
accidentia fubdemonftrationem cadentia (intelligendo de potisfima de
monftrationc ) 2 fola caufa cxterna produci , & per lllara folam demonftra^
ri ; ficuti mihi fufpeda cft quoquc alia corum fententia , quando innu» unt ,
eundcm cfsc caufar roodum , quo accidcns ab aho accidente , & quo 2 lorma ,
leu natura fubie&i producitur ; nam fi omnia accidcntia propria, D quar fub
potisfimam dcmonftrationem cadunt , cmanaot a s forma fubiecti, quomodo poteft
unum ab altcro cmanarc , ita ut una proprietas alteram producat r datur utiquc
ordo intcr plurcs aiicuius fpccici propnctatcs , ' Liber Septimus 1S0 iot ,
fcilicct, una prius altera emanec a forma, non tamen ut unaabaltera A
producatur , cum omnes ( quod ipfi quoque concedunt) d forma fubic&i
habeant ut fint. qua pofita ueritate , luce clarius patct, demonftrationcpro* ptcr
quid potisfima fpecierum affc&iones non pofle dcmonftrari nifi pcr fola
fubiccli caufam formalem,ut tamcu dicit earum afTc&ionum ratione, &
propter quid,a&us autem ipfos fimul per obic&um extrinfecum,J( J tl v •
r. r f i> j l (| emanatione
Huir^infira efc,quar quide uel e ipfa forma , fcu natura fubiccti,ut
ratioralitas in homine rrfpectu nlibilicacis,ucl cftaliquod ac 1 8 r Logicarum
Difput. uult,totum accidentis fubie&um efie mcdium,hoc enim eft minu?
extremum in dcmonftratione; fed uult, medium eflfe aliquid illi fubie&o
infitum>& ab eo in* ^ feparabile.a quo per necefTariam emanationem
accidcns demonltrandum dcri uatur.Anflotcle autcm in illo capitedc caufis
nullam aliam matenam intcllige re,mfi eam,quar dicla fuit, magna confirmatio ex
ipfius uerbis fumitur in coa> textu duodecimo,poftquam enim dcclarauerat in
undecimo quomodo per fin gulum caufargcnus fiat demonftratio proptcr quid,
docec in duodecimo con* textu contingerc interdum ,ut idem effe&us fimul ex
duabus caufis pendeac, nempe,cx fine,& ex necesfitate materiar, quod
cxemplo lucerose dcclarat,fi quis enim quarrac proptcr quid per lucernam lumen
eggrediatur, poceft refpondcri caufa macerialis.poccft eciam rcfponderi caufa
finalis; materialis quidem, fi dica mus, uitrum haberc paruos,& infcnfibiles
poros,'partes autcm luminis Cenuiflt mas efsc,& illis poris
minores,propcera ex nccesficace id, quod fubcilius cft, cra fire per foramina
ampliora; finalis uero,fi dicamus, ne homo offcndat,tur ab Anftotele.in codcm
contcxtuj potcfteadem fentcntiami C rihce comprcbari; inquit ibi
Ari(totcles,effeclus naturalcs alios clTe propter fia ncm, alios clTeex
neccflTitatc,ied dtrpliccm tiTe ncccsfitatcm, altcram quidcmfe cundum
naturam,&cum intcrna fubie&i propcnfionc,altcram uero prartcr natu ram,&
uiolcntam^ utramquc cxemplo motus lapidis dcclarat, dicens, lapide ex
ncccsfitate tum fudum, tum dcorfum ferri,non tamcn fecundum eandcm no
ccsfitatcm ,deorfum cnim fertur naturali nccdfitatc :y quar cft raacerix
ncccffu tas,naturalis .n. conditio lapidis cft gtat»itas,a qua deoriu ferturcx
nccesficace, quam uocac Ariftotelcs materiat neceffitace; ide lapis
proie&us afcendic exnca ceffitatc,cu rcfiftcre ncqueat
uioIecianproiictetis,ha*c tame no cfLmateria: neccf fitas,fed impofita eft a
motoreextcrop cocra illius macenar nacura; (upca igitur nccdlitatc naturali.fi
dcmonftrcmus cur lapis deorfum feratur, cric lapis minus excremum , dcorfum
ferri cric maius cxtremum , cV grauicas medius termi' D nus; quam
dcmonftrationem dicit Anftotcles clTc cx caula matcriali,feu cx roa icna*
neccsfitate, ncc tamcn lapidcm ftatuere poflumus mcdium tcrminum,ied Liber
Septimus grauitatcrrvqua: ucl forma Iapidis cft, uel accidens a forma fluens j
& eft illius A motus caufa efTe&rix per emanationem, non caufa
materialis proprie difra ; fed ca dcmonftratio eatcnus dicitur facla pcr caufam
matcrialem , quatenus mediu tftcaula interna, & illi fubie&o infita,
cum fubiecTum maceria accidcntis eOe di catur; etTe&us uero ab extcrno
agentc produ&i polfunt quidcm dici cx neccsfi> tatc ptoducli, non tamcn
cx nccesfitate fubie&a: matcria: , fed potius ex agentis cxtcrm
nccesficace, Dcmum cxemplo mathematico, quo in capiceillo undeci/ mo utitur
philofophus, ad hanc ucritatcm facile dirigimur , de caufa cnim ma* teriali
exemplificans, aic, (Propter quid eft rcclus in femicirculo? auc quo exifte
tc^re&us? fit uciquc rcdus in quo,A, dimidium duorum re&orum in
quo,B,qui est in semi-circulo.in quo, C, uc igicur, A, rcctus infic ipfi, C,
ei, qui eft in fcmicir Culo, caufa eft ipfum, B, boc enim ipfi, A, irqujle
cft,!ioc auccm, C, ipfi, B, duo fum namquc rccTorum dimidium: cum igitur, B,
fic dimiJium duorum re&o^ B rum, A, ipfi, C, meft, hoc autem crat, in
femicirculo reclum eiTe.hoc uero idem tft ipfi quid erac eiTc, co qudd hoc
fignificac oratio. ) harc geomecrica Ariftotc |is dcmonflraciocx caufa
nutcriali propriedicla clTcnon poceft,cum quia Ma/ themauci in fuis
demonftrationibus hac caufa non utuntur,fcd fola formali tutn ctiam quia
mathcmaticam materiam fumendo , quam intcllcclualem materiam wocant, non apparet
quomodo mcdium iliius demonftrationis fic caufa maceria fiuc cum maiorc extrcmo
, fiuc cum minorc ipfum conferamus , dimidium cuimduorum reaorum non eft
materia anguli in femicirculo exiftentis , fcd cft ipfemct angulus in
femicirculo exrftens; non cftctiam matcria anguli rcdi.quia & fi dimidmm
fignificat partcm, & pars locum obtinet mareriar, tamcn non est materia nisi
cius, cuius est pars, et cuius est dimidium,ciTcc igitur matcria cfuo/ rum
rcclorum , fcd non unius recli, quemadmodum unius redi materia dTec di midium
uniusrecli; at dimidium duorum re&orum refpe&u unius redi matec C ria
nulio.pado cft,fed eft ipfemct unus redus; quomodo igicur mcdium illud cft
materia? cerce non potcft aliuddici, nifi quia anguli in femicirculo natura
cft, a qua ex neccffitate emanat, ut angulus illc fit recrus , quemadmodum a
nacura Jiominis emanat rifibilitas abfque pendcntia ab ulla cxterna caufa ;
fubic&um c* nim refpe&u accidentis dicitur matcna,& quodcumque
naturam fubie&i neccf fario confcquitur, id cx fubie&t matcria:
nccesfitatc cmanarc dicitur, quod non folum in rcbus naturalibus,Ted etiam in
mathcmaticis locum habet,ha: narfcque & fi materiam propric fumptam non
confiderant, habent ramen aliquo modo materiam per fimilitudincm iCucmadmodum
enim itmis fumrmv ral^ri inh,*. Logicarum Disput. formalcm uero, cV materialem
impropricnonnulli (ut diximus)a(Tcuerant,quo ^ modo autcm improprieformalis,3c
maceriahs caufa pro mcdio accipiatur, fub tilisfimc (ut fcmpcr folcnt)
dcclarant,& primo dc formali, hac ratione id cucni' rc,ut impropric fumatur
pro mcdio, quia quarlibctex tnbus aliis caufis , dum in rei dcfinitione
ponitur, forma appellari poteft; fed huiufmodi ratio (quod co/ rum pacc didum
fit) non uidctur elTc ad propofitum,quoniam formar.ut fiat mtf diuro, nihil
confcrt, qudd quarhbet cx tribus aliis caufis, dum in rei defmitione? fumitur,
forma appellari posfit, nifi addatur, ut pcr fingulam harum fiat demo flratio,
nam fi quarlibet ex eis pro medio accipiatur,& cx rci dcfinitionc fumpta
fortiatur nomcn formar, omnes enim defmitionis partes formar funt , commu/ tiis
una (ut alias diximus) & altera propria,utique hac rationc impropric forraa
medium cfie polTet; fed Iicet dc caufa efTiciente,& finali, quar re uera
medium eC» fc poflunt, id uerum fit, de materiali omnino falfum e(t,ctenim
arTcdionis dcm3 ftrandar fubie&um, quod eius materia eft, minoris
extremitatis, non meJii teri B mini locum fibi uendicat in demonftratione,
quare caufa iila, quam ponuntdd formx filentio in capitc de caufis, non uidctur
efle cx mcntc phirofophi , nifi di* cant (ut uere dicunt) improprie materiam
cfle medium, quaccnus, fcilicct, cail fam, quam inficam habet, nempe, formam
fubflantialcm, uel aliquod aliud acci* dens ab ea infeparabile, nobis ad
demonftrandum prarbet , fed hoc fecum afTert contra cos maiorcm difTicultatem,
quia fi afTeclionis fubic&um hac ratione im> proprie dicitur medium,
fequetur, eius formam, ficut & accidens ab eo infepa* rabilc, eflc mcdium
propric, quod tamcn ipfi negant , non cnim rationi confo* num uidctur etTe,ut
fubie£tum,& ea,quar in fubie&o fuot,improprie fiht mediurrij fed
utiquc, fi unum improprie, ut altcrum propriefit,& e contra; nam fi demoti
ftrarc pcr fingulam trium illarum caufarum, materiar,fcilicct, efficientis,
& flhir, eft (ut dicuntjpcr formam dcmonftrare, quando mcdium crit
cfTiciens,ucl hnisj erit etiam forma, diucrfo tamcn modo, nam efTicicns, &
finis proprie>forma uc C ro impropric; a pari dc caufa matcriali, &
formali, fi cnim materia fuerit mediii impropric, forma eius , & accidcns
ab ca infeparabilecrunt medium proprie ; eorum itaque expofitio, quomodo,
fcilicct, matcria impropricfitmedium,non uidetur cum ucritatc conuenire; fed
concdTa hac cxpofitionis ueritate, non u'u ■df o quomodo alceri lcntentia: fuar
refpondcre posfint,exiftimant cnim ipfi, illas -quaeuor caufas, pasfionis, non
fubiedi, formam, matcriam, cfTiciens,& fincm ctf fe, ergo matcna, quando
nobis caufam prarbct ad demonftrandum, non potcft* darc ncc prpprie, nec
improprie pasfionis formam, cum ipia nequepropric, n dcratatamcn utproptcrquid
pasfionis, quar ibi demonfcratur , licec abftrahat a matcria fcnfibili; &
quamuis mcdictas cfuorum re&orum non fic maceria nc^ cjtie pasfionis ,
ncqucfubiecli, dicitur tamen ea dcmonftratio eiTc factapcr cau fam matcrialcm,
quia mcdietas duorum rc&orum alicuius alterius maccria eft , iKmpc,duorum
reclorum,nullumcp inconuenicns cft, cum fubicctum,& pasfio in ca
conucniant; ncc dcbet in cxemplis undequaque uentas dcfidcrari, fat cnim cft,
ut pars geratuicem matcria-, cuiufcumquefit pars,dummodo ( ut diximus) in ca
fubiedum,& pasfio dcmonftranda conucniant. Opinto propria circa pbilofopbi
fententtam ineo ctpitedc caufis. D C t j^v r :*> tiiLiu* ru n irj>X5
oiiJ^wt taiij lumil uuo jnui&i u r : > > />r«nu iun givj j^Eiccla
aliorum expotltionc ad caput illud dc caufis, cxiftimarnus cfTc fortak fc Liber
Septimus 186 fe-melius, fidicamus, Ariftotelem in eocapite
prodemonftratioirrerrredio acci> A perc proprie omnia caufarum genera, nam
per formam lubiecTi demonftratur de eodcm fubic&oaliqua cius propriai
pasfio, ut nfibile de Irortrine propcer ani* tnal rationale;&
perfubie&i matcria,a qua producitur ahquo 1 accidens,dcmon ftratur accidens
illud de eodc fubic&o,ut corruptibile de homine,quia eft copo fitus ex
carnibus,& osfibus; lllud ide ucru eft ec dc fola caufa r pasftonis
erTxtrice, quarnofitquichtatiua fubiedi definitio,.rrec non dc caufa finali
eiufde pasllonis dcmonftt anda*, ea\ fcilicec,pasfione dc fubiecto fuo pcr
illas demonftrari; cr qur bus quatuor caufis r forma,& matcria fubie&r
in huc fensu abfquc ullo incoucnie- ti dici poflct mediu improprie,cY p
accides.qa non cofiderantur ut forma,& rrr* ccria (ubiccliifcd ut cautar
pasftonu crTednces,quando ab eis eman5t pasfiones de «oftrandsr. qua pouta
ucritatc, no rcpugnat pmlofophus in lllo undecimocav pitc recundi Pofterioru
iis,quardemedio demonftracionis fuperius m fcxco capr tc detcrminaurmus,
quandoui. dicirmis, causapasftonis erTectrice, quar pro me= B dio ab Ariftotcle
accipitur in fccudo Poftcrioru o£tauo,cV uigcftmo qum&o c5 tcxtibus,fempcr
eiTc quiditatwa lubiecti defioitionc,tntelligimus m demoftratio nc op quid
potisfima,philofophus ucro,quado loco cirato alTeric,omnia caufaru gcnera (umi
pro mcdio in dcmouftracione,intelligit. m denvonllratione po quid comuni ad
potisfimam,cV non potisfima,dirigens causa formalead pocisfima.re liquas uero
ad no potisfima; de qua quide caufa rormali non cxepliricat in illo
undccimocontcxtu fecundi PoftcTroru,qliia in prarcedcnti contextu decimo fa/
tis copiofc dc ca ucrba fecie, du dcclarauit mediu in demoftracionc cffe
defmicjo cc mdetuonftramTc, qu* nulla alia e nififorma, & qurdicatiua
fubie&i dchnitio. Diuersa uero eflc dcmonftracione,dc qua loqurtur in primo
Pofterioru ab ea,de «ma uerba facic m fccudo libro loco cicaco, indicat diuerfa
confbtutio defmitio »0 ipfius rcirc , pmlofophus .n. in nrimo Pofterioru
contexcu quin&o dcfinicns co omnc icirc pcr causa,fcd fcirenmplicrter,&
pcrfccllfi.dixit, (fcrrc aute arbitrax C tnor onuqtrodquc (impliciter,i€d non
fophiftico modo,qoi cft fecundu accidens, cu caus3 exiftimamus cognofccrc;pp
qua rc$ cft,qudd rllius caufa eft, & no co* tingcre hoc alitcr fc habcrc,)m
qua definitioa propofttione tu ratrone fubiefti, tu ct rationeprfrdicati
detcrminate pbrlofophus locutus cft,rationcfubiccti,fcu dc 6oiti,quaDdo dixit/fcirefimphcitcr>ut
innucret,fc nolleagere de omni fcire/ed dc co,quod potisfirrrar demoftratioms
cfTcctus etfyationc uero prxdicati, aut dc finitionis, quando dixit, (cu caufem
exrftimamus cognofcerc,propter quam rcs cft qudd illius caufa cft,& oon
contmgcrc hoc alrter fc habcrc) ur rndicarct, fci 187 Logicarum Difput. .
principia io primo Pofteriorum ordine refolutiuo Ariftoteles inueftigat.non eP
A fc candcm cum ea, de qua loquitur in fecundo hbro capite illo undccimo , fcd
textu primi Pofteriorum libri,oportcrc utiquc ucfciamus quot func omncs cau
far,& uc illas quarramus dc una,cadcmqj re,ft hoc fieri posfic,auc de uno
quoquc cncium quacramus eas caufarum fpccies , quar illius func quare ex co
Auerroi* loco nullo pacTo habecur, nec haberi poieft cx mcnte cius, ut
definitio ipfius fcl B re a philofopho tradita in capite de caufis eadcm fit
cum ca,quam tradidic in pr» nio Poftcriorum contcxtu quin&o, cum diucrfo
modo utrobiquc fucrit pofica, Dubta qu&damproponuntur, eorumjjblutioncs. .
^c^i, J A Riftoteles in fccudo Poftcriorum libro docet, unam unius rei caufam
efley -*-**non plurcs, qua? tradat cognitionem ipfius proptcr quid, eamqj uulc
cum fuo efFedu reciprocari,ut pofita ponat,& ablata aufcrac
efTe&ura,quare ficri non potcft,ut idcm eflecTus per caufam formalcm
potisfima dcmonftrationc, pcra> lias ucro demonftracionepropter quidcancum
dcmonftrccur,alioquin eucniret, unius rci plurcs forc caufas quarftioni propcer
quid eftfatisfacientes,quod & A* nftoceli, & rationi
aducrfatur,quandoquidem qui plures caufas alTcric fepara- tim
acceptasfatisfacerequarftioni propcer quid decadem rcfa&ar, is pugoancia
dicit, & proprium ipfc dogma eucrtic, quiafi plurcs ciufdem efTc&us
calcs cau* far ponantur, fequitur , nuflam dlc caufam, propter quara rts fic ,
a quauis enim earum cffc&us cx nccesfitate habet ut fit, fequitur, ab
altcra cum efTcntialitcr nr> pcndcre» Aducrfatur ctiam Aucrroi opinio
noftra, nam in trigcfimo nono , & quadragcfimo fecundo commcncariis
fecundilibn Poftcriorum dcclarSs Auer rocs ca ,quar ab Ariftotcle dicuntur dc
potisfima dcmonftratione, inquit, cius tticdium fcmpcr cfTc caufam erTcdriccm,
ucl finalcm, nunquam formam^fed for> mam in conclufionc potius
dcmonftrationis , quam in medio contineri. Satif* facientcs allatis obiccbonibus
, dicimus ad illam Ariftotclis audoricatcm Ioc» ; citato , philofophum
intclligcre ibi dc caula formah , quar fola dat elTe rci D laqj ( ut probatum
cft in fuperionbus) tradit cognitionem ipfius propter quid' fmiplicitcr; quarc
clarum cft , ficn pollc , ut idcm cffc&us pcr cauiam formalcni' Liber
Septimus /(]uodfidct (atho/tcsad uerfetur, uelfit contrabonos mores , uei
contra Trmcipes. Frater M aximianus Xnqutfttor uifa fiprafcipta fide Lictntii
tmprimtndi dtdit. Vifaprardiaa attefhtione ego>Petfus Macth*us Coruinus
Vicariui probaui di&am Licentiam» n . Nome compiuto: Bernardino Petrella. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Petrella,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Petrone: la ragione conversazionale dei sanniti e la setta
d’Imera – il megliore dei mundi attuali
– CLXXXIII, LX LX LX I -- Roma – la scuola d’Imera -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Imera). Filosofo
italiano. A Pythagorean, who claims that the number of worlds is CLXXXIII -- arranged
in the form of a triangle: LX on each side and one at each angle. Petrone.
Luigi Speranza -- Grice e Petrone: la
ragione conversazionale del determinismo dei sanniti e dei liguri – il fato o
il caso? – l’implicatura conversazionale – la scuola di Limosano -- filosofia
molisana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Limosano). Filosofo italiano. Limosano,
Campobasso, Molise -- Grice: “I like some phrases by Petrone: ‘il mondo del
spirito,’ ‘idealista’, etc.’” Grice: “Some of his philosophese is totally
untranslatable to Oxonian, such as ‘la nostra guerra’.” Insegna a Modena e Napoli. Cerca di conciliare l'oggettivismo
dei lizij con il soggettivismo critico. Dei lincei. Collabora a “Cultura
Sociale politica e letteraria”. In “Il Rinnovamento” si espressa criticamente
sulla condenna del modernismo da Pio X. Altre saggi: “Filosofia come analisi” (Pisa,
Spoerri); “Psico-Genesi” (Roma, Balbi) – cfr. psico-genesi nella teoria della
comunicazione di Grice --; “I limiti del
determinismo” (Modena, Vincenzi); “Idee
morali del tempo” (Napoli, Pierro); “Uno stato mercantile”; “La premessa del comunismo” (Napoli, Tessitore);
“Confessioni d’un idealista” (Milano, Sandron) – cf. MAMIANI ROVERE –
Confessione d’un meta-fisico – AGOSTINO – “Confessioni” -- ; “Lo spirito” (Milano,
Milanese); “A proposito della guerra nostra” (Napoli, Ricciardi); “Etica” (Palermo,
Sandron); “Ascetica” (Palermo, Sandron); “La vita nova” (Cecchini, Roma, Storia
e letteratura); “Filosofia politica”; “La terra nell’economia capitalistica”;
“Il latifondo siciliano”; “La legge aggraria”; “Il diritto al lume
dell’idealismo critico”; “La conezione materialistica della storia” spirito”;
“L’etica come intuizione” -- – contro LABRIOLA (si veda) --. “La storia
interna” “Il valore della vita”, “L’inerzia della volonta”; “La’energia
profonda dello spirito”; “La fase della filosofia del diritto”; “I caratteri
differenziati del diritto” -Cf. Tyrrell. (cf. A. M. G. – “Tyrrell e Tyrrell”). Avevamo
già corretto le stampe di questo articolo, quando ci giunse l'ultimo numero del
rinnovamento di Milano -- pieno di tutto fiele contro l'enciclica. Nella
sostanza si accorda pienamente col programma dei modernisti, ma nella violenza
della forma e nella irriverenza del linguaggio lo passa di molto; e trascende
con P. -- L'Enciclica di Pio X -- a
stravolgimenti indegni dello spirito e del senso dell'enciclica. Ed ancora
sullo stesso periodico. Ma peggio ancora spropositò su questo punto nel
Rinnovamento mostrando di aver ben poco compreso e del modernismo e dell'enciclica
che lo condanna. Dizionario di filosofia, Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Per
saggiare a fondo il valore del realismo giuridico dell’antico DIRITTO ROMANO, è
uopo, anzitutto, indagare, se e fino a che punto esso risolva o dia
sicurtà di risolvere quei problemi che ogni ricerca del diritto, la quale
aspiri al titolo di FILOSOFICA – alla Hegel --, si propone e che non sono
del tutto ignoti alla filosofìa del dritto romano tradizionale. Tre sono i
problemi che ricorrono tuttora nella filosofia o che segnano l’intervento della
scesi filosofica bene intesa. Il primo concerne l’origine, .la portata, i
limiti del conoscere. Il secondo concerne la natura dell’ essere che è
l’oggetto del conoscere. Il terzo il valore e le leggi dell’operare. Il
primo è il problema gnoseologico e, nella filosofìa del dritto romano,
può formularsi così: quali atti e funzioni ‘psicologiche’ si richieggono
perchè si formi, rigorosamente parlando, una nozione del dritto – quale il
diritto romano? Quale ne è il criterio, il principium cognoscendi? La
ricerca induttiva dei fenomeni del dritto presuppone o no una nozione del
dritto, una serie di abiti o (li
funzioni psicologiche, che valgano come premesse e come leggi del
processo induttivo ? II secondo è il problema ontologico ed è espresso da
queste domande: in che si sustauzia il diritto romano? Quale è il la
natura che subest, che sottosta immutabile alle sue evoluzioni
fenomeniche? e, nell’ipotesi che la ricerca dell’ essere e della sostanza
sia illegittima, nella ipotesi cioè fenomenistica, quale è e donde il
nascimento del fenomeno giuridico? Il terzo è il problema etico e la
maniera onde può venir risolto corrisponde esattamente alla maniera onde si
formula e si dibatte il problema ontologico: esso si domanda, quali sono
le norme della condotta giuridica doverosa; se le disposizioni del potere
POSITIVO del Hegel sullo stato prussiano siano, semplicemente perchè tali,
dotate di valore etico-imperativo; se, invece, non vi sia un criterio
normativo, superiore ad esse e giudice di esse, ottenuto altronde; se ci
si debba limitare alla semplice accettazione delle disposizioni autoritative
ossia del DRITTO POSITIVO o se, invece, non sia legittimo e corretto
domandare il titolo RAZIONALE di esse o IL DRITTO DI QUEL DRITTO: è
insomma, a dir breve, il problema del dritto NATURALE. Il realismo
giuridico non può evidentemente sottrarsi a questi problemi che ogni uomo,
conoscendo, non che filosofando, si propone e che, per quanto egli
premediti di sviare o eludere, non si lasciano rintuzzare in verun modo.
Ed in un modo o nell’altro, di dritto o per traverso, se li propone e li
agita lo stesso realismo giuridico. Il quesito conoscitivo non è per esso
un problema, in quanto ue presuppone la soluzione che è, come tante volte
si è visto, volgarmente empirica. Gli altri due quesiti, poi,
quello ontologico e quello etico, sono (la esso piegati alle esigenze del
suo empirismo conoscitivo: il primo di essi è snaturato da problema di
essere in problema di origine ed al secondo si oppone un diniego
esplicito. Il clie per altro, non toglie che cosi quella forma speciale
onde si pone e s’ interpetra uno dei problemi, come quella esclusione o
soluzione a priori che si ritorce all’altro non sieno la
conseguenza d' una scepsi critica, sottintesa se non espressa, ed
implicita nell’ assunto fondamentale dell’empirismo, quand’ anche non
condotta di proposito deliberato da questo o quello interpetre dell’assunto
stesso. Resta solo a vedere, se il problema vada posto come vuole
l’empirismo o come vuole la filosofia, o, dove l’uno e 1’ altra lo
pongono ad uno stesso modo, se vada risolto nell’ una forma o nell’
altra. E dico a bella posta — LA FILOSOFIA— senza vermi predicato che
la determini in un senso più che in un altro e che la limiti ad una
scuola più che ad un’ altra. L’ empirismo si annunzia in antitesi non a
questa o quella filosofia, ma alla filosofia in generale, o, se si vuole,
è una forma di filosofia che si oppone a quella che fin qui era tenuta
per tale, alla metafisica, e non a questo ed a quel sistema, ma al
criterio comune a tutti i sistemi, al yenus proximum di essi. Termine di
contrapposizione all’empirismo sarà, adunque, per noi l’assunto
impersonale della filosofia, senza che le varietà individuali di essa ci
occupino punto. Il che va inteso in senso relativo e limitato a quel
possibile consenso che, traverso le lotte dottrinali, è dato
ravvisare, nella tradizione storica della filosofia, a chiunque la interpetri
con intelletto d’amore . Il criterio della esperienza ed il problema
gnoseologico della filosofia del dritto.Adunque l’esperienza, ossia la
osservazione e la comparazione dei dati fenomenici, è il criterio
conoscitivo universale del realismo giuridico, di guisa che la critica di
esso si traduce iu una critica della esperienza. Questa critica non data
veramente da oggi: essa è vecchia, nè comincia dal Kant, come si
peusa comunemente, ma risale a Platone, che primo rivendicò le
ragioni della scienza e della filosofìa contro la doxa e 1’ empirismo dei
sofisti. Per quanto vecchia, essa non ha perduto, tuttavia, la freschezza
della novità, e va rievocata oggi che il positivismo, nella forma
più matura della teoria delfassociazione e di quella dell’ evoluzione, ha
risollevato i fasti dell' empirismo. Diremo, adunque, anche a costo di
apparire noiosi ripetitori, che 1’ esperienza non è in grado, da per sè
sola, di scovrire il momento universale e necessario del dritto, nè il nesso
causale dei fenomeni .giuridici, più di quello che essa noi sia di
scoprire il momento necessario ed il nesso causale di altri ordini
di fenomeni. L’esperienza ci dice che una cosa è fotta così e non
altrimenti, ma non che la cosa non possa essere altrimenti che così. L’esperienza
ci dà la coesistenza e la successione dei fenomeni e può darci anche la legge
empirica (la cosi detta legge di conformità che impropriamente si chiama
legge) di tale coesistenza e successione, ma non ci dà nè può darci mai
la legge di necessità. Essa ci dà la ripetizione delle coesistenze e
delle successioni di dati fenomeni, ma non la legge di tale ripetizione: essa
ci dice che una cosa si ripete cento, mille, diecimila volte, ma non che
si debba ripetere .necessariamente. L’ultimo dei termini della serie
progressiva e faticosa delle esperienze non ci dice niente di più e di
meglio di quanto ci dica o ci abbia detto il primo, e l’ultima ripetizione vale
le altre. L’accrescimento del materiale della esperienza è un processo
quantitativo, dal quale nessuna alchimia trarrà una qualità nuova.
Noi chiediamo il quia, ed il quid, doveccliè i progressi della esperienza
non ci promettono che una cognizione sempre più vasta del quale. La teoria dell’associazione,
che data da Hume, si avvisa di eludere il problema, con l 7 apporre a
questa legge di necessità una portata puramente psicologica. La
necessità oggettiva, essa dice, è un inganno; la necessità è puramente
soggettiva ed è la coazione interiore verso un dato nesso o una data serie di
nessi logici delle nostre rappresentazioni. La categoria della
necessità è una oggettivazione illusoria, una proiezione al di fuori
dell’abitudine interna di un dato nesso ideale. Ma, checché si deponga in
favore di tale tesi, non si scema l l’equivoco GRICE EQUIVOCO che la
vizia. La coazione interiore può ben nascere dall’abitudine, ma la
necessità logica della ragione è ben’altra dalla coazione psicologica del
sentimento. Questa ultima, non che necessaria, è accidentale di sua
natura, perchè il dominio psicologico è il dominio del variabile, del
contingente, del casuale. Del pari l’esperienza non può colpire il
momento universale delle cose. La universalità alla quale essa può pervenire è,
tutt’alpiù, universalità sui generis, universalità relativa e
provvisoria, il che è tutt' uno che negazione della universalità
scientifica. Il maximum dello sforzo cogitativo al quale possa pervenire
l’esperienza, secondo un noto principio del Kant, è il seguente per
quello che abbiamo appreso fin qui, non si trova veruna eccezione di
questa o quella regola data » non già quest’altro questa è regola universale e
non ha veruna eccezione. E ciò, perchè le conclusioni dell'esperienza
sono limitate e condizionate quanto la esperienza, la quale è
eminentemente analitica e non assicura e non garentisce che il suo
responso immediato. L’esperienza ci dice che date coesistenze e date
successioni di fenomeni si sono ripetute fin qui, ma non ci assicura
che si ripeteranno in avvenire. È vero bensì che noi » oggettiviamo
ed universaleggiamo ogni giorno le ri sultanze di quella esigua e ristretta esperienza
per[Vedi la bella illustrazione che di questi pensieri della critica
kantiana fa il Volkelt. Erfahrung und Denken. Kritische Grundlegung der
Erkenntnisstheorie. (Hamburg Volkelt] sonale che ne è consentito di fare e le
atteggiamo sub specie aeternitatis, ma, con ciò stesso, noi superiamo i
termini della pura esperienza, noi invochiamo ed applichiamo per la
nostra cognizione un altro criterio che quello sperimentale. In ogni giudizio
che formuliamo v’ò un tacito sottinteso che precede l’esperienza e la
integra : ed il sottinteso è questo: che quella ripetizione delle
coesistenze o delle successioni, la qual ripetizione non abbiamo osservato
ancora o non potremo osservare in avvenire, è conforme alle ripetizioni o
alla serie di ripetizioni già osservate. Il processo induttivo presuppone 1’
habitus, la funzione mentale che si formula nel principio d ’ identità :
dal quale segue che quanto si predica di una cosa o di un rapporto già
esperito va predicato, altresì, di tutte le cose e di tutti i rapporti
esperibili, le quali o i quali sieuo della stessa natura sostanziale
della prima o del primo. Ne l’esperienza è più atta a conoscere il perchè
delle cose, il cur, di quello che noi sia a conoscerne la
universalità. La successione dei fenomeni, sia pure conforme a regola,
non è causalità: e dall’esservi fra 1 fenomeni di una serie un rapporto
di prima e di poi non segue, per altro, che la mente dell’osservatore, la
quale nel supposto è tabula rasa, argomenti dal semplice rapporto
empirico di antecedente e conseguente la possibilità di quello ideale di causa
e di effetto. L’esperienza ripetuta delle stesse sequele di un dato
fenomeno e di un altro non può creare ex nihilo sui quel rapporto di
causalità che ai primi [VERA A. Melanges philosophiques] gradi ed ai
primi passi di quella esperienza era inconcepibile. Senza dubbio, il rapporto
di causalità è nelle cose (lo scetticismo di Hume non ha chiuso il
problema) ma non è una specie impressa sulle cose, visibile e
palpabile a nudo, esperibile iusomma. La nozione di quel rapporto è,
direi quasi, un’anticipazione dell’ intelletto sulla esperienza e sulla stessa
natura. Ogni nesso causale che noi formuliamo presuppone 1’ habitus, la
funzione mentale del nesso causale in quanto tale. Noi diciamo « questa
cosa è effetto di quell’ altra » solo perchè sapevamo che,
risalendo la serie regressiva dei fenomeni, ciascuno dei termini di
questa serie è un effetto, ossia è un prodotto da una causa, finché si
perviene al termine primo che non è più effetto, ma causa sui. In vero,
senza questa funzione mentale, noi avremmo uu bel discernere delle
affinità e delle conformità logiche tra l’operare di una cosa e la natura
di fatto d’una altra cosa che la segue: tra Luna e l’altra cosa noi
non vedremmo mai un rapporto causale, se a quel nesso di conformità
non si associasse spontaneamente, nel nostro pensiero, quella funzione
mentale, che io chiamerei il sottinteso della causalità. Chi analizzasse
questa serie di sottintesi e questa prescienza e vedesse quanto è facile
e seducente, ad un metafisico che sia artista ad un tempo, atteggiare quella
prescienza a forma di ricordo di una vita psichica oltremondana,
vedrebbe forse che la dottrina platonica sapere è ricordare è più presto una
deformazione poetica di un sano principio filosofico, che un principio
falso di sua natura. La nostra scienza, e non è prescienza, ha per
sottinteso un certo grado di prescienza. A Corate enunciò lo stesso principio
in altra forma, quando disse « sapere è prevedere. La previsione di
un fenomeno esperibile ma non esperito è, evidentemente, prescienza
intellettiva. Un logico recentissimo della scuola critico-positivista, il
Masaryk, ci porge una indiretta conferma, che qui ò opportuno ricordare,
di questi supremi principi della critica della conoscenza. I
fenomeni particolari sono tuttora (così VA del Saggio fri logica
concreta) gli elementi costitutivi del l’universo, come l’oggetto proprio
della conoscenza umana: ma noi sono immediatamente. Il nostro intelletto
non può cogliere ed intuire di un lampo l’unità delle cose : il suo
processo è, per di tetti vità connaturata, eminentemente astrattivo.
Epperò esso conosce le cose non per intuito diretto, ma mediante le leggi
e le proprietà essenziali che a quelle cose ineriscono. Queste
leggi e proprietà sono il prins, non il posterius della conoscenza. V’ha due
generi di scienze: scienze astratte e scienze concrete: le prime
conoscono le leggi delle cose e le seconde l’essere di fatto delle cose.
Or bene le scienze astratte sono il fondamento, il presupposto delle
concrete, appunto perchè le cose non si conoscono che per le loro
leggi e proprietà essenziali. La biologia, che è scienza astratta,
perchè ha per oggetto le leggi della vita precede ad es. la zoologia, che
studia gli animali viventi, ed è la confritio sine qua non della sua esistenza.
So le scienze concrete presuppongono le scienze astratte, è assurdo
supporre che le prime forniscano la base delle seconde. Ciò sarebbe una
inversione di termini. Precisamente l’opposto è vero. Le cose non- si
intuiscono o esperimentano di un tratto solo nel loro essere, ma si
conoscono in funzione di una legge e di una proprietà essenziale che
precede e rende possibile l’esperienza. Gli è questo che ci spiega come e
perchè le scienze astratte abbiano fatto progressi di gran lunga
maggiori che le concrete. Gli è che queste sono posteriori a quelle, onde la
loro maturità segue, in ragion di tempo, il progresso di quelle [Questi
principi del Masaryk sono fondati sul vero, benché il modo ond’egli si
esprime sia tutt’altro che proprio. La sua terminologia è mutuata
dall’empirismo per formulare una nozione sovra-empirica. Quello che egli
chiama processo astrattivo va chiamato processo di sintesi spontanea ed
originaria, perchè l’astrazione presuppone la conoscenza del
concreto onde si astrae, il che contraddirebbe al supposto.
Prescindendo da ciò, resta, intanto, stabilito che non solo la filosofìa,
ma lo stesso positivismo critico ed illuminato insegnano d’ accordo che alla
conoscenza analitica delle cose particolari deve precedere la conoscenza
della specie universale, che è come una sintesi, una deduzione spontanea
ed originaria, un’ anticipazione mentale dell’ osservazione. L’
esperienza affidata alle sue forze sole è così lungi dal fornirci un concetto
scientifico delle cose, che anzi essa, senza 1’ ausilio di una virtù
intellettiva che è prima e sovra di lei, non potrebbe neanche venire
alla luce e legittimarsi come esperienza. Versucli eiiier coucreten Logik
(Wien). Or bene, ripeto quanto lio detto più su, questa difetti vità
dell’ esperienza sussiste nell’ ordine delle conoscenze giuridiche, come
iu ogni altro ordine di conoscenze. Anche ivi la nozione universale deve
precedere 1’ esperienza particolare: la scienza sintetica delle proprietà
essenziali del diritto deve precedere la scienza analitica dei fenomeni
giuridici particolari e non seguire da essa. Anche ivi una estensione, un
impinguamento del materiale di fatto può accrescere la notizia delle
cose, non la scienza, come bene afferma Hartmann. Il materiale dei fatti é il
sottosuolo, non l’oggetto della scienza. La osservazione empirica di un
fatto giuridico non ci dice nulla sul momento universale e necessario del
dritto, nulla sui nessi causali di quei fatti ed è, però, inetta ad
adempiere, non che una sintesi filosofica, ma una semplice sintesi
scientifica: di guisa che, sulla scorta di essa, neanche la fenomenologia
perverrà ad ottenere quel principio sintetico e quell’ universale logico del
dritto che, come tante volte si è visto, rappresenta il suo termine
ideale. Per dirla più [(lì Die Bereicherung an Blossem Stoff des Wissens
vermehrt uur die Kuncle, aber nicht imraittelbar die Wissenschaft. In dem
aber die Wissenschaft erst da anfiingt, wo in den Beziehuugen des Stoffs und
den allgenieinen in ihm wirkenden Kràften oder Momenten das
Gesetzmiissige, Ordnungsmiissige oder Planmàssige, logiseh oder sachlich
Nothwendige aufgesuclit wird, zeigt sich eben, dass 'der Stoff als solcher
nicht don Gegenstand selbst der Wissenschaft bildet, sondern nur
die Unterlage derselben, dass aber der eigentliche Gegenstand der
Wissenschaft dasjenige ist, was an den Beziehungen des Stofìes allgcmein
und verniinftig ist — Gesammette Studien u. Aufsiitzc] esplicitamente,
quella osservazione empirica, ammesso pure che la si estenda il più che sia
possibile, non ci darà, di per se sola, non che una filosofia,
neanche una scienza del dritto. Perchè egli è fuori dubbio che la scienza
abbia per soggetto l’universale ed il necessario delle cose. L’ACCADEMIA,
il LIZIO, e fra noi, CICERONE, hanno del pari messo fuori disamina, che
oggetto della scienza é la vóyjaig nepi òoatav e che l’esperienza, che
apprende il particolare, non va confusa con la scienza che apprende l’
universale. Gli stessi principi sintetici della fenomenologia che siamo
venuti divisando non provengono dall’ esperienza, ma dalla speculazione del
pensatore. La storia consegna al v. Ihering il fatto della lotta e
del fine interessato, ma, quando egli generalizza P esperienza di quel
fatto a momento universale del dritto, eccede i termini della esperienza,
per soddisfare ad una vocazione speculativa che è anteriore all’
esperienza. La ragione di Dahn ed il giusto del Lasson sono cosi poco
creature delP esperienza, che quella è un ricordo della opinio
necessitati della metafisica, ovvero una forni ola logica della
razionalità della Volhsbewusstsein (la quale, a sua volta, è una ipotesi
demo-psicologica che trascende ogni esperienza) e questo è P applicazione
al dritto di quel logos Hegeliano, che è P ultimo residuo di una
notomia degli atti conoscitivi, la quale ha il suo punto di partenza
nell’ esagerazione dell’ a priori. Il principio del rispetto verso la
forza [Rep. Vedi pure: Fed. ; Mat.; Mag. Mor.] imperante (Achtung) e quello
della pre volizione della norma (Anerlcennung) sono non fatti di esperienza
0o - o'0£,ti va, ma impostasi intellettive di alcuni fatti accidentali di
esperienza psicologica. Il realismo giuridico si avvisa di conoscere le
proprietà essenziali e le leggi del dritto col mero processo della
induzione e della comparazioue. Noi abbiamo visto testò il Post, nell’
analisi comparativa dei fotti particolari della vita dei popoli, fermare il
segreto del substrato universale di quei fotti e di quella vita. Ma, l’osservazione
e la comparazione non sono possibili senza una teoria preesistente, la quale ci
faccia discernere quello die va osservato da quello che non va osservato,
e che, nel materiale disordinato dei fotti, ci consenta di
sceverare quel momento che concerne e preoccupa la nostra scienza
da quegli altri momenti che non ci concernono punto e che le altre
scienze differenziano dalla nostra. Senza il filo d’Arianna della speculazione,
l’osservazione e la comparazione dei dati di fatto diventano un labirinto
inestricabile e dal quale non v’è più uscita. Se non sappiamo
prima, per un’ anticipazione intellettiva, che cosa è dritto, nè possiamo
discernere i fenomeni giuridici da quelli che non sono tali, uè negli
stessi fenomeni giuridici possiamo sceverare quello che in essi è
proprietà essenziale da quello che non lo è. Anche nell’ordine delle
conoscenze giuridiche è vero che l’intuizione è cieca senza la categoria. Vi
debbono essere, nella moltitudine dei materiali storici messi a
profitto dall' indagine e e dalla comparazione, delle quantità conosciute ehe
permettano all’osservatore di orientarsi nei suo cammino. Il che è riflesso,
nelF ordine del pensiero, di quello che, come vedremo, ha luogo nell’ ordine
delle cose. Perchè, evidentemente, nel suo processo evolutivo l’umanità deve
pure avere avuto delle soste, deve pure aver segnato delle fermate e dei punti
di riposo, nei quali momenti si è venuto deponendo, consolidando, sarei
per dire cristallizzando, il presunto fluttuare dei fenomeni. La pressura
della logica e quella che lo Schopenhauer chiamava die List der Idee
domina, del resto, gli stessi induttivisti della giurisprudenza e li trae a
smentire coi fatti quanto lian professato a parole. Dopo aver respinto 1’
a priori, essi sono ben lungi dal farne a meno: e di presupposti a priori
tolti in prestito alle nostre odierne intuizioni giuridiche o alla nostra
speculazione filosofica le loro ricerche sono piene. Tanto egli è arduo, impossibile
anzi, nel rifare a rovescio il processo della evoluzione giuridica, fare a meno
di un contrassegno ideale di quello che è dritto o di un criterio
intellettivo che ci aiuti a discernerlo dagli altri fenomeni del cosmo!
Il metodo comparativo, adunque, che si avvisa d’inferire dal semplice
raffronto dei fatti la nozione del momento giuridico di essi, è una vera
petitio prineipii. Un’ anticipazione ideale di quello che si cerca
bisogna averla per forza, se no quello che si cerca non si trova. È una
cosa molto elemen fare codesta: chi non sa quello che vuole non trarrà mai
un ragno dal buco. Ottima la ricerca delle forme storiche della proprietà
immobiliare nel mondo orientale, a mo’ d’esempio, o il raffronto tra esse e
quelle dei popoli occidentali, ma, se voi non avete prima una nozione
quale die sia della proprietà immobiliare, quella ricerca e quella comparazione
non la farete mai. La storia è pur sempre storia di qualche cosa. L’ordinamento
seriale dei fenomeni sotto il genere dritto e sotto le specie famiglia,
proprietà ec. (scelgo a bella posta l’ordinamento seriale più facile ed
elementare) e tutta la serie dei principi e delle rubriche e delle
classificazioni della giurisprudenza storica e comparativa sono, per necessità
di cose, un presupposto e non un risultato della comparazione e della
storia. Nò si opponga che il com cetto del dritto emerge dal fondo stesso
della osservazione e della comparazione ed è ottenibile mettendo a
raffronto un gran numero dato di oggetti affini tra loro, astraendo dalle
differenze indi-[fi) Schuppe. Die Metkoden der rechtsphilosophie. Man kommt
nickt von der gesckicktlickèn Betrachtung zu dem Gewordenen, sondern
gerade umgekehrt: man suckt, von diesein ausgekend, seine Erfahrung nack
ruckwarts in der Zeit zu erweitern Der Versuck, aus der Gesckichte
herauszusammenfugend zu ersckaffen, kame auf ein Mlsslingen oder eine
Selbsttausckung kinaus: es giebt nur Gesckiehte von Etwas. Wenn die sogenannte
genetiscke Metkode die vollkomneren Gestaltungen aus den unvollkomneren
sick erzeugen, so solite nie iiberseken werden, dass im Nackweise dos
Keimes das Wozu er sick entwickeln, Wessen Keiui er sein soli, sehon
vorsckwebt; nur vom vollendeten Erzeugniss fragen wir zuriick nack den
keimartigen Anflingen. Stammler. Die Metkoden der geschicktlicken Rechtstheorie]
vicinali di ciascuno e ferrnaudo quel genere, quella nota universale e
comune, in che convengono tutti ad un tempo. Imperocché, appunto perché
abbia luogo quel raffronto, si richiede un’ anticipazione sintetica
della natura sostanziale del dritto. Per discernere in che gli oggetti sono
affini, occorro che vi sia, anzi tempo, un contenuto ideale, in rapporto
al quale 1’ affinità o la dissomiglianza è concepibile. La
osservazione e la comparazione vi darà il fatto della convenienza, solo
quando voi preconoscete di avanzo, sarei per dire presentite, per una
cotale anticipazione irriftessa dello spirito, quello in che si
conviene e la ragion formale della convenienza. La nota comune è una
premessa del processo astrattivo. Bisogna degradare il fenomeno della
conoscenza alla più volgare materialità per convincersi che gli
elementi, i quali in ipotesi sono conformi, si lascino connettere
in un rapporto di conformità per una percezione immediata del loro essere
di fatto. Perchè gli elementi b. c. d. lascino vedere un elemento comune
con a. e si vadano sussumendo in un rapporto comune A. occorre almeno che a,
ossia il termine di raffronto, abbia colpito il pensatore e gli
appaia come un momento di cosiffatta natura, da servire di regolo agli
altri, come a dire un equivalente ideologico preesistente del contenuto che si
ottiene poi formulato nel rapporto A. Se l’intelletto
dell’osservatore è una tabula rasa, egli non vede nè differenze nè
somiglianze nei fenomeni, nè dritto nè torto nella storia: le differenze
sono percepibili, solo quando si sa quello da cui si differisce e. del
pari, le somiglianze, solo quando si sa quello cui l ‘ì si
somiglia: in altri termini i rapporti sono percepibili solo in finizione del
loro oggetto ò della loro ragione formale. Egli, adunque, l’osservatore,
non vede che una serie di fotti indifferenti che non sono nè il
diritto, nè il suo rovescio : di cui noi, messi al punto, non potremmo nè
anche assicurare che cosa sieno: perchè ci difetta la virtù astrattiva che
sarebbe necessaria per vedere come andrebbero le cose della nostra
intelligenza nella ipotesi di un processo anormale di questa. Alla
induzione ed alla comparazione deve, adunque, precedere un intuito speculativo
del dritto. ]Sel campo della giurisprudenza, come in quello delle
altre discipline, il processo conoscitivo s’inizia da una sintesi
primitiva e spontanea, si svolge e dirama e differenzia per l’esperienza,
l’analisi, la riflessione e va a metter capo alla sintesi riflessa della
deduzione. La storia del processo fenomenico ed inventivo è un
compito meramente analitico che si esercita sopra una sintesi scientifica
preesistente. Per descrivere le fasi evolutive di una cosa bisogna già
possedere il concetto dell’ essere della cosa, ossia della sua
forma definita ed evoluta e della sua configurazione stabile e consolidata. Es
ist vor Alleni unumgiinglich, class der Entwiokluiigahistoriker das genaueste
und deutlichste Verstiindniss von der reiteri Gestalt besitze und
bekunde, von welcber er die Entwickeluug verfolgt. Die
Eutwickelungsgeschichte ist steta und lediglieli eiue analytischo
Aufgabe. Scheinbar naives Aufsuchen der Verbindungsstiicke und gliickliches
Probiren, ob sie passen, ist ein ganz eitles Unterfangen. Die Ent[La filosofìa
speculativa del dritto aveva adunque ragione. Di che una preziosa riprova
ci forniscono gli stessi empirici della giurisprudenza, la mente dei
quali è munita, anzi tempo, non che di un intuito o di un
presentimento del dritto, di tutto un corredo di conoscenze speculati ve, più o
meno deformate, tolte in prestito precisamente a quella filosofia. E
senza il suo ausilio 1’ esperienza si sarta trovata a mal partito.
Ciascun fatto o ciascuna serie di fatti non malleva che se stessa: ed il
filosofo dell’ esperienza non avrebbe mai visto il lume dell’ idea.
L’induzione è sempre limitata ad un dato numero di fatti, il qual
numero, lo si moltiplichi a talento, dista pur sempre infinitamente dalla
universalità -che si estende a tutto il possibile. Gli stessi principi
generali non vi sarebbero più : 1’ allgemeine Reclitslelire è un generale
die, viceversa, è un particolare. A causare tali perigli, resta che, in difetto
di speculazione propria, si usurpi l’ altrui. Ed ecco, allora, che
la premessa maggiore del realismo e della fenomenologia è una premessa
metafìsica. Questi declamatori dell’ esperienza e dell’induzione sono in
fondo dedutti visti. La filosofia ha trovate alcune verità con un
procedimento misto d’ intuizione di rapporti ideali e di esperienza
psicologica. Essi riprovano queste verità con l’allegazione di fatti spe- [wickelungsgeschichte
des Organismus setzt ein hohes Stadium der Anatomie voraus, das sie
alsdann erhohen kann. Aber die Entwickelungsgeschichte kann der
descriptiven Anatomie nicht voraufgeben. Cohen. Kant’ s Theorie der Erfahrung
Zw.] rimentali, quando noi facciano con nn tessuto di raziocini. Il loro
metodo è analitico e regressivo: onde quando essi rimproverano di
deduzione la vecchia filosofia, questa potrebbe dir loro che essa della
deduzione, accanto ai difetti, aveva benanche i pregi, dovechè ad essi
non restano che i difetti soli. Il criterio storico-evolutivo ed il problema
ontologico della filosofia del diritto. Si è detto innanzi come la maniera,
onde l’empirismo concepisce il problema dell’essere del dritto, equivale
esattamente alla maniera ond’ esso concepisce il problema del conoscere. Dopo
aver detto die criterio unico della scienza è l’esperienza, logica
vuole che l’empirismo dica che l’oggetto della scienza è tale,
quale bisogna che sia perchè rientri nei limiti della esperienza, e che,
quindi, il dritto non abbia altro essere che l’essere mutabile,
contingente e fenomenico, o, per dir breve, non altro essere che il
divenire. Come in tanti ordini di cose, così nel dritto, il criterio
scientifico si è venuto snaturando nel criterio storico e,
conseguentemente, il problema ontologico nel problema genetico. Del
dritto, come di altri oggetti, si studia non più la sostanza ma la
genesi, non più l’essenza ma l’evoluzione, non più il substratum ma
il processo; nè solo si studia l’una cosa e non 1’ altra, ma si afferma
come inesistente quella che non si studia, o si presume di non studiarla,
appunto perchè la si dà per inesistente. È il criterio storico-evolutivo,
che riassume il genio scientifico (lei secolo e che pervade scienza e
filosofia. Se ne volete 1’origine, dovete far capo all’ aspetto dogmatico
del fenomenismo kantiano e, più lungi ancora, alla critica Lochi aria,
alla teoria, cioè, della inconoscibilità della sostanza. Tolta, invero,
la ricerca della sostanza, non rimane che il fenomeno soletto al lievi, al
divenire, alla storia. Se questo criterio lo si proseguisse nella sua
forma logica e coerente, esso non porgerebbe ai suoi settatori un
saldo sostegno. Così coni’ è, esso è viziato dalla radice, perchè poggia sopra
una inversione del problema filosofico e perchè confonde volgarmente due
termini che vanno distinti, scienza e storia. I fenomeni particolari che
registra la storia sono non solo inesausti, ma inesauribili nel loro
numero: la umanità ha invocato sempre l’ausilio delle idee per dominare
l’universalità dei possibili, senza di che non si sarebbe mai svincolata
dalle strettoie di una perpetua ignoranza. La storia ha per oggetto
il nudo individuale; quello che sta a sè e non può predicarsi degli
altri; quello che può essere conosciuto solo per un atto di esperienza ex
professo e discontinua, e che, per essere singolo, si consuma in un
singolo atto mentale e consuma l’atto stesso; quello che non ha nesso con
altri e non può nè subordinarsi ad essi nè subordinarli a sè, e che è
incomunicabile: quello che dà luogo non ad un concetto, ma ad una moltitudine
di percezioni saltuarie, sempre esposte alla sorpresa del nuovo,
dell’imprevisto, dell’azzardo.
Schopenhauer — Die Welt u. 8 . w. — Ergiinz: L’empirismo, messo allo
stremo, li a studiato, pertanto, di sfuggire alla logica del suo criterio.
Invece di escludere la speculazione, esso fa atto di riconoscerla,
ma piegandola alle esigenze del suo criterio; nò nega la sostanza, ma la
traduce nel circolo del suo sistema, llesta, per esso, oggetto della
scienza l’essere, ma l’essere appunto sta, o si presume che stia,
nel divenire. Il suo intento non è, in fondo, negativo, ma dialettico. L’
esse della filosofia morale e giuridica è appunto il fieri della
evoluzione del costume e degl’ istituti giuridici. Quella serie di
proprietà sostanziali, quella essenza specifica della natura e della coscienza
umana non sono negate o rimosse, adunque; sono semplicemente interpetrate
in un modo diverso. Esse non sono più un a priori — della' storia, un
termine che è fuori del processo storico e che rende possibile lo
stesso processo; ma si rappresentano come un a posteriori primitivo, come
un prodotto dell’esperienza collettiva e della razza, un prodotto che si
solleva, a sua volta, a causa di nuove formazioni, di nuovi
fenomeni, ma è ab initio una formazione, un fenomeno esso stesso. Messo
da banda il flusso eracliteo i settatori del criterio storico-evolutivo si
credono licenziati ad ammettere delle proprietà specifiche della natura etica
umana, quando s’ intenda che queste proprietà sieno non un essere, ma un
divenire o, per meglio dire, un divenuto; quando si intenda che
esse sono forse un a priori a petto alla esperienza individuale dell’
uomo che si trova in uno dei momenti derivati, della evoluzione, ma sono
certo un a posteriori della esperienza delle g enei azioni preesistenti.
Nella serie dei momenti evolutivi, ciascuno di essi è un posterius delle
esperienze sociali trasmesse dal momento anteriore; solo clie
queste esperienze diventano generative di altre posteriori, a petto alle
quali esse sono un termine primitivo. L’esperienza collettiva che supera
la dispersione e la difettività dell’esperienza individuale, l’abitudine
(latamente intesa) e 1’ eredità che la trasmette e la consolida, la
tradizione storica che ne raccoglie le risultanze : ecco i supremi
presidi, con l’aiuto dei quali 1’ empirismo moderno si avvisa di superare
le difficoltà dell’antico, di trascinare l 1 essere della scienza e
della filosofia nel flusso del divenire e di evitare, ad un tempo, le
ritorsioni di quella logica inesorabile, che lo forza a dibattersi sterilmente
nell’ assurda impresa di logizzare la storia o di storizzare la logica,
di formulare e dogmatizzare il mutevole, l’evanescente, l’ individuale e
di travolgere, ad un tempo, nella rapida scorrevolezza dei fenomeni
transeunti quello che è e che sta, l’eterno, l’immutabile, l’assoluto. Se. non
che, anche in questo contenuto più ricco di valore ideale che assume il
criterio storico-evolutivo, esso è ben lontano dal sottrarsi a quella
logica di sistema, . che, volente o nolente, lo rimena all’ assurdo
d’ invertire i termini del problema filosofico e di scambiare la scienza con la
storia, la sostanza col fenomeno, le facoltà e le attitudini
connaturate con le esperienze e gli abiti acquisiti. Finché, in
omaggio al paradosso, si riconosce l’ammissibilità di un processo all’ infinito
e, rifacendo la serie regressiva delle esperienze, il primo termine
di quella serie si rappresenta come una esperienza a sua volta, il vizio
radicale dell'empirismo rimano sostanzialmente lo stesso. Finché la razza
è una moltitudine d’individui, la quale moltitudine non può fornire
un elemento nuovo ehe non sia orininari amente contenuto in ciascuno degl
'individui che la compongono, finche l’abitudine e l’eredità sono
forze trasmissive e non creative, le quali, quindi, presuppongono
un quid che si ripeta o consolidi o trasmetta, la contraddizione
implicita nell’ assunto empirico rimane tal quale. L’ empirismo
allontana, risospinge indietro il problema nella storia, ma non lo
risolve. Nella serie delle fasi evolutive v’ è sempre un priuSy un termine
primitivo, che, come esso c’ insegna, non è un essere ma un divenire, non
è una sostanza ma un fenomeno, non è attitudine all’ esperienza ma
esperienza senza attitudine. Ed in questo termine primitivo rinasce il
problema elie si credeva composto: il divenire è possibile senza l’essere?
ed i fenomeni giuridici sono possibili senza l’essere giuridico"?
senza una coscienza giuridica già data, senza una facoltà connaturata del
dritto, sono possibili le esperienze giuridiche? Ogni momento
individuale dell’ evoluzione giuridica, lo si derivi pure da una serie
inferiore preesistente, non ha forse bisogno d’ un ciliquid che lo
determini e lo differenzi come tale dal momento anteriore ? e
questo aliquid non è un essere che precede e rende possibile il
divenire? Nella continuità dei fenomeni deve pure esservi, non
foss’altro, l’infinitamente piccolo di Leibnitz, che prima non era ed ora è, ed
è quindi la radice, il substratum di quello che v’ è di nuovo nel
rapporto reciproco dei termini successivi della serie, di quello cioè che
differenzia i singoli momenti della continuità. Questo infinitamente
piccolo non può essere prodotto dalla prima esperienza, se questa, per
logica di cose, lo presuppone. Come mai quelle esperienze giuridiche o quella
serie di esperienze, che saremmo impotenti a far noi ex novo, se
fossimo dello tabulae rasae, e che noi possiamo Aire, secondo il criterio
storico-evolutivo, solo perchè l’eredità e la tradizione storica ha
deposto e trasmesso nei nostri poteri psichici tutto un contenuto ideale
che tesoreggiamo di continuo, come mai, dico, quelle esperienze sarebbero
esse state possibili, senza verini possesso anteriore di una
facoltà connaturale, a quegli uomini primitivi, i quali, a quanto insegnano gli
evoluzionisti, uscivano a mala pena dalla specie inferiore dell’animalità?
Perchè, senza dubbio, proseguendo a rovescio il corso dell’evoluzione
giuridica, vi sarà seni pre un assolutamente prius die non è più specie
ma individuo, che non è più esperienza collettiva e storica ma nuda
esperienza individuale. Il criterio storico-evolutivo che, per aver
riconosciuto la legittimità dei processo all’ infinito, ha posto, come
termine primitivo delle esperienze, la esperienza stessa e, come causa
degli effetti, l’effetto o la serie degli effètti stessi, deve raccogliere
i frutti del suo inconsulto procedere e deve togliere sopra di sè
la contraddizione di un termine derivato che si postula come termine
primitivo. La filosofia tradizionale, la teoria nativistica come per
dileggio la chiama l’ Jliering, aveva adunque ragione quando poneva a
sostrato primitivo e causale la natura deir uomo e non il processo della
storia, la coscienza giuridica e non le esperienze edonistiche ed
utilitarie. Il fenomeno della evoluzione presuppone il noumeno della creazione,
nella filosofia del dritto come nella cosmologia : il divenire presuppone
l’essere che diviene e che sussiste lo stesso attraverso e non ostante il
divenire. Senza una coscienza giuridica bella e data, l’esperienze
giuridiche non sarebbero nate, perchè è la facoltà che crea le
esperienze e non le esperienze la facoltà. Ed invero, senza una coscienza
giuridica universale connaturata in ciascun membro della razza o della
specie, l’intimo consenso in certe verità giuridiche fondamentali, attestato
dalla stessa osservazione serena dei fatti, non sarebbe mai venuto alla
luce. L’esperienza, la quale procede a furia di esperimenti, di
correzioni, di prove rudimentali, incerte, provvisorie e che è sempre
varia da soggetto a soggetto, da caso a caso, non può aver potuto determinare,
per la contraddizion che noi consente l’universalità e 1’ unità della ragion
normativa e della coscienza. Si riduca questa unità e questa universalità
alle semplici proporzioni di una funzione formalo e vuota di contenuto, ebbene
non sarà mai concepibile come quella unità della forma della coscienza
inorale possa essere uscita dal fondo di esperienze soggettive, senza un
fondo comune di attitudini preesistenti, senza un addentellato di sorta.
1/ antropologia dell’ evoluzione può aver provato, si conceda per un momento,
che il contenuto della morale e della giustizia varia da popolo a popolo,
da tempo a tempo, ma non può aver provato che ne varii altrettanto la
forma. Essa, anzi, riprova indirettamente che la materia infinitamente
diversa del dritto reca in sè V impronta di una costante unità di leggi e
di funzioni, le quali sono, alla coscienza morale dell’umanità, quello che al
pensiero le leggi e le funzioni a priori della conoscenza; e che muta il
contenuto dell’ atto morale, ma immutabile ne è la ragion formale; ossia
le condizioni necessarie all’atto morale come tale sono immutabilmente concepite
e, sarei per dire, plasmate nella forma assoluta d 7 un imperativo
incondizionale, d’un dovere. Si assuma il più semplice degl’istituti
giuridici del più semplice dei Natur-Viilker, ebbene l’analisi vi scopre
sempre questa proprietà ideale : il convincimento di una legge estra-soggettiva,
che è fuori e sopra l’arbitrio individuale ed alla quale è doveroso
prestare obbedienza. La pretensione giuridica del selvaggio contiene un
elemento spirituale che è condizione comune a tutte le pretensioni
giuridiche di tutti i popoli più culti. Quella pretensione è appresa come una
legge impersonale, non solo rispetto ai soggetti presenti sui quali si
esercita, ma altresì rispetto a tutti gli altri soggetti, che sieno per
trovarsi nella stessa condizione dei primi, e, quindi, rispetto allo
stesso soggetto pretensore, ove egli in tale condizione venga a trovarsi.
Motivo etico della pretensione o del comando, quel motivo, cioè,
per cui l’una o l’altro è appreso come autorevole e fonte di obbligazione
doverosa, è sempre la conformità presunta di quella pretensione o di
quel comando ad una legge. Che la conformità presunta non sia conformità
reale importa poco: resta sempre stabilito ohe condizione necessaria
dell' atta giuridico, condizione universale e comune a tutti i
popoli della terra, è l'intuito dell'atto stesso sotto la ragion
formale del giusto. Ohe questa proprietà ideale non si trovi così
nettamente distinta e differenziata nella coscienza morale del selvaggio,
importa ancor meno. L’analisi è creatura della riflessione scientifica,
laddove l’idea del bene e del giusto è un intuito sintetico della
coscienza: 1’ assenza del l'un a è ben lungi dal provare quella
dell’altra. L’analisi rende molteplice e successivo rispetto a noi quello che è
uno e simultaneo rispetto alla natura: confondere questi due
aspetti è convertire in ipostasi reale un fenomeno della nostra
difettività conoscitiva. Senza dubbio, l’unità e la comunanza della
semplice-ragion formale del bene e del giusto non basta a fondare una
morale, nò una filosofìa del dritto. Un’etica senza contenuto è una
logica del bene e del giusto, non una nomologia. Quella unità della coscienza
si traduce in piena iudifferenza e la percezione della ragion formale del
giusto in un mero momento psicologico. Ma, se questa unità formale della
coscienza morale è poca cosa rispetto alle esigenze ed agli uffici dell’
etica positiva (e però noi non ci ristiamo a lei, ma ammettiamo un
contenuto morale, quale quello che ci detta la filosofìa
teleologico-cristiana, e sulle orme della scuola di Max Mailer vediamo,
nelle tristi condizioni morali dei Natur- Volker il prodotto di un
pervertimento derivato) è molto rispetto alla critica della sociogenesi
della evoluzione. La quale si chiarisce così contraddire apertamente non
solo alla teleologia inorale, ma benanche alla critica, più negativa e più
«pregiudicata, della ragion pratica. Come per avventura, le incerte esperienze
dei soggetti sub-umani abbiano potuto determinare l’unità della ragione e
dell’intuito formale del giusto, vale a dire quell’ unità che è il
residuo non eliminabile di un’analisi corrosiva della moralità umana:
ecco un enigma che il criterio storico-evolutivo non riuscirà a decifrare
mai. Gli è che la presunzione della tabula rasa non è meno infondata nella
sociogenesi, di quello che lo sia nella ideologia : anzi nell’ una è più
insostenibile che nell’altra, perchè il dritto è una idea cosi complessa
che anche delle scuole filosòfiche, le quali, nella serie regressiva dei
fenomeni della conoscenza, pongono come termine primo la esperienza,
hanno sentito il bisogno di concepirne l’idea e la vocazione come
connaturata nell’ uomo, come un habitus della natura. L’ atto giuridico e
1’ atto morale non nascerebbero mai, ove nella volontà dei soggetti non
vi fosse una cotal disposizione naturale al bene e al giusto, la
qual vocazione, a sua volta, difetterebbe ove non vi fosse un intuito
originario del bene e del giusto. Ignoti (chi noi sa?) nulla cupido. La
volontà non è, da per sè, una legge, come volle il RAZIONALISMO CRITICO di Kant,
ma nemmeno è indifferente a qualsiasi legge, come vorrebbe il plasticismo
degli evoluzionisti. Kon è autonoma di fronte alla Legge Suprema ed al
supremo legislatore, ma è tale di fronte al resto, à o’ dire che
nella volontà umana v’ è una vocazione primitiva verso quello che è buono e che
è giusto, vocazione indipendente dalle condizioni dell’esperienza e della
storia. Dicendo ciò, non si oltrepassano i limiti della lìlosolìa per entrare
nell’orbita della teologia (benché un rimprovero siffatto, ci affrettiamo
a dirlo, sarebbe per noi un titolo di onore). Principio conoscitivo del
bene e del giusto rimane, con tutto ciò, l’analisi della coscienza, come
principio ontologico dell’uno e dell’ altro, la NATURA UMANA. Noi siamo i veri
positivisti, noi, die ci reggiamo sul saldo sostegno della physis, ma
della pliysis non deformata dalle preoccupazioni materialistiche. Rifacendo la
serie regressiva delle cause, la filosofìa pone una causa prima che muove
la natura senza esserne mossa: intenta a discoprire V origine prima
di tutte le cose che sono nel tempo, la logica la costringe ad uscir
fuori del tempo. L’evoluzionismo può deridere questa logica, ma non
rintuzzarla. L’ esclusione di un assolutamente prius è impossibile.
E ad esso, dico al positivismo, non rimane che o attestare, con tacito
assenso, la presenza del soprannaturale, ovvero rimaneggiare con
ostentazione di novità e di maturità quella povera teoria mitologica
della spontaneità creatrice degli uomini primitivi. Quell’ assolutamente
prius, quel termine primitivo delle esperienze, se non è una
creazione del SOPRANNATURALE, deve essere una generatio aequivoca della
natura primitiva : una genialità eroica, un salto mortale degli esseri
sub-umani. Per. sfuggire alle ritorte della logica, il criterio
storico-evolutivo non ha altro spediente che quello di adagiarsi in
esse, di accettarle deliberatamente, di sistemarle anzi: quello, cioè, di
bandire addirittura il problema delle origini, facendo sorgere la
risoluzione di un problema insolubile dalla disperazione professata di
risolverlo. Questa esclusione del problema delle origini, come di cosa
inconcepibile in sé, è postulata dalla logica del divenire. La continuità
evolutiva dei fenomeni dell’ universo esclude, per logica di cose, ogni
nozione di principio o di fine. Questi due termini estremi rappresentano
il discontinuo, il vacuo, il salto per eccellenza, onde sono fuori della
evoluzione. L’ evoluzione è panteistica: è 1’ eternità trasferita da Dio al
mondo: ora non va dimenticato che 1’ eternità esclude cosi l’origine come
la fine. Gl’evoluzionisti odierni lian poco compreso la portata del
criterio evolutivo, perchè ad essi ha fatto difetto quella penetrazione,
metafisica che la fece comprendere cosi egregiamente al Leibnitz: ond’
essi, pur professando la teoria dell’evoluzione, seguono ciò non pertanto a
cincischiare il problema delle origini! Ma ciò non toglie che la loro dottrina
si dibatta tra le strette di questo dilemma: o accettare la logica dell’
evoluzione e quindi cessare di essere positivisti e confessarsi per animali
metafisici di una specie alquanto diversa dagli avversari: o deviare da quella
logica e fi) b as Princip dor Continuitlit verbot in der Reihe der
Erschein angeli alien Unsprung. Kant. Kr. d. r. Vera. (Ed. di
Ilarteustein). E lo aveva ben compreso il v. Savigny.] zwisclien
Gesclilechter und Zeitalter nur Entwickluug aber nicht absolutes Ende uud
absoluter Anfang gedacht werden kann. Vom Beruf unsero/ Zeit u. s. w. Ili Aufl.
cadere nelle contraddizioni di un primitivo che è derivato o di un a
posteriori che è primitivo. La ritorsione del secondo corno del dilemma è stata
analizzata parecchio fin Qui. Giova solo aggiungere qualche- cosa su
quella del primo. Ed anzitutto, che i positivisti, accettando la logica
del criterio evolutivo, diventino di punto in hello metafisici non è chi noi
vegga. L’ esperienza è limitata alla condizione del tempo; l’evoluzione
è, invece, fuori del tempo, è, ripeto, la eternità trasferita dal mondo
di là al mondo di qua e, nello stesso mondo di qua, dalla sostanza ai fenomeni.
Confessi, adunque, il positivismo che il criterio storico-evolutivo è un
criterio sovraem pirico; che esso non abolisce la metafìsica ma ne fa una
per suo conto; che non elimina il SOPRANNATURALE ma converte invece ih naturale
in soprannaturale. Confessi altresì, che, quando promette di darci il
nascimento ed il processo fenomenico delle cose, esso mentisce sapendo di
mentire. Il criterio dell’ esperienza e della storia, strettamente
considerato, ci dà i termini disparati e sconnessi e non il vincolo di
quei termini, i fatti compiuti e non la legge del loro divenire. Il
continuo sfugge alla storia: essa non ci dà che una moltitudine di vacui e
di discreti, tra i quali la mente umana riconosce un ordine che
reca la impronta della metafisica che v’ è in lei, ossia di quella somma
di concetti che essa ha di già sulla natura degli esseri soggetti al
divenire storico. Ed ecco così che il realismo giuridico, la filosofia
del dritto genetica e fenomenologica vien meno del tutto al suo programma : non
solo l’essere dei fenomeni giuridici, ma e il nascimento e il divenire di
questi esseri esso ignora. Residuo positivo della critica mossa alla filosofia
è la scepsi pura nel campo del dritto; una scepsi dogmatica più cbe
quella filosofia e elie non soddisfa nò al criterio filosofico, nè alla
esperienza. li positivismo giuridico ed il problema etico della
filosofia del dritto — Il dritto NATURALE. Il dritto non è soltanto una idea ed
una sostanza, ma, altresì e soprattutto, una norma. Esso è idea
umana e, quindi, non è idea quiescente, ma forza, nè solo anticipa
l’essere, ma detta il dover essere. È una idea imperativa per eccellenza
ed, appunto perchè tale, essa, ripeto, è forza: forza ideale e virtù
morale, s’intende, e non coercizione fisiologica o psicologica. La
filosofia che attingeva lume da questi sovrani criteri riconosceva, in
correlazione al dritto positivo, un dritto ideale: questo era per lei una
legge e quello un fatto; un fatto che desume il suo valore dal
rapporto che ha a quella legge, dall’essere esso una forma di attuazione,
d’ individuazione di quella legge. Questo fatto poteva adequare, se non
in tutto, in buona parte quella legge, ma non l’adequava necessariamente:
ed, in tutti i casi, il suo valore era misurato dal limite di
approssimazione al dettato di quella legge. Astraendo il dritto positivo
da quel parziale contenuto ideale che vi sta dentro, da quello die fa sì
die esso sia non solo positivo ma dritto^ di quel diritto positivo non
rimane, per la fìlosoiìa r die il fatto bruto, indifferente, sfornito di
significazione. Così per la filosofia seguiva un doppio processo: il dritto
naturale conduceva al dritto positivopel bisogno della sua effettuazione
empirica ed il dritto 'positivo rimenava al dritto NATURALE pel bisogno
di un titulus jitris e di un sostrato razionale. L’un termine non era 1’
altro, ma aveva rapporto air altro. Erano due correlata, non due
contrari. Perchè non erano tutt’ uno, legittima era la ragion d’
essere dell’ uno e dell’altro ad un tempo, e, perchè erano tutt’ uno in qualche
cosa, in qualche rispetto, Fano dei dite non negava, non contraddiceva
assolutamente l’altro. L’ideale non era del tutto inaccessibile al reale
e, perciò stesso, intrinsecamente difettivo ed erroneo: il reale non era del
tutto contrario all’ ideale e, quindi, assolutamente ingiusto e
condannevole. Questo rapporto che era concepito tra i due termini faceva
sì che Puno conferisse all’ autorevolezza dell’altro. Il dritto positivo
attingeva la sua virtù imperativa dal dritto naturale, ossia dall’esserne
esso una varietà fenomenica,, ed il dritto NATURALE desumeva da quello la
possibilità di trasferirsi, d’individuarsi nei limiti del relativo e del
condizionato, nella storia. Così la filosofìa era tanto più vicina alla
dialettica sapiente della vita, quanto più era lontana dalla dialettica
fantasiosa della logica; e come, nell’ ordine delle idee r essa segnava la
via di mezzo tra Pottimisino ed il pessimismo, così, nell’ordine dei
fatti, tra l’umore conservativo e l’umore rivoluzionario. Il positivismo
si atteggia anche qui, anzi soprattutto qui, ad avversario reciso della
filosofia. Come nell’ ordine teoretico esso predica l’esclusione
sistematica dell’ a priori e l’ apoteosi dell’ esperienza ut sic, così
nell’ ordine pratico esso dogmatizza l’esclusione della norma doverosa e 1’
apoteosi del fatto. Ed è giusto. L’ esperienza gl’ insegna l’ essere o
l’essere stato, non il dover essere: la storia non gli dà che fatti
o, tutt’al più, che leggi empiriche di fatti. L’evoluzione gli fornisce
una legge di causalità naturale che è la negazione recisa della legge
morale: nessuno dei criteri, ai quali esso fa ricorso, gli
suggerisce la nozione del dovere. Tuttavia, poiché la necessità morale è un
rapporto che è più facile escludere tacitamente, per esigenza di sistema,
che negare di professo, e poiché il positivismo moderno é abbastanza
raffinato per lu singarsi di fare a meno dei rapporti ideali della
metafisica (benché noi sia quanto é necessario per persuadersi della loro
verità), esso si tiene ben lungi dal rassegnarsi al puro fatto del dritto
positivo ; bensì non resiste alla tentazione di interpetrare questo fatto
in funzione di una legge che gli conferisca a priori valore ideale
ed assoluto. È dritto quello che é imposto dai poteri coattivi ed é dritto in
quanto e perchè è imposto ; ma, quest’ autorevolezza giuridica, se
coincide col fatto stesso del comando, non coincide tuttavia col
fatto del comando attuale, ed è conseguenza o espressione di una virtù presupposta
nel fatto del comando abituale, del comando in quanto comando. Il
principio — EST IVS QVIA IVSSVM ed
è la formula del positivismo e noi f abbiamo veduta assentita
implicitamente e per ragion di contrasto dal v. Jheriug e dal Daliu,
professata espressamente dal Lasson e dal v. Kirchmann, idealeggi ata, in
omaggio allo psichismo, dal Bierling. Quella forinola, per quanto
positiva, implica un sottinteso razionale. Ed il sottinteso è il seguente
: il fatto del comando è la sorgente appunto del dritto: o
altrimenti: l’essenza del dritto consiste nel comando. Il
positivismo lia, pertanto, anch’esso la spa massima: l’attitudine che esso
assume di fronte al fatto non è puramente passiva, o, se è tale, lo è o
si avvisa di esserlo coscientemente e razionalmente. Non v’è bisogno di
analisi minute per vedere quale e quanta conferma indiretta, (conferma formale,
s’intende) rechi questa massima del positivismo alla metafìsica del
dritto naturale. Il compito razionale del dritto naturale non è propriamente
escluso, ma applicato ed atteggiato in modo diverso che prima; è una
materia, nuova che si contrappone al contenuto antico di quel dritto, non
una nuova forma. La filosofìa aveva per criterio conoscitivo del dritto NATURALE
la ragione indagatrice dei tini dell’ universo e della natura morale
dell’ uomo: il positivismo ha per suo criterio l’esperienza immediata dei
precetti del potere positivo. La filosofìa aveva per principio ontologico del
dritto l’ordine morale della stessa natura dell’uomo e degli stessi fini
delle cose : il positivismo, invece, il fatto stesso della coercizione
potestativa, in quanto tale : nell’ una come nell’ altro, le disposizioni
positive sono un fatto che in tanto ha valore in quanto gliel conferisce il
rapporto vero o presunto di conformità di detto fatto ad una data legge o ad
una data massima. Varia solo il contenuto della massima e della legge,
che nella filosofìa è sintetico, dovechè nel positivismo è analitico :
perchè nell? una è attinto altronde e nell’ altro è spremuto dal fatto stesso
delle disposizioni positive o, che è lo stesso, pre-implicato, con
dialettica a priori, nel fondo di esso fatto. E che la massima del
positivismo si traduca in un’ analisi vuota, in una petizione di
principio, non v’ è dubbio alcuno. La forza coattiva del comando è
criterio del dritto, solo perchè il dritto si è preconcepito come forza e
forza fisiologica; solo perchè la nozione di una potenza spirituale del
dritto in quanto dritto, ossia in quanto norma di ragione, si è anticipatamente
esclusa, come nozione che trascende l’esperienza, solo perchè si è posto o
postulato, anzi tempo, il principio che la forza, che noi intendiamo
morale, degl’ imperativi giuridici non si differenzia dall’
attuazione materiale e dal successo di fatto; solo perchè si è stabilito
antecedentemente che la condotta dell’uomo non può essere determinata che
dai motivi empirici e psicologici della sanzione positiva ; solo perchè
si è presupposto che il dritto non è una idea, ma un fatto e che l’assenza
dell’attuazione del dritto è sempre ed in tutti i casi assenza del
contenuto e della virtù imperativa del dritto stesso. Ed invero, se la
coincidenza della forza, etica con la forza fisica, del dritto col fatto,
non fosse un presupposto, onde e come il positivista si farebbe a
provarla ? Con l’esperienza ? Ma l’esperienza gli consegna il fatto semplice e
nudo, la nuda e semplice forza fìsica ; se e fino a che punto 1 uno e
l’altra sieno dritto o forza morale, 1’ esperienza non lo dice e non lo
può dire, perchè ignora che è dritto e che è forza morale. ]STè lo
suffraga la storia, la quale può provare concludentemente la presenza o meno
dell’attuazione di fatto del dritto, non la presenza o meno deila
necessità di tale attuazione. Il positivismo deve, per necessita di cose,
far capo alla speculazione, per dimostrare il suo assunto; se non
che, è appunto la speculazione che ne denunzia l’illegittimità, perchè,
se il dritto positivo ed il dritto NATURALE sono termini semplicemente
correlativi, il fatto ed il dritto, la forza bruta e la forza morale sono
termini addirittura contradditori, tra i quali non vi è presunzione
di coincidenza o di accordo che tenga. Portando poi la questione in altro
campo, è bene por mente che, per tacciare di sterilità la idea ed
il dritto e per predicare come sola forza viva delle cose il potere
coattivo e materiale (ed il convincimento radicato di quella sterilità è il
motivo psicologico che persuade al positivismo il culto del potere coattivo)
occorre aver dimenticato, o non aver conosciuto e compreso giammai, quanto la
forza spirituale di talune idee universali, di alcune esigenze morali, di
alcuni canoni giuridici sia stata superiore, nel corso della storia, alla forza
materiale dei poteri dominanti e quanti trionfi sulla tenacità di
resistenza dei tatti abbia ri portato tuttora la forza ideale del dritto.
Le quali conferme di fatto la filosofia le accetta e le oppone sorte di agli avversari, senza,
per altro, vincolare alla esse la sua, perchè (è bene ripeterlo) la forza
ideale, la virtù imperativa del dritto è, per essa, indipendente dal successo
di fatto o dall* osservanza <ìgì soggetti. Il (lovorG g dovere, clie
lo si adoni pia « no; e la violazione è un mero fatto che opera si elie
1’ idea non divenga un fatto, ma non sì che l’ idea cessi di essere idea.
Doveehè il positivismo da questa confusione tra idea e fatto prende le
mosse e questa confusione solleva a sistema. Suo assunto è il
seguente: 1’ idea non è idea perchè non è un fatto: o altrimenti: l’ idea
non esiste in quanto idea, perchè non esiste in quanto fatto. Il qual
paradosso non può essere legittimato che da un sottinteso non meno
paradossale: l’idea non esiste come idea, se non in quanto non è
più idea. Se, adunque, il secreto tentativo di conferire a priori alla
nuda forza materiale valore e contenuto ideale cade nell’ insuccesso,
vien meno altresì quel1’ apparenza di legittimità, onde il positivismo si face bello.
La logica delle cose rimuove quella pretesa dialettica del dritto con la forza,
denudando quest’ ultima di quell’ involucro spirituale nel quale si
veniva dissimulando. Ed allora ai positivisti si pone un dilemma dal
quale non vi è via di uscita: o riconoscere la legittimità della nozione del
dovere e, quindi, rientrare nei termini della filosofìa del dritto
naturale, o professare apertamente l’immoralismo della forza. Perchè tra l’una
cosa e 1’ altra [ Ist clas Recht nur Recht, uutorschieden von Willkiihr
mici Gewa.lt, wenn and soweit es eine dea Willen vcrjìjlichtcnde
Kraft in sich triigt, so Htellt sichjeder; der von Recht spricht
nnd Weiss was er sagt, auf dem ethischcn Stand]) nuli, aut doni
Boden des Scimollenden. Alle naturalistischen nnd miterialistificlien
Doctrinen kdiìnen daher nur durch Iuconsequenz, dureli Urklarheit und
Confusion oder durch sophistische Rrsclileichun-, gen vor der
Identifìcirung von Recht und Gewalt siedi scliiitze n — Vìvici — Natur recht
non v’è via di mezzo che tenga; il contrapposto tra la physis ed il
nomos, tra la necessità fìsica e la necessità morale, è irriducibile: chi
non voglia assentire alla logica della seconda non può, ov’egl’abbia
mediocremente a cuore la coerenza filosòfica, rinunziare alla logica
della prima. E, quando si confessi apertamente che il titolo che fonda la
legittimità esclusiva del diritto storico e positivo è laforza materiale
dei poteri governanti, allora noi non avremo più alcunché da opporre e ci
terremo paghi di darci per vinti. Il problema, allora, non è più da
dibattere, nè da risolvere, perchè difetta quel consentimento in un prius
della ricerca, che pure è necessario per sostenere una polemica
qualsiasi. Il positivismo potrà, a buon dritto, millantare il privilegio
che godono tutte le forme di scepsi assoluta, tutti i sistemi negativi,
tutte le demolizioni dottrinali della verità e della natura: il
privilegio di esser fuori della critica, perchè si è fuori della coscienza
umana. Se non che, di questa logica di sistema non tutti sono accorti; ne
sono, anzi, ignari pressoché tutti. Ed è forse questa ignoranza il motivo
della loro tenacità. Essi usurpano, senza volerlo deliberatamente, le
esigenze ed anche un po’ le soluzioni del dritto naturale, lieti che una
materia presa d’altronde risparmi ad essi la fatica ed il dolore di saggiare a
londo la insostenibilità del loro assunto originario. Del resto
questa apoteosi del dritto di fatto e della forza non è il sèguito di un
proposito meditato e rigorosamente positivo, ma di una esigenza tutta/
negativa che domina i nostri positivisti. La esclusività che essi
appongono al dritto positivo, è la conseguenza della esclusione clic essi Inni
fatto dianzi di alcune forme storiche del dritto naturale; forme storiche che
essi hanno scambiato sul serio con la sostanza stessa del dritto NATURALE,
in orna irgio a quel vecchio espediente solistico di fare un fascio della
scienza e degli scienziati, della idea e delle applicazioni, dell’uso e
dell’ abuso, della realtà oggettiva e della percezione soggettiva. E di
sistemi o di concepimenti individuali o collettivi di dritto naturale ve
ne ha parecchi e di diversa natura; onde la impresa d’ insinuare i propri
criteri positivisti tra una critica e l’altra di questo o quel
sistema sbagliato di dritto naturale sembra larga prò metti tri ce
di successi. Se non che, alla prima analisi cui si sottoponga (e parlo di
un’ analisi elementarissima e superficiale) quel termine polisenso che è
il diritto NATURALE, i successi del positivismo, come di ogni cosa che poggia
sovra un equivoco GRICE EQUIVOCO, si dissipano d’un tratto.V’ha anzitutto
una forma di dritto NATURALE, la quale, benché prenda le mosse dallo
schematismo universale della NATURA UMANA e dalla premessa dello STATO DI
NATURA, ha tuttavia carattere e tendenze originariamente empiriche e si
presenta non già come una dottrina creativa di dritti o di esigenze
morali in contrapposto al dritto positivo, ma piuttosto come una semplice
astrazione ed elaborazione concettuale del dritto storico vigente. V’ ha, indi,
una [Ciò è messo discretamente in luce da Bergòohm risprudenz u Rechtsphilosophie.
Ju-] altra forma di dritto NATURALE, quella ohe, per abusata
terminologia si chiama diritto NATURALE (NATURRECHT) per antonomasia, ed è il
diritto NATURALE dell’AuJhUirung e DELLA RAGIONE, di cui è conosciuta la
storia assai più, forse, che il carattere e l’indole vera, che è
razionalista nel metodo, subiettivi sta nei criteri, anti-storico nelle
esigenze, umanitario nel contenuto; che e la scuola in cui il diritto nou è pi
11 astrazione o generalizzazione dell’esperienza storica, ma un
lofjo della ragione creativa, e nel quale lo STATO DI NATURA è (almeno in
quanto ha di meglio) meno una premessa di fatto storico, che un mito (H. P. GRICE),
una ipotesi razionale postulata a legittimare una data serie di
obbligazioni giuridiche o la possibilità stessa di una obbligazione
giuridica: che ha nel suo attivo e nel suo passivo, ad un tempo, la
dottrina (atteggiata in modo particolare) dei dritti dell’uomo e la
grande rivoluzione. V’ha, poi, il dritto NATURALE della filosofia
perenne; che non è forma ma sostanza delle forme; che è anteriore, per ordine
di tempo, così al NATUR-RECHT empirico come al NATUR-RECHT RAZIONALISTICO e che
non è nè l’uno nè l’altro, benché l’uno e l’altro nella lor parte migliore si
approssimino ad esso; che emerge dalle profondità della coscienza umana
iu qualsiasi luogo ed in qualsiasi tempo e che la cultura romana antica
(CICERONE) specula non meno che la cultura moderna; che non è patrimonio
di questa o quella filosofìa personale, ma della tradizione storica ed
impersonale della filosofia; che non è contrario sistematicamente al
criterio storico, ma non lo è nemmeno al criterio speculativo; che
rifiuta la ragione, come virtù creativa delle cose, ma la tieu salda come
potenza conoscitiva dei rapporti ideali e delle norme mperative; che supera
il subiettivismo assoluto dell’AujMarung, ma non ne trae argomento
a rinnegare le esigenze oggettive della coscienza umana come tale ; che è
illuminato da una concezione teleologica dell’universo e della vita, ma non
profana per questo il suo finalismo nelle aberrazioni del panteismo ottimista e
del pietismo storico; che si rappresenta i dritti dell’uomo circoscritti
dalla funzione correspettiva del dovere, ma non sconosce la sostanza ed
il valore imperativo dei dritti attinenti all’uomo come tale, anzi questi
diritti rivendica tuttora e consacra. Ora è *questo* dritto NATURALE che, in
nome della filosofia, si oppone oggi al positivismo, perchè è esso
che segna il sostrato permanente delle forme storiche particolari; e
questo dritto NATURALE è così lungi dall’ essere posto a mal partito
dalla critica che i positivisti oppongono a questa o a quella forma
onde questo o quel filosofo, ovvero questa o quella scuola di
filosofi lo ha concepito: che anzi taluna di quelle critiche se la
potrebbe appropriare esso stesso, senza infirmare per questo il suo
contenuto sostanziale. E dico a bella posta: taluna: perchè parecchie, la
maggior parte, di quelle critiche, sono del tutto infondate. Quelle, in specie,
che si dirigono al dritto naturale razionalisti co, ossia al dritto NATURALE,
sono sì arbitrarie e, ad un tempo, sì pretensiose che si rende urgente il
bisogno di rintuzzarle in nome della sana e serena filosofìa. Di già quel
dritto naturale non ha avuto ancora, nella lotta delle dottrine, quella
piena giustizia, della quale i torti innegabili, ina pur sempre largamente
compensati non gli scemano la legittima aspettazione. Dagl’avversari, che lo
fraintendono o lo giudicano con criteri unilaterali, agl’amici (cito tra
questi Spencer del The nxan versus thè stette e della Jnstice) che ne
appropriano quello che esso ha di men buono, è tutta una gara ad abbuiarlo, a
rimpicciolirlo, a deformarlo: alla quale non poca parte confermai suoi
tempi, lo Stalli, per aver voluto, in omaggio alla sua dialettica
possente, predicare della sostanza del dritto naturale le note e le
categorie applicabili al solo panlogismo hegeliano, che si traduce, a sua
volta, in un sistema intrinsecamente realista e positivista. È di moda,
ad es., tacciarlo di astrazione concettuale, abusando del doppio senso della
parola astrazione, e non si pensa che esso rappresenta precisamente il
contrapposto di ogni astrazione concettuale della realtà empirica,
differenziandosi, appunto per questo, da quel dritto naturale che
immediatamente lo precede. L’ astrazione non è punto un
procedimento trascendentale e sovra-empirico, come si crede comunemente: essa
è, anzi, una delle tappe del processo induttivo. L’astrazione è,
propriamente, un processo di semplificazione logica dei dati empirici,
non un criterio conoscitivo che trascenda i dati stessi. Assumere la
parola Parrebbe averlo egli stesso confessato, là dove (Geschichte der
Rechtsphilosophie) illustra lo aspetto empirico del natur-recht dichiarando
apertamente che solo con 1 Hegel può dirsi “der ununterbrochene Faden
logischer Forderung durchgefuhrt. Aastrazione nel senso di una intuizione
sovra-empirica è assurdo. Bisogna aver dimenticato così l’etimologia del
vocabolo, abstrahere, come fi analisi del processo conoscitivo. L astrazione è
la via traverso la quale si perviene all’universale logico: il quale universale
logico è l’unico sforzo cogitativo che si possa consentire l’induttivismo
e l’empirismo Se, adunque, astrazione non significa che questo, non è arduo
vedere quanto arbitraria sia la censura mossa al diritto NATURALE.
La ragione del NATURRECHT è così poco ragione astratta da una serie di concreti
preconosciuti, che anzi essa è una creazione, una conoscenza ex novo ed
intuitiva. Il diritto NATURALE è, nel fondo, ont elogistico: ond’esso ha
per suo criterio l’intuito creativo della ragione, anziché l’esperienza
del reale, fi analisi, la riflessione, l’astrazione. Il genus proximum
dell’ uomo, ossia del soggetto dei dritti connaturati, è, ivi, meno un
residuo dell’astrazione dalle differenze specifiche, ossia dalle varietà
contiagibili e storiche, che una speculazione a priori e so vraem pirica
delfi università reale della natura umana. E dico che è tale nella sua
esigenza e nel suo interesse filosofico, senza punto giudicare se
quella esigenza o quell’ interesse siano stati sempre e coerentemente
soddisfatti. Ed è appunto dall’essere fi intuizione, l’Anschauung, il suo
processo ed il suo criterio, che segue la sua virtualità, sarei per
dire la sua impulsività etica. L’ astrazione è puramente logica; è
negazione esplicita della vita, della forza, delfi attività, delfi ethos.
Carattere del dritto NATURALE è, invece, la sua potenza attiva, la sua
forza suggestiva di riforme e creativa di rivolgimenti: suo prodotto immediato
è quella obsessione spirituale che investi l’umanita, tiascinandola in
quel salto dal pensiero all’azione, dalFideale al reale, dalla
natura alla storia, vero salto nel buio, che fu la rivoluzione. V’ lia
bensì l’astrazione concettuale anche nel dritto naturale: ma questa astrazione,
anziché essere il prodotto d’ una esigenza sovra-empirica come si crede dai
piu, è più presto la conseguenza naturale di quella iuiìltrazioue empirica che
vi si venne formando, allorché i suoi cultori, non contenti di aver
annunziato una serie di principi e di averli speculati a priori, il che,
metodicamente parlando, era perfettamente giusto, vollero fare un
passo più oltre e costruire, per via di un'analisi concettuale di
quei principi, la serie degli atteggiamenti concreti della vita giuridica. Per
una simile costruzione logica miglior presidio non si offeriva ad
essi che 1’ astrazione, ossia la semplificazione logica dei
concreti ottenuti dall’ esperienza. L’intuizione non poteva servire alla
bisogna, perche è propriodell’intuizione cogliere i rapporti ideali e 1’
universale delle cose o, più brevemente, le idee, non i concreti od i
fenomeni. Essi, adunque, travagliati da una esigenza empirica, fecero
capo all’astrazione; e dal mondo reale e dalle condizioni sociali ed
economico-politiche del tempo loro astrassero tutto un contenuto storico e
particolare, il qual contenuto essi hanno predicato dell’ umanità
intiera, jiervertendo,. così, in universale logico, l’universale reale e,
nella indifferenza dialettica, 1’ unità della natura umana. E qui
che la critica dello Stali! e degli altri acerbi rampognatoli coglie, senza dubbio,
nel segno, ina non già perchè il dritto naturale sia caduto nelle
speculazioni a priori della ragione, bensì perchè esso è caduto nel
circuito dell’analisi e dell’empirismo, o, se l’astrazione si voglia
assumere, per un momento, nel senso che le conferiscono i nostri avversari,
non perchè essi abbiano astratto troppo, ma perchè anzi hanno
astratto troppo poco. La natura traccia le linee fondamentali. I dettagli
dell’ esecuzione li lascia alla stòria ed alla volontà positiva. Il vero
dritto NATURALE ci dà una serie di criteri o di principi del dritto, i
quali sono, bensì, un dritto, ma un dritto ideale e potenziale. Essi,
quei criteri o quei principi, sono un prerequisito del dritto fenomenico,
ma non sono ancora, propriamente parlando, un dritto fenomenico bello e
dato; il qual dritto è la risultante complessa di condizioni empiriche,
nelle quali quei principi e quei criteri s’individuano ma non si
consumano. Questo principio è eflicacemente illustrato, uon senza per
altro un po’ di formalismo, da Feuerbach, Das Reclitsgesetz, obgleìch
durch sich selbst aUc/emcinf/ultig. kanu dennoch als blosses Vernini
ftgesetz nicht allgemeingeltend werden. Soli es wirklioh herrsclien, so muss
dieses Reehtsgesetz aus dem Reicke des Vernunft in das Reich der Erfahrung,
aus der intelligiblen Welfc in die Welt der Sinne hiniibergetrageu werdeu.
In dem Gesetze des Reehts erkenne idi nodi nicht dio Reclite selbst, in
ihm habe ich nur das Princip und das Criterium ihrer Erkenntniss; dio
Frage ; worin besteht das rechtliche uberhaupt; nicht aber die Frage: was
Rechtens sei uuter diesel oder jener Bedingung, in diesem odor jenem
Vorhiiltnisse. Ueber Philosophie und Empirie in ihrem Verliiiltnisse zur
positiven Rechtsvnssenschaft=Landshut. L’ esigenza empirica che deforma il dritto
NATURALE sta appunto in questo, nel serbarsi infedele al suo assunto, nel
sottoporre quello che dovrebbe essere una speculazione del dritto naturale a
quella serie di condizioni alle quali è sottoposta la conoscenza del
dritto fenomenico, nel trasferire alla nozione di quello le note che sono
pertinenti alla nozione di questo; di guisa che essi muovano come da un
sottinteso: il presunto dritto naturale va trattato alla stregua del dritto
fenomenico. Ad essi è mancata quella potenza o, forse meglio, quella
tenacità di tensione intellettiva che era necessaria per comprendere che il
dritto naturale deve anzi tutto rimanere dritto naturale, e che il
giudizio sulla esistenza di esso non deve essere sottoposto al regolo o
al criterio moderatore dei giudizi sull’esistenza del dritto positivo. Anche
qui, adunque, essi sono in colpa non già per aver voluto far troppo di
dritto NATURALE, ma per averne fatto troppo poco; e chi ha meno
dritto di rampognarli di ciò è il positivista. Ai principi del dritto NATURALE
si potrebbe, a buon dritto, torcere quel rimprovero che fa il LIZIO alle
idee di dell’ACCADEMIA: essi, quei principi, sono ipostasi intellettive
delle realità fenomeniche individuali. Di qui 1’ aspetto malsano del dritto
naturale : la realtà della storia contorta in un falso schematismo
logico: quello che sarebbe dovuto essere storico relativo provvisorio,
rifuso in una forma logica universale e rappresentato come eterno, assoluto,
immutabile: la storia, insomma, negata come storia e riaffermata come
speculazione logica. Così, quel subiettivismo, che era la realtà di fatto del
tempo dell’ AujUiirung si predica come natura dell’ uomo in tutti i
tempi. Alla proprietà ed al contratto si conferisce quel contenuto
rigidamente individualistico che corrisponde alle mire secrete del
sistema economico che si veniva affermando in quell’ ambiente storico, del
sistema capitalista. La nozione dei dritti connaturati alterata e
deformata dalla miscela inconsulta di elementi positivi e di pretensioni
e di attribuzioni acquisite. Gli si appone a colpa, altresì, la
nozione dello stato di natura. Ma, se lo assumere uno stato primitivo
della umanità governato da una legge spontanea di natura e non da una
legge o da un sistema di leggi umane positive, se, dico, assumere questo
stato di natura a rigore di fatto storico può essere ed è un abuso
della mitologia, assumerlo, invece, come una ipotesi lìlosohca, è, fuori
dubbio, un processo rigorosamente scientifico e fors’ anco metodicamente
necessario. Ogni pensatore che voglia differenziare mediocremente
il contenuto della vita sociale, che voglia sceverare quello che è
permanente da quello che è transitorio, il substratum dai fenomeni, che
voglia discernere nettamente quello che in una data associazione di
persone va attribuito alla natura originaria di ciascuno dei membri da quello
che vi si è venuto soprapponendo per la reciprocità d’ influsso dei
membri tra* loro e per tutto il tessuto dell’ azione sociale, ogni
pensatore, dico, che voglia fare tutto questo, deve porre lo stato di
natura e contrapporgli [Cfr. il nostro saggio
‘La terra nell’ odierna economia capitalistica’ (Roma) lo stato sociale
sopra v vegnente, deve distinguere limpidamente l’uomo della natura dall’uomo
della storia. È superfluo qui ricordare Spencer, il quale a questa
astrazione dell’ uomo della natura dall’ uomo della storia (che per lui,
naturalista reciso, si converte in un’astrazione dell’ unità biologica dall’unità
sociale) ha reso omaggio non solo nelle opere ultime nelle quali
egli restaura di professo il dritto NATURALE, ma anche nelle opere anteriori,
le quali segnano il climax del suo pensiero filosòfico. Il convincimento,
anzi, della legittimità di una contrapposizione dell’unità biologica alla
unità storica, o, che per noi è lo stesso, della legittimità di una
ipotesi dello stato di natura, è, forse, l’anello di congiunzione del suo
novissimo dritto naturale con la sua sociologia ed in genere con
tutta la sua filosofia sintetica, 1’ addentellato dell’ uno nell’ altra.
Ricordo, poi, un illustre positivista, come Kirchmann, il quale ha
esplicitamente riconosciuto la necessità che le scienze morali, prive
come sono del sussidio dell’esperimento, invochino 1’ ausilio di ipotesi
scientifiche per sopperire a quel difetto, e, tra queste ipotesi,
rivendica, di proposito deliberato, quella dello STATO DI NATURA). Non [Es ist
die Wissenschaft der Sittlichen genothigt, nicht bloss aut die
sifctlichen Zustande der rohen und attesten Volker mit besouderer
Sorgfalt einzngehen, sondern sie muss noch hinter die àltesten
gesehiclitliclien Zustande zuriiekgehen und durcli Hypothesen die
einfachsten Zustande zu ermitteln suchen. Diese Hypothesen kdnuen in ein phautastisches und fur
die Wissenschaft nutzloses Spiel ausarten. Allein mit Vorsicht
geiibt, ersetzen sie das Hulfsmittel der Experimente in der
Naturwissenschatt und sind nicht zu entbehren. Daher erklart es 8ich, das8 8chon LIZIO und
spdter die Begriinder des Natur. ] L’uso di questa ipotesi va, adunque,
rimproverato al dritto naturale, ma l’abuso : ossia non la ipotesi
come ipotesi, ma la maniera particolare onde la si atteggia. Quanto
poi all’altra nozione del contratto sociale, che è quella che più si rimprovera
al dritto NATURALE (e, tenuto conto delle conseguenze logiche di essa, a
buon dritto) va notato che nei più grandi cultori di quel dritto (cito ad es.
il Kant) il contratto sociale non è già un fatto storico, ma una ipotesi RAZIONALE
evocata a legittimare l’ordine giuridico dei rapporti umani, anziché a
scuoterlo e corroderlo. La teoria del contratto sociale è la risultante
di due fattori : del sottinteso o presupposto contrattuale, secondo il
quale unica fonte legittima di obbligazione autorevole è il consenso
dello stesso obbligato; e della esigenza, che animava i cultori del dritto NATURALE,
a legittimare il vincolo o la serie dei vincoli sociali, anche quelli che
non lasciavano trapelare o supporre la presenza di un consenso
preesistente. Il CONTRATTO sociale è quel di là dell’esperienza attuale,
quell’ assolutamente prius della storia, che sopperisce al difetto del
consenso attuale, con l’allegare una specie di consenso abituale, una
Anerkenmmg, direbbe il Bierling, una mas- [rechts nùt TJrzmtanden des Memchen
beginnen, welche uber die Geschichte hinausreicheii. Der oft dagegen erhobene
Tadel trifffc nicht das Verfahren an sich, sondern nur den damit
getriebenen Missbrauch. Es karrn desshalb auch hier dieses Mittel nicht
uiibeimtzt bleiben: aber die Vorsieht gebietet, es auf das Nothwendige
und Gewissere zu beschriinken. Grimdbegrifte
sima dell’assenso. Il contratto sociale esprime quindi la
dialettica che il pensiero dei cultori del dritto naturale ebbe tentato
tra la premessa logica del contrattualismo e le esigenze della
conservazione sociale, tra la invincolabilità assoluta della libertà
naturale, postulata come principio, ed il complessodei vincoli sociali,
riconosciuti come fatto. Il che si deve al fatto, riconosciuto dallo
stesso Stalli, che essi, se per la logica, sarei per dire per la
consequenziarità, del loro principio erano, o meglio avrebbero
dovuto essere, rivoluzionari, nel fondo del loro pensiero e della
tendenza loro erano, invece, conservatori: senza dubbio degl’ingenui
conservatori. Ohe se si voglia porre a carico loro appunto il non aver
compreso che il vero STATO NATURALE dell’ uomo è lo STATO SOCIALE, che non v’
ha bisogno di una ipotesi razionale quale che sia per legittimare vincoli
sociali i quali si legittimano da sè, che si pensi, almeno, che il torto
innegabile [Das NATURRECHT ist nachgiebig, wo es die Wirklichkeit gegen sich
hat, es liisst sich jeden Zustand gefallen und sucht ihu dnrcli
IJnterlegung einer stillschweigenden Einwilligung zu rechtfertigen, uni sein
theoretisches Interesse zu befriedigcn : die Revolution, dagegen, will die
Macht der Wirklichkeit brechen, sie vernichtet jede Einrichtung, die uicht
aus ihreu reineu Vernunftbegriifen folgt. Ienes erdichtet fiir jede
Verfassung, die Mensehen liiitten sie gewollt, darait es sich als frei
denken kdnne, diese duldet keine Verfassung, die sie niclit gewollt,
dainit sie wirklich frei seyen. — Gesch. d. R. phil. Quest’ antitesi del
dritto naturale alla rivoluzione è licondotta dallo Stalli ad una causa
diversa che da noi. Ma ciò non conta: importa che quell’ antitesi sia
stata riconosciuto da quel profondo intelletto.] del dritto naturale va dovuto,
in buona parte, alla difficoltà di discernere i vincoli sociali, che sono
davvero conformi alle leggi della natura umana, da quegli altri
vincoli clic non sono tali. L’errore loro, sarei per dire, è, in parte,
un errore delle cose. Niente più naturale all’ uomo dello stato sociale e
pure niente, ad un tempo, più violento di esso (antitesi questa che deve
essere stata colta da MANZONI, non ricordo più in qual punto delle
sue opere): perchè lo stato sociale, accanto ad una serie di
obbligazioni perfettamente legittime, perchè perfettamente naturali, reca
pure con sè (è il suo lato debole come di ogui cosa di questo mondo) un
cumulo di coercizioni arbitrarie, giacobine, irrazionali che la natura
convellono, incatenano, deformano. Che meraviglia, dopo ciò, che il dritto
naturale abbia colto questo secondo aspetto delle cose soltanto e niun
conto abbia tenuto del primo, di guisa che si sia reputato in dovere di
legittimare quello che non sembrava legittimo a prima giunta e di
costruire con la volontà quello che non forniva la natura °ì Nei fenomeni di
questo nostro mondo, che non adempie in sè la perfezione e l’ideale, ma
della perfezione del di là è soltanto un baleno, v’è tante e così
aspre antitesi! ed è così facile invertire un solo dei termini dell’antitesi
nella realtà tutta intiera! Il dritto NATURALE può avere molti
torti, ma questi sono compensati ad usura dal molto di buono che vi è
dentro: da quella nozione di un dritto indipendente dalla sanzione positiva e
superiore ad essa, che si attiene all’uomo in quanto uomo, che è
patrimonio ind6Ì6bil6 della sna natura, quello appunto die costituisce il suo
essere di uomo, la sua umanità. E l’umanità-, ecco l’aspetto sano del
diritto naturale; che in esso è, fórse un universale logico e formale,
una formula del razionalismo dell’Aujklàrung, ma (die si deve ad esso se sia
potuto divenire nella mente dei contemporanei e dei posteri un universale
reale. Prima che esso ravvivasse il culto della personalità individuale,
si vedeva questo o quelV uomo, in questo o quel ceto, in questa o
quella condizione economica e sociale: grazie ad esso si vide Tuo
ino. Esagerò il suo assunto e cadde nello individualismo: ma 1’ umanità
gli deve saper grado di questo individualismo, se da esso ha potuto
sprigionarsi, con un processo di auto-correzione, la sana individualità,
ossia la dignità umana. In questo il dritto naturale razionalistico si
confonde col dritto naturale assoluto della filosofia tradizionale; ed è
la espressione di quel dritto che ogni uomo possiede come la parte
più sacra di se stesso, che l’uomo sente pria di conoscere ed aspira nell’atto
stesso di conoscerlo, che non si sa se sia più un sentimento od un
intuito, una idea od una volizione. Il dritto naturale rientra, allora,
nei termini della dottrina cristiana, perchè il dritto dell’uomo è
l’espressione della preziosità inestimabile dell’ umana persona redenta
da Cristo; e, come tale, è inoppugnabile, e rimane tale senza fallo, finche non
declini la coscienza morale dell’ umanità. ^è io saprei per qual modo il
positivismo, il quale si è travagliato e si travaglia nella critica del
dritto naturale, possa col labile sostegno dei suoi angusti criteri
oppugnarlo davvero. Un sistema die predica V esperienza, come criterio
scientifico esclusivo, non lia altro argomento da opporci clic Questo: il
vostro preteso dritto naturale 1’ esperienza non ce lo attesta; nessuno
ci lia fatto toccar con mano la sua esistenza nel passato, o nel
presente; si può metter pegno che nessuno ce ne farà toccar con
mano V esistenza nel futuro: il vostro dritto NATURALE, adunque, non
esiste. Orbene questo argomento è cosi innocuo che esso non tocca nemmeno
il dritto NATURALE, nè i suoi cultori. I quali potranno ben rispondervi:
sapevamcelo ! ma il nostro dritto NATURALE è quello che è, appunto perchè noìi
è fenomenico, ossia oggetto di esperienza. Koi siamo si poco scossi dal
vostro raziocinio che lo abbiamo prevenuto: il dritto NATURALE è, per
noi, una idea e non necessariamente un fatto, un dover essere e non
un essere, una necessità morale e non una cosa empiricamente esistente.
Ohe il dritto naturale sia esistito o meno nelle condizioni dell’
esperienza e della storia, che sia stato attuato o individuato da 'questo
o quel dritto positivo, a noi importa, a rigor di termini, poco;
perchè il nostro quesito non è se esso esista o sia esistito
davvero, ma se debba esistere: onde l’inesistenza di fatto di esso non è
argomento contrario alla nostra teoria, come non le sarebbe argomento
favorevole la sua esistenza. Quando, in nome del criterio
sperimentale, si esclude la nozione del diitto NATURALE, si cade in una
petizione di principio. Si dà per provato quello che si doveva appunto
provare: che unico criterio conoscitivo della esistenza delle cose
sia l’esperienza, o, meglio ancora, che non vi sia altra forma di
esistenza che la esistenza empirica. Ed in questa petizione di principio
si risolve tutta la critica esercitata dal positivismo sul dritto
naturale. Gli studi di filosofìa del dritto di Wallaschek e più di
tutto il saggio di Bergbolim, nel quale è condotto un esame molto
accurato del dritto NATURALE, sono piene di argomentazioni suppergiù del
contenuto e del valore della seguente, tormolata dal primo di quegli
scrittori: Ausser dem bestehenden Rechi gìebt es Icein anderes Recht,
demi es ist ein Widerspnich, anzunelimen, dass, ausser dem
bestehenden Recht, nodi ein Rcclit bestelit, das nicht bestelit. É chiaro
che un simile modo di ragionare è il portato logico della ideologia
positivista, come è chiaro che ivi si confondono malaccortamente duo cose, che
vanno divise o distinte, o, almeno, sulla diversità o pluralità delle
quali volgeva appuntò il quesito. L’ esistenza empirica delle cose va
distinta dalla esistenza metafìsica delle cose stesse. Ora è appunto a
questa esistenza metafisica che fanno accenno i rivendicatori del dritto NATURALE.
Ai quali inopportunamente si fa rimprovero di assurdo paradossale, con una
proposizione sofìstica diquel genere, dove il verbo essere vien preso in un
membro in un senso e nell’altro in un altro. Line andere ivichtige
Frage bleibt ja immer, ob das Recht, das bestelit, aneli bestehen solite,
aber der Begriff des Rechtes, das sein soli, darf nicht verwechselt
werden mit dem, das thatsàchlich vorhanden ist, und nur dieses letztere
ist Recht, das erstere soli es sein. Ma, di grazia, quando mai il dritto NATURALE
ha preteso di affermare la sua esistenza empirica di fatto, ossia la sua
esistenza di diritto positivo? Esso ha sempre preteso di essere quello
che è, e quando ha detto: io sono: intendeva dire, non già: io
esisto davvero: ma: io debbo esistere. L’essere del dritto NATURALE è
precisamente il dover essere: il dritto NATURALE è una norma ed è come
norma, cioè a dire come dover essere. Che non sia punto un fatto,
il primo ad esserne persuaso è esso stesso. Appunto perchè non esiste
necessariamente nelle leggi positive, esso rivendica il suo dritto di esistere.
Ed in questo dritto ad esistere, non già nell’esistere davvero è riposto
il suo essere. È veramente deplorabile che questi principi così elementari
debbano essere ribaditi quando pareva che nessuno potesse dubitarne! L’empirismo
è così scarso di prove contro il dritto NATURALE, ch’esso non può neanche
fermare assolutamente che quel dritto non sia possibile nelle
stesse condizioni future dell’ esperienza. Vale a dire, esso non solo non
ha autorità di asserire che il dritto NATURALE non sia ovvero non debba
esistere, ma non ne ha nemmeno per assicurare che esso non possa
esistere. Perchè il possibile ed il futuro eccede il potere dell’ esperienza,
la quale è limitata al passato ed al presente; il poter essere o il sarà
sono quasi così lungi dal poter essere affermati e negati dal
positivismo che aspiri ad essere logico, quanto lo è il dover essere. Esclusa,
così, la possibilità di uno di quei richiami al futuro che sono tra i
ripieghi prediletti dell’ empirismo, toltogli il modo di dettar
legge alla storia, ad esso non resta che contenere le sue negazioni nella
sfera del presente. Allora la scepsi che esso esercita sul dritto NATURALE
va formolata nella tesi seguente: il dritto NATURALE non esiste come dritto NATURALE,
perchè non esiste come dritto positivo: una tesi sbalordi toia che
presuppone, in chi la . sostiene, il difetto assoluto della più elementare
analisi ideologica e che segna, mi si lasci dire la parola, la vera
bancarotta del positivismo giuridico. Stammler. Igino Petrone. Petrone. Keywords: determinismo, l’eroe, Ennea, eroe
stoico, l’eroe sannita, il sannio, la lega sannitica, spirito, inerza della
volonta, due direzioni dell’inerzia della volonta, contro Gentile, contro
Nietzsche, umano, non sovrumano, filosofia del diritto, lo spirito, liberta
dello spirito, il limite della pscogenesi della morale, il principio dell’amore
proprio, il principio della benevolenza, amore proprio conversazionale,
benevolenza conversazionale, il sentimento morale, filosofia del diritto,
communismo giuridico, la simplificazione di labriola, contro labriola,
criticismo, idealism critico, meditazioni di un idealista, GENTILE contro Petrone.,
Croce contro Petrone; l’identita sannia, psicologia del sannita, i romani
contro i sannita, la prima guerra sannita, la seconda guerra sannita, la terza
guerra sannita; la repubblica romana, l’espansionismo dei romani nell’Italia, I
romani contro i sanniti; bassorilievo dei sanniti, i liguri e i sanniti, le
popolazione italiche, economia e psicologia del Molise, il sannio, la
complessità dello spirito della filosofia italiana; il linguaggio sannita; il
linguaggio umbro, il linguaggio osco; il linguaggio falisco, limosano, musanum,
limosanum; un stato mercantile chiuse, Fichte contro Marx, Nietzsche, il valore
della vita, il problema morale, la filosofia del diritto, diritto positivo,
diritto naturale, la filosofia politica nel criticismo, azione, l’etica e
l’ascetica, l’etica dell’eroe come azione, l’energia dello spirito contro
l’inerza della volonta – l’inerza della volonta nell’elezione dei fini;
l’inerza della volonta nell’elezione dei mezzi; il spirito contro la volonta, i
limiti dei determinismo, l’indeterminismo dello spirito, la causa dello
spirito, causa spirituale dell’agire umano, lo spirito umano. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Petrone” – The Swimming-Pool Library. Petrone.
Luigi Speranza -- Grice e Pezzarossa:
la ragione conversazionale della
fisica, la geografia e l'astronomia, sposate insieme, fanno sì che un italiano
discopra il nuovo continente, ed un altro italiano gl’imponga il nome -- l’eloquenza lombarda – l’implicature conversazionali – la
scuola di Mantova – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Mantova). Filosofo
italiano. Mantova, Lombardia. Grice: “He wrote a LOT! Including a study (or
‘ragionamento,’ as the Italians call it) on the spirit (spirito) of Italian
philosophy, which reminded me of Warnock, the irishman, and his search for the
soul of English philosophy!” -- Giuseppe Pezzarossa (o Pezza-Rossa – Grice: “In
which case, he is in the “R”s”). Studia a Mantova. Insegna a Mantova. Co-involto nella
repressione che porta al martirio di Belfiore. D’idee tendenzialmente liberali
e preoccupato sulle condizioni sociali
disagiate create dalla sorgente rivoluzione industriale che pure ai suoi occhi
rappresenta un'occasione di progresso. La pubblicazione del suo saggio di
filosofia gli procura guai con la congregazione dell'indice. Partecipa
attivamente ai moti. Condanato al carcere. Pezza-Rossa e uno dei XX che partecipano
alla riunione costitutiva del comitato rivoluzionario. Saggi: “Critica della
filosofia morale” (Milano, Stamperia Reale); “Lo spirito della nazione italiana”
(Mantova, Elmucci); “Saggi di filosofia” (Mantova, Caranenti). C. Cipolla,
Belfiore I comitati insurrezionali del Lombardo-Veneto ed il loro processo a
Mantova” (Milano, Angeli); Pavesi, Il confronto fra don Tazzoli e don
Pezza-Rossa in una prospettiva filosofica, in Tazzoli e il socialismo Lombardo”
(Milano, Angeli). La prova sull’esistenza esteriore. Confutazione dello scessi.
ALIGHIERI e la filosofia. Lo spirito della filosofia italiana. Sistema di
psicologia empirica. Il fondamento, il processo e il sistema della umana
esistenza. Il sistema politico e sociale della nazione italiana; il sucidio, il
sacrifizio della vita e il duello, supra il suicidio; “La grammatica ideo-logica;
ossia, la legge comune d’ogni parlare dedotta da quella del pensare” (Milano); la
Facolta inventrice. I romani vinti dai longobardi conservano la proppia legge.
La filosofia dell’esperienza. Il metodo sperimentale. Lo Spirito della filosofia italiana. Ragionamento.
Mantova. L'Autore non pretende io questo Ragionamento a novità di principii, nè
a confutazione di scuole, ma lo vien cercando le varie fasi della italiana
filosofia e lo spirito, che la condusse al grande rinnovamento opera tosi nel
secolo di GALILEI. Da Pitagora a Leone X, durante la fortuna romana, nelle tenebre
della barbarie, esotto il giogo della scolastica, gli parve discontrare, quando
più, quando meno, sempre conosciute e conservate le tracce del metodo vero e
positivo, ed intorno a questo espone le proprie impressioni, così semplicemente
come le ha a sentire. dome che dimostra la modestia dei padri nostri, i
quali, non del Pezza-Rossa, Prof. Giuseppe. Parlando dell'antichità della
filosofia italiana, osserva come l'Italia è la prima che da a questa scienza un
sistema, e le impose un nome. Acume e vero conoscitori, ma
piuttosto amici del vero s'intitolarono. Le basi principalidelloro metodo
consiste nell'esperienza e nella osservazione. Fanno quindi un altro passo onde
meglio procedere nella investigazione delle verità, ed è quello di riconoscere
l'ufficio che la ragione esercita sopra i fatti, sì nel mondo esteriore che
nell'interiore, sendochè, non al senso, ma alla sola ragione è dato il
giudicare. Di questo modo l'antica nostra filosofia seppe dare ai sensi, si
sentimenti ed alla ragione ciò che loro compete, e impede che i primi si levano
al di sopra della seconda, e questa rifiuta l'autorità e la potenza di quelli. Così
dei secoli anteriori al dominio romano. Ma la prevalenza delle scuole straniere
non tarda molto a comprimere la scuola nazionale, e la sopravveguente barbarie
la fa quasi dimenticare, sebbene del tutto non la spegna. Senonche, colla conquista
del mondo sube le influenze filosofiche dei popoli conquistati, accetta
dottrine d'ogni maniera, egizie, asiatiche, druidiche, ma greche sopra tutto; e
de fe' tale un amalgama che a stento potrebbe chiamarsi “filosofia”; o a meglio
dire, ciascuno appigliossi a quella scuola, che meglio sffacevasi alle sue tendenze.
Pare strano, ma è pur vero, Roma corrotta, e degenerata nei costumi,
affaticossi particolarmente a rialzar la morale, non tanto forse per rilevarla
daddovero, quanto per palliar meglio col suo manto la nutrita liceoza,
testimonio Sede ca. La scuola pitagorica, odiata, ma temuta e ammirata,
appalesavasi quindi di tratto in tratto nelle manifestazioni di alcune anime
forti. E CATONE, il censore, va me a capo della nobile schiera. Il nome di pitagorico
non mai cessa dal significare uomo virtuoso e incorrotto. La qual indole morale
e severa, dice il Pezza Rossa, sotto cui presentossi la filosofia italiana, fa
si ch'essa non venisse dal nascente Cristianesimo tanto combattuta, quanto lo
furono tutte le altre. Il Cristianesimo infatti sorgea potente e divino, non
figlio del l'umano pensiero, ma avvolto nel manto dei flosofi, ma rivelatore
della semplice verità. Al suo mostrarsi, tutte le scuole cadute erano in basso,
e le poche verità, alle quali eran gionte, rimanevano dalle violenti polemiche
siffattamente svisate, che impossibile omai tornava l’osceverare con certezza il
vero dal falso. Ami carle fra loro, no concedevan le gare e i particolari
interessi; ricondurle alla pristina semplicità, è impresa da nemmeno tentarsi. Che
fa dunque il Cristianesimo? Egli indisse guerra a tutte più o meno le
speculative dottrine, mostra che fallacierano, disutilieper piciose, e colla
santità della propria morale fonda la prima di tutte le filosofie: quest'è la
filosofia delle azioni. Scaduta la parte speculativa, non rimaneva all'
italiana filosofia che la parte pratica, la parte da lei coltivata sempre con
severa costanza e che meglio poteva rispondere agl'insegnamenti cristiani.
Apollonio infatti, di cui Girolamo dice ch'è un prodigio inudito, degno di
esser conosciuto in tutt’i secoli, avuto dal popolo in concetto di mago, ma
filosofo reputato dalla gente di senno, Apollonio chiede a sè medesimo che cosa
vogliasi in un filosofo per essere veramente pitagorico? E quindi risponde. Richiedersi
elevazione d’animo, gravità, costanza, buona fama, sincera amicizia, frugalità,
pace, e virtù. Fregiato di così belli ornamenti, il pitagorismo si propone in
morale un lodevole fine, il perfezionamento della umana natura, risultante
dallo speciale perfezionamento di ciascun individuo. Nessun'altra filosofia
poteva meglio consonare al vangelo. I primi sapienti del Cristianesimo, prima
di edificare, trovarono però di dover distruggere il vecchio edifizio fin dalle
fondamenta, e gridarono contro ogni filosofia. Tertulliano ed Origene vogliono
che, dopo il vangelo, non più mhaestieri
di ricerche, nè di curiosità dopo Cristo. Nessuna scuola è da principio ri. Se
non che, distrutta colla dialettica l'arte del ragionare, e affidati gl’uomini
al solo senso comune, in mezzo all'incipiente barbarie, nulla presentavasi
tanto naturale quanto la scessi: e questa infatti mostrossi. È noto che sotto il
nome della scessi, spesso è insegnato a sprezzare vergognosi pregiudizii. Non
devesi scordare che il dubbio è il padre della civiltà; e che, se il secolo di
Cartesio è di GALILEI avesse ardito dubitare, le scienze e le arti non sarebbero
per anche ripste. Foperò una scessi di sola teoria, doo di pratica; stette del
pensiero, non nelle azioni: e perciò, s'egli da l'ultimo crollo alla filosofia
speculativa, non porta alla morale un grave nocumento. Ed è appunto nella
morale che la italiana filosofia sopravvive. Il grande BOEZIO vide l'estrema
bassezza, in cui la sapienza era caduta, e saggiamente pensa a raccorre in un
sol corpo le positive cognizioni, che dal gusto generale si sono salvate, e qual
breve enciclopedia de’ suoi tempi le presertò sotto l'smabile nome: De
interpretatione e Consolazione della filosofia. Nomeche in sè solo abbraccia il
carattere di tutta up'êra. Cbi cerca le cagioni, in forza delle quali stelte
viva, anche nei secoli detti barbari, la pratica filo sparmiata: l'acqua
di Talete, l'infinito di Anassimaddro, il fuoco d'Eraclito, l'omeomeria di Anassagora,
l'etere infinito di Archelao, i numeri di Pitagora, gl’atomi di Epicuro, gl’elementi
di Empedocle -- tutte in somma le antiche speculazioni furono guerreggiate. I
santi padri non lemono chiamar sogoi molti pensieri di Aristotile, del Lizio, molti
di Platone delirii dell’Accademia. Ma in quello che gl’ecclesiastici scrittori
studiano le scuole per combatterle, non poteano a meno di scontrarsi qua e colà
in principii verissimi, ai quali non si poteva niegare adesione, e questi
raccogliendo insieme e collocandoli sotto il patrocinio del vangelo, se ne
giovarono a comprovare l'armonia del vero filosofico col religioso. leo
non sofia, le troverebbe in parte della politica stessa de' barbari
invasori. Semplici e rozzi, cupidi solo di bottino, occupano solo il
territorio, lasciando ai XX eleggi, e costumi, e religione, mutando l'aspetto
materiale, non quello degli spiriti; sia che l'ignoranza li rendesse inetti a
far mutamenti, o sia che li movesse rispetto per genti tanto più umane, sebbene
meno forti di loro. Oode che procede codesta loro maniera di conquista, o da
calcolo, o da impotenza, egli è certo che recarono desolazione senza recare
alcuna propria filosofia: a tal che la italiana, accompagnata da toote altre in
epoca di prosperità, ma sola rimasta in quella della sventura, anzichè cedere e
prostrarsi, potè parificarsi, alla guisa dell'oro sul crogiuolo, e spogliarsi
di quelle macchie, che la fortuna le ha apportate. Passa quindi la dimostrare
come la buona filosofia pratica comincia a fruttare anche ottima teoria,
sebbene il risorgimento fosse ritardato dalla scolastica, ed impedito dall’accademia.
Or ecco le vie, egli ripiglia, per le quali gradatamente lo spirito filosofico
avanza, guadagnando sempre terreno. Il Leoni coavea, pel primo, portato allo stu
dio padovano la cognizione di Aristotile genuino del Lizio, e mostra to come
inscientemente lo siavea contorto e dinon sue dottrine fatto maestro. Quando
sorge quel potente ingegno di Pomponaccio [POMPONAZZI (si veda)] che si dove
riguardare siccome il quinto anello della gran catena filosotica italiana, dopo
Pitagora, CATONE, BOEZIO ed ALIGHIERI. Pigmeo di corpo, ma di spirito gigante, penetra
meglio che altri nello spirito della patria filosofia, e siccome, a farla
rinascere, convene, prim ad’ogni altra cosa, abbattere il colosso peripatetico
del LIZIO, egli coraggiosamente sostende che, secondo Aristotile nel Lizio,
voluto sostegno della morale e della religione, potevasi dimostrare l'anima non
essere immortale, miracoli non potersi dare, non vi essere provvidenza, ma in ogni
cosa dominare il destino. Strabiliarono tutti a conclusioni di tanta
conseguenza, e pretesero che da lui solo derivassero tali dottrine, dal peripato
del LIZIO non mai. Accagionarono di empietà il gran mantovano, che ha senza dubbio
incontrata lama la ventura, se il cielo non avesse posto a capo della chiesa on
Leone X, e datogli un BEMPO per consigliere. La sapienza e la tolleranza
medicea permisero al POMPONACCIO quello che prima non è stato permesso,
separare dalla teologia la filosofia, conduce una linea di confine tra gl’obbietti
della fede e quelli della ragione. L'esempio del gran maestro fa seguito da
numerosi discepoli, tra quali hanno fama Scaligero, Sepulveda, Porzio,
Benamico, Giovio, e da Cardinali, Contarini, cioè, e Gonzaga. È imitato con
isforzi contemporanei da Cesalpino, da Cremonino, da Zabarella, e forse da quel
Vanini, che, mal comprendendo Pomponaccio, spinge lo sfrenato ingegno allo
stremo, e corge la miseranda fioe che tutti sanno. Imper ciocche, gli è pur
mestieri confessarlo, la fortuna del primo e la sinistra interpretazione
de'suoi principii, non solo a tutti ispira coraggio, ma ad alcuni fio an che
baldanza. Tale si fa CARDANO, a cui la fecondità del genio troppe più idee
somministra di quelle che il suo giudizio puo ordinare. Ma dice: loslu dio
della natura doversi ridurre all'arte ed alla fatica, e però venne salutato
come l'uomo delle invensioni. Tale BRUNO, che proclama sfrenatamente la
filosofia del dubbio, filosofia che ovunque dissemina, viaggiando Italia,
Francia, Alemagna, e che fu poscia da Cartesio abbracciata e sviluppata con
tanta gloria, com’ha a confessare lo giudice non sospetto, Leibnizio. Si
ridestarono allora i principali pensieri de’ pitagorici, e meravigliando si
conosce che la flosofia italiana, in tutte le sue fasi da CATONE IL CENSORE ad
oggi, e io tatte le sue manifestazioni, non ha all'ultimo che un fondo solo, il
metodo esperitivo e naturale. A questo metodo avvia l’Italia VALLA, e NIZZOLIO,
ed ACONZIO, e POLIZIANO, e finalmente CAMPANELLA, che, vent’appi, sale in
bigoncia, e disputa con tanta forza contro le fallacie scolastiche, che i
vecchi sclamarono maravigliati: essere in lui passato lo spirito di TELESIO. Egli
sostende che il senso è un fondamento della scienza, che dalla dimostrazione positiva
e sensibile vasce la intellettiva, perciocchè sentire è sapere. La ragione
tanto essere più certa, quanto più al senso vicina. Non però doversi andare
cogli empirici che pretendono ragionare per le sole apparenze variabili, accidentali,
sfuggevolissime, ma sìanche dietro verità costanti, che badoo principio
nell'anteriore sentimento, e del testimonio di tutti gl’uomini. Con longbe e perigliose
fatiche giunse quindi f palmente l’Italia a ridur in principii quello, che in pratica
ha sempre tenuto. Scaddero allora i sillogismi, le formole, le categorie, le
ipotesi, gl’a priori, con totti gl’altri vincoli della ragione, e sostenuto
dall' analisi e dall'esperienza, il nuovo metodo spiega il volo alle più
eccelse scoperie. Alla scuola italiana attiose Copernico il suo sistema
astronomico, da Galilei poscia rivendicato. Da GALILEI che mostra immobile e
improntato di macchie il sole, e Giove di satelliti circondato. Da Galileo,
che, per mezzo di nuove lenti, interroga l'armonia misteriosa dei cieli, e con
esperimenti sorprende la patora nei segreti delle arcane sue leggi. RUBERTI
TORRICELLI, colla invenzione de’ barometri e de’ microscopii, apporta alla
fisica novella vita. Cavalieri, Maurolico e Tartaglia rendano fruttuose le
matematiche colle applicazioni. VINCI (si veda) dà buona legge all'estetica. Buonarotti,
l'uomo delle IV anime, fisa il buon gusto nelle arti. MACHIAVELLI scopre ai sudditi
ei ai regnanti i segreti della politica. L’accademia del cimento affatica senza
posa delle esperienze, le dabbie verità rischiara, e le certe diffonde. La
fisica, la geografia e l'astronomia, sposate insieme, fanno sì che un italiano
discopra il nuovo continente, ed un altro italiano gl’imponga il nome. Ogoi
arte insomma, ogni scienza, ogni di sciplina quasi per incanto risorge. Ed è
cosa per verità sorprendente il vedere nei dettati di quell'epoca gloriosa
tanta copiosità di filosofie, da contenere, quasi in germe, tutte le altre
scoperte verificate dappoi. Conserviamo adunque, conclude l'autore, il prezioso
retaggio, che da’ nostri maggiori ci è tramandato e, che più è, adoperiamo di
renderlo fruttuoso. Accioc chè, dopo aver portata agl’altri la scienza, non
venghiamo giustamente paragonati alle nubi, le quali si disfanno in quel
medesimo che d'amica pioggia fecondano le campagne. Esponendo i proprii
pensamenti, il Pezza-Rossa, con singolare modestia, non si erige a filosofo, ma
stimola ed invoglia gl’altri a frugare in questa materia, pago di poter
dimostrare che noi siamo ricchi di tanta domestica dottrina da non invidiare la
forestiera. Che il buon metodo non l'abbiamo a cercare lontano. E che sarebbe
ingratitudine il disconoscere l’antica sapienza di CATONE IL CENSORE, da cui
tutto surge, per seguire alcune splendide fantasie oltra-montane. Nome compiuto: Giuseppe Pezza-Rossa. Giuseppe
Pezzarossa. Pezzarossa. Keywords: il martirio di Belfiore; lo spirito della
nazione italiana; eloquenza lombarda. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Pezzarossa” – The Swimming-Pool Library. Pezzarossa.
Luigi Speranza -- Grice e Pezzella: la
ragione conversazionale -- Cesare deve morire – l’implicatura conversazionale –
la scuola di Napoli -- filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Napoli). Filosofo
italiano. Napoli, Campania. Grice: “I like Pezzella – His “La memoria del
possibile” would make Benjamin think twice! – and I do not mean HIS Benjamin,
but mine!” Si laurea a Pisa con una
tesi su Benjamin. Presso la Scuola Normale Superiore diviene ricercatore di
ruolo. Collabora a un seminario con Derrida. Consegue sotto la tutela di Marin
il doctorat a Parigi (Grice: “the reason why which few consider him Italian!”) e
il DEA in Réalisation cinématographique seguendo i corsi diretti dal
documentarista Rouch a Nanterre. Insegna estetica ed estetica del cinema. Tenne
un seminario a Parigi in collaborazione con Michaud. È redattore della rivista
Altra-parola e collabora col centro per la riforma dello stato a Firenze. La
filosofia di Benjamin e quella di Debord sono punti di riferimento della sua
propria. Studia la persistenza delle forme del mito all’interno della modernità
-- e in tal senso si occupa di Bachofen, introducendo Il simbolismo funerario
degl’antichi, col sostegno del Warburg Institut di Londra. L’intersezione tra
mondo mitico e modernità estrema lo porta a interessarsi della poesia e del
pensiero di Hölderlin e della scuola di Francoforte. Vicino alla tradizione della
filosofia dialettica, apprezza soprattutto la versione esistenziale che ne viene
data nella filosofia dopo i seminari di Kojève su Hegel. Di Benjamin considera
soprattutto la polarità tra immagine di sogno e immagine dialettica, che
utilizza come strumento interpretativo di opere cinematografiche e letterarie
(cfr. La memoria del possibile e Insorgenze). Per P., lo spettacolo –nella
formulazione teorica che ne da Debord -- è la forma di vita dominante del
capitalismo, in particolare della sua industria culturale e del cinema. Secondo
la terminologia usata nel saggio su estetica del cinema, distingue lo stereotipo
spettacolare dalla forma critico-espressive. Si è interessato all’intersezione
fra tematiche politiche e psicoanalitiche: la dialettica del riconoscimento, la
formazione della soggettività nel capitalismo, l’incidenza dei traumi storici
collettivi sulla psiche individuale -- cfr. il saggio sulla voce minima. Esplora
la filosofia politica d’Abensour, con cui condivide la rivalutazione del
pensiero utopico e la rivalutazione del socialismo come prospettiva politica
alternativa al populismo. Collabora alla redazione e all’edizione dei volumi di
Altro Novecento. Comunismo eretico e pensiero critico, per conto della
Fondazione Micheletti di Brescia. Altri saggi: “L'immagine dialettica” (ETS,
Pisa); “Il tragico” (Il Mulino, Bologna); “Conversazione di Narcisso con
Narcisso – Conversazione con me” (Manifesto,
Roma); “Il volto di Marilyn” (Manifesto, Roma); “La memoria del possibile”
(Jaca, Milano); “Estetica del cinema” (Mulino, Bologna); “Insorgenza” (Jaca, Milano,
“Le nubi di Bor” (Zona, Arezzo); “La voce minima. Trauma e memoria storica” (Manifesto,
Roma); “Altrenapoli” (Rosemberg, Torino”; “I fantasmi” (Cattedrale, Ancona); “Il
volto dell’altro”; “L’ospite ingrate” (Quodlibet, Macerata); “I corpi del potere”
(Jaca, Milano); “Repubblica”; “Il bene
comune” (Il Ponte); “Gli spettri del capitale” (Il Ponte); “Il tempo del possible”;
“Attualità della Comune di Parigi” (Il Ponte); Utopia e insorgenza. Per Abensour”;
“Altraparola, Micheletti, Brescia); Alle frontiere del capitale. Comunismo
eretico e pensiero critico, Jaca, Milano. Nome compiuto: Pezzella. Keywords:
Cesare deve morire, Narcisso, “conversations with myself”, Antonino, nubi di
Bor, Freud, Narcissismus -- Refs.: Luigi Speranza: “Grice, Pezzella, Benjamin
and Benjamin: la memoria del possibile,” Villa Grice – The Swimming-Pool
Library. Pezzella.
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